Black Panther Party – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Sat, 12 May 2018 07:51:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Passato, presente e futuro del Black Panther Party https://www.micciacorta.it/2018/05/24480/ https://www.micciacorta.it/2018/05/24480/#respond Sat, 12 May 2018 07:51:29 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24480 Intervista. Il regista Robyn Spencer e la docente Stanley Nelson analizzano il movimento

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NEW YORK. Nel 2016, in occasione del 50° anniversario della fondazione del Black Panther Party, sono state organizzate negli Stati Uniti decine di iniziative per approfondire e celebrare la storia delle Pantere Nere. Da segnalare anche l’uscita del pluripremiato documentario I am not your negro di Raoul Peck, regista anche de Il giovane Karl Marx. Negli scorsi mesi ho incontrato a New York il regista e produttore Stanley Nelson, autore del documentario “The Black Panthers: Vanguard of the Revolution” e la professoressa Robyn Spencer, esperta di storia del movimento afro-americano e promotrice dell’Intersectional Black Panther Party History Project (IPHP). Spencer, insieme alle storiche A. LeBlanc-Ernest, T. Matthews e M. Phillips, sta portando avanti un progetto educativo sul ruolo delle donne e sull’identità di genere all’interno delle Black Panthers. Cosa rimane oggi delle Black Panthers nella memoria storica degli afro-americani? S.N.: Anche se il partito non esiste più, credo che le Black Panthers rappresentino ancora una fonte d’ispirazione per le persone, specialmente per i giovani che hanno creato un proprio movimento, come il Black Lives Matter. R.S.: Le Panthers rappresentano, nella memoria storica, un’organizzazione di resistenza militante e un momento di unione degli afro-americani della classe operaia negli Stati Uniti. Strinsero alleanze internazionali per sfidare l’imperialismo americano. Le Pantere per molti rappresentano una storia di ribellione, poiché reagirono contro tutto ciò che opprimeva i poveri ed i lavoratori. La loro eredità è presente e radicata in diverse comunità e nella società americana in senso più ampio. Penso ad esempio al breakfast program, ai programmi per la salute e alle criticità del sistema carcerario. Diversi membri sono ancora oggi incarcerati come prigionieri politici. Sebbene l’esperienza delle Pantere si sia conclusa negli anni ’80, possiamo considerarle un’organizzazione vivente perché i problemi che hanno affrontato sono ancora presenti. Il movimento femminista influenzò la politica delle Panthers? S.N.: Credo che nel 1966 esistesse già un movimento femminista ma le Pantere furono influenzate anche da molte rivoluzioni improvvise che scoppiarono in America, a Cuba, in Cile e in altri Paesi dove le donne rappresentavano una gran parte di quei movimenti. Le Pantere tentarono in molti modi di raggiungere la parità tra uomo e donna all’interno del partito. R.S.: All’interno del Black Panther Party si svolgevano dibattiti sul ruolo delle donne. Il femminismo giocò un ruolo importante anche se le donne Panthers non si definivano necessariamente femministe, stavano combattendo per una rivoluzione in senso più ampio e consideravano la loro emancipazione come parte di questa lotta. C’era una forza che cercava di rimetterle al loro posto e stavano cercando di combatterla. In quel momento le donne erano in grado di conquistare il potere all’interno del partito, sia come persone che come organizzatrici, ma sicuramente dovettero affrontare il sessismo e la misoginia anche dentro al movimento. Alcune donne vennero attaccate, fisicamente e sessualmente, all’interno dell’organizzazione; penso comunque che in un contesto più ampio sentissero di poter vincere la lotta per “passare in testa”. Le Panthers permisero alle donne di avere più spazio e di influenzare le politiche e le attività all’interno dell’organizzazione. Quante persone le Panthers riuscirono a coinvolgere nelle loro attività? S.N.: Probabilmente erano tra le cinque e le diecimila unità ma credo che le Pantere coinvolgessero molte più persone perché incitavano l’intera comunità afro-americana. Tutti conoscevano le Pantere Nere, erano appoggiate anche dalla comunità dei bianchi di sinistra, dal movimento studentesco e dal movimento delle donne. Una cosa che mostriamo nel film sono gli asiatici americani che portavano cartelli scritti in giapponese, cinese, o i latinos in spagnolo, a supporto delle Pantere Nere. R.S.: Il Black Panther Party aveva una base principale di circa 5/6mila membri negli Stati Uniti che svolgeva un lavoro