antifascismo – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Tue, 28 Apr 2020 07:52:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Milano, alla polizia non piace il 25 aprile https://www.micciacorta.it/2020/04/milano-alla-polizia-non-piace-il-25-aprile/ https://www.micciacorta.it/2020/04/milano-alla-polizia-non-piace-il-25-aprile/#respond Sun, 26 Apr 2020 08:18:51 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26098 Diario di confino. I poliziotti non gradiscono la celebrazione del 25 aprile di un gruppo di ragazzi in via Padova a Milano

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A qualcuno non va proprio giù che la gente abbia voglia di festeggiare il 25 Aprile, nemmeno a distanza. Ieri mattina, nei dintorni di via Padova e via Democrito a Milano, un piccolo gruppo di ragazzi, meno di dieci, di un centro sociale percorre una strada in bicicletta, mezzo che persino un bambino sa che non permette di stare appiccicati sennò si cade. I giovani indossano mascherine, guanti, portano qualche bandiera rossa e stanno andando a mettere fiori sulle lapidi del quartiere che ricordano i partigiani caduti. Improvvisamente da una via laterale sbucano poliziotti che in pochi minuti bloccano con alcune auto la strada e i ragazzi che protestano dicendo: «Non abbiamo fatto niente di male. Stiamo andando a ricordare i partigiani». I poliziotti non gradiscono, buttano le biciclette sull’asfalto, trascinano alcuni giovani per la strada, altri li sbatacchiano sulle auto o li bloccano a forza al suolo, una ragazza che grida «Ma cosa state facendo?» si prende un manrovescio che la butta per terra. La gente si affaccia, filma, qualcuno scende in strada, si mette a cantre Bella ciao, gli strattonamenti continuano finché i ribelli sono chiusi in un angolo. I video sono stati pubblicati da Milanotoday.it che, sentita la questura, riporta la loro versione che parla di «semplici controlli per i decreti sul coronavirus». Ah, questo coronavirus viene davvero buono per un sacco di cose, tipo permettere di valutare la distanza inter personale con due pesi e due misure a seconda dell’estro: è ammessa se si sta fermi e ligi quando si è in coda al supermercato o alla farmacia, diventa sovversiva e sospetta se si va in bicicletta il 25 Aprile. Nel corpo a corpo ingaggiato dai poliziotti, che indossavano la regolare mascherina, è stato messo in atto un tale pigia pigia che, se qualcuno avesse il virus, lo ha di sicuro spalmato attorno. Tenere le mani a posto e lasciar pedalare quei ragazzi non sarebbe stata una cattiva idea, anche perché stavano solo andando a ricordare chi, morendo, ha garantito la libertà di espressione, ma non di botte, anche a quelli che indossano la divisa. * Fonte: Mariangela Mianiti, il manifesto *************

Fobocrazia e manganelli selvaggi

Habemus Corpus. Che Paese è quello in cui, mentre si canta Bella ciao dai balconi, alcuni esponenti delle forze dell’ordine scaricano in una strada di periferia la smania di disciplina su ragazzi in bicicletta armati solo di fiori?

«Manganelli agitati minacciosi nell’aria, gambe divaricate pronte all’attacco, guanti neri, violenza e botte nel 25 aprile della polizia a Milano». Inizia così, come una sequenza cinematografica, la lettera inviataci da Luca, milanese e lettore de il manifesto che ha voluto mandarci alcune riflessioni su quanto accaduto sabato scorso a Milano fra viale Padova e via Democrito, dove alcune volanti della polizia hanno chiuso una strada per bloccare pochissimi giovani che, in bicicletta e mascherina, andavano a deporre fiori sulle lapidi del quartiere dedicate ai partigiani morti. CON LA SCUSA che si trattava di «Semplici controlli per i decreti sul Coronavirus», i poliziotti hanno cominciato a menare le mani, pesantemente, come se quei ragazzi fossero un pericolo per la salute pubblica, dei virus loro stessi. E lo hanno fatto «In strada – continua Luca – sotto gli occhi di persone alla finestra, come un’esibizione di pedagogica rilevanza. La storia non dice che proprio quei cittadini hanno lavorato molto nei giorni scorsi, per fare quello che le istituzioni non fanno abbastanza: aiutare chi ha bisogno. Giorni a fare spesa, in bici, a piedi, su e giù, su e giù. Solidarietà, soccorso ai deboli, i soli di sempre, perché intorno hai cose più ricche e importanti cui badare, come vogliono Confindustria, Sala, il governo e Fontana. Se ne vanno in via Padova per mettere un fiore, innocuo, gentile, primaverile e rosso fiore, sotto il nome scolpito di qualcuno che, prima e come loro, viveva nel dovere di credere a un mondo diverso da quello dei potenti. Mascherine e distanze, e sai che insubordinazione. Ora si andrà strada per strada a cercare e disciplinare chi sfugge al controllo? Sarà il manganello a spiegare gli ultimi com del nuovo decreto?». CHE PAESE è questo? Che città è quella in cui, mentre si canta Bella ciao dai balconi, alcuni esponenti delle forze dell’ordine scaricano in una strada di periferia la smania di disciplina su ragazzi in bicicletta armati solo di fiori? E il 25 aprile per di più? Luca scrive: «È uno Stato che mostra così, se ce ne fosse ancora bisogno dopo Genova 2001 e la vicenda di Stefano Cucchi, la propria natura autoritaria, violenta e ostile alla libertà». Qualcuno dirà che ci sono decreti da far rispettare, regole imposte per il bene comune e a cui la maggior parte dei cittadini obbedisce. Allora vuol dire che quei decreti potevano essere disattesi quando quei ragazzi assistevano persone bisognose, mentre sono diventati inappellabili nel momento in cui hanno voluto ricordare i partigiani caduti? Significa che andiamo bene per assistere chi è in difficoltà, ma non andiamo più bene se vogliamo uscire di casa per esprimere un’idea? Sta in questa discrezionalità interpretativa il vulnus di quanto accaduto a Milano e il pericolo che riguarda il futuro di tutti quanti. D’accordo l’attenzione alla salute, ma stiamo attenti che questa attenzione non diventi smania di repressione perché la repressione puzza sempre di fascismo. Concludo con un’esortazione di Luca: «Tocca a tutti noi, adesso, rispondere per dire qual è il nostro destino, se vogliamo libertà o un’autonomia condizionata dalla fobocrazia utile per gli interessi di pochi. Il controllo totale, ora anche biologico, imposto alle nostre esistenze dai comitati: di esperti, di manager, di sanitari. Come gli internati nelle istituzioni totali, possiamo ancora scegliere: lasciarci disciplinare rinunciando alla nostra identità di singoli per aderire al coerente programma previsto per noi, oppure tentare la via della resistenza, del no». * Fonte: Mariangela Mianiti, il manifesto, 28 aprile 2020

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Ora e sempre rEsistenze! https://www.micciacorta.it/2020/04/ora-e-sempre-resistenze/ https://www.micciacorta.it/2020/04/ora-e-sempre-resistenze/#respond Sat, 25 Apr 2020 13:42:02 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26089 Oggi, festa della Liberazione, streeen.org offre una selezione di film provenienti da Cuba, Kurdistan, Colombia, Palestina e naturalmente dall'Italia

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Oggi, festa della Liberazione, streeen.org offre una selezione di film provenienti da Cuba, Kurdistan, Colombia, Palestina e naturalmente dall'Italia declinando le rEsistenze attraverso storie solo apparentemente lontane tra loro. In collaborazione con globalrights.info Alle 12 è stato pubblicato anche il videoclip di Bella Ciao cantata da tre interpreti d'eccezione: l'attrice e cantante basca Itziar Ituño (l'ispettrice Murillo della Casa de Papel), la soprano kurda Mizgin Tahir (di Serekaniye) e la cantautrice italiana Erica Boschiero. [embed]https://youtu.be/BGCQZSJuqPc[/embed]   [embed]https://youtu.be/I2DAxNbuR10[/embed] [embed]https://youtu.be/nm6lW65PdWE[/embed] [embed]https://youtu.be/s0h8gixcuBA[/embed]

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«Bella Ciao». Storia di una canzone della Resistenza https://www.micciacorta.it/2020/04/bella-ciao-storia-di-una-canzone-della-resistenza/ https://www.micciacorta.it/2020/04/bella-ciao-storia-di-una-canzone-della-resistenza/#respond Sat, 25 Apr 2020 13:37:30 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26086 Il libro. Cesare Bermani racconta storia e fortuna di un canto della Resistenza italiana diventato universale

