Nicola Fratoianni – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Sun, 11 Nov 2018 08:42:28 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 La polizia blocca i pullman e scheda migliaia di manifestanti https://www.micciacorta.it/2018/11/la-polizia-blocca-i-pullman-e-scheda-migliaia-di-manifestanti/ https://www.micciacorta.it/2018/11/la-polizia-blocca-i-pullman-e-scheda-migliaia-di-manifestanti/#respond Sun, 11 Nov 2018 08:42:28 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24977 Manifestazione antirazzista a Roma. Leu: il governo riferisca in Parlamento sui controlli di massa dei manifestanti

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I carabinieri fanno cenno all’autista di deviare nell’area dell’autogrill, tutti i passeggeri del pullman vengono fatti scendere e in fila devono mostrare il contenuto di borse e zaini. «Ma ci sono solo panini..», fa una signora con i capelli bianchi e un fazzoletto annodato al collo, «guardi che c’è il diritto di manifestare ancora in questo Paese, sa?». «Roba da matti, non mi era mai successo in tanti anni..», fa un’altra. Non finisce qui. I passeggeri vengono filmati da una telecamera portata in spalla da un carabiniere che appoggiato davanti alla porta del pullman, li filma tutti mentre risalgono, identificati e schedati. «Spudorati – dice un signore – neanche si nascondono». È ciò che si vede in un video fatto con il telefonino che documenta uno dei blocchi che hanno interessato ieri decine e decine di pullman fin dal mattino, messi in atto dalle forze di polizia nei confronti degli autobus a noleggio che stavano cercando di raggiungere la manifestazione antirazzista di Roma provenienti tanto da Sud quanto da Nord. «Sì, abbiamo avuto decine di segnalazioni di blocchi – dice Stefano di Melting Pot, dell’organizzazione e tra promotori del corteo – tutti i mezzi dei centri sociali del Nord Est sono stati fermati al casello, con fotosegnalamento dei passeggeri e lo stesso è successo a quelli delle Marche, ma anche da Firenze, da Torino, da Pisa». La manifestazione era già partita e ancora mancavano all’appello due pullman provenienti da La Spezia, fermati a lungo. Nella maggior parte dei casi – hanno raccontato – ai passeggeri è stato ordinato di esibire il documento, la carta d’identità o il permesso di soggiorno, e di portarlo vicino al volto per essere poi fotografati così. Simone del centro sociale Sisma di Macerata racconta che la polizia ha tentato di sequestrargli lo striscione della storica manifestazione antirazzista del febbraio scorso con la scusa che aveva i pali e potevano essere usati per chissà cosa. La Questura di Roma dice di aver sequestrato 400 aste di legno e che i controlli erano stati disposti per «facilitare l’accesso al luogo della manifestazione onde evitare possibili criticità». Sui blocchi stradali e le fotosegnalazioni preventive protestano sia Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista, sia Nicola Fratoianni, coordinatore nazionale di Sinistra italiana. «Immagino – scrive, sferzante, Fraioianni – che l’8 dicembre i pullman che porteranno a Roma i militanti leghisti subiranno il medesimo trattamento, con il controllo certosino di striscioni, magliette, documenti, con i bus bloccati in campagna alle porte della capitale, come è successo ai pullman della manifestazione antirazzista». «Il governo riferisca in Parlamento perché da quel che appare ci troviamo di fronte ad una grave limitazione delle libertà democratiche» , protesta il senatore di LeU Francesco Laforgia. E Roberto Speranza, deputato di Leu e coordinatore di Mdp, si associa, giudicando i blocchi «un fatto molto grave che non si può sottovalutare». * Fonte: Rachele Gonnelli, IL MANIFESTO

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A Torino,«Proxima», la festa del 99% contro il G7 del lavoro https://www.micciacorta.it/2017/09/torinoproxima-la-festa-del-99-g7/ https://www.micciacorta.it/2017/09/torinoproxima-la-festa-del-99-g7/#respond Thu, 21 Sep 2017 05:30:09 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23767 Movimenti. Dal 26 al 28 settembre i ministri del lavoro si incontrano alla Reggia di Venaria

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TORINO. Dal 25 al 30 settembre Torino ospiterà il G7 del lavoro, della scienza e dell’industria, ospitando i ministri dei sette paesi più industrializzati del mondo. Grande evento politico che sta catalizzando l’attenzione dei media soprattutto sul piano emotivo legato alla «sicurezza». Per ovviare a eventuali tensioni il vertice non avrà più incontri in città, ma si terrà prettamente presso la Reggia Venaria, splendido complesso sabaudo e polo d’attrazione turistica di fama mondiale. Se i ministri hanno deciso, o chi per loro, di rinchiudersi dentro la Versailles italiana, in città diverse manifestazioni di dissenso si alterneranno. Un corteo partirà dalla periferia della città e si avvicinerà alla sede principale degli incontri. In questi giorni, alcune performance teatrali sopra le righe hanno gettato nel panico gli organizzatori che – per motivi di sicurezza – hanno cancellato gli incontri che si dovevano tenere al Lingotto e al Politcnico. Sinistra Italiana e Possibile hanno invece deciso, ben prima che le intemperanze degli ultimi giorni catalizzassero l’attenzione mediatica, di aprire un pezzo della città da tempo abbandonato, e portarvi dentro cinque giorni di approfondimento e confronto sui temi che il G7 ufficiale impone alla città. Tale programma prende il nome di «Proxima, il Festival del 99%», si svolgerà dal 26 settembre al primo ottobre, presso i Murazzi del Po, che così verranno riaperti dopo molto tempo. Un luogo che negli anni Novanta vide gli albori della Torino post-industriale, che si connotava per un forte interclassismo. Se il vertice dei ministri sarà barricato e difeso da ingenti forze, Proxima sarà un incontro popolare di primo piano, aperto alla partecipazione della cittadinanza e non solo. Cinque giorni di confronto, convivialità, musica e cultura, per un politica al servizio della maggioranza della popolazione che in questi decenni ha visto peggiorare le proprie condizioni e i propri diritti sempre meno garantiti. Un luogo ove ragionare per trovare una via a sinistra che porti ad un politica al servizio di molti, con strategie e idee su come non subire passivamente le trasformazioni in corso. Perché, come dicono gli organizzatori: «Non è scritto da nessuna parte che le innovazioni tecnologiche, l’ industria 4.0 e rivoluzione digitale debbano condurre a una società sempre più diseguale». Se il G7 del lavoro precario, perché la ricetta che verrà propagandata sarà sempre la solita, si deve tenere nella città simbolo della de-industrializzazione, Proxima si pone una filosofia della prassi opposta all’imperativo categorico del dogma neo liberale. Si incomincia martedì 26 settembre con la presentazione del libro «Industria 4.0. Uomini e macchine nella fabbrica digitale» saranno presenti le curatrici Annalisa Magome e Tatiana Mazali con Antonio Sansone e Federico Bellone. Tra i molti si segnalano alcuni incontri di particolare importanza: sempre martedì, ore 20.30 «Piano del lavoro, l’eredità di Luciano Gallino» con Giorgio Airaudo, Pietro Garibaldi, Susanna Camusso. Mercoledì 27 Rocco e Albanese e Francesca Paruzzo alle ore 17 terranno un incontro dal titolo «I diritti messi alla prova». Giovedì 28 settembre, ore 20:30: “99%. Per tanti, non per pochi», con Nicola Fratoianni, Yanis Varoufakis, Maurizio Landini, Lorenzo Marsili. Marco Grimaldi, segretario regionale di Sinistra Italiana, è colui che ha fortemente ha voluto questa settimana di lavori: «Loro, i sette grandi, saranno fuori, chiusi nella Reggia di Veneria. Noi, che vogliamo invece una politica al servizio di quella massa che in questi decenni ha visto diminuire reddito, possibilità e diritti, staremo sulla strada a riaccendere le luci della nostra città. Vogliamo mettere i riflettori addosso ai generatori della crisi. Chi ha nascosto il bottino nelle isole del tesoro, fatto profitti sulle spalle dei lavoratori, tolto il futuro alla nuove generazioni». Qui il programma completo FONTE: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

