Giorno del ricordo – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Wed, 12 Feb 2020 09:20:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.4 Mattarella, le foibe, le amnesie e le falsificazioni della Storia https://www.micciacorta.it/2020/02/mattarella-le-foibe-le-amnesie-e-le-falsificazioni-della-storia/ https://www.micciacorta.it/2020/02/mattarella-le-foibe-le-amnesie-e-le-falsificazioni-della-storia/#respond Wed, 12 Feb 2020 09:20:58 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25967 Come cittadino, come storico del nazismo e soprattutto come triestino sono rimasto sconcertato, amareggiato e disgustato dalle dichiarazioni del Presidente Mattarella sulla questione delle foibe

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Come cittadino, come storico del nazismo e soprattutto come triestino sono rimasto sconcertato, amareggiato e disgustato dalle dichiarazioni del Presidente Mattarella sulla questione delle foibe. Avevo otto anni quando i partigiani di Tito, il 1 maggio del 1945, proprio sotto casa mia fermarono la loro avanzata per non esporsi al tiro della guarnigione tedesca, asseragliata nel Castello di San Giusto. Erano scesi dall’altipiano del Carso in due colonne, una si era diretta all’edificio del Tribunale dove i tedeschi avevano installato il Comando e l’altra al Castello di San Giusto, dove il vescovo Santin svolgeva il ruolo di mediatore tirando le trattative per le lunghe in modo da dare il tempo ai neozelandesi, avanguardia dell’esercito alleato, di arrivare ed evitare in tal modo che la resa venisse consegnata nelle sole mani dell’esercito di liberazione yugoslavo. Così la guarnigione tedesca si arrese il 2 maggio, presenti anche gli anglo-americani, giunti a marce forzate dalla litoranea. Ma sul Carso, a vista d’occhio dalla città, si combatteva ancora. La cosiddetta “battaglia di Opicina” è costata molti morti, in gran maggioranza tedeschi, e si sarebbe conclusa solo il 3 maggio. Secondo certe ricostruzioni (Leone Veronese, 1945. La battaglia di Opicina, Luglio Editore, 2015) i primi a essere gettati nelle cavità carsiche furono soldati dell’esercito tedesco, fucilati dopo la resa. La versione secondo cui gli infoibati sarebbero stati in maggioranza cittadini inermi che avevano il solo torto di essere italiani è falsa. La grande maggioranza di quelli che poi furono gettati nelle foibe erano membri dell’apparato repressivo nazifascista, in mezzo ci saranno state anche persone che non avevano commesso particolari crudeltà ma c’erano anche quelli che avevano torturato o scortato i treni che portavano ebrei e combattenti antifascisti nei campi di sterminio. Così come non regge la versione che vorrebbe la città di Trieste sottoposta a una dittatura sanguinaria durante i 40 giorni dell’occupazione yugoslava. Se non altro per la presenza delle truppe anglo-americane. Peggiori delle false ricostruzioni sono le amnesie. Infatti si dimentica (o si ignora) che l’apparato repressivo nazifascista a Trieste non era di ordinaria amministrazione, aveva un suo carattere di eccezionalità perché ne facevano parte personaggi che hanno avuto un ruolo centrale nella politica di sterminio di Hitler. Christian Wirth era uno di questi. Si legga il curriculum terrificante di questo individuo su Wikipedia: responsabile del programma di eutanasia, prelevava le vittime dalle prigioni, dagli ospedali psichiatrici, tra gli zingari. Comandante del lager di Belzec, riorganizzatore di quello di Treblinka, di Sobibor, fu il primo a usare il monossido di carbonio per gasare i deportati. Arriva a Trieste nel 1943. Un anno dopo i partigiani lo individuano e lo uccidono (non è vero, come scrive Wikipedia, che fu ucciso in combattimento presso Fiume, il suo certificato di morte è apparso in rete non più tardi del 2017, dice: von Banditen erschossen, morto in un agguato organizzato dai partigiani mentre passava su una macchina scoperta, nei pressi di Erpelle (Hrpelje) a pochi chilometri da Trieste). Ma ce n’erano altri di personaggi dalla pasta criminale analoga a Wirth, che si erano fatti i galloni nei peggiori Lager del Reich e venivano a Trieste dove gente importante li accoglieva a braccia aperte e dove trovavano anche il modo di non perdere certe abitudini, visto che a portata di mano avevano la Risiera di San Sabba, un forno crematorio che la mia città ha avuto la vergogna di ospitare. Proprio a Opicina la salma di Wirth ricevette gli onori militari. Trieste e zone circostanti, assurte a provincia del Reich, erano diventate un ricettacolo di criminali di guerra, l’angolo di un continente dove la risacca della storia aveva deposto i suoi rifiuti più immondi. I partigiani di Tito hanno liberato l’umanità da alcuni di questi individui, hanno spento quel forno crematorio. Dovremmo essere loro grati per questo, pensando quale tributo di sangue è stato da essi versato per compiere quella missione. Ora però vengono ricordati come un’orda di barbari assetati di sangue, non di sangue nemico, no, di sangue di povera gente inerme che non aveva alzato un dito contro di loro. Ciò che accadde in quelle tragiche giornate di aprile/maggio 1945 impedì alla memoria storica di mettersi subito al lavoro. Quello che sarebbe stato l’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia si costituì senza i comunisti. Enzo Collotti diede un contributo fondamentale all’impostazione della ricerca e l’Istituto divenne uno dei luoghi dove cominciai a capire in che razza d’inferno ero cresciuto. Il primo periodo d’attività fu dedicato a “mettere in sicurezza”, come si dice in termine aziendale, la storia dei movimenti di liberazione nella regione, storia tormentata e perciò fonte di drammatiche divisioni (un esempio per tutti l’eccidio di Porzus, ripreso anche nell’ampia pubblicazione, Atlante storico della lotta di liberazione nel Friuli Venezia Giulia. Una resistenza di confine 1943-1945, 2005). Tra tutti gli Istituti della Resistenza italiani quello di Trieste fu l’unico dove la presenza comunista o fu assente o svolse un ruolo decisamente secondario. Del resto il comunismo è finito ormai da 30 anni e i suoi seguaci di allora sono in genere i più accaniti nell’infierire sul suo cadavere, ma a leggere certe vaneggianti uscite di quotidiani come “Il Giornale” o “Libero Quotidiano” nel Giorno della Memoria  sembra che orde di “trinariciuti” riescano ancora a dettare legge in Italia. Negli Anni ’90 la dissoluzione dell’ex Yugoslavia ha investito in pieno il senso d’identità nazionale di croati, sloveni, serbi, macedoni; i nazionalismi hanno fatto a pezzi l’esperienza socialista, la guerra di liberazione non è stata più l’epopea fondativa dello Stato federale, l’immagine di Tito è stata strappata dal piedestallo e se si voleva trovare gente che gettava fango sulla sua figura e sul suo ruolo la si trovava soprattutto tra i suoi compatrioti. L’orrore di quella guerra degli anni Novanta, che così bene Paolo Rumiz ha decodificato nei suoi meccanismi oscuri, ha cancellato ogni traccia di orgoglio per l’eroica ribellione alla dittatura nazifascista. Le falsità, le deformazioni, le mistificazioni che oggi dilagano avrebbero potuto diventare communis opinio in quel contesto, invece gli storici triestini legati all’Istituto colsero l’occasione dell’apertura di certi archivi per intensificare la ricerca della verità. Perché questo va detto con forza: le ispezioni nelle cavità carsiche, le esumazioni, le ricerche per dare un nome ai morti, il recupero e l’attento esame dei registri, di qualunque documento in grado di fare luce sulle circostanze, sulle vittime e sui carnefici, tutto questo lavoro ingrato e difficile fu opera di storici che si riconoscevano pienamente nei valori della Resistenza posti alla base della nostra Costituzione, come Roberto Spazzali, Raoul Pupo e molti altri. Sono loro che hanno dimostrato rispetto per gli infoibati, che hanno contestualizzato quegli avvenimenti, mentre alla canea revanscista e neofascista il destino di quei morti non interessava per nulla, era solo pretesto, strumento, per aggredire gli avversari politici di turno e oggi per fare pura e semplice apologia del fascismo. Come mai nel Giorno della Memoria un Presidente della Repubblica invece di rivolgersi ai primi per impostare un discorso con un minimo di rigore storico si rivolge ai secondi?   Si legga anche la seguente documentazione (da Angelo Del Boca, Italiani brava gente)
Fonte: Sergio Bologna, Volerelaluna

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Foibe. I capitoli strappati dai libri di Storia https://www.micciacorta.it/2020/02/foibe-i-capitoli-strappati-dai-libri-di-storia/ https://www.micciacorta.it/2020/02/foibe-i-capitoli-strappati-dai-libri-di-storia/#respond Tue, 11 Feb 2020 10:20:46 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25964 10 febbraio, Giorno del Ricordo. Ecco il racconto del contesto che gli italiani non conoscono

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Dal «fascismo di frontiera» degli anni ’20, dai crimini dell’Italia in Jugoslavia, dai 100.000 jugoslavi deportati e internati, alle violenze jugoslave del settembre ’43 e maggio ’45, fino all’esodo italiano Ripubblichiamo questo articolo dello storico Giacomo Scotti, pubblicato per la prima volta sul manifesto del 5 febbraio 2014, vista la sua scottante attualità. Inizio con tre brani di un discorso pronunciato al Teatro Ciscutti di Pola da Benito Mussolini il 20 settembre 1920, dando inizio alle brutali violenze contro le popolazioni della Venezia Giulia: «Qual è la storia dei Fasci? Essa è brillante! Abbiamo incendiato l’Avanti! di Milano, lo abbiamo distrutto a Roma. Abbiamo revolverato i nostri avversari nelle lotte elettorali. Abbiamo incendiato la casa croata di Trieste, l’abbiamo incendiata a Pola…»…«Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini italiani devono essere il Brennero, il Nevoso e le (Alpi) Dinariche. Dinariche, sì, le Dinariche della Dalmazia dimenticata!… Il nostro imperialismo vuole raggiungere i giusti confini segnati da Dio e dalla natura, e vuole espandersi nel Mediterraneo. Basta con le poesie. Basta con le minchionerie evangeliche».

