Maurizio Landini – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Thu, 21 Sep 2017 07:04:16 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 A Torino,«Proxima», la festa del 99% contro il G7 del lavoro https://www.micciacorta.it/2017/09/torinoproxima-la-festa-del-99-g7/ https://www.micciacorta.it/2017/09/torinoproxima-la-festa-del-99-g7/#respond Thu, 21 Sep 2017 05:30:09 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23767 Movimenti. Dal 26 al 28 settembre i ministri del lavoro si incontrano alla Reggia di Venaria

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TORINO. Dal 25 al 30 settembre Torino ospiterà il G7 del lavoro, della scienza e dell’industria, ospitando i ministri dei sette paesi più industrializzati del mondo. Grande evento politico che sta catalizzando l’attenzione dei media soprattutto sul piano emotivo legato alla «sicurezza». Per ovviare a eventuali tensioni il vertice non avrà più incontri in città, ma si terrà prettamente presso la Reggia Venaria, splendido complesso sabaudo e polo d’attrazione turistica di fama mondiale. Se i ministri hanno deciso, o chi per loro, di rinchiudersi dentro la Versailles italiana, in città diverse manifestazioni di dissenso si alterneranno. Un corteo partirà dalla periferia della città e si avvicinerà alla sede principale degli incontri. In questi giorni, alcune performance teatrali sopra le righe hanno gettato nel panico gli organizzatori che – per motivi di sicurezza – hanno cancellato gli incontri che si dovevano tenere al Lingotto e al Politcnico. Sinistra Italiana e Possibile hanno invece deciso, ben prima che le intemperanze degli ultimi giorni catalizzassero l’attenzione mediatica, di aprire un pezzo della città da tempo abbandonato, e portarvi dentro cinque giorni di approfondimento e confronto sui temi che il G7 ufficiale impone alla città. Tale programma prende il nome di «Proxima, il Festival del 99%», si svolgerà dal 26 settembre al primo ottobre, presso i Murazzi del Po, che così verranno riaperti dopo molto tempo. Un luogo che negli anni Novanta vide gli albori della Torino post-industriale, che si connotava per un forte interclassismo. Se il vertice dei ministri sarà barricato e difeso da ingenti forze, Proxima sarà un incontro popolare di primo piano, aperto alla partecipazione della cittadinanza e non solo. Cinque giorni di confronto, convivialità, musica e cultura, per un politica al servizio della maggioranza della popolazione che in questi decenni ha visto peggiorare le proprie condizioni e i propri diritti sempre meno garantiti. Un luogo ove ragionare per trovare una via a sinistra che porti ad un politica al servizio di molti, con strategie e idee su come non subire passivamente le trasformazioni in corso. Perché, come dicono gli organizzatori: «Non è scritto da nessuna parte che le innovazioni tecnologiche, l’ industria 4.0 e rivoluzione digitale debbano condurre a una società sempre più diseguale». Se il G7 del lavoro precario, perché la ricetta che verrà propagandata sarà sempre la solita, si deve tenere nella città simbolo della de-industrializzazione, Proxima si pone una filosofia della prassi opposta all’imperativo categorico del dogma neo liberale. Si incomincia martedì 26 settembre con la presentazione del libro «Industria 4.0. Uomini e macchine nella fabbrica digitale» saranno presenti le curatrici Annalisa Magome e Tatiana Mazali con Antonio Sansone e Federico Bellone. Tra i molti si segnalano alcuni incontri di particolare importanza: sempre martedì, ore 20.30 «Piano del lavoro, l’eredità di Luciano Gallino» con Giorgio Airaudo, Pietro Garibaldi, Susanna Camusso. Mercoledì 27 Rocco e Albanese e Francesca Paruzzo alle ore 17 terranno un incontro dal titolo «I diritti messi alla prova». Giovedì 28 settembre, ore 20:30: “99%. Per tanti, non per pochi», con Nicola Fratoianni, Yanis Varoufakis, Maurizio Landini, Lorenzo Marsili. Marco Grimaldi, segretario regionale di Sinistra Italiana, è colui che ha fortemente ha voluto questa settimana di lavori: «Loro, i sette grandi, saranno fuori, chiusi nella Reggia di Veneria. Noi, che vogliamo invece una politica al servizio di quella massa che in questi decenni ha visto diminuire reddito, possibilità e diritti, staremo sulla strada a riaccendere le luci della nostra città. Vogliamo mettere i riflettori addosso ai generatori della crisi. Chi ha nascosto il bottino nelle isole del tesoro, fatto profitti sulle spalle dei lavoratori, tolto il futuro alla nuove generazioni». Qui il programma completo FONTE: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

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Maurizio Landini, sette anni in salita combattendo per i diritti https://www.micciacorta.it/2017/07/23523/ https://www.micciacorta.it/2017/07/23523/#respond Fri, 14 Jul 2017 07:35:59 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23523 Landini, da Pomigliano al passaggio in Cgil. Il duello con Marchionne e vinto grazie alla «via giudiziaria». La sovraesposizione mediatica

