Augusto Pinochet – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Fri, 17 Apr 2020 09:07:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.4 Luis Sepúlveda: Questo è il giorno più atteso. Pinochet andrà a processo https://www.micciacorta.it/2020/04/luis-sepulveda-questo-e-il-giorno-piu-atteso-pinochet-andra-a-processo/ https://www.micciacorta.it/2020/04/luis-sepulveda-questo-e-il-giorno-piu-atteso-pinochet-andra-a-processo/#respond Fri, 17 Apr 2020 08:52:19 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26076 Il miracolo della radio mi ha regalato la notizia più attesa: la Corte suprema di giustizia ha respinto il ricorso presentato dalla difesa dell’animale, del criminale, dell’assassino, del ladro

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Un intervento dello scrittore uscito originariamente sul manifesto del 6 gennaio 2005.  Ora la tenue luce della giustizia si lascia vedere fra il fumo della Moneda in fiamme Solo poche ore fa stavo accomiatandomi da mio figlio Sebastián all’aeroporto di Gijón. Come sempre cercavo di mascherare la tristezza dell’addio dietro un paio di battute, e ho visto che il mio giovanotto di vent’anni, per mano con la sua fanciulla, mi mandava dei segnali prima di entrare nella sala d’imbarco. Come sempre, dal momento che l’uomo è un animale di costumi protettivi per assurdi che essi appaiano, sono rimasto lì finché l’aereo è decollato. Come sempre, ho fatto il conto dei giorni e delle ore passati insieme e mi sono soffermato sul ricordo di una camminata sulla spiaggia solitaria mentre lui mi chiedeva di parlargli del mio ultimo viaggio in Cile. Emozionato, gli ho raccontato che era stato un bel viaggio, che mi ero incontrato con i miei vecchi amici, con i miei cari compagni della guardia del presidente Allende, e che lentamente cominciavo a pensare al mio ritorno. MIO FIGLIO esibiva con orgoglio una maglietta del Forum sociale cileno, il bel disegno di Federica Matta risplendeva nella luce marina. «Quell’animale è sempre lì, senza che nessuno lo tocchi?», mi ha chiesto all’improvviso. Sì, l’animale, il criminale, l’assassino, il ladro era sempre in Cile, protetto dalla più odiosa impunità. Staremo bene in Cile. Avrò un paio di cavalli, ho risposto per allontanare quella presenza vergognosa. Quando l’aereo di mio figlio era sparito dal pannello delle partenze, sono ritornato alla macchina, ho acceso il motore e allora il miracolo della radio mi ha regalato la notizia più attesa: la Corte suprema di giustizia aveva respinto il ricorso presentato dalla difesa dell’animale, del criminale, dell’assassino, del ladro, e lui dovrà affrontare il processo che aspetta la società cilena, i cileni che vivono fra la cordigliera e il mare, quelli che vivono nella diaspora, quelli che sono nati sotto altri cieli e sono cresciuti con il nostro amore per il lontano paese disseminato di isole. Confesso di aver creduto che questo giorno così atteso non sarebbe mai arrivato, e non per sfiducia nella giustizia, bensì in quelli incaricati di amministrarla. Quante vite si sarebbero salvate se i tribunali cileni avessero accettato i ricorsi presentati dai familiari dei desaparecidos, degli assassinati nei centri di detenzione e di tortura, degli sgozzati di notte e nelle ore in cui solo i criminali potevano muoversi per le strade del Cile? Fra il 1973 e il 1989 furono presentati migliaia di ricorsi d’urgenza, i familiari arrivavano con testimoni che avevano assistito alle detenzioni, ai sequestri, ai furti di persone, e nessuno fu accolto perché la giustizia era nelle mani di prevaricatori, di complici del dittatore. NON CREDEVO che questo giorno fosse possibile, però allo stesso tempo, poiché conosco e ammiro la storia civile del mio paese, ho sempre cercato di convincermi che il processo contro Pinochet è cominciato quando l’ultimo difensore del palazzo della Moneda sparò l’ultimo colpo in difesa della costituzione e della legalità. Non sarà giudicato per tutti i suoi crimini, ma solo per alcuni, comunque tanto selvaggi e bestiali come tutti quelli che ordinò dalla sua codardia di satrapo, dalla sua viltà di essere mediocre e ottuso, dal fetore del suo tradimento. Però sarà giudicato, con tutte le garanzie che noi non avemmo, e ci rallegra che sia così perché noi crediamo nella giustizia. È dovere di tutti vegliare perché non gli capiti nulla, perché la sua salute si conservi, perché non gli manchi niente, e se è necessario fare una colletta pubblica per tenerlo vivo, facciamola. Quanto dobbiamo pagare? Quel che importa è che mio figlio, i figli di tutti quelli che hanno sofferto, e le vedove e i genitori che seppellirono i loro figli, e le fidanzate dai corredi frustrati, e le nonne che si ritrovarono senza i destinatari delle loro carezze vedano l’animale fascista, il criminale venduto, l’assassino di sogni, il ladro di vite e di beni, fotografato di fronte e di profilo, con il suo numero da delinquente sotto la mascella, lasciando le impronte digitali delle sue grinfie nell’inchiostro nero del la vergogna. È questo che importa. MENTRE SCRIVO queste righe, mio figlio Sebastián vola verso la Germania e io ricordo la passeggiata sulla spiaggia deserta. Quando gli ho raccontato del mio ritorno a El Cañaveral, quel luogo sacro fra i monti dove il Dispositivo di sicurezza del presidente Allende, il Gap, si preparava a difendere la vita dei nostri dirigenti, di coloro che si erano fatti carico di realizzare il più bel sogno collettivo della mia generazione. Là, insieme a «Patán», «Galo», «El Pelao» e altri dei migliori, dei più coraggiosi compagni che abbia mai conosciuto e la cui amicizia è il mio grande orgoglio, ricordavamo senza retorica quel sogno pieno di aneddoti e di gioventù. So che loro condividono la serena allegria per questo giorno, per questo giorno tanto atteso, in cui la tenue luce della giustizia si lascia vedere fra il fumo della Moneda in fiamme, fra i volti luminosi di tutti i compagni del Gap che caddero e che non sono mai scomparsi dalla nostra memoria. * Fonte: Luis Sepúlveda, il manifesto ph by Joson / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)

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Brasile. Bolsonaro presenta il suo nuovo partito fascista https://www.micciacorta.it/2019/11/brasile-bolsonaro-presenta-il-suo-nuovo-partito-fascista/ https://www.micciacorta.it/2019/11/brasile-bolsonaro-presenta-il-suo-nuovo-partito-fascista/#respond Sat, 23 Nov 2019 09:12:31 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25795 La presentazione di un quadro con il nome del partito completamente fatto di proiettili, seguita dall'annuncio che il numero con cui si presenterà alle urne è il 38, come il calibro della famosa pistola («facile da ricordare»)