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In tanti hanno scritto di Bella ciao e in tanti l’abbiamo cantata. Adesso, in un piccolo prezioso libro, Cesare Bermani, lo studioso militante che meglio di tutti ne ha seguito le origini e la storia, distilla più di mezzo secolo di ricerca e arriva a conclusioni definitive e solidamente documentate (Cesare Bermani, «Bella ciao». Storia e fortuna di una canzone dalla Resistenza italiana all’universalità delle Resistenze, Novara, Interlinea, 2020). Per prima cosa, Bermani fa chiarezza su un punto importante: non è vero che Bella ciao non sia stata cantata durante la Resistenza. Era l’inno di combattimento della Brigata Maiella in Abruzzo, cantato dalla brigata nel 1944 e portato al Nord dai suoi componenti che dopo la liberazione del Centro Italia aderirono come volontari al corpo italiano di liberazione aggregato all’esercito regolare. La ragione per cui non se ne aveva adeguata notizia, osserva Bermani, stava in un errore di prospettiva storica e culturale: l’idea che la Resistenza, e quindi il canto partigiano, fossero un fenomeno esclusivamente settentrionale. Il fatto che la canzone iconica dell’antifascismo venga invece dall’Abruzzo sposta la prospettiva non solo sul canto, ma sul movimento di liberazione nel suo insieme: il «vento del Nord» è stato impetuoso e decisivo, ma il vento non soffiava in una direzione sola. Da tempo, peraltro, avevamo rilevato una ricca tradizione di canto antifascista e partigiano in altre parti dell’Italia centrale, in Lazio e Umbria soprattutto (per non dire della Toscana, di cui già si sapeva molto). C’è una versione di Fischia il vento, il classico canto composto dai partigiani liguri, raccolta in Umbria da Valentino Paparelli, a cui è stata aggiunta una strofa sorprendente: «Là nel Nord c’è un popolo che attende con certezza di aver la libertà». I partigiani che hanno combattuto nell’Italia centrale continuano la lotta salendo a liberare il Nord; tra loro, c’erano anche i combattenti della Brigata Maiella. L’incontro fra questi combattenti e le forze partigiane del Nord, soprattutto in Emilia, diventa un cruciale momento di scambio e contaminazione culturale. È lì che i partigiani umbri della Brigata Gramsci arruolati nel corpo di combattimento Cremona impararono sia Fischia il vento sia Stoppa e Vanni, per poi riadattarle al loro contesto; e fu proprio a Reggio Emilia che l’allora partigiano Vasco Scanzani imparò la Bella ciao partigiana che nel 1951 avrebbe poi trasformata nel canto di lavoro delle mondine. Bermani, che ne è stato anche protagonista, ricorda che di tutto questo non sapevano niente Roberto Leydi e Gianni Bosio quando vicino Reggio Emilia incontrarono la grande cantatrice ex mondina Giovanna Daffini, che gli cantò la versione delle mondine, e si convinsero che fosse l’origine del canto partigiano. Da questo malinteso nacque il memorabile spettacolo, «Bella ciao», rappresentato al Festival di Spoleto del 1964, che cominciava proprio con la giustapposizione, in ordine sbagliato, della versione mondina e di quella partigiana. Il folk revival italiano nasce dunque su un doppio equivoco: l’identificazione del canto partigiano solo con il Nord, e lo scambio di cronologie fra la Bella ciao partigiana e la versione sindacale scritta da Scanzani per le mondine. Va osservato peraltro che i «responsabili» di questo equivoco (ancora molto diffuso), a partire da Leydi e dallo stesso Bermani, sono stati quelli che già da molto tempo hanno messo in chiaro come stavano effettivamente le cose. Dal libro di Cesare Bermani, Bella ciao emerge come un testo che mette in discussione definizioni rigide e confini invalicabili: Nord e Sud, canto partigiano, musica leggera, tradizione orale… Bermani parte dal rapporto fra il canto partigiano e il canto epico-lirico narrativo di tradizione orale, ripercorrendo i legami strettissimi con canti tradizionali come Fior di Tomba (testo) e La bevanda sonnifera (melodia). In Italia centrale, per esempio, è abbastanza diffusa, una versione narrativa di Fior di tomba inframmezzata dal ritornello Bella ciao, quasi come una contaminazione al contrario in cui il canto partigiano retroagisce sulla ballata tradizionale. Però il legame è anche più profondo: l’incipit – «Questa mattina mi son svegliato» – che accomuna Bella ciao con Fior di tomba lo ritroviamo in moltissimi blues: l’altra mattina mi sono svegliato e Satana mi bussava alla porta (Robert Johnson), l’altra mattina mi sono svegliata e il blues mi girava intorno al letto (Bessie Smith), e così via. È la scoperta traumatica dell’irruzione del male – l’invasione, il tradimento, il demonio, la sofferenza – nel tempo e nello spazio di tutti i giorni, la precarietà dell’esistenza e dei rapporti in un mondo popolare sempre sotto minaccia. Forse la parte più divertente del libro di Bermani è la ricostruzione della storia di vita di Rinaldo Salvadori, paroliere e canzonettista toscano, che già negli anni ’30 aveva composto una canzone intitolata Risaia sulla vita delle mondine che conteneva la frase «bella ciao», appresa in frammenti di canti alpini e altre espressioni popolari e popolaresche. Risaia fu censurata dal regime perché conteneva espliciti accenni allo sfruttamento a cui erano sottoposte; per farsi perdonare, Salvatori compose poi canzoni fasciste, ma già nel 1944 pubblicava testo e musica di una versione di Bella ciao assai simile a quella che oggi conosciamo tutti. Il punto, insomma, è che in questo ambito la ricerca dell’ «origine» e della «autorialità» si dissolve in rivoli infiniti; quello che conta non è tanto come un canto è nato, ma come è diventato quello che abbiamo adesso. «Salvadori», scrive Bermani, «ci appare come un fenomeno ’di frontiera’, metà interno al mondo popolare e metà dentro al mondo della musica leggera di quegli anni». In realtà è tutta la storia di Bella ciao che appare come un fenomeno di frontiera, ibrido e sfuggente e proprio per questo capace di unire, di mettere in comunicazione realtà diverse. Pensarla in questo modo ci aiuta anche a capire meglio il processo per cui Bella ciao viene adottata quasi istituzionalmente come canto iconico del movimento di liberazione negli anni del centrosinistra, quando l’antifascismo diventa (un po’ strumentalmente ma un po’ anche no) il principio unificante di un «arco costituzionale» che nelle sue declinazioni migliori riconosce la pluralità di una Resistenza che non appartiene esclusivamente a nessuno. In un certo senso, è proprio l’ecumenismo politico un po’ generico intrecciato alla fermezza morale (e, come Bermani ricorda, agli echi est-europei della melodia, al piacere ludico del battito di mani) che permette sia gli abusi, sia soprattutto la straordinaria circolazione internazionale soprattutto di questi ultimi anni, dal Cile al Kurdistan, da «Casa di carta» a Tom Waits, di cui Bermani dà accuratamente conto. E che manda fuori di testa gli amministratori locali di destra che, dal Friuli alla Sardegna, hanno cercato invano a più riprese di vietarne il canto negli eventi ufficiali. Hanno ragione a dire che Bella ciao è divisiva: sarà generica, sarà ecumenica, ma si capisce benissimo da che parte sta. * Fonte: Alessandro Portelli, il manifesto

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I quattro nomi del gappista Mario Fiorentini https://www.micciacorta.it/2020/04/i-quattro-nomi-del-gappista-mario-fiorentini/ https://www.micciacorta.it/2020/04/i-quattro-nomi-del-gappista-mario-fiorentini/#respond Sat, 11 Apr 2020 08:21:02 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26067 La testimonianza. L'ultimo gappista di via Rasella, Mario Fiorentini, dopo la Resistenza è stato matematico, accademico e divulgatore

