Moni Ovadia – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Thu, 03 Sep 2020 08:07:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Antifascismo. La nostra migliore gioventù processata a Torino https://www.micciacorta.it/2020/09/antifascismo-la-nostra-migliore-gioventu-processata-a-torino/ https://www.micciacorta.it/2020/09/antifascismo-la-nostra-migliore-gioventu-processata-a-torino/#respond Thu, 03 Sep 2020 08:07:47 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26232 31 giovani torinesi domani saranno davanti al giudice del riesame di Torino per chiedere la revoca delle limitazioni alla libertà: liberateli e non incriminateli. Incarnano lo spirito migliore della nostra repubblica. Per loro l’antifascismo non è una parola vuota

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Il 13 febbraio scorso all’università di Torino si è svolto un convegno intitolato «fascismo, colonialismo, foibe» autorizzato dall’istituzione universitaria e promosso da alcune sezioni dell’Anpi, Nizza Lingotto, 68 martiri di Grugliasco, V sezioni riunite, Nichelino. E dal Comitato delle mamme in piazza per la libertà del dissenso. Io ero invitato come relatore. Prevista la proiezione dell’importante documentario della Bbc, The fascist legacy (L’eredità fascista). Film acquistato dalla Rai oltre 25 anni fa, doppiato a cura del regista Massimo Sani ma la tv di stato non lo ha mai messo in onda. Mentre il convegno si svolgeva, secondo quanto mi è stato riferito da alcuni degli organizzatori, sono arrivati gli immancabili neofascisti a fare un volantinaggio scortati da tre camionette della celere con agenti in tenuta antisommossa. Gli studenti antifascisti si sono contrapposti ai fascisti al grido di: «Fuori i fascisti dall’Università». Sono seguite cariche di «allegerimento» da parte delle forze di polizia a cui hanno fatto seguito l’arresto di alcuni militanti antifascisti che sono stati subito oggetto di durissimi provvedimenti costrittivi. Per dovere di onestà ripeto che non sono stato testimone oculare dei fatti ma riferisco ciò che mi è stato detto da persone che personalmente ritengo degne della massima fiducia. Io mi trovavo all’interno dell’aula in cui si teneva il convegno. Ma, a prescindere da come si è svolta la dinamica dei fatti c’è una domanda che dovrebbe sgorgare spontanea dal cuore di ogni cittadino italiano degno di tale qualifica: per quale ragione le nostre forze dell’ordine che giurano fedeltà alla Costituzione repubblicana debbano scortare fascisti, neofascisti e affini.
La nostra Carta non è neutra, è ontogeneticamente e intrinsecamente antifascista.
I fascisti e coloro che si ispirano alla «ideologia» di quel regime criminale non hanno titolo né diritto ad esprimersi negli spazi pubblici in quanto ogni loro manifestazione viola il dettato costituzionale e si configura come crimine contro la democrazia. Tengano le loro kermesse nostalgiche in luoghi privati e i cittadini italiani ricordino che si tratta di nostalgia per la guerra, il colonialismo, il razzismo, il genocidio, il razzismo.
25 aprile la liberazione è bella vignetta biani il manifesto
La vignetta di Biani per il manifesto, 2018
La democrazia italiana ha ricevuto dalla permanenza del veleno fascista nelle fibre più delicate del tessuto nazionale, micidiali ferite purulente a partire dallo stragismo. L’Italia all’uscita dalla seconda guerra mondiale si collocò nell’area atlantica sotto l’egemonia degli Stati Uniti per i quali il nemico era diventato l’Unione sovietica. Le amministrazioni stelle e strisce non si fidavano degli antifascisti e pretesero che nei gangli vitali dello stato fossero reintegrati i compromessi col regime e «licenziati» coloro che avevano combattuto contro il fascismo. Per questo principale motivo, a mio parere, l’Italia non si è mai liberata dalla micidiale eredità fascista. Ora, tornando ai giovani antifascisti torinesi, 31 dei quali il 4 settembre, domani, saranno davanti al giudice del riesame di Torino per chiedere la revoca delle limitazioni alla libertà: liberateli e non incriminateli. Essi incarnano lo spirito migliore della nostra repubblica. Per loro l’antifascismo non è una parola vuota da far risuonare retoricamente alle manifestazioni celebrative e commemorative, non è un simulacro buono per simulare appartenenze di comodo, per loro l’impegno antifascista è un orizzonte di lotta per edificare una società di giustizia, di uguaglianza. È una forza propulsiva che si contrappone alla barbarie della guerra, del razzismo, dei privilegi intesi come forma di rapina che disgrega l’integrità sacrale della vita. Questi non sono i giovani delle discoteche, degli apericena o delle happy hour, vivono la vita come partecipazione ai valori che istituiscono e difendono la civiltà democratica e sanno vivere con passione e con la gioia di chi ha iscritto il proprio cammino nel solco che porta dalla tirannia alla libertà come fecero i nostri partigiani che si sacrificarono per amore della vita e per fermare i cultori della morte. * Fonte: Moni Ovadia, il manifesto

