populismi – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Tue, 23 Jul 2019 10:44:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Resistenze contro le insicurezze ignorate. Rovesciare il discorso dominante https://www.micciacorta.it/2019/07/resistenze-contro-le-insicurezze-ignorate-rovesciare-il-discorso-dominante/ https://www.micciacorta.it/2019/07/resistenze-contro-le-insicurezze-ignorate-rovesciare-il-discorso-dominante/#respond Tue, 23 Jul 2019 10:41:58 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25568 Riflessioni 18 anni dopo il G8 di Genova e per preparare un 20° anniversario internazionale

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Premessa Questo testo riprende l’intervento alla Giornata di studio e di confronto su “Lo stato penale di polizia: modello di gestione dell’ordine sociale e programma politico in atto”, del 19 luglio 2019 al CAP di Genova (organizzata da Haidi Giuliani e Italo di Sabato di Osservatorio Repressione in occasione del 18 anniversario del G8 di Genova)[1]. Pur condividendo la maggior parte degli interventi dei diversi relatori, si propone qui un rovesciamento del discorso oggi dominante quindi dell’approccio[2] per un efficace smascheramento del pseudo sovranismo-populismo che agita false insicurezze per nascondere quelle che colpiscono la maggioranza della popolazione e di cui è corresponsabile.
  1. Il banale ma assassino gioco del pseudo sovranismo-populismo
Appare innanzitutto necessario precisare che il cosiddetto sovranismo-populismo non ha nulla di sovranismo e gioca solo su un populismo sfacciatamente demagogico che aizza le aspettative o la difesa dei privilegi neocoloniali di una parte degli abitanti dei paesi dominanti. Questo sovranismo è del tutto fasullo perché totalmente subordinato alle logiche liberiste quindi agli interessi e strategie delle lobby e multinazionali che non sono per nulla nazionali e assoggettano gli stati a tali logiche. L’esempio più eloquente è l’accanito sostegno di Salvini alle grandi opere così come alle scelte NATO e in genere alle richieste delle lobby e delle multinazionali, orientamento che lo accomuna all’ex-sinistra (PD) che quindi non può proporsi come alternativa all’attuale governo. Ricordiamo che il nazismo e il fascismo erano sovranisti nel senso che lavoravano innanzitutto per i grandi gruppi capitalisti allora nazionali e il loro populismo consisteva nel promettere benessere attraverso la conquista del dominio su scala europea e mondiale, così come peraltro fecero gli Stati Uniti partecipando alla Ia e soprattutto alla IIa guerra mondiale. Il gioco dei pseudo sovranisti-populisti di oggi assomiglia a quello dei power-brokers, ossia gli intermediari di potere che oggi cercano di negoziare la loro subalternità alle strategie liberiste transnazionali in cambio di una relativa autonomia di gestione della società nazionale/locale. È il gioco che da sempre hanno praticato le classi dominanti locali spesso di tipo mafioso ed è in tale contesto che si spiega il mercanteggio che cercano di praticare i vari Erdogan o Salvini con le principali potenze dominanti cioè Stati Uniti, Russia e Cina, in assenza di un’Europa politica che però è dominante sul piano finanziario-monetario insieme al FMI e la Banca Mondiale, la troika comunque fortemente condizionata dalle lobby mondiali. Rischia anche di essere fuorviante dire che con i sovranisti-populisti c’è passaggio a uno stato penale o stato di polizia o al fascismo: pseudo-democrazia e fascismo o stato d’eccezione autoritario coesistono sempre! Come segnala J. Davis (1989)[3] la criminalizzazione con l’uso dei fogli di via è una vecchia pratica che si usava con persino con gli immigrati dell’interno nei periodi di recessione e come ricorda Simonetta Crisci nel suo intervento questo uso riguardava anche i solidali per esempio i giovani che erano andati a soccorrere i terremotati dell’Irpinia nel 1981 (sulla criminalizzazione dei NOTAV vedi Novaro[4], su quella dei NO-MUOS vedi Mazzeo). Nel suo intervento Novaro -giustamente- non condivide il discorso sul diritto penale del nemico, che secondo lui riguarda casi come quello della Palestina, mentre nel caso della criminalizzazione dei presunti sovversivi no-grandi opere bastano le modalità che permettono l’anamorfosi dello stato di diritto[5], ossia la possibilità di modificare a piacimento lo stesso quadro normativo e anche quella di passare dal legale all’illegale e viceversa. Peraltro, basta osservare che nella stessa città alla stessa ora dello stesso giorno, in qualche caso operatori delle polizie arrivano a praticare violenze e persino torture mentre in un’altra parte della città altri loro colleghi sono paternalisti o persino antirazzisti o antifascisti. Lo stesso vale per quanto riguarda il sistema elettorale o il governo per decreti, tutte misure adottate in continuità dall’ex-sinistra e dalle destre. Il liberismo ha ancora di più accentuato il carattere fasullo del cosiddetto stato di diritto democratico che non a caso possono invocare tutti i partiti … a piacimento. Un populismo per garantire benefici alle cerchie sociali dominanti sulla pelle di chi non ha tutele Il populismo degli attuali pseudo sovranisti è del tutto fasullo proprio perché non possono offrire effettive tutele alla popolazione nazionale: il liberismo, cioè gli interessi delle lobby che difendono, è antitetico a queste tutele. E ciò appare evidente non appena si mettono a fuoco le insicurezze ignorate (ignorate anche da chi -come noi stessi- da decenni lavora alla critica anche radicale del sicuritarismo, della tolleranza zero e della riproduzione delle guerre permanenti). Le principali insicurezze ignorate sono nascoste nella mortalità da malattie da contaminazioni tossiche, incidenti sul lavoro e condizioni di lavoro e di vita prive di tutele indispensabili quali quelle dei lavoratori  (italiani e stranieri) delle economie sommerse costretti alla neoschiavitù.  Di cosa si muore? Secondo le statistiche ufficiali[6], ogni anno in tutto il mondo muoiono oltre 53 milioni di persone (probabilmente 60 milioni) di cui 115.449 in guerre, 34.871 per terrorismo, 390.794 per omicidi e 52.675.000 (il 99%) per malattie da contaminazioni, malnutrizione, assenza cure, incidenti sul lavoro, disastri ambientali ecc. Nei paesi dell’Europa occidentale non si hanno morti per guerre e pochi per terrorismo e per omicidi e disastri ambientali; si ha più o meno lo stesso tasso di mortalità annuo che è di circa 1000 per 100 mila abitanti, mentre nei paesi dell’Est si arriva a 1500. In Italia nel 2017 sono state registrati 649.061 decessi (dato Istat) in maggioranza dovuti a malattie da contaminazioni tossiche (si vive più a lungo ma da malati come appunto vogliono le lobby farmaceutiche e della sanità privata) [7]. Anche nei vecchi paesi dell’Europa occidentale e in Italia la maggioranza dei decessi è dovuta a malattie da contaminazioni o incidenti sul lavoro. In altre parole si tratta di vittime di reati sanitari-ambientali ed economici che non sono per nulla né prevenuti né perseguiti. Tutti i governi di destra e anche dell’ex-sinistra e in particolare i signori Minniti e Salvini si sono ben guardati dall’orientare le agenzie di prevenzione e controllo e le forze di polizia verso il contrasto di queste insicurezze ignorate.  Nei fatti nessun partito osa farlo perché una rilevante parte dell’elettorato trae benefici da tali reati (si stima a circa 10 milioni di elettori). Si tratta quindi dei cosiddetti illegalismi tollerati a beneficio degli elettori che sanno farsi tutelare le loro pratiche illegali, cosa che permette gli illegalismi ben più criminali dei dominanti. Il gioco di Minniti prima e di Salvini ora è sfacciatamente quello della distrazione di massa: si parla di insicurezze attribuite a marginali o ultrà o presunti sovversivi (soprattutto se disturbano le grandi opere) oppure al “nemico di turno” più facile, cioè gli immigrati e si nascondono così le gravi responsabilità delle lobby, dello stato e dei dominanti che fanno morire per condizioni di lavoro e di vita soggette a contaminazioni tossiche o disastri sanitari-ambientali o incidenti sul lavoro (per non inficiare la produttività). In Italia fra precariato e lavoro semi-nero o del tutto nero o da neo-schiavi si contano circa otto milioni di persone (italiani e immigrati) e nella maggioranza dei casi le economie sommerse stanno al nord, cioè nella pianura padana, feudo leghista e prima in parte del PD. Eppure si sa che si tratta non solo di supersfruttamento e neoschiavitù (da anni ci sono persino tanti video-documentari -emblematico quello sulla Valle della gomma su youtube) ma anche di evasione contributiva e fiscale e di collusioni con la criminalità organizzata oltre che spesso di corruzione di operatori delle agenzie di prevenzione e controllo (ispettorati del lavoro e ASL ecc.) e di operatori delle forze di polizia e delle amministrazioni locali (vedi nota 7). Salvini sa bene che buona parte dei suoi elettori si nutrono di queste economie sommerse che schiavizzano immigrati e ottiene consensi perché di fatto auspica immigrati senza diritti, cioè usa-e-getta a piacimento.  È appunto l’ideale neocoloniale che fa sognare a una parte degli italiani e degli europei come degli americani più privilegi e profitti a danno di chi non ha alcuna tutela (così come avviene per gli immigrati negli Emirati e in Arabia Saudita). È qui che si svela l’impostura di Salvini e dei sovranisti: altro che “prima gli italiani”! Lavorano solo per chi trae benefici da un regime che lascia morire chi non fa parte delle cerchie sociali alle quali sono concesse gli illegalismi tollerati. Per questo Salvini ha anche detto che garantisce “mani libere alle polizie” per perseguire chi si ribella o cerca di sottarsi al supersfruttamento e neoschiavitù e persino chi è solidale con le vittime delle insicurezze ignorate, dei soprusi e angherie di caporali e padroncini padani e meridionali. Lasciar morire (tanatopolitica) e neanche più lasciar vivere (la tradizionale biopolitica) Come suggeriva Foucault, da sempre i dominanti hanno governato usando sia la tanatopolitica che biopolitica (questa per riprodurre manodopera, cittadini che pagano le tasse e carne da macello da mandare in guerra). Ma nel contesto attuale appare sempre più evidente che tende a prevalere la tanatopolitica sia perchè il liberismo non vuol concedere alcun diritto e punta all’esasperata massimizzazione dei profitti, sia perché pensa di sfruttare il cosiddetto aumento incontrollato della popolazione mondiale e le migrazioni disperate che sussumono tutti i disastri sanitari-ambientali ed economici provocati dalle lobby e multinazionali, dalla troika e dal gioco delle guerre permanenti alimentate da un aumento perpetuo della produzione e del commercio di armamenti che spesso alimenta terrorismi e le pseudo guerre locali[8]. L’ideale liberista e anche dei pseudo-sovranisti-populisti alla Salvini e Trump è di poter fare qualsivoglia uso degli “umani a perdere” (siano essi anche loro connazionali e ancora meglio se immigrati). E non mancano militari e esperti di geo-ingegneria che lavorano a “guerre climatiche” (camuffate come guerre stellari) che dovrebbero poter eliminare qualche miliardo di umani[9]. La morte dei migranti durante i loro tentativi di migrare e anche dopo fa parte del quasi genocidio in corso a livello mondiale (vedi sopra dati sulla mortalità). Le migrazioni di oggi sono disperate perché scappano da territori diventati invivibili proprio a causa delle devastazioni provocate dalle lobby e multinazionali o a causa diretta e indiretta delle pseudo guerre locali alimentate dai paesi dominanti (fra i quali anche l’Arabia Saudita e gli Emirati). La moltiplicazione delle resistenze             Come suggerito da alcuni interventi a questa giornata di studio, per capire meglio il senso delle modalità repressive odierne occorre passare in rassegna tutte le diverse pratiche adottate da polizie e magistratura (vedi in particolare gli interventi di Crisci e Novaro); non si tratta di una facile neutralizzazione dell’antagonismo e delle solidarietà dovuta alla frammentazione delle lotte. Questa frammentazione è propria alla molteplicità delle azioni criminali dei dominanti (dalle grandi opere, alle economie sommerse, dal lasciar morire gli immigrati alla violenza contro i solidali ecc.). Ma per capire le tendenze occorre anche guardare alle esperienze in altri paesi e in particolare in Francia dove s’ è ormai imposta la polizia più violenta d’Europa[10].  Già prima di Macron di fronte ai gilet gialli, nella sua corsa a superare Sarkozy, Valls aveva innescato la deriva violenta della polizia francese persino in occasione del 1° Maggio del 2015[11]. Di fronte ai gilets gialli il regime Macron ha scelto modalità particolarmente violente che hanno ridotto al minimo gli ammazzati dalla polizia in piazza ma hanno provocato una quantità abnorme di feriti gravi con conseguenze invalidanti a vita (si veda il dossier compilato da Médiapart: https://www.mediapart.fr/journal/france/dossier/notre-dossier-gilets-jaunes-la-revolte-des-oublies). Ciò adottando sia agenti provocatori in “borghese” e soprattutto nuove tecnologie fra le quali flashball, bombe lacrimogene di dispersione ecc. (80% degli operatori di polizia responsabili di violenze contro i gilets jaunes sono di estrema destra: https://www.facebook.com/SyndicatFrancePolice/posts/2208141939304248?comment_id=2209385749179867&comment_tracking=%7B%22tn%22%3A%22R%22%7D)   Di fronte a tali violenze i gilets gialli hanno finito per difendersi con modalità che si confondono con quelle abitualmente attribuite ai black bloc. Comme hanno detto tanti gilets gialli, l’unico modo per farsi ascoltare da un potere che vuole assolutamente rifiutare di concedere le loro rivendicazioni è quello di agire come i black bloc (cfr. https://www.mediapart.fr/journal/france/160319/gilets-jaunes-et-black-blocs-relancent-la-bataille-des-champs?onglet=full). Una tendenza che s’è imposta vista l’incapacità dei sindacati e della sinistra francese -in particolare del fallimentare Mélenchon- di capire e stare veramente con i gilet gialli (https://www.la-croix.com/Economie/France/syndicats-interpelles-vague-gilets-jaunes-2019-02-04-1201000182) e vista l’ignobile genuflessione degli intellettuali francesi che sono andati a farsi sermonare da un Macron che si prende per un neo-re di Francia (https://www.mediapart.fr/journal/france/190319/macron-et-les-intellos-le-charme-discret-de-la-courtisanerie?onglet=full). In altre parole non si tratta più di essere pro o contro i black bloc, è la modalità di questi che sembra imporsi di fronte a un dominio liberista che nega ogni effettiva negoziazione (si vedano alcuni articoli su https://lundi.am/). E’ una prospettiva che probabilmente prima o poi si generalizzerà in tutti i paesi, fra tutte le Resistenze al violento dominio liberista che pensa di poter abusare dell’asimmetria di potere a suo vantaggio (http://effimera.org/lo-spettro-del-xxi-secolo-sulla-repressione-del-corteo-parigino-del-primo-maggio-vittorio-sergi-salvatore-palidda/). Note: [1] Sono intervenuti Livio Pepino, Gianluca Vitale, Cesare Antetomaso, Simonetta Crisci, Marco Lucentini, Francesco Romeo (da confermare), Giovanni Russo Spena, Arturo Salerni, nella prima sessione e nella seconda: Caterina Calia, Maria Luisa D’Addabbo, Salvatore Palidda, Alessandra Ballerini, Sandra Berardi, Ornella Favero, Eleonora Forenza, Luca Greco, Luisa Mondo. [2] Per rovesciamento del discorso dominante alludo qui al lavoro di decostruzione del discorso dei dominanti che suggerisce Foucault [3] J. Davis Legge e ordine. Autorità e conflitti dal 1790 al 1900, F. Angeli, 1989 [4] C. Novaro, “Repressione giudiziaria e movimenti. Gli anarchici, i processi, le regole”, https://volerelaluna.it/societa/2019/07/09/repressione-giudiziaria-e-movimenti-gli-anarchici-i-processi-le-regole/. [5] Palidda, https://www.academia.edu/33997534/Lanamorphose_de_lEtat_de_droit.pdfhttps://www.alfabeta2.it/2016/05/29/12960/ [6] Da notare che da sempre le istituzioni preposte a questo scopo adottano una modalità palesemente volta a mascherare l’impressionante portata di queste statistiche cioè per nascondere le responsabilità del 99% dei decessi: Così si danno sempre dati scomposti per “cause” della mortalità che apparentemente possono sembrare non dovute a contaminazioni tossiche o a conseguenze di condizioni di vita e di lavoro che uccidono; si sa per esempio che le malattie cardiovascolari o di respirazione o anche il Parkinson e la demenza senile o l’Alzheimer e tante altre sono conseguenza di contaminazioni tossiche e dell’assenza di tutele vedi https://ourworldindata.org/causes-of-death; per quanto riguarda l’UE (https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/-/DDN-20180314-1?inheritRedirect=true). Nei paesi della vecchia Comunità europea (cioè quelli occidentali) si ha più o meno lo stesso tasso di mortalità annuo che è di circa 1000 per 100 mila abitanti mentre nei paesi dell’Est si arriva a 1500. In Italia nel 2017 sono state registrati 649.061 decessi (dato Istat). Anche nei vecchi paesi dell’Europa occidentale la maggioranza dei decessi è dovuta a malattie da contaminazioni o incidenti sul lavoro e in genere ad assenza di tutele. [7] Vedi Resistenze ai disastri sanitari-ambientali ed economici in Mediterraneo [8] http://effimera.org/la-guerra-alle-migrazioni-ovvero-la-sussunzione-tutti-disastri-della-deriva-neo-liberista-politico-totale-salvatore-palidda/ [9] Vedi «James Lovelock : “Dieci anni fa ero certo che le emissioni di CO2 e il global warming non ci avrebbero dato scampo”, Rebubblica, 02/10/2016; in francese: http://terredecompassion.com/2016/11/04/rechauffement-climatique-james-lovelock-nest-plus-inquiet/#_ftn2http://effimera.org/aporie-demo-politiche-approdo-delleuropa-alla-tanatopolitica-salvatore-palidda/ e anche Rosalie Bertell, Planet EarthThe Newest Weapon of War, 2010; A. Mazzeo, 2012 : L’arma perfetta per i conflitti del XXI secolo; e https://www.youtube.com/watch?v=GYvN4C6QdVM [10] http://www.osservatoriorepressione.info/perche-la-polizia-francese-diventata-la-piu-violenta-europa-occidentale/ [11] La similitudine fra la continuità di Sarkozy e Valls e ora Castagner e quella fra Minniti e Salvini è emblematica   * Fonte: Salvatore Palidda, Osservatorio repressione

