G8 di Genova – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Tue, 07 Jul 2020 14:47:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 G8 di Genova 20 anni dopo, cosa imparare dalla sconfitta https://www.micciacorta.it/2020/07/g8-di-genova-20-anni-dopo-cosa-imparare-dalla-sconfitta/ https://www.micciacorta.it/2020/07/g8-di-genova-20-anni-dopo-cosa-imparare-dalla-sconfitta/#respond Tue, 07 Jul 2020 14:47:04 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26180 Genova. Per cominciare a discutere di come programmare il 20° anniversario del 2021

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Premessa Sui fatti del G8 di Genova sono stati scritti alcuni libri e tanti articoli oltre alla realizzazione di documentari e film. Una parte di questa letteratura e documentazione video-fotografica appare alquanto discutibile, un’altra parte resta imbrigliata in una quasi nostalgia piuttosto sconveniente e infine una parte resta documento d’archivio (fra i quali quelli del Genoa Legal Forum e del Comitato Carlo Giuliani[1]). Ciò che sembra mancare è una chiara analisi critica di quei fatti, delle loro interpretazioni ideologizzanti o mitizzanti, insomma una decostruzione degli errori di diverse componenti del cosiddetto movimento dei movimenti e anche delle loro conseguenze negative su quanto avvenuto dopo. In questo testo propongo quindi un contributo sintetico (rinvio a questi testi citati in nota[2]) per districarsi dalla palude di tanti luoghi comuni e per cercare di capire cosa imparare da questi fatti e anche del dopo e in quale prospettiva praticabile, cosa che si dovrebbe fare prima e durante i giorni a Genova nel 20 anniversario. * * * Il movimento contro il G8 di Genova fu sconfitto innanzitutto dalla violenza sfrenata di un dispositivo militare-poliziesco approntato e aizzato appositamente. Carlo Giuliani fu ucciso e centinaia di manifestanti furono massacrati e in parte torturati. Ciononostante ci sono ancora persone che come allora asseriscono che fu una vittoria, tesi sconcertante che è un insulto alle vittime e anche alla necessità di capire le ragioni quella sconfitta. La prima di queste ragioni è che le diverse componenti del movimento (e molti di noi fra questi) non capirono cos’era (e cos’è) il liberismo globalizzato, ossia la strategia e la tattica dei dominanti che esclude concessioni a chi protesta contro il loro operato, mira all’erosione e persino allo stroncamento anche brutale dell’agire collettivo e per questo fa ricorso a ogni mezzo e modalità. In altre parole, non si era ancora compreso che si aveva a che fare con una controparte che considera il movimento come nemico alla stregua del confronto militare e quindi s’è dotato di un dispositivo poliziesco-militare pronto al ricorso a ogni brutalità. Eppure le informazioni per capire questa deriva militare-poliziesca erano note sin dal lancio della Revolution in Military Affairs (RMA) del periodo di Reagan oltre che con la escalation mediatica che mirava a dissuadere la partecipazione al movimento contro tale G8 a Genova. Inoltre la conversione liberista della sinistra tradizionale era già compiuta in Italia sin dal governo D’Alema, la guerra contro la Serbia e l’istituzione dei Carabinieri come 4a forza armata[3]. L’illusione assai ingenua di poter penetrare pacificamente simbolicamente nella zona rossa in base a un presunto patto fra il leader delle tute bianche e la Digos di Padova si rivelò catastrofica. Come mostra anche in modo inequivocabile il video “OP Genova 2001 – L’Ordine Pubblico durante il G8” i Carabinieri attaccarono in maniera deliberata e brutale il corteo prima che arrivasse a Brignole, ignorando persino gli ordini del commissario di polizia con la fascia tricolore. L’obiettivo stabilito innanzitutto dal Pentagono era di dare una durissima lezione ai manifestanti anche a quelli ultra-pacifici per stroncare un movimento anti-liberista che dopo Seattle rischiava di dilagare su scala planetaria. Per i dominanti (G8, lobby e multinazionali) la messa in discussione dei loro scopi era ed è inammissibile e da distruggere con ogni mezzo. Tutto il movimento era destinato ad essere trattato come un nemico in guerra. E non a caso il dispositivo e le modalità operative militari in particolare dei Carabinieri e della Guardia di finanza nonché dei servizi segreti stranieri e italiani mirarono al massacro passando anche per le torture. Si pensi peraltro alla presenza del battaglione Tuscania, già sperimentato in Somalia[4]. Da notare che gli stessi black bloc stranieri (pochi forse solo trecento) decisero di abbandonare il campo probabilmente perché compresero di trovarsi in un frame del tutto sfavorevole in quanto prevaleva il gioco del disordine voluto dal dispositivo e dall’azione di CC e GdF, servizi segreti e infiltrati. Dopo la giornata del 21 i vertici della polizia credettero di riscattarsi dalle accuse di non aver saputo frenare il “caos” puntando a “fare più prigionieri possibile” sia con arresti persino a caso e persino di minorenni e ultra pacifici e soprattutto con il blitz alla Diaz[5], una sorta di “macelleria messicana” rivelatrice della scelta della gestione ultra brutale di una polizia italiana peraltro maldestra (rivelatrici le testimonianze di Andreassi e Micalizzi). Quella notte davanti alla Diaz eravamo in pochi ma c’erano anche tanti giornalisti e parlamentari e chiedevano di entrare o di parlare con dirigenti della polizia proprio mentre era in atto il massacro che abbiamo cominciato a immaginare solo quando abbiamo visto uscire barelle con persone che perdevano sangue … Non è stato fatto, ma forse da un preciso bilancio dei danni si potrebbe constatare che quelli prodotti dalle forze di polizia sono stati maggiori di quelli dovuti alla resistenza dei manifestanti e a qualche episodio -marginale- di “saccheggio” di negozi (fra l’altro la maggioranza dei mezzi danneggiati della polizia e dei CC era innanzitutto opera di loro stessi che avevano persino rischiato di scacciare sotto le ruote i manifestanti). Sin dal momento dell’attacco dei Carabinieri al corteo pacifico delle tute bianche si creò uno sbandamento generale e i manifestanti si mossero a caso senza sapere dove andare e come proteggersi. Come sempre in questi casi quelli che non avevano alcuna esperienza hanno avuto la peggio (e ciò anche fra qualcuno delle forze di polizia). La sconfitta fu ancora più tremenda perché dopo il 21 non vi fu più alcuna capacità di reazione collettiva; come d’improvviso il movimento si estinse e si disperse a curarsi le ferite e a elaborare il lutto. Dopo la mazzata pesantissima del 20-21 luglio arrivò la reazione dell’amministrazione USA all’attentato dell’11 settembre. Ossia il conclamato continuum fra guerre permanenti su scala planetaria e guerre sicuritarie all’interno di ogni paese. La guerra al terrorismo quindi si generalizzò sino a colpire anche le proteste locali contro grandi opere tacciandole di terrorismo (vedi TAV e non solo). Ma le ragioni che riproducono le resistenze al liberismo globalizzato sono molteplici e diffuse dappertutto anche se non riescono a conquistare i sindacati e quantomeno una buona parte della sinistra storica (che si uniscono alle destre per invocare grandi opere e la sacralità della crescita economica uber alles). La sconfitta di Genova non ha impedito il rispuntare di tanti momenti di rivolta, di resistenza, di lotta contro le diverse conseguenze del trionfo liberista. Ma di nuovo questi momenti passano e si estinguono tranne quelli circoscritti a un preciso contesto (vedi per esempio il caso dei NOTAV o quello dei nativi in Amazzonia o in Patagonia e altrove proprio perché sono resistenze per la sopravvivenza come innanzitutto fu la resistenza al fascismo e al nazismo che durò 20 anni ma ebbe un grande dispiegamento solo negli ultimi anni). Il movimentismo e il suo “presentismo” ha la logica di inseguire ogni rivolta con l’illusione di incasellarla nel “movimento dei movimenti” ma questa è una sorta di ideologizzazione del movimento. La mobilitazione di Genova ebbe il grande merito di agitare svariate questioni cruciali: non solo le conseguenze delle diseguaglianze economiche, sociali, sanitarie ma anche i rischi ecologici e le tragedie delle guerre. Ma mancò la comprensione che tutti i disastri sanitari, ambientali, economici e politici (fra i quali le economie sommerse e le neoschiavitù), sono tutti insieme il risultato dell’azione delle lobby e delle multinazionali su scala locale e su scala globale. Sono i disastri che non solo provocano emigrazioni disperate ma anche ogni anno quasi 60 milioni di morti. Disastri ignorati come se si trattasse di disgrazie casuali, sfortuna di chi muore di cancro o altre malattie che invece sono quasi sempre dovute a contaminazioni tossiche, a disastri ambientali, a condizioni di lavoro e di vita insostenibili. Si tratta insomma di ciò che Frederic Gros invita a capire come l’emergenza della teoria dei “disastri umanitari” e quindi della “sicurezza umanitaria” (in opposizione anzi in antitesi all’accezione sicuritaria militare-poliziesca che non a caso ignora tali disastri a sprezzo della protezione della vita animale e vegetale e quindi dell’ecosistema). Appare allora chiaro che non si tratta solo degli argomenti agitati durante Occupy Wall Street o l’analogo movimento degli Indignados in Spagna, né solo del sorprendente “movimento” dei giovanissimi contro il cambiamento climatico. Si tratta invece delle innumerevoli resistenze a ogni singola ingiustizia, sopruso e crimine contro l’umanità da parte dei dominanti come per esempio è oggi il Black Lives Matter e l’analogo movimento antirazzista in Francia, movimenti che hanno alle spalle le sconfitte di mobilitazioni precedenti sin dagli anni ’60 poi ’80 e poi ancora dopo e che sono spinti non da una sola motivazione ma da tante assieme. Questo è il campo alcuni militanti che ancora hanno nostalgia di Genova 2001 non hanno ancora capito trascinandosi invece nell’inseguimento di una sorta di riedizione di Genova2001. Così come ancora si stenta a capire che il liberismo tende sempre più a scegliere la tanatopolitica (il lasciar morire) anziché la biopolitica del lasciar vivere. È questa la reazione dei dominanti al loro terrore rispetto a ciò che pensano sia un aumento incontrollato della popolazione mondiale che si sovrapporrebbe al cambiamento climatico e genererebbe migrazioni aggressive, invasioni di orde fameliche che devasterebbero i paesi ricchi[6]. A questo dovrebbero riflettere i militanti antiliberisti comprendendo così che il quasi genocidio dei migranti non è casuale ma allo stesso tempo non esclude la schiavizzazione di alcuni per un tempo determinato come usa-e-getta. Una tanatopolitica che è quella della devastazione dei paesi detti terzi così come preconizzava lo stesso Summers. Il liberismo globalizzato è distruzione e necropolitica. Sono le resistenze dei nativi dei territori devastati o quelle della popolazione tunisina contro la fabbrica di fosfati di Gabès o anche la lotta dei lavoratori portuali del CALP di Genova contro le navi saudite che trasportano armamenti contro gli Yemeniti, sono queste le lotte e le resistenze che saranno il futuro che conterà. Il dopo fatti del G8 di Genova serve non per mettere un generico, inutile cappello alle lotte che si sono succedute da allora, né per reiterare la lettura ideologica dei movimenti, ma semmai per capire non solo gli errori e le illusioni tragiche di quel momento ma per rinnovare veramente l’impegno intellettuale e militante nelle nuove resistenze che si rinnovano e che hanno molteplici facce, molteplici modalità di agire collettivo che ingloba appunto molteplici componenti senza antitesi né pretesa di supremazia degli uni sugli altri, dei più radicali e dei più “pacifici”. E sta qua la ricerca di alternative attraverso la comprensione del valore del lavoro di cura e della stessa riproduzione della vita e dell’umanità in genere e quindi il rilancio di una cooperazione effettivamente antitetica alla logica del profitto, cioè di produttori e consumatori, a fianco del mutuo soccorso e infine del comune (vedi vari articoli su effimera.org). Oggi la minaccia sta nel sovranismo e nel populismo che non sono affatto né vero sovranismo, perché è fedele agli interessi delle lobby e multinazionali e delle potenze mondiali credendo di poter scegliere il miglior alleato dominante. E non è populismo perché ignora lo stesso diritto alla vita degli stessi elettori poiché vittime di disastri sanitari e ambientali; il sovranismo-populista difende il furore di arricchirsi di padroni e padroncini sulla pelle dei lavoratori[7]. Lungi dall’essere di fronte al collasso del capitalismo, il dopo pandemia tende a condurre a una situazione peggiore di quella precedente. Occorre un salutare sguardo scettico/critico per capire l’attuale congiuntura e come resistere, resistere, resistere! Il successo della mobilitazione antirazzista negli Stati Uniti ma anche in Francia indicano che occorre promuovere convergenze fra le molteplici ragioni delle singole resistenze. È possibile la convergenza nel reclamare non solo il definanziamento delle polizie e la protezione antirazzista e l’azzeramento delle spese militari, ma anche la destinazione di risorse alle politiche sociali contro precarietà e supersfruttamento. All’incontro del prossimo 21 luglio a Genova riflettiamo insieme per preparare il 20° anniversario dei fatti del G8.   NOTE [1] http://processig8.net/La%20Segreteria%20del%20Genoa%20Legal%20Forum.html; https://www.piazzacarlogiuliani.it/ e http://www.osservatoriorepressione.info/ [2]Sui fatti del G8 di Genova ho già pubblicato: Appunti di ricerca sulle violenze delle polizie al G8 di Genova, “Studi sulla questione criminale” 3, 1, 2008, 33-50, https://www.academia.edu/716477/Appunti_di_ricerca_sulle_violenze_delle_polizie_al_G8_di_Genova; Continuità nella sperimentazione delle pratiche violente del G8 di Genova e ripresa delle dinamiche collettive antiliberiste, in Black bloc. La costruzione del nemico, curatore  C. Bachschmidt, Fandango Libri, Rome: 2011, pp.61-74; sui cambiamenti nelle polizie: Polizie, sicurezza e insicurezze ignorate, in particolare in Italia, Revista Crítica Penal y Poder
2017, n. 13,
Ottobre (pp.233-259) http://revistes.ub.edu/index.php/CriticaPenalPoder/article/download/20385/22504 [3] http://effimera.org/appunti-epistemologia-della-conversione-liberista-della-sinistra-salvatore-palidda/ [4] Sul dispositivo militare-poliziesco fra altri si veda il numero speciale di Limes, 4/2001: https://www.limesonline.com/sommari-rivista/litalia-dopo-genova (ivi in particolare il punto di vista di militari e polizie) [5] [6] Vedi anche “Negazionismo, scetticismo o resistenze: dove va l’ecologia politica?” su effimera.org [7] http://effimera.org/il-furore-di-sfruttare-e-di-accumulare-di-gianni-giovannelli-e-turi-palidda/   * Fonte: Salvatore Palidda, Effimera.org

