scontri di Valle Giulia – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Sat, 15 Sep 2018 09:15:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Luigi Manconi ricorda il Sessantotto che non si vede https://www.micciacorta.it/2018/09/luigi-manconi-ricorda-il-sessantotto-che-non-si-vede/ https://www.micciacorta.it/2018/09/luigi-manconi-ricorda-il-sessantotto-che-non-si-vede/#respond Sat, 15 Sep 2018 09:15:02 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24835 L'intervento. A margine del movimento tante sono state le istanze di cambiamento

L'articolo Luigi Manconi ricorda il Sessantotto che non si vede sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>

«La festa appena cominciata è già finita. / Il cielo non è più con noi». Sergio Endrigo, 1968 Nell’autunno del 2017 ho fatto un fioretto: non parlerò mai del cinquantennale del Sessantotto. Ciò per una elementare forma di verecondia e per un residuale senso del limite, oltre che per una patologica insofferenza verso il reducismo come categoria culturale e postura emotiva. Poi, anche quello, come tutti i fioretti, si è rivelato assai difficile da rispettare. Ho fatto ricorso, così, a un patetico stratagemma: e parlerò, di conseguenza, del «loro Sessantotto», non del nostro e tantomeno del mio. Infatti, la mia partecipazione ai movimenti degli studenti della fine degli anni Sessanta non si distinse in alcun modo da quella di tanti. Non merita, dunque, alcuna particolare e personale memorialistica, dal momento che quella mia militanza si confuse con la mobilitazione di un segmento significativo della generazione tra i 18 e i 25 anni. Un «segmento», ho scritto, e non «un’intera generazione» – come usa dirsi e come una retorica irresistibile perpetua – perché questo è il dato storico e statistico inconfutabile. Quello politico è parzialmente diverso, dal momento che un movimento numericamente minoritario ebbe la capacità, per le più diverse ragioni, di produrre effetti (talvolta persino rilevanti) sull’opinione pubblica, sul senso comune e su componenti assai ampie dell’organizzazione sociale: e su quanti ne erano parte. È questo che chiamo il «loro Sessantotto». È quanto mi è venuto in mente leggendo, su suggerimento di Nicola Lagioia, un articolo molto bello pubblicato su Doppiozero.com. Qui, lo scrittore Andrea Pomella parla del «Sessantotto di mia madre», come lei stessa lo ha raccontato al figlio. La donna era un’operaia confettatrice in un’industria farmaceutica: ovvero una delle addette alla «colorazione» delle pastiglie tramite l’immersione di esse prima in acqua e zucchero e poi nel colore. CONFETTI Questo il racconto: «Eravamo una cinquantina di operaie, tutte donne. Ci avevano scelto sulla base di un unico criterio: dovevamo essere vedove o nubili, lo stipendio che ci passavano a fine mese doveva essere la nostra unica ragione di vita». Ancora: «In fabbrica non c’era il sindacato, quando cinque di noi presero la tessera della CGIL, ci licenziarono. Facemmo causa e la vincemmo, il giudice ci reintegrò. Ma a quel punto ci rinchiusero tutte e cinque in una stanza, lontano dai laboratori». Tutto ciò in quegli anni tra la fine dei sessanta e l’inizio dei settanta: «Noi volevamo aderire al Sessantotto ma incontravamo l’ostruzionismo delle più anziane che temevano di perdere il lavoro. Una volta partecipammo a una manifestazione a Roma, ci sentivamo come se ci avessero invitato a una festa a cui mai avremmo immaginato di partecipare. Che il Sessantotto fosse un anno eccezionale lo abbiamo capito dopo.» Quella donna, la mamma di Andrea Pomella, non verrà mai considerata una militante del sessantotto da alcun testo di sociologia o di storia contemporanea, eppure si può dire che lo è stata, fino a rappresentarne l’anima più autentica, pur se – vale la pena ribadirlo – in una posizione pressoché isolata all’interno del proprio