Francesco Tedesco – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Tue, 09 Apr 2019 06:31:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Pestaggio e depistaggio, arriva la verità per Stefano Cucchi https://www.micciacorta.it/2019/04/pestaggio-e-depistaggio-arriva-la-verita-per-stefano-cucchi/ https://www.micciacorta.it/2019/04/pestaggio-e-depistaggio-arriva-la-verita-per-stefano-cucchi/#respond Tue, 09 Apr 2019 06:31:07 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25347  Il carabiniere Tedesco denuncia in Corte d’Assise i suoi coimputati e gli insabbiamenti. Conte: il ministero della Difesa parte civile

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Non passeranno una Pasqua tranquilla, gli otto carabinieri indagati dal pm Giovanni Musarò per l’insabbiamento e il depistaggio della verità sulla morte di Stefano Cucchi. Entro la settimana prossima, infatti, la procura di Roma depositerà la richiesta di rinvio a giudizio per i componenti della catena di comando dell’Arma, tra i quali il generale Alessandro Casarsa, responsabile secondo gli inquirenti di quel «muro insormontabile» di cui ha parlato ieri in udienza il vicebrigadiere Francesco Tedesco, imputato e testimone chiave del processo bis. Davanti alla I Corte d’Assise, il militare che il 15 ottobre 2009 arrestò il giovane geometra romano, morto una settimana dopo all’ospedale Pertini, ha ripetuto quanto già ammesso negli interrogatori del pm e sottoscritto in una denuncia presentata in procura il 20 giugno 2018. Ha confermato tutto, parola per parola. Dal violento pestaggio avvenuto nella stanzetta del fotosegnalamento della caserma Casilina, dove i suoi commilitoni e coimputati Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro infierirono sull’inerme Stefano Cucchi perfino con un calcio in faccia anche quando era già caduto in terra, dopo i primi calci e schiaffi, sbattendo violentemente il coccige e la testa. Fino alla scomparsa dell’annotazione di servizio con la quale, dopo aver saputo della morte dell’arrestato, aveva deciso di denunciare tutto ai suoi superiori. E soprattutto ha raccontato dei verbali fatti modificare per ordine superiore, delle minacce subite, del mobbing continuo, delle umiliazioni. «Non ho parlato in tutti questi anni – ha affermato Tedesco prima di rispondere alle domande, chiedendo scusa alla famiglia Cucchi e ai poliziotti penitenziari ingiustamente accusati nel precedente processo (ma dei quali non ricorda il nome) – perché avevo paura, stavo male ma per me era un muro insormontabile». Un monolite che ha cominciato a sgretolarsi quando Tedesco ha preso coraggio, ispirato dai carabinieri Riccardo Casamassima e sua moglie Maria Rosati, che denunciarono per primi il pestaggio, del quale avevano sentito parlare in caserma. Ma solo successivamente, il vicebrigadiere imputato decise di svuotare il sacco: «Mi ha colpito molto la lettura del mio capo d’imputazione (che lo accusa di omicidio preterintenzionale, ndr) perché descrive i fatti come sono avvenuti, e perché stabilisce il nesso tra il pestaggio e la morte di Cucchi». Spiega Tedesco che in precedenza invece si era fatto «condizionare dei media» e aveva creduto che Stefano fosse stato pestato in un secondo momento anche dalla polizia penitenziaria. Di sicuro ieri il militare appariva a tutti molto più rilassato del solito, probabilmente anche grazie alla promessa fatta dal generale Giovanni Nistri alla famiglia Cucchi quando, un mese fa (ma la notizia è stata data solo ieri a Repubblica), nel far recapitare loro una lettera di solidarietà e di condivisione della richiesta di verità e giustizia, il comandante generale ha assicurato che l’Arma si costituirà parte civile al processo, nel caso se ne riscontrino le condizioni. E ieri sera, finita l’udienza forse più importante del processo che si sta celebrando ai primi cinque carabinieri imputati, il premier Giuseppe Conte, precisando di parlare «a nome del governo», ha riferito che il Ministero della Difesa «è favorevole a costituirsi parte civile». Mentre il ministro Luigi Di Maio ha ringraziato il generale Nistri «per il suo gesto». Troppo vergognosa, infatti, per le istituzioni dello Stato, la verità che è emersa ieri per la prima volta in un’Aula di tribunale, dopo quasi dieci anni non solo di depistaggi ma anche di macchina del fango contro la figura di Stefano Cucchi e la sua famiglia. Non è vero, per esempio, che il giovane arrestato per spaccio in via Lemonia fu aggressivo con i carabinieri: «Quando con Di Bernardo iniziarono a battibeccare Stefano fece il gesto di dargli uno schiaffo, ma solo il gesto, tipo scacciare una