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G8 di Genova, liberato in Francia Vincenzo Vecchi https://www.micciacorta.it/2019/11/g8-di-genova-liberato-in-francia-vincenzo-vecchi/ https://www.micciacorta.it/2019/11/g8-di-genova-liberato-in-francia-vincenzo-vecchi/#respond Sat, 16 Nov 2019 08:32:17 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25773 Francia. Il tribunale di Rennes respinge le richieste della autorità italiane. Irregolarità nel procedimento. Esulta il comitato di sostegno

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La giustizia italiana ha mentito e ha commesso delle irregolarità nel caso di Vincenzo Vecchi, uno dei dieci manifestanti condannati a pene severissime per il G8 di Genova. Per questo il tribunale di Rennes ha annullato ieri il mandato d’arresto europeo spiccato nei confronti dell’uomo e ne ha ordinato la scarcerazione. Vecchi era stato arrestato l’8 agosto di quest’anno a Rochefort en Terre, nella regione della Bretagna, dalla polizia francese su richiesta italiana. Il Servizio per il contrasto dell’estremismo e del terrorismo interno e la Digos di Milano lo avevano individuato dopo una lunghissima (e costosissima) indagine. L’uomo era riparato in Francia per sottrarsi alla condanna a 12 anni e mezzo confermata in terzo grado il 13 luglio 2012. «C’erano due mandati di arresto contro il signor Vecchi – spiega l’avvocata Catherine Glon, uno dei tre legali della difesa – Il primo per una manifestazione anti-fascista del 2006 a Milano. L’altro per i fatti di Genova del 2001. Nel primo caso la corte ha giudicato senza oggetto la richiesta delle autorità italiane, che non hanno comunicato che il nostro assistito aveva già scontato integralmente la sua condanna. Nel secondo caso sono state riscontrate irregolarità procedurali». In pratica, le autorità italiane hanno mentito per aggravare la posizione dell’uomo, mentre il procuratore generale francese non ha rispettato l’obbligo di comunicare tutte le fasi del procedimento all’avvocato difensore che Vecchi aveva nominato in Italia. Si è così configurata una «violazione dei diritti della difesa» che ha portato all’annullamento del mandato d’arresto. Il procuratore generale ha annunciato l’intenzione di ricorrere in Cassazione contro la decisione. Ha cinque giorni di tempo per farlo. Vecchi intanto ha lasciato il carcere di Vezin-le-Coquet intorno alle 3 del pomeriggio di ieri atteso dal comitato di sostegno che in questi tre mesi non ha mai smesso di lottare per la sua libertà, mobilitando la comunità locale e facendo schierare politici e personaggi del mondo della cultura. * Fonte: Giansandro Merli, il manifesto

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Genova 2001. La polizia immaginaria di Camilleri e quella reale https://www.micciacorta.it/2019/07/genova-2001-la-polizia-immaginaria-di-camilleri-e-quella-reale/ https://www.micciacorta.it/2019/07/genova-2001-la-polizia-immaginaria-di-camilleri-e-quella-reale/#respond Sun, 28 Jul 2019 15:01:05 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25583 Montalbano è l’unico poliziotto importante a dire la verità per la precisa ragione che è un poliziotto inesistente

