77 – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Mon, 12 Feb 2018 09:54:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Area di rivoluzione. 1968-1977 https://www.micciacorta.it/2018/02/24116/ https://www.micciacorta.it/2018/02/24116/#respond Mon, 12 Feb 2018 09:54:26 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24116 Libri. Indagine sul lungo Sessantotto italiano: perché attrae ancora il decennio più rivoluzionario della storia repubblicana?

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Partiamo dalla musica, quella potente degli Area, e dalla storia del loro cantante: Demetrio Stratos. Una vita intensa, una sperimentazione colossale, una filosofia mai tentata da allora da un rock star. A partire dal libro "Sulle labbra del tempo. Area tra musica, gesti e immagini" di Diego Protani e Viviana Vacca
Demetrio Stratos
Non è stata una storia di emarginati o di eccentrici, deposito in bianco e nero di allucinazioni settarie, visioni catacombali degli «anni di piombo». Ascoltati in musica gli anni Settanta in Italia restituiscono la pienezza di una potenzialità. La contestazione dei ruoli e delle gerarchie era accompagnata dall’egualitarismo salariale, dall’attacco all’organizzazione dei saperi e dalla tensione a modificare la vita quotidiana: una spinta alimentata dall’aspirazione a una libertà concreta. Fu l’ultimo momento in cui si è creduto in una rivoluzione in questo paese. Non riuscì, né forse avrebbe potuto. Tutto finì nella contraddizione tra la richiesta di reddito e liberazione e l’obiettivo dello spezzare la macchina dello Stato. E tuttavia una sperimentazione prese forma. «C’era una spinta incredibile verso l’aggregazione – racconta Patrizio Fariselli, tastierista degli Area, in Sulle labbra del tempo. Area tra musica, gesti e immagini di Diego Protani e Viviana Vacca (Lfa publisher, 18 euro, pp. 155) -. Era una prassi normale usare la misura come catalizzatore per condividere un progetto di vita alternativo. A un certo punto sembrava addirittura che una nuova società fosse davvero ormai imminente: metà del paese stava a sinistra e agli scioperi si vedeva una partecipazione altissima. Pareva che di lì a poco l’Italia avrebbe finalmente applicato pienamente la Costituzione, guadagnata con tanta fatica. Invece i vertici del partito comunista e dei sindacati avevano già abbandonato quel sogno e si erano spostati sempre più al centro, condividendo con i democristiani le politiche di austerity e le leggi repressive contro i giovani della sinistra extraparlamentare che, giustamente, non accettavano questo tradimento». IL LUNGO SESSANTOTTO ITALIANO Tradimento rispetto ai valori di una costituzione erede della resistenza. Più che al tema della resistenza tradita, ricorrente nella cultura delle sinistre sin dal Dopoguerra e radicalizzatosi dopo il Sessantotto insieme al mito insurrezionale della «Volante rossa», Fariselli allude alla creazione di una «democrazia progressiva» fondata sui diritti sociali. Per comprendere il senso di disaffiliazione e presa di distanza della generazione del ’68/’77 dal patto siglato dalla sinistra all’indomani della guerra è necessario considerare l’analisi di Sergio Bologna secondo il quale la rottura maggiore fu dovuta all’incomprensione totale dei comunisti e della Cgil delle trasformazioni produttive e del lavoro. «Al Pci non interessava capire cosa accadeva nella società, importava l’ordine sociale – ci ha raccontato Bologna in un’intervista realizzata in occasione dello speciale 77 contro il presente pubblicato da il manifesto -. Per decenni sindacati e partiti sono stati incapaci di capire le caratteristiche del lavoro post-fordista. Sono ancora inchiodati a una visione del posto di lavoro a tempo indeterminato come unico elemento per definire le politiche sociali. È stata persa la dote culturale del pensiero critico perché l’ideologia capitalistica è diventata il pensiero unico». Una discontinuità decisiva si registrò nella generazione ribelle. Non considerare questo elemento significa non comprendere la singolarità di questi anni. La loro specificità culturale permette di spiegare l’anomalia, e la ricchezza, rispetto a quello che non è accaduto nel resto del mondo dove il Sessantotto si è esaurito all’inizio del decennio senza porre né il problema del potere politico, né quello dell’organizzazione economica della società. «La generazione del Sessantotto era legata alle simbologie tradizionali del movimento operaio, alla bandiera rossa – ricorda Bologna -, quella del Settantasette era senza bandiere. I giovani del Sessantotto hanno cercato un’alleanza con la classe operaia e l’hanno praticata. I giovani del Settantasette vedevano nella fabbrica non un luogo dell’emancipazione attraverso la solidarietà, ma un luogo di sofferenza da cui fuggire». Avvenne così una rielaborazione creativa delle contro-culture anti-autoritarie, libertarie, anti-razziste e comuniste diffusa sin dai primi anni Sessanta. A pesare fu la crisi economica e la disoccupazione di massa. Emerse tuttavia un sentimento di autonomia dalla morale del lavoro (salariato) sul quale si innestò la spinta all’indipendenza e alla ricerca personale che alimentò le sperimentazioni artistiche e quelle esistenziali. SULL’ASSE BOLOGNA-MILANO Emerse una nuova geografia emotiva e culturale. L’elemento comune fu «la trasformazione dell’elemento fantastico e derisorio in un’insorgenza emotiva e ironica – ha raccontato Toni Negri -. Quei tempi hanno aspetti dionisiaci molto forti, anche se questo tratto trionfa soprattutto tra Bologna e Roma, meno a Milano e nel Veneto. Sono aspetti che emergono già dal ’75 quando la crisi dell’egemonia operaia sulle lotte diventa evidente, mentre lo sviluppo dei centri del proletariato giovanile è maturo e avanzato». Il cineasta Guido Chiesa, autore di film come Lavorare con lentezza e Radio Alice, specifica la natura del rapporto tra Bologna e Milano, l’asse culturale sul quale si sviluppa la storia degli Area. «Teniamo conto – racconta a Protani e Vacca – che tranne Claudio Lolli a Bologna, nessuno degli altri gruppi musicali e musicisti di quell’epoca volle identificarsi più di tanto in quei movimenti, penso ai vari De Gregori, Dalla, Venditti, Bennato. A Milano invece avvenne in maniera forte perché c’era questa idea di radicalità e di creatività che si manifesta sull’asse con Bologna. Da lì viene Finardi – che apparteneva alla Cramps (la casa discografica degli Area, ndr). C’era poi l’area più intellettuale, più radicale nel pensiero, quella degli Area che univa la ricerca all’elemento del rock. Tutti sapevano che Stratos veniva da lì. La musica era un luogo di intellettualizzazione associato all’aspetto passionale ed emotivo. Era una musica adeguata al livello di dibattito culturale che si stava realizzando nel paese, non a caso gli Area fu il gruppo che più piacque a quelli di Radio Alice». Ciò che distingue gli Area da tutti i gruppi degli anni Settanta è il legame esplicito con i movimenti sociali o con quello di Franco Basaglia in un concerto del 1974 all’ospedale psichiatrico di Trieste. La presenza alle edizioni del festival milanese di Parco Lambro, scena contrastata ma esiziale, conferma il loro contatto quotidiano con quel vissuto. Era la stessa tensione ad accomunare una scena musicale attraversata dal progressive rock, la jazz fusion, il suono mediterraneo, un mix sperimentale comune con la Premiata Forneria Marconi, il Banco del Mutuo Soccorso, i Napoli Centrale, gli Osanna. CONTRO IL LAVORO I concerti e i dischi degli Area, prima della scomparsa del loro visionario cantante Demetrio Stratos nel 1979 a soli 34 anni, e la produzione successiva, rappresentano oggi un filo rosso che collega l’anti-autoritarismo libertario, tipico della controcultura hippie, a una rivolta contro il lavoro salariato, lo sfruttamento e l’alienazione capitalistica. Una composizione – non solo una «canzone» – come Arbeit Macht Frei è un urlo provocatorio. «Tetra economia – dice il testo – quotidiana umiltà, ti spingono sempre verso arbeit macht frei». In questi versi ermetici il motto nazista, esposto all’entrata di Auschwitz, viene rovesciato e scagliato contro il lavoro salariato. È il segno del rifiuto del lavoro in quanto merce e vampirizzazione di quello che Marx ha chiamato “lavoro vivo”». Quella degli Area non era una «colonna sonora» per il «proletariato giovanile» che, negli stessi anni, si costituiva in «circoli». Era un’interpretazione della condizione materiale e mentale della nuova forza lavoro che allora faceva la comparsa nelle fabbriche e nelle strade. «Era basata sulla produzione cognitiva, sulla cooperazione linguistica, sulla riorganizzazione della giornata lavorativa che allora ebbe una coloritura sovversiva», ha raccontato Paolo Virno. A differenza della contro-cultura psichedelica e hippie gli Area affermavano un materialismo di nuovo genere che abbatteva la distanza tra la musica e la vita attraverso un ardito esercizio della critica politica, estetica, economica. In questa poetica si intrecciava la critica alla struttura economica e alla sovrastruttura ideologica. Da un lato c’è la vita della forza lavoro che non è riducibile al lavoro, ma si afferma in comportamenti, affetti e desideri che allora assunsero una «una silhouette ribelle e sono diventati forza produttiva». Dall’altro c’è la consapevolezza dell’esistenza di rapporti di produzione e della divisione sociale del lavoro sul quale scorrono oggi il potere e il conflitto. È questa duplicità che rende più vicini gli Area rispetto al movimento hippie «essenzialmente bianco e libertario – ha raccontato l’economista Andrea Fumagalli in Grateful dead economy: la psichedelia finanziaria -. Non poteva rivolgersi alla comunità afroamericana. I neri erano l’emblema del lavoro operaio e sfruttato, non era concesso loro di cibarsi del mito della frontiera. I giovani bianchi erano i discendenti dei coloni, non avevano un passato di schiavitù, violenza, oppressione diretta. E forse proprio per questo i rapporti sociali dello sfruttamento capitalista non ne sono stati intaccati. Il piano dell’agire si muoveva più in ambito sovrastrutturale che strutturale, anche se già all’epoca, come diceva Althusser, sovrastruttura e struttura si declinavano in modo già ambiguo. Marcuse aveva più appeal di Marx. Ma è proprio l’ideologia della frontiera, il suo essere irriducibile e eccedente alle regole disciplinari del mercato del lavoro che alimentava lo spirito libertario e consentiva l’incessante trasformazione del sistema di produzione». LIBERAZIONE Marx ha intonato l’inno di Arbeit Macht Frei contro la tanatopolitica del lavoro-merce. Questa operazione immaginativa iperbolica, non isolata in quegli anni, prefigura una politica della soggettività – non del soggetto politico – che aspira a scardinare la forza lavoro dalla sua antropologia capitalistica. «Quello che Marx aveva sognato era la liberazione non del lavoro, ma dal lavoro. Per creare una nuova società il proletariato avrebbe dovuto negarsi come classe, abolire con il capitale anche il lavoro salariato, cioè il lavoro stesso come obbligo verso altri, valorizzando per questa via l’attività umana intera che è cosa del tutto diversa – afferma Vincenzo Sparagna, fondatore del giornale satirico Il Male, in un’intervista in Sulle labbra del tempo» «Il fatto che non siamo ancora riusciti a realizzare il salto dalla necessità alla linearità non va interpretato come una sconfitta di quell’idea – continua Sparagna – Il concetto di sconfitta implica infatti una battaglia, vinta o perduta, mentre la storia umana è un susseguirsi di avanzate e ritirate, pause e accelerazioni. L’importante è che non ci siamo mai venduti a nessuno e che siamo riusciti a conservarci liberi di criticare i potenti senza rinunciare all’idea di un possibile mondo diverso». COSA PUÒ UN CANTO La musica, come ricerca e sperimentazione, gioia e rivoluzione, è stato uno dei modi per mettere in comune le potenzialità di una vita, arditamente studiate e messe in pratica attraverso un lavoro incessante. L’altro è stato il femminismo. «Entrambi – ricorda il cineasta Guido Chiesa – hanno rotto la costruzione sociale fatta propria dai movimenti marxisti-leninisti, adottandola in maniera critica. Il partito comunista era più familista della democrazia cristiana. Il femminismo rompe con questo. La musica dal rock’n’roll in avanti rompe l’idea che l’unico discorso importante da fare nella vita è politico. Il discorso non è solo economico e sociologico, ci sono le emozioni, i desideri, le passioni, la fantasia. Discorsi che dal Sessantotto diventano pensiero comune anche per generazioni del dopoguerra che credevano che tra il pubblico e il privato ci fosse una netta separazione». Pur soggetta alla cattura commerciale, e non può che essere così in quanto lavoro, la musica contiene un elemento inassimilabile tanto al politico quanto al mercato. La differenza è sottile e rappresenta per tutti i musicisti un problema ricorrente. Alla base esiste una domanda che permette di rispondere al quesito su cosa rende, ancora, attraenti questi anni Settanta. Cosa può una vita suonata, cantata, rumoreggiata quando si muove sull’orlo del musicabile? CORPO MUSICALE Demetrio Stratos trascorse i primi tredici anni ad Atene, studiò pianoforte e fisarmonica al Conservatorio. Di famiglia cristiano-ortodossa, nato ad Alessandria d’Egitto nel 1945 e cittadino del mondo, Efstràtios Dimitrìu (questo il vero nome) seguì le cerimonie di musica religiosa bizantina. Si interessò alla musica araba tradizionale. Studente a Cipro nel collegio cattolico di terra santa di Nicosia, a 17 anni Stratos si trasferì a Milano dove si iscrisse alla facoltà di architettura del Politecnico. Formò un gruppo musicale studentesco di soul e blues e fece esperienza in diversi studi di registrazione. Iniziò a frequentare il jazz e la fusionmediterranea e arrivò al rumore e al grido. Fu il cantante dei Ribelli, comprese le potenzialità della voce. «L’ipertrofia vocale occidentale – disse – ha reso il cantante moderno pressoché insensibile ai diversi aspetti della vocalità, isolandolo nel recinto di determinate strutture linguistiche». L’effetto sconcertante provocato dalla sua musica vocale è dovuto al fatto che, insieme all’udibile, riattivava l’inudibile andando oltre i limiti del linguaggio. «Di solito – spiegò – quando una persona parla non sentiamo i suoi respiri, ma questi sono la parte più importante della voce». La voce si faceva corpo attraverso la tecnica della diplofonia che mette all’opera differenti agenti fonatori come il nasale, il labiale, il palatale, la glottide, la cavità toracica. Sono queste le premesse di una ricerca originale, mai tentata in nessuna parte del mondo da una rockstar. In un video-doc intitolato Cantare la voce, dal titolo di un disco e visibile in rete, Stratos parla del piano teorico seguito dalla sua ricerca sulla potenzialità della voce e sui «limiti dell’umano». Era il corpo, attraverso la voce, a «fare musica», e non solo a risuonare. FUORI LA VOCE Riflessioni che ricordano una delle vette filosofiche degli anni Sessanta: La voce e il fenomeno di Jacques Derrida. L’associazione non è peregrina, considerando gli intrecci tra la ricerca artistica, la scena indipendente musicale, cinematografica, teatrale e la filosofia, le scienze umane con i movimenti sociali dal Sessantotto in poi. Rileggendo uno dei testi fondanti della «decostruzione filosofica» il piano è lo stesso: la voce è «il presente vivente» scriveva Husserl. A Derrida questo non bastava. Tale presente era assoggettato a un’idealità trascendentale che vincola la voce al suono, e dunque alla parola, espressione del linguaggio. La decostruzione del «fonologocentrismo» a cui lavora Stratos passa dalla liberazione «dall’impostazione metafisico-musicale della teoria della voce, propria di tutta la tradizione occidentale – le parole sono di Derrida, ma valgono anche per Stratos -, vige in essa una netta dicotomia tra voce parlata e voce cantata, la prima maggiormente rivolta alla materialità, al corporeo, la seconda più spirituale, come in odore di santità. Andando all’indietro, si ravvisa l’origine di questa dicotomia nell’opposizione di suono e voce, che sviluppa due rispettive catene: da un lato corporeità, passività, esteriorità, mortalità, dall’altro spiritualità, attività, interiorità e immortalità». La ricerca non fu solitaria. La forsennata discesa dentro di sé era accompagnata dall’intensità del movimento. Gli Area la trasformarono in un atto creativo di massa e la proiettarono in una ritualità incantatoria dove l’identico non ritorna, mentre la differenza si esprime in un percorso labirintico dove si producono variazioni. «Se una nuova vocalità può esistere, deve essere vissuta da tutti e non da uno solo: un tentativo di liberarsi dalla condizione di ascoltatore e spettatore a cui la cultura e la politica ci hanno abituato – diceva Stratos -. Questo lavoro non va assunto come un ascolto da subire passivamente». COMMUTARE LA VITA Non fu una fiammata. Molti la fanno terminare con l’uccisione di Moro nel 1978, altri con gli arresti del 7 aprile 1979, oppure con la «marcia dei quarantamila» alla Fiat nel 1980. Dal racconto di Simone Carella, fondatore del Beat72 e del festival dei poeti di Castelporziano a Roma (nel 1979) questa fine che non vuole finire sconfina nei primi anni Ottanta e coinvolge la poesia. Una manciata d’anni sufficienti per solidificare un senso comune che non tardò a farsi sentire nel romanzo e nel racconto. Non fu impresa semplice: era la generazione del frammento, della biografia, poco prima che si iniziasse a parlare di «postmoderno». Iniziava la comunicazione di massa per come la conosciamo, molti la praticarono a cominciare dall’immagine, altro modo di raccontare. E tuttavia una letteratura nacque dopo la metà del decennio dentro il movimento proiettandosi nella parte più viva degli anni Ottanta. Boccalone di Enrico Palandri, ad esempio, Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli. Un capitolo a parte dovrebbe essere dedicato a Gianni Celati, ispiratore di quella stagione critica e letteraria, partendo dall’università di Bologna. Era il tempo della scoperta del Carnevale, rovesciamento sociale di cui in quegli anni parlava con Piero Camporesi e Giuliano Scabia, ispirandosi a Bachtin. La ragione comune era certo la rottura con il linguaggio e la reinvenzione di un mondo al di là delle rappresentazioni codificate. Enzo Moscato, che proprio in quegli anni iniziava la sua opera a Napoli, in Sulle labbra del tempo parla di un teatro che chiede di «cambiare sempre vita, ti chiede in quanto attore di commutare continuamente la tua vita, il teatro ti chiede una schizofrenia continua». Commutare significa scambiare i termini nel rapporto tra arte e vita. Non si tratta di vivere artisticamente la vita, sul modello del dandy, ma creare un’arte della vita che riguarda tutti ed è alimentata dalla critica dei ruoli e delle discipline, alla ricerca dell’individuazione e dell’uguaglianza irriducibili a una corrente, a una classificazione, a una riserva. Per questo volevano cambiare la vita prima di farsi cambiare dalla vita. ***«Sulle labbra del tempo» (Lfa publisher), il libro di Diego Protani e Viviana Vacca, sarà presentato con Tano D’Amico alla libreria Fahrenheit, Campo de’ Fiori 44 a Roma lunedì 12 febbraio alle 17,30

