legge contro la tortura – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Thu, 06 Jul 2017 08:22:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Tortura: Passa una legge all’italiana https://www.micciacorta.it/2017/07/23492/ https://www.micciacorta.it/2017/07/23492/#respond Thu, 06 Jul 2017 08:22:40 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23492 Giustizia. Finalmente il reato entra nel codice, ma la legge è debole. Con soli i voti di mezzo Pd, la camera approva definitivamente un testo che annacqua i principi della Convenzione Onu e sarà difficile da applicare

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tortura

ROMA. Meno di duecento voti favorevoli (198), vale a dire meno di un terzo della camera dei deputati, sono bastati ieri sera a far entrare con trent’anni di ritardo il reato di tortura nel codice penale italiano. La ragione di tanto scarso entusiasmo è che la legge delude quasi tutte le attese, tanto da essere stata criticata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, dal Consiglio d’Europa, da una lunga schiera di giuristi e persino dai magistrati che hanno portato in tribunale le forze dell’ordine per le violenze del G8 di Genova. La «informe creatura giuridica» approvata ieri (secondo la definizione di uno dei tanti appelli al parlamento perché correggesse la legge, tutti inascoltati) secondo i giudici genovesi non sarebbe stata applicabile neanche alla «macelleria messicana» della scuola Diaz. Di fronte a un testo del genere, frutto di successivi compromessi al ribasso voluti dal Pd, soprattutto nell’ultimo passaggio al senato durato due anni, i sostenitori dell’introduzione del reato di tortura fuori dal parlamento si sono divisi tra chi apprezza comunque il passo in avanti (Amnesty Italia) e chi lo ritiene al contrario un passo falso, controproducente (A buon diritto, associazione Cucchi, comitato verità e giustizia per Genova). In parlamento ha votato a favore praticamente solo il Pd (gli alfaniani di Ap in teoria erano della partita, ma si sono presentati solo in 4 su 24); i democratici hanno registrato comunque il 40% di assenze. Segno di un forte malcontento, espresso giorni fa in un’intervista dal presidente del partito Orfini – «legge inutile, meglio non approvarla» – e in aula solo dalla deputata Giuditta Pini. Si sono astenuti i 5 Stelle, che tendono a vedere il bicchiere mezzo pieno, e infatti al senato sull’identico testo avevano votato a favore, Mdp che parla di «legge debole», i centristi di maggioranza del gruppo Civici e innovatori e anche Sinistra italiana che è assai più critica: «Abbiamo confezionato il reato impossibile per il retropensiero di alcuni che in questi tempi di terrorismo un po’ di tortura possa tornare utile», ha detto il deputato Daniele Farina. Mentre è noto che il senatore del Pd Luigi Manconi, che ha presentato il progetto di legge originario nel primo giorno della legislatura, ha parlato di un provvedimento «completamente stravolto». Contraria tutta la destra, che vede nella legge una minaccia alla libertà di azione delle forze di polizia. Con argomenti come quelli del «fratello d’Italia» Cirielli: «Il poliziotto che di fronte a uno stupratore o a un autonomo perde la pazienza e lascia partire qualche schiaffo o qualche calcio rischia più dei delinquenti». Difficile però che si possa applicare a casi del genere – «meno di un occhio pesto», per citare sempre Cirielli – il reato di tortura. Perché così com’è stato approvato definitivamente ieri non è più un reato proprio del pubblico ufficiale ma un «delitto comune» che può essere compiuto da chiunque si trovi nelle condizioni di esercitare «vigilanza, controllo, cura o assistenza» nei confronti della vittima. È forse la peggiore novità imposta nel passaggio in senato, rispetto al testo già approvato dalla camera nel 2015. Le altre, tutte negative, sono la previsione che le violenze e le minacce debbano essere «gravi» (un po’ come dovevano essere «particolarmente efferate» le sevizie escluse dall’amnistia del ’46) «ovvero agendo con crudeltà», una circostanza difficile da dimostrare per i pm. Perché si verifichi tortura è adesso richiesto che siano commesse «più condotte», sembrerebbe cioè non bastare un singolo episodio e neanche un episodio reiterato della stessa natura. L’azione del pubblico ufficiale è adesso sempre giustificata «nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure limitative di diritti». Infine è necessario che l’azione del torturatore cagioni sulla vittima «un verificabile trauma psichico», sempre difficile da provare soprattutto a distanza dai fatti (quando in genere si arriva al processo). Le pene sono alte, al massimo dieci anni aumentati a dodici nel caso in cui l’autore sia un pubblico ufficiale, ma la prescrizione non è del tutto scongiurata. Mentre è addirittura prevista la pena fissa, solo massima, di trent’anni e dell’ergastolo nel caso in cui dalla tortura derivi la morte, accidentale o intenzionale. «Tutti questi requisiti rendono difficile l’applicazione della nuova norma», ha spiegato il presidente della prima commissione, il centrista Mazziotti. D’altra parte nella legge è rimasto il divieto di espulsione dello straniero quando ci sono fondati motivi di ritenere che rischi di essere torturato, anche sulla base delle violazioni sistematiche dei diritti umani nel suo stato di origine. Ma 33 anni dopo la Convenzione dell’Onu e 29 anni dopo la legge italiana che la recepiva (al governo c’era Ciricaco De Mita), il nostro paese per adottare il reato di tortura ha avuto bisogno di snaturarlo. FONTE: Andrea Fabozzi, IL MANIFESTO