mosca», racconta Tedesco. E ancora: «Se non li avessi fermati avrebbero continuato a pestarlo, D’Alessandro stava già per partire con il secondo calcio quando io gli ho dato una spinta». Se ce ne siano stati altri, di pestaggi, Tedesco non lo sa, perché tornati alla caserma Appia, il carabiniere ha perso di vista per un po’ il ragazzo. Dopo le violenze Cucchi non parla, «si tira il cappuccio sulla testa» e tace. «Io ero sotto shock e lui peggio di me». «Ho chiamato il maresciallo Mandolini (in quel frangente comandante della caserma Appia, oggi imputato per falso, ndr) e gli ho raccontato tutto». Ma «D’Alessandro e Di Bernardo erano i pupilli di Mandolini, tanto che consentiva loro di uscire in borghese e fare arresti anche con la loro auto personale». E infatti il comandante della stazione Appia, che secondo Tedesco era tanto potente e «aveva molti contatti in Vaticano», gli ordina di firmare un «verbale di arresto già redatto» (dove non c’è scritto del mancato fotosegnalamento) poche ore prima di portare Cucchi in tribunale per l’udienza di convalida del fermo. Non solo: nei giorni successivi – dopo che la nuova annotazione di servizio di Tedesco contenente la verità era sparita dall’archivio della caserma, e il numero di protocollo relativo era stato cancellato – Mandolini gli fa sentire la sua pressione. Davanti a lui «come se non esistessi, ordina di correggere le annotazioni dei carabinieri di Tor Sapienza», riferisce il teste. «Ho saputo – aggiunge – che D’Alessandro e Di Bernardo sono stati ascoltati da un alto grado gerarchico, io non sono mai stato convocato». E soprattutto, quando, il 7 novembre 2009, viene richiamato urgentemente da un breve periodo di ferie perché doveva essere di nuovo sentito dall’allora pm Vincenzo Barba, Tedesco chiede a Mandolini come avrebbe dovuto comportarsi, e si sente rispondere: «Tu devi seguire la linea dell’Arma, se vuoi continuare a fare il carabiniere». * Fonte: Eleonora Martini, IL MANIFESTO

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Il generale Casarsa rischia il processo per il depistaggio sulla morte di Cucchi https://www.micciacorta.it/2019/03/il-generale-casarsa-rischia-il-processo-per-il-depistaggio-sulla-morte-di-cucchi/ https://www.micciacorta.it/2019/03/il-generale-casarsa-rischia-il-processo-per-il-depistaggio-sulla-morte-di-cucchi/#respond Wed, 20 Mar 2019 08:03:28 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25284 I pm accusano l’ex capo del Gruppo Roma di aver permesso le false annotazioni.Indagati anche Cavallo, Colombo, Sabatino, Soligo, Di Sano, De Cianni e Testarmata

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La procura di Roma chiude le indagini sull'insabbiamento della verità. Atto notificato ad otto carabinieri tra i quali l’ex comandante dei Corazzieri Inizia alla fine dell’ottobre 2009, si ripete nel 2014 e nel 2015, e si protrae fino ai nostri giorni, la lunga serie di azioni volte a depistare e insabbiare quanto accadde la sera del 15 ottobre 2009 nella caserma Casilina di Roma, dove Stefano Cucchi venne accompagnato dai tre carabinieri della stazione Appia che lo avevano arrestato (Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, accusati di omicidio preterintenzionale nel processo bis), per l’obbligo del fotosegnalamento. Soprattutto quel filo nero del depistaggio si dipana dal piantone al graduato, stando a quanto avrebbero ricostruito il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il pm Giovanni Musarò che ieri hanno notificato l’atto di chiusura di indagini a otto militari, che ora rischiano il processo. Un filo nero che risale tutta una catena gerarchica, fino all’allora comandante del Gruppo Roma, Alessandro Casarsa, che nel frattempo è diventato generale ed ha rivestito fino al 10 gennaio scorso l’importante ruolo di comandante dei Corazzieri del Quirinale. Casarsa, chiamato come testimone al processo bis, ha preferito non rispondere.Caserma dalla quale invece il geometra 31enne – ex tossicodipendente ma in buono stato di salute, palestrato e praticante di boxe, anche se di bassa statura, esile di costituzione e magrissimo – ne uscì non fotosegnalato (il registro venne sbianchettato), ma con la colonna vertebrale fratturata in due punti e con un trauma cranico che gli costarono la vita, sette giorni dopo. PROPRIO DA LUI, asserisce la procura, sarebbe partita la catena di comandi che ha permesso la falsificazione di una nota di servizio, post-datata 26 ottobre 2009, sullo stato di salute di Stefano Cucchi. Motivo per il quale Casarsa è accusato di falso ideologico, insieme al colonnello Francesco Cavallo (all’epoca dei fatti