FONTE: roberto ciccarelli, IL MANIFESTO

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Ci abbiamo provato. Parole e immagini del Settantasette https://www.micciacorta.it/2017/10/23837/ https://www.micciacorta.it/2017/10/23837/#respond Sat, 28 Oct 2017 07:50:07 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23837 Anticipazione. "Ci abbiamo provato, Parole e immagini del Settantasette" esce per Bompiani il 15 novembre. qui un'anticipazione del dialogo tra Balestrini e D'Amico su un anno diverso dagli altri

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Pubblichiamo un’anticipazione del libro che uscirà edito da Bompiani il 15 novembre «Ci abbiamo provato. Parole e immagini del Settantasette» di Nanni Balestrini e Tano D’Amico. Il libro irrompe con le immagini, gli slogan e considerazioni di Balestrini sulla trasformazione del linguaggio che rompe con gli schemi tradizionali, quindi inizia un approfondito dialogo tra Nanni Balestrini e Tano D’Amico (noi abbiamo ritagliato una piccola parte delle loro considerazioni tra momenti di rinascita culturale e punto di vista del fotografo sulla realtà in trasformazione). Segue una cronologia ragionata dei fatti, dal 21 gennaio al 25 novembre e una bibliografia. (dal testo di Nanni Balestrini) Ovunque si stanno preparando fastose celebrazioni per il cinquantenario del Sessantotto, il grande movimento sociale, culturale e politico, che su scala mondiale ha operato la profonda trasformazione della società e della quotidianità che ancora oggi viviamo. Ma l’anniversario di quello che, nel lungo decennio italiano che ne è seguito, ha rappresentato con la sua breve scintillante esistenza il suo punto più alto, il Settantasette, è passato praticamente sotto silenzio. Negli anni settanta, in Italia, il Movimento, nato dalla fusione delle lotte studentesche con quelle operaie, subisce una repressione, sempre più spietata. Che gradualmente da posizioni di autodifesa trascinerà alcune sue parti verso una disperata lotta armata. Senza sbocchi, contro il piombo e il terrorismo dello Stato, con le sue stragi, i morti e i cumuli di carcerazioni. Ma improvvisamente, impetuosamente, una nuova generazione di studenti e di giovani proletari invade la scena del conflitto sociale in forme inedite. Fino ad allora le lotte del Movimento, dilagate in tutta la penisola, avevano avuto, se pure con modalità nuove rispetto alla tradizione comunista, come obiettivo finale l’abbattimento del dominio capitalista nella radiosa visione del sole dell’avvenire: la rivoluzione finale per la realizzazione di un mondo migliore, libero dallo sfruttamento degli oppressi e improntato agli ideali di solidarietà e giustizia sociale. La nuova generazione non «vuole tutto» in un futuro lontano e incerto, ma vuole viverlo oggi e subito, nella quotidianità. Vuole rivoluzionare il presente per vivere adesso, immediatamente, i suoi desideri e le sue necessità. L’esperienza del Settantasette si può paragonare a quella di un altro momento storico carico di valore simbolico, anch’esso durato una breve stagione, il 1871, l’anno della Comune di Parigi. (…) La Comune di Parigi fu una meteora luminosa, ma la sua forza sta nell’avere fermato la storia. Si racconta che i comunardi sparavano con i fucili contro gli orologi pubblici per fermare il tempo. E il tempo della storia lì si è fermato. Non si è trattato di un’utopia, ma di una scheggia di futuro piombata nel mezzo del presente. E fuoriuscita dal tempo per diventare simbolo di un mondo nuovo, giusto e felice. E così è stato per il nostro Settantasette. È l’anno in cui a Londra nasce il punk con i Sex Pistols e nella Silicon Valley la nuova tecnologia della comunicazione con Apple. Fu l’anno del dissenso operaio nei regimi comunisti di Praga e Varsavia. Il 31 gennaio a Parigi si inaugura il Beaubourg, il nuovissimo museo d’arte contemporanea Georges Pompidou e il 1° febbraio in Italia iniziano le trasmissioni della televisione a colori. È l’anno in cui giunge a maturazione il processo di trasformazione del lavoro operaio, sotto la spinta dell’automazione nelle fabbriche. La fine di una forma di lavoro, avviata dalla rivoluzione tecnologica e dalla crisi del modello industriale, cambia i rapporti tra le classi sociali, ma anche la percezione dell’identità stessa dei proletari. La trasformazione dei luoghi di lavoro e la concezione tradizionale dell’impiego muta tra i giovani che si affacciano alla vita civile. Con l’avvento dell’automazione nei processi di produzione, i giovani operai iniziano a reclamare più spazi e tempo libero, più occasioni per godersi la vita. Non solo non si identificano più con un lavoro che abbrutisce, ma mettono in crisi lo scopo ultimo del posto fisso, l’orario di lavoro stabilito dalle esigenze del capitale. IL RIFIUTO DEL LAVORO Queste istanze di rottura con modelli di vita tradizionali alimentano occasioni di scontro con la parte più conservatrice della società, ma spiazzano anche i rappresentanti istituzionali, sindacali e politici della sinistra. Prima del 1977 il lavoro era visto come la forma unica e vincolante dell’esistenza: si lavorava otto e più ore al giorno, si guadagnava e si spendeva un salario. Le rivendicazioni dei lavoratori non mettevano in discussione il meccanismo complessivo, ma cercavano di migliorarne le condizioni. Il modello del «fordismo» aveva assicurato per decenni un orizzonte stabile e nella accezione più democratica la forza lavoro doveva essere gratificata da un salario in grado di far circolare il consumo. Eppure, con l’inizio dell’automazione nelle grandi fabbriche, la crescita del terziario e dei colletti bianchi, del peso dell’ «economia della conoscenza», qualcosa inceppò il modello. Accanto agli scioperi degli operai, pur sempre sfruttati, che non delegano più ai sindacati e al Partito Comunista Italiano le loro lotte sempre più aspre, emerge progressivamente un’idea più radicale, quella del rifiuto del lavoro stesso e non solo delle condizioni di lavoro. Un epocale cambio di paradigma I PARADOSSI DEL 77 (…) Accanto a episodi di repressione e intimidazione, come le morti di Francesco Lorusso e Giorgiana Masi, fu un anno straordinario caratterizzato da una profonda trasformazione culturale. Abbiamo una grande ripresa e rinascita del teatro underground, sotto l’influenza del Living Theater, presente in Italia. Fu l’anno in cui alla prima al Teatro Manzoni di Milano del S.A.D.E. di Carmelo Bene, lo spettacolo fu sospeso dal questore di Milano per oscenità, per la presenza di nudi femminili sul palcoscenico. Fiorirono in quell’anno straordinari artisti come il fotografo di paesaggi infiniti Luigi Ghirri o il regista Carlo Quartucci. (…) Con l’aumento della disponibilità dei mezzi di produzione e del digitale, nacque anche la video art. In quegli anni registi come Alberto Grifi mescolavano cinema e impegno politico. Poco prima erano usciti film come Anna o Parco Lambro che avevano abbattuto barriere simboliche fortissime. Artisti come Piero Gilardi si dedicavano all’animazione culturale nelle strade e nelle piazze, mentre Gianfranco Baruchello faceva del lavoro agricolo un’attività artistica e Pablo Echaurren illustrava e pubblicava i fogli del Movimento. (…) Visti a distanza, l’eccezionalità e il fascino di questo breve periodo e del movimento sta nel come una quotidianità di festa e di gioia collettiva abbia potuto dispiegarsi nonostante il feroce attacco repressivo a cui era sottoposto da parte dei poteri armati dello Stato, con le sue violenze e le sue vittime, sempre assecondato dagli organi d’informazione ufficiali. È impressionante notare oggi l’abisso tra scritti e immagini nella stampa dell’epoca e il vissuto reale documentato da immagini come quelle di questo libro. /dal testo di Tano D’Amico) A ogni cambio di paradigma sociale corrisponde un nuovo modo di vedere o fissare le immagini nelle fotografie. Anche qui è appropriato il paragone con La Comune di Parigi. Allora come nel 1977 è come se, in un certo senso, le immagini sono state in grado di anticipare i fatti che esse stesse rappresentavano. Al tempo della Comune, Nadar, il pioniere di tutti i fotografi, partecipò attivamente alla rivolta ma stupisce che proprio lui non produsse alcuna fotografia degli avvenimenti salienti. Perché? Per il semplice fatto che era troppo intento a costruire relazioni con le altre persone, e parallelamente elaborare una forma innovativa dello sguardo, ovvero del modo di guardare agli altri e guardare se stessi. È per questo che invece degli eroi e i capipopolo i suoi modelli erano le persone comuni, gli amici con cui pranzava o beveva. Ognuno libero per la prima volta in modo inedito e inebriante di mostrarsi e rappresentarsi per come si sentiva senza pose o ostentazioni. Il suo è uno sguardo figlio dei pittori impressionisti, penso ai quadri di Éduard Manet nella sua Olympia o in Colazione sull’erba l’importante non è la bellezza di Venere o l’esibizione di status da parte di ricchi ma la maliziosa bellezza dell’amica o il piacere di un pasto tra sodali. Irrompe lo «sguardo degli affetti» nei ritratti fotografici di Nadar così come si ritrova nei volti delle persone che ho fissato per sempre nel 1977. Le mie fotografie sono in gran parte ritratti di persone, più che avvenimenti storici. Questo focus non sull’azione, le celebrità ma sulle persone comuni è un modo di vedere sovversivo per i tempi della Comune come per il racconto di un fatto storico politico e pubblico. Quando nelle fotografie non compaiono eroi, azioni epiche ma i sentimenti e le emozioni delle persone comuni la rottura è più evidente. Quando questa consapevolezza dell’importanza dei sentimenti diventa insopportabile per i poteri, purtroppo scorre il sangue. Questo è stato per la Comune ed è avvenuto per il Settantasette. IL SILENZIO (…) Gli scatti possono anticipare gli eventi, hanno questo potere incredibile di rivelare un’atmosfera, un momento storico e a ben guardare svelare qualcosa di quello che succederà dopo. Me ne rendo conto oggi, guardando dopo quaranta anni gli scatti di quegli anni. È un processo necessario mettere ordine e trovare, con la giusta distanza del tempo, un senso a quello che all’epoca sembrava solo un groviglio di azioni e reazioni di manifestanti e forze dell’ordine. Le fotografie ci aiutano a ricostruire un filo conduttore altrimenti difficile da cogliere. Mi viene in mente il gennaio del 1977 in cui non capitò niente. Io feci un viaggio molto triste che avrebbe dovuto mettermi in guardia su cosa sarebbe successo. Andai nelle fabbriche e nei compound a Torino, a Milano, a Porto Marghera e ovunque trovavo un silenzio innaturale. Per la prima volta nella mia vita entrando in fabbrica, negli spazi delle mense e del dopolavoro non ritrovavo il consueto ambiente vivace degli operai che si chiamavano da un tavolo all’altro, urlavano, scherzavano. Regnava un tale silenzio che rimanevo zitto anch’io. Rimasi colpito da un giovane che stava pranzando con un panino, davanti a un bicchiere di vino bianco, e gli chiesi con uno sguardo se potessi scattargli una fotografia. In silenzio lui, con un cenno, acconsentì. Nella stanza c’era una luce flebile, fioca, perciò usai dei tempi di esposizione molto lenti e, nonostante usassi delle macchine fotografiche silenziosissime, il silenzio intorno era tale da riuscire a sentire il rumore della tendina che scorreva sull’otturatore. Erano giorni di grande silenzio perché le persone che avevano già occupato le fabbriche e le case stavano riflettendo. Era un periodo di consapevolezza cercata, trovata anche. Tornai a Roma dopo un mese. Era il 1° febbraio e quando accesi la radio scoprii che la mattina, mentre si stava svolgendo un’assemblea del Comitato di Lotta contro la circolare Malfatti (che annullava la liberalizzazione di piani di studio), una squadra di fascisti del FUAN (organizzazione studentesca del MSI) era entrata nell’università armata di pistole, e aveva sparato in testa a un ragazzo, Guido Bellachioma. La mattina seguente andai all’università, tutti vi accorrevano benché non ci fossero delle radio né tanto meno internet a dare appuntamenti. C’era un sentire comune. Quella fu soltanto una delle aggressioni squadriste di quegli anni, ma segnò la nascita del Movimento. Il 2 febbraio ci furono delle raffiche di mitra in Piazza Indipendenza a Roma, con dei feriti gravi. LA ROTTURA (…) Nelle fotografie dei gruppi di attivisti del settantasette si trova facilmente traccia del passaggio da un proletariato in cui il senso di appartenenza a un’unica classe sociale era il collante a una moltitudine composita fatta di diversità e minoranze. Le foto delle manifestazioni di piazza restituiscono l’idea non tanto di un corpo sociale unico, ma di un emergere di tanti soggetti diversi e spesso distanti tra loro. Questo rendeva più sfumati e porosi i confini e i fronti dello scontro politico e non è casuale che proprio nel 1977 la violenza viene fatta deflagrare in modo ancora più potente rispetto agli anni precedenti. Quella quiete piena di tensione dell’inizio dell’anno a un certo punto è esplosa con un fragore impressionante proprio perché il silenzio nascondeva paure, preoccupazioni e il preciso intento da parte dei vertici dello Stato di stanare i movimenti in subbuglio per dare una definitiva «zampata» per cancellarli. Perché questo? Perché era massimo il rischio di contagio, di radicamento (e non radicalizzazione) di idee pericolose di cambiamento dello status quo. Se pensiamo a nazioni come il Cile di quegli anni scendevano in piazza i soldati per impedire un eventuale golpe e anche i soldati avevano un fazzoletto rosso. © 2017 Giunti Editore S.p.A./Bompiani   FONTE: IL MANIFESTO