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Il valore universale della classe operaia e il finanz-capitalismo https://www.micciacorta.it/2019/04/il-valore-universale-della-classe-operaia-e-il-finanz-capitalismo/ https://www.micciacorta.it/2019/04/il-valore-universale-della-classe-operaia-e-il-finanz-capitalismo/#respond Tue, 09 Apr 2019 06:52:03 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25350 Cinque operai Fca di Pomigliano d’Arco sono stati licenziati per avere messo in scena un suicidio in effige dell’ex a.d. Marchionne

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Cinque operai Fca di Pomigliano d’Arco sono stati licenziati per avere messo in scena un suicidio in effige dell’ex a.d. Marchionne, rappresentandone provocatoriamente il pentimento per le condizioni a cui sottoponeva la sua classe operaia. La dimostrazione dei lavoratori intendeva protestare ed esprimere solidarietà a loro colleghi che si erano suicidati o avevano tentato di farlo portati a tale drammatico gesto dal duro stress fisico e psicologico generato dallo status del lavoro in quell’azienda. In particolare, nei giorni a ridosso della protesta, un’operaia della fabbrica si era appena suicidata in una situazione tragica. I cinque operai responsabili dell’happening provocatorio sono stati licenziati per aver danneggiato l’immagine della Società. Il grande magnate Warren Buffet, uno degli uomini più ricchi del mondo ha dichiarato che la lotta di classe è una realtà fattuale e ha soggiunto: “ e la mia classe l’ha vinta!”. Dunque grazie a un potentissimo capitalista, anche chi non ha una formazione marxista o chi non ha mai voluto riconoscere l’esistenza della lotta fra capitale e lavoro può ora riconoscere che non si tratta di una chimera ma di una incontrovertibile realtà. Ora, chi sta della parte dei padroni o – per essere più precisi del finanz-capitalismo ( Luciano Gallino) – ha motivo per esprimere un incondizionato tripudio? A mio parere chiunque sia dotato di un pur minimo tasso di Intelligenza non dovrebbe trarre motivo di sconcia soddisfazione dalla temporanea sconfitta della classe operaia. Lo testimonia il fatto che i nostri cinque operai della FCA di Pomigliano d’Arco hanno deciso di fare ricorso alla Corte europea dei diritti, non per essere riassunti, come era pur lecito aspettarsi, ma per difendere il diritto di ciascuno alla libertà di opinione e di manifestazione delle proprie idee. Tutti coloro che non hanno mai capito la classe operaia, che ne hanno ignorato la cultura, la sensibilità sociale, che hanno calunniato le sue richieste di diritti, che hanno osteggiato le sue lotte si chiedano per una volta perché cinque operai licenziati con tutte le difficoltà pratiche e umane che devono affrontare decidono di rivolgersi alla corte dei diritti d’Europa per perorare un diritto di tutti? Per una sola ragione: la classe operaia è stata ed è l’unica classe portatrice, in quanto tale, di valori universali. Mentre la classe che ha vinto, quella dei Warren Buffet, lo ha fatto per se stessa, per un pugno di privilegiati smisuratamente ricchi al fine di renderli ancora più ricchi, anche al prezzo di calpestare quella classe media che ha ingenuamente creduto nei benefici del liberismo e della sua forma patologica, la metastasi iperliberista, la classe operaia ha lottato per la giustizia sociale, per la democrazia. A misura che gli operai si muovevano verso l’emancipazione dallo sfruttamento bestiale, dalla condizione del lavoro servile, l’intera società beneficiava in termini di democrazia di crescita civile e di diffusione dei saperi critici. Le famiglie operaie hanno fatto sacrifici perchè i loro figli, le generazioni future potessero studiare e migliorare le proprie condizioni di esistenza al fine di edificare una società migliore per tutti. Ma le minoranze del privilegio e del potere hanno messo in campo ogni mezzo possibile per impedire che i lavoratori assumessero la leadership politica e culturale. Ben sapendo che la cultura e l’etica del lavoro sarebbero state incompatibili con il parassitismo di chi accumula il proprio potere con gli strumenti della speculazione, della corruzione, pervertendo il senso dei valori istitutivi di una democrazia degna di questo nome. Questo processo di svalorizzazione del lavoro e della sua cultura favorito dal marasma mediatico impegnato a glorificare la vanità del consumo è arrivata a far credere che il lavoro sia un residuato di un tempo decaduto. Non è così, nel mondo gli operai sono milioni e milioni e il loro ruolo è tutt’altro che irrilevante. Il mondo ha bisogno di loro per non precipitare nell’insensatezza. E per questa ragione dobbiamo sostenere i cinque operai di Pomigliano d’Arco. * Fonte: Moni Ovadia, IL MANIFESTO