gruppo sociale. Ecco, in questa relazione tra perifericità e innovazione, tra nuove forme di vita e crescita della soggettività, si dipana un movimento sotterraneo che, pur conservando la sua minorità, scava, contamina, si diffonde. CHIESA Un tale processo fu capace di penetrare anche all’interno di organizzazioni della società in apparenza le più refrattarie e le più compatte, anche se, in realtà, già profondamente incrinate, come la Chiesa cattolica. Mentre tutto questo accadeva, in un giorno di febbraio di quell’anno, io mi trovavo nei locali della Segreteria degli studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, quando squillò il telefono. Era, così mi pare di ricordare, Gianni. Iscrittosi a filosofia alla Cattolica qualche anno prima, era dovuto tornare precipitosamente nel suo paese dell’Alta Murgia, in Puglia, per ragioni di salute o di famiglia, non so. Cresciuto, come tanti di noi, in un ambiente di rigorosa osservanza cattolica e trovatosi, all’improvviso, in una difficile situazione economica, aveva accettato il primo lavoro offertogli: sagrestano (o sacrestano, a seconda delle diverse aree geografiche) in una delle tre chiese del paese. Col procedere degli eventi che a partire dalla seconda metà del 1967 avevano mobilitato molti atenei italiani (e non solo italiani), uno spirito di contestazione – particolarmente di natura anti-autoritaria – aveva lambito periferie geografiche e sociali, territori lontani e organizzazioni irrigidite, corporazioni chiuse e rapporti obsoleti. Magari solo superficialmente, ma li lambì. E, a ben vedere, il risultato più duraturo e fertile di quei movimenti consistette propriamente nella critica delle strutture gerarchiche – di tutte le strutture gerarchiche – spesso ispirate a un autoritarismo non motivato in termini di logica e di ragione. L’altro esito particolarmente significativo riguardò l’innovazione negli stili di vita e nelle forme di relazione, nei rapporti intra-familiari e in quelli tra le generazioni e i sessi. Non c’è da stupirsi, quindi, del fatto che lo spirito antiautoritario arrivasse fin dentro quella parrocchia di quel paesotto pugliese: e lì trovasse Gianni pronto ad accoglierla, quella contestazione anti-gerarchica, e a farla propria. In realtà, Gianni non era così isolato e quando un altro sagrestano di un’altra chiesa dello stesso paese gli sembrò condividere le stesse idee, il comitato di lotta dei sagrestani d’Italia era già pronto a nascere. Gianni al telefono mi lesse il Manifesto di fondazione e promise di informarmi dei successivi sviluppi. E così, quando mi comunicò di aver trovato nella regione – e persino aldilà della regione – una dozzina di colleghi «disponibili alla lotta», io ne comunicai l’esistenza, l’attività e il probabile luminoso futuro all’Assemblea Generale degli studenti della Cattolica. La notizia fu accolta da un boato. La cosa non deve stupire: tra quegli studenti ribelli, le radici cattoliche erano non solo robuste, ma anche assai vitali; e alcuni tra i più colti dirigenti erano scout e, allo stesso tempo, simpatizzavano per il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (Psiup). Poi, ahimè, per motivi che non so e sui quali non indagai, Gianni non telefonò più. Passato qualche mese, provai a mettermi in contatto con quel paese e con quella parrocchia, ma i miei tentativi risultarono vani. E ignoro, di conseguenza, cosa sia accaduto a quel piccolo embrione di un conflitto possibile all’interno della struttura di base dell’organizzazione ecclesiale. Ma, da qualche parte, ne sono fermamente convinto, esiste e resiste un volantino, traccia inconsunta e inossidabile della breve vita di quel comitato di lotta dei sagrestani rivoluzionari. Così come, nel giacimento cartaceo che, contro la sua stessa volontà, si è accumulato nella casa di Lanfranco Bolis a Pavia, rimangono reperti della