richiedenti asilo – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Fri, 25 Jan 2019 09:54:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.4 Domani la Val Susa marcia contro il decreto sicurezza https://www.micciacorta.it/2019/01/domani-la-val-susa-marcia-contro-il-decreto-sicurezza/ https://www.micciacorta.it/2019/01/domani-la-val-susa-marcia-contro-il-decreto-sicurezza/#respond Fri, 25 Jan 2019 09:54:36 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25188 La Val di Susa si schiera contro il decreto sicurezza. E sabato sarà in piazza ad Avigliana, a ridosso della Giornata della memoria, contro una legge che «discrimina l’uomo in base al luogo in cui è nato, compiendo uno strappo vigoroso ai principi della Costituzione». La manifestazione, con ritrovo alle ore 14 in piazzetta De […]

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La Val di Susa si schiera contro il decreto sicurezza. E sabato sarà in piazza ad Avigliana, a ridosso della Giornata della memoria, contro una legge che «discrimina l’uomo in base al luogo in cui è nato, compiendo uno strappo vigoroso ai principi della Costituzione». La manifestazione, con ritrovo alle ore 14 in piazzetta De Andrè, è promossa dai comuni di Vaie e di Avigliana, Recosol (la rete dei comuni solidali), Anpi Valle di Susa e Val Sangone, Chiesa Valdese di Susa, Chiesa Battista di Meana e dall’Ufficio pastorale migranti Diocesi di Susa. Ha aderito, tra gli altri, il movimento No Tav. La Valle ha intrapreso, ormai da due anni, un progetto di microaccoglienza diffusa con piccoli gruppi di migranti inseriti in ogni paese. Si tratta di un esperimento che ha avuto una eco nazionale, poi copiato da molti altri territori. Una scommessa vinta di integrazione riuscita che oggi rischia di essere abbandonata. «Con il decreto 113/2018, convertito in legge, ci troviamo di fronte – spiegano gli organizzatori – a nuove regole che impediscono il rinnovo della protezione umanitaria da parte dei migranti che ne avevano diritto. Questa legge genererà circa 60mila irregolari in due anni. I nuovi clandestini non potranno essere rimpatriati nei Paesi d’origine, sia per mancanza di fondi, sia soprattutto per la mancanza di accordi bilaterali con i governi dei Paesi di provenienza. Si riverseranno così nelle strade delle nostre città senza diritti, senza tutele e senza la possibilità di lavorare in regola. Saranno le amministrazioni comunali, in totale solitudine e con pochi mezzi, a doversene fare carico. In questo modo si rischierà di alimentare la delinquenza, il lavoro nero, lo sfruttamento del lavoro e della prostituzione». La Val di Susa è stata storicamente un luogo di transito, abitato da una comunità legata al suo territorio e nello stesso tempo capace di coltivare i semi dell’accoglienza. Ecco, perché non vuole rimanere silente. «La legge di Salvini non riconosce la protezione ai migranti per motivi umanitari, cancellandone la tutela per casi legati allo stato di salute, alla maternità, alla minore età, al tragico vissuto, ai maltrattamenti affrontati durante il difficile viaggio verso l’Italia. È una legge non solo repressiva verso chi viene definito “straniero”, ma anche verso gli stessi italiani che vedranno limitati i loro diritti a manifestare». * Fonte: Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

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In piazza la Milano antirazzista, contro Salvini e i centri per i rimpatri https://www.micciacorta.it/2018/12/in-piazza-la-milano-antirazzista-contro-salvini-e-i-centri-per-i-rimpatri/ https://www.micciacorta.it/2018/12/in-piazza-la-milano-antirazzista-contro-salvini-e-i-centri-per-i-rimpatri/#respond Sun, 02 Dec 2018 09:04:38 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25042 Migliaia di persone in piazza per dire no al Cpr di via Corelli. Un corteo per nulla istituzionale e un risultato oltre le aspettative. Tra le duecento associazioni che hanno aderito, tante quelle cattoliche. Bandiere di Prc, Leu e Pap

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MILANO. «Iniziamo da qui» urla un ragazzo dall’impianto montato sul camion alla fine della manifestazione. «È l’inizio di una campagna che impedirà la riapertura di questo lager. Oggi a Milano, domani in altre città». Dal ponte pedonale poco sopra alla sua testa viene calato uno striscione nero con scritto in bianco «No Cpr». La banda della Murga milanese forma al ritmo dei tamburi un grande girotondo, in mezzo un bambino cinese si improvvisa coreografo e dirige le danze. Una ragazza sorregge un cartello con scritto sopra «sono irregolare ma non per scelta». Il corteo si ferma a 500 metri dal centro di accoglienza di via Corelli che sarà chiuso per essere trasformato in Cpr (centro di permanenza per il rimpatrio), dopo aver percorso alcuni chilometri nella zona est della città. IN PIAZZA 20 mila persone per gli organizzatori, qualche migliaio in meno in realtà, ma di sicuro tante e non era scontato per un tema specifico come quello dei Cpr. Un corteo senza alcuna ambiguità, chi era in piazza ieri a Milano c’era anche due anni fa contro i centri di detenzione in Libia e l’istituzione dei Cpr fatta dall’ex ministro Pd Minniti. C’erano allora e ci sono stati oggi, con la consapevolezza che però tutto sta peggiorando. In piazza non c’era il Pd, l’amministrazione del sindaco Sala ha sostanzialmente ignorato questa mobilitazione che non è stata supportata neanche dalla rete Insieme Senza Muri vicina all’assessore ai servizi sociali Pierfrancesco Majorino, da sempre contrario alla riapertura del Cpr. Molte delle associazioni che fanno parte della rete hanno però aderito ed erano presenti. È STATA QUINDI una manifestazione per nulla istituzionale ma non «antagonista». I centri sociali c’erano, insieme alle 200 associazioni che hanno dato la loro adesione. Tra queste, tante cattoliche. Qualche bandiera di partito c’era, Rifondazione comunista, Liberi e Uguali, Potere al Popolo, ma è stata una manifestazione lontana dai partiti fatta di persone stanche dell’incapacità della sinistra di reagire all’egemonia della destra. Tanti gli studenti, lo spezzone d’apertura, per un corteo con un’età media piuttosto bassa. Una generazione abituata a viaggiare per il mondo senza problemi che sta crescendo in un paese che chiude i confini. C’erano gli insegnanti delle scuole di italiano per stranieri, gli operatori dei centri d’accoglienza. Anche quelli del centro di via Corelli dove vivono 300 persone, erano 350 fino a pochi giorni fa. «Alcuni se ne sono andati per conto loro, non hanno voluto aspettare la chiusura. Altri sono stati trasferiti in altre città e hanno rotto i legami che avevano creato qui» dice Andrea della scuola di zona che insegna italiano anche ai richiedenti asilo di via Corelli. C’era anche qualcuno che diciotto anni fa aveva partecipato alla grande mobilitazione del 29 gennaio 2000 contro gli allora Cpt, i centri di permanenza temporanea istituiti dalla legge Turco-Napolitano. «Quel giorno però ci fermarono con cariche e lacrimogeni sul ponte prima di via Corelli» raccontano Anna e Niccolò proprio mentre quel ponte lo attraversiamo. «Avevamo le tute bianche, allora, e gli scudi-canotto ad aprire il corteo». Un’altra epoca, un’altra Milano. «Forse siamo troppo poco incazzati» dice un’altra ragazza. MILANO HA UNA CERTA abitudine a mobilitarsi sul tema dell’immigrazione, è una consapevolezza diffusa pre-politica che è storicamente parte della città. Il risultato raggiunto ieri va però oltre le aspettative di chi si è mosso per organizzare questa giornata. Una manifestazione per lo più ignorata nei giorni precedenti dai media, che non ha avuto alcun supporto istituzionale, ma che è riuscita ad andare oltre i circuiti militanti. «Questo deve essere solo l’inizio» dicono Luciano Muhlbauer e Davide Salvadori, tra i portavoce di No Cpr. «Salvini vorrebbe aprire un Cpr in ogni regione e troverà in ogni regione qualcuno a impedirglielo. Deve diventare un problema nazionale». La cornice è quella del decreto sicurezza-immigrazione che nei giorni scorsi l’Anpi ha definito «apartheid giuridico». «Sono provvedimenti che creano segregazione, separazione tra italiani e non» dice anche Daniela Padoan di Osservatorio Solidarietà. «E non è solo una questione di leggi, i contesti fanno i testi. E il contesto oggi è quello di un attacco costante all’umanità, alla solidarietà e ai diritti». * Fonte: Roberto Maggioni, IL MANIFESTO