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Quale memoria? La sottocultura dell’odio è ancora fertile https://www.micciacorta.it/2019/01/quale-memoria-la-sottocultura-dellodio-e-ancora-fertile/ https://www.micciacorta.it/2019/01/quale-memoria-la-sottocultura-dellodio-e-ancora-fertile/#respond Sun, 27 Jan 2019 08:58:59 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25196 Giorno della memoria. Il ventre della sottocultura dell’odio è ancora fertilissimo in ogni parte del mondo, lo si capisce guardando la semina di morte degli emigranti

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Persino uno Stato che si definisce ebraico, ha potuto varare una legge razziale come la legge dello stato nazione che discrimina i palestinesi non solo dei territori occupati ma anche quelli di passaporto israeliano Il giorno della memoria è diventato con il procedere degli anni sempre di più un topos della cultura celebrativa del mondo occidentale e, a misura che i testimoni diretti dello sterminio ci lasciano per ragioni anagrafiche, la responsabilità delle nuove generazioni si configura come una sfida a tenere fermo e adamantino il senso autentico di quella memoria. Il rischio che incombe sul futuro si presenta con molteplici aspetti fra i quali: la retorica, la falsa coscienza, il negazionismo, la banalizzazione, la ridondanza, l’uso strumentale, la sacralizzazione. Primo Levi, pose al più celebre e diffuso volume della sua opera di testimonianza e di riflessione sul genocidio e sul sistema concentrazionario della morte, il titolo «Se questo è un uomo». Ecco, il più atroce crimine della storia è stato commesso da uomini contro uomini. È giusto indagare, conoscere, comprendere e trasmettere il sapere delle diverse modalità e specificità delle ragioni con cui lo sterminio fu preparato e perpetrato. Ma è imprescindibile sapere che si trattò della distruzione di esseri umani, dell’annichilimento della loro dignità e della loro integrità. La memoria di quell’orrore deve entrare a fare parte del delle più intime fibre della primissima formazione di ogni essere umano, nell’unica forma che possa garantire il non ripetersi della sottocultura dell’odio che fu il ventre gravido che generò la peste dello sterminio di massa e del genocidio, la consapevolezza culturale, interiore e psichica dell’universalità dell’essere umano, il cui statuto di titolarità è contenuto nella Carta Universale dei Diritti dell’Uomo, a partire dal primo articolo: «tutti gli uomini nascono liberi ed eguali pari in dignità e diritti». Ma noi siamo lontani anni luce da un simile livello di coscienza, anzi siamo pesantemente regrediti riguardo ai principi fondativi delle grandi Carte dei Diritti, in particolare della nostra straordinaria Costituzione. Questa legge delle leggi, che definisce il carattere nazionale della nostra repubblica e su cui tutti i governi giurano, è costitutivamente antifascista senza se e senza ma. Ma in questi anni abbiamo visto crescere il revanscismo nostalgico o neofascista, le nostre televisioni si sono riempite di pseudo revisionisti miranti a riabilitare i peggiori criminali fascisti, a partire dal peggiore e più vile di essi, Mussolini. I conservatori di questo Paese hanno espunto lo studio della Costituzione dalle scuole superiori, invece di estenderla anche alle medie, alle elementari e persino alle materne. Le cosiddette sinistre riformiste hanno lasciato fare. Molti gazzettieri si sono baloccati con il mito fradicio e nocivo degli italiani brava gente, che oggi si ritrova sotto il nuovo e patetico maquillage «Gli italiani non sono razzisti» o sotto quello ridicolo «io non sono razzista, ma…». Sia chiaro, in Italia ci furono ai tempi del fascismo tante brave persone e anche oggi milioni di italiani sono magnifiche persone generose, ma allora come adesso lo erano perché brave persone, non perché italiani. I fascisti italiani perpetrarono un genocidio in Cirenaica, uno sterminio di massa in Etiopia, 135.000 civili sterminati in due giorni con l’iprite e devastarono con massacri, pulizie etniche, campi di concentramento in cui si facevano morire civili di fame e malattie, le terre della Iugoslavia. Un popolo di brava gente non avrebbe permesso di cacciare bambini dalle scuole per poi destinarli allo sterminio solo per la colpa di essere nati e si sarebbe comportato come i bulgari e i danesi che salvarono tutti i loro ebrei opponendosi ai criminali nazisti. Ecco il grande nemico di una memoria che può edificare un futuro di giustizia sociale e uguaglianza, la retorica propagandistica e auto assolutoria che porta alla vile indifferenza di massa. Il ventre della sottocultura dell’odio è ancora fertilissimo in ogni parte del mondo, lo si capisce guardando la semina di morte degli emigranti e, persino uno Stato che si definisce ebraico, ha potuto varare una legge razziale come la legge dello stato nazione che discrimina i palestinesi non solo dei territori occupati ma anche quelli di passaporto israeliano. Non basta mettersi uno zucchetto in testa una volta all’anno per ottenere il certificato di buona condotta. * Fonte: Moni Ovadia, IL MANIFESTO

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25 aprile. Comunità ebraiche con la memoria di Netanyahu https://www.micciacorta.it/2018/04/24420/ https://www.micciacorta.it/2018/04/24420/#respond Thu, 26 Apr 2018 09:39:07 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24420 La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente