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Manconi sulla tortura. Una legge che dimostra la subordinazione della politica https://www.micciacorta.it/2017/05/23318/ https://www.micciacorta.it/2017/05/23318/#respond Thu, 18 May 2017 08:14:27 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23318 Il voto del Senato conferma ancora una volta come i partiti non riescano a liberarsi di quel riflesso d’ordine che li rende subalterni ai corpi dello Stato e ai sindacati di polizia

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Non ho partecipato al voto sull’introduzione del delitto di tortura nel nostro ordinamento perché ritengo che quello approvato non sia un testo mediocre: è né più né meno che un brutto testo. E la scelta di non votarlo è stata per me particolarmente gravosa perché il disegno di legge in origine portava il mio nome, in quanto esattamente il primo giorno dell’attuale legislatura (il 15 marzo 2013) depositai il mio testo. Del quale, oggi, praticamente nulla più resta. Nell’articolato discusso nel luglio del 2016, si pretendeva che le violenze o le minacce gravi fossero «reiterate» perché così, e solo così, si sarebbe concretizzato il reato di tortura. Oggi, nel testo approvato, si dice che il fatto è punibile se compiuto mediante «più condotte». Ora, passi che il reato di tortura non sia riconosciuto per quel che è: un reato proprio dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio, derivante cioè dall’abuso di potere di chi tiene sotto la propria custodia un cittadino. Passi che il trauma psichico della vittima di tortura debba essere «verificabile» per concorrere a definire il fatto delittuoso. Ma che quest’ultimo debba comportare, per essere perseguibile, «più condotte» (dello stesso genere o necessariamente distinte?), ciò è davvero inaccettabile. Così come è stata scritta, la norma risulta di ardua applicazione: devono ricorrere nella definizione votata tali e tante circostanze da rendere complessa ogni operazione ermeneutica. D’altra parte, come si è detto, per esservi tortura devono verificarsi violenze esercitate attraverso più condotte. Dunque il singolo atto di violenza brutale (si pensi a una pratica singola di water boarding) potrebbe non essere punito. Ancora, scrivere che il trauma psichico deve essere verificabile significa introdurre un elemento di valutazione che impone probabilmente perizie psichiatriche o psicologiche. Ma i processi per tortura avvengono per loro natura anche a dieci anni dai fatti commessi. Come si fa a verificare dieci anni dopo un trauma avvenuto tanto tempo prima? Tutto ciò significa ancora una volta che non si vuole seriamente perseguire la violenza intenzionale dei pubblici ufficiali e degli incaricati di pubblico servizio in danno delle persone private della libertà o comunque loro affidate. E non per un riprovevole ma dichiarato atteggiamento di giustificazione della tortura in nome di qualche stato di eccezione: bensì solo per accondiscendere a richieste corporative che vogliono salvaguardare i peggiori, infangando la dignità dei migliori tra gli appartenenti alle forze di polizia, che, nella grande maggioranza, non userebbero violenza contro le persone sottoposte alla loro custodia. Non sanzionare quanti ricorrono a torture o a trattamenti inumani o degradanti, questo sì che significa disonorare la divisa e ledere il prestigio delle forze di polizia. Tutto ciò conferma ancora una volta come i partiti non riescano a liberarsi di quel riflesso d’ordine che li rende subalterni, prima ancora che ai corpi dello Stato, alle loro rappresentanze politico-sindacali, alle loro potenti pulsioni corporative e alle loro irresistibili tendenze alla connivenza. È come se la classe politica non si fidasse della lealtà delle polizie, dubitasse della loro dipendenza in via esclusiva «dalla legge». Da qui, una sorta di complesso di inferiorità e di sudditanza psicologica che pone come prioritario l’obiettivo della stabilità e della compattezza di quegli stessi apparati, anche quando ciò vada a scapito della piena legalità del loro agire. E a scapito di indispensabili, e non sempre indolori, processi di democratizzazione. Si tratta di un meccanismo micidiale che alimenta lo spirito di corpo e ostacola qualunque processo di autentica autoriforma. Di conseguenza anche questa non sembra la legislatura adatta per far corrispondere il nostro codice penale alle disposizioni costituzionali e a quelle della Convenzione delle Nazioni Unite del 1984. In ultimo, ricordo che la ratifica da parte dell’Italia di quella Convenzione porta la data del 1 gennaio 1988. È l’anno di nascita di Giulio Regeni, il nostro connazionale sequestrato, torturato e ucciso al Cairo nel 2016. Perché richiamo questa coincidenza? Perché nell’atteggiamento – che mi addolora definire inerziale – del nostro Paese nei confronti del regime dispotico dell’Egitto, che nega la verità su quella morte, trovo una possibile e drammatica chiave di interpretazione. L’Italia, tuttora priva di una legge contro la tortura, rivela una sorta di complesso di colpa e un deficit di autorità morale quando deve pretendere da un altro Stato un’intransigente ricerca e una severa sanzione delle responsabilità di chi ha seviziato e brutalizzato il corpo di un giovane. Non posso non ricordare qui le parole dei genitori di Giulio Regeni, ai quali dedico questo mio modesto atto di dissenso. Davanti al suo corpo martoriato, hanno detto: «Il volto di nostro figlio era diventato piccolo, piccolo, piccolo. Lo abbiamo riconosciuto dalla punta del naso. Sul suo viso tutto il male del mondo». Sì, tutto il male del mondo – nel pensiero dei signori Regeni – è appunto la tortura. Che non è solo esercizio di violenza sull’organismo fisico della vittima, sugli arti, sulle piante dei piedi, sulla schiena, sui genitali e sul volto. È volontà di degradazione della persona, mortificazione della sua identità, annichilimento della sua dignità. È intenzionale riduzione della «materia umana» (Primo Levi) alla sola dimensione del dolore fisico, schiacciando e annullando quell’umano nella materialità sofferente del corpo brutalizzato.