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Il movimento per la casa contro gli sgomberi https://www.micciacorta.it/2017/08/movimento-la-casa-gli-sgomberi/ https://www.micciacorta.it/2017/08/movimento-la-casa-gli-sgomberi/#respond Fri, 25 Aug 2017 06:47:04 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23660 La denuncia. Già stanziati i fondi per l'emergenza abitativa, ma il Comune di Roma finora ha sempre fatto muro.

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La Caritas e le altre associazioni chiedono un tavolo per gestire le situazioni più gravi. Domani alle 16, da piazza dell'Esquilino, una manifestazione per protestare contro gli sgomberi delle ultime settimane Lo sgombero di piazza Indipendenza a Roma «è ancora più odioso perché i nuclei familiari presenti nell’immobile di via Curtatone erano inseriti, insieme a quelli sgomberati da Cinecittà il 10 agosto scorso, in una delibera regionale per l’emergenza abitativa che il Campidoglio ancora oggi rifiuta di attuare, nonostante i fondi messi a disposizione dalla Regione Lazio». È la denuncia del movimento per il diritto all’abitare che richiama una legge ottenuta dopo anni di lotte per la casa nella Capitale. «Siamo ancora in tempo per convocare le istituzioni competenti e le forze sociali coinvolte, per costruire un percorso comune e serio, prima che la città divenga un’immensa tendopoli – hanno aggiunto gli attivisti – prima che la città sia caricata di nuove pesanti e insensate tensioni, e si trasformi nel campo di un vero e proprio genocidio sociale dei poveri e dei migranti». La richiesta di un tavolo e di un piano per gestire l’emergenza abitativa, e la situazione dei rifugiati, è stata avanzata anche dalla Caritas in una giornata feroce dove il prefetto di Roma, Paola Basilone, ha attaccato i movimenti per la casa che avrebbero «indotto» gli occupanti accampati a piazza Indipendenza a rifiutare sistemazioni alternative (Rieti ad esempio) in attesa della manifestazione che si terrà domani 26 agosto da piazza Esquilino alle 16 per protestare contro gli sgomberi delle ultime settimane. È ormai noto che il rifiuto dei rifugiati sia stato deciso perché tali soluzioni non garantivano posti sufficienti per tutti, avrebbero portato alla divisione dei nuclei familiari e, soprattutto, perché erano una soluzione temporanea. «In un clima di tensione innalzato alle stelle dai gravi fatti di Barcellona, prefettura e Campidoglio sotto l’egida del ministero dell’Interno, scelgono di gettare altra benzina sul fuoco – ha aggiunto il movimento – Si vuole mostrare all’opinione pubblica il pugno duro del governo. Peccato che lo si faccia contro il nemico sbagliato: poveri, migranti e rifugiati». La delibera regionale rivendicata dai movimenti per la casa ha una lunga e travagliata storia. Quando al Campidoglio c’era il Commissario Tronca ci furono polemiche sulla quota percentuale da destinare alle famiglie in occupazione per necessità e sull’obbligo della residenza negli immobili entro il 31 dicembre 2013. Tronca rifiutò la proposta di valutare l’autocertificazione o la frequenza scolastica dei bambini per stabilire la residenza. L’ex commissario stabilì anche una lista di 16 immobili da sgomberare. Questo aspetto si inserisce in un’emergenza-casa che a Roma è sistemica e colpisce tanto gli italiani quanto gli stranieri. Secondo l’Unione Inquilini negli ultimi tre anni sono state presentate tremila domande per una casa popolare e ne sono state assegnate solo 700. A giugno 2017 erano 10.516 le famiglie iscritte alle graduatoria Erp. Le assegnazioni di alloggi popolari sono state 774 (280 nel 2015 e 494 nel 2016) ai quali bisogna aggiungere 278 appartamenti assegnati attraverso un bando del 2000 e 496 del bando 2012 assegnati nel biennio 2015-2017. Gli sfratti per morosità sono uno stillicidio continuo: dodici ogni giorno in una città che ha il record di interventi della polizia in 3.215, +6% rispetto al 2015. Sfratti anche nei residence, altro problema storico a Roma. Sono stati 156 nel 2015, 140 nel 2016, saranno 180 nel 2017. Gli ospiti dei residence erano 1400, per il 2018 se ne stimano 1.022. Nella città della gente senza case e delle case senza gente questa è solo la punta dell’iceberg in un oceano in cui le occupazioni abitative sono circa 3 mila: mille quelle storiche, 800 le nuove e un altro migliaio quelle in edifici dismessi non censite. In mancanza di una visione complessiva sull’emergenza abitativa, capace di fornire un’alternativa concreta, proseguono gli sgomberi dei palazzi occupati che sarebbero passati da 120 a 93 negli ultimi tempi. FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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La polizia contro i rifugiati eritrei di Roma: «Se tirano qualcosa spaccategli il braccio» https://www.micciacorta.it/2017/08/23657/ https://www.micciacorta.it/2017/08/23657/#respond Fri, 25 Aug 2017 06:39:23 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23657 Codice Minniti. I blindati arrivano all’alba. Idranti e manganelli contro i rifugiati

