legge sulla tortura – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Thu, 15 Jun 2017 08:19:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Carabinieri: I fatti di Lunigiana e il Parlamento https://www.micciacorta.it/2017/06/carabirieri-fatti-lunigiana-parlamento/ https://www.micciacorta.it/2017/06/carabirieri-fatti-lunigiana-parlamento/#respond Thu, 15 Jun 2017 08:19:03 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23431 Le misure cautelari adottate nei confronti di otto carabinieri, su circa una ventina di indagati di due caserme della bassa Lunigiana, costituiscono un utilissimo manuale per la più puntuale lettura e la più attendibile interpretazione della legge sulla tortura di prossima approvazione. Quest’ultima è una cattiva legge, innanzitutto perché – diversamente da quanto previsto dalla […]

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Le misure cautelari adottate nei confronti di otto carabinieri, su circa una ventina di indagati di due caserme della bassa Lunigiana, costituiscono un utilissimo manuale per la più puntuale lettura e la più attendibile interpretazione della legge sulla tortura di prossima approvazione. Quest’ultima è una cattiva legge, innanzitutto perché – diversamente da quanto previsto dalla convenzione delle Nazioni Unite in materia – non definisce la tortura come un reato «proprio»: un reato, cioè, formulato sull’imputazione di quella fattispecie penale ai pubblici ufficiali e a chi esercita pubblico servizio. Nel testo approvato al Senato, la tortura è, invece, un reato «comune», volto a punire qualunque violenza intercorsa tra individui. Mentre sarebbe dovuto essere un reato «proprio», in quanto derivante in forma diretta da un abuso di potere. La tortura è, insomma, la fattispecie penale in cui incorre chi, custodendo legalmente un cittadino, abusa del proprio potere per esercitare una violenza illegale. E lo si sarebbe dovuto trascrivere così nel nostro codice, quel reato, non certo per uno speciale accanimento contro i corpi di polizia, ma proprio per tutelare meglio questi stessi corpi. La loro autorevolezza e il loro prestigio, la loro forza e – se volete – il loro «onore» dipendono dalla capacità di individuare e sanzionare adeguatamente chi, tra gli uomini dello Stato, abusa del proprio potere e commette illegalità, separandoli da quanti (e sono la maggioranza) si comportano correttamente. La vicenda, venuta alla luce proprio in queste ore, a carico di numerosi carabinieri della provincia di Massa Carrara, dimostra in maniera inequivocabile quanto il testo della legge sulla tortura che il Parlamento prevedibilmente approverà nelle prossime settimane sia sbagliato. I fatti parlano chiaro. Agli appartenenti all’arma dei Carabinieri indagati vengono imputate violenze – che l’attuale codice penale consente di qualificare solo come «lesioni» – la cui origine risiede proprio nell’esercizio illegale di un potere legale. Le vittime (spacciatori e prostitute) vengono condotte in caserma in base a una norma esistente (magari pretestuosamente interpretata, ma questo è un altro discorso) e qui subiscono trattamenti inumani o degradanti, se non addirittura torture. Evidentemente tutto ciò va confermato da una sentenza passata in giudicato, ma il quadro che si delinea è estremamente significativo. La tortura nasce nel diritto internazionale come crimine delle autorità pubbliche e non di soggetti privati, per i quali vi sono altri strumenti di repressione penale. Ha bisogno di tempi lunghi di prescrizione perché l’accertamento dei fatti non è agevole. E la sua configurazione come delitto «proprio» sarebbe di ben più concreto aiuto per il lavoro dei giudici. In quest’ultima, come in molte vicende precedenti, non siamo di fronte a ordinarie violenze tra comuni cittadini né a esercizi di efferatezza da parte di criminali sadici. Piuttosto abbiamo a che fare, se quanto finora emerso risultasse vero, con un sistema di comportamenti che, a partire dall’uso legittimo di istituti come il fermo e l’arresto, tendono a trascendere in uso arbitrario della forza che si fa pratica crudele. È qui il fondamento stesso del concetto di tortura e la sua ignobile verità. FONTE: IL MANIFESTO

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Le voci di piazza Alimonda https://www.micciacorta.it/2016/07/22278/ https://www.micciacorta.it/2016/07/22278/#respond Thu, 21 Jul 2016 08:21:15 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22278 2001-2016. A Genova il ricordo di Carlo Giuliani. Con le parole di Don Gallo. Agnoletto: «Indecente che nell'anniversario del G8 il governo abbia affossato la legge sulla tortura»

