golpe in Cile – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Wed, 11 Sep 2019 11:16:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.4 Cile 46 anni dopo. «Così iniziò il golpe contro mio zio Salvador Allende» https://www.micciacorta.it/2019/09/cile-46-anni-dopo-cosi-inizio-il-golpe-contro-mio-zio-salvador-allende/ https://www.micciacorta.it/2019/09/cile-46-anni-dopo-cosi-inizio-il-golpe-contro-mio-zio-salvador-allende/#respond Wed, 11 Sep 2019 11:15:27 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25653 Gli agguati dei soldati, la latitanza, la fuga a Parigi: a 46 anni dall'11 settembre 1973 Maria Inés Bussi, nipote del presidente socialista cileno, per la prima volta da allora racconta i giorni del colpo di stato di Pinochet

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L’11 settembre del 1973 il palazzo della Moneda a Santiago del Cile viene attaccato: i militari sono insorti per tentare un colpo di stato e rovesciare il governo socialista di Salvador Allende. Dentro al palazzo si asserragliano 70 uomini per proteggere la vita del presidente e le immagini di quelle ore vengono trasmesse in tutto il mondo: i carri armati invadono le strade di Santiago, lo Stadio nazionale viene trasformato in un vero e proprio campo di concentramento e i rifugiati si accalcano nei giardini delle ambasciate. L’assalto è feroce e Allende si suicida con un colpo di pistola. I combattenti della Moneda vengono arrestati, torturati e uccisi e il Cile dà inizio ai più cupi dei suoi anni sotto il torchio della feroce dittatura militare guidata dal generale Augusto Pinochet. Ma cosa succede quel giorno a chi è vicino al presidente? Cosa succede alla sua famiglia? Fuori dalla Moneda, c’è Inés, 26 anni, nipote prediletta del presidente. Quella ragazza si è trasformata oggi in un’elegante signora: si chiama Maria Inés Bussi. Alta, slanciata, chignon biondo e grandi occhi blu, Inés si muove con un portamento fiero, mentre decide per la prima volta di raccontare la sua storia: «Quella mattina ero a casa con il mio compagno, che era un dirigente politico. Riceve una telefonata, si gira e mi dice: “La Marina si è sollevata a Valparaiso. Il golpe è cominciato”. Ed ecco, così è iniziato tutto». Eri la nipote del presidente e il tuo compagno era un importante dirigente del Mir (Movimento della sinistra rivoluzionaria). Tu stessa aiutavi Miguel Enríquez – capo del Mir – e per tanti anni hai vissuto a casa di tuo zio, il presidente Allende. Sicuramente eri in cima alla lista di persone da sequestrare l’11 settembre. Cosa ricordi di quel giorno? Quella mattina non sapevo cosa fare, come muovermi. Era ovvio che i militari sarebbero venuti a prendermi. Ricordo che quel giorno ho lasciato mia figlia dai miei genitori e mi sono nascosta a casa di una collega. Nel pomeriggio, probabilmente non capendo ancora la pericolosità della situazione in cui ci trovavamo, sono tornata a casa mia per controllare se i militari fossero passati. La porta d’ingresso era di pesante legno nero e aprendola ho sentito un rumore strano: come se fosse scattato un congegno. Mi sono fermata, ho richiuso la porta e sono scappata in giardino attraverso un passaggio nascosto. Da lì ho visto i militari che correvano verso casa mia con la mitraglietta in mano. L’avevo scampata per un soffio. Incurante del pericolo, sono andata subito a casa dei miei genitori per vedere mia figlia, ma appena entrata mio padre mi è corso incontro intimandomi di scappare. Il mio capo li aveva chiamati: i militari erano passati dal mio ufficio per sequestrarmi. La casa dei miei genitori non era più un luogo sicuro. Era solo l’inizio. Come hai fatto a salvarti? Il giorno dopo sono andata alle Nazioni unite, dove lavoravo, per cercare aiuto. Ma sotto all’ufficio c’era un camion che mi era familiare: era lo stesso che il giorno prima era appostato sotto casa mia. Un colpo di pistola è partito da quel furgone. Era finita. Mi avevano vista. L’unico pensiero che avevo in testa in quel momento era che non volevo morire così, davanti a loro, senza poter fare nulla. Ho mantenuto il sangue freddo e ho continuato a camminare. Sono riuscita a scappare: proprio in quel momento è passato un alto funzionario in auto che mi ha fatto salire e mi ha portata in salvo. Di nuovo, mi ero salvata per un pelo. Da quel momento tutti i miei colleghi delle Nazioni unite si sono mobilitati per aiutarmi e hanno chiesto a una donna di nome Margarita, all’epoca amante di uno degli avvocati di Pinochet, di nascondermi nel suo appartamento. Nessuno l’avrebbe mai perquisito. Ricordo che dentro a quella casa avevo un solo divieto: non potevo aprire gli armadi. Un giorno ho disobbedito e li ho aperti, straripavano di tutto il cibo che non si trovava più in commercio. Sono stati giorni terribili, volevo scappare da quella casa ma non potevo fare nulla. Dopo qualche tempo si è scoperto che un collega francese aveva una moglie che mi somigliava molto. Così sono riuscita a entrare nell’ambasciata francese con il suo passaporto e due mesi dopo sono salita su un aereo diretto a Parigi. Di quei giorni ho un ricordo particolare, la madre di una mia collega ascoltando la figlia che le raccontava la mia storia, mi ha guardata e ha detto stupita: «Ma no, ci deve essere uno sbaglio. Guardala, ha gli occhi azzurri. Non può essere una comunista!».
Cancellavo la memoria, i volti e i nomi delle persone che avevo visto a casa di mio zio. La mia più grande paura era farli catturare
Come sono stati i due mesi trascorsi nell’ambasciata francese? Mi sentivo già prigioniera: anche se ero dentro a un’ambasciata ero sicura che mi avrebbero presa. I militari ovviamente non volevano rilasciare i documenti per far scappare la nipote di Allende. E così tutti i giorni in quei due mesi ho fatto un esercizio: cancellare la memoria. Mi sono sforzata di cancellare i volti e i nomi di tutte le persone che avevo visto a casa di mio zio. La mia più grande paura era di far catturare qualcuno che conoscevo: volevo solo dimenticare tutti quelli che avevo conosciuto. Per fortuna dopo due mesi sono riuscita a salire con mia figlia su un aereo per Parigi. Sono potuta tornare in Cile solo dopo 13 anni, tre mesi e 18 giorni. A Parigi qual era la situazione per un rifugiato? Lì ero l’ultima dei poveri, non riuscivo a trovare un lavoro e venivo trattata come un’anomalia perché ero una donna sola con una figlia. Avevo i soldi solo per comprare uno yogurt al giorno. Non scorderò mai un episodio in particolare. Mi trovavo all’università per chiedere una borsa di studio e la segretaria mi ha risposto con sdegno: «Ma guardi com’è elegante, sembra una modella, non si vergogna a chiedere una borsa di studio?». Lei dallo sportello non poteva certo vedere che tenevo per mano mia figlia e io non avevo ancora il coraggio di risponderle che avevo una bambina, che venivo da un Paese in cui era avvenuto un colpo di stato e che i militari mi avevano sequestrato la casa e tutto ciò che possedevo. Pensa che in quegli anni in Cile per dare dell’idiota a qualcuno si diceva «Sei più stupido di un soldato senza macchina». Ogni volta che c’era una perquisizione o un sequestro i militari erano liberi di appropriarsi di tutto ciò che trovavano, comprese le automobili. Quindi era sostanzialmente impossibile per un soldato non possedere almeno un’auto. Hai detto che a Parigi eri un’anomalia perché eri una giovane donna sola con una bambina. Il tuo compagno dov’era? Il mio compagno non poteva stare con noi, era dovuto rimanere in Cile. Lo hanno ammazzato il 15 ottobre 1975. A quel tempo io avevo trovato lavoro in Messico e quella mattina stavo leggendo seduta a un tavolino quando un uomo mi ha messo davanti un giornale che titolava «Ucciso uno dei principali leader del Mir». Così ho scoperto che il mio compagno era morto. Erano 5 fratelli: 4 sono stati uccisi dalla dittatura. Anche tu eri una militante? Non ero una militante, sono sempre voluta rimanere indipendente. Però aiutavo Miguel Enríquez, il capo assoluto del Mir, assassinato un anno prima del mio compagno. Io avevo un compito particolare: ero la copilota di Miguel. Dato che ero alta, bionda e con gli occhi azzurri quando io e Miguel eravamo in macchina sembravamo una giovane coppia di piccoli borghesi. Nessuno ci fermava mai e questo ci ha salvato da moltissimi pericoli. Ai militari sembravamo gente linda, non avevamo l’aspetto dei comunisti feroci, non rispecchiavamo la loro idea caricaturale di come dovevano apparire le persone di sinistra. E così aiutavo Miguel che in quanto capo del Mir doveva andare a incontri clandestini e portare messaggi da una parte all’altra della città. Io ero la sua copertura. Prima di convivere con il tuo compagno hai abitato per molti anni a casa del presidente Allende, come mai? Da giovane studiavo sociologia all’università del Cile. Ero molto brava e così sono stata scelta per andare a studiare per un periodo a New York. Dato che ero la nipote del presidente mi hanno reso le cose difficili: mi hanno mandata a vivere con una famiglia nera del Bronx negli anni della segregazione razziale e degli scontri più feroci. Alla fine del mio soggiorno dall’università e dal governo hanno cercato di corrompermi in tutti i modi per farmi rimanere a studiare a New York, ma non ne ho voluto sapere e ho preso l’aereo per Santiago. All’aeroporto ad aspettarmi non ho trovato i miei genitori, ma mio zio Salvador e sua moglie: mi hanno chiesto di andare a vivere con loro. Evidentemente avevo superato delle prove difficili, era il loro modo per premiarmi.
Aveva moltissimo senso dell’humor. Portavo spesso i miei compagni di università a studiare a casa e quando lui tornava non si arrabbiava, si univa a noi e parlava con tutti
Come sono stati gli anni passati in quella casa? È stato un periodo bellissimo: ne ho una grande nostalgia. All’inizio vivevo con gli zii e le tre cugine, poi loro tre si sono sposate e io sono rimasta «figlia unica», come diceva mio zio. Lui aveva moltissimo senso dell’humor, era una persona molto divertente nella vita di tutti i giorni. Era leggero di spirito. Portavo spesso i miei compagni di università a studiare a casa perché sapevo che erano curiosi di vedere la casa del presidente. E quando lui tornava e trovava la casa piena dei miei amici non si arrabbiava, si univa a noi e parlava con tutti. A volte, quando tornava, mi trovava a studiare nella sala da pranzo e ne era felicissimo. Mi diceva: «Inés, pensa che disgrazia per un padre quando un figlio non vuole studiare. A te invece studiare piace, eccome! E allora su, balliamo!». E mi prendeva la mano per ballare un tango, mi insegnava i passi e ridevamo. Era stupendo. Quand’è stata l’ultima volta che hai visto tuo zio? Il sabato prima del colpo di stato sono andata a trovarlo alla Moneda per chiedergli un’arma. Abitavo in un quartiere di destra e i vicini sapevano che ero la nipote del presidente, venivano da me per spaventarmi. Così ho chiesto un’arma a mio zio che mi ha guardata, ha sorriso e mi ha detto: «Perché non torni di nuovo a vivere con noi?». È stata la sua unica risposta. Era molto serio, cercava di ritrovare il sorriso, ma era triste. Me ne sono andata via sicura che mi stesse nascondendo qualcosa: sicuramente già sapeva che si stava organizzando il colpo di stato. E in effetti era nell’aria, si poteva respirare. Spero di essere riuscita a spiegarvi quale fosse la situazione in Cile in quegli anni. Questa è stata la prima volta che ho raccontato nel dettaglio quello che è successo in quei giorni, finora non ero mai riuscita a farlo. Anche se Gabriel mi diceva sempre di raccontarglielo, che avremmo dovuto scrivere questa storia. Gabriel chi? Gabriel García Márquez. * Fonte: Elena Basso,  il manifesto