05inchiesta foibe Proclama degli squadristi di Dignano vicino a Pola

Dopo quel discorso, l’Istria fu messa a ferro e fuoco. Venti anni dopo quel discorso le truppe di Mussolini invasero Dalmazia, Slovenia e Montenegro, dando inizio a nuove stragi in nome della civiltà italiana.Dalle terre annesse all’Italia dopo la prima guerra mondiale – cioè all’ampliamento ad est dei territori di Trieste e di Gorizia, all’Istria intera, alla provincia di Fiume detta del Quarnaro ed all’enclave dalmata di Zara – le violenze fasciste e la snazionalizzazione forzata costrinsero ad andarsene più di 80.000 sloveni, croati, tedeschi e ungheresi, ma anche alcune migliaia di italiani antifascisti Nel 1939, un anno prima che l’Italia fosse gettata nella seconda guerra mondiale, le autorità fasciste della Venezia Giulia attuarono in segreto un censimento della popolazione di quelle terre annesse venti anni prima, accertando che in esse vivevano 607.000 persone, delle quali 265.000 italiani e cioè il 44%, e 342.000 slavi detti allogeni, ovvero il 56%. Una cifra notevole nonostante l’esodo degli ottantamila, nonostante che agli slavi fossero stati italianizzati i cognomi, fosse stato vietato di parlare la loro lingua, fossero state tolte le scuole e qualsiasi diritto nazionale. Nonostante le persecuzioni subite, nonostante che migliaia di loro fossero finiti nelle carceri o al confino, e che alcuni dei loro esponenti – Vladimir Gortan, Pino Tomazic ed altri – fossero stati fucilati in seguito a condanne del Tribunale speciale fascista oppure uccisi dalle squadre d’azione fasciste a Pola (Luigi Scalier), a Dignano (Pietro Benussi), a Buie (Papo), a Rovigno (Ive) e in altre località istriane. Emblematici di queste persecuzioni contro slavi e antifascisti italiani in Istria e Venezia Giulia sono i sistemi coercitivi per inviare i contadini al lavoro nelle miniere di carbone di Arsia-Albona dove, per duplicare la produzione senza però adeguate protezioni dei minatori sui posti di lavoro, nel 1938 ci fu una tragedia (allora taciuta dalla stampa) in cui persero la vita 180 minatori, lasciando oltre mille vedove ed orfani. Emblematica di quel periodo in Istria è anche una canzoncina cantata dei gerarchi che diceva: A Pola xe l’Arena/ la Foiba xe aPisin: butaremo zo in quel fondo/ chi ga certo morbin. E alludendo alle foibe, un’altra poesiola minacciava chi si opponeva al regime: … la pagherà/ in fondo alla Foiba finir el dovarà.

APRILE 1941, L’AGGRESSIONE

Nell’aprile del Quarantuno, infine, si arrivò all’aggressione alla Jugoslavia senza dichiarazione di guerra, seguita dall’occupazione di larghe regioni della Slovenia e della Croazia, dall’intero Montenegro e del Kosovo, infine dall’annessione al Regno d’Italia di una grossa fetta della Slovenia ribattezzata Provincia di Lubiana, di una lunga fascia della costa croata che formò il Governatorato della Dalmazia con tre provincie da Zara fino alle Bocche di Cattaro, e la creazione della nuova provincia allargata di Fiume detta “Provincia del Quarnaro e dei Territori annessi della Kupa” comprendente tutta la parte montana della Croazia alle spalle del Quarnero più le isole di Veglia ed Arbe che si univano a quelle di Cherso e Lussino. Così l’Italia incorporò nel proprio territorio nazionale regioni abitate al 99% da sloveni e croati con una popolazione di oltre mezzo milione di persone che si aggiungevano al 342.000 “allogeni” già assoggettati all’Italia ed al fascismo italiano da due decenni. Il Montenegro intero fu trasformato a sua volta in un Governatorato italiano. Il Kosovo, territorio della Macedonia, fu annesso invece alla cosiddetta Grande Albania che già dal ’39 era una colonia dell’Italia. Le violenze contro i civili dei territori annessi o occupati furono compiuti in base a “una ben ponderata politica repressiva” come ci rivela una ben nota circolare del generale Roatta del marzo 1942 nella quale si legge: “il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato nella formula dente per dente, ma bensì da quella testa per dente”. A sua volta il generale Robotti, ordinando rastrellamenti a tappeto nel giugno e agosto 1942, indicava queste soluzioni alle truppe dell’XI Corpo d’Armata: “internamento di tutti gli sloveni per rimpiazzarli con gli italiani” e per “far coincidere le frontiere razziali e politiche”: “esecuzione di tutte le persone responsabili di attività comunista o sospettate tali”. Infine, “Si ammazza troppo poco!”. Mi limiterò a un piccolo territorio alle spalle di Fiume e ad un solo mese, luglio del 1942. Nelle borgate di Castua, Marcegli, Rubessi, Viskovo e Spincici furono incendiate centinaia di case e fucilate decine di persone come «avvertimento». Nel Comune di Grobnik, il villaggio di Podhum fu completamente raso al suolo per ordine del prefetto Temistocle Testa. All’alba del 13 luglio, per “vendicare” due fascisti scomparsi il giorno prima da quel villaggio, furono dapprima saccheggiate e poi incendiate 484 case, portati via mille capi di bestiame grosso e 1300 pecore, deportati nei campi di concentramento in Italia 889 persone (412 bambini, 269 donne e 208 uomini anziani) e fucilate altre 108 persone. Uno sterminio. I fascisti italiani, passati al servizio del tedeschi dopo il settembre 1943, continuarono a battersi “per l’italianità” dei territori ceduti al Terzo Reich. Fra tanti sia ricordato l’episodio di Lipa (30 aprile 1944) dove 269 vecchi, donne e bambini sorpresi quel giorno in paese, furono sterminati: parte fucilati, parte rinchiusi in un edificio e dati alle fiamme. Di tali eccidi ce ne furono a centinaia in Istria, nel territorio quarnerino, in Slovenia, in Dalmazia, in Montenegro, ovunque arrivarono i militari fascisti e le altre formazioni inviate da Mussolini. Nei miei scritti ho documentato lo sterminio di 340.000 civili slavi fucilati e massacrati dall’aprile 1941 all’inizio di settembre 1943 nel corso dei cosiddetti “rastrellamenti” ed operazioni di rappresaglia contro le forze partigiane insorte. Ho anche scritto, ma non sono stato il solo in Italia, di altri 100.000 civili montenegrini, croati e sloveni deportati nei capi di concentramento approntati dalla primavera all’estate del 1942 dall’esercito italiano per rinchiudervi vecchi, donne e bambini colpevoli unicamente di essere congiunti e parenti dei “ribelli”. In quei campi disseminati dalle isole di Molat e Rab/Arbe in Dalmazia fino a Gonars nel Friuli ed altri in tutto lo Stivale, morirono di fame, di stenti e di epidemie circa 16.000 persone nel giro di poco più di un anno di deportazione. Tutto questo viene taciuto nella Giornata del Ricordo che si celebra in Italia da una decina d’anni. Si ricordano soltanto le nostre perdite: il dolore dei nostri connazionali costretti a lasciare le terre concesse all’Italia dopo la prima guerra mondiale, il dolore delle famiglie degli infoibati nel settembre 1943 in Istria e nel maggio 1945 a Trieste, Gorizia e Fiume subito dopo l’ingresso delle truppe di Tito. È giusto, è doveroso ricordare foibe ed esodo, le nostre vittime, i nostri dolori, ma non si dovrebbero tacere il contesto storico, le colpe del fascismo che portarono alla sconfitta ed alla perdita di quelle regioni. Non si dovrebbero tacere o volutamente ignorare le vittime delle popolazioni slave oppresse, martoriate e decimate dapprima nel ventennio fascista in Istria ed a Zara, ma soprattutto nella seconda guerra mondiale. Sulla bilancia e nel contesto storico vanno messi, dunque, anche i dolori che noi abbiamo arrecato agli altri.