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Quando la memoria non fa sconti https://www.micciacorta.it/2017/05/la-memoria-non-sconti/ https://www.micciacorta.it/2017/05/la-memoria-non-sconti/#respond Mon, 22 May 2017 17:08:51 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23333 Leggendo la nuova edizione di Miccia corta. Non si può che ascoltare ed entrare in punta di piedi, assieme all’autore, in una lunga marcia di riflessione

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E’ una memoria che non fa e non si fa sconti, quella che ci viene restituita  da Sergio Segio  in  Miccia Corta, non chiede e non vuole giustificazione, ma al contrario apre una finestra su un passato troppo velocemente e volutamente espunto dalla storia, ricordando meticolosamente e con precisione i fatti che determinarono quel  decennio, senza nessuno scarto di responsabilità,  ma analizzando lucidamente  i fatti e gli antefatti. Percorrendo la narrazione come se fosse un sentiero di montagna, appaiono le immagini della memoria, mai scolorite ma ancora vivide, dei compagni ammazzati dalle forze dell'ordine o dai fasci, li ritroviamo a uno a uno e di ognuno ricordiamo il nome, incontriamo le lacrime versate, i pugni chiusi alzati al cielo nel nostro dolore collettivo, ritroviamo il bisogno di rivoluzione di migliaia di giovani, i grandi ideali, le battaglie,  il sentimento, quello con la S maiuscola. Passo dopo passo, andando avanti, incappiamo nelle macerie dei nostri sogni, la dura sconfitta,  la repressione feroce dello stato, il dissolvimento in mille rivoli diversi di un movimento come mai più ce ne sarebbero stati. E’ un sentiero tutto in salita,  veloce, crudo nella sua emozionalità, che picchia sulle corde sensibili dei ricordi. Poi il cammino si fa molto più stretto,  apre la visuale sulle lande desolate e solitarie della carcerazione, della condanna non solo fisica ma anche della parola, dell’espressione. Non si può che ascoltare ed entrare in punta di piedi, assieme all’autore,  in una lunga marcia di riflessione. Questo testo è una memoria importante, anche se sicuramente farà storcere il naso a molti, ma pace per loro, perchè non si può condannare all’ergastolo anche la memoria, soprattutto se tale memoria è tutto fuorché l’esaltazione o l’apologia della violenza. E' una lettura che non chiude un capitolo, ma al contrario ne apre altri e non si può finire il libro senza porsi una sfilza di domande: sulle migliaia di arresti compiuti in quegli anni, sull’uso indiscriminato di pentiti/pseudopentiti/ecc, ma soprattutto sulla pratica della tortura e le carceri speciali. In uno stato, che ancora oggi non riesce a varare una Legge degna di essere chiamata tale sulla tortura, ma produce solo pastrocchi di difficile applicabilità, la prima domanda che sorge spontanea è proprio questa: quando e come questo stato aprirà i suoi armadi e tirerà finalmente fuori gli scheletri? Cos’è successo in quegli anni bui di carceri speciali e interrogatori “informali” condotti senza testimoni in luoghi spesso “appartati”? Chi controllava il controllore? Chi comandava quelle mani  che spararono alla schiena di compagni disarmati nelle manifestazioni? Domande che ancora oggi a 40 anni di distanza vogliono risposta. Un grande lavoro in questo libro, che ci lascia dentro domande ricordi e sentimenti, corredato di imperdibili foto e articoli d’epoca, riapre un capitolo di storia per troppo tempo nascosto e dimenticato. Un grande libro.        

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Miccia corta, la recensione di MilanoX https://www.micciacorta.it/2017/05/23330/ https://www.micciacorta.it/2017/05/23330/#respond Mon, 22 May 2017 12:52:17 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23330 Un testo importante per capire la storia di quegli anni, dalla speranza di dare fuoco alla prateria alla lucida disillusione

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Sergio Segio “Miccia Corta. Una storia di Prima linea” (Milieu, 2017) “Miccia Corta”, ristampato e aggiornato da Milieu, è un memoir di uno dei fondatori di Prima Linea, organizzazione armata attiva dalla metà degli anni settanta fino ai primi anni ottanta, di cui l’autore fu il principale dirigente e comandante militare. Impressiona la lucidità del racconto, che si apre rievocando le prime azioni violente, compiute nel milanese nei primi anni settanta nel contesto di un sindacalismo duro e senza sconti, fino alla decisione della lotta armata, un salto in avanti che per la vita dell’autore, ma anche per quella di altri – sia compagni d’armi che vittime della violenza – fu cruciale. Nella prima parte del racconto Sergio Segio ci cala nel clima dei suoi anni giovanili, vissuti con l’inquietudine di un possibile colpo di stato – erano gli anni della strategia della tensione, di bombe nelle piazze e sui vagoni, di violenze poliziesche, dello squadrismo foraggiato dalla massoneria filoatlantica – per poi fare un salto in avanti, fino al 1981, dieci anni dopo l’incipit. In quell’anno, fallito l’assalto al cielo, sganciatosi da Prima Linea, assieme a altri ex compagni in clandestinità appartenenti a altre organizzazioni, pianifica e realizza un’eclatante evasione di quattro prigioniere dal carcere di Rovigo. La scrittura di Segio, potente ma non retorica, ci rende partecipi dei suoi dubbi e delle speranze di liberare gli altri militanti politici incarcerati, nel momento in cui gli era ben chiaro che la strategia armata era fallita e di essere in un “cul de sac” da cui era impossibile uscire senza perdere anche la propria dignità e identità. Un testo importante per capire la storia di quegli anni, dalla speranza di dare fuoco alla prateria alla lucida disillusione, un classico da cui è stato tratto anche un film (“La prima linea” di Renato de Maria, 2010) da cui l’autore ha preso le distanze. La nuova edizione è ricca di documenti, contiene scatti d’epoca e una raccolta delle copertine di riviste militanti degli anni settanta: Potere operaio, Lotta Continua, Rosso, Abc, Senza tregua e altre. https://www.ibs.it/miccia-corta-storia-di-prima-libro-sergio-segio/e/9788898600656

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77. Contro il presente https://www.micciacorta.it/2017/04/23177/ https://www.micciacorta.it/2017/04/23177/#respond Wed, 05 Apr 2017 08:40:52 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23177 Speciale Il Manifesto. Il movimento del 1977, 40 anni dopo