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Quando fu eletto segretario generale il primo giugno del 2010 in pochi conoscevano Maurizio Landini. Certo, era segretario nazionale della Fiom, aveva seguito vertenze «rognose» come Electrolux, Piaggio, Indesit ma nessuno poteva prevedere come «l’uomo con la maglietta della salute» potesse diventare un punto di riferimento per la riconquista della dignità «di chi per vivere deve lavorare». SCELTO DAL CONTERRANEO reggiano Gianni Rinaldini si propone in continuità nel periodo già lungo dei contratti separati. Proprio in quei giorni però sta per scoppiare la bomba Fiat, quella che segnerà tutta la segreteria Landini. Il «ricatto» di Marchionne parte da Pomigliano, la fabbrica napoletana che diventerà il simbolo della strategia del «manager col maglioncino». In cambio del lavoro e di un nuovo modello – la Panda – ai sindacati e ai lavoratori viene chiesto di rinunciare a buona parte dei diritti conquistati: diciotto turni, pause ridotte da 40 a 30 minuti, aumento dello straordinario obbligatorio e, «più «inaccettabile di tutto», la clausola di salvaguardia sugli scioperi che sanziona lavoratori e organizzazioni che dichiarano scioperi. Il tutto in deroga al contratto nazionale costruendone in pratica uno nuovo: il Contratto collettivo specifico di lavoro. Landini va a Pomigliano e, nonostante le forti pressioni anche dentro la Cgil per «una firma tecnica», guida la protesta al «modello Marchionne» e la campagna sul No al referendum che si tiene il 22 giugno e il plebiscito voluto da Marchionne e dai sindacati firmatari (Fim, Uilm, Fismic, Ugl) si ferma al 63,4 per cento. Nonostante tutto il mondo politico si schieri per il Sì la Fiom da sola porta il No ad oltre il 36 per cento. Da lì parte la battaglia per i diritti che porta alla grande manifestazione di piazza San Giovanni a Roma del 16 ottobre con un milione di persone, la prima in cui sul palco salgono non solo sindacalisti e lavoratori ma Gino Strada di Emergency e il comitato per l’acqua pubblica inaugurando un modello innovativo di alleanza sociale che si allargherà a Libera di Don Ciotti, a Stefano Rodotà a Gustavo Zagrebelsky. SE SUL PIANO MEDIATICO è imbattibile e viene conteso da ogni talk show – da Santoro a Mediaset per finire a La7 perché come ha ricordato ieri Canio Calitri «la crediblità gli viene dal fatto che in tv dice le stesse cose che dice in fabbrica» – a livello organizzativo a Corso Trieste lascia molto a desiderare: accentratore e poco incline all’ascolto in molti territori l’organizzazione ha problemi non da poco. Se la Fiom torna (o diventa) un punto di riferimento perfino per giovani, precari e disoccupati, Marchionne può sempre sostenere di aver vinto la sua guerra: a Mirafiori vince solo con il 54% (e fra gli operai perde) ma il suo modello si allarga e, “grazie” all’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori abilmente utilizzato, caccia la Fiom e la Cgil dalle sue fabbriche: a livello aziendale solo i sindacati firmatari degli accordi possono essere rappresentati. Le foto dei delegati di Mirafiori che fanno gli scatoloni e arrotolano le foto di Berlinguer e Trentin fanno il giro del mondo. Ma lì parte la «via giudiziaria» e la controffensiva della Fiom. Che rientra in fabbrica «con la Costituzione in mano» grazie alla sentenza della Consulta del 3 luglio del 2013 che sanziona come illegittima la norma ristabilendo la rappresentanza per il maggior sindacato italiano anche nelle fabbriche ormai diventate Fca con sede legale in Olanda e quotata a Londra e poi a New York. A posteriori si può dunque sostenere che se Marchionne non ha chiuso fabbriche in Italia lo si deve in buona parte alla battaglia Fiom. E non certo all’azione sindacale sempre acritica degli altri sindacati. Ridurre però i sette anni di Landini alla sola battaglia con Marchionne è riduttivo. L’autonomia e l’indipendenza dei metallurgici della Cgil in piena coerenza con la lezione di Claudio Sabattini sono state riconquistate grazie a proposte innovative come l’uso dei fondi pensione per investire in Italia, la battaglia per una industria verde, le tante vertenze (le manganellate prese con gli operai delle acciaierie di Terni) in cui si è riusciti a rilanciare aziende date per morte, l’alleanza coi precari, la democrazia (il voto dei lavoratori) come precondizione per qualsiasi accordo. L’ERRORE PRINCIPALE che si imputa a Landini è la presto sotterrata “Coalizione sociale”. Forse lusingato dall’attenzione che media, professori, vip e tanti politici, lancia la manifestazione di piazza del Popolo il 28 marzo 2015 viene da molti (Il Fatto in testa) percepita come la nascita di un partito o come la disponibilità di Landini a sfidare Renzi. In realtà lo stesso Landini fissa un obiettivo molto più sindacale: «Riunire il mondo del lavoro». Ma tutto finisce lì e il flop è fragoroso. Da quel momento però Landini corregge la sua posizione, si concentra solo sul sindacato. L’obiettivo è di «riconquistare un contratto nazionale unitario» dopo gli ultimi due separati. La traversata del deserto è lunga e faticosa: parte con il ricostruire i rapporti con Fim e Uilm e passa per una lunghissima trattativa con Federmeccanica. I compromessi accettati sono molti e duri da digerire: il welfare aziendale come quasi unica voce di aumento salariale, lo spazio lasciato al contratto aziendale di secondo livello. Ma l’obiettivo viene raggiunto. A questo punto Landini considera «conclusa una fase». E decide che è «venuto il momento di provare a cambiare la Cgil». Di certo la sfida maggiore delle non poche che ha già affrontato. FONTE: Massimo Franchi, IL MANIFESTO

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Marco Revelli: “Il Pd è morto Pisapia fuori tempo Resta solo Tsipras” https://www.micciacorta.it/2017/01/22834/ https://www.micciacorta.it/2017/01/22834/#respond Mon, 02 Jan 2017 08:41:33 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22834 Le sinistre europee sono ceto politico, non ci sono più leader sociali, dice Marco Revelli

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ROMA. «Il renzismo è morto, il tentativo di Pisapia è patetico. Bersani e D’Alema parlano quando ormai è troppo tardi. E l’unica sinistra possibile è quella di Tsipras o di Podemos». Il giudizio di Marco Revelli, storico e ordinario di Scienza della Politica all’università del Piemonte Orientale, è netto: per tornare a vincere, la sinistra deve prima esistere.
Revelli, vuol dire che oggi in Italia la sinistra non c’è più?
«Esatto, si è suicidata, ha mancato tutti gli appuntamenti. Non possiamo più definire di sinistra il Pd, dopo il drammatico esperimento renziano, con le politiche di questi 1000 giorni dal Jobs Act alla buona scuola, fino all’attacco frontale alla Costituzione ».
C’è troppa distanza dal mondo del lavoro?
«Basta ascoltare quello che dice il ministro Poletti: il giudizio che ha dato sui giovani costretti a emigrare lo colloca sul fronte opposto a quello di una vera sinistra. O pensiamo alla vergogna dei voucher, uno strumento per comprare forza lavoro dal tabaccaio al prezzo di un pacchetto di sigarette».
Quindi? Non si salva nessuno?
«Purtroppo pure quei frammenti che si definiscono la sinistra della sinistra non sono credibili per le loro infinitesime dimensioni. Nemmeno l’opposizione interna al Pd può essere un’alternativa».
E la proposta di Pisapia?
«È la più patetica, fuori luogo e fuori tempo, è destinata ad avere risonanza solo fra gli addetti ai lavori. L’associazione poi alla dichiarazione di voto per il Sì al referendum l’ha privata definitivamente di credibilità ».
Non la convincono nemmeno Bersani e D’Alema?
«Sono in ritardo, un clamoroso ritardo di consapevolezza. Per usare una metafora bersaniana, entrambi parlano alle stalle vuote, quando le mucche ormai sono scappate».
Perché la sinistra ha perso la sua identità?
«Il peccato originale della sinistra occidentale è quello di aver accettato, nel passaggio tra il ‘900 e il nuovo secolo, il paradigma neoliberista come uno scenario indiscutibile. Ha sottovalutato gli effetti della globalizzazione, massacrando la base e sanzionando la fine del suo radicamento sociale».
E da noi c’è stata una narrazione sbagliata del Paese?
«In Italia il linguaggio della sinistra si è identificato nell’establishment. E il simbolo di questa mutazione profonda è stato l’abbraccio mortale fra Matteo Renzi e Sergio Marchionne. L’unico che sa dare voce ai sentimenti della gente è il capo della Fiom Maurizio Landini. Tutte le sinistre europee sono ceto politico, non ci sono più leader sociali».
Senza nessuna eccezione?
«La Grecia di Tsipras e la Spagna, con Podemos a Madrid e Barcellona, sono gli unici casi in cui una sinistra di alternativa è al governo, fra l’altro in spaventosa solitudine. Sono esempi difficili, ma gli unici possibili da cui ripartire».