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Rinazionalizzazione delle masse, la tentazione autoritaria speculare alla libertà del liberismo https://www.micciacorta.it/2019/04/rinazionalizzazione-delle-masse-la-tentazione-autoritaria-speculare-alla-liberta-del-liberismo/ https://www.micciacorta.it/2019/04/rinazionalizzazione-delle-masse-la-tentazione-autoritaria-speculare-alla-liberta-del-liberismo/#respond Tue, 23 Apr 2019 08:35:14 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25371 Un potere che si presenta come uno strumento per ricomporre le tante molecole in cui si sta frantumando la nostra società Il quadro italiano ed europeo nel quale si celebra quest’anno la ricorrenza del 25 aprile è quello di un progressivo trapasso dalle democrazie sociali, che erano venute faticosamente affermandosi dalla Liberazione in poi, ad […]

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Un potere che si presenta come uno strumento per ricomporre le tante molecole in cui si sta frantumando la nostra società Il quadro italiano ed europeo nel quale si celebra quest’anno la ricorrenza del 25 aprile è quello di un progressivo trapasso dalle democrazie sociali, che erano venute faticosamente affermandosi dalla Liberazione in poi, ad un ordinamento di poteri che, in mancanza d’altri termini, può essere definito come democrazia recitativa. Alla partecipazione collettiva al voto corrisponde – infatti – la corporativizzazione e la saldatura oligarchica dei processi decisionali, consegnati a gruppi di interesse ristretti e autoreferenziati. Ciò che chiamiamo «populismo» si inscrive a pieno titolo dentro questo processo, semmai rafforzandolo, in quanto occultamento dei nodi irrisolti tra rappresentanza, conflitti e poteri. Un fenomeno continentale, per più aspetti, anche se ogni paese lo affronta e lo declina a modo suo, in base alla sua storia. Lo svuotamento della Costituzione «nata dalla Resistenza» è allora pari all’appassimento dell’antifascismo come fenomeno sociale e culturale. Si tratta di una dinamica di lungo periodo, innescatasi già nella seconda metà degli anni Settanta, ma che ha prodotto i suoi effetti solo in tempi a noi più prossimi. In Italia il vero suggello della trasformazione che stiamo vivendo è dato dalla colonizzazione dell’intero spazio politico da parte di forze e liste che articolano un verbo sospeso tra qualunquismo, identitarismo e sovranismo. Non si tratta di un progetto, quello che da esse viene avanzato, bensì di un linguaggio sincretistico, irenico e quindi privo di reale sostanza. Non è neanche il soddisfacimento di un difetto di rappresentanza, quello che loro in tale modo manifestano, bensì di una capacità di adattarsi alle condizioni date, un adagiarsi nella crisi da trasformazione in atto, traendone un vantaggio e offrendo, come contropartita per il consenso raccolto, la compiacenza dell’inganno. Il populismo, d’altro canto, così com’è democrazia senza Costituzione, sa anche essere sembiante magico e infantile della politica quando questa è svuotata di effettivo ruolo decisionale. Lo spazio del fascismo che non torna, è esattamente questo. Se il vecchio regime, ma anche le sue estreme propaggini neofasciste, sono oggi consegnate perlopiù al solaio della storia, non la medesima cosa può essere detta di una tentazione autoritaria che è speculare alla libertà del liberismo. Se nel secondo caso, quella libertà nessuno sa usarla poiché non si è emancipati se non si hanno risorse, e non si hanno risorse se non c’è un contratto sociale che garantisca la redistribuzione della ricchezza socialmente prodotta, nel primo il potere, che non è autorevole ma autoritario, potrà invece tornare ad avere nuovi spazi nella misura in cui saprà presentarsi come uno strumento di ricomposizione delle tante molecole in cui si sta frantumando la nostra società. Non lo farà in virtù dei processi di inclusione, ai quali pensava la Costituzione, ma di esclusione su base identitaria. Il dispositivo etnico della vecchia e nuova destra riposa integralmente su tale dinamica. È il suo nesso di continuità. Vince proprio per questo, ossia riconfigurandosi efficacemente rispetto all’evoluzione dei rapporti sociali di produzione. Dei quali dà una rilettura consolatoria perché proposta in chiave etnicista: offrire l’idea di protezione attraverso l’identificazione dell’estraneo da emarginare da espellere. Il vero sovranismo, quindi, si basa sulla riattivazione di questa procedura razzista. A corredo di essa si pone la trasformazione della questione sociale in questione penale e l’appello alla collettività come richiamo alla plebe. Non sono aspetti secondari o sbavature in una partitura altrimenti accettabile, bensì il prodotto funzionale del mutamento che stiamo vivendo. Cosa c’entra, tutto ciò, con la memoria del 25 aprile e, ancora di più, con la consapevolezza storica di ciò di cui ci si liberò in quella clamorosa circostanza? Torna il tempo della rinazionalizzazione delle masse. Che fu quanto di più e meglio riuscì al fascismo, incapsulando il conflitto sociale, disegnando il profilo di una «nazione» fittizia ma come tale creduta da molti, cristallizzando le diseguaglianze, mitologizzando la politica medesima, ridotta ad atto fideistico. Una miscela magica per un popolo bambino, consegnato all’età dell’eterna dipendenza. La questione si sta riproponendo, a partire dai processi di infantilizzazione collettiva che accompagnano i nostri tempi. È un processo, quello corrente, che deve senz’altro contemperarsi con l’individualismo che negli ultimi trent’anni ha dominato la scena pubblica, prodotto della disgregazione dell’azione collettiva. Un individualismo che domanda non rappresentanza ma gregarismo tra sedicenti liberi, che non riescono a concepire una società che non sia quella che coincide con il perimetro delle proprie immediate angosce. Il ritorno della plebe si inscrive in questa logica dell’immediatezza e della paura per tutto ciò che può eccedere il tempo presente e lo spazio visibile. La vera sfida, quindi, è iniziare fare i conti una volta per sempre con la falsa necessità di rincorrere queste dinamiche, in sé ingovernabili, per invece riformulare e porsi da principio un problema che era già alla radice della lotta di Liberazione: su quali presupposti si può costruire non un ipotetico, utopico, astratto progetto alternativo bensì una classe dirigente che sappia farsi capace di trasformare la realtà in progetto, transitando dal lamento impotente dell’emarginato alla rivendicazione di un nuovo spazio di diritti reali? Non ritorna nessun fascismo; semmai ci si rifugia in un passato mitico, fatto di illusorie armonie, in cui la memoria del fascismo storico viene recuperata, come se di esso fosse stato, in qualche modo, il generoso garante. Si tratta di quella ossessione per il tempo trascorso, del tutto trasfigurato, che ci dice che la vera dimensione che sembra mancarci è quella del futuro da costruire. La vera crisi che stiamo vivendo si chiama impotenza. Ragionarci sopra è irrinunciabile, a rischio di essere impietosi con se stessi. Altrimenti si apriranno per davvero inedite possibilità per chi dovesse continuare a proporsi come colui che ammalia grazie alle tragiche illusioni della politica della prepotenza e della sopraffazione. * Fonte: Claudio Vercelli, IL MANIFESTO