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Speciale Il Manifesto. Il movimento del 1977, 40 anni dopo. Passare a «contropelo» il ’77 significa tornare al presente. Per liberarlo dal futuro che è stato e riaprire lo scarto con il possibile. Con gli stessi attrezzi di allora, quelli rubati dagli arsenali dei padroni: la vita e la sua riproduzione come terreno del conflitto, il reddito contro il lavoro, la cooperazione fuori dall’impresa, gli affetti sottratti al valore, il desiderio ben sopra la sua misura, la democrazia radicale e l’auto-governo contro i populismi. Nell'epoca neoliberale si afferma una libertà che coincide con il suo opposto: l'auto-sfruttamento. Dal movimento che ha annunciato il futuro gli antidoti alla «post-democrazia» e l’alternativa al lavoro compulsivo e iper-precario Il passato si fa nel presente. Sarebbe dovuta andare diversamente la rivoluzione che il ’77 ha annunciato. È il tempo verbale dell’epoca neoliberale: il condizionale passato, tempo del rimpianto, chiude il possibile che non è stato, ma resta comunque possibile, e rende ciò che siamo il risultato delle scelte sbagliate. È la logica del default e dell’impresa di sé, del fallimento della volontà e della colpa del debito, che misura successi e insuccessi sul capitale di vita investito, al momento giusto. Il ’77 apriva con un gesto d’azzardo: qui e ora sta il riscatto dei desideri, questa è la forma della libertà delle mani fuggite al lavoro di fabbrica. Aboliva il futuro per consegnarci il presente, per sempre. Settantasette. La rivoluzione che viene titolava un libro DeriveApprodi uscito in occasione del ventennale del movimento nel 1997, ancora non del tutto parassitato dagli effetti del neoliberismo. Quella rivoluzione persistente – prolungatasi fin dentro gli anni Ottanta, come segnalava la «Talpa del giovedì» pubblicata da Il manifesto il 26febbraio 1987 – che chiudeva il Novecento con la sua politica e le sue ciminiere, nella svolta linguistica della forza lavoro avrebbe trovato il modo di creare le istituzioni politiche e produttive del tempo nuovo? Nel rovesciare i soggetti, di mettere al mondo nuove forme di vita? Nel riprendere il lavoro, di continuare la strada per rifiutarlo? Così non pare sia andata: la punta più avanzata di un’esperienza di libertà collettivamente vissuta nell’Occidente finiva rincorsa e raggiunta sul suo stesso terreno, quello di un desiderio che sarebbe diventato merce e di una felicità collettiva destinata a pochi. Il sé imprenditore passava a prendersi le opere dell’autonomia e nella svolta bifida si imboccava il tornante sbagliato. Benvenuti nell’età dell’ambivalenza nella quale da allora restiamo. Il futuro tornava sdoppiato a produrre rimpianto per il lavoro sicuro e le istituzioni del buon governo e a consolare di soddisfazione i ritrovati individui, di nuovo padroni di sé. Le differenze immaginate e disegnate, dei generi e dei relativi valori d’uso, dei piaceri e dei corpi, entravano nella grande distribuzione insieme agli psicofarmaci. E l’affollato bar di «untorelli» del IV episodio di Guerre Stellari finiva regolato dall’Impero, o in mano allo Jedi di turno. I predicatori di morale, anche politica, oggi ammoniscono ex post che tutto era previsto: passata la misura tocca rientrare nel limite, unico antidoto alla fuga in avanti di un desiderio sfrenato finito in bocca al capitale. Il vizio sarebbe stato di fondo, persino in quel marxismo eretico italiano colpevole di badare al cervello sociale e non più alle mani callose, alle istituzioni del comune da inventare invece che a prendersi lo Stato. Quarant’anni dopo, passare a «contropelo» il ’77 significa tornare al presente. Per liberarlo dal futuro che è stato e riaprire lo scarto con il possibile. Con gli stessi attrezzi di allora, quelli rubati dagli arsenali dei padroni: la vita e la sua riproduzione come terreno del conflitto, il reddito contro il lavoro, la cooperazione fuori dall’impresa, gli affetti sottratti al valore, il desiderio ben sopra la sua misura, la democrazia radicale e l’auto-governo contro i populismi. Proprio perché è possibile leggere la cosiddetta politica dell’età «postdemocratica» nella quale abitiamo come l’effetto della controrivoluzione, sociale, culturale e politica, che ha preso il nome di neoliberismo, occorre tornare a prima che arrivasse il futuro, a quell’infanzia duratura che il ’77 ha per noi spalancato, per vivere il presente nelle opere dell’amicizia. SEGUI SUL MANIFESTO

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Una vita all’insegna del «noi» https://www.micciacorta.it/2016/03/21503/ https://www.micciacorta.it/2016/03/21503/#respond Wed, 16 Mar 2016 09:17:24 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21503 Dal Veneto povero e contadino a un marxismo eretico dove la classe operaia è la fonte dello sviluppo capitalistico. «Storia di un comunista» di Toni Negri. Un’autobiografia che lega percorso teorico e scelte politiche

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comunismo

Sarebbe riduttivo considerare Storia di un comunista (a cura di Girolamo De Michele, Ponte alle Grazie, pp. 608, euro 18) esclusivamente come l’autobiografia di Toni Negri. Certo, si può leggere come un’autobiografia e apparentemente si presenta proprio così: dall’infanzia nel Veneto al tempo della Seconda Guerra mondiale fino all’arresto del 7 aprile 1979. La storia di quegli anni, inoltre, si dipana – anche se non mancano incursioni del senno di poi, soprattutto di quelle categorie che Negri svilupperà appieno solo dopo gli anni Settanta – in ordine cronologico. Non si tratta soltanto di un’autobiografia perché, sia dal punto di vista del contenuto che da quello stilistico, è anche la storia di un’autobiografia che progressivamente perde ciò che la rende tale: il suo io narrante.

Da Hegel a Weber

Storia di un comunista è infatti un processo di soggettivazione che passa attraverso diverse fasi, lasciando poi – dal ’68 in poi – la narrazione a un «noi». È infatti il «noi» di una «generazione» che, come dichiarato nella premessa del libro, Negri prova a raccontare. Ma prima che l’io narrante possa diventare un noi, prima cioè che la storia vissuta in prima persona possa trasfigurarsi nella storia di una generazione di militanti, per buona parte del libro la narrazione dell’io privato e dell’io che si sofferma a riflettere sulle proprie vicende personali e sugli avvenimenti del mondo e della società che lo circondano si alterna con la narrazione in terza persona: un «Toni» che nel mondo di relazioni, di militanza, di studi che precedeva il decennio del lungo ’68 italiano vive ancora in una condizione di alienazione. Non che la militanza con la Giac (Gioventù italiana di Azione cattolica) o con il Partito socialista non siano fondamentali – come fondamentali sono nella sua formazione filosofica gli studi sull’Historismus tedesco, su Hegel e su Weber. Ma è solo a partire dal ’68 – dalle lotte che il ’68 inaugura – che l’io narrante non ha più bisogno di farsi rappresentare da Toni.

La scena originaria

Per comprendere tuttavia la svolta che il ’68 comporta, bisogna ripercorrere i passaggi che l’hanno preparata. Storia di un comunista, infatti, è sì il racconto di un vissuto personale e generazionale, ma la sua trama non è meno articolata e strutturata di un testo filosofico di Negri. Il pensiero filosofico non è soltanto quello che Toni apprende dalle sue letture e dai suoi maestri (Opocher, Chabod, Garin, Cantimori, Bobbio, tra gli altri) e che poi declinerà via via nei suoi scritti, ma è anche quello che si fa pensiero vivente, che sempre di più con il passare degli anni si incarna nella militanza e nelle lotte. Non è un caso che il primo capitolo s’intitoli Stato di natura: la scena originaria del pensiero politico moderno. Lo stato di natura dell’infanzia di Negri ha infatti i caratteri di quello hobbesiano: guerra, morte, paura della morte. Fin dalle primissime pagine il libro presenta il filo rosso che lo attraversa e ne scandisce i momenti: «la vita è una lotta, implacabile e feroce, contro la morte». Ebbene, il libro comincia con la vita che, nello stato di natura, soccombe allo strapotere della morte e, pertanto, chiede protezione. È da qui che la narrazione prende avvio ed è lungo questa linea che si sviluppa: da uno stato di minorità, subalternità e dipendenza alla possibilità di una «politica della vita» (sebbene entri nel suo lessico solo in seguito, il termine «biopolitica» ricorre frequentemente).

Filosofia in divenire

Quella che potrà affermarsi, tuttavia, non può essere la vita naturale, inevitabilmente soggetta alla morte e bisognosa di protezione, bensì una vita storica, il risultato cioè di un processo politico di soggettivazione. E nemmeno il «comune» potrà corrispondere alla comunità «naturale» dove Negri nasce – la famiglia innanzitutto, ma anche quel Veneto contadino, povero, cattolico e solidale. Certo, Negri afferma «di essere stato comunista prima che marxista», ma su questo senso comunitario va innestato Marx e un certo marxismo perché il comune da condizione naturale possa essere sviluppato nel senso della produzione. Comunismo dello stato di natura e vita naturale devono farsi storia e politica. Tale passaggio si sviluppa come un processo di cui ricerca filosofica ed esperienza vissuta compongono i momenti: l’Historismus tedesco insegna a Toni che soggetto e oggetto si compenetrano reciprocamente nel movimento della storia, Weber lo introduce a quella sintesi di sociologia e politica che lo porta – già come militante del cattolicesimo di base – a fare dell’inchiesta un metodo al contempo di conoscenza e di pratica politica, i viaggi estivi in autostop in giro per l’Europa gli aprono le prime vie di fuga dal provincialismo. La prima conversione è quella dal cattolicesimo militante alla laicità socialista (si iscrive al Psi), ma la vera svolta è rappresentata dall’esperienza del marxismo eretico dell’operaismo, quello di Quaderni rossi e Classe operaia.

Il rifiuto dello sfruttamento

La vita s’incarna nel lavoro vivo di cui la classe operaia – l’operaio massa della fabbrica fordista – è la soggettivazione e la storia si configura come lotta di classe: operai e capitale. Ma l’affermazione della vita in quanto punto di vista operaio non è sufficiente a rendere questa vita indipendente dalla morte; quella dialettica che nel conflitto di classe consente alla vita di riconoscersi come soggetto storico ne impedisce altrettanto l’affermazione autonoma: «Nella lotta operaia si sconfiggono la paura e la morte. La rottura fra il desiderio e la sua gabbia – la fabbrica, il comando, il profitto –, il rifiuto dello sfruttamento sono anche mettere la vita fuori da ogni tanatologia: la vita indipendente dalla morte. (…)Non c’era dialettica che potesse articolare queste conclusioni». È a quest’altezza della riflessione teorica e delle lotte inaugurate nel 1962 a Piazza Statuto che si pone la questione politica dell’organizzazione della classe operaia. Ed è qui che il fronte operaista si spacca – Negri vede nel sindacato, nel partito (il Pci), nello Stato un «potere fuori di sé» rispetto alla «potenza» del lavoro vivo. Nasce allora l’esperienza di Potere operaio e poi di Autonomia operaia: comincia il lungo ’68 italiano. Da questo momento in poi la narrazione si fa più serrata – la lotta del Petrolchimico di Porto Marghera da giugno ad agosto 1968 assume l’andamento della cronaca – ed è spesso un «noi» a parlare. Come un «noi» è quello delle riviste che si susseguono scandendo il ritmo delle lotte e della riflessione – e il loro compenetrarsi. L’appropriazione della prima persona (plurale) corrisponde alla declinazione del rifiuto del lavoro operaista in autovalorizzazione, che di lì a qualche anno prenderà il nome di «esodo». L’autovalorizzazione del lavoro vivo assume le fattezze dell’operaio sociale e il suo spazio d’azione diventa la metropoli (intanto, lo stesso Negri da Padova si trasferisce a Milano) – il Capitale a sua volta adegua la sua logica di sfruttamento alla «fabbrica sociale». Si imprime un’accelerazione vertiginosa nei processi di soggettivazione che – ecco comparire un’altra categoria che Negri elaborerà solo successivamente – cominciano a delineare una «moltitudine» che già si muove al di là della dialettica con lo Stato-nazione. Sono gli stessi anni in cui l’esperienza italiana comincia a tradursi in altri contesti (europei ma non solo) e in altre lingue e, al contempo, inizia ad assimilare quanto arriva da fuori (ad esempio, si avvia qui la ricezione del post-strutturalismo francese).