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Santiago, Italia. Nel paese innamorato di Salvador Allende https://www.micciacorta.it/2018/12/santiago-italia-nel-paese-innamorato-di-salvador-allende/ https://www.micciacorta.it/2018/12/santiago-italia-nel-paese-innamorato-di-salvador-allende/#respond Sat, 01 Dec 2018 09:42:36 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25040 Cinema. «Santiago, Italia», il nuovo film di Nanni Moretti, racconta il golpe nel Cile del ’73 ma si rivolge all’Italia di oggi

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C’è ancora chi ti domanda se in Cile ci siano problemi con la dittatura. In quel paese lontano geograficamente, nel tempo e nell’immaginario è tornato Nanni Moretti, ci chiedevamo perché proprio adesso che sembra così inattuale, non fosse per la sua consolidata democrazia, per avere avuto la prima donna presidente del latinoamerica, per essere oggi «la pantera» economica del continente. Nanni Moretti fa del suo viaggio un attualissimo intervento politico, specchio dei nostri tempi, rivolto a raccontare attraverso la storia qualcosa che non deve ripetersi. Ne fa una materia pulsante di vita e, senza quasi dare indicazioni, mostra come sia fragile la democrazia se non la si difende. Ci fa vedere in prospettiva come eravamo rispetto a come siamo diventati, come indica la dicotomia del titolo (Santiago, Italia). Oltre che l’amicizia tra i popoli indica anche un’allerta. Se del documentario il film utilizza tutti i materiali come le interviste, gli spezzoni delle cineteche, delle televisioni e degli archivi, perfino talvolta la voce fuori campo, del cinema possiede la capacità di creare un’aspettativa crescente, di rendere emblematici i suoi personaggi, espanderne le parole nell’immaginazione, avanzare a colpi di scena, fare intravedere i fantasmi della Storia. EPPURE quegli eventi si conoscono, tanti sono stati i film, molti li hanno vissuti: evidentemente non abbastanza se l’occidente intero flirta oggi con la destra, che non cambia mai. Non cambia soprattutto neanche in Cile, dove non solo i militari sotto processo si professano innocenti esecutori di ordini, ma strati della popolazione si dichiarano ancora di parte senza alcun dubbio. Con un perfetto bilanciamento di materiali, anzi di etica cinematografica, la parola è data ai tanti militanti che vissero la stagione della dittatura, ben inquadrati e illuminati come veri protagonisti della storia, testimoni di episodi cruciali a cominciare dall’euforia del periodo di presidenza di Allende («era un paese innamorato») che Patricio Guzmán riprende nel suo film El Primer Año. Chi sono quegli imprenditori, operai, avvocate, giornaliste, educatrici, diplomatici che di fronte alla cinepresa raccontano in italiano i loro ricordi dell’11 settembre del ’73? Ognuno di loro ha una storia interessante, alcuni si riconoscono, altri la sveleranno nel momento chiave del racconto. Nel film l’ultimo discorso del presidente assume un valore di testamento: «Non ho la vocazione del martire, voglio compiere una funzione sociale e non farò un passo indietro». Che sia stato assassinato non lo ha sostenuto solo Miguel Littin, quello di Allende è stato il più spettacolare assassinio in diretta della storia. INIZIALMENTE, come prologo di una tragedia ecco le conquiste del primo paese socialista al mondo democraticamente eletto, con le politiche di alfabetizzazione, scuola gratuita e latte per i bambini, nazionalizzazione del rame e la brusca reazione della destra che riesce a bloccare il paese, dal commercio con il mercato nero, al fiancheggiamento della stampa fino alla potente macchina da guerra della Cia. Mentre si susseguono le testimonianze, si sente per la prima volta l’intervento del regista con una sua domanda che fa ammutolire di commozione l’intervistato, un imprenditore a cui chiede «come guardi i tuoi anni di militanza?», e il silenzio che indica un grande conflitto interiore è rotto dalla considerazione inaspettata: «Non mi sono mai posto questa domanda» e sarà il primo indizio di una chiamata a raccolta. POI ARRIVANO i racconti della rapidità del golpe, dello stadio dove sono ammucchiati i prigionieri politici (tra cui Guzmán e Paolo Hutter di Lotta Continua, Antonio Arevalo allora giovanissimo poi diventato l’addetto culturale del Cile), di Villa Grimaldi. La voce di Nanni Moretti prima appena accennata nelle interviste, si torna a sentire nell’incontro con un militare convinto di aver salvato il paese («il paese era sull’orlo della guerra civile e del resto Allende era stato eletto solo con il 36% dei voti»). E comparirà sullo schermo inaspettatamente in una dura scena girata in carcere a sovrastare un altro militare condannato che si proclama innocente e minimizza («in Argentina sono morti in 30mila, in Cile solo in 3mila»). L’AMBASCIATA italiana a Santiago diventa il momento chiave del film, là dove molti dei personaggi intervistati trovarono rifugio scavalcando il muro di cinta (su questo eroico episodio Daniela Preziosi, Tommaso D’Elia, Ugo Adilardi realizzarono nel 2006 il documentario Calle Miguel Claro 1359), con racconti che nel passare del tempo ha assunto anche toni divertiti a dispetto dell’azzardo, del pericolo: l’Italia che non ha mai riconosciuto la giunta, aveva in sede i diplomatici De Masi e Toscano che decisero di accogliere a centinaia giovani, donne, intere famiglie di militanti, (e i bambini giocavano nel giardino a «el esiliado y el policia»), poi forniti di salvacondotto per l’Italia dove sono stati accolti con solidarietà per anni, la valigia sempre pronta per tornare. Immagine di un’Italia sparita. * Fonte: Silvana Silvestri, IL MANIFESTO

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L’intervista di Rossana Rossanda a Salvador Allende https://www.micciacorta.it/2018/09/lintervista-di-rossana-rossanda-a-salvador-allende/ https://www.micciacorta.it/2018/09/lintervista-di-rossana-rossanda-a-salvador-allende/#respond Wed, 12 Sep 2018 08:17:59 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24831 Le interviste del manifesto. Se vincono i militari non sarà un cambio della guardia a Palazzo. Sarà il massacro

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Poi il clima si sarebbe rapidamente teso fra Allende e l’alleato obbligato alle Camere, la Democrazia cristiana di Frei, fra socialisti e comunisti (questi ultimi più inclini al compromesso), fra socialisti e Mir, incline invece a una radicalizzazione. La crisi del rame; l’inflazione galoppante, il relativo isolamento mondiale permisero all’esercito, appoggiato dalle grandi compagnie americane espropriate, di preparare il colpo di stato dell’11 settembre1973. Salvador Allende si difese armi alla mano nel Palazzo della Moneda, e lì mori mitragliato dagli uomini di Pinochet. I materiali di questo e altri servizi sono stati pubblicati in proprio in un volume del manifesto: Sul Cile. Questa intervista, preziosa, è raccolta nel volume Le interviste del manifesto 1971-1981

