guerra in Iraq – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Thu, 21 Feb 2019 07:54:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Il complesso militar-industriale e le armi nucleari https://www.micciacorta.it/2019/02/il-complesso-militar-industriale-e-le-armi-nucleari/ https://www.micciacorta.it/2019/02/il-complesso-militar-industriale-e-le-armi-nucleari/#respond Thu, 21 Feb 2019 07:54:40 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25243 L’annuncio reiterato di Donald Trump di voler fuoriuscire dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) apre a uno scenario inquietante e ravvicinato

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Non è una buona notizia, per il mondo e in particolare per l’Europa. L’annuncio reiterato di Donald Trump di voler fuoriuscire dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) apre infatti a uno scenario inquietante, e ravvicinato dato che il ritiro diventerà effettivo tra sei mesi. Quel Trattato inibisce la presenza a terra di armi nucleari a breve e media gittata. Siglato nel 1987 da Stati Uniti e l’allora Unione Sovietica, sancì la fine della Guerra Fredda e liberò l’Europa dal ricatto di ordigni che la esponessero direttamente al rischio di rappresaglie. Ora si torna indietro. Questa pericolosa scelta, appoggiata naturalmente dalla NATO e cui si è uniformata autolesionisticamente l’Unione Europea, prima e naturale destinataria di eventuali ritorsioni da parte russa, era del resto già contenuta e prevista dal Nuclear Posture Review, il nuovo piano di difesa emanato dal Pentagono esattamente un anno fa e voluto da Trump dall’inizio del suo mandato, che fa perno sulla sostituzione degli attuali ordigni B-61 schierati dagli USA in Germania, Belgio, Olanda e Turchia (e in Italia, nelle basi di Aviano e Ghedi) con i nuovi B61-12 in produzione, che verranno installati in Europa già nella prima metà delle 2020. Montate sui caccia di nuova generazione F35, queste armi considerate da “first strike” saranno dunque dislocate sul teatro europeo in dichiarata funzione anti Russia. Come rilevano diversi esperti, sviluppare armi nucleari tattiche di bassa potenza come queste, utilizzabili in conflitti regionali per attacchi “chirurgici”, abbassa la soglia di loro possibile utilizzo. La disdetta del Trattato INF, insomma, non è una delle uscite estemporanee cui il presidente degli Stati Uniti ha abituato il mondo, ma l’ultima tappa di una precisa strategia, che il senatore democratico Edward Markey ha definito, appropriatamente, una «roadmap per la guerra nucleare», istruita da Trump, «che vuole nuove armi nucleari e altri modi per usarle». L’Apocalisse prossima ventura Non vi è – purtroppo – alcuna enfatizzazione in queste considerazioni, condivise da numerosi addetti ai lavori, a partire dagli scienziati della rivista “Bulletin of the Atomic Scientists” dell’Università di Chicago, che dal 1947 hanno dato vita al Doomsday Clock: un orologio simbolico che indica la distanza temporale stimata dall’Apocalisse; sino al 2007 il livello di pericolo che faceva spostare i minuti dipendeva unicamente dal rischio di guerra atomica, ma da quell’anno gli scienziati considerano anche i cambiamenti climatici quali eventi in grado di distruggere l’umanità. Dal gennaio 2018, per la seconda volta in sessant’anni, l’orologio segna il punto di pericolo sinora più alto raggiunto: due minuti alla mezzanotte del mondo. Vi ha dedicato uno dei suoi ultimi libri il linguista e filosofo statunitense Noam Chomsky, che afferma di temere in questa fase storica uno scontro nucleare e che cita al riguardo le identiche preoccupazioni di William Perry, uno dei maggiori strateghi atomici contemporanei, con molti anni di esperienza ai livelli più alti della pianificazione bellica: «Perry è un uomo riservato, cauto e non incline alle esagerazioni, tuttavia, pur essendo in pensione, è tornato sulla scena per dichiarare ripetutamente e con forza di essere terrorizzato dalle minacce estreme e crescenti e dalla mancata volontà di affrontarle. Per dirla con le sue parole: “Oggi il rischio di una qualche forma di catastrofe nucleare è più grave che durante la Guerra fredda, e la maggior parte delle persone ne è beatamente inconsapevole”» (Noam Chomsky e Laray Polk, 2 minuti all’apocalisse – Guerra nucleare e catastrofe ambientale, Piemme, 2018). Daniel Ellsberg è invece stato in passato tra i massimi consulenti del Pentagono e della Casa Bianca, per la quale redasse appunto ipotesi e piani di guerra nucleare. Anch’egli ritiene che vi siano rischi attuali e concreti di conflitto atomico. Ha scritto recentemente un libro (The Doomsday Machine: Confessions of a Nuclear War Planner, Bloomsbury Press, 2017) dove rivela che gli Stati Uniti hanno elaborato a tutt’oggi piani per l’attacco first strike contro Russia e Cina e che il potere decisionale di iniziare un conflitto nucleare non appartiene solo al presidente, come normalmente si ritiene, ma anche ai comandanti militari che ne vengono delegati. Secondo i dati del SIPRI, gli Stati Uniti già ora detengono il maggior numero di ordigni nucleari: 6.450, di cui 1.750 dispiegati, cioè pronti all’uso, su 14.465 a livello mondiale, di cui 3.750 dispiegati; sono nove nel mondo i Paesi che le posseggono, ma solo quattro USA, Russia, Regno Unito e Francia hanno testate operative. Questo terribile armamento è ora a disposizione di Donald Trump, il che non può che aumentare le preoccupazioni. L’esuberante inquilino della Casa Bianca, secondo alcune indiscrezioni, nel marzo 2018 avrebbe licenziato il Segretario di Stato Rex Tillerson, sostituendolo con l’ex capo della CIA Mike Pompeo, non solo per differenti visioni sulla politica estera ma per il fatto che Tillerson gli avrebbe dato del «deficiente» dopo che in una riunione il presidente continuava a porre con insistenza la domanda: «Se abbiamo armi nucleari, perché non le usiamo?» (Amy Goodmane Juan González, Daniel Ellsberg Reveals He was a Nuclear War Planner, Warns of Nuclear Winter & Global Starvation, in “Democracy Now!, 6 dicembre 2017). Un interrogativo, quello di Trump, forse meno stupido e peregrino di quel che può sembrare. Giacché la grave novità della strategia del Pentagono e delle armi tattiche ormai in fase di realizzazione e di prossima dislocazione è esattamente quella di superare la tradizionale funzione di deterrenza, propria della prima Guerra Fredda. Per la prima volta non è remota l’ipotesi che quelle armi intendano essere utilizzate e possano effettivamente esserlo. La notazione di Ellsberg sul fatto che possono essere i militari a innescare un conflitto anche atomico, ci dice come alla base di queste strategie in attovi siano poteri e interessi non riconducibili direttamente o prioritariamente alla sfera politica. O, meglio, ci suggerisce che nella sfera della decisione politica sono stabilmente ed efficacemente rappresentati quegli interessi, spesso inconfessabili. L’attuale amministrazione USA è zeppa di contractordella Difesa e di lobbisti con posizioni chiave nel governo, a partire dal Segretario alla Difesa Patrick Shanahan, in precedenza alto dirigente della Boeing, incaricato di vendere elicotteri ed equipaggiamenti militari all’esercito americano. Altro che semplice conflitto di interessi: è un collaudato sistema di porte girevoli tra politica e affari, tra governo, alti gradi militari e aziende del bellico e della sicurezza. Gli appetiti insanguinati dell’industria militar-securitaria Nulla di nuovo, per certi versi. Le strategie di aumento delle spese militari e di costante interventismo armato da parte degli Stati Uniti in ogni parte del globo sono di antica data e travalicano le diverse amministrazioni, affondando le proprie radici in quel “complesso militar-industriale” la cui «ingiustificata influenza», palese e occulta, era stata denunciata dal presidente Dwight D. Eisenhower nel suo Discorso di addio alla nazione del 17 gennaio 1961; “complesso” che non si era rassegnato alla fine della “guerra fredda”, non ha mai demorso e si è anzi rafforzato e globalizzato e che, lo vediamo, interviene con successo per il riarmo atomico e per alimentare all’infinito quella spirale guerra-terrorismo-guerra che si è incardinata stabilmente dal settembre 2001, aprendo sempre nuovi fronti sino a quello contro l’Iran, da tempo all’ordine del giorno, messo in stand by da Obama ma ora rinvigorito da Trump. Nelle mire geopolitiche e imperiali nordamericane, peraltro, anche il conflitto contro Teheran è da intendersi quale tappa necessaria per il confronto finale con la Cina. È questo paese, infatti, non la indebolita Russia che turba i sonni e che minaccia lo storico predominio economico