Karl Marx – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Sun, 20 May 2018 08:52:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 «Sconfitta e utopia», le ragioni psichiche contro la sragione del feticismo delle merci https://www.micciacorta.it/2018/05/sconfitta-e-utopia-le-ragioni-psichiche-contro-la-sragione-del-feticismo-delle-merci/ https://www.micciacorta.it/2018/05/sconfitta-e-utopia-le-ragioni-psichiche-contro-la-sragione-del-feticismo-delle-merci/#respond Sun, 20 May 2018 08:52:33 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24509 Saggi. Per superare le dinamiche feticistiche, oggi più pervasive che ai tempi del Capitale, Romano Màdera indica una strada che deve partire dalla rivoluzione nel rapporto con sé e con gli altri

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A due secoli dalla nascita di Marx uno dei temi del suo pensiero che suscitano ancora interesse e discussione è quello del «feticismo delle merci»: parte da qui il volume di Romano Màdera, Sconfitta e utopia Identità e feticismo attraverso Marx e Nietzsche (Mimesis, pp. 238, euro 20,00) che ripropone, arricchito con diversi nuovi materiali, il testo pubblicato nel 1977 col titolo Identità e feticismo, importante nella discussione di quell’epoca. Tornando oggi su questi temi, Màdera traccia un bilancio delle geniali intuizioni marxiane che si lascia compendiare in questa secca frase: «una perfetta diagnosi, una mediocre prognosi, una terapia inconsistente». Ora, la diagnosi marxiana centrata sul tema del feticismo appare a Màdera come la parte migliore, e non caduca, della eredità del pensatore di Treviri. Anzi, si direbbe che sia proprio il Marx del feticismo quello più compiutamente inverato nell’epoca del capitalismo globale: una «forma di civiltà» – secondo Màdera – dove tutto ruota intorno all’accumulazione economica, «nel senso che a immagine di questa si strutturano i rapporti di potere, le relazioni tra le persone, la psicologia collettiva, i valori, gli ideali, i simboli (compresa la nuova religione secolarizzata del denaro da moltiplicare, autentica divinità del nostro tempo)». Come osserva David Harvey in un bel volume appena pubblicato da Feltrinelli, Marx e la follia del capitale (Feltrinelli, pp. 240,euro  22,00) il punto decisivo messo a fuoco dal filosofo di Treviri è la visualizzazione del capitale come valore in movimento; un processo che tocca il suo apice nel capitale produttivo di interesse, dove il feticismo raggiunge il suo culmine in quanto al capitale sembra appartenere il misterioso potere di autovalorizzarsi. Verso un’altra strategia Certamente, il fine di tutta la ricerca di Marx era proprio quello di dissipare questa apparenza feticistica, mostrando come la fonte occulta della valorizzazione del capitale non potesse essere altro se non lo sfruttamento del lavoro. Ma ancora oggi, a un secolo e mezzo dalla pubblicazione del Capitale, il feticismo, inveratosi nel consumismo e nella società dello spettacolo, costituisce una sorta di orizzonte onnicomprensivo del nostro mondo vitale, più pervasivo di quanto Marx non avesse potuto prevedere. «Entro le coordinate del capitalismo globale – scrive infatti Màdera – la tendenza a consumare si accoppia con quella a spettacolarizzare ogni aspetto della vita (come aveva cominciato a teorizzarla Debord), sia perché attraverso lo spettacolo la tendenza al consumo colonizza un’altra rilevante parte della vita, mettendo al lavoro il tempo di non-lavoro, sia perché lo spettacolo (…) tende a sganciare il valore di scambio da un uso qualsiasi, ampliando la scala dello scambio a ogni virtualità immaginabile e, parallelamente, vendendo il necessario non per le sua qualità intrinseche, ma per l’aura che la sua presentazione riesce a evocare». Insomma, da un lato si afferma senza residui il primato del valore di scambio sul valore d’uso, dall’altro la sostanza di questo valore di scambio svapora anch’essa lasciando sussistere solo la sua natura immaginaria e spettacolare. La lezione di Jung Ma se Marx si è inverato così bene, dove sta il problema? Paradossalmente, sta nel fatto che aveva troppo ragione: se le dinamiche feticistiche sono ancora più pervasive di quanto a Marx non fossero apparse, allora la conclusione che Màdera trae è che dal filosofo di Treviri non si ricava tanto una teoria del necessario rovesciamento del capitalismo, quanto una visione della sua insuperabilità. O meglio, della sua insuperabilità finché si resta sul terreno di una contestazione economico-politica degli assetti vigenti. La strada del cambiamento passerà, allora, da un’altra parte: da una rivoluzione che deve investire innanzitutto il rapporto con se stessi e con gli altri. Il contributo della psicoanalisi junghiana si combina – nel testo di Màdera – con quello della ricerca spirituale intesa nel senso più ampio, aperta a ciò che si può imparare dalle grandi religioni, dalla spiritualità buddhista, dalla pratica classica degli esercizi spirituali. E così, per il filosofo-psicanalista, l’auto-trasformazione di noi stessi diventa «la continuazione della politica con altri mezzi». FONTE: Stefano Petrucciani, IL MANIFESTO photo: Di Wolfgang Sauber - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3965234

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200 anni e non li dimostra. I destini incrociati di Karl Marx https://www.micciacorta.it/2018/05/24462/ https://www.micciacorta.it/2018/05/24462/#respond Sat, 05 May 2018 08:45:58 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24462 Bicentenari. La lunga stagione di una indagine teorica e di un pensiero che ha voluto essere rivoluzionario