Se vincono i militari non sarà un cambio della guardia a Palazzo. Sarà il massacro

18 ottobre 1971, Santiago del Cile Il Cile sembra in attesa, prudente come un gatto, ma niente affatto addormentato: se si chiede a chiunque – e si può chiederlo a chiunque, dall’intellettuale all’operaio al tassista alla commessa, perché sono «politicizzati» tutti – nessuno risponderà categoricamente. Ma non perché il cileno sia, come si ama dire per natura «istituzionale» e quindi tranquillo; ma perché sa, e non lo nasconde, che la situazione è instabile.Salvo qualche svolazzo nei comizi, il parlar politico a Santiago non ha nulla del cliché latino-americano: poca retorica, uso moderato degli aggettivi, inclinazione marcata a vedere il pro e il contro e a non mettere eccessive ipoteche sul futuro. Il personaggio più categorico che ho incontrato è il cileno per eccellenza, il presidente Salvador Allende Gossens; il quale, come tutti i suoi compatrioti, misura le parole ma oggi più d’un anno fa (al tempo, per intenderci, della conversazione con Regis Debray [pubblicata in volume da Feltrinelli, ndr]) è perentorio nelle intenzioni e previsioni, perché deve perentoriamente giocare le sue carte, e in fretta. Ho parlato a lungo con Allende durante una colazione al palazzo presidenziale. Era offerta a Paul Sweezy, Michel Gutelman e me, invitati dalle due università di Santiago a un seminario sulle «società di transizione». Questa nostra presenza aveva così sovranamente irritato i comunisti, che questi avevano disertato i lavori del seminario e ci avevano mosso un attacco di straordinaria volgarità sul loro foglio non ufficiale – una sorta di Paese sera che si adorna del nome, di pretta ispirazione nazionalistica, di Puro Chile – definendoci «gringos ignorantes», rinnegati «pekinistas» e simili. L’invito del presidente, che pure ha solidi legami con il Partito comunista cileno, voleva dunque essere una lezione di stile: non ignorava infatti che nessuno di noi, per essere invitato del governo, aveva lesinato i suoi dubbi o contraffatto le sue posizioni. Pochi minuti dopo che eravamo seduti accanto a tavola, mi chiedeva con un sorriso «C’è qualcosa che la persuade, compagna, in questo paese?». «È importante quel che lei sta tentando signor presidente (e mi blocca subito. «Non signor presidente, compagno. Sono un compagno, come lei»). Ma di qui al socialismo la strada mi pare ancora lunga». Non è una risposta che lo entusiasma, però acconsente: «Sì, è una strada difficile». Ma non è un terreno su cui gli interessa restare: gli importa che capiamo come si muove, quel che vuole, soprattutto la dimensione delle difficoltà che incontra e sulle quali non stende veli ottimistici. Appena entrato nella sala dove lo attendevamo, nel modesto palazzo presidenziale, Allende, piccolo, più rotondo e acceso in volto che non sembri dalle fotografie, palesemente affaticato ma con piglio sicuro ci aveva abbordato direttamente: «Vi ringrazio di essere venuti, siete dei formatori dell’opinione nei vostri paesi, è per noi di grande importanza che sappiate e diciate che cosa è il Cile oggi». E dopo poche civetterie («io sono un medico, faccio il politico per forza») il discorso fila subito al sodo. E parte dalle difficoltà presenti. Anche di ordine internazionale? «Anche, mi risponde. Abbiamo quattromila chilometri di frontiera, nessuno li può difendere. Ci siamo trovati qui in fondo al continente, soli. E diamo fastidio a molti». Il riferimento al Brasile, nome non pronunciato, è evidente, come dovunque in America latina: forte, violento ed espansionista, ha diretto il colpo di stato in Bolivia, togliendo ad Allende un possibile polo di alleanza. «Non penso a un attacco militare. Ma è essenziale per noi non essere isolati. È stato Lanusse, il presidente argentino, ad aprirmi le porte dei paesi del patto andino. Certo – e mi dà un’occhiata, giacché non ignora quel che ne pensano gli esiliati politici argentini in Cile – anche lui ha avuto il suo interesse in questa operazione. Ma per il momento il maggior vantaggio lo abbiamo avuto noi». Ed ha ragione: concordando una linea con Lanusse s’è rafforzato di fronte agli Stati uniti e ha tolto un possibile retroterra alla destra cilena, che non aveva fatto mistero di contare sui militari dell’immenso vicino, steso dorso a dorso sul Cile lungo la cresta della Cordigliera. «Ora possiamo dirci sicuri nel Cono Sud, anche se il colpo di stato in Bolivia è un fatto grave». Grave, ma finisce perfino col giocare in favore di Allende: il colonnello Banzer rispolverando imprudentemente l’antica rivendicazione boliviana di uno sbocco sul mare a spese del Cile, rifà di colpo l’unità dell’esercito – che resta il punto più incerto nel disegno allendista – attorno al presidente. Ma gli americani? Come valuta Allende le dichiarazioni di Rogers dopo il rifiuto dell’indennizzo alle miniere nazionalizzate, un gesto di dispetto o una minaccia reale? «Una minaccia reale – afferma –. Molto più seria di quanto nessuno, qui e altrove, sembri rendersi conto». E ribadisce la sua argomentazione, già espressa nella secca risposta al Dipartimento di stato: gli Stati uniti non si rassegnano che un paese rivoglia le ricchezze che gli sono state rapinate, (tanto più che questo gesto cileno costituisce un pericoloso precedente) e scaricano il ricatto su tutta l’America latina. Ma, differentemente da quanto afferma il settimanale Newsweek e, appena più ipocritamente, il grande giornale di Santiago nemico di Allende, il Mercurio, il governo di Unità popolare non solo non punta alla rottura, ma si muove con estrema prudenza, puntando a fondo solo dove, come nel caso delle miniere, il diritto è innegabilmente dalla parte sua. Tutta l’operazione del conteggio sugli indennizzi all’Anaconda e alla Kennecott, che doveva arrivare al clamoroso: «Non solo non vi dobbiamo niente, ma siete voi che ci dovete ancora circa quattrocento milioni di dollari», è stata condotta senza fragore, con il minimo di ricorso agli slogan e un massimo di copertura da parte di esperti internazionali. «Gli Stati uniti possono danneggiarci molto. Tutti i pezzi di ricambio per l’industria del rame vengono dagli Stati uniti. E così i reattivi. Possono bloccarci la produzione da un giorno all’altro». Andrà così? «Speriamo di no. Abbiamo bisogno per questo dell’appoggio internazionale». Quali sono, domando, le difficoltà più gravi a breve scadenza? Anche qui una risposta senza perifrasi: «Approvvigionamento e divise». Il Cile ha bisogno di importare, da sempre, alimentari e oggetti di consumo: aumentati i salari per un valore reale che è calcolato a circa il 40%, ne è seguita una crescita della domanda dei beni di consumo. E questi devono venir dall’estero: quasi trecento milioni di dollari quest’anno, di più l’anno prossimo. Poi occorre pagare una quota di 360 milioni di dollari l’anno per coprire il debito estero, paurosamente aumentato con la nazionalizzazione delle miniere. E non è un mistero che le riserve si stanno facendo esigue, sono ormai non più di 100 milioni di dollari. «Dovete proprio pagare?». Il presidente mi guarda di sbieco: «Il Cile terrà fede. Pagheremo».Sono le grandi banche mondiali, ed è un guaio farsele nemiche. L’una voce e l’altra si portano via praticamente il gettito di quella sola fonte di divise che è il rame. «Abbiamo bisogno di crediti», spiega Allende, e non finge di averli trovati. «In questo campo tutto è aperto. Aperto il problema con i paesi socialisti, stiamo trattando, niente è concluso, tutto è in discussione». C’è l’ Europa, ma è lontana e, come saprò poi, la Fiat che pareva interessata a una facilitazione di rapporti per una grossa installazione in Cile, si è improvvisamente coperta da mille garanzie governative. C’è la Germania. C’è il Giappone con tutti quei milioni e milioni di dollari imbarcati quest’estate: dovrà pure metterli da qualche parte. E infatti, s’è affacciato anche il Giappone. Ma è chiaro che nessun paese oggi, di fronte all’irritazione americana – e forse all’ incertezza sul destino interno di Allende – ha finora puntato a una forte concessione di crediti al Cile, la cui riconversione industriale non sarà cosa di pochi giorni e dove la riforma agraria costerà, per un pezzo, più che non renda. La cautela sovietica, poi, è manifesta. Che questo sia il problema numero uno, Allende non lo nasconde; così come la certezza, se risolve questo, di regolare tutto il resto. Con la destra e con la sinistra. A destra, è arrivato ormai ai ferri corti con la Democrazia cristiana. «Sono tutti contro, tutti coalizzati». «Tomic, inizialmente, però, si comportò diversamente?». «Sì, ma oggi sono