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Impossibile da dimenticare il lancio del nuovo partito di Bolsonaro, Aliança pelo Brasil, nato dalla costola (ancora) più fascista del già estremista Partido social liberal (Psl), la forza politica con cui è arrivato alla presidenza del Brasile e da cui è uscito per i sempre più gravi dissapori con il presidente Luciano Bivar. Si tratta del decimo cambio di casacca, per Bolsonazi, come lo chiamano i suoi numerosi critici. MA SI CAPISCE SUBITO che questa, di casacca, gli sta a pennello. Anche perché a presiedere il partito sarà lui stesso e a fargli da primo vicepresidente sarà il primogenito Flávio, lo 01. Alla prima convenzione nazionale dell’Aliança pelo Brasil, che si è svolta giovedì in un hotel della capitale, non mancava proprio nessuno degli ingredienti a lui cari: offese ai giornalisti da parte di militanti con magliette inneggianti al torturatore della dittatura Brilhante Ustra, riferimenti a Dio e alla religione, battutacce a sfondo sessuale e slogan anticomunisti («La nostra bandiera non sarà mai rossa»). E, soprattutto, la presentazione di un quadro con il nome del partito completamente fatto di proiettili, seguita da lì a poche ore dall’annuncio che il numero con cui si presenterà alle urne è il 38, come il calibro della famosa pistola («facile da ricordare»). UNA SCELTA IN LINEA con l’imprescindibile missione di «lottare instancabilmente per garantire a tutti i brasiliani il diritto inalienabile al porto d’arma». Missione che andrà ad affiancare la lotta per restituire a Dio il suo posto «nella vita, nella storia e nell’anima dei brasiliani», per bandire ogni traccia di comunismo e di «globalismo», per sanare «la piaga ideologica» dell’«ideologia di genere». Per il vero esordio del partito bisognerà forse aspettare ancora un po’, essendo necessario raccogliere prima 500mila firme in almeno nove stati della federazione e attendere il via libera del Tribunale elettorale. Un’impresa che difficilmente potrà essere realizzata in tempo utile per prendere parte alle municipali del 2020. Ma intanto fa già molto discutere l’«orientamento esplicitamente fascista» della nuova forza politica, su cui pone per esempio l’accento il capogruppo del Pt alla Camera dei deputati Paulo Pimenta, il quale non esita neppure a descriverla come il «partito delle milizie», in riferimento ai legami inoccultabili del clan Bolsonaro con le bande paramilitari di Rio de Janeiro coinvolte nell’omicidio di Marielle Franco, per cui ora è indagato anche il figlio Carlos, lo 02. E, A PROPOSITO DI FASCISMO, grande scalpore ha suscitato anche l’annuncio di un atto solenne in omaggio a Pinochet da parte dell’Assemblea legislativa dello stato di São Paulo (Alesp), voluto da Frederico d’Avila, deputato statale del Psl ritenuto vicino all’Aliança pelo Brasil, e fissato oltretutto il 10 dicembre, Giornata internazionale dei diritti umani. Difficile tuttavia che l’evento possa realizzarsi: il presidente dell’Alesp, il socialdemocratico Cauê Macris, ha già dichiarato che lo impedirà. * Fonte: Claudia Fanti, il manifesto

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Luis Sepulveda: «Fa rabbia il ritorno a tempi che credevamo superati» https://www.micciacorta.it/2019/10/luis-sepulveda-fa-rabbia-il-ritorno-a-tempi-che-credevamo-superati/ https://www.micciacorta.it/2019/10/luis-sepulveda-fa-rabbia-il-ritorno-a-tempi-che-credevamo-superati/#respond Tue, 22 Oct 2019 07:32:03 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25706 Intervista. «Il problema è che questa esplosione non ha un obiettivo politico definito, non propone un’alternativa»

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Ha appena compiuto 70 anni, Luis Sepulveda. Ne aveva 28 quando il Cile di Pinochet lo espulse benignamente invece di fargli scontare il meritato ergastolo come membro del Gap, il Grupo amigos personales del presidente Allende. I carri armati per le strade di Santiago li porta letteralmente nella carne, nelle ossa piegate da anni di una cella grande come un frigorifero, nelle unghie strappate. Ora i tank sono tornati, è di nuovo stato d’emergenza Cosa hai sentito nel tuo cuore a vedere i soldati per le strade, un’altra volta? Una grande, grande rabbia. Il ritorno a tempi che credevamo superati. Ma non è così, il fantasma del pinochettismo continua a essere molto vivo in Cile, e il presidente Sebastian Pinera, che è una persona perfettamente inutile, ne dimostra l’atteggiamento apertamente fascista. E’ ancora Pinochet, il suo spettro, o c’è qualcosa di nuovo in questo governo di destra che arma le strade? Nel fondo c’è una parte dell’eredità di Pinochet. E appena sopra c’è un’estrema destra fascista nello stile di Bolsonaro, sempre più presente in ogni paese dell’America Latina. Ogni giorno di più: a parte il Messico, la destra va molto bene in tutto il subcontinente. Sì, c’è una fioritura dell’estrema destra, unita a narcotaffico, sette evangeliche e fondamentalismi religiosi. Il panorama è brutto, e diventa peggiore. Hai paura di qualcosa di simile ad allora o la democrazia cilena è abbastanza forte da poter superare questi soldati per le strade? Il golpe militare del ’73 aveva un solo obiettivo: imporre un sistema economico, il modello neoliberale dell’economia. Questo venne imposto. Ora le conseguenze del neoliberalismo hanno portato a un’esplosione sociale, che era là, contenuta, ma che presto o tardi sarebbe scoppiata. Il problema è che questa esplosione sociale non ha un obiettivo politico ben definito, è ira popolare che divampa in maniera spontanea, ma senza che alcuna forza politica proponga un’alternativa. E’ rabbia per la rabbia, e questo è molto preoccupante. Non credo che si possa ripetere il golpe del ’73, un colpo di stato con quelle caratteristiche, ma tutto ciò che è stato conquistato dagli anni del golpe, anche le conquiste più minime, ora è in pericolo. Dunque questa è una jaquerie, ribellione senza orizzonte politico, è così? Esattamente, è una reazione popolare di fronte a una serie di misure assolutamente odiose. Il Cile è un paese dove le disuguaglianze sociali sono incredibili quando si prova va descriverle, i molto ricchi e una maggioranza di persone che vive della povertà di quelli più in basso. Il trionfo ideologico del neoliberalismo ha fatto sì che molta gente, per il semplice fatto di avere una puta carta di credito, si senta parte integrante della classe media. E’ un paese ideologicamente molto debole, la sinistra cilena è nel suo peggiore momento, non c’è un’alternativa e la rabbia popolare, l’ira delle classi popolari, si manifesta in questa maniera. Ma la risposta della repressione ci può portare verso tempi tremendamente brutti. Hai qualche speranza in ciò che resta della storica sinistra cilena, o in altri gruppi? La sola vera speranza è la gente giovane, quella che ha manifestato più duramente e da più tempo contro il governo, ma manca un’articolazione politica intelligente, la costruzione di un progetto politico alternativo, le risorse intellettuali per proporre qualcosa di diverso, e questo è un lavoro di anni. Spero verrà fatto. Altre esperienze in America latina? Quello di oggi è un fenomeno cileno o è latinoamericano? Ciò che accade in Cile è parte di un fenomeno globale, con tutta evidenza anche il neoliberalismo è in crisi. Quando un paese come gli Stati Uniti elegge presidente un imprenditore del tutto inetto, inefficace e ignorante, non si può sperare che gli altri mandatarios del mondo possano essere molto diversi. Meno di una settimana fa Donald Trump ha detto che la relazione tra Stati Uniti e Italia risale all’antica Roma! Ci sono alcune speranze: la Bolivia di Evo Morales, combattere ogni povertà in un modo reale ed efficiente e far crescere il paese, l’Uruguay del Frente Amplio, Pepe Mujica ha iniziato un’altra maniera di fare politica che il Frente Amplio ha proseguito, senza grandi ambizioni ha conquistato cose fondamentali e la gente vive meglio. Evidentemente non è la grande soluzione, la grande soluzione dovrebbe essere un altro modo di vivere, allontanarsi dalla realtà e dal mito della crescita economica. Bisogna avere un’altra idea di sviluppo, manca questo per completare l’idea di una alternativa. Pinera ha dichiarato: “Siamo in guerra contro un nemico potente, molto organizzato e implacabile, disposto a usare la violenza e la delinquenza senza alcun limite”. Sembra la descrizione di un’invasione. Ma chi è il nemico? Ed è davvero organizzato? Macché nemico organizzato, il “nemico” sono i pensionati che vivono con un assegno miserabile, gli studenti che terminano i corsi con trent’anni di debiti scolastici, gli insegnanti con il salario più basso d’America Latina, i giovani senza alcun futuro, la classe lavoratrice senza alcun diritto… Ogni giorno la polizia entra nelle scuole e nei licei e picchia brutalmente. E questa esplosione spontanea, cominciata con una manifestazione del tutto pacifica contro il costo dei biglietti della metro, non giustifica in alcun modo la violenza dello stato. Quando lo stato comincia a praticare la violenza, evidentemente incontra una risposta violenta. * Fonte: Roberto Zanini, il manifesto   photo by unicornriot