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Violenze al G8 di Genova, lo Stato condannato a maxi risarcimento https://www.micciacorta.it/2016/10/22579/ https://www.micciacorta.it/2016/10/22579/#comments Thu, 20 Oct 2016 10:47:31 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22579 La sentenza. Giudice riconosce un alto indenizzo per un attivista tedesca. Furono «condotte di vera tortura», ma il reato ancora non c’è

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Dopo 15 anni arriva una condanna per le violenze perpetrate alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova del 2001. Si tratta di quella con cui una giudice del tribunale civile di Genova ha condannato lo Stato Italiano a risarcire una ragazza tedesca con 175 mila euro per danni morali e fisici dovuti alla privazione dei diritti, alle lesioni patite, alle umiliazioni che dovette sopportare e alle gravi violenze alle quali ha assistito. Nel dettaglio la giudice Paola Bozzo Costa ha riconosciuto 40 mila euro per i reati, 80 mila euro per i due terribili giorni trascorsi nella caserma di Bolzaneto e 55mila per il danno subito. Tra le poche cause civili arrivate a sentenza per quella «macelleria messicana», questa finora è la più ingente in quanto ad entità del risarcimento. Risarcimento che tuttavia non fa giustizia per le «condotte di vera e propria tortura» attuate con «la volontà di cagionare dolore nell’abusare delle rispettive posizioni di potere e autorità» che Tanja W., ventiduenne all’epoca, ha subito. Da trent’anni chi, come l’associazione Antigone, si occupa di tortura, va dicendo che questo reato è l’unico direttamente previsto dalla nostra Costituzione laddove, all’articolo 13, è scritto che «è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà». A dirlo oggi è anche questa giudice quando parla di «lesione di diritti della persona a protezione costituzionale che non sono oggetto di tutela della norma penale sanzionatrice in questione». In poche parole si può procedere con il risarcimento per quelle torture, ma nessuno dei responsabili potrà essere punito. Dunque ancora una volta un giudice in un tribunale italiano parla di tortura sentenziando, al tempo stesso, come in Italia non si possa fare giustizia nei casi in cui questo crimine contro l’umanità si manifesti. A farlo fu già il giudice chiamato a pronunciarsi sulle violenze perpetrate contro due detenuti nel carcere di Asti. Portati in isolamento furono denudati, gli venne razionato il cibo, impedito di dormire e furono sottoposti a percosse quotidiane. Fatti che, pur qualificandosi come tortura ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite, non potevano essere perseguiti come tali, scriveva il giudice nella sentenza, poiché in Italia non esiste una legge che riconosca questo reato. Ora il caso di Asti è dinanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, anche grazie al sostegno di Antigone nella stesura del ricorso, e a breve è attesa la sentenza dei giudici di Strasburgo. Sentenza che il Governo ha provato a evitare patteggiando 45mila euro a ognuno dei torturati. Offerta rispedita al mittente dalla Corte. Così come era stata rispedita al mittente, in questo caso dagli stessi trentuno ricorrenti, un’analoga offerta per archiviare il ricorso pendente proprio sulle torture a Bolzaneto. Offerte con le quali si è provato a rimediare a un ritardo quasi criminale, quello che il nostro Parlamento ha accumulato per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale. È dal 1988, da quando lo stesso Parlamento ratificò la Convenzione delle Nazioni Unite, che l’Italia aspetta questa norma. Una lacuna che nell’aprile del 2015 ci ha fatto notare la stessa Corte Edu nella sentenza con la quale il nostro Paese venne condannato per le torture alla scuola Diaz. All’indomani di quella pronuncia il presidente del Consiglio Renzi, attraverso un tweet, prese l’impegno di far approvare questa legge. Un impegno che il Senato, nel mese di luglio, ha affossato. L’Italia è ancora il paradiso dei torturatori. Per questo motivo giovedì scorso Antigone ha organizzato una manifestazione davanti a Montecitorio cui hanno partecipato numerose organizzazioni per i diritti umani e studentesche, il sindcato con la Fp-Cgil, gli avvocati delle Camere Penali e i giudici di Magistratura Democratica. In quella piazza abbiamo chiesto proprio a Matteo Renzi e al ministro della Giustizia Andrea Orlando di impegnarsi in prima persona. Dopo 28 anni non si può ancora aspettare. SEGUI SUL MANIFESTO

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Dopo Genova 2001, la tortura dell’emendamento https://www.micciacorta.it/2016/07/22267/ https://www.micciacorta.it/2016/07/22267/#respond Wed, 20 Jul 2016 08:53:41 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22267 Legge contro la tortura. A Genova un confronto a più voci su una legge debole e inutile per le mediazioni tra politici e rappresentanti delle forze di polizia. Una discussione parlamentare surreale senza mai nominare Diaz e Bolzaneto

