Front National – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Sat, 08 Feb 2020 08:51:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Jean-Claude Izzo, il viaggiatore sedentario che portò la luce nel noire https://www.micciacorta.it/2020/02/jean-claude-izzo-il-viaggiatore-sedentario-che-porto-la-luce-nel-noire/ https://www.micciacorta.it/2020/02/jean-claude-izzo-il-viaggiatore-sedentario-che-porto-la-luce-nel-noire/#respond Sat, 08 Feb 2020 08:51:24 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25955 Nei romanzi dello scrittore marsigliese l'identità aperta e plurale della città minacciata dal razzismo. «Qui bisogna schierarsi, sapersi battere», diceva. Per lui, «non si capisce nulla di questa città se si è indifferenti alla sua luce, palpabile, anche nelle ore più brillanti. Quando ci obbliga ad abbassare gli occhi»

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Quando Patrick Raynal, all’epoca alla guida della Série Noire, la prestigiosa collana di romanzi polizieschi di Gallimard, lo contattò perché interessato a un suo racconto apparso su una rivista, Jean-Claude Izzo era già un uomo di mezza età. Giornalista da tempo, poeta da sempre, coltivava fin da ragazzo molte passioni. Tra queste, la scrittura e Marsiglia, per lui divenuta con il passare degli anni molto più che una semplice città, quasi un «destino». Quando, in quel 1995, gli amori di Izzo finirono per intrecciarsi inesorabilmente gli uni agli altri, molto del suo percorso era già segnato. «Il mio primo libro fu Lo straniero di Camus, un noir favoloso. Poi mi sono imbattuto in Chandler, Hammett, tutti i grandi della Série Noire. E visto che venivo da Marsiglia, il poliziesco è diventato naturalmente la mia letteratura», avrebbe raccontato più tardi. Ma, come per ogni passione bruciante, il debutto non poteva che avvenire da una giusta distanza, tale da rendere sopportabile l’immergersi in qualcosa che si percepisce come irriducibilmente proprio senza rimanere paralizzati, vittime dell’emozione. Per scrivere Total Khéops, (Casino totale, e/o, 1998), il suo romanzo d’esordio, redatto in cinque mesi, Izzo si rifugiò a Saint-Malo, la città bretone dove avrebbe in seguito animato il festival «Etonnants voyageurs», presso l’amico, e scrittore, Michel Le Bris. E, anche in seguito, «il romanziere di Marsiglia» avrebbe continuato a celebrare il suo amore viscerale per la città foceana da una posizione defilata, con garbo e pudore, «preferisco prendere della distanza, vivo a venti minuti da qui, in un posto più calmo», ammetteva placidamente. Del resto, fin dal titolo, quel libro – che introduce la trilogia marsigliese che vede al centro l’ex poliziotto Fabio Montale, poi compiuta con Chourmo e Soléa (riunita in un solo volume da e/o)- traduceva un’emergenza che Izzo osservava con crescente preoccupazione. L’espressione l’avevano coniata in quel periodo i rapper di Iam, la crew abituata a mescolare l’argot marsigliese con i riferimenti alla mitologia egiziana, e annunciava il «casino totale» che regnava in città. Non solo di allegra baldoria si trattava, però. Gli anni Novanta segnano l’apice di una lunga crisi cittadina quando alla corruzione dilagante della politica – è il periodo che vede l’ascesa al potere del padre-padrone della destra locale, Jean-Claude Gaudin -, al farsi sempre più violenta della malavita locale si aggiunge un fenomeno nuovo, un razzismo inedito, perlomeno dall’epoca di Vichy, che regala una serie di risultati clamorosi al Front National di Jean-Marie Le Pen. Per Izzo, passato per Pax Christi, i socialisti e il Pcf, e rimasto un profondo umanista anche dopo aver riposto l’ultima bandiera, l’allarme risuona fortissimo. Il suo secondo romanzo, Chourmo, si apre con un dedica che non lascia spazio ad interpretazioni di sorta: «Alla memoria di Ibrahim Ali, ucciso il 24 febbraio del 1995 nei Quartieri Nord di Marsiglia da degli attacchini del Front National». Se la città diventa il personaggio principale dei noir di Izzo, lo fa a partire da un’identità aperta e plurale che è oggetto di una minaccia mortale. C’è l’eco di un’infanzia da «rital», l’essere figlio di un immigrato italiano che ha passato la vita a servire nei bar del centro, in quella che è ben più che una posizione ideale. «Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è nulla da vedere. La sua bellezza non si fotografa, si condivide. Qui bisogna schierarsi. Appassionarsi. A Marsiglia, anche per perdere, bisogna sapersi battere», si legge in Total Khéops. Quell’insieme di emozionanti e vitali contraddizioni, percepibili finanche nella cucina locale – il buongustaio Izzo fa dire a Montale che «mangiare significa accogliere» – che fanno di Marsiglia ciò che è, incarnano un’unicità preziosa, un patrimonio che non può andare disperso pena la perdita di se stessi. «Non ho con me altri bagagli che questa città, non altre culture, nient’altro», amava dire lo scrittore. Chissà cosa avrebbe pensato del fatto che a un anno dalla sua prematura scomparsa, avvenuta nel 2000, la rete televisiva TF1 programmò una serie che vede Alain Delon nei panni di Fabio Montale: un personaggio così lontano da quello sbirro timido, quasi più educatore di strada che investigatore, sempre a caccia di un nuovo amore «assoluto» e di una bevuta di mauresque (pastis e sciroppo d’orzata) nei vicoli vicino al Vecchio porto, nel quale aveva riversato il suo disincanto come la sua fede nella libertà. Proprio Delon, con le sue amicizie tra i potenti e gli uomini dell’estrema destra… Quasi uno scherzo del destino per chi ha saputo portare il sole di Marsiglia nei territori cupi del noir, illuminando per quella via l’impossibile strada della redenzione. Per Izzo, del resto, «non si capisce nulla di questa città se si è indifferenti alla sua luce, palpabile, anche nelle ore più brillanti. Quando ci obbliga ad abbassare gli occhi». * Fonte: Guido Caldiron, il manifesto

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Il voto della piazza: “Macron dimissioni! Un giorno è sufficiente” https://www.micciacorta.it/2017/05/23284/ https://www.micciacorta.it/2017/05/23284/#respond Tue, 09 May 2017 08:03:15 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23284 La prima manifestazione del quinquennato di Macron con settemila persone arrivate a Parigi per contestare l'annuncio del neo-presidente francese sulla nuova riforma del mercato del lavoro