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La sua abitazione è la stessa dei genitori cent’anni fa, vicino al luogo della più clamorosa azione partigiana nella guerra di Liberazione, l’attentato di via Rasella. L’attacco urbano antinazista fu organizzato da questo signore sorridente, un volto profondo, vissuto, gioviale: Mario Fiorentini, nato il 7 novembre 1918. Aveva 25 anni quando a Roma la formazione Gramsci dei Gruppi di Azione Patriottica – tra i più coraggiosi nella Resistenza – composta da una dozzina di comunisti (fra i quali Carla Capponi, Rosario Bentivegna, Franco Calamandrei) fece saltare in aria 33 occupanti tedeschi e alimentò la speranza nella vittoria. Era il 23 marzo 1944, Mario ne parla come un dovere amoroso di libertà, la condizione per una vita normale: fra i più ardimentosi «era una gara a chi doveva stare in prima linea, anche se rischiavamo le rappresaglie conseguenti, in questo caso le Fosse Ardeatine». Certo, «ci vuole anche fortuna e tanta prudenza: ho sfidato molte volte la morte». Lo dice in serenità, come si vede spesso in donne e uomini di moralità altissima quando parlano delle loro scelte durissime nel muovere guerra alla guerra per rivedere tutti la luce: come Giovanni Pesce all’ultima intervista che diede, alla gioia di vivere che induce alla lotta contro i nemici del bene e del giusto. Blasetti, Pirandello, Visconti Mario Fiorentini -padre ebreo e madre cattolica- è una personalità dalle pulsioni molteplici che ne hanno puntellato il percorso esistenziale: era un ragazzo amante d’arte, «poi le leggi razziali del 1938 mi han fatto fare un salto di qualità politico e mi sono impegnato concretamente per abbattere il regime». Sfugge al servizio militare grazie a «malattia e febbri tifoidee di oltre 40° che si prolungano per mesi quando vengo chiamato alle armi, intanto il mio 19° reggimento fanteria veniva spedito in Africa… Vengo congedato, col compagno di scuola Carlo Lizzani partecipo a numerose iniziative culturali e conosco il regista Alessandro Blasetti». Matura esperienze teatrali con celebrità quali Vittorio Gassman, Lea Padovani, Carlo Mazzarella, Ave Ninchi, Adolfo Celi, Luigi Squarzina, e mette in scena L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello. Quindi collabora prima con Giustizia e Libertà, poi col Partito Comunista facendosi organizzatore e dirigente gappista; intanto conosce Lucia Ottobrini che sarà la sua compagna nella lotta e nella vita. Dopo il 25 luglio crea con Antonello Trombadori il gruppo partigiano Arditi del Popolo ed il 9 settembre 1943 è fra i combattenti nella battaglia di Porta San Paolo. A ottobre prende il comando del Gap di Roma Centro, a lui fanno riferimento artisti del calibro di Visconti, Guttuso, Mafai, Vedova: il 16 sfugge al rastrellamento contro gli ebrei scappando sui tetti e abbandonando alcune bombe sotto il letto; dopo un attentato fallito contro il ministro degli Interni di Salò, il 31 il gappista – con Lucia in compiti di copertura – liquida tre militi della Rsi. Il 17 dicembre – con Lucia, Carla e Rosario – uccide un ufficiale nazista; il giorno dopo lo stesso quartetto elimina con un attacco dinamitardo otto militari in uscita dal cinema Barberini, mentre il 26 Mario in bicicletta lancia un pacco esplosivo all’ingresso di Regina Coeli per far sentire ai detenuti politici (fra essi Sandro Pertini) vicinanza ideale: giustizia sette soldati e sfugge miracolosamente ai proiettili dei mitra avversari… Avventure rocambolesche di chi rivendica a sé d’essere una persona normale, sensibile alla paura come tutti. In quei mesi di Storia accelerata, Mario dal suo rifugio segreto di via del Tritone studia il tragitto di truppe nemiche e teorizza l’assalto al cielo di via Rasella, approvato dal capo militare supremo Giorgio Amendola: l’azione viene perfezionata anticipando il 10 marzo un attacco al corteo fascista di via Tomacelli dopo essersi nascosti fra le bancarelle del mercato adiacente. La decorata sono io Lucia e Mario operano assieme, le affinità elettive e l’attrazione reciproca cementano la sintonia. Lucia Ottobrini nasce nel 1924 e per 15 anni vive in Alsazia, dove il padre andò per lavoro essendosi rifiutato di tesserarsi al partito fascista, e dove la bambina impara francese e tedesco. Giovanissima, viene quindi assunta al Ministero del Tesoro: a fine ’42 conosce Mario, con lui frequenta i pittori di via Margutta e le compagnie teatrali, entra nella rete clandestina a fianco di Laura Lombardo Radice, procura cibo e documenti ai militanti segreti, nasconde in casa armi, s’infiltra nelle file nemiche coi nomi di battaglia di Maria Fiori e Leda Lamberti, entra nei Gap e partecipa alle azioni armate. Talvolta viene fermata, ma il suo ottimo tedesco la sottrae al peggio… Dopo il colpo grosso di via Rasella, Mario e Lucia devono stare più in guardia che mai: operano per un po’ al Quadraro e al Quarticciolo a contatto con la formazione radicale Bandiera Rossa, poi per sicurezza devono lasciare Roma e vanno a dirigere i Gap a Tivoli e dintorni; da lì Lucia tiene i collegamenti con la Capitale, spesso coprendo la distanza a piedi, poi assume il grado di Capitano e dirige altre operazioni cruciali nella storia della Resistenza. Come ogni combattente clandestino, Mario si muove con documenti falsi via via sostituiti, al pari dei suoi nomi di battaglia che sono almeno quattro: Giovanni, Fringuello, Gandhi, Dino. Dopo aver combattuto nel Lazio e liberato Roma, Fiorentini viene arruolato nei servizi segreti dell’OSS (Office of Strategic Services), inviato a Brindisi per addestramento al lancio in volo e paracadutato al Nord dove prosegue la Resistenza in Emilia e Liguria. Lo arrestano quattro volte, quattro volte evade… Esce dal conflitto col grado di Comandante Maggiore, accumulando tre Medaglie d’argento al valor militare, tre Croci al merito di guerra, una Onorificenza d’oro Usa: è il partigiano più decorato d’Italia. Appesa al chiodo la divisa, Mario Fiorentini può finalmente dedicarsi alla sua grande passione matematica, «alla sua bellezza», in particolare all’algebra commutativa e alla geometria algebrica. Nel 1971, a 53 anni, diventa professore ordinario di Geometria superiore all’Università di Ferrara. In seguito non cesserà di diffondere nelle scuole l’amore per lo studio, collaborando anche con giovani artisti, scrivendo libri di «matemagica» col docente «giocologo» ed enigmista Ennio Peres per rendere amabile la materia da lui amata. L’ultimo gappista vive con la figlia e un nipote. Lucia se n’è andata nel 2015. Mario lo dice con sorriso mesto, ma anche con un sorriso: «Quando il ministro Taviani le consegnò la Medaglia d’argento al valore, pensò di avere di fronte “la vedova del decorato” ma Lucia lo corresse: “la decorata sono io”». * Fonte: Damiano Tavoliere, il manifesto

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40 Anni Dopo. Generazioni Valerio Verbano https://www.micciacorta.it/2020/03/40-anni-dopo-generazioni-valerio-verbano/ https://www.micciacorta.it/2020/03/40-anni-dopo-generazioni-valerio-verbano/#respond Fri, 06 Mar 2020 08:49:31 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26013 Il 22 febbraio a Roma migliaia di persone di età diverse sono scese in piazza rivendicando i valori del militante antifascista, ucciso 40 anni fa. Un modello oggi praticato nella sua periferia