e militare degli USA. Un predominio che si intende difendere e riaffermare a ogni costo. Corsa agli armamenti e interventismo bellico che riguardano direttamente anche gli alleati degli Stati Uniti, Unione Europea per prima, sollecitata, come gli altri aderenti alla NATO, all’aumento delle spese militari, tanto da aver recentemente stabilito di apportare al Fondo europeo della difesa un’ulteriore dotazione di 10,5 miliardi di euro fuori dal bilancio per nuovi investimenti in materia. Un Fondo lievitato da 590 milioni a 13 miliardi e indirizzato alla ricerca di nuovi sistemi d’arma, tra cui i droni attraverso cui militarizzare le frontiere in funzione anti-migrazioni. L’industria bellica, quella della sicurezza e della vigilanza sulle frontiere hanno numerosi punti di contatto e di sovrapposizione, avendo i medesimi e intrecciati interessi. Vale anche per l’Italia, la cui missione militare in Niger, al solito sfrontatamente dichiarata “umanitaria”, decisa senza alcun passaggio parlamentare dallo scorso governo Gentiloni e confermata da quello attuale, ha l’obiettivo di proseguire nella politica di esternalizzazione e blindatura delle frontiere, arretrandole ulteriormente rispetto alla Libia e destinando allo scopo ingenti risorse europee, a beneficio e profitto del “complesso securitario-industriale”,variante e appendice di quello militare. Le guerre al tempo della post-verità Talvolta il cinema supplisce alle reticenze dell’informazione e ai buchi neri della memoria pubblica. È così anche per il recente Vice – L’uomo nell’ombra, del regista Adam McKay, che racconta la scalata al potere di Dick Cheney, Segretario alla Difesa con George Bush senior durante la prima guerra del Golfo e poi vicepresidente degli Stati Uniti al tempo della seconda e dell’invasione dell’Iraq. Nonché, in precedenza, ai vertici della Halliburton, multinazionale con interessi in campo petrolifero e della sicurezza che, naturalmente, ha visto i propri affari ingigantirsi grazie alla guerra contro Saddam Hussein. Il film mostra come il grumo di interessi bellici ed energetici di cui anche George W. Bush junior è stato interprete, beneficiario e pedina al tempo stesso non receda di fronte a niente e di come nulla sia comunque in grado di frenarlo. È a quegli avvenimenti, con la costruzione a tavolino delle “prove” false contro Saddam che consentissero l’attacco e l’occupazione del paese petrolifero, che si può forse fare risalire quel definitivo divorzio dalla verità e fattualità che con la presidenza Trump pare ora aver raggiunto vette di inedito pericolo ed estensione. Ciò che nel film non emerge però a sufficienza è che quelle scelte belliche erano motivate non solo e non tanto dalla bramosia di potere di un singolo quanto da tempo programmate e sollecitate da un gruppo neocon, mascherato da istituto di ricerca, dal nome indicativo: Project for a New American Century. Gruppo che nel 1997 aveva avuto tra i fondatori lo stesso Cheney, oltre a quel John Bolton che ritroviamo ora alla Casa Bianca con Trump nel delicato ruolo di Consigliere per la sicurezza nazionale, tra l’altro assai attivo per una soluzione aggressiva e golpista della crisi venezuelana in corso. La compagnia di giro è spesso la stessa, identici sono gli appetiti, via via perfezionato il meccanismo delle porte girevoli. Come abbiamo già riepilogato altrove, si tratta di strategie messe a punto a tavolino, nei diversi think tank espressione di quel rinnovato complesso militar-industriale che dirotta enormi risorse pubbliche verso il warfare e le corporation private che se ne alimentano, determinando e influendo al contempo sulle sorti del mondo. Risorse enormi, se pensiamo che i costi complessivi a carico dei contribuenti americani della sola guerra in Iraq sono stati infine stimati in ben tremila miliardi di dollari. Cifre che, dunque, ci aiutano a comprendere anche di quale smisurato potere godano tali gruppi politico-affaristici. E di come la sfera della politica ne risulti condizionata e spesso asservita, a tutti i livelli e in tutti i paesi: o direttamente con l’assunzione di ruoli governativi da parte di rappresentanti di quel “complesso” o attraverso l’antico e sempre funzionante meccanismo della corruzione. Il settore degli armamenti – assieme all’energetico col quale è spesso intrecciato – è infatti quello che garantisce maggiori profitti e, per definizione, minore trasparenza. Vale anche per l’Italia, dove nel 2017 il valore complessivo delle autorizzazioni per l’export bellico è stato di 10,72 miliardi di euro, al 48% indirizzati verso Nord Africa e Medio Oriente, talvolta in barba alla legge n. 185/1990, dato che gli ordigni fabbricati in Sardegna vengono utilizzati da uno dei nostri più affezionati clienti, l’Arabia Saudita, anche per bombardare la popolazione civile yemenita. Nei bilanci di quell’insanguinato e infame commercio è contenuta anche la specifica voce di costo «intermediazione», che ha visto da ultimo un’esplosione: 531 milioni di euro (+1.300%). È facile immaginare cosa si possa nascondere dietro quella definizione e quei costi. Lo denunciano le associazioni e quelle ONG contro le quali, non a caso, è in atto una continua e virulenta campagna di criminalizzazione e delegittimazione da parte del governo in carica, così come da quello precedente: «Dalle Tabelle ufficiali governative si può desumere come MBDA Italia abbia richiesto licenza di “intermediazione” per 178 milioni di euro relativamente ai missili Aster venduti al Qatar (verso cui probabilmente si indirizza anche l’intermediazione da 40 milioni per le corvette di Fincantieri) e Leonardo per 171 milioni a riguardo dei caccia Eurofighter verso il Kuwait. Chiarire specificamente a cosa si riferiscano tali cifre è cruciale per ottenere la giusta trasparenza in un mercato, quello degli armamenti, ai vertici delle classifiche di corruzione internazionale secondo tutte le stime» (Rete italiana per il Disarmo, Export armi 2017: oltre 10 miliardi di autorizzazioni in maggioranza verso le aree critiche del mondo, 7 maggio 2018). Ma, purtroppo, chiedere trasparenza a quel turpe mercato è come chiedere a una iena di farsi vegetariana. E al “complesso” militar-industriale di divenire pacifista.   Fonte:  Sergio Segio, Trasform-Italia photo: MSGT Jose Lopez Jr. [Public domain]

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L’Arabia Saudita e il prequel della Guerra infinita https://www.micciacorta.it/2016/01/larabia-saudita-e-il-prequel-della-guerra-infinita/ https://www.micciacorta.it/2016/01/larabia-saudita-e-il-prequel-della-guerra-infinita/#respond Tue, 05 Jan 2016 10:00:48 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21065 Dove c’è petrolio c’è ricchezza. Dove c’è ricchezza c’è potere corruttivo. Dove ci sono petrolio e armi la situazione si fa incandescente: l’Arabia Saudita è il quarto paese al mondo per spese militari, oltre 80 miliardi di dollari nel 2014

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In principio c’è stato George W. Bush. Daniel Pipes, studioso noto per le sue posizioni antislamiche, è stato consigliere dell’Amministrazione di Bush junior per la politica mediorientale. Nel 2003 ha sostenuto che l’attacco dell’11 settembre agli USA era stato «essenzialmente saudita sotto il profilo dell’ideologia, degli autori materiali, dell’organizzazione e dei finanziamenti»; nonostante ciò «il governo statunitense non ha dato segni di voler rivedere la sua politica nei confronti di Riyadh». Guerre e petrolio Dove c’è petrolio c’è ricchezza. Dove c’è ricchezza c’è potere corruttivo. Dove ci sono petrolio e armi la situazione si fa incandescente: l’Arabia Saudita è il quarto paese al mondo per spese militari, oltre 80 miliardi di dollari nel 2014, nonostante il crollo del prezzo del greggio e il deficit di bilancio al 15% del PIL. Dove a tutto ciò si sommano conflitti settari e religiosi, violazione sistematica dei diritti umani e ingiustizia sociale (come abbiamo già ricordato, l’area che va dall’Egitto all’Iran, comprendendo Siria, Iraq e Penisola arabica, vede il 60-70% del PIL concentrato nelle monarchie petrolifere, che hanno solo il 10% della popolazione di quella regione) la miscela, presto o tardi, inevitabilmente esplode. Secondo Pipes, i buoni rapporti con l’Arabia Saudita, dipendevano non solo dalle necessità energetiche americane, ma anche «dalla sistemica corruzione preventiva adottata dai sauditi nei confronti dei vari livelli di amministratori statunitensi in Arabia Saudita e negli USA». «Potrà forse non essere necessario includere l’Arabia Saudita nell’Asse del male o invaderla ma sarà necessario affrontare e risolvere il ruolo dei sauditi nella diffusione