politico quotidiano efficace. Avevano molti altri sostenitori nel Paese, persone che si offrivano volontarie, che sostenevano e beneficiavano dei loro programmi comunitari, persone che leggevano il loro giornale, uno strumento incredibilmente influente. Negli altri Paesi c’era chi voleva emulare in qualche modo le Panthers. La loro influenza era quindi molto più grande del loro numero effettivo di membri, ma anche in termini numerici fecero un buon lavoro nel portare persone all’interno del movimento che era in realtà un posto piuttosto pericoloso. Le Black Panthers nacquero quando il Movimento per i Diritti Civili concluse la sua esperienza e la brutalità della polizia aumentò. Quali furono gli aspetti più rivoluzionari delle Pantere? S.N.: Le Pantere avevano il fine di difendere se stesse e la comunità dalla polizia. Credo che bisogna riflettere sul fatto che la brutalità della polizia di cui stiamo parlando esisteva fin dai tempi dei cacciatori di schiavi. Non si tratta di niente di nuovo, è qualcosa con cui ebbero a che fare fin dai movimenti per i diritti civili. Il rapporto tra afro-americani e polizia è un rapporto che si è solidificato molto tempo fa, centinaia di anni fa e direi che è rimasto piuttosto invariato. Le Pantere che abbiamo intervistato nel documentario si sono assicurate che parlassimo anche con la polizia, con l’FBI e con i relativi informatori che presero parte alla loro storia. R.S.: Le Panthers furono rivoluzionarie in diversi modi. Penso al modo in cui sfidarono le fondamenta della società statunitense. Criticavano il capitalismo e si unirono alla gente della nuova sinistra legata alle idee socialiste. Quindi, ad esempio, i loro programmi comunitari non erano mirati esclusivamente a fornire assistenza gratuita. Guardavano all’esempio cubano e la loro sfida, concretamente rivoluzionaria, era costruire un modello alternativo, senza scopo di lucro e in opposizione alle corporation, in termini di servizi sociali. Attraverso il loro giornale inoltre misero i lettori in condizione di comprendere le connessioni tra ciò che accadeva nell’America nera ed i movimenti di liberazione in Africa e in America Latina. In termini di aggregazione, quanto furono determinanti per le Panthers il fascino estetico e la propaganda? S.N.: Credo che facessero parte del movimento e nel documentario parliamo di questi aspetti perché le Pantere erano ciò che apparivano, erano abili nel controllare la loro immagine, immagine dalla quale la gente era attratta. R.S.: Le Panthers ebbero un forte impatto visivo, sia nell’abbigliamento che nel modo di intendere il linguaggio politico, che ancora fa parte della nostra lingua. Diedero alle persone coraggio e un nuovo modello concettuale, qualcosa di cui avrebbero potuto avvalersi nella lotta. Ripenso ai loro discorsi, al tono audace e beffardo contro il potere. Non era solo la loro arte ad essere fenomenale, le loro opere parlavano alla gente. Il lavoro culturale che svolsero ha avuto sicuramente un impatto al di fuori delle mura dell’organizzazione. Che relazione c’era tra religione e politica? R.S.: Inizialmente non abbracciarono la religione. Più avanti nella loro storia, negli anni ’70, fecero uno sforzo per raggiungere i credenti. Quando iniziarono i loro programmi per la colazione verso la fine dei ’60, erano spesso ospitati nelle chiese dai pastori progressisti. Si trattava di un’alleanza strategica con i leader religiosi, che aprivano le loro porte alle Panthers interessate a fare un lavoro di comunità e un servizio sociale. Il messaggio spirituale doveva essere collegato alla loro politica radicale. Quali furono gli errori commessi dalle Pantere? La loro esperienza si concluse solo a causa della repressione dell’FBI? S.N.: Penso che le Pantere abbiano commesso diversi errori, il primo fra tutti è il fatto che nessuno fosse preparato agli attacchi dell’FBI. L’organizzazione era governata rigidamente da regole, controllata da vertici molto potenti e strutturata dall’alto verso il basso. Inoltre non avevano un metodo per mediare i problemi all’interno del gruppo, perciò andavano fuori controllo non appena questi si presentavano. Come si vede nel film credo che le Pantere siano state distrutte dall’esterno, da J. Edgar Hoover, dall’FBI e dalla polizia locale ma al tempo stesso sono state distrutte dall’interno, dai sentimenti individuali nella leadership delle Pantere. R.S.: Il ruolo dell’FBI nella scomparsa delle Panthers fu indiscutibile ma anche il modo in cui le Pantere gestirono i conflitti e gli informatori interni fu determinante. La repressione ebbe un impatto sul modo in cui le Pantere scelsero di interagire tra loro. Ci furono diversi errori politici, alcuni dei quali derivavano dal marxismo o dal centralismo democratico, altri dal modo in cui il potere opera nelle organizzazioni. FONTE: Fabrizio Rostelli, IL MANIFESTO

