afroamericani – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Wed, 17 Jun 2020 10:21:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Alle radici dell’aumento delle violenze razziste delle polizie https://www.micciacorta.it/2020/06/alle-radici-dellaumento-delle-violenze-razziste-delle-polizie/ https://www.micciacorta.it/2020/06/alle-radici-dellaumento-delle-violenze-razziste-delle-polizie/#respond Wed, 17 Jun 2020 10:21:02 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26168 Da oltre due decenni si assiste a una continua riproduzione di violenze razziste e persino assassinii da parte di agenti delle polizie. L'aumento della criminalizzazione molto spesso razzialmente connotata è fenomeno comune a tutti i paesi

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Da oltre due decenni si assiste a una continua riproduzione di violenze razziste e persino assassinii da parte di agenti delle polizie[i]. Non è casuale che questi fatti siano particolarmente frequenti negli Stati Uniti ma anche nelle banlieues francesi, in Inghilterra e sebbene con meno frequenza anche in Italia, Spagna, Belgio e laddove la presenza di neri, ispanici, nordafricani e immigrati di diverse origini si configura come oggetto di violenza del dominio liberista neocoloniale. Questa escalation delle violenze poliziesche è la conseguenza di un processo di militarizzazione della polizia statunitense che comincia come reazione ai movimenti per i diritti civili, poi, ancora di più nella strategia di counterinsurgency sviluppata negli anni 60 e 70 perneutralizzare il Black Power movement e continua con la Revolution in Military Affairs (RMA) lanciata nel periodo di Reagan[ii]. Questa “rivoluzione” è la traduzione di quella liberista che ha instaurato la conversione militare del poliziesco e quella poliziesca del militare, il continuum fra le guerre permanenti su scala mondiale e la guerra sicuritaria all’interno di ogni paese. Da allora c’è stata una gigantesca recrudescenza dell’azione repressiva delle polizie con modalità da guerra contro immigrati, marginali, manifestanti e in generale oppositori al trionfo liberista (da Seattle al G8 di Genova e poi ancora sino alle mobilitazioni contro i summit del G7 o G20 così come contro le grandi opere vedi in Italia casi TAV, TAP ecc.). Alcuni osservatori e ricercatori hanno provato a spiegare la recrudescenza di violenze razziste negli Stati Uniti con la deriva che ha caratterizzato la cosiddetta guerra allo spaccio di droghe (tesi in parte alimentata anche da alcune serie tv fra le quali The Wire[iii]). Questa spiegazione appare assai parziale e in definitiva insoddisfacente anche perché non tutti i controlli di polizia connotati da razzismo e che hanno avuto esito mortale per i controllati sono connessi alla repressione dello spaccio. Anzi, in questa “categoria” dell’azione di polizia ci sono meno vittime perché lo scopo è soprattutto quello di tenere sotto controllo la diffusione delle droghe e anche perché diversi agenti finiscono per essere corrotti e complici di parte degli spacciatori se non addirittura fornitori di questi (sul totale detenuti in tutte le carceri statunitensi solo il 20% è accusato di reati per droga, nella maggioranza dei casi piccoli spacciatori recidivi). Un’altra lettura è quella che interpreta la perpetuazione delle violenze razziste come ascesa del suprematismo bianco, ossia volontà dei bianchi di riaffermare il loro dominio senza limiti di alcuna sorta; insomma una sorta di radicalizzazione simmetrica rispetto a quella attribuita ai pseudo-islamisti o dovuta alla paura dei bianchi di soccombere difronte alla diffusione della presenza nera, ispanica e immigrata in generale. Non deve stupire che l’accanimento repressivo razzista sia comune sia a poliziotti bianchi sia a poliziotti neri o ispanici; infatti, gli operatori di polizia di origine “etnica” funzionano come una sorta di gurkha (i nepalesi usati dagli inglesi per massacrare le etnie più refrattarie alla colonizzazione, così come i nordafricani assoldati dalle truppe coloniali francesi in Senegal e in Algeria). In altre parole il poliziotto nero o ispanico finisce per interiorizzare totalmente l’ideologia, gli atteggiamenti e comportamenti dei bianchi, e vuol anche dimostrare a questi una solerzia razzista per dar prova della sua dedizione alla causa bianca e per meritare plauso e odia i soggetti classificati come devianti perché ha il loto stesso colore di pelle che disprezza appunto perché alienato. Un’altra possibile lettura vede nella diffusione della violenza razzista il supporto alla volontà di assoggettare il nero e in genere l’altro alla condizione di inferiorizzazione; ne consegue che la criminalizzazione razzista appare funzionale al neocolonialismo, notoriamente per ciò che riguarda la riduzione degli immigrati in condizioni di neo-schiavitù[iv]. Questo processo s’è palesemente configurato proprio a seguito dello sviluppo liberista che è anche e appunto massimizzazione del profitto attraverso la riduzione o l’annullamento di ogni sorta di diritto da parte del subalterno. Contro l’apparente paradosso questo liberismo che punta al “meno stato più mercato” rafforza invece lo stato e i suoi apparati militari e di polizia perché sono utili al dominio del privato (con le guerre permanenti che difendono gli interessi e la libertà di agire delle multinazionali e delle diverse lobby e con le guerre sicuritarie all’interno di ogni paese per imporre sia il disciplinamento sociale “postmoderno” sia la neo-schiavizzazione degli “altri” (compresa una parte di nazionali senza alcuna protezione -vedi braccianti o manovali ecc.). E’ qui che sta una delle principali spiegazioni dell’escalation delle violenze poliziesche sin dalla RMA. Nelle polizie di tutti i paesi e in particolare di quelli NATO è stato imposto un reclutamento riservato solo a giovani che hanno svolto il servizio militare in missioni di guerre permanenti; inoltre, tutte queste polizie sono state dotate di dispositivi, mezzi, risorse e addestramento che appunto è di tipo militare-poliziesco[v]. Un esempio di questo, sebbene non ancora del tutto “compiuto”, lo si è potuto osservare al G8 di Genova e ancora nelle modalità operative della polizia francese contro i gilets gialli. Si tratta qui di una modalità che è anche alquanto simile a quella in uso da parte israeliana contro i Palestinesi (per esempio fare tanti feriti anche gravi e ogni tanto ammazzarne qualcuno). Nel caso della polizia francese il riadattamento di quella che era la polizia coloniale in uso durante la guerra d’Algeria anche a Parigi ha portato alla proliferazione dei BAC (Brigade Anti Criminalité) che si sono scatenate nelle banlieues (vedi Rigouste[vi]). Come segnala Antonio Mazzeo[vii]: “Le immagini di Minneapolis sono del tutto identiche a quelle che vengono registrate quotidianamente a Gerusalemme, West Bank, Gaza, Golan, Libano, ecc., dove impunemente operano le forze di polizia e i militari israeliani nel “contenimento” delle proteste e nella repressione di ogni forma di opposizione alla violenza strutturale del regime sionista di occupazione. La rassomiglianza dei corpi schiacciati sotto scarponi, pistole e mimetiche non è casuale, purtroppo. Si tratta infatti di tecniche d’intervento apprese negli stessi centri di “formazione” dagli stessi “addestratori”: le scuole di polizia e delle forze armate dello Stato d’Israele e le innumerevoli agenzie-aziende private sorte ovunque con investimenti e personale-veterano provenienti dal complesso militare-industriale israeliano… “La polizia nazionale, i militari e i servizi d’intelligence israeliani hanno addestrato la Polizia di Baltimora al controllo della folla, all’uso della forza e alla sorveglianza”, lo scriveva Amnesty International. “Gli ufficiali e gli agenti di polizia di Baltimora, insieme a centinaia di altri provenienti dalla Florida, dal New Jersey, dalla Pennsylvania, dalla California, dal Connecticut, da New York, dal Massachusetts, dal North Carolina, dalla Georgia, dallo Stato di Washington così come la polizia della capitale, si sono recati in Israele per attività addestrative. Migliaia di altri poliziotti sono stati addestrati da ufficiali israeliani negli Stati Uniti. Molti di questi viaggi sono stati finanziati con fondi pubblici mentre altri da privati. A partire del 2002, l’Anti-Defamation League, l’American Jewish Committee’s Project Interchange e il Jewish Institute for National Security Affairs hanno pagato la formazione in Israele e nei Territori occupati dei capi