tutti dall’altra parte»; lo dice con rabbia, amarezza, con un mezzo sorriso, che sottintende i limiti dell’opposizione di destra. «L’esercito, però, per il momento è neutralizzato». L’esercito cileno, mi spiega come tutti in questo paese, non è il tradizionale strumento del golpismo; è espressione d’un ceto medio fortemente istituzionale. Tuttavia, differentemente da altri, il compagno presidente non sembra cullarsi in troppe illusioni; dosa gli aggettivi, e si contenta per ora, d’una «neutralità». Per questo gli è essenziale una politica di acquisti all’estero, che non gli alieni, attraverso una restrizione dei consumi, il ceto medio e non fornisca una base di massa ai nervosismi d’una destra assai più ramificata che non sia il partito di Alessandri. Tanto più che uno scontro si avvicina sulla famosa legge che delimita le aree di intervento statale. Allende s’è precipitato a nazionalizzare le industrie, rapidamente, prima che il grosso dei capitali fugga; ma è ovvio che sotto la grandine, nessun privato – salvo la piccola e media impresa, coperte – investa più niente, e la Democrazia cristiana cerchi di delimitare – forte della minoranza relativa di Unità popolare alle camere – fin dove il governo possa andare nell’esproprio. Ha quindi proposto di elencare le aree di possibile intervento statale, quelle di intervento misto, quelle lasciate ai privati. Allende mi spiega il meccanismo, e afferma che, se non si va a un accordo, bloccherà la legge, con un veto presidenziale, se passerà alla Camera e che presenterà una legge propria attraverso un plebiscito. A questo si tratta di arrivare riducendo al minimo il margine di consenso di massa dell’avversario. E l’avversario lo sa. La partita si gioca a tempi stretti, e la preoccupazione di Allende è evidente; mentre mi parla, a voce bassa e frasi brevi – la tavolata è troppo grande per non dividersi in una serie di colloqui a due, ciascuno col vicino – Allende mangia pochissimo e non sembra incline a diplomatizzare niente. «Come ha trovato lo spirito della gente?», mi domanda. Rispondo che il paese sembra, apparentemente, privo di tensione: la passione più grande sta nella giovane leva chiamata al governo, e poi nel Mir. Una partecipazione di folla, di base non si vede. «Le masse possiamo mobilitarle quando vogliamo». «Ma non è importante che si mobilitino da sé? Se la situazione è difficile, non sarebbe bene che le masse avessero i propri strumenti di intervento?». Qui Allende non mi segue, anche se un momento dopo gli balenerà un sorriso dietro gli occhiali, ricordando che «la compagna è «ultraizquierdista». «Le masse debbono mobilitarle e organizzarle i partiti; è affar loro. Ci sono i partiti, i sindacati. Come ha trovato il partito socialista?». A me è parso interessante, come una spugna che assorbe forze diverse, meno chiuso del partito comunista e più capace di riflettere le spinte contrastanti di una base politica investita da una situazione nuova; Allende lo trova poco organizzato, e con ragione. Mi dice che non ha tempo di occuparsene, anche se partecipa a una riunione di partito ogni mercoledì e venerdì. Ma è chiaro che altro lo preoccupa proprio perché esce dal suo orizzonte politico – e cioè l’abbozzarsi di una presenza di massa, o di classe, quale sta sollecitando il Mir con le occupazioni contadine, che non sta alle regole del gioco politico – istituzionale. Queste masse, questo Mir che possono sfuggire a un ritmo concordato, vanno – anche se non lo dice a tutte lettere – «neutralizzati» o almeno «canalizzati» anch’essi. E non a caso mi assicura che i suoi rapporti col Mir sono, sul piano personale, ottimi: sua figlia, Laura, che è medico – mi spiega – ha un figlio che è un quadro del Mir e ce li ha sempre, lui e i suoi compagni, per casa. In Cile, questi legami contano. Poco dopo però quando, terminata la colazione, io, un po’ imbarazzata di avere monopolizzato il presidente, cercherò di allontanarmi e lasciarlo agli altri, l’accento cambia. Il discorso è caduto sul processo che proprio Allende ha intentato qualche giorno prima a un suo nipote mirista – «Capite, che sia mio nipote non conta!» – il quale sul foglio del Mir, il Rebelde ha detto qualche parola di più contro l’esercito. Il presidente si accende: «Non si gioca col fuoco. Non tollererò provocazioni irresponsabili. Se qualcuno crede che in Cile un colpo di stato dell’esercito si svolgerebbe come in altri paesi latino-americani, con un semplice cambio della guardia qui alla Moneda, si sbaglia di grosso. Qui, se l’esercito esce dalla legalità è la guerra civile. È l’Indonesia. Credete che gli operai si lasceranno togliere le industrie? E i contadini le terre? Ci saranno centomila morti, sarà un bagno di sangue. Non tollererò che si giochi con questo». Lo pensa davvero; ma, ancora una volta, come per il rapporto con le masse, vede la sola garanzia nei tempi che egli stesso dà all’operazione, nel suo stile di «violenza legalitaria», unito a una rara abilità di scompaginare il fronte nemico. Ogni iniziativa di classe più diretta, più elementare, rischia di far precipitare negativamente gli equilibri. Dubito che il nipote, el sobrino, vada in galera; ma le bacchettate sulle dita al Mir sono ormai di rigore. E così, quando occorre, un richiamo all’ordine degli operai. Mentre stiamo per congedarci, in capo a due ore e mezza, Allende racconta che sta per partire al nord, verso l’immensa miniera di rame di Chuquicamata, i cui operai hanno chiesto un clamoroso aumento di stipendio, dal 50 al 70% in più. «Non si può. Glielo vado a dire. E perché devono fare uno sciopero? Contro chi sono in guerra? Sono loro, ormai, i padroni della miniera». «Non sono loro i padroni, compagno presidente. È lo stato ». Il dottor Allende mi fulmina come un malato recalcitrante. «Il popolo è il padrone». «Beh, compagno presidente…». «Lo è. Lo sarà!». Un momento dopo, già congedati, mi richiama. «So che domani va a Concepción. Ne sono contento. È importante che veda Concepción. Vorrei che parlassimo dopo, con calma». Il fatto è che a Concepción l’invito viene dall’università «mirista», ed è là che il Mir ha organizzato soprattutto la presa delle terre. Allende, che già mi ha fatto trasecolare dimostrandosi informato di quel che è il manifesto, crede nelle virtù del dibattito, vuole convincere, difendere il «suo» Cile, la sua linea, conquistare tutti, «ultraizquierdisti» compresi. Ma il «dopo» non ci sarà e io non rivedrò più il dottor Allende. Fra il ritorno da Concepción e la mia partenza non c’è che un giorno; e la sera prima è scoppiato uno scandalo clamoroso. La destra agraria ha pensato, imprudentemente, di denunciare lo «statalismo» del governo, che minerebbe i valori della proprietà e dell’iniziativa contadina, in occasione dell’apertura della Fiera agricola latino-americana, in presenza di ministri e ambasciatori. Allende, che doveva presenziare, riesce a vedere solo un’ora prima il discorso di Benjamin Matte, una sorta di Bonomi locale che si credeva, forse, coperto dall’essere presidente dell’istituto per i rapporti con Cuba. Inferocito, il presidente non solo non andrà a inaugurare la Fiera, ma ingiungerà a Matte di leggere, prima del suo discorso, una lettera di lui, Allende, in cui gli dà senza mezzi termini dell’irresponsabile. La Fiera si apre in un clima indicibile, con la gente che applaude freneticamente la lettera di Allende, il Matte che tenta di parlare in mezzo a fischi e grida di «momio, maricon!» («Mummia, finocchio»), ambasciatori e ministri che se la squagliano, paesi amici che chiudono precipitosamente i padiglioni. L’indomani sensazione nei giornali, consiglio dei ministri, burrasca violenta con la democrazia cristiana. Impossibile vedere il presidente, e si capisce. Ma anche questo episodio completa il ritratto dell’uomo: è forse, anzi, il terreno su cui è più forte, imbattibile. La ragione per cui amici e nemici, a destra e sinistra lo rispettano. Parlano di lui, «el Chicho», con un misto di affezione e dispetto. Ne elencano i difetti, ma con riserva. Si può essere, come il Mir, su posizioni radicalmente diverse – ma nessuno gli nega una determinazione da uomo politico di grande statura; un vecchio socialista che, differentemente dal costume dei socialisti e dei presidenti, in America latina e altrove, non andrà a compromessi. Il dottor Allende ha tentato tre volte di andare al governo per portare a termine il suo esperimento; ora non lo mercanteggerà con nessuno. Resta da vedere la stabilità interna del suo progetto: se è destinato a durare, o a precipitare verso una sconfitta o verso quella rivoluzione che Allende crede di aver già fatto.