dell’estremismo, se si vuole davvero vincere la guerra contro il terrorismo», concludeva il poco ascoltato consigliere (Pipes Daniel, “National Interest”, Corrotti e servili, in “Internazionale” n. 486, pag. 36, 2003). Alle origini della strategia bellico-affaristica Va ricordato che Bush junior, nel suo discorso alla nazione del gennaio 2002, aveva indicato i tre nemici principali degli USA nell’Iraq, nell’Iran e nella Corea del Nord, definiti appunto “Asse del male”, nell’occasione avvisando gli americani di prepararsi a una lunga guerra contro il terrorismo. Prendeva, insomma, definitivamente le mosse quella strategia della “guerra infinita”, già cominciata in Afghanistan e da allora sanguinosamente in corso; una strategia che, per allargarsi, riprodursi e stabilizzarsi ha (avuto) bisogno di introdurre anche la variabile terrorismo, vale a dire di innescare una continua spirale guerra-terrorismo-guerra. L’articolazione di tale disegno prevedeva dall’inizio di ingaggiare un conflitto armato anche con l’Iran; l’elezione di Barack Obama ha determinato una temporanea sospensione di quel capitolo, che ora, alla fine del suo secondo mandato, viene però rimesso in agenda, attraverso le provocazioni saudite e ridando spazio alle posizioni contrarie - a cominciare da Israele, ma anche negli stessi Stati Uniti - all’avvenuto accordo sul nucleare iraniano. Come si sa, difatti, nonostante il ruolo avuto nell’11 settembre, l’Arabia Saudita non è mai stata invasa, a differenza di Afghanistan e Iraq, le buone relazioni USA con la petromonarchia non si sono mai affievolite e neppure è venuto meno il ruolo saudita nella promozione e favoreggiamento del terrorismo, come attesta pure l’origine di ISIS-Daesh: la destabilizzazione dell’Iraq, a seguito della guerra tenacemente perseguita da Bush, ha creato le condizioni per l’affermazione dello Stato Islamico, il quale si è sviluppato grazie al sostegno, alle armi e ai finanziamenti delle monarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa, con il consenso attivo degli Stati Uniti e con la passività dell’Europa. Il nuovo secolo americano A quei tempi, George W. Bush preferì affidarsi alle valutazioni e proposte di altri analisti: quelli del Project for the New American Century (PNAC, Progetto per il Nuovo Secolo Americano, un’organizzazione costituitasi nel 1997 con lo scopo dichiarato di «promuovere la leadership globale americana»). Questo think thank aveva indirizzato già nel 1998 un documento al precedente presidente Bill Clinton, nel quale sosteneva la necessità di un intervento mirato ad abbattere il regime di Saddam Hussein in Iraq, forzando se necessario la mano alle Nazioni Unite: «A breve termine bisogna essere pronti a un’azione militare senza riguardi per la diplomazia. A lungo termine bisogna disarmare Saddam e il suo regime. Siamo convinti che, in base alle risoluzioni dell’ONU esistenti, gli USA hanno il diritto di prendere tutte le iniziative necessarie, compresa quella di dichiarare guerra, per garantire i loro interessi vitali nel Golfo. La politica degli USA non dovrebbe in nessun caso essere paralizzata dalla fuorviante insistenza del Consiglio di sicurezza sull’unanimità». Più chiaro di così. È esattamente quello che poi successe, passo dopo passo, nei primi anni duemila. In passato, la documentazione di queste pressioni (PNAC, Letter to President Bill Clinton on Iraq, gennaio 1998; Rebuilding America’s Defenses - Strategy, Forces and Resources For a New Century, settembre 2000) era sfacciatamente disponibile sul sito dell’organizzazione, www.newamericancentury.org, ora non più attivo. La maggioranza dei firmatari di quel testo del 1998 ha, in seguito, fatto parte dell’Amministrazione Bush: il vicepresidente Dick Cheney; il suo capo staff Lewis Libby; il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld; il suo vice Paul Wolfowitz; il vicesegretario di Stato Richard Armitage; l’assistente segretario alla Difesa per le questioni di sicurezza internazionale Peter Rodman; il segretario di Stato per il controllo degli armamenti John Bolton; il membro della Commissione Difesa Richard Perle; l’ambasciatore di Bush presso l’opposizione irachena Zalmay Khalilzad; l’assistente del presidente e direttore per gli Affari del Medio Oriente e Nord Africa Elliot Abrams; il presidente del PNAC e consigliere di Bush William Kristol. Molti di loro, peraltro, avevano collaborato con le Amministrazioni statunitensi fin dagli anni Settanta. Cherchez l’argent Più che di analisti, tuttavia, sarebbe maggiormente appropriato parlare di un gruppo politico-affaristico, giacché in diversi casi (come in quello di Dick Cheney e di Donald Rumsfeld, in precedenza ai vertici delle multinazionali Halliburton e Blackwater) direttamente interessati e beneficiati dal business bellico e post-bellico. Un business accuratamente pianificato, dato che, all’indomani dell’attacco anglo-americano all’Iraq, nel marzo 2003, trapelarono indiscrezioni sugli appalti già concessi ad alcune grandi compagnie statunitensi per la ricostruzione del paese, un affare all’epoca stimato tra i 25 e i 100 miliardi di dollari; a fronte, i costi complessivi, diretti e indiretti, a carico dei contribuenti americani della guerra nel solo Iraq, stimati in seguito in ben tremila miliardi di dollari (Linda Bilmes, Joseph Stiglitz, The Three Trillion Dollar War: The True Cost of the Iraq Conflict. W. W. Norton & Company, 2008). La ricostruzione post-bellica fu poi affidata all’inviato presidenziale Paul Bremer, inopinatamente voluto da Bush, dato che era considerato poco esperto di politica irachena. Diversamente, scrisse Naomi Klein, «Bremer è un esperto nell’arricchirsi con la guerra al terrorismo e nell’aiutare le multinazionali statunitensi a fare soldi in posti lontani, dove sono impopolari e trattate con freddezza. In altre parole: è l’uomo perfetto per questo tipo di lavoro» (Naomi Klein, Iraq privatizzato, in “Internazionale” n. 491, pag. 13, 2003). Sempre di Bremer è stata la scelta, nel maggio 2003, di smobilitare completamente l’esercito iracheno, circa 400.000 uomini, in gran parte sunniti, lasciando sul lastrico le loro famiglie, contribuendo così a costituire la base di massa per i futuri miliziani di Daesh e il consenso popolare attorno a essi. Ancora prima dell’avvio effettivo della guerra in Iraq, dunque, erano già individuati i beneficiari di quella strategia: in parte gli stessi che l’avevano pianificata, poi decisa a livello del governo USA e infine imposta al mondo, nonostante ogni evidenza (l’accettazione da parte di Saddam di tutte le richieste, spesso capziose, nei tanti mesi precedenti; l’inesistenza della famosa e truffaldina “pistola fumante”, ovvero la prova delle armi di distruzione di massa del presidente iracheno) e contro quasi tutti (buona parte delle Nazioni Unite, il papa e il Vaticano, molte diplomazie mondiali, la società civile globale e i movimenti che, nel febbraio 2003, manifestarono in 600 città mobilitando per la pace addirittura 100 milioni di persone). La storia infame continua Se non si ricorda questo capitolo iniziale, individuando i soggetti e gli interessi economici e geopolitici in campo, sarebbe più difficile capire i sequel di questa storia, attualmente in corso. Una storia infame e mistificata che, dopo Aghanistan e Iraq, ha devastato la Sira (già pochi giorni dopo l’inizio della guerra in Iraq, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld e il segretario di Stato Colin Powell, accusavano la Siria di «atti ostili contro gli USA», anticipando la tappa successiva della “guerra infinita”), lo Yemen e altri teatri minori. Una storia che ha insanguinato pure l’Europa, attraverso l’ISIS-Daesh, fratello gemello e al contempo prodotto ultimo del mostro bellico e degli apprendisti stregoni, proprio come Al Qaeda fu sostenuta e resa funzionale alla guerra afgana. Una storia che ora, da un lato, pare voler riprendere in mano il capitolo iraniano (al riguardo, proprio come la volta scorsa, gli sviluppi dipenderanno in buona misura da chi sarà il prossimo presidente americano), e, dall’altro, quello della nuova Guerra fredda, con il ridimensionamento russo (ma, in prospettiva, anche cinese), al solito utilizzando gli interessi convergenti degli storici alleati Arabia Saudita e Turchia, l’espansionismo a Est della NATO e il riarmo nucleare. Se questo progetto dovesse continuare ad affermarsi, il “nuovo secolo americano” sarà infine edificato su una miniera di dollari per le lobby affaristiche e le grandi corporation del settore da una parte, e, dall’altra, su una montagna di cadaveri e di macerie e su un oceano di profughi e di sfollati per il resto del mondo.