della polizia e dei sottoposti. Amnesty International, altre organizzazioni dei diritti umani e lo stesso Dipartimento di Stato hanno citato la polizia israeliana per aver eseguito esecuzioni extragiudiziarie e altri omicidi illegali, utilizzato trattamenti disumani e la tortura (anche contro bambini), soppresso la libertà di espressione ed associazione ed ecceduto nell’uso della forza contro pacifici manifestanti” (vedi in nota link alle fonti[viii]). La cooperazione poliziesca con Israele per l’addestramento alla “gestione dell’ordine pubblico” di unità d’élite e di polizia coinvolge anche numerosi paesi latinoamericani fra i quali il Brasile, il Cile e la Colombia. L’Italia è anche essa uno storico partner politico-strategico d’Israele fra l’altro per i mini-droni e sofisticate tecnologie di videosorveglianza, di intelligence e informatiche, tutti prodotti nei distretti industriali e accademici israeliani. Fra Italia e Israele esiste un Accordo in materia di pubblica sicurezza, sottoscritto a Roma il 2 dicembre 2013 e ratificato dalle Camere con voto bipartisan il 19 maggio 2017; esso copre un ampio spettro di attività di interscambio e collaborazione tra le forze di polizia dei due stati. Da notare che questo accordo dovrebbe riguardare anche la lotta alla criminalità, aspetto assai imbarazzante visto che il capo del governo Netanyahu è sospettato anche in Francia di attività della mafia israeliana (vedi vari reportage di Médiapart[ix]). Come segnala bene Mairav Zonszein il legame fra le pratiche delle polizie dei paesi NATO e l’addestramento israeliano conferma anche il carattere neocoloniale di tali pratiche[x]. Nella riedizione del suo libro sulla polizia negli Stati Uniti (Our Enemies in Blue), Kristian Williams mostra che “la brutalità della polizia non è un’anomalia, ma è incorporata nel significato stesso che hanno le forze dell’ordine negli Stati Uniti. Dagli schiavi di due secoli fa ai giovani disarmati di oggi che vengono fucilati per le strade, i peace keepers hanno sempre usato la forza per modellare il comportamento, reprimere il dissenso e difendere i potenti”[xi]. Secondo un altro ricercatore statunitense, Alex S. Vitale: “Il problema non sta nell’addestramento, nella diversificazione o nei metodi, sta nella natura della stessa polizia moderna. Le pratiche derivanti dalla pseudo-teoria delle “finestre rotte”, la militarizzazione delle forze dell’ordine e la drammatica espansione del ruolo della polizia negli ultimi quarant’anni hanno creato un mandato per gli ufficiali che deve essere abolito[xii]. In questo libro come in quello di Franklyn Zimring, di Kristian Williams e di Mattew Horace emerge una descrizione delle polizie statunitensi che ne fa dei corpi di abbrutiti, ignoranti, capaci solo di accanirsi sui deboli e marginali, ma anche ben reverenti nei confronti delle persone considerate perbene e dei loro illegalismi. Insomma delle polizie che anziché assicurare tutela ai più deboli li perseguita in nome di un ordine economico e sociale che è quello liberista statunitense[xiii]. Qualified immunity cioè la garanzia dell’impunità del libero arbitrio poliziesco Un aspetto emblematico riguarda la cosiddetta “immunità qualificata” concessa alle forze di polizia nel 1967 dalla Corte Suprema degli Stati Uniti[xiv]. In base a questa norma la polizia non può essere perseguita se dimostra “buona fede” nel violare un diritto garantito. Quindici anni dopo, la Corte Suprema decise che spetta alla vittima dimostrare le violazioni della polizia. Ovviamente tale possibilità è spesso inesistente tranne nei rari casi recenti in cui qualche testimone riesca a filmare la scena come è successo per l’assassinio di George Floyd e in qualche altro caso. Ma nella stragrande maggioranza dei casi non ci sono testimoni o se ci sono non riescono a raccogliere prove anche perché spesso minacciati da agenti di polizia o per paura di ritorsioni da parte di questi (vedi i racconti degli autori prima citati). Anche laddove non c’è l’“immunità qualificata”, l’impunità delle polizie è di fatto garantita per la stessa asimmetria totale che c’è fra la vittima e le polizie rispetto al procedimento giudiziario[xv] (si pensi ai diversi casi noti in Italia come in Francia e altrove[xvi]). E l’impunità favorisce lo scivolamento della discrezionalità verso il libero arbitrio e persino la tortura e l’assassinio. Dalla culla alla prigione. L’aumento vertiginoso della criminalizzazione e immancabilmente degli abusi. La proliferazione gigantesca delle brutalità della polizia corrisponde all’aumento vertiginoso della criminalizzazione persino dei bambini che si registra proprio dal 1990 negli Stati Uniti e praticamente in tutti i paesi del mondo[xvii]. Il sistema giudiziario americano tiene in carcere quasi 2,3 milioni di persone in 1.833 prigioni statali, 110 carceri federali, 1.772 strutture di correzione minorile, 3.134 carceri locali, 218 strutture di detenzione per immigrazione e 80 carceri di nativi, nonché in prigioni militari, centri di impegno civile, stato ospedali psichiatrici e prigioni nei territori degli Stati Uniti[xviii]. Negli anni Novanta si è arrivati a oltrepassare i 15 milioni di arresti in un solo anno[xix]; nonostante il calo corrispondente anche alla netta diminuzione di reati presunti o effettivi, nel 2020 si hanno ancora 10,3 milioni di arresti, oltre 7 milioni di persone soggette a misure detentive (anche domiciliari) di cui 2,3 milioni incarcerati (1.291.000 nelle carceri dei singoli Stati, 631.000 nelle carceri locali, 226.000 nelle carceri federali[xx]).  Nella classifica degli Stati dell’OCSE in base al tasso di incarcerati (vedi in nota link alla lista completa[xxi]) gli Stati Uniti sono nettamente in testa con 655 detenuti per 100 mila abitanti, seguono la Turchia (344), Israele (234) ecc. l’Italia ha un tasso di quasi 100, il Regno Unito 135, la Francia 104 e la Germania 77. Com’è noto il tasso di carcerizzazione dei neri è circa 7 volte superiore a quello dei bianchi e quello degli ispanici 4 volte (vedi anche Razzismo democratico). Nella stragrande maggioranza dei casi gli arresti sono dovuti a infrazioni o reati di dubbio rilievo penale (per esempio guida senza patente, eccesso di velocità o comportamento non adeguato alla morale, al decoro e all’igiene così come sono intesi dai benpensanti oppure a solo piccoli tentativi di furto da parte di homeless o giovani marginali). Negli Usa 230mila bambini sotto i 12 anni sono stati arrestati fra il 2013 e il 2017, fra essi quasi 30mila bambini al di sotto dei 10 anni. Secondo le statistiche annuali sulla criminalità per l’anno 2018 pubblicate dall’FBI, limitate a solo 28 tipi di reato, l’arresto dei minori sarebbe diminuito dell’11% dal 2017, ma il numero di arresti di persone di età inferiore ai 18 anni è ancora di 718.962 bambini e giovani. Questo numero comprende 3.500 bambini di età inferiore a 10 anni, oltre 38.000 bambini di età compresa tra 10 e 12 anni e oltre 355.000 ragazzi di età compresa tra 13 e 16 anni[xxii]. Ma secondo una pagina del 2010 del sito del governo (vedi link in nota[xxiii]) “durante un singolo anno, si stimano a 2,1 milioni i giovani sotto i 18 anni arrestati negli Stati Uniti”, insomma una criminalizzazione di bambini e giovani rivelatrice della democrazia statunitense che con l’amministrazione Clinton accentuò la repressione razzista. Infatti, si legge sul sito: “i giovani appartenenti a minoranze sono sovra-rappresentati all’interno e trattati in modo diverso dal sistema di giustizia minorile rispetto ai loro pari bianchi e hanno maggiori probabilità di essere detenuti rispetto ai bianchi non ispanici”. In particolare: “i giovani afroamericani hanno i più alti tassi di coinvolgimento rispetto ad altri gruppi razziali, sono il 16 percento di tutti i giovani della popolazione generale, ma il 30 percento dei rinviati a giudizio fra i minori, il 38 percento dei giovani in residenza, e il 58% dei giovani nelle carceri di stato degli adulti” (ibidem). Particolarmente scioccanti gli arresti nelle scuole che peraltro nella maggior parte dei casi riguardano reazioni di bambini con difficoltà. Nel 2018 un funzionario delle risorse scolastiche ha ammanettato un ragazzo autistico di 10 anni bloccandolo a terra perché s’era nascosto in un armadietto. Un bambino di 7 anni in pianto è stato ammanettato per essersi rifiutato di recarsi nell’ufficio del preside. Numerosi sono i casi di bambini sedati con psicofarmaci. Spesso i genitori non sono neanche avvisati. Le notizie dei media sugli abusi di poliziotti