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Al Brancaccio di Roma parte l’alleanza della sinistra, fischi a Pisapia e Mdp https://www.micciacorta.it/2017/06/23440/ https://www.micciacorta.it/2017/06/23440/#respond Sun, 18 Jun 2017 17:11:11 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23440 Sinistre. Tutto esaurito e file fuori dal teatro Brancaccio al lancio dell'Alleanza popolare dei 'civici' Falcone e Montanari. "A settembre un'assemblea per decidere il programma". E ora Mdp è a un bivio

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ROMA. “Non siamo qui per rifare una lista arcobaleno, ma qualcosa di nuovo e più grande. Una vasta unione che sorga fuori dai partiti tradizionali. Una grande coalizione civica di sinistra per l’attuazione della Costituzione”. Toni da evento storico ieri mattina al Teatro Brancaccio di Roma, al lancio della Alleanza popolare per la democrazia e uguaglianza, la nuova ‘cosa’ civica di sinistra che si propone ‘un risultato a due cifre’ alle prossime elezioni. Ad aprirla i due ‘garanti’ – così si definiscono – dell’esperienza, l’avvocata Anna Falcone e il professore Tomaso Montanari, che avevano lanciato l’iniziativa con un appello pubblicato in contemporanea sul Fatto e sul manifesto due settimane fa. Dentro, la sala e la galleria traboccano, con grande preoccupazione dei volontari dell’organizzazione, ci sono mille e trecento persone. Fuori, pigiate sul marciapiede di Via Merulana dove a un certo punto passa anche la processione del Corpus Domini, ne rimangono altre trecento; tanto che i parlamentari di Sinistra italiana devono fare la spola per parlare anche con quelli che non sono riusciti a entrare. “Il nostro obiettivo finale rimane la costruzione di una sola lista a sinistra- spiega Montanari nell’intervento di avvio-. Oggi siamo piccoli, ma Davide può rovesciare Golia, come è successo il 4 dicembre. Di fronte a un leader senza popolo, noi siamo un popolo che non cerca leader”. Montanari, gran mattatore della giornata, giura che non si candiderà. Obiettivo: una sola lista, ma rigorosamente alternativa al Pd: “Pensiamo che il Pd sia ormai un pezzo della destra. Una destra non sempre moderata con cui nessuna alleanza è possibile”. Boato e applausi liberatori dalla sala. Nessuna tenerezza verso M5S, “prigioniero di una oligarchia imperscrutabile, sempre più spostato a destra con tratti netti di xenofobia e intolleranza”. Montanari tiene i partiti a distanza, almeno a parole, spiega che a questo giro (i precedenti non ,mancano) la società impegnata non farà la sagoma di cartone dietro il quale si nasconde la politica di mestiere: “Possibile e Sinistra italiana hanno risposto subito al nostro appello. Ma anche Rifondazione, Altra Europa per Tsipras, Art. 1…”. Ma il suo primo grande applauso lo ottiene quando apre le danze contro il grande assente Giuliano Pisapia. Quando rivela: “Abbiamo invitato Pisapia, che ci ha risposto ‘non ci sono le condizioni perché io venga’. Non ci è sembrato un buon inizio”. Infatti assomiglia più a una fine della storia. Viene giù il teatro quando poi esclude non solo l’alleanza con il Pd ma anche una qualsiasi riedizione del centrosinistra, quello “ a cui dobbiamo la legge Turco-Napolitano, le privatizzazioni, la precarizzazione del lavoro, la guerra illegittima”. Il fatto è che tutte queste iniziative portano un nome e un cognome di ex ministri: per lo più oggi in Art.1. La ‘Ditta’ Bersani&Pisapia è il principale oggetto di polemica della giornata: li si accusa di poca chiarezza e di tollerare le manovre di riavvicinamento al Pd dell’ex sindaco. In sala ci sono il capogruppo alla Camera Francesco Laforgia, Arturo Scotto, Alfredo D’Attorre ed Enrico Rossi, fa un passaggio anche Roberto Speranza. Per loro dal palco parla il senatore Miguel Gotor. Intervento sofferto e combattuto. Che inizia con una prima contestazione: un sindacalista triestino parte dal fondo della sala per chiedere conto del mancato voto contrario sui voucher (il gruppo di Mdp al senato è uscito dall’aula per non votare contro la fiducia al governo Gentiloni, di cui fa parte). Poche altre parole, qualche fischio, qualche applauso di incoraggiamento e parte un’altra contestazione: stavolta è una ragazza del centro sociale napoletano ex OPG Occupato – Je so’ pazzo che riesce a salire sul palco fino alla tribuna dell’oratore: più che Gotor in realtà contesta gli organizzatori perché non hanno voluto farla parlare. Invano “Anna e Tomaso” (per tutta la mattinata restano solo loro due in scena) tentano di riportare la calma, la ragazza arringa la folla contro la prima fila della platea. Dove siede un D’Alema impassibile, dalle 9 e mezza della mattina fino alle 14 e 30, ma anche Nichi Vendola, Luciana Castellina, Stefano Fassina, Antonio Ingroia, Cesare Salvi. Alla fine Gotor riesce a concludere il suo intervento, ma scivolando su quella che la platea prende come una provocazione: annuncia la sua presenza a piazza Santi Apostoli il primo luglio con Giuliano Pisapia: a questo punto è mezza sala a fischiare. “L’unità è importante, ma al primo posto c’è la credibilità” ammette poi Nicola Fratoianni, segretario di Si”, “Tanto per dirla in italiano: nessuno può pensare il giorno dopo le elezioni di allearsi con chi dal proprio punto di vista rivendica il JobAct, lo sbloccaItalia, la Buona Scuola. C’è bisogno oggi in questo Paese di una sinistra e di una sua proposta politica che riparta dai contenuti, che abbia il coraggio di osare il cambiamento, che abbia il coraggio della chiarezza e della nettezza, e che abbia anche il coraggio della coerenza tra le parole e i fatti. Oggi partiamo”. Infiamma i presenti Maurizio Acerbo, segretario del Prc, altro avversario di Pisapia e delle alleanze con il Pd, che avverte la platea: “La sinistra non è diventata minoranza perché è stata estremista ma perché è stata cinica e politicante. Non ci presteremo al restyling di quelli che hanno perso il congresso Pd” conclude duramente all’indirizzo del “compagno Gotor, spero che non si offenda ad essere chiamato compagno”. E finisce l’intervendo salutando a pugno chiuso la platea: se ne alzano molti, nella foga dell’applauso. Fin qui gli interventi dei ‘politici’ che si rompono la testa su come costruire la nuova alleanza della sinistra con i civici senza ricadere negli inevitabili errori e dejà vu. Ma la mattinata vede avvicendarsi sul palco oltre trenta interventi della società impegnata, per lo più proveniente dalle file del comitato del No. E – i più belli ed emozionanti – quelli di chi davvero ‘fa’ politica, concretamente, nei territori. E’ il caso, fra gli altri, di Andrea Costa, uno degli attivisti romani del Centro Boaobab Experience, presidio di cittadini volontari di aiuto e assistenza ai migranti, “torniamo a una sinistra che sappia fare disobbedienza civile”, dice, “su questo fronte non ci sono sfumature, ci sono sindaci del Pd che impediscono di distribuire cibo ai migranti”. Arriva il saluto e l’incoraggiamento di Francesca Koch, presidente della Casa internazionale delle donne, la benedizione degli ex magistrati Livio Pepino e Paolo Maddalena, di Francesca Redavid della Fiom, Giuseppe De Marzo di Libera. Pian piano si ricompone il presepe disperso della sinistra. Altri si aggiungeranno, è l’auspicio, strada facendo. Altri invece forse lasceranno la strada: la pattuglia di Mpd in tarda mattinata lascia il teatro con visibile amarezza: “Ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci divide. Dobbiamo lavorare con coraggio e forza per l’unità proponendo un programma che affronti temi cruciali come il lavoro, la riduzione delle diseguaglianze, a favore della scuola pubblica”, dice Gotor. Ma le prossime ore per Mdp saranno quelle dei chiarimenti. Scomoda la posizione dei bersaniani: contrari all’alleanza con il Pd offerta da Pisapia a Renzi, ma anche al rischio di finire in un fronte della sinistra. Chiude Anna Falcone: “Ripartiamo da qui per poter dire domani: il 18 giugno 2017 è iniziato un percorso in cui tutti abbiamo fatto un passo indietro per farne uno storico in avanti. La nostra è una cultura di responsabilità e di governo, ma il governo ha senso se serve a realizzare degli obiettivi coerenti con quello a cui le persone hanno diritto. Il nostro è un orizzonte luminoso e ognuno di noi è una luce di questo orizzonte. Ci vediamo nei territori”. L’appuntamento è per una grande assemblea dopo l’estate. Intanto assemblee territoriali e analisi delle schede in cui i partecipanti del Brancaccio hanno indicato le loro priorità per un programma di governo. Da questa sala nessuno, o quasi, andrà il primo luglio a Santi Apostoli nella piazza di Pisapia. Dopo la giornata di ieri l’ex sindaco di Milano è considerato lontanissimo, già finito nell’abbraccio mortale di Renzi. Per questo che all’uscita in molti dirigenti di Sinistra italiana confidano che ora la lista unica della sinistra è più vicina: “Chi non ci sta, finirà nelle liste del Pd”, è la certezza. O forse la scommessa.  

