giustizialismo – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Tue, 07 Jan 2020 10:03:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.4 L’Italia vuole l’estradizione dei rifugiati, ma per la Francia esiste la prescrizione https://www.micciacorta.it/2020/01/litalia-vuole-lestradizione-dei-rifugiati-ma-per-la-francia-esiste-la-prescrizione/ https://www.micciacorta.it/2020/01/litalia-vuole-lestradizione-dei-rifugiati-ma-per-la-francia-esiste-la-prescrizione/#respond Tue, 07 Jan 2020 10:03:23 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25914 Alla nuova campagna italiana per il rimpatrio dei militanti della lotta armata degli anni '70 la Francia obietta: esiste la prescrizione

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L’Italia torna all’attacco: vuole che Parigi le consegni i protagonisti della lotta armata degli anni 70 riparati in Francia. Sono stati lì molti anni coperti dalla dottrina Mitterrand e dai tanti dubbi sulla correttezza dei processi realizzati in Italia negli anni di piombo. La Francia non ha mai concesso l’estradizione. Ora la dottrina Mitterrand non c’è più, ma c’è un altro problema. La prescrizione. Sembra una maledizione, ma è così. Nonostante le tante dichiarazioni del ministro Bonafede e gli articoli di Travaglio, l’Italia è uno dei pochissimi Paesi occidentali dove è possibile punire un delitto di mezzo secolo fa. In Francia la prescrizione c’è eccome, ed è molto più breve della nostra. Con le regole francesi quasi tutti i militanti (o sospetti militanti) della ex lotta armata sono prescritti. A cominciare da Giorgio Pietrostefani, l’ex leader di Lotta Continua (condannato per l’uccisione del commissario Calabresi sulla base delle accuse di un unico pentito, che poi sarebbe il killer, e che in questo modo ha evitato il carcere). Pietrostefani è il più celebre degli esuli, e probabilmente è il “trofeo” che il governo italiano vorrebbe: ha poco meno di 80 anni, un fegato trapiantato, è accusato di un delitto di 48 anni fa, quando Macron non era ancora nato. Molto probabilmente è innocente. Cosa farà il presidente francese? Non lo avrebbe mai consegnato a Salvini, ma forse ora lo farebbe con il governo del Pd. Il problema è quello dei trattati internazionali. Esiste la Convenzione di Dublino che stabilisce che la prescrizione vale sulla base delle regole del Paese che richiede l’estradizione, cioè l’Italia; mentre prima di quella convenzione la regola era che valeva la prescrizione del Paese che ospitava gli imputati. L’Italia però non aveva mai firmato quel trattato. Lo ha fatto alla chetichella nei mesi scorsi. Ma la nuova regola può essere retroattiva? A occhio, no. Comunque in questi giorni si è saputo della novità e alcuni giornali (soprattutto Repubblica) hanno iniziato la campagna a favore della punizione di delitti di 50 anni fa. Che differenza c’è tra queste campagne e quelle del “Fatto”? Nessuna. Tutte due fondate su due valori: odio e vendetta. Fonte: il Riformista

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La Consulta, l’ergastolo e la degenerazione giustizialista della sinistra https://www.micciacorta.it/2019/10/la-consulta-lergastolo-e-la-degenerazione-giustizialista-della-sinistra/ https://www.micciacorta.it/2019/10/la-consulta-lergastolo-e-la-degenerazione-giustizialista-della-sinistra/#respond Fri, 25 Oct 2019 07:20:15 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25715 La vera battaglia, abbandonata vent'anni fa, è quella per l'abolizione tout court dell'ergastolo