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GENOVA «Una pioggia di lacrimogeni in via Tolemaide ha spezzato in due il corteo. Io mi assumo la mia responsabilità davanti a tutto il Paese: quella di piazza Alimonda è stata un’imboscata». La voce di Don Gallo, registrata dalla trasmissione Porta a Porta la sera di quel 20 luglio 2001 risuona in piazza Alimonda poco prima delle 17.25, ora in cui come ogni anno un lungo applauso e i pugni al cielo ricordano l’attimo in cui la vita di un ragazzo di 23 anni venne spazzata via da un colpo di pistola sparatogli in faccia da un carabiniere. Sembra quasi di vederlo il prete di strada, panama in testa e sigaro in bocca, quando in quella stessa piazza, ancora cinque anni fa nel decennale del G8, arringava come sua abitudine la folla invitando il movimento a riorganizzarsi. Anche Heidi Giuliani lo ricorda dal palco: «Non lo nomino – dice – perché è qui con noi e lui ricorderebbe con noi quei ragazzi che non hanno ucciso nessuno né ferito nessuno e sono ancora in carcere». In piazza Alimonda ci sono alcuni giovani attirati forse anche dalla presenza dei fumettisti Alessio Spataro e Zerocalcare. Gli altri sono facce note. Tra loro, con un velo di malinconia, si autodefiniscono «reduci» di un movimento imponente quanto fragile, azzerato nello spazio di una notte e mai più rinato, nonostante quelle istanze siano oggi più che mai attuali. «Abbiamo il dovere politico e morale di cercare di ricostruirlo – dice l’ex portavoce del Genova Social Forum Vittorio Agnoletto – sapendo che non basta un movimento nazionale , come ci ha insegnato la Grecia che si è scontrata con i grandi poteri finanziari globali e ha perso». Agnoletto ha anche bollato come «indecente e inaccettabile» il fatto che nell’anniversario del G8 «il governo cancelli la discussione sulla legge sulla tortura ignorando quanto è avvenuto alla Diaz e a Bolzaneto e facendo sì che l’Italia resti l’unico Paese europeo senza un legge che punisca questi abusi». «Questa decisione – commenta Antonio Bruno, consigliere comunale e portavoce dell’ormai disciolto Comitato Verità e Giustizia per Genova – significa che una parte consistente del Parlamento pensa sia lecito per le forze repressive dello Stato torturare senza che venga previsto un reato specifico come in tutti gli stati democratici». Ancora una volta qualcuno con un pennarello blu ha modificato la toponomastica ufficiale della piazza trasformandola in «piazza Carlo Giuliani». Il ceppo è lì al centro dell’aiuola: qualcuno depone dei fiori, altri posizionano un grande cartello: «Le nostre idee non moriranno mai». Sulla cancellata della chiesa ci sono gli striscioni “storici” che vengono conservati e strotolati di anno in anno. Anche il palco e la musica sono sempre gli stessi, simboli famigliari che servono a dare forza al rito collettivo della memoria. Tra i volti ci sono quelli inevitabilmente invecchiati di tanti leader di quel movimento e quelli dei giovani che sono diventanti adulti e ora portano in piazza i loro bambini. I grandi numeri non ci sono più da tempo in piazza Alimonda, ma ogni anno c’è chi vuole continuare ad esserci. «Siamo qui perché almeno la verità vogliamo che venga fuori – dice Giuliano Giuliani – vogliamo che chi avrebbe l’obbligo di lavorare per la verità si decidesse a farlo. Certo, per i processi ci vogliono magistrati che siano persone degne, come Enrico Zucca, Francesco Cardona, Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati che hanno insistito per arrivare alla verità su Diaz e Bolzaneto. A noi sono toccati invece individui un po’ farlocchi che oltretutto, essendo l’omicidio di Carlo il primo fatto grave del G8, lo hanno archiviato per togliersi dall’impiccio». Il sindacato di polizia Coisp come ogni hanno ha cercato di ottenere un po’ di visibilità, prima provando a prendersi piazza Alimonda, prontamente stoppato dal diniego della Questura, poi organizzando un convegno dove aveva invitato nientemeno che Mario Placanica che però, alla fine, visto lo stato mentale in cui si trova (ancora tre mesi fa su Facebook aveva annunciato di volersi suicidare perché abbandonato da tutti) ha dato forfait. Risultato? Una sala semivuota e un cospicuo – come da tradizione – impiego di forze di polizia per tenere lontani eventuali contestatori che li hanno però saggiamente ignorati. SEGUI SUL MANIFESTO

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Il ministro disarmante https://www.micciacorta.it/2016/07/il-ministro-disarmante/ https://www.micciacorta.it/2016/07/il-ministro-disarmante/#respond Wed, 20 Jul 2016 07:47:27 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22264 Reato di tortura. La discussione sul disegno di legge che attende dal 1988 rinviata a chissà quando

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Come prevedibile, un Senato inqualificabile e infingardo ha preso una decisione inqualificabile e infingarda: ha stabilito che fosse troppo presto approvare un provvedimento che attende di essere accolto nel nostro ordinamento dal 1988. Eh già, troppo presto. E, così, la discussione sul disegno di legge relativo al delitto di tortura è stata sospesa e rinviata a chissà quando. Non poteva essere che così. A questo esito, hanno alacremente lavorato un ineffabile ministro dell’Interno che tenta di riscattare i propri fallimenti politici e di governo attraverso una successione di blandizie non nei confronti delle forze di polizia, bensì dei suoi segmenti più antidemocratici e arretrati. E, poi, i giureconsulti della domenica (ma dell’ora della pennica, mi raccomando) i garantisti ca pummarola ’n copp’ e i tutori dei diritti purché di appannaggio dei soli potenti. Per motivare tutto ciò, alcuni senatori hanno argomentato, si fa per dire, sull’attentato di Nizza, collegandolo al rischio – nel caso di approvazione della legge sulla tortura – di «disarmare» polizia e carabinieri davanti alla minaccia jihadista. Che Dio li perdoni. Inutile cercare una logica in tutto ciò. C’è solo sudditanza psicologica e spirito gregario. Sotto il profilo normativo, tutto ciò significa una cosa sola: il delitto di tortura entrerà a far parte del nostro ordinamento, a voler essere ottimisti, tra due – tre – trent’anni. SEGUI SUL MANIFESTO

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Tortura, «ogni atto è da punire» https://www.micciacorta.it/2016/07/22161/ https://www.micciacorta.it/2016/07/22161/#respond Fri, 08 Jul 2016 08:40:53 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22161 Intervista . Parla Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti dei detenuti ed ex presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura. «Si torni al testo della Camera. Chi vuole attutire il ddl interpreta male la difesa della polizia»

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tortura

«La legge sulla tortura manda un messaggio chiaro: le forze dell’ordine del Paese sono forze sane che non hanno paura di strumenti per perseguire chi sbaglia. Perciò tutti quelli che vogliono spuntarla o attenuarla, per paura di non poter operare, implicitamente interpretano male un ruolo di difesa delle forze dell’ordine. Le forze di polizia si difendono con strumenti di questo tipo». Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti dei detenuti, segue attentamente i lavori del Senato sul ddl tortura che ieri sono ripresi in Aula per poche ore con l’esame degli emendamenti all’articolo 1, per essere poi rinviati a martedì prossimo.