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Cile 46 anni dopo. «Così iniziò il golpe contro mio zio Salvador Allende» https://www.micciacorta.it/2019/09/cile-46-anni-dopo-cosi-inizio-il-golpe-contro-mio-zio-salvador-allende/ https://www.micciacorta.it/2019/09/cile-46-anni-dopo-cosi-inizio-il-golpe-contro-mio-zio-salvador-allende/#respond Wed, 11 Sep 2019 11:15:27 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25653 Gli agguati dei soldati, la latitanza, la fuga a Parigi: a 46 anni dall'11 settembre 1973 Maria Inés Bussi, nipote del presidente socialista cileno, per la prima volta da allora racconta i giorni del colpo di stato di Pinochet

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L’11 settembre del 1973 il palazzo della Moneda a Santiago del Cile viene attaccato: i militari sono insorti per tentare un colpo di stato e rovesciare il governo socialista di Salvador Allende. Dentro al palazzo si asserragliano 70 uomini per proteggere la vita del presidente e le immagini di quelle ore vengono trasmesse in tutto il mondo: i carri armati invadono le strade di Santiago, lo Stadio nazionale viene trasformato in un vero e proprio campo di concentramento e i rifugiati si accalcano nei giardini delle ambasciate. L’assalto è feroce e Allende si suicida con un colpo di pistola. I combattenti della Moneda vengono arrestati, torturati e uccisi e il Cile dà inizio ai più cupi dei suoi anni sotto il torchio della feroce dittatura militare guidata dal generale Augusto Pinochet. Ma cosa succede quel giorno a chi è vicino al presidente? Cosa succede alla sua famiglia? Fuori dalla Moneda, c’è Inés, 26 anni, nipote prediletta del presidente. Quella ragazza si è trasformata oggi in un’elegante signora: si chiama Maria Inés Bussi. Alta, slanciata, chignon biondo e grandi occhi blu, Inés si muove con un portamento fiero, mentre decide per la prima volta di raccontare la sua storia: «Quella mattina ero a casa con il mio compagno, che era un dirigente politico. Riceve una telefonata, si gira e mi dice: “La Marina si è sollevata a Valparaiso. Il golpe è cominciato”. Ed ecco, così è iniziato tutto». Eri la nipote del presidente e il tuo compagno era un importante dirigente del Mir (Movimento della sinistra rivoluzionaria). Tu stessa aiutavi Miguel Enríquez – capo del Mir – e per tanti anni hai vissuto a casa di tuo zio, il presidente Allende. Sicuramente eri in cima alla lista di persone da sequestrare l’11 settembre. Cosa ricordi di quel giorno? Quella mattina non sapevo cosa fare, come muovermi. Era ovvio che i militari sarebbero venuti a prendermi. Ricordo che quel giorno ho lasciato mia figlia dai miei genitori e mi sono nascosta a casa di una collega. Nel pomeriggio, probabilmente non capendo ancora la pericolosità della situazione in cui ci trovavamo, sono tornata a casa mia per controllare se i militari fossero passati. La porta d’ingresso era di pesante legno nero e aprendola ho sentito un rumore strano: come se fosse scattato un congegno. Mi sono fermata, ho richiuso la porta e sono scappata in giardino attraverso un passaggio nascosto. Da lì ho visto i militari che correvano verso casa mia con la mitraglietta in mano. L’avevo scampata per un soffio. Incurante del pericolo, sono andata subito a casa dei miei genitori per vedere mia figlia, ma appena entrata mio padre mi è corso incontro intimandomi di scappare. Il mio capo li aveva chiamati: i militari erano passati dal mio ufficio per sequestrarmi. La casa dei miei genitori non era più un luogo sicuro. Era solo l’inizio. Come hai fatto a salvarti? Il giorno dopo sono andata alle Nazioni unite, dove lavoravo, per cercare aiuto. Ma sotto all’ufficio c’era un camion che mi era familiare: era lo stesso che il giorno prima era appostato sotto casa mia. Un colpo di pistola è partito da quel furgone. Era finita. Mi avevano vista. L’unico pensiero che avevo in testa in quel momento era che non volevo morire così, davanti a loro, senza poter fare nulla. Ho mantenuto il sangue freddo e ho continuato a camminare. Sono riuscita a scappare: proprio in quel momento è passato un alto funzionario in auto che mi ha fatto salire e mi ha portata in salvo. Di nuovo, mi ero salvata per un pelo. Da quel momento tutti i miei colleghi delle Nazioni unite si sono mobilitati per aiutarmi e hanno chiesto a una donna di nome Margarita, all’epoca amante di uno degli avvocati di Pinochet, di nascondermi nel suo appartamento. Nessuno l’avrebbe mai perquisito. Ricordo che dentro a quella casa avevo un solo divieto: non potevo aprire gli armadi. Un giorno ho disobbedito e li ho aperti, straripavano di tutto il cibo che non si trovava più in commercio. Sono stati giorni terribili, volevo scappare da quella casa ma non potevo fare nulla. Dopo qualche tempo si è scoperto che un collega francese aveva una moglie che mi somigliava molto. Così sono riuscita a entrare nell’ambasciata francese con il suo passaporto e due mesi dopo sono salita su un aereo diretto a Parigi. Di quei giorni ho un ricordo particolare, la madre di una mia collega ascoltando la figlia che le raccontava la mia storia, mi ha guardata e ha detto stupita: «Ma no, ci deve essere uno sbaglio. Guardala, ha gli occhi azzurri. Non può essere una comunista!».
Cancellavo la memoria, i volti e i nomi delle persone che avevo visto a casa di mio zio. La mia più grande paura era farli catturare