LA RETORICA E LA CANEA MEDIATICA

In un saggio sul Giorno del Ricordo pubblicato nel 2007, l’autorevole storico italiano Enzo Collotti scrisse sull’argomento parole da non dimenticare, denunciando l’enfatizzazione di «una retorica che non contribuisce ad alcuna lettura critica del nostro passato, né ad elevare il nostro senso civile, ma – cito – alimenta ulteriormente il vittimismo nazionale», dando «ai fascisti e postfascisti la possibilità di urlare la loro menzogna-verità per oscurare la risonanza dei crimini nazisti e fascisti ed omologare in una indecente e impudica par condicio della storia tragedie incomparabili». Collotti condanna in particolare la «canea, soprattutto mediatica, suscitata intorno alla tragedia delle foibe dagli eredi di coloro che ne sono i massimi responsabili», che non permette di «fare chiarezza intorno a un modo reale della nostra storia che viene brandito come manganello per relativizzare altri e più radicali crimini» compiuti dai fascisti. Per Colotti, le vicende delle foibe e dell’esodo ci riportano «alle origini del fascismo nella Venezia Giulia», una regione definita italianissima da chi non vuole accettare la realtà di un territorio multietnico e «trasformato in un’area di conflitto interetnico dai vincitori» della prima guerra mondiale, «incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi», anzi decisi ad estirpare anche con lo spargimento di sangue qualsiasi presenza non italiana. Calpestando le tradizioni della cultura italiana, il fascismo impose alle nuove terre – così come tentò di fare nei territori balcanici occupati nella seconda guerra mondiale – «una italianità sopraffattrice», rivelando il suo volto criminale, suscitando la legittima rivolta di quei popoli e trascinando l’Italia nel dramma della sconfitta. Un dramma di cui non fu vittima, ma protagonista. «I paladini del nuovo patriottismo d’oggi, fondato sul vittimismo delle foibe – cito sempre Collotti – farebbero bene a rileggersi i fieri propositi dei loro padri tutelari, quelli che parlavano della superiorità della civiltà e della superiore razza italica». «Che cosa tuttora sa la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo contro le minoranze slovena e croata… addirittura da prima dell’avvento al potere: della brutale sua generalizzazione (…) come parte di un progetto di distruzione dell’identità nazionale e culturale delle minoranze?». E della sciagurata annessione al regno d’Italia di una parte della Slovenia e della Dalmazia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti? Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti insediatisi nel cosiddetto Litorale adriatico, sullo sfondo dei forni crematori della Risiera di Trieste e degli impiccati di via Ghega sempre a Trieste, delle stragi in Istria, nel Quarnero, a Pisino e altrove?

I «LEMBI DELLA PATRIA»

Poco sanno gli italiani perché da dieci anni, nelle scuole e fuori si parla soltanto di foibe e di esodi, di crimini compiuti dagli «slavi», e nulla dei crimini compiuti dai fascisti italiani la cui documentazione è tuttora chiusa negli «armadi della vergogna», insieme ai documenti delle conseguenze pesanti di una guerra scellerata, di una guerra perduta. Lo scotto fu pagato dalle popolazioni delle provincie del confine orientale, le più esposte sui cosiddetti «lembi della Patria». La verità non chiede nulla, soltanto il coraggio di trovarla e dirla. Ma ora per impedirla si chiede una legge che condanni al carcere gli storici indicati da essi come riduzionisti e negazionisti, definiti tali solo perché si battono per far conoscere tutta la verità, insorgendo anche contro chi – con le menzogne – getta il fango sulle stesse vittime italiane – e mi riferisco agli infoibati ed esodati dalle terre perdute per colpa di Mussolini. bisognerebbe smetterla di gonfiare all’infinito, col volgari falsità, il numero di queste nostre vittime e di speculare politicamente oggi sulle tragedie vissute dai nostri fratelli dell’Istria, di Fiume e di Zara. Sì, dico Zara perché in Dalmazia di terra concessa all’Italia nel 1920, c’era soltanto l’enclave di Zara e non tutta la Dalmazia. Perché parlare oggi di Dalmazia italiana? Va bene se si ricorda la cultura italiana seminata da Venezia dal Quattro al Settecento, ma se si vuole alludere alla Dalmazia occupata e annessa da Mussolini dall’aprile 1941 al settembre 1943, allora no, quella non era terra italiana, altrimenti non sarebbe stata messa a ferro e fuoco per spezzarne la resistenza. Basta con l’esaltazione del colonialismo fascista! Basta con le menzogne e le speculazioni sulle tragedie dei nostri fratelli di Zara, di Fiume, del Quarnero ed Istria, senza nascondere le vittime croate, slovene, montenegrine, cioè di quei popoli che, da sempre nostri vicini di casa, vogliono essere nostri amici nell’Unione Europea, con i quali dobbiamo commerciare, costruire ponti comuni, un mondo senza guerre e senza rancori. Basta con le omissioni, con le ricostruzione disinvolte dei fatti letteralmente inventati dalla destra neofascista che sta costruendo una specie di controstoria da tramandare per coprire la vergogna del fascismo, e per rinfocolare le pretese territoriali sulla costa orientale dell’Adriatico.

L’«ERA» MUSSOLINI

Il mio sogno, che non è soltanto il mio, è l’istituzione di una Giornata dei Ricordi, al plurale, nella quale poter unire nei loro dolori italiani e slavi, indicando nel fascismo e nel nazionalismo di ambedue le parti i veri colpevoli delle guerre, delle distruzioni, degli eccidi, delle vendette, e degli esodi del passato, additando in essi i pericoli che incombono sul comune futuro di amicizia e cooperazione. Oggi, quando l’Italia, Slovenia e Croazia stanno insieme nell’Unione europea, quando i confini sono caduti. Ricordiamo che in Slovenia e Croazia vivono ancora trentamila italiani sui quali non devono cadere l’ombra e il peso degli odi del passato. Perché essi, in gran parte discendenti da matrimoni misti e adusi ormai da settant’anni alla convivenza, al plurilinguismo e al multiculturalismo, vanno considerati l’anello che unisce le due sponde dell’Adriatico; essi svolgono e ancor più in futuro sono chiamati a svolgere il doppio ruolo di conservare la cultura e la lingua italiana nella regione istro-quarnerina e di esercitare la funzione di cordone ombelicale fra i paesi confinanti o dirimpettai. Riposta ogni rivendicazione territoriale da parte italiana su Capodistria, Pola, Fiume, Zara eccetera, condannate le colpe dell’imperialismo fascista e le velleità revansciste, ma anche le colpe di coloro che nei giorni burrascosi del settembre 1943 e dell’immediato dopoguerra degli anni Quaranta del secolo scorso scrissero le vergognose pagine delle foibe; ricordando sempre che l’esodo degli italiani dalle terre perdute fu conseguenza di una guerra voluta e perduta dal fascismo, oggi i figli degli esuli e dei rimasti si ritrovano per quello che sempre furono: fratelli. Ma non basta. Gli italiani rimasti sulla sponda orientale dell’Adriatico, per lunghi anni accusati dall’estrema destra italiana di tradimento, indicati come titoisti, potranno restare nel cuore di tutti gli italiani dello Stivale soltanto se si coltiverà l’amicizia con i popoli in mezzo ai quali essi vivono e se saranno rispettati e riconosciuti il loro ruolo e il loro merito di aver mantenuto vive le radici in quelle terre quali cittadini della Slovenia e della Croazia, perpetuando la lingua materna e coltivando l’amore per la madrepatria. Dai massimi vertici negli ultimi tre anni, è stato dato l’esempio da seguire, a cominciare dal vertice dei presidenti sloveno, croato e italiano avvenuto a Trieste nel 2010. Con l’incontro dei presidenti italiano e croato, Napolitano e Josipovic, all’Arena di Pola, nel 2011. Ci sono stati nel 2013 altri due vertici: gli incontri fra Josipovic e Napolitano alla fine di giugno a Zagabria e all’inizio di dicembre a Roma. Napolitano ha auspicato il «superamento di un passato che ha portato purtroppo ingiustizie e sofferenze alle popolazioni dei nostri due Paesi»; Josipovic ha ricordato a sua volta la frattura apertasi nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, che, coinvolgendo italiani esuli e rimasti insieme ai croati (e sloveni), si può considerare ormai rimarginata: «Con il presidente Napolitano – ha detto ancora – abbiamo riconosciuto le sofferenze di entrambi. Ora i nostri rapporti sono diversi». Hanno sempre partecipato i massimi esponenti dell’Unione Italiana, e cioè degli italiani d’oltre confine, i «rimasti» appunto. Per concludere: i circoli della destra filofascista in Italia devono smettere di manipolare la storia per rinfocolare odi e rancori. Basta con le accuse degli estremisti al cosiddetto «sanguinario conquistatore» croato, sloveno e slavo in genere, perché non furono quei popoli ad aggredire e invadere l’Italia nel Quarantuno, né ad occupare larghe fette dell’Italia come fecero le truppe di Mussolini in Jugoslavia fino al settembre 1943. Basta con il fascismo di frontiera, antislavo da sempre, ieri come oggi. Basta con il negazionismo aggressivo del neofascismo che cerca di nascondere i crimini della cosiddetta «era» di Mussolini, il periodo peggiore subito dagli istriani, dai fiumani e dai dalmati. Vogliamo rispetto per quelle terre e per le loro popolazioni che ci insegnano la convivenza basata sul reciproco rispetto delle sofferenze passate e sulla reciproca volontà di costruire un migliore futuro comune. Non possiamo accettare atteggiamenti rancorosi di chiusure al futuro, né cedere a un camuffato neoimperialismo – anche culturale – di ritorno che cerca di essere amnistiato con il Giorno del Ricordo delle foibe e dell’esodo delle terre perdute. Auspico che in avvenire, in una plurale Giornata dei Ricordi non si insista sulla contabilità falsata di esodati e vittime, ma si consideri tutto il male del passato, e si agisca perché non si ripeta in futuro in queste terre e nella stessa Italia quella barbarie che ha fatto parte del lungo «secolo breve» qual è stato il Novecento. * Fonte: Giacomo Scotti, il manifesto