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La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente. Uguale il gesto sdegnato, uguale la delirante motivazione. E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini? No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni. Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu. Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano. Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno. Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento. Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo. Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affrontoa est di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est). E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale cui dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora. Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo. FONTE: Moni Ovadia, IL MANIFESTO

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Ora e sempre Resistenza. Una liberazione per tutti, ovunque https://www.micciacorta.it/2017/04/ora-sempre-resistenza-liberazione-tutti-ovunque/ https://www.micciacorta.it/2017/04/ora-sempre-resistenza-liberazione-tutti-ovunque/#respond Wed, 26 Apr 2017 09:04:28 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23249 25 aprile. Non sono solo i nostalgici o i cultori dei fascismi a cercare di corrompere il senso autentico dell’antifascismo, negli ultimi lustri ci si sono messi revisionismi a vario titolo

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Anno dopo anno lo slogan più ripetuto per la manifestazione del 25 Aprile, festa della Liberazione, è stato «ora e sempre Resistenza». Non è solo e tanto un afflato enfatico per sentirsi parte di un evento a cui la grande maggioranza di chi sfila oggi non partecipò. Quelle parole hanno un valore ed un peso precisi: impegnano le generazioni a venire a battersi contro ogni oppressione, contro ogni tirannia sotto qualunque cielo essa si manifesti e operi mettendo genti e uomini gli uni contro gli altri. La lotta antifascista fu fenomeno italiano, europeo, ma anche extraeuropeo. La cultura germinata dell’impegno militante ed ideale delle Resistenze ha generato una Weltanschauung da cui è uscita una nuova umanità che ha voluto riconoscersi come integra, titolare di diritti universali per ogni essere umano. La vittoria contro la barbarie nazifascista ha fatto fiorire alcune scritture sacrali pur nella loro originaria laicità. Fra queste ci sono la Costituzione della Repubblica Italiana e la Carta dei diritti universali dell’Uomo. MA A DISPETTO DI QUESTO immenso patrimonio che delinea un mondo di pace e di uguaglianza, vi sono importanti movimenti che profondono intense energie per restituire legittimità alle ideologie dell’odio, del razzismo, della xenofobia, magari con il pretesto di tributare onore a combattenti caduti in guerra, spesso sotto la compiaciuta indifferenza di istituzioni ed autorità di paesi che si vogliono orgogliosamente democratici. La giustificazione a tale invereconda ipocrisia sarebbe che i morti sono uguali. I morti caduti per servizio nel portare guerre, stermìni, deportazioni, schiavismo, secondo questi becchini sarebbero uguali ai caduti per la libertà. Ma non sono solo i nostalgici o i cultori dei fascismi a cercare di corrompere il senso autentico dell’antifascismo, negli ultimi lustri ci si sono messi revisionismi a vario titolo che senza avere il coraggio di negare i fondamenti della Resistenza hanno fatto di tutto per infangarne memoria e magistero. Ma negli anni più recenti un nuovo fenomeno sta mettendo a rischio il valore integro dell’antifascismo e del suo ammaestramento. Alcuni esponenti della sinistra moderata, in occasione dell’ultimo referendum per la riforma Renzi-Boschi della Costituzione sostenitori del sì, hanno rivendicato di essere gli autentici eredi dei partigiani e hanno accusato i sostenitori del no (segnatamente l’Anpi) di avere pervertito l’eredità dei partigiani veri (sic!). Lo stesso a loro modo hanno fatto esponenti istituzionali delle comunità ebraiche, in particolare quella romana, rifiutandosi di partecipare alla sfilata ufficiale di cui dovrebbero fare parte per definizione, rivolgendo a chi permette ad esponenti del popolo palestinese di partecipare alla manifestazione del 25 Aprile con la propria bandiera di tradire l’autenticità della giornata della Liberazione. AFFERMANDO CHE quella bandiera richiama il Gran Muftì di Gerusalemme che fu in carica per un breve periodo nel tempo della II guerra mondiale e che era filonazista (Una provocazione. Magari tacendo il legame profondo e ben più recente tra Stato d’Israele e il regime razzista dell’apartheid in Sudafrica). I dirigenti del Pd romano quest’anno, sospettiamo per ritorsione al no dell’Anpi in occasione del Referendum costituzionale, hanno scelto di aderire alla protesta dei leader comunitari degli ebrei romani. Con tale decisione il Pd romano ratifica il giudizio che i rappresentanti del popolo palestinese siano solo gli «eredi» del Gran Muftì filonazista di Gerusalemme di 80 anni fa e non i figli di un popolo oppresso che vive sotto occupazione militare da 50 anni. IO CHE CREDO profondamente alle parole «ora e sempre Resistenza», nell’intento di fare rinsavire Matteo Orfini e i suoi mi servirò delle parole pronunciate all’assemblea delle Nazioni Unite il 16 ottobre 2016 da Hagai El-Ad, direttore esecutivo del gruppo israeliano per i diritti umani Bet’Tselem: «Ho parlato alle Nazioni Unite contro l’occupazione perché sono israeliano. Non ho un altro Paese. Non ho un’altra cittadinanza né un altro futuro. Sono nato e cresciuto qui e qui sarò sepolto: mi sta a cuore il destino di questo luogo, il destino del suo popolo e il suo destino politico, che è anche il mio. E alla luce di tutti questi legami, l’occupazione è un disastro. (…)Ho parlato alle Nazioni Unite contro l’occupazione perché i miei colleghi di B’Tselem ed io, dopo così tanti anni di lavoro, siamo arrivati ad una serie di conclusioni. Eccone una: la situazione non cambierà se il mondo non interviene. Sospetto che anche il nostro arrogante governo lo sappia, per cui è impegnato a seminare la paura contro un simile intervento. (…) Non ci sono possibilità che la società israeliana, di sua spontanea volontà e senza alcun aiuto, metta fine all’incubo. Troppi meccanismi nascondono la violenza che mettiamo in atto per controllare i palestinesi. (…) Non capisco cosa il governo voglia che facciano i palestinesi. Abbiamo dominato la loro vita per circa 50 anni, abbiamo fatto a pezzi la loro terra. Noi esercitiamo il potere militare e burocratico con grande successo e stiamo bene con noi stessi e con il mondo. Cosa dovrebbero fare i palestinesi? Se osano fare manifestazioni, è terrorismo di massa. Se chiedono sanzioni, è terrorismo economico. Se usano mezzi legali, è terrorismo giudiziario. Se si rivolgono alle Nazioni Unite, è terrorismo diplomatico. Risulta che qualunque cosa faccia un palestinese, a parte alzarsi la mattina e dire “Grazie, Raiss” – “Grazie, padrone” – è terrorismo. Cosa vuole il governo, una lettera di resa o che i palestinesi spariscano? Non possono sparire». È VERO, i palestinesi non possono sparire e hanno la piena titolarità per rivendicare i loro diritti, ovunque. E la loro liberazione ci riguarda. SEGUI SUL MANIFESTO