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Assemblea, o l’«ars combinatoria» della moltitudine https://www.micciacorta.it/2018/11/assemblea-o-lars-combinatoria-della-moltitudine/ https://www.micciacorta.it/2018/11/assemblea-o-lars-combinatoria-della-moltitudine/#respond Thu, 22 Nov 2018 08:30:09 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25015 A partire da «Assemblea», di Toni Negri e Michael Hardt (Ponte alle Grazie)

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Il tempo e lo spazio è quello dell’Impero, la complessa articolazione politica del capitalismo globale e dei suoi dispositivi di governo; il soggetto è la moltitudine, dimensione collettiva di una molteplicità irriducibile e polifonica di soggetti; la premessa della liberazione nonché il suo fine è il comune, destinato a scardinare il duopolio esercitato dalla proprietà privata e dallo stato. Nel quadro tracciato dalla trilogia di Toni Negri e Michael Hardt, a partire dal 2002, si tratta ora di mettere a punto gli strumenti della politica e dell’azione, di farli scaturire dalla realtà del mondo contemporaneo, dalla sua totalità sociale, ordinandoli in una prospettiva di trasformazione radicale. Di dare, insomma, fisionomia, sulle orme di Machiavelli, a un nuovo «Principe», inteso non come uomo della provvidenza, ma come metodo e intelligenza collettiva, capace di combinare fortuna e virtù, potenza ed effettività, democrazia e potere. A QUESTO COMPITO si accinge Assemblea, l’ultimo lavoro dei due autori (Ponte alle Grazie, pp.440, euro 28,50). Un compito tutt’altro che semplice, molto più simile all’inizio di un viaggio avventuroso che non alla sua conclusione. L’avvio dell’esplorazione di una politica possibile, finalmente privata della sua autonomia e di gran parte degli strumenti, la nazione, la sovranità, l’unitarietà del popolo, che la modernità le aveva messo a disposizione. E che tuttavia sopravvivono attraverso varie metamorfosi, spesso in forme oppressive e violente, all’esaurimento del loro ciclo storico progressivo. È soprattutto guardando «dal basso», dal tessuto del lavoro vivo, sostengono Negri e Hardt, che questo esaurimento e le nuove vie imboccate dall’accumulazione capitalistica vengono più nitidamente alla luce. Ma con esse anche le impasse, le strettoie, le battute di arresto dei movimenti sociali, la difficoltà di consolidare i risultati conseguiti, di mantenere il controllo sull’innovazione e sulla ricchezza prodotte dalla circolazione del sapere, da una fitta interazione di soggettività, dalla condivisione delle esperienze e delle sensibilità e, infine, l’incapacità di stabilizzare le nuove forme politiche democratiche prodotte dalle lotte (sotto osservazione è soprattutto, nei suoi caratteri inediti, il ciclo del 2011, da Gezi Park alle acampadas spagnole, da Zuccotti Park alle primavere arabe). Il problema può essere formulato in diversi modi, uno dei quali è il rapporto tra la dimensione orizzontale della moltitudine che produce il comune e quella verticale dell’organizzazione, la capacità cioè di prendere decisioni, di chiamare a raccolta la pluralità dei soggetti (assemblea) nell’affrontare le urgenze del momento, nel conferire durata e consistenza al contenuto delle lotte. Ma senza però ricadere in quella distanza tra governanti e governati che è l’essenza della sovranità. Senza generare una leadership che si costituisca stabilmente come coscienza separata dei movimenti e loro guida, che questo avvenga nella forma della rappresentanza o in quella del carisma. LA FORMULA che i due autori adottano per scongiurare questa involuzione è un rovesciamento del rapporto classico tra tattica e strategia. Quest’ultima spetterebbe infatti alla moltitudine e ai movimenti che in essa prendono vita, mentre la tattica, l’azione contingente, dovrebbe affidarsi all’organizzazione intesa come una dimensione intelligente di servizio e di tenuta. Questo rovesciamento è reso possibile dal fatto che a produrre nuova società non è l’impresa del capitale e nemmeno la coscienza di un’avanguardia che ne penetra le contraddizioni, ma quella cooperazione sociale che costituisce la vita della moltitudine e, per così dire, il suo rapporto con sé stessa, nonché il suo perenne conflitto con i dispositivi dell’accumulazione. La quale però non può più separare la potenza dell’interazione dalle soggettività che la esercitano, come ancora poteva il padrone della fabbrica con la forza combinata dei suoi operai, pena prosciugare la sua stessa fonte di ricchezza, il territorio preso di mira dalla sua vocazione di predazione coloniale. Non può sottrarre, ma può estrarre la ricchezza sociale così come estrae le materie prime sepolte sotto la superficie del pianeta. Il senso dell’affermazione «il comune viene prima» risiede qui. Nel fatto che è la cooperazione sociale a fare impresa ed è la dimensione collettiva, non gli individui in competizione fra loro, la vera imprenditrice di sé stessa. NELLA MOLTITUDINE intraprendente, dunque, e nella produzione del comune è racchiusa la visione strategica di una nuova società non astrattamente utopica, ma radicata nella prassi della cooperazione. Tuttavia, di fronte alla difficoltà del comune di sottrarsi ai dispositivi di cattura del capitale estrattivo e di tradursi in autogoverno converrà domandarsi se il rapporto tra il comune prodotto dalla cooperazione sociale e l’appropriazione capitalistica sia poi così lineare come lo è lo sfruttamento delle risorse minerarie. Se anche il comune «viene prima», una volta «estratto» esso può essere riproposto come «a priori» nella forma che l’appropriazione capitalistica intende imprimergli, riaffermandosi così come condizione ineliminabile della produzione di ricchezza. In termini astratti, il capitalismo delle piattaforme, i suoi algoritmi, i suoi network, i suoi strumenti tecnologici, organizzativi e amministrativi possono agire come categorie trascendentali che tracciano a priori i confini entro i quali la produzione di soggettività può essere detta, agita, esperita e infine sfruttata. Il mondo fenomenico ricadrebbe così sotto la legge del capitale che, superando i suoi caratteri puramente «estrattivi», tornerebbe a dettare le condizioni del possibile. PER RESTARE dentro la suggestione kantiana dovremmo allora pensare lo scarto, l’eccedenza, l’imprevedibilità e l’autonomia del comune come una sorta di noumeno resistente alla fenomenologia del capitale, ma senza il quale l’intero sistema, così come l’impianto della critica kantiana, crollerebbe su sé stesso. Ovviamente non parliamo di uno spettro metafisico che vive solo della sua pensabilità, ma di una materialità della vita collettiva e dell’interazione tra i singoli che i dispositivi dell’accumulazione non riescono a inquadrare e trattenere entro i propri schemi. E che, però, non può isolarsi nella sua purezza come perenne dimensione di alterità e di resistenza senza riappropriarsi anche delle condizioni del pensiero e dell’azione che sono state trasformate in capitale fisso. VI È PERÒ UN PROBLEMA, o piuttosto una sensazione che accompagna insistentemente il lettore di Assemblea lungo le molte diramazioni nelle quali si sviluppa l’argomentazione dei due autori. E cioè che questo scarto, questa irriducibilità della moltitudine sfugga in un certo senso alla moltitudine stessa. Che essa risulti imprevedibile e indefinibile anche a sé stessa. E che questo la ostacoli nel farsi potere, costringendo nell’implicito la capacità strategica che le viene riconosciuta. Può apparire un grave limite politico e un fattore di confusione, ma si tratta in fondo del paradosso di tutte le strategie di libertà, sempre aperte, sempre resistenti a ogni tracciato lineare, anche quando convergono per propria natura, ontologicamente direbbero gli autori, verso l’orizzonte del comune. Ed è proprio in questa apertura, estranea a ogni prescrizione dottrinaria, a ogni imposizione teleologica, ma radicata nella pratica delle relazioni e interazioni che Negri e Hardt fanno risiedere la capacità strategica della moltitudine. La politica del «nuovo Principe», allora, non si traduce in una linea di condotta, in un percorso obbligato verso la rivoluzione, ma in una ars combinatoria che attraversa forme diverse dell’agire politico e sociale: l’esodo dall’ordine sociale e produttivo imposto dal capitale; il riformismo antagonista, che a differenza da quello servizievole delle morenti socialdemocrazie, incalza le istituzioni sul terreno di una restituzione della ricchezza, di una ripresa del controllo democratico sulle risorse del comune; infine l’esercizio di una egemonia e del potere che ne discende sull’insieme della società. Nessuna di queste forme è però autonomamente risolutiva. NON LA PREFIGURAZIONE su scala ridotta di nuovi rapporti sociali che convive con l’ordine dominante, non la «lunga marcia attraverso le istituzioni» che rischia di perdersi per strada, non una presa del potere che potrebbe finire con l’imitare e riprodurre le tradizionali prerogative della sovranità. Vecchie contrapposizioni che hanno lungamente infelicitato la vita dei movimenti vengono a cadere (riforma e rivoluzione, economia e politica, spontaneità e organizzazione, realismo e utopia) per sciogliersi nella politicità della dimensione sociale. In un percorso così composito e accidentato, così dipendente dall’inventiva e dalla sperimentazione nulla è teleologicamente garantito. E non è un caso che gli autori evochino alla fine il pari di Blaise Pascal, una scommessa senza rete, che ha però in palio da una parte il nulla e dall’altra la pienezza dell’essere. * Fonte: Marco Bascetta, IL MANIFESTO

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Le ferite della sinistra e la nube nera che sale https://www.micciacorta.it/2018/09/le-ferite-della-sinistra-e-la-nube-nera-che-sale/ https://www.micciacorta.it/2018/09/le-ferite-della-sinistra-e-la-nube-nera-che-sale/#respond Fri, 28 Sep 2018 07:38:18 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24850 Sinistra. Fare paura per rispondere alle paure. Il ministro di polizia alimenta l’onda nera. Va respinta trovando nuove idee e parole lontane dal gergo di una sinistra esplosa

