Rossana Rossanda – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Fri, 25 Sep 2020 10:46:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Addio a Rossanda, il ricordo di Étienne Balibar https://www.micciacorta.it/2020/09/addio-a-rossanda-il-ricordo-di-etienne-balibar/ https://www.micciacorta.it/2020/09/addio-a-rossanda-il-ricordo-di-etienne-balibar/#respond Fri, 25 Sep 2020 10:46:09 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26247 Addio Rossana Rossanda. Un’ispiratrice, una guida a un tempo esperta e benevola

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È stato tramite Louis Althusser, di cui fu amica fedele nel periodo più difficile e interlocutrice senza concessioni negli anni di crisi del comunismo occidentale, che ho incontrato Rossana Rossanda, poco dopo il «convegno di Venezia» su «Potere e opposizione nelle società post-rivoluzionarie» del 1978. Presto la nostra relazione divenne più personale, coinvolgendo altri compagni e amici, alcuni dei quali sono ancora in vita e non hanno rinunciato alle speranze che convividevamo : « trasformare il mondo» e «cambiare la vita». Ho rispettato in lei una persona più anziana, un’ispiratrice, una guida ad un tempo esperta e benevola. Ho imparato da lei a tenere assieme, nei limiti del possibile, il rigore di una posizione di partito e l’apertura alle novità della storia, a tutte le sorprese buone e cattive del mondo contemporaneo. Con lei e alcuni altri, ho cercato «controcorrente» di immaginare un’Europa dei lavoratori emancipati dallo sfruttamento, donne e uomini in cerca di autonomia e eguaglianza, della solidarietà tra i cittadini di una nazione e gli stranieri che la abitano, un’Europa che resiste a tutti i populismi, in breve un’Europa comunista. Non siamo sempre stati d’accordo al 100% – e per fortuna ! – ma credo che abbiamo coltivato il rispetto, l’ascolto reciproco, la fiducia intellettuale, cose così rare nelle lande della politica, a cui continuerò ad ispirarmi con lei e in sua memoria. * Fonte: Étienne Balibar, il manifesto

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Leggi di emergenza. Rossana e la voce discordante di «Antigone» https://www.micciacorta.it/2020/09/leggi-di-emergenza-rossana-e-la-voce-discordante-di-antigone/ https://www.micciacorta.it/2020/09/leggi-di-emergenza-rossana-e-la-voce-discordante-di-antigone/#respond Tue, 22 Sep 2020 06:54:02 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26243 «Ho sempre diffidato della parola verità e del suo uso specie quando riguarda la conoscibilità della persona», diceva. Il 7 aprile 1979, l’inchiesta padovana e poi quella romana resero evidente l’urgenza di opporsi a ricostruzioni onnivore e distruttive di soggettività.

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«Un ricordo di studi ormai lontani mi ha fatto sempre diffidare della parola verità e del suo uso, specie quando riguarda la conoscibilità della verità della persona, soprattutto in quell’intrico di calcolo, emozioni, passione che è l’atto trasgressivo. E così complessa è la verità della persona che, in fondo, può apparire che la verità processuale sia la più semplice perché sorretta da un sistema convenzionale come quello delle procedure». Rossana parlava, in quell’occasione di più di trent’anni fa di verità processuale – era un confronto su tale tema con alcuni magistrati, giuristi e parlamentari organizzato da Antigone – e di come attorno ai diversi tentativi di appropriarsi della presunta verità si giocasse un ruolo tutto stretto all’interno di ricostruzioni o giudiziarie o complottistiche. Ricostruzioni che perdevano comunque lo spessore politico e collettivo di azioni, che però solo attraverso tale dimensione potevano essere inquadrate. La verità diveniva solo quella processuale e vite, aspirazioni, progetti sparivano, portando con sé, in tale dissolversi, anche la riflessione doverosa sugli errori commessi e sulle loro conseguenze, spesso gravi.

PROPRIO IL RISCHIO di una lettura della complessità con la sola lente delle ipotesi investigative e il prevalere di una tendenza a rileggere una storia come mero «romanzo criminale» aveva portato Rossana e uno stretto drappello di persone a esaminare sin dall’inizio le conseguenze delle ricostruzioni delle procure e le prassi processuali indotte da misure di emergenza adottate alla fine degli anni Settanta.Una riflessione che, affiancandosi a quella sulle radici e sugli snodi che avevano indotto settori del vasto movimento degli anni precedenti a imboccare la via della lotta armata, apriva anche all’analisi delle regole e alle garanzie. Tema, questo, certamente non usuale nel pensiero e nella tradizione comunista, ma che proprio perché non scisso dall’altro relativo all’analisi dei processi che si erano sviluppati nella complessità sociale, non rischiava di concedersi al pensiero liberale. Al contrario, apriva un nuovo fronte di rifondazione di un garantismo non formalista, ma attento ai mutamenti normativi, ai processi, ai rischi che l’eccezione diventasse normalità, a che una presunta ragione politica prendesse il sopravvento sull’ordinamento. Il Centro di documentazione sulla legislazione d’emergenza che avviammo insieme in quel periodo, con alcuni altri e sostenuti dal sapere giuridico di Papi Bronzini, Luigi Ferrajoli, Gianni Palombarini, si mosse nella direzione di esaminare i primi processi e darne sul manifesto un resoconto diverso dal coro che caratterizzava l’informazione. TROVÒ POI TERRENO di sviluppo quando il 7 aprile 1979 l’inchiesta padovana e quella successiva romana resero evidente l’urgenza di opporsi a ricostruzioni onnivore e distruttive di soggettività e pensiero. Tutte le udienze del processo che si tenne anni dopo, vennero da me seguite accanto a un’attenta Rossanda e alla lettura della sentenza di appello che smantellò quell’impianto non gioimmo perché pezzi importanti di vita erano stati fatti trascorrere in carcere, per molti. IN QUEGLI ANNIil manifesto giocò un ruolo importante: era la voce non soltanto dissenziente rispetto al coro, ma la più documentata. Per questo, si avviò l’iniziativa della rivista Antigone che portava nel suo sottotitolo Bimestrale di critica dell’emergenza. Era la metà degli anni Ottanta e la necessità di ricercare una soluzione politica che non abbandonasse un periodo all’oblio e non destinasse una generazione al dissolvimento del proprio futuro portò a elaborare ipotesi che facessero uscire dalla secca alternativa tra la collaborazione attiva e l’irriducibile conflitto armato con lo Stato. NEL PRIMO NUMERO della rivista, proprio Rossanda scrisse attorno alla mancata risposta da parte delle istituzioni alla richiesta di uscita di chi prendeva atto del venir meno delle presunte condizioni iniziali del proprio agire. Il primo numero di Antigone venne presentato in un giorno triste: la fatale coincidenza con un grave omicidio da parte di gruppi residui della lotta armata attuato pochi giorni prima. E ciò consentì a Repubblica – che pure oggi sembra aver trovato un residuo di apprezzamento di quelle riflessioni e di quel dibattito – di titolare l’uscita della rivista in modo infamante: «Ma Antigone non uccideva». Il manifesto è stato da solo nella costruzione di un pensiero che riuscisse a leggere le ferite di quel periodo per capire, non per giustificare, ma per evitare la rimozione secondo le due linee prevalenti: una qualche eterodirezione o una storia solo di competenza giudiziaria. PER QUESTO TUTTE le facili ricostruzioni sono state sottoposte al criterio della possibile falsificazione, inglobando in questo garantismo critico strutturalmente ancorato ai principi costituzionali, anche l’attenzione a inchieste che riguardavano l’ambito politico culturalmente e operativamente avverso. Accanto, l’attenzione che Rossana ha sempre avuto ai destini individuali: di chi era in carcere e di chi aveva ricostruito una vita lontano. Quando negli anni trasformammo le iniziali conoscenze costruite attorno al tema settoriale della detenzione dell’emergenza in attenzione alla totalità della detenzione stessa, dando luogo ad Antigone, non più rivista, ma associazione, Rossana mantenne il punto di un’attenzione specifica del manifesto al carcere chiedendo sempre che si coniugassero la funzione del diritto penale, la sua regolazione e la sua materialità. Nei nostri incontri parigini, nel mio periodo a Strasburgo, mi interrogava su come il carcere riproponesse nella sua composizione sociale e nella sua quotidianità le asimmetrie classiste della società esterna e subito il pensiero era: «questo il giornale deve riportarlo perché solo il nostro giornale ha la capacità di dirlo» * Fonte: Mauro Palma, il manifesto

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Il crollo del muro di Berlino e la grande puzza di guerra https://www.micciacorta.it/2019/11/il-crollo-del-muro-di-berlino-e-la-grande-puzza-di-guerra/ https://www.micciacorta.it/2019/11/il-crollo-del-muro-di-berlino-e-la-grande-puzza-di-guerra/#respond Sat, 09 Nov 2019 09:45:52 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25758 Quanto avesse ragione Luigi Pintor sarebbe stato chiaro solo nel 1991, la stessa data della fine dell’Unione sovietica. Con la prima guerra occidentale all’Iraq e con il nuovo protagonismo della Nato a partire dai Balcani