mobilitazione che portò, oltre alle più diverse e imprevedibili conseguenze, all’occupazione della Cattedrale di Parma, nel settembre del 1968. OCCUPAZIONE Il 15 di quel mese, intorno alle cinque del pomeriggio, a Parma, un gruppo di persone provenienti da varie città si unirono a numerosi studenti e ai «cattolici del dissenso» (tra essi il cattolicissimo Francesco Schianchi) e, insieme, entrarono nel duomo durante la messa. Innalzavano un grande striscione con la scritta «cattedrale occupata» e chiedevano di poter dibattere con il vescovo Francesco Rossolini intorno a temi ecclesiali e sociali di attualità. Vogliamo, dicevano, che il Vangelo sia rivolto ai poveri e non sia «finanziato dai ricchi». La contestazione nasceva dal fatto che il vescovo aveva deciso di costruire una nuova chiesa con i contributi offerti dalla locale Cassa di Risparmio. E da altre vicende, tra le quali la rimozione di don Pino Setti a causa della sua attività non conformista (compresa la cosiddetta «messa beat» con il complesso de I Corvi). Nel comunicato degli occupanti, tra l’altro, si leggeva: «è ora che la gerarchia ecclesiastica abbia il coraggio di fare una scelta discriminante a favore dei poveri contro il sistema capitalistico». Si trattava, credo, della prima occupazione di una chiesa cattolica a opera dei suoi stessi fedeli (o, meglio, di una parte di essi). Dopo una serie di tentativi falliti di mediazione, la risposta del vescovo fu la richiesta alla polizia di intervenire all’interno della cattedrale per allontanare i «profanatori del tempio». E così avvenne, a sera inoltrata. L’ISOLOTTO Tuttavia, la cosa non finì lì. Un esempio solo. A Firenze, da anni, la parrocchia di un quartiere popolare, l’Isolotto, guidata da don Enzo Mazzi, era molto attiva sulle grandi questioni sociali e sui temi della pace e dell’antimilitarismo. Tutto ciò nonostante la dichiarata riprovazione da parte dell’arcivescovo, il cardinale Florit. Il 22 settembre viene distribuito un volantino di solidarietà con gli occupanti della cattedrale di Parma e di aspra critica nei confronti di una «chiesa che ammette indiscriminatamente alla mensa eucaristica sfruttati e sfruttatori». A seguito di ciò, il cardinale chiede a Don Mazzi di ritrattare pubblicamente le proprie opinioni o di dimettersi. La questione del piccolo Isolotto periferico diventa, a questo punto, un problema generale che interpella le gerarchie ecclesiastiche e le autorità del Vaticano e, si dice, lo stesso Pontefice. Dalla sua parrocchia, Don Mazzi afferma che «ubbidire alla gerarchia cattolica significa quasi sempre disubbidire alle esigenze più profonde, vere ed evangeliche del popolo. Non voglio una Chiesa legata a un potere politico ed economico, ma legata al popolo dei disoccupati, dei rifiutati, degli analfabeti, degli operai». Gran parte dei parrocchiani si schiera apertamente contro il cardinale, dichiarando di essere «una cosa sola col parroco». La replica di Florit è la rimozione di Don Mazzi ma il nuovo parroco, chiamato a sostituirlo, troverà la chiesa completamente vuota. Intanto novantatré sacerdoti della diocesi di Firenze e una parte significativa della città dichiarano la propria solidarietà con l’Isolotto. Il 30 agosto del 1969, dopo che don Mazzi e due viceparroci erano stati sospesi a divinis e la chiesa era stata chiusa, il cardinale Florit vi si recò per celebrare la messa, ma il rito potè avvenire solo alla presenza delle forze di polizia. Nacque, allora, il primo Coordinamento delle comunità di base, che cominciavano a diffondersi in più città italiane. Intanto, altri movimenti poco visibili e tuttavia destinati a irrobustirsi, si sviluppavano all’interno di zone particolarmente opache dell’organizzazione sociale. Persino in quelle più conservatrici e chiuse. SCONTRI Nella primavera del 1968, a Milano, vi furono numerose manifestazioni non tutte e non