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La locuzione ricorrente secondo cui «Il capitale» sarebbe stato la «Bibbia» del movimento operaio è falsa e vera. Niente era più estraneo agli intendimenti del filosofo di Treviri L’8 maggio 1968, in occasione del centocinquantenario della nascita di Marx, Raymonde Aron, sociologo liberale e critico di Marx (soprattutto dei marxismi), nell’ambito della propria relazione al grande convegno parigino organizzato dall’Unesco, mise in evidenza «il contrasto tra le dure condizioni nelle quali visse l’esule a Londra, e il quadro grandioso e ufficiale in cui professori togati, venuti da tutte le università del mondo, si propone di intrattenere un dialogo cortese, dopo aver ricevuto la consegna di attenersi al contributo scientifico di Marx e di dimenticare il rivoluzionario – ma con l’intenzione (…) di non rispettare affatto questa consegna». IN EFFETTI LO SCENARIO delle celebrazioni era davvero imponente: non solo per il numero e la qualità dei professori intervenuti, ma anche di quelle che René Maheu, direttore dell’Unesco, appellava come «Eccellenze», capi politici e di istituzioni statali, tutti uniti per onorare colui che aveva, sempre parole di Maheu, «profondamente modificato il rapporto tra realtà e pensiero». Le celebrazioni del bicentenario sono ben lungi dall’avere quel carattere di grandiosità e ufficialità. Sono in corso, ovviamente, convegni di studio, seminari, pubblicazioni ecc., ma in un contesto assolutamente diverso rispetto, a quello dell’8 maggio 1968. Tra l’altro il clima del 1968 non fu per niente determinante su un evento che proprio per il suo gigantismo aveva avuto una lunga e precedente preparazione. Nel nostro contesto odierno forse Marx è meno «attuale», rispetto a quello degli anni Sessanta del Novecento? Se l’attualità consiste nella capacità di spiegazione dei meccanismi profondi caratterizzanti le fasi di accumulazioni in atto, ebbene le categorie marxiane sono certamente più attuali oggi che nell’«età dell’oro». LE TENDENZE GENERALI dell’accumulazione che avvengono in una fase in cui il modo di produzione capitalistico può svilupparsi senza antitesi, come nei nostri tempi, sono in particolare consonanza con la costruzione analitica de Il capitale. Una consonanza senz’altro molto minore le stesse categorie l’avevano rispetto alle possibilità esplicative del capitalismo civilizzato (in Occidente) durante i «trenta gloriosi». Eppure in questo nostro tempo un’iniziativa dell’Unesco come quella di cinquant’anni fa appare del tutto impensabile. Proviamo a ragionare sull’apparente paradosso di un complesso teorico assai poco operativamente diffuso in un contesto assai favorevole per le sue possibilità euristiche, ed invece particolarmente pervasivo in età in cui pareva esser contraddittorio con le magnifiche sorti e progressive di un neocapitalismo sempre più democratico. La distinzione tra «marxiano» e «marxista», la continua ripetizione della nota frase di Marx: «Io non sono marxista», hanno una storia molto lunga e sono ormai luoghi comuni, ma dal punto di vista dell’indagine teorica hanno anche ragioni determinanti per essere utilizzate nell’indagine critica interna all’opera del pensatore di Treviri. L’ESAME TESTUALE di tale opera dimostra con chiarezza che egli non si sentì mai fondatore e capo di un qualche «marxismo». «Sistemi» e «ismi» erano contraddittori con il carattere critico-demistificante del suo metodo di lavoro. Al professore tedesco di economia Adolph Wagner, che aveva scritto a proposito del «sistema socialista» (sozialistisches System) di Marx, rispose seccamente ch’egli non aveva mai costruito un «sistema socialista» e che quelle di Wagner erano solo «fantasie». Inoltre non è certo un caso che ne Il capitale non compaia mai il termine «capitalismo». Nello stesso tempo, però, egli ha sempre considerato il suo lavoro «scientifico» come momento imprescindibile di un programma di organizzazione pratico-intellettuale. Nel periodo in cui si trovò di fatto ad essere il punto di riferimento principale dell’Internazionale combatté» tutte le «sette», fossero «socialiste», «marxiste» o altro. Ma contemporaneamente i documenti che definivano i caratteri dell’Internazionale erano tutti orientati dalle sue categorie di pensiero. E tutta la sua opera-capolavoro, rigorosamente scientifica, era concepita, lo disse esplicitamente, anche come «il missile più terribile che sia stato ancora scagliato contro i capi della borghesia (proprietari terrieri inclusi)». Nella tensione tra questi due poli, quello della scienza e quello del ruolo della scienza per l’emancipazione dei subalterni, si definisce un campo di destini incrociati. Non perché il secondo sia la verifica del primo, ma perché comunque è un indicatore delle forme della sua fortuna. Anche se tali forme non derivano dalla scienza, ne condizionano l’immagine politico-culturale esterna alla ristretta cerchia degli specialisti, e qualche volta anche all’interno di quella che viene chiamata «comunità scientifica». LA LOCUZIONE RICORRENTE nella pubblicistica secondo la quale Il capitale sarebbe stata la «Bibbia» del movimento operaio e socialista, è, insieme, falsa e vera. Falsa nel marxismo secondo testi e filologia testuale. Niente era più estraneo agli intendimenti di Marx, e soprattutto alla sua metodologia scientifica, della logica del libro sacro. Vera, in parte non marginale, nei processi reali di un movimento che aveva bisogno della conferma «scientifica» per la garanzia, «in ultima istanza», del proprio «giusto» operare nella storia. Alla fine dell’Ottocento, al momento cioè dell’incontro tra categorie marxiane e movimento operaio, poteva succedere che la pubblicistica operaia costruisse teorie «marxiste» del salario del tutto contraddittorie con quelle «marxiane». Eppure si trattava di un momento di crescita e di consapevolezza di sé dell’organizzazione. Dall’ultimo quarto del XIX secolo a gran parte del XX il «marxismo» assume forme strutturate. Prima in organizzazioni di resistenza e partiti politici, poi addirittura in «Stati marxisti». Vere e proprie potenze insomma, senza le quali non sarebbe spiegabile il gigantismo del convegno Unesco del 1968. STRUTTURATO o non strutturato il marxismo fuori dai testi di Marx rimane un momento imprescindibile per un pensiero che ha voluto essere rivoluzionario. Il fatto è che al Capitale resta stretta la definizione di «classico». Nel 1981 Italo Calvino si esercitò a definire un classico in 14 proposizioni. Il capitale può rientrare in tutte le definizioni, ma solo parzialmente, perché tutte quante presuppongono un’atmosfera pacificata nello svolgimento della lettura e della riflessione del testo. Quel testo, invece, rimane, e rimarrà per tutta l’età caratterizzata dal modo di produzione capitalistico, il «missile terribile» evocato da Marx. Il marxismo «potenza», il «marxismo politico» è scomparso alla fine del Novecento, e senza tale dimensione anche la filologia marxiana rischia di diventare solo un affare analitico per professori. I modi in cui alla fine dell’Ottocento avvenne l’incontro del movimento operaio con le varie «forme» marxismo sono oggi irripetibili. Tra le molte e rilevanti differenze di contesto, su una dobbiamo appuntare in particolare la nostra attenzione: allora furono più il movimento, le organizzazioni di resistenza, ad andare verso la teoria che l’inverso. Nel momento attuale è al «marxismo politico» che sembra spettare l’onere di una ricomposizione. Naturalmente in forme diverse, in forme nuove. LA CATEGORIA DEL «NUOVO» è cosa seria, ma nel dibattito politico, e non solo, viene utilizzata alla maniera su cui ha ironizzato il grande storico economico Ruggiero Romano: il nuovo non tanto come veramente nuovo, bensì come «novello» al pari del beaujolais (o del chianti). Certamente non ci si avvicina ai corrieri in bici di Foodora tramite citazioni di Marx. Se però si riflette bene sui capitoli relativi alla giornata lavorativa del I libro de Il capitale, si possono cogliere le ragioni di fondo, nella logica dell’accumulazione nel nostro tempo, della necessità di tali rapporti di lavoro. E su tale base, magari, elaborare categorie politiche «nuove» davvero. In tale prospettiva alla nostra cultura, alla nostra politica, non basta, parafrasando Croce, rifugiarsi nella generica formulazione del «non possiamo non definirci marxisti». Bisogna entrare direttamente nel merito di nuove forme di «marxismo politico». «Forme» aperte, diverse, qualche volta magari conflittuali, ma con le radici salde nelle logiche dell’antitesi e della critica dell’economia politica. FONTE: Paolo Favilli, IL MANIFESTO

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La durezza del Capitale di Marx, che compie i primi 150 anni https://www.micciacorta.it/2017/09/23717/ https://www.micciacorta.it/2017/09/23717/#respond Fri, 08 Sep 2017 07:44:18 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23717 La stesura del libro, iniziata nel 1862, venne funestata dalla povertà economica dell’autore e dalla sua precaria salute

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Ricorrenze. L’11 settembre l’opera di Karl Marx compirà i suoi primi 150 anni L’opera che, forse più di qualunque altra, ha contribuito a cambiare il mondo, negli ultimi centocinquant’anni, ebbe una lunga e difficilissima gestazione. Marx cominciò a scrivere Il capitale solo molti anni dopo l’inizio dei suoi studi di economia politica. Se aveva criticato la proprietà privata e il lavoro alienato della società capitalistica già a partire dal 1844, fu solo in seguito al panico finanziario del 1857, iniziato negli Stati Uniti e poi diffusosi anche in Europa, che si sentì obbligato a mettere da parte le sue incessanti ricerche e iniziare a redigere quella che chiamava la sua «Economia». CON L’INSORGERE della crisi, Marx presagì la nascita di una nuova stagione di rivolgimenti sociali e ritenne che la cosa più urgente da fare fosse quella di fornire al proletariato la critica del modo di produzione capitalistico, presupposto essenziale per il suo superamento. Nacquero così i Grundrisse, otto corposi quaderni nei quali, tra le altre tematiche, egli prese in esame le formazioni economiche precapitalistiche e descrisse alcune caratteristiche della società comunista, sottolineando l’importanza della libertà e dello sviluppo dei singoli individui. Il movimento rivoluzionario, che egli credeva sarebbe sorto a causa della crisi, restò un’illusione e Marx non pubblicò i suoi manoscritti, consapevole di quanto fosse ancora lontano dalla piena padronanza degli argomenti affrontati. L’unica parte data alle stampe, dopo una profonda rielaborazione del «Capitolo sul denaro», fu Per la critica dell’economia politica, testo che uscì nel 1859 e che venne recensito da una sola persona: Engels. Il progetto di Marx era quello di dividere la sua opera in sei libri. Essi avrebbero dovuto essere dedicati a: capitale, proprietà fondiaria, lavoro salariato, Stato, commercio estero, mercato mondiale. Quando, però, nel 1862, a causa della guerra di secessione americana, la New York Tribune licenziò i suoi collaboratori europei, Marx – che aveva lavorato per il quotidiano americano per oltre un decennio – e la sua famiglia ritornarono a vivere in condizioni di terribile povertà, le stesse patite durante i primi anni del loro esilio londinese. Non aveva che l’aiuto di Engels, al quale scrisse: «ogni giorno mia moglie mi dice che vorrebbe essere nella tomba con le bambine e, in verità, non posso fargliene una colpa, poiché le umiliazioni e le pene che stiamo subendo sono davvero indescrivibili». La sua condizione era così disperata che, nelle settimane più buie, vennero a mancare il cibo per le figlie e la carta per scrivere. Cercò anche di ottenere un impiego in un ufficio delle ferrovie inglesi. Il posto, però, gli venne negato a causa della sua pessima grafia. Pertanto, per poter fare fronte all’indigenza, il lavoro di Marx continuò a subire grandi ritardi. Ciò nonostante, in questo periodo, in un lunghissimo manoscritto intitolato Teorie sul plusvalore, compì un’accuratissima disamina critica del modo in cui tutti i maggiori economisti avevano erroneamente trattato il plusvalore come profitto o rendita. Per Marx, invece, esso costituiva la forma specifica mediante la quale si manifesta lo sfruttamento nel capitalismo. Gli operai trascorrono una parte della loro giornata a lavorare gratuitamente per il capitalista. QUEST’ULTIMO CERCA in tutti i modi di generare plusvalore mediante il pluslavoro: «non basta più che l’operaio produca in generale, deve produrre plusvalore», ovvero deve servire all’autovalorizzazione del capitale. Il furto di anche solo pochi minuti sottratti al pasto o al riposo di ogni lavoratore significa lo spostamento di un’immensa mole di ricchezza nelle tasche dei padroni. Lo sviluppo intellettuale, l’adempimento di funzioni sociali, il tempo festivo sono per il capitale «fronzoli puri e semplici». Après moi le déluge! era per Marx – anche in considerazione della questione ecologica (da lui presa in considerazione come pochi altri autori del suo tempo) – il motto dei capitalisti, anche se poi, ipocritamente, si opponevano alla legislazione sulle fabbriche in nome della «piena libertà del lavoro». La riduzione dei tempi della giornata lavorativa, assieme all’aumento del valore della forza-lavoro, costituivano, dunque, il primo terreno sul quale andava combattuta la lotta di classe. NEL 1862, Marx scelse il titolo per il suo libro: Il capitale. Credeva di poter dare subito inizio alla stesura in forma definitiva, ma alle già durissime vicissitudini finanziarie si aggiunsero i gravissimi problemi di salute. Comparve, infatti, quella che la moglie Jenny definì «la terribile malattia», contro la quale Marx avrebbe dovuto lottare per molti anni della sua vita. Fu affetto dal carbonchio, un’orrenda infezione che si manifestava con l’insorgenza, in più parti del corpo, di una serie di ascessi cutanei e di estese, debilitanti foruncolosi. A causa di una profonda ulcera, seguita alla comparsa di un grande favo, Marx fu operato e «rimase, per parecchio tempo, in pericolo di vita». La sua famiglia fu, più che mai, sull’orlo dell’abisso. IL MORO (era questo il suo soprannome), però, si riprese e, fino al dicembre del 1865, realizzò la vera e propria stesura di quello che sarebbe diventato il suo magnum opus. Inoltre, a partire dall’autunno del 1864, partecipò assiduamente alle riunioni dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, per la quale redasse, durante otto intensissimi anni, tutti i principali documenti politici. Studiare di giorno in biblioteca, per mettersi al passo con le nuove scoperte, e portare avanti il suo manoscritto nel corso della notte: fu questa la sfibrante routine alla quale si sottopose Marx fino all’esaurimento di ogni energia e allo sfinimento del suo corpo.