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L’epifania operaia del 20 aprile https://www.micciacorta.it/2016/04/lepifania-operaia-del-20-aprile/ https://www.micciacorta.it/2016/04/lepifania-operaia-del-20-aprile/#respond Fri, 22 Apr 2016 07:21:31 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21716 Lavoro. Sono tornati gli operai, chi li ha visti

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Sono ritornati. Gli operai. Sono loro la notizia del 20 aprile, anche se sui media mainstream bisogna cercarli col lanternino. Assenti nel portale di Repubblica. Invisibili su quello de La Stampa. Non pervenuti al Corriere della sera. Eppure le poche immagini filtrate in televisione mostrano cortei come non se ne vedevano da tempo, uomini e donne come fiumi in piena con l’energia, il passo, le grida e la determinazione – e anche l’unità – cui non eravamo più abituati.

Le notizie che arrivano dal reticolo di città in cui la protesta si è espressa, frammentate nell’informazione locale, parlano ovunque di un successo dello sciopero e della mobilitazione: 80% di adesioni a Bolzano (!), tre cortei nel padovano, 90% alle Acciaierie Valbruna a Vicenza, «adesione straordinaria» a Udine, punte del 100% a Cremona, 70% in Val d’Aosta più o meno come in Abruzzo, 90% a Messina, altrettanti nel casertano, «sciopero record» in Umbria…

«Oggi le fabbriche si sono svuotate, lo sciopero è riuscito, le piazze sono piene», ha detto Landini, presente alla manifestazione di Milano. Ed è così. Nella crisi italiana c’è un nuovo protagonista, finora silente e ora furente.

In gioco non c’è solo «un contratto». Una vertenza come tante altre. C’è «il Contratto». La sopravvivenza dell’istituto contrattuale nazionale come condizione di un necessario livello di unità del mondo del lavoro. E la questione del salario.

Due aspetti che hanno finito per fondersi di fronte alla pretesa padronale di “sfondare” l’istituto nazionale cancellandone di fatto la dinamica salariale a cominciare da quella relativa ai minimi e riservandola alla sola contrattazione aziendale.

Un’ ipotesi che non prevederebbe aumenti (caso unico nella storia sindacale italiana) se non per una minoranza di lavoratori (all’incirca un 5%), offrendo in cambio un set di servizi sostitutivi del welfare pubblico in smantellamento). Dunque un tentativo neppur mascherato di spallata e di divisione dei lavoratori, a cui le piazze hanno risposto con un simmetrico e contrario grado di unità che ha coinvolto ampie fasce di precariato e di giovani.

Ma c’è, in gioco, anche molto di più.

Ci sono le opposte strategie nel cuore della crisi, con il padronato determinato a perseguire pervicacemente la via catastrofica della compressione salariale, quella che ci ha precipitato nel buco nero in cui siamo, e l’opzione opposta che vede nell’incremento del reddito – in primo luogo da lavoro, e dunque del salario – la leva per una ripresa vera, alimentata da una altrettanto vera redistribuzione della ricchezza. Tertium non datur.

L’epifania operaia del 20 di aprile ci dice che provarci è possibile. Tanto più che il ritorno in campo dei metalmeccanici avviene in corrispondenza con l’inizio della raccolta di firme per i «referendum sociali», in primis quello contro il Jobs Act, che potranno costituire la porta d’ingresso della protesta e della resistenza «dal basso» sul terreno altrimenti blindato delle vicende istituzionali e della legislazione.

Se il milione e mezzo di metalmeccanici, e gli altri milioni di lavoratori che in questi mesi sono chiamati alla lotta per i rispettivi contratti sapranno dialogare e connettersi con i 13 milioni e oltre di «cittadini consapevoli» che sono andati ai seggi nonostante la dissuasione di Renzi e Napolitano e hanno votato sì; e se entrambi, almeno un po’, decideranno di frequentare i «banchetti» a cui affidare le proprie firme, allora davvero potremo, con l’ironia che la socialità vissuta assicura, sussurrare ogni volta che lo vedremo istrioneggiare in tv: #matteostaisereno…

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Torino operaia e un film particolare https://www.micciacorta.it/2016/03/torino-operaia-un-film-particolare/ https://www.micciacorta.it/2016/03/torino-operaia-un-film-particolare/#respond Wed, 23 Mar 2016 10:07:08 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21558 Stracolmo il cinema delle adunate tradizionali, al centro di Borgo San Paolo, cuore della città di un tempo. 'Senza alcun permesso', l'emozionante lavoro di Perotti presentato da Aiuraudo e Landini

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lotte operaie

Il cinema è quello delle adunate tradizionali, al centro di Borgo San Paolo, cuore della Torino operaia di un tempo, l’Eliseo, e i suoi mille posti sono stipati di delegati della Fiom del Piemonte. Per l’occasione si proietta il film di un regista molto particolare: Paolo Perotti, operaio di Mirafiori dal 1969 che dall’interno e dall’esterno della fabbrica più grande d’Italia ne ha narrato con la cinepresa la storia di lotta, le vittorie straordinarie e anche la sconfitta storica del 1980. Il film – che si chiama, significativamente “Senza chiedere permesso” – è un documento straordinario di una straordinaria stagione in cui i rapporti di forza con la Fiat furono piegati grazie all’unità e all’inventiva operaia. Nei cortei immensi e nei comizi improvvisati si riconoscono i volti dei nostri storici compagni: Usai, Furchì, tanti altri di quell’epoca vittoriosa. Più di un’ora di commozione che precede una tavola rotonda, una riflessione su ieri e su oggi: c’è Giorgio Airaudo, che quand’era segretario della Fiom di Torino è stato – si può dire – il produttore spirituale del film di Perotti, e ora è candidato sindaco della città per la lista “Torino in comune”; c’è Antonio Pizzinato, ex segretario generale della Cgil, che ripercorre i giorni difficilissimi dell’80, ripensando a errori e ragioni del sindacato in quella vicenda. Ci sono anche io a ricordare di quando le porte 1 e 2 di Mirafiori erano l’agorà della politica di sinistra e Torino la capitale del movimento, una mecca del pellegrinaggio di ogni militante. Nel film di Perotti sono tante le pagine del manifesto che figurano. Ma l’assemblea è importante soprattutto per quello che dice Landini: sul che fare oggi. E’ in questa assemblea che il segretario della Fiom lancia la sfida importantissima su cui tutta la Cgil, ufficialmente, proprio ieri si è impegnata: dal 9 aprile inizierà la raccolta di firme per un progetto di legge di iniziativa popolare che propone un nuovo statuto dei lavoratori, questa volta con un art.18 per tutti, non solo per chi lavora in aziende con più di 15 dipendenti, oramai non più molte. E, a supporto dell’iniziativa, ai gazebo in tutte le piazze d’Italia si registreranno anche le firme per tre referendum mirati all’abrogazione di altrettanti pezzi del Job Act: disciplina del voucher, norme sugli appalti e norme sui licenziamenti. Landini ha parlato anche della battaglia per il rinnovo del contratto di categoria, anche questa una prova difficilissima e decisiva non solo per i metalmeccanici. «Siamo ad un passaggio in cui ci si gioca la contrattazione collettiva, un pilastro del modello sociale europeo», ha detto. La sala è stracolma e combattiva, tantissime le donne. Anche se alla Fiat ci sono oramai solo 15 mila operai e non più 60 mila; anche se nei prossimi mesi i tantissimi che godono di ammortizzatori sociali resteranno via via senza tutela; anche se Torino annega in milioni di voucher che nascondono lavoro nero, nonostante tutto la Fiom è sempre la Fiom: sta in prima linea. La sua sfida ci riguarda tutti, i referendum non sono uno scherzo, come sappiamo. ————– Per chi vuole il dvd di “Senza alcun permesso”, il film di Perotti, scrivere a Pier Milanese pier@cinefonie.it .Tel 0112767870 il trailer è visibile sul sito del film