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E' questa la conclusione che possiamo e dobbiamo trarre a tanta distanza dai fatti, se consideriamo che la polizia reale non ha mai rinnegato gli atti e i fatti della Diaz   Mauro Biani l’altro giorno ha ricordato sul Manifesto Andrea Camilleri, appena scomparso, con una vignetta che cita un brano del suo romanzo, il settimo dedicato alla serie del commissario Montalbano, «Il giro di boa», uscito nel 2003. «Ad assaltare quella scuola, la Diaz», osserva il commissario Montalbano, «e a fabbricare prove false non è stato qualche agente ignorante e violento, c’erano questori e vicequestori, capi della mobile e compagnia bella». Biani titola la vignetta «Quando Montalbano provò a salvare l’onore della polizia, dello stato», e in effetti proprio di questo si è trattato: un tentativo nobile, quanto destinato all’insuccesso. Del resto, come poteva un poliziotto immaginario compiere simile impresa, al cospetto dell’indifferenza e dell’arroganza della polizia reale? Camilleri inizia il romanzo con il commissario che ascolta al telegiornale la notizia in arrivo da Genova: la procura, dice la giornalista, si è convinta, anzi si è fatta «pirsuasa», per citare letteralmente Camilleri, «che le due bombe molotov, trovate nella scuola, erano state portate lì dagli stessi poliziotti per giustificare l’irruzione». Segue la reazione del commissario, nella quale si condensa la denuncia di Camilleri. Montalbano, scrive lo scrittore, era restato «assittato» sulla poltrona, «privo della capacità di pinsari, scosso da un misto di raggia e di vrigogna, assammarato di sudore». Camilleri affida a Montalbano il compito di esprimere lo sdegno di un poliziotto onesto e leale che rigetta non solo le violenze gratuite della Diaz ma anche e soprattutto le menzogne organizzate per occultare i fatti e negare le responsabilità. Montalbano per Camilleri incarna la polizia come dovrebbe essere e come in quel frangente non fu. Il commissario ci dorme sopra, poi parla al telefono con Livia e le annuncia: «Mi dimetto. Domani vado dal questore e gli presento le dimissioni. Bonetti-Alderighi ne sarà contento». Si può dire che questo dirompente avvio de «Il giro di boa» è al tempo stesso una testimonianza e un atto d’accusa. Testimonianza di quella polizia democratica e consapevole che Montalbano è chiamato a rappresentare, un atto d’accusa verso i vertici del corpo, che il gesto delle dimissioni, in quel momento dovute secondo decenza ed etica costituzionale, si guardarono bene dal compiere. «Il giro di boa» prosegue con Montalbano che si lascia convincere dai collaboratori più stretti a non lasciare il campo, dopo un breve scambio con Mimì Augello, che gli ricorda le violenze di Napoli nel marzo 2001, in epoca di centrosinistra, e spinge Montalbano a replicare: «Credi che non ci abbia riflettuto, Mimì? Vuol dire che tutta la faccenna è assai più grave. Che questa lurdia è dintra di noi». «E fai questa bella scoperta solo oggi?», replica Mimì. «Tu che hai leggiuto tanto? Se te ne vuoi andare, vattene. Ma non ora». Montalbano non se ne va, naturalmente, e la storia prosegue, ma ne deriva una constatazione amara e al tempo stesso illuminante: Montalbano, in quella fase delicata delle inchieste, è l’unico poliziotto in vista a prendere pubblicamente la parola e dire la verità. A indicare la via maestra: ammettere le proprie responsabilità, collaborare con la magistratura, dimettersi. Nel 2003, anno di uscita del romanzo, non sono ancora cominciati i processi, l’inchiesta, tecnicamente parlando, è ancora in divenire: la sentenza di primo grado nel processo Diaz è del 2008, quella di appello del 2010, il giudizio definitivo della Cassazione del 2012. Montalbano è l’unico poliziotto importante a dire la verità per la precisa ragione che è un poliziotto inesistente: è questa la conclusione che possiamo e dobbiamo trarre a tanta distanza dai fatti, se consideriamo che la polizia reale non ha mai rinnegato gli atti e i fatti della Diaz (il menzognero verbale d’arresto, per dire, non è mai stato ritirato né sconfessato ufficialmente); nessuno, fra gli imputati, ha davvero ammesso le proprie responsabilità; nessuno, fra gli alti dirigenti di polizia, ha mai espresso uno sdegno paragonabile a quello di Montalbano. Il quadro è desolante e la vignetta di Mauro Biani ce lo ricorda per contrasto: da un lato la reazione forte e leale del poliziotto immaginario, dall’altro la miseria della realpolitik nella polizia di stato, assai lontana dai canoni morali del commissario di Vigàta. Nella prefazione al libro «L’eclisse della democrazia» che il sottoscritto pubblicò nel 2011 con Vittorio Agnoletto, Camilleri annotò che tutti i condannati in secondo grado erano rimasti al loro posto: «Tutto questo – scrisse – perché in Italia vige sì la presunzione di innocenza, ma non vige la presunzione dell’imbarazzo, della vergogna nel venire smascherati e continuare a occupare lo stesso posto». Alla fine l’imbarazzo e la vergogna, con Montalbano e Camilleri, sono i sentimenti che proviamo tutti noi, semplici cittadini e testimoni di questa vicenda, di fronte agli uomini di potere. *Comitato Verità e Giustizia per Genova * Fonte: Lorenzo Guadagnucci,  IL MANIFESTO Foto: La vignetta di Mauro Biani dal manifesto

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Resistenze contro le insicurezze ignorate. Rovesciare il discorso dominante https://www.micciacorta.it/2019/07/resistenze-contro-le-insicurezze-ignorate-rovesciare-il-discorso-dominante/ https://www.micciacorta.it/2019/07/resistenze-contro-le-insicurezze-ignorate-rovesciare-il-discorso-dominante/#respond Tue, 23 Jul 2019 10:41:58 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25568 Riflessioni 18 anni dopo il G8 di Genova e per preparare un 20° anniversario internazionale