CAPITALELIBROZesssssssssssssssssss

Anche se aveva ridotto il suo progetto iniziale di sei libri a tre volumi sul capitale, Marx non voleva abbandonare il proposito di pubblicarli tutti insieme. Scrisse, infatti, a Engels: «non posso decidermi a licenziare nulla prima che il tutto mi stia davanti. Quali che siano i difetti che possono avere, questo è il pregio dei miei libri: essi costituiscono un tutt’uno artistico, risultato raggiungibile soltanto grazie al mio sistema di non darli alle stampe prima che io li abbia interamente davanti a me». Il dilemma di Marx – «ripulire una parte del manoscritto e consegnarla all’editore o finire di scrivere prima tutto completamente» – venne risolto dagli eventi. Marx fu colpito da un altro attacco di carbonchio, il più virulento di tutti, e fu in pericolo di vita. A Engels raccontò che ne era «andata della pelle»; i medici gli avevano detto che le cause della sua ricaduta erano stati l’eccesso di lavoro e le continue veglie notturne: «la malattia veniva dalla testa». A seguito di questi avvenimenti, Marx decise di concentrarsi sul solo Libro Primo, quello inerente il «Processo di produzione del capitale».TUTTAVIA, I FAVI continuarono a tormentarlo e, per intere settimane, Marx non fu nemmeno in grado di stare seduto. Egli tentò persino di operarsi da solo. Si procurò un rasoio ben affilato e raccontò a Engels di essersi «estirpato lui stesso quella cosa dannata». Stavolta, il completamento dell’opera non venne procrastinato a causa «della teoria», ma per «ragioni fisiche e borghesi». Quando, nell’aprile del 1867, il manoscritto venne finalmente ultimato, Marx chiese all’amico di Manchester – che l’aveva aiutato incessantemente per un ventennio – di inviargli il denaro per poter disimpegnare «il vestiario e l’orologio che si trovano al Monte dei pegni». Marx era sopravvissuto con il minimo indispensabile e senza quegli oggetti non poteva partire per la Germania, dove era atteso per la consegna del manoscritto da dare alle stampe. Le correzioni delle bozze si protrassero per tutta l’estate e quando Engels fece notare a Marx che l’esposizione della forma del valore risultava troppo astratta e che «risentiva della persecuzione dei foruncoli», questi gli rispose: «spero che la borghesia si ricorderà dei miei favi fino al giorno della sua morte».Il capitale venne messo in commercio l’11 settembre del 1867. Un secolo e mezzo dopo la sua pubblicazione,  è annoverato tra i libri più tradotti, venduti e discussi della storia dell’umanità. Per quanti vogliano comprendere cosa sia davvero il capitalismo, e anche perché i lavoratori debbano lottare per una «forma superiore di società, il cui principio fondamentale sia lo sviluppo pieno e libero di ogni individuo», Il capitale è, oggi più che mai, una lettura semplicemente imprescindibile. FONTE: Marcello Musto, IL MANIFESTO

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Manchester. Il filosofo Engels torna a casa https://www.micciacorta.it/2017/09/23697/ https://www.micciacorta.it/2017/09/23697/#respond Sat, 02 Sep 2017 09:05:05 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23697 Arte urbana. Phil Collins riconduce a Manchester la statua del pensatore radicale, coautore del «Manifesto del partito comunista» con Marx

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L'artista ha recuperato il monumento, sfuggito alla «dekomunizace» in un paesino al confine russo-ucraino MANCHESTER. Il Mif, il Festival che biennalmente ingloba musica, arte, architettura, cinema e che con i suoi potenti progetti artistici ha rianimato anche quest’anno la città di Manchester, nell’edizione 2017 ha visto brillare l’intervento installativo (in forma permanente) di Phil Collins, Collins, nato a Runcorn ma formatosi negli anni ’90 alla mitica Manchester University (in cui aveva insegnato Alan Turing) è uno degli artisti più anticonvenzionali del panorama internazionale (nomination nella shortlist del Turner Prize 2006) che, attraverso strategie di rappresentazione ipermedializzate, svuota il solito binomio oggetto-fruitore e ribalta le ordinarie dinamiche innescate dall’atto del vedere. NELLA SUA ANALISI socio-politica utilizza un alfabeto pop e intenso in grado di coinvolgere una «intelligenza collettiva», proponendo uno screening del pensiero globale. L’utilizzo di mezzi espressivi come la danza, la musica, l’intervista e tutto l’universo simbolico e politico che esse detengono, lo indirizzano verso la contrapposizione di locale/globale, realtà/finzione, postmodernità/capitalismo, polarità che, nella sua ricerca, inducono a ulteriori snodi. Ceremony, infatti, è una vera e propria operazione, generata da un processo di investigazione durato molti mesi e che aveva l’obiettivo di riportare a Manchester la statua del filosofo e radicale pensatore Friedrich Engels. Del resto, Ceremony succede a Marxism today (Prologue) del 2011 che è da considerarsi uno stralcio di cinéma verité, un’analisi liquida sulla teoria e prassi marxista nell’apogeo del capitalismo globale. Il titolo stesso assimilava la prestigiosa rivista britannica legata al pensiero marxista, pubblicata dal 1957 al 1999 e fondativa linfa di ricerca per i Cultural Studies. Qui, la narrazione che scorre nei trentacinque minuti del video riavvolge i racconti di tre ex-insegnanti di filosofia marxista-leninista durante l’avvicendamento del ventennio di riunificazione tedesca, dopo la caduta del muro di Berlino dell’89. RIEVOCANO LA BRUTALITÀ con cui i simboli e le icone storiografiche sono stati sottratti alla gente della Ddr prevaricando i confini della storia biografica, fatta di canzoni d’infanzia, gruppi e luoghi infantili, oggetti e tutto ciò che forma la memoria individuale. In questo processo di ricomposizione storica, Collins sviluppa il progetto di Ceremony in una ricognizione geografica della statua di Engels in quei territori post-comunisti demonizzanti i simboli del passato, come memento del pensiero politico lasciato dal filosofo. Ciò che interessa Collins è la riflessione sul presente, su come l’ideologia comunista sia stata egemonizzata dalla società capitalista proprio nel cuore del suo impero e quali retaggi abbia trascinato con sé nell’epoca post-ideologica. Pone l’accento sul suo fallimento proprio nel centenario della Rivoluzione d’Ottobre. «ENGELS GO HOME» si potrebbe intitolare la sua impresa, poiché Collins parte dal lontano 1942, quando il filosofo ventiduenne si trasferì dalla Germania a Manchester con la famiglia (il padre era un imprenditore tessile che aveva aperto l’azienda Ermen & Engels). La città inglese, fulcro della Rivoluzione industriale, radicalizzò il pensiero del filosofo fino a ispirarlo nella scrittura di La situazione della classe operaia in Inghilterra, pubblicato poi nel 1945. Tre anni dopo, Engels diventerà il co-autore del Manifesto del partito comunista insieme al suo amico Karl Marx. Tra andate e ritorni, il filosofo visse a Manchester più di vent’anni. COLLINS COSÌ decide di riportare Engels a casa attraverso l’installazione di una sua statua nello spazio pubblico cittadino. La statua ritrovata, che Collins quasi utopisticamente ha ricercato per mesi nei paesi ex-comunisti, è anche la testimonianza della rimozione culturale e fisica, pressoché totale, dei simboli pubblici legati al regime, iniziata subito dopo il crollo del muro di Berlino e acuita in Ucraina nel 2015. La pervasiva politica di «dekomunizace» che impera tuttora nell’area dell’Europa dell’Est, ha reso l’impresa quasi insperata, fino a quando sul confine russo-ucraino, nella regione di Poltava dell’Ucraina orientale, nel piccolo villaggio di Mala Pereshchepina, in un quartiere precedentemente chiamato Engels, l’artista e il suo staff hanno rintracciato l’agognata statua, alta circa 350 cm, tagliata in due pezzi all’altezza della vita, e nascosta in due sacchi di rafia, incrostata di licheni e con sbavature di pittura giallo-azzurro (colori della bandiera ucraina) ma ancora intatta e in procinto di essere distrutta. TROVATO IL MONUMENTO appartenente all’era sovietica, sono seguiti otto mesi di negoziati con le autorità ucraine, poiché la scultura era in una sorta di limbo legale e fisico. Alla fine è avvenuta la «donazione» sia pure dopo mesi. Collins l’ha caricata su un autocarro facendole attraversare Kiev, la Polonia, Berlino e Wuppertal e poi Calais, fino a Manchester. Qui, il monumento traslato da un lato all’altro dell’Europa e da una comunità all’altra, riacquisisce un nuovo significato. La statua di Engels finalmente ricomposta e accompagnata da un nuovo piedistallo, è stata collocata, permanentemente, nella centrale Tony Wilson Place. FONTE: Teresa Macrì, IL MANIFESTO