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Giorno dopo giorno vediamo gonfiarsi la nube nera che in parte ha già occupato, la nostra esangue democrazia. Ha il volto rozzo di un ministro di polizia e una voce potente che dice di essere vox populi. Divora e dissolve ogni giorno un pezzo del nostro patrimonio civile: l’universalismo dei diritti, il principio di reciprocità e il rispetto per l’altro, il primato della legge e la certezza del diritto, la memoria storica dei nostri orrori e dei nostri peccati travolta dall’urlo roco “prima gli italiani”… Ha divorato anche, in 100 giorni, il proprio partner di governo, riducendone ai minimi termini l’audience, colonizzandone il linguaggio, ridimensionandone l’agenda. Oggi il governo gialloverde, il governo Conte, è per i più il governo Salvini, che vede crescere nei sondaggi il proprio capitale elettorale perché dimostra di saper occupare tutta la scena e soprattutto di essere “forte” (dunque credibile). La Forza è tornata a essere risorsa politica principale. Non la Ragione. Non la Giustizia. Nemmeno l’Onestà. Nessuna delle classiche virtù repubblicane. Ma la semplice, nuda, ostentata Forza (la risorsa primordiale di ogni comando), messa al servizio della Paura. Della capacità di far paura come risposta alle paure diffuse nel “popolo”: non ai loro bisogni, non ai loro diritti lesionati, ma a quelle paure su cui Salvini galleggia, e intende galleggiare a lungo. Diciamocelo pure. A Matteo Salvini di risolvere il problema delle migrazioni, di ridurre l’insicurezza dei cittadini, di levare dalla strada le figure che a quell’insicurezza danno corpo, non gliene può fregare di meno. Anzi, lavora per diffonderla e aggravarla. Il decreto che porta il suo nome va esattamente in questa direzione: le parti più oscene del suo dispositivo (la riduzione ai minimi termini dei permessi umanitari, lo smantellamento di fatto degli Sprar, il taglio della spesa per “integrare”) renderanno meno controllabile e più “inquietante” quella massa di poveri tra i poveri, come appunto inquietante è tutto ciò che non è pienamente riconoscibile e integrabile in procedure condivise. Ne spingeranno una parte nell’ombra e nel “mondo di sotto”. Garantiranno manodopera a poco prezzo per la criminalità più o meno organizzata. E permetteranno alle sue camicie verdi di continuare a capitalizzare su quel magma informe e sul disagio che ne consegue (la profezia che si auto-adempie). La sentiamo venire quell’onda nera. E ne siamo spaventati, perché sappiamo che è già stato e per questo è possibile. Siamo già caduti: noi, l’Europa… Basta leggere l’incipit della quarta di copertina dell’ultimo libro di Antonio Scurati "M. Il figlio del secolo"– «Lui è come una bestia: sente il tempo che viene. Lo fiuta. E quel che fiuta è un’Italia sfinita, stanca della “casta” politica, dei moderati, del buonsenso» -, per sentire un brivido nella schiena. Parla della resistibile ascesa di Benito Mussolini al potere. Sappiamo cosa significa – lo vediamo in cronaca -, ma non sappiamo come resistere. Le nostre parole suonano stracche. Parlano a noi, se va bene. Ma non alla massa che lo segue come la tribù segue lo sciamano che ne esorcizza i terrori. Quella segue le “sue” parole, che non ammettono repliche perché sono vuote di senso ma hanno un suono profondo (hanno l’opacità della pietra), non esprimono ragionamenti ma sentimenti, umori, rancori di quanti si sentono “traditi” e per questo non credono più a nessun altro linguaggio che non sia quello della vendetta, del cinismo e del ripudio dei propri stessi antichi valori (le tre maledizioni che James Hillmann associa alle risposte perverse a un tradimento subito). Riportarli al “lume della ragione” – organizzare una qualche Resistenza – vorrebbe dire in primo luogo tentare di curare quella ferita. Risarcire e riparare. Dovrebbe essere questa la strada per erodere quel seguito limaccioso su cui prospera il fascino indiscreto del Demagogo. Ma per far questo occorrerebbe un nuovo linguaggio, lontano dal gergo stantio di una sinistra esplosa. E soprattutto una nuova forma di pensiero: un pensiero non omologato, non ripetitivo del recente passato, non conforme ai dogmi del pensiero unico fino a ieri dominante. Anche questo dobbiamo dircelo con chiarezza: l’opposizione che oggi viene “dall’alto”, l’opposizione dei columnist dei principali giornali, l’opposizione di Repubblica, del Corriere, de La Stampa, così come quella di Bankitalia, della burocrazia ministeriale, dei banchieri e dei finanzieri è benzina sul fuoco populista. Non è richiamando i vincoli di bilancio e le tavole di calcolo di Bruxelles. Il “rigore dei numeri” e della matematica in contrapposizione al “linguaggio magico” degli altri (così ieri su La Stampa). Difendendo la privatizzazione financo dei ponti crollati o la legge Fornero nella sua (crudele) integrità. Ed erigendo a eroi i commissari europei messi a guardia della loro austerità, che si prosciugheranno quei bacini dell’ira. Non è difendendo l’ Europa così com’è che si eviterà il contagio. È, al contrario, lavorando con umiltà e senza velleità di primogeniture alla costruzione di un fronte ampio trans-nazionale, europeo, di forze determinate a combattere l’austerità e l’avarizia matematica in nome di un reale programma di redistribuzione della ricchezza e di restituzione dei diritti ai lavoratori e ai cittadini, riconoscendo e denunciando i “tradimenti” consumati e le assenze più o meno colpevoli. C’è chi ci sta lavorando. Auguriamoci che lo faccia assumendo un pensiero largo, senza recinti né bandierine. * Fonte: Marco Revelli, IL MANIFESTO

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DiEM25. Primarie aperte, scegliamo il candidato presidente per l’Europa https://www.micciacorta.it/2018/06/diem25-primarie-aperte-scegliamo-il-candidato-presidente-per-leuropa/ https://www.micciacorta.it/2018/06/diem25-primarie-aperte-scegliamo-il-candidato-presidente-per-leuropa/#respond Wed, 13 Jun 2018 08:12:13 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24591 La lista transnazionale lanciata con il movimento europeo DiEM25, nasce come sforzo di unione tra le forze progressiste

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Primavera europea. Pensiamo si debba arrivare alle elezioni europee del 2019 con una visione chiara, un programma e un candidato comune alla Presidenza della Commissione Da un lato un governo a trazione leghista che abbandona 600 migranti in mare e propone una flat tax a vantaggio dei più ricchi. Dall’altro l’opposizione screditata di Pd e Forza Italia. Un governo cattivo, un’opposizione pessima. La tenaglia in cui si trova la politica italiana è rappresentativa della falsa scelta più generale che ci troviamo ad affrontare in tutta Europa: Macron e Orbán, Merkel e Salvini. Da un lato un establishment in bancarotta morale e finanziaria e dall’altro una marea crescente di nazionalismi xenofobi la cui crescita è causata proprio del fallimento delle élite continentali e delle politiche di austerità. Contro entrambi, abbiamo urgente bisogno di una nuova proposta politica capace di rappresentare un punto di riferimento italiano ed europeo. “Primavera Europea”, la lista transnazionale che abbiamo lanciato con il movimento europeo DiEM25, nasce come sforzo di unione tra le forze progressiste europee che si prefiggono questo compito storico. Crediamo che questa unione sia possibile ed efficace se centrata su azioni comuni e su un’agenda politica credibile, coerente e aperta al contributo di tutti. È per questo che abbiamo appena approvato la versione beta di un programma politico rivoluzionario che sarà presentato a tutti i cittadini europei e a tutti i partiti e movimenti interessati attraverso una fase di consultazione che si estenderà fino ad agosto. Frutto della collaborazione di importanti intellettuali mondiali e di oltre 3.000 contributi fatti arrivare da singoli cittadini, il programma presenta una serie di politiche concrete attuabili già domani – a Trattati europei vigenti – in grado di cambiare radicalmente volto all’Unione europea. Fra queste un piano di investimenti ecologici e di riconversione industriale del tenore di cinquecento miliardi di euro annui, un piano europeo anti-povertà, il rafforzamento dell’autonomia municipale, un dividendo universale di base – coperto attraverso la tassazione delle multinazionali – e un’innovativa politica migratoria comune. Lo sappiamo, i Trattati europei attuali sono i principali nemici dell’Europa che abbiamo in mente. Anche per questo proponiamo una strategia di disobbedienza costruttiva che disattenda le regole più inique – così come i sindaci italiani stanno disobbedendo alla politica xenofoba di chiusura dei porti italiani. Ma oltre a entrare nel merito di come i Trattati debbano essere modificati e la disobbedienza organizzata – cosa essenziale – dobbiamo saper presentare proposte di rottura attuabili fin da subito. Perché la crisi sociale non aspetta i tempi di una revisione costituzionale. Una lezione, questa, che Renzi avrebbe fatto bene ad imparare. Pensiamo si debba arrivare alle elezioni europee del 2019 con una visione chiara, un programma e un candidato comune alla Presidenza della Commissione europea. Per combinare apertura, unità e coerenza, abbiamo deciso di rinnovare il nostro appello a livello europeo e nazionale a tutte le forze di sinistra, ecologiste, ai movimenti sociali e a tutte le forze progressiste per creare una lista comune paneuropea sulla base di un’Agenda politica condivisa. Come parte del nostro rinnovato appello, proponiamo che l’Agenda comune e le figure da candidare alla Presidenza della Commissione Europea vengano scelte attraverso un processo aperto e democratico – delle vere e proprie primarie continentali. Proponiamo di fare votare tutti gli iscritti di tutti i movimenti che parteciperanno e che questa votazione sia aperta anche a tutti i cittadini che vorranno unirsi attraverso un meccanismo semplice, capace di combinare la partecipazione alle assemblee territoriali alla partecipazione online. In caso di disaccordo su aspetti specifici dell’Agenda, proponiamo che tutte le forze politiche partecipanti accettino di risolverli rimettendo le decisioni al voto dei cittadini. Oggi, da Milano, in un grande evento serale allo spazio Macao, dalle ore 21 lanceremo pubblicamente queste proposte insieme a tanti protagonisti della politica europea e italiana. Pensiamo sia il momento di fidarci del nostro popolo e rimettere la scelta nelle mani di un grande processo di partecipazione. Un processo aperto che ci impegniamo a portare avanti indipendentemente da quali delle forze politiche decideranno di rispondere positivamente. Abbiamo il dovere storico di accendere un faro in questi tempi oscuri. È il momento di farlo, insieme. E di farlo con coerenza, fermezza e credibilità. FONTE: Janis Varoufakis, IL MANIFESTO photo: By El Desperttador (youtube) [CC BY 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0)], via Wikimedia Commons

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Popoli e governi. Finiamola con le geremiadi, il paese è altrove https://www.micciacorta.it/2018/05/popoli-e-governi-finiamola-con-le-geremiadi-il-paese-e-altrove/ https://www.micciacorta.it/2018/05/popoli-e-governi-finiamola-con-le-geremiadi-il-paese-e-altrove/#respond Wed, 23 May 2018 08:27:58 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24514 M5S-Lega. Sono andati in pezzi i modi in cui si sono formate tutte le nostre categorie politiche, le identità, dalla destra alla sinistra