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Sabato 22 febbraio a Roma è successo un evento piuttosto eccezionale per chi in genere derubrica la partecipazione di piazza come civismo o come desiderio di politica. Per il quarantennale della morte di Valerio Verbano nelle strade di Montesacro c’è stato un corteo da via Monte Bianco e un concerto a piazza Sempione andato avanti fino a notte. Di fatto: nove ore di mobilitazione, che ha messo insieme istituzioni, movimenti, spazi sociali, abitanti del municipio e di tutta Roma – 6mila persone (per il corteo) e 5mila (per il concerto) –, preceduta da più di cinquanta iniziative in città su Verbano tra gennaio e febbraio. SIAMO ABITUATI AI FLASHMOB, ai presìdi sull’emergenza che durano qualche ora, alle piazze senza bandiere e senza canti, alle dichiarazioni impettite di chi vuole le piazze meno connotate possibile. E invece. Daniele Conti, 18 anni, rappresentante del liceo Archimede, lo stesso di Verbano, nel coordinamento «fieramente antifascista» delle scuole superiori del terzo municipio (rinato dopo più di un decennio), a metà concerto è intervenuto per dire: «Voglio chiamarvi compagni e compagne. Nonostante sia una parola abbandonata e sottovalutata dalla sinistra, dall’antifascismo istituzionale, non c’è parola più bella, perché vuol dire essere uniti nella lotta». Poi ha aggiunto una frase solo in apparenza sorprendente: «Valerio Verbano è il manifesto politico di una generazione». Ha solo 18 anni ma ha ragione: questo manifesto ha un’evidente potenza, che va squadernata.
VALERIO VERBANO NON È più solo il ragazzo antifascista, il militante di Autonomia operaia, massacrato davanti ai genitori inermi da un commando squadrista il 22 febbraio del 1980; è ancor meno riducibile a un martire della mattanza politica degli anni settanta e primi ottanta. Attraverso sia la memoria di Carla, la madre, e Sardo, il padre, sia della comunità che allora gli era intorno, è diventato prima l’ispirazione e oggi il modello di un insieme di pratiche che sono la politica sul territorio del terzo municipio, compresa la giunta municipale, che era in prima fila al corteo e ha deciso di dedicare a Carla Verbano la casa dei diritti e delle differenze. I simboli sono stati risignificati, e illuminano diversamente anche quella memoria.
LA PALESTRA POPOLARE Valerio Verbano non ha soltanto un bel graffito di Valerio all’interno, non è solo un dopolavoro per militanti, ma un luogo di educazione a un agonismo differente. La scuola popolare Carla Verbano è un progetto dello spazio occupato Puzzle contro l’abbandono scolastico. Sono due pezzi di welfare, non solo sussidiario ma esemplare. QUESTO È POSSIBILE PERCHÉ alla militanza si è cominciato a dare negli ultimi anni una postura diversa. È stato possibile nel marzo 2011, quando CasaPound prova a aprire nel terzo municipio una sede occupando la scuola Parini vicino casa di Valerio. Nelle strade di Montesacro, Tufello e Conca D’oro c’è una sommossa di quartiere: militanti e gente comune, comitive dei bar e dei muretti. Carla Verbano scende anche lei per strada. La prefettura tenta prima una soluzione velenosamente bipartisan che prevede lo sgombero dei fascisti e quello del Laboratorio Puzzle, poi caccia CasaPound riconoscendo la comunità tutta. ED È STATO POSSIBILE, va riconosciuto non solo per gratitudine ma per intelligenza politica, grazie alle donne e alle compagne femministe. Che la memoria di Valerio sia associata indissolubilmente a quella di Carla ha significato che il corteo fosse aperto dal coordinamento delle madri antifasciste. Haidi Giuliani ha ricordato che a Genova ci sono 50 persone sotto processo per aver protestato contro Casapound; Stefania, madre di Renato Biagetti – ucciso dai fascisti a Focene nel 2003 – ha fatto strame delle retoriche tossiche sulla memoria condivisa, ricordando quando l’ex sindaco Veltroni le propose per ricordare il figlio l’intitolazione di strade. Lei rispose che preferiva che chiudesse Foro 753 e Casapound. «Mi disse: non posso, perché voi ne avete tanti, loro solo due. Dalla sua risposta capii il senso dello sdoganamento dei gruppi neofascisti. Rigettiamo la sua equidistanza, la sua memoria condivisa. Nel privato i dolori per i lutti sono ovviamente uguali, ma le idee sono differenti: da una parte si parla di odio e sopraffazione, dall’altra di di accoglienza e di solidarietà». VALERIO VERBANO È UN manifesto generazionale, per più di una generazione, che ha ripensato l’essere militanti dentro le comunità senza per forza apparire marziani; la radicalità, contro ogni grammatica movimentista, non per forza fa rima con marginalità. Il rischio di fare politica a Roma, soprattutto nelle borgate, sta nel rimanere schiacciati. DA UNA PARTE VA rivendicata una differenza di atteggiamenti che ci contraddistingue come compagni e compagne: la nostra attitudine socialista alla vita, l’antifascismo come pratica costante, il femminismo come nuovo modello relazionale: una dichiarazione di differenza ti pone fuori dal sentire comune, ma rischia di costruire bellissime oasi in cui rintanarsi coi propri simili. E rimanere puri in un mondo guasto è perdere il senso di quest’impegno. Dall’altra parte la tentazione speculare è pensare che sei tu che devi cambiare, che per avvicinarti devi scendere a compromessi. E allora tutto sommato la battuta sugli zingari ci sta, accetti che dove fai colazione «puttana» sia usato come intercalare, che un po’ di cocaina serve a fare gruppo. Sei entrato, non sei più un marziano. Sei nel mondo, e hai perso ugualmente. C’è un equilibrio possibile tra queste due attitudini? Sì, ma non facile. Non è facile perché bisogna fare verso le proprie comunità uno sforzo di amore: verso le contraddizioni che le abitano. È uno sforzo faticoso perché la crisi economica, sociale, culturale e una lunga stagione dell’antipolitica ha educato alla frustrazione e rabbia; il razzismo è servito col caffè, l’ignoranza diventa valore. LA STORIA DEL TUFELLO, di tutto il terzo municipio, si incarna soprattutto nella vita delle persone che sono rimaste vicine al popolo cercando di mantenere intatta la propria la propria vocazione politica originaria. Grazie a queste resistenze nei bar, nei muretti, nei centri antiviolenza, nelle scuole, nelle biblioteche, nei sert, nelle piscine, la comunità militante ha costruito le strutture politiche di base che oggi conosciamo. Queste strutture, spesso abusive e occupate, hanno sempre avuto un’ispirazione: il nostro centro sociale è il quartiere. Tutto. Se nel cortile davanti al centro sociale non hai la stessa agibilità che hai dentro stai sbagliando qualcosa. QUESTO 22 FEBBRAIO HA semplicemente dato un palco a questo processo quotidiano. Nei numeri, nell’agibilità sul territorio, nella presenza di tantissimi studenti. Quel palco è evidentemente uno spazio politico. Il quarantennale per Valerio Verbano lascia a tutti una responsabilità e un destino. Occorre un lavoro enorme su Roma, per ridefinire dei codici di condotta, per ricostruire un’egemonia culturale fatta di buone e radicali pratiche. Sarà difficile ma sarà anche una gioia. * Fonte: Christian Raimo, Luca Blasi,  il manifesto

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Addio a Marisa Ombra, una ragazza del ’43 sul fronte partigiano delle Langhe https://www.micciacorta.it/2019/12/addio-a-marisa-ombra-una-ragazza-del-43-sul-fronte-partigiano-delle-langhe/ https://www.micciacorta.it/2019/12/addio-a-marisa-ombra-una-ragazza-del-43-sul-fronte-partigiano-delle-langhe/#respond Fri, 20 Dec 2019 11:55:53 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25881 Lutti. È morta ieri all’età di 94 anni Marisa Ombra, staffetta partigiana con le Brigate Garibaldi, protagonista delle battaglie delle donne e vicepresidente Anpi