Come sono stati i due mesi trascorsi nell’ambasciata francese? Mi sentivo già prigioniera: anche se ero dentro a un’ambasciata ero sicura che mi avrebbero presa. I militari ovviamente non volevano rilasciare i documenti per far scappare la nipote di Allende. E così tutti i giorni in quei due mesi ho fatto un esercizio: cancellare la memoria. Mi sono sforzata di cancellare i volti e i nomi di tutte le persone che avevo visto a casa di mio zio. La mia più grande paura era di far catturare qualcuno che conoscevo: volevo solo dimenticare tutti quelli che avevo conosciuto. Per fortuna dopo due mesi sono riuscita a salire con mia figlia su un aereo per Parigi. Sono potuta tornare in Cile solo dopo 13 anni, tre mesi e 18 giorni. A Parigi qual era la situazione per un rifugiato? Lì ero l’ultima dei poveri, non riuscivo a trovare un lavoro e venivo trattata come un’anomalia perché ero una donna sola con una figlia. Avevo i soldi solo per comprare uno yogurt al giorno. Non scorderò mai un episodio in particolare. Mi trovavo all’università per chiedere una borsa di studio e la segretaria mi ha risposto con sdegno: «Ma guardi com’è elegante, sembra una modella, non si vergogna a chiedere una borsa di studio?». Lei dallo sportello non poteva certo vedere che tenevo per mano mia figlia e io non avevo ancora il coraggio di risponderle che avevo una bambina, che venivo da un Paese in cui era avvenuto un colpo di stato e che i militari mi avevano sequestrato la casa e tutto ciò che possedevo. Pensa che in quegli anni in Cile per dare dell’idiota a qualcuno si diceva «Sei più stupido di un soldato senza macchina». Ogni volta che c’era una perquisizione o un sequestro i militari erano liberi di appropriarsi di tutto ciò che trovavano, comprese le automobili. Quindi era sostanzialmente impossibile per un soldato non possedere almeno un’auto. Hai detto che a Parigi eri un’anomalia perché eri una giovane donna sola con una bambina. Il tuo compagno dov’era? Il mio compagno non poteva stare con noi, era dovuto rimanere in Cile. Lo hanno ammazzato il 15 ottobre 1975. A quel tempo io avevo trovato lavoro in Messico e quella mattina stavo leggendo seduta a un tavolino quando un uomo mi ha messo davanti un giornale che titolava «Ucciso uno dei principali leader del Mir». Così ho scoperto che il mio compagno era morto. Erano 5 fratelli: 4 sono stati uccisi dalla dittatura. Anche tu eri una militante? Non ero una militante, sono sempre voluta rimanere indipendente. Però aiutavo Miguel Enríquez, il capo assoluto del Mir, assassinato un anno prima del mio compagno. Io avevo un compito particolare: ero la copilota di Miguel. Dato che ero alta, bionda e con gli occhi azzurri quando io e Miguel eravamo in macchina sembravamo una giovane coppia di piccoli borghesi. Nessuno ci fermava mai e questo ci ha salvato da moltissimi pericoli. Ai militari sembravamo gente linda, non avevamo l’aspetto dei comunisti feroci, non rispecchiavamo la loro idea caricaturale di come dovevano apparire le persone di sinistra. E così aiutavo Miguel che in quanto capo del Mir doveva andare a incontri clandestini e portare messaggi da una parte all’altra della città. Io ero la sua copertura. Prima di convivere con il tuo compagno hai abitato per molti anni a casa del presidente Allende, come mai? Da giovane studiavo sociologia all’università del Cile. Ero molto brava e così sono stata scelta per andare a studiare per un periodo a New York. Dato che ero la nipote del presidente mi hanno reso le cose difficili: mi hanno mandata a vivere con una famiglia nera del Bronx negli anni della segregazione razziale e degli scontri più feroci. Alla fine del mio soggiorno dall’università e dal governo hanno cercato di corrompermi in tutti i modi per farmi rimanere a studiare a New York, ma non ne ho voluto sapere e ho preso l’aereo per Santiago. All’aeroporto ad aspettarmi non ho trovato i miei genitori, ma mio zio Salvador e sua moglie: mi hanno chiesto di andare a vivere con loro. Evidentemente avevo superato delle prove difficili, era il loro modo per premiarmi.
Aveva moltissimo senso dell’humor. Portavo spesso i miei compagni di università a studiare a casa e quando lui tornava non si arrabbiava, si univa a noi e parlava con tutti
Come sono stati gli anni passati in quella casa? È stato un periodo bellissimo: ne ho una grande nostalgia. All’inizio vivevo con gli zii e le tre cugine, poi loro tre si sono sposate e io sono rimasta «figlia unica», come diceva mio zio. Lui aveva moltissimo senso dell’humor, era una persona molto divertente nella vita di tutti i giorni. Era leggero di spirito. Portavo spesso i miei compagni di università a studiare a casa perché sapevo che erano curiosi di vedere la casa del presidente. E quando lui tornava e trovava la casa piena dei miei amici non si arrabbiava, si univa a noi e parlava con tutti. A volte, quando tornava, mi trovava a studiare nella sala da pranzo e ne era felicissimo. Mi diceva: «Inés, pensa che disgrazia per un padre quando un figlio non vuole studiare. A te invece studiare piace, eccome! E allora su, balliamo!». E mi prendeva la mano per ballare un tango, mi insegnava i passi e ridevamo. Era stupendo. Quand’è stata l’ultima volta che hai visto tuo zio? Il sabato prima del colpo di stato sono andata a trovarlo alla Moneda per chiedergli un’arma. Abitavo in un quartiere di destra e i vicini sapevano che ero la nipote del presidente, venivano da me per spaventarmi. Così ho chiesto un’arma a mio zio che mi ha guardata, ha sorriso e mi ha detto: «Perché non torni di nuovo a vivere con noi?». È stata la sua unica risposta. Era molto serio, cercava di ritrovare il sorriso, ma era triste. Me ne sono andata via sicura che mi stesse nascondendo qualcosa: sicuramente già sapeva che si stava organizzando il colpo di stato. E in effetti era nell’aria, si poteva respirare. Spero di essere riuscita a spiegarvi quale fosse la situazione in Cile in quegli anni. Questa è stata la prima volta che ho raccontato nel dettaglio quello che è successo in quei giorni, finora non ero mai riuscita a farlo. Anche se Gabriel mi diceva sempre di raccontarglielo, che avremmo dovuto scrivere questa storia. Gabriel chi? Gabriel García Márquez. * Fonte: Elena Basso,  il manifesto