inflitti ai bambini piccoli sono infinite. Va da sé che la maggioranza dei bambini e giovani vittime di questa violenza sono neri e ispanici. In altre parole è sin da piccoli che la polizia mostra loro cosa sarà la loro sorte da grandi. Questo aumento della criminalizzazione molto spesso razzialmente connotata è un fenomeno comune a tutti i paesi (vedi Razzismo democratico) con periodi di maggiore o minore recrudescenza che approda negli assassinii da parte di operatori delle polizie. Negli ultimi anni è evidente che la Francia sia diventata il paese con la polizia più violenta d’Europa[xxiv] sia nei confronti dei gilets gialli sia nei confronti di manifestazioni sindacali e soprattutto nei confronti dei giovani delle banlieues in particolare neri. Non stupisce quindi che le più grandi manifestazioni a fianco degli antifa e dei militanti del Black Lives Matter statunitensi si siano avute a Parigi e Londra. E’ peraltro in questi paesi che la pandemia ha provocato molte più vittime proprio fra la popolazione nera ed “etnica”. Esplode così la rivolta contro delle polizie che spesso si configurano come il braccio armato di un dominio liberista che ha rilanciato il neocolonialismo e quindi una violenza razzista che come osservano alcune autrici attente all’intersezionalità si confonde anche con quella fascista e sessista (vedi in particolare Gines Belle e Maboula Soumahoro[xxv]). Appare allora sconcertante la pretesa liberal di considerare gli Stati Uniti il paese del compimento della democrazia anziché dell’eterogenesi di questa, questione che la stessa H. Arendt rifiutava di capire[xxvi]. PS: Nel corso del movimento che s’è sviluppato negli Stati Unito dopo l’assassinio di Floyd è emerso un dibattito molto vivace in corso negli Stati Uniti fra le diverse componenti del movimento Black Lives Matter e altri di diverse comunità locali sugli obiettivi e percorsi per cambiare la polizia, ridimensionarla, controllarla o per abolirla: vedi qui alcuni articoli assai interessanti; sebbene il movimento sia importante anche in Francia e nel Regno Unito questo tipo di dibattito in Europa sembra oggi inimmaginabile. – Power Over the Police di Olúfẹ́mi O. Táíwò ▪ June 12, 2020 :https://www.dissentmagazine.org/online_articles/power-over-the-police?utm_source=Dissent+Newsletter&utm_campaign=490d06bac4-EMAIL_CAMPAIGN_The_First_Democratic_Debates_COPY_0&utm_medium=email&utm_term=0_a1e9be80de-490d06bac4-101858653 – The Best Way to “Reform” the Police Is to Defund the Police, An interview with Alex S. Vitale by Meagan Day 7 Giugno 2020: https://www.jacobinmag.com/2020/06/defund-police-reform-alex-vitale – Protesters’ Demands in Response to Police Brutality Have Come a Long Way Since the 1992 LA Rebellion, By Tamara K. Nopperhttps://jacobinmag.com/2020/06/police-brutality-protests-demands-1992-defund; – Peut-on abolir la police ? La question fait débat aux États-Unis by Gwenola Ricordeau : https://theconversation.com/peut-on-abolir-la-police-la-question-fa
[i] Sulla storia di oltre 400 anni di razzismo e schiavizzazione vedi qui l’intervista di Noam Chomsky : https://ilmanifesto.it/noam-chomsky-lamerica-fondata-sulla-schiavitu-i-neri-repressi-da-400-anni/. Fra altri vedi anche “No justice no peace. George Floyd e la rivolta sociale: gli Stati Uniti al Redde Rationem?”di Elisabetta Grande:http://temi.repubblica.it/micromega-online/no-justice-no-peace-george-floyd-e-la-rivolta-sociale-gli-stati-uniti-al-redde-rationem/ [ii] Vedi Conflict, Security and the Reshaping of Society: The Civilisation of War, London: Routledge, 2010, scaricabile gratis qui: http://www.oapen.org/search?identifier=391032; ivi in particolare capitol di Alain Joxe [iii]  https://it.wikipedia.org/wiki/The_Wire_(serie_televisiva) [iv] Vedi Douglas A. Blackmon, Slavery by other name. The Re-Enslavement of Black Americans from the Civil War to World War II, Anchor Books, 2008, citato anche da Noam Chomsky (https://ilmanifesto.it/noam-chomsky-lamerica-fondata-sulla-schiavitu-i-neri-repressi-da-400-anni/). Sulla condizione economica dei neri prima e dopo la pandemia e sulla storia dell’inferiorizzazione razzista in particolare nel Minnesota vedi : https://frontierenews.it/2020/06/floyd-minneapolis-e-noi-i-numeri-di-una-sconfitta-collettiva/;  Vedi anche Razzismo democratico: Agenzia X, 2009, scaricabile gratis qui: http://www.agenziax.it/wp-content/uploads/2013/03/razzismo-democratico.pdf [v] “Polizie, sicurezza e insicurezze ignorate, in particolare in Italia”, Revista Crítica Penal y Poder
2017, n. 13,
Ottobre, pp.233-259, http://revistes.ub.edu/index.php/CriticaPenalPoder/article/download/20385/22504 [vi] M. Rigouste, La domination policière. Une violence industrielle, La Fabrique, 2012. [vii] Vedi “Da Minneapolis alle piazza italiane, la longa manus della polizia d’Israele”, di Antonio Mazzeohttps://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2020/06/da-minneapolis-alle-piazza-italiane-la.html [viii] Corte di giustizia Usa che ha originato l’intervento di Amnesty: https://www.justice.gov/opa/pr/justice-department-announces-findings-investigation-baltimore-police-department e qui testo Amnesty: https://www.amnestyusa.org/with-whom-are-many-u-s-police-departments-training-with-a-chronic-human-rights-violator-israel/ [ix] https://www.mediapart.fr/journal/international/060616/mafia-du-c02-le-suspect-francais-qui-menace-netanyahou?onglet=full [x] Vedi “Gli Stati Uniti, come Israele, esercitano la violenza di una potenza occupante”diMairav Zonszein (tratto da: rete Italiana ISM): http://www.bocchescucite.org/gli-stati-uniti-come-israele-esercitano-la-violenza-di-una-potenza-occupante/
* l'articolo è originariamente pubblicato in francese qui: https://blogs.mediapart.fr/salvatore-palidda/blog/090620/lescalade-de-la-brutalite-raciste-des-forces-de-police
[xi] Kristian Williams, Our Enemies in Blue, AK Press, 2015 (1° ed. 2004) [xii] A.S. Vitale, The end of policing, Verso, 2017, l’autore mostra come la polizia persegue solo comportamenti o condotte considerate non conformi a quelli dei benpensanti, a piccole infrazioni e piccoli reati, mentre chiude gli occhi rispetto agli illegalismi dei ricchi [xiii] Per una descrizione delle pratiche violente delle polizie si veda fra altri: Franklyn Zimring, When Police Kill, Harvard University Press, 2017; Jeff Pegues, Black and Blue: Inside the Divide between the Police and Black America, Prometheus Books, 2017; Mattew Horace & Ron Harris, The Black and the Blue: A Cop Reveals the Crimes, Racism, and Injustice in America’s Law Enforcement, Hachette Books, 2018 [xiv] https://www.npr.org/2020/06/08/870165744/supreme-court-weighs-qualified-immunity-for-police-accused-of-misconduct?t=1591709590144; aspetto segnalato anche da Danilo Tosarelli. [xv] https://www.aclu.org/sites/default/files/field_document/rfk_iachr_hearing_written_submission_rfkhr_final.pdf [xvi] Vedi S. Santorso & C. Peroni (curatori) Per uno stato che non tortura, Mimesis, 2015 [xvii] https://www.prisonpolicy.org/reports/pie2020.html; fra altri vedi J. Simon, Il governo della paura. Guerra alla criminalità e democrazia in America, Cortina, 2008; De Giorgi, A. & Fleury-Steiner, Ben (eds.) (2017) Neoliberal Confinements: Social Suffering in the Shadows of the Carceral State. (special issue of Social Justice: A Journal of Crime, Conflict & World Order); De Giorgi, A. 2017, “Five Theses on Mass Incarceration”, Social Justice: A Journal of Crime, Conflict & World Order 42(2): 5-30; [xviii] Wendy Sawyer & Peter Wagner, “Mass Incarceration: The Whole Pie 2020”: https://www.prisonpolicy.org/reports/pie2020.html [xix] https://www.statista.com/statistics/191261/number-of-arrests-for-all-offenses-in-the-us-since-1990/ [xx] https://www.prisonpolicy.org/reports/pie2020.html [xxi] https://www.statista.com/statistics/300986/incarceration-rates-in-oecd-countries/ [xxii] https://www.wsws.org/en/articles/2019/10/01/poli-o01.html [xxiii] https://youth.gov/youth-topics/juvenile-justice/youth-involved-juvenile-justice-system [xxiv] http://www.osservatoriorepressione.info/perche-la-polizia-francese-diventata-la-piu-violenta-europa-occidentale/ [xxv] Gines Belle, Hannah Arendt and the Negro Question, Indiana University Press, 2014; Maboula Soumahoro, Le Triangle et l’Hexagone. Réflexions sur une identité noire, La Découverte, 2020 e anche la sua eccezionale intervista qui: https://ehko.info/la-race-structure-tout-interview-de-maboula-soumahoro/ [xxvi] “L’eterna “Negro Question” che anche Hannah Arendt non aveva capito”, in Historia Magistra, giugno 2020

