M5S – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Sun, 28 Jul 2019 07:38:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Movimento NoTav, una marcia orgogliosa senza più sponde politiche https://www.micciacorta.it/2019/07/movimento-notav-una-marcia-orgogliosa-senza-piu-sponde-politiche/ https://www.micciacorta.it/2019/07/movimento-notav-una-marcia-orgogliosa-senza-piu-sponde-politiche/#respond Sun, 28 Jul 2019 07:38:52 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25580 Il corteo dal «Festival dell’alta felicità» di Venaus al cantiere contestato di Chiomonte. I grillini sono i grandi assenti. Rispetto al passato, quando in Val Susa arrivavano da tutta Italia, ieri non c’era nessun parlamentare

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Una nube di gas lacrimogeno ha posto fine alla manifestazione Notav nei boschi della val Clarea. Finale ampiamente previsto, che soddisfa i manifestanti, che volevano raggiungere il cantiere diventato nel corso degli anni sempre più grande e invasivo. DOPO UN’ORA DI ASSEDIO alla prima delle recinzioni esterne del cantiere di Chiomonte i gas invadono il fitto bosco perché sparati in ogni direzione al fine di disperdere la folla che si era avvicinata alle recinzioni: chi è sprovvisto di maschere anti gas, quasi tutti, subisce gli effetti dei fumi e indietreggia velocemente. Circa cinquemila manifestanti avevano in precedenza sfondato una barriera d’acciaio piantata in mezzo ad un sentiero largo un metro e mezzo, nel nulla: dopo un primo lancio di lacrimogeni i poliziotti posti a difesa della surreale cancellata nei boschi – distante un chilometro dal cantiere – abbandonano il terreno di scontro, lasciando campo libero ai carpentieri Notav, che a colpi di flessibile aprono un varco attraverso il quale passano i manifestanti. LA CANCELLATA VIENE successivamente smontata e privata del filo spinato. Giunti alla fortezza entro la quale è stato scavato il tunnel geognostico, i manifestanti si dividono in due parti e tentano un doppio assalto: vengono gettati sassi e tre petardi che provocano violenti boati che rimbombano nei boschi. Alle otto di sera il movimento Notav ripiega e torna verso Giaglione, e poi ancora a Venaus dove si sta svolgendo il Festival dell’Alta Felicità. Visibilmente soddisfatto per il livello di conflittualità espresso, che metteva d’accordo i duri dei centri sociali giunti in gran numero e la componente popolare che non avrebbe accettato una degenerazione. Termina all’imbrunire una giornata di lotta molto diversa da quelle campali del 2011 – anno della massima conflittualità – quando venne sgomberata la cosiddetta «repubblica della Maddalena»: ieri meno partecipanti, ma molto più giovani. IL CORTEO, QUINDICIMILA persone all’inizio della marcia, muove i primi passi verso le due del pomeriggio e dopo circa due ore di cammino nella morsa dell’afa, prima lungo la statale e poi nei sentieri che attraversano una valle coperta di castagni secolari, raggiungeva il suo obiettivo. Lunghe file di automobili creano, ferme in attesa del passaggio del corteo: una accanito servizio di «propaganda» parla a tutti coloro che subiscono l’attesa, spiegando i motivi della manifestazione. GIUNTI A GIAGLIONE la quasi totalità dei partecipanti che prendono le vie sterrate nel bosco sono giovani e giovanissimi, giunti in valle per partecipare al festival. Pochi minuti prima della partenza un nubifragio si scatena in val Susa, abbattendosi anche sul campeggio adiacente alla grande arena del Festival e per alcuni minuti si teme che il corteo non riuscirà a partire, data la violenza della tempesta d’acqua: ma dopo alcuni minuti di furore meteorologico il cielo si rasserena e il corteo parte ordinato. IL MONDO NOTAV cammina così per l’ennesima volta lungo percorsi disseminati di vigne che odorano di verde rame, con i versanti ancora coperti di antichi terrazzamenti abbandonati che raccontano un lontano passato contadino. Nel 2007 si decise, dopo i violentissimi scontri di Venaus del 2005, di posizionare il cantiere della galleria gegnostica in una valle laterale della val Susa, giudicata imprendibile a causa della dura opposizione popolare. LA «ZONA ROSSA» che circonda il cantiere negli anni si è espansa ed è stata punteggiata da cancelli e sbarramenti, uno dei quali ieri è stato abbattuto e poi superato dai manifestanti. In mattinata i capi del movimento Notav avevano invitato a non lanciare sassi o altro contro le forze dell’ordine: richiesta che da alcuni viene disattesa, come era del resto prevedibile. Il lungo serpentone voleva raggiungere il cantiere e qui inscenare quella che viene chiamata «battitura», ovvero colpire ripetutamente e per minuti i cancelli con dei sassi. Rituale che veniva attuato negli anni passati e che viene ripetuto con successo. IL GRANDE ENIGMA sulla presenza di rappresentanti del mondo cinque stelle non riscuote particolare successo tra i manifestanti, disinteressati alle capriole del partito di Beppe Grillo. Parlamentari grillini non vengono avvistati, mentre si presenta una solitaria consigliera comunale di Torino, Viviana Ferrero. La quale non si avventura verso i boschi della val Clarea e il cantiere, rimane presso l’arena del Festival. Negli anni passati la presenza del M5s fu massiccia, con deputati a profusione in arrivo da tutta Italia. LA DECISIONE DEL GOVERNO gialloverde, e in particolare della sua componente cinque stelle, ha quindi portato energia a un movimento che non esprime una forza così da lungo tempo, diviso proprio dalle sensibilità politiche. Nilo Durbiano, ex sindaco di Venaus, commenta: «Il movimento Notav aveva promesso che avrebbe raggiunto il cantiere e lo ha fatto: ma il punto non è questo. Il punto è che siamo di fronte a un mondo a cui è stato detto, numeri alla mano, che ha ragione ma deve subire un’ingiustizia. Nel governo si sono piegati a delle logiche di potere, e questo genera situazioni come quella di oggi». È ORMAI SERA. I manifestanti, terminata la lunga marcia, tornano al campeggio dove assistono ad un concerto e alla festa finale del «Festival dell’Alta Felicità». * Fonte: Marco Boccitto, IL MANIFESTO   Foto: notav.info

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A Torino la polizia contro i ciclisti della critical mass https://www.micciacorta.it/2019/03/a-torino-la-polizia-contro-i-ciclisti-della-critical-mass/ https://www.micciacorta.it/2019/03/a-torino-la-polizia-contro-i-ciclisti-della-critical-mass/#respond Sat, 23 Mar 2019 11:04:25 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25296  La polizia usa metodi pesanti, denunciati quattro ciclisti. La giunta 5Stelle sta con le due ruote