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Premessa Questo testo riprende l’intervento alla Giornata di studio e di confronto su “Lo stato penale di polizia: modello di gestione dell’ordine sociale e programma politico in atto”, del 19 luglio 2019 al CAP di Genova (organizzata da Haidi Giuliani e Italo di Sabato di Osservatorio Repressione in occasione del 18 anniversario del G8 di Genova)[1]. Pur condividendo la maggior parte degli interventi dei diversi relatori, si propone qui un rovesciamento del discorso oggi dominante quindi dell’approccio[2] per un efficace smascheramento del pseudo sovranismo-populismo che agita false insicurezze per nascondere quelle che colpiscono la maggioranza della popolazione e di cui è corresponsabile.
  1. Il banale ma assassino gioco del pseudo sovranismo-populismo
Appare innanzitutto necessario precisare che il cosiddetto sovranismo-populismo non ha nulla di sovranismo e gioca solo su un populismo sfacciatamente demagogico che aizza le aspettative o la difesa dei privilegi neocoloniali di una parte degli abitanti dei paesi dominanti. Questo sovranismo è del tutto fasullo perché totalmente subordinato alle logiche liberiste quindi agli interessi e strategie delle lobby e multinazionali che non sono per nulla nazionali e assoggettano gli stati a tali logiche. L’esempio più eloquente è l’accanito sostegno di Salvini alle grandi opere così come alle scelte NATO e in genere alle richieste delle lobby e delle multinazionali, orientamento che lo accomuna all’ex-sinistra (PD) che quindi non può proporsi come alternativa all’attuale governo. Ricordiamo che il nazismo e il fascismo erano sovranisti nel senso che lavoravano innanzitutto per i grandi gruppi capitalisti allora nazionali e il loro populismo consisteva nel promettere benessere attraverso la conquista del dominio su scala europea e mondiale, così come peraltro fecero gli Stati Uniti partecipando alla Ia e soprattutto alla IIa guerra mondiale. Il gioco dei pseudo sovranisti-populisti di oggi assomiglia a quello dei power-brokers, ossia gli intermediari di potere che oggi cercano di negoziare la loro subalternità alle strategie liberiste transnazionali in cambio di una relativa autonomia di gestione della società nazionale/locale. È il gioco che da sempre hanno praticato le classi dominanti locali spesso di tipo mafioso ed è in tale contesto che si spiega il mercanteggio che cercano di praticare i vari Erdogan o Salvini con le principali potenze dominanti cioè Stati Uniti, Russia e Cina, in assenza di un’Europa politica che però è dominante sul piano finanziario-monetario insieme al FMI e la Banca Mondiale, la troika comunque fortemente condizionata dalle lobby mondiali. Rischia anche di essere fuorviante dire che con i sovranisti-populisti c’è passaggio a uno stato penale o stato di polizia o al fascismo: pseudo-democrazia e fascismo o stato d’eccezione autoritario coesistono sempre! Come segnala J. Davis (1989)[3] la criminalizzazione con l’uso dei fogli di via è una vecchia pratica che si usava con persino con gli immigrati dell’interno nei periodi di recessione e come ricorda Simonetta Crisci nel suo intervento questo uso riguardava anche i solidali per esempio i giovani che erano andati a soccorrere i terremotati dell’Irpinia nel 1981 (sulla criminalizzazione dei NOTAV vedi Novaro[4], su quella dei NO-MUOS vedi Mazzeo). Nel suo intervento Novaro -giustamente- non condivide il discorso sul diritto penale del nemico, che secondo lui riguarda casi come quello della Palestina, mentre nel caso della criminalizzazione dei presunti sovversivi no-grandi opere bastano le modalità che permettono l’anamorfosi dello stato di diritto[5], ossia la possibilità di modificare a piacimento lo stesso quadro normativo e anche quella di passare dal legale all’illegale e viceversa. Peraltro, basta osservare che nella stessa città alla stessa ora dello stesso giorno, in qualche caso operatori delle polizie arrivano a praticare violenze e persino torture mentre in un’altra parte della città altri loro colleghi sono paternalisti o persino antirazzisti o antifascisti. Lo stesso vale per quanto riguarda il sistema elettorale o il governo per decreti, tutte misure adottate in continuità dall’ex-sinistra e dalle destre. Il liberismo ha ancora di più accentuato il carattere fasullo del cosiddetto stato di diritto democratico che non a caso possono invocare tutti i partiti … a piacimento. Un populismo per garantire benefici alle cerchie sociali dominanti sulla pelle di chi non ha tutele Il populismo degli attuali pseudo sovranisti è del tutto fasullo proprio perché non possono offrire effettive tutele alla popolazione nazionale: il liberismo, cioè gli interessi delle lobby che difendono, è antitetico a queste tutele. E ciò appare evidente non appena si mettono a fuoco le insicurezze ignorate (ignorate anche da chi -come noi stessi- da decenni lavora alla critica anche radicale del sicuritarismo, della tolleranza zero e della riproduzione delle guerre permanenti). Le principali insicurezze ignorate sono nascoste nella mortalità da malattie da contaminazioni tossiche, incidenti sul lavoro e condizioni di lavoro e di vita prive di tutele indispensabili quali quelle dei lavoratori  (italiani e stranieri) delle economie sommerse costretti alla neoschiavitù.  Di cosa si muore? Secondo le statistiche ufficiali[6], ogni anno in tutto il mondo muoiono oltre 53 milioni di persone (probabilmente 60 milioni) di cui 115.449 in guerre, 34.871 per terrorismo, 390.794 per omicidi e 52.675.000 (il 99%) per malattie da contaminazioni, malnutrizione, assenza cure, incidenti sul lavoro, disastri ambientali ecc. Nei paesi dell’Europa occidentale non si hanno morti per guerre e pochi per terrorismo e per omicidi e disastri ambientali; si ha più o meno lo stesso tasso di mortalità annuo che è di circa 1000 per 100 mila abitanti, mentre nei paesi dell’Est si arriva a 1500. In Italia nel 2017 sono state registrati 649.061 decessi (dato Istat) in maggioranza dovuti a malattie da contaminazioni tossiche (si vive più a lungo ma da malati come appunto vogliono le lobby farmaceutiche e della sanità privata) [7]. Anche nei vecchi paesi dell’Europa occidentale e in Italia la maggioranza dei decessi è dovuta a malattie da contaminazioni o incidenti sul lavoro. In altre parole si tratta di vittime di reati sanitari-ambientali ed economici che non sono per nulla né prevenuti né perseguiti. Tutti i governi di destra e anche dell’ex-sinistra e in particolare i signori Minniti e Salvini si sono ben guardati dall’orientare le agenzie di prevenzione e controllo e le forze di polizia verso il contrasto di queste insicurezze ignorate.  Nei fatti nessun partito osa farlo perché una rilevante parte dell’elettorato trae benefici da tali reati (si stima a circa 10 milioni di elettori). Si tratta quindi dei cosiddetti illegalismi tollerati a beneficio degli elettori che sanno farsi tutelare le loro pratiche illegali, cosa che permette gli illegalismi ben più criminali dei dominanti. Il gioco di Minniti prima e di Salvini ora è sfacciatamente quello della distrazione di massa: si parla di insicurezze attribuite a marginali o ultrà o presunti sovversivi (soprattutto se disturbano le grandi opere) oppure al “nemico di turno” più facile, cioè gli immigrati e si nascondono così le gravi responsabilità delle lobby, dello stato e dei dominanti che fanno morire per condizioni di lavoro e di vita soggette a contaminazioni tossiche o disastri sanitari-ambientali o incidenti sul lavoro (per non inficiare la produttività). In Italia fra precariato e lavoro semi-nero o del tutto nero o da neo-schiavi si contano circa otto milioni di persone (italiani e immigrati) e nella maggioranza dei casi le economie sommerse stanno al nord, cioè nella pianura padana, feudo leghista e prima in parte del PD. Eppure si sa che si tratta non solo di supersfruttamento e neoschiavitù (da anni ci sono persino tanti video-documentari -emblematico quello sulla Valle della gomma su youtube) ma anche di evasione contributiva e fiscale e di collusioni con la criminalità organizzata oltre che spesso di corruzione di operatori delle agenzie di prevenzione e controllo (ispettorati del lavoro e ASL ecc.) e di operatori delle forze di polizia e delle amministrazioni locali (vedi nota 7). Salvini sa bene che buona parte dei suoi elettori si nutrono di queste economie sommerse che schiavizzano immigrati e ottiene consensi perché di fatto auspica immigrati senza diritti, cioè usa-e-getta a piacimento.  È appunto l’ideale neocoloniale che fa sognare a una parte degli italiani e degli europei come degli americani più privilegi e profitti a danno di chi non ha alcuna tutela (così come avviene per gli immigrati negli Emirati e in Arabia Saudita). È qui che si svela l’impostura di Salvini e dei sovranisti: altro che “prima gli italiani”! Lavorano solo per chi trae benefici da un regime che lascia morire chi non fa parte delle cerchie sociali alle quali sono concesse gli illegalismi tollerati. Per questo Salvini ha anche detto che garantisce “mani libere alle polizie” per perseguire chi si ribella o cerca di sottarsi al supersfruttamento e neoschiavitù e persino chi è solidale con le vittime delle insicurezze ignorate, dei soprusi e angherie di caporali e padroncini padani e meridionali. Lasciar morire (tanatopolitica) e neanche più lasciar vivere (la tradizionale biopolitica) Come suggeriva Foucault, da sempre i dominanti hanno governato usando sia la tanatopolitica che biopolitica (questa per riprodurre manodopera, cittadini che pagano le tasse e carne da macello da mandare in guerra). Ma nel contesto attuale appare sempre più evidente che tende a prevalere la tanatopolitica sia perchè il liberismo non vuol concedere alcun diritto e punta all’esasperata massimizzazione dei profitti, sia perché pensa di sfruttare il cosiddetto aumento incontrollato della popolazione mondiale e le migrazioni disperate che sussumono tutti i disastri sanitari-ambientali ed economici provocati dalle lobby e multinazionali, dalla troika e dal gioco delle guerre permanenti alimentate da un aumento perpetuo della produzione e del commercio di armamenti che spesso alimenta terrorismi e le pseudo guerre locali[8]. L’ideale liberista e anche dei pseudo-sovranisti-populisti alla Salvini e Trump è di poter fare qualsivoglia uso degli “umani a perdere” (siano essi anche loro connazionali e ancora meglio se immigrati). E non mancano militari e esperti di geo-ingegneria che lavorano a “guerre climatiche” (camuffate come guerre stellari) che dovrebbero poter eliminare qualche miliardo di umani[9]. La morte dei migranti durante i loro tentativi di migrare e anche dopo fa parte del quasi genocidio in corso a livello mondiale (vedi sopra dati sulla mortalità). Le migrazioni di oggi sono disperate perché scappano da territori diventati invivibili proprio a causa delle devastazioni provocate dalle lobby e multinazionali o a causa diretta e indiretta delle pseudo guerre locali alimentate dai paesi dominanti (fra i quali anche l’Arabia Saudita e gli Emirati). La moltiplicazione delle resistenze             Come suggerito da alcuni interventi a questa giornata di studio, per capire meglio il senso delle modalità repressive odierne occorre passare in rassegna tutte le diverse pratiche adottate da polizie e magistratura (vedi in particolare gli interventi di Crisci e Novaro); non si tratta di una facile neutralizzazione dell’antagonismo e delle solidarietà dovuta alla frammentazione delle lotte. Questa frammentazione è propria alla molteplicità delle azioni criminali dei dominanti (dalle grandi opere, alle economie sommerse, dal lasciar morire gli immigrati alla violenza contro i solidali ecc.). Ma per capire le tendenze occorre anche guardare alle esperienze in altri paesi e in particolare in Francia dove s’ è ormai imposta la polizia più violenta d’Europa[10].  Già prima di Macron di fronte ai gilet gialli, nella sua corsa a superare Sarkozy, Valls aveva innescato la deriva violenta della polizia francese persino in occasione del 1° Maggio del 2015[11]. Di fronte ai gilets gialli il regime Macron ha scelto modalità particolarmente violente che hanno ridotto al minimo gli ammazzati dalla polizia in piazza ma hanno provocato una quantità abnorme di feriti gravi con conseguenze invalidanti a vita (si veda il dossier compilato da Médiapart: https://www.mediapart.fr/journal/france/dossier/notre-dossier-gilets-jaunes-la-revolte-des-oublies). Ciò adottando sia agenti provocatori in “borghese” e soprattutto nuove tecnologie fra le quali flashball, bombe lacrimogene di dispersione ecc. (80% degli operatori di polizia responsabili di violenze contro i gilets jaunes sono di estrema destra: https://www.facebook.com/SyndicatFrancePolice/posts/2208141939304248?comment_id=2209385749179867&comment_tracking=%7B%22tn%22%3A%22R%22%7D)   Di fronte a tali violenze i gilets gialli hanno finito per difendersi con modalità che si confondono con quelle abitualmente attribuite ai black bloc. Comme hanno detto tanti gilets gialli, l’unico modo per farsi ascoltare da un potere che vuole assolutamente rifiutare di concedere le loro rivendicazioni è quello di agire come i black bloc (cfr. https://www.mediapart.fr/journal/france/160319/gilets-jaunes-et-black-blocs-relancent-la-bataille-des-champs?onglet=full). Una tendenza che s’è imposta vista l’incapacità dei sindacati e della sinistra francese -in particolare del fallimentare Mélenchon- di capire e stare veramente con i gilet gialli (https://www.la-croix.com/Economie/France/syndicats-interpelles-vague-gilets-jaunes-2019-02-04-1201000182) e vista l’ignobile genuflessione degli intellettuali francesi che sono andati a farsi sermonare da un Macron che si prende per un neo-re di Francia (https://www.mediapart.fr/journal/france/190319/macron-et-les-intellos-le-charme-discret-de-la-courtisanerie?onglet=full). In altre parole non si tratta più di essere pro o contro i black bloc, è la modalità di questi che sembra imporsi di fronte a un dominio liberista che nega ogni effettiva negoziazione (si vedano alcuni articoli su https://lundi.am/). E’ una prospettiva che probabilmente prima o poi si generalizzerà in tutti i paesi, fra tutte le Resistenze al violento dominio liberista che pensa di poter abusare dell’asimmetria di potere a suo vantaggio (http://effimera.org/lo-spettro-del-xxi-secolo-sulla-repressione-del-corteo-parigino-del-primo-maggio-vittorio-sergi-salvatore-palidda/). Note: [1] Sono intervenuti Livio Pepino, Gianluca Vitale, Cesare Antetomaso, Simonetta Crisci, Marco Lucentini, Francesco Romeo (da confermare), Giovanni Russo Spena, Arturo Salerni, nella prima sessione e nella seconda: Caterina Calia, Maria Luisa D’Addabbo, Salvatore Palidda, Alessandra Ballerini, Sandra Berardi, Ornella Favero, Eleonora Forenza, Luca Greco, Luisa Mondo. [2] Per rovesciamento del discorso dominante alludo qui al lavoro di decostruzione del discorso dei dominanti che suggerisce Foucault [3] J. Davis Legge e ordine. Autorità e conflitti dal 1790 al 1900, F. Angeli, 1989 [4] C. Novaro, “Repressione giudiziaria e movimenti. Gli anarchici, i processi, le regole”, https://volerelaluna.it/societa/2019/07/09/repressione-giudiziaria-e-movimenti-gli-anarchici-i-processi-le-regole/. [5] Palidda, https://www.academia.edu/33997534/Lanamorphose_de_lEtat_de_droit.pdfhttps://www.alfabeta2.it/2016/05/29/12960/ [6] Da notare che da sempre le istituzioni preposte a questo scopo adottano una modalità palesemente volta a mascherare l’impressionante portata di queste statistiche cioè per nascondere le responsabilità del 99% dei decessi: Così si danno sempre dati scomposti per “cause” della mortalità che apparentemente possono sembrare non dovute a contaminazioni tossiche o a conseguenze di condizioni di vita e di lavoro che uccidono; si sa per esempio che le malattie cardiovascolari o di respirazione o anche il Parkinson e la demenza senile o l’Alzheimer e tante altre sono conseguenza di contaminazioni tossiche e dell’assenza di tutele vedi https://ourworldindata.org/causes-of-death; per quanto riguarda l’UE (https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/-/DDN-20180314-1?inheritRedirect=true). Nei paesi della vecchia Comunità europea (cioè quelli occidentali) si ha più o meno lo stesso tasso di mortalità annuo che è di circa 1000 per 100 mila abitanti mentre nei paesi dell’Est si arriva a 1500. In Italia nel 2017 sono state registrati 649.061 decessi (dato Istat). Anche nei vecchi paesi dell’Europa occidentale la maggioranza dei decessi è dovuta a malattie da contaminazioni o incidenti sul lavoro e in genere ad assenza di tutele. [7] Vedi Resistenze ai disastri sanitari-ambientali ed economici in Mediterraneo [8] http://effimera.org/la-guerra-alle-migrazioni-ovvero-la-sussunzione-tutti-disastri-della-deriva-neo-liberista-politico-totale-salvatore-palidda/ [9] Vedi «James Lovelock : “Dieci anni fa ero certo che le emissioni di CO2 e il global warming non ci avrebbero dato scampo”, Rebubblica, 02/10/2016; in francese: http://terredecompassion.com/2016/11/04/rechauffement-climatique-james-lovelock-nest-plus-inquiet/#_ftn2http://effimera.org/aporie-demo-politiche-approdo-delleuropa-alla-tanatopolitica-salvatore-palidda/ e anche Rosalie Bertell, Planet EarthThe Newest Weapon of War, 2010; A. Mazzeo, 2012 : L’arma perfetta per i conflitti del XXI secolo; e https://www.youtube.com/watch?v=GYvN4C6QdVM [10] http://www.osservatoriorepressione.info/perche-la-polizia-francese-diventata-la-piu-violenta-europa-occidentale/ [11] La similitudine fra la continuità di Sarkozy e Valls e ora Castagner e quella fra Minniti e Salvini è emblematica   * Fonte: Salvatore Palidda, Osservatorio repressione