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Da oggi, come si suol dire, «le chiacchiere stanno a zero». Nel senso che le nostre parole (da sole) non ci basteranno più. D’ora in poi dovremo metterci in gioco più direttamente, più “di persona”: imparare a fare le guide alpine al Monginevro, i passeur sui sentieri di Biamonti nell’entroterra di Ventimiglia, ad accogliere e rifocillare persone in fuga da paura e fame, a presidiare campi rom minacciati dalle ruspe. Perché saranno loro, soprattutto loro – non gli ultimi, quelli che stanno sotto gli ultimi – le prime e vere vittime di questo governo che (forse) nasce. Dovremmo anche piantarla con le geremiadi su quanto siano sporchi brutti e cattivi i nuovi padroni che battono a palazzo. Quanto “di destra”. O “sovranisti”. Forse fascisti. O all’opposto “neo-liberisti”. Troppo anti-europeisti. O viceversa troppo poco, o solo fintamente. Intanto perché nessuno di noi (noi delle vecchie sinistre), è legittimato a lanciare fatwe, nel senso che nessuno è innocente rispetto a questo esito che viene alla fine di una lunga catena di errori, incapacità di capire, pigrizie, furbizie, abbandoni che l’hanno preparato. E poi perché parleremmo solo a noi stessi (e forse non ci convinceremmo nemmeno tanto). Il resto del Paese guarda e vede in altro modo. Sta già altrove rispetto a noi. Forse resta dubbioso sulla realizzabilità dei programmi, forse indugia incerto per horror vacui, ma non si sogna neppure di usare le vecchie etichette politiche del Novecento per qualificare un evento fin troppo nuovo e nel suo contenuto sociale inedito, come inedita è la struttura della società in cui è maturata la svolta. IL FATTO è che questo governo è la diretta espressione del voto del 4 di marzo. E che quel voto ha costituito e rivelato non un semplice riaggiustamento negli equilibri politici, ma un terremoto di enorme magnitudine, una vera apocalisse culturale, politica e sociale. Piaccia o non piaccia (a me personalmente non piace) ma questa coalizione giallo-verde esprime – per quanto sia esprimibile – il messaggio emerso più che maggioritariamente dalle urne. Traduce in termini istituzionali l’urlo un po’ roco che veniva dalle due metà dell’Italia, e che diceva, con toni e sotto colori diversi, che come prima non si voleva e non si poteva più continuare. Che non se ne poteva più. E che quegli equilibri andavano rotti. FORSE SOLO l’asse tra Cinque stelle e un Pd de-renzizzato avrebbe potuto corrispondere a quegli umori (e malumori), ma la presenza ingombrante del cadavere politico di Matteo Renzi in campo dem l’ha reso impossibile. Non certo un governissimo con tutti dentro, avrebbe potuto farlo. O un governo del Presidente. Che avrebbero finito per generare una gigantesca bolla di frustrazione e rancore da volontà tradita, velenosa per la democrazia quant’altra mai. Cosicché non restava che questo ibrido a intercettare i sussurri e le grida di una composizione sociale esplosa, spaesata e spaventata come chi abiti un paesaggio post-catastrofico, geneticamente modificato da una qualche mutazione di stato. ED È QUESTO il secondo punto su cui riflettere. Questo nostro trovarci a valle di una «apocalisse» come l’ho chiamata, pensando all’accezione in cui Ernesto De Martino usava l’espressione «apocalisse culturale». Cioè una «fine del mondo» (questo era il titolo del suo libro). Anzi, la fine di un mondo. Che è appunto la nostra condizione. Perché un mondo è davvero finito. È andato in pezzi: il mondo nel quale si sono formate pressoché tutte le nostre categorie politiche, e si sono strutturate tutte le nostre pregresse identità, dalla destra alla sinistra, e si sono formalizzati i nostri linguaggi e concetti e progetti. Nessuna di quelle parole oggi acchiappa più il reale. Nessuno di quei modelli organizzativi riesce a condensare un qualche collettivo. Nessuna di quelle identità sopravvive alla prova della dissoluzione del “Noi” che parte dal default del lavoro e arriva a quello della democrazia. CONTINUIAMO testardamente a cercar di cacciare dentro il cavo vuoto dei nostri vecchi concetti i pezzi di una realtà che non vuol prenderne la forma e si ribella decostruendosi prima ancor di uscire di bocca. Continuiamo a sognare la bella unità tra diritti sociali e diritti umani universali che il movimento operaio novecentesco aveva miracolosamente realizzato, e non ci accorgiamo che non sono più “in asse”. Che oggi i primi sono giocati contro i secondi, da questo stesso governo che a politiche feroci sul versante della sicurezza – alla negazione dei diritti umani – associa un’attenzione alle politiche sociali (per lo meno per quanto riguarda il loro riconoscimento nel programma) sconosciuta ai precedenti. LIQUIDIAMO come «il più a destra, in tutta la storia della Repubblica» questo governo (non è che il governo Tambroni nel 1960 o quelli Berlusconi-Fini della lunga transizione scherzassero…), senza riflettere sul fatto che i due partiti che lo compongono hanno in pancia una bella percentuale di elettorato “di sinistra” (un buon 50% i cinque stelle, un 30% o giù di lì la Lega). Mentre pressoché tutta la stampa “di destra” (da Vittorio Feltri a quelli del Foglio e del Giornale), i quotidiani mainstream, gli opinion leaders “di regime” (pensiamo a Bruno Vespa), le agenzie di rating, i Commissari europei, ostenta pollice verso. Qualcosa evidentemente si è rotto nei meccanismi della nostra produzione di senso. D’ALTRA PARTE nemmeno il popolo è più quello di una volta: il popolo dei populismi classici, unità morale portatrice di virtù collettive, unito a coorte e pronto alla morte. È al contrario una disseminazione irrelata di individualità. L’ha mostrato perfettamente la ricerca su «Chi è il popolo» realizzata da un gruppo di giovani ricercatori nelle nostre periferie e presentata sabato scorso a Firenze: il tratto comune a tutte le interviste era l’assenza di denominatori comuni. La perdita del senso condiviso della condizione e dell’azione. La scomparsa dall’orizzonte esistenziale del conflitto collettivo, in un quadro in cui l’unica potenza sociale riconosciuta, l’unico titolare del comando, è il denaro, inattingibile nella sua astrattezza e quindi incontrastabile. SE UN NOME vogliamo dargli, è “moltitudine”, non tanto nel senso post-operaista del termine, come nuova soggettività antagonistica, ma in senso post-moderno e post-industriale: l’antica «classe» senza più forma né coscienza. Decostruzione di tutte le aggregazioni precedenti. In qualche misura «gente»… Cosicché anche i populismi che si aggirano, nuovi spettri, per il mondo sono populismi anomali: populismi senza popolo. Per questo è bene rimetterci in gioco «in basso». Nella materialità della vita comune. Corpi tra corpi. A imparare il nuovo linguaggio di un’esperienza postuma. Lasciando da parte, almeno per il momento, ogni velleità di rappresentanza che non riuscirebbe a essere neppure rappresentazione. FONTE: Marco Revelli, IL MANIFESTO

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Rossana Rossanda: Elezioni e populismi, il caso italiano https://www.micciacorta.it/2018/04/24320/ https://www.micciacorta.it/2018/04/24320/#respond Thu, 05 Apr 2018 10:09:28 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24320 L'intervista. «Il dramma del risultato elettorale di marzo non è tanto nella separazione non nuova tra nord e sud. La cosa più grave è che l’Italia non è mai stata così totalmente a destra»

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«A dir la verità, gli interrogativi e le domande che proponi meriterebbero un libro. Del resto la mia idea del manifesto era già negli anni ‘80 del secolo scorso che dovesse essere un laboratorio nel quale coinvolgere alcune persone appunto attorno ai temi principali». Così inizia la nostra intervista a Rossana Rossanda. Il risultato elettorale vede l’affermazione di due forze politiche «antisistema», il M5 Stelle «populista giustizialista» a Sud e nella coalizione di destra, la Lega, populista-razzista a Nord. Che rischio vedi? Non credo che il maggior disastro sia la separazione fra l’Italia del nord e quella del sud, per altro non nuova. La cosa più grave è che l’Italia non è mai stata cosi totalmente a destra come dopo questa elezione. In particolare, c’è stata una vera e propria distruzione di una delle sinistre europee più importanti. Nel 1989, Achille Occhetto ha praticamente accettato la proposta di Craxi sulla totale colpevolizzazione del partito comunista italiano, la cui identità si poteva invece seriamente difendere, anche grazie a una specificità che non si è mai smentita, e che rendeva difficile il suo rapporto con gli altri partiti comunisti, come quello francese. Non giova certo adesso l’insistenza sul tema «non rimane che un mucchio di macerie», sul quale anche il manifesto è stato assai indulgente. È mancata una lettura della «società rancorosa», come diceva l’ultimo rapporto Censis? E’ la conseguenza di una visione dell’Europa subalterna alla logica monetaria e con il vincolo di bilancio finito in Costituzione? Mantengo la tesi che proprio gli stessi dirigenti del partito comunista hanno mandato alle ortiche la tematica teorica e politica, sulla base della quale si sarebbe potuto fare, e si potrebbe ancora fare, una analisi effettiva dei processi che hanno investito l’Italia da ormai quasi un secolo. Il risentimento espresso dal voto, come osserva già il Censis, si basa in parte anche su questa incapacità di analisi.
Dove ci sono sfruttamento e sofferenza dovrebbe esserci «rivolta» oppure costruzione di un’alternativa. Non ne vedo tracce consistenti in Italia -Rossana Rossanda
Come pensi si possa rimettere al centro la lotta per e sul lavoro, di fronte a una così diffusa frantumazione del lavoro stesso (figure professionali difformi, geograficamente sparpagliate ma anche culturalmente e produttivamente isolate); con l’estensione del precariato ad ogni livello? Il proletariato così come l’abbiamo conosciuto non esiste più, eppure la sua diffusione nel mondo non è mai stata così grande. Come leggere questa disparità tra espansione numerica e azzeramento nella consapevolezza politica? Non penso che una lotta per difesa del lavoro sia messa in difficoltà da una sua particolare frantumazione. Questa esiste, ma è poco più che fisiologica: si potrebbe ripartire, se ne se avesse la voglia, dalla crisi del fordismo e dalla analisi gramsciana della sua natura e fine. Ci sono anche le analisi più recenti di Luciano Gallino, che sarebbero di grande utilità (e spiegherebbero anche alcuni ragioni di fondo dei flussi elettorali). Insomma, la vecchia esclamazione di Brecht: «Compagni, ricordiamoci dei rapporti di produzione» si potrebbe e si dovrebbe realizzare ancora oggi. Ma dovremmo fare i conti con la liquidazione del marxismo avvenuta nell’ultimo mezzo secolo, e alla quale neanche il manifesto si è realmente opposto. Luigi Pintor già all’inizio del 2003 scriveva che «la sinistra che abbiamo conosciuto non esiste più». Che cosa rimane di quello che ci ostiniamo a chiamare sinistra? Il riformismo antioperaio di Matteo Renzi (v. Jobs act) è davvero finito con il disastro del Pd? O il neoliberismo vive in altre dimensioni? Quanto quelle macerie impediscono la ricostruzione necessaria? Le parole di Pintor valgono purtroppo ancor oggi: fra l’altro non credo che si possa definire riformismo anti operaio quello di Matteo Renzi, ammesso che la definizione abbia un senso. Renzi ha semplicemente obbedito alla maggioranza liberista che ha investito l’Europa e ha trovato nella classe dirigente italiana soltanto degli accordi: basta pensare alle scelte di Marchionne sulla Fiat. Perché in Italia non c’è una sinistra legata ai nuovi movimenti anticapitalistici, che abbia forza anche numerica e capacità di convinzione – fatte le debite differenze tra queste formazioni – come Podemos, Linke, Syriza? Non mi pare che la nostra situazione sia analoga a quella che ha dato luogo a Podemos, alla ormai vecchia Linke e a Syriza. Una traccia interessante sarebbe un aggiornamento molto preciso della situazione economica italiana alla tematica proposta dall’Unione Europea. I vincoli dell’Unione europea «reale» hanno ridotto i poteri e i processi democratici, di fatto cancellando spazi fondanti di democrazia e obiettivi di trasformazione sociale. L’Unione europea ridotta a sola moneta unica è ancora il campo per una democrazia avanzata e progressiva? Credo che bisognerebbe riflettere sul fatto che più che aggredire un comunismo che in Europa occidentale non c’è mai stato, quel che è stato aggredito dopo la caduta del muro di Berlino è stata una certa interpretazione keynesiana che ha caratterizzato le costituzioni europee post-belliche. Ne ho scritto qualcosa l’anno in cui ho lasciato il giornale. Credo proprio nel mese di settembre.
La caduta del Muro di Berlino più che un comunismo inesistente in Europa occidentale, ha aggredito una interpretazione di KeynesRossana Rossanda
Trump è arrivato alla guida degli Stati uniti perché premiato dalla promessa populista del protezionismo. Ma «l’unica potenza rimasta» non lo è più, né economicamente né politicamente e rischia di assumere il primato di una ideologia di scontro, isolazionista e razzista. Che resta delle ragioni democratiche dall’Occidente neoliberista? Per quanto riguarda la vittoria di Trump e la sua localizzazione, un buon libro mi sembra Populismo 2.0 di Marco Revelli. Il problema è pero che anche in Europa spunti populisti nascono dappertutto e non hanno la stessa origine. In modo particolare sono nati nell’Europa dell’Est, Cechia, Ungheria e Polonia, dove sembrano configurarsi come «sistemi». Sarebbe interessante che il manifesto osservasse quali sono i loro temi principali, diversi da quelli degli Stati Uniti. È possibile, con contenuti innovativi e per una possibile ricostruzione – a partire dall’analisi del 1989 – , insieme attivare movimenti intorno a nuovi temi di classe internazionali? Sarebbe indispensabile un lungo lavoro comune, anche a livello internazionale, sulla evoluzione economica dell’Europa: per quanto riguarda Trump, non abbiamo granché da dire, e soprattutto mancano rapporti comuni con le posizioni del Partito democratico americano, molto diverso dalle posizioni europee. In Italia si discute di un soggetto politico, dopo lo smacco elettorale e lo scarso risultato delle liste a sinistra, LeU e Potere al popolo. Anche alla luce della deriva dell’89, della fine Pci, della riduzione della politica a tecnicismi – per i quali l’affermazione del centrista Macron in Francia rappresenta forse l’ultimo significativo e vincente episodio – fino al protagonismo rottamatorio dell’era renziana anch’essa rottamata. Cosa pensi della discussione in corso? La discussione mi pare inadeguata. Bisognerebbe iniziare dal fatto che il risultato elettorale non è stato inaspettato, bensì una logica conseguenza delle posizioni liquidazioniste del Partito Democratico e delle conseguenze della totale sparizione dei partiti socialisti. L’affermazione di Macron in Francia è un semplice adeguamento alla scelta maggioritaria dell’Unione europea, e in particolare delle Cdu tedesca. Dove stanno sfruttamento e sofferenza, dovrebbe esserci «rivolta» o almeno costruzione di una’alternativa. Non ne vedo tracce consistenti in Italia: le posizioni più interessanti sono quelle di una parte del sindacato (la Fiom), ma il compito di un partito è diverso e politicamente molto più radicale.
Quanto a LeU e Potere al Popolo, mi sembra assai ingeneroso valutarne il risultato dopo una breve campagna elettorale e sotto il diluvio di populismi o estrema destra della Lega: per iniziare una ricostruzione, occorrerebbe un atteggiamento molto più seriamente analitico e unitario - Rossana Rossanda
Quanto alle liste come LeU e Potere al Popolo, mi sembra assai ingeneroso valutarne il risultato, dopo una breve campagna elettorale e sotto il diluvio dei populismi o l’estrema destra della Lega: per iniziare una ricostruzione, occorrerebbe un atteggiamento molto più seriamente analitico e unitario. E probabilmente questo esigerebbe anche un esame che non si è fatto sull’andamento dei cosiddetti «socialismi reali». Si tratterebbe di fare quello che Stalin ha impedito, e cioè un bilancio serio del leninismo alla fine della vita di Lenin, nei tentativi teorici del conciliarismo, che in Italia hanno avuto un seguito soltanto dopo il 1972. Insomma, non è possibile risparmiarsi un lavoro molto ravvicinato, che in italia non è stato fatto nell’ultimo mezzo secolo. In questo lavoro sarebbe da esaminare anche al di fuori di certe facilità «la linea togliattiana». Ricordo che con qualche esortazione ad andare in questa direzione non ho avuto fortuna neanche nel nostro giornale. FONTE: Tommaso Di Francesco, IL MANIFESTO