* Fonte: Rossana Rossanda , IL MANIFESTO

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L’Italia condanna il Plan Cóndor ma assolve “il torturatore” Troccoli https://www.micciacorta.it/2017/01/litalia-condanna-plan-condor-assolve-torturatore-troccoli/ https://www.micciacorta.it/2017/01/litalia-condanna-plan-condor-assolve-torturatore-troccoli/#respond Wed, 18 Jan 2017 08:43:08 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22885 Processo Condor. Assolto Jorge Nestor Troccoli, ora cittadino italiano, ma in passato membro dei servizi segreti dell’Uruguay

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Il militare, sopranominato “il torturatore”, è stato tra i primi a riconoscere l’uso della tortura negli interrogatori, ha ammesso di averla praticato sui prigionieri, ma ha precisato di non aver mai ucciso un detenuto. Troccoli, l’unico residente in Italia rimane libero. Mentre i condannati lo sono tutti in contumacia Otto condanne all’ergastolo, 19 assolti e 6 prosciolti per morte degli imputati. Ieri la terza Corte d’assise di Roma ha emesso sentenza al lungo processo Cóndor in rapporto al sequestro e scomparsa di 23 cittadini italiani, avvenuta in diversi paesi dell’America Latina tra il 1973 e il 1978. La Corte, presieduta da Evelina Canale, ha parzialmente accolto in prima istanza le richieste dell’accusa: 27 condanne all’ergastolo e un’assoluzione. Assolto Jorge Nestor Troccoli, ora cittadino italiano, ma in passato membro dei servizi segreti dell’Uruguay, Paese che non ha ottenuto la sua estradizione. Il militare, sopranominato “il torturatore”, è stato tra i primi a riconoscere l’uso della tortura negli interrogatori, ha ammesso di averla praticato sui prigionieri, ma ha precisato di non aver mai ucciso un detenuto. Troccoli, l’unico residente in Italia rimane libero. Mentre i condannati lo sono tutti in contumacia. L’indagine italiana sull’Operación Cóndor, l’internazionale del terrorismo di Stato, iniziò nel 1999, in seguito alla denuncia dei famigliari di 8 cittadini italiani desaparecidos, vittime della repressione in diversi paesi dell’America Latina. Un’indagine molto complessa perché la macchina della repressione era organizzata dai vertici dello Stato, che non solo hanno cancellato ogni traccia, ma hanno perfino fatto sparire le persone. Il processo è nato dalle denunce presentate dai parenti di 42 persone uccise durante la lunga stagione delle dittature militari che ha segnato la storia della regione. Oltre alla annosa dittatura di Alfredo Stroessner in Paraguay (1954-1989), i militari presero il potere in Brasile (1964-1985), Bolivia (1971-1978), Cile (1973-1988), Uruguay (1973-1988) e Argentina (1976-1983), tutti governi che hanno ricevuto assistenza dal Dipartimento di Stato Usa e l’intervento diretto della Cia. Si pensi che quando il generale Jorge Videla prese il potere in Argentina nel 1976, tutta la regione è sotto regimi dittatoriali. La ragione di un processo in Italia si basa nell’impossibilità di avere giustizia nei propri paesi. Nell’ultimo decennio solo l’Argentina ha avuto il coraggio di processare centinaia di repressori, tra cui anche quelli vincolati all’Operación Cóndor. Negli altri paesi della regione, pur con diverse modalità, la richiesta di giustizia è stata sempre rimandata. Proprio per questo, molti famigliari delle vittime vedono ora per la prima volta la possibilità di arrivare ad una condanna dei carnefici dei loro cari. Il Cóndor nasce nel 1974 su iniziativa del generale Manuel Contreras, capo della polizia segreta del generale Augusto Pinochet, poi nel 1975 questa «cooperazione» si formalizza a Montevideo con un accordo tra Pinochet e Videla. L’accordo riguardava tutto il cosiddetto Cono Sud: Argentina, Brasile, Bolivia, Cile, Perù, Paraguay e Uruguay e permetteva annientare ogni forma di opposizione, o presunta tale, consentendo lo sconfinamento di militari e servizi segreti. Un lavoro pulito che non prevedeva problemi di giurisdizione, né lunghe procedure internazionali di estradizione. Tutti seguivano il disegno imparato a Panama nella famigerata Scuola delle Americhe (oggi Western Hemisphere Institute for Security Cooperation), dove i militari sudamericani ancora oggi sono addestrati dall’esercito Usa nella lotta antisovversiva e alle varie tecniche di tortura. Oltre a perseguitare migliaia di oppositori il Cóndor ha compiuto diversi attentati di rilevanza internazionale. A Buenos Aires, nel settembre 1974 una bomba uccide il generale Carlos Prats e sua moglie. Prats ex capo dell’esercito cileno era rimasto fedele fino alla fine al presidente Salvador Allende. A Roma, nell’ottobre 1975 l’ex vicepresidente di Allende, Bernardo Leighton e sua moglie vengono mitragliati mentre rientrano a casa. A Washington, nel settembre 1976 una macchina imbottita di esplosivi uccide l’ex ministro di Affari esteri di Allende, Orlando Letelier, e la sua segretaria. Dopo decenni di attesa molti famigliari sono rimasti con l’amaro in bocca. SEGUI SUL MANIFESTO PER APPROFONDIRE

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Golpismo. Oggi la sentenza italiana sul Plan Condor https://www.micciacorta.it/2017/01/22875/ https://www.micciacorta.it/2017/01/22875/#respond Tue, 17 Jan 2017 09:11:12 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22875 La III Corte di Assise di Roma si dovrà pronunciare nell’ambito del processo contro 33 imputati che, con diverso ruolo e funzione, hanno preso parte al «Plan Condor» e per i quali l’accusa ha chiesto 27 ergastoli e una assoluzione

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vittime della dittatura argentina

È prevista per oggi una delle sentenze più importanti degli ultimi anni, in grado non solo di fare giustizia ma anche di aggiungere un altro pezzo di verità a una delle pagine più nere della storia degli ultimi decenni, quella che riguarda le dittature sudamericane degli anni ‘70 e ‘80 e le migliaia di morti e desaparecidos che provocarono. La III Corte di Assise di Roma si dovrà pronunciare nell’ambito del processo contro 33 imputati che, con diverso ruolo e funzione, hanno preso parte al «Plan Condor» e per i quali l’accusa ha chiesto 27 ergastoli e una assoluzione. Un processo che ha un grande valore giuridico e politico. È infatti il secondo in assoluto nel mondo, dopo quello in Argentina, a occuparsi esplicitamente degli intrecci repressivi, sotto l’egida della Cia, dei regimi del Cono Sur, nella persecuzione, sequestro, l’interscambio e la sparizione degli oppositori oltre i confini nazionali. Finora la giustizia nei diversi paesi aveva, in maniera diseguale, avanzato sui singoli casi, processando e condannando soprattutto gli esecutori materiali, ma senza mai riuscire a individuare il nesso causale politico ed il coordinamento tra le diverse dittature. Questo processo individua invece un reato associativo transnazionale: processa proprio quel coordinamento criminale tra le diverse dittature latinoamericane. Il Plan Condor fu un’organizzazione criminale finalizzata alla sparizione di persone, messa in atto dalle dittature militari che controllarono, nel decennio ’70-’80, i governi di Cile, Paraguay, Uruguay, Brasile, Bolivia e Argentina. In un documento, oggi desecretato, che un agente dell’Fbi inviò nel 1976 alla sua ambasciata a Buenos Aires si spiega il piano: «Operazione Condor è il nome in codice per l’individuazione e l’interscambio dei cosiddetti ‘sinistrorsi’ comunisti o marxisti, instaurata tra i servizi segreti dell’America del Sud. Il passaggio più concreto implica la formazione di squadre speciali dei paesi membri con la facoltà di viaggiare ovunque nel mondo con il compito di castigare e assassinare i terroristi e chi li appoggiano». Il Piano nacque all’indomani del colpo di stato in Cile che, l’11 settembre 1973, destituì il presidente Allende cui subentrò Pinochet. Fu Manuel Contreras, capo della Dina, la famigerata polizia segreta cilena, ad organizzarlo. Molti individuano in Henry Kissinger segretario di Stato Usa, il gestore principale del processo dittatoriale instaurato in America latina in quegli anni, nonché il mandante supremo del Condor. È sicuramente possibile affermare che fu al corrente di tutto fin dall’inizio, proprio per il filo diretto che aveva con Contreras. Secondo cifre indicative durante il Piano 50.000 persone furono assassinate, 30.000 furono i desaparecidos e 400.000 persone vennero incarcerate. Dagli esposti di familiari di persone di origine italiana scomparse nacque il processo italiano. Questi esposti vennero raccolti dal Pm Giancarlo Capaldo che fece partire le investigazioni nel lontano 1999.   Le vittime per le quali si è proceduto sono in totale 43, 6 italo-argentini, 4 italo-cileni e 13 italo-uruguaiani insieme ad altre 20 vittime uruguaiane per le quali sorti l’imputato è Jorge Nestor Troccoli. In quest’ultimo caso è possibile procedere non per le origini delle vittime ma per quelle dell’imputato, residente in Italia, paese del quale ha anche la cittadinanza. Tra le 43 vittime ci sono anche Alfredo Moyano Santander e Juan José Montiglio Murua. Alfredo, militante della Resistencia Obrero Estudiantil (Roe) in Uruguay e del Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaro (Mln-T) in Argentina fu sequestrato il 30.12.1977 presso il suo domicilio a Berazategui in Argentina insieme alla moglie María Artigas, incinta di un mese al momento della detenzione, e detenuto presso i centri clandestini di Pozo Quilmes, Pozo de Banfield e Cot1 Martínez. Alfredo Moyano e sua moglie sono ancora desaparecidos. La figlia Maria Victoria nasce il 25.08.1978 nel centro di detenzione e recupera la propria identità solo nel 1987 grazie all’opera delle Abuelas de Plaza de Mayo. Juan José era invece cileno e militante del Partito Socialista, nonché capo della «Guardia de Amigos del Presidente» (Gap), la scorta personale e più fidata di Allende. Arrestato durante gli scontri a fuoco che si verificarono l’11 settembre 1973 nel «Palacio de La Moneda« a Santiago, fu imprigionato, torturato, fucilato a colpi di mitra e fatto saltare in aria con delle bombe a mano nella caserma Tacna dai militari comandati da Rafael Francisco Ahumada Valderrama. È uno dei 3mila desaparecidos cileni: il suo corpo non è mai stato ritrovato. Il reato che viene contestato agli imputati è quello di omicidio plurimo aggravato. Purtroppo l’assenza di una normativa riguardante i reati di «desaparición» e il trentennale ritardo nell’approvare il delitto di tortura, non ha consentito di procedere anche in tal senso. * Antigone/Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili SEGUI SUL MANIFESTO PER APPROFONDIRE

