Scuola Diaz – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Mon, 20 Jul 2020 08:38:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Testimoni di GeNova. Nuovi lavori, nuovi diritti, nuovi soggetti https://www.micciacorta.it/2020/07/testimoni-di-genova-nuovi-lavori-nuovi-diritti-nuovi-soggetti/ https://www.micciacorta.it/2020/07/testimoni-di-genova-nuovi-lavori-nuovi-diritti-nuovi-soggetti/#respond Mon, 20 Jul 2020 08:38:29 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26187 In occasione del 19 anniversario dell'uccisione di Carlo Giuliani durante le manifestazioni contro il G8 di Genova, riproponiamo qui un colloquio-intervista tra Toni Negri e Sergio Segio, pubblicato nel marzo 2002 in un dossier dell'agenzia Testimoni di GeNova

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Haidi Giuliani

Felicità e contropotere
  • Il movimento di Genova aveva rivelato il vuoto della direzione della sinistra, la sua assenza politica; il movimento dei “girotondi” ha isolato quella direzione; il sindacato si è risvegliato recuperando l’insieme delle tensioni a un rinnovamento della democrazia
  • Solo uno scarto, una radicale diversità di prospettiva, una fuoriuscita dal paradigma lavorista può rendere possibile un mondo diverso, come recita lo slogan in voga
  • Berlusconi è una vera e propria caricatura di quel “order without law” che i governanti imperiali vogliono imporre al mondo
  • Anche nel movimento vi è scarsa coscienza che il personale è politico, che c’è necessità di una coerenza forte tra il dire, il fare e l’essere, che la verità è rivoluzionaria
  • La decisione politica di creare un nuovo mondo e, perciò, di inserire felicità comune nelle nostre vite e nelle nostre azioni, può diventare la base di una nuova rivoluzione. Non vogliamo prendere il potere ma produrne uno nuovo
  • Mobbing, violazioni di diritti sindacali, precarietà, lavoro nero, assenza di democrazia, leaderismo e verticismo ossessivi, presidenze a vita: sono presenti nelle pratiche di parte non piccola delle associazioni, del mondo del non profit e del forse troppo decantato volontariato
  • Un passaggio essenziale consiste nel porre la povertà al centro del nuovo processo organizzativo: perché essa esprime la radicalità della protesta, rovescia la pervasività degli effetti distruttivi che stanno alla sua base, e produce una generosità estrema (altri parlano di amore) all’interno del movimento
 Sergio Segio: Alla vigilia dello sciopero generale e della manifestazione nazionale della CGIL del 23 marzo a Roma il dibattito sembra avvitarsi su categorie, ritualità e simbolismi novecenteschi, a loro volta eredità di fine Ottocento. È preoccupante che arrivi da destra (pur nelle evidenti strumentalità e inconseguenze pratiche, teoriche e politiche) un discorso o almeno un accenno ai lavori e al nuovo e moderno quadro dei diritti che dovrebbe fotografarne la “costituzione materiale”, anzitutto riconoscendola e poi trascrivendola in nuovo Statuto. Va detto che la valenza altamente (e prevalentemente) simbolica dello scontro sull’articolo 18 non è perseguita solo e tanto dalla CGIL, pur ovviamente interessata agli oggettivi ed evidenti risvolti politici di ricompattamento, traino e volano del centrosinistra, e in specie dei Ds. E alla propria conseguente autorevolezza nel disegnarne future leadership e strategie. L’aggressività di Confindustria e l’asse Maroni-Tremonti hanno imposto una simmetrica volontà di misurarsi in queste “Scene di lotta di classe a Jurassik park”. Il disegno di legge delega sul mercato del lavoro e il “Libro bianco” che l’ha preceduto svelano una strategia di destrutturazione delle forme residue di una composizione sociale che, obiettivamente, da tempo non esiste più. Ovviamente, l’intento dell’offensiva contro i diritti acquisiti dai lavoratori non è innocente né ingenuo, e gli effetti - va detto – possono essere devastanti. Perché se la CGIL ha tratti pachidermici, non di meno continua a costituire baluardo, magari in extremis, di libertà sociali e diritti democratici fondamentali. E di ciò bisogna onestamente dare atto. Tra il rischio di opposti simbolismi, la domanda diventa: è possibile un deciso scarto sul piano dei contenuti, degli obiettivi e dei soggetti coinvolti? E anche: è possibile, c’è spazio e ascolto, per dire – ad esempio – una piccola verità? Ovvero che la difesa dell’articolo 18 è simulacro di un