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Qualche ruga, certo, e il segno degli acciacchi della vecchiaia, ma ancora bellissima, come quando l’avevo conosciuta negli anni ’50. Così ho visto due anni fa per l’ultima volta il Grand’Ufficiale Marisa Ombra (così è stata decorata),in occasione del ricevimento al Quirinale che il Presidente della Repubblica riserva l’8 marzo alle donne che, per una ragione o per l’altra, rientrano nella categoria di quelle che, chi più chi meno, hanno segnato la storia del nostro paese. La sola occasione dove non sono, come ormai sempre, la più vecchia. ANCHE RISPETTO a Marisa ero più giovane, sia pure di poco più di un paio d’anni. Quel poco di maggiore anzianità, ma innanzitutto uno straordinario coraggio, che le hanno consentito di aver fatto davvero la storia di Italia, la sua pagina più bella: la Resistenza. Come giovanissima staffetta partigiana in una delle zone dove più intensa e diffusa fu l’azione delle Brigate Garibaldi, le Langhe. A BATTERE A MACCHINA su una vecchia Remington giornali e volantini, poi riprodotti al ciclostile, Marisa – appena quindicenne – l’aveva imparato da suo padre prima ancora dell’8 settembre, perché è nella cucina della loro casa di Asti che si stampavano artigianalmente i fogli necessari a preparare i grandi scioperi antifascisti del ‘marzo ’43. Arrestato il padre, poi liberato dalla prigione e da allora nei reparti partigiani, Marisa la madre e la sorella si rifugiarono nelle Langhe per sfuggire alla rappresaglia fascista. Ma tutte e tre restarono coinvolte nella battaglia, un esempio significativo di quel che lo storico Roberto Battaglia ha scritto a proposito della Resistenza, che chiama “società partigiana” per sottolineare che non fu solo lotta dei reparti armati ma autorganizzazione di una società che si voleva “altra”, che coinvolse donne vecchi ragazze in un impegno solidale. È in questo contesto che prende le mosse il primo embrione di quello che diventerà poi il femminismo: i “Gruppi di difesa della donna”, in cui Marisa fu subito attiva. Il titolo era sbagliato, perché le donne già difendevano sé stesse e gli altri, non erano solo chi doveva esser difeso. E infatti proprio quell’associazione – come ebbe a scriverne Marisa molto tempo dopo – aprì la strada alla presa di coscienza dei diritti delle donne. Marisa ne fu consapevole da allora, una maturazione cresciuta nelle lunghe marce fra la neve, di notte in qualche stalla di contadini amici, o all’addiaccio nelle vigne, trattenendo il respiro ad ogni rumore, pronta a recitare la parte di una sfollata per nascondere le carte che recava e che l’avrebbero, se scovate, sottoposta alla tortura delle brigate fasciste o delle pattuglie tedesche. IN UNO DEI SUOI LIBRI del dopoguerra racconta che il 25 aprile, quando il conflitto finisce, sentì, nonostante la gioia per la vittoria e la pace, una qualche malinconia: era finita quella straordinaria trasgressione che era stata per le donne la partecipazione alla Resistenza. Marisa non tardò a ritrovare l’impegno politico e fu funzionaria del Pci per molto tempo. Ne fu allontanata per via di qualche dissenso politico manifestato nel ’56, ma anche, credo, perché si era unita a un compagno, poi mio collega a Paese Sera, già sposato. Il divorzio non c’era ancora e il Pci temeva che, specie nelle zone rurali più conservatrici, ci fosse incomprensione e fiorissero le accuse democristiane ai comunisti di essere “di facili costumi”. E così ci trovammo con Marisa all’Udi, che, in quegli anni, accoglieva le compagne disubbidienti, come lei e anche me dopo l’XI congresso del Pci, quando tutti gli “ingraiani” furono mandati a lavorare fuori dal sacro palazzo delle Botteghe Oscure. L’Udi era organizzazione di massa, condivisa come molte altre allora con le socialiste, e dunque in qualche modo zona franca. Debbo dire che sono grata a questo esilio che mi fu imposto perché l’Udi è stata una gran bella esperienza e luogo di incontro con donne straordinarie cui sono rimasta molto legata: fra queste Marisa Ombra. IN UN ANGOLO dei saloni del Quirinale, quell’8 marzo di due anni fa, restammo a chiacchierare a lungo con Marisa. Era parecchio che non ci incontravamo. Mi raccontò della sua più recente esperienza come vicepresidente dell’Anpi, un ruolo che si meritava ed è stato importante per l’Associazione perché Marisa Ombra ha reso più evidente il contributo delle donne alla Resistenza. Tornammo anche a riparlare della Bolognina, perché anche lei, allora, non era entrata nel partito che era succeduto al Pci. Ricordo quell’8 marzo al Quirinale anche per un’altra ragione: per la risposta data da Lidia Menapace a una giornalista che l’intervistava, presentandola come «ex partigiana». E lei rispose: «Scusi, io sono ancora partigiana». Un bella risposta, valevole per molte partigiane, rimaste partigiane. Così era anche Marisa, fiera e combattiva. * Fonte: Luciana Castellina, il manifesto

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Giaime Pintor. La storia di una rivolta morale dell’antifascismo https://www.micciacorta.it/2019/10/giaime-pintor-la-storia-di-una-rivolta-morale-dellantifascismo/ https://www.micciacorta.it/2019/10/giaime-pintor-la-storia-di-una-rivolta-morale-dellantifascismo/#respond Sat, 26 Oct 2019 08:32:57 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25719 GIAIME PINTOR. Due volumi delle Edizioni Ensemble dedicati alla figura dell’intellettuale. Nato cento anni fa, sarebbe caduto combattendo nel 1943 nei primi mesi della lotta di Liberazione