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Era il 9 novembre 1989, nel quotidiano comunista il manifesto iniziava la riunione di redazione come ogni mattina. Nella stanza del caporedattore attigua all’ingresso, al quinto piano di Via Tomacelli 146, c’era un’insolita euforia. La notizia appena arrivata era che le autorità della Ddr (la Germania dell’est) avevano «inconsapevolmente» comunicato l’apertura dei varchi di passaggio verso la Rdt (la Germania dell’ovest), del Muro di Berlino. Era l’inizio della caduta festosa della barriera che divideva le due Germanie. In molti tra i più giovani erano più che entusiasti; molto più dubitativi invece i meno giovani, legati alla storia della radiazione dal Pci, nel 1969, del gruppo che aveva accusato il Partito comunista italiano di avere abbandonato Praga e Dubcek nelle mani della restaurazione di Mosca dopo l’invasione dell’agosto ‘68 della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia. Il Manifesto, che aveva già nel 1977 e 1978 promosso ben due convegni internazionali sul potere e sull’opposizione nelle società post-rivoluzionarie a partire dall’Europa dell’Est, con Rossana Rossanda era da tempo impegnato a sostenere la svolta politica straordinaria che Michail Gorbaciov, diventato segretario del Pcus nel 1985, aveva impresso a quel che rimaneva dell’Unione sovietica. E a seguire i cambiamenti che ne erano derivati nell’Est e nel mondo. A giugno dell’89 c’era stata la strage della Tian An Men a Pechino, mentre rinascevano i pericolosi nazionalismi nell’ex Jugoslavia. Ma anche Rossana Rossanda quella mattina era guardinga sulla grande «implosione» che accadeva sotto i nostri occhi. Più perplesso ancora appariva il direttore del giornale Luigi Pintor. Dopo molti interventi tutti più che positivi sugli avvenimenti in corso (secondo l’auspicio: “così cadranno anche i Muri dell’Occidente”), gli sguardi si rivolsero interrogativamente proprio a lui. E Luigi Pintor alla fine sussurrò: «Io sento solo una grande puzza di guerra». Che cosa volesse dire davvero e quanto avesse ragione Luigi Pintor sarebbe stato chiaro solo due anni dopo nel 1991, la stessa data della fine dell’Unione sovietica. Con la prima guerra occidentale all’Iraq a partecipazione anche italiana e con il nuovo protagonismo della Nato a partire dai Balcani. Perché il Patto atlantico, nato nel 1949 in funzione difensiva dopo la crisi di Berlino contro i paesi della sfera sovietica e l’Urss, con il crollo del nemico avrebbe dovuto perlomeno scomparire. Il Patto di Varsavia (costituito nel 1955 dopo l’ingresso della Germania ovest nella Nato) si era sciolto nel 1991. E invece alla fine del 1999 tutti gli ex paesi del Patto di Varsavia (Polonia, Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria, Ungheria e Albania) dentro l’accurata «strategia dell’allargamento a est» – e «in violazione dello spirito degli accordi sulla riunificazione tedesca», racconta Gorbaciov al manifesto – avrebbero fatto tutti parte dell’Alleanza atlantica, con basi militari, nuovi sistemi d’arma, progetti di scudo antimissile, prigioni della Cia e rinnovati quanto costosi bilanci militari. Tutti intorno ai confini della Russia, a quel che rimaneva dell’ex potenza sovietica, mentre i governi occidentali facevano il tifo per l’astro nascente «democratico» Boris Eltsin, che di lì a due anni avrebbe bombardato il parlamento russo. E questo ingresso nella Nato di tutti i Paesi dell’Est avveniva ben prima della loro entrata nell’Unione europea e anzi come «prova» del loro adeguamento alla democrazia occidentale. Ben altro che la «casa comune europea» tanto cara a Michail Gorbaciov prima di essere sconfitto. E tutti questi Paesi avrebbero partecipato direttamente con propri contingenti e intelligence a tutte le nuove guerre occidentali fatte in nome dei diritti umani per distruggere i diritti umani, come in Iraq, in Afghanistan e ad ultimo in Libia e Siria. E in Italia? Arrivò la Bolognina, con la cancellazione del Pci e l’abbandono della storia del comunismo italiano e del suo protagonismo originale nella costruzione della democrazia; seguito da Mani pulite e dal giustizialismo politico, finché nel 1994 apparve sulla scena il fenomeno dell’antropologia politico televisiva, «situazionista di destra», di Berlusconi. Da quegli anni in poi insomma intorno a noi si è estesa una vasta, insopportabile, ammorbante puzza di guerra. Sia chiaro: non che prima dell’89 le guerre non ci fossero. Tragicamente rientravano nel conflitto tra i due blocchi, invalicabile per il terrore atomico. Intanto il Vietnam veniva insanguinato con due milioni di morti e venivano massacrate le rivoluzioni in Cile e poi in Angola e Mozambico nell’intento della potenza imperiale Usa di contenere «l’avanzata nel mondo del comunismo»; e poi l’Afghanistan con l’intervento speculare sovietico e poi il ritiro proprio a metà dell’89. La guerra era lontana ma non per questo meno criminale. Una sola era la certezza: l’Italia e l’Europa, pur schierate nel fronte politico occidentale che le sosteneva, non partecipavano direttamente ai conflitti. Fu proprio dal 1989, dalla Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa del 1990 e dalla Commissione Badinter ancora della Cee che la guerra, a partire dal Sud Est europeo – altro che le affermazioni «L’Europa ha garantito in questi anni la pace» -, tornava prepotentemente in Europa; e anche l’Italia, come sistema-militare e alleato strategico nella Nato, ne sarebbe via via stata protagonista, nel disprezzo della sua Costituzione fondativa. E nel silenzio e all’ombra delle decine di nuovi Muri – dalla Palestina, ai Balcani, tra Usa e Messico, etc.- che sarebbero stati edificati. * Fonte: Tommaso Di Francesco, il manifesto

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Rossana Rossanda. I giovani e la scelta antifascista nella battaglia delle idee https://www.micciacorta.it/2019/07/rossana-rossanda-i-giovani-e-la-scelta-antifascista-nella-battaglia-delle-idee/ https://www.micciacorta.it/2019/07/rossana-rossanda-i-giovani-e-la-scelta-antifascista-nella-battaglia-delle-idee/#respond Fri, 19 Jul 2019 08:42:12 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25560 La lettura. L'intervento di Rossana Rossanda al convegno su Antonio Banfi in senato