diritto già svuotato dalle infinite modalità di precarizzazione del rapporto di lavoro cresciute e radicatesi nella giungla del mercato nel decennio scorso, con sindacato e sinistra che troppo spesso facevano come le famose tre scimmiette? Alcuni (ad esempio, il “Comitato per le libertà e i diritti sociali” di cui pubblichiamo alcuni materiali in questo dossier dell’Agenzia di informazione Testimoni di GeNova), consapevoli di questa verità nascosta dietro una classica e ipocrita foglia di fico, rilanciano propositivamente l’estensione dell’articolo 18 attraverso alcuni quesiti referendari. Mossa politica intelligente ma, mi sembra, ancora tutta interna a un paradigma “lavorista”, alla logica del +1 anziché a quella dello scarto e dell’innovazione (termine questo divenuto parolaccia impronunciabile, di cui pure andrebbe però recuperato il senso, vale a dire l’intenzionalità del cambiamento e la centralità della comunicazione). Toni Negri: Sono d’accordo con te. La difesa dell’articolo 18, e solo di quello, rappresenta una linea residuale. Tuttavia sembra che questa difesa stia sollevando un movimento positivo. Lo si vede quando si considera con quale imbarazzo la direzione del centro-sinistra ha dovuto accettare di stare al gioco sindacale. Stiamo assistendo a un concatenarsi positivo di azioni e reazioni che costituiscono una linea d’attacco. Il movimento di Genova aveva rivelato il vuoto della direzione della sinistra, la sua assenza politica; il movimento dei “girotondi” ha isolato quella direzione; il sindacato si è risvegliato recuperando l’insieme delle tensioni a un rinnovamento della democrazia che attraversano il Paese. È vero che non c’è uno scarto di programma, ancora. V’è tuttavia uno scarto soggettivo che non deve essere sottovalutato. Il concatenamento politico potrà svolgersi fino a diventare significativo sul piano programmatico? Fino a sviluppare, ben oltre la difesa dell’articolo 18 e della capacità di contrattazione del sindacato, una vertenza sociale, per esempio, sul “reddito di cittadinanza” e a invertire i processi di smantellamento di tutte le condizioni/strutture dell’organizzazione comune della vita? Io ricordo la lotta degli impiegati dei trasporti pubblici urbani e dei ferrovieri in Francia (e a Parigi in particolare) nell’inverno 1995-96. Anche quella lotta era iniziata per bloccare la mobilità extra-contrattuale della forza lavoro. Ma nel suo corso la lotta diventò una gigantesca rappresentazione non più solo di resistenza ma di espressione di nuovi diritti: nel caso, il diritto a considerare i trasporti urbani bene comune, inespropriabile, non privatizzabile, e neppure esposto alle incertezze budgetarie dell’amministrazione pubblica… Il trasporto urbano, dicevano i parigini, è nostro, è la condizione prima, interna, al nostro vivere. Così, lo sviluppo della lotta aveva subito uno scarto decisivo. Io non so se questo oggi sarà possibile, ma confido nel fatto che un filo, tanto importante quanto quello che lo sciopero generale indica, possa essere dipanato. Segio: La monetizzazione del potere di licenziamento, voluta dal governo, è ovviamente odiosa; ha però un merito: quello di togliere infingimento al carattere di merce del lavoro, consentendo di cogliere e svelare i processi capitalistici di valorizzazione. E dunque anche quelli, in potenza, di autovalorizzazione. Per giocare un po’ con le semplificazioni: come tu hai insegnato, i processi lavorativi hanno scavalcato la fabbrica e investito la società, permeandone ogni interstizio, esportandovi la propria disciplina, al contempo ibridando lavoro produttivo e improduttivo, produzione e riproduzione. La disciplina di fabbrica, a sua volta, era mutuata da quella dell’istituzione totale e da quella militare in specifico. La società-fabbrica, che è basilare nella globalizzazione, in certo senso è galera globale; l’operaio-sociale è una specie di recluso che fruisce dell’articolo 21 (il “lavoro all’esterno” dell’ordinamento penitenziario), carceriere di se stesso, incapace di pensarsi come lavoro vivo in grado di riappropriarsi del proprio tempo, sottraendolo al valore di scambio e all’imperativo del consumo. La semilibertà carceraria (per quanto apparente contraddizione in termini) associa alla parola libertà la parte di giornata dedicata al lavoro, ma almeno separa il tempo e il luogo della libertà da quello della non-libertà. “Il lavoro rende