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TORINO. La tensione successiva allo sgombero dell’Asilo Occupato, centro sociale anarchico del quartiere Aurora a Torino, non è ancora calata dopo oltre un mese. Il riverbero di quella «liberazione» ha raggiunto due sere fa un massiccio gruppo di ciclisti che stava partecipando alla Critical Mass, pacifica ciclo occupazione delle strade cittadine, evento ormai semi istituzione che vuole sensibilizzare sulla mobilità sostenibile attraverso l’uso delle due ruote. Circa duecento ciclo cittadini hanno raggiunto un ampio slargo che congiunge due importati arterie del centro città, e qui hanno iniziato a girare in tondo per alcuni minuti. La manifestazione, annunciata da settimane, nel corso degli anni ha stemperato gli eccessi originari, ma non ha perduto la sua vena provocatoria. L’altra sera qualcosa è andato storto perché i ciclisti sono stati raggiunti da un reparto della polizia che in assetto anti sommossa ha liberato l’incrocio con metodi ruvidi. Alcuni manifestanti si sono sdraiati per terra e sono stati spostati con la forza, il tutto tra urla e spintoni: il parapiglia è durato qualche minuto ed ha bloccato il traffico. La questura di Torino sostiene che la maggior parte dei manifestanti fossero appartenenti ai centri sociali torinesi, accorsi, par di capire, per fomentare le tensioni in città e preparare il terreno per la manifestazione anarchica prevista per il 30 marzo, in occasione della «Biennale della democrazia» che si svolgerà nel quartiere Aurora, a poca distanza dall’Asilo sgomberato. Ma, solitamente, queste manifestazioni sono partecipate in larghissima misura da cittadini comuni, e gli stessi ciclisti presenti l’altra sera testimoniavano di una «critical mass totalmente pacifica come da tradizione». Quattro persone sono state denunciate, uno farebbe parte dell’Asilo, per resistenza a pubblico ufficiale. Gli insoliti scontri tra ciclisti e polizia intersecano le vicende di una Torino dove la giunta pentastellata ha aperto fronti su fronti, dagli anarchici ai commercianti, passando per gli automobilisti bloccati, i fruitori della movida notturna, gli industriali che vogliono il Tav. Ciclisti urbani e M5S si trovano dalla stessa parte della barricata, in questi giorni, relativamente alla battaglia sulla nuova «Zona a traffico limitato» in centro città, che sta provocando la dura contestazione dei commerciati che minacciano serrate. Le immagini dello sgombero dei ciclisti e delle loro bici hanno provocato la reazione del gruppo consigliare del M5s in Comune, che ha definito la gestione dell’ordine pubblico da parte della Questura «sconcertante». Non è la prima volta che l’M5S di Torino critica aspramente le operazioni di ordine pubblico in città. La capogruppo in Comune, Valentina Sganga, ieri precisava: «Nessun attacco alle Forze dell’ordine. La città sta affrontando molti nodi ignorati da decenni, collaboriamo tutti affinché la tensione che questo genera cali: ragioniamo insieme, non usiamo i muscoli». * Fonte: IL MANIFESTO

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Il «reddito di sudditanza» e il movimento possibile https://www.micciacorta.it/2018/10/il-reddito-di-sudditanza-e-il-movimento-possibile/ https://www.micciacorta.it/2018/10/il-reddito-di-sudditanza-e-il-movimento-possibile/#respond Sat, 13 Oct 2018 17:00:37 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24880 M5S/Lega. Forse solo un movimento antiautoritario consapevole della posta oggi in gioco potrebbe costituire un anticorpo contro queste politiche

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Le migliaia di giovani che si sono spontaneamente radunati nelle università e nelle piazze di molte città d’Italia per assistere al film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi, costituiscono più che un indizio delle dimensioni che il rifiuto dell’arbitrio e della violenza di stato potrebbe raggiungere Che il «reddito di cittadinanza» pensato dai Cinque Stelle si trovasse agli antipodi da ogni ragionamento che, prendendo atto delle trasformazioni produttive, dell’intermittenza e della contrazione del lavoro intendeva fronteggiarne razionalmente le conseguenze sociali, era evidente fin da subito. Ma che alla fine si rivelasse un puro e semplice strumento di assoggettamento disciplinare, un vero e proprio «reddito di sudditanza», non era del tutto scontato. Senza risparmiarci neanche la puntigliosa e paradossale messa a punto delle sanzioni da applicare a chi infrangesse le regole di un sistema ancora ampiamente indefinito. Lo Stato insomma si arroga il diritto di dettare regole di vita e di comportamento in modo del tutto arbitrario, seguendo una antica tradizione che impone ai poveri umiltà, obbedienza e riconoscenza. SU QUATTRO conseguenze inquietanti converrà, tuttavia, porre ulteriore attenzione. La prima è che una volta introdotto il principio che una prestazione sociale debba essere subordinata alla patente di moralità rilasciata dalla burocrazia, allora, per fare l’esempio più diretto, anche il servizio sanitario potrebbe essere negato a chi giudicato colpevole di una vita sregolata. E così una borsa di studio (magari lo studente ci compra anche il tabacco) o una qualunque altra sovvenzione. La seconda è l’ulteriore legittimazione del lavoro gratuito che già ha raggiunto nel nostro paese (spesso in sostituzione di quello retribuito) una indecente estensione. È noto fin dai tempi degli Ateliers nationaux, passando per i «lavori socialmente utili», quanto le corvées imposte dal potere costituito siano state improduttive, costose e umilianti. Lo scopo a cui mirano non è infatti generare ricchezza o competenza, ma impedire che si scelga la propria attività liberamente e su base volontaria. LA TERZA è una superfetazione degli apparati di controllo, ben più onerosi delle infrazioni che sono incaricati di perseguire. Una caricatura scalcinata della Stasi alle prese con Le vite degli altri interpretata dalla Guardia di finanza a caccia di consumatori «immorali». La quarta è l’annuncio per cui, una volta trovato un lavoro, il beneficiario del sussidio di povertà chiamato «di cittadinanza» dovrà cederlo all’impresa che l’ha assunto. Non è un «reddito», ma un incentivo ai padroni. Di questa impostazione poliziesca del «rinnovamento» il reddito di sudditanza è solo un tassello. Proviamo allora ad affiancargli altre scelte politiche che muovono nella stessa direzione. Aver affidato a un fondamentalista cattolico come Fontana il ministero della famiglia è certamente un passo verso l’imposizione dall’alto di una regola morale. Stesso segno la proposta di reintrodurre il voto di condotta nelle scuole elementari o la leva obbligatoria per abituare i giovani alla disciplina. Lo stato si fa custode e promotore della virtù e fustigatore del vizio come l’omonimo corpo di polizia iraniano. Ed è non a caso per le forze dell’ordine, non per la sanità, l’istruzione, la protezione civile o i beni culturali, che il governo annuncia diecimila assunzioni. Con coerenza la politica del «rinnovamento» muove verso una trasformazione autoritaria dello stato. Per chi non lo avesse capito la macchina della repressione si è già messa in moto. A partire dalla persecuzione di quanti agiscono per la protezione dei migranti. FORSE SOLO un movimento antiautoritario consapevole della posta oggi in gioco potrebbe costituire un anticorpo contro queste politiche. Le migliaia di giovani che si sono spontaneamente radunati nelle università e nelle piazze di molte città d’Italia per assistere al film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi, costituiscono più che un indizio delle dimensioni che il rifiuto dell’arbitrio e della violenza di stato potrebbe raggiungere. Il rifiuto di un potere che anche contro ogni evidenza esige di far prevalere sempre e comunque la propria ragione e l’impunità dei suoi «servitori». Da qui converrebbe cominciare, da dove i partiti, tutti i partiti, non possono mettere mano perché in un modo o nell’altro compromessi con i tratti autoritari che abbiamo cercato di mettere in luce. Perché tutti ideologicamente avvinghiati al proprio modello di virtù. Gli uni preoccupati delle implicazioni «borghesi» della libertà, gli altri di quelle «anarchiche». ALL’ANTIAUTORITARISMO si è spesso imputato di trascurare i diritti collettivi a favore delle libertà individuali. Si tratta di una calunnia bipartisan: la contestazione dell’autorità e del suo impianto disciplinare ha sempre investito meglio e prima di partiti e sindacati le gerarchie del lavoro, gli strumenti di ricatto, la riconversione aziendalistica di ogni dimensione sociale, l’imperativo della competitività. * Fonte: Marco Bascetta, IL MANIFESTO

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Crepe tra il movimento No Tav e i 5 Stelle. Perino: «Non hanno fatto niente» https://www.micciacorta.it/2018/08/crepe-tra-il-movimento-no-tav-e-i-5-stelle-perino-non-hanno-fatto-niente/ https://www.micciacorta.it/2018/08/crepe-tra-il-movimento-no-tav-e-i-5-stelle-perino-non-hanno-fatto-niente/#respond Tue, 14 Aug 2018 07:34:44 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24759 Val di Susa . La lettera, riservata ai comitati, del leader storico del movimento incrina il rapporto: «In che mani ci siamo messi!»