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Landini in piazza: “Renzi, noi non ci fermiamo” https://www.micciacorta.it/2015/11/landini-in-piazza-renzi-noi-non-ci-fermiamo/ https://www.micciacorta.it/2015/11/landini-in-piazza-renzi-noi-non-ci-fermiamo/#comments Sun, 22 Nov 2015 09:51:44 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=20901 Unions. Il segretario Fiom con le tute blu a Roma per il contratto e contro la legge di Stabilità. L’anno prossimo il referendum per abrogare il Jobs Act. Sintonia con Susanna Camusso

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ROMA. Noi non ci fermiamo e andremo avanti». Maurizio Landini conclude così il comizio più breve della sua storia di sindacalista, la pioggia è troppo forte e Piazza del Popolo rischia di svuotarsi. La frase è riferita a Matteo Renzi: parla del referendum contro il Jobs Act che la Fiom, insieme alla Cgil, prepara per il prossimo anno. Parla delle pensioni, con la proposta di una «grande mobilitazione che Cgil, Cisl e Uil devono organizzare dopo gli errori del passato». Ma c’è l’acqua che inzuppa vestiti e cappucci. La testa degli italiani — anche delle tute blu — è ferma a quelle immagini di Parigi, c’è la paura di un attacco terroristico e la voglia di reagire. C’è un 10% di manifestanti che a Roma non ci è venuto, nonostante gli oltre 230 pullman organizzati da tutta Italia, perché è difficile continuare a comportarsi come fino a dieci giorni fa. Landini ovviamente — come ha spiegato due giorni fa sul nostro giornale — ha subito cambiato il verso della manifestazione — Unions! Per giuste cause — dedicata originariamente al contratto e alla legge di Stabilità, ma poi diventata un netto no alla guerra e al terrorismo. Ieri infatti a guidare il corteo partito da Piazza della Repubblica c’era un folto gruppo di lavoratori immigrati, delegati Fiom delle fabbriche, soprattutto del Nord Italia, che portava uno striscione con su scritto «No alle guerre. Io non ho paura». «Il mondo del lavoro è contro il terrorismo e contro le guerre. La lotta contro il terrorismo si fa difendendo la democrazia — ha esordito Landini — C’è il rischio che dopo i fatti di Parigi possa essere messo a repentaglio il processo di integrazione dei migranti e noi siamo qui per combattere culturalmente l’assioma migranti-terroristi». «C’è qualcuno che vende armi e compra petrolio dai terroristi, quindi il primo embargo da fare è economico — ha aggiunto il segretario della Fiom, ricordando che «nel nostro Paese il movimento dei lavoratori e il movimento operaio hanno combattuto e sconfitto il terrorismo. Quando tu accetti la riduzione degli spazi di democrazia in realtà stai facendo il gioco di quelli che vorrebbero far diventare tutto questo una guerra di civiltà». «La democrazia e la libertà si difendono praticandole. Capisco la paura, ma va superata insieme». «La guerra non può essere la soluzione: dopo l’11 settembre si rispose con la guerra, e il risultato è che è nato l’Isis», ha spiegato Landini. Allora, «se il governo vuole fare delle cose vere è ora che dia il diritto di voto agli immigrati, che non faccia pagare la tassa di soggiorno e che abolisca del tutto la legge Bossi-Fini». Il leader delle tute blu ha anche voluto ringraziare «le forze dell’ordine e l’intelligence», perché «con il loro lavoro contribuiscono a difendere la democrazia, e il nostro diritto a fare manifestazioni come questa». «Ieri è stata di nuovo posta la fiducia sulla legge di Stabilità — ha poi aggiunto Landini, passando ai temi più prettamente economici — Una manovra sbagliata, che non serve, perché il nostro problema è il lavoro». «La manovra va cambiata: è necessario introdurre una tassa sui grandi patrimoni e fare investimenti, non tagliare la sanità, i Caf e i patronati». Sulle pensioni, per il segretario della Fiom è necessario «abbassare l’età di uscita e reintrodurre quelle di anzianità per i lavori più pesanti». Si deve pensare poi «agli esodati e ai lavoratori precoci». Mentre l’invito ai leader confederali Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo è quello di lanciare una mobilitazione forte su questo tema. Camusso, dal canto suo, ieri è apparsa molto in sintonia con i suoi metalmeccanici. Rilassata (per quanto ovviamente lo possa permettere il grave contesto che tutti viviamo). Presente a tutto il corteo, è rimasta fino alla fine del comizio di Landini, stando pochi metri dietro di lui. Alla fine i due segretari si sono scambiati dei sorrisi e hanno parlato prima di congedarsi. Sembra archiviato il “freddo” del marzo scorso, quando si era all’esordio di Coalizione sociale, e la leader Cgil era rimasta ferma sulle scalette del palco. La sintonia è soprattutto sul referendum sul Jobs Act e sul nuovo Statuto dei lavoratori, e poi dentro la Cgil serve unità, perché troppi lavoratori sono ancora senza contratto. Ieri tanti segretari erano presenti, per dar man forte a Landini: Rossana Dettori della Fp, Walter Schiavella della Fillea, Mimmo Pantaleo della Flc, Claudio Treves del Nidil, solo per citare quelli che abbiamo intravisto. E Landini infatti ha ricordato che «sono sei milioni i lavoratori che da anni non vedono un nuovo contratto». Rimandando i suoi al prossimo round con Federmeccanica, il 4 dicembre. Ultima notazione: ieri è stato anche l’esordio di piazza per la nuova Sinistra italiana. Tra le tute blu presenti Stefano Fassina, Alfredo D’Attorre e Nicola Fratoianni.