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Franco Piperno: la sinistra ormai ceto politico e la crisi della rappresentanza https://www.micciacorta.it/2018/03/24302/ https://www.micciacorta.it/2018/03/24302/#respond Thu, 29 Mar 2018 08:04:45 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24302 Intervista. L' ex leader di Potere Operaio, docente di Fisica ed esperto di astronomia, osserva le vicende italiane col telescopio dell’analisi politica

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COSENZA. Franco Piperno, ex leader di Potere Operaio, docente di Fisica ed esperto di astronomia, osserva le vicende italiane col telescopio dell’analisi politica, orientato anche da quel pizzico di ironia che da sempre lo accompagna. Professore, il successo dei 5stelle e della Lega ha radici profonde? Siamo di fronte ad un fenomeno che viene da lontano? Credo proprio di sì. Del resto questo accade pure in altri Paesi europei e negli Usa. C’è una forte crisi della rappresentanza. È un fatto che nel corso della storia si è riproposto diverse volte. Basti pensare a quel che si verificò al tempo della Repubblica di Weimar. Questa volta è un po’ più grave, perché non si tratta di un problema che possa essere risolto modificando la legge elettorale. Siamo in presenza di una sfiducia diffusa. Non è rivolta solo contro i rappresentanti, bensì contro la rappresentanza. Ho l’impressione che la diffidenza nei confronti dei rappresentanti, in quanto tali, riguardi il trasformismo, un fenomeno che l’Italia conosce bene sin dai tempi dell’unità. È una sfiducia che travolge la sinistra in Europa a tutti i livelli? Sì. Pensiamo alla parabola di Syriza. Tsipras è una brava persona e quelli intorno a lui non sono certo  corrotti, ma alla fine volendo prendere il potere, è il potere che li ha presi. Ed è inevitabile. Sono stato un po’ di tempo in Spagna con i compagni di Podemos e ho visto che gran parte della giornata passava ad individuare candidati, elezioni in un comune o in un altro. Questa è un’ulteriore prova della crisi della rappresentanza. Un conto è avere un’organizzazione di base, qualsiasi essa sia, e porsi poi il problema di rappresentarla. Completamente diverso è rovesciare il problema, cioè avere la rappresentanza e poi creare il movimento. Il caso di Liberi e Uguali è forse il più melanconico. Un intero ceto politico con anni di esperienza alle spalle si è candidato a dirigere. Non è che abbiano fatto ricorso ai legami che magari venivano dalla tradizione tanto del Pci come della Dc. No, si sono offerti direttamente come ceto politico. E anche i compagni di Rifondazione e Potere al Popolo o il Partito comunista di Rizzo rischiano di essere assorbiti da codesto meccanismo. È come se ci fosse un mercato in cui compaiono questi rappresentanti. Nulla di più. Come spiega il successo di Lega e 5stelle nel sud? Entrambi hanno alla loro origine  elementi interessanti. Penso alla Lega di Gianfranco Miglio e alla sua idea di federalismo spinto. Il limite era che si trattava di un federalismo concepito per regioni, e niente è più disastroso degli Stati regionali. Però c’era allo stesso tempo un’esigenza contro Roma, intesa come lotta alla centralizzazione. Invece, per quanto riguarda i 5Stelle, il reddito di cittadinanza e il tema della democrazia diretta erano interessanti, ma la mia impressione è che entrambi,  Lega e  5Stelle, abbiano già fatto una brutta fine. Matteo Salvini si propone come primo ministro dell’Italia, quindi scordando tutto quello che andava fatto per costruire un’Italia federale che si sarebbe potuta costruire solo attorno alle città. Infatti, mentre le regioni sono un’invenzione, le città costituiscono la vera storia del nostro Paese. Dal canto loro, i 5 Stelle hanno completamente abbandonato la tematica della democrazia diretta? Sì, e in un certo senso hanno pure fatto bene, perché ci sono dei casi di democrazia diretta paradossali. Alcuni di loro, per esempio, hanno ottenuto l’elezione dopo essere stati scelti da un centinaio di persone, quando andava bene. Lo stesso Di Maio mi dà un po’ l’impressione che sia stato estratto a sorte. Non dico che non abbia delle capacità, non lo so, non posso giudicarlo. Però appare evidente che è un esempio di democrazia affidata al caso. Questa storia della rete come democrazia diretta non solo è del tutto inconsistente, ma è quanto di più qualunquistico possa esistere. In appena due anni i grillini in Calabria sono passati dal 4% al 40% senza aver nessun consigliere comunale, regionale, in pratica senza esistere e senza nessun candidato noto. Com’è possibile? La loro forza proviene dalla dissoluzione dei riferimenti precisi. Fossero di classe o culturali, non c’è più niente. Per ottenere la vittoria nel sud, è come se i 5 Stelle si fossero alleati con alcuni degli aspetti più riprovevoli del meridione. Per esempio, pensare che i problemi del sud debbano essere risolti dallo Stato centrale. Certamente nel risultato che hanno ottenuto c’è una componente di protesta che va considerata, ma accanto ad essa c’è anche dell’astuzia. FONTE: Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti, IL MANIFESTO

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Destre estreme a Ostia, dove Casa Pound sogna l’Alba Dorata https://www.micciacorta.it/2017/11/23865/ https://www.micciacorta.it/2017/11/23865/#respond Tue, 07 Nov 2017 08:18:28 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23865 Ostia. Se il confine tra politica e malaffare è spesso molto sottile, qui a volte è scomparso del tutto, con il municipio sciolto per mafia