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Project for the New American Century. Come nasce la Guerra infinita https://www.micciacorta.it/2016/01/project-for-the-new-american-century-come-nasce-la-guerra-infinita/ https://www.micciacorta.it/2016/01/project-for-the-new-american-century-come-nasce-la-guerra-infinita/#respond Mon, 04 Jan 2016 17:46:45 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25239 Il Project for the New American Century, costituitasi nel 1997 con lo scopo dichiarato di «promuovere la leadership globale americana». Una storia infame e mistificata che, dopo Aghanistan e Iraq, ha devastato la Sira, lo Yemen e altri teatri minori

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L’Arabia Saudita e il prequel della Guerra infinita   In principio c’è stato George W. Bush. Daniel Pipes, studioso noto per le sue posizioni antislamiche, è stato consigliere dell’Amministrazione di Bush junior per la politica mediorientale. Nel 2003 ha sostenuto che l’attacco dell’11 settembre agli USA era stato «essenzialmente saudita sotto il profilo dell’ideologia, degli autori materiali, dell’organizzazione e dei finanziamenti»; nonostante ciò «il governo statunitense non ha dato segni di voler rivedere la sua politica nei confronti di Riyadh». Guerre e petrolio Dove c’è petrolio c’è ricchezza. Dove c’è ricchezza c’è potere corruttivo. Dove ci sono petrolio e armi la situazione si fa incandescente: l’Arabia Saudita è il quarto paese al mondo per spese militari, oltre 80 miliardi di dollari nel 2014, nonostante il crollo del prezzo del greggio e il deficit di bilancio al 15% del PIL. Dove a tutto ciò si sommano conflitti settari e religiosi, violazione sistematica dei diritti umani e ingiustizia sociale (come abbiamo già ricordato, l’area che va dall’Egitto all’Iran, comprendendo Siria, Iraq e Penisola arabica, vede il 60-70% del PIL concentrato nelle monarchie petrolifere, che hanno solo il 10% della popolazione di quella regione) la miscela, presto o tardi, inevitabilmente esplode. Secondo Pipes, i buoni rapporti con l’Arabia Saudita, dipendevano non solo dalle necessità energetiche americane, ma anche «dalla sistemica corruzione preventiva adottata dai sauditi nei confronti dei vari livelli di amministratori statunitensi in Arabia Saudita e negli USA». «Potrà forse non essere necessario includere l’Arabia Saudita nell’Asse del male o invaderla ma sarà necessario affrontare e risolvere il ruolo dei sauditi nella diffusione dell’estremismo, se si vuole davvero vincere la guerra contro il terrorismo», concludeva il poco ascoltato consigliere (Pipes Daniel, “National Interest”, Corrotti e servili, in “Internazionale” n. 486, pag. 36, 2003). Alle origini della strategia bellico-affaristica Va ricordato che Bush junior, nel suo discorso alla nazione del gennaio 2002, aveva indicato i tre nemici principali degli USA nell’Iraq, nell’Iran e nella Corea del Nord, definiti appunto “Asse del male”, nell’occasione avvisando gli americani di prepararsi a una lunga guerra contro il terrorismo. Prendeva, insomma, definitivamente le mosse quella strategia della “guerra infinita”, già cominciata in Afghanistan e da allora sanguinosamente in corso; una strategia che, per allargarsi, riprodursi e stabilizzarsi ha (avuto) bisogno di introdurre anche la variabile terrorismo, vale a dire di innescare una continua spirale guerra-terrorismo-guerra. L’articolazione di tale disegno prevedeva dall’inizio di ingaggiare un conflitto armato anche con l’Iran; l’elezione di Barack Obama ha determinato una temporanea sospensione di quel capitolo, che ora, alla fine del suo secondo mandato, viene però rimesso in agenda, attraverso le provocazioni saudite e ridando spazio alle posizioni contrarie - a cominciare da Israele, ma anche negli stessi Stati Uniti - all’avvenuto accordo sul nucleare iraniano. Come si sa, difatti, nonostante il ruolo avuto nell’11 settembre, l’Arabia Saudita non è mai stata invasa, a differenza di Afghanistan e Iraq, le buone relazioni USA con la petromonarchia non si sono mai affievolite e neppure è venuto meno il ruolo saudita nella promozione e favoreggiamento del terrorismo, come attesta pure l’origine di ISIS-Daesh: la destabilizzazione dell’Iraq, a seguito della guerra tenacemente perseguita da Bush, ha creato le condizioni per l’affermazione dello Stato Islamico, il quale si è sviluppato grazie al sostegno, alle armi e ai finanziamenti delle monarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa, con il consenso attivo degli Stati Uniti e con la passività dell’Europa. Il nuovo secolo americano A quei tempi, George W. Bush preferì affidarsi alle valutazioni e proposte di altri analisti: quelli del Project for the New American Century (PNAC, Progetto per il Nuovo Secolo Americano, un’organizzazione costituitasi nel 1997 con lo scopo dichiarato di «promuovere la leadership globale americana»). Questo think thank aveva indirizzato già nel 1998 un documento al precedente presidente Bill Clinton, nel quale sosteneva la necessità di un intervento mirato ad abbattere il regime di Saddam Hussein in Iraq, forzando se necessario la mano alle Nazioni Unite: «A breve termine bisogna essere pronti a un’azione militare senza riguardi per la diplomazia. A lungo termine bisogna disarmare Saddam e il suo regime. Siamo convinti che, in base alle risoluzioni dell’ONU esistenti, gli USA hanno il diritto di prendere tutte le iniziative necessarie, compresa quella di dichiarare guerra, per garantire i loro interessi vitali nel Golfo. La politica degli USA non dovrebbe in nessun caso essere paralizzata dalla fuorviante insistenza del Consiglio di sicurezza sull’unanimità». Più chiaro di così. È esattamente quello che poi successe, passo dopo passo, nei primi anni duemila. In passato, la documentazione di queste pressioni (PNAC, Letter to President Bill Clinton on Iraq, gennaio 1998; Rebuilding America’s Defenses - Strategy, Forces and Resources For a New Century, settembre 2000) era sfacciatamente disponibile sul sito dell’organizzazione, www.newamericancentury.org, ora non più attivo. La maggioranza dei firmatari di quel testo del 1998 ha, in seguito, fatto parte dell’Amministrazione Bush: il vicepresidente Dick Cheney; il suo capo staff Lewis Libby; il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld; il suo vice Paul Wolfowitz; il vicesegretario di Stato Richard Armitage; l’assistente segretario alla Difesa per le questioni di sicurezza internazionale Peter Rodman; il segretario di Stato per il controllo degli armamenti John Bolton; il membro della Commissione Difesa Richard Perle; l’ambasciatore di Bush presso l’opposizione irachena Zalmay Khalilzad; l’assistente del presidente e direttore per gli Affari del Medio Oriente e Nord Africa Elliot Abrams; il presidente del PNAC e consigliere di Bush William Kristol. Molti di loro, peraltro, avevano collaborato con le Amministrazioni statunitensi fin dagli anni Settanta. Cherchez l’argent Più che di analisti, tuttavia, sarebbe maggiormente appropriato parlare di un gruppo politico-affaristico, giacché in diversi casi (come in quello di Dick Cheney e di Donald Rumsfeld, in precedenza ai vertici delle multinazionali Halliburton e Blackwater) direttamente interessati e beneficiati dal business bellico e post-bellico. Un business accuratamente pianificato, dato che, all’indomani