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ROMA. «Neanche gli animali vengono trattati così. Ci hanno inseguito con i manganelli e gli idranti fino alla stazione Termini, ci hanno picchiato. Io vengo dall’Eritrea, sono scappata dalla dittatura ma ti dico una cosa: io lì non mai subito una violenza come quella di oggi». Quasi urla Woelte mentre mostra il braccio con i lividi delle manganellate. Come gli altri eritrei e etiopi sgomberati sabato scorso dal palazzo di via Curtatone a Roma anche lei ieri mattina stava dormendo nei giardinetti di piazza Indipendenza quando, verso le sei, sono arrivati polizia e carabinieri. Blindati, lacrimogeni, manganelli e perfino un cannone ad acqua. Uno spiegamento di forze giustificato dalla Questura con il fatto che il gruppo di rifugiati, un centinaio tra uomini e donne accampati dai sei giorni al centro della piazza, sarebbe stato in possesso «di bombole a gas e bottiglie incendiarie». In realtà a parte il gesto scellerato di un uomo che ha lanciato una bombola del gas da una finestra dello stabile occupato, la resistenza alle cariche delle forze dell’ordine è stata minima. A fine mattinata Medici senza frontiere fa sapere che sono almeno 13 i rifugiati feriti, mentre la procura si prepara ad aprire un’inchiesta in cui si ipotizzano i reati di tentato omicidio e resistenza a pubblico ufficiale in relazione «al lancio di bombole di gas, sassi e altri oggetti contro le forze dell’ordine». Quattro i rifugiati fermati. E’ finita come peggio non avrebbe potuto l’occupazione storica di via Curtatone. Dietro la scelta di far intervenire le forze dell’ordine – certamente avallata dal Viminale – c’è probabilmente anche la decisione presa dagli ex occupanti di respingere le proposte di sistemazioni alternative avanzate mercoledì dalla prefettura di Roma. Ma è chiaro che le scene di violenza viste ieri, con donne a bambini terrorizzati fatti salire sui pullman e portati via, quasi sicuramente non ci sarebbero state se il Campidoglio avesse fatto la sua parte. E’ ancora buio quando i primi mezzi blindati entrano in piazza Indipendenza e gli agenti ordinano ai rifugiati di andare via. Non c’è tempo per fare niente: non per prendere le proprie cose, figuriamoci per discutere. L’ordine è categorico e infatti partono subito le prime cariche con l’appoggio del cannone ad acqua che spazza via tutto e tutti. Il gruppo di rifugiati prova a reagire lanciando qualche bottiglia, ma è spinto dagli agenti verso la vicina via Goito. Tre ore dopo, verso le nove, la replica. Sulla piazza si presenta un gruppo di donne. Vorrebbero recuperare le borse e i vestiti che nella fuga hanno lasciato nei giardinetti. Niente da fare. «Dovete andare via», intima un poliziotto. «Va bene ma dove? Dove vado?» chiede una di loro. E’ anziana, ha un vestito colorato, non sembra pericolosa e mentre parla le altre donne si inginocchiano a terra, le braccia alzate in segno di resa. Concetto evidentemente troppo difficile da capire per un cannone ad acqua. Che infatti non lo capisce. Il getto d’acqua solleva letteralmente da terra una signora per sbatterla sull’asfalto. In un video che mostra la scena si vede che respira a fatica, come se stesse affogando. Una violenza inutile, ingiustificata ed esagerata. «E’ rimasta ferita, siamo riusciti a farla trasportare in ospedale» racconta Stefano Spinelli, uno dei medici di Msf che da sabato, giorno dello sgombero, assistono i rifugiati. «Ho soccorso altre due persone che avevano traumi da manganello agli arti, una persona con il gomito sicuramente rotto», prosegue Spinelli. Alle 11 tocca alle donne e ai bambini rimasti all’interno del palazzo occupato. «Andate via, andate via» urlano inutilmente agli agenti. Vengono trasportati tutti all’ufficio stranieri, con i bambini che urlano terrorizzati. Un episodio che Unicef e Save the Children condannano duramente. «Alcuni testimoni ci hanno raccontato che i bambini continuavano a gridare e a battere le mani sui vetri durante tutto il tragitto» denuncia il portavoce di Unicef Italia, Andrea Iacomini. Quello che succede dopo è la naturale conseguenza di una giornata fallimentare per tutte le istituzioni, nazionali e cittadine. I rifugiati bloccano per un po’ il traffico davanti alla stazione per poi inscenare un mini corteo con conseguente carica della polizia che si sposta con i blindati in mezzo a turisti e passeggeri. In un altro video è possibile sentire un funzionario ordinare agli agenti: «Devono sparire, peggio per loro. Se tirano qualcosa spaccategli un braccio». Una frase sulla quale adesso la Questura ha aperto un’inchiesta. Ieri sera un gruppo di rifugiati è tornato nei giardini di fronte alla stazione. «Noi da qui non ce ne andiamo», dice un ragazzo. E’ possibile che stamattina possano rientrare nel palazzo di via Curtatone per recuperare le proprie cose, ma poi torneranno in strada. Dove è probabile che siano destinati a rimanere «Di fronte a una simile situazione – commenta il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti umani del Senato – emerge drammaticamente l’incapacità della giunta comunale di Roma di offrire un piano abitativo capace di trovare una sistemazione civile per i profughi e per le famiglie romane che hanno bisogno di un alloggio». In questi giorni Manconi ha sentito più volte il ministro degli Interni Minniti. «Ho ricavato la convinzione – dice – che non intenda autorizzare nuovi sgomberi se non in presenza di soluzioni abitative alternative». FONTE: Carlo Lania, IL MANIFESTO

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Dal Lago: Centri per migranti, un’ipocrisia tutta italiana https://www.micciacorta.it/2017/01/dal-lago-centri-migranti-unipocrisia-tutta-italiana/ https://www.micciacorta.it/2017/01/dal-lago-centri-migranti-unipocrisia-tutta-italiana/#respond Thu, 05 Jan 2017 10:04:21 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22840 La protesta del Centro di prima accoglienza di Cona, in seguito alla morte di una donna ivoriana, fa emergere le contraddizioni e le ipocrisie dell’Italia