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Estrema destra. Si è insediata pian piano da queste parti, dando corpo a quell’idea di «sindacato del popolo» che prende forma nella distribuzione di generi alimentari alle famiglie italiane ma anche nella continua denuncia delle malefatte di immigrati e rom Chissà cosa avrebbe detto Pasolini. Lui che nel 1962, per rispondere a due lettori di Vie Nuove preoccupati della diffusione dell’estrema destra, scriveva «non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società». Chissà cosa avrebbe detto camminando oggi per le strade di Ostia, emblema non tanto dell’affermazione elettorale di Casa Pound – a vincere davvero nel municipio del litorale romano è stata l’astensione – quanto piuttosto della sua piena «normalizzazione». Per una sorta di tragica ironia, proprio la strada da cui i fascisti del terzo millennio hanno dato l’assalto alla città-quartiere, via Pucci Boncampi, dove hanno aperto prima un pub e quindi una sede, si trasforma dopo qualche isolato in via dell’Idroscalo. E dai locali in cui si elogia «il buono del fascismo» conduce al monumento che ricorda l’assassinio del poeta, il 2 novembre del 1975, che lo scorso anno fu danneggiato da un’azione rivendicata da altri fascisti, quelli di Militia. L’Idroscalo è un punto di arrivo, all’estremità nord di un lungomare che da allora si è riempito di stabilimenti, ristoranti, locali. Neanche il porto turistico c’era ancora, a quell’epoca. Yacht e scafi da crociera ancorati e poche centinaia di metri dalla striscia rossiccia e ininterrotta delle case popolari dell’Ater costruite in mezzo alla campagna e dai palazzi di Nuova Ostia, quelli stretti intorno a piazza Gasparri, vuota, si direbbe quasi abbandonata, con i giardinetti malconci che montano la guardia al degrado. Lungo l’arco di un paio di chilometri qui Ostia si è rifatta il trucco e la movida un tempo vincolata alla riviera sud di quello che nel 1940 fu inaugurato come Pontile del Littorio, si è spalmata a pochi passi dalla battigia. All’interno però, poco o nulla è cambiato. Decine di migliaia di persone strette in un quadrilatero d’asfalto che corre parallelo al mare, quasi una città nella città, il cuore popolare del Lido. «Noi, periferia di nessuno», ha scritto sui suoi depliant un candidato indipendente. E in effetti più che le periferie urbane della Tuscolana o della Casilina, questa parte di Ostia potrebbe far pensare a certi quartieri di Bari o di Pescara, forse di Napoli. Il «mare d’inverno» della canzone, quello dove «non viene mai nessuno a trascinarmi via». Se il confine tra politica e malaffare è spesso molto sottile, qui a volte è scomparso del tutto, con il municipio sciolto per mafia, l’ex presidente Pd condannato in primo grado, e due clan, i Fasciani e gli Spada che stando alle cronache giudiziarie, hanno cercato di spartirsi i soldi facili arrivati con la gentrificazione. E proprio un membro della famiglia Spada alla vigilia del voto ha postato su facebook quello che aveva tutta l’aria di essere un messaggio di sostegno a Casa Pound. Tra abbandono e crisi dei partiti tradizionali, qualcosa è però cambiato anche da queste parti. Lo si capisce subito percorrendo a ritroso le vie del quartiere dal centro verso l’Idroscalo. I «faccioni» di Luca Marsella, il candidato di Casa Pound a presidente del municipio, e di Carlotta Chiaraluce, capolista di Cpi, incartano letteralmente i muri del mercato popolare di via Orazio dello Sbirro. Lungo le strade del quartiere ci sono solo loro e lo sguardo di Pietro Malara, «nelle forze dell’ordine da oltre 20 anni» e candidato di Fratelli d’Italia che occhieggia con i suoi flyer da quasi tutte le cassette della posta. Il comitato elettorale di Monica Picca, insegnante di Fiumicino e candidata-presidente per il partito di Giorgia Meloni, è lì a due passi, non lontano da un altro mercato dove gli ambulanti bengalesi vendono i cd dei neomelodici napoletani che spopolano anche qui. Picca andrà al ballottaggio con la candidata del M5S, ed è probabile che allora i voti raccolti da Marsella peseranno ancora di più. Del resto i punti di contatto tra «il centro-destra» e «l’estrema destra» non mancano. «Senza mafia, nomadi, immigrazione selvaggia e degrado», annuncia il programma di Picca, che promette di «fare altrove i centri d’accoglienza». «Penseremo prima agli italiani», «impediremo i mercatini rom abusivi e rimuoveremo ogni insediamento di stranieri», replica quello di Marsella. Pressoché nel vuoto, Casa Pound si è insediata pian piano da queste parti, dando corpo a quell’idea di «sindacato del popolo» che prende forma nella distribuzione di generi alimentari alle famiglie italiane ma anche nella continua denuncia delle malefatte di immigrati e rom. Di questo modello, che si ispira esplicitamente ai greci di Alba Dorata, la chiusura della campagna elettorale ha però mostrato anche l’altro volto, quello che accompagna il «sociale». In una piazza del Villaggio San Giorgio di Acilia, un agglomerato di case popolari sorto nel 1948 per accogliere gli esuli giuliano-dalmati e che nel frattempo è stato riacciuffato dalla città con una serie di casette a schiera costruite tutto intorno, dove al tramonto piccoli cani abbaiano nervosi dietro grandi cancelli, accanto ai candidati del X municipio c’era anche il «vicepresidente nazionale di Casa Pound» Simone Di Stefano. Dopo aver ammonito quelli che dipingono gli appartenenti al movimento come dei «mostri», Di Stefano ha lamentato la presunta disinformazione operata dalla stampa spiegando come «oggi sul Fatto c’è uno che racconta che quelli di Casa Pound gli menano ogni giorno… eppure è ancora vivo». Il tutto prima di annunciare come dopo Ostia Cpi guardi al parlamento. Per fare cosa? Più o meno questo: «Avere 10/15 eletti pronti a prendere per la cravatta i traditori della patria e cacciarli via a pedate». Quando nel 2012 i deputati di Alba Dorata entrarono per la prima volta nel parlamento di Atene lo fecero marciando in formazione militare e ammonendo i presenti: «State attenti, stiamo arrivando. I traditori della patria devono cominciare ad aver paura». A Ostia, come in tanti altri territori della crisi, il vecchio fascismo si veste del «prima gli italiani» per tentare di trasformarsi in senso comune. Forse Pasolini ci aveva visto giusto. FONTE: Guido Caldiron, IL MANIFESTO

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Toni Negri: «Il nuovo Palazzo d’inverno sono le banche centrali» https://www.micciacorta.it/2017/11/23852/ https://www.micciacorta.it/2017/11/23852/#respond Sat, 04 Nov 2017 09:30:23 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23852 A cento anni dalla rivoluzione sovietica, a cinquanta dal Sessantotto, uno dei filosofi più discussi al mondo propone una politica oltre i populismi