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Caro Manifesto, venerdì scorso a Genova abbiamo discusso attorno a un tema cruciale, per quanto snobbato dai più e rimasto invisibile sui media. Il convegno si intitolava «Perché non puniamo la tortura?» e attraverso i vari e qualificati interventi (Antonio Bevere, Stefano Anastasia, Enrico Zucca, Marina Lalatta Costerbosa, Mimmo Franzinelli, Emanuele Tambuscio, Sandro Gamberini, Sergio Lo Giudice, Gennaro Migliore, Elena Santiemma, Michele Passione, Adriano Zamperini, Maria Luisa Menegatto, chiamati dalla rivista Critica del diritto in collaborazione con Antigone e Altreconomia) si è capito quanto siamo distanti, nel nostro paese, da una sincera comprensione di che cos’è la tortura e di quali sono gli strumenti adatti a prevenirla e quindi limitarla. Penso che in Parlamento sia in corso un «non-dibattito» su una «non-legge», visto che il tema vero della discussione è il seguente: come facciamo a introdurre una legge sulla tortura, come la Corte europea per i diritti umani ci chiede e in qualche modo ci impone, senza scontentare troppo i corpi di polizia, che sono pregiudizialmente contrari? Ecco il succo del non-dibattito e la spiegazione del perché le Camere si rimpallano la patata bollente e concentrano la discussione su articoli di legge, locuzioni verbali, eccezioni e distinguo che vanno tutti nella stessa direzione: correggere la normativa standard internazionale in modo da ridurne l’incidenza pratica e simbolica. Di emendamento in emendamento si è arrivati a formulazioni così confuse e maliziose da far dubitare che il futuro crimine di tortura si applicherebbe a un nuovo caso Diaz o – peggio ancora – alle torture che effettivamente si praticano nel mondo contemporaneo, quasi sempre senza contatto fisico, spesso addirittura per omissione. Ascoltando Enrico Zucca, pm a nel processo Diaz, o Marina Lalatta Costerbosa, autrice di recente di un libro importante come “Il silenzio della tortura”, sono convinto alla radice di simile disastro vi sia il rifiuto di accettare che la tortura è fra noi e ci riguarda tutti, perché guasta profondamente la relazione fra cittadini e istituzioni. Siamo di fronte a una rimozione che comincia con l’esclusione dall’ordine del discorso delle figure più preziose, ossia le vittime-testimoni degli abusi. Queste persone sono state ascoltate in tribunale nei processi Diaz e Bolzaneto ma la loro voce non è andata oltre. Non le conosciamo, non hanno fatto opinione, non sono state né consultate né coinvolte in una discussione franca (il Parlamento ha cancellato immediatamente la previsione di un fondo per le vittime, indicato come una necessità dalla Convenzione internazionale contro la tortura, sostenendo che un’ipotesi di spesa avrebbe complicato l’iter del progetto). La storia della tortura dimostra che chi subisce gli abusi perde fiducia nell’altro e nella società: la tortura è praticata proprio col fine dell’esclusione sociale e dell’annientamento, colpisce alcuni per impaurire tutti gli altri.
Lottare contro la tortura ha dunque come necessaria premessa la cura e il riscatto di chi la subisce, sapendo che la prima reazione del torturato è il silenzio, perché chi è vittima di un abuso ne prova vergogna, si sente umiliato e non compreso, spesso è anche impaurito. Ma la tortura non è un fatto privato: chi vi è sottoposto è suo malgrado simbolo e portavoce di tutti i cittadini. Se manca questo riconoscimento pubblico la tortura non può essere percepita e giudicata socialmente per quel che è. Lo vediamo bene nel nostro paese. In Parlamento si discute di tortura senza menzionare né Diaz né Bolzaneto e il non-dibattito in corso ha per protagonisti dirigenti e sindacalisti delle forze di polizia (18 di loro sono stati «auditi» alla Camera, su un totale di 24), per quanto il principale loro argomento sia del tutto risibile: una legge sulla tortura – dicono – esporrebbe gli agenti al pericolo di denunce e quindi li indurrebbe a non svolgere bene le loro normali funzioni, come arrestare o gestire l’ordine pubblico. Come se nei paesi che hanno una buona legge sulla tortura – in Europa quasi tutti – non si arrestasse o non si operasse in piazza durante cortei e altre manifestazioni.
Nell’incontro di Genova il senatore Lo Giudice ha riconosciuto le lacune del testo oggi in discussione precisando però che la legge dev’essere comunque approvata perché i rapporti di forza parlamentari non consentono niente di meglio. Gennaro Migliore, sottosegretario, si è spinto più in là, affermando che il varo della legge porterà una rivoluzione e difendendo – a mio avviso in modo non convincente – i punti più critici dell’attuale testo, ossia l’uso del plurale («violenze o minacce») rimasto dopo la cancellazione del vocabolo «reiterate» e la necessità che il trauma psichico inflitto sia «verificabile», con tutto ciò che simile dizione – una specialità italiana – comporta in termini di accertamenti psichiatrici e di evidenti rischi di fallacia della norma (possiamo immaginare che a parità di trattamenti inflitti a due persone, se vi fosse per qualsiasi ragione un solo trauma psichico verificato, avremmo un aguzzino processato per tortura e l’altro no…). Riconosco che il lavoro parlamentare è ben altra cosa rispetto all’attivismo sociale e reputo le persone menzionate del tutto stimabili, e tuttavia devo dire – da cittadino e testimone di tortura – che siamo troppo distanti da un accettabile quadro di discussione e di intervento. Sappiamo tutti che una legge sulla tortura, anche la migliore, non garantirebbe l’estinzione degli abusi: la legge, per essere efficace e cambiare davvero lo stato delle cose, dovrebbe essere accompagnata da interventi legati a tutti gli snodi più delicati: l’incapacità delle forze dell’ordine di riconoscere i propri errori e di porvi rimedio; l’opacità delle condotte e l’avversione per la trasparenza; il mancato rispetto, da parte del nostro governo, degli adempimenti indicati nella sentenza di condanna della Corte di Strasburgo sul caso Diaz, come la rimozione dei condannati e l’obbligo di codici di riconoscimento sulle divise; l’urgenza di rivedere radicalmente i criteri di formazione e reclutamento (oggi si entra in polizia solo dopo il servizio volontario nelle forze armate). Tutti argomenti tabù. Se c’è una cosa che credo di aver capito in questi quindici anni che ci separano dal G8 di Genova, è che una riforma democratica delle forze di polizia è una necessità per i cittadini. Per tutti i cittadini, inclusi i cittadini in divisa, oggi in balìa di una dirigenza e di una cultura professionale che non sembrano in linea – per usare un eufemismo – con i migliori standard democratici. Per queste ragioni dobbiamo tenere aperta la discussione, coinvolgere i cittadini comuni, cercare alleanze fra quelli in divisa, mostrare a tutti che quando parliamo di tortura e di polizia in realtà parliamo dei fondamenti della democrazia e della convivenza civile, non di questioni tecniche o di norme di settore. Molti dicono che approvare una legge sulla tortura, per quanto imperfetta e quindi simile al testo oggi in discussione, sarebbe comunque un passo avanti, io mi sono invece persuaso che stiamo ormai parlando di una legge-feticcio, cercata e agognata magari per buone ragioni ma ormai inservibile, per quanto è farraginosa e minata da cattive intenzioni, allo scopo d’essere un presidio di democrazia e di protezione dei diritti fondamentali dei cittadini. A Genova si è visto che siamo in molti a pensarla così. Se il Parlamento alla fine approverà quella legge si dirà che la riforma è fatta, che la pagina è voltata e che le forze di polizia italiane stanno cambiando, ma sarà un’illusione e dovremo invece lottare ancora per una vera riforma, per una vera prevenzione degli abusi di potere; a quel punto sarà ancora più difficile farlo. In verità non ci sono scorciatoie: il cambiamento al quale aspiriamo non può essere calato dall’alto, esito di un confronto dai toni surreali fra parlamentari da un lato e dirigenti e sindacalisti di polizia dall’altro; il cambiamento arriverà se i cittadini lo vorranno, se sapremo avviare la discussione che finora non c’è stata. SEGUI SUL MANIFESTO