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Mauro Palma
L’ex Presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura è in partenza per San José di Costa Rica, «che è un po’ la Strasburgo del continente americano», invitato dalla Corte interamericana dei diritti dell’uomo per parlare proprio di lotta alla tortura, essendo internazionalmente riconosciuto come un’autorità sul tema. Ancora ieri i sindacati di polizia hanno ripetuto la richiesta di non eliminare dal testo del ddl in esame il requisito della reiterazione delle violenze e delle minacce gravi, come sembra sia invece ora intenzionata a fare la maggioranza, visto il parere favorevole dei relatori all’emendamento del M5S che ha sollevato le accuse di «tradimento» dei verdiniani e di Forza Italia. Cosa ne pensa? Sono obiezioni di natura diversa, alcune condivisibili altre no. Premetto che, all’attuale testo, avrei preferito quello approvato ad aprile 2015 dalla Camera, che era una mediazione accettabile. E premesso che tutte le convenzioni internazionali non considerano tortura né trattamento inumano e degradante tutte le situazioni strettamente legate alla privazione della libertà per una legittima decisione delle autorità. Va invece chiarito che poiché la responsabilità penale è individuale, la violenza in sé agita da un individuo va sanzionata. Ogni atto. Al singolare, come stabiliscono molte definizioni internazionali e anche la Cedu, che parla esplicitamente di «ogni atto», non di una «pluralità di atti». E la motivazione è semplice: se più soggetti agiscono contemporaneamente all’interno di un gruppo, e ognuno infierisce sulla vittima con un atto singolo, si rischia che nessuno possa essere perseguibile per il reato di tortura. Forze dell’ordine (e centrodestra) sostengono poi che se si tipizza la fattispecie sulla gravità delle sofferenze inflitte anziché su quella delle violenze, c’è il rischio di considerare tortura anche le afflizioni derivanti da sanzioni legittime, come l’arresto e l’imposizione delle manette, o da azioni di forza necessarie nell’ambito delle “normali” operazioni di polizia. Il suo punto di vista? Il concetto di sofferenza e di gravità dell’atto è difficilmente definibile in termini normativi. La Corte di Strasburgo lo fa rientrare nel cosiddetto «margine di apprezzamento» di chi indaga o giudica. La Corte parla di «gravità della sofferenza inflitta», concetto dietro al quale c’è un misto di gravità dell’atto e gravità della sofferenza. Ricordiamoci di Beccaria, quando parlava di resistenza dei muscoli. Se guardo solo alla gravità della sofferenza, lego il concetto della tortura alla capacità di resistere che ha la vittima. È chiaro che se una persona è più vulnerabile – un minore o una donna – o è in un momento di maggiore vulnerabilità, la tortura inflitta può essere giudicata più grave. Ma la gravità è un elemento congiunto sia dell’atto compiuto che della sofferenza causata, e valutarla attiene al margine discrezionale di chi indaga e giudica. I relatori si sono espressi a favore anche di un emendamento proposto da Cor che prevede l’aggravante quando la tortura è commessa da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, «con abuso dei poteri o in violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio». In questo modo si elimina la dicitura «nell’esercizio delle funzioni o nell’esecuzione del servizio». È un passo avanti? No, mi sembra strana questa proposta, perché il testo originario tutela maggiormente chi opera. Del resto, la Convenzione internazionale lo dice chiaramente: non deve essere rinvenuta anche una specifica violazione dei doveri o un abuso dei poteri. L’aggravante va riconosciuta se il reato viene commesso nell’esercizio della funzione di chi ha in carico la tutela della persona fermata o arrestata. Detto questo, premetto che non mi straccio le vesti per il reato tipizzato contrapposto al reato di ordine generale. Cioè lei non considera necessario che il reato sia proprio di pubblico ufficiale? È vero che la Convenzione Onu parla di reato commesso da pubblico ufficiale, ed è vero che ha un valore quasi simbolico. Ma è pur vero che altre Convenzioni e testi, come ad esempio lo statuto della Corte penale internazionale, lo concepiscono anche come reato non tipizzato. Questo perché possa essere ugualmente perseguibile anche se ad agire è qualcuno che non è stato investito ufficialmente dalle autorità costituite. Faccio l’esempio di alcune repubbliche caucasiche che spesso si giustificavano sostenendo che ad agire erano «bande», non forze statali. Infatti si trattava spesso di settori paramilitari, non formalmente riconosciuti ma più che tollerati. Una situazione che potrebbe essere riscontrata anche in Egitto… Ecco, appunto, prendiamo l’Egitto: se fosse riscontrato che a torturare Giulio Regeni sono stati settori che non rispondevano agli ordini impartiti dalle autorità costituite, cosa dovremmo dire, che non sono perseguibili per tortura? Capisco che siamo in Italia, e qui tutto è diverso, però quando si definisce una figura di reato non ci si ferma all’applicazione nel proprio Paese ma lo si fa anche per il valore in sé del messaggio che si trasmette attraverso la definizione. SEGUI SUL MANIFESTO

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Tortura, il ddl in Aula con i diktat della polizia https://www.micciacorta.it/2016/07/tortura-ddl-aula-diktat-della-polizia/ https://www.micciacorta.it/2016/07/tortura-ddl-aula-diktat-della-polizia/#respond Thu, 07 Jul 2016 07:35:26 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22151 Senato. Oggi il voto sugli emendamenti. I nodi: reato specifico, gravità, reiterazione. Ma Gasparri insiste: «Così si paralizzano le forze dell’ordine»

