processo del 7 aprile – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Tue, 22 Sep 2020 06:56:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.4 Leggi di emergenza. Rossana e la voce discordante di «Antigone» https://www.micciacorta.it/2020/09/leggi-di-emergenza-rossana-e-la-voce-discordante-di-antigone/ https://www.micciacorta.it/2020/09/leggi-di-emergenza-rossana-e-la-voce-discordante-di-antigone/#respond Tue, 22 Sep 2020 06:54:02 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26243 «Ho sempre diffidato della parola verità e del suo uso specie quando riguarda la conoscibilità della persona», diceva. Il 7 aprile 1979, l’inchiesta padovana e poi quella romana resero evidente l’urgenza di opporsi a ricostruzioni onnivore e distruttive di soggettività.

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«Un ricordo di studi ormai lontani mi ha fatto sempre diffidare della parola verità e del suo uso, specie quando riguarda la conoscibilità della verità della persona, soprattutto in quell’intrico di calcolo, emozioni, passione che è l’atto trasgressivo. E così complessa è la verità della persona che, in fondo, può apparire che la verità processuale sia la più semplice perché sorretta da un sistema convenzionale come quello delle procedure». Rossana parlava, in quell’occasione di più di trent’anni fa di verità processuale – era un confronto su tale tema con alcuni magistrati, giuristi e parlamentari organizzato da Antigone – e di come attorno ai diversi tentativi di appropriarsi della presunta verità si giocasse un ruolo tutto stretto all’interno di ricostruzioni o giudiziarie o complottistiche. Ricostruzioni che perdevano comunque lo spessore politico e collettivo di azioni, che però solo attraverso tale dimensione potevano essere inquadrate. La verità diveniva solo quella processuale e vite, aspirazioni, progetti sparivano, portando con sé, in tale dissolversi, anche la riflessione doverosa sugli errori commessi e sulle loro conseguenze, spesso gravi.