Il lavoro che verrà

E tuttavia, quel decennio è stato rubricato dalla storiografia ufficiale con la formula «anni di piombo»: lo scontro tra lo Stato e quella parte del movimento che si è fatto partito armato. È una logica dialettica che conclude tragicamente il lungo ’68. Beninteso, Negri questa storia la racconta. Ma lungo quelle stesse pagine, quelle sul ’77, Negri registra «la prima, decisiva apparizione di una nuova antropologia del lavoro: l’affermazione di una nuova forza lavoro socializzata e intellettualizzata» – il lavoro immateriale, cognitivo, affettivo, cooperativo, singolarizzato. Insomma, quella che sarà la forma predominante del lavoro vivo – la sua forma di vita – in epoca postfordista. Ed è questo processo di soggettivazione che si affaccia nelle lotte di quegli anni in Italia – e che oggi ancora cerca l’affermazione di una sua biopolitica – a continuare una storia che non finisce il 7 aprile 1979.

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Quegli anni Settanta cancellati da una memoria a senso unico https://www.micciacorta.it/2016/03/quegli-anni-settanta-cancellati-da-una-memoria-a-senso-unico/ https://www.micciacorta.it/2016/03/quegli-anni-settanta-cancellati-da-una-memoria-a-senso-unico/#comments Sat, 05 Mar 2016 08:14:55 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21440 «il pane, le rose ... e il Dom Perignon», la rivista «Rosso» nella voce di Chicco Funari per la serie ideata da Officine Multimediali «Storie operaie», un progetto che vuole restituire oggi una verità dimenticata

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77

Se  la trasmissione della memoria storica è un valore (ed è discutibile che lo sia), la generazione politica degli anni ’70 ha clamorosamente mancato l’obiettivo. Tonnellate di carta stampata (ma molto meno pellicola almeno qui) hanno restituito un’immagine distorta e a volte rovesciata della realtà in più punti. Del «decennio rosso» è stata puntualmente esaltata la seconda metà, in realtà una parabola discendente, a scapito della fase montante 1968-73, quella che ha rovesciato come un guanto, dal basso, l’Italia. Le Brigate rosse, realtà trascurabile e ininfluente nel ciclo montante del conflitto operaio e sociale, si sono affermate nel ricordo viziato dalla propaganda, come il logico coronamento del conflitto esploso alla fine dei ’60, un po’ come se il più aspro e prolungato conflitto sociale nell’occidente del dopoguerra fosse solo un prologo all’avventura brigatista, che ne ha invece rappresentato il sanguinoso e fragoroso e tuttavia mesto epilogo. La stessa operazione di sottile e spesso non inconsapevole falsificazione ha spinto a identificare «il 77» con l’anno di grazia 1977, dunque esclusivamente con i fatti di Roma e di Bologna, tagliando fuori le realtà in cui «il ’77» è arrivato prima, come a Milano nel 1976, o dopo, come a Torino nel 1979. Invece proprio in quelle metropoli operaie il ’77 si rivela in maniera più esplicita come l’insorgenza non solo di un (allora) nuovo movimento studentesco ma di una (tuttora) nuova composizione di classe, destinata a dilagare e a diventare norma nei decenni successivi. La rete offre una possibilità corposa di intervenire su quelle distorsioni della memoria, di solito non inconsapevoli ma mirate e permesse proprio da un controllo massiccio sui media che la rete permette di incrinare.

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Così la lunga intervista realizzata da Officine Multimediali e dal suo portavoce Maurizio «Gibo» Gibertini a Chicco Funaro sull’esperienza milanese della rivista Rosso e del gruppo di militanti che le si era sedimentato intorno permette di allargare e approfondire la visuale sul ’77 anche per chi di quegli anni non può avere alcuna esperienza diretta. Il titolo, il pane, le rose … e il Dom Perignon riassume, adoperando un esproprio di lusso ricordato da Funaro, uno scarto abissale tra Rosso la sinistra, anche rivoluzionaria, tradizionale. Rosso, in origine, era la rivista del Gruppo Gramsci di Milano: più sofisticata e colta della media delle pubblicazioni di movimento senza arrivare ai livelli spesso esoterici delle riviste più addottorate. Ma la vera esperienza di Rosso nasce nel ’74, quando l’area del Gramsci che aveva rifiutato l’adesione ad Avanguardia operaia si unì con alcuni militanti provenienti da Potere operaio, scioltosi l’anno prima, tra cui lo stesso Funaro. È lui a illustrare la parabola di una rivista e di un gruppo capaci nei tre o quattro anni successivi di dare vita a una serie di sperimentazioni estreme a tutti i livelli: sul fronte organizzativo con il rifiuto dell’organizzazione «partitica» che era allora propria di tutte le organizzazioni di sinistra, parlamentari e no; sul fronte della militanza attiva con una serie di azioni che allora erano vissute come scioccanti anche da una parte del movimento, come gli espropri dei generi di lusso nei supermercati; sul fronte teorico, con la scoperta di una nuova forza lavoro operaia svincolata dalla catena di montaggio, sparsa sul territorio, priva di garanzie anche minime, tale dunque da rapportarsi con l’intero tessuto metropolitano come i fratelli maggiori con la fabbrica.

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Con la scoperta e l’esaltazione del «diritto al lusso» al posto del pauperismo moralistico, con il rifiuto dell’organizzazione gerarchica a fronte della struttura massimamente rigida, con l’attenzione privilegiata alla nuova composizione di classe invece dell’ossessione per i ceti operai più tradizionali, Rosso, e l’intera Autonomia che si muoveva sulla stessa lunghezza d’onda, erano l’opposto delle Br. L’intervista a Funaro fa parte di una serie, Storie operaie organizzata da Officine Multimediali con l’obiettivo non solo di salvaguardare la memoria, ma anche di restituirne la verità sempre più dimenticata. Obiettivo ambizioso.

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Il pane, le rose… e il Dom Perignon | Conversazione con Chicco Funaro https://www.micciacorta.it/2016/02/il-pane-le-rose-e-il-dom-perignon-conversazione-con-chicco-funaro/ https://www.micciacorta.it/2016/02/il-pane-le-rose-e-il-dom-perignon-conversazione-con-chicco-funaro/#respond Wed, 03 Feb 2016 15:34:53 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21273 L'esperienza di Rosso, il gruppo politico e la rivista attiva negli anni Settanta, le lotte autonome, l'altro movimento operaio nel racconto di uno dei protagonisti, Chicco Funaro in un video di officinamultimediale

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Funaro

L'esperienza di Rosso, il gruppo politico e la rivista attiva negli anni Settanta, le lotte autonome, l'altro movimento operaio nel racconto di uno dei protagonisti, Chicco Funaro in un video di officinamultimediale https://www.youtube.com/watch?v=dWV2xfMZHQI Le guerre negano la memoria dissuadendoci dall’indagare sulle loro radici, finché non si è spenta la voce di chi può raccontarle. Allora ritornano, con un altro nome e un altro volto, a distruggere quel poco che avevano risparmiato. Carlos Ruiz Zafón

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Le Confessioni pericolose https://www.micciacorta.it/2016/02/le-confessioni-pericolose/ https://www.micciacorta.it/2016/02/le-confessioni-pericolose/#respond Mon, 01 Feb 2016 11:47:02 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21252 In occasione dell’uscita dell’autobiografia di Toni Negri (Storia di un comunista, Ponte alle Grazie, Milano 2015), che tante polemiche ha sollevato, abbiamo intervistato il curatore del volume Girolamo De Michele

