Pietro Valpreda – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Sat, 14 Dec 2019 08:34:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Stragi & segreti. Calabresi e Pinelli, quella sera a Milano che caldo faceva https://www.micciacorta.it/2019/12/stragi-segreti-calabresi-e-pinelli-quella-sera-a-milano-che-caldo-faceva/ https://www.micciacorta.it/2019/12/stragi-segreti-calabresi-e-pinelli-quella-sera-a-milano-che-caldo-faceva/#respond Sat, 14 Dec 2019 08:34:47 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25869 Pubblichiamo l'articolo di Adriano Sofri, comparso sulla sua pagina Facebook. Una documentata e puntale ricostruzione sui segreti di stato sempre meno segreti, solo a volerli guardare, su quella notte di 50 anni fa

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Calabresi, Pinelli: ancora? Ancora, e ricominciando daccapo. Intanto comincerò da una cronaca. Roma, un’aula della Sapienza, mercoledì 4 dicembre. Non c’ero, ma come se ci fossi. Ne ho ascoltato la registrazione nella notte tra il 10 e l’11, a Radio Radicale. Teneva svegli. Il giorno dopo ho riascoltato e guardato il filmato. Era una “Giornata di studi sulla strage di piazza Fontana”, titolo: “Noi sappiamo, e abbiamo le prove”, organizzata dall’Archivio Flamigni e dall’Università. Il titolo calcato su Pasolini, con quel di più di certezza, segnava la differenza fra l’intellettuale e poeta – io so, ma non ho le prove – e le storiche e gli storici convenuti, insieme a magistrati, giornalisti e testimoni. Oggetto della mia cronaca è un episodio occorso alla fine della mattina, dopo le relazioni di Paolo Morando, sul tema del suo libro, “Prima di Piazza Fontana. La prova generale” (Laterza), di Benedetta Tobagi, sui processi tra Roma, Milano e Catanzaro (il suo libro, “Piazza Fontana. Il processo impossibile”, Einaudi), e Francesco Lisanti, sul processo a Ordine Nuovo (sua “La storia di piazza Fontana nei documenti processuali”, La Vita Felice). A questo punto una voce dal pubblico – in radio si sentiva meno, lontana dal microfono – ha chiesto compitamente di fare una domanda. L’ha fatta. Vorrei sapere, ha detto, come fate a sostenere che Calabresi era uscito dalla stanza. C’è stata una breve consultazione fra la coordinatrice, Ilaria Moroni, e Benedetta Tobagi, mentre l’interlocutore ripeteva la sua questione e, interrotto, aggiungeva: “Vorrei sapere se posso parlare, se non posso parlare sto zitto”. Tobagi gli ha detto che poteva, certo, e ha chiesto: “Lei chi è, scusi?” “Sono Valitutti”. Pasquale “Lello” Valitutti ha 70 anni, è stato spesso prediletto dalle cronache perché, “anarchico in carrozzina”, prende il suo posto avanzato nelle manifestazioni di strada anche quando dimostranti e polizia si scontrano. Valitutti è anche l’anarchico ventenne che aspettò il suo turno seduto accanto a Pino Pinelli nel salone comune al quarto piano della questura milanese, quando già tutti gli altri fermati erano stati mandati a casa. Ed era seduto nel salone comune ad aspettare che Pinelli uscisse dalla stanza del commissario Calabresi, la notte che Pinelli ne uscì dalla finestra. Valitutti è quel genere di persona di cui gli oratori di un convegno non possono fare a meno di dirsi: “Eccolo, questo rompicoglioni!” Dunque, ha potuto parlare. Ha detto quello che dice da sempre, e qualcos’altro. Dice che dal suo posto “vedeva perfettamente la porta dell’ufficio del dottor Allegra, capo della sezione politica della questura, e la porta dell’ufficio del dottor Calabresi”. Che “circa 15-20 minuti prima della mezzanotte il silenzio venne rotto da rumori nell’ufficio di Calabresi, come di trambusto, di una rissa, di mobili smossi ed esclamazioni soffocate. Poi un incredibile silenzio”. Che nei minuti precedenti “nessuno era uscito dall’ufficio e tantomeno entrato in quello di Allegra”. Che a mezzanotte udì “un tonfo, che non ho più dimenticato e che spesso mi rimbomba”. Che “un attimo dopo ho sentito uno smuoversi di sedie e passi precipitosi”. Che “due sbirri si sono precipitati da me e mi hanno messo con la faccia al muro”. Che subito dopo è arrivato Calabresi e gli ha detto: “Stavamo parlando tranquillamente, non capisco perché si è buttato”. Che la mattina dopo l’hanno rilasciato. Che ha ripetuto la sua testimonianza al processo Calabresi-Lotta Continua e che il difensore di Calabresi non l’ha neppure controinterrogato. Che durante il sopraluogo del tribunale nella questura ha mostrato al giudice Biotti i segni sulla parete che dimostravano come una macchina distributrice fosse stata spostata nel frattempo per far credere che ostruisse la sua vista la notte che Pinelli. Che il giudice D’Ambrosio non lo chiamò mai a testimoniare, benché fosse l’unico testimone civile presente quella sera. Che Calabresi e gli altri presenti nella stanza, “tutti assassini di Pinelli”, avevano tutti mentito, e che la beatificazione di Calabresi è inconcepibile, eccetera. Tobagi si è trovata in una situazione non invidiabile, e insieme esemplare: non succede spesso che il rapporto, e il contrasto, fra l’attore e testimonio dei fatti, e i loro storici, si trovino l’uno di fronte agli altri, invocando l’uno la propria verità vissuta e gli altri la verità probabile di fonti e documenti. Tobagi ha detto: qui nessuno ha santificato Calabresi, abbiamo invitato Morando proprio per illustrare la macchinazione venuta da lontano, e fino ai livelli più alti, e la responsabilità della squadra politica diretta da Calabresi. Ha anche detto – lasciandomi qui interdetto – che la presenza degli uomini degli Affari Riservati nella questura milanese, che è la più rilevante acquisizione ultima dell’indagine e della ricerca, può confermare che Calabresi fosse uscito dalla sua stanza, per andare non da Allegra ma da Russomanno e dagli uomini degli Affari Riservati. “Ma Calabresi ha detto che è uscito per andare da Allegra, e ha mentito”, ha ovviamente replicato Valitutti. Tobagi: ma abbiamo detto che Calabresi ha mentito, su Pinelli tutti hanno mentito. Poiché le mie citazioni non sono testuali, invito caldamente a vedere e ascoltare la registrazione sul sito di Radio Radicale, dibattiti, 4 dicembre, https://www.radioradicale.it/…/giornata-di-studi-sulla-stra… . E a procurarsi, se credono, un opuscolo, “a distribuzione gratuita”, curato da Valitutti, dal quale ho testualmente attinto: “A 50 anni da piazza Fontana. Gli anarchici non dimenticano e non perdonano”. Lasciamo per ora l’episodio, che non doveva passare inosservato, e veniamo all’eventualità che si ricominci daccapo. Tobagi ha ragione: di tutti gli sviluppi della ricerca attorno al 12 dicembre della strage degli innocenti e al 15 dicembre della defenestrazione di Pinelli, il più importante, e sbalorditivo, è la notizia (una vera “ultima notizia”, di quarant’anni dopo) dell’arrivo da Roma alla questura milanese di un manipolo di funzionari dell’Ufficio Affari Riservati” – “fra i 10 e i 15” – guidati dal vice di Federico Umberto D’Amato, Silvano Russomanno. Costoro presero da subito il comando pieno dell’indagine, direttamente sopra il capo dell’Ufficio politico, Antonino Allegra, e il giovane commissario dell’ufficio politico addetto all’estrema sinistra e agli anarchici, Luigi Calabresi. Questa dirompente notizia è diventata pubblica per la prima volta nel 2013, quando l’anarchico Enrico Maltini, fondatore della Croce Nera, che dal 15 dicembre del 1969 non aveva mai smesso di dedicarsi a Pinelli (è morto nel marzo del 2016) e Gabriele Fuga, avvocato penalista, pubblicarono un libretto intitolato “E a finestra c’è la morti” (Zero in condotta), ripubblicato poi, rivisto e arricchito di nuovi documenti, nel 2016, col titolo “Pinelli. La finestra è ancora aperta” (ed.Colibrì). Così esordivano gli autori: “Nel 1996 dagli archivi di via Appia si scopre che almeno altre 14 persone facenti capo al ministero dell’interno e mai sentite dai magistrati si aggiravano in quel quarto piano della questura di Milano la notte in cui Pinelli morì”. Si capisce che cosa voglia dire: nel paesaggio, per decenni studiato metro per metro, di quel quarto piano della questura, di quella stanza di Calabresi che, svelata dal sopraluogo agli occhi del giudice Biotti (“Cristo! Non credevo che fosse così piccola!”), d’improvviso bisogna collocare 14 – o 10, o 15, non importa – nuovi personaggi, ingombrantissimi, perché sono i padroni del gioco, e quali padroni. Russomanno, per esempio, il giovane repubblichino, il volontario combattente nell’antiaerea nazista, il sovrintendente del terrorismo sudtirolese e altoatesino – un’altra “prova” di frontiera del terrorismo che avrebbe attraversato il resto d’Italia. Sono gli uomini che hanno guidato da lontano, dalla primavera, la macchinazione contro gli anarchici e personalmente contro Valpreda e Pinelli. Il lavoro di Maltini e Fuga solleva qualche attenzione, non abbastanza. Gli specialisti di questi studi seguono ciascuno il proprio filone, per lo più distratti. I lettori comuni sono distrattissimi, perfino i più sensibili al tema, quelli che “c’erano”, che hanno visto la propria vita toccata intimamente da quell’antico dicembre; ne hanno abbastanza. Occorrerà il rumore di un cinquantenario per riaccendere tutte le luci, e mancavano ancora anni. Ora, finalmente, l’effetto di quella scoperta si fa sentire in alcune delle migliori pubblicazioni, di giovani