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«In piena guerra, leggemmo le 16 pagine di Antonio Banfi su quale fosse la scelta morale: pronunciarsi contro il proprio paese o difendere il regime repubblichino. La coscienza del carattere problematico delle idee, la critica alle ’anime belle’, il rilievo dei presupposti concreti, un realismo estremo e deciso, verso sé e verso gli altri»» Si è svolto il 18 luglio 2019 nella biblioteca del Senato a Roma il convegno intitolato “Antonio Banfi, intellettuale e politico”. Promosso dal Presidente del Comitato per la biblioteca e l’archivio storico del Senato, Gianni Marilotti, in collaborazione con l’Ufficio studi del Gruppo Pd, sono intervenuti Aldo Tortorella, Roberto Rampi e Fabio Minazzi. Il testo che pubblichiamo è quello dell’intervento inviato da Rossana Rossanda, allieva di Antonio Banfi, che racconta l’oggetto degli studi di un gruppo di giovani nel pieno dell’occupazione nazifascista, della Resistenza e della guerra. Ragazze e ragazze che, anche attraverso quelle letture e quegli studi, maturarono scelte consapevoli. Oggetto del nostro studio è il saggio “Moralismo e Moralità” edito da Banfi nel n. 1-2 della rivista “Studi filosofici”. Esso è stato pubblicato nel 1948; non ne abbiamo l’originale ma la ristampa a cura del “Centro studi Antonio Banfi” della provincia e del comune di Reggio Emilia uscito nel 1946. Infatti la rivista di Banfi, redatta soprattutto da lui medesimo in qualità di direttore con l’aiuto dei suoi allievi Enzo Paci, Giulio Preti, Remo Cantoni e del collega Giovanni Maria Bertin, senza avere la pretesa di indicare una scuola, ma un complesso di problemi filosofici urgenti, è uscita in un anno straordinario. Il 25 luglio del 1943, in piena guerra, aveva avuto luogo la riunione dell’organismo dirigente del Partito Nazionale Fascista, il Gran Consiglio del Fascismo, nel quale si era spaccato il partito e, soprattutto per l’attività di Dino Grandi, Mussolini era stato messo in minoranza e aveva finito con l’essere arrestato in nome del re Vittorio Emanuele III. Venne quindi rinchiuso in un albergo adibito a carcere in Abruzzo a Campo Imperatore da dove sarebbe stato liberato, naturalmente senza l’accordo del Regno d’Italia, dall’incursione di un ufficiale ungherese – Otto Skorzeni – riparando poi in Germania. In quel periodo, e precisamente sul finire dell’estate, l’Italia si era separata dalla Germania alla quale era legata dall’asse italo-tedesco dichiarando il suo allontanamento dalla guerra fino ad allora condotta in comune. Si è trattato di un periodo sicuramente confuso della vita nazionale giacché mancava qualsiasi precisa direzione dello Stato e delle forze militari. In seguito a questa decisione unilaterale italiana, la Germania dichiarava guerra all’alleato che considerava in qualche misura traditore, anche se non ne esistevano i termini giuridici concreti. Nel novembre del 1943 Luigi Mascherpa e Inigo Campioni – i due ammiragli italiani preposti che avevano difeso eroicamente per oltre due mesi, insieme alle forze militari inglesi, l’isola di Lero nel Mar Egeo, si arresero con i loro soldati e i loro ufficiali ai tedeschi. Molti di quei soldati e di quegli ufficiali vennero trucidati sull’isola. I due ammiragli furono arrestati, spediti ad Atene e da lì in un campo di concentramento in Polonia per essere infine consegnati ai repubblichini di Salò per un processo strumentale e sommario con l’accusa di tradimento della patria. I due ammiragli vennero giustiziati nel maggio del 1944. E’ dunque nei mesi convulsi nei quali di fronte alla scelta fascista e tedesca si organizzava anche la Resistenza antifascista che esce la rivista banfiana; e questo spiega l’impossibilità di reperire la stampa del primo numero nella sua forma originale. Ricordo ancora per essere stata studentessa del primo anno della Facoltà di Lettere e Filosofia, l’affollarsi di studenti e studentesse in preda alla massima confusione davanti alle aule della sede transitoria di via Passione dell’ex Collegio Reale delle Fanciulle, in attesa di essere successivamente assegnata all’antico Ospedale di Milano in via della Festa del Perdono dove risiede tuttora. Quella folla di giovani dai diciotto ai vent’anni, non sapeva letteralmente cosa fare tanto è vero che mentre per le ragazze il problema era strettamente personale, questo problema diventava drammatico invece per i giovani invitati ad arruolarsi nelle truppe del regime fascista di Salò. A coloro che si fossero rifiutati non restava che la strada della clandestinità e il tentativo di raggiungere le forze, anch’esse ancora disgregate, del Comitato di Liberazione Nazionale; esso avrebbe assunto una via più precisa nei mesi immediatamente seguenti, ma intanto la scelta del “che fare” restava strettamente individuale. Si era al corrente che le forze antifasciste si stavano organizzando; in particolare il Partito Comunista italiano e il Partito d’Azione; sapevamo che avremmo potuto trovare fra di noi alcuni rappresentanti di questi due partiti, ma in mancanza di un’organizzazione clandestina precedente la maggior parte di noi non sapeva letteralmente a chi rivolgersi. Sono stati dunque mesi molto difficili e insieme decisivi per le scelte di milizia e di vita che comportavano; e non senza una particolare drammaticità sia per le minacce costituite dalle forze fasciste e tedesche organizzate, sia per la presenza tra di esse e in mezzo a noi di alcuni ex combattenti della guerra immediatamente precedente che interrogavano i compagni sul senso che aveva avuto il loro stesso sacrificio. In questo clima uscì dunque il n. 1-2 della rivista “Studi Filosofici” con il breve saggio firmato dallo stesso Banfi: “Moralismo e Moralità”. Esso ebbe un effetto deflagrante tra noi studenti perché in qualche modo sollevava lo stesso dilemma che ci veniva posto dalla situazione politica. In particolare l’attacco che Banfi rivolgeva al moralismo come pretesa di un richiamo a una validità astratta, in quanto atemporale, di una legge morale valida per sempre. Questo sembrava rispondere direttamente alla martellante propaganda tedesca e fascista, richiamandosi a quella che poi sarebbe stata definita “Resistenza”, e quindi al carattere egualmente astratto e sostanzialmente infondato del potere di Stato e Nazione che ci voleva al suo fianco. Nessuno parlò allora pubblicamente ai giovani come questo saggio di sedici brevi pagine che direttamente poneva il problema di quale fosse la scelta morale che eravamo chiamati a fare: pronunciarsi contro il proprio paese augurandosene la sconfitta oppure mettersi dalla parte del regime. Problema assai impervio; anzitutto perché non è facile scegliere la sconfitta della propria nazione; ma non era ugualmente semplice stare dalla parte di chi ci aveva trascinato in una guerra di cui stavamo conoscendo la ferocia e l’estensione geografica in gran parte dell’Europa. Per questo leggemmo “Moralismo e Moralità” come una guida per l’immediata decisione che dovevamo prendere; nel mio piccolo accadde lo stesso. E questo spiega perché questo testo è rimasto impresso nel corso della mia intera esistenza. In pratica non mi restava che provare a stabilire un contatto con il CLN del quale peraltro non sapevo nulla se non che – si diceva – Antonio Banfi ne facesse parte. Non mi restò dunque che cercarlo anche se era una scelta azzardata; in quell’autunno lo cercai nella sala dei professori. Lo trovai appoggiato davanti a un radiatore spento e alla sua domanda di cosa desiderassi non potei che buttarmi repentinamente nell’acqua: «Mi dicono che lei aderisce alla lotta antifascista: è vero?» Banfi dovette capire che ero una giovane un po’ stolta ma non una provocatrice per cui decise di rispondermi con sincerità e, al suo «sì», incalzai: «Ho bisogno di capire che cosa devo fare. Forse lei può dirmi che cosa prima di tutto devo leggere». Egli si spostò verso il tavolo e scrisse un foglietto che ho ancora davanti agli occhi e poi me lo diede dicendomi di leggerlo. C’era scritto: Harold Laski, “La libertà nello Stato moderno” e “Democrazia in crisi” pubblicati ambedue dall’editore di Croce; Karl Marx, “Il Manifesto del Partito Comunista”“Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” e poi “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte” non ricordo da chi editi, Lenin “Stato e rivoluzione” e infine per ultimo: «di S. quello che trovi». S. era evidentemente Stalin; era dunque proprio comunista! Lo lasciai e nella via di ritorno a casa presso Cantù, dove eravamo sfollati, mi fermai nella biblioteca di Como. Con altrettanta disinvoltura non mi restava che rivolgermi al personaggio che dirigeva la sala di lettura. Gli lessi il foglietto. Egli non fece una piega e mi disse: «Cerchi alla fine del casellario.» Ed effettivamente trovai nell’ultimo cassetto quasi tutti i volumi che Banfi mi aveva segnalato salvo quelli del fatale S.. Tornai a casa piuttosto stravolta e mi confidai con mia sorella, più giovane e che frequentava ancora il liceo, e assieme precipitammo in una settimana di convulse letture. Per conto mio cominciai da “Stato e rivoluzione” per non prenderla alla larga. Ricordo ancora adesso il carattere tumultuoso di quella lettura che fu veramente una volta per sempre. Sarei poi tornata da Banfi dicendogli semplicemente di aver letto i libri che lui mi aveva consigliato e di voler sapere cosa dovevo fare; e lui mi rispose indicandomi il nome di quello che sarebbe stato il mio contatto con il Comitato comasco di Liberazione Nazionale: la professoressa Maffioli. Da allora i miei rapporti durarono per tutta la guerra della quale qualcosa ho raccontato nel volume “La ragazza del secolo scorso”. Quel numero di “Studi Filosofici” ce lo contendemmo fra molti. Gli studenti di Banfi vi riconoscevano i suoi temi di fondo: il rifiuto di soluzione eterne e atemporali e il richiamo permanente alla concreta realtà del vissuto: «la coscienza del carattere problematico delle idee morali… che ci conduce allo scoprimento della sfera morale. Da Socrate essa è di fatto il fondamento di una continua inchiesta per cui noi e la nostra vita siamo obbligati a confessarci, a chiarirci di fronte alle esigenze ideali; l’immagine di Socrate – non del Socrate filosofo o martire – ma il Socrate uomo e libero cittadino ateniese pronto a ispirarsi a una concreta realtà come è quella della sua vita piuttosto che a teorie morali, siano esse le più nobili e più pure”. E qui si fa evidente il momento di uno spirito morale veramente costruttivo. La coscienza del carattere problematico delle idee, la critica delle loro soluzioni convenzionali, il rilievo dei presupposti concreti per cui si giustificavano le loro risorse come un terreno da cui può risorgere una vera moralità. Realismo dunque estremo e deciso. Verso di sé e verso gli altri… che vuol dire al di là di ogni mascheratura retorica, al di là di ogni giudizio convenzionale, al di là degli schemi moralistici che oscurano la realtà a noi stessi e agli altri. Un conoscerci senza infingimenti, un riaffermarci e un reciproco sentirci per quel che sentiamo non secondo una forma moralistica, ma secondo le forze reali che sono in noi e che attendono di essere riconosciute per agire. Proprio per questi motivi non vi è nulla da guadagnare a celarne le contraddizioni, le asprezze, i problemi, a postulare di questi una soluzione moralistica come si fa spesso per i problemi di vita personale. E’ piuttosto necessario considerare quei problemi senza attenuazioni, senza riduzioni ideologiche nella realtà del campo dove sono nati e si sviluppano, al di là del senso parziale e ricco di contaminazioni che essi determinano… occorre scendere in fondo in questa loro realtà perché dalla vissuta esperienza chiara e oggettiva si svolga una loro soluzione, non una soluzione moralistica ma la linea di sviluppo morale delle loro soluzioni… nessuna maggiore ingenuità o malafede che il volere imporre a quelle esigenze una soluzione o un metodo di soluzione moralistici. E’ il modo di sformarle e di eluderle, e riesce di fatto ad abbandonarle alla sedentarietà degli averi, fuor di ogni criterio morale e quindi non vero senso di umanità. E’ necessario piuttosto laddove è possibile viverle così, schiettamente e radicalmente, proprio nel loro campo, che la loro soluzione e il processo per arrivare a quella soluzione facciano sgorgare l’atto della moralità – di una nuova moralità. Chi non fa questo è la figura hegeliana dell’”anima bella” sempre oggetto di polemica di Banfi. Questo saggio dunque risolveva ogni immagine nobilmente tragica del seguire l’ipotesi vagheggiata da fascisti e tedeschi per fondare una diversa realtà. “La moralità è sempre il partecipare e costruire assieme del libero mondo dell’umanità nella realtà concreta in cui essa vive”. Sono soltanto sedici pagine il cui senso tuttavia non sfuggì né ai fascisti né ai tedeschi che decisero la chiusura della rivista; essa quindi cessò di uscire come n 1-2 nel 1944 e sarebbe ripresa nel 1946 a guerra finita per arrivare ad una chiusura decisa da Banfi stesso dopo un Comitato Centrale del Partito Comunista che aveva rimproverato una recensione critica di Remo Cantoni a una sbrigativa liquidazione del problema dell’esistenzialismo ad opera di Jean Kanapa. Insomma Banfi aveva appena cessato di scontrarsi con fascisti e tedeschi per incontrare le rigidità del suo partito, il Pci. Concludo limitandomi a segnalare oggi quale decisiva importanza abbia avuto per me e per la mia generazione l’uscita di quel saggio Moralismo e Moralità che, con la prefazione di Eugenio Garin, fu poi pubblicato nel dopoguerra a cura del Centro Antonio Banfi del comune di Reggio Emilia insieme al resto delle sue opere più importanti cui egli stesso aveva potuto provvedere prima che la morte lo cogliesse nel 1957 e che ora l’Istituto Luigi Sturzo mi ha cortesemente messo a disposizione. * Fonte: Rossana Rossanda, IL MANIFESTO

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Il manifesto ha 50 anni. Un gruppo omogeneo d’ispirazione comunista https://www.micciacorta.it/2019/06/il-manifesto-ha-50-anni-un-gruppo-omogeneo-dispirazione-comunista/ https://www.micciacorta.it/2019/06/il-manifesto-ha-50-anni-un-gruppo-omogeneo-dispirazione-comunista/#respond Fri, 21 Jun 2019 17:08:08 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25511 Il bacino di interesse era offerto dal Pci ormai maturo per una discussione libera, alimentata anche dall’infrangersi della compattezza internazionale dei partiti comunisti Il manifesto fu pensato come rivista mensile nell’estate del 1968. Il primo numero usci nel giugno del 1969 e aveva 75 pagine, era diretto da Lucio Magri e Rossana Rossanda assieme a Luigi Pintor, […]