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Black Lives Matter: i colori della protesta https://www.micciacorta.it/2016/12/black-lives-matter-colore-della-protesta/ https://www.micciacorta.it/2016/12/black-lives-matter-colore-della-protesta/#comments Sat, 03 Dec 2016 09:38:01 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22736 Reportage. Agli slogan degli studenti nordamericani si affianca la posizione dei militanti degli anni Sessanta

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Reportage. Agli slogan degli studenti nordamericani si affianca la posizione dei militanti degli anni Sessanta Fin dalla notte newyorkese che ha sancito la vittoria di Trump, Black Lives Matter è lo slogan più ripetuto nel corso delle proteste seguite all’elezione. Gli fa da contrapposizione l’urlo dei supporter del neo presidente Blue lives Matter. Blue come il colore delle divise della polizia. Black Lives Matter nasce nel 2012 a seguito dell’uccisione da parte della polizia del diciassettenne afroamericano Trayvon Martin e oggi è una parte rilevante del movimento studentesco statunitense, insieme a organizzazioni come Stop Mass Incarceration, contro la spregiudicatezza delle incarcerazioni, Fight for $15, che lotta per il raggiungimento di un accordo sul salario minimo garantito, Dreamers, che rivendica i diritti dei cittadini senza documenti e IEC (Incarceration to Education Coalition), per la libertà di accesso all’istruzione per gli studenti con precedenti penali, oltre a vari altri coordinamenti attivi su tematiche come il cambiamento climatico e il costo delle rette universitarie, che qui sono tra le più alte del mondo. A giudicare dalle aree d’interesse del movimento studentesco sembrerebbe che i giovani prevedessero la vittoria del candidato repubblicano Donald J. Trump e volessero in qualche modo giocare d’anticipo. Ma non è così. Le contestazioni degli studenti non fanno altro che richiamare l’attenzione della politica e della società civile su questioni rimaste in gran parte inascoltate anche negli otto anni della presidenza Obama, durante i quali, al di là del valore simbolico dell’elezione del “presidente nero”, sono state disattese quasi tutte le aspettative sostanziali. Un aiuto per cercare d’interpretare meglio anche la schiacciante vittoria di Trump e le presunte capacità preveggenti dei giovani, ci viene dato dai leader del movimento degli anni Sessanta, che rispetto ai loro colleghi odierni possono far affidamento su una memoria storica più ampia. Il bilancio del mandato democratico di Obama e più in generale della politica statunitense appare infatti decisamente negativo con le dichiarazioni di Carl Dix, portavoce nazionale del Partito Comunista Rivoluzionario, di Jamal Joseph ex Pantera Nera e membro del Black Liberation Army e Cornel West, filosofo, docente emerito presso Princeton e attivista del movimento Democratic Socialist of America. È proprio quest’ultimo che durante una recente intervista definiva l’eventuale vittoria di Trump come una catastrofe fascista anteposta al disastro neoliberale di una vittoria della Clinton. Nelle sue teatrali arringhe pubbliche West punta il dito in modo inequivocabile contro un sistema che opprime brutalmente le minoranze, specie se afroamericane, a favore di un ristretto gruppo di privilegiati che detengono potere e risorse finanziarie. A una Hillary Clinton che dichiarava di essersi sempre battuta per i diritti dei bambini, West chiedeva a quali bambini si riferisse, tenuto conto che la riforma del Welfare del 1996 firmata da suo marito Bill aboliva gli aiuti federali in vigore dal 1936 per i figli di famiglie con basso reddito. “Nemmeno Ronald Reagan l’avrebbe firmata”. Ancora più nette le dichiarazioni di Carl Dix, il rivoluzionario, come gli piace farsi chiamare. Ci vediamo qualche giorno dopo una protesta contro la brutalità della polizia organizzata dal suo partito davanti al carcere di Rikers, in Queens. Il penitenziario è tristemente famoso per gli episodi di violenza nei confronti dei prigionieri, ma anche verso i dipendenti e le guardie della struttura correttiva. Dix mi racconta che il giorno dell’inaugurazione del mandato presidenziale stava incontrando alcuni studenti entusiasti per l’elezione del presidente afroamericano: “La nostra generazione ha già fatto la rivoluzione grazie all’elezione di un presidente di colore.” La risposta di Dix fu lapidaria: “Questo è il mio biglietto da visita. Chiamatemi tra sei mesi se qualcosa cambierà. Se sei mesi vi sembrano pochi, chiamatemi tra un anno.” Nessuno lo ha più chiamato. “Perché è cosi che il potere è impostato”, sostiene Dix, “Repubblicani e Democratici sono il prodotto dello stesso sistema imperiale e capitalista che non permette a nessuno che voglia davvero cambiarlo di raggiungere le posizioni di controllo.” Alberto Vourvoulias è professore di giornalismo presso l’Accademia Americana di Roma e in precedenza è stato direttore della sezione latino americana di Time Magazine. Lo incontro nella sua casa a Brooklyn per parlare del movimento Dreamers e per farmi spiegare quali sono stati i risultati ottenuti dall’amministrazione Obama sulla delicata questione dei cittadini “senza documenti”. Dopo una lunga esposizione Vourvoulias fa notare che sebbene da una parte l’istituzione dei permessi di lavoro Daca abbia concesso ai figli degli immigrati irregolari di poter lavorare temporaneamente per un periodo di due anni, dall’altro, l’amministrazione del presidente afroamericano s’è fatta carico del più alto numero di deportazioni della storia del Paese, dopo che sempre un’altra amministrazione democratica, quella Clinton, aveva iniziato a costruire i primi muri tra Messico e USA. Evidenzia delle criticità anche Jamal Joseph, oggi professore presso la Columbia University, ma che fin dalla sua militanza nelle Black Panther maturò la convinzione che numerosi problemi della società moderna potessero essere ricondotti allo sfruttamento liberal capitalista sviluppatosi grazie all’istituzione della schiavitù “sulla quale questo paese s’è letteralmente costruito”, come spiega il professor della Cornel University Edward E. Baptist nel suo libro: The Half Has Never Been Told: Slavery and the Making of American Capitalism. Durante la conversazione nel suo studio che affaccia sul viale principale del campus della Columbia University, Jamal Joseph si spinge oltre