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‘Imposicion de tormentos’, siamo il paradiso https://www.micciacorta.it/2016/06/imposicion-de-tormentos-paradiso/ https://www.micciacorta.it/2016/06/imposicion-de-tormentos-paradiso/#comments Sun, 26 Jun 2016 07:04:06 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22103 Diritti umani. L'Italia è ancora senza una legge contro la tortura

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Sorbolo è un piccolo paese in provincia di Parma con meno di 10 mila abitanti. Vicino a Sorbolo c’è Enzano di Sorbolo. In Strada del Fienile c’è la Parrocchia di sant’Andrea Apostolo. Gli abitanti di Enzano di Sorbolo sono circa trecento. A Sant’Andrea dice messa don Franco Reverberi, ottuagenario sacerdote parmigiano. Uno dei prigionieri politici arbitrariamente portati nel centro di detenzione di Mendoza in Argentina nel 1976 racconta di un cappellano italiano vestito da militare. Un altro prigioniero ricorda anche lui come insieme ai militari c’era un prete che lo interrogava in italiano. Ogni tanto quel cappellano pare indossasse la divisa militare. Dunque quel sacerdote pare fosse qualcosa di più, secondo i testimoni di quei tormenti, che non un semplice prete che diceva messa. Pare non fosse interessato a salvare le anime, ma a loro dire, era complice nel far soffrire i corpi. La guerra sudicia di Videla si avvaleva di tutto l’armamentario più truce dei fascismi: sparizioni forzate, torture, morte. Quel cappellano pare fosse don Franco Reverberi, che tornata la democrazia decise di ristabilirsi nella sua Sorbolo. Le vittime di tortura hanno bisogno di tempo perché sia assicurata loro giustizia. ‘Imposicion de tormentos’ è l’accusa alla base della richiesta di arresto delle autorità argentine. Don Franco Reverberi è ‘wanted’ per l’Interpol. Imporre tormenti significa torturare. La richiesta di estradizione risalente al 2012 è stata giudicata prima dalla Corte d’Appello di Bologna e poi dalla Corte di Cassazione. La magistratura italiana ha alzato le braccia e ha messo nero su bianco che in assenza del crimine di tortura nel codice penale italiano non avrebbe potuto estradare il sacerdote oltre oceano. La tortura è un crimine contro la dignità umana. In Italia non è reato nonostante un trattato internazionale ratificato nel 1988 ci vincoli in modo cogente alla sua codificazione. Matteo Renzi, presidente del Consiglio, 7 aprile 2015: «Quello che dobbiamo dire lo dobbiamo dire in parlamento con il reato di tortura». Gennaro Migliore, sottosegretario alla Giustizia, 16 giugno 2016: «A nome del governo affermo che una legge che punisca la tortura sia approvata». Andrea Orlando, ministro della Giustizia, 23 giugno 2016: «Risposta in tempi rapidi». Così dopo avere ricevuto Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo che gli portavano le 240 mila firme raccolte sulla piattaforma Change. L’Italia intanto è il paradiso giudiziario dei torturatori nostrani e internazionali. Puniamo tutto e tutti nel nostro Paese. Ma non i torturatori. Oggi, 26 giugno, è la giornata che le Nazioni Unite dedicano alle vittime della tortura. È obbligo del governo la cooperazione giudiziaria con gli altri paesi nonché il rispetto delle norme internazionali. Il Senato, dove langue la proposta di legge, è negligente e colpevole. Sappiano i senatori che Papa Francesco con motu proprio ha introdotto il delitto di tortura nel codice penale vaticano utilizzando la definizione di reato proprio presente nel Trattato Onu. Sarebbe buona cosa se i cittadini di Enzano di Sorbolo si astenessero questa domenica dall’andare a messa nella parrocchia di sant’Andrea. Non sappiamo se don Franco Reverberi è colpevole o meno. Non è dato saperlo perché nel suo caso, come in tutti i casi di tortura, in Italia, non c’è spazio giudiziario per l’accertamento della verità. Per cui lo sciopero dalla messa dei fedeli di parrocchia di sant’Andrea potrebbe forse essere un risarcimento simbolico alle vittime della tortura, visto che il risarcimento giudiziario non è possibile in Italia. * presidente di Antigone