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Un terzo spazio per salvare l’Europa da se stessa https://www.micciacorta.it/2017/03/23124/ https://www.micciacorta.it/2017/03/23124/#respond Mon, 20 Mar 2017 08:17:47 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23124 DiEM25, movimento politico europeo che conta già oltre 60.000 iscritti, si propone di aprire un terzo spazio in Europa

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Il 25 marzo, in occasione della celebrazione dei sessant’anni della firma dei Trattati di Roma, il rischio è di assistere allo scontro di due blocchi antitetici e falsamente contrapposti. Da una parte i leader europei, chiusi nella loro fortezza, lontano dalla gente, a continuare in un teatrino che da troppi anni sta condannando l’Europa alla miseria, all’ingiustizia e, in ultima istanza, alla sua disintegrazione. Dall’altra un sentimento di rigetto, una rabbia che rischia di fare proprie le parole d’ordine che appartengono alla destra xenofoba e nazionalista, che sta emergendo prepotente in tutta Europa per distruggerla. Per questo DiEM25, movimento politico europeo che conta già oltre 60.000 iscritti, si propone di aprire un terzo spazio in questa assurda contesa. Il 25 marzo presenteremo il New Deal per l’Europa: un piano dettagliato di riforma dell’Unione che ha l’ambizione di salvare l’Europa da se stessa, trasformandola. Una proposta che parla di trasformazione ecologica e investimenti verdi, che vuole riflettere sull’inevitabile automazione del lavoro, sulla necessità di tutele universali e di un nuovo dividendo di base, e molto altro ancora. Oltre a cosa fare, vogliamo interrogarci su come farlo. Per questo crediamo che in un giorno simbolico come il 25 marzo il nostro dovere sia di mostrare l’apertura di un blocco sociale europeo capace di costruire uno spazio alternativo, tanto all’establishment quanto ai mostri nazionalisti e reazionari. Dobbiamo essere in grado di aggiornare il nostro modello di partecipazione politica allo spazio multi-livello che, nei fatti, si è già creato in Europa, con una proposta nuova, che tenga insieme i vari piani: municipale, nazionale ed europeo. Abbiamo bisogno di proposte concrete, con l’ambizione di mettere in campo una nuova convergenza politica transnazionale entro le prossime elezioni europee del 2019. Tale ambizione dovrà necessariamente rappresentare un punto dirimente anche nella costruzione di una risposta innovativa e all’altezza delle sfide che ci attendono qui in Italia: senza occuparci di sigle e posizionamenti tattici, ma con l’obiettivo di unire, per trasformare alla radice un sistema che palesemente non funziona più. Uno spazio costituente, quindi, che si riunisce la sera del 25 marzo al Teatro Italia di Roma, dove Yanis Varoufakis e Lorenzo Marsili discuteranno in anteprima la proposta di un New Deal per l’Europa. Con loro, fra molti altri, il regista britannico Ken Loach, il filosofo statunitense Noam Chomsky e la vice-presidente dei Verdi europei Ska Keller, il co-fondatore di Podemos Juan Carlos Monedero con i movimenti municipalisti di tante parti d’Europa, l’attivista antimafia Anna Falcone, i politici italiani iscritti a DiEM25 come il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, il segretario di Possibile Giuseppe Civati e tutte quelle forze politiche che vorranno accogliere il nostro appello a lavorare insieme. Sarà una serata di festa, organizzata come uno spettacolo di teatro politico che nei prossimi mesi si farà carovana itinerante in giro per l’Italia. Oltre la falsa opposizione fra Europa e stato nazionale, la nostra ambizione deve essere quella di cambiare entrambi. Più informazioni su www.iltempodelcoraggio.it DiEM25 Italia SEGUI SUL MANIFESTO