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La voce della resistenza popolare https://www.micciacorta.it/2016/10/la-voce-della-resistenza-popolare/ https://www.micciacorta.it/2016/10/la-voce-della-resistenza-popolare/#respond Wed, 19 Oct 2016 07:46:06 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22570 Ritratti. La figura di Sandra Mantovani, che ha raccontato l'Italia del nord con canzoni e spettacoli, studiando e registrando le modalità della comunicazione orale

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Sandra Mantovani è morta il primo ottobre a Milano. Oltre che una straordinaria cantante e studiosa del mondo popolare, Sandra ha rappresentato un momento importante della cultura di sinistra degli anni Sessanta-Ottanta. Nata a Milano nel 1928, esordì nel 1962 in Milanin Milanon, spettacolo di canzoni e poesie milanesi con la regia di Filippo Crivelli e la partecipazione di Milly, Tino Carraro, Enzo Jannacci e Anna Nogara. Fin dal 1962 prese parte all’attività del Nuovo Canzoniere Italiano. Tra gli spettacoli più importanti, Pietà l’è morta. La Resistenza nelle canzoni, con la regia di Filippo Crivelli, Roberto Leydi e Giovanni Pirelli; Bella ciao. Un programma di canzoni popolari italiane di Roberto Leydi e Filippo Crivelli. Portato al Festival dei due mondi di Spoleto nel 1964, lo spettacolo segnò il decisivo affermarsi del gruppo su scala nazionale. Pochi ricordano che nel 1966, nel momento in cui il Nuovo Canzoniere Italiano stava per scindersi a causa anche del disaccordo sulla soluzione registica data da Dario Fo a Ci ragiono e canto. Rappresentazione popolare in due tempi su materiale originale curato da Cesare Bermani e Franco Coggiola. Sandra Mantovani, sebbene in conflitto con quella regia, salvò con generosità lo spettacolo sostituendo una delle interpreti, Cati Mattea, vittima di un abbassamento di voce, ritirandosi dallo spettacolo solo quando Mattea si ristabilì. Dopo aver lasciato il Nuovo Canzoniere Italiano, diede vita insieme a Bruno Pianta (scomparso nel settembre di quest’anno) al gruppo dell’Almanacco Popolare, cui collaborò Moni Ovadia. Tra i suoi numerosi dischi, si segnalano E per la strada – Sandra Mantovani canta storie dell’Italia settentrionale  (I Dischi del Sole) e Servi, baroni e uomini  (VPO 8089, 1969). Molti canti della colonna sonora del «lungo Sessantotto» si sono diffusi grazie ai dischi che ha inciso e gli spettacoli che lei stessa ha fatto: Il feroce monarchico Bava, O Gorizia tu sei maledetta, La canzone della Lega. Convinta che il carattere della comunicazione orale stesse nei modi esecutivi, ha studiato il materiale politico-sociale, gli elementi costitutivi degli stili vocali popolari, le costanti dell’emissione della voce di particolari aree del Nord Italia. Nelle sue ricerche, alle registrazioni audio e sonore Mantovani affiancava l’attenta osservazione dei cantanti popolari, cogliendone in particolare le tensioni muscolari che permettono di impadronirsi delle peculiari disposizioni di tutte le parti del petto, del viso e del capo implicate in una particolare emissione vocale. Di un canto, infatti, voleva conoscere sia la struttura testuale che quella musicale, quando e da chi era stato cantato, in che occasione, per che scopo, cosa volesse comunicare, che rapporto avesse con l’area musicale da cui proveniva. E si preoccupava anche di averne la collocazione storico-sociale. È stata magistrale nella riesecuzione dei canti popolari. Tra i suoi scritti, l’Oscar Mondadori I canti popolari italiani. 120 testi e musiche(1973), curato assieme al marito Roberto Leydi e a Cristina Pederiva. Negli ultimi anni di lavoro aveva anche insegnato Tecniche di Comunicazione Orale alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano. dove è ancora adesso ricordata con affetto dai suoi allievi. SEGUI SUL MANIFESTO