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Crepe nella roccaforte M5s. Una mail – non pubblica e rivolta internamente ai comitati No Tav – scritta da Alberto Perino testimonia le frizioni tra pentastellati e oppositori storici alla Torino-Lione in Val di Susa. Qualcuno parla di «rottura». Lui, successivamente, precisa: «Non ho preso le distanze dai Cinque stelle. Mi sono limitato a constatare che avrebbero potuto fare molte cose per mettere in difficoltà il sistema Tav e non l’hanno fatto». Nella lettera, scritta dopo la pubblicazione della delibera del Cipe in Gazzetta Ufficiale con la quale si dà il via libera all’ultima versione del progetto, Perino, internamente ai comitati, sottolineava: «Sì Tav e Telt fanno i fatti, vanno avanti e lanciano gli appalti. I Cinque stelle continuano a fare sterili proclami, invece di fare atti amministrativi. E pensare che di cartucce da sparare ne avrebbero tantissime per bloccare gli ingranaggi della grande opera. I nostri tecnici gliene hanno suggerite da mesi». Per concludere: «È proprio il non voler disturbare il manovratore (Telt&Lega di Salvini) che fa sì che queste cose non vengano fatte da chi è stato mandato a Roma per bloccare il Tav. In che mani ci siamo messi! Ancora una volta dobbiamo constatare che non ci sono governi amici». Una mail che secondo il leader No Tav doveva, però, restare privata ed è stata «distorta, spero in buona fede, dai media a loro interesse». Ezio Locatelli, segretario torinese del Prc, sostiene sia «la fine di un idillio». «Una rottura che avrà ricadute non di poco conto, non solo in Valsusa, ma più in generale nel rapporto con le istanze di lotta e di movimento sparse a livello nazionale». Locatelli aggiunge: «L’opera per i governi di ieri e di oggi va avanti. L’unica differenza è che i Cinque stelle continuano a sparare ma lo fanno a salve. Questa volta le critiche non provengono solo da Rifondazione o dalle variegate anime del movimento No Tav. Il dato di novità è il frontale mosso da chi fino a ieri era un accanito sostenitore di Grillo». Domenica, il ministro dei Trasporti Danilo Tonielli, aveva rilanciato l’importanza di una seria analisi costi-benefici. «Nei giorni scorsi, il Cipe ha dato il via libera a una serie di modifiche alla cosiddetta “delibera 30” sul Tav Torino-Lione. Il testo è di fine aprile ed è stato messo a punto dal governo precedente, nonostante la batosta elettorale appena presa che lo obbligava ad agire solo per gli affari correnti, cioè per quasi nulla. Invece, si è comportato come una sanguisuga sulla carne viva del popolo italiano. Ma state tranquilli, non è nulla che possa influire in modo decisivo sulla analisi costi-benefici che finalmente stiamo conducendo in maniera seria e obiettiva». La questione Tav è sensibile nonché complicata per il M5s, in Val di Susa ancor più che a Roma. Il movimento, dopo l’ultima riuscita marcia, aveva sottolineato: «Non deleghiamo a nessuno la nostra lotta, che si tratti di governi o di politici di passaggio, poiché noi c’eravamo 25 anni fa, ci siamo oggi e ci saremo sempre. Per noi contano soli i fatti e oggi quello che vogliamo è lo stop immediato dei lavori». * Fonte: Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

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Via dedicata a Giorgio Almirante, l’ignoranza della storia genera mostri https://www.micciacorta.it/2018/06/via-dedicata-a-giorgio-almirante-lignoranza-della-storia-genera-mostri/ https://www.micciacorta.it/2018/06/via-dedicata-a-giorgio-almirante-lignoranza-della-storia-genera-mostri/#respond Sat, 16 Jun 2018 09:02:09 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24602 Campidoglio. Gli eletti 5Stelle di Roma votano una mozione di Fratelli d'Italia. Possibile che nessuno di loro abbia un vago sentore di chi sia stato Giorgio Almirante?

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Le lezioni dell’ultima vaudeville pentastellata si possono ridurre ad una: l’ignoranza della storia genera mostri. E alla voce “ignoranza” attribuisco due diversi significati. Uno «debole», elementare: non avere conoscenza del passato. Una ignoranza basica rispetto ai fatti del passato, remoto o prossimo remoto o prossimo. E un significato “forte”, ossia sapere ma non tenerne conto. In altri termini la storia, per essere “maestra”, pretende non soltanto di essere conosciuta, ma si aspetta che noi si impari da lei, ovvero pretende che tutto quanto precede il nostro presente venga conosciuto e tenuto in conto da chi non soltanto aspiri a vivere il proprio tempo, ma ambisca a interagire con esso, ad operare per migliorarlo, magari, o addirittura per rovesciare le sue coordinate se appaiano inique. E questo dovrebbe essere non un’opzione, bensì un preciso dovere di quanti scelgano la strada della politica, ossia decidano di mettersi al servizio della collettività, come recitano i manifesti di tutti i candidati ad ogni tornata elettorale. In questo lunghissimo crepuscolo italiano, il Movimento 5 Stelle, tra la falsa democrazia della Rete, il ducismo del fondatore, le ambizioni dei tanti homines novi che si affacciano alle stanze e stanzine dei bottoni, continua, imperterrito, anche nella sua variabile geografia interna, a dare la prova della ignoranza dei suoi dirigenti, che altro non sono che lo specchio della massa dei militanti. Ignoranza della storia nei due significati che ho indicato prima. Possibile che nessuno tra coloro che occupano i seggi in Campidoglio, con la casacca M5S, abbia un vago sentore di chi sia stato Giorgio Almirante? Possibile che la quasi unanimità abbia votato senza batter ciglio una mozione dei neofascisti di Fratelli d’Italia (e lasciatemi chiamare le cose col loro nome, altro che “postfascisti”: questi sono veri fascisti, sia pure “del terzo millennio”, quindi la dizione corretta è “neofascisti”) per l’intitolazione al sullodato Almirante di una strada della Capitale? Dobbiamo ogni volta fare un ripassino di storia? Oppure sanno che costui è stato un fucilatore di partigiani, segretario di redazione dell’infamissimo foglio La difesa della razza? È più probabile che molti, forse non tutti, sappiano, ma che abbiano votato in nome del secondo tipo di ignoranza, ossia ritenendo che il passato è passato, e che un po’ di pacificazione, con una targa stradale, possa servire alla collettività, ovvero hanno opinato, come tante volte abbiamo sentito dire dagli ideologi del Movimento, a partire da Gianroberto Casaleggio, che la distinzione destra/sinistra appartiene al passato (anche Matteo Renzi, peraltro, la pensa così salvo riscoprire l’antifascismo e l’egualitarismo, sia pure “temperato”, quando si è trovato messo all’angolo). In questa scelta, non escludo vi siano anche ragioni di oscura opportunità politica, magari per avere un bonus da parte della destra in relazione alla recentissima inchiesta della magistratura che ha messo nei guai qualche pezzo grosso del movimento. Che poi la sindaca Raggi scopra in un programma tv, in diretta, che il consiglio comunale romano ha votato la mozione della destra, e dichiari al furbo conduttore (l’immarcescibile Bruno Vespa) che lei non ha nulla da obiettare, perché «il Consiglio è sovrano»), salvo poi, poche ore più tardi, uscirsene con una intemerata di antifascismo duro e puro, e che il suo gruppo consiliare cambi radicalmente linea, presentando una mozione in cui si dichiara che mai Roma dedicherà una via a chi si è macchiato di crimini eccetera, appartiene al genere commedia degli equivoci, dove però il finale, quale che sia, non fa ridere nessuno. Mentre suscita una gran pena. FONTE: Angelo d'Orsi, IL MANIFESTO photo: Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=2462943