PROPRIO IL RISCHIO di una lettura della complessità con la sola lente delle ipotesi investigative e il prevalere di una tendenza a rileggere una storia come mero «romanzo criminale» aveva portato Rossana e uno stretto drappello di persone a esaminare sin dall’inizio le conseguenze delle ricostruzioni delle procure e le prassi processuali indotte da misure di emergenza adottate alla fine degli anni Settanta.Una riflessione che, affiancandosi a quella sulle radici e sugli snodi che avevano indotto settori del vasto movimento degli anni precedenti a imboccare la via della lotta armata, apriva anche all’analisi delle regole e alle garanzie. Tema, questo, certamente non usuale nel pensiero e nella tradizione comunista, ma che proprio perché non scisso dall’altro relativo all’analisi dei processi che si erano sviluppati nella complessità sociale, non rischiava di concedersi al pensiero liberale. Al contrario, apriva un nuovo fronte di rifondazione di un garantismo non formalista, ma attento ai mutamenti normativi, ai processi, ai rischi che l’eccezione diventasse normalità, a che una presunta ragione politica prendesse il sopravvento sull’ordinamento. Il Centro di documentazione sulla legislazione d’emergenza che avviammo insieme in quel periodo, con alcuni altri e sostenuti dal sapere giuridico di Papi Bronzini, Luigi Ferrajoli, Gianni Palombarini, si mosse nella direzione di esaminare i primi processi e darne sul manifesto un resoconto diverso dal coro che caratterizzava l’informazione. TROVÒ POI TERRENO di sviluppo quando il 7 aprile 1979 l’inchiesta padovana e quella successiva romana resero evidente l’urgenza di opporsi a ricostruzioni onnivore e distruttive di soggettività e pensiero. Tutte le udienze del processo che si tenne anni dopo, vennero da me seguite accanto a un’attenta Rossanda e alla lettura della sentenza di appello che smantellò quell’impianto non gioimmo perché pezzi importanti di vita erano stati fatti trascorrere in carcere, per molti. IN QUEGLI ANNIil manifesto giocò un ruolo importante: era la voce non soltanto dissenziente rispetto al coro, ma la più documentata. Per questo, si avviò l’iniziativa della rivista Antigone che portava nel suo sottotitolo Bimestrale di critica dell’emergenza. Era la metà degli anni Ottanta e la necessità di ricercare una soluzione politica che non abbandonasse un periodo all’oblio e non destinasse una generazione al dissolvimento del proprio futuro portò a elaborare ipotesi che facessero uscire dalla secca alternativa tra la collaborazione attiva e l’irriducibile conflitto armato con lo Stato. NEL PRIMO NUMERO della rivista, proprio Rossanda scrisse attorno alla mancata risposta da parte delle istituzioni alla richiesta di uscita di chi prendeva atto del venir meno delle presunte condizioni iniziali del proprio agire. Il primo numero di Antigone venne presentato in un giorno triste: la fatale coincidenza con un grave omicidio da parte di gruppi residui della lotta armata attuato pochi giorni prima. E ciò consentì a Repubblica – che pure oggi sembra aver trovato un residuo di apprezzamento di quelle riflessioni e di quel dibattito – di titolare l’uscita della rivista in modo infamante: «Ma Antigone non uccideva». Il manifesto è stato da solo nella costruzione di un pensiero che riuscisse a leggere le ferite di quel periodo per capire, non per giustificare, ma per evitare la rimozione secondo le due linee prevalenti: una qualche eterodirezione o una storia solo di competenza giudiziaria. PER QUESTO TUTTE le facili ricostruzioni sono state sottoposte al criterio della possibile falsificazione, inglobando in questo garantismo critico strutturalmente ancorato ai principi costituzionali, anche l’attenzione a inchieste che riguardavano l’ambito politico culturalmente e operativamente avverso. Accanto, l’attenzione che Rossana ha sempre avuto ai destini individuali: di chi era in carcere e di chi aveva ricostruito una vita lontano. Quando negli anni trasformammo le iniziali conoscenze costruite attorno al tema settoriale della detenzione dell’emergenza in attenzione alla totalità della detenzione stessa, dando luogo ad Antigone, non più rivista, ma associazione, Rossana mantenne il punto di un’attenzione specifica del manifesto al carcere chiedendo sempre che si coniugassero la funzione del diritto penale, la sua regolazione e la sua materialità. Nei nostri incontri parigini, nel mio periodo a Strasburgo, mi interrogava su come il carcere riproponesse nella sua composizione sociale e nella sua quotidianità le asimmetrie classiste della società esterna e subito il pensiero era: «questo il giornale deve riportarlo perché solo il nostro giornale ha la capacità di dirlo» * Fonte: Mauro Palma, il manifesto

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Mario Dalmaviva, un ironico rivoluzionario. Il ricordo di Alberto Magnaghi https://www.micciacorta.it/2016/07/22275/ https://www.micciacorta.it/2016/07/22275/#respond Thu, 21 Jul 2016 08:05:00 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22275 La scomparsa di Mario Dalmaviva, vignettista e intellettuale del gruppo dirigente di Potere Operaio. Imputato nel processo del 7 aprile ’79 per la presunta «insurrezione armata», si ribellò con uno sciopero della fame di 60 giorni.