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Mumia Abu-Jamal, una black panther «da sorvegliare e rinchiudere» https://www.micciacorta.it/2018/04/24344/ https://www.micciacorta.it/2018/04/24344/#respond Tue, 10 Apr 2018 08:41:41 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24344 MUMIA ABU-JAMAL. Il suo libro, uscito per Mimesis, narra l’esperienza nel Black Panther Party e le battaglie della comunità nera

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A fine aprile, davanti al tribunale di Philadelphia, ci sarà una manifestazione per chiedere la sua libertà. In carcere da 36 anni, il giornalista, scrittore e attivista è diventato un simbolo della resistenza Uno dei suoi primi incontri con i difensori della legge, il quindicenne Wesley Cook, l’ebbe nella contea di Alameda nel 1969 dove stava vendendo a un angolo di strada il giornale Black Panther con l’amica Sheila e venne arrestato dalla polizia locale per vagabondaggio, per aver attraversato la strada fuori dalle strisce pedonali. Fu scarcerato in poche settimane tuttavia il giovane responsabile dell’informazione e della propaganda della sezione di Philadelphia cominciò a scrivere volantini, fare telefonate, raccontare le attività quotidiane del Partito delle Pantere Nere e divenne col tempo un apprezzato reporter. «IL MIO LAVORO è il giornalismo, inteso in un’ottica nera e rivoluzionaria. Scrivere della nostra gente senza censura, dare voce ai senzavoce», così dice Mumia Abu-Jamal, il nome swahili che Cook si è scelto a fine anni ’60, vincitore di prestigiosi premi di giornalismo eppure emarginato dai media della sua città per le scelte radicali (non accetta di tagliarsi i dreadlocks e neppure le versioni ufficiali sullo sgombero della comunità Move), tanto da dover iniziare a fare il taxista notturno per mandare avanti la famiglia. Il 9 dicembre 1981 Abu-Jamal venne gravemente ferito nel corso di una sparatoria nel quartiere sud di Philadelphia, dove aveva accompagnato un cliente, stesso luogo dove viene ucciso il poliziotto Daniel Faulkner. Mumia fu accusato del suo omicidio e condannato alla pena di morte poi tramutata in ergastolo, sebbene si sia sempre dichiarato innocente. Molte ombre circondano quel verdetto, pronunciato da una giuria tutta di bianchi, basato su indagini farraginose con testimoni oculari, balistica e confessioni difettose, accettate della polizia che l’aveva già schedato «come persona da sorvegliare e rinchiudere». A fine aprile, davanti al tribunale di Philadelphia, ci sarà una manifestazione per chiedere la libertà di Mumia Abu-Jamal, il giornalista, scrittore e attivista afroamericano incarcerato da 36 anni, in precarie condizioni di salute, diventato un caso giudiziario controverso e un simbolo della resistenza al potere e della campagna contro la pena di morte, e di altri prigionieri politici. In questi giorni è stato pubblicato, per la prima volta in Italia, Vogliamo la libertà (Mimesis edizioni, pp.226, euro 18) il suo libro che mette insieme l’esperienza personale nel Black Panther Party e la storia delle battaglie della comunità nera sul territorio americano, scritto nel 2004 e ripubblicato negli States nel 2016, una narrazione molto documentata sull’esperienza delle Pantere Nere nella società statunitense, collocate nella storica resistenza alla riduzione in schiavitù dei neri africani, fin dalla prima sommossa del 1526. «Vogliamo la libertà. Vogliamo il potere di decidere il destino della nostra comunità nera» era il primo punto della piattaforma Ten Point Program del Partito delle Pantere Nere, fondato nell’ottobre 1966 a Oakland, in California, da due studenti, Bobby Seale e Huey Newton, con l’idea di formare un’organizzazione per l’autodifesa e la protezione della comunità nera, ispirati delle idee rivoluzionarie di Malcolm X ma decisi a puntare forte sulla gerarchia militare (ogni sezione aveva l’ufficiale di giornata e un’agenda da compiere), sulla disciplina e sulla matrice comunitaria del movimento di liberazione afro-americano. Da subito segnarono una profonda rottura verso il movimento dei diritti civili e la pratica della non-violenza, sottolineando il passaggio dalla ribellione dei negroes alla crescita della coscienza dei black men. Ben sintetizzata dall’immagine mondiale del pugno chiuso nero, levato in alto, da Tommie Smith e John Carlos, medaglie olimpiche nei 200 