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La protesta del Centro di prima accoglienza di Cona, in seguito alla morte di una donna ivoriana, fa emergere le contraddizioni, le ipocrisie, l’arretratezza civile e istituzionale dell’Italia quando si affronta la questione dei migranti. E porta alla luce, se solo si dà un’occhiata ai blog e ai commenti online sui quotidiani, quanto di torbido si muove nella pancia del paese (e che viene sfruttato a fini elettorali non solo dai movimenti xenofobi e populisti, ma anche da alcuni ministri del governo post-renziano). Con metà di un continente, l’Asia, in preda a guerre di ogni tipo, e con un altro, l’Africa, stremato da fame, povertà, conflitti armati, dittature e guerre per bande, pensare di fermare migranti e profughi è peggio di un’illusione: è un puro e semplice incentivo alle stragi nei deserti e in mare. Quali che siano le spinte a lasciare i propri paesi – la fuga dalle bombe, la mera sopravvivenza, una vita decente, il miraggio del benessere, il ricongiungimento famigliare e così via – queste sono oggi più potenti della paura di morire prima di arrivare a destinazione. I migranti conoscono i rischi del viaggio, in un mondo in cui l’informazione è ubiqua. Ed è del tutto ovvio che, data la vastità della domanda, c’è chi organizza l’offerta: i passeur, gli scafisti, i signori della guerra e i governi che lucrano sulla disperazione. Ma ridurre il problema agli intermediari è una prova di ottusità. Migranti e profughi continueranno ad arrivare finché le cause delle partenze resteranno. Pensare di diminuire i numeri degli arrivi con elargizioni, vere e proprie elemosine, alla Tunisia, ai signori della guerra libici e a uno stato come il Niger, crocevia delle migrazioni africane verso il Mediterraneo, è ridicolo. Ci hanno provato Prodi, Amato, Pisanu e comprimari vari. Non ci riuscirà Minniti. Per un motivo molto semplice. Come è del tutto evidente, le controparti africane – stati disgregati o signori della guerra – hanno tutto l’interesse a non bloccare i passaggi, per continuare a incassare la mancia. Quello che faranno, e che hanno già fatto ai tempi di Gheddafi, è vessare i migranti che vengono da altri paesi, spogliarli e internarli in condizioni inimmaginabili. La missione africana di Minniti sarebbe una farsa, se non comportasse queste tragedie. Migranti e profughi continueranno ad arrivare. E poiché, al di là dei proclami, mancano i fondi per i rimpatri, ecco l’idea geniale di Minniti: moltiplicare i Cie, cioè le prigioni extra-legali in cui migranti e profughi saranno parcheggiati per mesi, in attesa di essere congedati con un panino, una bottiglia d’acqua e, se va bene, un biglietto dell’autobus. Parcheggiati e poi fatti sparire perché non diano fastidio, con la loro presenza, ai cittadini che si mettono sul piede di guerra non appena avvistato uno straniero all’orizzonte (come a Goro). D’altra parte, se le condizioni del Cpa di Cona sono quelle che abbiamo visto, figuratevi i Cie, militarizzati e sottratti a ogni sguardo o controllo pubblico. Migranti e profughi continueranno ad arrivare. Ma è del tutto evidente come le nostre autorità non abbiano in mente alcuna strategia di medio o lungo periodo per integrare legalmente i migranti e profughi nella società italiana, e cioè nei sistemi del lavoro, nell’abitazione, nell’educazione e così via. Abbandonati a loro stessi, migranti e profughi vivranno nel limbo dell’inesistenza sociale. E l’ostilità dei paesani, per quanto nutrita di leggende e pregiudizi, non potrà che aumentare. Migranti e profughi continueranno ad arrivare nei paesi europei di frontiera. Su questo punto non basta appellarsi all’Europa, con il cappello in mano, perché ne prenda un po’. Bisognerebbe pensare a un piano di inclusione continentale e sanzionare le inadempienze dei governi fascistoidi di Ungheria o Polonia. Ma è del tutto evidente che né Juncker, né Merkel imboccheranno questa strada. Tanto meno se il loro interlocutore è un Alfano o, in un futuro non del tutto improbabile, un Di Maio. SEGUI SUL MANIFESTO

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Dopo Berlino. Solo i diritti svuotano il terrorismo https://www.micciacorta.it/2016/12/22822/ https://www.micciacorta.it/2016/12/22822/#comments Sat, 24 Dec 2016 09:30:10 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22822 Dopo Berlino. Restituire agli europei i diritti sociali e politici e garantire ai profughi i diritti umani è un’unica battaglia. L’unico modo di prosciugare lo stagno del terrorismo islamista