storici e storiche, e di anziani militanti di allora, come Enrico Deaglio, “La bomba. Cinquant’anni di piazza Fontana” (Feltrinelli), e Paolo Brogi, “Pinelli. L’innocente che cadde giù” (Castelvecchi). Il libro di Brogi enuncia la sua fonte fin dal sottotitolo: “Dalle carte sugli Affari Riservati nuova luce su depistaggi e montature”. Gli “archivi di via Appia” sono una discarica di più meno 150 mila fascicoli non catalogati, un “archivio parallelo” degli Affari riservati, che contengono informazioni e reperti sull’operato dei servizi segreti italiani. Li rinvenne e cominciò a studiarli Aldo Giannuli nell’ottobre 1996, poco dopo la morte del gran capo della malavita spionistica italiana Federico Umberto D’Amato. (Giannuli lavorava allora come consulente del giudice Salvini). Oggi – solo oggi – tutti quei documenti sono consultabili, così come l’archivio di Russomanno (e presto, vedremo quanto spolverate, le carte di Allegra). Una caratteristica peculiare è l’assenza dei documenti dal 12 al 16 dicembre. Nelle stesse carte del “Club di Berna”, minuziosissime nella registrazione di qualunque attentato, piazza Fontana è assente. (Queste assenze ricorrono puntuali: manca la parte di registrazione della microspia a casa di Allegra nel punto in cui parla con Russomanno, suo ospite, di Calabresi. Mancano, sullo stesso argomento, i fogli cari a Guido Salvini della “fonte Como”, un informatore infiltrato in una sezione milanese di Lotta Continua). Fino a Maltini e Fuga, dunque per 44 anni, si è discusso, denunciato, giudicato e condannato di una questura di Milano spigionata di quei “10 o 15” signori dagli Affari Riservati, Russomanno, Catenacci, Alduzzi e la sua “squadra 54”… Farò un esempio risentito: nel 2009 scrissi un libro cui tenevo molto, “La notte che Pinelli” (Sellerio). Studiai con tutto lo scrupolo di cui ero capace le carte dei processi che avevano riguardato Pinelli, e specialmente quelle che avevano preteso di mettere la parola fine al “caso” della sua morte, firmate da Gerardo D’Ambrosio. Argomentai, al di là della inaccettabile tesi che passò sotto il nome di “malore attivo”, errori documentabili del giudice, che aveva per esempio frainteso il racconto dell’ultimo giorno che costituiva l’alibi di Pinelli. Era il 1975, a D’Ambrosio premeva liberare la memoria di Pinelli dalle accuse mostruose che l’avevano colpito, e insieme liberare quella di Calabresi: lo fece consacrando la versione secondo cui Calabresi era uscito dalla stanza per andare dal suo capo, Allegra, e che in quella sua assenza Pinelli, col quale erano rimasti altri quattro poliziotti e un ufficiale carabiniere, era precipitato. Nel mio libro, tenni certo conto della testimonianza, così precisa (e mai smentita, quanto alle circostanze e alle parole dette a lui da Calabresi), di Valitutti. Scrissi che doveva “almeno” essere considerata quanto quella di ogni altro testimone. Tuttavia io stesso mi volli persuadere che nel tempo non breve dell’interrogatorio di Pinelli l’attenzione di Valitutti avesse potuto attenuarsi e impedirgli di notare il passaggio di Calabresi da un ufficio all’altro. Nell’ultima riga risposi alla domanda su che cosa fosse successo quella notte nella questura di Milano: Non lo so. Mi costò quella risposta. Il giudice, poi parlamentare, D’Ambrosio, commentando il mio libro, si lasciò sfuggire un lapsus impressionante. A confermare che Calabresi uscì dalla stanza, disse, c’è anche la testimonianza oculare del giovane anarchico Valitutti. La sua memoria aveva benevolmente rovesciato la cosa. Mi colpì allora e mi colpisce di più oggi. Mi servì, scrivere quel libro. Oltretutto, la lettura attenta delle carte di indagini e processi mi permise, in un libro supplementare, necessario come un pronto intervento, di ridicolizzare le invenzioni sulla doppia bomba il doppio attentatore il doppio taxi il doppio tutto, formulate nell’incredibile ignoranza di quelle carte: un segno dei tempi. E’ sempre stato un guaio il rapporto fra l’attore-testimone e lo storico: la longevità contemporanea l’ha aggravato a dismisura. Gli storici devono pur fare il loro mestiere, ma sono circondati dagli attori e dai testimoni, duri a morire e a rassegnarsi allo specchio deformante della storia. La storia contemporanea stenta sempre di più ad avvalersi della posterità. Basta saper aspettare, del resto. Torniamo al quarto piano, alle sue porte, alle sue finestre – una sola era illuminata, quella notte. Ci sono gli uomini di Roma. Qualcuno forse è in albergo, Russomanno forse a casa di Allegra, qualcuno starà sbrigando pratiche al piano di sotto, chissà. Qualcuno magari è nella stanza con Pinelli. Dunque tutto quello che avevamo pensato e detto, io nel mio libro, e tutti gli altri, nelle istruttorie, nelle sentenze, in altri libri, era tutto campato per aria. Erano sì e no due piccoli indiani, e gli altri otto grandi e grossi a spadroneggiare non visti. E tutti, tutti, mentivano. Perché tacere, come un sol uomo, perinde ac cadaver, la presenza di quei capi degli Affari Riservati, non è un’innocua omissione: è una menzogna. Qui però c’è un altro vero problema, e piuttosto ignorato. Perché qualcuno, prima dell’anarchico Maltini e dell’avvocato libertario Fuga, era venuto a conoscenza di quel dettaglio, l’esproprio della questura milanese e dell’indagine da parte degli Affari Riservati. Precisamente, due magistrati (almeno, e i loro superiori): Grazia Pradella, giovane sostituto della Procura di Milano che condusse dal 1995 fino al 1998 una nuova inchiesta su piazza Fontana, col collega Massimo Meroni. La signora Pradella ottenne dai suoi interrogati informazioni clamorose. Lo stesso Russomanno, interrogato lungamente e rigorosamente, dichiarò di essere stato a Milano “quando morì Pinelli”. E il commissario Pagnozzi, della questura di Milano (che quel 15 dicembre era in trasferta a Roma per accompagnare Valpreda), spiegò tranquillamente che Russomanno si era insediato nella stanza di Allegra, cui era stata aggiunta un’altra scrivania e un’altra sedia. Mi auguro che abbiate fatto un salto sulla vostra, di sedia. Io ho domande irresistibili, e non polemiche, salva la prova contraria. Pradella si occupava della strage e non di Pinelli (cose difficilmente scindibili, del resto). Non le è sembrato necessario, o almeno opportuno, chiedere a Russomanno: “Ma lei dov’era durante l’interrogatorio di Pinelli?” Perché allo stato dei fatti, Russomanno poteva essere al cinema, o alla scrivania di emergenza nella stanza di Allegra (dove Calabresi si sarebbe recato), o nella stanza stessa di Calabresi. E tutte queste ipotesi hanno esattamente lo stesso valore. Cosicché resta, a far pendere la bilancia, la testimonianza di Lello Valitutti. Se non fraintendo, queste risposte la sostituta Pradella le riceve nel 1996, a ridosso del ritrovamente dell’archivio-discarica dell’Appia. Nel 1997 il suo collega a Venezia, Carlo Mastelloni, che indaga ad amplissimo raggio sulla caduta dell’Argo 16, abbattimento o incidente, trova a sua volta argomenti che rimandano agli Affari Riservati, e interroga un altro alto dirigente, Guglielmo Carlucci, che menziona anche lui la presenza milanese dell’Ufficio, definendolo “padrone delle indagini”. E spiega che nell’Italia del 1969 gli uffici politici delle questure dipendono direttamente dall’Ufficio degli Affari Riservati! (Mastelloni e Pradella forse hanno condotto interrogatori comuni, mi scuso di non saperlo verificare). Dal 1996-97 al 2013, quando per la prima volta il pubblico, “gli Italiani”, come si dice infaustamente oggi, ricevono la notizia sugli Affari Riservati nella Milano che impacchetta Valpreda e defenestra Pinelli, sono passati almeno sedici anni. Per sedici anni, “gli Italiani”, quelli che hanno interesse alla cosa, hanno rimisurato metro per metro, passo per passo di poliziotti e anarchici, il quarto piano di via Fatebenefratelli senza urtare i 10 o 15 pezzi grossi. C’è una spiegazione? Erano forse tenuti, i magistrati che avevano raccolto quella notizia sconvolgente, al segreto? E D’Ambrosio, superiore di Pradella e corresponsabile dell’inchiesta e antico firmatario di una indagine e una sentenza su Pinelli che questa notizia inficia da capo a fondo, non ne è stato informato? E quando D’Ambrosio e Pradella vengono ascoltati a Roma dalla “Commissione sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”, presieduta da Giovanni Pellegrino, il 16 gennaio 1997, e non ne parlano nemmeno lì (salvo che io mi sbagli), a che cosa è dovuto il loro silenzio? E’ l’udienza in cui i due magistrati denunciano duramente l’operato di Guido Salvini: capitolo, questo delle spasmodiche rivalità fra magistrati, che non so e non voglio nemmeno sfiorare qui. Una parte ingente del libro ultimo di Salvini e Sceresini (“La maledizione di Piazza Fontana”, Chiarelettere) ne offre un quadro raccapricciante. Si tratta nientemeno che delle mutue attribuzioni di colpe nell’aver impedito il raggiungimento della verità giudiziaria e la punizione degli autori della strage! Esiste dunque un segreto di Stato, e poi dei segreti di cui non si riesce a immaginare l’origine e il movente. La distrazione, forse. “Ah, ci eravamo dimenticati di dirvi che il 12 dicembre, e il 13 e il 14 e il 15, nella Questura di Milano c’erano gli Affari Riservati”. Perciò faceva caldo.   * Fonte: Adriano Sofri, pagina Facebook