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Di fronte alla sentenza della Consulta sull’ergastolo cosiddetto “ostativo” molti si sono stracciate le vesti, gridando allo scandalo e prevedendo torme di mafiosi presto in libertà. Tra quelli che hanno alzato maggiormente la voce, magistrati già o tuttora in forza alle procure: abituati a rispettare solo le sentenze che danno loro ragione.
Naturalmente, hanno torto e i loro allarmismi sono in evidenza del tutto strumentali e ingiustificati.
Altri hanno salutato la decisione come un ritorno a uno Stato di diritto e un segnale di abbandono della voga forcaiola e giustizialista, che invece continua ad andare per la maggiore: a destra, che in precedenza ne aveva storicamente il copyright, quanto a sinistra, che anche su questo, come sulle politiche liberiste e anti popolari, in questi decenni ha strafatto, volendo soppiantare il primato e riuscendoci abbondantemente. Bastava seguire questa mattina la storica Radio popolare, i cui ascoltatori sono assai rappresentativi di quel percorso culturalmente degenerativo, da tempo intervenuto senza resistenza alcuna.
Anche costoro sbagliano, giacché la sentenza emessa ieri è del tutto insufficiente a restituire davvero umanità e ancoramento costituzionale alle pene perpetue.
Pochi, del resto, hanno annotato che la decisione è stata presa con un solo voto di scarto (otto contro sette), a rimarcare la sua precarietà.
È facile invece pronosticare che al valore simbolico – che è comunque importante e che va riconosciuto – ben difficilmente faranno seguito significativi numeri di ergastolani ostativi che otterranno benefici. I limiti e i paletti posti dalla Consulta sono, infatti, plurimi e robusti. A partire da quel necessario parere delle procure antimafia e antiterrorismo. Procure che, notoriamente e praticamente, sono esattamente quelle che sinora hanno impedito ogni beneficio con la formula di rito del «non poter escludere» collegamenti con la criminalità. Anche nel caso di reclusi da 20 o più anni nell'isolamento del 41 bis e magari appartenenti a sodalizi da tempo disciolti. Ora, certo, il magistrato di sorveglianza, confortato dalla Consulta, a differenza del passato, potrà tenere in minor e non esclusivo conto quei generici e spesso pretestuosi pareri. Ma altrettanto per certo le decisioni favorevoli saranno molto diluite nel tempo e diradate nell’estensione. Anche perché richiederanno un particolare e individuale coraggio del singolo magistrato, il quale se negasse un beneficio dovuto non incorrerebbe in nessuna censura, anzi in quel caso troverebbe soprattutto plauso; mentre sarebbe lapidato sulla pubblica piazza mediatica in caso di errore o di eccessiva disponibilità nella concessione. In carcere ogni beneficio segue percorsi e tempi sempre faticosi, improbabili e accidentati, a differenza dei peggioramenti, che hanno sempre istantanea e generalizzata applicazione.
Affermato il diritto alla pur remota speranza, questo va subito e sempre nutrito, pena il rapido disseccamento. E al riguardo l'ottimismo sarebbe fuori luogo, viste anche le reazioni univoche della politica, del governo e dell'opposizione.
Giova allora ricordare che nel 1989 venne approvato un ordine del giorno alla Camera dei deputati per l’abolizione della pena dell’ergastolo, quello “normale”, ché l’ostativo ancora doveva essere inventato. Allora vi erano circa 400 ergastolani a fronte dei 1.776 attuali e tassi di omicidi, e in genere di criminalità, assai più alti. Il 30 aprile 1998 fu invece l’Aula del Senato ad approvare l’abolizione della pena perpetua e la sua sostituzione con una pena tra i 33 e i 30 anni: 107 votarono a favore, 51 contrari e 8 astenuti, su proposta di legge avanzata da Ersilia Salvato, senatrice di Rifondazione comunista.
Abolire l’ergastolo era allora una «urgente priorità» per il ministro di Giustizia dell’epoca, il comunista cossuttiano Oliviero Diliberto, molto orgoglioso di aver recuperato dagli scantinati del ministero la scrivania del Togliatti Guardasigilli. Al tempo, Diliberto ancora non si era convertito al pactum sceleris con la parte più retriva e corporativa dei sindacati della polizia penitenziaria, che di lì a poco pretesero e da lui prontamente ottennero il licenziamento dell’allora Capo dell’Amministrazione Penitenziaria, il compianto Sandro Margara, già giudice e magistrato di sorveglianza di altissima competenza e professionalità, accusato di essere troppo umano e soprattutto di voler insidiare i privilegi e un’insensata distribuzione territoriale degli agenti in servizio, per sostituirlo con quel Giancarlo Caselli che oggi critica aspramente la sentenza della Consulta.
In una lettera pubblicata su “l’Unità” del 2 aprile 1999, Margara scrisse a Diliberto: «L’onorevole Gasparri chiedeva il mio licenziamento a ogni piè sospinto: lei c’è riuscito».
Una considerazione che ci aiuta ancora oggi a capire come sia successo che la sinistra italiana, anzi le sinistre italiane si siano suicidate con impressionante determinazione, divenendo man mano spesso più forcaiole delle destre anche estreme.
Da lì bisognerebbe ripartire, non tanto per una ricostruzione dello smarrimento culturale, valoriale e identitario delle sinistre, quanto per la vera battaglia inceppatasi allora: quella dell’abolizione tout court dell’ergastolo, ostativo e non ostativo.
Photo by Alberto Barco Figari por Pixabay