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Morto Stefano Delle Chiaie, il “grande vecchio” con la fissa del colpo di Stato https://www.micciacorta.it/2019/09/morto-stefano-delle-chiaie-il-grande-vecchio-con-la-fissa-del-colpo-di-stato/ https://www.micciacorta.it/2019/09/morto-stefano-delle-chiaie-il-grande-vecchio-con-la-fissa-del-colpo-di-stato/#respond Wed, 11 Sep 2019 10:16:09 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25650 Dal Msi ad Avanguardia nazionale, il «grande vecchio» della strategia della tensione. Legato al regime dei colonnelli greci, fu assolto per le stragi di piazza Fontana e Bologna

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Con Stefano Delle Chiaie scompare l’ultimo «grande vecchio» del neofascismo italiano. Nato nel 1936 a Caserta, figlio di un partecipante alla «Marcia su Roma», ha attraversato tutta la stagione dell’eversione nera del dopoguerra. Attivo fin dai primi anni Cinquanta, si iscrisse all’Msi a soli 14 anni, fu più volte arrestato per apologia di fascismo e violenze. Ricordò lui stesso con orgoglio l’assalto nel marzo del 1955 alla sede del Partito comunista in via delle Botteghe Oscure. Il suo nome è indissolubilmente legato alla storia di Avanguardia nazionale, la sua creatura, fondata nel 1960, non casualmente il 25 aprile, in una sede a Roma di reduci repubblichini. Il gruppo nacque per scissione da Ordine nuovo di Pino Rauti, accusato di pensare eccessivamente all’elaborazione teorica. Da qui il ricorso pieno allo squadrismo che caratterizzò più di ogni altra cosa Avanguardia nazionale (simbolo la runa dell’Odal, utilizzata da una divisione delle Waffen-SS). Fu anche costretta formalmente a sciogliersi nel 1965 per evitare le conseguenze delle innumerevoli denunce a carico dei suoi aderenti. Grande emozione, in questo contesto, suscitò il 27 aprile 1966 a Roma la morte dello studente socialista Paolo Rossi, precipitato da una scalinata a seguito dei durissimi scontri provocati dai picchiatori di Delle Chiaie davanti alla facoltà di Lettere.
IL LEGAME CON L’UFFICIO AFFARI RISERVATI
Soprannominato «Caccola» per via della sua bassa statura, Stefano Delle Chiaie partecipò al famoso convegno del maggio 1965 all’Hotel Parco dei Principi, promosso dal Sifar (il servizio segreto militare), in cui si posero le premesse della «strategia della tensione», mettendo Avanguardia nazionale al servizio dell’Ufficio affari riservati. Un legame organico che portò i suoi uomini a rendersi protagonisti di sistematiche provocazioni, tra le altre un vasto piano di infiltrazioni a sinistra per spingere gruppi e singoli ad azioni violente. In questo quadro An si interfacciò con le cellule venete di Ordine nuovo, lo stesso Delle Chiaie incontrò più volte Franco Freda, ricoprendo un ruolo centrale nelle vicende del 12 dicembre 1969. Fu, infatti, come raccontato da alcuni ex, un commando di Avanguardia nazionale a compiere i tre attentati a Roma (due all’Altare della Patria e uno alla Banca nazionale del lavoro) in contemporanea con la strage in piazza Fontana. L’organizzazione, riformatasi alla luce del sole nel 1970, venne definitivamente sciolta per legge nel giugno del 1976 come ricostituzione del partito fascista.
CON JUNIO VALERIO BORGHESE E OLTRE
Filo-golpista e ammiratore del regime dei colonnelli in Grecia, Stefano Delle Chiaie si legò a Guérin Sérac, capo dell’Aginter Presse, una sorta di agenzia per i «lavori sporchi» collegata alla Cia, ma soprattutto al «Principe nero» Junio Valerio Borghese, con cui architettò il tentativo di colpo di Stato della notte del 7-8 dicembre 1970, con l’occupazione temporanea del ministero dell’Interno, prima del rompete le righe. Resosi latitante nel 1970 per sfuggire a un mandato di cattura nell’ambito delle indagini su piazza Fontana, Delle Chiaie, si pose, unitamente ad altri di Avanguardia nazionale, al servizio prima dei franchisti spagnoli, poi del regime cileno di Pinochet, infine dei generali golpisti boliviani. In quegli anni ebbe modo di farsi fotografare il 9 maggio 1976 a Montejurra, nella Navarra, nel corso dell’agguato armato, che causò due morti, nei confronti di un corteo promosso dai seguaci antifranchisti di Carlos Hugo, ma anche di organizzare il tentato omicidio di Bernardo Leighton (l’ex vicepresidente di Allende) e di sua moglie, il 6 ottobre 1975 a Roma. Purtroppo le prove arrivarono solo dopo il processo, tenutosi nel 1987, in cui Delle Chiaie fu assolto. In compenso nel luglio 1980 partecipò in Bolivia al cosiddetto «golpe della cocaina», portando al potere Luis Garcia Meza Tejada, con l’aiuto di neonazisti di vari paesi (tra loro anche il criminale di guerra Klaus Barbie) e di gruppi paramilitari che si occuparono di eliminare i piccoli narcotrafficanti per poter giungere al controllo totale del mercato.
L’AQUILA E IL CONDOR
Arrestato nel 1987 a Caracas, fu processato per la stragi di piazza Fontana e alla stazione di Bologna. Assolto in ambedue i processi, tentò nuovamente nei primi anni Novanta l’avventura politica con piccole formazioni come Alternativa nazional popolare, che raccolse i vecchi camerati di Avanguardia nazionale, senza alcun successo. Da tre anni aveva ricostituito il sodalizio, pur illegale, di Avanguardia nazionale, aprendo una sede anche a Roma. Nel 2012 aveva dato alle stampe la sua autobiografia L’aquila e il condor, piena di omissioni e fatti ricostruiti al limite della pura invenzione. Una sorta di contro-storia da tramandare alle nuove leve. * Fonte: Saverio Ferrari,  il manifesto

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«Er caccola». La vera internazionale nera di Stefano delle Chiaie https://www.micciacorta.it/2019/09/er-caccola-la-vera-internazionale-nera-di-stefano-delle-chiaie/ https://www.micciacorta.it/2019/09/er-caccola-la-vera-internazionale-nera-di-stefano-delle-chiaie/#respond Wed, 11 Sep 2019 10:04:41 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25647 Da Franco a Pinochet. Definì l’ex nazista Klaus Barbie, il «boia di Lione», per cui lavorò in Bolivia durante la dittatura di García Meza, una «persona leale e impegnata anche dal punto di vista umano»

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Se c’è una figura del neofascismo italiano la cui biografia ha sottratto la definizione di «internazionale nera» ad una certa mitologia un po’ fumosa e a tratti degna di una spy-story, restituendola alla drammatica realtà dei fatti, è senza dubbio quella di Stefano Delle Chiaie. Perché «Er caccola» non è stato soltanto un protagonista di pressoché ogni tentativo di revanche che la destra radicale italiana abbia immaginato e messo in atto fin dall’immediato dopoguerra, ma un personaggio al centro per decenni di analoghi tentativi che hanno avuto come scenario il resto d’Europa come l’America Latina. DEL RESTO, in fuga dalle indagini della nostra magistratura, Delle Chiaie ha trascorso ben 17 anni da latitante: una lunga stagione della sua storia iniziata all’indomani della strage di piazza Fontana del dicembre del 1969 e del tentativo di colpo di Stato promosso dal «principe nero» Junio Valerio Borghese nel dicembre dell’anno e conclusasi solo nel 1987 con il suo arresto nella capitale venezuelana Caracas e la successiva estradizione nel nostro paese. Se già in precedenza i suoi contatti guardavano al Portogallo di Salazar, dove era nata l’Aginter Press che tanta parte risultò avere nel progetto della Strategia della tensione, la prima tappa della sua lunga fuga sarebbe stata Madrid, dove farà in tempo a vivere gli ultimi anni della dittatura franchista. Di quel periodo rimane anche un’immagine che lo ritrae in Navarra, nel maggio del 1976, a pochi mesi dalla morte del «Generalissimo» nel corso di un’azione, condotta da alcuni neofascisti italiani, francesi e portoghesi, insieme ai locali «Guerriglieri di Cristo Re», che sarebbe costata la vita a due manifestanti carlisti che auspicavano la democratizzazione del paese. Nel frattempo, nel corso di un viaggio con Borghese in Cile nel corso del 1974, Delle Chiaie aveva conosciuto Augusto Pinochet, alla guida della giunta militare golpista del Cile dal settembre del 1973, che incontrerà di nuovo nella capitale spagnola nel 1975 durante i funerali di Franco. Da questi contatti prende corpo la decisione di trasferirsi a Santiago, insieme ad altri esponenti e latitanti di Avanguardia Nazionale. Sarà solo il debutto di una nuova «carriera», condotta tra Cile, Costa Rica, Argentina e Bolivia che vedrà i neofascisti italiani operare a stretto contatto e per conto di alcune delle più spietate dittature della regione. Il tutto, malgrado le smentite di Delle Chiaie, probabilmente all’ombra di quel vasto piano repressivo, che comprendeva in particolare l’eliminazione fisica degli oppositori anche se riparati all’estero, denominato «Operazione Condor» e orchestrato, perlomeno a partire dalla metà degli anni Settanta, dal capo della Dina, la polizia segreta cilena, Manuel Contreras con i suoi colleghi sudamericani e sotto l’egida di Washington, come emerso negli ultimi anni anche grazie alla desecretazione di molti documenti dell’intelligence statunitense. DOPO IL CILE, e almeno per un breve periodo l’Argentina, Delle Chiaie si sarebbe trasferito già alla fine del decennio in Bolivia dove incontrerà il criminale di guerra Klaus Barbie, noto come «il boia di Lione». Capo della Gestapo nella città francese, Barbie si era macchiato di una lunga serie di orrori, come la deportazione ad Auschwitz di una quarantina di bambini ebrei, alcuni di soli tre o quattro anni, che avevano trovato rifugio nell’edificio di un campo estivo nella località di Izieu. Nella capitale boliviana, Barbie, fuggito dall’Europa grazie alla «ratlines», aveva costituto un gruppo paramilitare composto da estremisti di destra europei che avrebbe aiutato il generale Luis García Meza Tejada a prendere il potere con un colpo di stato nel 1980 e a dare vita ad una «narco-dittatura», grazie ai proventi del traffico di cocaina. Il gruppo guidato da Barbie fu soprannominato «i fidanzati della morte». Delle Chiaie, pur smentendo nella sua autobiografia di averne fatto parte, definisce il «boia di Lione» una «persona leale e impegnata anche dal punto di vista umano». * Fonte:Guido Caldiron, il manifesto