metri, sul podio della premiazione a Mexico 68. Oggi il gesto è mettere il ginocchio a terra, durante l’inno, inventato dal quarterback dei 49ers, Colin Kaepernick, per denunciare l’uccisione di ragazzi neri inermi. IL NOME VENNE da un opuscolo sulla registrazione al voto nel Mississippi della Lowndes County Freedom Organization che aveva per simbolo una pantera nera, la cornice ideologica dalla lettura di Fanon, Lenin, Mao, Du Bois, Marx e altri col riconoscimento dell’importanza delle lotte internazionali anticolonialiste e antiimperialiste per il destino dei neri statunitensi. Un anno dopo la rivolta di Watts, il ghetto di Los Angeles che bruciò per 5 giorni nell’agosto 1965, scontri innescati dalle violenze della polizia e terminata con l’arresto di quattromila persone, emerse il Black Panther Party come risposta alla violenza di massa perpetrata contro i neri e per incanalare la rabbia popolare in un movimento ben organizzato. Un’azione che gli diede subito il favore della comunità erano le pattuglie armate per controllare la polizia. I SUOI COMPONENTI erano provvisti con armi cariche, macchine fotografiche, registratori e codici di legge (suggeriti da Newton che aveva studiato diritto penale) e intendevano osservare i fermi e gli arresti delle forze dell’ordine. Basco nero in testa, uniforme con giubbotto di pelle e pantalone, cartuccera a tracolla e fucile in bella evidenza, le Pantere Nere erano l’immagine ribelle e vincente del Black Power. Inoltre le Pantere puntavano a un forte radicamento sociale, con le loro iniziative dal Free Breakfast for Children dove gli scolari delle elementari delle famiglie indigenti venivano al programma della colazione la mattina, adulti poveri venivano per i vestiti gratis, i parenti dei detenuti venivano accompagnati alle visite in carcere e provvisti di aiuto legale, i malati venivano agli Ambulatori del Popolo, molti compravano il giornale Black Panther agli angoli delle strade (nel 1970 arrivò a vendere 139 mila copie a settimana) insomma migliaia di persone del ghetto venivano a contatto quotidiano col Partito e i suoi militanti, un’organizzazione paramilitare dove le donne venivano coinvolte a tutti i livelli, assumendo spesso ruoli di vertice (e Mumia si concede anche una parentesi umoristica, raccontando il suo affaire con Sheila, o la visita di Jean Genet, dimostrando un gran talento per i dialoghi che fanno rivivere irruzioni degli sceriffi e perquisizioni) e combattendo contro la discriminazione sessuale. Nel clima di internazionalismo rivoluzionario di quegli anni, le Pantere Nere guardavano con entusiasmo alle lotte di liberazione dei popoli dell’Africa, dell’Asia e dell’ America Latina, fecero numerosi viaggi in Africa (con l’apertura di una sede ad Algeri, nel 1970 dove si rifuggerà poi Cleaver, accusato di omicidio), rifiutando decisamente la mistica di Marcus Garvey, il profeta del ritorno nel continente nero, e si avvicinarono con curiosità alla Corea del Nord vista come società egualitaria e anticapitalista. LA POLITICA di annientamento sistematico da parte delle forze dell’ordine usò sia strumenti classici come l’omicidio di Fred Hampton a Chicago sia un’opera più sottile, quella del Cointelpro, una struttura di intelligence che agiva con infiltrati, ricatti, violenze che tendevano a criminalizzare il dissenso, struttura scoperta per caso dagli attivisti in un’edificio dei federali. In questo modo, la parabola accecante del Black Panther tramontò in pochi anni sotto i colpi dell’Fbi e delle divisioni interne. Oggi Mumia lancia i suoi pensieri oltre le sbarre, intervenendo spesso con scritti, interviste, prese di posizione a favore di Black Lives Matter, il movimento che continua a denunciare il razzismo della polizia e le diseguaglianze sociali. FONTE: Flaviano De Luca, IL MANIFESTO

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Cinquant’anni fa il graffio all’America delle Pantere nere https://www.micciacorta.it/2016/10/22587/ https://www.micciacorta.it/2016/10/22587/#respond Sat, 22 Oct 2016 08:14:57 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22587 In queste settimane in cui si moltiplicano i video di violenze e esecuzioni sommarie di giovani afro-americani per mano di agenti male addestrati, si celebrano negli Stati uniti anche i cinquant’anni della nascita delle Pantere nere