e paragona l’attuale struttura privata carceraria e il relativo sfruttamento della forza lavoro dei prigionieri a una moderna forma di schiavitù. Ampiamente sottopagati “i detenuti lavorano per alcuni dei marchi più famosi, come Victoria Secrets, Wholefoods, oltre a produrre articoli da campeggio e microprocessori.” Questa opinione è rafforzata dalle parole di Greg Tate, musicista, scrittore, professore di studi americani presso la Brown University, membro della Black Rock Coalition  e con un passato come editor nel Village Voice: “ll paradosso di tutto ciò è che a causa dei precedenti penali, una volta usciti dal carcere non riescono a trovare un posto di lavoro nelle stesse aziende per le quali producevano quando erano dietro le sbarre” Proprio sul parallelismo tra schiavitù e sistema carcerario – privato – statunitense, negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi studi sociologici, come ricordava qualche mese fa a Radio24 il professor Luconi, docente di storia americana presso l’Università di Firenze. Con un giro d’affari di miliardi di dollari e quasi due milioni e mezzo di persone dietro le sbarre, delle quali diverse centinaia di migliaia lavorano per colossi come Ibm, Boeing, Motorola, Microsoft, Dell, HP, Intel, AT&T etc., lo sviluppo di questo apparato “ha visto i democratici ugualmente responsabili”, dichiara Pina Piccolo, poetessa italoamericana e attivista, stabilitasi in Italia dopo aver vissuto trent’anni negli USA. Anche i normali lavoratori vivono una condizione poco invidiabile, come mi fa notare un ex direttore della TV Discovery Channel. Ci vediamo una domenica a pranzo nel cuore del Lower East Side. “Il milione e mezzo dei dipendenti statunitensi di Wall Mart, – la più grande multinazionale al mondo della grande distribuzione – riesce a mangiare grazie ai buoni pasto federali. Le tasse degli americani sovvenzionano una delle compagnie più redditizie del pianeta.” Scopro che cita una ricerca del 2014 effettuata dall’organizzazione Americans for Tax Fairness elaborata grazie agli studi redatti nel 2013 dal Democratic Staff of the U.S. Committee on Education and the Workforce, i cui risultati furono pubblicati nel 2014 dalla rivista Forbes e che attestavano in $6.2 miliardi il costo dei dipendenti di Wall Mart per i contribuenti Americani, tra buoni pasto federali, assistenza sanitaria e programmi per la casa. Ricerca che che Wall Mart contestò subito dopo. Qualche mese prima Forbes aveva pubblicato un’altro studio, redatto questa volta da ricercatori dell’università di Berkeley, che evidenziava come gli oltre 3 milioni e mezzo di dipendenti dell’industria dei fast food costasse ai contribuenti 7 miliardi di $ di cui all’incirca la metà per i programmi d’assistenza sanitaria per i bambini dei dipendenti di aziende come McDonalds, Pizza Hut, Taco Bell, KFC, che ricevono mediamente un salario di $8,69 l’ora, ben lontano dai $15 richiesti come salario minimo. In un’intervista dell’Aprile scorso, Ed Rensi presidente di McDonald USA per 13 anni, fa notare che l’introduzione del salario minimo di 15$ porterebbe a un azzeramento dei profitti per il 90% dei punti vendita in franchising e che in Europa, dove le regole sui salari sono più rigide, l’azienda ha iniziato a sperimentare con successo l’introduzione di chioschi automatici che prendono le ordinazioni, tagliando di fatto migliaia di posti di lavoro. Insomma, invece di ripensare le politiche commerciali si preferisce perseguire la strada della riduzione del costo del lavoro. Provo a cercare una voce di positività rivolgendomi a Romie Williams, studentessa all’NYU grazie a una borsa di studio elargita dalla fondazione Gates con la quale riesce a pagare i $ 30 mila dollari annuali di retta per i suoi corsi di studio. Il programma Gates Millennium Scholars favorisce l’accesso a un’istruzione d’eccellenza per “gli studenti di colore.” Romie studia “Social Justice” con un focus in “Urban Education Reform” e presiede numerosi gruppi extra scolastici come la Black Student Union, Feminists of Color Collective, LGBTQ Student Center. Adesso è a Londra per una residenza all’estero all’interno del suo percorso di studi. Le chiedo che cosa pensa della recente vittoria di Trump, se ritiene che con Sanders le cose sarebbero andate diversamente, oppure se, come dicono Cornel West e Carl Dix, tutto dovrebbe essere cambiato perché così i politici sono unicamente il prodotto di un capitalismo corrotto. Secondo Romie “i politici non sono che l’espressione degli elettori. L’apparato di controllo deve essere sfidato e cambiato con una rivoluzione, anche se molti sono spaventati all’idea del cambiamento.“ Le chiedo allora a che tipo di rivoluzione si riferisca, tenuto conto che proprio chi dovrebbe essere sfidato ha permeato sia l’apparato educativo che i media, lasciando alle persone ben poca autonomia, tenuto conto che è difficile sfidare qualcuno quando è lui che procura le risorse economiche per gli studi prestigiosi che poi permettono di trovare un buon lavoro con il quale pagare i debiti contratti all’università. Mi risponde che per il momento non ha una soluzione a questa domanda. Con queste premesse era impensabile aspettarsi un supporto incondizionato al partito democratico volto solo a ostacolare la vittoria di Trump, che anzi, dopo aver ricevuto aspre critiche anche dai suoi è stata grottescamente percepita come “l’unica alternativa al sistema per cercare di bilanciare le risorse di un paese iniquo e contraddittorio” come mi ha detto John Vaughan, uno dei numerosi supporters di Trump intervistati dalle televisioni di mezzo mondo fuori dall’hotel Hilton la notte delle elezioni. Se Vaughan abbia ragione o meno è difficile da dire. Sicuramente il movimento studentesco dovrà cambiare solo il destinatario delle proprie proteste, che non saranno più rivolte al “potere amico” rappresentato dal presidente afroamericano, bensì verso il nuovo corso del tycoon newyorkese. Gli argomenti di contestazione, invece, rimarranno sostanzialmente gli stessi e soprattutto è quasi certo che se non saranno attuate delle specifiche politiche sociali, la condizione di povertà di 45 milioni di cittadini americani, la precarietà dei quasi 16 milioni di “undocumented people” e lo sfruttamento della popolazione carceraria a favore delle corporation private, continueranno a rimanere questioni irrisolte. SEGUI SUL MANIFESTO