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«Soltanto la guerra ha risolto la situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti comodi ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile». Raccontare la breve esistenza di Giaime Pintor, morto a ventiquattro anni su una mina tedesca, a Castelnuovo al Volturno, in Molise, durante il compimento di un’azione di infiltrazione nel territorio occupato dai nazifascisti, è ripercorrere la traiettoria di una generazione di intellettuali che si formò all’ombra del fascismo per poi, nel mentre stesso in cui il regime ancora celebrava i suoi declinanti fasti, distaccarsene con motivazioni proprie. Prima ancora che a un’opposizione politica, il dato che emerge è quello di una rivolta ideale e morale, che si incanala progressivamente verso esiti di rifiuto esistenziale. Ci aiutano in questo percorso di scavo nella coscienza nazionale e continentale le Edizioni Ensemble di Roma che, con la ristampa del Sangue d’Europa. Scritti politici e letterari (a cura di Andrea Comincini, pp. 291, euro 15) e del romanzo testimonianza di Carlo Ferrucci, La mina tedesca (pp. 203, euro 16), ci restituiscono un quadro d’insieme. Anche e soprattutto dopo le polemiche, a volte impietose, sui modi e i termini da adottare per capire certe scelte. NEL CASO DI GIAIME, la voracità intellettuale e la bulimia culturale sono i vettori su cui modella progressivamente una precisa identità, che è solo in parte tributaria dello spirito dei suoi tempi, semmai interrogandosi su quelli a venire. Le domande rimarranno nel suo caso senza risposta, di fatto cadendo in combattimento nei primi mesi della lotta di Liberazione. Saranno quindi altri che se ne faranno latori, a partire dal fratello Luigi. L’origine famigliare sarda, in un ambiente che dell’interconnessione tra formazione culturale, al limite dell’erudizione leopardiana, e ruolo sociale, aveva fatto la sua ragione d’identità, è senz’altro un primo calco dal quale partire. L’incontro con Roma, fin da piccolo, costituisce un’altra tappa importante. Se l’infanzia cagliaritana fu segnata dalla condizione di felice abbandono a sé e alla propria famiglia, ben presto l’irrequietezza di Giaime iniziò ad emergere, con una sorprendente precocità, dal momento che il rapporto con la lettura e la conoscenza si costituirono in lui come una sfera di identità autonoma. Alla curiosità, peraltro, si legava sempre più spesso l’insofferenza. Se negli anni della formazione adolescenziale ciò poteva essere ancora inteso come un tratto di distinzione tipico di un’età che cercava di perimetrare il proprio sé, il trasferimento al Roma nel 1935, sua città elettiva, per concludere gli studi liceali, ne segnò l’atto di autonomia. Fondamentale fu il salotto della casa degli zii, che ospitava una nutrita congerie di amici e interlocutori, dal filosofo Giovanni Gentile a Lucio Lombardo Radice, quest’ultimo poi pedagogista e matematico di vaglia, che erano parte del gruppo dei giovani intellettuali comunisti (Antonio Amendola, Bufalini, i fratelli Natoli) presenti nella capitale. Non si trattava di iniziare a svolgere un lavoro politico ma di intessere la tela delle reciprocità. Le quali, poi, avrebbero comunque influito enormemente nell’evoluzione del radicamento sociale e culturale dei risorti partiti antifascisti. La cifra di Giaime, in quegli anni di prodromi e premesse del cambiamento, è quella di un’immedesimazione diretta, senza mediazioni, nei temi culturali, alla quale si accompagna, in forma di autodifesa, un distacco ironico, a tratti sarcastico, ma comunque individualistico, dal fascismo più grottesco. L’avvio degli studi universitari, nella facoltà di giurisprudenza, e la partecipazione ai Littoriali, costituirono un ulteriore momento di transizione. Poiché fu in quelle circostanze, per un giovane uomo che per tutta la sua breve esistenza rimase essenzialmente un letterato, traduttore novatore di autori tedeschi, germanista in erba e in fiore, che il problema di raccordare lettere ad azioni, pensieri a scelte, iniziò a formularsi appieno. Se l’Europa si stava consegnando con sufficiente inconsapevolezza alla tragedia di una guerra mondiale, tra quel gruppo di giovani cresceva invece un disagio che si sarebbe poi tradotto in contrapposizione attiva. Sul piano intellettuale era il rigetto dell’irrazionalismo fideistico che stava lievitando come corredo e legittimazione della violenza che si sarebbe scatenata di lì a poco; sul piano etico era la messa in discussione del primato di un’inesistente moralità fascista; sul piano politico, infine, diventava la negazione della statolatria fascista ma anche del suo antipluralismo. Proprio dal lavoro di traduttore dal tedesco, e di filologo, il giovane intellettuale trasse e maturò la convinzione che la realtà è assai più complessa di quelle raffigurazioni che intendono incapsularla in pochi paradigmi. COME TRADUTTORE di Rainer Maria Rilke (poi di Kleist, Trakl, Arnim, Jünger e altri ancora), e pubblicista, si adoperò in un duplice lavoro: liberare i versi dalla ridondante retorica dannunziana, riprodottasi in molteplici registri, ed evitare che l’intero apparato poetico tedesco fosse inghiottito dalla rutilante autoraffigurazione del nazismo, affermatosi in Europa come vera e propria mitopoiesi, capace di ingoiare anche il patrimonio letterario tedesco. Nel 1940, pochi giorni dopo la dichiarazione di guerra da parte dell’Italia, si laureò e partì per il servizio militare, che svolse con crescente demotivazione, irritazione ed infine estraneità, come ufficiale subordinato. Il trasferimento a Torino per motivi di servizio, gli valse una grande opportunità, quella di entrare in contatto e poi collaborare attivamente con il cenacolo della casa editrice Einaudi (Massimo Mila, Leone Ginzburg, Felice Balbo, Cesare Pavese). Più la crisi bellica si incancreniva, maggiore era l’intransigenza che Pintor e i suoi amici e colleghi andavano maturando. La consulenza editoriale gli era facilitata dalla grande capacità di cogliere una molteplicità di aspetti della trasformazione in atto, potendo fare affidamento sulla sua poliedricità intellettuale. La repentina caduta del regime lo fece quindi rientrare a Roma da Vichy, dove era stato nel mentre trasferito come aggregato alla missione militare italiana. Nella capitale rimase fino ai primi giorni di settembre, lavorando prima all’ipotesi di una testata giornalistica, poi all’intelaiatura di rapporti e scambi tra i partiti antifascisti e l’esercito. Pintor, tuttavia, era e rimaneva anche un militare. La crisi dell’8 settembre, quindi, fu da lui vissuta non più in chiave di sollecitazione intellettuale ma soprattutto in termini operativi. Più che il maturare dell’antifascismo come cultura politica, contava il viverlo come primato dell’opposizione ai fatti. «A un certo momento gli intellettuali devono essere capaci di trasferire la loro esperienza sul terreno dell’utilità comune, ciascuno deve sapere prendere il suo posto in un’organizzazione di combattimento». Prima partecipò agli scontri a Porta San Paolo, poi si mosse verso Brindisi, dove nel mentre erano riparate le autorità regie. Benché si fosse messo a loro disposizione, dinanzi al tracollo in atto e all’inettitudine di ciò che restava dei comandi («dopo essermi convinto che nulla era cambiato tra i militari»), decise di abbandonare la città andando a Napoli, dove, nel mentre, mentore Benedetto Croce, si stava cercando di costituire un corpo di volontari, comandato dal generale Giuseppe Pavone. Fallito anche questo tentativo, infine si aggregò si servizi di intelligence dell’esercito britannico, con l’incarico di assumere il comando di un piccolo gruppo di combattenti. TRE GIORNI PRIMA di morire scrisse l’accorata, dolente e lucidissima lettera-testamento al fratello Luigi, manifesto generazionale: «oggi in nessuna nazione civile il distacco tra le possibilità vitali e la condizione attuale è così grande: tocca a noi di colmare questo distacco e di dichiarare lo stato d’emergenza». Parole che sembrano riecheggiare in qualche modo lo stato presente delle cose. Pintor non fu icona ma rimase uomo. Come tale, incorporando anche conflitti interiori. Il resto, francamente, rimane eco solo di una vacua e sterile polemica, in una battaglia di parole dove non si sente mai il trascorso riecheggiare del piombo. * Fonte: Claudio Vercelli, il manifesto

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Ciro Principessa, una storia proletaria  https://www.micciacorta.it/2019/06/ciro-principessa-una-storia-proletaria/ https://www.micciacorta.it/2019/06/ciro-principessa-una-storia-proletaria/#respond Sat, 08 Jun 2019 16:33:27 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25478 NARRAZIONI. «Morire per un libro», di Giulio Marcon edito da Stampa Alternativa «Nel 1958 il ministro degli interni Ferdinando Tambroni definiva gli abitanti delle periferie romane ‘malfattori, una massa di pregiudicati, ladri violenti, sfruttatori di donne’. La maggior parte degli abitanti delle baraccopoli veniva dai paesi intorno a Roma e dal resto del Lazio, dalla Calabria, […]

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NARRAZIONI. «Morire per un libro», di Giulio Marcon edito da Stampa Alternativa «Nel 1958 il ministro degli interni Ferdinando Tambroni definiva gli abitanti delle periferie romane ‘malfattori, una massa di pregiudicati, ladri violenti, sfruttatori di donne’. La maggior parte degli abitanti delle baraccopoli veniva dai paesi intorno a Roma e dal resto del Lazio, dalla Calabria, dalla Puglia, dall’Abruzzo, dalla Campania, e faceva i lavori più vari, si arrangiava per tirare avanti. Nella relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria in Italia si scriveva che a Roma le condizioni di vita sono misere; si legge a proposito di Pietralata e Villa Gordiani: ‘Manca un mercato… manca una farmacia e un ufficio postale, come pure una macelleria’». È QUESTA LA SCENA dell’ultimo libro di Giulio Marcon, Morire per un libro. Ciro Principessa, una storia proletaria (Stampa Alternativa, pp. 165, euro 13), la vicenda di un ragazzo che cresce tra le baracche del Mandrione e le case della Certosa, lungo la via Casilina, passa per la Casa del Fanciullo, povertà, piccoli furti, trova lavori, amici, un radicamento di quartiere, diventa militante della Fgci – i giovani comunisti – e viene ucciso con una coltellata da un fascista davanti alla sezione di partito il 19 aprile 1979. Quel giorno l’assassino entra nella sezione del Pci di via di Tor Pignattara, dov’era in funzione una piccola biblioteca popolare, si fa dare un volume, poi esce scappando col libro, viene inseguito dai compagni, Ciro Principessa è il primo a raggiungerlo, viene colpito con un coltello da cucina; morirà il giorno dopo. Morire per un libro, appunto. LA VITA E LA MORTE di Ciro Principessa sono una «microstoria» che illumina la «grande storia» degli anni settanta: le trasformazioni sociali e metropolitane, l’importanza della politica nella vita delle persone e delle classi popolari, l’intervento pubblico come strumento di emancipazione e uscita dalla marginalità, i conflitti con i governi democristiani e i fascisti. Giulio Marcon, che ha vissuto direttamente quell’episodio e quegli anni – militanza nella Fgci compresa – scrive una storia esemplare ed emozionante, con le testimonianze di parenti e compagni di Ciro Principessa, l’intreccio di vicende individuali e collettive, un ritratto della Roma di allora. Il libro unisce la lucidità di uno sguardo storico, l’affetto dei ricordi di chi l’ha conosciuto, la partecipazione alle vicende sociali, la prima persona quando le strade si incrociano. Inevitabilmente, si narra una storia che potrebbe ricordare Una vita violenta di Pasolini. A distanza di quarant’anni la «storia proletaria» di Ciro Principessa offre a chi non li ha vissuti una sintesi magistrale di che cosa sono stati gli anni settanta: la forza delle identità collettive e delle relazioni tra giovani, i cambiamenti sociali e culturali – l’unica vacanza a Rimini e la «febbre del sabato sera» – la possibilità concreta di migliorare le cose. È un decennio in cui la politica – con le lotte di studenti e operai, movimenti e conflitti – ha un ruolo centrale. Il risultato è che l’Italia ha ridotto le disuguaglianze come mai nella sua storia, ha vissuto una grande democratizzazione e uno spostamento a sinistra. Allora la militanza e i partiti – come scrive Marcon – «avvicinarono alla democrazia e alla politica milioni di cittadini, permisero a chi non aveva studiato, a chi era emarginato, a chi viveva nelle baraccopoli, di sentirsi parte di una democrazia che si voleva trasformare e di cambiare il corso della propria esistenza». MORIRE PER UN LIBRO è un testo che ha molto da dire anche per capire il presente. I risultati del voto europeo nelle città italiane, e a Roma in particolare, hanno mostrato la concentrazione del voto democratico nel centro e la marea del voto alla Lega nelle periferie. Oggi anche il quartiere di Ciro Principessa ha votato Lega. È un fenomeno diffuso un po’ ovunque: il voto «progressista» si concentra tra i più ricchi e istruiti e che vivono soprattutto nei quartieri «bene» delle grandi città e che hanno avuto maggiori benefici dalle politiche di questi decenni. Il voto a destra – oltre che in una parte dell’élite – dilaga invece tra i più poveri, i meno istruiti, coloro che hanno pagato di più gli effetti della crisi e vivono in condizioni di maggior disagio nelle periferie urbane. Oggi, che anche il quartiere di Ciro Principessa ha votato Lega, le solidarietà di un tempo si sono smarrite, in una delle zone di Roma con la più alta presenza di migranti. Ma ogni anno la Certosa ricorda l’anniversario con una festa in piazza che attira centinaia di persone da tutta la città: è ancora uno spazio per la politica, una pratica della democrazia, proprio come negli anni settanta. Un punto da cui ripartire. * Fonte: Mario Pianta, IL MANIFESTO