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Giorno del ricordo. Un esercito agguerrito che vuole negare la storia https://www.micciacorta.it/2020/02/giorno-del-ricordo-un-esercito-agguerrito-che-vuole-negare-la-storia/ https://www.micciacorta.it/2020/02/giorno-del-ricordo-un-esercito-agguerrito-che-vuole-negare-la-storia/#respond Sun, 09 Feb 2020 07:42:25 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25961 Ci risiamo. La ricorrenza del 10 febbraio – il cosiddetto “Giorno del ricordo”, istituito con legge “bipartisan” Berlusconi imperante (l. n. 92 del 3 marzo 2004) – eccita gli animi, in modo ogni anno più parossistico

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Ci risiamo. La ricorrenza del 10 febbraio – il cosiddetto “Giorno del ricordo”, istituito con legge “bipartisan” Berlusconi imperante (l. n. 92 del 3 marzo 2004) – eccita gli animi, in modo ogni anno più parossistico: è il primo paradossale risultato di quella legge sciagurata, che in nome della “pacificazione” e delle “memorie condivise” ha prodotto l’opposto effetto. Com’era ovvio, perché le memorie degli uni non solo non si pareggiano con quelle degli altri, ma, al contrario, emergono con rinnovato sentimento oppositivo. Gli eredi, biologici o politici, dei fascisti occupanti la Jugoslavia negli anni ‘40, autori di stragi inaudite, di devastazioni e vessazioni ai danni della popolazione locale, non sembrano più in cerca di una semplice (e impossibile) autoassoluzione per il loro ruolo di carnefici, ma ormai si propongono, con crescente protervia, nei duplici panni di vittime, e, addirittura, di «eroi». Si vedano gli annunci di iniziative delle associazioni degli esuli istriani e dalmati, o di circoli neofascisti, in cui ricorre accanto o invece del termine «martiri» quello appunto di «eroi»: gli eroi delle foibe. Ecco, i neofascisti: chiamiamoli come preferiamo, ma qui siamo in presenza di un eccezionale rigurgito di fascismo aggressivamente «nostalgico». Tra la legalità garantita da una Costituzione democratica e l’illegalità di azioni che quella stessa Legge contrasta, i fascisti del terzo millennio, e i loro amici e sodali, stanno cavalcando «le foibe» in un disegno politico-ideologico davanti al quale la cultura democratica e la ricerca storica appaiono in disarmo, capaci al massimo di flebili voci di protesta. Vediamo in campo, da un lato, un esercito agguerrito e all’attacco, e dall’altro un esercito in rotta o in disarmo. Più spazio viene lasciato, a proposito della questione del «Confine orientale», alla destra, meno spazio rimane non per la sinistra, ma per la ricerca della verità e la sua difesa. E di anno in anno lo squilibrio fra i due eserciti si aggrava, in una sostanziale indifferenza della cosiddetta opinione pubblica democratica. Ora siamo ad un paradosso: la destra, quella più becera e ignorante, nell’ormai antica pretesa di impartire lezioni di metodo storico, ha compiuto un’operazione indubbiamente degna di attenzione: ha sottratto all’arsenale sia della metodologia della storia, sia della cultura democratica, una parola che finora esprimeva una certo concetto, ma ora non più. La parola è «negazionismo». Nei manuali di metodologia della ricerca storica, si indica con questo «ismo» una delle forme estreme del revisionismo in tema di campi di sterminio nazista, quello che precisamente nega se non la loro esistenza, la loro funzione sterminazionista, cercando spiegazioni (risibili) per le camere a gas e i forni crematori: insomma nega il progetto genocidario del lager nazista. Ora capita che la destra che sta costruendo proprio disegno egemonico, dai tanti aspetti, si sia impadronita della parola, rovesciandone in certo senso il concetto, facendolo trapassare dal campo democratico-antifascista a quello opposto. E con un cortocircuito, facilitato dalla vicinanza tra il 27 gennaio e 10 febbraio e dalla stessa terminologia (Giorno della memoria, (Giorno del ricordo), foibe e lager vengono avvicinati, poi sovrapposti e infine confusi, generando una cappa di nuvolaglia graveolente, sotto la quale si agitano i professionisti della «verità politica», che nulla ha a che spartire con la verità storica. Davide Conti ha parlato su questo giornale di «populismo storico»: la formula è efficace, ma andrebbe corretta in «populismo storiografico», in quanto il chiacchiericcio mediatico, accanto a iniziative di politici e di amministratori, pretende di far scaturire come verità quello che «la gente» anela sentirsi dire, dopo essere stata opportunamente manipolata. E tutto questo con una crescente aggressività che vede presi a bersagli i pochi studiosi autentici del tema, compresi coloro che hanno lavorato in modo discreto cercando di non schierarsi troppo esplicitamente. Interdizioni, minacce, impedimenti opposti a quanti, singoli o associazioni, provano a fare onestamente il proprio lavoro: il populismo storiografico mescola le carte, dà non solo per acquisite, ma per scontate pseudo-verità, e si appella ai sentimenti di un nuovo pseudo-patriottismo, che dovrebbe interpretare in modo «spontaneo» i sentimenti diffusi, il senso comune, il pensiero della gente della strada, divenuta, non si sa in base a quale principio, depositaria delle «verità nascoste» (ovviamente dai comunisti) delle foibe. E la storiografia, quella vera, arretra, tace, balbetta. Mentre dovrebbe sfoderare tutte le sue armi, e chiamare l’intero mondo intellettuale a propria tutela, e non esitare a pretendere dal ceto politico l’abrogazione di quella legge, generatrice di menzogne e, come stiamo vedendo, di un clima persecutorio. * Fonte: Angelo D'Orsi, il manifesto

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Foibe e fascismo, la riscrittura della storia delle destre nostalgiche https://www.micciacorta.it/2020/02/foibe-e-fascismo-la-riscrittura-della-storia-delle-destre-nostalgiche/ https://www.micciacorta.it/2020/02/foibe-e-fascismo-la-riscrittura-della-storia-delle-destre-nostalgiche/#respond Sat, 08 Feb 2020 10:47:52 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25958 Lunedì prossimo a Trieste per il «giorno del ricordo» arrivano nel sacrario dell’eccidio Gasparri, Meloni, Salvini e le loro truppe. Un convegno sul Narodni Dom attribuisce agli sloveni l’incendio fascista