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Il potere oscuro delle folle https://www.micciacorta.it/2015/12/il-potere-oscuro-delle-folle/ https://www.micciacorta.it/2015/12/il-potere-oscuro-delle-folle/#respond Wed, 09 Dec 2015 10:10:33 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=20967 Codici aperti. Giustizialismo, tweet storm, bufale, identità rubate e umiliazioni nel regno del verosimile. «I giustizieri della rete» di Jon Ronson per Codice edizione

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Umiliazione, vergogna. Due sentimenti squisitamente privati, ma che acquistano una dimensione pubblica se c’è un malcapitato che ha commesso forse errori, leggerezza nei comportamenti, ma mai azioni che abbiano a che fare con la bibbia dell’ordine costituito (il codice di procedura penale) e che per questo viene messo all’indice in Rete. A quel punto, l’umiliazione diventa pubblica e non lascia vie di fuga.

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Jon Ronson è un giornalista, scrittore e sceneggiatore inglese. È noto per aver scrittoL’uomo che fissa le capre, reportage romanzato sulle strategie statunitensi di intelligence non ortodosse che ha ispirato un film con George Clooney. È anche un attento frequentatore della Rete. Spulciando Facebook o Twitter, si è imbattuto in alcuni casi che ha qualificato come una riedizione digitale della «gogna» che colpisce chi ha inviato un post ironico, una foto irriverente o di cattivo gusto. Leggendo i commenti ha constatato il crescendo di violenza verbale e di turpiloquio, fino a quando i messaggi diventano uno tsunami che ha una sola vittima e tanti carnefici.

L’artefatto dell’oblio

Il racconto della decisione di scrivere il libro I giustizieri della rete (Codice edizione, pp. 238, euro 21) potrebbe ridursi a una catena ininterrotta di aneddoti che, d’altronde, l’autore dispensa a piene mani, ma a che fare con la riduzione della comunicazione on line in un inferno. L’oggetto di questo libro non è però il furto di identità digitali, fenomeno molto diffuso che ha alimentato racconti di gruppi di smanettoni dal cuore d’oro che si danno da fare per recuperarla e mettere all’indice i «rapinatori». Ciò che a Ronson preme indagare sono le inedite forme di ripristino della gogna, che non ha un ceppo, né un pubblico ghignante raccolto in una piazza, bensì piattaforme digitali, social network e una platea potenzialmente illimitata.