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Sinistra italiana batte due colpi https://www.micciacorta.it/2017/02/23014/ https://www.micciacorta.it/2017/02/23014/#respond Tue, 21 Feb 2017 07:49:49 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23014 Congresso di Rimini. Eletto segretario Nicola Fratoianni, il partito al lavoro per organizzare comitati unitari per i referendum Cgil sul lavoro, e iniziative a sostegno di migranti

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In caso di fiducia c'è il "no" al governo Gentiloni: "E stiamo a vedere che faranno i possibili nuovi gruppi parlamentari...", avverte il neosegretario Nicola Fratoianni   Da dove partire? “Anche dalla cura delle parole, dal restituire alle parole il loro significato, iniziando dalla parola ‘sinistra’. Per farlo, oggi, ci vuole coraggio”. Da Nichi Vendola, nel suo splendido intervento in chiusura di congresso, arriva anche questo prezioso consiglio ai naviganti di Sinistra italiana, entrati nel mare della politica (non solo) italiana con l’entusiasmo di chi parte per un viaggio liberatorio, anche se faticoso e pieno di rischi. Sanno di avere di fronte una società disillusa, in gran parte convinta che la politica non possa migliorare (anzi…) la vita quotidiana. E non basta una parola, per giunta abusata ogni giorno a destra e a manca. “Dobbiamo fare il nostro mestiere – avverte quindi Nicola Fratoianni – perché di fronte alla situazione in cui versa questo paese, o si cambia in modo radicale o non c’è partita”. E radicale, spiega Piero Bevilacqua annunciando l’adesione al nuovo partito, significa “profondo”: “E’ un termine che non viene da Marco Pannella. Viene da Carlo Marx”. Il documento finale del congresso sottolinea: “Quello che oggi scegliamo, a Rimini, non è ricostruire la sinistra che non c’è più, ma costruire una sinistra che non c’è mai stata”. Per specificare il concetto, l’intervento di Vendola aiuta: “Il centrosinistra, l’Ulivo, sono state esperienze collegate a una globalizzazione che sembrava potesse offrire delle opportunità. Si sono schiantate, perché è schiantata la base sociale che li sosteneva. Mi dispiace per i compagni e le compagne che se ne vanno. Ma per me oggi la cosa fondamentale è la bussola, e la rotta da seguire”. Scegliendo un’autonomia culturale e politica legata a quello che vuol dire essere di sinistra: “Non dobbiamo mai separarci dalla dimensione della lotta per la trasformazione della società”. Nell’elezione di Fratoianni e del gruppo dirigente di Sinistra italiana – 503 sì, 32 contrari, 28 astenuti, un centinaio di assenti dall’inizio o al momento del voto – c’è la fotografia di una platea di delegati e delegate che ha portato in trionfo la giovane ex sindaca di Molfetta, Paola Natalicchio: “Chiedo a Fratoianni di lavorare all’unità della sinistra italiana e non solo di sinistra italiana. Di mettere insieme i pezzi per una alternativa di paese. E di capovolgere la piramide: perché la sensazione di un partito calato dall’alto in questi mesi è stata forte, e come dirigenti dobbiamo farci carico e promuovere un rovesciamento del processo. Giriamo il paese, solo un bagno di realtà ci può distrarre da questa storia di D’Alema e di Emiliano”. Unità e umiltà, come scandito nell’assemblea di Podemos, con le immagini proiettate nell’auditorium e con Pablo Iglesias che ripete più volte: “Abbiamo un piede in Parlamento, ne dobbiamo avere un migliaio nella società”. Di qui le prime mosse del partito: con l’adesione alla Sinistra europea; con “i 500 comitati unitari da costruire subito” per i referendum della Cgil contro i voucher e la giungla di appalti e subappalti senza diritti. Comitati come quelli per i referendum costituzionali, ricordati da Martina Carpani (Rete della conoscenza) come un essenziale momento formativo per i giovani che si affacciano alla politica. E poi il sostegno, concreto, a migranti, rifugiati e richiedenti asilo nella giornata delle manifestazioni in tutto il continente. E ancora l’8 marzo per ‘Non una di meno’. Quanto ai movimenti del quadro politico, pronti a discutere con tutti. Ma non con il cappello in mano. Anzi: “Se la scissione nel Pd dovesse portare a nuovi gruppi parlamentari – ammonisce Fratoianni – vorrei vedere cosa faranno se si dovesse votare la fiducia al governo Gentiloni”. A rispondergli, poche ore dopo, sarà il dem uscente Enrico Rossi a RaiNews: “Ci sarà, a quanto mi risulta, un gruppo formato da chi esce dal Pd e chi esce da Sinistra italiana, ma sosterrà il governo Gentiloni”. Già lo immaginava Stefano Fassina: “Non siamo l’organizzazione giovanile di D’Alema e Bersani. Abbiamo già dato, diciamo”. Così come, guardando a Pisapia, Pippo Civati ha replicato: “Vedo che chi ha votato Sì al referendum costituzionale si propone di organizzare chi ha votato No”. L’ultimo intervento del congresso è stato quello di Luciana Castellina. Che, rispondendo a Eugenio Scalfari, ha chiosato: “Da una parte i ‘civilizzati’, tutti insieme, a difendere una democrazia svuotata. Dall’altra i ‘barbari’ che bussano alle porte. Noi dovremmo stare con i barbari. Perché lì c’è un pezzo del nostro popolo”.