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Il terrorismo che colpisce nel mucchio è difficile da combattere. Ma scoprire una cellula attiva tra popolazioni insediate da tempo in Europa (base indispensabile per ogni attività terroristica) è molto più difficile che individuare un terrorista imboscato tra un gruppo di profughi. Soprattutto se alla loro registrazione all’arrivo – o alla partenza con corridoi umanitari – corrispondesse il diritto a una libera circolazione in tutta Europa. Perché ciò per cui i profughi si oppongono alla registrazione, o la rendono inefficace, è il timore di rimanere intrappolati nel paese di sbarco. Che poi si traduce spesso nel famigerato decreto di espulsione differito che lascia allo sbando decine di migliaia di profughi (come Amis Amri) che il governo italiano non sa né rimpatriare né controllare rendendo facile il loro reclutamento da parte della Jihad. La gravità della situazione impone di alzare lo sguardo sulle radici del problema. Dal secondo dopoguerra l’Europa, a partire dai suoi stati centrali, è diventata un’area di massiccia immigrazione: profughi dai paesi dell’Est (circa 10 milioni), migranti dai paesi meridionali (quasi altrettanti), poi anche dai paesi della sponda sud ed est del Mediterraneo, dalle ex colonie africane e del subcontinente indiano. Dall’ultimo decennio del secolo scorso gli arrivi sono proseguiti investendo anche i paesi dell’Europa mediterranea che prima avevano alimentato una parte cospicua di quel flusso. Sono stati coinvolti più di 50 milioni di persone, molte delle quali, con i loro figli, sono poi diventate cittadini dei paesi di arrivo; per questo i migranti che non sono ancora cittadini europei sono solo 20 milioni circa. La maggior parte di quel flusso era costituita da «migranti economici» alla ricerca di un lavoro e di condizioni di vita migliori. I più il lavoro l’hanno trovato, tranne poi perderlo e venir relegati in ghetti e banlieu nel passaggio dalla prima alla seconda generazione. Senza di loro l’Europa però non avrebbe mai conosciuto i «miracoli economici» degli anni ’50 e ’60 né il più stentato sviluppo dei decenni successivi e sarebbe rimasta in gran parte un continente sottosviluppato. E lo sarà ben presto, e sempre di più, se continuerà a cercar di fermare i nuovi arrivi. PER UNA DENATALITÀ irreversibile, infatti, l’Ue (Regno unito compreso) perde circa 3 milioni di abitanti all’anno. Nel 2050, senza l’apporto di nuovi migranti, invece dei 500 milioni attuali ci saranno solo 400 milioni di abitanti, più o meno autoctoni: in maggioranza vecchi e sclerotizzati dal punto di vista fisico, economico e soprattutto culturale: una cosa che in Italia si comincia a vedere già ora. Eppure si sta facendo di tutto per fermare o per respingere i nuovi arrivi. Fino a pochi anni fa arrivava in Europa una media di 1,5 milioni di «migranti economici» all’anno (300mila in Italia, tutti o quasi regolarizzati da sanatorie di destra e sinistra). Ma l’anno scorso, invece, 1,5 milioni di profughi (170mila in Italia, in gran parte «in transito») sono stati considerati un onere insostenibile. Che cosa ha provocato quella inversione di rotta? I GOVERNI DELL’UNIONE Europea hanno risposto alla crisi del 2008, tutt’ora in corso, con politiche di austerità che hanno portato a 25 milioni il numero dei disoccupati ufficiali (quelli effettivi sono molti di più). Se non c’è più lavoro, reddito, casa e assistenza per tanti cittadini europei non ce ne può essere per i nuovi arrivati: questo è l’argomento alla base della svolta impressa alle politiche migratorie. A questa chiusura delle frontiere e delle menti si è poi sovrapposta un’ondata di «islamofobia» alimentata dalle stragi perpetrate da membri o simpatizzanti di organizzazioni terroristiche islamiste. Alla sensazione diffusa che «sono troppi», alimentata dall’austerità, si è così mescolato, ad opera dei numerosi imprenditori politici della paura, il tentativo di attribuire all’arrivo dei profughi la proliferazione del terrorismo. OGGI, DI FRONTE ALLA marea montante delle destre razziste Angela Merkel sembra rappresentare un baluardo, nonostante le sue oscillazioni e i suoi arretramenti. Ma all’origine della «crisi dei migranti», cioè dell’idea che per loro non ci sia più posto in Europa, c’è proprio l’austerità di cui la Merkel è la principale sponsor. E senza affrontarne le cause, la sua collocazione politica l’ha posta sulla china di un progressivo cedimento all’oltranzismo xenofobo. MA È SOPRATTUTTO IL metodo adottato per arginare la «piena» dei profughi che ad essere per molti versi criminale e carico di rischi. L’accordo con Erdogan, che ispira tutti gli altri accordi con paesi di origine o transito di profughi, imprigiona milioni di esseri umani nelle mani di governi e bande armate che hanno già dimostrato una vocazione a sfruttarli fino all’osso per poi farne scempio. Ma espone anche gli Stati europei al ricatto (già messo in atto a suo tempo da Gheddafi e oggi ventilato da Erdogan) di aprire le dighe di quei flussi se i rispettivi governi non saranno acquiescenti. Ma alcuni semplici punti vanno messi in chiaro. 1. I profughi di oggi fuggono in gran parte da quelle stesse forze che sono gli ispiratori, se non gli organizzatori, degli attentati che stanno insanguinando le città europee. Respingerli significa ributtarli in loro balia e, in mancanza di alternative, costringere una parte a diventarne le future reclute. 2. La politica dei rimpatri è impraticabile se non per piccoli gruppi: per mancanza di interlocutori affidabili, per il costo (tanto è vero che vengono espulsi «per finta»), per il rischio di pagarla avallando le peggiori dittature e, non ultimo, perché è una politica di sterminio, anche se «esternalizzato». 3. La distinzione tra migranti economici e profughi politici su cui si regge la prospettiva dei rimpatri è un alibi privo di basi: sono tutti migranti ambientali, mossi da conflitti sempre più atroci innescati da un deterioramento radicale del loro habitat. C’è ormai una sovrapposizione netta tra i paesi centroafricani investiti dalla crisi climatica, quelli coinvolti in conflitti riconducibili a organizzazioni islamiste e l’origine dei maggiori flussi di profughi. Ma anche la guerra civile (e mondiale) in Siria è partita da una rivolta contro il feroce regime di Assad innescata dal deterioramento ambientale del territorio; di quel fiume di profughi, e delle devastazione e degli orrori che li hanno fatti fuggire, i governi europei recano una pesante responsabilità: attraverso la Nato e la Turchia, appoggiandosi sui più feroci regimi mediorientali, non hanno esitato a fare della popolazione siriana in rivolta un ostaggio delle peggiori bande islamiste, Isis compreso, di cui ora sono il bersaglio. E facendo entrare i campo i bombardieri russi che hanno trasformato la guerra in conflitto mondiale. 4. Trasformare l’Europa in una fortezza, posto che sia possibile, significa metterla in mano a forze razziste e antidemocratiche al suo interno; ma anche perpetuare uno stato di guerra al di fuori dei suoi confini. Se nella fortezza non si può più entrare, diventerà sempre più difficile anche uscirne. Qualcuno farà mai turismo o affari leciti in luoghi come lo Stato islamico o tra i Boko haram? 5. Per questo restiutuire a ogni cittadino europeo i diritti sociali, civili e politici e garantire ai profughi i diritti che spettano a ogni essere umano è un’unica battaglia. Ed è l’unico modo, alla lunga, di prosciugare lo stagno dove sguazza il terrorismo islamista. SEGUI SUL MANIFESTO

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Come si crea il nemico in casa https://www.micciacorta.it/2016/08/22355/ https://www.micciacorta.it/2016/08/22355/#respond Wed, 10 Aug 2016 07:32:53 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22355 Dal razzismo nessuno è immune. Lo succhiamo con il latte materno. Lo assorbiamo con l’aria che respiriamo. Lo pratichiamo in forme spesso inconsapevoli