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Il Manifesto del Partito Comunista illustrato https://www.micciacorta.it/2017/06/23436/ https://www.micciacorta.it/2017/06/23436/#respond Sat, 17 Jun 2017 07:26:21 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23436 Graphic Novel. Intervista a George S. Rigakos ideatore della graphic novel ispirata al "Manifesto del partito comunista" di Marx e Engels

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NEW YORK.Nel 2010 la casa editrice canadese Red Quill Books ha pubblicato Historical Materialism il primo capitolo di The Communist Manifesto illustrated; una graphic novel basata sul Manifesto del Partito Comunista scritto da Marx ed Engels nel 1848. Dopo l’uscita di The Bourgeoisie e The Proletariat, nel 2015 è stato pubblicato il quarto e ultimo volume The Communists. L’opera è già stata tradotta in spagnolo, francese e tedesco. Ho intervistato a New York George S. Rigakos (Professor of the Political Economy of Policing presso la Carleton University di Ottawa), ideatore del fumetto e fondatore della casa editrice.

Chi ha avuto l’idea di re-immaginare il Manifesto del Partito Comunista come un fumetto?

È venuta a me mentre stavo provando a spiegare il concetto di lotta di classe ad un amico. Ho pensato che alcune tematiche del Manifesto si sarebbero prestate facilmente ad un formato a fumetti. C’è un gruppo perfido e una storia di fondo in cui i due avversari – la borghesia e il proletariato – sono venuti alla luce. C’è sfruttamento, violenza e poi, naturalmente, liberazione ed i campioni di un mondo migliore: i comunisti. Credo che il pamphlet fosse maturo per un adattamento a fumetti. Naturalmente l’obiettivo era comunicare agevolmente le idee di base per fare in modo che gli studenti si interessassero al lavoro di Marx.

È il primo esperimento di questo tipo?

No. Esiste una tradizione di libri a fumetti che derivano dall’adattamento di opere o biografieradical. Ad esempio oggi ci sono diverse biografie a fumetti su Che Guevara ed un adattamento a fumetti del Capitale in spagnolo. Red Quill ha pubblicato una versione manga del Capitale.

Perché un fumetto? A chi è destinato questo lavoro?

Soprattutto agli studenti ma anche a tutti quelli che semplicemente si divertono a comunicare idee con i libri a fumetti. La maggior parte delle persone che compra la graphic novel dice “fico!” e poi ti rendi conto che stanno leggendo Marx. Non abbiamo alterato il testo, lo abbiamo semplicemente rivisto e adattato. Nella versione completa del fumetto abbiamo incluso anche il testo originale del Manifesto.

Quante copie sono state vendute fino a questo momento?

Sicuramente è il nostro best seller e riceviamo ordini da ogni parte del mondo. A volte compagni e organizzazioni di lavoratori che vogliono fare un bel regalo ai loro amici o ai propri membri ci chiamano nel periodo natalizio. Recentemente ho scoperto che gli attivisti del movimento Black Lives Matter a Brooklyn stanno usando la nostra graphic novel per avvicinare le persone all’opera di Marx. Sono davvero contento per questo.

Immagino che alla base di questo lavoro ci sia anche una necessità politica, quale? Su quali aspetti hai voluto mettere l’accento?

La necessità è rappresentata dalla natura dell’attuale crisi e dalla mancanza concreta di una visione alternativa per il futuro. L’applicazione bolscevica di Marx è stata ampiamente screditata per buone ragioni ma poi abbiamo completamente abbandonato il dibattito per un cambiamento programmatico. Oggi c’è un ritorno di interesse nei confronti di politiche alternative e Marx deve essere parte della discussione. Dal punto di vista tematico, la rivoluzione gioca un ruolo fondamentale nel linguaggio figurato del Manifesto illustrato, così come nell’originale.

È stato difficile trasferire l’essenza dell’opera di Marx in un fumetto?

Creativamente non credo sia stato particolarmente difficile per me. Come ho detto il libro si presta facilmente a questo adattamento. È stato davvero divertente e la tensione era soprattutto politica. Cosa ho enfatizzato? Come presenti le idee e cosa lasci fuori dall’appendice? Ci sono molte persone che avrebbero fatto delle scelte differenti.

Molte situazioni sono state attualizzate. Che metodo di lavoro hai seguito per scrivere la sceneggiatura? Qual è stato il passaggio nel testo più difficile da trasformare in fumetto?

Ho portato alla luce le parti di testo che pensavo fossero emblematiche per trasmettere il messaggio e che si prestavano ad una rappresentazione a fumetti. Poi ho organizzato il pensiero politico costruendo e ordinando una narrativa senza riscrivere il testo. Infine ho diviso il lavoro in quattro parti: materialismo storico, borghesia, proletariato e comunisti. È stato comunque difficile comunicare attraverso una singola immagine lo sfruttamento di centinaia di capitalisti e pre-capitalisti che ha condotto all’emancipazione comunista. Victor Serra, l’illustratore, ha seguito passo per passo il processo e sono orgoglioso del risultato finale.

Nella prima scena Marx si lamenta davanti alla sua tomba leggendo dei presunti crimini commessi in nome del comunismo. Non si salva nulla delle esperienze socialiste? Sto pensando ad esempio a Fidel Castro.

Sì è pensieroso e non offre risposte al vecchio rivoluzionario che sta perdendo la fede e viene a visitarlo. Questo perché il sentiero rivoluzionario è quello che gli serve per riconciliarsi.

Credo ci sia molto da imparare dai fallimenti, o come preferisci chiamare quello che è rimasto sotto la parvenza del così chiamato comunismo. Non si può ignorare l’oppressione dello Stato ma sono d’accordo sul fatto che questi fallimenti ci devono insegnare a ragionare su nuove applicazioni.

Cosa accadrà dopo Castro? Come avverrà la transizione da un sistema che ha meriti importanti ma che tuttavia ha messo la museruola al suo popolo? Senza coinvolgere Marx, credo che si permetterà agli avvoltoi aziendali e ai sicari dell’economia di calare su Cuba ancora una volta per farla a pezzi e impoverire il popolo. Non c’è risposta al di fuori di Marx.

Cosa puoi raccontarci del disegnatore Red Victor / Victor Serra? Perché hai scelto lui?

È fantastico. Abbiamo avuto un’ottima collaborazione, inizialmente lavorava per un’agenzia argentina. Mi piace il suo stile e la sua attenzione per i dettagli. Quando gli ho inviato le idee per le immagini, a volte le ha rifiutate perché mancavano di autenticità. “Quel modello di automobile è stato diffuso in Russia solo 10 anni dopo”, mi spiegava cose di questo tipo che nessun altro avrebbe potuto notare. Questo mi ha dato grande sicurezza; lavorando insieme sono diventato meno prescrittivo, ero felice di lasciare a lui le scelte creative. Victor era orgoglioso del suo lavoro e lo ha dimostrato.

Red Quill Book è un collettivo editoriale come funziona? A cosa state lavorando in questo momento?

Siamo sempre alla ricerca di nuove proposte adatte a noi. Continuiamo a pubblicare lavori accademici critici e fumetti radicali. Questo è quello per cui ci conoscono e non cambieremo. Non pubblichiamo tonnellate libri, non vogliamo questo. Siamo selettivi in modo tale da poter seguire il libro attraverso l’intero processo. Le nuove piattaforme digitali hanno permesso alle persone creative di concentrarsi di più sul processo e sulla collaborazione e la nostra piccola casa editrice non esisterebbe senza tutto questo. Riesco a vederci andare più lontano per ri-animare testi radicaldimenticati e a lungo ignorati che potrebbero vedere una nuova vita come libri a fumetti. Questa continua ad essere la nostra missione

FONTE: IL MANIFESTO

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Il work in progress di una teoria https://www.micciacorta.it/2016/10/work-progress-teoria/ https://www.micciacorta.it/2016/10/work-progress-teoria/#respond Wed, 12 Oct 2016 09:26:18 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22537 «I Grundrisse di Karl Marx. I lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 150 anni dopo», a cura di Marcello Musto, edizioni Ets