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Stragi di Stato. E allora adesso apriamo i dossier https://www.micciacorta.it/2019/12/stragi-di-stato-e-allora-adesso-apriamo-i-dossier/ https://www.micciacorta.it/2019/12/stragi-di-stato-e-allora-adesso-apriamo-i-dossier/#respond Fri, 13 Dec 2019 08:29:01 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25862 Ieri a Milano anche le autorità hanno positivamente ricordato quel 12 dicembre e il presidente Mattarella ha denunciato i «depistaggi». Bene. Ma è francamente possibile che anche tutt’ora su quella stagione di stragi di Stato non si sia fatta luce?

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Di quella bomba alla Banca dell’Agricoltura alcuni di noi che si trovavano nella redazione de Il Manifesto rivista, la storica sede di piazza del Grillo, a 200 metri da Piazza Venezia, sapemmo quasi in tempo reale. Era venuta a trovarci Franca Rame, perché fin dall’inizio con lei e Dario Fo avevamo collaborato. Stavamo chiacchierando attorno al grande tavolo coperto di panno verde dove la nostra avventura fece le sue prime prove, quando si sentì un botto fortissimo, vicino. Una bomba? Sì, era la bomba posta all’Altare della Patria, uno scoppio tremendo quasi in contemporanea con quello, ben più luttuoso, di Piazza Fontana. Di cui sapemmo subito perché Franca chiamò Dario per raccontare e invece fu lui che ci riferì dell’orrore di Milano. Non capimmo che era l’inizio di quella che si chiamò strategia della tensione, la nostra stessa fantasia non poteva arrivare ad immaginare che a tanto si sarebbe ricorsi per fermare una generazione – operaia e studentesca – scesa in strada per chiedere che la modernità appena intravista acquisisse il volto umano della liberazione reale e non quello di una più raffinata ma non meno pesante oppressione. Ma lo capimmo presto; e sempre di più, via via che quella strategia dilagava. Ogni 12 dicembre più consapevolezza e dunque più rabbia si sono impadronite delle tante migliaia di persone che da tutta Italia sono sempre accorse all’annuale appuntamento milanese. Per noi de il manifesto quella vicenda fu ancora più sconvolgente, perché decidemmo di mettere a capo delle nostre liste elettorali Pietro Valpreda (quanti millennials ne conoscono il nome?), l’anarchico innocente subito imprigionato che i servizi segreti avevano deciso di indicare come l’autore della strage. Non riuscimmo, come si sa, a liberarlo eleggendolo al parlamento, perché non raggiungemmo il famoso «quorum», ma con la sua immagine esposta nelle piazze di tutta Italia rendemmo, credo, più vera e umana quella storia. Ieri a Milano anche le autorità hanno positivamente ricordato quel 12 dicembre e il presidente Mattarella ha denunciato i «depistaggi». Bene. Ma è francamente possibile che anche tutt’ora su quella stagione di stragi di Stato non si sia fatta luce? È possibile che ogni volta che vengono declassificati documenti che a chiare lettere ci dicono di Gladio, non se ne traggano le necessarie conseguenze processuali? Che solo qualche anno fa, senza che sia emersa una qualche scandalizzata reazione, sia emerso, sempre per via di declassificazione di documenti americani, che il consigliere del presidente americano, Kennan alla vigilia delle elezioni del 18 aprile 1948 aveva suggerito al suo capo di indurre De Gasperi a mettere fuori legge il Pci, un gesto che avrebbe certo prodotto la guerra civile e dunque legittimato una rinnovata presenza militare degli Stati uniti in Italia? E ancora, è possibile che sia uscito da qualche mese un film della figlia del regista Franco Rosi che ripercorre 70 anni di storia d’Italia, in cui si racconta dei tanti eccidi e assassini in cui si intrecciano servizi Usa e italiani, ognuno dei quali non è un «mistero» ma drammatica documentazione per processi e indagini che non sono mai stati fatti sul serio, e nessuno abbia detto: accidenti, forse si dovrebbe fare qualcosa? La memoria è fondamentale. Ma guai se si continua ad accompagnare a voluta smemoratezza. Tanto più grave se perdura in una stagione così torbida come quella attuale, quando i rischi sono così alti. La svolta necessaria e non più procrastinabile è questa: l’impegno a rendere pubblica la verità. (E perlomeno potremmo cominciare a declassificare davvero anche noi i nostri documenti. Vediamo se l’impegno di Fico in questo senso sarà serio). * Fonte: Luciana Castellina, il manifesto

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50 ANNI DOPO, LA FALSIFICAZIONE CONTINUA https://www.micciacorta.it/2019/12/50-anni-dopo-la-falsificazione-continua/ https://www.micciacorta.it/2019/12/50-anni-dopo-la-falsificazione-continua/#respond Thu, 12 Dec 2019 11:07:27 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25855 La "madre di tutte le stragi" e la falsificazione delle parole e della storia