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Dopo la "Loi Travail" sindacati e movimenti temono una nuova offensiva. Il racconto di una mobilitazione continua sin dai primi minuti dall'elezione all'Eliseo dell'ex ministro dell'economia socialista nel quartiere di Ménilmontant PARIGI. “Macron dimissioni! Un giorno è sufficiente”. Lo slogan è rimbalzato da twitter al corteo convocato dal collettivo “Fronte sociale” che ha sfilato a Parigi all’indomani dell’elezione a presidente di Emmanuel Macron. Da 7 a 10 mila (1.600 per la polizia) hanno risposto all’appello di alcune federazioni della Cgt, di Sud, dell’Unef e dei movimenti che si sono battuti contro la “Loi Travail”, la riforma del mercato del lavoro già sostenuta dal neo-presidente della repubblica francese quando era membro del governo socialista. Al primo punto del suo programma Macron ha inserito una nuova riforma del codice del lavoro definita “semplificazione”. Inoltre ha promesso un nuovo attacco alla contrattazione nazionale a favore di quella aziendale. Infine ha assicurato maggiore libertà ai datori di lavoro nel definire “la durata effettiva del lavoro”, il numero di ore lavorate dai dipendenti. Vecchio pallino delle confindustrie di tutta Europa, e del Medef francese, la Loi Travail in versione El Khomri non è stata abbastanza. Dopo le legislative di giugno la lotta per la destrutturazione delle norme del diritto del lavoro e della precarizzazione ricomincerà. Preoccupa anche lo strumento legislativo che Macron intende adottare: la decretazione per “ordinanze”. Una scelta in continuità con il governo socialista di Manuel Valls che sospese la discussione parlamentare applicando il famigerato articolo 49.3 della costituzione gollista. Lo stato di emergenza dichiarato nel paese in funzione anti-terrorista è stato applicato per approvare la riforma più contestata della storia della quinta Repubblica. Sembrano le premesse per un ritorno dell’opposizione sociale a un’idea liberista del mercato del lavoro che ha già spianato i socialisti. Il “Fronte sociale” aveva già manifestato a Parigi il 22 aprile scorso con numeri inferiori. Tra il primo e il secondo turno delle presidenziali il suo appello ha dato una forma politica allo slogan scritto ai piedi della Marianna in place de la République, nella serata del primo turno: “Ni patrie, ni patron, Ni Le Pen, ni Macron”. Indipendentemente dalla “peste o dal colera che arriverà al potere”, il corteo di ieri è stato la “prima mobilitazione sociale” in un paese che vuole rompere con la dialettica artificiale nella quale si è cercato di rinchiudere la politica transalpina: tra il fascio-populismo del Front National e il liberismo compassionevole di Macron. L’opposizione intende ripartire dalla questione sociale che, insieme a quella della violenta discriminazione delle popolazioni immigrate e dei francesi di nuova generazione, è la radice di una frattura di classe multipla che porta con sé i germi di una radicalità ancora più dirompente. “Quello che ci aspetta è molto grave – ha detto Romain Altmann (Info-Com Cgt) – una Loi Travail 2”. “Chiunque sia al potere, donna o uomo, mai come oggi da 40 anni abbiamo subito tante regressioni sociali”. Le inquietudini diffuse tra i militanti non hanno spinto ancora le grandi centrali a prendere posizione. L’annuncio di Macron ha prodotto sconcerto anche tra i vertici sindacali. Il primo maggio, Jean-Luc Melenchon ha chiesto di non toccare di nuovo il codice del lavoro, correggendo l’impressione diffusa che Macron voglia rilanciare una “guerra sociale” nel paese. Da Macron nessuna risposta. Durante l’estate la nuova legge potrebbe prendere forma. Anche la gestione della piazza ieri si è rivelata in continuità con quella precedente dei socialisti. Prima di arrivare a Bastille, un plotone di Crs – vestiti da robocop e armati con fucili a pompa che sparano flashball e proiettili di gomma Lbd 40 millimetri – hanno fatto irruzione nel corpo del corteo. Una “nasse” (gabbia) è stata costruita, il corteo diviso. Colpi di Lbd sono stati esplosi, sono stati denunciati tre feriti in una manifestazione pacifica. L’obiettivo di queste azioni è spezzare il corteo e disperderlo, stavolta senza successo. Già domenica, a pochi minuti dopo la notizia dell’elezione di Macron, la durezza poliziesca ha avuto modo di manifestarsi contro i cortei “selvaggi” e pacifici nel quartiere di Ménilmontant, nell’Est parigino non ancora del tutto bianco e franco-francese. A piccoli sciami, i gruppi si sono iniziati a muovere in gruppi da dieci a cinquanta, camminando veloci in uno dei quartieri meno imperiali e turistici di Parigi. Appuntamenti volanti alle fermate del metrò Couronnes, Belleville e Jourdain. Evitare le grandi piazze, silegge sui social. Ma la polizia risponde e organizza posti di blocco mobili. Il primo è già fulmineo. In rue Sorbier, davanti a Lieu-dit, uno dei bar più popolari della zona che aggregano le sinistre radicali nella Capitale. Una volante svolta all’incrocio e quasi investe un ragazzo. Alcuni giovani la fermano e sbattono i pugni sui finestrini: “Cassez-vous!” urlano. “Andate via!”. Camionette bianche sgommano all’incrocio con rue de Ménilmontant. Come da un altro pianeta sbarcano gli agenti Crs e puntano fucili a pompa. Tra loro c’è anche una donna. Un agente si rivolge a un ragazzo con il “Tu” e non il “Voi”. Lui si infuria: “Lei non si deve permettere!”. In Francia il “vous” resta ancora una formalità importante. “Tout le monde déteste la police”: lo slogan delle grandi manifestazioni contro la riforma del mercato del lavoro “Loi Travail” rieccheggia in stradine familiari sotto un gigantesco murales che ricorda la danza di Matisse: “Nous les gars d’Ménilmontant”. Come atto di sfida il plotone con i caschi e gli scudi fende la piccola folla che si è radunata in strada. A cinquecento metri più in giù, dove mezz’ora prima si celebrava un ”piccolo ballo selvaggio” con una banda e centinaia di giovani, la prima “nasse” della serata è pronta. Camionette e plotoni hanno accerchiato e disperso la folla danzante. “Si può passare, ma non risalire” dice un agente gigante con un passamontagna sotto il casco. Micro-cortei di giovani e giovanissimi, studenti e precari di diverse nazionalità, si susseguono per ore, mentre gli agenti con le armature li inseguono a fatica. Si riparte per Couronnes. I poliziotti caricano il corteo davanti con bombe stordenti e lacrimogeni, mentre con i manifestanti che li seguono dietro usano gas urticanti per allontanarli. A Rue des Panoyaux si è formata un’altra “nasse” che ha isolato 130 manifestanti pacifici. Nove sono stati fermati dalla Bac, le “brigate anti-criminali”, agenti in borghese vestiti come i manifestanti, mentre una persona avrebbe ricevuto il foglio di via dal quartiere. Gli arrestati sono caricati su un pulmann. I manifestanti hanno cercato di fermarlo, ma sono stati allontanati a furia di spray, mentre una squadra di Crs ha schierato gli scudi. Di nuovo a rue Sorbier, all’incrocio con rue Ménilmontant, sono state lanciate un paio di bottiglie vuote. In risposta sono stati esplosi lacrimogeni. Il fumo ha invaso i bar. Dopo avere rotto l’accerchiamento il bus è ripartito. Gli sciami dei manifestanti hanno girato il quartiere per radunare le persone. La caccia del gatto al topo è continuata fino a oltre le due di notte. È un primo segnale per chi ieri si è risvegliato a Macronia, un paese che è una pentola a pressione. SEGUI SUL MANIFESTO