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Popoli e governi. Finiamola con le geremiadi, il paese è altrove https://www.micciacorta.it/2018/05/popoli-e-governi-finiamola-con-le-geremiadi-il-paese-e-altrove/ https://www.micciacorta.it/2018/05/popoli-e-governi-finiamola-con-le-geremiadi-il-paese-e-altrove/#respond Wed, 23 May 2018 08:27:58 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24514 M5S-Lega. Sono andati in pezzi i modi in cui si sono formate tutte le nostre categorie politiche, le identità, dalla destra alla sinistra

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Da oggi, come si suol dire, «le chiacchiere stanno a zero». Nel senso che le nostre parole (da sole) non ci basteranno più. D’ora in poi dovremo metterci in gioco più direttamente, più “di persona”: imparare a fare le guide alpine al Monginevro, i passeur sui sentieri di Biamonti nell’entroterra di Ventimiglia, ad accogliere e rifocillare persone in fuga da paura e fame, a presidiare campi rom minacciati dalle ruspe. Perché saranno loro, soprattutto loro – non gli ultimi, quelli che stanno sotto gli ultimi – le prime e vere vittime di questo governo che (forse) nasce. Dovremmo anche piantarla con le geremiadi su quanto siano sporchi brutti e cattivi i nuovi padroni che battono a palazzo. Quanto “di destra”. O “sovranisti”. Forse fascisti. O all’opposto “neo-liberisti”. Troppo anti-europeisti. O viceversa troppo poco, o solo fintamente. Intanto perché nessuno di noi (noi delle vecchie sinistre), è legittimato a lanciare fatwe, nel senso che nessuno è innocente rispetto a questo esito che viene alla fine di una lunga catena di errori, incapacità di capire, pigrizie, furbizie, abbandoni che l’hanno preparato. E poi perché parleremmo solo a noi stessi (e forse non ci convinceremmo nemmeno tanto). Il resto del Paese guarda e vede in altro modo. Sta già altrove rispetto a noi. Forse resta dubbioso sulla realizzabilità dei programmi, forse indugia incerto per horror vacui, ma non si sogna neppure di usare le vecchie etichette politiche del Novecento per qualificare un evento fin troppo nuovo e nel suo contenuto sociale inedito, come inedita è la struttura della società in cui è maturata la svolta. IL FATTO è che questo governo è la diretta espressione del voto del 4 di marzo. E che quel voto ha costituito e rivelato non un semplice riaggiustamento negli equilibri politici, ma un terremoto di enorme magnitudine, una vera apocalisse culturale, politica e sociale. Piaccia o non piaccia (a me personalmente non piace) ma questa coalizione giallo-verde esprime – per quanto sia esprimibile – il messaggio emerso più che maggioritariamente dalle urne. Traduce in termini istituzionali l’urlo un po’ roco che veniva dalle due metà dell’Italia, e che diceva, con toni e sotto colori diversi, che come prima non si voleva e non si poteva più continuare. Che non se ne poteva più. E che quegli equilibri andavano rotti. FORSE SOLO l’asse tra Cinque stelle e un Pd de-renzizzato avrebbe potuto corrispondere a quegli umori (e malumori), ma la presenza ingombrante del cadavere politico di Matteo Renzi in campo dem l’ha reso impossibile. Non certo un governissimo con tutti dentro, avrebbe potuto farlo. O un governo del Presidente. Che avrebbero finito per generare una gigantesca bolla di frustrazione e rancore da volontà tradita, velenosa per la democrazia quant’altra mai. Cosicché non restava che questo ibrido a intercettare i sussurri e le grida di una composizione sociale esplosa, spaesata e spaventata come chi abiti un paesaggio post-catastrofico, geneticamente modificato da una qualche mutazione di stato. ED È QUESTO il secondo punto su cui riflettere. Questo nostro trovarci a valle di una «apocalisse» come l’ho chiamata, pensando all’accezione in cui Ernesto De Martino usava l’espressione «apocalisse culturale». Cioè una «fine del mondo» (questo era il titolo del suo libro). Anzi, la fine di un mondo. Che è appunto la nostra condizione. Perché un mondo è davvero finito. È andato in pezzi: il mondo nel quale si sono formate pressoché tutte le nostre categorie politiche, e si sono strutturate tutte le nostre pregresse identità, dalla destra alla sinistra, e si sono formalizzati i nostri linguaggi e concetti e progetti. Nessuna di quelle parole oggi acchiappa più il reale. Nessuno di quei modelli organizzativi riesce a condensare un qualche collettivo. Nessuna di quelle identità sopravvive alla prova della dissoluzione del “Noi” che parte dal default del lavoro e arriva a quello della democrazia. CONTINUIAMO testardamente a cercar di cacciare dentro il cavo vuoto dei nostri vecchi concetti i pezzi di una realtà che non vuol prenderne la forma e si ribella decostruendosi prima ancor di uscire di bocca. Continuiamo a sognare la bella unità tra diritti sociali e diritti umani universali che il movimento operaio novecentesco aveva miracolosamente realizzato, e non ci accorgiamo che non sono più “in asse”. Che oggi i primi sono giocati contro i secondi, da questo stesso governo che a politiche feroci sul versante della sicurezza – alla negazione dei diritti umani – associa un’attenzione alle politiche sociali (per lo meno per quanto riguarda il loro riconoscimento nel programma) sconosciuta ai precedenti. LIQUIDIAMO come «il più a destra, in tutta la storia della Repubblica» questo governo (non è che il governo Tambroni nel 1960 o quelli Berlusconi-Fini della lunga transizione scherzassero…), senza riflettere sul fatto che i due partiti che lo compongono hanno in pancia una bella percentuale di elettorato “di sinistra” (un buon 50% i cinque stelle, un 30% o giù di lì la Lega). Mentre pressoché tutta la stampa “di destra” (da Vittorio Feltri a quelli del Foglio e del Giornale), i quotidiani mainstream, gli opinion leaders “di regime” (pensiamo a Bruno Vespa), le agenzie di rating, i Commissari europei, ostenta pollice verso. Qualcosa evidentemente si è rotto nei meccanismi della nostra produzione di senso. D’ALTRA PARTE nemmeno il popolo è più quello di una volta: il popolo dei populismi classici, unità morale portatrice di virtù collettive, unito a coorte e pronto alla morte. È al contrario una disseminazione irrelata di individualità. L’ha mostrato perfettamente la ricerca su «Chi è il popolo» realizzata da un gruppo di giovani ricercatori nelle nostre periferie e presentata sabato scorso a Firenze: il tratto comune a tutte le interviste era l’assenza di denominatori comuni. La perdita del senso condiviso della condizione e dell’azione. La scomparsa dall’orizzonte esistenziale del conflitto collettivo, in un quadro in cui l’unica potenza sociale riconosciuta, l’unico titolare del comando, è il denaro, inattingibile nella sua astrattezza e quindi incontrastabile. SE UN NOME vogliamo dargli, è “moltitudine”, non tanto nel senso post-operaista del termine, come nuova soggettività antagonistica, ma in senso post-moderno e post-industriale: l’antica «classe» senza più forma né coscienza. Decostruzione di tutte le aggregazioni precedenti. In qualche misura «gente»… Cosicché anche i populismi che si aggirano, nuovi spettri, per il mondo sono populismi anomali: populismi senza popolo. Per questo è bene rimetterci in gioco «in basso». Nella materialità della vita comune. Corpi tra corpi. A imparare il nuovo linguaggio di un’esperienza postuma. Lasciando da parte, almeno per il momento, ogni velleità di rappresentanza che non riuscirebbe a essere neppure rappresentazione. FONTE: Marco Revelli, IL MANIFESTO