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Il pestaggio del giornalista Origone la polizia è la stessa di Genova 2001 https://www.micciacorta.it/2019/05/il-pestaggio-del-giornalista-origone-la-polizia-e-la-stessa-di-genova-2001/ https://www.micciacorta.it/2019/05/il-pestaggio-del-giornalista-origone-la-polizia-e-la-stessa-di-genova-2001/#respond Sun, 26 May 2019 08:01:20 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25452 Genova. Centinaia di persone furono picchiate come il cronista di Repubblica per strada senza motivo e spesso anche arrestate Il pestaggio di giovedì ci consegna una polizia di stato vittima dei suoi antichi fantasmi, ancora a disagio con i limiti tipici delle democrazie più sane. Siamo ancora distanti dal voltare pagina Con una semplice operazione […]

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Genova. Centinaia di persone furono picchiate come il cronista di Repubblica per strada senza motivo e spesso anche arrestate Il pestaggio di giovedì ci consegna una polizia di stato vittima dei suoi antichi fantasmi, ancora a disagio con i limiti tipici delle democrazie più sane. Siamo ancora distanti dal voltare pagina Con una semplice operazione di taglia e incolla potremmo prendere le sequenze del pestaggio inflitto a Genova al giornalista di Repubblica Stefano Origone e inserirle in uno dei tanti documentari sul G8 di Genova 2001. Decine, forse centinaia di persone furono picchiate come lui per strada senza motivo e spesso anche arrestate. Fra tanti episodi, documentati anche in tribunale, potremmo ricordare i pestaggi di piazza Manin, poco lontano dal luogo dell’aggressione al cronista di Repubblica: numerosi attivisti della Rete Lilliput furono aggrediti, picchiati, portati via. Di fronte all’ipotetico taglia e incolla non ci accorgeremmo del trucco, perché trucco in fondo non c’è. Se nel 2019 assistiamo a scene che sembrano del 2001 è perché la polizia di stato non ha mai davvero considerato con vergogna e quindi rinnegato la polizia di Genova G8. Perciò non possiamo sorprenderci troppo di fronte alla vicenda del cronista di Repubblica e semmai dovremmo domandarci se ci sarebbe stata altrettanta eco mediatica se al posto di Origone ci fosse stata un’altra persona, un anonimo cittadino senza tessera dell’ordine dei giornalisti. Ce lo dovremmo chiedere anche per le incredibili – letteralmente non credibili – affermazioni lette sui giornali, cioè che il pestaggio sarebbe stato fermato da un vicequestore perché questi avrebbe riconosciuto il giornalista. Non può essere andata così; se tale ricostruzione fosse vera, significherebbe che il pestaggio di un uomo a terra, già ridotto all’impotenza, sarebbe proseguito se si fosse trattato di una persona comune, fuori dalle conoscenze del vicequestore. Il quadro sarebbe anche più grave di come appare, ma siamo certi che il cronista e il vicequestore smentiranno davanti ai magistrati questa ricostruzione. Allarma tuttavia che essa sia fatta propria da media, politici e osservatori vari, come se l’atto di fermare un brutale pestaggio fosse comprensibile solo in caso di riconoscimento della vittima come persona perbene e innocente. Le cronache dicono che il questore di Genova ha visitato il giornalista in ospedale, chiesto scusa e assicurato un’inchiesta rapida ed efficace: è un gesto certamente apprezzabile, ma non possiamo dimenticare che le parole di scuse possono forse bastare a risolvere una lite, un diverbio, anche un incidente violento fra privati cittadini, ma non sono sufficienti in caso di relazioni asimmetriche, di abusi di potere, di azioni sbagliate compiute in nome della collettività. Le scuse, in questi casi, devono essere accompagnate da gesti concreti, a tutela della dignità e credibilità dell’istituzione: il questore dovrebbe insomma dimettersi e con lui il capo della squadra mobile. Dopo un gesto del genere, si potrebbe aprire una discussione seria sullo stato di salute democratica della polizia di stato; potremmo indagare davvero su quel filo nero che lega il disastro del 2001 ai fatti del 2019. Scopriremmo probabilmente che il filo non si è mai spezzato per l’atteggiamento tenuto in questi anni dai vertici della polizia di stato, che hanno rifiutato, appoggiati da governi e maggioranze di ogni colore, di assumersi piena responsabilità dei fatti e di accettare fino in fondo le sentenze della magistratura, incluse quelle della Corte europea dei diritti umani, che prescrivevano fra l’altro l’introduzione dei codici di riconoscimento sulle divise e l’esclusione dalla polizia dei funzionari condannati nel processo Diaz, oltre che una legge sulla tortura. L’Italia, come sappiamo, ha scelto la via della fuga dalle responsabilità: una legge sulla tortura è stata sì approvata, ma scritta in modo da renderla inefficace e sostanzialmente inutile, o forse peggio che inutile; i codici di riconoscimento e l’esclusione dei condannati sono stati bellamente ignorati, accampando fasulle motivazioni tecnico-giuridiche. Alla fine possiamo dire che il caso di Stefano Origone (al quale va la mia piena e sentita solidarietà; credo di sapere, memore della notte dei manganelli alla Diaz, che cosa intenda quando dice: “ho avuto paura di morire”), il pestaggio genovese, dicevo, ci consegna una polizia di stato vittima dei suoi antichi fantasmi, ancora a disagio con le regole, i limiti, le norme di trasparenza tipici delle democrazie più sane. Genova 2001 ha insegnato poco e siamo ancora distanti dal voltare pagina: è questo l’amaro messaggio che ci arriva dai manganelli abbattuti sul corpo di un malcapitato cronista. *Comitato Verità e Giustizia per Genova Fonte: Lorenzo Guadagnucci,  IL MANIFESTO  