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Secondo la ricerca “Il ricordo delle stragi impunite fra gli studenti delle scuole superiori”, svolta nel febbraio 2000 dall’ISMEC, Istituto milanese per la storia dell’età contemporanea, della Resistenza e del movimento operaio, in collaborazione con l’Istituto CIRM, su un campione rappresentativo di 1000 studenti delle scuole superiori milanesi, il 43% degli intervistati attribuisce la responsabilità delle varie stragi alle BR. La percentuale sale al 55% tra coloro che si ritengono ben informati. Del resto, il 70% non ha mai sentito parlare di Giuseppe Pinelli e solo il 6,4% risponde correttamente che era un ferroviere anarchico morto durante un interrogatorio. Il 66,2% non ha mai sentito nominare Pietro Valpreda e solo il 5,6% lo qualifica come anarchico accusato ingiustamente.
Scrivere e sostenere oggi, a quasi vent’anni da quella ricerca e a cinquanta dalla “madre di tutte le stragi”, che si trattò dell’inizio degli “anni di piombo” come stanno facendo in molti, sicuramente provocherà nel breve periodo che quelle percentuali di disinformazione nei giovani cresceranno ulteriormente. Una disinformazione, beninteso, che non è colpa loro (almeno, non principalmente), ma appunto di quei professionisti dei media e della politica che sapientemente e per dolo revisionano la storia, naturalmente cominciando dall’uso delle parole. Quegli studenti disinformati di vent’anni fa sono magari i disinformati giornalisti di oggi. In ogni modo, chi blatera di “Anni di piombo”, sa o dovrebbe sapere che quella definizione è derivata dal titolo di un film del 1981 di Margarethe von Trotta sulla lotta armata (di sinistra) in Germania negli anni Settanta. Da allora è stata utilizzata, giornalisticamente e non solo, sino a divenire senso e linguaggio comune, per identificare la lotta armata di sinistra in Italia.
Applicarla oggi alle stragi, insomma, non è un’operazione innocente. È una tappa, purtroppo temo finale, di un processo di falsificazione, semantica e politica, che ha avuto tra i massimi artefici l’ex capo dello stato Giorgio Napolitano che ha voluto e promulgato la legge n. 56 del 4 maggio 2007 con la quale istituiva il «Giorno della memoria, dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice». Che così recita: «La Repubblica riconosce il 9 maggio, anniversario dell’uccisione di Aldo Moro, quale “Giorno della memoria”, al fine di ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice».
Nella cerimonia dell’anno successivo, Giorgio Napolitano addirittura ricordava non solo le vittime del terrorismo e delle stragi, ma «anche le vittime causate da fatti di diversa natura, dal disastro di Ustica all’intrigo delittuoso della Uno Bianca, ai caduti nell’adempimento del loro dovere e ai semplici cittadini, uomini e donne, che hanno perso la vita in torbide circostanze, su cui non sempre si è riusciti a fare pienamente chiarezza e giustizia». E continuava imperterrito: «Più in generale, mi inchino a tutti i caduti per la Patria, per la libertà e per la legalità democratica, e dunque – come dimenticarle! – alle tante vittime della mafia e della criminalità organizzata».
Veniva così ribadito e consacrato in forma e in forza di legge un assunto assai discutibile, per non dire falso, ovvero che il terrorismo, la lotta armata e le stragi, e persino la criminalità mafiosa siano fenomeni assimilabili e omogenei. Contemporaneamente, con la scelta simbolica della data, si indicava che il terrorismo è da considerarsi quello di sinistra, quello che ha ucciso Aldo Moro. Anziché, come più logico e storicamente fondato, oltre che cronologicamente corretto, il 12 dicembre, il giorno della prima grande strage. L'inizio di una guerra, la risposta all'autunno caldo, in cui non solo i manovali fascisti ma i loro burattinai volevano che l'Italia seguisse le orme della Grecia.
Erano tempi in cui a Roma manifestavano coloro che si definivano “Amici delle forze armate”, con in testa il generale dei carabinieri De Lorenzo, già a capo dei servizi segreti del SIFAR, al grido «Basta con i bordelli, vogliamo i colonnelli» e «Ankara, Atene, adesso Roma viene». .
Oggi non lo ricorda nessuno, ma quello era il clima, quelle erano le istituzioni "democratiche".
Una strage di Stato, dunque, non solo di Ordine Nuovo.
Ricordare e ribadire tutto ciò oggi è forse inutile, perché la falsificazione è compiuta e irreversibile. Ma sapere e continuare a dire la verità è un piccolo atto di resistenza ormai purtroppo individuale ("una storia e una memoria quasi solo nostra") all’infamia dei tempi e alla preponderanza numerica e bipartisan dei falsificatori e degli smemorati.
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Immagine: Uno degli arazzi realizzati dalle Accademie Artistiche Italiane con l'intervento di Dario Fo portato in corteo a Milano nel 2005

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50 anni fa: la prima strage di Stato https://www.micciacorta.it/2019/12/50-anni-fa-la-prima-strage-di-stato/ https://www.micciacorta.it/2019/12/50-anni-fa-la-prima-strage-di-stato/#respond Thu, 12 Dec 2019 09:01:25 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25853 La palese ragione delle stragi è che dagli anni Sessanta e in particolare col ’68 e il ’69 le lotte studentesche, operaie e popolari avevano cambiato i rapporti di forza in Italia

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50 anni fa, il 12 dic. 1969, fascisti coperti da agenti dei servizi segreti mettono una bomba nel salone della Banca Naz. dell’Agricoltura di Milano (accanto al Duomo) provocando 17 morti e 88 feriti. Fu la prima “strage di Stato”, ossia il primo attentato con bombe per mano di fascisti protetti e foraggiati da agenti dei servizi segreti italiani e della CIA americana. Seguirono attentati fra i quali i più gravi furono nel 1974 a piazza della Loggia (Brescia) e al treno Italicus, nel 1980 stazione di Bologna e altri amcora. Indagini indipendenti e indagini giudiziarie “hanno confermato, fuor di ogni dubbio, che lo Stato promuoveva o consentiva stragi e delitti eccellenti, spesso gestendoli in prima persona e comunque coprendoli; ultimi esempi Ustica, Casalecchio di Reno, la morte di Ilaria Alpi, le navi dei profughi speronate e il Cermis: crimini di guerra e di pace, sempre con la stessa logica del puro dominio” (vedi inchiesta del libro La strage di Stato: http://www.uonna.it/121269.htm, ivi anche sentenze dei tribunali). Quella di 50 anni fa a Milano fu quindi considerata «la madre di tutte le stragi», il «primo e più dirompente atto terroristico dal 1945”, «il momento più incandescente della strategia della tensione” e l'inizio degli “anni di piombo”. Gli attentati terroristi di quel giorno furono cinque, concentrati in un lasso di tempo di appena 53 minuti a Roma e a Milano. Ma prima della strage della Banca dell'Agricoltura, nel 1964 il generale De Lorenzo aveva organizzato quello che fu il primo tentativo di colpo di stato e dopo la strage di Milano alcuni militari riorganizzarono una rete fascista che mirava di nuovo al colpo di stato (vedi “Rosa de venti”). Ogni volta dopo le stragi parte rilevante dei servizi segreti è stata particolarmente attiva nel depistare le indagini giudiziarie per impedire che si scoprissero autori e soprattutto mandanti. La prima clamorosa impostura fu appunto a Milano quando fecero dire ai media (e anche al celebre Montanelli, notoriamente reazionario) che l’attentatore fosse il ballerino anarchico Valpreda e che il ferroviere Pinelli -suicidato buttandolo dalla finestra della questura di Milano- ne fosse complice. Si deviò quindi l’indagine dei giudici verso innocenti per proteggere autori e mandanti. Nel giugno 2005 la Corte di Cassazione ha stabilito che la strage fu opera di «un gruppo eversivo costituito a Padova nell'alveo del gruppo fascista Ordine Nuovo, capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura, ma non più perseguibili in quanto precedentemente assolti con giudizio definitivo dalla Corte d'assise d'appello di Bari. Così gli esecutori materiali sono rimasti “ignoti”. Il segreto di Stato sempre invocato dalle autorità politiche e delle forze di polizia per ogni indagine sulle diverse stragi (sino anche al delitto Moro) è quindi stato l’arma per impedire la verità giudiziaria mentre quella politica cioè della controinformazione rigorosa è indiscutibile.   La ragione delle stragi La palese ragione delle stragi è che dagli anni Sessanta e in particolare col ’68 e il ’69 le lotte studentesche, operaie e popolari avevano cambiato i rapporti di forza in Italia: il padronato e i diversi gruppi di potere (vedi Pasolini : Io so, nel Corriere della sera del 14/11/1974) si sentirono allora in pericolo per il rischio di perdere il potere di super sfruttamento e quindi di dover concedere troppo alle rivendicazioni del movimento sindacale e popolare. Ricordiamo che fu grazie a queste lotte che furono conquistate le grandi riforme democratiche di quegli anni ’70-’80 (statuto dei lavoratori, diritto all’aborto volontario, divorzio, smilitarizzazione della polizia di stato, democratizzazione della gestione delle imprese e enti pubblici -tante conquiste per buona parte erose dallo sviluppo liberista globalizzato di questi ultimi trent’anni). In particolare le destre italiane, anche dentro la DC, spalleggiate dai servizi segreti americani scelsero di reagire con violenza estrema per impedire così che si formasse una coalizione di governo DC-PSI-PCI-PRI, ossia un orientamento favorevole a una politica economica e sociale progressista e quindi una redistribuzione meno diseguale della ricchezza pubblica. E fu questo stesso il motivo per cui i servizi segreti manipolarono anche il sequestro Moro impedendo di salvargli la vita. In altre parole c’è un filo nero che lega le stragi di Stato ai servizi segreti che spalleggiavano i fascisti e le trame nere dentro le forze armate e nelle forze di polizia con anche la collaborazione di mafia e massoneria e l’appoggio della CIA degli Stati Uniti. Ricordare la strage del 12 dic. 1969 vuol quindi dire sollecitare la vigilanza rispetto alle minacce di deriva fascista che sono sempre presenti in una democrazia che coesiste con la sua eterogenesi cioè con le derive reazionarie oggi mascherate in partiti che palesemente invocano orientamenti fascisti-razzisti-sessisti insieme a sovranisti, populisti e liberisti (di destra e dell’ex-sinistra) che legittimano disastri sanitari-ambientali e neoschiavitù.