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È il testo voluto dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, al palo esattamente da un anno dopo essere stato adeguato in sede di commissione Giustizia alle richieste delle forze dell’ordine, quello del ddl per l’introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale che da ieri è tornato in Aula al Senato per la discussione generale, in seconda lettura. Oggi alcuni emendamenti proposti da senatori dem e di Si – Felice Casson, Sergio Lo Giudice, Luigi Manconi e Peppe De Cristofaro, tra gli altri – tenteranno di riportare la fattispecie del reato nel solco dettato dalle convenzioni Onu ratificate anche dall’Italia. O per lo meno, di cercare di tornare al testo licenziato dalla Camera il 9 aprile 2015, decisamente migliorato rispetto al pastrocchio legislativo che uscì da Palazzo Madama il 5 marzo 2014. Un ping pong tra le due camere, dunque, che fa poco onore a un Paese che attende da 30 anni di elevarsi al rango di “civile” e che oggi paradossalmente si batte per ottenere verità e giustizia per Giulio Regeni, il ricercatore friulano torturato e ucciso in Egitto. Il voto finale è previsto per martedì prossimo, ma c’è perfino chi, nelle fila del Pd, avrebbe preferito rinviare ancora, aspettando momenti meno tesi con il Ncd. In Aula ieri il senatore Manconi ha ricordato le parole di Paola Regeni pronunciate proprio in conferenza stampa al Senato – «Ho visto il volto di mio figlio diventato piccolo piccolo, su quel volto ho visto tutto il male del mondo» – e ha chiesto di riflettere sul testo che non contempla il reato specifico del pubblico ufficiale ma prevede solo un aggravante nel caso in cui a torturare sia un servitore dello Stato. Un ddl che, assecondando i timori di «denunce pretestuose» da parte dei sindacati di polizia, esclude dal novero delle torture violenze singole non «reiterate», o non particolamente «gravi», non agite «con crudeltà», o perfino pratiche come la “roulette russa”, perché il trauma psichico nella vittima deve essere chiaramente «verificabile». «Non ci basta una legge, vogliamo una buona legge», ha detto Manconi. Preoccupato invece che il dibattito non si sviluppi «pretestuosamente», e al lavoro su un emendamento che metta al riparo le forze dell’ordine da punizioni «eccessive» durante l’adempimento del “proprio dovere”, è il socialista Enrico Buemi, membro della commissione Giustizia dove, prima di modificare il testo, nel luglio 2015, sono stati di nuovo auditi i sindacati di polizia. Più esplicito il Fi Maurizio Gasparri «Non vorrei che questo ddl e quello sui numeri identificativi per gli agenti (bloccato in commissione Affari Costituzionali,ndr) portasse alla paralisi dell’attività delle forze dell’ordine». Al contrario, per l’associazione Antigone, che ieri ha scritto una lettera ai capigruppo del Senato, bisognerebbe fare ogni sforzo possibile per evitare «il ping pong parlamentare, dando via libera al testo licenziato dalla Camera nell’aprile 2015»: «Si tratta di una proposta di rilevanza eccezionale che colmerebbe una lacuna gravissima». Perché l’Italia non si è mai allineata al trattato Onu che pure ha ratificato nel 1988, diventando così «spazio di impunità e luogo di rifugio per chi commette all’estero tale crimine lesivo della dignità umana». «La Convenzione Onu contro la tortura – ricorda Antigone – impone che le fattispecie descritte a livello nazionale non possano essere più restrittive rispetto alla definizione Onu». Se si vuole evitare di violare le imposizioni internazionali, dunque, «occorre che non vi sia alcun dubbio sul fatto che anche una sola condotta possa essere eventualmente qualificata come “tortura”. Pertanto – prosegue la lettera inviata ai senatori – sarebbe importante l’utilizzo del singolare “violenza o minaccia” (o, come minimo, “violenza o minacce”) al posto del plurale». Stessa attenzione riguardo la soglia di gravità, che deve essere riferita alle sofferenze causate, come vuole la Convenzione Onu del 1984, e non alle violenze o minacce. Infine, ricorda ancora Antigone, la definizione di tortura delle Nazioni unite «richiama senz’altro l’ipotesi del reato proprio», inteso «come violazione dei diritti umani commessa da organi statali nei confronti di persone poste sotto il loro controllo e affidate alla loro responsabilità». Però, se non può essere data, secondo le prescrizioni internazionali, una definizione più restrittiva, è sempre possibile «accoglierne una più ampia». L’importante, conclude Antigone, è «non snaturare il concetto: in questo senso l’ipotesi del reato proprio rimane certamente la più indicata», anche se «la soluzione intermedia (reato comune con aggravante se il fatto è commesso da pubblico ufficiale) potrebbe, essere un’alternativa accettabile» perché non in contrasto con la Convenzione, «soprattutto se fosse prevista la non bilanciabilità dell’aggravante in questione con eventuali attenuanti». Un ragionamento di fino che cozza con la posizione ultrà di Carlo Giovanardi (Idea) – solo per fare un esempio -, il quale si scaglia contro la «confusione strumentale» di coloro che «continuano a citare i casi Aldrovandi, Uva, Cucchi e Magherini, tutti riguardanti fattispecie colpose, come esempio di comportamenti che dovrebbero costare l’ergastolo ai carabinieri e poliziotti coinvolti». SEGUI SUL MANIFESTO

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Sul G8 di Genova l’indecenza del governo, la miseria del parlamento https://www.micciacorta.it/2016/01/21125/ https://www.micciacorta.it/2016/01/21125/#respond Wed, 13 Jan 2016 09:51:35 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21125 Tortura. Perché non accetterò il risarcimento di uno Stato fuori dalla legalità minima richiesta dall’Europa