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Duemila in corteo contro le destre xenofobe di Salvini e Le Pen https://www.micciacorta.it/2016/01/duemila-in-corteo-contro-le-destre-xenofobe-di-salvini-e-le-pen/ https://www.micciacorta.it/2016/01/duemila-in-corteo-contro-le-destre-xenofobe-di-salvini-e-le-pen/#respond Fri, 29 Jan 2016 08:06:57 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21236 Contro Salvini e Le Pen sono scese in piazza alcune realtà che si riconoscono nell'assemblea "Milano antirazzista antifascista e meticcia"

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razzismo

Milano. Il leader della Lega Nord ha organizzato una due giorni di convegno con la star del Front National e con tutti i leader delle destre europee. A contestare l'ultra nazionalismo razzista che sta distruggendo l'idea stessa di Europa, nel silenzio generale delle istituzioni che hanno appena celebrato il giorno della memoria, sono scese in piazza alcune realtà che si riconoscono nell'assemblea "Milano antirazzista antifascista e meticcia". I ragazzi e le ragazze del Coordinamento dei collettivi studenteschi ci riprovano oggi con una manifestazione che parte alle 9,30 da largo Cairoli   MILANO. Lasciarli fare come se niente fosse, oggi non si poteva. L’Europa che vogliono, reazionaria, neo nazionalista e razzista, sta prendendo forma attraverso un processo di disgregazione che solo a posteriori verrà riconosciuto come un momento di rottura nella storia. Restiamo alla “cronaca”? La Svezia deporta 80 mila profughi, gli stati si barricano dietro le frontiere, prosegue la conta dei morti nel Mediterraneo (ieri ancora trentuno) e la ministra francese della Giustizia Christiane Taubira si dimette perché la Francia prolunga lo stato di emergenza: è in questo contesto di cui troppo pochi avvertono la gravità che le destre europee hanno scelto la città di Milano per celebrare se stesse e il loro momento. Sopra la vecchia fiera a metà pomeriggio volteggiano gli elicotteri. E’ qui che hanno deciso di incontrarsi a porte chiuse per due giorni i partiti che dalla scorsa estate si sono riuniti sotto la sigla Europe of nations and freedom (Enf). Il padrone di casa è Matteo Salvini e la regina del convegno è Marine Le Pen. Al capo della Lega basterà una foto con la leader del Front National per accreditarsi come una delle figure di riferimento delle destre europee. L’ospite d’onore invece parla la lingua di Putin, è il granduca di Russia George Mikhailovic Romanoff, ultimo erede degli zar. Titolo dell’incontro: “Più liberi più forti. Un’altra Europa è possibile”. Di contorno, a sostenere l’auto consacrazione in salsa russa di Salvini e Le Pen, ci sono anche 36 europarlamentari delle destre xenofobe d’Europa. Austriaci heideriani, autonomisti fiamminghi, il partito della libertà dell’olandese Geert Wilders che si batte contro “l’odissea musulmana” e rappresentanti delle destre razziste di Polonia e Romania. “Se un governo di sinistra come la Svezia — ha detto Salvini prima di salire sul palco — decide di espellere 80 mila persone significa che Schengen è morto. Se tutti controllano i confini e noi siamo gli unici a non farlo, chissà dove andranno a finire tutte queste persone. Qualche uomo al Brennero, a Ventimiglia e al confine con la Slovenia non sarebbe male”. Pur nella consapevolezza che in questa fase di autismo politico a sinistra è complicato organizzare azioni di resistenza su questioni dirimenti come l’antirazzismo e l’antifascismo (si dice “non ci sono i numeri” e però sabato scorso migliaia di persone erano in piazza per le unioni civili), qualcuno ieri sera almeno ha provato a lasciare un segno diverso con una mobilitazione doverosa — un corteo — se non altro per dare un senso alla retorica della “memoria” che una volta all’anno viene riscoperta dalle istituzioni, le stesse che ieri non hanno detto una parola sulla due giorni ultra nazionalista. Nemmeno un balbettio sulla Milano medaglia d’oro (etc, etc), del resto sono giornate di grande fibrillazione per le primarie del Pd. Sono scese in piazza sigle, persone, situazioni, pezzi di movimento che si ritrovano nell’assemblea “Milano antifascista antirazzista e meticcia”. Qualcuno, al mattino, ha consegnato un mucchio di letame fumante a pochi passi dal convegno fascio leghista, la sera invece più di duemila persone hanno marciato fin dove era possibile in disordine sparso — stop a 40 metri dai blindati della polizia schierati a muro — dietro allo striscione del centro sociale Cantiere. Soprattutto ragazzi e ragazze molto giovani, una ventata di antifascismo più fresco del solito che si è accompagnato con le note swingate della Banda degli Ottoni fino al gran finale strapaesano con i fuochi d’artificio. Un assedio divertito. Diversi i cartelli degni di nota: “Antifascisti di fatto”. E anche un calibrato riadattamento di un lugubre motivetto antifascista che andava negli anni ’70: “Mio nonno ce l’ha insegnato, abbattere i confini non è reato” (gli studenti tornano in piazza questa mattina in Cairoli). I nonni ieri non erano in piazza, però, con l’Anpi, sono arrivati alle stesse conclusioni citando una frase di Altiero Spinelli del 1944: “Ad uno a uno i popoli europei oppressi riconquistano la propria libertà, ma non per ricominciare a chiudersi, come prima del 1939, nelle autarchie e negli egoismi nazionali”. La storia insegna, anzi no.

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Milano nera, la seconda volta di Marine Le Pen https://www.micciacorta.it/2016/01/21227/ https://www.micciacorta.it/2016/01/21227/#respond Tue, 26 Jan 2016 10:05:24 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21227 Raduni. Il 28 gennaio la presidente del Front National con Salvini, l’estrema destra e i discendenti dei Romanoff. Il precedente del 2011