liberi” è invece un truffaldino ossimoro, oltre che un pertinente e sinistro richiamo storico al lager e al gulag, che assume e riassume la dimensione totalizzante della comunità dei produttori come universo conchiuso in sé e “realizzato” nella forma estrema e originaria del lavoro salariato, dove il massimo di libertà coincide con la schiavitù. Se ciò è in qualche misura vero, la domanda è: come si evade da una galera globale, da uno spazio chiuso che non ha, e non prevede, un suo “fuori”? Di nuovo, mi sembra che è solo uno scarto, una radicale diversità di prospettiva, una fuoriuscita da quel paradigma a rendere possibile un mondo diverso, come recita lo slogan in voga. Ma sono un po’ scettico sulla attualità e plausibilità dello slogan conseguente, vale a dire sul fatto che un mondo diverso sia effettivamente in costruzione. Perché siamo ancora troppo dentro i luoghi, anzi, i non-luoghi comuni. Negri: Sono meno pessimista di te. Meglio, penso che si debba essere assai pessimisti sul terreno pratico (e cioè quando si considerano materialmente i passi da fare e si valutano quelli che fanno gli avversari) ma che una linea di trasformazione radicale stia invece ragionevolmente definendosi. Rovesciando l’aforisma gramsciano direi: «ottimismo della ragione, pessimismo della volontà». La crisi del lavoro come misura dello sviluppo e parametro di valorizzazione della vita è andata troppo avanti perché la stessa violenta reazione capitalistica possa aver successo. Dalla disciplina, al controllo sociale, alla guerra: così viene svolgendosi l’attività ordinatrice del governo imperiale. Nelle nostre società ciò è sempre più palese. Berlusconi è una vera e propria caricatura di quel “order without law” che i governanti imperiali vogliono imporre al mondo. Procedure, stralci, mobilità… dappertutto, in ogni luogo e in ogni tratto di tempo… Un mondo insensato e feroce viene configurandosi. Ma c’è resistenza! Tu dici: «ma non c’è più “fuori”». Dove andiamo a cercare un nuovo luogo di liberazione? Io credo che non ci sia. Penso, tuttavia, che la decisione politica di costruire, meglio, di creare un nuovo mondo e, perciò, di inserire felicità comune nelle nostre vite e nelle nostre azioni, possa diventare la base di una nuova rivoluzione. Non vogliamo prendere il potere ma produrne uno nuovo. Nel “movimento dei movimenti” queste passioni cominciano già a vivere: e questo (quando cioè il movimento non è più solo un mezzo ma anche un fine, non solo potenza ma anche felicità) ci conferma nell’agire. Segio: Veniamo dunque al “movimento dei movimenti” (è curiosa questa crescente necessità di surdeterminazione: ormai ci sono solo reti delle reti, associazioni delle associazioni, movimenti dei movimenti), tornando anche ai temi del 23 marzo. Una delle gambe più robuste del nuovo movimento, o almeno una delle più visibili (i Cobas), ha un’identità costitutiva col tema del lavoro, ma anche con tutte le sue contraddizioni e polverosità. Altre gambe rimandano all’associazionismo più tradizionale che, magari soi malgré, conserva nel proprio corredo genetico una vocazione di cinghia di trasmissione dei partiti e, funzionale a questa, la tendenza a inglobare e rappresentare a 360 gradi. Altre componenti ancora, forse più laterali (o lateralizzate), insistono, anche giustamente, sul metodo (orizzontalità, trasparenza, collegialità, rotazione) ma non hanno alternative di merito e di proposta che non siano la semplice, e sia pure apprezzabile, “riduzione del danno” delle ingiustizie sociali. Anche qui, nessuno scarto, nessuna progettualità, nessuna ambizione di vera alternativa all’ordine vigente delle cose. Nessuna coscienza che il personale è politico, che c’è necessità di una coerenza forte tra il dire, il fare e l’essere, che la verità è rivoluzionaria... La stessa decantata Tobin tax, alla fin della fiera, altro non è che un modestissimo prelievo (nella proposta di legge di iniziativa popolare lanciata da ATTAC, lo 0,02%) sui 1.587 miliardi di dollari che, ogni giorno, vengono scambiati sui mercati valutari, nel 90% dei casi unicamente a fini speculativi, con la finalità di disincentivare le transazioni finanziarie a breve termine e il cui principale risultato sarebbe quello di ridurre l’instabilità dei mercati, assai più che non quello di redistribuire ricchezza. Paradossalmente, gli effetti sarebbero anche di rafforzamento degli organi di governo