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Marx

In quel grande cantiere che è l’opera di Marx, i Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica (ai quali ci si riferisce di solito con la prima parola del titolo tedesco, Grundrisse) occupano una posizione davvero molto peculiare. Oggi per chiarire il significato di questo testo, i suoi temi principali e, soprattutto, la storia della sua fortuna, possiamo servirci di un corposo volume curato da Marcello Musto (I Grundrisse di Karl Marx. I Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 150 anni dopo, Ets) dove le questioni e le vicende di quest’opera marxiana sono ripercorse da molti e diversi punti di vista. I Grundrisse sono un’opera importante e singolare per diverse ragioni. La principale è che essi costituiscono la prima esposizione del sistema marxiano della critica dell’economia politica. Come è noto, Marx scrisse e riscrisse più volte quello che poi sarebbe diventato Il Capitale. La prima edizione di questo testo, che uscì nel 1867, fu preceduta da un lungo lavoro preparatorio, di cui i Grundrisse, scritti a Londra tra il 1857 e il 1858, sono la prima e decisiva tappa; e fu seguita da una serie di rielaborazioni, alle quali Marx si dedicò per diversi anni della sua vita. Il primo libro del Capitale fu da lui rimaneggiato nelle edizioni che seguirono alla prima, mentre il secondo e il terzo libro rimasero allo stato di abbozzo, e furono sistemati e completati solo da Engels dopo la morte dell’amico. La critica marxiana dell’economia è dunque un gigantesco work in progress, un lavoro non finito. E i Grundrisse – primo tentativo di esposizione sistematica della teoria – ci consentono proprio per questo di osservare molto da vicino questioni decisive e problemi essenziali, che nelle opere più compiute talvolta rimangono sotto traccia. Ma c’è almeno un’altra ragione che rende i Grundrisse un testo così affascinante: ed è il fatto che, nei Lineamenti molto più che nel Capitale, il modo marxiano di esposizione segue assai da vicino il modello argomentativo che era stato sviluppato da Hegel, cioè si sforza di presentare i contenuti secondo uno svolgimento dialettico, dove ogni categoria economica viene sviluppata attraverso l’analisi delle contraddizioni di quelle che la precedono. Questo è un punto fondamentale che implica diverse conseguenze. L’hegelismo che li pervade fa dei Grundrisse un testo destinato ad essere molto apprezzato dai filosofi; per il linguaggio e il modo di argomentare, infatti, è molto più vicino alla loro sensibilità di quanto non lo sia il Capitale. Un interessante interprete francese, Henri Denis, sostiene non senza qualche buona ragione (anche se forse radicalizza un po’ troppo la sua tesi) che Marx è costantemente combattuto tra Hegel e Ricardo e che, mentre nei Grundrisse prevale il primo, nel Capitale è il secondo ad avere la meglio. Molti interpreti marxisti non condividono questa tesi. Ma non ci sono dubbi che la fortuna dei Grundrisse sia stata anche legata alla affascinante dialettica hegelianizzante cui Marx dà vita in quelle pagine. Nel volume curato da Musto, le vicende legata alla diffusione e alle traduzioni dei Grundrisse sono ripercorse con una ricchezza di informazione e di analisi che non è dato trovare altrove. Venti capitoli scritti da altrettanti studiosi (per l’Italia c’è Mario Tronti) sono consacrati alla disseminazione dei Grundrisse su scala planetaria, dall’Europa, all’Asia, all’America latina. È una storia molto interessante. Pubblicati per la prima volta a Mosca nel 1939-1941, i Grundrisse cominciarono a entrare in circolo nella cultura europea diversi anni dopo, con l’edizione tedesco-orientale del 1953. Ma si trattava ancora di un testo accessibile a una ristretta cerchia di studiosi. Perché se ne avesse una conoscenza più ampia, si sarebbero dovute attendere le traduzioni nelle principali lingue europee, che erano ancora di là da venire. Ciò che è interessante ricordare, però, è che dai Grundrisse vennero abbastanza presto estrapolati alcuni blocchi, che furono presi quasi come dei testi a sé. A parte la «Introduzione» relativa al metodo dell’economia politica, che era stata pubblicata da Kautsky già nel 1903, due soprattutto furono i frammenti dei Grundrisse che attirarono l’attenzione. In primo luogo quello dedicato alle Forme che precedono la produzione capitalistica, pubblicato in Italia nel 1956 e in Inghilterra nel 1964, con la prefazione di Hobsbawm: un testo dove si poteva trovare una versione del materialismo storico molto diversa da quella canonica. Un altro brano che fece epoca fu il cosiddetto Frammento sulle macchine, che, come ricorda Tronti nel suo saggio, fu pubblicato nel 1964 da Raniero Panzieri sui «Quaderni rossi», nella traduzione di Renato Solmi. Un testo eccezionale e profetico, dove Marx preconizzava l’automazione della produzione, il superamento del lavoro materiale come base della ricchezza e la centralità del general intellect. Il Frammento è stato uno dei testi decisivi per l’operaismo italiano. Ma è solo verso la fine degli anni 60 che i Grundrisse vengono finalmente letti nella loro interezza: in Italia nella traduzione di Enzo Grillo, che esce presso la Nuova Italia in due volumi, nel 1968 e nel 1970. In Francia vengono pubblicati nel 1967-68, ma un’edizione più affidabile arriva solo nel 1980 (come spiega nel suo contributo André Tosel). A seguire vennero tante altre edizioni in tutto il mondo, sulle quali il volume curato da Musto esaurientemente ci informa. Ma il volume non è solo una storia della fortuna o degli effetti. Anzi, nella prima parte troviamo diverse analisi dedicate ai temi più rilevanti del testo marxiano, dovute a studiosi di alto profilo internazionale. Non li possiamo citare tutti, ma ricordiamo le riflessioni di Terrell Carver sull’alienazione, quelle di Enrique Dussel sul plusvalore, quelle di Ellen Meiksins Wood sul materialismo storico, di Iring Fetscher sulla società post-capitalistica; e per finire il testo di Moishe Postone che riassume la sua originale interpretazione del marxismo centrata sulla questione del governo del tempo. Nel complesso, si tratta di un volume ricchissimo, frutto di un lavoro prezioso. Se un dubbio si può sollevare, è solo questo: tra tante analisi interessanti, sono poche quelle che mettono a fuoco difficoltà, aporie o punti deboli del testo marxiano. E invece anche questo è necessario, se con l’opera del pensatore di Treviri si vuole intrattenere un rapporto veramente critico. SEGUI SUL MANIFESTO

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I colpevoli roghi della storia europea e le lotte delle donne https://www.micciacorta.it/2016/03/colpevoli-roghi-della-storia-europea-le-lotte-delle-donne/ https://www.micciacorta.it/2016/03/colpevoli-roghi-della-storia-europea-le-lotte-delle-donne/#comments Wed, 30 Mar 2016 08:33:51 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21603 «Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria» di Silvia Federici. Una lettura dell’accumulazione originaria di Marx, per riscoprirne centralità e tuttavia parzialità. E la narrazione politica della caccia alle streghe come «guerra di classe»

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«Come le recinzioni espropriarono i contadini dalle terre comunali, così la caccia alle streghe espropriò le donne dal proprio corpo, liberato, a funzionare come una macchina per la produzione della forza-lavoro». Questa in sintesi l’ipotesi teorica che Silvia Federici propone in Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria, edizione riveduta e aggiornata di Il grande Calibano – classico del femminismo marxista che Federici scrisse con Leopoldina Fortunati negli anni Ottanta – finalmente anche in traduzione italiana (Autonomedia 2014, ora Mimesis, pp. 234, euro 30,00). Ripensare lo sviluppo del capitalismo da un punto di vista femminista, considerando cioè l’accumulazione e riproduzione della forza-lavoro. Non solo dunque accumulazione di «lavoro morto» come beni espropriati con la recinzione delle terre o attraverso la razzia coloniale che Marx considera, seppur con peso tra loro differente, ma anche accumulazione di «lavoro vivo» sotto forma di esseri umani, resi disponibili allo sfruttamento dal controllo esercitato sul corpo delle donne. Nell’assumere il proletariato industriale salariato quale protagonista dell’accumulazione originaria Marx ha perso di vista le profonde trasformazioni che il capitalismo ha introdotto nella riproduzione della forza-lavoro e nella posizione sociale delle donne. Intorno a questa ipotesi Federici intreccia la trama, spesso taciuta, delle lotte che hanno accompagnato la transizione al capitalismo. Così donne, contadini, piccoli artigiani e vagabondi, perlopiù cancellati dalla storia, assurgono in Calibano e la strega a veri protagonisti. Ripercorrendo la storia della caccia alle streghe nel Medioevo, il volume evidenzia i processi di criminalizzazione e degradazione sociale che colpirono le donne, il loro lavoro, i loro saperi e pratiche all’indomani della crisi demografica seguita alla Peste Nera europea. Allo stesso tempo, intreccia i destini delle streghe in Europa a quello dei sudditi coloniali nel Nuovo Mondo, insistendo sui processi di inferiorizzazione e sulla costruzione di gerarchie razziali che accompagnano l’espansione coloniale. L’accumulazione capitalistica che Federici marxianamente indaga è soprattutto «di differenze», di ineguaglianze e gerarchie costruite sul terreno del genere e della razza; processi di segmentazione sociale costitutivi del dominio di classe. Per questo la femminista non ha dubbi: la caccia alle streghe è «guerra di classe portata avanti con altri mezzi». Due secoli di «terrorismo di stato», tra il XVI e il XVII secolo, avrebbero dunque insegnato agli uomini a temere il potere delle donne, soprattutto il controllo esercitato sulla funzione riproduttiva. Mentre la donna «prodotta» come essere sui generis, «lussuriosa e incapace di governarsi» fu sottoposta al controllo maschile. Federici ribadisce così il carattere artificiale dei ruoli sessuali nella società capitalistica. La stessa sessualità femminile venne sanzionata, criminalizzando quelle attività non orientate alla procreazione e al sostegno della famiglia; la prostituzione, la nudità e le danze furono proibite e la sessualità collettiva al centro della vita sociale nel medioevo divenne «incontro politico sovversivo» del sabba. Le nuove coordinate della femminilità si orienteranno allora tra «lavoro di servizio all’uomo e all’attività produttiva», monogamia e una nuova concezione della famiglia «con il marito sovrano e la moglie suddita del suo potere», mentre il corpo della donna diventava macchina della riproduzione. In questo senso, la caccia alle streghe è soprattutto «lotta contro il corpo ribelle»: il tentativo messo in atto da chiesa e stato per trasformare le capacità dell’individuo in forza-lavoro; cosa che mistificherà, da lì in avanti, il lavoro orientato alla riproduzione come destino biologico. Il corpo – l’utero in particolare – si fa dunque «macchina da lavoro»: bestia mostruosa da disciplinare da una parte, involucro e «contenitore» della forza-lavoro dall’altra, salendo alla ribalta del pensiero politico del tempo (da Hobbes a Descartes) come prerequisito per l’accumulazione capitalistica. Non sorprenderà allora che ogni pratica abortiva o contraccettiva sia stata condannata come maleficio, così le donne espulse da quelle attività come l’ostetricia o la medicina che avevano fin lì esercitato sulla base di saperi tramandati nel tempo. Una vera e propria «politica del corpo» sottolinea Federici, in cui il corpo non è fattore biologico né il «soggetto universale, astratto, asessuato» della Storia della sessualità di Foucault, precisa, bensì è un corpo situato, denso di «rapporti sociali» (non solo di «pratiche discorsive») fonte di sfruttamento e alienazione e al contempo spazio di resistenza. E nella misura in cui, come Federici tra altri sottolinea, l’accumulazione originaria è un processo che si ripete in ogni fase dello sviluppo capitalistico e dentro le sue crisi, il corpo e le attività legate alla riproduzione restano oggi, come agli albori del capitalismo, un campo di battaglia. E qui si rintraccia l’estrema attualità di Calibano e la strega.