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Mario Dalmaviva

La sua serie di disegni satirici con la cella nera ha accompagnato una generazione di prigionieri politici. Dalle assemblee operaie e studenti alla Fiat fino all’impegno nel mondo dell’editoria, con Vivalda e la rivista «Alp»
«LIbertà vo’ cercando», speciale de il manifesto, 1982
                              È morto Mario Dalmaviva. Ha resistito più di altri: la statistica dei compagni del Processo «7 aprile 1979» che hanno subìto una ingiusta carcerazione preventiva (fino a 5 anni e 4 mesi, come Mario) e sono morti prematuramente per malattia è impressionante: Luciano Ferrari Bravo, Augusto Finzi, Guido Bianchini, Franco Tommei, Emilio Vesce, Sandro Serafini, Giorgio Raiteri, Paolo Pozzi, Gianmario Baietta, Antonio Liverani… insomma, la galera uccide. Ma la ribellione di Mario all’ingiustizia è cominciata molto tempo fa, nel 1981, con uno sciopero della fame di sessanta giorni, per rivendicare la propria innocenza: il giudice Caselli lo aveva, poco prima del «teorema» del giudice padovano Calogero, prosciolto da tutti i reati torinesi per cui era inquisito. Ma anche per rivendicare la propria estraneità, dal carcere speciale di Fossombrone, al progetto delle Br di rilancio della lotta armata, attraverso le rivolte carcerarie. Nonostante questa rabbia profonda, Mario è stato un rivoluzionario dolce, sorridente, che ha accompagnato le nostre galere con l’ironia delle sue vignette. Veniva da sociologia di Trento. Un dirigente di successo alla Bolaffi a Roma («facevo il giovin signore che andava a cavallo a villa Borghese al mattino») che, come Francesco (il riferimento oggi è un po’ scontato) si spoglia dei suoi averi, folgorato dal Maggio francese, partendo con una Vespa da Roma per Torino: lo si è visto per molto tempo all’Ospedale delle Molinette occupate a Torino dirigere l’assemblea operai-studenti della Fiat, con un portafoglio gonfio alla mano. Aveva da poco conosciuto Sergio Bologna a Milano, Vittorio Rieser a Torino, con il quale aveva fondato la Lega studenti–operai, anticipatrice, con gli scioperi alla Lancia, dell’incontro sociale fra università e fabbrica ai cancelli della Fiat; una miscela esplosiva che per molto tempo ha fatto tremare padroni e sindacati, dalle grande vertenze salariali egualitarie, per lo meno fino alla grande insurrezione del 3 luglio 1969. La lotta continua si chiamava il volantino dell’assemblea permanente operai-studenti, densa di «angeli del ciclostile», che sui tre turni raccoglieva le informazioni di lotta dai reparti e le diffondeva alle porte al turno seguente, in un crescendo continuo di mobilitazione. Quando l’assemblea operai-studenti «di Mario» si esaurisce, i gruppi di Lotta continua e Potere Operaio (cui Mario aderisce) si dividono. Fino agli ultimi spasimi dello scioglimento di Potere Operaio nel 1973, e anche oltre, Marione (così affettuosamente chiamato per la sua imponente, energetica figura), pur essendo con me e pochi altri in minoranza, dopo il convegno «insurrezionalista» del ’71 a Roma, ha militato nel gruppo con lealtà (e forse ingenuità), ritrovandosi così nel gruppo dirigente della presunta «insurrezione armata» del processo 7 aprile ’79. Ma la vena poetica della sua vita quotidiana, che non dava tregua alle tendenze «seriose» di noi militanti, irrompe dal grigiore stereotipo del carcere, divenendo essenziale forma artistica: nasce la cella nera firmata «Viva», una vignetta che ha accompagnato, rispettando la tragicità dell’evento, ma sublimandolo nella satira, una generazione di carcerati politici. Il suo «culone» alla finestra di casa a Torino, che commentava il mondo dagli arresti domiciliari dopo il carcere, è stato l’ultimo atto della sua funzione sociale di vignettista. Poi ha mutato, come molti di noi, le forme del suo impegno, occupandosi, questa volta da imprenditore attento al sociale, di editoria lavorando con la moglie Teresa alla casa editrice Vivalda e a riviste come Alp. Da qualche anno si erano trasferiti a Perinaldo nell’entroterra ligure, seguendo gli odierni flussi spontanei di «ritorno alla montagna», dopo il grande esodo forzato degli anni Cinquanta verso la città fabbrica. «C’è stata, secondo me – confessò in un’intervista del 2001 – , una grande rivoluzione sociale in Italia; non è diventata, come volevamo noi, rivoluzione politica».
una vignetta di Mario Dalmaviva (Milano Libri Edizioni e speciale Linus 1984)

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