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g8 di Genova

 
La materia è fra le più spiacevoli, giacché si parla di tortura e dell’incapacità dello stato italiano di garantire il rispetto dei diritti fondamentali e un equo corso della giustizia quando questi siano stati violati. Ossia ciò che sta scritto nella sentenza del 7 aprile 2015 dalla Corte europea per i diritti umani sul caso «Cestaro vs Italia» in merito alla violenta «perquisizione» della scuola Diaz nel luglio 2001. Un altro centinaio di ricorsi analoghi a quello di Cestaro — per la Diaz e per le torture nella caserma-carcere di Bolzaneto — pendono ancora a Strasburgo e il governo italiano ha mobilitato l’Avvocatura dello stato per convincere i ricorrenti a ritirare le proprie istanze. Non è bello — devono aver pensato a Roma — subire una pioggia di condanne così sgradevoli, occorre provvedere. Almeno limitiamone il numero.

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Gli accordi raggiunti, una trentina, riguardano solo una parte dei ricorsi: molti dei malcapitati passati fra Diaz e Bolzaneto, a 15 anni dai fatti e a «sentenza Cestaro» ottenuta, preferiscono comprensibilmente accettare l’obolo e chiudere i conti con lo Stato; ma ce ne sono molti altri (io fra questi) che mettono al primo posto la questione di principio, anzi di giustizia. Il punto è che l’attivismo dell’Avvocatura dello stato è l’altra faccia dell’ignavia di parlamento e governo. Un’ignavia che corrisponde a una precisa scelta politica: farsi beffe della sentenza della Corte di Strasburgo. La quale, è bene ricordarlo, ha stabilito che il cittadino Cestaro non ha ottenuto giustizia, nonostante le condanne inflitte a 25 funzionari e dirigenti. Non c’è stata giustizia perché prescrizione e indulto hanno quasi cancellato le pene; perché gli autori materiali dei pestaggi non sono mai stati identificati; perché la polizia di stato ha ostacolato l’accertamento della verità giudiziaria. La Corte, nel condannare l’Italia, ha dato anche precise indicazioni d’intervento, al fine di rimediare alla sua «strutturale incapacità» di garantire il rispetto dei diritti fondamentali: sottoporre a procedimenti disciplinari (con sospensioni e rimozioni) i poliziotti condannati; approvare una legge sulla tortura; obbligare gli agenti a portare codici identificativi sulle divise. Governo a parlamento, da aprile a oggi, si sono presi gioco della Corte. Il premier Renzi aveva sbrigativamente indicato, come risposta a Strasburgo, l’approvazione di una legge sulla tortura, dimenticando tutto il resto. Ma nemmeno questa «rispostina» è arrivata a compimento, perché il parlamento è tenuto in scacco dal «partito della polizia», un coacervo di soggetti e di interessi che comprende i vertici dell’apparato di sicurezza, gran parte dei sindacati di settore e i numerosi sponsor politici delle forze dell’ordine. La Camera, nell’aprile scorso, approvò in fretta e furia, sull’onda dello scandalo suscitato dalla sentenza Cestaro, un testo di legge minimalista e arretrato (la tortura come reato generico e non specifico del pubblico ufficiale, la prescrizione ancora possibile), cercando di non scontentare troppo le nostreforze dell’ordine, da sempre contrarie all’introduzione del crimine nel nostro ordinamento. Ma perfino quel testo era troppo e così abbiamo assistito nell’estate scorsa a un’autentica sollevazione del «partito della polizia», con mobilitazioni di piazza dei sindacati e infuocati interventi in parlamento dei capi di polizia, carabinieri e finanza, ascoltati nella commissione del senato chiamata a esaminare il testo uscito da Montecitorio. In quale altro paese potrebbe avvenire qualcosa di simile? Alla fine è stato approvato un testo surreale e imbarazzante: un caso raro di legge sulla tortura, ma non contro la tortura, visto che l’incriminazione scatterebbe solo in caso di violenze reiterate, ammettendo quindi come leciti atti di tortura singola. Un testo assurdo, che il presidente della Repubblica non potrebbe firmare. In aggiunta, altro gesto beffardo, il ministro Alfano ha inventato una «soluzione» per i codici identificativi: l’Italia potrebbe introdurli, ma solo per identificare i reparti, non i singoli. Sembra uno scherzo ma è un drammatico indicatore dello stato di salute dellacultura democratica nel nostro paese. Tanto per fare un esempio non casuale, nell’inchiesta Diaz i pm conoscevano i reparti impiegati nell’operazione — senza bisogno dei codici di Alfano — ma non sono riusciti a identificare i singoli autori delle violenze, perciò gli abusi alla scuola Diaz sono rimasti in gran parte impuniti, portando l’Italia alla condanna alla Corte di Strasburgo. In sintesi, stiamo assistendo a una penosa vicenda politica, nella quale il nostro governo, anziché rispettare le prescrizioni della Corte europea, tenta di ridurre l’impatto delle sue annunciate sentenze: meno sono, meglio è. I 45 mila euro offerti alle vittime di Genova G8 sono il prezzo da pagare all’analfabetismo democratico della politica italiana. L’obiettivo è minimizzare la figuraccia; la sostanza non conta. Chissenefrega se abbiamo regole inadeguate; se abbiamo forze di polizia insofferenti alle regole correnti nelle altre democrazie europee; se decine di persone, umiliate oltre ogni misura nel luglio 2001 alla Diaz e a Bolzaneto, sono costrette a rivolgersi a Strasburgo per tentare di spingere il vile parlamento del proprio paese ad assumersi le responsabilità che gli spettano. * Comitato Verità e Giustizia per Genova