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Piazza Fontana. La cronologia della strage di Milano https://www.micciacorta.it/2019/12/piazza-fontana-la-cronologia-della-strage-di-milano/ https://www.micciacorta.it/2019/12/piazza-fontana-la-cronologia-della-strage-di-milano/#respond Wed, 11 Dec 2019 10:01:12 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25844 12 dicembre 1969 Alle 16 e 37 esplode una bomba nella Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, a Milano: alla fine si conteranno17 morti e 88 feriti. 12 marzo 2004 La Corte d’Appello di Milano assolve i neofascisti; 3 maggio 2005 La Cassazione conferma. I familiari delle vittime della strage dovranno pagare le spese processuali.

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12 dicembre 1969 Alle 16 e 37 esplode una bomba nella Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, a Milano: alla fine si conteranno 17 morti e 88 feriti; 15 dicembre 1969 Fermato subito dopo la strage, l’anarchico Giuseppe Pinelli precipita dal quarto piano della questura di Milano, della quale il commissario Calabresi è vice capo dell’Ufficio politico; 16 dicembre 1969 Vengono arrestati gli anarchici Pietro Valpreda e Mario Merlino (che poi si scoprirà essere un neofascista infiltrato); 23 febbraio 1972 A Roma si apre il processo sulla Strage. Successivamente verrà trasferito a Milano e poi, per motivi di ordine pubblico, a Catanzaro; 3 marzo 1972 Vengono arrestati i neofascisti Franco Freda, Giovanni Ventura e Pino Rauti. Le indagini evidenziano legami tra l’estrema destra eversiva e i servizi segreti italiani; 7 maggio 1972 Elezioni anticipate. Il neofascista Rauti viene eletto in parlamento con l’Msi. Il manifesto candida Valpreda, che non viene eletto; 17 maggio 1972 Il commissario Luigi Calabresi viene ucciso a Milano; 29 dicembre 1972 Valpreda viene scarcerato; 27 ottobre 1975 Il giudice D’Ambrosio chiude le indagini sulla morte di Pinelli. Tutti prosciolti gli agenti della polizia. La caduta dalla finestra della questura sarebbe avvenuta per un «malore attivo»;

18 gennaio 1977 Si apre a Catanzaro il processo per la Strage. Andreotti depone sul coinvolgimento dei servizi segreti e, davanti ai giudici, dice per trentatré volte «non ricordo»;4 ottobre 1978 La polizia accerta la scomparsa di Freda; 16 gennaio 1979 Ventura fugge all’estero; 23 febbraio 1979 Sentenza di Catanzaro: ergastolo per Freda, Ventura e per l’altro neofascista Giannettini; 4 anni e 6 mesi per Valpreda e Merlino, condannati per associazione a delinquere. Pene minori per alcuni membri dei servizi segreti; 12 agosto 1979 A Buenos Aires viene arrestato Ventura; 23 agosto 1979 Freda viene arrestato in Costa Rica; 22 maggio 1980 A Catanzaro comincia il processo d’Appello; 20 marzo 1981 Sentenza del processo d’appello: tutti assolti per la strage di Piazza Fontana. Freda e Ventura condannati a 15 anni per le bombe di Padova e Milano del 1969. Confermate le condanne per Valpreda e Merlino; 19 giugno 1982 La Cassazione annulla la sentenza d’Appello di Catanzaro; 23 dicembre 1982 Nell’ambito di una nuova indagine sulla strage, la procura di Catanzaro ordina l’arresto del neofascista Stefano Delle Chiaie; 13 dicembre 1984 a Bari comincia il nuovo processo d’Appello; 1 agosto 1985 Tutti assolti nel processo di Bari. Condanne per reati minori per esponenti dei servizi segreti; 27 marzo 1987 A Caracas viene arrestato Delle Chiaie; 26 ottobre 1987 A Catanzaro comincia un nuovo processo. Imputati i neofascisti Massimiliano Fachini e Delle Chiaie; 20 febbraio 1989 Tutti assolti a Catanzaro. La procura aveva chiesto l’ergastolo per gli imputati; il 5 luglio 1991 La Cassazione conferma la sentenza di Catanzaro; Primavera/estate 1995 Il giudice Guido Salvini indaga sul mondo della destra neofascistia A luglio Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi vengono indagati per la strage; 14 giugno 1997 Ordine di carcerazione per Zorzi e Maggi; 8 giugno 1999 Viene disposto il processo per Zorzi, Maggi e altri neofascisti; 30 giugno 2001 Zorzi e Maggi vengono condannati all’ergastolo; 6 luglio 2002 A 69 anni muore Pietro Valpreda; 12 marzo 2004 La Corte d’Appello di Milano assolve Zorzi, Maggi e gli altri neofascisti; 3 maggio 2005 La Cassazione conferma la sentenza. I familiari delle vittime della strage dovranno pagare le spese processuali. * Fonte: Mario Di Vito, il manifesto

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La strage: sappiamo chi è Stato. Gli ultimi 200 metri del percorso della bomba https://www.micciacorta.it/2019/12/la-strage-sappiamo-chi-e-stato-gli-ultimi-200-metri-del-percorso-della-bomba/ https://www.micciacorta.it/2019/12/la-strage-sappiamo-chi-e-stato-gli-ultimi-200-metri-del-percorso-della-bomba/#respond Wed, 11 Dec 2019 09:19:39 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25841 Senza giustizia, Piazza Fontana 1969-2019. Sappiamo moltissimo, quasi tutto, di questa tragica vicenda. Non ci si lasci ingannare dalle sentenze. Quel giorno l’ordigno seguì questa strada...

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Si è soliti dire che persista più di un mistero riguardo alla strage del 12 dicembre 1969 in piazza Fontana. Nulla di più falso. Sappiamo moltissimo, quasi tutto, di questa tragica vicenda. Non ci si lasci ingannare dalle sentenze. Nelle attività di indagine sono state acclarate le ragioni che ispirarono la strage in funzione di un salto di qualità nel percorso della «strategia della tensione» e messo a fuoco il complesso dei mandanti, tra vertici militari e ambienti Nato, complici ampi settori delle classi dirigenti e imprenditoriali, tentati da avventure eversive. Sono anche stati individuati gli esecutori materiali, ovvero gli uomini di Ordine nuovo, con il riconoscimento delle responsabilità personali di Franco Freda, Giovanni Ventura e Carlo Digilio. Sulla base delle carte che si sono accumulate, interrogatori, confessioni, incrocio di indizi, sarebbe addirittura possibile ricostruire il percorso compiuto dalla bomba collocata all’interno della Banca nazionale dell’agricoltura. Ne riassumiamo i passaggi fondamentali, omettendo doverosamente alcuni nomi che pur sono emersi. Sono mancati, infatti, quei riscontri inoppugnabili che altrimenti avrebbero determinato dei rinvii a giudizio. Personaggi comunque ad oggi non tutti più processabili, dato il venir meno delle loro esistenze negli anni precedenti le indagini. Dalla Germania in Italia Sulla provenienza dell’esplosivo siamo in possesso di due versioni diverse. La prima è stata fornita dal generale Gianadelio Maletti, ex capo dell’Ufficio D del Sid, che in più occasioni (sia nel 2001 a Milano nel corso del dibattimento di primo grado nell’ultimo processo e sia in una lunga intervista nel 2010) ha sostenuto che fosse «esplosivo di tipo militare» e provenisse da una base Nato della Germania, poi transitato con un tir dal Brennero per essere alla fine consegnato a una «cellula» di neofascisti del Veneto. Questa versione è stata in parte ribadita dall’allora vice presidente del Consiglio Paolo Emilio Taviani che nelle sue memorie scrisse testualmente «un americano portò dell’esplosivo dalla Germania in Italia». La seconda versione la fornì Carlo Digilio, l’armiere di Ordine nuovo, che parlò di un esplosivo prodotto in Jugoslavia, il Vitezit 30. Come noto un foglio di istruzioni per l’utilizzo di questo esplosivo fu rinvenuto nell’abitazione di Giovanni Ventura. Da Mestre a Milano L’esplosivo che sarà alla fine rinchiuso in una cassetta metallica Juwel (poco meno di tre chili), trasportato da due esponenti di Ordine nuovo nel bagagliaio di una vecchia 1100, venne periziato qualche giorno prima del 12 dicembre in un luogo tranquillo ai bordi di un canale a Mestre dall’esperto in armi della stessa organizzazione, Carlo Digilio. Il timore era che potesse deflagrare lungo il tragitto verso Milano. L’esperto li rassicurò a patto che venisse utilizzata un’altra vettura, con sospensioni adeguate. I due gli fecero presente che già si era pensato a una Mercedes di proprietà di un camerata di Padova. Una figura nota nell’ambiente, protagonista di azioni squadriste, con anche un ruolo pubblico nella federazione del maggior partito cittadino di estrema destra. La notte prima del viaggio, destinazione Milano, la Mercedes, di color verde bottiglia, venne posteggiata sotto la casa di un ancor più noto dirigente ordinovista. Le bombe vengono assemblate L’esplosivo doveva essere consegnato in un luogo sicuro, un ufficio in corso Vittorio Emanuele II con un’insegna posta all’esterno che all’imbrunire si accendeva di un color rosso. Qui la bomba, meglio le bombe (una era destinata alla Banca Commerciale Italiana di piazza Della Scala), vennero assemblate. I temporizzatori che dovevano innescarle, acquistati da una ditta di Bologna, davano un margine di un’ora. Gli uffici in questione offrivano un riparo sicuro, bisognava percorrere solo qualche centinaio di metri per raggiungere i posti prescelti per gli attentati. Nel caso di un qualche intoppo o contrattempo si poteva tornare velocemente sui propri passi e disinnescare gli ordigni. Un’operazione di questo genere non poteva essere certo affidata all’improvvisazione. Non si poteva neanche lontanamente pensare alla toilette di un bar o l’interno di una vettura posteggiata. Troppo rischioso. Da corso Vittorio alla Banca La bomba per la Banca Nazionale dell’Agricoltura venne portata a mano. Chi la trasportava non era solo. Uno di loro se ne sarebbe in seguito anche vantato in una festicciola tra camerati e con l’armiere del gruppo. Provenienti da corso Vittorio Emanuele II, attraversata la Galleria del Corso, in piazza Beccaria, al posteggio dei Taxi, uno degli attentatori metterà in opera una delle più grossolane operazioni di depistaggio per incastrare gli anarchici. Rassomigliante a Pietro Valpreda farà di tutto per farsi riconoscere dal tassista Cornelio Rolandi. Si farà portare per 252 metri fino in via Santa Tecla, distante 117 metri a piedi dalla banca, per poi tornare al taxi, percorrendo in totale 234 metri a piedi, per non farne 135, ovvero la distanza da piazza Beccaria all’ingresso della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Si farà infine scaricare in via Albricci, dopo soli 600 metri, a soli 465 metri dalla banca. Forse sappiamo tutto, anche cosa accadde negli ultimi duecento metri o poco più. Sarebbe possibile anche fare i nomi, ma siamo costretti a far finta di non saperli e a raccontare le mosse e gli atti di costoro come in un film o in un romanzo. * Fonte: Saverio Ferrari, il manifesto