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Il virus ricombinante della condivisione https://www.micciacorta.it/2016/03/21555/ https://www.micciacorta.it/2016/03/21555/#respond Wed, 23 Mar 2016 09:57:38 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21555 L’onda lunga del mutuo soccorso e dell’autogestione. L’analisi del giornalista britannico Paul Mason. Dal socialismo ottocentesco agli hacker. Le radici teoriche di un’analisi suggestiva che si infrange sullo scoglio del «Politico»

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Un giornalista capace di individuare tendenze di lungo periodo che le situazioni contingenti lasciano solo intravedere. Paul Mason appartiene sicuramente a questa tipologia di giornalista che non guarda il mondo dietro le vetrate di qualche hotel a cinque stelle, ma preferisce stare sulla strada, parlare con chi vive condizioni non sempre invidiabili, solo per usare un’espressione politically correct. In questo ultimo libro edito da il Saggiatore (Postcapitalismo) Mason fa tesoro delle sue incursioni nella realtà capitalista investita dalla crisi dal 2008 e mette al centro della scena le strategie di resistenza, di mutuo soccorso che ha incontrato in tutti questi anni. Il volume ha avuto una ricezione che ne ha messo in evidenza la provocatorietà della tesi, nonché il carattere visionario del progetto proposto dal giornalista britannico che chiude il volume. Di tutto ciò ne scrive sulle pagine de "il manifesto" Matteo Pasquinelli, mentre Francesca Coin ha raccolto il percorso teorico nell’intervista a Paul Mason pubblicata il 22 luglio 2015 su questo giornale (a tale proposito va segnalato anche l’articolo della stessa ricercatrice italiana il 22 settembre 2015). A una lettura più meditata del volume emergono alcune radici teoriche alle quali Mason ha attinto: il socialismo utopistico inglese dell’Ottocento, le teorie economiche dell’economista russo Nikolai Kondratiev mandato a morte da Stalin, l’André Gorz delle Metamorfosi del lavoro. Per Paul Mason, il capitalismo è giunto alla fase terminale della sua esistenza come modo di produzione. Le esperienze di sharing economy – la cosiddetta economia della condivisione – ne stanno solo rallentando l’agonia, anche se stanno preparando le condizioni della sua fine indolore. Già perché le relazioni sociali che puntano, questa la tesi forte del volume, a condividere risorse aprono la porta a una società postcapitalista. Inutile, dunque, attendersi l’ora della rivoluzione e della presa del potere da parte di un proletariato che non ha niente altro da perdere se non le sue catene. La società dei liberi e degli eguali si sta facendo strada nelle pulviscolari – e tuttavia diffuse – esperienze di muto soccorso, di attività economiche basate sulla reciprocità e su rapporti di produzione e di scambio non mercantili. Ce ne sono tantissime, disseminate in ogni angolo del pianeta, da Londra a Sidney, da Shangai a Mumbay, da Los Angeles a Rio De Janeiro. Possono essere cooperative di insegnanti, di medici, di facchini, di programmatori di computer, di makers o di muratori; oppure strutture di microcredito o mutuo soccorso. In ogni caso, hanno come elemento costitutivo l’innovazione sociale e tecnologica, elementi quest’ultimi che fanno ormai fatica a farsi strada nel capitalismo contemporaneo. La sharing economy è semmai da considerare la fase parassitaria dell’appropriazione privata di innovazione, che viene prodotta all’esterno dai rapporti capitalistici. La griglia interpretativa di questa ultimi sussulti del capitalismo Mason la trova nella teoria delle onde lunghe di Kondratiev, dove l’evoluzione dello sviluppo economico vedono un alternarsi di sviluppo, crisi, nuovo sviluppo. Ma quel che Mason aggiunge è che l’economista russo aveva previsto la fine del capitalismo coincidente con l’esaurirsi della spinta propulsiva dell’onda che lo ha portato a occupare tutto lo spazio economico e sociale del pianeta. Per una ironia della storia, quando il capitalismo diventava globale c’erano tutte le basi di un suo superamento. Postcapitalismo ha l’indubbio fascino di inanellare fatti, frammenti teorici, esperienze sociali, storie delle idee al fine di restituire un affresco credibile della crisi attuale e della sharing economy come risposta alla crisi. L’economia della condivisione è la manifestazione più evidente della messa al lavoro della conoscenza, degli affetti e delle relazioni sociali. Fa bene Paul Mason a ricordare il Frammento delle macchine di Marx, ma ciò che nel suo schema teorico non torna è che quando scrive della messa al lavoro della conoscenza fa sempre riferimento a una conoscenza individuale. La sharing economy segnala invece che ciò che viene sfruttato è la dimensione collettiva nella produzione del sapere e delle relazioni sociali. La sharing economy «cattura» questa attitudine dell’animale umano a cooperare per trasformarla in attività economica. I casi eclatanti di Uber o di Airbnb evidenziano cioè tanto la «cattura» che l’«estrazione» da una cooperazione sociale già data. Da questo punto di vista l’innovazione non sta solo nello sviluppo di applicazioni – l’economia delle app -, quanto nel definire progetti attinenti all’umano «stare in società». Finora questo ha coinvolto la possibilità di affittare stanze della propria abitazione o l’automobile, trasformandole in attività economiche. In ogni caso, le imprese hanno la funzione da intermediazione tra il «pubblico» e il fornitore dell’abitazione o dell’automobile all’interno del regime di accumulazione capitalista, mentre l’innovazione è necessariamente «esterna» allo scambio economico. Le «app» infatti sono sviluppate da piccoli gruppi di informatici e non solo in cerca del colpo gobbo che farà arricchire tutti. Ed è per questo motivo che nella sharing economy le imprese devono esercitare quasi in una condizione di monopolio per garantirsi alti profitti: un monopolio costruito attraverso il regime della proprietà intellettuale e la capacità «politica» di imporre relazioni fortemente individualizzate nella prestazione lavorativa. Come questa tendenza alla condivisione possa consentire il superamento del capitalismo è la domande che non può essere liquidata nell’invito a moltiplicare le forme di mutualismo e di piccole attività economiche non mercantili, delegando a una dimensione vertenziale (sindacale?) il compito di correggere la rotta delle politiche economiche. Per Paul Mason tale invito è articolato nel suo «progetto zero». Progetto suggestivo laddove individua nella diffusione virale di attività di autogestione e autorganizzazione la capacità di esercitare un contropotere che svuota dall’interno il capitalismo. Ma è proprio qui che l’analisi di Mason mostra la sua ingenuità. Il mutualismo, lo sviluppo di attività economiche – lo studioso americano Trebor Scholz le definisce platform cooperativism – sono certo pratiche sociali di resistenza alla sharing economy, ma ciò che manca loro è una cornice politica che ne garantisca la continuità e la capacità di rendere permanente il potere costituente di quelle stesse pratiche. Detto altrimenti: in Mason, così come in altri teorici che seguendo strade diverse del giornalista britannico sono giunti a conclusioni analoghe, ciò manca, indebolendo così anche la sua analisi, è una teoria del Politico, cioè dell’organizzazione che entri in rotta di collisione con forme di impresa che agiscono a livello globale e dunque anche locale. Senza un’idea del Politico il Postcapitalismo è solo un virus mutante della sharing economy. Ciò che serve è la capacità politica e sociale di agire globalmente contro i centri del potere politico e economico, producendo forme di autorganizzazione locale, laddove cioè dove la sharing economy accentua la precarietà, favorisce il monopolio per estrarre profitti dalla cooperazione sociale. È questo il «progetto zero» che ancora manca all’appello. E che può essere però definito senza attendere messianicamente l’avvento del Postcapitalismo.