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È tristemente ironico pensare che in queste settimane in cui si moltiplicano i video di violenze e esecuzioni sommarie di giovani afro-americani per mano di agenti male addestrati, si celebrino negli Stati uniti anche i cinquant’anni della nascita delle Pantere nere, fondate da Huey Newton e Bobby Seale nel 1966 per evitare che gli agenti perpetrassero violenze sugli afro-americani di Oakland, una città della Bay Area della California. Quando Newton e Seale, due ex studenti del Merritt College che si erano conosciuti a una manifestazione pro-Cuba durante la crisi dei missili, decisero di organizzare un gruppo armato, lo fecero infatti per difendere i diritti costituzionali dei neri della loro comunità, armati di un fucile e di un libretto di diritto. Pattugliavano la Bay Area, soprattutto di notte, e quando vedevano un nero fermato dalle forze di polizia, si tenevano a distanza di sicurezza e controllavano che la situazione non degenerasse. «Ci facevano una paura fottuta», racconteranno più tardi gli agenti. Erano, quelli, anni tumultuosi nei ghetti neri delle grandi aree metropolitane statunitensi. Per molti afro-americani il movimento nonviolento guidato da Martin Luther King aveva fallito, le loro vite non erano cambiate, il degrado economico e la segregazione de facto persistevano. L’obiettivo per molti giovani divenne la rivoluzione, il black power e il controllo delle loro comunità, la linea da seguire quella delle guerre di liberazione del Terzo mondo, i maestri Che Guevara, Mao, Nkrumah, Lumumba, Castro e Malcolm X. Con i paesi del Terzo mondo sentivano di condividere la condizione di oppressione coloniale, di essere cioè loro stessi parte di una colonia interna alla superpotenza che esportava libertà: le Pantere nere offrirono a questi giovani una risposta che coniugasse il romanticismo rivoluzionario alla necessità pragmatica di uscire da una condizione di oppressione.

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                            Huey Newton Dei due fondatori, Huey Newton era il visionario, rappresentava l’eroe bello e intelligente sul quale deporre le speranze rivoluzionarie; Bobby Seale era invece più pragmatico e controbilanciava il temperamento imprevedibile del compagno. Prepararono insieme un programma in dieci punti di ispirazione socialista e terzomondista e radunarono attorno a loro un piccolo gruppo di giovani neri con storie difficili, spesso legate alla criminalità, che trovarono nell’appartenenza alle Pantere una causa alla quale dedicarsi. Il Black panther party cominciò così a crescere, alle ronde si accompagnarono iniziative sociali e aumentò anche il sostegno tra gli afro-americani della Bay Area. Gli agenti erano pigs, maiali, nel linguaggio comune del ghetto, i nemici che rappresentavano un governo dal quale ci si doveva proteggere, anche con le armi. In risposta al fenomeno delle ronde armate, nel maggio del 1967, l’allora governatore della California Ronald Reagan firmò una legge, il Mulford Act, che limitava il porto d’armi in pubblico di privati cittadini. Quella legge rappresentò l’occasione che molti attivisti aspettavano per il lancio dell’organizzazione a livello nazionale: ripresi da telecamere e fotografi, una ventina di Pantere entrarono, armi in pugno, nell’assemblea legislativa di Sacramento, capitale dello stato, per protestare contro la decisione del governo. Il successo mediatico fu immediato: tutti i giornali del paese iniziarono a parlare di questo gruppo di afro-americani della California che si vestiva di nero, si professava marxista leninista, parlava di rivoluzione e si ispirava a Malcolm X. Poco dopo, nel settembre del 1967, Newton venne arrestato con l’accusa di aver ucciso un poliziotto. L’arresto della mente delle Pantere, che avrebbe potuto compromettere la vita stessa del gruppo, ebbe invece l’effetto di creare un movimento interrazziale per la sua liberazione (al quale parteciparono numerosi intellettuali e attori, tra cui Marlon Brando) che amplificò ancora di più il messaggio del Black panther party. Molte sedi nacquero in tutti i ghetti delle grandi città e a ronde e manifestazioni andarono sempre di più affiancandosi programmi di assistenza sociale – dalla distribuzione di pasti caldi ai bambini, all’assistenza sanitaria gratuita – che furono il vero canale di dialogo con le comunità nere. Programmi, tra l’altro, gestiti quasi interamente da donne. Sebbene infatti la storia del Black panther party sia spesso associata all’immagine dell’afro-americano rivoluzionario con il berretto, il giubbotto di pelle nera e il fucile in mano, le pantere non erano affatto solo uomini; anzi le attiviste risposero con coraggio al machismo dilagante dei primi anni, aumentarono esponenzialmente la loro partecipazione e divennero, alla fine degli anni Sessanta, numericamente più rilevanti degli uomini.