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Cinquant’anni fa il graffio all’America delle Pantere nere https://www.micciacorta.it/2016/10/22587/ https://www.micciacorta.it/2016/10/22587/#respond Sat, 22 Oct 2016 08:14:57 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22587 In queste settimane in cui si moltiplicano i video di violenze e esecuzioni sommarie di giovani afro-americani per mano di agenti male addestrati, si celebrano negli Stati uniti anche i cinquant’anni della nascita delle Pantere nere

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È tristemente ironico pensare che in queste settimane in cui si moltiplicano i video di violenze e esecuzioni sommarie di giovani afro-americani per mano di agenti male addestrati, si celebrino negli Stati uniti anche i cinquant’anni della nascita delle Pantere nere, fondate da Huey Newton e Bobby Seale nel 1966 per evitare che gli agenti perpetrassero violenze sugli afro-americani di Oakland, una città della Bay Area della California. Quando Newton e Seale, due ex studenti del Merritt College che si erano conosciuti a una manifestazione pro-Cuba durante la crisi dei missili, decisero di organizzare un gruppo armato, lo fecero infatti per difendere i diritti costituzionali dei neri della loro comunità, armati di un fucile e di un libretto di diritto. Pattugliavano la Bay Area, soprattutto di notte, e quando vedevano un nero fermato dalle forze di polizia, si tenevano a distanza di sicurezza e controllavano che la situazione non degenerasse. «Ci facevano una paura fottuta», racconteranno più tardi gli agenti. Erano, quelli, anni tumultuosi nei ghetti neri delle grandi aree metropolitane statunitensi. Per molti afro-americani il movimento nonviolento guidato da Martin Luther King aveva fallito, le loro vite non erano cambiate, il degrado economico e la segregazione de facto persistevano. L’obiettivo per molti giovani divenne la rivoluzione, il black power e il controllo delle loro comunità, la linea da seguire quella delle guerre di liberazione del Terzo mondo, i maestri Che Guevara, Mao, Nkrumah, Lumumba, Castro e Malcolm X. Con i paesi del Terzo mondo sentivano di condividere la condizione di oppressione coloniale, di essere cioè loro stessi parte di una colonia interna alla superpotenza che esportava libertà: le Pantere nere offrirono a questi giovani una risposta che coniugasse il romanticismo rivoluzionario alla necessità pragmatica di uscire da una condizione di oppressione.

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                            Huey Newton Dei due fondatori, Huey Newton era il visionario, rappresentava l’eroe bello e intelligente sul quale deporre le speranze rivoluzionarie; Bobby Seale era invece più pragmatico e controbilanciava il temperamento imprevedibile del compagno. Prepararono insieme un programma in dieci punti di ispirazione socialista e terzomondista e radunarono attorno a loro un piccolo gruppo di giovani neri con storie difficili, spesso legate alla criminalità, che trovarono nell’appartenenza alle Pantere una causa alla quale dedicarsi. Il Black panther party cominciò così a crescere, alle ronde si accompagnarono iniziative sociali e aumentò anche il sostegno tra gli afro-americani della Bay Area. Gli agenti erano pigs, maiali, nel linguaggio comune del ghetto, i nemici che rappresentavano un governo dal quale ci si doveva proteggere, anche con le armi. In risposta al fenomeno delle ronde armate, nel maggio del 1967, l’allora governatore della California Ronald Reagan firmò una legge, il Mulford Act, che limitava il porto d’armi in pubblico di privati cittadini. Quella legge rappresentò l’occasione che molti attivisti aspettavano per il lancio dell’organizzazione a livello nazionale: ripresi da telecamere e fotografi, una ventina di Pantere entrarono, armi in pugno, nell’assemblea legislativa di Sacramento, capitale dello stato, per protestare contro la decisione del governo. Il successo mediatico fu immediato: tutti i giornali del paese iniziarono a parlare di questo gruppo di afro-americani della California che si vestiva di nero, si professava marxista leninista, parlava di rivoluzione e si ispirava a Malcolm X. Poco dopo, nel settembre del 1967, Newton venne arrestato con l’accusa di aver ucciso un poliziotto. L’arresto della mente delle Pantere, che avrebbe potuto compromettere la vita stessa del gruppo, ebbe invece l’effetto di creare un movimento interrazziale per la sua liberazione (al quale parteciparono numerosi intellettuali e attori, tra cui Marlon Brando) che amplificò ancora di più il messaggio del Black panther party. Molte sedi nacquero in tutti i ghetti delle grandi città e a ronde e manifestazioni andarono sempre di più affiancandosi programmi di assistenza sociale – dalla distribuzione di pasti caldi ai bambini, all’assistenza sanitaria gratuita – che furono il vero canale di dialogo con le comunità nere. Programmi, tra l’altro, gestiti quasi interamente da donne. Sebbene infatti la storia del Black panther party sia spesso associata all’immagine dell’afro-americano rivoluzionario con il berretto, il giubbotto di pelle nera e il fucile in mano, le pantere non erano affatto solo uomini; anzi le attiviste risposero con coraggio al machismo dilagante dei primi anni, aumentarono esponenzialmente la loro partecipazione e divennero, alla fine degli anni Sessanta, numericamente più rilevanti degli uomini.