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Dal razzismo nessuno è immune. Lo succhiamo con il latte materno. Lo assorbiamo con l’aria che respiriamo. Lo pratichiamo in forme spesso inconsapevoli. Per liberarcene ci vuole attenzione alle parole che usiamo e agli atti che compiamo. Non essere razzisti non è uno stato “naturale”; è il frutto di una continua autoeducazione. E’ come con la cultura patriarcale, a cui il razzismo è strettamente imparentato e che riguarda, in forme differenti, sia gli uomini che le donne; che ne sono spesso sia vittime che portatrici inconsapevoli. Ma anche il razzismo si manifesta, in forme diverse, sia in chi lo pratica che nelle vittime. Il pensiero postcoloniale ha fatto capire quanto è lunga la strada delle vittime per liberarsi dagli stereotipi dei dominatori. Questo è il “grado zero” del razzismo; che ha poi molti altri modi di manifestarsi. Primo: fastidio. Anch’esso in gran parte inconsapevole, ma più facile da riconoscere. Fatto di mille atti di insofferenza: l’uso, a volte ironico, di termini offensivi; il volgere lo sguardo altrove; la contrapposizione tra “casa nostra” e chi casa e paese suoi non li ha più. Nelle classi svantaggiate ha radici nella competizione, vera o presunta, per spazi, servizi e lavoro. Poi vengono le parole e i gesti aggressivi e discriminatori: l’affermazione di una “nostra” superiorità; le iniziative per escludere, separare, discriminare; le angherie che giustificano emarginazione e sfruttamento con differenze “razziali”. Fin qui la pratica del razzismo è affidato all’iniziativa “spontanea” dei singoli. Poi vengono le azioni organizzate, come i pogrom di varia intensità e la delega alle istituzioni: le angherie contro profughi, migranti, sinti e rom, della polizia o delle amministrazioni locali; le campagne di stampa e media contro di loro; le politiche di respingimento e le leggi discriminatorie. Ma ovviamente non ci si ferma qui. Il grado superiore è trattare profughi e migranti come scarafaggi, il loro confinamento fisico e, alla fine, le politiche di sterminio. Implicite, quando si affida a Stati “terzi” il compito di provvedervi, chiudendo gli occhi su ciò che questo comporta. Esplicite, quando vengono gestite direttamente. La Shoah è stata la manifestazione più aberrante di questa deriva; ma, prima, lo sono stati i massacri del colonialismo e ora lo sono le pulizie etniche delle molte guerre civili del nostro tempo. Una volta la popolazione poteva far finta di non vedere. Oggi le stragi le vediamo ogni giorno sul teleschermo. Ma vediamo anche quanto sia facile scivolare lungo la china della ferocia; e quanto sia invece difficile risalirla in senso inverso. D’altronde la strada che collega volgarità e prepotenza verso le donne, al femminicidio, che in guerra può comportare stupri di massa, schiavitù e stragi, ha una unidirezionalità analoga. L’alternativa tra respingimenti e accoglienza di profughi e migranti – che sta dividendo la popolazione di tutto l’Occidente “sviluppato” in due campi contrapposti, facendo terra bruciata delle posizioni intermedie – dovrebbe indurre a chiedersi quali possibilità di successo abbia il respingimento. Non nel suscitare consenso – qui il suo successo è travolgente – ma nel realizzare i suoi obiettivi. Ma anche se invocarlo non faccia percorrere a tutti, e in tempi rapidi, la strada che dal razzismo inconsapevole conduce allo sterminio. Non sono in gioco solo politica, diritto e convivenza, ma l’idea stessa di noi e degli altri come persone. Innanzitutto respingere, se si riesce a farlo, vuol dire rigettare tra gli artigli di chi ha costretto a fuggire coloro che cercano asilo nei nostri territori; condannarli a inedia, morte, angherie e ferocia da cui avevano cercato di sottrarsi; o, peggio, farne le reclute di milizie e guerre da cui siamo ormai circondati, dall’Africa al Medioriente; o, ancora, affidare il compito di farla finita con “loro” – nella speranza, vana, di dissuadere altri dal tentare la stessa strada – a Stati, potentati o bande criminali che si trovano sulla loro strada. Ma respingere è più un desiderio che una possibilità reale: molti Stati da cui provengono profughi e migranti non hanno accordi di riammissione; non sono disposti a “riprenderseli”; non hanno istituzioni e mezzi per farlo. O li usano per ricattare, come fa il governo turco. Per sbarazzarsene bisogna lasciarli affogare. Altrimenti, in Italia e in Grecia, i due punti di approdo, le persone cui viene negata l’accettazione – asilo, protezione sussidiaria o umanitaria, permesso di soggiorno – vengono abbandonate alla strada e alla clandestinità: merce a disposizione di lavoro nero e criminalità. In questa condizione sono già in decine di migliaia. Ma se il resto d’Europa continuerà a mantenere barriere ai confini di questi paesi, non ci sarà altra soluzione che quella di enormi campi di concentramento dove internare centinaia di migliaia di refoulés, senza alcuna prospettiva di uscita. Nessuno ne parla, ma il governo non sta facendo niente per far aprire ai profughi sbarcati in Italia le porte di tutta l’Europa. E poi, dopo i campi di concentramento, cos’altro? Ma mentre le politiche di respingimento infieriscono sul popolo dei profughi, legittimando ogni forma di razzismo, e si moltiplicano le stragi che accompagnano le guerre cosiddette “umanitarie”, non si fanno i conti con il fatto che in Europa ci sono decine di milioni di cittadini europei (oltre quaranta milioni di religione musulmana) legati da vincoli di cultura, religione, nazionalità e parentela, alle vittime dei soprusi perpetrati dentro e fuori i confini dell’Unione. Come si può pensare che tra loro non maturi una ripulsa ben più forte che quella che proviamo noi? Ma anche, tra molti, soprattutto giovani, la pulsione a “colpire nel mucchio”, come succede a tante vittime “collaterali” dei nostri bombardamenti? E’ uno stragismo che ha poco a che fare con la religione, ma molto con un senso pervertito di indignazione. Affrontare questi fenomeni senza una politica di riconciliazione (e, ovviamente, di pace) dentro e fuori i confini d’Europa significa promuovere l’apartheid. Ce n’è già tanto, ma di strada da percorrere è ancora molta. Con le politiche di respingimento si fa credere che adottandole potremo mantenere il nostro stile di vita e i nostri consumi, per quanto insoddisfacenti. Invece, che si accolga o si respinga, le nostre vite e le forme della convivenza sono destinate a cambiare radicalmente. Niente sarà più come prima. SEGUI SUL MANIFESTO

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Battaglia al valico del Brennero https://www.micciacorta.it/2016/05/21802/ https://www.micciacorta.it/2016/05/21802/#comments Sun, 08 May 2016 07:23:36 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21802 Frontiere. Scontri tra No Borders in versione anarco-black bloc e forze dell’ordine italiane. Un agente ferito e decine di fermi fra i manifestanti, tra cui tre austriaci e una ragazza tedesca