dell’attacco anglo-americano all’Iraq, nel marzo 2003, trapelarono indiscrezioni sugli appalti già concessi ad alcune grandi compagnie statunitensi per la ricostruzione del paese, un affare all’epoca stimato tra i 25 e i 100 miliardi di dollari; a fronte, i costi complessivi, diretti e indiretti, a carico dei contribuenti americani della guerra nel solo Iraq, stimati in seguito in ben tremila miliardi di dollari (Linda Bilmes, Joseph Stiglitz, The Three Trillion Dollar War: The True Cost of the Iraq Conflict. W. W. Norton & Company, 2008). La ricostruzione post-bellica fu poi affidata all’inviato presidenziale Paul Bremer, inopinatamente voluto da Bush, dato che era considerato poco esperto di politica irachena. Diversamente, scrisse Naomi Klein, «Bremer è un esperto nell’arricchirsi con la guerra al terrorismo e nell’aiutare le multinazionali statunitensi a fare soldi in posti lontani, dove sono impopolari e trattate con freddezza. In altre parole: è l’uomo perfetto per questo tipo di lavoro» (Naomi Klein, Iraq privatizzato, in “Internazionale” n. 491, pag. 13, 2003). Sempre di Bremer è stata la scelta, nel maggio 2003, di smobilitare completamente l’esercito iracheno, circa 400.000 uomini, in gran parte sunniti, lasciando sul lastrico le loro famiglie, contribuendo così a costituire la base di massa per i futuri miliziani di Daesh e il consenso popolare attorno a essi. Ancora prima dell’avvio effettivo della guerra in Iraq, dunque, erano già individuati i beneficiari di quella strategia: in parte gli stessi che l’avevano pianificata, poi decisa a livello del governo USA e infine imposta al mondo, nonostante ogni evidenza (l’accettazione da parte di Saddam di tutte le richieste, spesso capziose, nei tanti mesi precedenti; l’inesistenza della famosa e truffaldina “pistola fumante”, ovvero la prova delle armi di distruzione di massa del presidente iracheno) e contro quasi tutti (buona parte delle Nazioni Unite, il papa e il Vaticano, molte diplomazie mondiali, la società civile globale e i movimenti che, nel febbraio 2003, manifestarono in 600 città mobilitando per la pace addirittura 100 milioni di persone). La storia infame continua Se non si ricorda questo capitolo iniziale, individuando i soggetti e gli interessi economici e geopolitici in campo, sarebbe più difficile capire i sequel di questa storia, attualmente in corso. Una storia infame e mistificata che, dopo Aghanistan e Iraq, ha devastato la Sira (già pochi giorni dopo l’inizio della guerra in Iraq, il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld e il segretario di Stato Colin Powell, accusavano la Siria di «atti ostili contro gli USA», anticipando la tappa successiva della “guerra infinita”), lo Yemen e altri teatri minori. Una storia che ha insanguinato pure l’Europa, attraverso l’ISIS-Daesh, fratello gemello e al contempo prodotto ultimo del mostro bellico e degli apprendisti stregoni, proprio come Al Qaeda fu sostenuta e resa funzionale alla guerra afgana. Una storia che ora, da un lato, pare voler riprendere in mano il capitolo iraniano (al riguardo, proprio come la volta scorsa, gli sviluppi dipenderanno in buona misura da chi sarà il prossimo presidente americano), e, dall’altro, quello della nuova Guerra fredda, con il ridimensionamento russo (ma, in prospettiva, anche cinese), al solito utilizzando gli interessi convergenti degli storici alleati Arabia Saudita e Turchia, l’espansionismo a Est della NATO e il riarmo nucleare. Se questo progetto dovesse continuare ad affermarsi, il “nuovo secolo americano” sarà infine edificato su una miniera di dollari per le lobby affaristiche e le grandi corporation del settore da una parte, e, dall’altra, su una montagna di cadaveri e di macerie e su un oceano di profughi e di sfollati per il resto del mondo.   (pubblicato sul magazine Global Rights e su Vita.it)

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Dopo Parigi e lo Stato d’eccezione. Sconfiggere il mostro https://www.micciacorta.it/2015/12/dopo-parigi-e-lo-stato-deccezione-sconfiggere-il-mostro/ https://www.micciacorta.it/2015/12/dopo-parigi-e-lo-stato-deccezione-sconfiggere-il-mostro/#respond Fri, 18 Dec 2015 08:05:24 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21012 Gli attentati di Parigi hanno aperto uno squarcio, doloroso e improvviso, nel velo di rimozione, indifferenza e ottundimento che impedisce ai cittadini europei e occidentali di conoscere e indignarsi per i mille e mille episodi simili che quotidianamente avvengono in Medio Oriente e in Africa

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Una guerra globale è in atto. Non nasce oggi, ma oggi risulta più evidente a tutti. Fors’anche grazie a papa Bergoglio, che ha introdotto nella riflessione pubblica la sua convinzione di una “Terza guerra mondiale” in corso, seppure “a pezzi”. Dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre, questa guerra pare finalmente scuotere il mondo e le pubbliche opinioni, mostrando una parte – una piccola parte – dei suoi effetti. Ma continuano a essere occultate o non indagate le sue cause, la cui esatta comprensione è condizione per individuare le possibili e necessarie soluzioni. Cause che non possono essere ridotte a una, essendo un intreccio di ingredienti variamente distribuiti e miscelati nei diversi “pezzi” di questo conflitto mondiale. Della guerra si continuano a dare definizioni spesso parziali e sempre fuorvianti: di civiltà, di religione, di etnie, di supremazia, a nascondere la radice neocoloniale e il fondamento di profonde diseguaglianze. Come ha ricordato l’economista francese Thomas Piketty, l’area che va dall’Egitto all’Iran, passando per la Siria, l’Iraq e la Penisola arabica, con un totale di circa 300 milioni di abitanti, vede il 60-70% del PIL regionale concentrato nelle monarchie petrolifere, che hanno solo il 10% della popolazione. Monarchie che, non per caso, hanno avuto una funzione di ostetrica dello Stato Islamico. Gli immondi appetiti del “complesso militare-industriale” Occorre però leggere e capire i nessi che rendono i “pezzi” un insieme, solo apparentemente disomogeneo. Il filo nero che li lega consiste principalmente negli interessi economici dell’industria bellica e di quella petrolifera e del tessuto finanziario su cui appoggiano, i cui appetiti non si fermano davanti ad alcuno scrupolo morale. E non da oggi. Si tratta, mutatis mutandis, dello stesso coacervo di potere denunciato per la prima volta dal presidente degli Stati Uniti Dwight D. Eisenhower nel discorso d’addio del 17 gennaio 1961: «Nei concili di governo, dobbiamo guardarci le spalle contro l’acquisizione di influenze che non danno garanzie, sia palesi che occulte, esercitate dal complesso militare-industriale. Il potenziale per l’ascesa disastrosa di poteri che scavalcano la loro sede e le loro prerogative esiste ora e persisterà in futuro. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione di poteri metta in pericolo le nostre libertà o processi democratici. Non dobbiamo presumere che nessun diritto sia dato per garantito. Soltanto un popolo di cittadini allerta e consapevole può esercitare un adeguato compromesso tra l’enorme macchina industriale e militare di difesa e i nostri metodi pacifici ed obiettivi a lungo termine in modo che sia la sicurezza che la libertà possano prosperare assieme». Parole profetiche sul piano della descrizione, assai meno su quello degli auspici. Nel corso del tempo nessun compromesso sembra essere stato raggiunto per salvaguardare, almeno in parte significativa, libertà e “metodi pacifici”. Nel nuovo secolo, anzi, l’alleanza tra grande finanza e quel complesso di interessi bellici ed energetici ha del tutto esautorato la funzione politica e i governi democratici, perlopiù ridotti a certificatori di decisioni presi da altri e in altre sedi; e basti al proposito ricordare l’enorme influenza che ha, ad esempio, la National Rifle Association sulle elezioni, anche presidenziali, negli Stati Uniti. Il default della democrazia Ecco che allora le scelte di François Hollande e del governo di Manuel Valls, all’indomani della strage operata da Daesh per le strade parigine, non appaiono solo e tanto una reazione emotiva: sono piuttosto una tappa di edificazione dello Stato d’eccezione, una forte accelerazione della compressione delle libertà di dissenso, di critica e di protesta, attraverso un Patriot act declinato alla francese e grazie alle modifiche costituzionali prontamente introdotte in direzione di una post-democrazia; sono una cinica strumentalizzazione politica al fine di sottrarre spazio e voti al Front National di Marine Le Pen, competendo sullo stesso scivoloso terreno intriso dal veleno della xenofobia; sono, assieme e prima di tutto, un’operazione di favoreggiamento, ancora più cinica, del già florido mercato degli armamenti, arrivando persino a rompere i vincoli del Patto di stabilità europeo al fine di dirottare ingenti risorse pubbliche verso i mercanti di morte, gli apparati militari e l’industria della cosiddetta sicurezza. Aprendo la strada agli altri Paesi, Italia per prima. In tal modo la religione dell’austerity, che sino a ieri era parsa indiscutibile e veniva imposta con la massima fermezza non solo alla martoriata Grecia ma a gran parte dei Paesi dell’Unione, per comprimere salari e diritti dei lavoratori, privatizzare i beni comuni e destrutturare i sistemi di welfare, oggi viene seriamente incrinata, con il consenso della governance comunitaria, per il supremo e superiore interesse del business bellico. Così che i popoli si trovano a passare dalla padella dell’impoverimento e delle diseguaglianze, alla brace della guerra e del terrorismo, mentre il “complesso militare-industriale”, ormai compiutamente transnazionalizzato e finanziarizzato, si frega contento le avide e insanguinate mani. Che la ritorsione e spirale militare, con l’intensificazione dei bombardamenti francesi che si uniscono a quelli della coalizione internazionale, abbia l’effetto nascosto e prevalente di alimentare la produzione di armi, più che di colpire davvero lo Stato Islamico, lo mostrano in modo chiaro le cifre: gli 8418 raid aerei compiuti dalla coalizione al 22 novembre 2015 in Iraq e Siria contro Daesh hanno provocato la morte di circa ventimila combattenti islamici (e di circa duemila civili); come a dire una media di soli 2-3 jihadisti uccisi in ogni missione e bombardamento. Un numero evidentemente risibile (dal punto di vista militare, non da quello umano, ovviamente), che poco giustifica gli ingenti mezzi utilizzati e gli alti costi economici. La guerra, proprio come la finanza nel tempo della globalizzazione neoliberista, drena risorse dal basso verso l’alto, dal pubblico verso il privato. Alle radici della guerra globale Ciò detto quanto agli esiti, quanto meno a quelli contingenti. Ma, per capire, occorre sempre riandare anche alle origini. Gli attentati di Parigi hanno aperto uno squarcio, doloroso e improvviso, nel velo di rimozione, indifferenza e ottundimento che impedisce ai cittadini europei e occidentali di conoscere e indignarsi per i mille e mille episodi simili che quotidianamente avvengono in Medio Oriente e in Africa e per quella forma di terrorismo moralmente accettato dalla (in)sensibilità occidentale che è la guerra dei droni e i bombardamenti indiscriminati che provocano per lo più vittime civili. La strage di Parigi, e poi gli attacchi nel Mali e in Tunisia, costituiscono solo l’ultima, prevedibile, tappa di una belligeranza permanente che trova una delle sue radici principali nelle guerre volute da George W. Bush. La destabilizzazione dell’Iraq ha, infatti, creato le condizioni per la crescita di Daesh, sorto grazie al sostegno, alle armi e ai finanziamenti delle monarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa, con il consenso attivo degli Stati Uniti e con la passività dell’Europa. L’Arabia Saudita è il quarto paese nel mondo per spese militari: oltre 80 miliardi di dollari spesi nel 2014, dopo Stati Uniti (610 miliardi), Cina (216) e Russia (84,5), su un totale mondiale che ammonta a 1776 miliardi. Un dato globale, di fonte SIPRI, oltretutto sottostimato e che può essere fuorviante, giacché riguarda solo i sistemi d’arma maggiori e non tiene conto di voci di spesa inserite – o nascoste – in capitoli diversi del bilancio degli Stati. Quale ad esempio, il programma di riarmo nucleare voluto dall’amministrazione Obama, che prevede la spesa di mille miliardi di dollari in 10 anni, di cui 200 già stanziati dal Congresso USA, ascritti al bilancio del Dipartimento per l’Energia. L’intervento militare occidentale in Iraq (costato ai contribuenti americani almeno duemila miliardi di dollari, ma che ha comportato appalti e profitti altrettanto miliardari per le corporation), e il successivo conflitto, hanno sinora prodotto, secondo Iraq Body Count, 224 mila morti, due terzi dei quali civili; nel solo mese di ottobre 2015 sono state uccise 714 persone, di cui 559 civili. I fratelli siamesi e il Vaso di Pandora La spirale guerra-terrorismo-guerra riproduce se stessa all’infinito e sta inverando esattamente quella strategia della “guerra infinita” teorizzata da Bush, dal suo vicepresidente Dick Cheney e dalla sua amministrazione, a tutto beneficio dei propri interessi economici, legati al settore petrolifero e a quello bellico. È facile prevedere che, se l’industria degli armamenti e le lobby da essa dipendenti, continueranno a dettare le scelte politiche a livello mondiale, il terrorismo è destinato a crescere e a insanguinare sempre più anche le strade dell’Occidente, i cui governi portano evidenti responsabilità di questa situazione. Guerra e terrorismo, infatti, sono fratelli siamesi, che si alimentano vicendevolmente a tutto e unico beneficio dei signori della guerra. I promotori e profittatori delle guerre sono stati maledetti dal Papa, cui va riconosciuto essere una delle rare voci dissonanti in questo momento nel mondo. Così come non vanno, però, dimenticate le responsabilità avute dal Vaticano nel processo di dissoluzione dell’ex Jugoslavia, quanto meno nella sua origine, con la separazione unilaterale di quella Slovenia ora impegnata a emulare Viktor Órban nella costruzione di muri e barriere di filo spinato contro i profughi. Con la guerra nei Balcani nei primi anni Novanta del secolo scorso, infatti, si è scoperchiato il Vaso di Pandora degli odii etnici e della strategia di destabilizzazione post-Muro di Berlino. La Terza guerra mondiale, frastagliata ma in atto, è il terribile mostro fuoriuscito da quel Vaso. La guerra è un piano che, ogni giorno che passa, viene reso più pericolosamente inclinato; come da ultimo con l’escalation della tensione voluta dalla Turchia di Erdogan, con l’abbattimento di un caccia russo sui cieli della Siria e con la cinica politica di Hollande, che ha chiamato alla santa alleanza per una recrudescenza della guerra e che è arrivato alla decisione di sospendere parti della Convenzione europea sui diritti umani. Tanto per cambiare, si dimostra che se la prima vittima di ogni guerra è la verità, la seconda sono i diritti umani e le libertà civili. Quel mostro, ora libero di insanguinare il mondo, può essere fermato e reso impotente solo dal basso, da una ripresa dei movimenti a livello planetario per la pace, la giustizia climatica, la convivenza e la giustizia sociale. Editoriale del magazine internazionale Global Rights – Numero 1, dicembre 2015  Il magazine è sfogliabile o scaricabile gratuitamente sul sito globalrights.info 