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Le Pen

Matteo Salvini, segretario della Lega Nord ed europarlamentare, ha da tempo annunciato a Milano l’indizione, dal 28 al 29 gennaio (in una sala del centro congressi della Fiera in piazza Carlo Magno), di un convegno sull’Europa («Più liberi, più forti, un’altra Europa è possibile») con i rappresentanti degli otto partiti dell’eurogruppo Enf-Europa delle nazioni e della libertà, di cui la Lega fa parte, e la partecipazione di alcuni esponenti del partito di Putin al potere in Russia. «Proporremo la nostra idea di Europa, di lavoro, di confini, di immigrazione e di futuro», ha detto, aggiungendo con orgoglio che «sarà la prima volta di Marine Le Pen in Italia». Ricordiamo che Salvini era già stato ospite del congresso del Front National a Lione nel 2014, e che in tale occasione la signora aveva dichiarato: «A volte vado in estasi davanti alla sua forza e alla sua bravura». A Salvini dobbiamo però obiettare che non è vero che Marine Le Pen verrebbe in Italia per la prima volta. C’era già venuta alcuni anni fa e vediamo con chi. Il 21 ottobre 2011 a Milano fu organizzato un convegno, anche questo sull’Europa, e Marine Le Pen ne costituiva il pezzo forte (insieme con Daniela Santanché). Come riportato sul giornale online «atuttadestra?.net», il convegno si era svolto «a Palazzo Mezzanotte (sede della Borsa di Milano e splendido esempio di architettura fascista)», a porte chiuse «per ragioni di sicurezza», come sarà quello con Salvini quest’anno. Citando ancora dalla stessa fonte: «Era stato organizzato dalla Associazione Vox Populi di Roberto Perticone e dalla Fondazione Radici Europee di Diego Zarneri». All’iniziativa aveva «subito aderito, con entusiasmo, Roberto Jonghi Lavarini, da sempre “lepenista convinto”». Di Roberto Perticone veniva detto che è «un noto esponente della destra sociale lombarda, già dirigente missino, poi di An, ex Segretario Regionale de La Destra di Francesco Storace, esperto di Ezra Pound, e di relazioni internazionali, amico personale della famiglia Le Pen». La cronaca continuava così: «All’incontro, oltre a decine di giornalisti, erano presenti anche alcuni selezionati esponenti politici, forniti di invito numerato e nominale, fra questi: Attilio Carelli (Dirigente Nazionale del Movimento Sociale Fiamma Tricolore, guidato da Luca Romagnoli, unico movimento politico italiano ufficialmente alleato del Front National)» (questo nel 2011, ndr) Generoso Melorio, Massimo Parise e Valeria Valido (dirigenti del Movimento per l’Italia), Franco Seminara (del sindacato nazionale Unione Generale del Lavoro), Francesco Filippo Marotta e Mario Mazzocchi Palmieri (del comitato Destra per Milano), Flavio Nucci (del movimento Destrafuturo), Carlo Lasi (segretario del movimento Patria Sociale), il Prof. Giuseppe Manzoni di Chiosca (presidente del Centro Studi Europa 2000) e storici militanti della destra milanese come Remo Casagrande» (lo squadrista deceduto nell’ottobre 2015) «e la contessa Elena Manzoni di Chiosca e Poggiolo (una delle promotrici della “maggioranza silenziosa”)». Perticone e Antonio Spadavecchia entrambi dirigenti di Vox Populi in quell’occasione deprecavano che esponenti del Pdl e della destra post-missina non avevano voluto esporsi, a differenza di Daniela Santanché, di cui si lodava quindi l’anticonformismo e il coraggio. Marine Le Pen quindi in Italia c’era già stata, a dispetto di quel che afferma Matteo Salvini, a trattare gli stessi argomenti e propagandare gli stessi contenuti. E il parterre era il fior fiore del neofascismo nostrano. Le organizzazioni antifasciste locali in tale occasione avevano indetto un presidio, contestando il fatto che il Comune avesse concesso una sala pubblica. Di Diego Zarneri, esponente di Radici Europee, osserviamo che nel 2012 celebrava il 25 aprile pubblicando sulla sua pagina Facebook un manifesto con lo slogan: «Gli eroi son tutti giovani e belli. Ai ragazzi di Salò». Al convegno del 2011 Zarneri si era fatto fotografare con Marine Le Pen. La leader del Front national aveva poi posato per i fotografi accanto anche a Roberto Jonghi Lavorini, notissima figura storica della destra istituzionale ed extraistituzionale, tra i fondatori di Cuore nero, che a «Zanzara Radio 24», il 15 maggio 2015, aveva dichiarato: «Il saluto fascista? L’ho insegnato alle mie tre figlie. E’ un saluto solare, igienico, bello. E’ un gesto splendido d’amore». E ancora: «In realtà, il fascismo è apprezzato dalla maggioranza degli italiani. È assolutamente evidente. Il duce e il fascismo piacciono, gli italiani ne hanno un buon ricordo e non a caso ci sono molti calendari del duce, circa cinque milioni nelle case e negli esercizi commerciali. Non ci sono calendari di Togliatti o di Don Sturzo». Insomma, Salvini oggi si allea all’immagine “vincente”, a suo modo “ripulita”, di Marine Le Pen. Ma di ripulito c’è proprio poco. E neanche di nuovo, visto che Marine Le Pen a Milano c’era già venuta, ospite del fior fiore dell’estrema destra nostrana, che da parte sua ha già annunciato (non poteva essere diversamente) la partecipazione anche a questo convegno. Contestualmente è per altro previsto un incontro di Marine Le Pen con Luca Romagnoli (Destra sociale) e Carlo Fidanza (Fratelli d’Italia). Ancora una volta leghisti e fascisti si ritroveranno assieme. Un’ultima curiosità, visto che i putiniani sono oggi tra gli interlocutori privilegiati della Lega e Putin è correntemente chiamato lo “Zar”, vuole il caso che nello stesso periodo a Milano, dal 26 al 28 gennaio, come ci informa ancora «atuttadestra», al convegno farà la sua apparizione anche «Sua Altezza Imperiale il Principe George Romanov, Granduca di Russia e Capo della Casa Imperiale, ambasciatore della cultura russa nel mondo (in piena collaborazione ufficiale con il governo russo ed il presidente Vladimir Putin), per una serie di importanti e strategici incontri con i rappresentanti delle istituzioni, della politica, dell’aristocrazia e, soprattutto, del mondo economico, professionale ed imprenditoriale lombardo». Insomma, Putin, chiamato lo “Zar” nell’occasione richiama in servizio un discendente (vero o presunto) del “vero” Zar… **** Riceviamo e pubblichiamo la seguente smentita e richiesta di rettifica: Gentile Direttore Cc Spettabile Redazione Cc Spettabile Ufficio Legale Gentile Direttore, Leggiamo con disappunto che nell’articolo ‘’Milano nera, la seconda volta di Marine Le Pen’’, firmato dai vostri giornalisti Saverio Ferrari e Marinella Mandelli e pubblicato sul sito internet Micciacorta.it,  nell’edizione del 26 gennaio 2016. Nella versione on-line, nello specifico al link : https://www.micciacorta.it/2016/01/21227/   viene data la falsa notizia dell’adesione del Granduca di Russia al Convegno dell’Enf-Europa a Milano. Più in particolare nella parte: “Un’ultima curiosità, visto che i putiniani sono oggi tra gli interlocutori privilegiati della Lega e Putin è correntemente chiamato lo “Zar”, vuole il caso che nello stesso periodo a Milano, dal 26 al 28 gennaio, come ci informa ancora «atuttadestra», al convegno farà la sua apparizione anche «Sua Altezza Imperiale il Principe George Romanov, Granduca di Russia e Capo della Casa Imperiale, ambasciatore della cultura russa nel mondo (in piena collaborazione ufficiale con il governo russo ed il presidente Vladimir Putin), per una serie di importanti e strategici incontri con i rappresentanti delle istituzioni, della politica, dell’aristocrazia e, soprattutto, del mondo economico, professionale ed imprenditoriale lombardo». Insomma, Putin, chiamato lo “Zar” nell’occasione richiama in servizio un discendente (vero o presunto) del “vero” Zar… ‘’ Dobbiamo precisare che si tratta di informazioni errate perché S.A.I. il Granduca di Russia George Romanoff si trovava a Milano per motivi esclusivamente istituzionali, professionali e privati che nulla hanno a che fare con la politica e,  nello specifico, il Granduca George Romanoff, mai ha  annunciato la sua partecipazione ne’ ha mai incontrato con l’Onorevole Marine Le Pen e con l’On. Salvini. Ne tantomeno a preso parte alla manifestazione dell’ Eurodestra giovedi’ 28 gennaio, come erroneamente riportato sul Vostro giornale. Tanto è vero che in concomitanza con il suddetto evento, il Granduca di Russia ha presenziato al Convegno di economia ‘’Russia : il tempo delle opportunità’’   presso lo studio Legale Grimaldi e successivamente a un ricevimento privato in suo onore in provincia di Como. Dette affermazioni sono certificate e ampliamente comprovabili da numerosissime immagini e da molteplici testimonianze. Per queste ragioni, ai sensi dell’art 8 della legge 8 febbraio 1948 n.47, Disposizioni sulla Stampa, Vi invitiamo a voler provvedere alla rimozione dei contenuti riguardanti il Granduca di Russia con il dovuto rilievo e a fare in modo che tale notizia non compaia piu’ negli archivi Web. Si chiede pertanto la cancellazione di quanto scritto in riferimento al Granduca George Romanoff. Certo della vostra collaborazione, vi porgiamo i miei più cordiali saluti Mariofilippo Brambilla di Carpiano,  Portavoce di S.A.I. il Granduca George Romanoff - Russian Imperial Foundation Viale Piave 28 - 20129 - Milano mariofilippo@imperialfoundation.com Avv. S. Alessandro Verga Ruffoni, Legale di S.A.I. il Granduca George Romanoff Via San Maurilio 18 - 20123 - Milano / Via dei Casali dei Santovetti 50 - 00165 - Roma ruffoni14@gmail.com