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Lo scompiglio del potere https://www.micciacorta.it/2016/02/lo-scompiglio-del-potere/ https://www.micciacorta.it/2016/02/lo-scompiglio-del-potere/#respond Thu, 11 Feb 2016 09:34:24 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21330 Sentieri critici. Un percorso di letture, alcune cruciali e altre discutibili, sull’opera di Michel Foucault, a partire dal confronto aperto con Marx che invita a un controverso «corpo a corpo»

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munoz

La pubblicazione degli ultimi corsi e alcuni convegni hanno reso densa la bibliografia critica su Michel Foucault: dai volumi collettivi Usages de Foucault eMarx & Foucault a Le sujet des normes di Macherey, dalla monografia di Chignola Foucault oltre Foucault ai capitoli foucaultiani di Confini e frontiere di Mezzadra e Neilson e di La razón neoliberal. Economía barrocas y pragmática popular di Verónica Gago. Prova a staccarsi da questo panorama il volume curato da Daniel Zamora Critiquer Foucault. Les années 1980 et la tentation néolibérale (edizioni Aden, Paris), che si propone di svelare, attraverso la comprensione degli «anfratti più ambigui della gauche intellettuale», una compromissione con il pensiero neoliberale di Foucault nel suo «ultimo periodo di lavoro», che sarebbe «relativamente poco sottolineata e spesso ignorata», e che sarebbe un significativo indice della deriva della gauche post-68.
11clt01af02 Michael Foucault
Pezzi scelti In verità, è curiosa la descrizione di un Foucault misconosciuto in un volume del quale sono parte preponderante Michael C. Behrent, Michael S. Christofferson e Jan Rehmann, dei quali le critiche a Foucault sono note da anni: tant’è che buona parte del volume è costituito da testi già pubblicati lo scorso decennio, o riscritture di cose già dette. Vale a dire: testi che precedono non solo il «Foucault greco» (falsificandolo in una sorta di riposo del guerriero conseguente alla sua abdicazione neoliberale), ma anche i corsi sulle istituzioni penali e la società punitiva, dai quali si evince la presenza di Thompson e Porchnev nelle letture del Foucault preteso pre-politico. Insomma, un «ultimo Foucault» che inizia e finisce dove piace ai suoi «demistificatori». Cui si aggiunge spesso il mancato uso sistematico dei Dits et écrits, sostituiti da un utilizzo dei testi e delle citazioni secondo il metodo dei morceaux choisis. Così del corso sulla biopolitica Behrent fornisce una faziosa genealogia, che elenca l’ingresso in Francia del neoliberalismo senza fornire alcun nesso causale fra le traduzioni di Hayek e Friedman e il lavoro di Foucault: si allude a una concomitanza che si insinua essere non casuale, omettendo di ricordare che quegli stessi anni coincidono con episodi di militanza attiva, o con intense attività seminariali delle quali esiste una testimonianza inoppugnabile in un lontano e prezioso fascicolo del 1978 di «aut aut» (n. 167–168). Così come viene riscritta la biografia intellettuale di Foucault con scivoloni marchiani, come quello che accade a Christofferson per aver preso per buona senza verifica l’affermazione che «le parole capitalista e proletariato non appaiono in alcuna opera di Foucault prima del 1970» (Eric Paras): affermazione falsa – e molte sorprese avrebbe lo sciatto lettore se cercasse anche bourgeois, o addirittura Marx; e soprattutto che non comprende l’intrinseca politicità del Foucault studioso degli enunciati e dei rapporti fra cose e parole. Quanto alla tentazione neoliberale, essa è resa credibile con lo scorporo del corso del 1979 da quello del 1976, nel quale Foucault chiariva l’intenzione di avviare, enunciando delle fondamentali «precauzioni di metodo», a un’analitica del potere tutt’altro che accondiscendente; di scorporare il corso sulla biopolitica dal conseguente sviluppo in direzione dei processi di soggettivazione non solo come assoggettamento, ma altresì come resistenza al potere; e di spacciare la lettura del neoliberalismo – o l’analisi della dottrina fiscale di Stoléru (Zamora) – per un’adesione ideologica. Ignorando, come sottolinea Laval nel suo contributo a Usages de Foucault, che Foucault ha chiarito in un’intervista inedita recuperata dallo stesso Laval (ma anche in Non au sex du roi, compreso nei Dits et écrits), come la sua «analisi positiva» delle forme di potere, in analogia con le pagine di Marx sulla questione dei furti di legna, non comporta alcun giudizio favorevole agli «aspetti negativi» del liberalismo, ma al contrario la loro comprensione come «effetti negativi di una nuova figura di potere». Lotte trasversali È Rehmann a esemplificare, suo malgrado, il livello di questa pretesa critica, laddove, riferendosi a Bread and roses di Ken Loach, osserva che lo spettatore «avrebbe difficoltà a identificare le sottili tecniche di condotta di sé, ma vi troverà molte caratteristiche di un feroce «dispotismo del capitale» che gli studi foucaultiani bypasserebbero (con buona pace di Chakrabarty, che si serve proprio di Foucault per attualizzare quel concetto marxiano). Il fatto è che Foucault non negava (si veda il dibattito con Chomsky del 1971) il carattere classista dello sfruttamento: aggiungeva però che la determinazione economica, da sola, non è sufficiente a individuare i luoghi e le forme in cui si esercita questo «potere di classe». È Rehmann, per contro, a non riuscire a vedere i processi di soggettivazione presenti nel bel film di Loach: dalle lotte dei migranti nel settore dei servizi che mettono in questione la centralità e le pratiche del sindacalismo tradizionale, alle soggettivazioni di genere e alle pratiche di assoggettamento. Ciò che sfugge a questi critici è che il corso sulla biopolitica non chiude, ma riapre la ricerca foucaultiana: in direzione del rapporto fra liberalismo, biopolitica e regimi di veridizione, e del rapporto fra neoliberalismo, ragione calcolante e società del controllo. Tutta qui, dunque, la loro capacità interpretativa? Sì e no. Perché se gli strumenti sono davvero rugginosi e spuntati, il vero scopo di questo libro appare piuttosto la costruzione di una grunf-filosofia al servizio di quella politica grunf-grunf che vede nelle forme di lotta e conflitto del tempo presente il tradimento di un programma materialistico in stile-Diamat, del quale si indicano i responsabili in Foucault e nei Nietzscheani di sinistra – così Rehmann nel libro omonimo, non per caso introdotto in Italia da Stefano Azzarà, da anni intento a riscrivere il capitolo su Nietzsche del De Ruggero-Canfora. Quasi che non sia stato Foucault a studiare le lotte trasversali al loro manifestarsi, ma i soggetti di queste lotte ad aver agito sobillati dalla lettura di Foucault, Nietzsche e Deleuze. Non stupisce allora che sia l’autore del saggio più teoreticamente debole, Jean-Loup Amselle, a costruire (come fece Cacciari nel 1977) una «sinistra post-moderna» a suo uso e consumo nella quale ribollono assieme Negri e Aubry, Agamben e Halloway, Occupy Wall Street e gli Indignados, la cui strategia riformista consisterebbe nella svendita all’austerità e all’abbattimento dei livelli di vita in cambio di qualche «leccalecca» come il matrimonio per le coppie omosessuali. Nondimeno, questi autori sfiorano una questione aperta: quella del mancato incrocio tra Foucault e il marxismo. Che non avvenne perché in Francia il marxismo «ufficiale» reagì chiudendosi a testuggine verso quegli intellettuali che ne mettevano in discussione i presupposti ortodossi, a partire dalla centralità della nozione di soggetto. La stessa polemica contro lo strutturalismo fu caratterizzata dalla creazione di un oggetto polemico, nel quale erano unificati Lacan, Althusser, Lévi-Strauss e Foucault, in reazione al tentativo di rinnovamento del pensiero di Marx. In altri termini, quel marxismo, costretto a «mollare la presa» di una critica che non poteva più tenere al guinzaglio, difendeva con ottusa protervia la Fortezza Bastiani da quel «fertile sconvolgimento dell’orizzonte scientifico dei rivoluzionari» in atto — così Negri nel 1978 — al quale anche Foucault contribuiva. Il potenziale dirompente Diversa era la situazione in Italia, dove un altro marxismo aveva cominciato a dialogare con Foucault – attraverso la rivista «aut aut», ma anche in quelle pagine del Marx oltre Marx dove Negri descriveva la circolazione e distribuzione delle merci come distribuzione analitica delle funzioni di potere, concatenando di fatto un certo Marx col Foucault dell’analitica del potere. Come sia stata interrotta quella ricerca teorico-pratica, è noto. Ma quei fili erano destinati a riallacciarsi, e di fatto cominciano ad esserlo: lo testimoniano i testi già citati, e in particolare quelli del colloquio Marx & Foucault curati da Laval, Paltrinieri e Taylan. Dove al Foucault lettore di Marx, con saggi, in particolare quelli di Chignola e Laval, che praticano già un uso marxiano di Foucault, succedono tentativi, spesso riusciti, di avviare una rilettura di Marx a partire da Foucault (Negri, Sibertin-Blanc, Dardot, Giardini). Non si tratta di elevare la foucaultiana diagnostica del presente a un «insieme di consegne che il filosofo-maestro di verità donerebbe ai suoi discepoli», come sottolineano nel proprio intervento — che conclude il volume — Nicoli e Paltrinieri, ma di usare la critica per mostrare «il potenziale dirompente e le trappole che minacciano la pratica delle lotte», senza reintrodurre la figura dell’intellettuale che pretende di sottomettere le lotte alle ingiunzioni di verità: per quello, i grunf-grunf bastano e avanzano.