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Sapienza antifascista https://www.micciacorta.it/2019/05/sapienza-antifascista/ https://www.micciacorta.it/2019/05/sapienza-antifascista/#respond Tue, 14 May 2019 06:39:42 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25416 Roma. Studentesse e studenti guidano la mobilitazione antifascista e scortano Lucano fino all’Aula I di Lettere. Messaggio al governo ROMA. Alla fine Mimmo Lucano alla Sapienza di Roma è entrato, ha parlato e lo ha fatto davanti a una folla trepidante. Le minacce e le intimidazioni dei fascisti di Forza Nuova, che nei giorni scorsi avevano […]

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Roma. Studentesse e studenti guidano la mobilitazione antifascista e scortano Lucano fino all’Aula I di Lettere. Messaggio al governo ROMA. Alla fine Mimmo Lucano alla Sapienza di Roma è entrato, ha parlato e lo ha fatto davanti a una folla trepidante. Le minacce e le intimidazioni dei fascisti di Forza Nuova, che nei giorni scorsi avevano promesso di impedire la lezione dell’ex sindaco di Riace, hanno prodotto l’effetto opposto a quello desiderato. Quando Lucano arriva a piazzale Aldo Moro sono circa le 15. Da alcune ore l’università più grande d’Europa è presidiata da almeno 2mila persone. La mobilitazione è guidata da studentesse e studenti, che hanno chiamato a raccolta le forze antifasciste della città di Roma e del quartiere di San Lorenzo. «Siamo tutti Mimmo Lucano» è il coro intonato forte per dare il benvenuto. Il comizio improvvisato davanti ai manifestanti è più volte interrotto dagli applausi e dalla commozione dell’ex primo cittadino. «Sono emozionato – dice Lucano – Non pensavo che un giorno avrei parlato davanti a tanta gente. Io ho fatto solo cose semplici credendo in un sogno di umanità. Siamo l’onda rossa che contrasta quella nera che sta oscurando il nostro orizzonte». L’IMMAGINE PIÙ FORTE è l’ingresso fisico in università. Lucano varca i cancelli letteralmente scortato da un fiume antifascista, mentre una parte del presidio rimane a controllare la strada da cui potrebbero giungere provocazioni e una folla incontenibile riempie già la grande Aula I e tutto il piano terra della facoltà di Lettere. Per tenere i fascisti lontano dall’università studentesse e studenti si sono convocati presto. Intorno alle 11 è partito un corteo interno molto partecipato che si è andato ingrossando durante il percorso. NUTRITA LA PARTECIPAZIONE di docenti, ricercatori e dottorandi. In apertura lo striscione: «Il fascismo non è un’opinione». Sulla stessa linea i cartelli tenuti in alto da ragazze e ragazzi: «La libertà di opinione inizia dove non ci sono i fascisti», «La cultura è sempre antifascista». «Siamo mobilitate da giorni per garantire la presenza di Mimmo Lucano in questa università, che è nostra ma anche sua – dice Isabella Karasz, dell’assemblea di Scienze politiche – La Sapienza deve essere un luogo aperto e solidale. Non permetteremo mai che un gruppo di fascisti metta bocca su quello che accade qua dentro». Grazie alla pressione dei manifestanti, il corteo riesce a uscire dalle mura della città universitaria e si riversa in piazzale Aldo Moro, imponendo che Lucano passi per quell’entrata e non da un ingresso laterale, come avrebbe preferito la questura. Intorno alle 14 arrivano in piazza anche sindacati, associazioni e comitati di quartiere. «Qui si applica la Costituzione nata dalla Resistenza – afferma Valerio Bruni, della presidenza romana dell’Anpi – perché viene accolto Lucano, uno dei pochi ad aver reso effettivi i valori di solidarietà e accoglienza previsti dalla Carta. Questa mobilitazione fa valere la XII disposizione transitoria che prevede di non concedere alcuno spazio alle organizzazioni fasciste». POCO PRIMA DELL’ARRIVO di Lucano si è diffusa la notizia che il gruppuscolo di militanti di Forza Nuova che si era ritrovato alla metro Castro Pretorio, di fronte alla Biblioteca Nazionale, è stato autorizzato a muoversi. Sono poco più di una ventina. In testa Roberto Fiore, ex membro dell’organizzazione eversiva Terza Posizione, e alcuni militanti dotati di bastoni nascosti dal tricolore. Il «corteo» percorre poche centinaia di metri, quasi sempre sul marciapiede, prima di tornare indietro al grido di «Boia chi molla». Nel frattempo, il presidio antifascista prova a muoversi in direzione degli estremisti di destra ma le camionette della polizia gli sbarrano la strada. Per proteggere i fascisti sono schierati: un idrante, più di venti tra blindati e jeep, decine di agenti in assetto antisommossa. SU FACEBOOK, intanto, il vicepremier Luigi Di Maio scrive: «Vedo e sento molto nervosismo in Italia. Alla Sapienza oggi sono tornate le camionette delle Forze dell’Ordine come non accadeva da tempo. C’è una tensione sociale palpabile, non solo a Roma, come non si avvertiva da anni. Nelle piazze è tornata una divisione tra estremismi che non credo faccia bene a nessuno». «Tensione nelle piazze? L’unica novità negativa sono le decine di minacce di morte contro il ministro Salvini» rispondono dalla Lega. Minacce di morte no, ma messaggi diretti all’esecutivo e soprattutto al ministro dell’Interno ne arrivano tanti da questa piazza. Proprio il leader della Lega aprì la stagione degli attacchi all’uomo simbolo di Riace affermando: «È uno zero». Era il 3 giugno scorso, ben prima che le traballanti inchieste della magistratura costringessero Lucano a lasciare il suo paese. «LA NOSTRA MOBILITAZIONE è in continuità con le contestazioni al Salone del Libro e con la risposta antifascista di Casal Bruciato – conclude Isabella – In queste settimane si inizia a vedere che opporsi a chi legittima i gruppi neofascisti e vota politiche razziste e sessiste è possibile». * Fonte: Giansandro Merli, IL MANIFESTO

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Salone del libro di Torino. I nodi in scena: egemonia culturale e pensiero critico https://www.micciacorta.it/2019/05/salone-del-libro-di-torino-i-nodi-in-scena-egemonia-culturale-e-pensiero-critico/ https://www.micciacorta.it/2019/05/salone-del-libro-di-torino-i-nodi-in-scena-egemonia-culturale-e-pensiero-critico/#respond Tue, 07 May 2019 07:07:27 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25400 Il saloon del libro. La presenza di una casa editrice dichiaratamente fascista tra gli stand della kermesse ha scatenato la discussione a sinistra Un merito a Christian Raimo bisogna riconoscerlo. Ha lacerato il velo di ipocrisia che nel corso degli anni ha avvolto l’appuntamento più importante dell’editoria italiana, ovvero il Salone del libro di Torino. CON […]