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Landini: “Due bandiere: pace e lavoro ” https://www.micciacorta.it/2015/11/landini-due-bandiere-pace-e-lavoro/ https://www.micciacorta.it/2015/11/landini-due-bandiere-pace-e-lavoro/#respond Fri, 20 Nov 2015 18:02:53 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=20889 La piazza di Roma. Intervista al segretario della Fiom: "Ci mobilitiamo contro il terrorismo e la guerra".

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La piazza di Roma. Intervista al segretario della Fiom: "Ci mobilitiamo contro il terrorismo e la guerra". Al centro della protesta di domani il contratto e la legge di Stabilità targata Renzi. La Cgil prepara un referendum per abrogare il Jobs Act. "Possibili anche su scuola e ambiente" «Ad aprire il corteo saranno i lavoratori immigrati, con la scritta “Contro la guerra io non ho paura”. Alcuni di loro parleranno anche dal palco». La manifestazione Unions! di domani a Roma, indetta dalla Fiom e dalla Coalizione sociale, non poteva certo ignorare i fatti di Parigi. Anzi, le riflessioni che Maurizio Landini ci consegna incontrandoci nella nostra redazione — con noi Norma Rangeri e Tommaso Di Francesco — sono in gran parte dedicate ai gravi fatti che accadono in Europa. Subito dopo, ovviamente, parliamo del contratto dei metalmeccanici, e del contrasto del sindacato alla legge di Stabilità e al Jobs Act. Di Renzi e del Pd, della nuova Sinistra italiana, dei Cinquestelle. È un errore rispondere con la guerra ai terroristi? Quale altro strumento contro gli attentati? Lo diciamo chiaramente: noi siamo contro il terrorismo ma anche contro la guerra. Leader importanti come Blair stanno riconoscendo gli errori delle guerre del passato, e non si può non vedere che quello che viviamo oggi è in parte frutto dei conflitti armati. Dobbiamo muoverci su due terreni: innanzitutto smettere di vendere armi e di comprare petrolio dall’Isis. E poi dobbiamo superare la guerra con un’azione politica molto forte: mettendo intorno a un tavolo non solo i grandi paesi ma anche quelli delle zone calde. Servono azioni di intelligence comune per difenderci, certamente, ma anche e soprattutto iniziative culturali e sociali che tolgano il brodo di coltura dove fioriscono i terroristi. Azioni culturali? Penso, con le dovute differenze, a quello che fecero la sinistra e il sindacato con il terrorismo degli anni Settanta: riuscirono a isolarlo, a prosciugare il brodo di coltura e di possibile connivenza. Allo stesso modo contro questo nuovo terrorismo serve una mobilitazione dal basso, tra le persone, e i musulmani, già divisi tra loro e in guerra da tempo. Per questo scegliamo di marciare con due bandiere: del lavoro e della pace. Un dialogo non facile, quello con i musulmani, in questa fase. É la prima volta che in Europa delle persone scelgono di farsi esplodere per ucciderne altre: non possiamo sottovalutare questa minaccia, ma nel contempo dobbiamo evitare le semplificazioni e le equazioni “musulmano uguale terrorista”. Ho letto a fondo l’ultima enciclica del papa, e mi ha colpito l’analisi rispetto all’attuale modello di sviluppo, la centralità assoluta della finanza e le guerre innescate in questa logica. L’Isis si presenta davanti ai suoi possibili adepti non solo con il volto dell’integrità morale e ideologica, ma anche promettendo risposte alle disuguaglianze della nostra società. Se vogliamo combattere questa strumentalizzazione non possiamo chiuderci in casa, ma al contrario dobbiamo aprirci ancora di più al dialogo e all’inclusione. Verso tutti. Al Nord nelle fabbriche lavorano molti immigrati. Il modello italiano di integrazione funziona? La Fiom riesce a coinvolgerli?