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TRIESTE. C’era stato il grande Concerto dell’Amicizia con il maestro Muti in Piazza Unità a Trieste, con il presidente Napolitano fianco a fianco, per la prima volta, con i presidenti di Slovenia e Croazia. Assieme, avevano voluto testimoniare «la ferma volontà di far prevalere quel che oggi ci unisce su quel che ci ha dolorosamente diviso in un tormentato periodo storico». Era il 2010 e sembrava che finalmente tutti avessero capito che questa è una terra mistilingue dove si vuole, e si può, vivere in pace. La frontiera è luogo privilegiato di scambi, di commistioni, di arricchimento reciproco: questo andrebbe ricordato e tutelato sempre. Invece, anno dopo anno e con furia crescente, in Italia si è cominciato a tentare di riscrivere la storia e di rialzare i muri. NON C’È CONTESTO, non c’è rispetto per la storia ma è un canto di sirene che sta diventando mainstream. Il risultato è che sono sempre di più quei connazionali che non sanno nulla di cosa sono state le guerre di occupazione italiane, dalle colonie alle conquiste “imperiali” fino alla Jugoslavia, quelli che pensano che nei campi di sterminio sono stati mandati soltanto gli ebrei e soltanto da quei pazzi dei nazisti tedeschi e sempre di più quelli che cominciano a dare per scontato che nelle foibe del Carso ci siano davvero i resti violati di decine di migliaia di «italiani solo perché italiani» e che tutti gli italiani d’Istria siano dovuti scappare per non essere infoibati dalle orde slavo-comuniste. Finisce così che non solo si tradisce la verità ma si fanno crescere nostalgiche ideologie revansciste pericolose per ogni vivere civile, come il secolo breve dovrebbe avere insegnato. MA VALLO A SPIEGARE a chi pensa di costruirsi un successo politico gridando «Italia!» mentre guarda verso Fiume con la mano appoggiata sulla testa della statua di D’Annunzio messa in una delle più belle piazze di Trieste (architettonicamente proprio asburgica, se si volesse guardare). E adesso, alle cerimonie per il «giorno del ricordo» lunedì prossimo, con l’effetto scenografico del Sacrario alla foiba di Basovizza, arriva a Trieste un tris d’assi: Maurizio Gasparri, Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Difficile non immaginare che si sentirà odore di intolleranza e contrapposizione interetnica, il contrario di quel che sarebbe necessario e giusto. SAREBBE NECESSARIO chiedersi perché quando si onorano le vittime del nazifascismo si pensa al superamento dei conflitti e alla pace mentre le vittime delle foibe sono onorate con tricolori teschiati, saluti romani e tutto l’armamentario tipico del suprematismo da sempre guerrafondaio. Meglio non si potrebbe fare per far suonare un nuovo campanello d’allarme in Slovenia e in Croazia. Meglio non si potrebbe scegliere per ferire ancora una volta gli sloveni, ma anche quei triestini che qui vivono da sempre. INTANTO IN CONSIGLIO regionale la maggioranza leghista propone una legge che affida la diffusione della conoscenza delle foibe e dell’esodo istriano esclusivamente alla Lega Nazionale, al Comitato 10 febbraio e a un paio di associazioni degli esuli istriani (si accettano scommesse per quale rappresenta con maggior vigore la destra nazionalista). Come dire che solo l’oste può dichiarare la bontà del proprio vino. Il massimo che riesce a fare l’opposizione piddina è chiedere che si possa aggiungere qualcuno che di mestiere studia e insegna la storia ma i sodali di Fedriga sono irremovibili. SULLA TORTA DI QUESTO 10 febbraio del ricordo, a 75 anni dalla fine della guerra, c’è una ulteriore ciliegina, non bastasse il terzetto di parlamentari presenti a Basovizza, inevitabilmente attorniati da molteplici divise e gonfaloni, compreso quello della X Mas che ormai da mesi fa la spola tra Trieste e Gorizia. Il Comune del capoluogo giuliano ha pensato bene di patrocinare un Convegno che presenterà un vero scoop: il Narodni Dom, la casa degli sloveni dei croati e dei cechi di Trieste che ospitava in un unico grande edificio l’albergo Balkan, le banche, le sedi delle associazioni e delle organizzazioni sportive e culturali, la biblioteca ecc, incendiato dai fascisti capeggiati da Francesco Giunta nel luglio del 1920, in realtà sarebbe stato dato alle fiamme … dagli sloveni. Non c’è limite allo scempio. Ma questa iniziativa, ospitata in una sala pubblica e pubblicizzata dalle locandine fatte pubblicare dal Comune, è proprio paradossale: il 13 luglio prossimo, a cento anni esatti dall’incendio, alla presenza del nostro presidente della Repubblica Mattarella e del presidente Sloveno Borut Pahor si terrà la cerimonia di restituzione alla comunità slovena dell’edificio, per diritto di proprietà e per correttezza storica «viste le ottime relazioni bilaterali ed i forti legami sul piano politico economico e culturale e le amichevoli relazioni contraddistinte da un elevato livello di cooperazione», come recita il comunicato ufficiale. EFFETTIVAMENTE È da un bel po’ che a questo confine orientale d’Italia sarebbe il caso di prestare attenzione perché vien da pensare che c’è qualcuno che rimesta nel torbido. * Fonte: Marinella Salvi,  il manifesto

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La memoria corta dell’Italia sulle foibe https://www.micciacorta.it/2019/02/la-memoria-corta-dellitalia-sulle-foibe/ https://www.micciacorta.it/2019/02/la-memoria-corta-dellitalia-sulle-foibe/#respond Sun, 10 Feb 2019 10:04:00 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25224 I politici di turno si sono impossessati di una questione di forte impatto emotivo per alterare la storia e la memoria e sfruttare la credulità di una opinione pubblica anestetizzata dalla retorica patriottarda

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A poco più di due settimane dal giorno della Memoria in ricordo della Shoah, gli italiani sono chiamati a celebrare con il giorno del Ricordo l’orrore e la tragedia delle Foibe. In entrambi i casi come vittime, ma in entrambi i casi come vittime non innocenti. Se nello sterminio degli ebrei furono complici dei nazisti, nel caso delle foibe furono coinvolti da un insieme di circostanze più complesse, che solo la memoria corta degli italiani e l’ipocrisia di buona parte della classe dirigente hanno espulso dalla memoria collettiva. Già altre volte abbiamo sottolineato le responsabilità del regime fascista nella snazionalizzazione degli sloveni e dei croati che dopo il 1918 vennero a trovarsi entro i confini dello stato italiano. Nel 1941 l’aggressione dell’Italia alla Jugoslavia e l’annessione violenta della provincia di Lubiana a Regno d’Italia contribuirono in modo decisivo alla dissoluzione dello stato Jugoslavo e alla apertura della fase storica che sfociò nella Jugoslavia di Tito. In ciascuna di queste fasi le autorità politiche e militari italiane, al di là di ogni problema geopolitico, si mossero nel presupposto che le popolazioni slave rappresentassero, come ebbe a dire nessun altri che Mussolini, una razza inferiore e barbara nei cui confronti fosse possibile e lecito imporre il pugno duro e purificatore dei dominatori. Le foibe si inseriscono in questo contesto e nella spirale di violenze che fecero seguito. Al di fuori di questo quadro non c’è la possibilità di comprendere le ragioni degli orrori dei quali parliamo e dei quali rischiamo di tornare a rimanere vittime. Nessuna menzogna potrebbe capovolgere questa realtà della storia o avvelenare la nostra memoria, impedendo la consapevolezza e le nefandezze di un passato che avremmo potuto considerare ormai alle nostre spalle. Se così non è dobbiamo tornare a riflettere sulla superficialità con la quale i politici di turno si sono impossessati di una questione di forte impatto emotivo per alterare la storia e la memoria e sfruttare la credulità di una opinione pubblica anestetizzata dalla retorica patriottarda. A pensarci bene la questione delle foibe serve a coprire il vuoto di consapevolezza a decenni di distanza della vera realtà della sconfitta del Paese, ma anche della capacità della popolazione di rialzare la testa e di affrontare i sacrifici che hanno consentito la ricostruzione. Mettere al centro dell’attenzione le foibe non serve a sottolineare le offese subite ma a perpetuare uno sterile vittimismo che non contribuisce a fare i conti mancati con il passato, ma neppure a consolidare il consenso a questa nostra democrazia minacciata da tante insidie. Una di queste è la negazione della verità che mistifica la menzogna e alimenta l’ipocrisia. L’enfatizzazione delle foibe ha ritardato la riconciliazione con le vicine popolazioni slave, ha reso più difficile la cicatrizzazione delle ferite della guerra, ha oscurato i drammi veri delle popolazioni costrette a lasciare le loro case e la loro terra, le uniche che abbiano pagato per tutti gli italiani le malefatte di un regime criminale senza che ci siano stati gesti ufficiali da parte dello Stato democratico di rottura e di risarcimento nei confronti di un passato da condannare senza riserve. La prassi tutta italiana di coprire con l’oblio passaggi storici che avrebbero meritato un forte impegno di autocritica e di verità in questo, come in tanti altri casi, si è alleata alla rimozione di memorie scomode e allo loro banalizzazione. L’orrore delle foibe deve servire a richiamarci periodicamente alle nostre responsabilità storiche e non certo a rinnovare il rito del nostro vittimismo. E alla fine spiace constatare che il presidente della Repubblica Mattarella non condivida questa per noi ovvia conclusione. * Fonte: Enzo Collotti, IL MANIFESTO Foto: Dans [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], da Wikimedia Commons

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Giorno del ricordo sulle foibe per dimenticare i crimini del fascismo https://www.micciacorta.it/2019/02/giorno-del-ricordo-sulle-foibe-per-dimenticare-i-crimini-del-fascismo/ https://www.micciacorta.it/2019/02/giorno-del-ricordo-sulle-foibe-per-dimenticare-i-crimini-del-fascismo/#respond Wed, 06 Feb 2019 10:40:46 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25211 I mancati conti col nostro passato fascista e l'assenza di una ridefinizione della complessità storica, fanno sì che le foibe vengano presentate come «pulizia etnica» o come violenza perpetrata contro gli italiani in quanto tali