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NoTAP. Il cantiere per il gasdotto bloccato in Puglia: «Lavori su area vincolata» https://www.micciacorta.it/2018/04/cantiere-gasdotto-tap-bloccato-puglia-lavori-area-vincolata/ https://www.micciacorta.it/2018/04/cantiere-gasdotto-tap-bloccato-puglia-lavori-area-vincolata/#respond Sat, 28 Apr 2018 08:06:13 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24432 Sequestro della magistratura dopo un esposto di tre parlamentari M5s. Montata una recinzione con rete metallica e filo spinato sulla base di una variante in corso d’opera rilasciata dal MiSe il 14 marzo in una zona dove verranno espiantati gli ulivi

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Nuovi intoppi per la realizzazione del gasdotto Tap in Salento. La Procura di Lecce ha infatti messo sotto sequestro probatorio una parte delle aree dove sono in corso i lavori per la realizzazione del gasdotto: si tratta in particolare del cantiere dove è in corso l’espianto di alcuni ulivi, mentre in quello relativo al pozzo di spinta i lavori procedono regolarmente. La Procura di Lecce ha infatti circoscritto il sequestro alla sola area del cantiere Tap (chiamata «cluster 5») dove sono stati espiantati nei giorni scorsi 448 ulivi messi a dimora sotto tendoni realizzati in un’area a margine dei lavori e dove erano in procinto di iniziare i lavori di costruzione del microtunnel del gasdotto che collegherà il Mar Caspio all’Italia, con approdo in Salento, a Melendugno sulla spiaggia di San Foca. È stata quindi esclusa dal sequestro tutta una vasta area che non è al momento interessata dai lavori, pari a circa 56 ettari. I sigilli rimarranno quindi soltanto sull’area di interesse investigativo (circa 4 ettari) sulla quale sono in corso verifiche su presunti reati ambientali e su violazioni delle prescrizioni della Valutazione di impatto ambientale (Via). Il sequestro effettuato ieri è stato eseguito dai carabinieri del Noe e dai Forestali che hanno svolto accertamenti sulla base di esposto presentato nei giorni scorsi da alcuni parlamentari del Movimento 5 Stelle. Danneggiamento, distruzione delle bellezze naturali e violazione delle prescrizioni contenute nella Valutazione di impatto ambientale (Via): sono questi i reati alla base del provvedimento di sequestro, con il quale la magistratura vuole verificare quanto denunciato da tre parlamentari del M5S, che nei giorni scorsi hanno depositato un esposto. Uno degli aspetti di su cui sono in corso le indagini, se non il più importante, è l’ipotesi che l’area oggetto dei nuovi lavori sia in realtà sottoposta a vincolo perché zona di «notevole interesse pubblico» e, quindi, se così fosse, sarebbe sottoposta a vincolo assoluto di indisponibilità. L’indagine è coordinata dal procuratore Leonardo Leone de Castris e del pm Valeria Farina Valaori unica indagata al momento Clara Risso, rappresentante legale di Tap. Allo studio dei magistrati ci sarebbe una presunta violazione delle autorizzazioni in relazione all’espianto (già terminato) dei 448 ulivi avvenuto in un periodo diverso da quello autorizzato (tra dicembre e febbraio); inoltre vi è il dubbio che nella zona dell’espianto, quale attività propedeutica ai lavori, sia stata montata una recinzione con rete metallica e filo spinato sulla base di una variante in corso d’opera rilasciata dal MiSe il 14 marzo scorso e che questa autorizzazione sia stata rilasciata sul presupposto che la nuova recinzione non interessasse aree soggette a vincolo paesaggistico. Invece – ed è quello che i magistrati vogliono verificare – l’area sarebbe sottoposta a vincolo assoluto e, quindi, sarebbe stata probabilmente necessaria un’autorizzazione paesaggistica ad hoc per intervenire. I lavori in corso, avviati pochi giorni fa, avrebbero dovuto concludersi il 30 aprile prossimo. L’area recintata da Tap è lunga circa un chilometro e ricade nell’azienda agricola «Le Paisane». Il cantiere fa parte di un più ampio tracciato (8,2 chilometri di lunghezza con una fascia di circa 30 metri di larghezza a cavallo del futuro tubo) che dal cantiere di San Basilio, dove l’espianto degli ulivi è terminato lo scorso anno e dove sorgerà il microtunnel del gasdotto, porta infine alla Masseria del Capitano, dove sarà costruito il terminale di ricezione dell’impianto. In quest’area, dove è prevista la costruzione della pipeline, dovranno poi essere successivamente estirpati e messi a dimora (in aree protette) oltre 1.800 ulivi. Il così detto «cluster 5» si trova ad un paio di chilometri dal cantiere del microtunnel di San Basilio e a circa sei chilometri da Masseria del Capitano. La multinazionale Tap, in una nota ufficiale si è detta convinta «di aver operato nel pieno rispetto delle disposizioni legislative in materia e delle autorizzazioni ricevute», ribadendo «l’assoluta fiducia nella magistratura». Bordate, invece, dal M5S ad Emiliano: «Lui dorme, noi vigiliamo». FONTE: Gianmario Leone, IL MANIFESTO

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Rossana Rossanda: Elezioni e populismi, il caso italiano https://www.micciacorta.it/2018/04/24320/ https://www.micciacorta.it/2018/04/24320/#respond Thu, 05 Apr 2018 10:09:28 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24320 L'intervista. «Il dramma del risultato elettorale di marzo non è tanto nella separazione non nuova tra nord e sud. La cosa più grave è che l’Italia non è mai stata così totalmente a destra»