tenente colonnello, capoufficio del comando del Gruppo Roma), al maggiore Luciano Soligo (allora comandante della Compagnia Montesacro), al luogotenente Massiliano Colombo Labriola (comandante della stazione di Tor Sapienza) e al carabiniere Francesco Di Sano (ai tempi in servizio a Tor Sapienza). Tutti avrebbero confezionato un falso «con l’aggravante – scrivono i magistrati – di volere procurare l’impunità dei carabinieri della stazione Appia, responsabili di avere cagionato a Cucchi le lesioni che nei giorni successivi gli determinarono il decesso». Nell’elenco dei destinatari dell’avviso di chiusura indagini (art. 415 bis cpp) risulta anche il colonnello Lorenzo Sabatino (ex capo del reparto operativo della capitale), accusato di concorso in omessa denuncia, come Tiziano Testarmata (allora comandante della IV sezione del Nucleo investigativo), chiamato a rispondere pure di favoreggiamento. I due, nel novembre 2015, pur avendo scoperto l’esistenza di annotazioni falsificate avrebbero omesso di riportare quanto accertato e di presentare denuncia. INFINE, GLI INQUIRENTI contestano il falso ideologico e la calunnia anche ad un carabiniere, Luca De Cianni, per aver redatto, soltanto il 18 ottobre scorso, una nota di polizia giudiziaria nella quale – «attestando il falso» – aveva attribuito al collega Riccardo Casamassima, uno dei testimoni chiave grazie ai quali è venuta a galla, dopo nove anni, la verità dei fatti, una serie di false dichiarazioni: «Casamassima gli aveva riferito – è scritto nel capo di imputazione – che alcuni carabinieri della stazione Appia avevano colpito con schiaffi Stefano Cucchi ma che non si era trattato di un pestaggio; che Cucchi si era procurato le lesioni più gravi compiendo gesti di autolesionismo; e che lo stesso Casamassima avrebbe chiesto una somma di denaro a Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, e in cambio avrebbe fornito all’autorità giudiziaria dichiarazioni gradite alla stessa sorella». Affermazioni che il 2 novembre scorso, scrivono i pm, De Cianni avrebbe ribadito davanti agli agenti della squadra mobile, «accusando implicitamente Casamassima, sapendolo innocente, del reato di false informazioni al pm, falsa testimonianza e di calunnia». Eppure la verità era stata confermata appena pochi giorni prima, l’11 ottobre scorso, quando il pm Musarò aveva riferito in Corte d’Assise della denuncia presentata il 20 giugno 2018 dallo stesso imputato Francesco Tedesco al fine di accusare del pestaggio i suoi colleghi Di Bernardo e D’Alessandro (i cui nomi non vennero trascritti nel verbale di arresto di Cucchi). Tedesco durante gli interrogatori riferì agli inquirenti che anche il maresciallo Roberto Mandolini, allora a capo della caserma Appia, e il carabiniere Vincenzo Nicolardi erano a conoscenza di quanto accaduto. Entrambi infatti siedono alla sbarra del processo bis accusati a diverso titolo di falso e calunnia. A PARTIRE DALLA CONFESSIONE di Tedesco, il pm Musarò ha aperto l’inchiesta integrativa, chiusa ieri, grazie alla quale sono stati scovati «documenti di straordinaria importanza che per la prima volta fanno luce su quanto avvenne». Per esempio le due annotazioni di Di Sano: nella prima il carabiniere scriveva che «Cucchi riferiva di avere dei dolori al costato e tremore dovuto al freddo, e di non poter camminare; veniva comunque aiutato a salire le scale». Nella seconda Di Sano cambiò il testo affermando che «Cucchi riferiva di essere dolorante alle ossa sia per la temperatura freddo/umida che per la rigidità della tavola del letto (priva di materasso e cuscino) ove comunque aveva dormito per poco tempo, dolenzia accusata anche per la sua accentuata magrezza». Anche al carabiniere Gianluca Colicchio, il giorno dopo, venne ordinato di firmare una falsa dichiarazione. È lui stesso a raccontarlo in udienza riferendo che a chiederglielo fu il suo superiore: «Per quello che percepii io – ha riferito Colicchio alla Corte d’Assise – il maggiore Luciano Soligo non si trovava in una situazione molto diversa dalla nostra, nel senso che anche lui stava dando esecuzione ad ordini provenienti dalla sua gerarchia. La “regia” in quel momento veniva dal Gruppo di Roma». Forse gli otto militari potrebbero essere chiamati a giudizio, ma ciò che appare chiaro fin d’ora è che – a prescindere dalle responsabilità individuali – come ha affermato il pm Musarò «qui si è giocata una partita truccata sulle spalle di una famiglia. E ora è in gioco la credibilità di un sistema». * Fonte: Eleonora Martini, IL MANIFESTO Immagine di Barbara Bonanno di Pixabay

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