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                    Le pantere nere erano l’organizzazione più rappresentativa e influente di quel movimento di rivendicazione politica, culturale e economica che fu il black power, e i suoi membri aumentarono fino a 5mila unità – numeri che comunque non rendono giustizia alla portata e all’influenza che ebbero in quegli anni. Anche per questo J. Edgar Hoover, il famigerato direttore a capo dell’Fbi da quasi mezzo secolo, che aveva un potere sostanzialmente illimitato ed era in grado di influenzare Congresso e presidenti, lo considerava il «più grosso pericolo per la sicurezza interna del paese». A partire dal 1968 Hoover autorizzò centinaia di operazioni clandestine del programma di controspionaggio Cointelpro, che con l’utilizzo di infiltrati, depistaggi, arresti sommari e omicidi, destabilizzarono enormemente il gruppo. Il caso più eclatante fu quello di Fred Hampton, giovane e carismatico leader della sezione di Chicago, assassinato dall’Fbi durante un’irruzione notturna in un appartamento dove viveva con alcuni compagni. Hampton fu la vittima di una delle più ricorrenti paranoie di Hoover, quella dell’avvento di un nuovo messia nero in grado di mobilitare le masse. L’Fbi continuò a infiltrarsi in tutte le sezioni del Black panther party del paese a un livello tale che «nel 1970 le pantere erano controllate per metà da Huey e Seale e per metà dall’Fbi», come avrebbe ricordato più tardi un agente sotto copertura. L’impatto delle attività del Cointelpro fu devastante e fu, direttamente o indirettamente, il motivo principale del declino dell’organizzazione già dai primissimi anni Settanta. Quando Newton uscì di carcere nel 1970, infatti, non fu capace di tenere unito il Black Panther Party, sia per le faide interne (che portarono anche alla rottura con Seale), sia per la sua incapacità di imprimere all’organizzazione una linea politica chiara. Andò a Cuba nel 1974 per sfuggire a una nuova accusa di omicidio e lasciò la guida del partito a Elaine Brown, una sua fedelissima. Ma era ormai tardi, le Pantere nere non sopravvissero alla nuova serie di arresti, espulsioni, omicidi e abbandoni degli anni Settanta e alla fine del decennio rimasero operative solo poche sezioni. Il Black panther party non aveva sovvertito il sistema, non aveva ribaltato il capitalismo e neppure aveva sconfitto la white supremacy, ma fu capace di infondere in una generazione di giovani neri un senso di orgoglio razziale come poche organizzazioni erano riuscite a fare prima e a contribuire a una stagione di impegno politico militante afro-americano che avrebbe caratterizzato i decenni successivi. SEGUI SUL MANIFESTO

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Pugni chiusi e niente inno. La protesta degli atleti neri https://www.micciacorta.it/2016/09/22502/ https://www.micciacorta.it/2016/09/22502/#comments Tue, 27 Sep 2016 07:01:39 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22502 Black Lives Matter. A Charlotte ancora cortei. Il gesto di Kaepernick ripetuto da altri 40 giocatori di football

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NEW YORK Non si ferma la protesta a Charlotte, in North Carolina, dove da una settimana migliaia di persone continuano a scendere per strada tutte le notti per chiedere giustizia e risposte che nemmeno la divulgazione del video della polizia, riguardo l’omicidio di Keith Lamont Scott, è riuscita a dare. Dopo le prime due notti di violenze la protesta è tornata pacifica, tanto che polizia e guardia civile non hanno mai applicato il coprifuoco previsto per la mezzanotte, ma i cortei non diventano comizi stanziali, continuano a spostarsi attraverso la città. Si parla di centinaia di persone che ogni notte si riuniscono e non si stancano di chiedere giustizia, come, in uno splendido reportage via Twitter, ha mostrato il giornalista del Washington Post, Wesley Lowery, che sabato notte ha chiesto a decine di persone di spiegare cosa li avesse portati a scendere per strada e camminare per ore, a volte sotto la pioggia. Ne è scaturito il quadro di un’umanità diversa, prevalentemente afroamericana, ma non solo, dove i bianchi riconoscevano una chiave della loro libertà nel veder rispettati i diritti civili dei loro concittadini neri, i quali esprimevano con termini chiari come l’essere «black» sia in sé un pericolo, nell’America del 2016. «A due anni da Ferguson, dov’è la riforma della polizia a livello federale che doveva essere attuata?», chiede Lowery, giornalista afroamericano che a Ferguson era stato anche arrestato. Di questa riforma non c’è traccia, tranne che in alcuni casi, affidati alla volontà dei singoli sindaci, che devono poi fare i conti con i propri capi della polizia. La sensazione di essere abbandonati a se stessi traspare dalle micro interviste di Lowery, così come il grado di consapevolezza che la lotta sarà ancora lunga e dura, che i diritti civili, anche quello di non essere sparati dalla polizia senza ragione, non sono dati e andranno conquistati. C’è anche la consapevolezza che qualche decina di persone che mette a ferro e fuoco la città catalizza l’attenzione dei media molto più di centinaia che ogni sera scendono per strada senza spaccare nemmeno un vetrina. Eppure questa protesta non sembra voler terminare, così come a Ferguson era andata avanti per mesi, anche a telecamere spente, quando gli occhi di tutti non erano puntati più lì. Quando domenica Obama ha inaugurato il museo di storia e cultura afroamericana, che da 100 anni aspettava di vedere la luce, ha definito Deray McKesson e Brittany Packnett di Black Lives Matter «la nuova generazione di guerrieri per la giustizia» e in quella frase, come nel lungo abbraccio silenzioso tra il presidente e il membro del congresso John Lewis, storico attivista per i diritti civili degli afro americani ,c’è il senso di questa lotta che non è finita negli anni ’60, che ha portato dei risultati, ma non tutti, per cui anche se alla Casa bianca c’è ora un uomo non bianco, per la maggior parte degli afroamericani l’uguaglianza è un traguardo lontano dall’essere raggiunto. Questa consapevolezza da settimane ormai trova visibilità nel mondo dello sport. Da quando, 5 settimane fa, Kaepernick dei San Francisco 49 si è inginocchiato per non onorare l’inno americano stando in piedi con la mano sul cuore, in quanto, da nero, non si sente protetto da quell’inno e da quella bandiera, ben 40 giocatori professionisti di football, provenienti da 14 squadre diverse, hanno seguito il suo esempio, oltre a innumerevoli squadre junior, come ad esempio a Madison, in Wisconsin, dove domenica entrambe le squadre in campo si sono inginocchiate, arbitro incluso, come anche il clarinettista afroamericano della banda che stava suonando l’inno, mentre un gruppo di studenti del North Carolina che assisteva alla partita ha alzato il pugno chiuso, in solidarietà con la protesta dei giocatori. Nel mondo della pallacanestro femminile, con la Wnba sabato al Madison Square Garden di New York, Brittany Boyd ha seguito l’esempio di Kaepernick, di cui indossava la maglietta che ora è diventata uno dei simboli di Black Lives Matter, rimanendo seduta in panchina. Queste proteste plateali del mondo dello sport americano probabilmente entreranno nei sussidiari di qualche anno a venire, e rendono l’idea del bisogno di visibilità per un problema sociale e etico, enorme, che trova spazio solo quando sono coinvolti morti, ma che riguarda la vita quotidiana di ogni persona con la pelle scura che si trova in America, consapevole che un incontro casuale con la polizia potrebbe essergli fatale. SEGUI SUL MANIFESTO