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Il bacino di interesse era offerto dal Pci ormai maturo per una discussione libera, alimentata anche dall’infrangersi della compattezza internazionale dei partiti comunisti Il manifesto fu pensato come rivista mensile nell’estate del 1968. Il primo numero usci nel giugno del 1969 e aveva 75 pagine, era diretto da Lucio Magri e Rossana Rossanda assieme a Luigi Pintor, Luciana Castellina, Aldo Natoli, Ninetta Zandegiacomi, Valentino Parlato, Massimo Caprara, Filippo Maone; vi collaborarono fra gli altri, oltre a compagni “di base”, Marcello Cini, Vittorio Foa, Pino Ferraris, Lisa Foa, Enzo Collotti, Pierre Carniti, Camillo Daneo, Massimo Salvadori e alcune firme internazionali come J.P. Sartre, K.S.Karol, Jorge Semprun e Fernando Claudin, Paul Sweezy, Noam Chomsky, Michal Kalecki, Ralph Milliband, Daniel Singer, Regis Dabray, Charles Bettelheim, Eldridge Cleaver, Jan Myrdal, André Gorz, Andras Hegedues, Karel Bartosek). Ne uscirono dieci numeri, più o meno dello stesso spessore; l’impaginazione era stata ideata da Giuseppe Trevisani, mentre Luca Trevisani e Michele Melillo lavorarono a coordinare la redazione. L’ultimo numero usci nel dicembre del 1970 e annunciava la sua trasformazione in quotidiano. La pubblicazione della rivista fu sempre autofinanziata, l’accordo con l’editore prevedeva la vendita diretta da parte della redazione di un modesto numero di copie (nessun editore aveva voluto assumerne l’integralità della spesa). Per l’editore Dedalo di Bari l’impresa fu però tutta in positivo potendo costruire su inimmaginabili profitti la sua futura casa editrice, il primo numero infatti fu ristampato diverse volte raggiungendo circa le 80.000 copie di vendita. Le spese tuttavia erano ridotte al minimo: gli articoli non erano retribuiti e il lavoro tecnico è stato sempre coordinato da una sola persona, Ornella Barra; il servizio spedizioni e abbonamenti era assicurato dagli stessi compagni redattori che chiamavamo i mostri della notte. Gli scarsi stipendi che venivano dati erano, e rimasero fino alla fine, uguali per tutti. La stampa del Pci (poi Ds e poi ancora Pd) raggiunse a stento la metà del successo de il manifesto. Il bacino di interesse era fornito dal Pci ed era evidentemente maturo per una discussione libera, alimentata anche dall’infrangersi della compattezza internazionale dei partiti comunisti, il che spiega la difficoltà per il Pci di far fronte alla necessità di separarsi da un’impresa che lo metteva cosi direttamente in causa e che non era facile da liquidare come «anticomunista». Il primo numero si aprì con un editoriale dal titolo «Un lavoro collettivo» e terminò con un altro editoriale dello stesso titolo «Ancora un lavoro collettivo». L’oggetto dei numeri fu soprattutto le lotte operaie e i problemi del movimento comunista internazionale che aveva al centro la contesa fra il Pcus e il Partito comunista cinese, oltre evidentemente i problemi che l’iniziativa del nostro gruppo apriva all’interno del Partito comunista italiano e che sarebbero culminati nel novembre 1969 con la radiazione del gruppo. La stampa italiana ne seguì con attenzione le vicende, soprattutto da parte di alcuni leader del giornalismo di inchiesta (Paolo Murialdi); molto acerba fu invece la stampa del Pci. La scelta della rivista a favore della rivoluzione culturale cinese allontanò dal manifesto la parte socialdemocratica; e così anche l’ispirazione nettamente comunista di sinistra della nostra organizzazione del lavoro interno (uguaglianza degli stipendi e regime assembleare per tutte le decisioni politiche). Allo stesso modo, il manifesto non incontrò il favore degli 81 Partiti comunisti allora esistenti, neppure di quello cubano; rimasero soltanto molto vivi alcuni rapporti personali con singoli personaggi dei partiti francese, tedesco (Spd) e spagnolo. Il tentativo di un rapporto con il Partito comunista cinese non ebbe seguito. La gestione fattane da Enrico Berlinguer dimostrò in ogni modo la differenza fra i comunisti italiani e quelli degli altri paesi. Ne venne anche, come già accennato, la difficoltà per il Pci di procedere alle misure disciplinari del nostro gruppo fondatore: in alcune città essa arrivò a interferire con il Congresso del partito, in particolare a Firenze, Bergamo e Napoli. E in ogni modo la differenza di stile tra il Pci e gli altri partiti comunisti giovò nel breve termine al partito di Enrico Berlinguer. L’elaborazione della rivista affrontò soprattutto i temi della lotta in fabbrica, dovuta anche alla scadenza dei rinnovi contrattuali e ai tentativi di innovazione radicali sul terreno dei contenuti dovuti alla stagione dei «consigli di fabbrica» che ebbero un appoggio più del sindacato che del partito e che rappresentavano una delle conseguenze teoriche più importanti seguite al ’68 italiano. La rivista seguì anche le lotte sulla scuola e quelle sulla casa, oltre alle questioni che dettero più fastidio al Partito comunista dell’Unione sovietica: il problema della primavera cecoslovacca, del grande risveglio sindacale polacco (specie fra i cantieri del Nord, Danzica e Stettino), del quale nulla sembra essere rimasto oggi, e dell’elaborazione cinese prima di Mao Tze Tung e poi della rivoluzione culturale. Ovviamente la rivista il manifesto fu il punto di riferimento per i gruppi dissidenti dell’Est che mantenevano una ispirazione di sinistra e che sarebbero poi convenuti nel Convegno sulle società post rivoluzionarie (Università di Venezia, 1977). Difficile dire se l’elaborazione del manifesto abbia avuto un’influenza sul Partito comunista: è evidente che la crisi successiva del comunismo sarebbe stata probabilmente limitata se il partito avesse accettato di assumerne l’ispirazione. Ma non fu così; il gruppo fu accusato di attività frazionistica, anche se aveva fatto molta attenzione a non offrire questo pretesto ai dirigenti. Enrico Berlinguer avrebbe probabilmente preferito evitare dei provvedimenti disciplinari che però il resto del partito gli impose fin dall’uscita del primo numero; in particolare la pubblicazione del secondo numero (indicato come numero 4) avvenne dopo l’estate e dopo il primo Comitato centrale di condanna ancora interlocutoria (relatori Alessandro Natta e Paolo Bufalini). Da allora in poi i rapporti col Partito precipitarono; fu convocata la quinta commissione del Comitato centrale e decisa la linea repressiva, manifestata poi con la radiazione di Aldo Natoli, Luigi Pintor e Rossana Rossanda sancita dal voto del comitato centrale del 27 novembre 1969. Gli altri membri della redazione de manifesto furono radiati nelle settimane successive. In conclusione, il tentativo del manifesto espresso inizialmente dalla rivista ha rappresentato la principale sperimentazione di un gruppo omogeneo all’interno del movimento comunista internazionale oltre a un tentativo veramente innovatore nella storia delle riviste politiche. * Fonte: Rossana Rossanda, IL MANIFESTO