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Tortura in Italia, un caso europeo https://www.micciacorta.it/2016/03/tortura-italia-un-caso-europeo/ https://www.micciacorta.it/2016/03/tortura-italia-un-caso-europeo/#respond Wed, 16 Mar 2016 08:12:15 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21497 Diritti. Bianzino, Casalnuovo, Cucchi, Magherini, Uva e gli altri: le loro storie di dolore e dignità sono arrivate al parlamento Ue. Il sostegno dell’associazione Acad. I familiari delle vittime a Bruxelles. Forenza (Altra Europa): «Un libro bianco sulla repressione»

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Acad

Il telefono cellulare di Osvaldo Casalnuovo squilla a lungo. Lui non risponde. «Saranno clienti», dice sorridendo mestamente, schernendosi dietro occhi azzurri. Osvaldo è un signore sulla cinquantina, viene da Buonabitacolo, 2500 anime in provincia di Salerno. Per un giorno ha chiuso la sua officina meccanica e si è messo in viaggio alla volta di Bruxelles. È arrivato al Parlamento europeo per parlare di come morì suo figlio Massimo. Una sera di 5 anni fa stava a bordo di uno scooter, al suo paese, e venne disarcionato da una pattuglia di Carabinieri. «Non si fermarono soccorrerlo, erano già impegnati a programmare il depistaggio». Osvaldo è uno dei parenti delle vittime degli abusi di polizia che siedono attorno al tavolo ovale delle audizioni. I Casalnuovo, i Cucchi, i Magherini, gli Uva, Bianzino: cognomi che abbiamo imparato a conoscere in questi anni di denunce contro gli abusi di potere. Si sostengono a vicenda, nella maggior parte dei casi si tengono per mano. La cosa diventa ancora più sorprendente quando capita che ancor non si conoscano, ma scopri che sono al corrente delle vicissitudini reciproche, che si capiscono con uno sguardo e che si fanno coraggio come se facessero parte della stessa sciagurata famiglia. Sono accompagnati qui a Bruxelles da Acad, l’Associazione contro gli abusi in divisa. Si sono messi in viaggio su invito di Eleonora Forenza, parlamentare della Sinistra Unita Europea eletta in quota Rifondazione nelle liste dell’Altra Europa per Tsipras. «Vogliamo costruire un libro bianco, una mappa della repressione in Europa – dice Forenza dando il benvenuto alla delegazione italiana – La repressione è l’altra faccia dell’austerità e della fortezza europea contro i migranti. E in questo contesto l’Italia costituisce una anomalia». Così, il paese che secondo Amnesty International conobbe a Genova nel luglio del 2001 la più grave violazione dei diritti umani dal dopoguerra, si trova ancora una volta a dover fare i conti con la violenza delle forze dell’ordine. A dover raccogliere queste tragedie, a ripercorrere una storia fatta di tante storie terribili. Una concatenazione di morti e abusi che per Luca Blasi di Acad è fatta «di dolore ma anche di dignità». Di dolore, perché se ogni lotta punta alla vittoria, questa dei familiari delle vittime prende le mosse da perdite irrimediabili. Ma anche di dignità, cioè del coraggio di «prendere parola, sfidare il silenzio, rompere le solitudini e reclamare giustizia». Con la precisione geometrica di una requisitoria e la passione indignata della narrazione, l’avvocato Fabio Anselmo apre il suo faldone degli orrori. Le sue parole tracciano la discesa agli inferi del diritto. Sono accompagnate dalle foto dei corpi straziati di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi, le immagini della morte di Michele Ferulli, l’audio dell’urlo disperato di Ricky Mogherini mentre viene colpito sull’asfalto. «La tortura è legittimata dal bisogno di sicurezza – spiega Anselmo – Più ci fanno credere di essere sotto minaccia, più i cittadini sono portati a tollerare gli abusi di polizia». Nelle stesse ore, la capitale belga è stretta d’assedio dopo una sparatoria durante una retata anti-terrorismo. L’emergenza non impedirà al programmato corteo contro gli abusi di polizia di muoversi, in serata. La dissertazione di Anselmo individua tre categorie di abusi: quelli che avvengono nelle carceri, quelli compiuti durante le operazioni di arresto e quelli relativi all’uso illegittimo delle armi. La sua analisi si intreccia con quella di Miguel Urban Crespo, eurodeputato di Podemos, che ha ripercorso la genealogia della repressione nel suo paese. «La democrazia spagnola si basa sull’impunità dei crimini franchisti – dice Urban – Negli anni Settanta numerosi fascisti italiani vennero da noi per combattere i dissidenti del regime. Con la transizione democratica, fu il socialista Felipe Gonzales a negare l’estradizione per alcuni di questi soggetti». Urban individua nel «populismo punitivo» uno dei problemi di questi tempi: «Con la scusa di combattere la criminalità si puniscono i poveri e si evita di fare i conti con le ingiustizie sociali». Il suo collega basco Iusu Abaunz annuisce: «Un’inchiesta sulla tortura nei paesi baschi ha scoperto oltre 3600 casi – racconta – Abbiamo tantissime denunce ma soltanto 31 sentenze di condanna». Il suo ragionamento si intreccia con quello di Lucia Uva, sorella di Giuseppe. «Mio fratello venne fermato per ubriachezza. Lo trovai morto due ore dopo», dice Lucia. Poi riporta una delle costanti di queste storie di abuso: «Quando ti capita una cosa del genere e decidi di denunciare tutto, da vittima diventi imputato». Michele Ferrulli, 51 anni, stava bevendo birra con gli amici quando venne schiacciato pancia a terra con la forza prima di spirare. «Lo hanno colpito per sette volte col manganello, nonostante fosse immobilizzato da quattro persone», dice sua figlia Domenica. «L’anomalia italiana prosegue – dice un altro avvocato, Fabio Ambrosetti – Sarà difficile sanarla perché è anche un problema culturale». Forse non basteranno neppure quelle leggi la cui mancata approvazione viene letta come una legittimazione alle violenze di Stato, come quella sul reato di tortura o sul numero identificativo per le forze di polizia. È quel problema culturale che fa urlare a Rudra Bianzino, orfano di Aldo: «Se fosse per lo Stato noi non potremmo neanche raccontarle, queste storie. Infatti siamo dovuti venire qui: all’estero».