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Circa il 15–20% dei nostri iscritti, ormai, è di origini non italiane. Abbiamo tanti delegati tra i lavoratori immigrati, che rappresentano sia gli italiani che gli stranieri. Spesso, lo devo dire, con intelligenze e competenze anche superiori alle nostre, se non altro per il difficile vissuto che hanno alle spalle. A Padova, qualche settimana fa, abbiamo tenuto l’assemblea nazionale dei delegati immigrati: c’era anche la Presidente della Camera Laura Boldrini. Sono emerse richieste che dovremmo rivendicare per tutti: l’abrogazione della Bossi-Fini, la cancellazione dell’assurda tassa di soggiorno, un reddito di dignità. E il sindacato può fare tanto: in Germania l’Ig Metall investe 700–800 mila euro per impartire lezioni di tedesco agli immigrati, e per introdurre le altre culture ai lavoratori tedeschi. Tutto questo nelle sedi sindacali: che così diventano punti di riferimento per l’integrazione.Passiamo al contratto. Siete riusciti a portare Federmeccanica su un unico tavolo. Sì, nonostante la presenza di due diverse piattaforme. Si riconosce il fatto che la Fiom è la sigla più rappresentativa. Poi è intervenuta una novità: la Uil è disponibile a sottoporre l’accordo al voto dei lavoratori. Chiediamo che le regole dell’accordo sulla rappresentanza, firmato da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, vengano applicate nel contratto: così potremmo estenderne la validità a tutti i lavoratori, e andare insieme dal governo per chiedere che i minimi contrattuali diventino salario minimo legale. Quali sono le richieste qualificanti della vostra piattaforma? C’è innanzitutto un principio nuovo da segnalare: i diritti da contratto dovranno valere per tutte le figure, fino alle partite Iva. Quindi minimi salariali, maternità, ferie, malattia, infortuni, Tfr. La formazione deve essere un diritto individuale, soggettivo, si devono ridurre gli orari se c’è un maggior utilizzo degli impianti, chiediamo di riformare l’inquadramento. E poi apriamo il nodo della sanità integrativa, ma purché sia valida anche questa per tutte le figure e per i familiari a carico: non sostitutiva di quella pubblica, ma di sostegno, per il rimborso ticket, il dentista, la non autosufficienza. Che aumento chiedete? Del 3% sulle paghe base. Ma rinnovando il modello contrattuale: rinnovi ogni anno come in Germania, e vorremmo poi che il governo defiscalizzasse il primo livello. Se ci intendiamo su questi due punti, possiamo discutere con le imprese anche un eventuale conglobamento dell’attuale indennità perequativa, quella erogata a chi non fa accordi aziendali. Da cosa viene fuori il 3%? Da tre elementi: l’inflazione; l’andamento del Pil italiano e di settore; la necessità di redistribuire reddito dopo anni in cui si è perso costantemente, indebolito anche dal fiscal drag. Ovviamente dove si vorrà e si riuscirà, ben venga la contrattazione di secondo livello: ma siccome nella realtà si riesce a fare solo nel 20–30% delle aziende, io devo garantire e qualificare il contratto nazionale. La manifestazione è indetta anche contro la legge di Stabilità. Per noi deve cambiare. È una balla che sia espansiva, perché non ci sono investimenti pubblici e non si creano posti di lavoro. Si spendono i soldi per tagliare la tassa sulla casa, mentre si interviene pesantemente sulla sanità. Gli incentivi alle imprese non sono selettivi e vincolati a investimenti. Non c’è una seria lotta all’evasione fiscale e alla corruzione, ma anzi — con misure come quella sui 3 mila euro– si incoraggiano comportamenti non certo virtuosi. Si sono ridotti gli ammortizzatori sociali, rendendoli addirittura più costosi dei licenziamenti per le imprese. Non si interviene sulle pensioni. Insomma, si prosegue lo schema già adottato per il Jobs Act, per la scuola. Il premier “giovane e sveglio” applica le ricette dell’austerity europea, la lettera della Bce, come fu per Monti e Letta, senza metterle in discussione. Però ci pare che il sindacato faccia fatica a muoversi. Ma c’è davvero, come dite, tanta contrarietà a Renzi nel Paese? Io penso che il consenso per Renzi stia diminuendo, e che tra le persone che lavorano o che cercano lavoro non sia maggioritario. È vero, dall’altro lato, che abbiamo fatto passare un anno dallo sciopero generale. Un po’ dipende dal fatto che il premier decide a colpi di fiducia in Parlamento, nessuno ha mai votato un suo programma, e lui procede anche a dispetto delle proteste. Questo scoraggia le persone dalla partecipazione. E poi c’è la crisi, l’aumento della povertà, il non credere più nei mezzi tradizionali di lotta. Proprio per questo segnalo un’importante decisione della Cgil: la proposta di un referendum per l’abrogazione del Jobs Act. Perché se le leggi ci vengono imposte, dobbiamo lottare con tutti i mezzi legali che abbiamo per cancellarle. In gennaio la Cgil chiamerà al voto 5,5 milioni di iscritti, dopo aver proposto la sua alternativa, il nuovo Statuto dei lavoratori. Io credo che si potrebbe lavorare allo stesso modo anche per la scuola, l’ambiente. E non a caso, nella consultazione per il contratto, abbiamo chiesto ai metalmeccanici se sono d’accordo sul fatto che la Fiom si impegni su tutti questi temi. E in maggioranza ci stanno dando l’ok. Sono temi che si intrecciano con quelli della nuova Sinistra italiana. Può essere un partito di riferimento per chi lavora? Il problema per noi non è avere una forza politica di riferimento, un partito unico, ma riuscire a ottenere che il lavoro diventi tema trasversale a tutta la politica. Mentre oggi, e grazie a precise scelte di Renzi, il tema economico trasversale e dominante — centrale direi — è al contrario l’impresa. Faccio un esempio: lo Statuto dei lavoratori è stato votato negli anni Settanta anche dalla Dc e dal Pli, partiti non certo di sinistra: a quei tempi il lavoro era evidentemente centrale per tutta la politica. Quindi è tramontata del tutto l’epoca del rapporto diretto tra sindacato e partiti. Noi abbiamo sempre presentato le nostre proposte a tutti i partiti, e se le condividono, bene, questo ci aiuterà. Sulle pensioni vedo che la Lega la pensa come noi, sul reddito di dignità i Cinquestelle. Io quando ho cominciato a fare sindacato mi presentavo nella quota Pci della Cgil, oggi è l’opposto: un recente studio sui nostri delegati ha appurato che il 90% di loro non è iscritto a nessun partito. L’autonomia è fondamentale per fare bene il nostro lavoro, nel rispetto di tutte le forze politiche. La Coalizione sociale sta funzionando? Tracciamo un bilancio. Io credo di sì, anche se non ho mai nascosto che fosse una sfida difficile, mentre la gran parte dei media la riduceva al problema «Landini fa un partito». E invece vogliamo ricostruire quel legame tra le persone, che poi ci permetterà magari di pensarla allo stesso modo quando voteremo al referendum sul Jobs Act. Ma partendo dalla base, dai territori, dai bisogni reali, da un nuovo mutualismo. Penso allo sportello anti-usura che abbiamo aperto a Cuneo, alla vendita scontata dei libri scolastici, al Fondo di solidarietà istituito a Pomigliano.

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Landini: «Il papa più radicale della Fiom» https://www.micciacorta.it/2015/11/landini-il-papa-piu-radicale-della-fiom/ https://www.micciacorta.it/2015/11/landini-il-papa-piu-radicale-della-fiom/#comments Thu, 19 Nov 2015 09:52:24 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=20877 L'incontro a Genova. Confronto con monsignor Luigi Bettazzi sull’encliclica «Laudato si’». Il leader delle tute blu elenca cosa è peccato per Francesco: «La guerra, la violenza, l’abbandono dei poveri, lo sfruttamento della natura»