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Così viene descritto il caso dello scrittore di successo messo alla berlina perché scoperto a inventarsi episodi e frasi di un mito della musica statunitense (Bob Dylan). O quello della ragazza che posta una foto corredata da un commento critico verso due nerd, accusati di frasi machiste a sfondo sessuale mentre parlavano in uno slang tecnicista che solo loro capiscono. La giovane viene letteralmente investita di insulti perché quel post ha provocato il licenziamento dei due nerd. C’è poi il caso di un boss della formula 1 accusato di organizzare orge in stile nazista, che reagisce e riesce a uscire indenne dalle accuse. Le storie raccontate risultano sempre uguali nel loro esito: disperazione del malcapitato o della malcapitata. Interessante è tuttavia la descrizione delle imprese che lavorano, dietro lauti compensi, per «produrre» l’oblio di chi è rimasto intrappolato dentro il rapporto tra vittima e carnefici. Così apprendiamo che ci sono imprese che inventano notizie positive sulla vittima, facendo retrocedere nel dimenticatoio le sciocchezze che ha postato in passato. Ma più i casi aumentano, meno chiaro è il punto di vista dell’autore. L’unica cosa chiara è che I giustizieri della rete sono seduti davanti al computer e amano attivare e diffondere campagne denigratorie verso chi è colpevole di leggerezza o di messaggi, appunto, di cattivo gusto. La prima conclusione a cui si giunge leggendo il libro è che il giustizialismo cresce proprio nel regno del verosimile che è la Rete.

La viralità dell’insulto

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Internet è da sempre il luogo del dileggio, degli insulti, della violenza verbale. Da sempre ci sono troll e flame che disturbano la comunicazione on line. Non è quindi una novità che nei social network possano accendersi discussioni violente o che persone vengano messe all’indice perché hanno detto o fatto cose che stridono con la morale dominante o perché lesive di un atteggiamento politicamente corretto. Quel che colpisce stando in rete è semmai la diffusione virale di un messaggio o la rapidità nella formazione di una tweet storm che può propagarsi e diventare tsunami. Per spiegare tutto ciò forse vale la pena ricordare il vecchio adagio su una farfalla che ha preso il volo in qualche punto dell’emisfero e il vento provocato si è trasformato in un uragano in qualche altra parte del pianeta.

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Jon Ronson si propone di tenere sotto controllo la materia incandescente che ha tra le mani. Ha sperimentato come la Rete possa diventare una gabbia per limitare la libertà di espressione, scoprendo che gli strumenti di autodifesa individuali sono limitati e spesso inefficaci. Ma alla fine non riesce a dare una spiegazione plausibile sul perché questo accada. I giustizieri della rete non hanno volto, possono diventare folle che mettono all’indice il malcapitato di turno. Non è un caso che un capitolo sia dedicato all’analisi di Gustave le Bon, lo spregiudicato autore francese de La psicologia delle folle, strampalato pamphlet scritto a fine Ottocento per spiegare lo spirito gregario nella società di massa e nelle nascenti organizzazioni del movimento operaio. Un volume giustamente dimenticato, ma che Ronson invece utilizza per segnalare un salto di qualità nelle capacità di manipolazione e di propaganda in una realtà dove la Rete è una pervasiva e invasiva tecnologia del controllo. Non c’è un «grande fratello», ma un synopticon che vede i singoli diventare parti attive nel fustigare comportamenti eterodossi, ma non criminali, alimentando così il flusso di dati che, oltre a definire l’opinione pubblica dominante, sono le materie prime del sempre fiorente settore produttivo dei Big Data.

Lo spirito gregario

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I case study di questo libro sono però storie di licenziamenti, di cancellazione coatta della socialità, di personalità andate in frantumi dopo la gogna on line. Ma più che per l’analisi della vergogna e dell’umiliazione, il libro di Ronson è significativo perché aggiunge un tassello nel puzzle che ha come oggetto le forme di produzione dell’opinione pubblica nell’era di Internet. Da buon liberale, Ronson ritiene che nella produzione dell’opinione pubblica ci siano antidoti alla gogna mediatica. È cioè convinto che alla fine la verità si faccia strada nel labirinto delle falsità e nella foresta del verosimile. La diffusione delle «bufale» e il loro «svelamento» da parte degli internauti è sicuramente una conferma di questa fiducia illuministica nel potere della folla. Ma ciò che è rilevante è il fatto che la denigrazione, gli insulti, i troll e i flame sono elementi fondanti della comunicazione on line, perché hanno la capacità di catturare l’attenzione di un pubblico distratto, sovraccarico di stimoli e informazioni. L’opinione pubblica dentro e fuori la Rete – la televisione è stata l’apripista di questa modalità «gridata» della comunicazione – non si forma attraverso un agire discorsivo «razionale» ma facendo leva su reattività primarie. In altri termini, il giustizialismo in rete è fratello gemello del giustizialismo politico. Sono cioè i due volti del populismo dentro e fuori la rete, dove l’essere connessi a «ciclo continuo» è la condizione necessaria alla presenza di una opinione pubblica sempre in divenire, dove il verosimile è preferito alla verità. Con buona pace di Aristotele, Platone e Jürgen Habermas.