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Francia, il vicolo cieco dei diritti https://www.micciacorta.it/2015/12/francia-il-vicolo-cieco-dei-diritti/ https://www.micciacorta.it/2015/12/francia-il-vicolo-cieco-dei-diritti/#respond Thu, 31 Dec 2015 10:36:00 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21053 Parigi. La pericolosa svolta securitaria dopo gli attentati

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francia

PARIGI. C’era un campo nel quale François Hollande e la sinistra di governo in Francia non avevano ancora abdicato: quello delle libertà, dei principi. Anche se questi ultimi, pur continuamente ribaditi, entravano spesso in contraddizione con le pratiche dello Stato e delle forze di polizia. La sinistra si richiamava alle libertà, ai diritti umani, all’eredità del 1789. E proclamava con forza, in quest’ambito, la sua opposizione non solo all’estrema destra e al Front national, ma anche alla destra pronta a chiedere sempre più sicurezza in nome della lotta contro la delinquenza o contro il terrorismo. Dalla vittoria elettorale nel maggio 2012, François Hollande e il Partito socialista avevano abbandonato via via tutte le loro promesse. Avevano rinunciato a qualunque forma di resistenza al liberismo economico, applicando le ricette di austerità in precedenza condannate, e aggravando le disuguaglianze. Si erano piegati al diktat di Bruxelles, che in campagna elettorale avevano stigmatizzato. E, tradimento finale, avevano lasciato solo il governo greco, frutto di una grande volontà popolare, di fronte a una Commissione europea e a un governo tedesco chiusi nelle proprie certezze. La politica estera di Hollande è stata essenzialmente caratterizzata dall’uso della forza militare come mezzo di risoluzione dei conflitti. Mai in precedenza, dalla seconda guerra mondiale, un governo francese era stato impegnato in tanti teatri di operazione. Dal Mali all’Iraq, dalla Repubblica centrafricana alla Siria, la Francia, malgrado i mezzi limitati, malgrado i proclami di austerità, trova le risorse necessarie a intervenire in armi. Comportandosi sempre da fedele alleata degli Stati uniti. E quando Parigi ha criticato Washington, è stato per rimproverare al presidente Barack Obama la sua debolezza di fronte a Tehran sul dossier nucleare. Di fronte all’ondata di rifugiati provenienti dalla Siria e dal Medioriente, ingigantitasi nel corso del 2015, la Francia socialista ha dato prova di pavidità, rifiutando di onorare la tradizione di accoglienza e di rispettare il diritto internazionale che obbliga i paesi a proteggere le persone minacciate. E’ tristemente ironico, del resto, che la grande maggioranza dei rifugiati preferisca la Germania, il Regno unito e l’Europa del Nord: è lontano il tempo in cui la Francia era la seconda patria dei rifugiati armeni, degli ebrei centroeuropei, dei polacchi e degli spagnoli. E gli attentati del 13 novembre 2015, dopo quelli contro Charlie Hebdo e il supermercato kosher nel mese di gennaio, hanno portato il governo a rinnegare l’ultimo baluardo, quello della difesa dei diritti umani, dei grandi principi di una democrazia liberale. Mentre la Corte di cassazione, incoraggiata dalle autorità, criminalizzava la campagna di boicottaggio dei prodotti israeliani nota come Bds (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) – facendo della Francia l’unico paese democratico nel quale si applichi una simile misura -, il governo decideva di proclamare lo stato di emergenza, di prorogarlo per tre mesi e infine di progettarne l’ingresso nella Costituzione. Questa legge del 1955, adottata agli inizi di quella che la Francia rifiutava di chiamare «guerra di Algeria», era stata prevista per liquidare l’insurrezione di un popolo. Si sa che cosa accadde. Ma è la prima volta che la legge è estesa a tutto il territorio nazionale (nel 1955, copriva solo i «tre dipartimenti francesi» di Algeria). Se passerà la riforma della Costituzione (che in gennaio sarà presentata al Congresso, Parlamento e Senato in seduta comune, e dovrà ottenere la maggioranza dei tre quinti dei votanti – un risultato impossibile senza il sostegno della destra), «l’eccezione diventerà la regola», come ha titolato il quotidiano Le Monde, e alle forze di polizia e all’amministrazione saranno accordati poteri esorbitanti in materia di arresti, detenzioni domiciliari, perquisizioni, intercettazioni telefoniche di decine di migliaia di cittadini. Sono state già decise 200 assegnazioni agli arresti domiciliari (anche di militanti verdi), ed effettuate oltre tremila perquisizioni – in gran parte senza alcun risultato rispetto all’obiettivo dichiarato, la «lotta contro il terrorismo». I musulmani sono l’obiettivo privilegiato di questi attacchi e il potere sta incoraggiando un’islamofobia della quale il Front national di Marine Le Pen non è affatto l’unico portatore. Da tempo la destra e settori importanti della sinistra e anche dell’estrema destra, con vari pretesti – lotta all’«oscurantismo», laicità, eguaglianza fra i generi – si sono trasformati in cantori di questa nuova forma di razzismo che prende di mira prioritariamente gli immigrati e settori delle classi popolari. Ma è con una misura ben più che simbolica che François Hollande ha chiuso il cerchio delle sue abiure. E’ la misura che intende privare della cittadinanza i cittadini nati francesi ma che dispongono anche di un’altra nazionalità. Così si trasformerebbero di fatto in cittadini di serie B i figli di immigrati, nati francesi sul territorio nazionale, ma che hanno ancora la cittadinanza dei loro genitori. In passato aveva sostenuto questa misura solo il Front national, raggiunto nel 2010 da Nicolas Sarkozy. Si accentuerà senza dubbio la frattura fra le popolazioni «musulmane» e i francesi «per sangue», e si finirà per legittimare il discorso dell’Organizzazione dello Stato islamico (il Daesh) che incita i musulmani a rifiutare una società che li disprezza. Come dichiarava Henri Leclerc, avvocato, presidente d’onore della Lega dei diritti umani (Ldh) e figura emblematica della sinistra giudiziaria (Médiapart, 24 dicembre 2015): «Fatte le debite proporzioni, ricordiamoci che nel 1933 Hitler si era avvalso degli strumenti legislativi creati dai socialdemocratici. Se un giorno avremo un governo di estrema destra, questo potrebbe trovare strumenti per attuare politiche ultra-securitarie e spaventosamente repressive». *ex caporedattore di Le Monde diplomatique, direttore del giornale online Orient XXI (Traduzione di Marinella Correggia)