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Mezzo secolo dopo, commemorazioni divise per l’anarchico Pinelli https://www.micciacorta.it/2019/12/mezzo-secolo-dopo-commemorazioni-divise-per-lanarchico-pinelli/ https://www.micciacorta.it/2019/12/mezzo-secolo-dopo-commemorazioni-divise-per-lanarchico-pinelli/#respond Tue, 03 Dec 2019 09:45:13 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25817 La famiglia convoca una «catena musicale», il Ponte della Ghisolfa va da solo: «Non ci sono le condizioni politiche minime per una adesione»

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MILANO. Quello di Giuseppe Pinelli è un corpo sospeso da mezzo secolo. In piazza Fontana, dove il 12 dicembre del 1969 una bomba alla banca dell’Agricoltura causò 17 vittime ancora senza giustizia e fece capire a tutti che l’aria nazionale era più torbida di quello che si potesse pensare, ci sono due targhe a ricordarlo. Una firmata dagli «studenti e democratici milanesi» in cui si parla di lui come «ucciso innocente» nei locali della questura, e un’altra messa lì dal Comune, in cui la formula diventa «morto innocente». Indagini, inchieste, processi, informazione e controinformazione: l’anarchico Pinelli, ferroviere, sindacalista, esperantista, militante del Ponte della Ghisolfa, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre volò giù da una finestra della questura del commissario Luigi Calabresi. La verità ufficiale parla di «malore attivo» e conseguente caduta, ma le ombre che circondano i poliziotti che lo stavano tenendo in stato di fermo da quasi tre giorni sono lunghissime, e i dubbi spesso sembrano certezze. Cinquant’anni dopo, la memoria è ancora in bilico e sulle commemorazioni (plurale necessario) di quei fatti c’è divisione nell’universo anarchico italiano. Il 14 dicembre la famiglia Pinelli ha convocato «una catena musicale» che porterà da piazza Fontana alla questura nel nome di Pino, delle vittime della strage e delle «false e depistanti accuse agli anarchici che portarono anni di carcerazione all’innocente Pietro Valpreda». Le firme in calce sono quelle della moglie del ferroviere Licia, delle figlie Silvia e Claudia e della sorella Liliana, venuta a mancare lo scorso ottobre. La lista delle adesioni è chilometrica; centinaia di nomi (tra cui quello di Adriano Sofri, per esempio) e di realtà diverse: Acli, Arci e Anpi di varie città, centri sociali, collettivi studenteschi, associazioni, la rivista A di Paolo Finzi, sezioni del sindacato libertario Usi e della Federazione Anarchica Italiana. «Abbiamo deciso di fare le cose in maniera più aperta e plurale possibile – dice Silvia Pinelli al manifesto -, d’altra parte anche cinquant’anni fa per Pino si mosse la società civile, i compagni certo, ma anche un fronte che andava dai cattolici all’alta borghesia. È quello che vogliamo far accadere anche adesso con la catena musicale». Qualcuno però non ci sarà, ovvero il circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, la casa politica di Giuseppe Pinelli, il luogo dove ha speso una parte consistente della sua militanza. Il comunicato di dissociazione dalla catena musicale è durissimo. «Non ci sono le condizioni politiche minime per una adesione», dicono. Spiega Mauro Decortes, storico militante del Ponte: «Nei testi diffusi dalla catena musicale manca sempre il contesto di quegli anni, inizialmente non era nemmeno citato Valpreda… Noi siamo sempre stati aperti, abbiamo invitato a partecipare tanta gente, non solo del mondo anarchico. Il problema non è però l’apertura verso l’esterno, ma il fatto che ci devono essere dei valori e dei caratteri chiari. Non ci piace che tutto debba ridursi a una sorta di messa obbligatoria, certe lotte sono ancora vive e questo va ribadito sempre. Pinelli, d’altra parte, non era solo un padre di famiglia, ma anche un compagno, un militante molto attento che immaginava e lottava per una società diversa. Non possiamo fare di lui una figurina istituzionale. Diceva Valpreda che credere nella verità non vuol dire credere nella giustizia». Il Ponte andrà in corteo il 12 dicembre, e poi il 15 al Leoncavallo si terrà una serata intitolata «Pinelli assassinato, Valpreda innocente. La strage è di stato» (a ricordare che i due compagni «non sono morti per la democrazia ma per l’anarchia», come da striscione più volte esibito in varie manifestazioni e iniziative), con la partecipazione tra gli altri di Ascanio Celestini e Saverio Ferrari. E qui invece a mancare saranno la compagna e le figlie di Pinelli. «Siamo state attaccate senza motivo e sempre sul personale – commenta ancora Silvia -. Fa male perché in tanti anni non ci è successo con la polizia, i fascisti o la mafia e invece adesso certe parole arrivano da parte di persone che pensavamo essere nostre amiche». Dal Ponte la risposta è agrodolce. Sostiene Decortes: «È una questione che ci addolora, sono state dette e scritte tante falsità anche su di noi, e comunque voglio sottolineare che con Licia non ci sono mai stati problemi, anzi ci sentiamo spesso ancora adesso. C’è molta psicologia in questa storia, molte questioni di ego, come se una parte della sinistra volesse comparire e basta, un po’ per piccoli interessi e un po’ forse per senso di colpa. La nostra, ad ogni modo, è una critica politica e non personale». Intorno, mentre Milano si appresta a ricordare Pinelli in ordine sparso, tutto è ancora fermo: la bomba, la strage, i fascisti ora condannati, ora assolti e ora condannati di nuovo, le complicità di stato, il volo di Pino, l’omicidio Calabresi, la strategia della tensione. Il mistero non è più indagato, resta la memoria sospesa di un paese che da sempre confonde la pace con la rimozione. * Fonte: Mario Di Vito, il manifesto

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Giuseppe Pinelli, mezzo secolo dopo https://www.micciacorta.it/2019/07/giuseppe-pinelli-mezzo-secolo-dopo/ https://www.micciacorta.it/2019/07/giuseppe-pinelli-mezzo-secolo-dopo/#respond Sat, 13 Jul 2019 09:47:30 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25549 Scaffale. «Pinelli l'innocente che cadde giù» di Paolo Brogi