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                    Le pantere nere erano l’organizzazione più rappresentativa e influente di quel movimento di rivendicazione politica, culturale e economica che fu il black power, e i suoi membri aumentarono fino a 5mila unità – numeri che comunque non rendono giustizia alla portata e all’influenza che ebbero in quegli anni. Anche per questo J. Edgar Hoover, il famigerato direttore a capo dell’Fbi da quasi mezzo secolo, che aveva un potere sostanzialmente illimitato ed era in grado di influenzare Congresso e presidenti, lo considerava il «più grosso pericolo per la sicurezza interna del paese». A partire dal 1968 Hoover autorizzò centinaia di operazioni clandestine del programma di controspionaggio Cointelpro, che con l’utilizzo di infiltrati, depistaggi, arresti sommari e omicidi, destabilizzarono enormemente il gruppo. Il caso più eclatante fu quello di Fred Hampton, giovane e carismatico leader della sezione di Chicago, assassinato dall’Fbi durante un’irruzione notturna in un appartamento dove viveva con alcuni compagni. Hampton fu la vittima di una delle più ricorrenti paranoie di Hoover, quella dell’avvento di un nuovo messia nero in grado di mobilitare le masse. L’Fbi continuò a infiltrarsi in tutte le sezioni del Black panther party del paese a un livello tale che «nel 1970 le pantere erano controllate per metà da Huey e Seale e per metà dall’Fbi», come avrebbe ricordato più tardi un agente sotto copertura. L’impatto delle attività del Cointelpro fu devastante e fu, direttamente o indirettamente, il motivo principale del declino dell’organizzazione già dai primissimi anni Settanta. Quando Newton uscì di carcere nel 1970, infatti, non fu capace di tenere unito il Black Panther Party, sia per le faide interne (che portarono anche alla rottura con Seale), sia per la sua incapacità di imprimere all’organizzazione una linea politica chiara. Andò a Cuba nel 1974 per sfuggire a una nuova accusa di omicidio e lasciò la guida del partito a Elaine Brown, una sua fedelissima. Ma era ormai tardi, le Pantere nere non sopravvissero alla nuova serie di arresti, espulsioni, omicidi e abbandoni degli anni Settanta e alla fine del decennio rimasero operative solo poche sezioni. Il Black panther party non aveva sovvertito il sistema, non aveva ribaltato il capitalismo e neppure aveva sconfitto la white supremacy, ma fu capace di infondere in una generazione di giovani neri un senso di orgoglio razziale come poche organizzazioni erano riuscite a fare prima e a contribuire a una stagione di impegno politico militante afro-americano che avrebbe caratterizzato i decenni successivi. SEGUI SUL MANIFESTO

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La profezia della pantera Davis: «Rimpiangeremo Obama» https://www.micciacorta.it/2016/03/la-profezia-della-pantera-davis-rimpiangeremo-obama/ https://www.micciacorta.it/2016/03/la-profezia-della-pantera-davis-rimpiangeremo-obama/#comments Wed, 16 Mar 2016 09:04:05 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21500 L'incontro. All’università Roma Tre e poi a cena con Angela Davis

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Angela Davis

Ma qualcuno di questi studenti nati negli anni ’90 lo saprà chi è Angela Davis? Parteciperanno all’incontro promosso a Roma 3 dal rettore, il professor Panizza, e dal preside di filosofia Giacomo Marramao (che con lei ha addirittura studiato a Francoforte un secolo fa)? Saranno curiosi di conoscere quella che per noi, già maturi negli anni ’60 e ’70, è stata un mito? Quando arrivo all’Ostiense mi assale la preoccupazione che siano pochi quelli che verranno ad ascoltarla. Penso ai sondaggi che ci dicono che nessuno sa più chi era Berlinguer e crede che a vincere la seconda guerra mondiale sia stata, oltre l’America, anche la Germania. Mi sbaglio di grosso: l’immensa aula magna dell’Università è stracolma, decine in piedi e a sedere per terra. Ci sono leader politici importanti, ma i miti sono un’altra cosa, non a caso continuano ad apparire sulle t-shirt di tutti i continenti. Angela è uno di questi miti: bella, nera, intelligente, coraggiosa, combattente del Black Panther Party, sicura di sé, oltretutto anche comunista, vittima del più orrendo razzismo, che l’ha