Le fabbriche del consenso

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I giustizieri della rete più che funzionare come paladini della verità sono i guerrieri dell’ordine costituito, anche se a parole si scagliano contro i potenti. Fanno leva sul verosimile per legittimare punti di vista che di sovversivo hanno ben poco, come testimonia l’esperienza on line di movimenti politici come gli italiani pentestellati o i blog legati alla destra evangelica negli Stati Uniti. La radice del problema – la gogna mediatica – sta dunque nel modo di produzione dell’opinione pubblica, cioè in quel dispositivo che produce consenso all’ordine costituito. Noam Chomsky ha scritto molto sulla fabbrica del consenso, riferendosi a come gli stati nazionali hanno usato la comunicazione per legittimare la propria volontà di potenza. Come è noto, nella Rete la produzione di opinione pubblica non ha solo a che fare con il consenso, ma anche con un settore economico specifico, quello dei Big Data. Jon Ronson non affronta tutto ciò. Relega i suoi case studies delle distorsioni della comunicazione pubblica. Ma più che una eccezione, le azioni dei giustizieri della rete sono dunque la norma. Perché contribuiscono a una sovrapproduzione di informazione, fattore fondamentale alla crescita dei Big Data e delle cloud che devono puntare a saturare l’infosfera per produrre accumulo dei dati da elaborare e trasformare in merci. Il conflitto, come suggerisce una giovane radical intervistata da Ronson, riguarda proprio questo modo di produzione. La ricerca della verità sta quindi nella messa a critica del modo di produzione capitalistica dell’opinione pubblica. È su questo tornante che i giustizieri della rete possono perdere l’aura dei ribelli a favore dell’ordine costituito per indossare, finalmente, gli abiti dei militanti politici contro l’ordine costituito.

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Sofri e Travaglio, la galera e il teatro https://www.micciacorta.it/2015/06/sofri-e-travaglio-la-galera-e-il-teatro/ https://www.micciacorta.it/2015/06/sofri-e-travaglio-la-galera-e-il-teatro/#respond Thu, 25 Jun 2015 13:53:46 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=19878 Non sto a ricordare a Travaglio che nella costituzione non si parla di carcere e che le pene non devono essere esclusivamente schiacciate sulla galera