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Mezzo secolo ci separa, ormai, dalla madre di tutte le stragi e dalle ingiustizie che ha portato con sé. Il 12 dicembre del 1969 una bomba esplode nella Banca nazionale dell’agricoltura, in Piazza Fontana, a Milano: muoiono 17 persone, 88 sono i feriti. È LA PRIMA grande strage di una stagione che intorbidirà, di sangue e non solo, almeno un quindicennio di storia nazionale. Cinquant’anni dopo, ci ritorna Paolo Brogi, con il suo Pinelli, l’innocente che cadde giù (Castelvecchi, pp. 152, euro 17,50). Lo guardo è obliquo, ma l’osservazione è generale. Brogi sceglie un punto di vista e una vicenda specifica per tornare a raccontare la storia infinita di quella che fu icasticamente definita la «strage di Stato»: la morte di Giuseppe Pinelli, precipitato dal quarto piano della Questura di Milano, la notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969, quando era in stato di fermo perché «gravemente indiziato» di essere partecipe dell’attentato. MA DALLA MORTE di Pinelli, lo sguardo subito si allarga alle cause della impunità della strage. Nella minuziosa ricostruzione delle carte e delle testimonianze sulla morte dell’anarchico milanese, si affacciano fin da subito azioni e attori dei depistaggi che hanno lasciato la strage orfana di responsabilità penali e politiche. All’indomani della strage («la sera stessa», dice beffardamente qualcuno di loro), la Questura di Milano era occupata dagli agenti dell’ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno. EPPURE, nelle indagini sulla morte di Pinelli, la loro presenza non è neanche registrata. Si muovono come ombre in quelle stesse stanze in cui decine di fermati vengono trattenuti e interrogati. Fantasmi che torneranno alla luce solo negli ultimi svolgimenti delle indagini su Piazza Fontana e dintorni, ma mai messi in relazione a quelle ore in cui «l’innocente cadde giù». Eppure, gli uomini degli Affari riservati non furono estranei alla pista anarchica, al grande depistaggio che vide vittime prima Pinelli e poi Pietro Valpreda, a lungo il nemico perfetto cui attribuire le responsabilità di una strage che invece era stata voluta, eseguita e coperta a destra, da gruppi neofascisti e apparati deviati. Anzi, ne furono gli attori più solerti e consapevoli. Ma in quelle ore, era come se non ci fossero. IL LAVORO di Brogi si avvale, in particolare, della desecretazione di documenti riservati fino alla direttiva Renzi del 2014. Tra le altre cose, dalla seconda inchiesta sulla morte di Pinelli – quella svolta da Gerardo D’Ambrosio e che si concluderà con la fantasiosa tesi del «malore attivo», che avrebbe fatto cadere Pinelli dall’altra parte della finestra, nella stanza in cui si trovava al termine della lettura del verbale dell’interrogatorio – emerge un graffio su un dito di una mano del brigadiere Panessa, il più prossimo a Pinelli nel momento del «malore attivo», di cui egli stesso si era dimenticato per due anni e della cui rilevanza, comunque, nessuno gli ha mai chiesto conto. BUCHI, incongruenze, incoerenze che hanno segnato i due iter giudiziari, quello per la responsabilità della strage e quello per la morte di Pinelli. IL RACCONTO di Brogi si avvale, infine, delle testimonianze delle figlie di Pinelli, Claudia e Silvia, che all’epoca avevano 8 e 9 anni e che si porteranno dietro per tutta la vita, non solo l’improvvisa e inspiegata perdita del padre, ma anche l’essere state sue figlie, motivo di curiosità e di solidarietà nelle scuole e nella Milano degli Settanta, responsabilità di una memoria da quando la madre Licia ne ha passato loro il testimone. «In questi anni – scrive Claudia al padre – ci sei sempre stato e hai permesso incontri, sguardi, condivisioni … Molta strada è ancora da percorrere… ma resisteremo a queste ondate di xenofobia e razzismo… e continueremo a credere che un mondo nuovo… è possibile». * Fonte: Stefano Anastasia, IL MANIFESTO

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Pinelli. La finestra è ancora aperta https://www.micciacorta.it/2017/01/22863/ https://www.micciacorta.it/2017/01/22863/#respond Fri, 13 Jan 2017 17:10:40 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22863 Quando l’anarchico precipitò, la Questura era zeppa di agenti in incognito

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La notte di Pinelli non è finita. Quella stanza resta ancora un mistero. Chi furono veramente gli uomini che, innocenti, colpevoli, complici, passarono ore e giorni là dentro e videro quel che accadde? Dopo infiniti processi, istruttorie, sentenze di primo grado, d’Appello, di Cassazione, assoluzioni, condanne, ricusazioni, prescrizioni, archiviazioni, nulla è certo. Quasi mezzo secolo dopo si sa soltanto che un uomo, il 12 dicembre 1969, entrò vivo dal portone della Questura di Milano e uscì morto. Tutto il resto ha doppie e triple facce e resta problematico, ambiguo, nebbioso. La passione di moltitudini che si batterono allora in nome della verità su questo caso-simbolo della dignità di un Paese è stata frustrata. Chissà se Licia Pinelli crede ancora a quel che disse a un giornalista quando Pino morì: «Se in Italia esiste veramente una democrazia, e tutto è successo in democrazia, noi la verità la sapremo». È appena uscito un libro che può aiutare a trovare quella verità mancata, a riaprire l’inchiesta, l’istruttoria, il processo. Un contributo importante. Si intitola semplicemente Pinelli. La finestra è ancora aperta (Colibrì edizioni): l’hanno scritto Enrico Maltini, docente universitario di Agraria, morto lo scorso anno, e Gabriele Fuga, avvocato penalista. Non è un libro di parte, anche se gli autori appartennero alla cerchia anarchica. Non è un libro fazioso, è minuziosamente documentato e le sue pagine hanno un tono più accorato che polemico. Prevale la voglia di capire, il dubbio resta costante, l’attenzione ai particolari fa da guida, il buon Dio, si sa, si nasconde nei dettagli, come scrisse Flaubert. Qual è il cuore del libro, quasi un verbale? L’8 ottobre 1996 un ufficiale e due agenti di polizia giudiziaria rinvennero in un magazzino di via della Circonvallazione Appia 132 a Roma un’enorme quantità di documenti dell’ufficio Affari riservati del ministero degli Interni, i servizi segreti dell’epoca, 400 faldoni soltanto sulla strage di piazza Fontana, disponibili di recente dopo la digitalizzazione della Casa della Memoria di Brescia. Si tratta di 150 mila fascicoli di atti istruttori e processuali: non sono i famosi «scheletri negli armadi», ma se non fossero stati trovati in tempo rischiavano di andare al macero, cancellando per sempre preziose notizie di prima mano. Dopo la scoperta, le Procure di Milano, di Venezia, di Roma hanno riaperto le indagini non arrivate all’osso, ma proficue anche perché sono stati interrogati protagonisti di quel tragico caso che non erano mai stati sentiti. Alcuni hanno seguitato a tacere, omissivi, bugiardi, spauriti, uno spettacolo di Dario Fo. Ma altri, pensionati, ormai lontani dagli ordini dei superiori e non più timorosi per i rischi della carriera, hanno rivelato fatti non conosciuti, anche rilevanti. Gli autori di questo libro, lavorando come certosini sulle vecchie e sulle nuove carte, sono riusciti a dare al caso Pinelli un quadro più ricco, non certo definitivo ma capace di render chiari certi buchi neri. Subito dopo la strage di piazza Fontana furono 14 i funzionari anche di livello alto che piombarono a Milano con il nome di Valpreda assassino scelto a freddo su indicazione soprattutto di un informatore. Tra loro nomi di rilievo come Silvano Russomanno, un passato nella Repubblica di Salò, 373° Battaglione Flak, internato dopo la guerra a Coltano, il campo di concentramento dei repubblichini — la continuità dello Stato — e con lui Elio Catenacci, il direttore apparente degli Affari riservati. Il vero regista, capo effettivo dei servizi, fu Federico Umberto D’Amato, morto nel 1996, che finì la carriera come gourmet dell’«Espresso». In trent’anni, un altro mistero, non venne mai interrogato dai magistrati. Si sa adesso che oltre ad essere legato al vertice del controspionaggio della Cia in Italia, James Angleton, aveva strettissimi rapporti con Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia nazionale e degli eversori fascisti, notizia sempre negata («Non l’ho mai visto») e ora documentata dal suo vice Guglielmo Carlucci. Erano quei 14 venuti da Roma a decidere il da farsi, a dettare la linea, a scrivere i rapporti che i questurini di Milano poi firmavano. Questi uomini in incognito si aggiravano in via Fatebenefratelli, sconosciuti a chi allora passò da quelle stanze. I romani non avevano una gran stima dei milanesi, complici ubbidienti. Solo il capo dell’ufficio politico della Questura, Antonino Allegra, legato a Russomanno, conosceva forse qualche verità in più dei colleghi o sottoposti. Fu lui ad accompagnare a Roma in aereo il tassista Rolandi e a condurlo al Viminale dal capo della polizia Angelo Vicari, bene attento a non parlarne, come avrebbe dovuto, ai magistrati. Fu lui, giorni dopo, a dire a Vicari che «al momento del fatto, Pinelli era appoggiato di spalle alla finestra», un particolare, scrivono gli autori del libro, che «fa piazza pulita dei tuffi e balzi felini ripetuti dai sottufficiali presenti, dal tenente dei carabinieri Lo Grano e dagli stessi Allegra e Calabresi». (Scatti felini, tuffi, balzi repentini e fulminei). Probabilmente Pinelli fu picchiato, colpito, spinto violentemente verso la finestra e cadde. Come mai, a esclusione del tenente dei carabinieri, nessuno degli uomini della stanza ebbe un barlume di pietà e scese in cortile a vedere quell’uomo? Probabilmente perché nello studio del commissario Allegra si doveva frettolosamente decidere quel che si sarebbe dovuto fare e dire ai giornalisti. («Gravemente indiziato di concorso in strage, Pinelli aveva gli alibi caduti. Un funzionario gli aveva rivolto contestazioni e lui era sbiancato in volto. (...) Nella stanza si stava parlando d’altro, una pausa, quando il Pinelli ebbe uno scatto improvviso, si gettò verso la finestra socchiusa perché il locale era pieno di fumo e si slanciò nel vuoto. Il suicidio è una evidente autoaccusa», come disse il questore Guida). Chi c’era nella stanza del quarto piano della Questura di Milano quei giorni, quella notte? È impensabile che l’interrogatorio di Pinelli, di grande rilievo per tutta l’inchiesta sulla strage, fosse affidato al commissario Luigi Calabresi, l’ultimo nella catena gerarchica. Dov’erano Russomanno, Catenacci e anche altri con gradi alti nei servizi, Alberto D’Agostino, Ermanno Alduzzi, Guglielmo Carlucci? Chi irruppe nella stanza e fece il saltafosso, tipico delle polizie, in questo caso l’urlo «Valpreda ha parlato»? Calabresi quella notte, davanti a cinque giornalisti, avallò le menzogne del questore Guida, non ebbe un moto di dissenso né di amarezza, ma questo non esclude che possa essere stato usato dai suoi superiori, tutti, come capro espiatorio e che i veri responsabili siano altri. Nel maggio 2009 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha parlato di Pinelli, figura innocente, «vittima due volte. Prima di pesantissimi, infondati sospetti, poi di un’improvvisa assurda fine». Ma non basta ancora. Manca una sentenza. Il Pinelli di Fuga e Maltini può aiutare. È un romanzone purtroppo vero, zeppo di spie, doppiogiochisti, diavoli, angeli, traditori della patria, vittime, poliziotti dell’illegalità, figuranti di uno Stato che non ha avuto il coraggio di processare se stesso. SEGUI SUL CORRIERE DELLA SERA