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Karl Marx, il risveglio del giornalista https://www.micciacorta.it/2016/01/21242/ https://www.micciacorta.it/2016/01/21242/#respond Sat, 30 Jan 2016 09:50:10 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21242 Una raccolta di articoli lucidi e appassionati composti dal filosofo di Treviri che tra il 1852 e il 1861 si trasferì a Londra e lavorò nella redazione della «New York Daily Tribune», dividendosi tra le ricerche per i «Grundrisse» e l’attività da reporter

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Marx

Sebbene limitate dalle condizioni storiche del tempo, teoria e prassi dell’organizzazione di Marx vengono riportate da Gramsci al medium egemone dell’Ottocento: il giornale. Tradotta e operativizzata nel linguaggio di una qualunque media theory, questa geniale osservazione non vuol dire altro che Marx, lavorando come giornalista, faceva esperienza delle masse nella forma di quella del pubblico di lettori e che riversava, tra gli altri, il modello organizzativo dell’industria culturale giornalistica su quello dell’organizzazione operaia. Tornare a mettere piede sul terreno organizzativo significa, allora, riflettere sul modo in cui i media strutturano i pubblici e li fidelizzano e su come, debitamente riutilizzato, questo stesso modo può rilanciare le forme politiche dell’associazionismo collettivo.

Una febbrile attività

L’abbrivio sembra essere proprio l’esperienza giornalistica di Marx. Se oggi possiamo e dobbiamo tornare a rifletterci non è solo in funzione della riflessione abbozzata velocemente su di essa da Lukács nel suo Il giovane Marx (da poco ripubblicato da Orthotes), ma è soprattutto grazie a Dal nostro corrispondente a Londra. Karl Marx giornalista per la New York Daily Tribune (traduzione e cura di G. Vintaloro, Corpo60, ebook, euro 6,99). Il testo riunisce una serie di articoli scelti tra tutti quelli che Marx scrisse come corrispondente da Londra per la testata newyorkese dal 1852 al 1861. Anni sicuramente non facili. Arrivato nella capitale inglese nell’agosto del 1849 dopo essere stato espulso dalla Francia, il filosofo e la sua famiglia, al pari di quelle operaie inglesi, soffrono fame, miseria e morte. La spia prussiana che riesce a farsi ricevere in questo periodo nella loro casa di Soho rimane colpita dalla sporcizia e dalla fatiscenza del mobilio, più in genere, dalla completa assenza di ogni comodità. Sebbene nell’arco di questo drammatico decennio Marx riesca a trovare il tempo per recarsi alla biblioteca del British Museum – una serie di ricerche che culmineranno nella «febbrile» stesura dei Grundrisse tra il 1857 e il 1858 – il lavoro giornalistico resta il principale impegno, l’unica fonte di mantenimento. Dal nostro corrispondente a Londra, torna a raccogliere le «prove» di questa attività. Il libro lo si compra e scarica on-line nei formati epub o mobi; se ne arricchisce la lettura cliccando sulle parole «linkate»; permette di collegarsi alle versioni originali degli articoli. È come se i «vecchi» contenuti rivoluzionari del Marx giornalista non potessero trovare miglior riconfigurazione se non implementati in supporti e forme di lettura «nuovi» completamente rivoluzionati dalla tecnologia digitale. Il che ha un suo senso. A ben guardare, però, quando si tratta di media, in questo caso stampa ottocentesca ed ebook del nuovo millennio, la distanza temporale non sembra misurabile più di tanto in secoli. Nello stesso modo in cui il formato digitale dei libri porta in primo piano la modalità di appropriazione della conoscenza, sarebbe a dire la capacità di lettura incorporata nel lettore, così, col giornalismo, Marx si trova a dover fare i conti con la soggettività culturale del pubblico dei lettori della New York Daily Tribune.

Questioni di stile ed egemonia

Scrivendo articoli per il giornale deve, cioè, implicare nel momento produttivo della scrittura anche quello ricettivo del consumo. Si riferiva a questo Gramsci quando parlava del senso delle masse acquisto da Marx durante la sua attività giornalistica: rivolgersi a un pubblico comporta tanto catturarne l’attenzione quanto riprodurne il consenso dato alla lettura. Se la prima è una questione di stile, il secondo è un problema di egemonia. Se la prima è deputata a «incantare» il lettore, la seconda ha come compito quello di fidelizzarlo. In questo senso, riutilizzare politicamente la strutturazione in pubblico delle masse ai fini dell’associazionismo collettivo, vuol dire fondare il momento organizzativo sulla «narrazione» piuttosto che sulla propaganda. Ed è proprio nel registro stilistico-narrativo che si trova una delle più forti fonti d’interesse di questa raccolta. Prima di essa, però, se ne deve segnalare un’altra. Un po’ di questi articoli spesso, sul mercato editoriale italiano, li si è letti in raccolte tematiche, si pensi a quelli Sul Risorgimento Italiano o a India, Cina, Russia o, ancora, a La guerra civile negli Stati Uniti. Decontestualizzati dall’ambiente giornalistico in cui sono stati prodotti e svincolati dal pubblico a cui erano destinati (non dimentichiamolo, un certo tipo di lettori progressisti come quelli della New York Daily Tribune), questi articoli sono diventati saggi di storia rivolti, nel migliore dei casi, al movimento operaio e ai comunisti, nel peggiore, ai soli «marxologi». Dal nostro corrispondente a Londra, invece, ce li restituisce nel loro carattere primigenio, ci invia ad appropriarcene al di fuori delle «incrostazioni» che ogni tradizione culturale sedimenta, nel corso del tempo, sui testi originari che hanno contribuito a fondarla. Leggere i sedici articoli della raccolta come pezzi di giornale, da un lato li restituisce al loro essere «selvaggio», interventi pensati nella contingenza di eventi specifici (colonialismo e corruzione elettorale inglese; guerra di Crimea; imbrogli finanziari di Luigi Bonaparte; unità d’Italia), dall’altro potrebbe, esercizio ben più difficile, liberarli dalla loro «auraticità», rendendoli degni di quel disprezzo che Marx nutriva per essi nutrendolo, in genere, per quello stesso giornalismo che gli dava da mangiare ma che, al contempo, in modo del tutto inconsapevole, contribuiva a rivoluzionare definendone un modello militante animato dal dire la verità.

Miscelare la scrittura

È per questo motivo che le strategie stilistico-narrative del dire il vero, le cui gamme Marx scopre e sperimenta durante la sua attività di corrispondente da Londra, sono così importanti. Su questo punto si sofferma, con grande perizia, il curatore della raccolta al quale si deve, inoltre, il raffinato dettato della voce italiana di questo Marx giornalista. Vitaloro ci fa vedere come, nell’esercizio della sua professione, il filosofo tedesco passi dal periodare «piuttosto incerto e legnoso, con uno stile povero di subordinate e ricco di reminiscenze greco-romane tipiche dell’educazione ottocentesca centroeuropea» dei primi articoli a quello molto più curato nello scegliere aggettivi e incipit, nel miscelare le altezze della teoria con la trivialità della vita quotidiana degli ultimi interventi dei primi anni del 1860. Il tutto sempre puntellato da una profonda ironia sarcastica. Così, ad esempio, nell’articolo del 15 aprile 1854, Dichiarazione di guerra. Sulla storia della questione orientale, Marx scrive del tentativo fatto per risolvere la drammatica convivenza degli ebrei di Gerusalemme con le altre religioni: «Per accrescere la miseria di questi giudei, l’Inghilterra e la Prussia hanno nominato nel 1840 un vescovo anglicano a Gerusalemme, il cui scopo dichiarato era la loro conversione. Nel 1845 fu selvaggiamente picchiato e insultato da giudei, cristiani e turchi allo stesso modo. Si potrebbe dire che sia stata la prima e unica causa di unione tra tutte le religioni in Gerusalemme». Queste qualità stilistico-narrative, però, hanno senso solo perché sono messe al servizio della verità, ossia sono strumenti che servono ad articolare al meglio il dire il vero, sono, in breve, subordinate a una visione etica del fare giornalismo: «Non siamo degli ammiratori della condotta militare di Sua Signoria, e abbiamo criticato liberamente le sue cantonate, ma la verità ci richiede di dire che i terribili mali in mezzo a cui i soldati in Crimea periscono non sono colpa sua, ma del sistema su cui si basa l’establishment di guerra britannico» (Il disastro britannico in Crimea. Il sistema militare britannico, 22 gennaio 1855).

Il vero e il falso

In questo senso Marx non arriva del tutto sprovvisto di competenze alla collaborazione con la New York Daily Tribune poiché il modello etico di un giornalismo militante affinché il vero venga detto lo aveva già iniziato a mettere a punto fin dai tempi della direzione della «Gazzetta renana» nell’ottobre del 1842, esperienza che si concluderà nel marzo del 1843 a causa della repressione prussiana. Il tutto porta inevitabilmente al problema dell’ideologia poiché il dire la verità, nel modello marxiano, comporta lo smascheramento della falsità di quelle idee con cui la classe dominante irretisce e soggioga la coscienza dei dominati. Questione annosa e cruciale. Per affrontarla proponiamo di leggere questi articoli marxiani non più come azioni dirette verso la presa di coscienza, bensì come tecniche di risveglio da sogni oscuri all’ombra dei quali ciclicamente la coscienza collettiva europea torna ad addormentarsi. Solo fatto in questo modo il giornalismo ha ancora senso.

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