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Il cuore nero della Francia https://www.micciacorta.it/2015/12/il-cuore-nero-della-francia/ https://www.micciacorta.it/2015/12/il-cuore-nero-della-francia/#respond Tue, 08 Dec 2015 08:59:00 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=20954 L'avanzata del Front National. L’Europa deve combattere i «fascismi» del XXI secolo

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Perché siamo a questo punto? Incidono in primo luogo cause sociali ed economiche: l’abbandono delle classi popolari, del proletariato operaio, delle banlieue metropolitane da parte della sinistra socialista, che anche in Francia ha fatto proprie le ragioni della post-democrazia neoliberale. Con le sue devastanti conseguenze: precarietà e disoccupazione, deflazione salariale e riduzione delle tutele sociali, aumento delle disuguaglianze e accentramento oligarchico dei poteri. Il tradimento del blocco sociale da parte della principale forza della sinistra è stato (sin dalla fine degli anni Novanta) tutta acqua al mulino della destra fascista, a suo modo capace di porsi come forza sociale. Quando chiama il «popolo» a rivoltarsi «contro le élites», Marine Le Pen si appropria di un tema storico della sinistra, del movimento operaio, delle battaglie per l’emancipazione del lavoro e per la giustizia sociale. Il problema è che può farlo impunemente, conquistando proseliti, perché non c’è più nessuno che da sinistra credibilmente faccia appello a lotte sociali in difesa delle classi meno abbienti. Influisce in secondo luogo il problema della sicurezza. Gli attentati stragisti di quest’anno non hanno soltanto posto in primo piano il tema della paura, che la destra è in condizione di strumentalizzare al meglio suggerendo ricette securitarie semplici, sbrigative e radicali. Hanno altresì risvegliato umori radicati della pancia del paese. La Francia profonda è in buona parte reazionaria e sanfedista: nazionalista, imperialista, xenofoba e antisemita. La vicenda militare della seconda guerra mondiale, il ruolo svolto da De Gaulle nella coalizione dei nemici del Terzo Reich, ha fatto dimenticare la storia turpe del collaborazionismo e della zelante partecipazione della Francia di Vichy alla Shoah. E il fatto che a cavallo tra Otto e Novecento la Francia era il paese più profondamente pervaso da furori razzisti, in particolare antisemiti. Ma la storia ha la testa dura e questa pancia è sempre rimasta gravida, benché abbia saputo abilmente nascondersi e dissimularsi. Oggi, dopo otto anni di crisi sociale e sotto l’incalzare delle bande armate dell’Isis, questo cuore nero si esprime senza reticenza, forte dell’inconsistenza della politica e della cultura democratica, e legittimato dall’unanime richiesta di risposte efficaci alla crisi economica e alla minaccia islamista. Di qui il discorso si allarga al di là dei confini nazionali e non consente semplificazioni. Il tema è europeo sul piano sociale-economico: ovunque in Europa l’austerity alimenta disperazione e panico, seminando sfiducia nella politica e sospingendo le masse popolari verso posizioni protestatarie, populiste, estremiste. Ed è europeo in relazione all’«emergenza terrorismo», in cui viviamo da una quindicina d’anni. Senza con ciò indulgere a riduzionismi deterministici – senza cancellare la responsabilità dei terroristi e dei loro imprenditori politici e religiosi – è impossibile negare il cortocircuito tra escalation terrorista e guerre «democratiche» in Medio Oriente, Asia centrale, Corno d’Africa: guerre le cui salde radici geopolitiche lasciano facilmente prevedere che il caos odierno (fatto di guerra, balcanizzazione e terrorismo) si manterrà a lungo stabile. Insomma, l’agenda delle classi dirigenti europee non cambierà, né sul piano economico, né su quello geopolitico. Mutamenti reali comporterebbero prezzi non compatibili in termini di riduzione dei profitti per il capitale privato e di concessioni al nuovo Impero del Male nel grande gioco subentrato alla guerra fredda. Anche in Francia tutto lascia presagire che, ad onta dello shock elettorale, nulla cambierà. Così torniamo alla facile previsione di Marine Le Pen in merito ai futuri successi del Fn. L’avanzata della destra neofascista, razzista e xenofoba francese non si fermerà. Potranno verificarsi episodiche battute d’arresto. Potranno funzionare, al ballottaggio di domenica prossima, la desistenza e l’union sacrée delle forze «repubblicane». Ma difficilmente si invertirà la tendenza che in questi tre anni ha visto il Fn espandere a ritmi vorticosi la propria influenza sulla scena politica francese. E ormai non si può escludere nemmeno che si realizzi l’incubo della conquista dell’Eliseo da parte dell’erede di Jean-Marie Le Pen nel 2017. Lo abbiano o meno messo in conto, il prezzo della diabolica coerenza delle leadership occidentali è la fascistizzazione delle nostre società – strisciante (a suon di leggi speciali, stati d’eccezione, grandi fratelli) o esplicita, come si profila in Francia. E attenzione: quando si dice fascistizzazione si usa una metafora: che cosa sarebbe (o sarà) il fascismo del XXI secolo e quali conseguenze e contraccolpi genererebbe non lo sa nessuno, nemmeno i suoi portavoce, in apparenza così sicuri di sé. Insomma si scherza col fuoco. Le nostre «classi dirigenti» non lo capiscono o forse sono soltanto inadeguate. Matteo Renzi ha senz’altro ragione nel dire che «se l’Europa non cambia, rischia di diventare la migliore alleata di Marine Le Pen». Ma anche questa sembra soltanto una frase ad effetto, che nasconde un’intenzione opposta a quella apparente. Proprio Renzi incarna, sia sul piano economico-sociale, sia in politica estera, la continuità che finge di deprecare, tant’è che non resiste alla tentazione di approfittare del voto francese per uno spot celebrativo delle sue «riforme». Sono piccole furbizie che dimostrano soltanto irresponsabilità: il fatto che non si è capito quanto la partita sia diventata maledettamente seria e pericolosa.