portata in carcere senza alcuna prova imputata di omicidio, liberata dopo due anni grazie a una delle più vaste mobilitazioni innescate dal neonato ’68. Non a tutti è toccato di vedersi dedicare canzoni, diventate famose, dai più grandi: Sweet black Angela dai Rolling Stones, Angela da John Lennon, e da Noah, e da Perret, solo per nominarne alcuni. «Persino dal Quartetto Cetra» – ci informa il rettore, e questo significa davvero la popolarità. Oggi la sua famosa capigliatura afro portata come un vessillo è grigia – di anni ne ha ormai 73 – ma la grinta le è restata tutta. I più di mille che affollano la sala dominano a stento la loro emozione, fra loro, oltre gli studenti, una quantità di femministe militanti arrivate da ogni dove, che vogliono sentire lei, solo lei, non gli importa niente di quanto diremo noi, invitati a interloquire dal palco. Vogliono dialogare loro con lei, un’occasione così non vogliono sprecarla, e si capisce. Il programma previsto salta subito – riuscirà a parlare solo la professoressa Rossini perché deve parlare del femminismo – e poi, alla fine, si formerà una lunghissima fila in attesa di prendere la parola. Ci riusciranno in poche, quasi tutte nere-italiane, e una straordinaria ragazza kurda, accolta da emozione e applausi incontenibili. Angela parla naturalmente in inglese e non c’è traduzione, ma con mio grande stupore scopro che tutti seguono e infatti applaudono e ridono al momento giusto. Ci racconta di quanto il razzismo sia ancora esteso, non solo in America, ma ovunque: «Da voi in Europa – dice – solo ora, con i rifugiati, state facendo i conti col vostro colonialismo». E poi si sofferma molto sui palestinesi colpiti dal più indecente razzismo. («Ma da noi – avverte per ogni buon conto – chi brucia le chiese dei neri brucia anche le sinagoghe»). Parla molto anche del femminismo nero, Angela; e comincia col dare una cifra terribile: un terzo delle donne incarcerate nel mondo, sebbene la popolazione statunitense rappresenti solo il 5%, è chiusa nelle carceri americane ed è costituita da nere. «Il genere non sta in piedi da solo» – ripete. «Questa categoria non è sufficiente a spiegare, occorre inserire anche la classe e la razza». «Guai a cadere nella trappola di un certo femminismo bianco borghese (ma anche guai a restare ciechi di fronte al maschilismo nero, comprese quello dei compagni ’pantere’)». «Hillary non ha capito – aggiunge – che il femminismo è cambiato: la questione di identità non è oggi la più importante, conta la politica di genere, non il genere in sé ormai scontato. C’è oggi un femminismo più radicale che capisce che la questione va contestualizzata, posta in rapporto al sistema dominante in cui si vive. Per questo, del resto – dice – le donne operaie nere erano restate lontane dal femminismo, oggi non è più così». Il genere e la razza sono dunque meno importanti dell’appartenenza sociale? «No, sono contraddizioni che si intrecciano, ma che sono cambiate perché è oramai emersa una borghesia nera, frutto di una lotta contro la segregazione e che però ha significato integrazione dentro la nave del capitalismo». Molti applausi per una sua frase: «Non c’è un solo femminismo, ce ne sono molti». L’assemblea finisce in un tripudio che accoglie le sue parole conclusive: «Qualche volta dobbiamo dire anche quello che pure ci appare irrealistico. Il ruolo della filosofia è anche questo: guardare oltre. Proprio ora dobbiamo ricominciare a immaginare cosa potrebbe essere un mondo diverso da quello in cui ora viviamo». In queste sue parole sento l’eco forte di Herbert Marcuse, che è stato suo maestro, prima, negli anni ’60, a Francoforte, con Adorno e Oskar Negt, poi negli Stati Uniti. Dico Marcuse perché ricordo quanto ripeteva sempre: oggi l’utopia ha perduto il suo carattere irrealistico, la scienza e la tecnica permetterebbero a tutti di realizzare quanto sognava Marx, una vita in cui ci fosse il tempo liberato per far musica – aveva scritto nell’Ideologia Tedesca – preparare buoni cibi e addobbare la propria casa. Sono i rapporti sociali di produzione che ce lo impediscono. Angela, a San Diego, dove il filosofo tedesco aveva trovato il suo rifugio, è poi andata a insegnare per molto tempo. Quando andai a passare da lui un weekend e lo intervistai per il manifesto (che