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Ieri Marco Travaglio ha scritto un articolo su Adriano Sofri, ma poi ha parlato anche di altro. Per me che faccio teatro e ogni tanto vedo lui comparire come attore nelle stagioni teatrali è un motivo di riflessione importante. Da alcuni anni ci chiediamo (io, ma soprattutto critici e studiosi) come mai giornalisti e magistrati, ma alle volte anche preti, portino in scena degli spettacoli teatrali. Lo so che il teatro è meno piccolo di una nicchia, ma è un settore nel quale operano dei professionisti che si sono formati per farlo. Non basta avere delle cose da dire per farci un’opera teatrale. Ma probabilmente non è così visto che c’è gente che compra il biglietto per vedere Travaglio. Oggi mi sono dovuto ricredere. La forza persuasiva di Travaglio ha qualcosa di molto teatrale e tra i capolavori della persuasione mi ricorda il celebre discorso di Marco Antonio di Shakespeare. Cesare è stato ucciso dai congiurati e sulla sua salma Antonio parla proprio col loro permesso. Anche per questo la plebe gli crede. Bruto ha ucciso Cesare per combattere la tirannia e Antonio utilizza proprio i suoi argomenti per rovesciarne il senso. Travaglio lo fa in un modo più semplice di Shakespeare, ma ci prova. La questione che cerco di affrontare nasce dal fatto che Sofri viene invitato dal ministro Orlando a parlare di carcere e giustizia e Travaglio scrive che nessuno meglio di lui può farlo, ma lo dice ricordando che non ha scontato tutti e 22 gli anni di carcere al quale è stato condannato. Scrive che “è riuscito a scontarne a malapena 7” e gioca tralasciando il fatto che per un altro mucchio di anni è uscito di giorno per lavorare e poi è tornato di sera tra le sbarre. La galera solo di notte, per lui, è villeggiatura come per Berlusconi era il confino ai tempi del fascismo? Tutti quegli anni non se li è fatti in cella perché, ricorda Travaglio, è uscito “per gravissimi problemi di salute da cui si è prontamente e fortunatamente ripreso”, insomma fa pensare ad un malessere passeggero, forse persino un pretesto, ma non dice che gli si è squarciato l’esofago ed è stato un mese in coma farmacologico. E conclude la parte in cui parla di Sofri ricordando che “era stato invitato al tavolo proprio in veste di ex detenuto, quindi di profondo conoscitore della materia carceraria, per quel poco che l’aveva sperimentata”. Sette anni di reclusione per lui sono pochi. In un testo del 1949 pubblicato su Il Ponte Vittorio Foa scrive che “nessuna pena detentiva dovrebbe superare i tre, al massimo cinque anni”. Foa scriveva cose del genere perché conosceva il carcere. Lo conosceva perché c’era stato rinchiuso. Sarebbe da fare un’analisi approfondita dell’acrobazia retorica che segue e che mette in fila nomi improbabili, tipo: Riina, Buzzi, Lapo Elkann, Provenzano. L’effetto è quello del frullatore: mischio ingredienti diversi e ne viene fuori uno solo che ha un solo sapore. Che li rende tutti uguali. Un po’ come la barzelletta che ci raccontavamo da bambini. Quella della mela che si sposa con la pesca e il prete dice “vi dichiaro macedonia”. Ma a parte questo questo finale di frutta mista che mette tutti sullo stesso piano, tutti impresentabili, tutti malviventi, è più o meno a metà del monologo che usa l’artificio retorico più interessante. Ovvero quando scrive che il contributo di gente come Sofri a un dibattito sulla detenzione “potrebbe avviarci verso la totale decarcerazione, cioè l’abolizione definitiva delle patrie galere”. Come a dire che non soltanto bisognerebbe mandare più gente in galera e chiudercela per molto più tempo. Che non basta avergli fatto scontare una pena, ma devono anche starsene zitti. Per lui è uno scandalo che persone che hanno vissuto un’esperienza di detenzione scrivano libri e parlino in pubblico. E questo perché (lo scrive come se si trattasse di una provocazione uno scandalosa senza sapere che da decenni se ne parla) potrebbero farci capire l’assurdità dell’istituzione carceraria. Non sto a ricordare a Travaglio che nella costituzione non si parla di carcere e che le pene non devono essere esclusivamente schiacciate sulla galera. Che in molti paesi si è imboccata da tempo la via della decarcerizzazione. Semplicemente mi permetto di dargli due consigli. Il primo è di decidere se sta facendo il giornalista o il teatrante. Sono due linguaggi diversi. Nel primo dovrebbe cercare di raccontare dei fatti, nel secondo può scrivere commedie o tragedie inventando commistioni, parallelismi e macedonie. E poi gli consiglio un libro che è stato pubblicato un paio di mesi fa: Abolire il carcere. Ci sono scritti di pericolosi assassini terroristi come Luigi Manconi e Gustavo Zagrebelsky. Penso che possa farselo recapitare gratuitamente visto che l’ha pubblicato il suo stesso editore, quello per il quale pubblica libri e dirige un quotidiano. Con rispetto, Ascanio

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