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potere operaio

Intervista su “Storia di un comunista” di Toni Negri Marco Ambra: Lasciamo da parte l’acritica stroncatura di Simonetta Fiori su Repubblica, segno di un evidente fastidio provocato dalla lettura di questa autobiografia, alla quale peraltro lo stesso Negri ha replicato sine ira ac studio. Partiamo invece dal testo. Scorrendo le seicento pagine della vita di Toni Negri il lettore ha l’impressione di avere a che fare con una confessione, nel senso dato a questa categoria dalla filosofa Marìa Zambrano: la confessione è un genere letterario che sorge laddove l’autore intenzionato a raccontare la propria vita individui un conflitto di questa con la verità (La confessione come genere letterario, ed. it. Bruno Mondadori, Milano 2004). L’effetto principale di questo conflitto sarebbe l’emergere, nell’autore, dell’uscita dal senso di isolamento attraverso la comunicazione di questo conflitto. Ma per farlo l’autore della confessione deve farsi carico di lavoro faticoso, della produzione di un linguaggio in grado di raccontare. Come dice lo stesso Negri «il linguaggio bisogna reinventarlo, attraverso segni e parole che corrispondono ad altro, che indicano altro rispetto a quello che nella mia infanzia ancora mi dicevano» (p. 15). In che modo l’io narrante della vita di Toni Negri è riuscito a parlare questo nuovo linguaggio?Quale relazione ha questa esigenza con il suo essere un filosofo? E con il suo essere un militante? Girolamo De Michele: Consentimi solo un accenno alla recensione di Simonetta Fiori. Il 5 ottobre 2014, su «la Repubblica» la stessa signora si peritò di definire questo libro – che ancora non esisteva – “un’inopportuna agiografia” stroncando in effetti non il libro, ma la scheda di segnalazione editoriale che lo annunciava: stroncare un libro un anno prima che esso esista credo sia un record. Veniamo invece al testo. In effetti, il titolo di lavoro che ci ha accompagnato per quasi due anni era “Confessioni”, e se alla fine abbiamo optato per “Storia” è stato anche per i possibili fraintendimenti di questa parola polisemica, che noi intendevamo proprio come tu l’hai intesa – come del resto è detto nel libro. Il lavoro della confessione è stato faticoso, perché faticosa è stata la ricerca di sé da parte dell’io narrante, in atti che era faticoso attraversare – ma quando non lo è? Così, il giovane Toni oscilla fra un “io” che si cerca e una terza persona che è un po’ il suo io che gli si rappresenta davanti: se vuoi, un io che si scopre “un altro”. Solo quando troverà se stesso non come soggetto declinabile alla prima persona singolare, ma come collettivo, questo io avrà un proprio linguaggio, sempre declinato in “un grande noi collettivo” – come recitano gli appunti di lavoro sul manoscritto. En passant, che questo lavoro stilistico non sia stato colto da chi ha parlato di solipsismo o ego-biografia dimostra che mio fratello è figlio unico, perché non ha mai criticato un film prima di averlo visto: ma che te lo dico a fare? Quale poteva essere, il linguaggio di questa narrazione, se non quello filosofico? Essere filosofo non è per Negri un orpello o una spilletta sul bavero: Negri è filosofo perché lo è diventato, dunque la filosofia è uno strumento di lettura e interazione, sia critica che pratica, col mondo. Il che rende importante anche la narrazione del diventare-filosofo di Negri, dalle prime irrequietudini bruniane e spinoziste, al lungo attraversamento della grande filosofia tedesca, all’apprensione del doppio linguaggio – quello francese e quello tedesco – della filosofia. Ma al tempo stesso, il giovane filosofo in divenire è anche un militante, prima cattolico poi socialista – in anni nei quali questa forma di militanza significava sporcarsi le mani nella miseria contadina del profondo Veneto, nelle prime inchieste sulla società degli anni Cinquanta, nel mondo del lavoro, che peraltro il giovane Negri conosce sin dall’adolescenza, sia per le sue origini contadine, sia per il bisogno di pagarsi i viaggi in autostop con i quali entra in contatto col mondo. Sono tratti che determinano un carattere fatto di curiosità per il mondo, di lavoro continuo, di inquietudine, di un uso critico e non monumentale delle categorie filosofiche, che chi conosce il Negri attuale non fatica a ritrovare ancor oggi. Per concludere: non è casuale che il linguaggio, filosofico e militante, nel quale Negri trova infine se stesso sia un linguaggio diverso da quello degli inizi, degli anni Cinquanta: è il linguaggio di una filosofia e di una militanza intrecciate negli anni Sessanta, quando tutto cambia.   A. :L’autore ha deciso di raccontare la propria vita ripercorrendo l’intrico di avvenimenti, storie, esperienze personali, pratiche sociali che dall’orizzonte cupo della seconda guerra mondiale rinviano al “lungo ’68” italiano, fino al 1979, anno in cui Negri vieni arrestato. Lungo questa faglia critica si consuma l’esperienza dell’Autonomia operaia, il lento maturare della trasformazione dell’operaio-massa in operaio sociale, il postfordismo, l’emergere del lavoro cognitivo, la restaurazione neoliberista. Si tratta di un punto di vista interno al movimento e per questo di rilievo storiografico. In che senso Negri individua nel decennio ’68-’79 l’onda lunga del ’68 europeo (in particolare francese e tedesco)? D. M.: Il lungo Sessantotto italiano ha peculiarità proprie, attraverso le quali si attualizzano secondo una sorta di differenza italiana quelle potenzialità che erano esplose in altro modo a Parigi e Berlino, e secondo proprie differenti strade erano giunte a esaurimento – con modalità tragiche in Germania – mentre in Italia le lotte si allargavano. Le ragioni sono in quegli stessi processi che indichi nella domanda, e che sottendono il modello di sviluppo italiano, che parte da una generale arretratezza nel dopoguerra per giungere a produrre una vera e propria mutazione antropologica non solo nelle forme e nei rapporti di produzione, ma anche dei comportamenti, e addirittura nei corpi, della generazione degli anni Sessanta e Settanta. In secondo luogo, il biennio ’68-’69 non conosce, nonostante la Strage di Stato del 12 dicembre 1969, un punto arresto e di involuzione: in modi complessi, che nel libro cerchiamo di narrare sia dalla prospettiva del lungo periodo, sia da quella evenemenziale, più narrativa e coinvolgente, di alcuni singoli momenti di lotta, il movimento non solo non si ferma, ma avanza, conquista potere nelle fabbriche e nei quartieri, si dota di strumenti comunicativi originali ed efficaci, fino a porsi, all’interno delle lotte e nel contrasto con le nuove forme di produzione – segmentazione, parcellizzazione, fabbrica diffusa sul territorio – questioni che già preludono alla globalizzazione e alla produzione nell’epoca della finanziarizzazione dell’economia. A.: Le pagine che raccontano le origini di Potere Operaio e il fermento della prima metà degli anni ’60 appaiono lontane, per stile e ritmo, alle pagine dedicate all’Autonomia.Come se una nuova forma di vita imponesse all’io narrante un commiato e un’accelerazione dai vecchi giochi linguistici della sinistra partitica, dal riformismo socialista e dal paradigma keynesiano. Fra i primi ad intuire questa svolta ci fu sicuramente Raniero Panzieri e il gruppo dei Quaderni rossi. Quali furono i limiti di quella esperienza? Cosa produce nella narrazione di Negri il senso di quella accelerazione? D. M.: Come già detto, il Negri dei primi anni Sessanta che partecipa, ultimo arrivato e un po’ intimidito e sulla difensiva, alle riunioni dei “Quaderni Rossi” non è lo stesso Negri degli anni Settanta, della metropoli milanese, di “Rosso” e dell’autonomia diffusa. A dispetto della cronologia che vuole questi periodi vicini, la radicalità degli stili di vita e di militanza degli anni milanesi sembra davvero un’altra epoca. Di conseguenza doveva trovare un linguaggio adeguato, più rapido e frenetico rispetto all’alternanza fra i febbrili viaggi in autostop e la quiete padovana: ma ti assicuro che questo mutamento della narrazione è venuto da sé, prodotto dall’oggetto della narrazione. Quali i limiti dell’esperienza dei “Quaderni Rossi”? Retrospettivamente, io più che di limiti parlerei di una potenza di essere che esprime tutto quel che può. Panzieri e i “Quaderni” hanno rappresentato un momento di rottura formidabile, un coagulo di soggettività e intelligenze di prim’ordine, che è stato per un certo periodo nutrito delle diverse tendenze – quella più “sociologica”, quella più “militante” – che nei “Quaderni” hanno convissuto fin quando è stato possibile. Poi l’accelerazione impressa dalle lotte ha determinato la necessità di una nuova fase – quella di “Classe Operaia”, ma anche del germinare dei circoli di Potere Operaio, nella quale la produzione teorica era ancor più stretta attorno alle pratiche di lotta. Succederà lo stesso anche con “Classe Operaia” e Potop: ogni esperienza, pratica o teorica, giunge prima o poi al proprio limite, e richiede una rottura con le proprie radici, un salto in avanti. A.:Riprendendo i suoi anni da assistente di Filosofia del diritto a Padova, Negri ricorda le proprie conversazioni con Carlo Diano a proposito della «storia segreta della filosofia che viveva in parallelo nella nostra antropologia» (p. 144), di quella tensione insolubile tra forma ed evento, tra passione e ragione all’interno della quale la storia del pensiero si rinnova. La storia della filosofia è per Negri sempre doppia, sempre abitata da questa tensione antagonista, mai riducibile a nessuna dialettica. Contro la lettura di Marx che riporta la soggettivazione della forza lavoro all’uno del politico (il partito, il movimento, la sinistra) Negri si dichiara «agostiniano» (pp. 516-517), interprete di una storia come terreno frastagliato, campo di lotta fra l’agire umano e le forze collettive. In che modo questa posizione del suo io teoretico ha influito sul suo modo di affrontare l’esperienza politica? Perché Negri si distinse da quegli «scolastici» (Tronti, Cacciari e in parte lo stesso Panzieri) che preferirono riportare l’analisi del lavoro vivo all’interno del capitale, attraverso la rievocazione dell’autonomia del politico e del primato della sovranità? D. M.: La pagina in cui, pur con le giuste critiche, Negri ricorda ciò che ha imparato alla scuola di Diano è davvero importante: riguardandola all’indietro, è lì, prima ancora che nel confronto con i testi, nelle polemiche con Cacciari e il suo pensiero negativo, che Negri impara qualcosa di fondamentale che ritroverà poi in Nietzsche, e che costituirà un vaccino preventivo contro le illusioni della dialettica, del continuismo, della bella totalità. Cacciari e Tronti – io terrei da parte Panzieri, anche per riconoscergli l’onestà intellettuale – hanno elaborato costruzioni teoriche sofisticate e complesse, ma il cui scopo era, alla fin fine, giustificare la loro incapacità di uscire dall’ombra del Padre, di rompere con la Casa Madre, con quella sorta di grande Altro che era per loro il Partito (dal quale, peraltro, Tronti non si era mai separato). Nel caso di Tronti, si assiste al paradosso di un pensatore che ha prodotto Operai e capitale, un libro formidabile, il più importante non per una fase, ma per una generazione, per poi passare il resto della sua vita in preda a una specie di senso di colpa per aver nominato – senza praticarlo davvero – il parricidio. Il suo nome nella lista dei senatori cattodem contrari alla legge sulle unioni civili è la logica conseguenza delle sue derive misticheggianti, che vanno a braccetto con l’autonomia del politico – il che non vuol dire che non si provi una immensa pena per l’uomo, nel vederlo in quella compagnia malvagia e scempia. att_343268 La polemica, che Negri rende giocando con le categorie della teologia politica così cara ai due teorici dell’autonomia del politico, era in realtà serissima, e aveva come posta la differenza fra l’intellettuale che ha la radicale ambizione di produrre, pensando con la propria testa, giochi di verità, e l’uomo di partito che si lascia imporre quella posizione profetica che consiste nel dire: ecco quello che bisogna fare, che è beninteso semplicemente quello di aderire al PCI, di fare come il PCI, di essere con il PCI o di votar per il PCI. Quello che il PCI domandava all’intellettuale era di essere l’anello di trasmissione di imperativi intellettuali, morali e politici utili al partito. Sto volutamente usando le parole con le quali Foucault rispose alle falsificazioni che Cacciari disse – o forse fu mandato a dire – contro di lui (e Deleuze-Guattari) nel 1978, e la cui attualità mi sembra ancor oggi innegabile. Ma all’epoca non era solo una questione di giochi di verità contro menzogne di partito, o di chi fosse il vero interprete di Nietzsche: era anche una questione di differenza fra l’autonomia e il servaggio di partito, e fra gli stili di vita e le pratiche militanti che questa differenza comportava. A.: Credi che oggi sia possibile rovesciare, se è tale, l’egemonia degli «scolastici» nel dibattito mainstream su cosa ci sia a sinistra del PD? D. M.: Ciò che c’è a sinistra del PD è spesso difficile da determinare, visto che il PD non cessa di spostarsi sempre più a destra, facendo diventare topologicamente sinistri anche personaggi come Cuperlo e Fassina. Ma non so se il reiterato tentativo di creare un partito o partitino o gruppetto, l’incapacità di pensare al di fuori della forma-partito, e anche della forma-Stato (sia pure in negativo) facendo di questi oggetti dei trascendentali, derivi da una capacità teorica all’altezza del Tronti vintage: la facilità con la quale si scivola sinistramente verso un antieuropeismo a prescindere senza chiedersi cosa significa sedersi, a volte non solo metaforicamente, allo stesso tavolo con i vari Fusaro, Bagnai, Borghi mi sembra eloquente. Insomma, non c’è bisogno di passare per Tronti o Cacciari per scoprirsi togliattiani del terzo millennio, e saltellare ripetendo “tattica, compagni, tattica!”, come il Clarinetto di 1984. Essere a sinistra non ha a che fare con la topografia parlamentare, ma con la capacità di costruzione di resistenze, di coalizioni fra soggetti in lotta, di tumulti – costruzione alla quale, con i miei limiti e con grande modestia, io cerco di partecipare. Rispetto a ciò, in questa Storia di un comunista a noi sembra di aver detto e illustrato qualcosa di utile per quelli che oggi lottano e si ribellano: starà a loro, se lo credono, farne buon uso, e provare a far di meglio. Se accadesse, ne saremmo felici.