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«A dir la verità, gli interrogativi e le domande che proponi meriterebbero un libro. Del resto la mia idea del manifesto era già negli anni ‘80 del secolo scorso che dovesse essere un laboratorio nel quale coinvolgere alcune persone appunto attorno ai temi principali». Così inizia la nostra intervista a Rossana Rossanda. Il risultato elettorale vede l’affermazione di due forze politiche «antisistema», il M5 Stelle «populista giustizialista» a Sud e nella coalizione di destra, la Lega, populista-razzista a Nord. Che rischio vedi? Non credo che il maggior disastro sia la separazione fra l’Italia del nord e quella del sud, per altro non nuova. La cosa più grave è che l’Italia non è mai stata cosi totalmente a destra come dopo questa elezione. In particolare, c’è stata una vera e propria distruzione di una delle sinistre europee più importanti. Nel 1989, Achille Occhetto ha praticamente accettato la proposta di Craxi sulla totale colpevolizzazione del partito comunista italiano, la cui identità si poteva invece seriamente difendere, anche grazie a una specificità che non si è mai smentita, e che rendeva difficile il suo rapporto con gli altri partiti comunisti, come quello francese. Non giova certo adesso l’insistenza sul tema «non rimane che un mucchio di macerie», sul quale anche il manifesto è stato assai indulgente. È mancata una lettura della «società rancorosa», come diceva l’ultimo rapporto Censis? E’ la conseguenza di una visione dell’Europa subalterna alla logica monetaria e con il vincolo di bilancio finito in Costituzione? Mantengo la tesi che proprio gli stessi dirigenti del partito comunista hanno mandato alle ortiche la tematica teorica e politica, sulla base della quale si sarebbe potuto fare, e si potrebbe ancora fare, una analisi effettiva dei processi che hanno investito l’Italia da ormai quasi un secolo. Il risentimento espresso dal voto, come osserva già il Censis, si basa in parte anche su questa incapacità di analisi.
Dove ci sono sfruttamento e sofferenza dovrebbe esserci «rivolta» oppure costruzione di un’alternativa. Non ne vedo tracce consistenti in Italia -Rossana Rossanda
Come pensi si possa rimettere al centro la lotta per e sul lavoro, di fronte a una così diffusa frantumazione del lavoro stesso (figure professionali difformi, geograficamente sparpagliate ma anche culturalmente e produttivamente isolate); con l’estensione del precariato ad ogni livello? Il proletariato così come l’abbiamo conosciuto non esiste più, eppure la sua diffusione nel mondo non è mai stata così grande. Come leggere questa disparità tra espansione numerica e azzeramento nella consapevolezza politica? Non penso che una lotta per difesa del lavoro sia messa in difficoltà da una sua particolare frantumazione. Questa esiste, ma è poco più che fisiologica: si potrebbe ripartire, se ne se avesse la voglia, dalla crisi del fordismo e dalla analisi gramsciana della sua natura e fine. Ci sono anche le analisi più recenti di Luciano Gallino, che sarebbero di grande utilità (e spiegherebbero anche alcuni ragioni di fondo dei flussi elettorali). Insomma, la vecchia esclamazione di Brecht: «Compagni, ricordiamoci dei rapporti di produzione» si potrebbe e si dovrebbe realizzare ancora oggi. Ma dovremmo fare i conti con la liquidazione del marxismo avvenuta nell’ultimo mezzo secolo, e alla quale neanche il manifesto si è realmente opposto. Luigi Pintor già all’inizio del 2003 scriveva che «la sinistra che abbiamo conosciuto non esiste più». Che cosa rimane di quello che ci ostiniamo a chiamare sinistra? Il riformismo antioperaio di Matteo Renzi (v. Jobs act) è davvero finito con il disastro del Pd? O il neoliberismo vive in altre dimensioni? Quanto quelle macerie impediscono la ricostruzione necessaria? Le parole di Pintor valgono purtroppo ancor oggi: fra l’altro non credo che si possa definire riformismo anti operaio quello di Matteo Renzi, ammesso che la definizione abbia un senso. Renzi ha semplicemente obbedito alla maggioranza liberista che ha investito l’Europa e ha trovato nella classe dirigente italiana soltanto degli accordi: basta pensare alle scelte di Marchionne sulla Fiat. Perché in Italia non c’è una sinistra legata ai nuovi movimenti anticapitalistici, che abbia forza anche numerica e capacità di convinzione – fatte le debite differenze tra queste formazioni – come Podemos, Linke, Syriza? Non mi pare che la nostra situazione sia analoga a quella che ha dato luogo a Podemos, alla ormai vecchia Linke e a Syriza. Una traccia interessante sarebbe un aggiornamento molto preciso della situazione economica italiana alla tematica proposta dall’Unione Europea. I vincoli dell’Unione europea «reale» hanno ridotto i poteri e i processi democratici, di fatto cancellando spazi fondanti di democrazia e obiettivi di trasformazione sociale. L’Unione europea ridotta a sola moneta unica è ancora il campo per una democrazia avanzata e progressiva? Credo che bisognerebbe riflettere sul fatto che più che aggredire un comunismo che in Europa occidentale non c’è mai stato, quel che è stato aggredito dopo la caduta del muro di Berlino è stata una certa interpretazione keynesiana che ha caratterizzato le costituzioni europee post-belliche. Ne ho scritto qualcosa l’anno in cui ho lasciato il giornale. Credo proprio nel mese di settembre.
La caduta del Muro di Berlino più che un comunismo inesistente in Europa occidentale, ha aggredito una interpretazione di KeynesRossana Rossanda
Trump è arrivato alla guida degli Stati uniti perché premiato dalla promessa populista del protezionismo. Ma «l’unica potenza rimasta» non lo è più, né economicamente né politicamente e rischia di assumere il primato di una ideologia di scontro, isolazionista e razzista. Che resta delle ragioni democratiche dall’Occidente neoliberista? Per quanto riguarda la vittoria di Trump e la sua localizzazione, un buon libro mi sembra Populismo 2.0 di Marco Revelli. Il problema è pero che anche in Europa spunti populisti nascono dappertutto e non hanno la stessa origine. In modo particolare sono nati nell’Europa dell’Est, Cechia, Ungheria e Polonia, dove sembrano configurarsi come «sistemi». Sarebbe interessante che il manifesto osservasse quali sono i loro temi principali, diversi da quelli degli Stati Uniti. È possibile, con contenuti innovativi e per una possibile ricostruzione – a partire dall’analisi del 1989 – , insieme attivare movimenti intorno a nuovi temi di classe internazionali? Sarebbe indispensabile un lungo lavoro comune, anche a livello internazionale, sulla evoluzione economica dell’Europa: per quanto riguarda Trump, non abbiamo granché da dire, e soprattutto mancano rapporti comuni con le posizioni del Partito democratico americano, molto diverso dalle posizioni europee. In Italia si discute di un soggetto politico, dopo lo smacco elettorale e lo scarso risultato delle liste a sinistra, LeU e Potere al popolo. Anche alla luce della deriva dell’89, della fine Pci, della riduzione della politica a tecnicismi – per i quali l’affermazione del centrista Macron in Francia rappresenta forse l’ultimo significativo e vincente episodio – fino al protagonismo rottamatorio dell’era renziana anch’essa rottamata. Cosa pensi della discussione in corso? La discussione mi pare inadeguata. Bisognerebbe iniziare dal fatto che il risultato elettorale non è stato inaspettato, bensì una logica conseguenza delle posizioni liquidazioniste del Partito Democratico e delle conseguenze della totale sparizione dei partiti socialisti. L’affermazione di Macron in Francia è un semplice adeguamento alla scelta maggioritaria dell’Unione europea, e in particolare delle Cdu tedesca. Dove stanno sfruttamento e sofferenza, dovrebbe esserci «rivolta» o almeno costruzione di una’alternativa. Non ne vedo tracce consistenti in Italia: le posizioni più interessanti sono quelle di una parte del sindacato (la Fiom), ma il compito di un partito è diverso e politicamente molto più radicale.
Quanto a LeU e Potere al Popolo, mi sembra assai ingeneroso valutarne il risultato dopo una breve campagna elettorale e sotto il diluvio di populismi o estrema destra della Lega: per iniziare una ricostruzione, occorrerebbe un atteggiamento molto più seriamente analitico e unitario - Rossana Rossanda
Quanto alle liste come LeU e Potere al Popolo, mi sembra assai ingeneroso valutarne il risultato, dopo una breve campagna elettorale e sotto il diluvio dei populismi o l’estrema destra della Lega: per iniziare una ricostruzione, occorrerebbe un atteggiamento molto più seriamente analitico e unitario. E probabilmente questo esigerebbe anche un esame che non si è fatto sull’andamento dei cosiddetti «socialismi reali». Si tratterebbe di fare quello che Stalin ha impedito, e cioè un bilancio serio del leninismo alla fine della vita di Lenin, nei tentativi teorici del conciliarismo, che in Italia hanno avuto un seguito soltanto dopo il 1972. Insomma, non è possibile risparmiarsi un lavoro molto ravvicinato, che in italia non è stato fatto nell’ultimo mezzo secolo. In questo lavoro sarebbe da esaminare anche al di fuori di certe facilità «la linea togliattiana». Ricordo che con qualche esortazione ad andare in questa direzione non ho avuto fortuna neanche nel nostro giornale. FONTE: Tommaso Di Francesco, IL MANIFESTO