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Peggio per loro https://www.micciacorta.it/2015/10/peggio-per-loro/ https://www.micciacorta.it/2015/10/peggio-per-loro/#respond Wed, 07 Oct 2015 14:07:51 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=20570 «Non si spara sulla Croce Rossa», dicevano una volta il senso comune e le regole militari. Poi il linguaggio ipocrita della politica ha inventato le “guerre umanitarie” e anche quelle tradizioni sono andate in soffitta

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«Non si spara sulla Croce Rossa», dicevano una volta il senso comune e le regole militari. Poi il linguaggio ipocrita della politica ha inventato le “guerre umanitarie” e anche quelle tradizioni sono andate in soffitta, assieme a ogni parvenza di galateo bellico. E sparare sugli operatori umanitari e sanitari è diventato frequente. Nella guerra in Siria, in corso dal 2011, sono già 48 quelli rimasti uccisi, come ha ricordato su “Vita” Tommaso Della Longa, portavoce per il Medio Oriente della Mezzaluna Rossa e della Croce Rossa, in un articolo di Davide Biella. Le cronache ci hanno ormai abituato agli effetti “collaterali” dei bombardamenti, specialmente nell’epoca dei droni, strumenti di morte che hanno reso la guerra ancor più vigliacca e sempre più alto il numero delle vittime civili. A differenza dei politici, i militari, nel loro cinismo, hanno meno propensione a mascherare le cose con le parole. La NATO ha annunciato pochi giorni fa che, al termine dell’esercitazione Trident Juncture 2015, cui partecipa anche l’Italia, rimarranno stanziati in modo permanente in Europa i droni utilizzati: si chiamano Predator, che non ha bisogno di traduzione; uno dei suoi modelli si chiama Reaper, vale a dire Mietitore; e non serve qui specificare cosa viene irrimediabilmente tagliato da quei costosi ritrovati della tecnologia bellica. Come ha scritto il filosofo francese Marek Halter, le guerre saranno pure diventate umanitarie, ma «non ci sono eserciti incolpevoli, perché una bomba non ha stati d’animo, non sa riconoscere i buoni dai cattivi e non sa mai che cosa colpirà» (Danni collaterali e terroristi il dilemma di Camus, “la Repubblica”, 5 ottobre 2015). In questi anni i droni spesso hanno confuso una festa di matrimonio o un mercato con un campo di addestramento jihadista, facendo stragi di civili in Afghanistan, Pakistan, Yemen. In un passato recente, ad esempio nei più tradizionali bombardamenti NATO del 1999 contro la Serbia, sono stati colpiti numerosi edifici scolastici e ospedali. In Iraq, dove, a quanto pare, l’Italia si appresta a partecipare ai bombardamenti contro l’Isis, dall’inizio del conflitto nel 2003 a oggi le vittime civili sono state tra le 143 mila e le 165 mila, 12.525 nel solo 2015, molte delle quali a causa di attacchi aerei e missilistici. In questi giorni abbiamo però assistito – se possibile – a un ulteriore salto di qualità, o, meglio, di inciviltà e barbarie. Di fronte alla strage compiuta da un bombardamento americano sull’ospedale gestito da Medici senza Frontiere a Kunduz, in Afghanistan, non ci si è rifugiati dietro la classica scusa dell’errore: forse apparsa poco sostenibile, dati i 22 morti e 37 feriti e stante che dalla dinamica dell’accaduto è apparsa chiara l’intenzionalità, tanto che l’organizzazione umanitaria che gestiva la struttura non ha esitato a parlare di «crimine di guerra». Da parte del governo di Kabul si è sostenuto che nel nosocomio vi erano ospitati terroristi. E questo, evidentemente, è stato considerato bastante per sterminare decine di medici e operatori sanitari. À la guerre comme à la guerre. Il fine giustifica qualsiasi mezzo. La guerra “contro il terrorismo” val bene qualche sacrificio umano. Un argomento che non è certo nuovo: è stato usato dalle autorità israeliane durante i bombardamenti sulla striscia di Gaza; è divenuto addirittura un dibattito tra opinionisti dopo l’11 settembre, allorché negli USA alcuni intellettuali di fede liberale e democratica arrivarono a giustificare la tortura per prevenire attentati. Nel nostro piccolo, abbiamo vissuto contraddizioni analoghe al tempo del sequestro di Aldo Moro, quando un padre della Repubblica come Ugo La Malfa si spinse ad ammettere la pena di morte o, successivamente, ministri in carica arrivarono a lodare torture su arrestati. Marek Halter ricorda che sul medesimo, lacerante, dilemma si confrontarono negli anni Sessanta Jean-Paul Sartre e Albert Camus, attorno all’ipotesi – per nulla teorica, nella guerra di resistenza all’occupazione coloniale francese in Algeria – che un terrorista potesse essere torturato per fargli confessare dove avesse nascosto un bomba in una scuola e salvare così la vita a numerosi bambini. Sartre non seppe o non volle scegliere, mentre Camus fu lapidario: «Peggio per i bambini». Intendeva dire che «qualsiasi cosa accada, non si può trasgredire un principio, perché allora diventano frangibili tutti i principi. In altre parole, non si deve mai torturare nessuno, neanche se ci sono ottimi motivi», scrive il filosofo. Quella era un’epoca nella quale certo si torturava e uccideva su larga scala (il Novecento è stato secolo breve ma assai insanguinato), ma ancora non si sparava sulla Croce Rossa e non si bombardavano ospedali se non, davvero, per sbaglio. Non erano ancora state inventate le bombe “intelligenti” né il giornalismo embedded. Ora il dilemma non viene neppure posto. E, in ogni caso, appare rovesciato, perché è la guerra a essere divenuta un sistema terroristico su scala industriale. Si tortura, come ad Abu Ghraib o a Guantánamo senza porsi troppi problemi. Si fa strage di civili, senza neppure doversi giustificare. Dall’agosto 2014 a oggi sono stati 7316 i raid aerei della coalizione internazionale contro i miliziani dello Stato islamico, di cui 2634 in Siria e 4682 in Iraq. Secondo la coalizione, gli attacchi, con il lancio di 22.478 missili, avrebbero provocato la morte di circa 15 mila combattenti jihadisti. Le vittime civili ammesse sono un numero incerto: tra le 584 e le 1704. Probabilmente assai di più, data la obiettiva difficoltà del censimento e anche quella di distinguere in modo certo combattenti e non. Chi decide i bombardamenti avrà, senza saperlo, parafrasato Camus: «Peggio per loro». Peggio per le popolazioni civili, peggio per chi non c’entra. Lo stesso faranno i militari italiani tra poco in Iraq, come già in Libia e nei Balcani. In questo caso, però, non per difendere un principio, ma per difendere un affare. Perché la guerra è sempre, e prima di tutto, un gigantesco, mostruoso, business.