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Squarci di verità sulla morte di Pinelli https://www.micciacorta.it/2015/12/squarci-di-verita-sulla-morte-di-pinelli/ https://www.micciacorta.it/2015/12/squarci-di-verita-sulla-morte-di-pinelli/#respond Wed, 16 Dec 2015 09:30:18 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21006 Volo senza appigli. Una nuova ipotesi riemerge dalle carte dimenticate dell'inchiesta su Argo 16. L'anarchico, aggredito durante l'interrogatorio con la falsa confessione di Valpreda, avrebbe subito una pressione anche fisica

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Giuseppe Pinelli precipitò dal quarto piano della questura di Milano pochi minuti dopo la mezzanotte del 15 dicembre 1969. Ferroviere di 41 anni, storico dirigente del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, era stato fermato dal commissario Luigi Calabresi la sera del 12 dicembre, qualche ora dopo la strage di piazza Fontana, e trattenuto illegalmente. Come più volte è stato raccontato, dapprima si sostenne, da parte dei dirigenti della questura, che Pinelli era implicato nella strage di piazza Fontana, poi che, sentendosi perduto, si sarebbe suicidato. La conclusione giudiziaria fu scandalosa. La pietra tombale fu posta nell’ottobre 1975 dal giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio con la sua famosa sentenza di proscioglimento, unica nella giurisprudenza italiana, per cui non si trattò né di omicidio né di suicidio. Giuseppe Pinelli, in spregio alle più elementari leggi della fisica e della medicina legale, causa un «malore attivo» fu preda, secondo questa ricostruzione, di un’«improvvisa alterazione del centro di equilibrio», che innescando «movimenti scoordinati» lo proiettò letteralmente fuori dalla finestra.

Una vergognosa invenzione

Un fenomeno senza precedenti, mai più verificatosi in nessun altro luogo e in nessun altro Paese. Ma solo quella notte, a quell’ora, in quell’ufficio della questura di Milano, vittima un ferroviere anarchico. Una ricostruzione palesemente inventata al solo scopo di non portare a processo i poliziotti e i carabinieri responsabili, tra loro il commissario Luigi Calabresi, come testimoniò Pasquale Valitutti, un altro anarchico, che lo vide entrare e non uscire da quell’ufficio prima del «volo» di Pinelli. Un atto di vergognosa sottomissione della giustizia. Da allora sono state formulate diverse ipotesi sulla fine dell’anarchico. Alcune decisamente fantasiose. Una, in particolare, tra le ultime, ha lasciato tutti esterrefatti. A esternarla non uno qualsiasi, ma addirittura un ex commissario di Polizia, Giordano Fainelli, presente quella notte in questura. In un’intervista rilasciata all’agenzia giornalistica «Il Velino», nel luglio 2006, raccontò che «Pinelli era stato lasciato completamente solo» e che «intorno a mezzanotte» gli «venne incontro il collega Mainardi concitatissimo» che gli disse «è scappato Pinelli, non si trova più». Ma la fuga si era conclusa tragicamente: l’anarchico, attaccatosi, per scappare, alla ringhiera di una porta-finestra (secondo Fainelli del terzo piano, mentre Pinelli precipitò dal quarto) era scivolato schiantandosi nel cortile sottostante. Il motivo di questo maldestro tentativo il fatto che non potesse «più negare il suo coinvolgimento» nei precedenti attentati in agosto. Incredibile che a raccontare una frottola di questa portata sia stato un funzionario di polizia, che non solo ha fatto finta di non sapere che per quegli attentati di agosto furono poi condannati con prove inoppugnabili i fascisti di Ordine nuovo, ma che in tutti questi anni ben si è guardato di riferire il suo racconto a un magistrato. Uno squarcio di verità, passato sotto silenzio, c’è stato consegnato, invece, da un’altra inchiesta, questa sì incredibilmente dimenticata. Ci riferiamo a un interrogatorio accluso agli atti dal giudice veneziano Carlo Mastelloni nel corso della sua indagine riguardante l’aereo militare C-47 Dakota, in sigla Argo 16, a disposizione dei servizi segreti italiani, caduto il 23 novembre 1973 a Marghera, in cui persero la vita quattro membri dell’equipaggio. Si ipotizzò il sabotaggio da parte del Mossad israeliano come atto di ritorsione per la politica filo araba italiana. Lo stesso velivolo, alcune settimane prima, era stato, infatti, utilizzato per riportare in Medio Oriente cinque palestinesi fermati a Ostia mentre preparavano un attentato contro un aereo della compagnia di bandiera El Al. Ebbene, in una lunga deposizione dell’ex maresciallo Giuseppe Mango, dal 1965 presso la direzione centrale del Ministero dell’interno, rilasciata il 19 aprile 1997 e riguardante il funzionamento dell’Ufficio affari riservati, si parlò anche della morte di Giuseppe Pinelli. Antonino Allegra, il dirigente dell’Ufficio politico della questura di Milano «fu convocato a Roma da D’Amato», il direttore della Divisione affari riservati, «ed entrambi si recarono da Vicari», l’allora capo della Polizia, così disse Giuseppe Mango.

Una ricostruzione chiarificatrice

«Allegra sosteneva che Pinelli si era appoggiato di spalle alla finestra e che improvvisamente si era buttato giù». Una ricostruzione nuova, mai avanzata in precedenza, in palese contrasto con le deposizione di tutti coloro che si trovavano in quell’ufficio, accompagnata da un ulteriore elemento chiarificatore. «Dal D’Amato medesimo seppi che al Pinelli era stata contestata una falsa confessione di Valpreda, notizia improvvisamente portata da qualcuno, credo dal capitano dei carabinieri il quale aveva fatto irruzione nella stanza piena di personale della questura». Evidente la concatenazione dei due eventi. Pinelli di spalle alla finestra era stato violentemente aggredito da chi, attraverso una dichiarazione inventata ad arte, gli contestava la colpevolezza degli anarchici. Una pressione anche fisica. Da qui la caduta nel vuoto. Ma anche la spiegazione dell’assenza sulle sue mani e sulle sue braccia di abrasioni. In quella posizione era caduto all’indietro, a corpo morto. Non aveva neanche potuto tentare di aggrapparsi alle sporgenze del muro. Aveva picchiato sul cornicione sottostante ed era poi finito nel cortile. Forse le cose andarono proprio così.

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