mondiale e dello stesso controllo delle banche centrali: in certo modo, un rafforzamento della globalizzazione neoliberista. Certo, meglio l’introduzione di controlli sul flusso imponente di denaro sporco e opaco che l’impero dei paradisi fiscali. Ma nulla di rivoluzionario. Semplicemente l’introduzione di una regola stabilizzante per un mercato messo a rischio della sua stessa selvaticità. Un po’ come la legge sul rientro dei capitali varata dal governo Berlusconi che, per coerenza, dovrebbe incontrare lo stesso entusiasmo dei sostenitori della proposta del liberale Tobin. Naturalmente esagero volutamente, ma credo dobbiamo tenere alta e aperta la preoccupazione per il conformismo e il politicismo senz’anima, poiché sono malattie, infantili ma potenzialmente letali, del movimento allo stato nascente. Negri: Sono d’accordo nella valutazione che dai sugli obiettivi, sempre parziali, spesso francamente inutili o errati che varie frazioni del movimento esprimono. Detto questo, tuttavia, occorre insistere sul fatto che questo movimento non solo c’è, ma è anche riuscito ad aprire un ciclo di lotte all’interno dei singoli Paesi e su base planetaria. Siamo con ogni probabilità entrati in una fase di costruzione di una nuova internazionale comunista. Questo passaggio va oltre i limiti delle rivendicazioni e delle singole forze presenti nel movimento. La tensione alternativa esiste come totalità: la miseria delle singole espressioni può essere sottolineata e deve essere combattuta, ma a me sembra che qui si sia già oltre il livello artigianale nella costruzione del movimento. È dentro la sua alta spontaneità e a fronte della sua attuale potenza che si tratta di valutarlo. Quanto alla Tobin tax: sono d’accordo che si tratta di un espediente riformistico… eppure non credo che sia facilmente accettabile dalla finanza mondiale. La Tobin tax, per il momento, è nel flusso di un progetto di trasformazione, è indicativa di un obiettivo a scala globale. Insomma, funziona per il movimento, non ne costituisce ancora un argine. Segio: Manca, mi sembra, la poliedrica moltitudine di Genova. Manca – almeno nella rappresentazione e nella gestione – un’abbondante metà dei 300.000. Mancano le donne. Manca ciò che costituiva effettivamente il nuovo, nel senso di nuova soggettività in cerca di luoghi e di pratiche, più che di rappresentanti. Anche qui, sorge una domanda: c’è una terza via possibile tra l’atteggiamento un po’ schizzinoso di chi giudica il movimento rivolo destinato a rinseccarsi o a confluire in alvei tradizionali, o a esplodere sotto la pressione ingovernata della contraddizione locale-globale, e chi finge, magari pro domo sua, di pensare rappresentati e rappresentabili nei Social forum i 300.000? Magari senza interrogarsi sui bisogni, diritti e caratteristiche che essi esprimono. Magari fingendo di non vedere e di non alimentare i fuscelli e le travi (mobbing, violazione di diritti sindacali, precarietà, lavoro nero, assenza di democrazia, leaderismo e verticismo ossessivi, presidenze a vita) che pure albergano negli occhi, negli statuti e nelle pratiche di parte non piccola delle associazioni, del mondo del non profit e del forse troppo decantato volontariato, specie se visto e voluto come figura alternativa, e finalmente costruttiva, post-ideologica, rispetto al militante del Novecento. Io ho la sensazione, non so quanto esatta poiché fondata su una conoscenza di situazioni geograficamente limitata, che vi sia un paradosso in corso. Questo movimento è carsico: mobilita sui grandi temi e sui forti sentimenti, ma non ha significativa pratica territoriale. I Forum locali, che dovevano fondare la nascita, e la legittimità, del Forum sociale italiano hanno vita grama ed esistenza nominalistica (con apprezzabili e innegabili eccezioni). Non sarà forse che, tanto per cambiare, alla praxis, all’esserci, all’indignarsi occorre intrecciare un’analisi, un progetto? Non sarà forse che più che di una teorizzazione del localismo c’è bisogno di radicamento reale nelle cose, nei territori, nelle condizioni sociali? Ecco: in definitiva mi pare che questo movimento, o meglio la sua rappresentazione, prema per andare a parlare sul palco il 23 a Roma per certificare la propria esistenza. Mentre vi sarebbe bisogno che andasse per fare irrompere in quelle tematiche e quei luoghi il peso dei nuovi lavori e dei nuovi diritti. Lavori atipici, diritti