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Sono collocati da tempo al centro del dibattito in Italia, e non solo, l’uso politico della storia, la formulazione di leggi memoriali ad hoc e il tema, già discusso in Parlamento, di una codificazione normativa. Codificazione che si proporrebbe di sanzionare giuridicamente veri o presunti «negazionisti», determinando una torsione del senso del passato schiacciata sulla misura minuta del quotidiano. Un processo di questa natura comporta una semplificazione dei termini della complessità storica che, in ultima istanza, pone una questione di grande rilievo sul piano della memoria e dell’identità stessa della nostra società. Da un quindicennio attorno al Giorno del ricordo si consuma un conflitto storico-memoriale che in alcuni casi ha finito per esorbitare nella dimensione politico-diplomatica (basti pensare all’aspra polemica tra il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l’allora Presidente del consiglio croato Stipe Mesic e lo scrittore italo-sloveno Boris Pahor). Questo conflitto è caratterizzato da un non detto pubblico relativo all’eredità fascista dell’Italia post-bellica che impedisce, di fatto, una completa ricostruzione ed un compiuto conferimento del senso della storia consumatasi sul nostro confine orientale e sfociata nelle violenze subite dagli italiani in quelle terre prima nel 1943, dopo lo sbando dell’8 settembre, e poi nel 1945. Quanti conoscono in Italia il generale Mario Roatta e le misure di repressione di civili e partigiani jugoslavi riassunte nella sua «Circolare 3 C»? quanto l’opinione pubblica viene resa edotta della condotta del «governatore del Montenegro» Alessandro Pirzio Biroli, del generale Mario Robotti, per il quale in Jugoslavia «si ammazza troppo poco», o del generale Gastone Gambara che nel 1942 scriveva «logico e opportuno che campo di internamento non significhi campo di ingrassamento»? Quanti sanno che delle migliaia di «presunti» criminali di guerra italiani inseriti nelle liste delle Nazioni Unite alla fine del conflitto nessuno venne processato in Italia o all’estero? Il mito degli «italiani brava gente» ha ragion d’essere di fronte alla consolidata storiografia che ormai da decenni ha ricostruito documentalmente i crimini di guerra del regio esercito e delle formazioni fasciste? Fu Mussolini stesso, d’altro canto, il 22 settembre 1920 a Pola, ad anticipare ciò che sarebbe accaduto «di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara non si deve seguire la politica che da lo zuccherino, ma quella del bastone […]credo che si possano più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani». I mancati conti col nostro passato fascista, dunque, impediscono di dare compiuta attuazione alle stesse disposizioni del Giorno del ricordo che si propone da un lato di «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe e dell’esodo» e contestualmente di affrontare «la più complessa vicenda del confine orientale». Senza una ridefinizione della complessità storica le foibe vengono presentate come «pulizia etnica» o come violenza perpetrata contro gli italiani in quanto tali. In realtà l’Esercito Popolare di Liberazione comandato da Josif Broz Tito combatté contro tutti gli eserciti di occupazione e contro tutti i loro collaborazionisti, indipendentemente dalla loro nazionalità: gli ustascia croati, i cetnici serbi, i domobranci sloveni, i nazisti tedeschi ed i fascisti italiani. E sostenne quella lotta di liberazione con al fianco migliaia di soldati italiani unitisi alle formazioni partigiane dopo l’armistizio. Contestualmente un gran numero di jugoslavi deportati in Italia nei campi di internamento dopo l’8 settembre si unirono ai partigiani italiani nella Lotta di Liberazione Nazionale da cui è nata la Costituzione della Repubblica. L’uso strumentale delle drammatiche vicende del confine orientale e delle foibe ha trovato espressione, nella cronaca politica, negli scomposti attacchi del ministro dell’Interno all’Anpi e nel paradossale voto della commissione Cultura della Camera che, indice del grado di erosione democratica del nostro tempo, vorrebbe impedire all’associazione dei partigiani, che il Parlamento riaprirono dopo il terrore del ventennio fascista, di parlare nelle scuole pubbliche del confine italo-jugoslavo durante la seconda guerra mondiale. Di quella storia invece è indispensabile parlare. Rosario Bentivegna, comandante dei Gap a Roma e combattente in Jugoslavia, insisteva sempre nel dire «più ancora di ciò che abbiamo fatto noi partigiani si deve parlare di ciò che è stato il fascismo. Solo così sarà possibile seppellirlo per sempre». * Fonte: Davide Conti, IL MANIFESTO   foto: Autore sconosciuto [Public domain], via Wikimedia Commons

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Le foibe e la memoria. La lunga marcia del revisionismo storico https://www.micciacorta.it/2018/02/le-foibe-la-memoria-la-lunga-marcia-del-revisionismo-storico/ https://www.micciacorta.it/2018/02/le-foibe-la-memoria-la-lunga-marcia-del-revisionismo-storico/#respond Sat, 10 Feb 2018 09:48:07 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24106 Il revisionismo ha compiuto una lunga marcia, a partire dagli anni Sessanta, tra Francia, Germania, Italia, essenzialmente. In Italia ha riscosso notevole fortuna, e ha riguardato essenzialmente la vicenda del comunismo e del fascismo: alla squalificazione del primo, ha corrisposto, in contemporanea, il recupero del secondo. Il processo ricevé una formidabile accelerazione con «la caduta […]

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Il revisionismo ha compiuto una lunga marcia, a partire dagli anni Sessanta, tra Francia, Germania, Italia, essenzialmente. In Italia ha riscosso notevole fortuna, e ha riguardato essenzialmente la vicenda del comunismo e del fascismo: alla squalificazione del primo, ha corrisposto, in contemporanea, il recupero del secondo. Il processo ricevé una formidabile accelerazione con «la caduta del Muro», e l’immediata sentenza di morte autoinflittasi dal Partito comunista, quando si accettò non soltanto il terreno dell’avversario ma la sua tesi di fondo: la intima natura maligna, del comunismo. Tale revisionismo estremistico toccò punte clamorose dopo l’avvento di Berlusconi, e lo «sdoganamento» della destra «postfascista» e il suo ingresso in area governativa. Il giudizio riduttivo sulla Resistenza, la banalizzazione e la successiva demonizzazione del partigianato, in specie comunista, l’equiparazione tra repubblichini e combattenti per la libertà, la retorica della memoria condivisa, e così via, condussero alla celebrazione del «sangue dei vinti». Il revisionismo giungeva così alla sua fase estrema, il «rovescismo». E qui si pone la «questione foibe», lanciata da un programma televisivo nei primi anni ‘90. Una vicenda drammatica della storia dell’Europa che tentava di risollevarsi dalla catastrofe della guerra scatenata dal nazifascismo, finiva in show ma, nella disattenzione degli apparati culturali della democrazia, generava rilevanti esiti politici e persino giuridici. Da capitolo della storia la foiba diventava un marchio propagandistico: il luogo, il simbolo, la bandiera da agitare in ogni situazione, come in passato si fece con l’Ungheria del 1956, o la Cecoslovacchia del 1968. La foiba fu il nome del martirio subìto da centinaia, migliaia, decine di migliaia (l’andamento delle cifre è grottesco) di italiani «colpevoli solo di essere italiani». Non si vuole sottovalutare la questione dell’esodo forzoso dei connazionali dalle terre del Nord-Est, che comunque va tenuta distinta da quella delle foibe. In passato, studiosi come Enzo Collotti e Giovanni Miccoli ci misero in guardia però dalla necessità di non sottovalutare il nesso tra foibe e risposta ai crimini del fascismo. Ma già da allora apparve difficile opporsi all’«operazione foibe». La foiba diventò un tabù: l’invito a riconsiderare scientificamente il problema veniva bollato con l’etichetta di «negazionismo». E nelle foibe venivano affossate le colpe della nazione italiana, che anzi ne usciva con una sorta di lavacro che le restituiva l’innocenza. La foiba diventava, al contrario, il trionfale verdetto sulle irredimibili colpe del comunismo. La storia, invece, che ci dice? Che il 1945, con le sue tragedie e le sue atrocità, fu la conseguenza di una politica italiana all’insegna di un razzismo antislavo (la «barbarie» di quella gente), fin dalla stessa origine del Regno dei serbocroati e degli sloveni, verso la fine della Grande guerra. Nell’Italia dannunziana la «Vittoria mutilata», l’impresa fiumana, furono base culturale dell’ondata antislava, che giunto Mussolini al potere, sedimentò nella pretesa di sottoporre la Jugoslavia al «protettivo» controllo italiano, tanto meglio se si fosse potuto frammentare l’unità di quei popoli faticosamente raggiunta. Il fascismo non arretrò davanti alla pulizia etnica, che nella Seconda guerra assunse le tinte fosche di una violenza inaudita, nella quale gli italiani fascisti non furono inferiori ai tedeschi nazisti. Noi fingiamo di dimenticarlo, o semplicemente lo ignoriamo; ma come si poteva pretendere che quei popoli dimenticassero? Le foibe, di cui si è volutamente e grottescamente esagerato numero e portata, sono la risposta jugoslava: e i primi a servirsi di quelle cavità per i «nemici» peraltro furono gli italiani. E il più delle volte erano tombe naturali in cui in guerra si dava sepoltura ai morti, sia le vittime di combattimenti, sia persone giustiziate, accusate di crimini di guerra: in quella situazione vi furono probabilmente anche innocenti infoibati. Ma ridurre tutta la vicenda a questo è esempio di profonda disonestà intellettuale e di un pesante uso politico della storia, tanto meglio se i fatti vengono direttamente «adattati» all’obiettivo perseguito. Che fu più chiaro, con l’istituzione, nel marzo 2004 (II governo Berlusconi), con voto condiviso dal centrosinistra, di una legge istitutiva del «Giorno del ricordo» («dell’esodo degli italiani dalle terre dalmato-giuliane dei “martiri delle foibe”»). Sabato 10 febbraio ne discutiamo in un convegno a Torino. In proposito mi limito qui a ricordare quanto scrisse un testimone d’eccezione, Boris Pahor, che giudicò che quella legge «monca, unilaterale, parla del ricordo italiano, tralascia il ricordo altrui», ossia della parte jugoslava, specificamente slovena, che ha subìto un’ampia gamma di crimini e nefandezze da parte italiana. FONTE: Angelo d’Orsi, IL MANIFESTO