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Parigi. I due immondi fratelli siamesi https://www.micciacorta.it/2015/11/parigi-i-due-immondi-fratelli-siamesi/ https://www.micciacorta.it/2015/11/parigi-i-due-immondi-fratelli-siamesi/#respond Sat, 14 Nov 2015 09:42:33 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=20849 di questo si tratta. Di una guerra globale che, proprio come ormai in gran parte e da tempo fanno le guerre “tradizionali”, uccide civili

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Cui prodest? Era questa la domanda più immediata, e spesso più stupida, che media e politica usavano porre di fronte agli attentati (incomparabili, da tutti i punti di vista) che, qualche decennio fa, scuotevano in Italia la pubblica opinione e insanguinavano i marciapiedi. Un quesito che, dovesse essere avanzato oggi, davanti al massacro di Parigi, avrebbe una risposta facile, persino scontata. Dalla strage che l’ISIS ha portato nello stadio, nelle strade, nei bar e nei ristoranti parigini, provocando decine e decine di morti, ne trarrà un beneficio politico solo il Front National di Marine Le Pen e le destre estreme. Come, a caldo, ha profetizzato Marek Halter, il filosofo francese che ha vissuto l’orrore del nazismo: «Ho una paura, che è quasi una certezza: quello che sta succedendo aiuterà la destra estrema, alle prossime elezioni guadagnerà milioni di voti. La chiamano già la guerra con l’islam. E stanno lanciando la guerra contro i rifugiati, perché i figli di quelli che scappano da Iraq e Siria vengono in Francia per uccidere. È la democrazia a essere in pericolo. La gente ha paura, e apre agli estremismi. Non è impossibile che domani ci siano attacchi contro i musulmani in Francia, o attentati alle moschee». La nientificazione dell’altro Una previsione che, almeno in parte, sembra già avverarsi in queste prime ore, se è vero che un incendio per rappresaglia sarebbe avvenuto nella “Jungle” di Calais, il ghetto nel nord della Francia dove sono ammassati migliaia di profughi e di disperati che vorrebbero raggiungere il Regno Unito. Intanto, Marine Le Pen ha definito l’immigrazione un’epidemia batterica. Del resto, anche da noi in passato si sono visti i Borghezio salire sui treni dei migranti con disinfettanti per pulire le carrozze dal contagio. Quando uomini e donne vengono considerati – e trattati come – insetti, vuol dire che viene negata l’altrui umanità. E se l’altro non è umano può, anzi deve, essere annullato. È successo sotto il tallone del nazismo, con la “soluzione finale” contro gli ebrei condotti alle camere a gas. È accaduto in Ruanda, dove, per preparare il genocidio del 1994, gli hutu incitavano allo sterminio degli “scarafaggi” tutsi. È successo e succede in ogni luogo dove l’uomo viene ridotto a cosa. #?porteouverte Eppure, di fronte all’odio omicida dello Stato Islamico, oltre alla paura, che a sua volta produce aggressività e violenza, a Parigi è scattata, immediata, naturale e preziosa, una reazione di solidarietà: l’hanno chiamata #?porteouverte, con i parigini che, mentre la notte era ancora straziata da sangue e confusione, hanno aperto le porte di casa ai feriti e a chi aveva timore di attraversare la città per tornare alla propria dimora. Come in ogni guerra, anche in questa convivono e configgono il peggio e il meglio dell’essere umano. Perché, occorre dirlo, questa è una nuova forma di guerra; la definizione di terrorismo è insufficiente e persino fuorviante. Il terrorismo è un fratello minore e bastardo che reclama gli stessi diritti del maggiore, in questa Terza guerra mondiale, per come l’ha definita Papa Francesco, suscitando qualche alzata di sopracciglio, o peggio. Le prime vittime di ogni guerra Ma di questo si tratta. Di una guerra globale che, proprio come ormai in gran parte e da tempo fanno le guerre “tradizionali”, uccide civili. Una guerra che, come tutte le guerre, è profondamente ingiusta, muove dall’ingiustizia e provoca ingiustizia. Nasce dal calcolo e dall’odio e si nutre e si rafforza del calcolo e dell’odio che determina in reazione. Una guerra che, come tutte le guerre, vede come prime vittime la verità e i diritti umani. Cui prodest? È una domanda spesso ottusa, che può essere persino sciacallesca. Quello che occorre chiedersi non è a chi giova, ma capire invece a chi nuoce l’odio che è stato seminato stanotte a Parigi. A patire sicuramente sono e saranno i diritti e le libertà di tutti, e per primi quelli di immigrati e rifugiati. È lì che va subito costruito un muro a difesa, pena l’escalation e la drammatizzazione dell’odio e del rifiuto, ingredienti altamente esplosivi in un mondo altamente destabilizzato. Oggi, davvero, si può e si deve dire “Je suis Paris”. Ma, assieme, occorre riprendere a dire ad alta voce, in ogni paese e continente, qualunque siano la propria etnia, cittadinanza e religione, che i due immondi fratelli siamesi, guerra e terrorismo, vanno buttati fuori dalla Storia. Da subito. Per sempre.  

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Dall’archeofascismo al neofascismo il marketing nazionalista della Le Pen https://www.micciacorta.it/2015/03/dallarcheofascismo-al-neofascismo-il-marketing-nazionalista-della-le-pen/ https://www.micciacorta.it/2015/03/dallarcheofascismo-al-neofascismo-il-marketing-nazionalista-della-le-pen/#respond Wed, 11 Mar 2015 08:15:31 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=18871 Le nuove destre di Front National e Lega hanno il potere di disorientare il dibattito politico deformando la realtà, ponendo le domande sbagliate, mettendo un marchio sopra ogni paura