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Il mondo in bilico https://www.micciacorta.it/2015/06/il-mondo-in-bilico/ https://www.micciacorta.it/2015/06/il-mondo-in-bilico/#respond Sat, 20 Jun 2015 06:33:22 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=19843 La guerra fredda, da tempo riesumata dal Novecento, si appresta a diventare calda. I costi delle guerre, per il solo 2014, vengono quantificati in 180 mila vittime e 14 mila miliardi di dollari

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Muri

La guerra fredda, da tempo riesumata dal Novecento, si appresta a diventare calda. O, perlomeno, questo sembra l’esito possibile delle reciproche forzature che Stati Uniti e Russia hanno messo in campo. Gli improvvidi tentativi di allargamento a Est della NATO hanno alterato oltre misura equilibri già instabili. Da mesi è stata accesa la miccia della crisi ucraina, mentre si susseguono le esercitazioni aggressive delle truppe dell’Alleanza atlantica nell’area. Da ultimo, in vista del probabile intervento militare in Libia, e così allargando alla sponda sud del Mediterraneo il teatro della tensione giunta al parossismo nell’Est Europa, il Pentagono ha annunciato Trident Juncture, un mese di manovre navali nel prossimo settembre, che prevedono l’impiego di quasi 25 mila militari della Nato che si muoveranno tra Italia, Spagna e Portogallo, con una presenza stanziale di marines statunitensi; la portaerei italiana Cavour è la prima scelta per ospitarli. Oltre all’obiettivo dichiarato – testare efficacia e tempi di reazione in caso di attacco nemico – è evidente il messaggio alla Russia. La quale replica con l’annuncio che nel corso di quest’anno saranno schierati oltre 40 quaranta missili balistici intercontinentali di nuova generazione, ovvero capaci di penetrare gli apparati di difesa anti-missilistica predisposti. Il disequilibrio del terrore Si torna a grandi passi, insomma, all’equilibrio del terrore. Un equilibrio reso però assai più precario, rispetto al Novecento, dalla perdita di ruolo e di potere decisionale delle classi politiche, in questi ultimi decenni progressivamente trasferito in mano ai grandi gruppi finanziari, ai fondi di investimento e alle corporations multinazionali. Basti ricordare come la guerra in Iraq sia stata innescata (peraltro ingannando scientemente l’opinione pubblica mondiale con le false prove sulle “pistole fumanti” di Saddam Hussein) dalle ingordigie del petroliere George W. Bush & family e di quelle del vicepresidente Dick Cheney, prestato a tal scopo alla politica dalla multinazionale Halliburton, dagli appetiti altrettanto voraci nel settore petrolifero e in quello della logistica per le forze armate; il terzo rapace di quella situazione è stato la Blackwater, multinazionale attiva invece direttamente nel comparto militare, punta di diamante del processo di privatizzazione delle guerre, destinataria di appalti miliardari in Iraq e ora, guarda caso, attiva sotto altro nome, Greystone, in Ucraina, dove da tempo ha inviato 150 esperti e contractor in sostegno attivo e addestramento del movimento ultranazionalista Settore Destro. Davanti a questi scenari vale sempre la saggia, e sempre dimenticata, massima, secondo la quale la logica del botta e risposta, dell’escalation muscolare, dell’occhio per occhio, alla fine rende tutti ciechi. Ed è esattamente questa la dinamica con la quale storicamente sono nate le guerre: per cinico – e criminale – calcolo di interessi delle potenze, ma anche, e assieme, per i giochi pericolosi che alla fine scappano di meno agli apprendisti stregoni. Il laboratorio Europa Dopo il Medio Oriente, il teatro privilegiato di questi giochi pericolosi sta diventando sempre più l’Europa, già martoriata da due conflitti mondiali che hanno provocato decine di milioni di morti (è stato calcolato che nel “secolo breve”, complessivamente, siano rimaste uccise in atti di violenza di massa tra i 100 e i 150, se non addirittura 200, milioni di persone, cfr. Marcello Flores, Tutta la violenza di un secolo, Feltrinelli, 2005). I numeri delle guerre del passato sono decisamente impressionanti e sicuramente dimenticati. Del resto, sono pressoché sconosciuti quelli dei conflitti armati in corso, per così dire, in tempo di pace. Cifre che, per il solo anno 2014, vengono quantificate in 180 mila vittime e in costi economici di ben 14 mila miliardi di dollari (cfr. il recente Rapporto dell’Institute for Economics and Peace). Following the money, insomma, se si vuole provare a capire cosa si muove sotto le cortine fumogene dei media mainstream e la propaganda dei governanti embedded. Sempre l’Europa è il banco di prova della ristrutturazione della strategia della governance mondiale dopo quella che è stata definita la Prima guerra mondiale della finanza, vale a dire la crisi provocata nel 2007 e utilizzata, dai suoi stessi responsabili per una resa dei conti finale con il complesso di diritti e di Costituzioni democratiche costruite nel continente nella seconda metà del secolo scorso e sostanziati nel modello sociale europeo, che, dopo essere stato vulnerato progressivamente, ora si vorrebbe azzerare, partendo dal ventre molle della Grecia. Le verità di papa Francesco versus il pensiero unico I popoli, insomma, stanno pagando il salvataggio delle banche, come ha scritto ora papa Bergoglio nella sua rivoluzionaria enciclica Laudato si’ e come hanno detto e scritto in questi anni voci isolate e certo più flebili, perlopiù al di fuori delle istituzioni e della politica, la quale risulta sempre in altre faccende, decisamente meno vitali, affaccendata. Le politiche del Fondo monetario internazionale sono criminali, ha ricordato pure Alexis Tsipras, avendone verificato direttamente gli effetti nel suo paese, da tempo sottoposto allo strangolamento finanziario e usato come cavia di laboratorio. Si tratta di verità obiettive, documentate, addirittura evidenti, e non da oggi, a chiunque le voglia vedere. Ma i fatti e le verità non trovano quasi eco, e soprattutto effetti, se non nelle singole coscienze, neppure quando provengono dall’alto scranno del pontefice. Come ha scritto in un editoriale del “manifesto” Raniero La Valle: «“Questo papa piace troppo” diceva la destra più zelante, allarmata al vedere masse intere di persone in tutto il mondo affascinate da un pensiero diverso dal pensiero unico. Però si faceva finta di niente, sperando che la gente non capisse. Il papa diceva che l’attuale sistema non ha volto e fini veramente umani, e stavano zitti. Diceva che questa economia uccide, e stavano zitti. Diceva che l’attuale società, in cui il denaro governa (Marx diceva “il capitale”) è fondata sull’esclusione e lo scarto di milioni di persone, e stavano zitti. Diceva ai politici che erano corrotti, e stavano zitti. Diceva ai disoccupati di lottare per il lavoro e ai poveri di lottare contro l’ingiustizia, e facevano il Jobs Act». Con la stessa sordità della classe politica e di distrazione mista a indifferenza da parte dei cittadini, in Europa si stanno pericolosamente radicando razzismi vecchi e nuovi (ma, per carità, non chiamiamoli così che, ci ripetono media, osservatori e partiti, si tratta di paure e ansie in fondo comprensibili e tutto sommato legittime), sino a colorare di nero il quadro politico, e anche i governi, non solo nell’Europa dell’Est, con Ungheria e Ucraina in testa, ma pure in quella del Nord, da ultima la Danimarca con le elezioni di questi giorni, in nome della difesa dalla “invasione” dei migranti e dello “scontro di civiltà”. Fenomeni che, peraltro, non riguardano solo l’Europa: ce lo ricorda in questi giorni l’inaudito massacro di Charleston, negli Stati Uniti, a opera di un razzista (ma, per carità, sfumiamo, chiamiamolo semplicemente un “ragazzo”, come sta facendo tutta la stampa; e viene da pensare a quali sarebbero invece state le definizioni a ruoli razziali capovolti,  se le nove vittime fossero state bianchi benestanti oppure poliziotti) assertore a mano armata della supremazia bianca. L’umanità resa fuggiasca, come la ragione Ogni giorno 42.500 persone scappano da guerre e persecuzioni, alla ricerca di asilo, ci dice l’ultimo rapporto dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Nel mondo i profughi hanno raggiunto quasi i 60 milioni, una cifra che dovrebbe impressionare e riempire per giorni le prime pagine e i talk show, invece assorbiti dal pavloviano sbavamento per Matteo Salvini, preoccupato dall’inseguimento del suo competitor in materia di propaganda xenofoba Beppe Grillo. Qualche piccolo rivolo di quell’umanità perseguita e fuggiasca arriva pure da noi, nelle crepe della Fortezza Europa, e stiamo vedendo a Ventimiglia con quali reazioni. La strage di Lampedusa è oramai dimenticata, nell’epoca senza memoria dell’informazione spettacolo e della comunicazione superficiale del social. Di nuovo, l’unica voce, quanto meno dotata di autorevolezza e visibilità, che compie lo sforzo di analizzare le cause – premessa necessaria per trovare soluzioni – dell’esodo biblico, e del mare di sofferenza che sottende, pare quella di papa Francesco, che nella sua enciclica parla di desertificazione, di profughi ambientali, di riscaldamento globale, dei conflitti e delle responsabilità, non dimenticando di indicare le soluzioni, a partire dall’urgenza della giustizia sociale e della conversione ecologica; per provare a comprendere e spiegare ciò che succede nel mondo certo non bastano 140 caratteri. Un’enciclica che muove alla speranza, perché le verità non cessano di essere pensate e dette, ma anche allo sconforto, specie per chi non è credente, data l’inconsistenza, o almeno la rarefazione, di un pensiero critico, stante l’insussistenza di una capacità di analisi sufficientemente complessa, di un progetto d’alternativa a questo stato di cose e di una soggettività politica in grado di interpretarlo, rappresentarlo e organizzarlo. Tanto più che il tempo per tutto ciò è in scadenza.

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