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Tor­tura, dal Senato la legge del partito della polizia https://www.micciacorta.it/2015/07/tor%c2%adtura-dal-senato-la-legge-del-partito-della-polizia/ https://www.micciacorta.it/2015/07/tor%c2%adtura-dal-senato-la-legge-del-partito-della-polizia/#respond Fri, 10 Jul 2015 09:30:10 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=19985 Nel 2004 suscitò lo sde­gno di pro­fes­sori, asso­cia­zioni, gior­na­li­sti e com­men­ta­tori, sta­volta la norma pro tor­tura è stata a mala pena notata dai cro­ni­sti par­la­men­tari

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Un chiaro segno di declino della cul­tura demo­cra­tica è ben visi­bile nella diversa rea­zione susci­tata a distanza di poco tempo (11 anni) da una pro­po­sta più che inde­cente, ossia la defi­ni­zione nor­ma­tiva della tor­tura come esito di «vio­lenze o minacce rei­te­rate». Nel 2004 la locu­zione — pro­po­sta dalla Lega Nord come emen­da­mento — suscitò tanto scan­dalo da affos­sare l’approvazione della legge: i leghi­sti non solo rom­pe­vano l’asse bipar­ti­san che aveva con­dotto alla ste­sura di un testo comune, ma in pra­tica pro­po­ne­vano di legit­ti­mare la tor­tura, pur­ché com­piuta con azione unica, non ripetuta. Sta­volta sono stati i sena­tori di mag­gio­ranza Buemi e D’Ascola a pro­porre un emen­da­mento per sta­bi­lire che il cri­mine di tor­tura si con­fi­gura solo in caso di «rei­te­rate vio­lenze o minacce gravi» e la com­mis­sione Giu­sti­zia del Senato ha incre­di­bil­mente detto sì. Se nel 2004 il caso arrivò sulle prime pagine dei quo­ti­diani e suscitò lo sde­gno di pro­fes­sori, asso­cia­zioni, gior­na­li­sti e com­men­ta­tori, sta­volta la norma pro tor­tura è stata a mala pena notata dai cro­ni­sti par­la­men­tari degli altri quo­ti­diani. Assue­fa­zione? Ras­se­gna­zione? Il testo uscito dal Senato può essere defi­nito cer­ta­mente una legge sulla tor­tura, ma non una legge con­tro la tor­tura, e ha l’unica fun­zione di inviare un mes­sag­gio di vici­nanza e com­pli­cità al “par­tito della poli­zia”, che si è bat­tuto con­tro la legge e per il suo svuo­ta­mento dall’interno, con argo­menti pre­te­stuosi e in qual­che caso anche peri­co­losi (come l’assurda tesi che il divieto di tor­tura “leghe­rebbe le mani” agli agenti). Il testo appro­vato il 9 aprile alla Camera era già pes­simo e andava rifiu­tato; è stato invece con­si­de­rato una base di discus­sione per ulte­riori cor­re­zioni, ine­vi­ta­bil­mente al ribasso, visto lo stra­po­tere del “par­tito della poli­zia”, temuto dalla poli­tica e vez­zeg­giato dai mag­giori media. Si con­ferma anche sta­volta il disa­gio delle nostre forze dell’ordine rispetto agli stan­dard nor­ma­tivi inter­na­zio­nali, ma il par­la­mento, asse­con­dando posi­zioni così arre­trate, tra­di­sce il suo com­pito di indi­rizzo e con­trollo e acui­sce il discre­dito che grava sulle nostre isti­tu­zioni, col­pite appena tre mesi fa dal duris­simo giu­di­zio della Corte euro­pea per i diritti umani sul caso Diaz. Que­sto testo di legge dev’essere rifiu­tato con forza, per­ché è un’offesa ai cit­ta­dini che hanno subito gli abusi e vor­reb­bero sen­tirsi tute­lati invece d’essere prima igno­rati e poi sbef­feg­giati; per­ché è una norma para­dos­sale e anti­de­mo­cra­tica, che fini­sce per legit­ti­mare certe forme di tor­tura; per­ché allon­tana le forze dell’ordine dalla cul­tura demo­cra­tica; per­ché com­porta — di fatto — una seces­sione dell’Italia dalla Con­ven­zione euro­pea sui diritti fon­da­men­tali e dalla Corte di Stra­sburgo, che ne tutela l’applicazione. Meglio nes­suna legge che una legge così: il par­la­mento si assuma la respon­sa­bi­lità di rico­no­scere di non essere in grado di appro­vare una seria nor­ma­tiva sulla tor­tura. I sin­goli par­la­men­tari coscienti di que­sta situa­zione — e non sono pochi — escano dal silen­zio e rom­pano que­sto scel­le­rato patto con “il par­tito della poli­zia”; un patto che nuoce alle stesse forze dell’ordine, alla loro cre­di­bi­lità agli occhi dei cit­ta­dini e delle isti­tu­zioni internazionali. Ci sarà da lot­tare, da rico­struire una cul­tura dei diritti, ma non esi­stono scor­cia­toie, a meno di ras­se­gnarsi all’idea che l’Italia dev’essere un Paese a sta­tuto spe­ciale, sot­to­messo a un’imponderabile e poco demo­cra­tica “ragion di Stato”. *Comi­tato Verità e Giu­sti­zia per Genova

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Alle radici delle tor­ture italiane https://www.micciacorta.it/2015/04/alle-radici-delle-tor%c2%adture-italiane/ https://www.micciacorta.it/2015/04/alle-radici-delle-tor%c2%adture-italiane/#respond Wed, 29 Apr 2015 07:40:44 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=19486 Napoli, marzo 2001, costi­tui­sce la prova gene­rale dimenticata della «macel­le­ria mes­si­cana» e delle tor­ture poi avvenute al G8 di Genova