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Sinistra italiana, c’è solo un candidato https://www.micciacorta.it/2017/02/22945/ https://www.micciacorta.it/2017/02/22945/#respond Thu, 02 Feb 2017 08:53:20 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22945 Sinistra italiana. Oggi l’annuncio ufficiale. Ma nessuno lascia il partito. I tesserati in dissenso terranno una controassemblea nei giorni del congresso

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Sinistra italiana. Oggi l’annuncio ufficiale. Ma nessuno lascia il partito. I tesserati in dissenso terranno una controassemblea nei giorni del congresso. «Per un campo largo». Si è scontro sulle tessere, sui seggi e su D’Alema. Oggi il lancio del movimento di De Magistris La denuncia è quella per cui i giocatori si ritirano, «impraticabilità del campo», e quella di aver fatto «regole à la carte» per far vincere un solo candidato, quello più vicino a Nichi Vendola e più lontano dalle ipotesi di «nuovo centrosinistra» che circolano in questi giorni dal lancio del movimento di Massimo D’Alema in poi. Il «campo» è quello del congresso di Sinistra italiana, che si svolgerà a Rimini dal 17 al 19 febbraio. Arturo Scotto, capogruppo alla camera di Sinistra italiana e candidato per l’area di Alternative, fa un passo indietro. Anzi due. Non correrà. Nel partito non ancora nato c’è già una spaccatura verticale, come anticipato martedì dal manifesto. Per ora le due anime convivono da separate in casa. La notizia non è ufficiale. L’interessato ieri non ha voluto aggiungere altro alle notizie di agenzia che davano la situazione su un piano inclinato. Ieri i ’dissenzienti’ hanno tenuto un’assemblea fino a tarda sera a Garbatella, quartiere popolare di Roma. La decisione finale arriverà oggi. Anche le motivazioni filtrano per sommi capi. Al tavolo della commissione di garanzia – composta da Alfredo D’Attorre, Elisabetta Piccolotti e Peppe De Cristofaro – la discussione si sarebbe fatta via via più tesa. Oggetto del contendere il congelamento delle tessere di Foggia. E la dislocazione dei seggi per il voto dei delegati che si svolgerà sabato prossimo. A Roma, dove è forte l’area Smeriglio-Scotto, un solo seggio, contro i sei di Firenze, dove è forte l’area vendoliana. «Un congresso blindato sulla linea e sulla leadership di Fratoianni se lo fanno da soli», è la conclusione dell’area che si sente penalizzata. E che non parteciperà al congresso ma non lascerà il partito. Nelle stesse ore convocherà un’assemblea degli iscritti per una «Sinistra italiana per un campo largo». Riecheggia il «campo progressista» proposto da Giuliano Pisapia e Massimo Zedda, ma se ne tiene un po’ discosta. Quella dell’ex sindaco di Milano è un’iniziativa che ancora non ha preso adeguate distanze dal Pd di Renzi. I militanti e i dirigenti di Alternative guardano piuttosto all’associazione ConSenso di D’Alema, e alla frattura in corso nel Pd in queste ore. Lo scontro interno per ora – ma solo per ora – non avrebbe conseguenze nel gruppo parlamentare. Che però alla camera è spaccato in due: metà con Scotto, metà con Fratoianni. Ma è proprio alla camera che era avvenuta la prima avvisaglia di quanto succede in queste ore. A metà gennaio, con una lettera aperta firmata da sedici deputati contro quella che definivano la «cultura dell’intolleranza» espressa dalla parte che fa capo a Nicola Fratoianni, candidato – ma ancora non ufficialmente – alla segreteria. In polemica con Scotto, che aveva firmato la lettera benché capogruppo – Stefano Fassina ha deciso di autosospendersi. Negli ultimi giorni il dialogo fra le due aree si era inceppato più volte. Erano volati reciproci sospetti sul tesseramento, che aveva stagnato per un anno a quota4mila tessere per poi balzare improvvisamente a 21mila nelle ultime settimane. La precipitazione verso il voto di Renzi e soprattutto la ’cosa’ di D’Alema hanno fatto ulteriormente alzare la temperatura. Favorevoli Scotto, Smeriglio e compagnia, molto più tiepido Fratoianni. Ieri Vendola ha rilasciato dichiarazioni «aperturiste» assicurando di vedere positivamente il «cambio di rotta» dell’ex premier, fin lì considerato uno degli ispiratori di un Pd sbagliato, uno dei padri putativi di Renzi e del renzismo. Apertura politica che però non viene presa sul serio dall’altra parte: «Vendola avrebbe potuto svolgere un ruolo ma ormai…». Oggi a Napoli intanto avverrà il lancio di DeMa, il movimento di Luigi De Magistris. Che certamente dirà la sua proprio sulla ‘cosa’ di D’Alema. Se fosse un no preventivo, sarebbe un messaggio forte alla sinistra-sinistra: o con me o con lui. In questo caso per Fratoianni e compagni la scelta non si porrebbe: con lui. Intanto in Sinistra italiana, in mattinata, si consuma la rottura finale sulle regole. Respinta la proposta di Scotto di fare tutti un passo indietro per una gestione collettiva del partito, in vista del voto. «No ad un accordo fra dirigenti» la risposta di Fratoianni. Che resta il solo candidato al congresso. SEGUI SUL MANIFESTO

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Un nuovo inizio per Sel-Sinistra Italiana? https://www.micciacorta.it/2016/12/22806/ https://www.micciacorta.it/2016/12/22806/#respond Sun, 18 Dec 2016 09:10:06 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22806 Su tutto ha campeggiato il ritorno di Nichi Vendola in una posizione rassicurante più che dominante