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Il confine storicamente incandescente del Brennero ritorna scenario di «guerra». Residenti, turisti e camionisti rivivono – un po’ allibiti, un po’ sconcertati – una sorta di riedizione aggiornata del conflitto italo-austriaco. Salgono i No Borders in versione anarco-black bloc, organizzati come nel 1 maggio 2015 a Milano per un pomeriggio di «battaglia» contro celerini, carabinieri e guardia di finanza mentre dall’altra parte centinaia di poliziotti austriaci in assetto anti-sommossa difendono le barriere di Vienna. Alla fine, un agente italiano ferito e decine di fermi fra i manifestanti (tra cui tre cittadini austriaci e una ragazza tedesca) che hanno invaso l’autostrada e la ferrovia, ma soprattutto hanno attraversato il piccolo paese che a un certo punto viene avvolto dai lacrimogeni. Gli antagonisti duri e puri, arrivati anche dalla Germania, si erano presentati al Brennero senza la minima intenzione di trattare con la questura né di farsi avvicinare da cronisti e telecamere. Chiarissimo fin dall’inizio l’esito, anche perché «in trincea» non c’erano i centri sociali della carovana #overthefortness reduci dal campo profughi di Idomeni (3 aprile) né la sinistra sociale guidata da Gian Marco De Pieri del Tpo (arrestato e rilasciato dalla polizia austriaca il 24 aprile). Ieri è stata guerriglia senza troppi complimenti. Fuori dalla stazione, i primi slogan e l’assalto alle transenne. Poi parte il tentativo di «distruggere le barriere» al confine. Bengala, «botti» e sassi con replica di lacrimogeni. Fra i boschi pronti a intervenire poliziotti austriaci con l’elicottero che registra ogni movimento. Gli scontri si consumano nell’A22, lungo i binari e nelle strade del paese. Soltanto dopo le 17 le forze dell’ordine «riconquistano» autostrada e ferrovia, ma a valle del Brennero ancora continuano le scaramucce. Il sindaco Franz Kompatscher della Svp a caldo commenta: «Il Comune aveva chiesto di proibire questa manifestazione. Il Brennero non è adatto, è un paese pacifico. I profughi qui sono sempre stati trattati bene. Non si può distruggere un paese e non si può manifestare al confine». Al di là della «battaglia» di ieri, sono pericolosamente in gioco i rapporti fra Italia e Austria. Qui un secolo fa si è combattuto sul serio, poi i tirolesi Doc sono stati squartati dall’Anschluss di Hitler e dalla fascistizzazione di Bolzano. E anche dopo il «pacchetto» (1969) accettato dalla Svp di Silvius Magnago, la mitologia degli Schützen ha sempre covato sotto la cenere dell’autonomismo. Ma se Vienna riabbassa sul serio le sbarre del Brennero, saltano gli equilibri costruiti con l’Euregio Tirolo-Trentino-Alto Adige all’insegna dell’Ue formato Schengen. Ieri mattina a Merano proprio al congresso della Svp il ministro degli interni austriaco Wolfgang Sobotka (Partito popolare) ha provato a stemperare il conflitto: «Al Brennero non ci sarà nessun muro e il confine non verrà chiuso. Se l’Italia farà i suoi compiti non ci sarà neanche bisogno dei controlli». Ha negato perfino il nesso con le elezioni presidenziali, che il 22 maggio prevedono il ballottaggio fra Norbert Hofer (candidato dell’estrema destra Fpö che ha raccolto il 36,4% al primo turno) e l’indipendente dei Verdi Alexander Van der Bellen che parte dal 20,3%. Il ministro austriaco cerca un pertugio: «Se la Germania può controllare i migranti verso l’Austria, non si capisce perché l’Austria non possa fare lo stesso verso l’Italia». Scontato il sostegno al “piano Renzi” sulla Libia con una frecciatina alla cancelliera Merkel: «Auspico che la Commissione europea per l’emergenza migranti metta lo stesso impegno dimostrato nelle questioni economiche…». E oggi a Bolzano dalle 7 alle 21 si vota per le Comunali, test politico cruciale proprio alla luce delle tensioni al Brennero. In palio l’eredità di «Gigio» Spagnolli che al terzo mandato da sindaco è stato bruciato in pochi mesi dall’impossibile coabitazione della Svp con l’ala «rossoverde» del centrosinistra. Alle urne ben 13 aspiranti alla stanza dei bottoni in municipio con 497 candidati a un seggio in consiglio comunale. Scontato in partenza il ballottaggio, sarà davvero sintomatico capire chi potrà giocare il «secondo tempo» di una sfida inedita e apertissima. Il Pd è infatti orfano del patto elettorale con la stella alpina e si affida al city manager Renzo Caramaschi. Ma Norbert Lantschner guida il progetto alternativo di Verdi e Rifondazione, mentre il M5S rilancia la consigliera uscente Caterina Pifano. La Svp con Christoph Baur accarezza in solitudine il sogno del primo sindaco tirolese: deve fare i conti con la destra di Sueditorler Freiheit, scesa in campo apertamente come Casa Pound sul «fronte» italiano. Sembra avere meno possibilità il centrodestra classico (Fi e Lega) di Mario Tagnin, cui mancano i consensi di Giorgio Holzmann di «Alleanza per Bolzano», dell’ex Svp Anna Pitarelli e dell’ex leghista Elena Artioli.

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Scontri al Brennero nella marcia anti-muro “I profughi siano liberi” https://www.micciacorta.it/2016/04/21629/ https://www.micciacorta.it/2016/04/21629/#respond Mon, 04 Apr 2016 15:47:16 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21629 Tensione al confine con l’Austria fra polizia e centri sociali: “No alle barriere, torneremo a sfidare l’esercito”

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BRENNERO Il “compagno” dall’accento veneziano urla al megafono: «Non vogliamo un’Europa blindata, uomini liberi, profughi liberi». Poi tre volte, come da rito: «Adelante companeros, hasta la victoria». Al «siempre» i “senza frontiere” sono già in marcia contro la polizia austriaca schierata a difesa del suo confine, qui a Brenner. Sono trecento gli antagonisti da scontro dei mille saliti a 1.370 metri d’altezza per saggiare al Passo del Brennero la volontà restrittiva – verso i migranti - del governo austriaco. Le quattro e venti, ieri pomeriggio. I manifestanti hanno superato senza ostacoli polizia e finanza italiana, sono già duecento metri in territorio d’Austria. In assetto da sfondamento. Il responsabile del reparto mobile urla, in un italiano incerto: «Signori, l’autorità austriaca ha sciolto il corteo». Nessuno se ne cura. Si va all’impatto, che è più un contatto morbido che comunque la “polizei” (diciannove agenti in prima fila, cento sparsi tra i molti outlet da difendere di un paese abbandonato da quando non è più dogana) non aveva messo in preventivo. I trecento sfondano al centro con le prime linee vestite dello striscione “Con i nostri corpi abbattiamo le frontiere”. I poliziotti tengono scudi e manganelli alti, non li usano. Quando l’avanguardia ribelle con una seconda spinta si avvicina pericolosamente ai blindati, uno degli agenti tira fuori la bomboletta urticante. Spara sugli occhi italiani. Lo seguono altri tre. I “no borders” urlano, arretrano. La polizia avanza qualche metro e si ferma. Non ha ordini di picchiare, di fermare “sì”. Gli attivisti si riprendono, ora a dieci metri di distanza. Dalle retrovie partono pietre, bottiglie di birra. Una colpisce una ragazza sulla faccia: «Fermi, fermi». I manifestanti più adulti prendono a pugni due ribelli che continuano a tirare bengala. Pochi metri più in là scatta la seconda parte del piano: una dozzina di “senza frontiere” corre a bloccare due treni locali. Scavalca il guardrail, porta tendine canadesi azzurre sui binari, accende fumogeni. Anche lì i poliziotti, però, recuperano in fretta il campo e allontanano gli invasori. Il traffico dei treni passeggeri viene fermato per 10 minuti, un merci è bloccato più a lungo. I “no borders”, gran parte dei quali reduci da Idomeni, dove a cavallo delle feste pasquali hanno portato viveri e sostegno ai profughi bloccati tra Grecia e Macedonia, iniziano a piantare sul fango liberato dalla neve bandiere di accoglienza ai rifugiati. Alcuni vessilli hanno scritte di odio per Salvini, che in serata ricambierà. Sulla statale di Brenner, ai piedi dei poliziotti, con un rullo da vernice i ragazzi scrivono “Welcome refugees”, intorno, a corredo, giubbotti di salvataggio arancioni per ricordare il mare- tomba da cui quei profughi provengono. Nel giorno che precede la partenza del piano Merkel- Erdogan (pochi rifugiati certi possono arrivare in Europa, molti migranti clandestini devono tornare in Turchia) nella più delicata frontiera austriaca, il Brennero, si scopre che il Trattato di Schengen non vale più. I manifestanti che difendono i profughi non possono liberamente circolare, le merci su rotaia insieme ai clienti degli outlet in Ferrari invece sì. Alla stazione (italiana) del Brennero i “no borders” erano arrivati dal Nord-Est (Trento, Vicenza, Venezia, Padova), ma anche da Ancona, Napoli, dalla Sicilia. Si era aggiunto qualche attivista del Tirolo austriaco, due famiglie tedesche con prole in carrozzella. Tra pochi giorni, e comunque entro maggio come annunciato dal ministro della Difesa Hans Peter Doskozil, in quel tratto di confine arriverà l’esercito e in tutto il confine austriaco (quello in comune con l’Italia sono 430 chilometri) ci sarà un controllo serrato su statali, autostrade, ferrovie. Il governatore del Tirolo Gunther Platter ribadisce: “E’ necessaria una sensibile riduzione del movimento dei migranti verso l’Europa”. A sera al Brennero si contano venti contusi, cinque agenti. E quindici identificati (dalla polizia austriaca) con un quarantenne di Asti fermato per resistenza. I “senza frontiera” erano arrivati al valico con nove pullman, venti auto e il treno regionale da Bolzano. Un giovane marchigiano si era calato uno scolapasta a casco e aveva urlato: «Non è l’Europa che vogliamo, mantiene libera la circolazione dei prodotti e respinge i fratelli reduci dalla guerra». Giura al microfono: «Quando qui arriverà l’esercito a fermare i profughi, noi torneremo».  