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Un teatrante assoluto contro il potere https://www.micciacorta.it/2016/10/22552/ https://www.micciacorta.it/2016/10/22552/#respond Fri, 14 Oct 2016 06:57:09 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22552 L'attore prodigioso. Tacciano gli ipocriti. Moni Ovadia ricorda Dario Fo

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E adesso ci toccherà fare a meno della sua presenza viva, è duro pensarlo. Sembrava eterno, preso come era a progettare sempre nuove messe in scena con se stesso, con i luoghi dell’arte, con il suo superfluente talento di narratore-affabulatore e con l’altrettanto stupefacente prolificità del suo gesto di pittore, disegnatore e illustratore. Mi chiedo se nella mia vita ci sia stato un tempo non segnato dalla presenza di Dario Fo. Se ci siano state stagioni del nostro teatro e della nostra cultura che abbiano potuto prescindere da lui. Forse ci sono state, ma oggi con l’annuncio del suo congedo da noi, la prima sensazione, la più forte è che lui sia sempre stato con noi, che abbia sempre fatto parte della nostra vita, che il nostro paesaggio umano, culturale, teatrale e politico sia stato segnato dalla sua imprescindibile e travolgente esistenza. La prima volta che ne sentii parlare fu per «Il dito nell’occhio» che per altro ero troppo piccolo per avere visto, ma chi me ne parlava lo faceva con il tono con cui si riferisce di uno spettacolo di culto, innovativo e «sovversivo». La conoscenza diretta, con la sua faccia da intenso paesaggio irriverente, il fisico predisposto ad ogni possibilità espressiva fu in quella mitica Canzonissima. Con lui la compagna di palcoscenico e di vita di sempre e per sempre, Franca Rame. Per me giovane ribelle, ciò che grazie a questa coppia di commedianti irrompeva nel piccolo schermo addomesticato sembrava un miracolo, un fatto impossibile e infatti lo censurarono, a dispetto della sua qualità e della sua originalità. Da quel momento in avanti la grande avventura del teatro di Dario Fo prendeva avvio con una forza e una radicalità inarrestabili. Un teatro di denuncia di opposizione alla violenza del potere, di scelta di campo dalla parte degli ultimi, dei lavoratori, dalla parte dei movimenti di opposizione, un teatro politico nel senso più alto della parola. L’atto teatrale di Fo, a mio parere non fu mai ideologico, nell’accezione comune che si attribuisce solitamente a questa parola. E come poteva esserlo? Il grandissimo uomo di teatro che affondava le sue radici nella geniale tradizione della commedia dell’arte per reinventarla con una rivoluzionaria carica creativa, che traeva ispirazione dalla infinita ricchezza narrativa dell’affabulazione popolare, come avrebbe potuto essere al servizio di qualsivoglia contropotere per quanto estremo? Gli attrezzi dell’arte di Dario Fo erano per loro natura irrituali, irriverenti, corrosivi, incontenibili nel quadro delle retoriche, delle olografie o delle celebrazioni di parte, quand’anche della «sua» parte. Parliamo della satira, dello sberleffo, dello sghignazzo, della caricatura feroce che smascherano il potere e ne mostrano le miserie, le meschinità e ne mettono in scacco la violenza. Il potere ne percepiva immediatamente la carica deflagrante e gli scatenava contro i cani da guardia della censura e della repressione brutale e stupida, perché a nessun titolo poteva avere ragione di un teatrante assoluto come dario Fo. E con questa dotazione e l’insopprimibile spirito di ribellione sempre espresso come gesto artistico e pertanto contestualmente politico, di passo in passo Dario Fo approdò al suo capolavoro Mistero Buffo. Mistero Buffo resterà per sempre nella storia del teatro mondiale un vertice impareggiabile. Per chi come me lo ha visto e rivisto rinnovare l’evento di una epifania che ha rivelato il prodigio di un attore drammaturgo che attraverso il proprio corpo, la propria voce e il proprio gesto, la parola che canta ha saputo incarnare in sé interi scenari umani, edificare con la narrazione l’epopea degli ultimi, degli esclusi, dei vessati e assestare alle pretese del potere, anche il più sacrale, il colpo di grazia dello sghignazzo e dello sberleffo, quel commediante dal ghigno che libera, dal fisico incontenibile nei limiti imposti, sarà il teatro stesso personificato. Quando capitava di incontrarmi con lui, lo scambio di idee era il più diretto e il più semplice che si potesse immaginare ma io non dimenticavo mai, senza farmene accorgere, di prendere un po’ di distanza e di pensare: «Accidenti io me ne sto seduto qui di fianco a Dario ed è come se mi trovassi in presenza di Ruzante, di Goldoni o di Molière». Questa era la sua grandezza, ma non ne faceva mai mostra. Il suo Paese, la sua città non hanno saputo essere all’altezza di tanta arte, non c’è da stupirsi, al teatro e alla cultura si sanno applicare solo meschini tagli. A proposito, in questo momento vorrei esprimere un voto: che gli uomini delle istituzioni si astengano dai discorsi celebrativi, chinino un po’ il capo in segno di rispetto e tacciano. SEGUI SUL MANIFESTO