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Nessun clima da de profundis, qualche occhio umido sì, abbracci, ma anche un dibattito politico con botta e risposta, per quanto per poco più di un centinaio di delegati e militanti. Con qualche nota spiazzante, come quando, al termine della mattinata nell’auditorium di via Cernaia, al calare del sipario sulla storia della forza politica chiamata Sel, parte la cover di «Meraviglioso», vecchio successo di Modugno rifatto dai Negramaro, non proprio una canzone di lotta. Su tutto ha campeggiato il ritorno di Nichi Vendola in una posizione rassicurante più che dominante, o come dice lui «da battitore libero, la posizione che più mi si addice», visto che ha aperto e chiuso i lavori dell’assemblea nazionale con cui si è chiusa l’esperienza di Sel ma solo per proiettarne l’eredità da salvare sulla forza politica ancora nascente: Sinistra italiana, che vedrà il suo primo congresso nazionale a metà febbraio. PUNGENTE il giusto e onirico altrettanto, Vendola ha parlato per oltre un’ora con la sua oratoria delle grandi occasioni, un discorso preparato in una notte insonne. Impianto classico, è partito dalla situazione internazionale, da Aleppo «bancarotta dell’umanità» per arrivare a spiegare le ragioni dell’esistenza in vita della sinistra orba di una alleanza di centro passando per l’affermazione di Trump e del suo «populismo reazionario delle èlite» che, senza una sinistra riconoscibile e credibile, appunto, riesce, con i suoi addentellati nei partiti razzisti e nazionalisti europei, ad attrarre la rabbia e lo spirito di revanche della «classe operaia bianca marginalizzata» e delle «classi medie impoverite dalla crisi». Un dibattito che riguarda anche i socialisti francesi, gli spagnoli, i laburisti inglesi. «Se il compito della sinistra è fare da ammorbidente nella lavatrice del liberismo, si vede bene che la parola sinistra non ha più ragion d’essere», è la sentenza. E SI ARRIVA ALL’ITALIA. Vendola traccia una via stretta, ben oltre la «traversata del deserto» del 2013. Le parole sono calibrate per definire il rapporto con il renzismo, definito, nella vulgata per le telecamere, «il nemico da abbattere» perché dal suo arrivo sulla scena politica è servito a utilizzare la forza della sinistra per applicare l’agenda della destra. Renzi viene definito «un homo novus mentre è molto, molto vecchio nei riferimenti culturali e nel lessico», uno che ancora governa – Gentiloni non viene neanche citato – con gli eletti sulla base di un patto che, ricorda, «porta le firme in calce mia e di Pierluigi Bersani» e invece «ha assunto l’agenda di Silvio Berlusconi». Jobs act, Buona scuola, SbloccaItalia si basano sul capovolgimento di senso. Così come la parola riforma, travisata per affermare il suo contrario. M5S Mentre il massimalismo giustizialista dei Cinquestelle ha la sua «fine» a Roma, dove proprio delle persone di Mafia capitale si circonda, e Di Battista «passa da Che Guevara allo studio Previti». «C’è una sinistra – avverte – che pensa non si possa fare altro che ritagliarsi una nicchia di testimonianza, accanto o a lato del renzismo. Questa – sintetizza – la chiamo deriva minoritaria. Giuliano Pisapia è un caro amico e agli amici si dice la verità, così quando pensa di rifondare la sinistra come una corrente esterna del Pd renziano, lo fa partendo dalla rimozione di quello che è stato il risultato del referendum». Così come per l’acqua e per le trivelle. Sul fondo della sala, oltre a Stefano Fassina, c’è Massimiliano Smeriglio che con Pisapia, pur non essendo d’accordo sulla proposta, vuole continuare una interlocuzione. Arturo Scotto, capogruppo alla Camera, nel suo intervento, dice che non si tratta di rattoppare «la meccanica dell’alleanza» ma pur condividendo l’idea di fondo di Vendola – «né un’appendice né la resa» – insiste su «evitare strappi». Gli risponderà Nicola Fratoianni, coordinatore uscente di Sel, con un passaggio che fa salire al top l’applausometro. Fratoianni difende la scelta di puntare per Sinistra italiana su una forma organizzativa da partito e su quella di privilegiare una legge elettorale proporzionale, non per tornaconto ma per rafforzare la rappresentanza e ricostruire corpi intermedi. «Puntare a prendere i voti in uscita dal Pd nei centri storici, nei quartieri bene , perché tanto i ceti popolari e le periferie non ci votano? E cosa lo facciamo a fare allora il partito?». LA VITTORIA DEI NO al referendum costituzionale riapre la partita e Sel è stata il lievito di questo risultato, facendo da sponda a Anpi e costituzionalisti, ricorda Loredana De Petris, e ora si tratta di ridare dignità al lavoro con l’impegno per non farsi scippare il referendum contro il Jobs act. DA VARESE Claudio Mezzanzanica, l’intervento più critico, sostiene che sulle tematiche del lavoro però c’è impreparazione, una impostazione sbagliata e una tendenza autoreferenziale che i documenti congressuali non risolveranno. «Al compagno di Varese – gli risponde Vendola – vorrei dire che sì, dobbiamo disallenarci a seguire il Palazzo e privilegiare di più come palestra il mondo del lavoro». Con una notazione che ha provocato una ovazione iniziale: «Chi pensa che con le unioni civili avrei digerito il Jobs act sbagliava di grosso». Alla fine dà ragione a Federico Martelloni quando dice che il congresso di SI non sarà un approdo. Solo un altro inizio. SEGUI SUL MANIFESTO

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«Ripartiamo dal No e dal social compact» https://www.micciacorta.it/2016/07/ripartiamo-dal-no-dal-social-compact/ https://www.micciacorta.it/2016/07/ripartiamo-dal-no-dal-social-compact/#respond Sun, 17 Jul 2016 15:07:37 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22254 Sinistra italiana. D’Attorre: siamo inadeguati, correggiamo la rotta. Italicum da buttare, c’è chi rilancia il proporzionale. Applausometro per Fratoianni, tutti per il No al referendum «comunque sia mai più centrosinistra»