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La rissosa Europa faccia pace coi migranti https://www.micciacorta.it/2016/03/21423/ https://www.micciacorta.it/2016/03/21423/#respond Tue, 01 Mar 2016 09:23:28 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21423 Non basterà spostare il problema più a oriente per celare all’opinione pubblica europea scene agghiaccianti come quelle che ci giungono dal confine greco-macedone. Un grande movimento sovranazionale per la pace tra l’Europa e i migranti. Questo servirebbe

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profughi

Ormai non lo si può più nascondere. Le guerre che ci incalzano più da vicino sono almeno due. La prima è quella che dal Medio oriente si estende fino alle coste libiche. La seconda è quella, unilaterale, che si sta combattendo lungo le frontiere orientali dell’Unione europea. E, in misura più circoscritta, a Calais. È la guerra contro i migranti, poiché solo con un altra guerra si può tentare di respingere chi dalla guerra fugge. Nei Balcani, in Austria, in Ungheria, in Bulgaria, si fortifica la linea del fronte. In Francia si rade al suolo l’accampamento nemico, la «Giungla» sulle rive della Manica. Dall’altra parte, l’esercito dei migranti, uomini, donne vecchi e bambini, senza armi, senza odio, senza scelta, continua e continuerà ad avanzare, e a ingrossare le sue schiere. Non ha alternative. La prima tregua, il primo trattato di pace da siglare è quello tra l’Europa e i migranti. Ma l’Europa si sta rivelando ancora più rissosa e divisa delle fazioni che dilaniano la Libia. C’è poi la guerra combattuta dietro le linee dalle destre xenofobe che vanno conquistando consensi impensabili solo fino a poco tempo fa tra i cosiddetti moderati e tra le fila della stessa politica governativa. Un piccolo episodio per tutti: la signora Erika Steinbach, beffardamente responsabile del gruppo parlamentare Cdu/Csu per i diritti umani e gli aiuti umanitari, posta l’immagine di un pupo biondo circondato da persone di pelle scura e foggia orientale che gli domandano: «Ma tu da dove vieni?». Il titolo dell’eloquente scenetta è «Germania 2030». E non è la sola, tra i politici conservatori, a farsi paladina dell’identità minacciata del Volk e delle sue tradizioni. Senza contare gli squadristi di Pegida e di altre formazioni radicali, quotidianamente dediti ad attentati e aggressioni in un crescente clima da pogrom. Anche una volta varcate le frontiere della Germania per i fuggiaschi la guerra non è ancora finita. Angela Merkel cerca di fare fronte alla deriva che direttamente la investe. Nella sostanza ha dovuto retrocedere, e non di poco, con la restrizione del diritto di asilo, la facilitazione delle espulsioni, la moratoria dei ricongiungimenti familiari, ma non può cedere sul principio e l’ideologia della chiusura. Significherebbe compromettere la sua figura politica, consegnare il partito nelle mani delle correnti più conservatrici, minare tutta un’architettura della stabilità costruita nel corso di anni. E, questa volta, ha disperato bisogno di salvare quella stessa Grecia che pochi mesi fa condannava all’ostracismo. Ad Atene precipitano tutte le contraddizioni d’Europa. Dopo avere subito, nelle forme drammatiche che abbiamo visto , la frattura tra il nord e il sud del Vecchio continente, la Grecia patisce ora pesantemente la frattura tra Est e Ovest. Di fatto isolata dall’area Schengen, in seguito alla blindatura sempre più intransigente e aggressiva dei paesi balcanici e di quelli dell’Europa dell’Est, Atene si trova ad affrontare una situazione catastrofica. Intanto per il costo insostenibile sul piano economico, ma che presto potrebbe avere anche gravi ripercussioni sociali, malgrado la solidarietà fin qui mostrata dagli abitanti delle isole più toccate dal flusso dei migranti. Se la Grecia dovesse rovinare su se stessa questo non significherebbe solamente il fallimento della politica migratoria di Angela Merkel, ma una spaccatura, probabilmente irrimediabile, dello spazio politico europeo. E, visto le posizioni maramaldesche assunte dai governi dell’Unione nei confronti di Atene durante la crisi dei debiti sovrani, non c’è da attendersi oggi maggiore lungimiranza. Tutti intanto si aspettano che dal cappello della crisi esca il coniglio della Turchia, disponibile in cambio di soldi a sistemare un buon numero di profughi sul proprio territorio. Qualcosa di non dissimile da quello che i paesi più poveri facevano con i rifiuti tossici. Visti i sistemi con cui viene governata la Turchia, il paragone rischia di non essere solo una malevola fantasia. Ma non basterà spostare il problema più a oriente per celare all’opinione pubblica europea scene agghiaccianti come quelle che ci giungono dal confine greco-macedone. Un grande movimento sovranazionale per la pace tra l’Europa e i migranti. Questo servirebbe

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