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Plan Condor. La benedizione della Cia alla rete degli aguzzini https://www.micciacorta.it/2019/07/plan-condor-la-benedizione-della-cia-alla-rete-degli-aguzzini/ https://www.micciacorta.it/2019/07/plan-condor-la-benedizione-della-cia-alla-rete-degli-aguzzini/#respond Wed, 10 Jul 2019 08:59:21 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25536  Nel 1992 scoperte quattro tonnellate di documenti: era l’archivio dei servizi coinvolti, l'archivio del terrore di una repressione transnazionale. Coordinata dall'intelligence statunitense

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Un piano di cooperazione tra i regimi militari di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay – con l’assenso della Cia -, ideato dal generale cileno Augusto Pinochet e messo a punto dal suo capo dei servizi segreti, il generale Manuel Contrera, al fine di stroncare l’opposizione politica tramite azioni di spionaggio, sequestri, torture, assassinii. Questo è stato il Plan Condor, un coordinamento del terrore che i repressori hanno tentato a lungo di liquidare come l’invenzione di un gruppo di sovversivi. Già attiva almeno dal 1974, la collaborazione tra le dittature militari viene sistematizzata nell’incontro tra i diversi servizi di intelligence svoltosi a Santiago il 25 novembre 1975, attraverso la decisione di creare un ufficio di coordinamento destinato a condividere informazioni su persone e organizzazioni «connesse direttamente o indirettamente al marxismo». Con raccomandazioni anche puntuali, come quella di allertare tempestivamente i servizi segreti rispetto all’espulsione di un sovversivo o alla presenza di una persona sospetta. «L’organismo si chiamerà Condor», decidono all’unanimità i presenti. Il tutto, naturalmente, con la benedizione della Cia statunitense: il 10 giugno 1976, al ministro degli Esteri argentino César Augusto Guzzetti che gli descriveva gli sforzi congiunti dei governi per combattere il «terrorismo», il segretario di Stato Usa Henry Kissinger risponde con una frase divenuta tristemente celebre: «Se ci sono cose che vanno fatte, fatele rapidamente. Ma dovete tornare al più presto a procedimenti normali». E così le “cose” vengono fatte, benché senza molta fretta, stroncando la vita di studenti, giornalisti, intellettuali, docenti universitari, sindacalisti, operai, madri e padri in cerca dei figli scomparsi, familiari di presunti sovversivi. La verità inizia a venire a galla nel 1992 con la scoperta, in una cittadina a 4 chilometri da Asunción, in Paraguay, di quattro tonnellate di documenti, denominati Archivio del Terrore, che registrano in 700mila pagine gli scambi tra gli organi repressivi latinoamericani negli anni ’70 e ’80. La giustizia, però, impiegherà ancora molto tempo ad arrivare. * Fonte: Claudia Fanti IL MANIFESTO ***

«Plan Condor, puniti i responsabili materiali del massacro»

America latina. Grande emozione ieri a Roma durante la conferenza stampa della Fondazione Basso a poche ore dalla condanna all'ergastolo di 24 imputati. Un lungo percorso cominciato 20 anni fa

Desaparecidos, ma non dalla coscienza del mondo. E mai come oggi presenti nel cuore di quanti hanno lottato perché fosse fatta giustizia. All’indomani della storica sentenza del processo di appello sul Plan Condor, terminato con la condanna all’ergastolo di tutti i 24 imputati, c’è spazio solo per l’emozione. E a esprimerla sono in tanti durante la conferenza stampa promossa ieri dalla Fondazione Basso per commentare quella che i familiari delle vittime e tutti coloro che li hanno sostenuti – dalla Fondazione stessa all’Associazione 24Marzo passando per tutti gli avvocati di parte civile – hanno vissuto come una vittoria piena e completa. Tra loro anche il viceministro della Giustizia boliviana Diego Ernesto Jiménez, presente in aula al momento della sentenza, e il sottosegretario alla presidenza dell’Uruguay Miguel Ángel Toma, anche lui in aula in rappresentanza di un governo che si è costituito parte civile e ha collaborato attivamente con la giustizia italiana consegnando prove decisive contro i tredici militari uruguaiani coinvolti. A evidenziare la rilevanza storica del processo è stata in particolare l’avvocata di parte civile Alicia Mejía, leggendo le due sentenze di primo e di secondo grado: «La prima ha riconosciuto per la prima volta a livello giurisdizionale l’esistenza del Plan Condor come un’operazione finalizzata ad annientare la cosiddetta sovversione», condannando otto esponenti della catena di comando; «la seconda ha individuato le responsabilità personali di singoli soggetti nei casi di vittime concrete». Le responsabilità, cioè, come ha spiegato un altro avvocato di parte civile, Arturo Salerni, di quelle figure cosiddette intermedie, colpevoli di «sub-operazioni di sterminio», a cui erano stati precedentemente addebitati solo i reati, ormai prescritti, di sequestro e tortura. È il riconoscimento – ha chiarito l’avvocato Giancarlo Maniga – che «le condotte differenziate che hanno concorso all’uccisione delle vittime sono tutte legate e unificate dall’evento finale». Sin conclude così, almeno per ora, nella speranza di una conferma della sentenza in Cassazione, un lungo cammino iniziato nel 1999 da un’inchiesta del pm Giancarlo Capaldo partita dalle denunce di cinque donne italo-uruguaiane e una italo-argentina i cui parenti erano rimasti vittime del Plan Condor. Tra loro l’italo-uruguaiana Aurora Meloni, che, ricordando quel giorno, oggi commenta: «Allora non immaginavamo che avremmo infine raggiunto il nostro obiettivo».
* Fonte: Claudia Fanti IL MANIFESTO

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Desaparecidos. Lenta, ma giustizia: arrivano le condanne per il Plan Condor https://www.micciacorta.it/2019/07/desaparecidos-lenta-ma-giustizia-arrivano-le-condanne-per-il-plan-condor/ https://www.micciacorta.it/2019/07/desaparecidos-lenta-ma-giustizia-arrivano-le-condanne-per-il-plan-condor/#respond Tue, 09 Jul 2019 08:53:24 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25526 America latina. In appello a Roma ribalta la sentenza: 24 ergastoli per i leader dei regimi militari latinoamericani sostenuti dalla Cia e da Nixon. I sequestri e le uccisioni, scrive la pm Tiziana Cugini, erano programmati per eliminare prove e come monito per quanti rimanevano, affinché desistessero dalla lotta Finalmente una vittoria, per la voce delle […]