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Polizia violenta. Il caso francese https://www.micciacorta.it/2019/05/polizia-violenta-il-caso-francese/ https://www.micciacorta.it/2019/05/polizia-violenta-il-caso-francese/#respond Mon, 06 May 2019 10:30:38 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25396 Dopo il G8 di Genova erano le polizie italiane ad essere considerate le più violente d’Europa occidentale. Ma da allora un po’ tutte le polizie hanno adottato modalità, tecniche e mezzi sempre più violente. Non affronto qui una comparazione con gli altri casi limitandomi ad osservare che da quanto si sa dei casi tedesco, spagnolo, […]

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Dopo il G8 di Genova erano le polizie italiane ad essere considerate le più violente d’Europa occidentale. Ma da allora un po’ tutte le polizie hanno adottato modalità, tecniche e mezzi sempre più violente. Non affronto qui una comparazione con gli altri casi limitandomi ad osservare che da quanto si sa dei casi tedesco, spagnolo, italiano e inglese si può constatare che in alcuno di essi (almeno sinora) sono stati adottati il flashball, le granate di désencerclement (dispersione), le griglie per spezzare i cortei e le “esfiltrazioni” da parte di tanti agenti in civile spalleggiati da quelli in divisa, più l’evidente incitamento a “dare una lezione( come fu per il G8 di Genova). Forse incide anche il fatto che è in Francia che sono cominciate per prima le esercitazioni di low intensity conflict allo scopo di formare e addestrare (a Saint-Astier) un corpo poliziesco-militare (eurogendfor) adatto ai conflitti urbani del XXI secolo[1] (le “guerre a bassa intensità” che alcuni prevedono anche rispetto allo “spettro” che angoscia i dominanti che prospettano la tanatopolitica[2]). La deriva verso pratiche violente da parte della polizia francese comincia con Sarkozy. Ciò appare evidente grazie ai diversi contributi al libro diretto da Laurent Mucchielli, La frénésie sécuritaire, in particolare di Christian Mouhanna, Serge Slama e Mathieu Rigouste, che è anche autore di La domination policière, une violence industrielle, in cui mostra la genealogia coloniale dei BAC (le famigerate brigate che nelle banlieues massacrano i giovani). Ma, è soprattutto con Valls e dopo con Collomb-Castaner-Macron che si sviluppa la deriva «muscolosa» della polizia francese versione XXI secolo. In particolare, il primo episodio flagrante di tale escalation violenta fu il 1° Maggio 2016. C’ero e ho visto, all’altezza del metro Ledru Rollin, la polizia penetrare violentemente la manifestazione per spezzare il corteo con delle griglie di più di 4 metri d’altezza e della larghezza della strada, lanciando anche granate di désencerclement (dispersione), lacrimogeni e manganellate anche a donne anziane. Un’azione che da tempo era inimmaginabile durante una manifestazione del 1° maggio e che ha scioccato ancor più il 1° Maggio 2019 con l’attacco diretto contro la stessa testa del corteo della CGT. Dopo i primi actes dei gilets gialli (le manifestazioni di ogni sabato da novembre del 2018) s’è vista anche l’escalation della virulenza poliziesca, l’abuso dei queste nuove armi, notoriamente il flashball provocando centinaia di feriti anche gravi, la bastonatura sistematica anche di manifestanti assolutamente pacifici, di giornalisti, e l’azione di sbirri in civile sino al quasi assassinio di una giovane à Marsiglia (peraltro neanche coinvolta in “scontri” e in una stradina secondaria dopo la manifestazione).   Secondo qualche commentatore la polizia francese non sarebbe ancora assai formata/allenata alla gestione delle manifestazioni e perciò farebbe un uso «maldestro» dei mezzi di cui è da poco dotata e per i quali non sarebbe ancora abbastanza addestrata. Sempre secondo queste opinioni l’azione poliziesca rivelerebbe l’improvvisazione e la confusione difronte a una mobilitazione inedita quale quella dei gilets gialli che spesso si mescolano coi black bloc o adottano modalità d’azione di questa componente di tante manifestazioni (sin da Seattle e anche prima). Peraltro, si fa notare anche che la dotazione dei flashball così come delle pistole tazer è stata adottata per evitare il ricorso alle armi da fuoco, cioè per evitare morti. È vero sinora, ma al prezzo di un numero ormai impressionante di feriti gravi. I pochi esperti francesi di polizia che hanno spesso espresso le loro valutazioni a tale proposito (in particolare in MédiapartLe MondeLibératione altrove) non sembrano aver dato spiegazioni convincenti (in particolare Jobard e De Maillard). In un articolo che propone più punti di vista sulle violenze poliziesche si evoca anche lo stesso Difensore dei diritti Jacques Toubon, che nel suo rapporto del 10/1/2018, aveva “preconizzato” il divieto dei flashball (LBD40) durante la gestione dell’ordine, dice: “Annulliamo il rischio di pericolosità di queste armi sospendendone l’uso … prevenire piuttosto che curare (i feriti)”. È noto che la «polizia delle polizie (l’IGPN), dall’inizio del movimento dei gilets gialli ha ricevuto centinaia di segnalazioni di atti molto violenti e di feriti gravi da parte della polizia. Ma i risultati di tali inchieste non promettono nulla che possa frenare la deriva in corso. E anche le inchieste giudiziarie non promettono nulla di pacificante viste le condanne ingiuste o chiaramente reazionarie dei manifestanti classificati come violenti. L’abbiamo già ricordato: le modalità dell’azione poliziesca un po’ dappertutto nei paesi cosiddetti democratici mostrano una ibridazione delle pratiche poliziesche e militari; per esempio, l’uso del flashball come arma con un calibro da guerra che però è considerata «non letale». Siamo nella congiuntura dell’inflazione degli ossimori («guerre umanitarie», «azione proattiva» che giustificherebbe il ricorso all’azione muscolosa per prevenire o anche per «garantire la libertà di manifestare»). Secondo alcuni la polizia sarebbe stata costretta al ricorso alla violenza perchè i manifestanti di oggi sarebbero più violenti: la sociologa Isabelle Sommier (in Libération) cita la cifra che solo 5% dei manifestanti erano violenti negli anni 80-90 (nella mania di dare cifre qualsiasi elucubrazione cifrata passa per fonte affidabile…). Ricordiamo solo che negli anni Settanta e anche dopo si sono avuti in Italia e in altri paesi cosiddetti democratici manifestazioni ancora più violente di oggi (con manifestanti che arrivavano a sottrarre armi da fuoco ad agenti di polizia … e non erano gruppi armati). Questo lo ricorda anche Christian Mouhanna (intervistato qui). Da notare anche che l’indurimento dell’azione poliziesca corrisponde alla preoccupazione del potere di mostrare che difende i quartieri dei ricchi che de tanto tempo si credevano “santuarizzati” e inviolabili da parte del «popolino pericoloso». Ma s’è visto che il risultato di tale azione non ha per nulla protetto le boutique dei ricchi. Tuttavia Castaner-Macron hanno insistito a ripetere e aizzare lo stesso dispiegamento enorme di forze, mezzi e la stessa pratica, fallimentare rispetto a ciò che sarebbe lo scopo dell’azione repressiva. In realtà, come é stato sottolineato da tanti, il movimento dei gilets gialli e ancor di più i black bloc hanno evidentemente messo in scacco la modalità tradizionale dell’azione repressiva della polizia perchè non sono strutturati, non hanno leader che vanno a negoziare con la polizia, né la modalità delle manifestazioni con corteo inquadrato ecc. Ma qualche esperto di polizia insiste interrogandosi sulla legittimità o l’illegittimità della violenza poliziesca pensando che sia dovuta alla mancanza di negoziazione tra manifestanti e polizia dovuta anche all’attitudine negativa del governo. Ma uno degli obiettivi principali che il governo pretendeva raggiungere, come dice Mouhanna, era di utilizzar il disordine poliziesco e le bastonate allo scopo dissuasivo: vedete cosa succede a chi va a manifestare? E’ pericoloso. Allora i manifestanti hanno capito che il governo non intende ascoltarli e usa strumentalmente la (repressione della) polizia per non negoziare. Contrariamente all’illusione che la dottrina di mantenimento dell’ordine detta di “de-escalation” (che mira a cercare di minimizzare le violenze collaterali, inutili o pericolose e quindi cerca il dialogo permanente con la folla” -come ricordano gli esperti di polizia e proteste, Fillieule et Jobard, Castaner-Macron hanno puntato sul dispiegamento di un abnorme numero di agenti peraltro per 2/3 neanche addestrati alla gestione dell’ordine di piazza, nella quale anche quelli addestrati hanno agito maldestramente (dal punto di vista del professionalissimo repressivo). Al di là delle specificità e particolarità del contesto francese, come si può dedurre dai diversi reportage e dossier da mesi pubblicati da Médiapart.fr, appare evidente che il problema non è che la gestione Castaner-Macron e della polizia non siano dotati di un sapere e di mezzi appropriati per la gestione dell’ordine. Il fatto politico è che questo governo ha scelto il «MURO», la negazione di ogni negoziazione e concessione, il che è evidente nell’ultimo discorso con cui Macron pretendeva chiudere la storia dei gilets gialli e la commedia del suo preteso ascolto della gente (non ha assolutamente voluto concedere l’istituzione di una tassa sui “grandi fortune”, cioè sui ricchi né a scalare, ma ha sollecitato donazioni milionarie per ricostruire Notre Dame). Ciò era ben prevedibile non solo perché questo governo crede di tenere senza rischio il «coltello dalla parte del manico» con la maggioranza assoluta di cui dispone in Parlamento e il sostegno di tutti i grandi e piccoli dominanti. La scelta del governo è propria alla logica liberista che usa e abusa della forza dello Stato al servizio delle lobby pronte a far tutto per sostenerlo. Una logica che esclude precisamente la negoziazione e che vuole erodere e anche far sparire i sindacati e le opposizioni (come lo mostra materialmente l’attacco alla testa del corteo della CGT, ed è stupefacente che i dirigenti di tale sindacato non si rendano conto che questo è il liberismo). La questione non è che si è di fronte a une deriva autoritaria o che si va verso uno “Stato di polizia” o d’eccezione. Autoritarismo e pseudo-democrazia, eccezione e gestione pacifica dei conflitti che i dominanti provocano, coesistono sempre. Basta chiedere ai giovani delle banlieues o alla gente della Zad (come ai NOTAV) e alle altre vittime delle grandi opere e di tutti i mali e innanzitutto di una mortalità dovuta agli inquinamenti e che quando reagiscono sono massacrati o trattati come dei terroristi, cioè nemici dello Stato. Siamo nel contesto che già in passato si chiamava «fascismo democratico», ma che passa senza bisogno di colpo di Stato o d’involuzione con parate poliziesche-militari. E ciò ancora di più oggi perché è consustanziale alla ascesa dello pseudo sovranismo-populista. Le popolazioni dei paesi detti democratici saranno costrette a scegliere tra i Macron e altri pseudo-democratici o i Trump, i Le Pen, i Salvini, cioè fra due facce della stessa medaglia. Come mostra l’Histoire populaire de la France di Gérard Noiriel, così come tutta la storia dell’umanità, si susseguono sempre congiunture di sconfitte delle lotte e resistenze dei lavoratori e in generale dei dominati, e qualche loro vittoria, ma effimere. Tuttavia, l’istinto stesso di sopravvivenza e la violenza del potere non possono che spingere alla rivolta e alla resistenza. La tendenza dei dominanti ad approfittare dell’asimmetria di potere a loro favore e rifiutare ogni negoziazione e concessione ai dominati non potrà che spingere a rivolte sempre più dure ed è probabile che la modalità black bloc sarà generalizzata in tutte le rivolte. E, purtroppo, non ci si dovrà meravigliare se in futuro si vedrà risorgere anche il ricorso alle armi da fuoco da parte delle polizie e anche da parte dei manifestanti. Salvatore (Turi) Palidda ps: questo testo è stato pubblicato prima in francese qui: https://blogs.mediapart.fr/salvatore-palidda/blog/040519/pourquoi-la-police-francaise-est-devenue-la-plus-violente-d-europe-occidentale il 4 maggio 2019 poco prima dell’appello Nous Accusons (che condivido totalmente) : https://blogs.mediapart.fr/les-invites-de-mediapart/blog/040519/nous-accusons-0 Note: [1] Si veda il documento a cura di “Nonostante Milano” qui: https://fucina62.noblogs.org/files/2013/12/Nonostante-Milano-Eserciti-nelle-strade.pdfLow Intensity Conflict (LIC) è la definizione di “uno spazio ambiguo tra la pace e la guerra”. [2] http://effimera.org/aporie-demo-politiche-approdo-delleuropa-alla-tanatopolitica-salvatore-palidda/ Fonte: Osservatorio Repressione 