sempre pacifiche. Dopo alcuni degli scontri più violenti, all’interno della caserma Sant’Ambrogio (poi caserma Annarumma), a due passi della Basilica e dall’Università Cattolica, avvenne una sorta di «sommossa»: molti tra gli agenti chiedevano di potersi recare all’interno dell’università per darle di santa ragione agli studenti. Eppure, in quella situazione tanto tesa, si levarono anche voci di poliziotti che denunciavano le condizioni di «sfruttamento» cui erano sottoposti e indicavano come «nemico» non lo studente bensì il «sistema di potere». Erano pochi, ma anche loro gridavano forte. Qualche tempo dopo, sarà stata la fine di aprile, io mi trovavo a parlare col megafono davanti al cancello principale dell’università Cattolica, mentre frotte di studenti vi entravano. Poco distanti da me, sulla sinistra, accanto a un’aiuola ben curata, si trovavano due poliziotti (probabilmente provenienti dalla vicinissima caserma) «vestiti da poliziotti in borghese» che mi lanciavano sguardi di sottecchi e confabulavano tra loro. Quando, esausto dal gran concionare, interruppi il mio comizio, prendendo fiato e appoggiandomi alle mura imponenti dell’ateneo, quei due lasciarono trascorrere qualche minuto e, poi, mi avvicinarono cautamente. Quindi, tra molti sottointesi e altrettanti imbarazzi, mi fecero intendere di essere interessati a parlare con me e con miei compagni. Considerata l’inequivocabile identità sbirresca degli interlocutori, faticammo – io e gli studenti successivamente avvertiti – a respingere l’idea che ci trovassimo di fronte a una vera e propria provocazione. Di conseguenza glissammo, traccheggiammo, rinviammo, ma quei due poliziotti riproposero più volte la richiesta di un incontro, offrendo tutte le garanzie possibili e immaginabili. E così, passato ancora qualche tempo, cedemmo e infine ci fu l’incontro. Scegliemmo noi il campo: ovvero il sottopiano del grande bar Magenta, occupato da due tavoli da biliardo e, in quella circostanza, dalle due delegazioni, mentre al piano di sopra l’intera clientela era costituita esclusivamente da militanti del movimento studentesco, pronti a intervenire e a fare muro in caso di necessità. Tutto questo in presenza di un signor Vigna, il titolare, profondamente perplesso. E così, sentendoci al riparo da qualunque rischio, potemmo liberamente parlare tra noi. In sostanza, quei poliziotti chiedevano suggerimenti su come muoversi per porre le basi di una qualche organizzazione sindacale, allora totalmente fuori legge. Noi eravamo, va detto, palesemente sprovveduti. Tanto più che l’idea di una organizzazione sindacale dei poliziotti non rientrava, certo, tra i nostri obiettivi e, soprattutto, era incondizionatamente estranea ai nostri pensieri. Ma per un soprassalto di fierezza (non ammettere la nostra insipienza) o per un autentico senso del dovere rivoluzionario (non rinunciare a un possibile alleato) non chiudemmo lì la discussione. Al secondo incontro, svoltosi nello stesso luogo e con le stesse modalità, arrivammo con qualche ulteriore informazione. In altre città italiane, già si parlava di certe «proteste dei poliziotti» e, soprattutto, noi disponevamo di un indirizzo particolarmente interessante. Avevamo appreso, infatti, che un funzionario della CGIL era stato delegato a seguire la questione che, silenziosamente, cominciava a emergere. E, così, potemmo indicare il nome di quel funzionario sindacale e la sede della Camera del Lavoro in Corso di Porta Vittoria come la persona e il luogo più adatti a raccogliere le loro esigenze.  