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Il manifesto ha 50 anni, cominciò a uscire nel giugno 1969. Nel maggio del ’68 con Rossana e Magri andammo a Parigi. Del progetto si cominciò a parlare allora. All'epoca, giravamo l’Italia in lungo e in largo. Poi, dopo l’uscita del primo numero, iniziarono le iniziative pubbliche L’idea covava da molto tempo, fin dagli esiti dell’XI congresso del Pci, che si era svolto nell’ultima settimana del gennaio 1966. Quello in cui fu reso esplicito, con l’intervento di Pietro Ingrao, un punto di vista notevolmente critico della linea politica e della piattaforma programmatica ormai prevalse dopo la morte di Togliatti. Covava, ma senza forma precisa, nei pensieri di pochi compagni che avevano preso parte a quella battaglia, e ne erano usciti sconfitti e poi emarginati. Mi riferisco principalmente a Rossana Rossanda, Lucio Magri, Luigi Pintor, Luciana Castellina, Valentino Parlato. Poi, dopo un paio di anni, una volta entrati in quella straordinaria stagione mondiale che fu il ’68, quel lavorìo delle menti cambiò ritmo, fino a sbocciare nella determinazione di fondare una rivista. La prima volta che ne sentii parlare fu nel maggio del ’68, quando con Rossana e Lucio Magri andammo insieme a Parigi, e lì ci fermammo una ventina di giorni per osservare da vicino la novità di quel singolare sommovimento. L’ho ricordato recentemente, e con più dettagli. nella prefazione alla ristampa – edita da manifestolibri – delle Considerazioni sui fatti di maggio, il saggio che Lucio Magri scrisse all’epoca, appena tornammo in Italia. Già prima del Natale dello stesso anno il gruppetto dei promotori – arricchitosi nel frattempo del valore e dell’autorevolezza del compagno Aldo Natoli – si mise d’impegno a lavorare al progetto, in tutte le sue articolazioni. Ma il passaggio dalla semplice ipotesi alla concretezza avvenne alla metà del febbraio ’69, considerati assai deludenti i risultati del XII congresso di Bologna, relativamente ai punti che si chiedeva di mettere in discussione. In partenza si convenne tutti che la direzione era da affidare a Rossana e a Lucio. Si passò quindi alla ricerca di un editore. Il primo tentativo lo facemmo con Einaudi, che però ci rispose negativamente. Ci rivolgemmo allora a Diego De Donato, l’editore barese che aveva pubblicato da poco sia il già citato libro di Lucio, sia un altro di Rossana, intitolato L’anno degli studenti. Inoltre ci era amico, tanto da averci prestato, a loro due e a me, la Giulia Alfa Romeo con la quale avevamo fatto il viaggio in Francia sopra ricordato. Purtroppo anche De Donato ci disse di no, che non aveva la struttura editoriale, trattandosi non di libri ma di un periodico. Sospettammo che entrambi, più o meno sollecitati dal Pci con cui erano in buoni rapporti, vollero evitare di fargli uno sgarbo. Dovevamo dunque cercare altrove, ma non certo in campi lontani dalla sinistra. Mi venne in aiuto un carissimo amico di Bari, Antonio Mallardi, che a quel tempo era il rappresentante di Einaudi per le librerie di quasi mezza Italia, dall’Abruzzo a tutto il Meridione. Informato dei rifiuti, Antonio mi consigliò di rivolgermi, anche a nome suo, a Raimondo Coga, un editore-stampatore anch’egli barese (ah, quanti rivoli dell’école barisienne!), che già pubblicava numerosi periodici politico-culturali, tra cui la Monthly Review. Dopo una breve consultazione con il sodalizio, feci tutto alla velocità del fulmine: viaggio a Bari, incontro con Coga, rapida intesa sulle nostre finalità e sulla conseguente totale autonomia circa contenuti e testi. Facile anche la contrattazione economica. La tiratura sarebbe stata sufficiente a distribuire il mensile non soltanto in libreria, ma anche in edicola, con copertura territoriale quasi completa. I costi di produzione tecnica andavano interamente a carico della Dedalo. Direzione e redazione avrebbero provveduto ai loro. Ma l’editore si impegnò a stampare 5000 copie in più da destinare gratuitamente alle nostra organizzazione per la vendita militante e le campagne abbonamenti. Firmato l’accordo, rompemmo gli indugi e partimmo nel mese di giugno 1969. Esattamente cinquant’anni fa. Con tali ricavi e qualche sottoscrizione di amici simpatizzanti e meno squattrinati di noi (i primi che mi vengono i mente: Paolo Volponi, Ulisse Guzzi, Cesare Musatti, Gian Maria Volonté, Yves Montand e Simone Signoret, ecc., ecc.), riuscivamo a coprire bene i costi redazionali. Alla fine dell’anno, dopo la radiazione dal Pci di novembre, si aggiunsero anche gli utilissimi e soprattutto costanti contributi dei compagni parlamentari, di importo pari a quanto prima davano al partito. Massima oculatezza sulle spese. Di norma si riducevano all’affitto (basso, per fortuna) della sede di piazza del Grillo; ai viaggi e soggiorni a Bari per i due di noi che ci andavano a terminare il lavoro in tipografia e dare il «si stampi» per ogni numero; e alle varie riunioni in giro per l’Italia, per rispondere all’enorme interesse che avevamo suscitato, raccogliere fondi e altre attività promozionali. Quanto agli stipendi, fin dall’inizio legati a quelli degli operai di quinto livello, si limitavano ai tre che ci lavoravamo a tempo pieno: Lucio Magri, io e Ornella Barra, la bravissima segretaria di redazione, che proveniva dalla esperienza simile vissuta a Botteghe Oscure, nella redazione di Critica marxista, diretta allora da Romano Ledda. Si sarà capito che in quel periodo, in particolare nella prima fase, tutti noi del gruppo iniziale giravamo per l’Italia in lungo e in largo senza fermarci un attimo. Le richieste di incontri e riunioni con piccoli gruppi erano molte e poi, subito dopo l’uscita del primo numero (un successo enorme rispetto alle attese, con vendita tra le 45 e le 50 mila copie!) cominciarono anche le iniziative pubbliche. Per tutta la sinistra, in primo luogo comunista, ma pure ben oltre, furono mesi e mesi di straordinario esercizio democratico, di confronti sulle grandi questioni come su quelle di breve termine, di discussioni appassionate su se stessi, piccole monadi, e sul gigantesco mondo. Mesi vissuti da una parte in allarme, per il timore del pericolo grave che si riteneva stesse correndo l’unità del partito, il bene supremo; e invece dall’altra, la nostra, con la convinzione (esagerata?) di star provando a dare un contributo utile ad arrestare e invertire il processo di corrompimento, in cui correvano il rischio di inabissarsi pratiche e potenza ideale del socialismo (oggi, dopo 50 anni, possiamo ben dire: solo il rischio?). Sarebbe interessante ricostruire da storici quella stagione. Interessante ma anche molto difficile, perché temo che non esistano più luoghi che conservino i relativi materiali, sufficientemente eloquenti. Per dare almeno un’idea di quel frenetico correre da una regione all’altra, accennerò in conclusione a un infinitesimo numero di riunioni a cui partecipai. Peraltro lo spazio e la minore nettezza dei ricordi non mi consentono di dire degli altri compagni impegnati nel lancio della rivista. In qualche città ci recammo in due. Per esempio: a Padova, dove andai con Lucio, e insieme a lui ci incontrammo con una decina di compagni, perlopiù docenti universitari e da tempo dissidenti, ma metà già fuori dal partito e metà ancora dentro; e a Perugia, dove Luigi Pintor parlò a una affollatissima assemblea alla Sala dei Notari nel Palazzo dei Priori, con un dibattito protrattosi per ore. In quella occasione avemmo il primo contatto con alcuni compagni di Bologna, che vennero col proposito di dimostrarci che non erano equivoci personaggi, come in precedenti colloqui telefonici loro capirono che noi temevamo, per ragioni (sbagliate, ovviamente) che qui sarebbe troppo lungo spiegare. Erano Stefano Bonilli, Paolo Passarini e Massimo Serafini, che in seguito fondarono e condussero a lungo il Centro di iniziativa del manifesto a Bologna e dopo qualche anno si trasferirono tutt’e tre a Roma, i primi due per lavorare al giornale e il terzo all’organizzazione politica. A Venezia la riunione ebbe luogo alla Giudecca, in casa di Luigi Nono e di sua moglie Nuria Schönberg, e già questa accoglienza fu per me un onore, oltre che un piacere. Tra i diversi compagni della Federazione locale, che comprendeva una consistente minoranza vicina alle posizioni di Ingrao, c’erano Nico Luciani e Cesco Chinello, un ex operaio di forte intuito politico e altrettanta capacità di leggere nei processi sociali. E c’era anche Massimo Cacciari, venticinquenne, che allora dirigeva con Asor Rosa la rivista Contropiano, intelligentemente operaista. Non sono certo che in quel periodo fosse iscritto al Pci, ma ricordo bene che in quell’occasione fu molto polemico nei miei confronti, non essendo per nulla convinto della battaglia condotta fino a quel punto da chi stava per promuovere il manifesto. A Milano ci andai per incontrare solo una persona, ma di gran peso. Ci vedemmo all’Università cattolica, dove mi pare che tenesse un corso. Era Lidia Menapace, che negli anni successivi fu una colonna portante prima del movimento politico legato al manifesto e poi del Pdup. Le intenzioni che le esposi devono esserle apparse parecchio interessanti dal suo punto di vista di cattolica del dissenso, se il rapporto con noi si intensificò con una certa rapidità. A Torino il primo appuntamento lo ebbi con Sergio Garavini, che conoscevo già da tempo. Sergio era a quel tempo segretario della Cgil e membro del Comitato centrale del Pci, perciò preferì non esporsi pubblicamente in favore del nascente manifesto (ma alla riunione finale che decise la radiazione dei suoi esponenti – alla quale non poté essere presente – inviò una lettera per notificare il suo voto contrario). Mi mise comunque in contatto con un nutrito gruppo di sindacalisti della provincia di Novara, in particolare a Borgomanero, che sapeva molto sensibili ai temi che noi intendevamo introdurre e sostenere nel dibattito politico. E infatti la loro disponibilità ad aiutarci si tradusse presto nella raccolta di molti abbonamenti in tutta la provincia, comprensiva anche del Verbanese. A Pisa mi incontrai con due studenti della Scuola Normale, che mi erano stati indicati come i meno «ortodossi» della Fgci locale. Il cognome di uno dei due mi sorprese, perché del padre Giuseppe, deputato del Pci, che avevo conosciuto quando lavoravo con Rossana Rossanda a Botteghe Oscure, e che mi era sinceramente simpatico, non avevo mai notato segni di simpatia per le posizioni ingraiane e per chi le aveva condivise. Mi aumentò pertanto la curiosità di conoscere Massimo D’Alema, benché non fosse il primo caso al mondo di divergenza di opinioni tra padre e figlio. Ignoravo invece nome e cognome dell’altro studente, che con l’andare del tempo diventò, ed è rimasto, un notissimo personaggio politico. Ma prima ancora di questi sviluppi, già dai mesi immediatamente successivi alla nostra chiacchierata , si era distinto per coraggiosa autonomia. In quanto delegato della Fgci poteva partecipare, con diritto anche di voto, alle riunioni del Comitato centrale del partito dei «grandi», pur non facendone parte. Ebbene, giunti al dunque nella giornata decisiva del novembre ‘69, Fabio Mussi si associò a Garavini, Lombardo Radice e Luporini e dette anche lui voto contrario alla radiazione di Natoli, Pintor, Rossanda e Magri. La conversazione in piazza dei Cavalieri durò poco. Non ci fu bisogno di illustrare le nostre intenzioni. D’Alema e Mussi sapevano già tutto, mostrando di seguire con interesse gli eventi. Ma senza dare evidenza a particolare condivisione. Promisero tuttavia di darsi da fare per raccogliere sottoscrizioni in forma di abbonamenti. Che infatti arrivarono, contribuendo a far vivere il mensile fino a tutto il 1970. Quando decidemmo di trasformarlo in quotidiano. Trascorso ormai mezzo secolo, un ricordo di quelle vicende appare – come vedete, cari lettori – su un giornale che si chiama il manifesto. Purtroppo non esistono più né il partito, né il suo glorioso quotidiano, l’Unità, che allora lo dichiararono incompatibile. Col risultato che ora stiamo tutti peggio. * Fonte: Filippo Maone, IL MANIFESTO

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Il rigurgito fascista https://www.micciacorta.it/2019/05/il-rigurgito-fascista/ https://www.micciacorta.it/2019/05/il-rigurgito-fascista/#respond Wed, 01 May 2019 07:03:54 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25390 L’intervento. Penso che oggi, più di quanto non fosse nel 1994, sarebbe necessaria un’iniziativa assolutamente chiara e decisiva, per finirla con questo miagolio inutile, se non peggio. Proporrei che il giornale si facesse promotore di un appello al Presidente della Repubblica e al capo del governo perché intervengano in modo formale sulla situazione e dicano con […]

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L'intervento. Penso che oggi, più di quanto non fosse nel 1994, sarebbe necessaria un’iniziativa assolutamente chiara e decisiva, per finirla con questo miagolio inutile, se non peggio. Proporrei che il giornale si facesse promotore di un appello al Presidente della Repubblica e al capo del governo perché intervengano in modo formale sulla situazione e dicano con chiarezza che le parole di Salvini sono inaccettabili Non dimenticheremo facilmente questo 25 aprile nel quale abbiamo assistito a un rigurgito di presenze fasciste, culminate con la cerimonia di Predappio, nonché con la decisione di un vice primo ministro Salvini a non assistere a quello che ha definito un derby tra fascisti e nazisti (intendendo assimilare i comunisti al nazismo). Mi sono trovata definita nazista dunque anche io, regolarmente iscritta fra i partigiani di Como. Non avrei mi creduto che arrivassimo a questo punto. Il bravo Zingaretti non ha mosso ciglio. Ma non possiamo dimenticare che questo sfogo ripugnante dei fascisti di ogni tipo è stato preparato da diversi mesi di presenze fasciste, alle quali gli antifascisti o cosiddetti tali hanno perlopiù obiettato, con la più grande mitezza che: “Beh, non esageriamo, non è il fascismo, non perdiamo la testa”. Non sono mai stata d’accordo con questo atteggiamento, che è proprio anche di chi dovrebbe essere il garante della vita politica e del governo, i Mattarella e i Conte. Non a caso mi aveva molto interessato il libro di Antonio Scurati, M. Il figlio del secolo, perché indica appunto il percorso, pieno di se e di ma, che ha facilitato l’avvento del fascismo in Italia. Da allora in poi ci sono state nientemeno che la guerra e la resistenza, ma il vizio è rimasto, tanto più che è ormai in uso dichiarare che tutto sommato i veri mascalzoni sono stati solo i nazisti, gli italiani continuando a essere “brava gente”, che in quale modo sarebbero stati trascinati sia in guerra sia nelle leggi razziali sia nei vari aspetti del totalitarismo più feroce. Penso che oggi, più di quanto non fosse nel 1994, sarebbe necessaria un’iniziativa assolutamente chiara e decisiva, per finirla con questo miagolio inutile, se non peggio. Proporrei che il giornale si facesse promotore di un appello al Presidente della Repubblica e al capo del governo perché intervengano in modo formale sulla situazione e dicano con chiarezza che le parole di Salvini sono inaccettabili. Forse sarebbe anche l’ora di mettere in chiaro che va rifiutata la tendenza delle nostre “anime belle e democratiche”, secondo le quali una destra anche estrema ma non dichiaratamente fascista sia una cosa ottima, e dovrebbe anzi essere incoraggiata di più in Italia. Come se tutti gli studi che sono stati fatti sulle profonde radici europee del fascismo, compreso Eco, non avessero più senso. Io avevo 14 anni al momento delle leggi razziali e ricordo molto bene come è andata. Non vorrei rivivere la situazione né affidarmi all’andare all’altro mondo per evitarla.
* Fonte: Rossana Rossanda, IL MANIFESTO