lui amava molto, pur non riuscendo a leggerlo) proprio di Angela mi parlò a lungo. Perché lui non era un intellettuale separato, si sentiva parte del movimento di contestazione, che non a caso in quegli anni aveva come emblema «i tre M»: Marx, Mao, Marcuse. «Durante gli anni ’60, grazie a Marcuse – mi dice Angela – ho capito che un intellettuale può essere, anzi deve essere, parte del movimento». Di questo e di altro chiacchieriamo a assemblea terminata, al tavolo del ristorante Biondo Tevere, in fondo al tratto urbano di via Ostiense, quello dove andava Pasolini e Visconti girò una indimenticabile scena di Bellissima. Le chiedo perché i nuovi movimenti che pur hanno animato la scena politica americana in questi anni sono rimasti bianchi o neri, poco mischiati. Per esempio Occupy Wall Street. Le ricordo la testimonianza di una militante nera che resta a disagio perché a Zuccotti Park vede tutti bianchi. E poi – la incalzo ancora – la grande mobilitazione dei neri contro la catena di assassini della polizia cominciata con l’omicidio di Mike Brown a Ferguson, il Black lives matters: quasi tutti neri. Un dato confermato dai sondaggi: la solidarietà con le lotte dei neri da parte dei bianchi era molto più forte negli anni ’60. E ancora: le nuove importantissime lotte che si sviluppano a livello locale ma poi si estendono a macchia d’olio, sembrano essere, anche queste, o bianche o nere. Penso – la interrogo – al movimento dei lavoratori dei fast food per i 15 dollari all’ora, un salario minimo e il diritto a darsi un sindacato, che ha per slogan «non mi importa chi sia il candidato alla presidenza, voglio i miei diritti»: un movimento quasi tutto nero. E poi penso a quello cresciuto invece nelle università, animato da un milione di studenti-lavoratori che chiedono di esser pagati meglio e di aver una clausola di «giusta causa» (la scoperta dell’art.18!): quasi tutto bianco. E che è tutto per Bernie Sanders, mentre le comunità nere votano massicciamente per Hillary. Cosa succede? «In realtà – mi risponde Angela – i neri in Occupy sono stati molto più numerosi di quanto non sia apparso, anche se la scena è stata presa dai militanti bianchi. Ma è vero che c’è separatezza: per culture, per abitudine, per luoghi in cui si abita, per condizioni lavorative. Il razzismo penetra tutto e tutti, ne siamo tutti in un modo e nell’altro infiltrati. Pensa al voto tedesco – mi dice – Non è forse effetto del razzismo?». «Quanto a Bernie Sanders -mi spiega – devi tener conto che gioca anche il fatto che tradizionalmente i neri sono restati estranei alla politica elettorale, non ne sono mai stati davvero coinvolti. E poi Bernie Sanders è espressione della cultura politica del nord, di uno stato molto speciale come il Vermont, che è come dire ’Trentino in Sicilia’. Lui non sa parlare ai neri, è daltonico, non ha incorporato la problematica razziale, solo quella sociale, ma il suo universalismo, deve capire, è falso. E però devo dire che sta imparando, ora è già molto meglio di quanto era all’inizio». Come gioca in questo scenario il presidente nero, Obama? «Io – risponde – penso che lo rimpiangeremo. Lo stesso movimento Occupy non avrebbe potuto svilupparsi se ci fosse stato un altro presidente. Ma, proprio perché nero, le aspettative fra i neri erano molto alte, forse troppo rispetto a quanto poteva concretamente fare, e quindi ci sono molti delusi e risentiti, cui il presidente appare solo come l’esponente della nuova borghesia nera. Mentre da Clinton non si aspettavano niente, proprio perché era bianco. E gli sono grati. Così ora votano per sua moglie. Invece che per un socialismo che sentono come cultura estranea». Ci sarebbero milioni di cose di cui discutere. Mi piacerebbe parlare con lei, che è stata militante di un partito comunista molto ortodosso come quello americano, di cosa sia oggi il comunismo per lei, di cosa pensa dell’esperienza sovietica. Proprio lì l’avevo conosciuta, a Mosca, nel 1986, in occasione di una conferenza per la pace. C’era Gorbachev e tutte e due eravamo speranzose che qualcosa di nuovo potesse accadere in quel paese. Non è andata così. Vorrei parlarne. Ma non c’è tempo: Angela deve prendere il treno perché l’aspetta l’università di Bologna.

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