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Torino non ferma i cortei dei gruppi neofascisti nel Giorno del ricordo https://www.micciacorta.it/2018/02/torino-non-ferma-cortei-dei-gruppi-neofascisti/ https://www.micciacorta.it/2018/02/torino-non-ferma-cortei-dei-gruppi-neofascisti/#respond Sat, 10 Feb 2018 09:39:38 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24101 Foibe. Respinto l’appello Anpi. Il comune nega il patrocinio al convegno dell’università

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TORINO. Via libera ai cortei dei neofascisti a Torino nel Giorno del ricordo. Respinto così l’appello dell’Anpi locale a prefetto, questore e sindaca affinché non autorizzassero le manifestazioni di Forza Nuova e CasaPound «in un momento particolarmente delicato della vita del Paese». Richiesta rilanciata da Pd, Liberi e uguali e Potere al popolo. «L’autorità di pubblica sicurezza può comprimere il diritto costituzionale a manifestare pubblicamente solo per gravi motivi di ordine pubblico, che al momento non sussistono», ha tagliato corto il prefetto Renato Saccone. «Vigileremo e denunceremo qualsiasi atto o comportamento che sia posto in violazione della legge contro il fascismo e il razzismo», ha precisato. La sindaca Chiara Appendino aveva espresso «solidarietà e vicinanza» all’appello dell’Anpi «pur non avendo competenze per vietare il corteo». L’amministrazione pochi giorni fa aveva, invece, negato il patrocinio al convegno storico «Giorno del ricordo. Un bilancio»: era promosso dalla rivista Historia Magistra e dall’onlus Jugocoord, introdotto dal professor Angelo D’Orsi. L’iniziativa non si svolgerà più al museo dell’ex carcere Le Nuove ma al Caffé Basaglia (via Mantova 34), dalle ore 10 di questa mattina, e vi parteciperà il vicesindaco di Torino Guido Montanari a nome della giunta, che ha, poi, rivisto la sua posizione dopo una (probabilmente) frettolosa scelta di sfilarsi dall’appuntamento in seguito a un’uscita dell’ex senatore Maurizio Gasparri che aveva dichiarato: «È l’ennesimo tentativo giustificazionista con l’intento di ribaltare verità storiche». L’obiettivo del convegno sarà quello di analizzare, sul piano di una corretta metodologia storiografica e politologica, gli effetti della istituzione del Giorno del ricordo e del suo inserimento tra le feste civili della Repubblica. Quella delle foibe è una tragica vicenda; viene ormai stabilmente raccontata dai media in una versione parziale e italocentrica, ma richiede, al contrario, il riconoscimento della complessità del contesto. Parteciperanno Alessandro Sandi Volk, Marco Barone, Bruno Segre, Nicola Lorenzin, Davide Conti, Claudia Cernigoi, Alessandra Kersevan e Gabriella Manelli. A soli sette chilometri di distanza, nel tardo pomeriggio, si svolgeranno in corso Cincinnato, nei pressi del villaggio degli esuli giuliano-dalmati, due cortei in memoria dei martiri delle foibe organizzati da CasaPound e Forza Nuova. Quest’ultima, che ha dimostrato ripetuta vicinanza nei confronti di Luca Traini dopo i fatti di Macerata, ha esultato sui social: «Con buona pace dell’Anpi, noi ci saremo. Forti, fieri e disciplinati a commemorare il sacrificio dei nostri connazionali vittime dell’odio partigiano». Alle 15, un’ora prima del raduno neofascista, sempre in corso Cincinnato, militanti antifascisti dei Vallette e Lucento sfileranno in corteo «contro ogni fascismo», una manifestazione promossa all’interno di una due giorni contro la strumentalizzazione del Giorno del ricordo. Ieri, a rinfocolare un clima già teso, ci ha pensato Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, che, dopo aver fatto visita alla lapide dedicata ai martiri delle foibe di corso Cincinnato, ha voluto bacchettare il direttore del Museo Egizio per i biglietti agevolati rivolti alle coppie arabe. «Questa è discriminazione al contrario», ha detto Meloni. Il direttore Christian Greco è sceso in strada per replicare: «State strumentalizzando il museo a fini politici. L’Egizio è di tutti, cerco solo di avvicinare le persone alla cultura. Noi le agevolazioni le facciamo per tutti: manifesterete anche perché giovedì faremo entrare gli studenti a quattro euro?». FONTE: Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

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Predrag Matvejevic: dove ebbero inizio le Foibe https://www.micciacorta.it/2017/02/foibe-la-dignita-un-dolore-corale/ https://www.micciacorta.it/2017/02/foibe-la-dignita-un-dolore-corale/#respond Sat, 11 Feb 2017 08:44:42 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22978 Intervista a Predrag Matvejevic . Polemiche tendenziose ripetute ogni anno su un crimine che in realtà ebbe inizio nel 1920

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“Certo che bisogna tornare sulle foibe, ogni volta, ogni anno”. A dieci anni esatti dall’istituzione del Giorno del Ricordo, il bilancio di Predrag Matvejevic è ancora una volta critico e insiste a “ricordare tutti i ricordi”. Nel 2004 un’iniziativa revisionista storica della destra post-fascista, riciclata e diventata di governo ed elettoralmente candidabile grazie a Silvio Berlusconi, portò a buon fine la sua battaglia negazionista del passato di crimini italiani nell’ex Jugoslavia. Centrando l’obiettivo di ridurre la prospettiva all’ultimo, infausto periodo, delle responsabilità slave. A questo punto di vista tutto l’arco costituzionale s’inchinò. Favorendo negli anni processi cosiddetti culturali – fiction, cerimonie, opere teatrali – di rimozione della verità storica. Su questo abbiamo voluto ancora una volta ascoltare per i lettori del manifesto il grande scrittore dell’asilo e dell’esilio, l’autore di Breviario mediterraneo – per citare solo una delle sue opere – che ama ancora definirsi jugoslavo. “A proposito di storia, che vergogna che qui, in Croazia, la Chiesa che ha così gravi responsabilità nella connivenza con il nazifascismo e con l’ideologia ustascia, abbia praticamente disertato due settimane fa le celebrazioni del Giorno della Memoria” ci dichiara subito Predrag Marvejevic. D. Sono passati dieci anni dall’istituzione di questa Giornata da parte delle istituzioni italiane, che ha sempre visto la protesta dei nostri storici democratici. Che bilancio va fatto? R. Intanto che non bisogna smettere di raccontare la verità. André Gide diceva: “Bisogna ripetere…nessuno ascolta”. Ognuno, soprattutto in questa epoca sembra chiuso nella propria sordità. Il bilancio non è positivo, se a celebrare il Giorno della memoria alla Risiera di San Sabba, il lager nazista al confine tra due popoli, accorrono anche post-fascisti abili a cancellare i crimini del fascismo italiano nelle terre slave. E ogni anno abbondano fiction e rappresentazioni che invece di raccontare il pathos collettivo che riguarda almeno due popoli, riducono tutto, nella forma e nei contenuti, alla sola tragedia delle vittime italiane. Ho scritto sulle vittime delle foibe anni fa in ex Jugoslavia, quando se ne parlava poco in Italia. Ero criticato. Ho avuto modo di sostenere gli esuli italiani dell’Istria e della Dalmazia (detti “esodati”). L’ho fatto prima e dopo aver lasciato il mio paese natio e scelto, a Roma, una via “fra asilo ed esilio”. Continuo anche ora che sono ritornato a Zagabria. Condivido il cordoglio italiano, nazionale e umano, per le vittime innocenti. Credevo comunque che le polemiche su questa tragedia, spesso unilaterali e tendenziose, fossero finite. Invece si ripetono ogni anno, sempre più strumentalizzate. D. C’è qualche episodio particolare di strumentalizzazione che ricorda? R. Voglio ricordare il caso del 2008 dello scrittore di confine, il grande Boris Pahor. Ecco uno scrittore che ha fatto della coralità del dolore la sua materia, e infatti ha raccontato la tragedia dei crimini commessi dai fascisti in terra slava e il lascito di odio rimasto. Di fronte all’onorificenza che nel gli offriva il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, insorse dichiarando che avrebbe detto no, l’avrebbe rifiutata, se dalla presidenza italiana non arrivava una chiara presa di posizione contro i silenzi sugli eccidi perpetrati da Mussolini. D. Che cosa fu in realtà il crimine delle Foibe? R. Sì, le foibe sono un crimine grave. Sì, la stragrande maggioranza di queste vittime furono proprio gli italiani. Ma per la dignità di un dolore corale bisogna dire che questo delitto è stato preparato e anticipato anche da altri, che non sono sempre meno colpevoli degli esecutori dell’ “infoibamento”. La tragica vicenda è infatti cominciata prima, non lontano dai luoghi dove sono stati poi compiuti quei crimini atroci. Il 20 settembre 1920 Mussolini tiene un discorso a Pola (non certo casuale la scelta della località). E dichiara: “Per realizzare il sogno mediterraneo bisogna che l’Adriatico, che è un nostro golfo, sia in mani nostre; di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara”. Ecco come entra in scena il razzismo, accompagnato dalla “pulizia etnica”. Gli slavi perdono il diritto che prima, al tempo dell’Austria, avevano, di servirsi della loro lingua nella scuola e sulla stampa, il diritto della predica in chiesa e persino quello della scritta sulla lapide nei cimiteri. Si cambiano massicciamente i loro nomi, si cancellano le origini, si emigra… Ed è appunto in un contesto del genere che si sente pronunciare, forse per la prima volta, la minaccia della “foiba”. E’ il ministro fascista dei Lavori pubblici Giuseppe Caboldi Gigli, che si era affibbiato da solo il nome vittorioso di “Giulio Italico”, a scrivere già nel 1927: “La musa istriana ha chiamato Foiba degno posto di sepoltura per chi nella provincia d’Istria minaccia le caratteristiche nazionali dell’Istria” (da “Gerarchia”, IX, 1927). Affermazione alla quale lo stesso ministro aggiungerà anche i versi di una canzonetta dialettale già in giro: “A Pola xe l’Arena, La Foiba xe a Pisin”, che ha fatto bene a ricordare su Il Manifesto nei giorni scorsi Giacomo Scotti nel suo saggio. Le foibe sono dunque un’invenzione fascista. E dalla teoria si è passati alla pratica. L’ebreo Raffaello Camerini, che si trovava ai “lavori coatti” in questa zona durante la seconda guerra mondiale ha testimoniato nel giornale triestino Il Piccolo (5. XI. 2001): “Sono stati i fascisti, i primi che hanno scoperto le foibe ove far sparire i loro avversari”. La vicenda “con esito letale per tutti” che racconta questo testimone, cittadino italiano, fa venire brividi. D. Come è vissuto il Giorno del Ricordo nell’ex Jugoslavia, quali “ricordi” reali va a risvegliare? R. La storia (con la S maiuscola) potrebbe aggiungere alcuni altri dati poco conosciuti in Italia. Uno dei peggiori criminali dei Balcani è certamente il duce (poglavnik) degli ustascia croati Ante Pavelic. E il campo di Jasenovac è stato una Auschwitz in formato ridotto, con la differenza che lì il lavoro micidiale veniva fatto “a mano”, mentre i nazisti lo facevano in modo “industriale”. Aggiungiamo che quello stesso criminale Pavelic con la scorta dei suoi più abietti seguaci, poté godere negli anni trenta dell’ospitalità mussoliniana a Lipari, dove ricevevano aiuto e corsi di addestramento dai più rodati squadristi. Le “camicie nere” hanno eseguito numerose fucilazioni di massa e di singoli individui. Tutta una gioventù ne rimase falciata in Dalmazia, in Slovenia, in Montenegro. A ciò bisogna aggiungere una catena di campi di concentramento, di varia dimensione, dall’isoletta di Mamula all’estremo sud dell’Adriatico, fino ad Arbe, di fronte a Fiume. Spesso si transitava in questi luoghi per raggiungere la risiera di San Sabba a Trieste e, in certi casi, si finiva anche ad Auschwitz e soprattutto a Dachau. I partigiani non erano protetti in nessun paese dalla Convenzione di Ginevra e pertanto i prigionieri venivano immediatamente sterminati come cani. E così molti giunsero alla fine delle guerra accaniti: “infoibarono” gli innocenti, non solo d’origine italiana. Singole persone esacerbate, di quelle che avevano perduto la famiglia e la casa, i fratelli e i compagni, eseguirono i crimini in prima persona e per proprio conto. La Jugoslavia di Tito non voleva che se ne parlasse. Abbiamo comunque cercato di parlarne. Purtroppo, oggi ne parlano a loro modo soprattutto i nostri ultra-nazionalisti, una specie di “neo-missini” slavi. Ho sempre pensato che non bisognerebbe costruire i futuri rapporti in questa zona sui cadaveri seminati dagli uni e dagli altri, bensì su altre esperienze. Ad esempio culturali…Per questo auspico la proclamazione congiunta de “Il giorno dei ricordi”. E questo mi sembra il nuovo intendimento che emerge e per i quale dobbiamo batterci. (riproponiamo questa intervista ancora di grande attualità in questi giorni, pubblicata sul manifesto solo tre anni fa, il 9 febbraio 2014) SEGUI SUL MANIFESTO