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Fascismi. M. Il figlio del secolo e la degenerazione della politica https://www.micciacorta.it/2018/11/fascismi-m-il-figlio-del-secolo-e-la-degenerazione-della-politica/ https://www.micciacorta.it/2018/11/fascismi-m-il-figlio-del-secolo-e-la-degenerazione-della-politica/#respond Sat, 10 Nov 2018 16:25:33 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24966 Quel che esce bene dal libro, e che è importante ancora oggi, è la tiepidezza con la quale l’Italia, e non soltanto Facta, hanno permesso che il fascismo si sviluppasse

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Differentemente da Galli Della Loggia, ho trovato interessante il libro di Antonio Scurati (M. Il figlio del secolo, Bompiani 2018) malgrado gli errori nei quali egli è incorso, e che considero responsabilità non soltanto sua ma di un editing nel quale consisterebbe la differenza fra editore e stampatore, ma cui gli editori oggi tendono perlopiù a rinunciare. Il libro mi interessa soprattutto per il clima che descrive, e che, secondo me a torto, l’autore attribuisce alla creazione romanzesca: mi sembra invece un’intuizione storicamente rilevante, e di natura politica più che favolistica il ritratto che Scurati fa del clima e della «cultura» nel quale il fascismo si è sviluppato, attraverso il montaggio del volume fra documenti scritti ed eventi concreti. E che le precisazioni di Galli Della Loggia, a mio avviso, non modificano. Non intendo affatto glorificare gli errori storici, e quel che meno mi ha persuaso è la giustificazione appunto narrativa che ne dà Scurati: in verità quel che esce bene dal libro, e che è importante ancora oggi, è la tiepidezza con la quale l’Italia, e non soltanto Facta, hanno permesso che il fascismo si sviluppasse. Una parte di questa strategia sta anche nella contrapposizione tra un Mussolini meno eccessivo e dei fascisti oltranzisti, come Farinacci, oltre che degli impietosi tedeschi, sostenuta per esempio dallo storico Renzo De Felice. Non so se sia precisa l’interpretazione del carattere di Matteotti, in gran parte suggerita a Scurati dalla moglie Velia, certo è verosimile ed è un tentativo di capire l’uomo nella sua fragilità. Lo stesso si può dire sull’atteggiamento dei suoi amici socialisti, in particolare Turati. Per caso mi è successo proprio mentre chiudevo questo volume di vedere il nuovo Fahrenheit di Michael Moore e di riflettere su quanto sia improponibile il suo, pur ben intenzionato, ritornare, per esempio, sull’incendio del Reichstag e altri orrori simili come chiavi di una verosimile lettura della futura evoluzione di Trump: se si deve attenersi ad essi, quel fascismo non è certo alle porte degli Stati Uniti. L’ignoranza e l’arroganza del «duce americano» gli somigliano, ma non la sua specifica qualità.
 Quel che si pone, e in modo evidente, è il problema di degenerazione della politica.
In questo senso, l’imprecisa tecnica narrativa di Scurati serve di più, mi sembra, a capire i pericoli attuali del salvinismo, e a misurare la debolezza di una reazione anche soltanto «politicamente corretta» delle attuali opposizioni. Non voglio certo, lo ripeto, giustificare le imprecisioni della memoria di Scurati e neanche quelle di una ragazza che comunque era stata messa in guardia da genitori e dalle letture spesso estere e assai negative del modo di essere dei fascisti e poi degli occupanti tedeschi meno clamorosi ma immagine stessa di una efficienza repressiva. E quindi delle responsabilità dei permanenti rinvii di una presa di posizione netta sul fascismo. Mi pare interessante e acuto l’uso del montaggio effettuato da Scurati fra le parole e i fatti, e a volte fra parole dei documenti e parole, non solo discorsi, dei protagonisti. Forse io do troppo ascolto alle mie preoccupazioni e paure. Non so quale parte dell’opera di Scurati si debba alla sua fantasia di romanziere e quale alla sua intuizione o memoria di storico. Certo è illuminante l’immagine che egli trasmette dell’opinione italiana fra il ’22 e la guerra. Tra l’altro essa fa anche giustizia del modo con il quale un certo cinema italiano l’ha buttata tutta in ridere, come quando Alberto Sordi canta: «Mamma ritorno ognor nella casetta» a illustrare il “tutti a casa” dei giorni dell’armistizio. Ridotto o a puro orrore o a grande risata, non si producono gli anticorpi a un fascismo più o meno perfetto. * Fonte: Rossana Rossanda, IL MANIFESTO

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Rossana Rossanda. I dieci inverni di Franco Fortini https://www.micciacorta.it/2018/10/rossana-rossanda-i-dieci-inverni-di-franco-fortini/ https://www.micciacorta.it/2018/10/rossana-rossanda-i-dieci-inverni-di-franco-fortini/#respond Sun, 28 Oct 2018 08:30:49 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24908 I comunisti. L'intransigenza di Fortini non è mai unidimensionale, è stato più che mai attento a non dimenticare il nemico - come invece i comunisti hanno scordato di fare nel 1989

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Bene ha fatto Quodlibet a ripubblicare Dieci Inverni di Franco Fortini, anche se è lontano il tempo in cui egli li ripubblicò per la prima volta. Sono interventi che ruotano tutti intorno a un tema: il silenzio, o peggio, la complicità dei partiti comunisti occidentali, dunque anche nostra, sulla repressione che infuria in quegli anni sui dissenzienti nei paesi di «socialismo reale». La storia ne è stata fatta soltanto parzialmente, volta a volta sopravanzata dagli eventi e dall’uso che ne fecero gli avversari di classe, basti ricordare la campagna democristiana del ’48 e le «forche di Praga». Ammesso che oggi io conti qualcosa, allora non ero nessuno, un modestissimo “apparatcik” della Federazione comunista milanese, addetta al «lavoro culturale» (qualcuno ricorderà il libro di Luciano Bianciardi) e quindi in una posizione che mi permetteva, anzi mi obbligava, di osservare dappresso il conflitto tra il mio partito e Franco Fortini. Noi comunisti avevamo una visione eroica di noi stessi, per essere la forza politica più attaccata dal governo e dalle destre in quanto rappresentanti della classe operaia. In questo c’era una verità, gli amici stentano a credere se dico che per diversi anni a me, che appunto non ero nessuno, fu tolto senza spiegazione alcuna il passaporto, per cui essere contemporaneamente attaccati anche da un compagno socialista, tanto più in quanto egli aveva ragione, ci bruciava assai, come la nostra sordità bruciava a lui, che ci rimproverava incessantemente di tacere sugli incredibili processi e le intollerabili esecuzioni che avvenivano nelle «democrazie popolari». Ero stata incaricata tra l’altro di rimettere in piedi la Casa della cultura di Milano, la cui prima forma era stata disastrata dalle elezioni del ’48; avevo chiesto a Fortini di farne parte, egli aveva accettato ma non per tacere nei confronti di quello che gli pareva un vero disastro sul piano politico e morale. Per cui quando uscivano le sue rampogne e seguiva il contrattacco su Società o su Rinascita, mi trovavo giusto sulla linea del fuoco incrociato: Franco mi telefonava esulcerato di prima mattina e non era facile calmarlo, Roma (Rinascita) era lontana, Firenze (Società) anche e non si poteva contare su un intervento della Federazione socialista di Milano, allora diretta da Rodolfo Morandi, più che silenziosa nei confronti del Pci, tanto più che era in corso la vertenza sui consigli di gestione in fabbrica. IL MIO RAPPORTO con Fortini per anni fu permanente ma difficile, per sfociare soltanto alla fine degli anni Cinquanta in un’amicizia che non sarebbe più cessata malgrado le sfuriate reciproche.