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Esclusiva. Intervista con Toni Negri in occasione della pubblicazione del suo ultimo libro "Assembly" scritto con Michael Hardt Quando ci sediamo a un lungo tavolo del suo appartamento a Parigi Toni Negri, 84 anni, ha in mano appunti fitti, lo sguardo teso, l’aria esigente. L’influenza che lo ha assillato dal ritorno da un viaggio in Brasile dove ha presentato Assembly, da poco pubblicato in inglese per Oxford University Press – quarta parte della ricerca comune scritta con il filosofo americano Michael Hardt dopo ImperoMoltitudine e Comune – lo rende impaziente: «Non riesco a lavorare come vorrei» dice. Filosofo discusso a livello mondiale, ora sta lavorando alla seconda parte dell’autobiografia – la prima ha un titolo emblematico: Storia di un comunista. E già progetta un nuovo volume a quattro mani con Hardt. Desiderio spinozista, pratica marxista, con Negri non è tempo di ricordi, ci si ritrova a parlare dall’interno di una tendenza. A una parola come «rivoluzione» oggi sembrano credere solo gli spin-doctor pagati per confezionare un programma per le elezioni. Per lei che ha creduto intensamente a una rivoluzione, fino al punto da cambiare radicalmente la sua esistenza, cosa significa questa parola? Per me significa che la rivoluzione non la si fa, ma ti fa. Bisogna smetterla di mitologizzarla: la rivoluzione è vivere, costruire continuamente momenti di novità e di rottura. La rivoluzione è un’ontologia, non un evento. Non si incarna in un nome: Gesù Cristo, Lenin, Robespierre o Saint Just. La rivoluzione è lo sviluppo delle forze produttive, dei modi di vita del comune, lo sviluppo dell’intelligenza collettiva. Non ho mai pensato di fare la rivoluzione e di andare al potere il giorno dopo. Quando ero giovane ho pensato che il comitato operaio di Marghera avrebbe organizzato la società attorno al consiglio operaio e ai suoi ideali a partire dalla fabbrica. Allora, negli anni Settanta. Oggi è molto diverso, esiste un altro modo di produzione: si può organizzare la società a partire dal reddito di base, dalle nuove figure del lavoro, da nuove scuole e forme associative, da nuovi loisirs, uscendo dalla noia e dalla disperazione in cui viviamo. Non ho mai pensato che la rivoluzione sia qualcosa che ti porta al potere, ma che cambia il potere. Significa prendere il potere in maniera differente. È una differenza fondamentale: non vuol dire prenderlo dall’alto, ma dal basso. La rivoluzione c’è quando si è capaci di dimostrare che il comune emerge dal modo di produzione che investe la vita. È il bambino ad avere oggi il forcipe nelle mani, non l’ostetrico della storia.
Non ho mai pensato che la rivoluzione sia qualcosa che ti porta al potere, ma che cambia il potere, Toni Negri
Rispetto al linguaggio, e all’immaginario, corrente il suo approccio è sempre stato, a dir poco, discordante. A essere gentili, di solito, le viene risposto che è ottimista, utopista, visionario. A sinistra c’è sempre quell’aria cupa, realista, impegnata nello sforzo volontaristico a unirsi o nell’evocazione di soggetti che mancano. Come si trova in questo orizzonte? Le posso rispondere con un episodio, molto pratico. Pochi giorni fa Michael ha presentato Assembly a Londra. Ha incontrato «Momentum», la rete di base che appoggia il Labour e Corbyn. Quello che è impressionante è l’incontro tra i giovani e i vecchi corbyniani, persone che hanno fatto il Sessantotto e le lotte degli anni Settanta e oggi sono trascinati dall’entusiasmo dei giovani che hanno fatto le lotte alter-mondialiste e quelle di Occupy, le ultime lotte di questa generazione. Manca tutta la gente tra i 35 e 60 anni, la generazione blairiana. Ecco dove si forma la nuova sinistra e con queste realtà oggi ci ritroviamo e superiamo i vecchi incastri con la cultura socialdemocratica. Nel libro descrivete la straordinaria, e drammatica, emersione del movimento americano Black Lives Matters. In che rapporto è con l’onda che ha fatto molto parlare di Bernie Sanders? Siamo in contatto con una compagna che è nella direzione del movimento di Sanders. Dai suoi racconti comprendiamo che il partito democratico americano è una macchina di potere terribilmente governativa, non reagisce alle novità, riprende temi socialdemocratici classici che non funzionano. Black Lives Matters è il futuro. È l’espressione di un movimento senza leadership. Ce ne sono tanti nel mondo e la sinistra dovrebbe capirli a fondo: quelli indigeni, ad esempio, che puntano sulle proprietà comuni, sono esperienze formidabili. E i nuovi movimenti femministi e la loro fortissima soggettività. È la forma stessa del capitalismo che rivela queste nuove forze produttive e queste esperienze di rottura. Non è solo un discorso marxista, è un discorso realistico, se si vuole uscire dal «secolo breve», una volta per sempre, fuori dalla sua agonia. Lei parla sempre dal punto di vista dei movimenti. In Assembly analizzate, senza reticenze, la loro crisi e suggerite di non sottovalutare «il potere durevole di coloro che combattono e sono sconfitti». Cosa intendete dire? Torniamo al paradosso di Corbyn: i Sessantottini che si ritrovano con i giovani di oggi. Basta un fischio e tornano fuori quelli che sono stati sconfitti allora. Perché hanno imparato nelle lotte la generosità, la cooperazione, hanno fatto trionfare la solidarietà. Questi sono vizi che una volta presi non ti mollano più. Se si potesse fare una storia foucaultiana dei movimenti in Italia si capirebbe di quali quantità di «cinici» , di militanti comunisti arrabbiati il paesaggio è pieno: intendo gente che si faceva costruire dalla «volontà di sapere» e dall’azione rivoluzionaria, e così amava gli altri e la vita. Scrivete che dal 2001 a oggi i movimenti hanno affermato un nuovo inizio per la sinistra, ma hanno dimostrato una «povertà organizzativa» e non sono stati all’altezza del problema che hanno posto. Non c’è il rischio di ripetere le vecchie sconfitte senza avanzare di un millimetro? Bisogna, una volta per tutte, liberarsi dall’illusione che dai movimenti si debba trarre qualcosa. Quasi sempre i movimenti esprimono la fine di un discorso, non producono un evento, ma lo terminano. Il Sessantotto non è stato un evento, ma una costruzione. Perché dietro c’erano gli anni Sessanta, c’era già da tempo una politica di massa a livello mondiale. In Italia questa politica è stata talmente potente da durare dieci anni, passando dal movimento del 1977. I movimenti oggi non capiscono che devono costruire, non che devono raccogliere. Ho sentito i compagni che uscivano da Genova, o dalle lotte dell’università, dire che dopo le manifestazioni era tempo di fare un’organizzazione. Ma se non lo avevano creata fino ad allora non l’avrebbero mai più fatta! Sarebbero stati solo identificati dalla polizia come persone da abbattere. Bisogna rompere questa idea che il movimento forma il partito, la coalizione, un seguito. I movimenti formano la forza, e questa forza va riconosciuta. I movimenti sono la strategia. Non nascono per spirito infuso, o per un mistero che si incarna nella società, si costruiscono concretamente, passo dopo passo, insieme a migliaia di persone, ciascuno a partire da sé. La politica si costruisce insieme. I Soviet per noi restano un modello da pensare, nacquero in un modo di produzione specifico, assemblando forze produttive e sociali. In un mondo completamente diverso, restano un dispositivo potente. I Soviet sono attuali? Oggi si devono costruire istituzioni non sovrane e non proprietarie. Funzionerebbero come la gestione dell’acqua bene comune, nelle battaglia contro la violenza poliziesca in Francia o negli Stati uniti, nelle grandi lotte indigene nell’America Latina, nelle lotte femministe. L’invenzione di una nuova struttura politica non può nascere che dal collegamento tra queste forze. L’istituzione non nasce dal sovrano, ma dalla necessità di stare insieme, di produrre e vivere insieme. Questa era l’idea fondamentale dei Soviet: organizzare il modo in cui si sta insieme in una società industriale, dove la cooperazione sociale è avanzata e ha la capacità di esercitare potere attraverso la costruzione politica di una forza produttiva. Per descrivere questa costruzione nel libro usate un’espressione curiosa: «imprenditorialità del comune». Che cosa significa? In alcune recensioni anglosassoni ci viene rimproverato questo concetto: l’impresa non può essere strappata al neo-liberismo. E invece penso che oggi il rapporto tra imprenditorialità e istituzione – l’instituere – sia qualcosa che vada studiato fino in fondo. Il lavoro è sempre istitutio. Questa capacità oggi è massacrata oppure nascosta da un falso concetto di libertà. Creare un’impresa significa lasciare libera la forza lavoro di organizzarsi. È questo il discorso politico che il capitalismo sequestra ai lavoratori. Noi invece crediamo che si inizia a fare politica quando la forza lavoro conquista la capacità di organizzarsi produttivamente. Tutto questo passa da un partito? È questo che sostenete? Assolutamente no. Oggi l’autonomia del politico non è più quella leninista, oggi è il populismo. In ogni epoca l’autonomia del politico si qualifica in qualche modo, se si vuole evitare di assumerla in termini generici. E oggi l’autonomia del politico è stata ridotta a un gioco discorsivo che usa le categorie istituzionali e ha l’obiettivo di costruire un popolo sottomesso. Leggo quello che succede in Italia dove la legge elettorale è da tempo diventata il luogo centrale di questo uso discriminatorio del politico. È una manipolazione pura del popolo e del consenso. In gioco non c’è solo un criterio minimo di rappresentanza, che mi sembra sempre più in crisi, ma qualcosa di più profondo: si vuole impedire alle persone di sperimentare nuovi modi istituzionali e produttivi per governarsi da sé. La socialdemocrazia è in crisi e sono in molti a credere che possa essere superata attraverso una declinazione di «sinistra» del populismo. Ritiene che Podemos o il Labour di Corbyn possano essere interpretati in questo modo? Quello di sinistra è un caso del populismo di «sostituzione». Dubito che questa logica, teorizzata dal filosofo argentino Ernesto Laclau, possa mai reinventare formule diverse da quelle del «socialismo nazionale». In Spagna, dentro Podemos, si è sviluppato un grande dibattito su questo tema. E ha vinto la tendenza nazional-popolare. La polemica è avvenuta con i movimenti sulla funzione del partito: se si dovessero sostenere i movimenti e creare una coalizione oppure se si dovesse essere un partito classico che inventava il suo popolo. Ha vinto il progetto di sostituzione della socialdemocrazia, non un progetto di innovazione della sinistra. All’altro capo del populismo, Alice Weidel dell’Afd in Germania è un caso clamoroso di rovesciamento delle istanze dei movimenti: lesbica, sposata con una cittadina srilankese, ha lavorato per Goldman Sachs e Allianz, sostenitrice di politiche xenofobe, islamofobe ed è contro matrimoni omosessuali. Cosa rappresenta una simile figura? Rappresenta il vuoto che si riproduce. Come altri personaggi non è un soggetto, ma un prodotto. Nasce sollecitando i peggiori istinti e arriva alla contraddizione più clamorosa con quello che è realmente nella sua vita. A questo in fondo porta il populismo: creare il popolo anche contro ciò che si è. A questa contraddizione si lega il concetto di nazione e poi, nell’ordine, quello di appartenenza regionale e famigliare. Così si articolano forme di proprietà e confine. Il rischio forte è quello della corruzione. Nella mia vita ho visto molte persone fare cose terribili in nome della famiglia, fino alle peggiori forme di corruzione. Dietro queste appartenenze, ci sono solo barbarie e tribalismi. Quali sono gli altri populismi? Trump ne è un esempio purissimo. A suo modo Macron in Francia gli assomiglia, anche se si comporta da tecnocrate che gestisce al centro destra e sinistra costituzionali secondo il progetto di Juppé. A destra e a sinistra, ci sono populismi «rilavati». In Mediaset nel caso di Berlusconi, nella rete nel caso dei Cinque Stelle. Melenchon in Francia distingue tra sovranità popolare, quella della rivoluzione del 1789, e sovranismo che sarebbe un concetto di destra; tra l’ideale di «nazione» e quello di «nazionalismo in quanto etnicismo». In questo e in altri casi, come tra i bolivariani sudamericani, non si riflette mai abbastanza sul fatto che, nel populismo, comandano solo i dominanti e i ricchi che parlano in nome dei molti. È anche possibile che questa idea di «populismo» produca un contraccolpo sui movimenti, in particolare sull’immigrazione, amplificando un senso comune xenofobo e razzista. Un rischio che si intravede anche nel Labour inglese o nella Linke tedesca. Come spiega questa ambivalenza? Esistono due idee che non toglieremo mai alla socialdemocrazia, erede del «secolo breve»: la proprietà e il confine. È un batterio letale, oggi impiantato nel cuore dell’Europa, quando si ergono muri o si spostano i confini oltre il Mediterraneo mandando a morire i migranti nei Lager in Libia. Rousseau diceva che il più grande delinquente che sia nato è quello che ha detto: «Questa cosa è mia». Ma esiste un delinquente ancora più grande, Romolo, che disse «Questo confine è mio». Sono la stessa cosa: proprietà e confine. La socialdemocrazia ha maturato questa cultura dopo il 1848, con la rivoluzione romantica. Penso a Mazzini: lui è stato, da questo punto di vista, il primo socialdemocratico: sosteneva la repubblica popolare e la centralità nazionale, due elementi che hanno sempre avuto una sintesi reazionaria, nazional-popolare. La seconda Internazionale socialista fu attraversata da questo spirito contro l’internazionalismo comunardo e cercò di coniugare nazionalità e rivoluzione. Di contro, il bolscevismo è stato formidabile dal punto di vista della rivoluzione mondiale perché ha unificato comunismo, anti-imperialismo e anticolonialismo. La tragedia dell’anticolonialismo è stato il ritorno del nazionalismo. Ciò ha comportato un errore di rilievo, e ancora oggi ricorrente nelle politiche centriste variamente declinate: pensare che l’alleanza del proletariato con le classi medie e progressiste sia un passaggio strategico, e non meramente tattico. Le declinazioni del populismo attuale ripetono lo stesso errore: pensano che il concetto di nazione cancelli quello di classe. È un problema con il quale ci dovremo ancora confrontare. Sempre più spesso si sente dire che l’alternativa al neoliberismo e alla crisi è il lavoro, la piena occupazione, il keynesismo, le nazionalizzazioni. È una soluzione? Sono ipotesi che restano confinate nell’agonia del «secolo breve» in cui ancora ci troviamo. Discutiamo ancora di alternative che sono distrutte: socialismo statale e nazionale e liberismo proprietario e privato. Restiamo ostaggio della distinzione tra privato e pubblico e non vediamo cosa gli è passato sotto, e attraverso, tra il Novecento e oggi. E che cosa è accaduto? La disfatta dell’ideologia del privato e del pubblico a causa della trasformazione del modo di produzione. Esiste un nuovo assemblaggio delle forze produttive determinato dalla trasformazione del lavoro che lo ha reso comune e singolarizzato, togliendolo al privato e al pubblico. È una forza-lavoro che funziona solo in modo cooperativo. Cioè in maniera sempre più comune. Oggi il problema è l’organizzazione della produzione sociale e la distribuzione del reddito, non il pieno impiego. La distinzione tra lavoro/impiego e nuova capacità lavorativa e cooperativa è l’elemento centrale del dibattito e comporta radicali conseguenze di carattere fiscale, politiche sociali, industriali profondamente diverse rispetto al passato. A sinistra e nel sindacato si sostiene che uno Stato «innovatore» sarà capace di creare tecnologie rivoluzionarie nella green economy, le telecomunicazioni, nanotecnologia o farmaceutica. Le nuove istituzioni di cui parlate nel libro passano dallo Stato e in che rapporto stanno con questa categoria che torna ad avere successo? Ben venga questo Stato, gli faccio gli auguri. Mi si permetta tuttavia di notare che questi settori sono sul mercato, organizzate come macchine di estrazione del valore prodotto socialmente, e in questa figura protette, pur malamente, dallo Stato. In Assembly, ci chiediamo se queste meraviglie possano essere sottoposte a scelte e decisioni democratiche. Rispondiamo di no. Finché non sarà riconosciuto il regime di sfruttamento estrattivo e proprietario (brevetti, rendite finanziarie, organizzazioni monetarie) in cui queste industrie operano, e fino a quando a questo riconoscimento non segua un processo democratico di riappropriazione dei beni comuni. Ormai è tempo di riappropriazione del comune da parte dei suoi produttori, e di ri-orientamento democratico della gestione del comune: non è lo Stato, ma sono i produttori che devono dire a cosa servono queste tecnologie e quali vantaggi recuperane o quali svantaggi scontare.
Il palazzo d’Inverno oggi sono le banche centrali, Toni Negri
La forza lavoro è sempre più organizzata dalle piattaforme digitali: Uber, Deliveroo oppure Task Rabbit. Il potere dei «signori del silicio» è così ampio da spingere a credere che dall’algoritmo passi un’idea popolare, e trasparente, della democrazia. A questo porterà la rivoluzione digitale? In queste piattaforme i lavoratori non pensano di usufruire di un più alto grado di democrazia! E lottano e resistono allo sfruttamento bestiale. È importante tuttavia che si ponga il problema: è possibile rovesciare il funzionamento dell’algoritmo di comando delle piattaforme digitali? Lungi dall’immaginare utopici rovesciamenti delle piattaforme digitali in circuiti cooperativi, sarà possibile dominare quei mostri solo smantellando le condizioni politiche nelle quali l’algoritmo è imposto: quelle del diritto privato e della sua legittimazione statale. Mark Zuckerberg di Facebook ha ammesso l’importanza del reddito di base. Sarà la Silicon Valley a realizzare quella che è definita un’utopia concreta? Zuckerberg ci obbliga a studiare le forme nelle quali le tecnologie e l’attività lavorativa s’intrecciano nella produzione e nell’uso dei social media. È là, in quello spazio, che paradossalmente ci indica la possibilità di far rinascere la democrazia. Credo che questo spazio sia quello sul quale va riaperta la ricerca dei rivoluzionari: è lo spazio che,mutatis mutandis, 150 anni fa, Marx analizzò nel primo volume de Il Capitale. È là, dove l’uomo s’incontra con lo sfruttamento di nuove macchine e di nuovi padroni, che rinasce la classe e si propone la rivoluzione. Insomma lei è convinto che solo un reddito di base ci salverà? Ma no, è ovvio che in sé non può risolvere il problema. È l’elemento preliminare, e comunque centrale, per la riorganizzazione sociale fondata sul comune e sul superamento delle categorie della proprietà privata e pubblica. È sul terreno finanziario che bisogna confrontarsi. Il problema è il comando della finanza. Il palazzo d’Inverno oggi sono le banche centrali.

***Toni Negri: le lotte e i libri

«I movimenti sono l’emblema di quel processo rivoluzionario continuo attraverso il quale il capitale ha voluto imporre il proprio potere sulla vita – ma dove la vita ha violentemente espresso il suo rifiuto» ha scritto Toni Negri nella prima parte della sua autobiografia («Storia di un comunista», Ponte Alle Grazie). O

ttantaquattro anni scanditi dal rapporto con il movimento operaio e quelli sociali.

Politica, ricerca, conflitti, l’arresto avvenuto il 7 aprile 1979 insieme a centinaia di militanti di «Autonomia Operaia» nell’ambito del «teorema Calogero», definito da Rossana Rossanda su Il Manifesto «un’operazione politica bassa, la più bassa della magistratura della repubblica».

Oggi Negri è uno dei filosofi politici più influenti, autore di oltre 60 libri, tradotto in molte lingue. Con Michael Hardt ha scritto da «Il lavoro di Dioniso» (Manifestolibri, 1995) a «Assembly» (Oxford University Press, 2017). E poi «Impero» (Rizzoli, 2001), «Moltitudine» (Rizzoli, 2004), «Comune» (Rizzoli, 2010), «Questo non è un manifesto» (Feltrinelli, 2012)

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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