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G8 di Genova 2001, Corte dei conti: «I poliziotti risarciscano 3 milioni» https://www.micciacorta.it/2019/03/g8-di-genova-2001-corte-dei-conti-i-poliziotti-risarciscano-3-milioni/ https://www.micciacorta.it/2019/03/g8-di-genova-2001-corte-dei-conti-i-poliziotti-risarciscano-3-milioni/#respond Sat, 16 Mar 2019 11:38:26 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25279 Si dice spesso che il G8 di Genova del 2001 non finisca mai. Né per una generazione che si è vista massacrare in piazza, in una scuola e in una caserma, né per i tanti che hanno subito violenze e che hanno visto la giustizia procedere in modo ondivago. Ieri però è arrivata ancora una […]

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g8 di Genova

Si dice spesso che il G8 di Genova del 2001 non finisca mai. Né per una generazione che si è vista massacrare in piazza, in una scuola e in una caserma, né per i tanti che hanno subito violenze e che hanno visto la giustizia procedere in modo ondivago. Ieri però è arrivata ancora una condanna per i 24 tra dirigenti, ispettori tuttora in servizio o ex, responsabili durante il G8 del 2001 a Genova delle brutali violenze alla scuola Diaz e di falso e calunnia per avere fabbricato false prove e osteggiato in diversi modi le indagini. Stavolta a pronunciarsi è stata la Corte dei Conti che impone ai responsabili di rimborsare spese legali e provvisionali per un totale di 2 milioni e 800 mila euro. I poliziotti dovranno rifondere ai ministeri dell’Interno e di Grazia e Giustizia le spese legali dei tre gradi di giudizio, le provvisionali stabilite come risarcimento alle decine di manifestanti massacrati di botte e arrestati sulla base di prove fabbricate ad arte e ripagare gli avvocati del gratuito patrocinio delle parti civili. Nell’elenco figurano funzionari tutt’ora in servizio come il vicecapo della Dia Gilberto Caldarozzi e il capo della Polstrada di Roma Pietro Troiani. Ulteriore condanna a 5 milioni di euro per il danno di immagine dovrà essere valutata il 22 maggio dalla Corte Costituzionale E di fronte a una sentenza che ha a che vedere con i poliziotti ( e che vede come vittime i manifestanti), non poteva mancare il commento dell’onnipresente Salvini: «La sentenza Diaz? Prima di commentarla vorrei leggerla. Io sto sempre e comunque con le forze dell’ordine, se uno su mille sbaglia, uno su mille paga». E per rimanere in scia ha specificato – dopo le contestazioni di ieri a Napoli – di essere «orgoglioso di come le forze dell’ordine affrontano ogni giorno problemi del genere». * Fonte: IL MANIFESTO

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Scuola Diaz, 16 ufficiali di polizia condannati a risarcire lo Stato per Mark Covell https://www.micciacorta.it/2019/02/scuola-diaz-16-ufficiali-di-polizia-condannati-a-risarcire-lo-stato-per-mark-covell/ https://www.micciacorta.it/2019/02/scuola-diaz-16-ufficiali-di-polizia-condannati-a-risarcire-lo-stato-per-mark-covell/#respond Sun, 10 Feb 2019 09:51:34 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25222 G8 Genova 2001. In appello la Corte dei Conti conferma la sentenza contro i responsabili del pestaggio del giornalista inglese e del depistaggio. Ma le pene sono ridotte rispetto al danno erariale

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g8 di Genova

Il giornalista inglese Mark William Covell aveva 33 anni quando nel 2001 venne trattato «come una palla da football» dagli uomini delle forze dell’ordine che fecero irruzione nella scuola Diaz durante il G8 di Genova, come raccontò egli stesso alla Bbc dall’ospedale dove venne ricoverato quando finalmente quell’incubo finì. A distanza di quasi vent’anni ha ancora i postumi di quella «mattanza» nella quale si impegnarono alcuni rappresentanti dello Stato che la Corte dei Conti definisce «barbari». I giudici contabili della seconda sezione d’appello, infatti, hanno confermato la sentenza di primo grado emessa nel 2015 che condannava, a un risarcimento complessivo di 110 mila euro, i 16 ufficiali di polizia coinvolti a vario titolo nel tentato omicidio del giornalista inglese. Tra loro anche Gilberto Caldarozzi, condannato a 3 anni e otto mesi per aver creato prove false, ma malgrado questo promosso un anno fa a numero due della Direzione investigativa antimafia. Nulla hanno potuto i ricorsi presentati dai poliziotti che sono stati già condannati in sede penale: la corte d’appello ha confermando la sentenza della sezione Liguria che aveva condannato al risarcimento di 40 mila euro l’allora comandante del VII nucleo antisommossa Michelangelo Fournier e a 60 mila euro l’allora comandante del primo reparto mobile di Roma Vicenzo Canterini. Condannati, in solido, a un risarcimento di 10 mila euro: Francesco Gratteri, Gilberto Caldarozzi, Giovanni Luperi, Spartaco Mortola, Nando Dominici, Filippo Ferri, Fabio Ciccimarra, Carlo Di Sarro, Massimo Mazzoni, Davide Di Novi, Renzo Cerchi, Massimiliano Di Bernardini, Massimo Nucera e Maurizio Panzieri. In via transitoria, il Viminale lo aveva risarcito con 350 mila euro (340 per le lesioni subite e 10 mila per le calunnie). * Fonte: IL MANIFESTO

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Polizia e Genova G8, la democrazia mai risarcita e i rischi futuri https://www.micciacorta.it/2018/08/polizia-e-genova-g8-la-democrazia-mai-risarcita-e-i-rischi-futuri/ https://www.micciacorta.it/2018/08/polizia-e-genova-g8-la-democrazia-mai-risarcita-e-i-rischi-futuri/#respond Tue, 28 Aug 2018 10:54:02 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24793 Risarcimenti per danni d'immagine. Tre milioni per i risarcimenti pagati ai torturati, 5 per i danni d’immagine: tanto vale, per il pm della Corte dei Conti, la bella impresa compiuta il 21 luglio 2001 dalla nostra polizia alla scuola Diaz