Oggi è più facile vedere quanto Fortini avesse ragione. Il Pci non attaccò l’Unione sovietica mai, neppure con una prudente discussione fino a che Berlinguer non cominciò la sua critica nel ’69 alla conferenza dei partiti comunisti e operai a Mosca, né si fece mai su questo un’autocritica; nel dopoguerra la sua linea contro l’imperversare di Zdanov consisté nel dare alle stampe, tramite Einaudi, i Quaderni dal carcere di Gramsci, definito da Togliatti fondatore del Pci nonché martire del fascismo e perciò inattaccabile. Per cui Franco Fortini non rinunciava a imputargli una viltà se non una copertura delle pratiche orrende delle democrazie popolari, che pesavano su noi tutti, anche quando il problema, dopo il 1956, si fece bruciante: 1947-1957 sono appunto i dieci inverni, le gelate ideologiche che ricostituiscono le tappe di un percorso per noi in pura perdita (Politecnico, i primi sciagurati interventi di Togliatti sulle arti figurative, in cui si trovò contraddetto prudentemente anche da Guttuso, la difesa dei modestissimi ma ben intenzionati romanzi neorealisti come L’Agnese va a morire o il Metello – ricordo che Muscetta li rimproverava di passare più tempo in camera da letto che alla camera del lavoro – e dei film neorealisti non senza passare sulle braci ardenti delle scienze, Aloisi e il caso Lyssenko, fino alla contesa con i critici cinematografici «sciolti dal giuramento»). NON SO VALUTARE quanto questi interventi abbiano pesato sul percorso della letteratura, delle arti e delle scienze, ma sono persuasa che ebbero una conseguenza fatale per la disfatta attuale dei partiti comunisti: da allora fummo segnati per sempre dal marchio di essere un partito dittatoriale. Anche se è facile, ma non ci assolve, confrontarci con altri partiti come quello francese che espelleva a destra e a manca, mentre il Pci è meno violento. Per cui nella cerchia degli 81 partiti comunisti ci facemmo la fama di essere il più intelligente e tollerante. Certo mi impressionò, quando due o tre anni fa mi sono imbattuta per caso sui verbali stenografici del processo in cui fu coinvolto, finendo poi fucilato, anche Bucharin, accorgendomi che quel materiale era stato pubblicato formalmente dall’Urss mentre neppure i più illustri compagni di strada come Romain Rolland o Jean Pierre Vernant (che non erano neppure legati dalla milizia comunista) hanno voluto o non si sono sentiti di alzare la voce contro le nefandezze indirizzate dal procuratore Viscinski appunto a Bucharin. Ammesso che noi possiamo scrollarci di dosso la medesima responsabilità: io me ne vergogno ancora. ALCUNI FRA DI ESSI avanzano una giustificazione: «Perché mi schierai con la posizione dell’Urss? Ma per battere il fascismo». Come se sarebbe stato più difficile batterlo prendendo le difese di Slanskj. IN VERITÀ questi scritti di Fortini vanno riletti oggi perché la sua analisi va ben oltre il rifiuto di tollerare quello scandalo, anzi di tollerarlo tantomeno in quanto veniva dalla sua parte politica, riguardano il rapporto fra rivoluzione e cultura, indicando anche la debolezza di posizioni non perseguitate o almeno non messe a morte. L’intransigenza di Fortini non è mai unidimensionale, è stato più che mai attento a non dimenticare il nemico – come invece i comunisti hanno scordato di fare nel 1989, fin dal primo scambio fra Occhetto e Craxi. Del resto non è semplice distinguere volta a volta il crinale ideologico su cui passa lo scontro di classe. Non è semplice ma proprio per questo Dieci inverni è un testo prezioso per la riflessione ancora oggi (penso anche al modo in cui Fortini giudica le ragioni non solo nei disaccordi ma anche negli accordi come su Ladri di biciclette, o sulla posizione di Vittorini, del quale è stato sempre amico e sodale, dopo la chiusura di Politecnico). * Fonte: Rossana Rossanda, IL MANIFESTO

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Poi il clima si sarebbe rapidamente teso fra Allende e l’alleato obbligato alle Camere, la Democrazia cristiana di Frei, fra socialisti e comunisti (questi ultimi più inclini al compromesso), fra socialisti e Mir, incline invece a una radicalizzazione. La crisi del rame; l’inflazione galoppante, il relativo isolamento mondiale permisero all’esercito, appoggiato dalle grandi compagnie americane espropriate, di preparare il colpo di stato dell’11 settembre1973. Salvador Allende si difese armi alla mano nel Palazzo della Moneda, e lì mori mitragliato dagli uomini di Pinochet. I materiali di questo e altri servizi sono stati pubblicati in proprio in un volume del manifesto: Sul Cile. Questa intervista, preziosa, è raccolta nel volume Le interviste del manifesto 1971-1981

Se vincono i militari non sarà un cambio della guardia a Palazzo. Sarà il massacro