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Se Genova del luglio 2001, con il suo carico inde­le­bile di tor­ture, cica­trici nei corpi e ferite nella memo­ria, costi­tui­sce un indub­bio spar­tiac­que nella sto­ria recente ita­liana, Napoli, marzo 2001, costi­tui­sce la prova gene­rale della «macel­le­ria mes­si­cana». Nel primo caso il pre­mier era Sil­vio Ber­lu­sconi, nel secondo Giu­liano Amato. Governi di orien­ta­mento e com­po­si­zione dun­que dif­fe­renti, ma con un tratto uni­fi­cante: il capo della poli­zia in entrambe le occa­sioni era Gianni De Gen­naro; il quale pro­se­guirà la sua car­riera al ver­tice dei ser­vizi segreti, poi quale sot­to­se­gre­ta­rio di Stato per la sicu­rezza della Repub­blica e, attual­mente, come pre­si­dente di Finmeccanica. Di Genova 2001 si è tor­nato a par­lare, gra­zie alla Corte euro­pea per i diritti umani, sino a ripe­scare dal dimen­ti­ca­toio, tar­di­va­mente e svo­glia­ta­mente, la pro­po­sta di intro­du­zione del reato di tor­tura nel codice penale. Della sua prova gene­rale è, invece, andata persa ogni memo­ria. Eppure, anche lì, nella caserma Raniero, fu isti­tuita un’apposita «stanza delle tor­ture», men­tre i mani­fe­stanti, già feriti e per­cossi, furono addi­rit­tura pre­le­vati dagli ospe­dali e dal pronto soc­corso per essere con­dotti in quell’infame luogo, tanto che i poli­ziotti ven­nero impu­tati anche di seque­stro di persona. Inu­tile dire che alla fine nes­suno fu con­dan­nato e che il capo della poli­zia soli­da­rizzò con gli agenti accusati. La rimo­zione di que­gli avve­ni­menti è pro­ba­bil­mente faci­li­tata dalle ipo­cri­sie di certa sini­stra e dalle sue lun­ghis­sime code di paglia. Ma, soprat­tutto, can­cel­lare le tracce e il ricordo di tali misfatti serve a impe­dire inter­ro­ga­tivi sul filo, nero e sot­ter­ra­neo, che lega prima e seconda Repub­blica non­ché governi di oppo­ste mag­gio­ranze. Uno «Stato nello Stato» la cui fina­lità, natu­ral­mente, è il potere e la pro­pria con­ti­nuità; stru­menti e con­di­zioni per assi­cu­rarla sono l’incontrollabilità e, appunto, l’impunità. Uno dei volti e delle ricor­renze di que­sto potere è l’utilizzo della tor­tura: uno stru­mento che abbi­so­gna di omertà, per quanto riguarda la catena ope­ra­tiva, e di incon­di­zio­nata coper­tura per quanto riguarda l’aspetto poli­tico. È stato così a Genova, con il rifiuto di isti­tu­zione di una com­mis­sione di inchie­sta e con il vice­pre­si­dente del Con­si­glio Gian­franco Fini pre­sente nella sala ope­ra­tiva della Que­stura di Genova durante i fatti e con il mini­stro della Giu­sti­zia Roberto Castelli in visita a Bol­za­neto men­tre erano in corso le tor­ture. È suc­cesso lo stesso a Napoli, con mem­bri di governo e ver­tici della poli­zia A soli­da­riz­zare pub­bli­ca­mente con i poli­ziotti impu­tati. Era suc­cesso negli anni Ottanta del secolo scorso, quando solo i Radi­cali e rari gior­na­li­sti ebbero il corag­gio di denun­ciare le tor­ture allora accadute. I «Garage Olimpo» non erano solo in Argen­tina. Davanti al docu­men­tato dos­sier del par­tito Radi­cale il pre­si­dente del Con­si­glio allora in carica, Gio­vanni Spa­do­lini, definì i nume­rosi epi­sodi di tor­tura «pale­se­mente inve­ro­si­mili», arri­vando a ipo­tiz­zare che la denun­cia fosse una stra­te­gia messa in campo dalle orga­niz­za­zioni armate, come «ultima carta per accre­di­tare l’immagine di uno Stato tor­tu­ra­tore e sevi­zia­tore, ten­den­zial­mente autoritario». Era il 1982. Uno dei par­la­men­tari radi­cali, Marco Boato, con­cluse ama­ra­mente: «è la prima volta che la tor­tura viene denun­ciata come pra­tica siste­ma­tica, senza susci­tare, salvo raris­sime ecce­zioni, né pro­te­ste, né con­danne, né inchie­ste ammi­ni­stra­tive». Un’assenza di rea­zioni che è stata anche in seguito, e per­mane, una costante. Giac­ché va garan­tito che quell’armadio della ver­go­gna rimanga sigil­lato, a tute­lare impu­nità di Stato e con­ti­nuità di carriere.

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La tor­tura c’è. Ma non alla Diaz https://www.micciacorta.it/2015/04/la-tor%c2%adtura-ce-ma-non-alla-diaz/ https://www.micciacorta.it/2015/04/la-tor%c2%adtura-ce-ma-non-alla-diaz/#respond Fri, 10 Apr 2015 08:41:08 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=19208 Come richiesto dal governo, l’aula della Camera vota nella notte un testo pasticciato. Sel e il M5S: «Così, il reato non si potrebbe applicare ai fatti condannati dall’Europa»

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«Nes­suno deve avere paura dell’introduzione del reato di tor­tura, anzi deve avere paura che non ci sia». Mat­teo Renzi la fa facile: men­tre ricon­ferma la sua piena fidu­cia a De Gen­naro, sprona di nuovo il Par­la­mento a dare una rispo­sta ade­guata alla con­danna emessa mar­tedì scorso dalla Corte euro­pea dei diritti dell’uomo con­tro l’Italia per la mat­tanza com­messa dalle forze dell’ordine nella scuola Diaz durante il G8 di Genova. Lo stesso fa il Guar­da­si­gilli Andrea Orlando per «un voto il più ampio pos­si­bile per andare a Stra­sburgo e riven­di­care un risul­tato non del governo ma di tutto il Par­la­mento». Ma la Camera ieri ci ha messo forse troppa fretta nel discu­tere e votare, con i tempi con­tin­gen­tati, una ses­san­tina di emen­da­menti al ddl che intro­duce il reato di tor­tura, con l’intento di licen­ziare il testo e rispe­dirlo al più pre­sto pos­si­bile in Senato. E ci è riu­scita, con l’approvazione finale espressa nella notte.