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Il saloon del libro. La presenza di una casa editrice dichiaratamente fascista tra gli stand della kermesse ha scatenato la discussione a sinistra Un merito a Christian Raimo bisogna riconoscerlo. Ha lacerato il velo di ipocrisia che nel corso degli anni ha avvolto l’appuntamento più importante dell’editoria italiana, ovvero il Salone del libro di Torino. CON UN POST, POI CANCELLATO, inviato sulla sua bacheca di Facebook lo scrittore italiano ha compiuto quell’atto semplice difficile a farsi. Ha scritto che l’antifascismo è una discriminante che non ha perso valore con il trascorrere del tempo da quando partigiani hanno chiamato il popolo italiano all’insurrezione contro il regime della Repubblica sociale italiana e l’occupazione nazista. Raimo, oltre a dispiacersi della presenza di una casa editrice che non nasconde la sua nostalgia per il ventennio mussoliniano, ha puntato l’indice anche contro chi, nel governo, fa quotidiano esercizio di razzismo e xenofobia. Tutto è nato con l’annuncio che al Salone del libro edizione 2019 sarà presente la casa editrice Altaforte, una specie di megafono editoriale di Casa Pound, che ha recentemente pubblicato un libro intervista a Matteo Salvini. D’altronde il capo della casa editrice, Francesco Polacchi, è anche il produttore delle pacchiane felpe indossate dal ministro degli interni nelle sue apparizioni dove dispendia a piene mani il fiele di «prima gli italiani». Christian Raimo ha detto che gli intellettuali, gli scrittori e persino i giornalisti non possono chiudere gli occhi su questa marea montante di xenofobia e indifferenza verso vecchio e nuovo fascismo. Apriti cielo. È iniziato subito il fuoco a parole incrociate contro la direzione del Salone del libro. Il sottosegretario ai beni culturali Lucia Borgonzoni ha chiesto a Nicola Lagioia di dissociarsi dalla parole scandalose di un suo consulente, come era fino a qualche giorno fa Christian Raimo. INVECE DI MANTENERE IL PUNTO, lo scrittore italiano ha preferito inviare un altro post annunciando le sue dimissioni da consulente del Salone del Libro, motivandole con l’intenzione di non arrecare danno all’appuntamento torinese. Per Nicola Lagioia una gatta da pelare in meno. L’antifascismo è salvo (a parole), ma soprattutto salva è l’amicizia e la stima che lega i due intellettuali italiani. Ieri, infine nuova esternazione di Raimo: lui al Salone ci andrà come scrittore, italiano, cittadino democratico. La polemica poteva finire qui, dato che tutto era ritornato nell’ordine di una iniziativa che nel corso degli anni non ha scontentato mai nessuno. Ottimo palco per scrittori, saggisti, casa editrici. Autori mainstream e controcorrente hanno potuto parlare dei loro libri in una manifestazione che ha visto crescere il pubblico anno dopo anno. Lieto sarà il capo di Altaforte, che mai avrebbe sperato in così tanto clamore per un libro che altrimenti avrebbe appassionato solo la claque plaudente della Lega. NEL FRATTEMPO hanno preso parola altri intellettuali, a partire dal collettivo Wu Ming che ha annunciato che non sarà a Torino. Sullo stesso tenore le dichiarazioni dello storico Carlo Ginzburg, di Francesca Mannocchi, autrice di libri e reportage sulla guerra a bassa intensità dichiarata dall’Italia e dalla fortezza Europa contro i migranti e di Zerocalcare. Di diverso tenore invece la presa di parola di Michela Murgia, che invita a presidiare in massa il Salone del libro e togliere così spazio ai fascisti. La partecipazione di una casa editrice della destra radicale è un incidente di percorso, dicono i soliti commentatori protagonisti per le loro banalità nelle tempeste in un bicchier d’acqua. C’è da dire che il velo di ipocrisia squarciato, ma subito rammendato da Christian Raimo fa emergere una realtà più articolata e meno rosea di quella dipinta da coloro che guardano al programma del Salone come un esempio di radicalità teorica e di costituzione di una sfera pubblica non omologata. DIETRO LA PARTECIPAZIONE di una casa editrice di destra estrema alla kermesse torinese c’è un nodo che rischia di diventare un nodo scorsoio al pensiero critico. A essere messa in discussione da decenni è la presunta egemonia della sinistra nella produzione culturale, un fantasma che si aggira tra chi vuol archiviare l’antifascismo come dato fondante della Repubblica nata dalla Resistenza; e tra chi, sulle colonne dei maggiori quotidiani italiani, da oltre un ventennio agisce come un agit prop del decisionismo, del riduzionismo nelle procedure democratiche e di chi guarda all’individuo proprietario come il faro che dovrebbe guidare la riflessione sulla modernità più o meno liquida del neoliberismo. IL PENSIERO CRITICO deve cioè essere ridotto a fabula tra le tante, variazione sul tema ossequioso del potere costituito basato su quella postverità che costituisce ormai l’asse portante della discussione pubblica. Per costoro vale ricordare la riflessione di Enzo Traverso sul vecchio e nuovo fascismo (il manifesto, 24 aprile 2019). Il fascismo di oggi ha punti di contatto ma significative differenze con quello storico. Compito del pensiero critico è individuare le une e le altre. Altro discorso è se c’è un pericolo fascista alle porte. Siamo cioè come quella scena descritta da Ian McEwan in Cani neri: nel momento del trionfo della democrazia liberale, possono danzare sulle macerie del Muro di Berlino neonazisti impenitenti. Peccato che il Muro di Berlino sia caduto ormai da trenta anni. Più realisticamente va affermato che montante è semmai l’ideologia di chi vuole cancellare l’antifascismo senza per questo auspicare necessariamente un regime fascista. Infine, un dato viene spesso dimenticato. Il Salone del libro è da anni lo spazio pubblico dove scorre il sotterraneo conflitto teso ad addomesticare la produzione culturale. Più che programma radicale, quello dell’edizione 2019, come quello degli anni passati, è un programma politicamente corretto, buono per tutti i palati. NELL’ULTIMO BIENNIO, Nicola Lagioia ha dovuto fronteggiare la competizione di imprenditori culturali che volevano far diventare Milano il centro nevralgico dell’editoria italiana, allorquando hanno pensato di allestire una fiera del libro alternativa a quella torinese. Con intelligenza, il direttore del Salone lo ha riqualificato, sottraendolo innanzitutto al gorgo di corruzione, affari poco chiari che alcune iniziative spregiudicate rischiavano di trascinare a fondo. Così Torino è tornato ad essere l’appuntamento più importante dell’editoria italiana. Con il rischio però di una forte riduzione della bibliodiversità. Ormai essere presente ala Lingotto costa molto. E se le grandi case editrici possono permetterselo, le piccole e gli «indipendenti» hanno difficoltà ad affittare stand, pagare le trasferte di dipendenti spesso con contratti precari, al punto che negli anni passati gli immensi spazi dell’ex stabilimento Fiat sono stati teatro di contestazioni, cortei interni organizzati da precari che volevano mettere in evidenza come spesso i libri sono frutto di bassi salari, diritti ridotti al lumicino e sfruttamento a tempo indeterminato. Anche la disposizione spaziale, geografica degli editori riflette il potere di mercato. Gli edifici centrali del Lingotto sono infatti saldamente presidiati dai grandi editori; gli altri sono spesso relegati in «periferia». Il Salone non riesce cioè ad essere il contraltare di quella concentrazione oligopolistica della produzione, distribuzione e vendita che caratterizza, in Italia come nel mondo, l’editoria (a quando la polemica contro Amazon?). Chi ne soffre sono gli indipendenti e i piccoli. Questo è il panorama che si impone al visitatore, una macchina organizzativa che mobilita centinaia di uomini e donne e che alimenta un indotto economico che fattura milioni e milioni di euro. Che l’antifascismo sia una discriminante non è qui messo in dubbio. Fa bene chi ne attualizza il valore. Il modo migliore per farlo vivere, rompendo la gabbia di una logora retorica dove è stato richiuso, è però fare i conti con quella concentrazione nelle mani di pochi editori della produzione di contenuti basata sulla svalorizzazione del lavoro culturale. * Fonte: Benedetto Vecchi, IL MANIFESTO   Photo: Rinina25 e Twice25 Twice25 [CC BY-SA 2.5 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5)]  

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