18 ottobre 1971, Santiago del Cile Il Cile sembra in attesa, prudente come un gatto, ma niente affatto addormentato: se si chiede a chiunque – e si può chiederlo a chiunque, dall’intellettuale all’operaio al tassista alla commessa, perché sono «politicizzati» tutti – nessuno risponderà categoricamente. Ma non perché il cileno sia, come si ama dire per natura «istituzionale» e quindi tranquillo; ma perché sa, e non lo nasconde, che la situazione è instabile.Salvo qualche svolazzo nei comizi, il parlar politico a Santiago non ha nulla del cliché latino-americano: poca retorica, uso moderato degli aggettivi, inclinazione marcata a vedere il pro e il contro e a non mettere eccessive ipoteche sul futuro. Il personaggio più categorico che ho incontrato è il cileno per eccellenza, il presidente Salvador Allende Gossens; il quale, come tutti i suoi compatrioti, misura le parole ma oggi più d’un anno fa (al tempo, per intenderci, della conversazione con Regis Debray [pubblicata in volume da Feltrinelli, ndr]) è perentorio nelle intenzioni e previsioni, perché deve perentoriamente giocare le sue carte, e in fretta. Ho parlato a lungo con Allende durante una colazione al palazzo presidenziale. Era offerta a Paul Sweezy, Michel Gutelman e me, invitati dalle due università di Santiago a un seminario sulle «società di transizione». Questa nostra presenza aveva così sovranamente irritato i comunisti, che questi avevano disertato i lavori del seminario e ci avevano mosso un attacco di straordinaria volgarità sul loro foglio non ufficiale – una sorta di Paese sera che si adorna del nome, di pretta ispirazione nazionalistica, di Puro Chile – definendoci «gringos ignorantes», rinnegati «pekinistas» e simili. L’invito del presidente, che pure ha solidi legami con il Partito comunista cileno, voleva dunque essere una lezione di stile: non ignorava infatti che nessuno di noi, per essere invitato del governo, aveva lesinato i suoi dubbi o contraffatto le sue posizioni. Pochi minuti dopo che eravamo seduti accanto a tavola, mi chiedeva con un sorriso «C’è qualcosa che la persuade, compagna, in questo paese?». «È importante quel che lei sta tentando signor presidente (e mi blocca subito. «Non signor presidente, compagno. Sono un compagno, come lei»). Ma di qui al socialismo la strada mi pare ancora lunga». Non è una risposta che lo entusiasma, però acconsente: «Sì, è una strada difficile». Ma non è un terreno su cui gli interessa restare: gli importa che capiamo come si muove, quel che vuole, soprattutto la dimensione delle difficoltà che incontra e sulle quali non stende veli ottimistici. Appena entrato nella sala dove lo attendevamo, nel modesto palazzo presidenziale, Allende, piccolo, più rotondo e acceso in volto che non sembri dalle fotografie, palesemente affaticato ma con piglio sicuro ci aveva abbordato direttamente: «Vi ringrazio di essere venuti, siete dei formatori dell’opinione nei vostri paesi, è per noi di grande importanza che sappiate e diciate che cosa è il Cile oggi». E dopo poche civetterie («io sono un medico, faccio il politico per forza») il discorso fila subito al sodo. E parte dalle difficoltà presenti. Anche di ordine internazionale? «Anche, mi risponde. Abbiamo quattromila chilometri di frontiera, nessuno li può difendere. Ci siamo trovati qui in fondo al continente, soli. E diamo fastidio a molti». Il riferimento al Brasile, nome non pronunciato, è evidente, come dovunque in America latina: forte, violento ed espansionista, ha diretto il colpo di stato in Bolivia, togliendo ad Allende un possibile polo di alleanza. «Non penso a un attacco militare. Ma è essenziale per noi non essere isolati. È stato Lanusse, il presidente argentino, ad aprirmi le porte dei paesi del patto andino. Certo – e mi dà un’occhiata, giacché non ignora quel che ne pensano gli esiliati politici argentini in Cile – anche lui ha avuto il suo interesse in questa operazione. Ma per il momento il maggior vantaggio lo abbiamo avuto noi». Ed ha ragione: concordando una linea con Lanusse s’è rafforzato di fronte agli Stati uniti e ha tolto un possibile retroterra alla destra cilena, che non aveva fatto mistero di contare sui militari dell’immenso vicino, steso dorso a dorso sul Cile lungo la cresta della Cordigliera. «Ora possiamo dirci sicuri nel Cono Sud, anche se il colpo di stato in Bolivia è un fatto grave». Grave, ma finisce perfino col giocare in favore di Allende: il colonnello Banzer rispolverando imprudentemente l’antica rivendicazione boliviana di uno sbocco sul mare a spese del Cile, rifà di colpo l’unità dell’esercito – che resta il punto più incerto nel disegno allendista – attorno al presidente. Ma gli americani? Come valuta Allende le dichiarazioni di Rogers dopo il rifiuto dell’indennizzo alle miniere nazionalizzate, un gesto di dispetto o una minaccia reale? «Una minaccia reale – afferma –. Molto più seria di quanto nessuno, qui e altrove, sembri rendersi conto». E ribadisce la sua argomentazione, già espressa nella secca risposta al Dipartimento di stato: gli Stati uniti non si rassegnano che un paese rivoglia le ricchezze che gli sono state rapinate, (tanto più che questo gesto cileno costituisce un pericoloso precedente) e scaricano il ricatto su tutta l’America latina. Ma, differentemente da quanto afferma il settimanale Newsweek e, appena più ipocritamente, il grande giornale di Santiago nemico di Allende, il Mercurio, il governo di Unità popolare non solo non punta alla rottura, ma si muove con estrema prudenza, puntando a fondo solo dove, come nel caso delle miniere, il diritto è innegabilmente dalla parte sua. Tutta l’operazione del conteggio sugli indennizzi all’Anaconda e alla Kennecott, che doveva arrivare al clamoroso: «Non solo non vi dobbiamo niente, ma siete voi che ci dovete ancora circa quattrocento milioni di dollari», è stata condotta senza fragore, con il minimo di ricorso agli slogan e un massimo di copertura da parte di esperti internazionali. «Gli Stati uniti possono danneggiarci molto. Tutti i pezzi di ricambio per l’industria del rame vengono dagli Stati uniti. E così i reattivi. Possono bloccarci la produzione da un giorno all’altro». Andrà così? «Speriamo di no. Abbiamo bisogno per questo dell’appoggio internazionale». Quali sono, domando, le difficoltà più gravi a breve scadenza? Anche qui una risposta senza perifrasi: «Approvvigionamento e divise». Il Cile ha bisogno di importare, da sempre, alimentari e oggetti di consumo: aumentati i salari per un valore reale che è calcolato a circa il 40%, ne è seguita una crescita della domanda dei beni di consumo. E questi devono venir dall’estero: quasi trecento milioni di dollari quest’anno, di più l’anno prossimo. Poi occorre pagare una quota di 360 milioni di dollari l’anno per coprire il debito estero, paurosamente aumentato con la nazionalizzazione delle miniere. E non è un mistero che le riserve si stanno facendo esigue, sono ormai non più di 100 milioni di dollari. «Dovete proprio pagare?». Il presidente mi guarda di sbieco: «Il Cile terrà fede. Pagheremo».Sono le grandi banche mondiali, ed è un guaio farsele nemiche. L’una voce e l’altra si portano via praticamente il gettito di quella sola fonte di divise che è il rame. «Abbiamo bisogno di crediti», spiega Allende, e non finge di averli trovati. «In questo campo tutto è aperto. Aperto il problema con i paesi socialisti, stiamo trattando, niente è concluso, tutto è in discussione». C’è l’ Europa, ma è lontana e, come saprò poi, la Fiat che pareva interessata a una facilitazione di rapporti per una grossa installazione in Cile, si è improvvisamente coperta da mille garanzie governative. C’è la Germania. C’è il Giappone con tutti quei milioni e milioni di dollari imbarcati quest’estate: dovrà pure metterli da qualche parte. E infatti, s’è affacciato anche il Giappone. Ma è chiaro che nessun paese oggi, di fronte all’irritazione americana – e forse all’ incertezza sul destino interno di Allende – ha finora puntato a una forte concessione di crediti al Cile, la cui riconversione industriale non sarà cosa di pochi giorni e dove la riforma agraria costerà, per un pezzo, più che non renda. La cautela sovietica, poi, è manifesta. Che questo sia il problema numero uno, Allende non lo nasconde; così come la certezza, se risolve questo, di regolare tutto il resto. Con la destra e con la sinistra. A destra, è arrivato ormai ai ferri corti con la Democrazia cristiana. «Sono tutti contro, tutti coalizzati». «Tomic, inizialmente, però, si comportò diversamente?». «Sì, ma oggi sono tutti dall’altra parte»; lo dice con rabbia, amarezza, con un mezzo sorriso, che sottintende i limiti dell’opposizione di destra. «L’esercito, però, per il momento è neutralizzato». L’esercito cileno, mi spiega come tutti in questo paese, non è il tradizionale strumento del golpismo; è espressione d’un ceto medio fortemente istituzionale. Tuttavia, differentemente da altri, il compagno presidente non sembra cullarsi in troppe illusioni; dosa gli aggettivi, e si contenta per ora, d’una «neutralità». Per questo gli è essenziale una politica di acquisti all’estero, che non gli alieni, attraverso una restrizione dei consumi, il ceto medio e non fornisca una base di massa ai nervosismi d’una destra assai più ramificata che non sia il partito di Alessandri. Tanto più che uno scontro si avvicina sulla famosa legge che delimita le aree di intervento statale. Allende s’è precipitato a nazionalizzare le industrie, rapidamente, prima che il grosso dei capitali fugga; ma è ovvio che sotto la grandine, nessun privato – salvo la piccola e media impresa, coperte – investa più niente, e la Democrazia cristiana cerchi di delimitare – forte della minoranza relativa di Unità popolare alle camere – fin dove il governo possa andare nell’esproprio. Ha quindi proposto di elencare le aree di possibile intervento statale, quelle di intervento misto, quelle lasciate ai privati. Allende mi spiega il meccanismo, e afferma che, se non si va a un accordo, bloccherà la legge, con un veto presidenziale, se passerà alla Camera e che presenterà una legge propria attraverso un plebiscito. A questo si tratta di arrivare riducendo al minimo il margine di consenso di massa dell’avversario. E l’avversario lo sa. La partita si gioca a tempi stretti, e la preoccupazione di Allende è evidente; mentre mi parla, a voce bassa e frasi brevi – la tavolata è troppo grande per non dividersi in una serie di colloqui a due, ciascuno col vicino – Allende mangia pochissimo e non sembra incline a diplomatizzare niente. «Come ha trovato lo spirito della gente?», mi domanda. Rispondo che il paese sembra, apparentemente, privo di tensione: la passione più grande sta nella giovane leva chiamata al governo, e poi nel Mir. Una partecipazione di folla, di base non si vede. «Le masse possiamo mobilitarle quando vogliamo». «Ma non è importante che si mobilitino da sé? Se la situazione è difficile, non sarebbe bene che le masse avessero i propri strumenti di intervento?». Qui Allende non mi segue, anche se un momento dopo gli balenerà un sorriso dietro gli occhiali, ricordando che «la compagna è «ultraizquierdista». «Le masse debbono mobilitarle e organizzarle i partiti; è affar loro. Ci sono i partiti, i sindacati. Come ha trovato il partito socialista?». A me è parso interessante, come una spugna che assorbe forze diverse, meno chiuso del partito comunista e più capace di riflettere le spinte contrastanti di una base politica investita da una situazione nuova; Allende lo trova poco organizzato, e con ragione. Mi dice che non ha tempo di occuparsene, anche se partecipa a una riunione di partito ogni mercoledì e venerdì. Ma è chiaro che altro lo preoccupa proprio perché esce dal suo orizzonte politico – e cioè l’abbozzarsi di una presenza di massa, o di classe, quale sta sollecitando il Mir con le occupazioni contadine, che non sta alle regole del gioco politico – istituzionale. Queste masse, questo Mir che possono sfuggire a un ritmo concordato, vanno – anche se non lo dice a tutte lettere – «neutralizzati» o almeno «canalizzati» anch’essi. E non a caso mi assicura che i suoi rapporti col Mir sono, sul piano personale, ottimi: sua figlia, Laura, che è medico – mi spiega – ha un figlio che è un quadro del Mir e ce li ha sempre, lui e i suoi compagni, per casa. In Cile, questi legami contano. Poco dopo però quando, terminata la colazione, io, un po’ imbarazzata di avere monopolizzato il presidente, cercherò di allontanarmi e lasciarlo agli altri, l’accento cambia. Il discorso è caduto sul processo che proprio Allende ha intentato qualche giorno prima a un suo nipote mirista – «Capite, che sia mio nipote non conta!» – il quale sul foglio del Mir, il Rebelde ha detto qualche parola di più contro l’esercito. Il presidente si accende: «Non si gioca col fuoco. Non tollererò provocazioni irresponsabili. Se qualcuno crede che in Cile un colpo di stato dell’esercito si svolgerebbe come in altri paesi latino-americani, con un semplice cambio della guardia qui alla Moneda, si sbaglia di grosso. Qui, se l’esercito esce dalla legalità è la guerra civile. È l’Indonesia. Credete che gli operai si lasceranno togliere le industrie? E i contadini le terre? Ci saranno centomila morti, sarà un bagno di sangue. Non tollererò che si giochi con questo». Lo pensa davvero; ma, ancora una volta, come per il rapporto con le masse, vede la sola garanzia nei tempi che egli stesso dà all’operazione, nel suo stile di «violenza legalitaria», unito a una rara abilità di scompaginare il fronte nemico. Ogni iniziativa di classe più diretta, più elementare, rischia di far precipitare negativamente gli equilibri. Dubito che il nipote, el sobrino, vada in galera; ma le bacchettate sulle dita al Mir sono ormai di rigore. E così, quando occorre, un richiamo all’ordine degli operai. Mentre stiamo per congedarci, in capo a due ore e mezza, Allende racconta che sta per partire al nord, verso l’immensa miniera di rame di Chuquicamata, i cui operai hanno chiesto un clamoroso aumento di stipendio, dal 50 al 70% in più. «Non si può. Glielo vado a dire. E perché devono fare uno sciopero? Contro chi sono in guerra? Sono loro, ormai, i padroni della miniera». «Non sono loro i padroni, compagno presidente. È lo stato ». Il dottor Allende mi fulmina come un malato recalcitrante. «Il popolo è il padrone». «Beh, compagno presidente…». «Lo è. Lo sarà!». Un momento dopo, già congedati, mi richiama. «So che domani va a Concepción. Ne sono contento. È importante che veda Concepción. Vorrei che parlassimo dopo, con calma». Il fatto è che a Concepción l’invito viene dall’università «mirista», ed è là che il Mir ha organizzato soprattutto la presa delle terre. Allende, che già mi ha fatto trasecolare dimostrandosi informato di quel che è il manifesto, crede nelle virtù del dibattito, vuole convincere, difendere il «suo» Cile, la sua linea, conquistare tutti, «ultraizquierdisti» compresi. Ma il «dopo» non ci sarà e io non rivedrò più il dottor Allende. Fra il ritorno da Concepción e la mia partenza non c’è che un giorno; e la sera prima è scoppiato uno scandalo clamoroso. La destra agraria ha pensato, imprudentemente, di denunciare lo «statalismo» del governo, che minerebbe i valori della proprietà e dell’iniziativa contadina, in occasione dell’apertura della Fiera agricola latino-americana, in presenza di ministri e ambasciatori. Allende, che doveva presenziare, riesce a vedere solo un’ora prima il discorso di Benjamin Matte, una sorta di Bonomi locale che si credeva, forse, coperto dall’essere presidente dell’istituto per i rapporti con Cuba. Inferocito, il presidente non solo non andrà a inaugurare la Fiera, ma ingiungerà a Matte di leggere, prima del suo discorso, una lettera di lui, Allende, in cui gli dà senza mezzi termini dell’irresponsabile. La Fiera si apre in un clima indicibile, con la gente che applaude freneticamente la lettera di Allende, il Matte che tenta di parlare in mezzo a fischi e grida di «momio, maricon!» («Mummia, finocchio»), ambasciatori e ministri che se la squagliano, paesi amici che chiudono precipitosamente i padiglioni. L’indomani sensazione nei giornali, consiglio dei ministri, burrasca violenta con la democrazia cristiana. Impossibile vedere il presidente, e si capisce. Ma anche questo episodio completa il ritratto dell’uomo: è forse, anzi, il terreno su cui è più forte, imbattibile. La ragione per cui amici e nemici, a destra e sinistra lo rispettano. Parlano di lui, «el Chicho», con un misto di affezione e dispetto. Ne elencano i difetti, ma con riserva. Si può essere, come il Mir, su posizioni radicalmente diverse – ma nessuno gli nega una determinazione da uomo politico di grande statura; un vecchio socialista che, differentemente dal costume dei socialisti e dei presidenti, in America latina e altrove, non andrà a compromessi. Il dottor Allende ha tentato tre volte di andare al governo per portare a termine il suo esperimento; ora non lo mercanteggerà con nessuno. Resta da vedere la stabilità interna del suo progetto: se è destinato a durare, o a precipitare verso una sconfitta o verso quella rivoluzione che Allende crede di aver già fatto.

* Fonte: Rossana Rossanda , IL MANIFESTO

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