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Toni Negri

Storia di un comunista: leggendo questa autobiografia di Toni Negri non sorprende il silenzio che ha accompagnato la sua uscita e la qualità delle poche recensioni apparse finora. Torna il refrain del cattivo maestro al quale non si perdona l’internità alle lotte operaie degli anni Sessanta e soprattutto a quelle degli anni Settanta ad opera delle bande autonome di “giovani perduti dietro un folle velleitarismo” [Simonetta Fiori, Repubblica 05-01-2016]. Sul senso di questa internità soprassiede tranquillamente anche Gad Lerner interessato ad attribuire la paternità di quelle bande per l’appunto al cattivo maestro (la “sua” creatura movimentista, quella in cui maggiormente si riconosce dal suo Blob 05-01-2016). Se così stanno le cose, la censura ha ben altra motivazione che il mero imbarazzo che a suo tempo avrebbe provato il Pci a fronteggiare l’eresia del pensiero negriano. Quand’è che l’eresia non può essere contenuta? Evidentemente quando essa trova il suo inveramento in un’effettiva politica di liberazione. Se il ripiegamento sull’autonomia del politico ha salvato Tronti, il padre dell’operaismo, dalla demonizzazione picista, la fedeltà a quell’impianto teorico e la ricerca di una sua verifica pratica direttamente nella lotta di classe operaia hanno inchiodato Negri alla condizione di chi ha subito una messa al bando che si vuole perpetuo. E infatti nel linguaggio della gran parte di questi recensori Negri resta un bandito, anzi il bandito. Ma l’Autore avrebbe dovuto aspettarselo visto che la sua storia vuole essere quella di un comunista. È di questa eresia comunista che vorrei parlare.

Personalmente scelgo le mie letture sulla base di taluni criteri personalissimi, in particolare sul fatto che leggendo devo sentire che quelle pagine sono state scritte per me e che per questo motivo mi desiderano. Sto rovesciando ovviamente una tesi di Barthes pensata per la scrittura, ma tant’è. Partirei allora dalla Terza Parte, da quei “dieci anni di ’68” che io ho vissuto in gioia e spensieratezza militando nel movimento studentesco e in Potere operaio prima, nell’Autonomia operaia dopo. Il passato si nasconde ma è presente, dice da qualche parte Malamud e ha ragione a condizione però che si sia vissuto quel passato in possessione felicitatis. Da dove altrimenti avremmo ripescato allora l’idea di comunismo? È questa banale verità che i nostri recensori non capiranno mai. Negri ha ricostruito quel passato, di Potere operaio e dell’Autonomia, con la puntigliosità dello storico indiziario avvalendosi di una memoria formidabile ma soprattutto della documentazione scritta prodotta dalle due organizzazioni. Nelle cronache delle lotte in fabbrica e sul territorio metropolitano di quel decennio cerca la conferma ora della estraneità dell’operaio massa al regime di fabbrica, ora dell’irriducibilità dell’operaio sociale al rapporto di capitale perché il dispositivo operaista va provato nelle lotte, sempre. Così il militante e il professore, dopo il lungo tirocinio sotto la guida esperta del Comitato operaio di Marghera durante gli anni sessanta, finiscono per confondersi proprio dopo il ’68. L’autobiografia esalta questa confusione di ruoli e questo è il motivo per cui tutti quelli che mal digeriscono una siffatta indistinzione, accusano l’Autore di aver dimenticato tutto il resto perché troppo preso a raccontare il suo assalto al cielo. Potere_operaioInsomma Negri nel raccontarsi avrebbe dovuto quanto meno smorzare l’enfasi sulle lotte autonome e parlare delle fabbriche in rivolta come solo il sindacalista sa fare, svuotandole della presenza viva degli operai. L’autobiografia sarebbe quindi un ego-biografia che dimentica la Storia, ovviamente quella dei padroni e dei suoi scherani.

Stando così le cose, non dobbiamo meravigliarci se la produzione teorica del professore segue il ritmo delle lotte del militante. Già l’apprendistato cattolico nella GIAC nei primissimi anni ’50 vuole essere unritorno al cristianesimo vivente, a una pratica di verità in rotta di collisione con la gerarchia ecclesiastica collusa con i poteri forti e nemica dei poveri. L’eresia negriana nasce da qui, esattamente dall’impatto con la miseria dei contadini della Bassa veneta e dalle primissime inchieste nelle bidonville padovane: la verità si poteva testimoniare solo trasformandosi in un essere collettivo, umano, in un comune anch’esso in rivolta! Che “comune” sia nome di oggi e non di ieri torna utile a Negri per sottolineare una costante della sua eresia, vale a dire l’idea dell’essere come potenza: ieri contro una verità di fede, quella del Dio trascendente e nascosto all’uomo, oggi contro una verità di fatto che ci vuole tutti appaesati alla ragione neoliberista. Ma questa prima redazione dell’ontologia dal forte sapore dolciniano è solo la premessa a una seconda eresia diretta questa volta contro le verità proposte dall’altra chiesa presente in campo, anch’essa con pretese ecumeniche: il Pci. È il secondo Partito comunista per numero di iscritti in Europa, dopo quello sovietico. La cultura della sinistra più o meno comunista penetra in ogni ambiente: il PCI fa cultura, cinema, movimento, costruisce élite importanti che si muovono in ogni settore della società. Era difficile, se si era giovani e intelligenti, non stare col PCI. Negri non entra nel Partito. Era abbastanza weberiano, ci ricorda, per farlo. Gli preferisce un partito più leggero e sicuramente più laico, il PSI, il meno peggio fra le forze politiche presenti sulla piazza. E poi cosa centrava il Lukács di Storia e coscienza di classe con Croce e i crociani convertiti all’ultima ora? Neppure Gramsci, diventato nel frattempo il padre della nuova Chiesa, viene preso in considerazione. A entrambi Negri aveva preferito lo storicismo tedesco estraneo al culto togliattiano della continuità. Ma come sempre accade per le eresie degne di questo nome, è la “scelta” di leggere il pensiero del padre fondatore in un determinato modo a fare la differenza. Negri legge il Capitale in modo trontiano, vale a dire politicamente orientato. E infatti il confronto è agli inizi degli anni Sessanta con la conricerca e le lotte dei chimici di Marghera. Lì dentro c’è tutto Marx versione trontiana, a partire da quel laboratorio della produzione squadernato reparto per reparto, linea per linea nel mentre la forza lavoro che si fa classe rivoluzionaria con la lotta. Al Pci di questa lettura risulta inaccettabile proprio questa produzione di soggettività che minaccia di sottrargli la “direzione politica” (concetto caro a Togliatti) della classe operaia nella lunga marcia verso il socialismo e di gettare un’ombra sui fondamenti della stessa linea politica ispirata fin dalla svolta di Salerno alla difesa dello status quo. Ma il problema non è solo di linea politica; se il gruppo dirigente del partito può perseguirla con ostentazione e senza vergogna, è perché le sue élite intellettuali lavorano alacremente per legittimarla. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta a mobilitarsi in prima persona sono i filosofi del partito, in particolare quelli di scuola storicista, convinti assertori non solo della storia come progresso ma del primato in esso delle classi lavoratrici purché a sostenerle sia un adeguato livello di coscienza mentre la concreta azione rivoluzionaria volta a negare dialetticamente il carattere privato del profitto – come si esprime con eleganza Badaloni – è consegnata per intero al Partito. È il motivo per cui non solo per questi filosofi il tema della produzione della soggettività, del farsi della classe operaia, non esiste come problema, ma quando esso è sollevato per la prima volta dalla scuola operaista, la levata di scudi è immediata e la reazione virulenta.

L’ipotesi che avanzo per darmi una ragione dell’accoglienza riservata a questa importante autobiografia di Negri è che la posta in gioco reale sia proprio la figura del filosofo Negri, più esattamente la sua proposta oggi di un’ontologia materialista. Essa è annunciata nell’autobiografia: «L’essere è potenza. L’essere si rappresenta come tensione – espansività assoluta e perciò, in quanto assoluta, creativa, aperta a una potenza che si confonde nel divino»: così comincia la prima redazione dell’ontologia del giovane Toni.

Ancora durante gli anni Settanta essa resta in fieri, allusa nel gioco a rimpiattino delle due composizione ma imposta alla riflessione dalla radicalità delle lotte promosse da un soggetto ancora difficile da decifrare. Saranno il carcere e la sconfitta dei movimenti, la controrivoluzione neoliberista, l’esilio e l’incontro con la filosofia francese a permettere la sua maturazione. Di questa ontologia che arriverà a maturazione negli anni Novanta sottolineo solo un aspetto a mio parere importante anche per capire l’isteria che la Storia di un comunista ha sollevato tra i suoi detrattori. Mi riferisco al rinnovato bisogno di verità di cui si fa portatrice quandola verità è fatta sparire dalle bugie del potere. In questa pretesa di verità ciò che fa scandalo è che Negri intende cercarla ancora nelle lotte e nelle rivolte degli sfruttati.

L’autobiografia di Negri ci racconta la sua storia e quella delle lotte dell’altro movimento operaio fino agli anni Settanta ma questa storia, mi piace citare J. Roth, è del resto così singolare che solo la vita stessa avrebbe potuto inventarla.

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