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Una spregiudicata combattente https://www.micciacorta.it/2016/10/22576/ https://www.micciacorta.it/2016/10/22576/#respond Thu, 20 Oct 2016 07:47:14 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22576 Sono iniziate in questo mese le celebrazioni del centenario di Violeta Parra, che cadrà il 4 ottobre 2017. Cantante, compositrice, artista e poeta, ha incarnato l'anima più sovversiva del Cile tanto che Pinochet fece togliere il suo nome da un quartiere di Santiago

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A pochi passi da Plaza Italia, nel centro di Santiago del Cile, c’è un edificio basso e imponente (visto dall’alto, potrebbe assomigliare a una chitarra tagliata a metà in verticale), fatto di immense vetrate: è il museo Violeta Parra, che, inaugurato nel 2015, a partire da questo mese sarà il fulcro di almeno trecento iniziative nazionali organizzate in vista del 4 ottobre 2017, centenario della nascita di colei che il fratello Nicanor, poeta tra i più grandi, chiama Viola piadosa, admirable, volcánica, nei versi del lungo poema Defensa de Violeta Parra, oggi incisi lungo la rampa d’ingresso al museo. Non va dimenticato, però, che in una delle strofe della «Difesa» (pubblicata per la prima volta nel 1958, e apparsa in una versione ampliata nel 1969), aggiunte dopo la morte dell’amatissima sorella, Nicanor la definisce anche «Viola funebris», aggettivo che sembra far presente un secondo anniversario, quello della morte di Violeta, suicida con un colpo di pistola nel febbraio del 1967; tra la venuta al mondo di una donna straordinaria e la sua scomparsa corrono dunque solo cinquant’anni, durante i quali ha preso vita un’opera vastissima che l’ha resa celebre non solo nel suo paese, ma in tutta l’America latina e in Europa, dove è vissuta per alcuni anni tra Francia e Svizzera, visitando instancabilmente altre nazioni per portarvi la sua musica. È stata davvero lunga la strada percorsa dalla bambina nata in una famiglia assai povera (dieci figli, una madre sarta; un padre stroncato dalla tubercolosi e dall’alcolismo), dall’adolescente cresciuta in campagna ed emigrata nei quartieri popolari di Santiago, dalla giovane donna sposata con un ferroviere comunista e incapace di trasformarsi in casalinga rassegnata, dalla piccola cantora che si guadagnava la vita esibendosi per strada e nei bar. E il museo, insieme alla Fondazione che porta lo stesso nome, dà conto di questo percorso tumultuoso accostando immagini e suoni, documenti, oggetti, musica (una sala è occupata da un «bosco sonoro» dove, appoggiando l’orecchio a tronchi d’albero cavi, si possono ascoltare le canzoni di Violeta) e infine opere d’arte, ossia i quadri, le ceramiche, le sculture in filo di rame e soprattutto le stupende arpilleras (grandi arazzi di juta ricamata) che «la Viola» produceva a getto continuo e che nel 1959 espose a Parigi, in un padiglione del Louvre. Se quella di artista visuale è una delle meno note tra le tante identità di Violeta, più celebre è quella di musicista, compositrice e cantante, nonché di folclorista che ha registrato e salvato almeno tremila canti popolari del suo paese, e che nutriva il sogno di offrire a tutti il frutto del lavoro suo e di altri nell’ormai leggendaria Carpa de la Reina, un tendone da circo alla periferia di Santiago: un progetto difficile, osteggiato da molti, che le costò duro lavoro e amare delusioni, e finì per essere lo scenario del suo congedo definitivo. Ancor meno conosciuta della Violeta pittrice e ricamatrice è poi, almeno in Europa, l’autrice dei versi raccolti finalmente in Poesia, un volume di oltre quattrocento pagine curato da Paula Miranda, docente presso l’Università Cattolica del Cile e già autrice nel 2013 di un saggio notevole, La poesía de Violeta Parra. Presentato il 4 ottobre presso il museo per dare inizio all’anno parriano, il libro include, oltre ai contributi di grandi poeti e scrittori che la stimarono e le furono amici, come de Rokha, Arguedas, Rojas, Neruda, i testi delle 118 canzoni composte da Violeta (tra esse, alcune varianti sconosciute di Gracias a la vida, la più famosa e la più fraintesa), ma anche molti testi inediti e un’autobiografia in versi intitolata Decimas, scritta tra il 1954 e il ’58 per incitamento di Nicanor. Pubblicata due anni dopo la morte di Violeta, Decimas utilizza un metro arcaico e tipico del folclore, che incatena strofe di dieci versi ottosillabi, in rima e con l’obbligo di trattare un medesimo argomento per ogni strofa. Un esercizio complicato, che Violeta praticava con meravigliosa naturalezza, fondendo poesia popolare e letteratura colta, memoria personale e collettiva, e aprendo così la strada alle sue creazioni musicali più significative, come le canzoni splendide e a volte strazianti riunite nel disco Ultimas composiciones (un vero e proprio congedo, prima del suicidio già altre volte tentato).
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Una delle opere di Violeta Parra
                            Proprio dalle pagine di Decimas, Violeta sembra venirci più che mai incontro: dotata di innumerevoli talenti e di energia spropositata, orgogliosa, iraconda e autoritaria, generosa all’estremo; qualcuno, scrive Nicanor, che «non si veste da pagliaccio, non si compra e non si vende, parla la lingua della terra». Ma anche qualcuno che certi settori della società cilena di allora, profondamente classista e oligarchica, e della sua cultura ufficiale, elitaria e votata al mantenimento dello status quo, non sapevano né potevano accettare, e non solo per via delle posizioni politiche di Violeta, espresse in canzoni mai rassegnate che trasudavano indignazione, dolore, rabbia e ironia. Se per una parte del Cile «la Viola» è stata troppo a lungo una nemica alla quale negare ogni sostegno e riconoscimento – uno dei primi gesti della dittatura di Pinochet fu quello di togliere il suo nome a un quartiere popolare di Santiago -, lo si deve anche al suo rigore, alle sue scelte di vita, al suo essere incredibilmente in anticipo sul proprio tempo. Il suo approccio al folclore, per esempio, non era certo quello più diffuso e ufficialmente accettato, che considerava cultura e usanze del popolo come un pittoresco cadavere da imbalsamare per garantirne l’incorruttibilità, pronto per essere esibito in occasione di qualche festa patronale. Invece lei, la Viola, non intendeva semplicemente «salvare» la musica e la cultura popolare, anche se dedicò tempo ed energia a sottrarre all’oblio canzoni, leggende, musiche registrate nei suoi infiniti viaggi attraverso il Cile; quello che voleva era rivitalizzare e usare materiali e forme del folclore, come nota Arguedas, «nel modo più lucido e aggressivo», per creare qualcosa di originale che parlasse a tutti, uscisse dal ghetto in cui si voleva rinchiuderlo e creasse contaminazioni continue tra mondo contadino e urbano, tra «alto» e «basso», tra vecchio e nuovo, in modo da evitare che ogni diversità venisse cancellata dall’imposizione di un modello culturale unico. Il tratto più eversivo di Violeta, la sua provocazione più grande, era però il suo modo di essere donna: libera, spregiudicata, avventurosa, insofferente a ogni costrizione – lo testimonia, tra le altre cose, la sua intensa e instabile vita amorosa, mai sacrificata alla strada che vedeva tracciata davanti a sé -, lontana dai modelli di femminilità domestica e conciliante proposti e imposti a quell’epoca, non solo in America Latina. Sono le donne del popolo, impegnate come sua madre Clarisa in un lavoro continuo e logorante, pietre angolari di una sopravvivenza difficile, quelle cui Violeta dà voce e che incarna scegliendo panni modesti, ignorando la moda, rifiutando il trucco e le apparenze, vivendo in case dal pavimento di terra battuta, scrivendo canzoni e cantandole, trovando le parole per raccontarsi, ricamando, modellando ceramiche, trasformando le tradizionali forme espressive femminili in arte autentica e personale, mai puramente popolare o colta, sempre lontana da ogni compiacenza o criterio commerciale. «Uccello in volo che nessuno può fermare», pronta a correre i rischi che la sua etica rigorosa, la sua assoluta coerenza e le sue scelte audaci comportavano, logorata infine dall’enorme stanchezza del combattente solitario e ostinato (troppo facile ricondurne il suicidio a un amore deluso, piuttosto che a un’ultima sfida), Violeta Parra è oggi onorata da un paese che l’ha misconosciuta a lungo, eppure non rischia di trasformarsi in un’immaginetta stereotipata o di lasciarsi imprigionare nel museo che giustamente la celebra: la qualità eversiva della sua opera è ancora così evidente, così palpabile, da non poter essere del tutto metabolizzata neppure adesso, nel tempo del suo centesimo compleanno. SEGUI SUL MANIFESTO