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Black Lives United a Rio https://www.micciacorta.it/2016/07/black-lives-united-rio/ https://www.micciacorta.it/2016/07/black-lives-united-rio/#respond Wed, 27 Jul 2016 08:11:27 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22309 Reportage. Davanti alla celebre chiesa della Candelaria nel giorno in cui si ricorda la strage di senza tetto avvenuta qui nel 1983. Nel paese che detiene il triste record di innocenti morti ammazzati dalla polizia, attivisti afroamericani e movimenti delle favelas hanno unito le loro voci per dire basta alla violenza razzista delle forze dell’ordine

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23 luglio, Chiesa de La Candelaria, Rio da Janeiro. Si è scelta non a caso questa data e questo luogo per sancire un nuovo percorso tra diverse associazioni brasiliane contro le uccisioni della polizia nelle favelas (Maes de Maio, Candelaria Nunca Mais e Brazil Police Watch tra le altre) e il movimento statunitense Black Lives Matter. Gli attivisti statunitensi sono da qualche giorno in città e ci resteranno fino a inizio dei Giochi quando, insieme ai brasiliani, il 6 e il 7 agosto, saranno per le strade di Rio contro quello che chiamano apertamente il genocidio dei neri. Sono previsti una serie di appuntamenti dal giorno successivo alla cerimonia d’apertura. Dal nord al sud dell’America, un’unica voce. È significativo farlo in Brasile, durante i Giochi, nel Paese che detiene il triste record di morti ammazzati durante operazioni di polizia. Super militarizzato sempre, ancora di più in questi giorni. «Negli Stati uniti non crediate che sia così diverso. Come azione di monitoraggio abbiamo riscontrato, quest’anno, seicento afro americani colpiti da proiettili sparati dalla polizia», ricorda Daunasia Yancey, voce riconosciuta di Black Lives Matter. «Quello che sta accadendo negli Stati uniti e in Brasile è figlio di una politica razzista molto chiara», rincara la dose. Una lotta unica Elizabet Martin è una donna del Massachusetts, ha perso suo figlio che in Brasile c’era venuto in vacanza, anche lui ucciso dalla polizia di qui. Lei ha fondato il Brazil Police Watch: «Sono molto preoccupata per quello che può succedere con i Giochi. Ci sarà ancora più esercito, controllo del territorio, violenza. Se, per preparare e garantire una Olimpiade bisogna uccidere i propri cittadini, bisogna gridarlo al mondo che c’è qualcosa di molto sbagliato». Nella Chiesa de La Candelaria, risalente al 1710, opera neo classica, grande orgoglio non solo della cultura carioca ma brasiliana, il 23 luglio 1983 più di quaranta senza dimora si trovavano proprio qui. Quattro agenti aprirono il fuoco contro di loro e otto morirono trucidati. Da allora casi come questo sono accaduti altre volte, con la differenza che si sono scelti luoghi più periferici vista l’eco addirittura internazionale che ebbe la vicenda. L’impunità è garantita poiché di fronte all’insistenza di associazioni dei familiari delle vittime e altre organizzazioni come Amnesty International Brasil, le autorità di polizia replicano di essere stati costretti a rispondere al fuoco per legittima difesa. «Dal 2012, dal 5 al 20% dei casi sono stati indagati. L’impunità è garantita, in pratica. Il 77% dei morti, parliamo dunque di cifre molto significative, 5600 persone solo nel 2012, anno della Coppa del Mondo, erano neri abitanti delle favelas. Vere e proprie esecuzioni». E sono state davvero tante. Quest’anomala messa, perché di questo si dovrebbe trattare, è celebrata da padre Renato Chiera, fondatore della Casa do Menor, che si scaglia contro il razzismo usato come incudine contro i più poveri. Accusa i politici, non risparmiando nessuno. Fa i conti dei Giochi scherzando amaramente sul fatto che il municipio è fallito per organizzarli e non ha pensato all’istruzione, ai servizi, a ciò di cui la gente ha maggiormente bisogno.

Centoundici colpi

Ogni tanto l’omelia si interrompe per ricordare non solo i caduti de La Candelaria ma anche quelli di molti altri episodi, non solo brasiliani. Quelli statunitensi, ad esempio. Tra gli altri Alton Sterling ucciso a Baton Rouge in Louisiana, Philando Castiglia nel Minnesota e Michael Brown a Ferguson. Si è ricordato poi il caso della favela di Costa Barros, qui a Rio de Janeiro, quando cinque ragazzi morirono sotto centoundici colpi sparati da poliziotti militari: Wesley Castro di 20 anni, Cleiton Correa del Souza di 18, Wilton Estevs Jr. di 20, Carlo Eduardo da Silva Souza e Roberto Souza Penha di soli sedici anni. Tornavano da un compleanno quando l’auto su cui viaggiavano è stata investita da una pioggia di colpi. Centoundici appunto. Tra i banchi anche le madri di questi ragazzi, alcune davvero giovanissime. Si fanno coraggio l’una con l’altra. Tra le organizzatrici c’è l’esperta Debora Silva Maria, fondatrice del Movimento Maes de Maio. Molto disponibile, dispensa una parola per tutti. Ha tempo pure di rilasciare qualche intervista. Ci sono televisioni tedesche e francesi oltre che brasiliane e l’inviato del New York Times. Lei risponde anche per quelle che hanno meno voglia di esporsi. Anche Debora ha perso un figlio di 29 anni, a São Paulo. Rimase celebre una sua frase pronunciata direttamente alla presidente Dilma Roussef, qualche mese dopo la sua prima elezione: «Non possiamo ancora festeggiare la fine della dittatura, perché vi siete dimenticati di avvertire le forze armate».
Anche di Patricia Olivera, la sorella di uno degli scampati alla tragedia del 23 luglio 1983, si ricordano duri attacchi verso chi fa di tutto per insabbiare cosa è accaduto da allora e cosa è successo dopo. Da anni lotta per vedere incriminati i veri mandanti, sa che i quattro sono solo degli esecutori, visto che quello non è rimasto affatto un caso isolato. Solo il più visibile. C’è anche Fatinha, una delle storiche fondatrici del Movimento Candelaria Nunca Mais, fondato una settimana dopo il massacro. Con l’arcivescovo di allora, Dom Eugenio Sales, intimò di non smettere mai di ricordare «fino a che saranno uccisi bambini nelle strade di Rio». Dopo 27 anni non solo ci sono i brasiliani ma pure statunitensi uniti nella stessa convinzione. Fatinha è molto provata, non solo dal tempo, che evidentemente non ha cancellato quella notte. Ci sono molti ragazzini attorno a lei, indossano delle magliette azzurrine e fanno parte di uno dei progetti che queste donne hanno realizzato nella favelas.

«È un genocidio»

«È in atto, nelle Americhe, in diverse forme, un vero e proprio genocidio. Non è una questione che riguarda solo i neri – lo dice con impeto il reverendo e attivista John Selders – è una questione che riguarda tutti gli uomini, nessuno escluso. I poveri e la comunità nera sono le vittime, americane, ma negli altri continenti siamo sicuri che non stia avvenendo la stessa cosa contro altri popoli che si vogliono esclusi?». Un lungo applauso chiude il suo intervento. Un’attivista di Black Lives Matter, la cugina di un’altra vittima, Waltrina Middleton, fa partire un coro gospel. Lo seguono tutti e uno dopo l’altro alzano il pugno chiuso. Madri, fratelli, preti, brasiliani, statunitensi. Tutti. A pugno chiuso. SEGUI SUL MANIFESTO

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