BARRICATA Ci ringraziarono, un po’ stupiti e un po’ emozionati, così calorosamente che ne fummo tutti colpiti. Si chiudeva, in tal modo, un breve ma significativo ciclo della protesta. Un ciclo iniziato quando, come si è detto, qualche mese prima, proprio una manifestazione dagli esiti particolarmente violenti consentì di porre le basi di una possibile relazione tra esponenti delle due forze in campo sui lati opposti della barricata (qui intesa non solo in senso metaforico): gli studenti, in particolare quelli dell’università Cattolica, e alcuni poliziotti della caserma Sant’Ambrogio. Non c’è da stupirsi. In generale va ricordato come nella storia, ma anche nella cronaca quotidiana, possa accadere che siano proprio i conflitti più aspri a rivelare agli opposti contendenti l’esistenza di interessi comuni. PASOLINI Il che consente una lettura meno stereotipata, di quella diventata ormai dozzinale luogo comune, della poesia Il Pci ai giovani di Pier Paolo Pasolini (pubblicata da Nuovi Argomenti e anticipata dall’Espresso del 16 giugno del 1968). A dar retta alla versione pressoché unanime, in quella poesia Pasolini avrebbe preso le parti dei poliziotti, in odio ai contestatori, secondo una grossolana distinzione tra i primi (proletari e sottoproletari, «figli dei poveri») e i secondi (borghesi e piccoloborghesi, «figli di papà»). Fu lo stesso Pasolini a chiarire: «Nessuno (…) si è accorto» che i versi iniziali erano «solo una piccola furberia oratoria paradossale, per richiamare l’attenzione del lettore (…) su ciò che veniva dopo (…) dove i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescio, in quanto il potere (…) ha la possibilità di fare di questi poveri degli strumenti» (Il Tempo, 17 maggio 1969). Le caserme dei poliziotti erano dunque viste come «ghetti particolari, in cui la qualità di vita è ingiusta, più gravemente ingiusta ancora che nelle università. Nessuno dei consumatori di quella poesia si è soffermato su questo e tutti si sono fermati al paradosso introduttivo» (Ivi). Dunque, secondo Pasolini, il senso di quella poesia sarebbe stato ribaltato da letture ideologicamente interessate. Il «paradosso introduttivo» («io simpatizzavo coi poliziotti») era in realtà – parole dell’autore – «una piccola furberia oratoria», destinata a «richiamare l’attenzione del lettore». Ma il tema vero e la sostanza poetica e politica consistevano nell’affermazione che «il potere ha la possibilità di fare di questi poveri degli strumenti». Dunque, nonostante l’interpretazione autentica offerta dal suo stesso autore, quei versi sono stati ridotti alla falsa rappresentazione di un conflitto insuperabile tra la piccola e media borghesia privilegiata e consumista, che si riconosceva nel movimento detto «del ’68», da una parte; e, dall’altra, il proletariato e il sottoproletariato identificati nell’immigrato meridionale, fattosi poliziotto per sopravvivere. E la lettura più coerente, proposta – tra gli altri – dal regista Davide Ferrario, è stata costantemente ignorata, a favore di quella interpretazione definita dallo stesso poeta «paradossale». Resta ancora una considerazione: quella versione deformata in senso «antistudentesco» (e, alla lettera, reazionario) conteneva, tuttavia, un piccolo grumo di verità. In altri termini, il poeta Pasolini richiamava quella costante dimensione «fratricida» della lotta italiana per il potere, come già aveva fatto nel ’45 il poeta Umberto Saba: «gli italiani non sono parricidi: sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani. Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda), un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione». Ma questa è davvero un’altra storia e un’altra analisi. ASSOCIAZIONE CALCIATORI Infine. Nel luglio del 1968 venne costituita, a Milano, l’Associazione Italiana Calciatori ovvero, nei fatti, il primo embrione di sindacato dei giocatori di calcio: ribattezzato dalla stampa, con un certo disprezzo, «il sindacato dei piedi» o «dei milionari». A fondarlo fu l’avvocato Sergio Campana, già calciatore di buon livello nelle squadre del Lanerossi Vicenza e del Bologna e – rarità dell’epoca e non solo – uno dei pochi laureati. L’ipotesi di