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Comincia il processo per l’omicidio del cantante Victor Jara https://www.micciacorta.it/2016/06/comincia-processo-lomicidio-del-cantante-victor-jara/ https://www.micciacorta.it/2016/06/comincia-processo-lomicidio-del-cantante-victor-jara/#respond Wed, 15 Jun 2016 15:37:01 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22037 L’omicidio di Jara, torturato e ucciso con 44 colpi di proiettile nello stadio Cile di Santiago, è diventato uno dei simboli della brutalità del regime militare di Pinochet che ha governato il paese per 17 anni

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Victor Jara

A quarant’anni dalla sua tragica morte, si è aperto a Orlando, in Florida, il processo per l’omicidio di Victor Jara, il cantante cileno ucciso nei primi giorni della dittatura militare di Augusto Pinochet nel settembre del 1973. L’omicidio di Jara, torturato e ucciso con 44 colpi di proiettile nello stadio Cile di Santiago, è diventato uno dei simboli della brutalità del regime militare di Pinochet che ha governato il paese per 17 anni. Un ex ufficiale dell’esercito cileno, Pedro Pablo Barrientos Núñez, sarà processato da un tribunale statunitense per l’omicidio, dopo una battaglia legale e politica della vedova di Jara, Joan Turner, che ora ha 88 anni e sarà una dei testimoni del processo. Barrientos, all’epoca tenente, è accusato di essere stato il responsabile dei militari che torturarono Jara e gli spararono alla testa, uccidendolo. L’omicidio sarebbe avvenuto nello stadio di Santiago, trasformato in centro di detenzione e tortura per migliaia di oppositori politici e attivisti nei primi giorni dopo il colpo di stato avvenuto l’11 settembre del 1973, con cui Pinochet prese il potere, destituendo il presidente Salvador Allende. Il cadavere mutilato di Victor Jara fu ritrovato insieme ad altri cadaveri all’esterno dello stadio, con 44 colpi di proiettile addosso. Secondo la Commissione per la verità e la giustizia, durante il regime militare di Pinochet furono uccisi almeno 3.100 oppositori politici, tra questi almeno un migliaio sono desaparecidos, cioè sono scomparsi e il loro corpo non è mai stato ritrovato. Un processo storico Victor Jara, 39 anni, è stato uno dei cantanti più conosciuti e più impegnati del suo paese all’inizio degli anni settanta. Era un cantante, un musicista, un regista teatrale e un poeta, e ha ispirato molti musicisti latinoamericani e internazionali, come Bruce Springsteen e gli U2. Barrientos, il principale imputato per l’omicidio di Jara, è fuggito negli Stati Uniti nel 1989, subito dopo la fine del governo di Pinochet e le prime elezioni libere in Cile dopo quasi due decenni di dittatura. Barrientos è diventato cittadino americano e ha vissuto a Deltona, in Florida. In Cile Barrientos e altri sette ufficiali sono stati incriminati per l’omicidio di Jara nel 2012, ma il processo procede lentamente, e il governo degli Stati Uniti non ha risposto a una richiesta formale di estradizione di Barrientos. Il processo, che si svolgerà in Florida, è il primo contro un ufficiale cileno all’estero. L’accusa è di omicidio extragiudiziale e tortura, ed è stato possibile per la famiglia di Victor Jara ricorrere al tribunale per una legge che negli Stati Uniti protegge le vittime di tortura, la Torture victim protection act. Davanti alla giuria, composta da sei persone e dal giudice Roy Dalton, dovranno testimoniare venti persone.

UN DOCUMENTARIO SULLA MORTE DI VICTOR JARA (IN SPAGNOLO)

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Gli eroi italiani di Santiago così salvarono gli oppositori https://www.micciacorta.it/2016/03/21433/ https://www.micciacorta.it/2016/03/21433/#comments Thu, 03 Mar 2016 08:08:54 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21433 Il Cile oggi premia i diplomatici che durante il golpe riuscirono a proteggere nella nostra ambasciata i perseguitati da Pinochet

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Allende

«IN QUEI MOMENTI, quando accompagnavo i perseguitati politici cileni, sani e salvi all’aeroporto — ha scritto l’ambasciatore Roberto Toscano — pensavo che fare il diplomatico fosse il mestiere più bello del mondo». E sì, perché nella lunga notte della dittatura militare, ci fu un piccolo gruppo di diplomatici italiani che, lasciati senza istruzioni dalla Farnesina, scrissero a Santiago del Cile una delle pagine più belle e appassionanti della nostra solidarietà internazionale. E che oggi, in una cerimonia che si svolgerà a Roma, saranno premiati dall’ambasciatore del Cile in Italia, Fernando Ayala. «Un atto simbolico — dice Ayala — un riconoscimento alla grande generosità di tutti gli italiani verso i cileni perseguitati dalla dittatura negli anni Settanta». Furono molti mesi, fra il settembre del ’73 e il 1975, nei quali l’ambasciata d’Italia a Santiago del Cile si trasformò in un rifugio, un’isola di salvezza, per centinaia di “asilados” politici braccati dalla polizia di Pinochet. A gestire l’ambasciata, nelle ore in cui Salvador Allende moriva suicida nel palazzo della Moneda preso d’assalto dai militari golpisti, c’erano Piero de Masi, primo consigliere e incaricato d’affari mentre l’ambasciatore era fuori sede e non sarebbe rientrato perché il governo italiano non riconobbe la giunta, Roberto Toscano, allora giovanissimo secondo consigliere e “addetto commerciale”, e Damiano Spinola. Più tardi arrivarono l’ambasciatore Tomaso de Vergottini e, dall’Argentina, i consoli Enrico Calamai e Emilio Barbarani. «Non decidemmo nulla all’inizio — ricorda Toscano — ci capitò. I primi ad arrivare subito dopo il golpe furono gli italo-cileni, che l’ambasciata doveva proteggere. Poi tantissimi altri che saltavano il muro d’ingresso e si rifugiavano nella residenza. C’erano persone che erano state arrestate, spesso torturate, rilasciate, e poi nuovamente ricercate, o che comunque vivevano sotto l’incubo di un nuovo arresto ». De Masi, per concedere asilo ai rifugiati, s’inventò, nei dispacci che inviava alla Farnesina, la formula «Salvo diverse istruzioni...», che non arrivarono mai. Mentre Toscano trattava con il ministero degli esteri cileno la concessione dei salvacondotti che consentivano ai cileni di lasciare il Paese. Furono più di 750 i cileni messi in salvo grazie al lavoro del piccolo gruppo di diplomatici italiani a Santiago. «Per alcuni — ricorda ancora Toscano — l’amichevole reclusione nella nostra residenza durò qualche settimana, per altri un anno intero». In alcuni periodi nell’ambasciata ci furono fino a 250 rifugiati contemporaneamente. Uomini, donne, vecchi e bambini. «Tutti dormivano per terra su materassi della Croce rossa — ha ricordato Emilio Barbarani — stipati fin negli abbaini. C’erano solo cinque o sei bagni a disposizione e si formava una lunghissima fila anche solo per lavarsi e per radersi». Il momento più drammatico di quei mesi fu quando i militari, una notte durante il coprifuoco, gettarono il cadavere di Lumi Videla, una giovane militante del Mir, la sinistra rivoluzionaria, che avevano torturato e ucciso, nei giardini dell’ambasciata. I giornali della dittatura scrissero che era morta «uccisa dai suoi compagni durante un’orgia», e cercarono di costruire un casus belli per forzare l’ingresso della residenza diplomatica e arrestare tutti i rifugiati. Toscano raccontò com’erano andate veramente le cose, ma da quel momento divenne una persona non grata e — era il novembre del ‘74 — dovette abbandonare il Cile. Fra i rifugiati passò persino Silvano Girotto, al secolo “Frate mitra”, famoso anni dopo in Italia perché collaborò con il generale Dalla Chiesa all’arresto del fondatore delle Brigate rosse, Renato Curcio. Girotto allora era un francescano missionario in Bolivia e aveva raggiunto il Cile per opporsi alla dittatura. «Era ferito a una spalla», ricorda Toscano, «lo curammo e poi partì per l’Italia». Lasciando una grossa pistola nascosta in un sacco di buste di latte in polvere. Molte altre ambasciate in quei mesi ospitarono e salvarono perseguitati politici. Ma tra quelle europee furono soprattutto la nostra e quella svedese. Per niente quella britannica. Pensando all’oggi, ai siriani che fuggono dal terrore della guerra civile, Toscano è profondamente deluso. «È clamorosa la nostra indifferenza. Credo perché è morta la politica e viviamo nel tempo della paura. Il diverso, l’altro da noi, è percepito dalla gente soltanto come una minaccia. La storia della solidarietà che abbiamo vissuto negli anni del Golpe di Pinochet in Cile, ci può dare un’idea di quanto siamo cambiati oggi».    