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Memoria sanzionabile https://www.micciacorta.it/2016/02/memoria-sanzionabile/ https://www.micciacorta.it/2016/02/memoria-sanzionabile/#comments Tue, 16 Feb 2016 09:43:17 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21356 Anche quest’anno durante il «giorno del ricordo» non sono mancate grottesche manipolazioni della celebre foto di Dane e delle vicende legate al confine orientale. Vespa, Storace e gli altri: ideologia della «narrazione altra»

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foibe

La foto è molto conosciuta o dovrebbe esserlo. Siamo nel villaggio sloveno di Dane (Loska Dolina) è il 31 luglio 1942 e cinque militari del regio esercito italiano fucilano alla schiena cinque civili jugoslavi. L’occupazione fascista della Slovenia dura da oltre un anno (dal 6 aprile 1941) ed è da tempo in atto da parte del governo di Mussolini la cosiddetta politica di «snazionalizzazione» consistente nella sostituzione, tramite la deportazione in campi d’internamento o la soppressione in loco, della popolazione civile «allogena» (cioè jugoslava) con quella italiana. Nonostante la notorietà dell’immagine, conservata presso l’archivio dell’Istituto storico della capitale slovena Lubiana, anche nella celebrazione di quest’anno del «giorno del ricordo» non sono mancate grottesche manipolazioni di una fotografia che già nella trasmissione di Raiuno Porta a Porta venne presentata a parti invertite, con gli italiani vittime della fucilazione e gli jugoslavi carnefici. Da ultimo lo ha fatto Francesco Storace, candidato sindaco di Roma, che ha riprodotto la strage di Dane avendo cura di disegnare il tricolore italiano dietro la schiena dei fucilati ed una falce e martello rosso sangue dietro quella del plotone di esecuzione, ammonendo, con significativa ironia involontaria, che «la sinistra dimentica» ma loro, La Destra, no. Tuttavia il significato dell’episodio, in un paese come l’Italia, non è certamente circoscritto e circoscrivibile alla sola area politica della destra ex missina. Dopo dodici anni di celebrazioni ufficiali del «giorno del ricordo» e dopo un profluvio di fiction, talk show e spettacoli teatrali le vicende del confine orientale più che un «patrimonio costitutivo della nostra identità» — come affermato dal ministro degli Esteri Gentiloni — sembrano rappresentare una «narrazione» della storia piuttosto che la sua ricostruzione «svincolata da ideologie». Così se da un lato l’etnicizzazione del conflitto (evocata dalla rappresentazione semantica di una violenza «slava» contro gli italiani «solo perché italiani») diviene strumento utile a svincolare storicamente il nostro paese dall’eredità criminale del fascismo, dall’altro l’associazione tra l’Esercito Popolare di Liberazione (Eplj) e l’ideologia comunista ripristina nell’immaginario collettivo il vecchio uso propagandistico che il fascismo degli anni venti fece dello «slavocomunista». Chiunque abbia anche solo sfogliato un libro di storia sa che la Guerra di Liberazione portò l’Eplj a risalire e riunificare il territorio jugoslavo occupato combattendo e sconfiggendo il nazifascismo nella sua dimensione politica e non etnica, tanto che nemici di Tito furono anche altri jugoslavi collaborazionisti come gli ustascia croati, i cetnici serbi ed i domobranci sloveni oltre che i nazisti tedeschi e i fascisti. Il «narrato italiano» poggia poi le sue basi su un solido pilastro della rappresentazione della storia nazionale: quel paradigma vittimario che sintetizza insieme aporie della memoria; uso politico della storia e ricomposizione selettiva del vissuto individuale e collettivo. In questo modo l’aggressione fascista alla Jugoslavia; i crimini di guerra del regio esercito nei Balcani; l’impunità garantita istituzionalmente ai responsabili politici e militari nonché il loro riutilizzo in seno agli apparati di forza dello Stato nel dopoguerra, vengono espunti dal «patrimonio costitutivo della nostra identità» armonizzato, di contro, intorno al falso mito autoassolutorio del «bravo italiano» e ad un’immagine «patria» che ci presenta come inconsapevoli vittime ora del regime mussoliniano ora della cieca violenza slavo-comunista. Quella del 10 febbraio (ricorrenza della firma del Trattato di Pace di Parigi e non delle violenze sul confine orientale del settembre 1943-maggio 1945 definite tutte in modo generico e non veritiero «infoibamenti») si inserisce in una scelta di giornate della «memoria di Stato» che lungi dall’essere un «calendario civile» codifica legislativamente una «narrazione altra» da quella definitasi storicamente in termini fattuali. Così a date fondative come il 25 aprile 1945 (Insurrezione nazionale e Liberazione d’Italia) o il 2 giugno 1946 (nascita della Repubblica) si sovrappongono nelle cerimonie ufficiali ricostruzioni che, deboli sul piano storico-scientifico, necessitano della «protezione» non solo della propaganda politica bipartisan ma anche di progetti di legge ad hoc, fortunatamente per ora accantonati, che con la motivazione di combattere il negazionismo vorrebbero sancire limiti di legge alla ricerca. In ultimo, dunque, ci domandiamo: Francesco Storace, Bruno Vespa e tutti coloro che hanno rovesciato la realtà impressa dalla foto di Dane dovrebbero forse essere perseguiti penalmente per negazionismo? Certamente no. Sarà sufficiente la sanzione della Storia.

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