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Sinistra italiana: «Commissione d’inchiesta sulla tortura di Stato» https://www.micciacorta.it/2016/01/21180/ https://www.micciacorta.it/2016/01/21180/#respond Wed, 20 Jan 2016 11:56:18 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21180 nonostante ci siano norme internazionali che lo sollecitino da tempo, il legislatore non ha peraltro ancora introdotto il reato di tortura nel codice penale

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tortura

Una Commissione parlamentare d’inchiesta con «gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria» per indagare sui casi di abusi e maltrattamenti nei confronti di persone sottoposte a privazione o limitazione della libertà personale. A promuoverla e a chiederne l’istituzione è Sinistra italiana che ieri ha presentato l’iniziativa a Montecitorio alla presenza di Ilaria Cucchi e del suo avvocato Fabio Anselmo, legale storico anche delle famiglie Aldrovandi, Uva e Assarag. «Qualunque persona che finisca sotto la tutela dello Stato deve essere considerata “sacra”; ogni abuso o maltrattamento nei confronti di un uomo in carcere dovrebbe essere, quindi, vissuto come il più alto degli scandali. Eppure il fenomeno non è affatto episodico», premettono nella proposta i deputati di Si. I primi firmatari, Celeste Costantino e Nicola Fratoianni, il coordinatore nazionale di Sel, hanno anche presentato al ministro di Giustizia Andrea Orlando un’interrogazione a risposta scritta sul caso del detenuto Rachid Assarag che ha registrato le conversazioni con alcuni agenti penitenziari che ammettevano l’uso della violenza in carcere. Al Guardasigilli, Costantino e Fratoianni hanno chiesto di «avviare un’ispezione accurata per appurare i fatti e assumere i provvedimenti conseguenti», visto che nei documenti prodotti da Assarag (non ritenuti validi dal pm che ha chiesto l’archiviazione del caso) si evince, secondo i deputati di Sel, che «spesso uomini della polizia penitenziaria di diverse carceri italiane in cui Assarag è stato detenuto, esprimono pareri sulle modalità di rieducazione dei detenuti che non rispondono per nulla alla Costituzione e alle leggi». Fra le frasi riportate «c’è quella di un agente penitenziario che avrebbe detto che con i detenuti “ci vogliono il bastone e la carota” e che “così si ottengono risultati ottimi”». Un caso — come peraltro molti altri compreso quello di Franco Mastrogiovanni, morto durante un Tso — sul quale potrebbe indagare la commissione d’inchiesta parlamentare proposta da Si, che si comporrebbe di venti deputati nominati dal presidente della Camera e avrebbe la durata di due anni. Una commissione alla quale, soprattutto, «non si può opporre il segreto di Stato, né quello d’ufficio, professionale o bancario» e «rappresenterebbe il primo passo per chiarire i limiti dell’esercizio della forza e dei pubblici poteri rispetto a esigenze investigative o di polizia», dal momento che, sostiene Si, «nonostante ci siano norme internazionali che lo sollecitino da tempo, il legislatore non ha peraltro ancora introdotto il reato di tortura nel codice penale: una lacuna gravissima». Oltretutto in un Paese in cui, come ricorda Ilaria Cucchi, «è inquietante sapere che per sei anni qualcuno ha taciuto, coperto, depistato», per nascondere la verità sulla morte di suo fratello Stefano.