un’associazione di rappresentanza della categoria, pur presente da tempo, si era arenata sempre di fronte all’ostilità granitica della Lega, delle società di serie A e dei rispettivi presidenti, i veri padroni del calcio. E all’assenza di consapevolezza dei propri diritti di gran parte degli stessi giocatori. Eppure, è in quell’anno che alcuni dei più grandi calciatori italiani (Mazzola, Rivera e De Sisti, reduci dalla vittoria della nazionale nei campionati europei: il primo successo azzurro dai tempi di Pozzo) scrivono a Campana, chiedendogli di guidare il «primo sindacato dei calciatori di serie A e B». L’idea era quella di creare un organo che potesse funzionare da intermediario o anche controparte con Leghe e Federazione e che potesse rappresentare gli interessi dei calciatori. Ciò avveniva in una fase in cui si incrociavano tre diversi fattori: il calcio diventava massiccio fenomeno sociale al quale la televisione assegnava un ruolo pubblico sempre più ampio; aumentavano gli investimenti economici e finanziari nelle squadre di calcio, considerate ormai come imprese capaci di produrre utili; la tendenza a contestare i tradizionali sistemi di potere e le loro gerarchie interne raggiungeva tutti gli ambiti della società, compresi quelli più distanti e separati (come, appunto, il calcio). Tra scioperi minacciati e mai realizzati, cresceva un fenomeno che, tuttavia era destinato ad avere vita non troppo lunga, perché quegli stessi tre fattori innovativi avrebbero prodotto una «commercializzazione» e una «finanziarizzazione» tali da travolgere l’intero sistema. E tali da impedire che l’Associazione italiana calciatori svolgesse un vero ruolo conflittuale-sindacale e, ancor meno, una funzione di tutela di coloro che, tra i giocatori, occupavano i ranghi meno garantiti e più precari. Ne è prova il fatto che l’associazione dei calciatori si apre ai dilettanti solo nel 2000 e che c’è voluta una sentenza europea (quella cosiddetta «Bosman», dal nome di un modesto calciatore belga) per liberalizzare le leggi sui trasferimenti dei calciatori. In altre parole, è come se quelli che «hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro e adesso ridono dentro al bar» (Francesco De Gregori) – i giocatori, cioè, più appassionati ma spesso meno dotati, più esposti agli infortuni e alle crisi del mercato, più soggetti ai ricatti di procuratori e presidenti – abbiano dovuto fare una ulteriore maledetta fatica. E hanno penato molto prima di ottenere quel riconoscimento che qualificava la loro attività come un lavoro meritevole di tutela sindacale. Insomma, ce ne ha messo il Sessantotto per arrivare fino a loro. Ha collaborato Valentina Moro * Fonte: IL MANIFESTO   photo: Di A.Bonasia - http://download.kataweb.it/mediaweb/image/brand_repmilano/2009/03/18, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=3564060

L'articolo Luigi Manconi ricorda il Sessantotto che non si vede sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>
https://www.micciacorta.it/2018/09/luigi-manconi-ricorda-il-sessantotto-che-non-si-vede/feed/ 0
’68. Ma Pier Paolo Pasolini non stava con i poliziotti https://www.micciacorta.it/2018/03/24207/ https://www.micciacorta.it/2018/03/24207/#respond Thu, 01 Mar 2018 18:33:55 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24207 Il 1° marzo ’68 gli scontri di Valle Giulia che gli ispirarono la famosa (e fraintesa) poesia contro gli studenti borghesi

L'articolo ’68. Ma Pier Paolo Pasolini non stava con i poliziotti sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>

Si è aperto una sorta di supermarket Pasolini. Ognuno prende dai suoi lavori quello che gli serve: brandelli di frasi, spezzoni di poesie, piegando le argomentazioni pasoliniane alle proprie strumentalizzazioni, distorcendone il senso, in un’operazione che somiglia molto al modo in cui oggi si confezionano le fake news.