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Il Cap, Circolo autorità portuale, se lo sono acquistato con le loro forze. Sono i «vecchietti» che hanno lavorato all’Autorità portuale prima delle privatizzazioni degli anni ’90, e che ora tengono viva, sotto l’egida dell’Arci, una struttura polivalente che risale al 1946, ai primi giorni della ricostruzione dopo le devastazioni della guerra. Oggi i soci sono più di 4mila, in una realtà attiva a 360 gradi che Danilo Oliva offre subito al segretario dei metalmeccanici Cgil: «Landini, qui sei a casa tua per la coalizione sociale». Anche di coalizione sociale si parla. Ma partendo dall’idea, intrigante, dell’Arci Cap e della Comunità di San Benedetto al Porto di mettere a confronto Maurizio Landini e Luigi Bettazzi sull’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. Per il vescovo emerito di Ivrea, 92 anni né dimostrati né sentiti, è un compito facile. «Ma sono curioso — e sorride — di sentire cosa pensa Landini». Che se la cava bene. Anche perché l’enciclica l’ha letta, con attenzione. Si parla di «Misurarsi con il mondo, una necessità al tempo della globalizzazione». Argomento sempre di estrema attualità. «La crisi culturale, economica, politica — apre Walter Massa dell’Arci — ci dice una cosa in particolare: il mondo che abbiamo conosciuto è passato e non tornerà, certamente non in quelle forme e in quei modi». Qualcosa però non torna: «Quella di Bergoglio è una enciclica pochissimo discussa — osserva Luca Borzani, che guida la Fondazione Palazzo Ducale — non è entrata nel sistema della comunicazione. Eppure propone una sfida culturale e politica per tutti, credenti e non. Chiama a un’azione comune di fronte al collasso ambientale e sociale che stiamo vivendo, provocato da una cultura basata sul consumo e dal dominio del ’mercato’. Che altro non è che una esasperata ricerca del profitto, a qualsiasi costo». Luigi Bettazzi approfondisce: «Laudato si’ è una enciclica laica. Il primo che scrisse una cosa del genere fu papa Giovanni con la ’Pacem in terris’. Con l’idea di fondo che il mondo voleva la pace, e rivolgendosi ’a tutti gli uomini e le donne di buona volontà’. Questo proprio nel momento in cui la crisi nucleare Usa-Urss era sul punto di non ritorno». Dalla storia alla cronaca: «Ci sono sessanta milioni di persone in fuga dalle loro terre, a causa di guerre, dittature e carestie. Emigrano perché li abbiamo sfruttati, prima con le colonie e oggi con altre forme di coercizione. Siamo i difensori della libertà, così ci piace descriverci. Ma non può essere la libertà di fare quello che si vuole». Landini esordisce e strappa sorrisi: «Mi sono accorto che c’è qualcuno più radicale della Fiom. Qualcuno che per giunta ha scritto un documento dove non c’è nemmeno una parola in inglese, cosa che oggi va tanto di moda». Poi entra nel merito: «E’ una enciclica rivolta a tutti. Perché è la ’casa comune’ che è a rischio. Il modello di capitalismo finanziario che oggi domina il mondo sta mettendo in discussione il futuro di tutti». Con meccanismi puntualmente denunciati da Jorge Bergoglio: «Cosa è peccato? — segnala Landini — Nell’enciclica è peccato la guerra, la violenza, l’abbandono dei poveri, lo sfruttamento della natura. Ce lo raccontavano in modo diverso quando da bambini andavamo in parrocchia». Applausi, sentiti. Da Laudato si’ arriva anche un assist a un’analisi cara alla Fiom: «Produrre: cosa e perché, con quali tecniche, e con quale sostenibilità sociale e ambientale. Progettare e pensare dei prodotti che fin dall’origine siano a impatto zero o quasi. Qui l’enciclica richiama a un dibattito onesto, non precostituito. E il messaggio che ci vedo è la necessità di un cambio, di una crescita della politica. Che sia in grado di affrancarsi dal capitalismo finanziario. Perché, e Bergoglio lo ricorda, l’ingiustizia non è invincibile. Però sul piano dei valori oggi il capitalismo finanziario ha vinto. Se non ci fosse il papa, chi avrebbe il coraggio di scrivere cose del genere?» Il filo del ragionamento del segretario Fiom porta infine alla coalizione sociale: «Cosa vogliono dire oggi destra, sinistra, centro? Per quelli della mia età hanno un significato. Ma per i più giovani, quelli che con governi di destra, di centro e di sinistra sono stati costretti a pagare per lavorare? Per loro queste parole non vogliono dire più nulla. La coalizione sociale non si rivolge solo a una parte, non vuole chiudere in un recinto. Vuole costruire percorsi in cui si ritrovino, senza costrizioni, le tante realtà che già oggi lavorano, bene, nei loro ambiti d’azione». Appuntamento sabato a Roma dunque. Pensando anche alla tragica attualità degli ultimi giorni: «Papa Francesco è stato l’unico che ha fatto una manifestazione contro la guerra in Siria. E sabato manifesteremo contro il terrorismo e contro la guerra. Perché bombardare è un errore: Isis è quello che è perché è stato fatto ricorso alle armi, nel mondo musulmano è una minoranza. Piuttosto è necessario mettere tutti intorno a un tavolo, compresi i paesi arabi. E fare lavoro di intelligence, per togliere l’acqua dove Isis nuota».

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Torna la coalizione sociale https://www.micciacorta.it/2015/11/torna-la-coalizione-sociale/ https://www.micciacorta.it/2015/11/torna-la-coalizione-sociale/#respond Thu, 12 Nov 2015 08:48:32 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=20839 Con la Fiom di Landini sabato 21 novembre contro la legge di stabilità e a sostegno della vertenza del contratto dei metalmeccanici.

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Con la Fiom di Landini sabato 21 novembre contro la legge di stabilità e a sostegno della vertenza del contratto dei metalmeccanici. L’opposizione al Jobs Act, Sblocca Italia, «Buona scuola», a difesa della Costituzione, per investimenti pubblici e un altro sviluppo La «coalizione sociale» esiste e, dopo un periodo di silenzio, torna in piazza con la Fiom di Landini a Roma il prossimo 21 novembre. Lo si apprende da un post di martedì scorso sulla pagina facebook della « coalizione sociale» (21.680 «like»), rilanciato ieri da un’agenzia Adn Kronos. Il sito della rete di associazioni e movimenti ancora ieri sera era fermo all’assemblea nazionale del 13 settembre scorso al Teatro Ambra Jovinelli di Roma, il suo penultimo atto pubblico. L’ultimo è stato il 17 ottobre scorso, sempre al teatro Jovinelli, in occasione della giornata mondiale contro la povertà in una manifestazione indetta da Libera contro le Mafie. Doveva essere l’occasione di una manifestazione nazionale contro la povertà e per il reddito minimo, annunciata nel corso delle assemblee, poi su facebook e in Tv. C’è stata invece un’assemblea dove singoli, gruppi, componenti hanno esposto le ragioni della lotta contro le povertà, la necessità di un reddito «di dignità» cioè un reddito minimo diverso dal sussidio contro le povertà assolute che sarà adottato. In quella sede, come riportato da Il Manifesto, sono state precisate le ragioni dell’opposizione alla legge di stabilità del governo Renzi. Non è stata invece fornita una motivazione di questo cambio di agenda, almeno ufficialmente. La manifestazione di sabato 21 sarà presentata ufficialmente oggi nella sede Fiom nazionale a Roma dove Landini illustrerà le ragioni contro la legge di stabilità e a sostegno della vertenza per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici. Il documento che ha indetto la manifestazione si spiega che la protesta è contro «il Jobs Act che ha reso più facili i licenziamenti», lo Sblocca italia, la «Buona Scuola», la «politica della diseguaglianza» e si chiede «investimenti pubblici e privati e nuova occupazione stabile», un «contratto nazionale per tutti», «ridurre le tasse al lavoro, combattere l’evasione fiscale e la corruzione», «cancellare il pareggio di bilancio imposto dalle politiche di austerità» «affermare e realizzare i princìpi della nostra Costituzione». Il corteo dovrebbe essere l’occasione di una prima prova in piazza del gruppo parlamentare «Sinistra italiana». Nello stesso giorno, a Napoli, il movimento «Possibile» di Pippo Civati terrà un’assemblea. Per la coalizione sociale si prevede un appuntamento intermedio a Milano lunedì 16 novembre. All’incontro «Le nostre vite valgono più dei loro profitti» all’auditorium Stefano Cerri (via Valvassori Peroni 56, ore 20,30) parteciperanno Giuseppe De Marzo (Campagna «Miseria ladra»), Andrea Di Stefano (direttore della rivista «Valori»), Don Massimo Mapelli della Caritas Ambrosiana, Moni Ovadia, gli attivisti della fabbrica recuperata Rimaflow a Trezzano sul Naviglio e Maurizio Landini. Dal documento su facebook emerge l’intenzione di riprendere un bandolo di una vicenda interrotta a partire dall’opposizione alla legge di stabilità. La manovra economica del governo non dà risposte ai bisogni e alle necessità più urgenti del Paese e si esprime «in piena continuità con i provvedimenti precedenti: dal Jobs Act, allo Sblocca Italia, alla Buona Scuola, alla privatizzazione dei beni comuni e alle riforme costituzionali». «Nel frattempo le condizioni generali del paese continuano a peggiorare, le disuguaglianze sono cresciute ulteriormente e il divario tra nord e sud sembra sempre più incolmabile. La crisi democratica del paese è ogni giorno più evidente. Si attaccano il diritto allo sciopero, allo studio, alla salute, si riducono le tutele del patrimonio ambientale del Paese, si alimenta un nuovo ciclo di privatizzazioni dei beni comuni e dei servizi pubblici». «Saremo in piazza per far sentire le nostre voci, convinti che coalizzandoci, praticando democrazia dal basso come facciamo ogni giorno nei territori e nelle vertenze in cui siamo impegnati, difendendo e attuando i principi costituzionali che orientano la politica verso la legalità, la solidarietà, la dignità, l’equità, la libertà, il lavoro e la cultura, la pace; facendo convergere le lotte di chi si batte per cambiare le cose, potremo dare forza alla domanda di giustizia, di lavoro di qualità, di diritti, di conoscenza, di reddito, di democrazia che appartiene alla maggioranza del paese per cambiarlo in favore di tutti».