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La perversione del senso del 25 aprile https://www.micciacorta.it/2015/04/la-perversione-del-senso-del-25-aprile/ https://www.micciacorta.it/2015/04/la-perversione-del-senso-del-25-aprile/#respond Sat, 11 Apr 2015 09:15:08 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=19223 Polemiche. Le bandiere palestinesi al corteo? Un vulnus inaccettabile per il presidente della comunità ebraica romana Pacifici e per qualche ultrà del sionismo più isterico

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Nel corso della mia vita e da che ho l’età della ragione, ho cer­cato di par­te­ci­pare, anno dopo anno a ogni mani­fe­sta­zione del 25 aprile. Un paio di anni fa, per­cor­rendo il cor­teo alla ricerca della mia col­lo­ca­zione sotto le ban­diere dell’Anpi, mi imbat­tei nel gruppo che rap­pre­sen­tava i com­bat­tenti della “bri­gata ebraica”, aggre­gata nel corso della seconda guerra mon­diale alle truppe alleate del gene­rale Ale­xan­der e impe­gnata nel con­flitto con­tro le forze nazi­fa­sci­ste. Qual­cuno dei com­po­nenti di quel drap­pello mi rico­nobbe e mi salutò cor­dial­mente, ma uno di loro mi rivolse un invito sgra­de­vole, mi disse: «Vieni qui con la tua gente». Io con un gesto gli feci capire che andavo più avanti a cer­care le ban­diere dell’Anpi che il 25 aprile è «la mia gente» per­ché io sono iscritto all’Anpi con il titolo di anti­fa­sci­sta. Lui per tutta rispo­sta mi apo­strofò con que­ste parole: «Sì, sì, vai con i tuoi amici palestinesi».

Il tono sprez­zante con cui pro­nun­ciò la parola pale­sti­nesi sot­tin­ten­deva chia­ra­mente «con i nemici del tuo popolo». Io gli risposi dan­do­gli istin­ti­va­mente del coglione e affret­tai il passo lasciando che la sua rispo­sta, sicu­ra­mente becera si disper­desse nell’allegro vociare dei manifestanti.

Que­sto epi­so­dio, appa­ren­te­mente inno­cuo, mi fece scon­trare con una realtà assai tri­ste che si è inse­diata nelle comu­nità ebrai­che. I grandi valori uni­ver­sali dell’ebraismo sono stati pro­gres­si­va­mente accan­to­nati a favore di un nazio­na­li­smo israe­liano acri­tico ed estremo. Un nazio­na­li­smo che iden­ti­fica stato con governo.

Natu­ral­mente non tutti gli ebrei delle comu­nità hanno imboc­cato que­sta deriva scio­vi­ni­sta, ma la parte mag­gio­ri­ta­ria, quella che alle ele­zioni con­qui­sta sem­pre il “governo” comu­ni­ta­rio, fa dell’identificazione di ebrei e Israele il punto più qua­li­fi­cante del pro­prio pro­gramma al quale dedica la pre­va­lenza delle sue energie.

Io ritengo inac­cet­ta­bile que­sta ideo­lo­gia nazio­na­li­sta, in pri­mis come essere umano per­ché il nazio­na­li­smo deva­sta il valore inte­gro e uni­ver­sale della per­sona, poi come ebreo, per­ché nes­sun altro fla­gello ha pro­vo­cato tanti lutti agli ebrei e alle mino­ranze in gene­rale e da ultimo per­ché, come inse­gna il lascito morale di Vit­to­rio Arri­goni, io non rico­no­sco altra patria che non sia quella dei dise­re­dati e dei giu­sti di tutta la terra.