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È scomparsa la proposta che criminalizza la tortura https://www.micciacorta.it/2015/12/e-scomparsa-la-proposta-che-criminalizza-la-tortura/ https://www.micciacorta.it/2015/12/e-scomparsa-la-proposta-che-criminalizza-la-tortura/#comments Sat, 12 Dec 2015 09:18:55 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=20983 Leggi. Non c’è traccia alla Commissione giustizia

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Meglio pagare piuttosto che fare una legge contro la tortura. Scompare dai lavori parlamentari la proposta di legge che criminalizza la tortura. Desaparecida. Non c’è traccia all’ordine del giorno della Commissione Giustizia del Senato. Era il 9 aprile 2015 quando la Corte Europea dei diritti umani nel caso Cestaro (torturato alla Diaz) nel condannare l’Italia stigmatizzava l’assenza del crimine di tortura nel codice penale italiano. Renzi aveva promesso che la risposta italiana alla Corte di Strasburgo sarebbe stata la codificazione del reato. Da allora è accaduto qualcosa di peggio che il consueto niente. Le forze contrarie hanno trovato buoni alleati al Senato. La Commissione Giustizia di Palazzo Madama avvia la discussione di in testo già di per sé non fedele al dettato delle Nazioni Unite. A maggio calendarizza una serie di audizioni. Sono tutte di natura istituzionale. Vengono auditi, in modo informale, i capi delle forze dell’ordine e l’associazione nazionale magistrati. Manca un resoconto stenografico degli incontri. Non vengono sentite le ong, gli avvocati, gli accademici. Così, nonostante le prese di posizione favorevoli al reato da parte dell’Anm, il risultato — prevedibile — è l’approvazione di un testo che pare pensato in funzione della non punibilità dei torturatori. Un esempio: per esservi tortura le violenze devono essere più di una. Colui che tortura una volta sola pertanto la può scampare. La lettura degli interventi dei parlamentari lascia inebetiti. La pressione istituzionale esterna ha funzionato: viene prima concordato un testo di bassissimo profilo e poi viene messo in naftalina. Siamo quasi alla fine del 2015 e la melina continua senza tema di sottoporsi al ludibrio pubblico. Ma non è finita. C’è qualcosa di peggio che il nulla. Il governo italiano si rende disponibile a pagare fior di soldi pur di evitare una nuova condanna dei giudici europei. È notizia fresca dei giorni scorsi. Meglio pagare piuttosto che fare una legge contro la tortura. Ricapitoliamo: era il 2004, tre anni dopo Genova, quando nel carcere di Asti due detenuti vengono torturati. L’indagine questa volta va avanti. Ci sono le intercettazioni telefoniche e ambientali. Antigone attraverso il proprio difensore civico Simona Filippi si costituisce parte civile nel processo. Si arriva al 2012. Così scrive il giudice nella sentenza: «Dal dibattimento emergono alcuni elementi che possono essere ritenuti provati aldilà di ogni ragionevole dubbio. In particolare, non può essere negato che nel carcere di Asti sono state poste in essere misure eccezionali (privazione del sonno, del cibo, pestaggi sistematici, scalpo) volte a intimorire i detenuti più violenti. Tali misure servivano a punire i detenuti aggressivi…e a dimostrare a tutti gli altri carcerati che chi non rispettava le regole era destinato a subire pesanti ripercussioni…I fatti in esame potrebbero essere agevolmente qualificati come tortura…ma non è stata data esecuzione alla Convenzione del 1984…né sono state ascoltate le numerose istanze (sia interne che internazionali) che da tempo chiedono l’introduzione del reato di tortura nella nostra legislazione…in Italia, non è prevista alcuna fattispecie penale che punisca coloro che pongono in essere i comportamenti che (universalmente) costituiscono il concetto di tortura». Così il giudice è costretto a non sanzionare gli agenti di polizia penitenziaria. I reati lievi per cui è costretto a procedere sono oramai prescritti. Tutti assolti ma tutti coinvolti e responsabili. La Cassazione conferma la sentenza. Questa volta Antigone (con il proprio difensore civico) in collaborazione con Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International e con gli avvocati dei due detenuti reclusi ad Asti, presenta ricorso alla Corte europea dei diritti umani. E qui arriviamo ai giorni scorsi. Il ricorso è dichiarato ammissibile. Il Governo, pur di evitare un’altra condanna che stigmatizzi l’assenza del delitto di tortura nel codice penale (dopo il caso Cestaro-Diaz), chiede la composizione amichevole e offre 45 mila euro a ciascuno dei detenuti ricorrenti. Dunque sostanzialmente ammette la responsabilità ma preferisce pagare piuttosto che farsi condannare ed essere costretta ad approvare una legge contro la tortura. Che ne pensano il premier Renzi e il ministro della Giustizia Orlando? Che ne è della promessa del Presidente del Consiglio? (Presidente di Antigone)

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