«Dopo 27 anni dalla rati­fica del trat­tato Onu, abbiamo pastic­ciato fret­to­lo­sa­mente una legge già uscita male dal Senato», fa notare Daniele Farina di Sel. Il pro­blema sol­le­vato ieri in par­ti­co­lare è: «Ma i fatti della Diaz rien­tre­reb­bero o no nel reato come è peri­me­trato nel ddl?» I depu­tati di Sel ne ave­vano par­lato già durante una con­fe­renza stampa con­vo­cata in mat­ti­nata per chie­dere anche l’introduzione del codice iden­ti­fi­ca­tivo per gli agenti e l’istituzione di una vera com­mis­sione par­la­men­tare d’inchiesta che, con poteri di magi­stra­tura, affronti «in un grande discorso pub­blico» quella che Renzi ha defi­nito una «pagina nera nella sto­ria del nostro Paese».

Infatti, secondo il testo, per essere con­si­de­rata tor­tura, le vio­lenze e le minacce devono cagio­nare «acute sof­fe­renze fisi­che o psi­chi­che ad una per­sona pri­vata della libertà per­so­nale o affi­data alla sua custo­dia o auto­rità o pote­stà o cura o assi­stenza». Ma coloro che dor­mi­vano nella scuola Diaz, non essendo in stato di fermo, potreb­bero essere con­si­de­rati vit­time di tor­tura? «Nel caso in cui non venga dimo­strato che le vit­time siano state sot­to­po­ste a custo­dia dell’agente, il reato di tor­tura non sarà appli­ca­bile. Stiamo facendo una legge inu­tile se non peri­co­losa», ha sot­to­li­neato il gril­lino Vit­to­rio Fer­ra­resi pre­sen­tando un emen­da­mento — poi boc­ciato — che si pre­fig­geva di cor­reg­gere il tiro, come peral­tro sug­ge­rito da diversi giu­ri­sti. Per la demo­cra­tica Dona­tella Fer­ranti invece il caso rien­tre­rebbe nell’aggravante pre­vi­sta per i pub­blici uffi­ciali che com­met­tono il reato «con abuso di poteri o in vio­la­zione dei doveri ine­renti alla fun­zione o al servizio».

Ed è pro­prio in que­sto secondo comma dell’articolo 1 del ddl che un emen­da­mento, pro­po­sto da Alter­na­tiva libera e appro­vato con solo 22 voti con­trari, ha appor­tato la più impor­tante delle cor­re­zioni al testo licen­ziato oltre un mese fa dalla com­mis­sione Giu­sti­zia: l’innalzamento della reclu­sione mas­sima — che sale da 12 a 15 anni, men­tre quella minima rimane inva­riata a 5 anni — pre­vi­sta nell’aggravante per i pub­blici uffi­ciali. Fermo restando però che la fat­ti­spe­cie del reato rimane molto distante da quella adot­tata nelle con­ven­zioni inter­na­zio­nali e cal­deg­giata da Stra­sburgo, dove la tor­tura è per­se­guita in modo par­ti­co­lare e impre­scrit­ti­bile quando è com­messa spe­ci­fi­ca­ta­mente da un inca­ri­cato dallo Stato di pub­blico ser­vi­zio. Nell’ordinamento ita­liano invece, se nulla cam­bierà al Senato dove il testo dovrà tor­nare in seconda let­tura, la tor­tura sarà con­si­de­rata un reato gene­rico. E i tempi di pre­scri­zione equi­var­ranno al dop­pio della pena.

Sale, gra­zie ad un altro emen­da­mento del M5S, anche la reclu­sione per il pub­blico uffi­ciale che istiga alla tor­tura, indi­pen­den­te­mente se sia stata accolta o meno: da 1 a 6 anni e non più da sei mesi a 3 anni. Dimi­nuita, invece, la pena per chi tor­tura fino alla morte «quale con­se­guenza non voluta»: dai trent’anni di reclu­sione pre­vi­sti nel testo arri­vato in Aula si scende ad un mas­simo di 20 per­ché l’aggravante in que­sto caso pre­scrive un aumento di pene di 2/3.

Il cen­tro­de­stra e in par­ti­co­lare Lega e Fra­telli d’Italia hanno ten­tato in tutti i modi di annac­quare ulte­rior­mente il testo. Per Forza Ita­lia non può esserci tor­tura «senza lesione». Men­tre la Lega, che è «asso­lu­ta­mente con­tra­ria all’introduzione del reato», ha ripro­po­sto il vec­chio cavallo di troia di Lus­sana che vuole la tor­tura ine­si­stente se non c’è ripe­ti­ti­vità della vio­lenza, se le sof­fe­renze «oltre ad essere acute non sono anche gravi» e se il pati­mento sof­ferto è «solo psi­chico». Dai ban­chi della destra si è par­lato di puni­zioni «immo­ti­vate» e «van­da­li­che» per «un eccesso o un’intemperanza delle forze dell’ordine» che «non faranno altro che demo­ti­vare la nostra poli­zia».

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