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La sinistra si è persa da sé https://www.micciacorta.it/2018/03/24249/ https://www.micciacorta.it/2018/03/24249/#respond Sat, 10 Mar 2018 09:53:58 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24249 Un’Italia irriconoscibile. La sinistra del 2018 non è stata messa sotto da nessuno. Gli elettori si sono limitati a sfilarle accanto per andare altrove. Come si lascia una casa in rovina

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L’Italia del day after non ce la dicono i numeri, le tabelle dei voti. Ce la dicono le mappe, ce la dicono i colori. Ed è un’Italia irriconoscibile, quasi tutta blu nel centro nord, tutta gialla nel centro sud. Verrebbe da dire: l’Italia di Visegrad e l’Italia di Masaniello. L’Italia di sopra allineata con l’Europa del margine orientale, l’Europa avara che contesta l’eccesso di accoglienza e coltiva il timore di tornare indietro difendendo col coltello tra i denti le proprie piccole cose di pessimo gusto: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, passando per il corridoio austriaco… L’Italia di sotto piegata nel suo malessere da abbandono mediterraneo, nella consapevolezza disperante del fallimento di tutte le proprie classi dirigenti, e in tumultuoso movimento processionale nella speranza di un intervento provvidenziale (un novum, qualcuno che al potere non c’è finora stato mai) che la salvi dall’inferno. L’una attirata dal flauto magico della flat tax, l’altra da quello del reddito di cittadinanza. In mezzo il nulla, o quasi: una sottile fascia, slabbrata, colorata di rosso nei territori in cui era radicato il nucleo forte dell’insediamento elettorale della sinistra, e che ora appare in progressiva disgregazione, con i margini che già cambiano. Bisognerà ben dircelo una buona volta fuori dai denti, se non altro per mantenere il rispetto intellettuale di noi stessi: in questa nuova Italia bicolore la sinistra non c’è più. Non ha più spazio come presenza popolare, come corpo sociale culturalmente connotato, neppure come linguaggio e modo di sentire comune e collettivo. Persino come parola. La sua identità politica, un tempo tendenzialmente egemonica, non ha più corso legale. L’acqua in cui eravamo abituati a nuotare da sempre è defluita lontano – molto lontano – e noi ce ne stiamo qui, abbandonati sulla sabbia come ossi di seppia. Disseccati e spogli. NON È UNA «SCONFITTA storica», come quella del ’48 quando il Fronte popolare fu messo sotto dalla Dc atlantista e degasperiana, ma non uscì di scena. È piuttosto un «esodo». Allora il giorno dopo, come dice Luciana Castellina, si poté ritornare al lavoro e alla lotta, perché quell’esercito era stato battuto in battaglia ma c’era, aveva un corpo, messo in minoranza ma consistente, e nelle fabbriche gli operai comunisti ritornavano a tessere la propria tela come pesci nell’acqua, appunto. Oggi no: la sinistra del 2018 (se ha ancora un senso chiamarla così) non è stata messa sotto da nessuno. Non è stata selezionata come avversario da battere da nessuno degli altri contendenti. Se n’è andata da sé. O quantomeno si è messa di lato. Gli elettori si sono limitati a sfilarle accanto per andare altrove. Come si lascia una casa in rovina. Ha ragione Roberto Saviano quando dice che i blu e i gialli hanno potuto occupare tutto lo spazio perché dall’altra parte non c’era più nulla. Da questo punto di vista questo esito elettorale almeno un merito ce l’ha: ci mette di fronte a un dato di verità. E a un paio di constatazioni scomode: che l’«onda nera» non era affatto illusoria, è stata veicolata al nord da Salvini, ed è stata neutralizzata al sud dai 5Stelle (come fece a suo tempo la Dc). D’ALTRA PARTE un tratto di verità ci viene consegnato anche dalla catastrofica esperienza del quadriennio renziano. L’opera devastante di «Mister Catastrofe», come felicemente lo chiama Asor Rosa, costituisce un ottimo experimentum crucis. Utilissimo – a volerlo utilizzare per quello che è: una sorta di vivisezione senza anestesia – per indagare che cosa sia diventato il Pd a dieci anni dalla sua nascita, ma anche cosa rimanga delle sue identità pregresse, delle culture politiche che plasmarono il suo background novecentesco, dell’antropologia dei suoi quadri e dei suoi membri, del suo radicamento sociale, del grado di tenuta o viceversa di evaporazione dei riferimenti nel set di tradizioni che definiscono ogni comunità. Matteo Renzi, nella sua breve ma tumultuosa (quasi isterica) esperienza da leader nazionale ha stressato il proprio partito in ogni sua fibra, ne ha rovesciato (e irriso) tutti i valori, ha umiliato persone e idee che di quella tradizione avessero anche una minima traccia, ha rovesciato di 180 gradi l’asse dei riferimenti sociali (gli operai di Mirafiori sostituiti da Marchionne), ha provocato a colpi di fiducia l’approvazione di leggi impopolari e antipopolari, ha rieducato alla retorica e alla menzogna una comunità che aveva fatto del rigore intellettuale un mito se non una pratica effettiva, ha cancellato ogni traccia di «diversità berlingueriana» dando voce al desiderio smodato di «essere come tutti», di coltivare affari e cerchi magici, erigendo a modelli antropologici i De Luca delle fritture di pesce e i padri etruschi dei crediti facili agli amici… Ora, con tutto questo, ci si sarebbe potuto aspettare che, se di quella tradizione fosse rimasto qualcosa, se un qualche corpo collettivo di «sinistra storica» fosse rimasto dentro quelle mura, si sarebbe fatto sentire (“se non ora, quando”, appunto). Tanto più dopo il compimento del gran passo – del rito sacrificale – della scissione. Un esodo di massa, al seguito del quadro dirigente che avevano seguito fino al 2013. INVECE NIENTE: fuori da quelle mura è uscito un fiume di disgustati, ma è filtrato appena un esile rivolo, una minuscola «base» al seguito di un pletorico gruppo dirigente. Il 3 e rotti percento di Liberi ed Eguali misura le dimensioni di uno spazio residuale. Non annuncia – e lo dico con rammarico e rispetto per chi ci ha creduto – nessun nuovo inizio, ma piuttosto un’estenuazione e tendenzialmente una fine. Dice che non c’è resilienza, in quello che fu nel passato il veicolo delle speranze popolari. Né l’esperienza pur generosa (per lo meno nella sua componente giovanile) di Potere al popolo – purtroppo sfregiata dal pessimo spettacolo in diretta la sera dei risultati con i festeggiamenti mentre si compiva una tragedia politica nazionale -, può tracciare un possibile percorso alternativo: il suo risultato frazionale, sotto la soglia minima di visibilità, ci dice che neppure l’uso di un linguaggio mimetico con quello «populista» aiuta a superare l’abissale deficit di credibilità di tutto ciò che appare riesumare miti, riti, bandiere travolte, a torto o a ragione, dal maelstrom che ci trascina. SI DISCUTERÀ A LUNGO degli errori compiuti, che pure ci sono stati: delle candidature sbagliate (come si fa a scegliere come frontman il presidente del Senato in un’Italia che odia tutto ciò che è istituzionale e puzza di ceto politico?). Delle modalità di costruzione della proposta politica, assemblata in modo meccanico. Della compromissioni di molti con un ciclo politico segnato da scelte impopolari. Tutto vero. Ma non basta. La caduta della sinistra italiana tutta intera s’inquadra in un ciclo generale che vedo la tendenziale e apparentemente irreversibile dissoluzione delle famiglie del socialismo europeo, e con esse l’uscita di scena della categoria stessa di “centro-sinistra”, inutilizzabile per anacronismo. PER QUESTO NON BASTA fare. Occorre pensare e ripensare. Guardare le cose per come sono e non per come vorremmo che fossero. Misurare i nostri fallimenti. Costruire strumenti di analisi più adeguati. Perché questo mondo che non riconosciamo, non ci riconosce più… Come il Montale del 1925 (millenovecentoventicinque!) mi sentirei di dire: «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato | l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco | lo dichiari e risplenda come un croco | perduto in mezzo a un polveroso prato», per concludere, appunto, con il poeta, che questo solo sappiamo «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». FONTE: Marco Revelli, IL MANIFESTO