L’ideologia nazio­na­li­sta israe­liana negli ultimi giorni ha fatto matu­rare uno dei suoi frutti tos­sici: la deci­sione presa dalla comu­nità ebraica di Roma, per il tra­mite del suo pre­si­dente Ric­cardo Paci­fici, di non par­te­ci­pare al cor­teo e alla mani­fe­sta­zione del pros­simo 25 aprile. La ragione uffi­ciale è che nel cor­teo sfi­le­ranno ban­diere pale­sti­nesi, vul­nus inac­cet­ta­bile per il pre­si­dente Paci­fici, in quanto nel tempo della seconda guerra mon­diale, il gran muftì di Geru­sa­lemme Amin al Hus­seini, mas­sima auto­rità reli­giosa sun­nita in terra di Pale­stina fu alleato di Hitler, favorì la for­ma­zione di corpi para­mi­li­tari musul­mani a fianco della Ger­ma­nia nazi­sta e fu fiero oppo­si­tore dell’instaurazione di uno stato Ebraico nel ter­ri­to­rio del man­dato bri­tan­nico. Men­tre la bri­gata ebraica com­bat­teva con gli alleati con­tro i nazi­fa­sci­sti. Tutto vero, ma il muftì nel 1948 venne desti­tuito e arre­stato: oggi vedendo una ban­diera pale­sti­nese a chi viene in mente il gran muftì di allora? Pra­ti­ca­mente a nes­suno, se si eccet­tua qual­che ultrà del sio­ni­smo più iste­rico o a qual­che fana­tico modello Isis.

Oggi la ban­diera pale­sti­nese parla a tutti i demo­cra­tici di un popolo colo­niz­zato, occu­pato, che subi­sce con­ti­nue e inces­santi ves­sa­zioni, che chiede di essere rico­no­sciuto nella sua iden­tità nazio­nale, che si batte per esi­stere con­tro la poli­tica repres­siva del governo di uno stato armato fino ai denti che lo opprime e gli nega i diritti più ele­men­tari ed essen­ziali. Un governo che lo umi­lia esco­gi­tando uno stil­li­ci­dio di vio­lenze psi­co­lo­gi­che e fisi­che e pseudo legali per ren­dere esau­sta e irri­le­vante la sua stessa esi­stenza. Quella ban­diera ha pieno diritto di sfi­lare il 25 aprile — com’è acca­duto per decenni e senza pole­mica alcuna — e glielo garan­ti­sce il fatto di essere la ban­diera di un popolo che chiede di essere rico­no­sciuto, un popolo che lotta con­tro l’apartheid, con­tro l’oppressione, per libe­rarsi da un occu­pante, da una colo­niz­za­zione delle pro­prie legit­time terre, legit­time secondo la lega­lità inter­na­zio­nale, un popolo che vuole uscire di pri­gione o da una gab­bia per garan­tire futuro ai pro­pri figli e dignità alle pro­prie donne e ai pro­pri vec­chi, un popolo la cui gente muore com­bat­tendo armi alla mano con­tro i fana­tici del sedi­cente Calif­fato isla­mico nel campo pro­fu­ghi di Yar­mouk, nella mar­to­riata Dama­sco. E degli ebrei che si vogliono rap­pre­sen­tanti di quella bri­gata ebraica che com­batté con­tro la bar­ba­rie nazi­fa­sci­sta hanno pro­blemi ad essere un cor­teo con quella ban­diera? Allora siamo alla per­ver­sione del senso ultimo della Resistenza.

La verità è che quella del gran muftì di allora è solo un pre­te­sto cap­zioso e stru­men­tale. Il vero scopo del pre­si­dente Paci­fici e di coloro che lo seguono — e addo­lora sapere che l’Aned con­di­vide que­sta scelta -, è quello di ser­vire pedis­se­qua­mente la poli­tica di Neta­nyahu, che con­si­ste nello scre­di­tare chiun­que sostenga le sacro­sante riven­di­ca­zioni del popolo pale­sti­nese. Per dare forza a que­sta pro­pa­ganda è dun­que neces­sa­rio stac­care la memo­ria della per­se­cu­zione anti­se­mita dalle altre per­se­cu­zioni del nazi­fa­sci­smo e soprat­tutto dalla Resi­stenza espressa dalle forze della sini­stra. È neces­sa­rio discri­mi­nare fra vit­tima e vit­tima israe­lia­niz­zando la Shoah e cor­to­cir­cui­tando la dif­fe­renza fra ebreo d’Israele ed ebreo della Dia­spora per pro­porre l’idea di un solo popolo non più tale per il suo legame libero e dia­let­tico con la Torah, il Tal­mud e il pen­siero ebraico, bensì un popolo tri­bal­mente legato da una terra, da un governo e dalla forza militare.

Se come temo, que­sto è lo scopo ultimo dell’abbandono del fronte anti­fa­sci­sta con il pre­te­sto che acco­glie la ban­diera pale­sti­nese, la scelta non potrà che por­tare lace­ra­zioni e scia­gure, come è voca­zione di ogni nazio­na­li­smo che non rico­no­sce più il valore dell’altro, del tu, dello stra­niero come figura costi­tu­tiva dell’etica mono­tei­sta ma vede solo nemici da sot­to­met­tere con la forza.

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