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, dalla crisi
economica all’immigrazione. Questo continuo “rebrand” è il segreto del loro successo
L’OMBRA di Marine Le Pen aleggia sulle prossime elezioni locali. Il primo ministro Manuel Valls è arrivato ad affermare che il Front National è alle porte del potere. Il presidente della Repubblica parla di strappare a Marine Le Pen i suoi elettori. Sono trent’anni che la classe politica francese agita lo spauracchio frontista per riportare all’ovile gli elettori smarriti. In questo modo Jacques Chirac fu rieletto nel 2002 contro Jean-Marie Le Pen con più dell’80% dei voti in un clima di mobilitazione antifascista artificiale che all’epoca il filosofo Jean Baudrillard etichettò come appartenente all’opera buffa: la lotta del bene contro il male, la difesa dei “valori” contro il vizio spudorato. Da trent’anni ci si allea contro lo spettro del veterofascismo, non sapendo come chiamare e analizzare il neofascismo marinista, una costruzione politica originale che comincia a ispirare operazioni simili in altre parti d’Europa, come il “rebranding” politico della Lega Nord per opera di Matteo Salvini, che Repubblica ha recentemente chiamato “fascioleghismo”.
Che cos’è oggi un’operazione di rebranding politico? L’esperienza francese può dare qualche indizio per interpretarne altre.
Pierre Poujade diceva di Jean-Marie Le Pen, che fece eleggere deputato nel 1956 sotto l’etichetta del movimento per la difesa di artigiani e commercianti (UDCA): «Le Pen è la bandiera francese sul registratore di cassa». Di fatto, fin dalle origini, la piccola impresa familiare “Le Pen” ha prosperato rivestendo con la bandiera francese le cause più diverse e la loro clientela, i “registratori di cassa” elettorali. Salito opportunamente sul “treno poujadista” che gli aprì le porte del Parlamento sul finire della Quarta Repubblica, Le Pen si fece difensore di commercianti e artigiani. Poi, quando De Gaulle tornò al potere e l’Algeria ottenne l’indipendenza, sposò la causa dei perdenti della decolonizzazione, i rimpatriati dell’Africa del Nord la cui frustrazione fu canalizzata sotto forma di razzismo contro gli immigrati, vero vivaio del Front National, quindi, sfruttando a proprio favore il vento della rivoluzione neoliberista all’inizio degli anni ‘80, cercò di diventare il Reagan francese nel momento in cui la sinistra saliva al potere, riciclando certe parole d’ordine del breviario neoliberista come il “Buy american” o “l’America, o la ami o te ne vai” e le storielle alla Reagan sulla “Welfare Queen”, la “Regina assistenza” che si era comprata una Cadillac con il sussidio di disoccupazione...
Dall’inizio degli anni ’80 il Front National si è costruito aggregando le clientele successive che le crisi politiche, economiche e sociali gli hanno servito su un piatto d’argento. A ogni tappa i suoi perdenti: prima la “piccola gente” del poujadismo contro i “grandi”, il fisco, i notabili e gli intellettuali, poi è stato il turno dei perdenti della colonizzazione, i rimpatriati dell’Africa del Nord che forniranno i battaglioni elettorali del Front National nell’attesa che le crisi economiche e finanziarie che si sono succedute negli ultimi trent’anni andassero a gonfiare le file dei perdenti della globalizzazione.
L’abilità del Front National consiste da sempre nell’offrire a tutti i suoi perdenti non un programma politico, che potrebbe migliorare la loro situazione, bensì dei capri espiatori comodi per appagare la loro sete di rivalsa. Da trent’anni il Front National ricicla le frustrazioni in schede elettorali. Mette un marchio alle paure. È un franchising, un marchio depositato che “fissa” sotto un’etichetta comune (la bandiera nazionale) gli elettorati volubili, le cause perse: dalle più antiche, nate dalle guerre coloniali e dall’anticomunismo, alle più recenti, contro le élite globali; dalle più fuori moda alle più in voga che ispirano lo storytelling di questo Front National new look. Da Maurras all’Algeria francese, dal fascismo tra le due guerre al vecchio fondo pétainista, dal neoliberismo reaganiano al “sovranismo” antieuropeo. Il Front National è il partito della protezione nazionale che promette al contempo il “ritorno a casa” del franco e la mobilitazione patriottica contro gli invasori. Qualunque cosa si muova!
Marine Le Pen può cacciare di frodo a suo piacimento nelle riserve della sinistra e in quelle della destra, prendendo a prestito dalla sinistra la critica della globalizzazione neoliberista e dalla destra neoliberista la denuncia degli immigrati profittatori, dei Rom senza fede e senza legge, di quelli che gabbano lo stato assistenziale. Lungi dal combattere questi argomenti, la sinistra li ha convalidati dopo le cosiddette “giuste domande” poste sull’immigrazione dal Front National negli anni ’80 fino al programma di “raddrizzamento nazionale” tuttora difeso dalla “sinistra popolare”, senza dimenticare la partizione tricolore strombazzata dalla destra e dalla sinistra sul ritornello del “non lasciamo al Fronte nazionale il monopolio dell’identità, della Nazione, della sicurezza e dell’immigrazione”. La xenofobia del Front National, quindi, più che un razzismo congenito che si dovrebbe combattere in nome dei valori repubblicani, è un prisma deformante che dà una falsa immagine della società, delle sue disuguaglianze e delle sue ingiustizie. Il Front National non ha mai posto le domande giuste. Al contrario, è il suo potere di disorientamento e di deviazione che da trent’anni gli garantisce il successo. Volge male le domande che si presentano e alle quali destra e sin istra non trovano ris poste. Getta sul dibattito pubblico una specie di sortilegio che condanna destra e sinistra al ruolo di gregari e di amplificatori del grande consenso nazional-securitario in via di costituzione. Relegato ai margini del sistema elettorale, il “diavolo” perseguita la coscienza democratica. È il brutto sogno della società francese traumatizzata dalla batosta del 1940. È la coscienza sporca del “pétainismo” e del collaborazionismo. È la “vergogna” della tortura in Algeria e della fama che gli è sopravvissuta. È l’arto fantasma dell’impero dilaniato dalle guerre d’indipendenza. È il (brutto) sogno francese che agita la notte della democrazia con il suo seguito di simboli e di emblemi: vestigia di vecchie lotte ideologiche del secolo trascorso, caschi coloniali, croci celtiche colorate di bianco rosso e blu, statue di Giovanna d’Arco... e il suo popolo di spettri: i vinti della storia nazionale che gridano vendetta, reduci dell’Algeria francese, cattolici tradizionalisti, nazionalisti rivoluzionari o monarchici, alcuni riapparsi nelle manifestazioni contro le nozze gay.
Altrimenti la longevità del Front National non si spiega. È “l’inconscio collettivo” che, invece di essere analizzato, si applica e si esprime nel fenomeno lepenista quale si manifesta attraverso certi giochi di parole, calembour che non sono semplici sviste o errori che la ragazza potrebbe correggere per guadagnarsi il diritto di entrare nella realtà politica, vale a dire “nel sistema”. Sono invece il marchio di un fenomeno politico che si radica nell’inconscio collettivo, infatti, proprio come l’inconscio, anche il lepenismo è strutturato come un linguaggio. Le sue battaglie, il Front National non le combatte più per le strade, ma sui media e sul significato delle parole: sono “battaglie semantiche”, dove la posta in gioco è il controllo dell’agenda mediatica, l’inquadratura e la gestione di quello che gli anglosassoni chiamano la conversazione nazionale.
Marine Le Pen ha spinto l’ideologia della “rivoluzione nazionale” nell’era del marketing politico. Capisce d’istinto i codici del sampling ideologico. Da JP Chevènement alla Nouvelle droite non c’è che un passo e lei non esita a citare Karl Marx o Bertolt Brecht, Victor Schoelcher, George Orwell, Serge Halimi di Le Monde diplomatique o perfino il Manifesto degli economisti atterriti. Il Rassemblement bleu Marine è un partito camaleontico, capace di adattarsi a tutte le frustrazioni e di captare tutte le pulsioni in una logica di marketing, perché le adesioni politiche non si ottengono più sulle note delle ideologie e delle convinzioni ma su quelle del desiderio e delle attenzioni. «Appartengo alla generazione Disney», confessava un tempo suo padre. La figlia è della generazione Madonna, la sua unica vera rivale sullo scacchiere della notorietà (la stessa Madonna non si è sbagliata, usandola come bersaglio durante il suo ultimo concerto a Parigi...). All’epoca della “Cool Britannia” di Tony Blair, Kate Moss si era fatta fotografare avvolta nella Union Jack per incarnare, sotto le insegne del vecchio marchio Burberry, la trasformazione della vecchia Inghilterra in un paese giovane e cool. Marine Le Pen agisce allo stesso modo ma avvolgendo nella bandiera francese le frustrazioni nazionali. Probabilmente è questa la chiave del suo irresistibile successo.
( Traduzione di Elda Volterrani)

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