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sinistra

Un «social compact», ovvero «un pacchetto di proposte sui temi del lavoro, delle pensioni e della sanità. Una terapia shock contro le disuguaglianze, con un investimento di risorse, le stesse che il governo ha buttato via negli ultimi anni» senza riuscire a correggere le diseguaglianze; una manifestazione a settembre contro «terrorismo, guerra e razzismo»; il reale impulso ai comitati promotori del ’nuovo partito’, con l’avvio – stavolta davvero – del «processo costituente» superando «la dimensione pattizia dell’inizio», per un soggetto nato da un gruppo parlamentare e non da un «moto di popolo». È il programma che illustra il deputato Alfredo D’Attorre all’inizio dell’assemblea nazionale aperta di Sinistra italiana, ieri al Centro congressi Frentani di Roma. Alla fine, nel tardo pomeriggio, lo riepiloga per punti il senatore Peppe De Cristoforo, aggiungendo l’affidamento dell’individuazione delle regole del congresso al comitato esecutivo. In mezzo c’è un’assemblea affollatissima – oltre 500 le presenze – e appassionata – oltre 150 le richieste di interventi, sul palco in ordine alfabetico, scelta bizzarra resa necessaria da qualche intoppo organizzativo. Il cui senso è: Sinistra italiana parte, riparte, stavolta parte davvero. I lettori e le lettrici del manifesto la notizia l’hanno letta altre volte. Ma i molti inciampi dall’evento Cosmopolitica di febbraio a oggi sembrano tutti ormai alle spalle: le amministrative sono andate, non benissimo, un pezzo dell’area «dialogante con il Pd» molla, come hanno fatto in sostanza il sindaco Massimo Zedda e il senatore Luciano Uras, a capo di 300 militanti sardi che hanno chiesto il ritorno a Sel. Dal palco Nicola Fratoianni fa la mossa di riaprire il dialogo ma a patto «di non tornare indietro», se i 300 chiedono di tornare al centrosinistra «rimuovono le politiche di Renzi, dal jobs act alla scuola». Insomma la richiesta respinta. Discorso diverso per Sergio Cofferati. Anche lui ha lasciato Sinistra italiana criticando un gruppo dirigente che «si chiude e non si confronta». L’ex segretario Cgil invece viene evocato e invocato a più riprese. La sua non è una critica solitaria: «Non dobbiamo pensare che tutto va bene se non si discute», avverte Michele Piras. Infatti D’Attorre non nega i problemi. «Il nostro messaggio è apparso sfocato, senza capacità di attrazione, non è il tempo di mettere la polvere sotto il tappeto né di fare difese d’ufficio, oggi non siamo all’altezza del nostro compito, dobbiamo correggere la rotta». Rilanciando Sinistra italiana, non tornando indietro. E questo vale anche per le alleanze: l’idea di un ritorno al vecchio centrosinistra è bocciata da tutti (in ogni caso la nuova legge elettorale non lo consentirebbe). Invece l’esigenza di «ricostruire un campo progressista» per qualcuno c’è. Ma è un punto di discussione. E a parere di molti rimandarlo a dopo il referendum rischia di aumentare le ambiguità. Fratoianni, possibile segretario e premiato dall’applausometro, esclude l’alleanza fra «sistemici» proposta da Dario Franceschini (che comunque si riferisce al centrodestra più che a sinistra) e rilancia il sistema proporzionale, vecchia fiamma di un’area che invece da anni e fin qui aveva convintamente sostenuto il ritorno al Mattarellum, per il quale ha anche tentato un ripristino via referendum. Proporzionale sarebbe bello, ma «serve una proposta che parli a un’area più larga», replica il capogruppo alla Camera Arturo Scotto. Quello che è certo è che l’Italicum, continua Scotto, «va abbattuto per via parlamentare e per via referendaria». Il referendum, cuore di molti interventi. Tutti d’accordo nel lavorare pancia a terra alla vittoria del No. Ma per alcuni anche in questa sacrosanta battaglia c’è lo spettro del Pd e il sospetto che ci sia chi voglia disfarsi di Renzi per ritornare al vecchio centrosinistra. Obiezione respinta da Ciccio Ferrara: «Che c’è di male a dire che si deve abbattere il governo Renzi e così riconquistare un campo?La campagna per il No dobbiamo farla perché ci dà forza e spazio. Cgil e Fiom non ci vedono interlocutori credibili». Per Fassina il campo che va riconquistato è quello del popolo che ha rotto «con la sinistra storica»: «Lasciamo stare Renzi e il Pd e insediamo il nostro partito nel popolo delle periferie», quello che a Roma come altrove ha votato 5 stelle. «Non è possibile ricostruire la sinistra, serve reinventarla», spiega il ’disobbediente’ Luca Casarini, cui la platea riserva un applauso affettuoso: condannato per un’occupazione di case, gli è stata concessa la libertà provvisoria dopo un mese di domiciliari. Ma c’è un rischio forte per Angela Lombardi: «Non è detto che la sinistra rinasca con noi». Applauditissimo Lorenzo Falchi, giovane sindaco di Sesto Fiorentino eletto grazie a un esodo in massa dei voti del Pd. E ancora alla lettera «F» Marco Furfaro chiede il ritorno alla battaglia sul «reddito minimo garantito che ci hanno sfilato i 5 stelle» e «alla centralità della questione ecologica». Altro tema delicato e sottovalutato: c’è sconforto nell’ala ambientalista per quella che Eriuccio Nora chiama «rischio di un arretramento sulla questione ecologica, che in Sel era costitutiva». SEGUI SUL MANIFESTO

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La sinistra riparte ma dagli addii https://www.micciacorta.it/2016/07/22199/ https://www.micciacorta.it/2016/07/22199/#respond Thu, 14 Jul 2016 08:06:33 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22199 Cofferati lascia in silenzio. Il nuovo partito perde un fondatore. «Non si fanno le tessere, non si discute, sull’Europa io neanche consultato». L’ex segretario Cgil non sarà all’assemblea nazionale di sabato a Roma

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Il nuovo partito. Cofferati lascia in silenzio. Il nuovo partito perde un fondatore. «Non si fanno le tessere, non si discute, sull’Europa io neanche consultato». L’ex segretario Cgil non sarà all’assemblea nazionale di sabato a Roma. Che nasce già segnata dalle divisioni. Con Zedda e il senatore Uras in 300 dalla Sardegna per le dimissioni del gruppo dirigente e il ritorno a Sel. Fratoianni: «Un dibattito surreale, rimuovono Renzi» Sergio Cofferati lascia il partito che voleva fondare, quello che nella sua idea – ma anche in quella dei suoi compagni ex Sel Fratoianni e De Cristoforo, ed ex Pd Fassina e D’Attorre – doveva essere aperto e cosmopolita: accogliere la diaspora degli iscritti democratici sfiniti da Renzi, riunire i giovani dei movimenti non ipnotizzati dalle 5 stelle, e rimettere insieme le anime perse della sinistra dei partiti e della militanza, insomma la «nuova cosa» che dalle ceneri della vendoliana Sel voleva essere «il partito oltre il partito» come si giurarono reciprocamente alla kermesse «Cosmopolitica», a febbraio, da Casarini a Pisapia ai sindacalisti della Cgil in un’allegra babele di storie passate con l’intenzione di farle passare davvero. L’ex segretario della Cgil, oggi europarlamentare indipendente del Gruppo Socialisti e democratici, quello dello scontro con il D’Alema blairiano degli anni 90, quello dei tre milioni al Circo Massimo contro l’articolo 18 nel 2002, l’uomo della speranza del Correntone poi ’ritiratosi ’ a fare il sindaco di Bologna, e infine pochi mesi fa quello che ha lasciato il Pd e ha guidato alle regionali della Liguria la sinistra-sinistra portandola alla soglia del 10 per cento, se ne va. In sordina. Non sbatte la porta, declina con cortesia e fermezza le interviste, ultimo gesto di affetto verso la creatura politica neonata ancora non nata. E poi, ancora, c’è il futuro non lontano delle prossime amministrative. Quelle appena celebrate sono andate male. Il prossimo anno ci sarà una nuova tornata, nella sua Genova c’è – ci sarebbe – Marco Doria da riconfermare. «Ma prima devi decidere chi sei, cosa vuoi fare. E sì, eventualmente, quali alleanze vuoi fare. Non discutere fa perdere anche il buon senso», ha spiegato ai suoi compagni genovesi che gli chiedevano lumi. «Così il progetto che ci siamo dati di fatto è irrealizzabile», è la conclusione sconfortante. Cofferati dunque non sarà all’«assemblea nazionale aperta» convocata sabato a Roma.Ma chi ci ha parlato in questi giorni ha saputo come la pensa. E ci hanno parlato i militanti che dalle regioni, a partire dalla Liguria, lo hanno chiamato per partecipare alle iniziative. E si sono sentiti rispondere no. Perché, è il ragionamento riferito, «il percorso che avevamo deciso in Sinistra italiana non è stato programmato, quindi non si è fatto», e «non si discute su niente, le poche decisioni si prendono in pochi». Prendi ad esempio l’Europa. Stefano Fassina ha esposto le sue tesi per esplorare «il “Piano B” per il superamento assistito dalla Bce e dalle altre banche centrali dell’assetto monetario», specifica «per l’intera eurozona, non l’uscita dall’euro in via unilaterale per un singolo Stato». Ma nel gruppo dirigente nessuno ha sentito il bisogno – o la responsabilità, o persino la convenienza – di allargare la discussione, coinvolgere l’unico europarlamentare di Sinistra italiana, insomma «un minimo di confronto». Poi c’è «la stasi», la maniera certa per far fallire il congresso fondativo in programma per dicembre. Un grido di allarme che Cofferati aveva lanciato a giugno sul manifesto. «Senza iscritti e senza congresso restiamo in una fase delicata di democrazia sospesa. Questo tempo va ridotto. Conosco la fatica di questo lavoro. Ma il fatto che non sia iniziato è inquietante. A settembre c’è la campagna referendaria. Come si farà il congresso a dicembre se prima di ottobre non ci saremo dati il tempo di iniziare la discussione?», aveva detto. Che già parte a cattiva stella. Ieri il quotidiano Repubblica ha anticipato il documento firmato da 300 dirigenti sardi guidati dal sindaco di Cagliari Massimo Zedda e il senatore Luciano Uras che chiede le dimissioni del gruppo dirigente di Si e il ritorno a Sel. La risposta è un silenzio pneumatico, parla solo Nicola Fratoianni, che molti indicano come il futuro segretario: «Mi colpisce la rimozione, quasi psicologica di questa posizione. Mentre ripropone il ritorno a Sel e al centrosinistra cancella le ragioni che rendono quella stagione superati», dice al manifesto. «Zedda e Uras rimuovono il governo Renzi, le sue politiche, dal jobs Act alla scuola. Così il dibattito diventa surreale. Intanto bisogna sconfiggerlo al referendum. Siamo d’accordo su questo?». Uras replica sdegnato: «Ho fatto una battaglia contro la riforma costituzionale al senato, ho votato no e voterò no». Non è che l’inizio. Ma prima dell’inizio la sinistra promessa perde già i pezzi. E pezzi forti, come Cofferati. Con il dubbio, un tormento, che perdere per strada uno con la sua storia significhi aver perso la strada. SEGUI SUL MANIFESTO