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Coa­li­zione in piazza il 17 ottobre, ma aumentano i litigi a sinistra https://www.micciacorta.it/2015/09/coa%c2%adli%c2%adzione-in-piazza-il-17-ottobre-ma-aumentano-i-litigi-a-sinistra/ https://www.micciacorta.it/2015/09/coa%c2%adli%c2%adzione-in-piazza-il-17-ottobre-ma-aumentano-i-litigi-a-sinistra/#comments Tue, 15 Sep 2015 07:19:47 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=20369 Il movimento di Landini. Manifestazione con Libera, impegno contro il Jobs Act e le riforme di Renzi. Ed è scontro con Civati

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Il movimento di Landini. Manifestazione con Libera, impegno contro il Jobs Act e le riforme di Renzi. Ed è scontro con Civati sui referendum: "Non vedo molte firme". La replica del fondatore di "Possibile": "Si candida a segretario Cgil o si butta in politica?" In piazza con Libera il 17 otto­bre, in occa­sione della gior­nata mon­diale per l’eradicazione della povertà. Il con­tra­sto al governo Renzi su diversi fronti: a par­tire da dove l’esecutivo ha già “col­pito” o minac­cia di farlo a breve — Jobs Act, Buona scuola, Sblocca Ita­lia, pri­va­tiz­za­zione dei beni comuni, riforme isti­tu­zio­nali. Il con­tatto con i lavo­ra­tori, anche quelli pre­cari, e il mondo dei movi­menti e dell’associazionismo. In modo da allar­gare la base di con­senso, per­ché il primo vero nemico è il mino­ri­ta­ri­smo: Mau­ri­zio Lan­dini dome­nica ha lan­ciato l’autunno della Coa­li­zione sociale in un’assemblea par­te­ci­pata (circa 400 per­sone) al Tea­tro Ambra Jovi­nelli di Roma. In più occa­sioni, anche negli ultimi giorni, il segre­ta­rio della Fiom ha tenuto a riba­dire che la sua crea­tura non è un par­tito poli­tico, e soprat­tutto che vede come il peg­giore dei mali che possa essere iden­ti­fi­cata con quanto sta a sini­stra di Renzi, pro­prio per­ché si tratta di par­titi pic­coli, fram­men­tati e divisi. Nella inter­vi­sta che il mani­fe­sto ha pub­bli­cato dome­nica, Lan­dini ha riba­dito di essere «stanco delle vec­chie eti­chette, destra e sini­stra» e che ci si deve misu­rare sol­tanto su prin­cipi e valori. Sem­pre dome­nica, in una inter­vi­sta a Repub­blica, alla domanda sulla sua pos­si­bile par­te­ci­pa­zione alla costi­tuente di sini­stra di Paolo Fer­rero, pre­vi­sta a novem­bre, ha fatto capire di non essere inten­zio­nato ad andare, limi­tan­dosi a fare «gli auguri» all’ex segre­ta­rio di Rifon­da­zione. E poi, dome­nica sera, alla festa della Fiom, inter­vi­stato dal diret­tore del Fatto Marco Tra­va­glio (anche que­sta scelta è indi­ca­tiva della ricerca di un pub­blico tra­sver­sale e che vada oltre la sini­stra clas­sica), ha sostan­zial­mente liqui­dato i refe­ren­dum pro­mossi da Pippo Civati (uno dei quali è pro­prio sul Jobs Act): «Vedo il rischio che quel pro­cesso lì non porti a molte firme», regi­stra la cro­naca del Fatto. E poi ha aggiunto: «A me l’idea che qual­cuno fac­cia casino per costruire qual­cosa alla sini­stra del Pd non piace, non pos­siamo essere minoritari». Lan­dini sta­rebbe riflet­tendo piut­to­sto su «come essere mag­gio­ri­tari», tor­nando a con­qui­stare le ampie fasce sociali che hanno ingros­sato il par­tito dell’astensionismo. Biso­gna capire poi dove indi­riz­zare que­sta massa cri­tica, nell’ipotesi che rie­sca a costi­tuirla: sarà solo un movi­mento di pres­sione su que­sto e sui governi ven­turi, o un giorno diven­terà la base per un par­tito poli­tico? E ci sono i mar­gini, visto che buona parte dei voti un tempo di sini­stra oggi stanno nel M5S? Civati non ha lasciato cor­rere, e ieri ha repli­cato: «Ma quindi ha deciso? Lan­dini si è messo a fare poli­tica — dice il fon­da­tore di Pos­si­bile — A giu­gno, quando ci siamo visti, gli avevo pro­po­sto di avviare una sta­gione refe­ren­da­ria e di scri­vere insieme i que­siti, spie­gan­do­gli che, come aveva inten­zione di fare lui, anche io ero inten­zio­nato a pro­muo­vere una ripar­tenza della poli­tica dal basso, e non dal ceto poli­tico, né dal ceto sin­da­cale». «Quella sua di ieri — pro­se­gue — mi sem­bra quindi la nostra pro­po­sta di mag­gio, pec­cato che arrivi a set­tem­bre e quasi alla fine della nostra cam­pa­gna refe­ren­da­ria. Capi­sco che Lan­dini abbia un altro ruolo, ma forse un giorno deci­derà e ci spie­gherà se intende can­di­darsi a segre­ta­rio della Cgil o se si met­terà a fare il poli­tico a tempo pieno. E se l’anno pros­simo pro­muo­verà dei refe­ren­dum, io li fir­merò con molta più generosità».

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