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Desaparecidos

America latina. In appello a Roma ribalta la sentenza: 24 ergastoli per i leader dei regimi militari latinoamericani sostenuti dalla Cia e da Nixon. I sequestri e le uccisioni, scrive la pm Tiziana Cugini, erano programmati per eliminare prove e come monito per quanti rimanevano, affinché desistessero dalla lotta Finalmente una vittoria, per la voce delle vittime e il loro diritto alla verità, per il dovere della memoria e le sue ragioni. La prima Corte d’assise d’appello di Roma ha scritto una grande pagina di giustizia nel processo sul Plan Condor, il piano di cooperazione tra gli organi di repressione dei regimi militari di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay. Un processo istituito in Italia per far luce sull’uccisione e la sparizione, negli anni Settanta e Ottanta, di 43 cittadini, di cui 23 di nazionalità italiana, tra cui anche Juan José Montiglio, socialista di origini piemontesi che era stato membro della scorta del presidente cileno Allende ucciso durante il golpe di Pinochet. In tutto sei italo-argentini, quattro italo-cileni, tredici italo-uruguaiani e venti uruguaiani, tutti vittime del coordinamento del terrore ideato dal generale cileno Augusto Pinochet – e organizzato dal suo capo dei servizi segreti, il generale Manuel Contrera, con il coinvolgimento dei servizi di intelligence degli Stati uniti e della presidenza Nixon – al fine di annientare gli oppositori politici attraverso azioni di spionaggio, sequestri, torture e assassinii. I giudici hanno inflitto 24 ergastoli, ribaltando così la contestata sentenza del processo di primo grado del 17 gennaio del 2017, quando erano stati condannati al carcere a vita soltanto otto imputati, a fronte dell’assoluzione di 19 persone ritenute responsabili non di omicidio, ma solo di sequestro di persona, un reato ormai caduto in prescrizione (oltre al proscioglimento di altre sei per morte del reo). La sentenza del processo d’appello, che si era ufficialmente aperto il 12 aprile del 2018, ha disposto anche il risarcimento nei confronti delle 47 parti civili costituite da stabilirsi in sede civile, decidendo una provvisionale immediatamente esecutiva di un milione di euro per la presidenza del Consiglio dei ministri e di cifre comprese tra i 250mila euro e i 100mila euro per tutte le altre parti civili. Tra i condannati all’ergastolo, tutti accusati di omicidio volontario pluriaggravato, figurano l’ex ministro dell’Interno della Bolivia, Luis Arce Gomez; l’ex presidente del Perù, Francisco Morales Bermudes; l’ex ministro degli Esteri dell’Uruguay, Juan Carlos Blanco (assolto per solo uno dei capi d’imputazione); e il tenente di vascello, precedentemente assolto, Jorge Nestor Fernandez Troccoli, già a capo dell’S2, il servizio di intelligence della Marina militare uruguaiana, unico a non essere processato in contumacia. Di origini campane, Troccoli si era infatti trasferito in Italia nel 2007 avvalendosi della doppia cittadinanza, per sfuggire a un processo istruito a Montevideo contro lui e contro altri responsabili dell’eliminazione, tra la fine del 1977 e l’inizio del 1978, dei membri del Gau (Grupos de acción unificadora), un gruppo di militanti politici uruguaiani riparato in clandestinità a Buenos Aires. Ma la giustizia l’ha finalmente raggiunto nel nostro paese. È stata accolta in pieno, dunque, la richiesta della pm Tiziana Cugini e del procuratore generale Francesco Mollace di condannare al carcere a vita tutti i 24 imputati del processo, colmando il gap, come aveva dichiarato il pg nella sua requisitoria del 18 marzo, «tra la storia reale descritta dal processo e quella derivata dalla sentenza di primo grado». Una sentenza che, dopo un lavoro quasi ventennale di ricerca e analisi comparativa delle fonti, ascolto dei testimoni, esame delle sentenze dei tribunali esteri e due anni di udienze dibattimentali, non aveva «fatto giustizia alle vittime, né all’ansia di libertà di quei popoli che pensavano di affacciarsi alla democrazia e invece erano stati annichiliti». I sequestri, aveva spiegato in quell’occasione la pm Tiziana Cugini, «non nascevano solo per estorcere informazioni, ma per uccidere. E le uccisioni erano programmate per eliminare prove e perché fossero un monito per quanti rimanevano, affinché desistessero dalla lotta sovversiva». Di modo che «l’uccisione era la regola, tutto l’apparato lavorava perché ciò si realizzasse – aveva aggiunto – e non è vero che gli imputati avevano un rango intermedio e per questo non potevano decidere della vita e della morte dei sequestrati. Erano, al contrario, affidabili operatori di morte pienamente consapevoli del compito che erano chiamati a svolgere». * Fonte: Claudia Fanti,  IL MANIFESTO

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Il nuovo film di Patricio Guzmán e il cortocircuito della memoria cilena https://www.micciacorta.it/2019/05/il-nuovo-film-di-patricio-guzman-e-il-cortocircuito-della-memoria-cilena/ https://www.micciacorta.it/2019/05/il-nuovo-film-di-patricio-guzman-e-il-cortocircuito-della-memoria-cilena/#respond Sun, 19 May 2019 08:07:45 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25433 Cannes 72. Presentato fuori concorso il nuovo film di Patricio Guzmán «La Cordillera de los sueños» CANNES. All’inizio ci sono le Ande, più che delle montagne, e una entità geografica sulla cartina; la Cordillera è un stato dell’animo, una presenza millenaria intimamente radicata nel Cile e nella vita di chi lo abita. Da qui, da queste […]