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Il popolo Notav e le scelte sul «voto utile» https://www.micciacorta.it/2018/02/24179/ https://www.micciacorta.it/2018/02/24179/#respond Tue, 27 Feb 2018 08:00:58 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24179 Il Controsservatorio Valsusa ha reso pubblico un appello, rivolto al governo e alle forze politiche, per un ripensamento sostanziale

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TORINO. «Il voto deve essere utile a un cambiamento radicale, le altre eventualità di voto utile sono una mediazione dannosa e penso che non si possa lottare contro il Tav, e sperare di vincere le elezioni, se non si mette in discussione un modello di vita che si fonda sullo sfruttamento dell’uomo e della natura». Nicoletta Dosio, ex insegnante, volto storico del movimento No Tav nonché candidata per Potere al Popolo, replica così all’intervento di Alberto Perino che, durante la presentazione dei candidati M5S a Bussoleno, aveva invitato i valsusini a votare «Cinque stelle, punto» e a non disperdere il voto altrove.
«Mi spiace che qui in Valle ci siano persone No Tav in un’altra lista. A Nicoletta voglio bene ma ci vuole la capacità politica per capire che certe posizioni non sono utili», Alberto Perino
L’attenzione mediatica si è di nuovo orientata verso la Valle ribelle. Il tempo di un titolo a effetto.

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Perino, il leader più noto del movimento contro l’alta velocità, ha pubblicamente sottolineato: «Mi spiace che qui in Valle ci siano persone No Tav in un’altra lista. A Nicoletta voglio bene, le faccio un monumento, ma ci vuole la capacità politica per capire che certe posizioni non sono utili». Perché «non portano da nessuna parte» anzi possono «distruggere la possibilità ad arrivare a fare più di quello che hai fatto negli ultimi cinque anni», magari ad «arrivare nella stanza dei bottoni». E ha aggiunto: «Bisogna avere il coraggio di dire “faccio un passo indietro”, la battaglia è tra chi può avere la speranza di mandare a casa chi ha distrutto il Paese negli ultimi trent’anni e chi vuole continuare a tenerli perché così coltiva un orticello più rosso di qualcun’altro». Ieri, Dosio – alle spalle una lunga biografia di lotta – era in viaggio, sui treni in ritardo a causa del maltempo, verso il Centro Italia per un’assemblea: «In questo Paese dove si vogliono raggiungere i 300 km/h un po’ di neve blocca tutto». Per questa campagna elettorale sta attraversando l’Italia dalla Valle d’Aosta alla Calabria.
«Non è possibile cambiare una cosa se non metti in discussione il tutto, e non parlare anche di migranti e di fascismo. Noi dobbiamo portare avanti una resistenza destituente e ricomporre le lotte». Nicoletta Dosio
Considera fuori luogo gli appelli al voto utile che provengono dalla sua terra e invita a non seguire «vittorie di Pirro». «Non è possibile – spiega – cambiare una cosa se non metti in discussione il tutto, e non parlare anche di migranti e di fascismo. Noi dobbiamo portare avanti una resistenza destituente e ricomporre le lotte. La molteplicità del movimento non è un difetto se porta ad acquisire ricchezza e non a rinsecchirsi. L’istituzionalismo è stata la morte di una certa sinistra». Il sito notav.info prova a spegnere la polemica: «Il movimento No Tav non darà mai indicazioni di voto a nessuno, perché abbiamo troppo rispetto per la nostra gente per dare qualche “indicazione”. Ci sono nostre compagne di lotta candidate e amici con cui abbiamo condiviso molto, e ci fidiamo di loro, ma ciò non toglie il discorso di cui sopra: il rispetto che abbiamo della coscienza dei No Tav che sanno decidere cosa fare, nel voto e nella vita». La Torino-Lione, nonostante l’ormai lunghissima storia, è ancora ai blocchi di partenza: l’avvio dei lavori definitivi della sezione transfrontaliera è stato autorizzato dal Parlamento che ha ratificato i precedenti accordi tra Italia e Francia ma non sono ancora partiti. Il Controsservatorio Valsusa ha reso pubblico un appello, rivolto al governo e alle forze politiche, per un ripensamento sostanziale di un progetto basato su previsioni vecchie di 30 anni smentite dai fatti. Sono 23 i primi firmatari, dall’ex ministro Massimo Bray allo storico dell’arte Salvatore Settis, passando per Gino Strada e luigi Ciotti, e chiedono un tavolo di confronto pubblico e trasparente, con la partecipazione di esperti nazionali e internazionali, da convocare a breve. Un «appello pressante per non deludere tanta parte del Paese e dimostrare con i fatti che si vuole davvero perseguire l’interesse pubblico». «Lo chiediamo con forza e con urgenza, consapevoli che ad essere in gioco è anche la credibilità delle istituzioni, sempre più delegittimate dal perdurante rifiuto di prendere in considerazione le istanze e le aspettative dei cittadini». FONTE: Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

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