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Tre milioni per i risarcimenti pagati ai torturati (incluso il sottoscritto), 5 per i danni d’immagine: tanto vale, per il pm della Corte dei Conti, la bella impresa compiuta il 21 luglio 2001 dalla nostra polizia alla scuola Diaz. Non si può invece contabilizzare la lesione inferta al corpo della democrazia, mai risarcita a causa della condotta tenuta negli anni dai vertici di polizia e dai ministri degli interni, che in nessun momento hanno pensato di schierarsi dalla parte dei cittadini sottoposti a tortura e quindi di operare per fare chiarezza e pulizia a beneficio del bene pubblico. Così lo stato si trova a fare i conti con l’eredità di Genova G8 solo in senso letterale, contando gli euro da recuperare. Non è granché ed è successo lo stesso con la vicenda di Bolzaneto, quartiere genovese passato alla storia come il Garage Olimpo dei generali argentini, con la sua caserma di polizia divenuta sinonimo nazionale di tortura: per la Corte dei conti (sentenza dell’aprile scorso) l’ordalia di violenze fisiche e psicologiche inflitte a decine di malcapitati nella palazzina chiamata amichevolmente «Auschwitz» vale 6 milioni di euro, a carico di 28 agenti e sanitari penitenziari. Le cifre, in casi del genere, sono ben poca cosa, ma parlano anch’esse. Ad esempio dicono che i danni d’immagine, secondo i pm, valgono più di quelli patrimoniali, lasciando intendere che il tema della credibilità (perduta) delle forze dell’ordine è ben più importante di quanto si pensi a Palazzo. Non può sfuggire, sotto questo profilo, che fra i 25 funzionari chiamati a risarcire lo stato per il caso Diaz figurano personaggi che sono rientrati in polizia dopo aver scontato i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, nonostante la Corte europea per i diritti umani prescriva nelle sue sentenze, per i casi di tortura (l’Italia è stata condannata sia per la Diaz sia per Bolzaneto), la destituzione dei funzionari condannati. Insomma, da qualsiasi parte si affronti l’eredità di Genova G8, ci si trova di fronte a un disastro: professionale, morale, politico, economico. Eppure poteva andare diversamente. Proviamo a immaginare un’altra storia. Un capo della polizia e un ministro dell’interno che il giorno dopo il disastroso blitz nella scuola aprono un’inchiesta interna, sospendono tutti i funzionari e chiedono il licenziamento di quelli maggiormente responsabili (fra parentesi,è quanto suggerì Pippo Micalizio, dirigente inviato dal capo della polizia per un’inchiesta lampo, in una relazione rimasta chiusa in un cassetto). Contestualmente, continuiamo a immaginare, capo della polizia e ministro si dimettono, con il preciso scopo di tutelare la dignità e la credibilità del corpo e dello stato. I loro sostituti a quel punto collaborano con i magistrati, chiedono solennemente scusa e si impegnano a far sì che niente del genere possa mai più ripetersi. Il parlamento, intanto, avvia una riforma delle forze di polizia: regole di trasparenza, codici sulle divise, legge sulla tortura (una vera legge, naturalmente, non quella fasulla approvata l’estate scorsa e già bocciata da istituzioni come il Consiglio d’Europa e il Comitato Onu contro la tortura). Un sogno, un’utopia? Forse, per una «democrazia reale» qual è la nostra, incapace di fare i conti con gli abusi di stato, ma un’ovvietà per una democrazia normale. L’Italia ha scelto la via che conosciamo, lastricata di falsi e menzogne, una via che lascia sul corpo della polizia di stato lo stigma della tortura e sulla sua dirigenza il tratto dell’ambiguità, nonostante i lodevoli ma insufficienti sforzi dell’attuale capo Franco Gabrielli, anche lui rimasto invischiato nel pantano creato attorno a Genova G8. È la polizia che è stata consegnata ai nuovi uomini di potere. Oggi al Viminale siede un esponente della destra radicale che su questi temi ha sempre sposato le posizioni più arretrate e più oltranziste emerse in seno alla polizia. Non è il momento di improvvisarsi Cassandre e vaticinare chissà quali futuri eventi, ma se a volte capita di fare cattivi pensieri è (anche) perché siamo coscienti che dopo l’estate del 2001 non è stato fatto quanto necessario – tutt’altro… – per voltare pagina e garantire una seria opera di prevenzione. * Comitato Verità e Giustizia per Genova * Fonte: Lorenzo Guadagnucci,  IL MANIFESTO

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Dopo 17 anni ancora in piazza Alimonda, per non rassegnarsi alla sconfitta https://www.micciacorta.it/2018/07/dopo-17-anni-ancora-in-piazza-alimonda-per-non-rassegnarsi-alla-sconfitta/ https://www.micciacorta.it/2018/07/dopo-17-anni-ancora-in-piazza-alimonda-per-non-rassegnarsi-alla-sconfitta/#respond Sat, 21 Jul 2018 07:37:07 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24685 Genova2001. Il 20 luglio di 17 anni fa veniva ucciso Carlo Giuliani, per strada scontri e cariche. Poi l’irruzione alla Diaz e le torture a Bolzaneto

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Si torna a Genova come ogni anno e sotto il palco di piazza Alimonda la memoria corre a quel giorno maledetto, quando un ragazzo rimase sull’asfalto, colpito alla testa da un colpo di pistola, il corpo calpestato dalla camionetta dei carabinieri, il cranio sfregiato con una pietra. È GIUSTO CHIEDERSI perché ci ritroviamo qui, chi con il corpo chi nello spirito. Siamo reduci? Nostalgici? Sconfitti dalla storia che tornano sul luogo delle proprie gesta e degli altrui delitti? Forse sì, ma è possibile che ci sia qualcos’altro. Che Genova G8 ci riguardi ancora. In questi giorni tempestosi, di violenza del potere nel mar Mediterraneo, di sghangherata critica alle tecnocrazie globali in nome di rinascenti e osceni nazionalismi, le giornate di Genova, i sette giorni di contestazione e di proposta organizzati durante il vertice dei cosiddetti Otto Grandi (che così Grandi poi non erano) appaiono come un approdo, anziché un residuo della storia. Lasciamo pure da parte il sottile senso d’angoscia e d’impotenza che suscita, confrontato all’oggi, il ricordo della miriade di persone e organizzazioni venute a Genova richiamate da un nuovo movimento capace di mostrare il vero volto del potere (il pensiero unico neoliberista, tema all’epoca assente dall’agenda politica e mediatica) e pensiamo alle molte buone ragioni messe in campo da quel movimento. È UN ELENCO CHE SORPRENDE, sia nella parte critica sia in quella propositiva. Dalla rivolta di Seattle (dicembre ’99) in poi e fino al luglio genovese, passando per una serie di contestazioni a riunioni delle varie istituzioni della tecnocrazia globale, il movimento mise a nudo e denunciò, per limitarsi ai punti essenziali: la finanziarizzazione dell’economia neoliberale e le crescenti diseguaglianze fra nord e sud del mondo; la nuova dislocazione dei poteri, non più a livello nazionale ma nella grande finanza e nelle istituzioni globali al suo servizio (Wto, Fmi, Banca mondiale, il «Washington Consensus»); la mercificazione del lavoro e della stessa vita umana, con annessa libertà di circolazione per i capitali ma non per le persone… La parte propositiva non era meno ricca di spunti e di esperienze: una Tobin Tax sulla speculazione finanziaria; la cancellazione del debito pubblico iniquo; l’idea di un’altreconomia, liberata dalla schiavitù della crescita e capace di includere in sé il limite ecologico allo sviluppo; un contratto mondiale per l’accesso all’acqua; il bilancio partecipativo nelle amministrazioni locali… E così via. Sorprende, questo parziale elenco, perché fornisce ancora oggi una visione del mondo alternativa allo status quo; una visione costruita con competenza e spesso attraverso la pratica concreta; una visione che è stata anche aggiornata da alcuni nuovi movimenti in varie parti del mondo. A DISTANZA DI TANTI ANNI capiamo meglio che nel luglio 2001 fu affossata a colpi di pistola, di manganello e con la tortura un’idea di mondo che stava riscuotendo troppo consenso. Troppo vasta e soprattutto troppo varia, ben oltre i confini storici della sinistra, era la partecipazione di singoli, associazioni e movimenti: occorreva colpire e criminalizzare tutto ciò, dichiararlo fuori legge, escluderlo dal discorso pubblico; occorreva rendere inascoltabili le parole dette nei convegni, nei seminari, in quell’università popolare a cielo aperto chiamata Forum sociale mondiale. E tuttavia sarebbe difficile sostenere che le idee di quel movimento sono state davvero annientate ed escluse per sempre dalla storia. Non è così. QUELLE IDEE NON SONO MORTE e anzi continuano a ispirare persone e movimenti attraverso i continenti; sono all’origine di progetti politici, sociali, esistenziali radicati nel presente e capaci di futuro. Resta preziosa anche la lezione di metodo: niente steccati fra culture diverse e unione delle forze per dare spessore politico all’azione sociale condotta fuori dagli schemi del mercato, cioè secondo giustizia, empatia, nonviolenza. A Genova è morta semmai in molti cittadini la fiducia nello stato e nei suoi apparati di sicurezza, incapaci negli anni di ammettere le proprie colpe e recuperare la credibilità perduta. A Genova è morta quella sinistra che non volle capire che c’era (e rimane) una nuova linea di demarcazione rispetto alle destre: l’adesione o meno al modello neoliberale. Oggi – passata, anzi ancora in corso una crisi finanziaria più che prevedibile e col «Washington Consensus» in crisi d’identità – succede che una contraddittoria e confusa critica alla globalizzazione neoliberale viene condotta lungo un binario che porta a rinascenti quanto pericolosi nazionalismi. È una capriola della storia che spaventa ma che aiuta anche a pensare. FA CAPIRE CHE LA CRITICA dei movimenti sociali al pensiero unico è ancora attuale e che le vie d’uscita esistono, nonostante le sconfitte e un certo scoramento del tempo presente. Quindi si torna a Genova e si pensa che la memoria è generosa, le buone idee tenaci, la storia imprevedibile; visto da piazza Alimonda, il futuro è ancora aperto. Fonte: Lorenzo Guadagnucci, IL MANIFESTO   *Comitato Verità e Giustizia per Genova

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