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Casarini: «Disobbedirò ancora, mille altre volte» https://www.micciacorta.it/2016/06/casarini-disobbediro-ancora-mille-volte/ https://www.micciacorta.it/2016/06/casarini-disobbediro-ancora-mille-volte/#respond Wed, 08 Jun 2016 07:16:46 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22003 La denuncia. Tre mesi ai domiciliari per occupazione di case. Negati i servizi sociali. "Ho occupato una casa perché penso che la battaglia per il diritto all'abitare contro il degrado delle case pubbliche sfitte sia giusta"

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Condannato a tre mesi per l’occupazione di una casa sfitta a Marghera, dove ha vissuto per anni, Luca Casarini ha chiesto l’affidamento ai servizi sociali. I giudici glielo hanno negato. Nelle prossime ore Casarini inizierà a scontare la pena agli arresti domiciliari a Palermo, dove vive. «La cosa in sé è piccola – afferma – È importante sottolineare che l’attivismo sociale in questo paese, da Genova in poi, ha ricevuto una sfilza di condanne e repressione. Per molto meno di quello che abbiamo fatto dieci anni fa oggi si prendono dieci anni di galera. Voglio denunciare l’uso disinvolto della repressione contro chi fa attivismo sociale. In Italia e in Francia contro la riforma del lavoro». Già esponente delle tute bianche e dei disobbedienti, portavoce dei centri sociali del Nord Est, impegnato nella costruzione di «Sinistra Italiana», Casarini ha raccontato i fatti ieri sul suo profilo facebook. Sulla bacheca, inondata da attestati di solidarietà, ha rivendicato le azioni politiche e sociali che hanno portato a quattro anni di condanne cumulative. «Lo rifarei mille e mille volte – sostiene Casarini – Ho occupato una casa perché penso che la battaglia per il diritto all’abitare contro il degrado delle case pubbliche sfitte sia giusta. Bloccherei quel treno carico di armi per la guerra in Iraq per il quale ho preso un anno di reclusione. Manifesterei contro la fiera del Biotech a Genova ancora con Don Gallo, anche se mi è costato un altro anno. Disobbedirei ai centri di detenzione per migranti come feci a Trieste nonostante l’anno e mezzo di condanna». Casarini ha presentato un’istanza di affidamento sociale al centro diaconale Valdese di Palermo. I tre mesi di pena avrebbe voluto passarli lavorando a un progetto che coinvolge i migranti ospitati nella «Casa del Mirto». La questura di Palermo ha dato un risposta negativa. «Hanno fatto su di me una relazione pessima – ricostruisce Casarini – che si è conclusa con una formula di rito nel caso di un pregiudicato: “Non si escludono contatti con la criminalità organizzata e non”. Detta a Palermo questa frase mi ha fatto impressione. Io la Mafia la combatto, al contrario di molte autorità che siedono nel consiglio regionale o in parlamento. Si devono vergognare per il fatto che lo dicano a me». «Mi dispiace e ringrazio tanto i valdesi – aggiunge – avevamo costruito un progetto in cui potevo rendermi utile, invece di passare tre mesi chiuso in casa. Il tribunale dimostra miopia e cecità rispetto a chi ha bisogno in questo paese. A questi giudici interessava di più la vendetta che la funzione sociale della pena». «Stanno rifiutando gli affidamenti a molti attivisti, non solo a me, con lo stesso meccanismo. Questa cosa deve finire». Casarini ha ricevuto anche il divieto di comunicare con l’esterno durante i tre mesi di domiciliari. «Disobbedirò a questo provvedimento – sostiene – Non lo rispetterò, questo divieto ha il sapore del fascismo, travalica la legalità». Sinistra italiana ha presentato un’interrogazione parlamentare al ministro della giustizia Andrea Orlando e al ministro dell’Interno Angelino Alfano: «Ci pare incredibile il rifiuto di una misura come l’affidamento ai servizi sociali, uno strumento normalmente concesso, salvo in casi di pericolosità sociale, cosa impossibile per Luca – afferma Nicola Fratoianni, coordinatore nazionale di Sinistra Italiana-Sel – Parliamo di forme di repressione, tra l’altro differite, contro lotte sociali fatte a viso aperto, nulla a che vedere con la criminalità a cui si fa riferimento. Da parte nostra c’è il massimo impegno perché questa assurdità termini il prima possibile».

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