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Neruda Quei baci non dati https://www.micciacorta.it/2015/10/neruda-quei-baci-non-dati/ https://www.micciacorta.it/2015/10/neruda-quei-baci-non-dati/#respond Sun, 25 Oct 2015 17:03:10 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=20745 “Con te le mie labbra impararono a conoscere il fuoco”. Escono alcuni versi scritti dal grande poeta cileno Pablo Neruda finora mai pubblicati

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DUE O TRE GIORNI PRIMA DI MORIRE, Pablo Neruda scrisse la sua ultima poesia, la più violenta invettiva che un poeta famosissimo e premio Nobel abbia mai lanciato contro qualcuno, a pochi giorni dal golpe di stato di Pinochet del ‘73, quando gli aerei avevano bombardato la Moneda e i militari avevano trucidato il presidente Allende facendo passare la sua morte per un suicidio. La poesia di Neruda diceva: “ Nixon, Frei e Pinochet / fino a oggi, fino a questo amaro / mese di settembre / dell’anno 1973, con Bordaberry, Garrastuzu e Banzer, / iene voraci (...) satrapi mille volte venduti / e traditori, eccitati / dai lupi di New York, macchine affamate di sofferenze, macchiate dal sacrificio / dai loro popoli martirizzati, mercanti prostitute / del pane e dell’aria d’America / fogne, boia, branco / di cacicchi di lupanare, senza altra legge che la tortura / e la fame frustrata del popolo ”.
I funerali del poeta furono il primo atto di resistenza al nuovo regime. È una scena che ho raccontato più volte e che non voglio ripetere. Nessuno in quel momento pensò che Pablo Neruda fosse stato assassinato all’ospedale di Santiago, dove era ricoverato, con una iniezione letale. Era malato di cancro e sarebbe morto comunque dopo pochi mesi. Ma quando sono andato a rileggere i dettagli e le cause della morte di García Lorca, suo grande amico, nella bellissima biografia di Ian Gibson, mi sono accorto di un parallelo inquietante. Lorca venne portato pochi chilometri fuori Granada e ucciso come un cane in una fossa con altri prigionieri, non perché fosse un uomo di sinistra o un omosessuale, come si diceva all’epoca (il probabile autore materiale del delitto, Juan Luis Trescastro de Medina, si vantava di avergli sparato due colpi nella parte bassa della schiena perché era un “ maricon ”). A ucciderlo non furono gli uomini della falange, ma i cattolici reazionari che non gli avevano mai perdonato un articolo, comparso sul principale giornale di Granada, in cui il poeta definiva la borghesia della città la più vile d’Europa. Non era una cosa che gli alleati dei franchisti potevano tollerare.
Pablo Neruda, tra quelli considerati grandi poeti, è stato il più popolare di tutti anche fuori dal suo paese. Persino le persone non proprio acculturate, se gli si chiede di fare il nome di un poeta diranno Neruda. I giovani sotto i vent’anni imparavano le sue poesie a memoria perché erano facili da memorizzare, possedevano un bel ritmo e sussurrate alle orecchie delle ragazze promettevano un risultato sicuro. Certi suoi versi assomigliano ai “ piropos ”, quei complimenti a cascata mormorati per rintontonire le ragazze con le metafore più stravaganti e le immagini più fantasiose. Questi versi sono stati definiti barocchi, un termine passpartout, o meglio un luogo comune, adoperato dai critici anglosassoni con una sottolineatura di disprezzo per indicare tutto quello che è ispanico e decadente.
Ma Pablo è stato anche un autore molto alterno, che cambiava continuamente temi e modi di scrittura. Altri versi sono molto più leggeri, di genere surreale, e danno alla composizione sensuale e carnale una eleganza e una elasticità straordinarie: “ Vicino/ alla tua piccola orecchia/ o sulla fronte/ mi chino, m’inchiodo/
il naso tra i capelli (…) e la tua bocca di schiuma/ in tutto lasciò/ la mia mano/odore d’inchiostro e di selva ”.
Un suono simile lo ritroviamo in quelle, finora inedite, pubblicate in queste pagine e sfuggite alla revisione di Matilde Urrutia, sua moglie.
Ma in altre composizioni si passa esattamente al lato opposto, quello della contemplazione della morte e della fine imminente. Nel ’35, quando andò per la prima volta in Spagna invitato dalla facoltà di Lettere di Madrid, venne presentato da García Lorca con queste parole: «Pablo è più vicino alla morte che alla filosofia, più vicino al dolore che all’intelligenza, più vicino al sangue che all’inchiostro». È vero. Neruda aveva un lungo sguardo che si appuntava su tutto quello che era condannato, una profonda attitudine a contemplare tutto nel versante dell’addio, come diceva Theodor Adorno parlando delle sinfonie di Mahaler.
Era nato a Temuco, un paesetto del Sud del Cile, nascosto in quelle vallate che scendono verso il tratto di mare più pescoso del mondo, percorso dalla corrente gelida di Humbold. Eranno territori che appartenevano agli araucani, grande popolo guerriero, gli unici indios che furono capaci di fermare i “ tercios ” spagnoli guidati dal conquistadores Valdivia e di sconfiggerli. In questo posto dove piove sempre, non c’era molto da fare e si poteva anche morire di noia. Ma il giovane Neruda passava molto del suo tempo a scrivere versi, incantato dal rumore che facevano le gocce sui tetti di lamiera ondulata. Un’impressione simile l’ha avuta un altro artista, famoso almeno quanto Neruda, della stessa epoca. Si chiamava Cole Porter, era un grande compositore. La sua più famosa canzone, Night and day , fa sentire il ticchettìo delle gocce di pioggia.
Pablo adorava il suo paese che una storica inglese ha definito il paese sottile, con una costa battuta da onde immani che provenivano dall’altra parte del globo e avevano attraversato l’oceano Pacifico per diecimila chilometri senza trovare ostacoli. Le poesie dedicate all’oceano sono tra le più belle che abbia mai scritto e quando era giovane diceva sempre di volere una casa di fronte al mare. Se ne costruì una disegnata come una barca, in cima alle dune, in modo da dare l’impressione di essere stata trascinata lì dalle onde come naufragata. Il posto si chiamava Isla Negra e molti credono che sia un’isola mentre è una baia a sud di Valparaíso. Quando ci sono andato, nel settembre 1973, la casa era stata devastata dai poliziotti di Pinochet e derubata delle meravigliose collezioni di conchiglie e di polene. Il governo di Santiago si rese conto dell’errore commesso quando sui giornali apparve la frase, diventata poi celebre e dettata dallo stesso Neruda proprio per impedire la devastazione, “Qui avete come nemico solo la poesia”.
Avrebbe voluto essere seppellito lì — “ frente al mar que conozco ” — ma Pinochet gli negò anche questa sua modesta volontà e fu possibile farlo solo quando venne cacciato il dittatore. Lì ora riposa, accanto a sua moglie. Se passate da quelle parti andateci a la Isla Negra. Venne costruita quando Pablo e i suoi amici andavano ai cortei gridando “ la isqierda unida jamas sera vencida ”. Da allora la sinistra è stata vinta innumerevoli volte, ma il posto è molto suggestivo e ricorda il nostro poeta come nessun altro posto al mondo.

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In Cile è morto il generale Contreras, il capo della polizia politica di Pinochet https://www.micciacorta.it/2015/08/in-cile-e-morto-il-generale-contreras-il-capo-della-polizia-politica-di-pinochet/ https://www.micciacorta.it/2015/08/in-cile-e-morto-il-generale-contreras-il-capo-della-polizia-politica-di-pinochet/#respond Sat, 08 Aug 2015 15:29:45 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=20154 le vittime di sparizioni forzate, torture, tentato omicidio e omicidio sotto il regime di Augusto Pinochet sono state 40mila

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Manuel Contreras è morto il 7 agosto nell’ospedale militare di Santiago del Cile, aveva 86 anni. Era stato condannato a 500 anni di prigione per i crimini commessi durante la dittatura del generale Augusto Pinochet. Contreras non si è mai pentito del suo operato e non ha mai rivelato i segreti di cui era a conoscenza. Era a capo della polizia segreta di Pinochet a partire dal golpe che ha portato alla destituzione del presidente Salvador Allende l’11 settembre del 1973.

La Dina, la polizia segreta di Pinochet, è ritenuta responsabile di quasi tutti gli episodi di tortura, sparizione forzata e omicidio degli oppositori politici del regime. Secondo la Commissione Valech, l’organo istituito dopo la fine della dittatura per studiare i casi di violazione dei diritti umani in Cile, le vittime di sparizioni forzate, torture, tentato omicidio e omicidio sotto il regime di Augusto Pinochet sono state 40mila.

Nato a Santiago del Cile nel 1929, Contreras aveva fatto carriera nell’esercito ed era considerato il numero due del regime di Pinochet. Contreras era anche uno dei responsabili dell’Operazione Cóndor, un coordinamento segreto tra i servizi di intelligence delle dittature militari di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay per combattere le forze della sinistra in America Latina. Fu stabilito nel novembre del 1975 proprio su proposta di Contreras.

Dal 2005 l’ex capo della polizia politica cilena era detenuto, tra mille polemiche da parte dell’opinione pubblica cilena, in un carcere di lusso per gli ex dirigenti del regime di Pinochet. Il carcere, infatti, era dotato di infrastrutture come campi da tennis, piscine e barbecue per i detenuti. La prigione speciale fu chiusa solo nel 2013 dal presidente conservatore Sebastián Piñera. Contreras fu trasferito in un altro carcere dove rimase fino al 26 settembre del 2014, quando fu trasferito in un ospedale militare a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute.

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