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Cannes 72. Presentato fuori concorso il nuovo film di Patricio Guzmán «La Cordillera de los sueños» CANNES. All’inizio ci sono le Ande, più che delle montagne, e una entità geografica sulla cartina; la Cordillera è un stato dell’animo, una presenza millenaria intimamente radicata nel Cile e nella vita di chi lo abita. Da qui, da queste vette di oltre cinquemila metri, che rendono il Cile «un’isola» comincia il nuovo viaggio di Patricio Guzmán secondo il dispositivo messo in atto nei suoi due film precedenti, Nostalgia della luce (2010) e La memoria dell’acqua (2015): come un archivista del paesaggio vi cerca le tracce con cui ripercorrere la storia del suo Paese, da nord a sud, dal deserto alle isole fino appunto alla Cordillera di Santiago, le sue immagini compongono una cartografia della memoria che è una dichiarazione di resistenza contro i vuoti di un presente che non è mai neutro ma di quanto si è vissuto, i traumi e le cesure violente – il golpe, le torture, gli omicidi di regime di massa, le connivenze, i silenzi – porta i segni e esprime le conseguenze. RISPETTO ai capitoli precedenti di quella che appare come una ideale trilogia, La Cordillera de los sueños – presentato fuori concorso – narrata come gli altri film dalla voce dello stesso cineasta, espone una prima persona ancora più evidente che è insieme sentimentale e politica verso un luogo da cui è fuggito con la dittatura di Pinochet, in cui ha deciso di non tornare mai più e che è però è sempre rimasto al centro del suo lavoro di cineasta. Quelle montagne la prima volta le ha viste da bambino sulla scatola dei fiammiferi dove sono ancora oggi. Tra i detriti della casa della sua infanzia, risparmiata dalla gentrificazione, e le rocce della Cordillera divenute pavimentazione della strada risuonano nei suoi ricordi ancora i passi in fuga degli oppositori al regime ammazzati dalla polizia, il rumore dei carrarmati, lo stadio è la deportazione, anche lui un mattino si è visto arrivarci tra decine di migliaia di prigionieri: una generazione. RIMANGONO le targhe sul selciato, nomi ora sconosciuti come le sigle accanto: Pc, Mir … E poi? Quanto esiste nella consapevolezza collettiva di questo passato? Come trasmetterlo a chi non l’ha vissuto con la stessa necessità? Come riuscire a non renderlo un’ombra, un fantasma, qualcosa di «normalizzato» in un presente che in fondo ne discende, scelte economiche, stabilità, pochi diritti, ricchezza e povertà? LE VOCI di chi incontra, artisti, scrittori, «sopravvissuti» dicono di un Paese che ha preferito dimenticare, concentrato sullo sviluppo economico, governato con strategie neoliberiste, tra divari di povertà e ricchezza sempre più grandi, senza rispetto per i diritti, germi che in fondo la dittatura aveva disseminato nel suo progetto: «Chi ha governato specie negli anni Novanta era stato con Pinochet» dice qualcuno. PER SCARDINARE questo cortocircuito ci sono pochi mezzi: la lotta di ieri e di oggi, e l’archivio prezioso di Pablo Salas (direttore della fotografia del film) che da allora filma ogni conflitto sociale, scontri, repressione ininterrottamente con i mezzi che nel tempo si sono trasformati aiutandolo nella sua «documentazione». Le immagini possono avere ancora la capacità di illuminare quanto nella narrazione ufficiale rimane ai margini, ciò che non esiste perché invisibile come le baracche di un orizzonte remoto, antitetico allo skyline dei grattacieli. È il Cile, è il nostro tempo. La scommessa di un cineasta è soprattutto questa. * Fonte: Cristina Piccino, IL MANIFESTO

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Santiago, Italia. Nel paese innamorato di Salvador Allende https://www.micciacorta.it/2018/12/santiago-italia-nel-paese-innamorato-di-salvador-allende/ https://www.micciacorta.it/2018/12/santiago-italia-nel-paese-innamorato-di-salvador-allende/#respond Sat, 01 Dec 2018 09:42:36 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25040 Cinema. «Santiago, Italia», il nuovo film di Nanni Moretti, racconta il golpe nel Cile del ’73 ma si rivolge all’Italia di oggi

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C’è ancora chi ti domanda se in Cile ci siano problemi con la dittatura. In quel paese lontano geograficamente, nel tempo e nell’immaginario è tornato Nanni Moretti, ci chiedevamo perché proprio adesso che sembra così inattuale, non fosse per la sua consolidata democrazia, per avere avuto la prima donna presidente del latinoamerica, per essere oggi «la pantera» economica del continente. Nanni Moretti fa del suo viaggio un attualissimo intervento politico, specchio dei nostri tempi, rivolto a raccontare attraverso la storia qualcosa che non deve ripetersi. Ne fa una materia pulsante di vita e, senza quasi dare indicazioni, mostra come sia fragile la democrazia se non la si difende. Ci fa vedere in prospettiva come eravamo rispetto a come siamo diventati, come indica la dicotomia del titolo (Santiago, Italia). Oltre che l’amicizia tra i popoli indica anche un’allerta. Se del documentario il film utilizza tutti i materiali come le interviste, gli spezzoni delle cineteche, delle televisioni e degli archivi, perfino talvolta la voce fuori campo, del cinema possiede la capacità di creare un’aspettativa crescente, di rendere emblematici i suoi personaggi, espanderne le parole nell’immaginazione, avanzare a colpi di scena, fare intravedere i fantasmi della Storia. EPPURE quegli eventi si conoscono, tanti sono stati i film, molti li hanno vissuti: evidentemente non abbastanza se l’occidente intero flirta oggi con la destra, che non cambia mai. Non cambia soprattutto neanche in Cile, dove non solo i militari sotto processo si professano innocenti esecutori di ordini, ma strati della popolazione si dichiarano ancora di parte senza alcun dubbio. Con un perfetto bilanciamento di materiali, anzi di etica cinematografica, la parola è data ai tanti militanti che vissero la stagione della dittatura, ben inquadrati e illuminati come veri protagonisti della storia, testimoni di episodi cruciali a cominciare dall’euforia del periodo di presidenza di Allende («era un paese innamorato») che Patricio Guzmán riprende nel suo film El Primer Año. Chi sono quegli imprenditori, operai, avvocate, giornaliste, educatrici, diplomatici che di fronte alla cinepresa raccontano in italiano i loro ricordi dell’11 settembre del ’73? Ognuno di loro ha una storia interessante, alcuni si riconoscono, altri la sveleranno nel momento chiave del racconto. Nel film l’ultimo discorso del presidente assume un valore di testamento: «Non ho la vocazione del martire, voglio compiere una funzione sociale e non farò un passo indietro». Che sia stato assassinato non lo ha sostenuto solo Miguel Littin, quello di Allende è stato il più spettacolare assassinio in diretta della storia. INIZIALMENTE, come prologo di una tragedia ecco le conquiste del primo paese socialista al mondo democraticamente eletto, con le politiche di alfabetizzazione, scuola gratuita e latte per i bambini, nazionalizzazione del rame e la brusca reazione della destra che riesce a bloccare il paese, dal commercio con il mercato nero, al fiancheggiamento della stampa fino alla potente macchina da guerra della Cia. Mentre si susseguono le testimonianze, si sente per la prima volta l’intervento del regista con una sua domanda che fa ammutolire di commozione l’intervistato, un imprenditore a cui chiede «come guardi i tuoi anni di militanza?», e il silenzio che indica un grande conflitto interiore è rotto dalla considerazione inaspettata: «Non mi sono mai posto questa domanda» e sarà il primo indizio di una chiamata a raccolta. POI ARRIVANO i racconti della rapidità del golpe, dello stadio dove sono ammucchiati i prigionieri politici (tra cui Guzmán e Paolo Hutter di Lotta Continua, Antonio Arevalo allora giovanissimo poi diventato l’addetto culturale del Cile), di Villa Grimaldi. La voce di Nanni Moretti prima appena accennata nelle interviste, si torna a sentire nell’incontro con un militare convinto di aver salvato il paese («il paese era sull’orlo della guerra civile e del resto Allende era stato eletto solo con il 36% dei voti»). E comparirà sullo schermo inaspettatamente in una dura scena girata in carcere a sovrastare un altro militare condannato che si proclama innocente e minimizza («in Argentina sono morti in 30mila, in Cile solo in 3mila»). L’AMBASCIATA italiana a Santiago diventa il momento chiave del film, là dove molti dei personaggi intervistati trovarono rifugio scavalcando il muro di cinta (su questo eroico episodio Daniela Preziosi, Tommaso D’Elia, Ugo Adilardi realizzarono nel 2006 il documentario Calle Miguel Claro 1359), con racconti che nel passare del tempo ha assunto anche toni divertiti a dispetto dell’azzardo, del pericolo: l’Italia che non ha mai riconosciuto la giunta, aveva in sede i diplomatici De Masi e Toscano che decisero di accogliere a centinaia giovani, donne, intere famiglie di militanti, (e i bambini giocavano nel giardino a «el esiliado y el policia»), poi forniti di salvacondotto per l’Italia dove sono stati accolti con solidarietà per anni, la valigia sempre pronta per tornare. Immagine di un’Italia sparita. * Fonte: Silvana Silvestri, IL MANIFESTO

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