Ma fu così anche 50 anni fa, quando ancora non c’era la Rete con le sue bufale. Fu subito dopo gli scontri di Valle Giulia, infatti, che Pasolini pubblicò, sull’Espresso del 16 giugno, la sua poesia Il Pci ai giovani. L’emozione suscitata dalle botte che erano volate il 1° marzo 1968 tra la polizia e gli studenti che avevano occupato la facoltà di Architettura era stata molto forte: dai moti antifascisti del luglio ’60 in poi, mai le forze dell’ordine erano state contrastate con tanta efficacia proprio sul piano della violenza fisica. Mentre lo stesso movimento studentesco si mostrava come sbigottito dalla radicalità degli scontri e dalla sua stessa capacità di reazione, Pasolini sentì il bisogno di prendere posizione rispetto a una situazione politica che presentava aspetti largamente inediti. Lo fece a modo suo, con una poesia che oggi come allora appare tutta immediatezza e spontaneità. Una poesia lunga che, nel discorso pubblico, fu precipitosamente etichettata come una invettiva contro gli studenti e una difesa dei poliziotti. L’invettiva c’era, esplicita fragorosa: «siete paurosi, incerti, disperati […] ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori e sicuri». E c’era anche la scelta a favore degli agenti: «Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti». Ma se non ci si ferma a questi versi e si legge il seguito della poesia… I versi che Pasolini dedica ai poliziotti sono esattamente questi: «E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci, con quella stoffa ruvida che puzza di rancio, fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente, è lo stato psicologico in cui sono ridotti (per una quarantina di mille lire al mese): senza più sorriso, senza più amicizia col mondo, separati, esclusi (in una esclusione che non ha eguali); umiliati dalla perdita della qualità di uomini per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare)». Vestiti come pagliacci, umiliati dalla perdita della qualità di uomini: no, Pasolini non «sta con i poliziotti», e non poteva essere altrimenti, viste le persecuzioni a cui era continuamente sottoposto. In quel momento, Pasolini sta con il Pci e sta con gli operai. E quella poesia è una sollecitazione per gli studenti a lasciarsi alle spalle la loro appartenenza borghese e andare verso il Pci e verso gli operai. Quando questo succederà, l’anno dopo, nel 1969, quello dell’autunno caldo, Pasolini accetterà di fare un film sulla strage del 12 dicembre, quella di piazza Fontana, insieme con i giovani di Lotta Continua. Ma questo nessuno lo ricorda. Così come vengono ignorate le sue argomentazioni su fascismo e antifascismo, tanto da permettere a Salvini, in un comizio, di «usare» il poeta friulano per svelare «l’impostura» dell’antifascismo, tenuto in vita dalle sinistre per far dimenticare «i veri problemi del paese». Il ragionamento pasoliniano del 1974, quello da cui nascono le citazioni di Salvini, scaturiva dalla constatazione del successo ottenuto da due «rivoluzioni»: quella delle infrastrutture e quella del sistema di informazione. Le distanze tra centro e periferia si erano notevolmente ridotte grazie alle nuove reti viarie e alla motorizzazione; ma era stata soprattutto la televisione a determinare in modo costrittivo e violento una forzata omologazione nazionale, provocando un tramestìo che aveva colpito in alto come in basso, ridefinendo contemporaneamente gli assetti del potere e quelli dei suoi antagonisti. Il nuovo Potere, nonostante le parvenze di tolleranza, di edonismo perfettamente autosufficiente, di modernità, nascondeva un volto feroce e repressivo e appariva, «se proprio vogliamo conservare la vecchia terminologia, una forma totale di fascismo al cui confronto il vecchio fascismo, quello mussoliniano, è un paleofascismo». «Nessun centralismo fascista», aggiungeva Pasolini, «è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello reazionario e monumentale che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava a ottenere la loro adesione a parole […]. Ora, invece, l’adesione ai modelli imposti dal centro è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati - l’abiura è compiuta -, si può dunque affermare che la tolleranza della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere è la peggiore delle repressioni della storia umana». Per Pasolini c’era un nemico esplicito anche in questo caso: ed era il mercato, con la sua logica implacabile di «religione dei consumi»; esattamente quella che ha permesso alla Lega di avanzare con successo la sua proposta agli italiani di sentirsi tutti «figli dello stesso benessere», portando a termine la parabola «dalla solidarietà all’egoismo» che Pasolini aveva intravisto e aveva cercato inutilmente di contrastare. FONTE: GIOVANNI DE LUNA, IL MANIFESTO

L'articolo ’68. Ma Pier Paolo Pasolini non stava con i poliziotti sembra essere il primo su Micciacorta.

]]>
https://www.micciacorta.it/2018/03/24207/feed/ 0