innominabili. Anche qui, e di nuovo: dei tossici, dei carcerati, degli immigrati, dei senza patria e senza diritti, come delle tute arancioni o dei lavoratori in affitto si rischia di parlare molto poco. Noi, come singoli compagni, come operatori sociali e di SERT, come Rete autoconvocata “La libertà è terapeutica”, come gruppi di tossici e di carcerati, come associazioni di base, sabato (ora 8,30 piazza Esedra-angolo via Orlando) saremo alla manifestazione di Roma sotto lo striscione “Soggetti deboli, diritti forti”. Ci sembra un piccolo ma necessario contributo affinché la sinistra, ma anche i Social Forum, si facciano maggiormente carico di alcune problematiche dell’esclusione sociale, degli ultimi tra gli ultimi, dei più poveri. Negri: Di nuovo mi sembra di non poter che darti ragione. Ma è solo nella sperimentazione continua di nuove forme di organizzazione che riusciremo a riconquistare la poliedrica potenza dei 300.000 di Genova. Quando cominciammo a organizzare Genova ci si proposero gli stessi ostacoli che oggi di nuovo denunciamo. Quelli che io chiamo i “grunf-grunf”, che protestano a ogni iniziativa e tutto vedono come inutile . I grunf-grunf dominavano la scena. Eppure, le Tute bianche, Ya basta! e tutti gli altri compagni seppero costruire un percorso corretto che non si interruppe neppure davanti alla forsennata risposta poliziesca. Quale forma di organizzazione dobbiamo costruire per continuare quel percorso? Credo che un passaggio essenziale consista nel porre la povertà al centro del nuovo processo organizzativo: perché essa esprime la radicalità della protesta, rovescia la pervasività degli effetti distruttivi che stanno alla sua base, e produce una generosità estrema (altri parlano di amore) all’interno del movimento. Hai ragione quando parli degli esclusi al centro dei processi di liberazione: la povertà sola, infatti, è capace di suscitare, con l’indignazione, la resistenza e di dar corpo a un progetto di democrazia assoluta. Oggi anche gli operai sanno di abitare a un passo dalla povertà: ecco dunque dove si porranno i luoghi, i territori di organizzazione, quel locale dal quale necessariamente l’iniziativa globale deve prendere le mosse. L’analisi, il progetto, il potere costituente nascono qui.

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G8 di Genova 20 anni dopo, cosa imparare dalla sconfitta https://www.micciacorta.it/2020/07/g8-di-genova-20-anni-dopo-cosa-imparare-dalla-sconfitta/ https://www.micciacorta.it/2020/07/g8-di-genova-20-anni-dopo-cosa-imparare-dalla-sconfitta/#respond Tue, 07 Jul 2020 14:47:04 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26180 Genova. Per cominciare a discutere di come programmare il 20° anniversario del 2021

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Premessa Sui fatti del G8 di Genova sono stati scritti alcuni libri e tanti articoli oltre alla realizzazione di documentari e film. Una parte di questa letteratura e documentazione video-fotografica appare alquanto discutibile, un’altra parte resta imbrigliata in una quasi nostalgia piuttosto sconveniente e infine una parte resta documento d’archivio (fra i quali quelli del Genoa Legal Forum e del Comitato Carlo Giuliani[1]). Ciò che sembra mancare è una chiara analisi critica di quei fatti, delle loro interpretazioni ideologizzanti o mitizzanti, insomma una decostruzione degli errori di diverse componenti del cosiddetto movimento dei movimenti e anche delle loro conseguenze negative su quanto avvenuto dopo. In questo testo propongo quindi un contributo sintetico (rinvio a questi testi citati in nota[2]) per districarsi dalla palude di tanti luoghi comuni e per cercare di capire cosa imparare da questi fatti e anche del dopo e in quale prospettiva praticabile, cosa che si dovrebbe fare prima e durante i giorni a Genova nel 20 anniversario. * * * Il movimento contro il G8 di Genova fu sconfitto innanzitutto dalla violenza sfrenata di un dispositivo militare-poliziesco approntato e aizzato appositamente. Carlo Giuliani fu ucciso e centinaia di manifestanti furono massacrati e in parte torturati. Ciononostante ci sono ancora persone che come allora asseriscono che fu una vittoria, tesi sconcertante che è un insulto alle vittime e anche alla necessità di capire le ragioni quella sconfitta. La prima di queste ragioni è che le diverse componenti del movimento (e molti di noi fra questi) non capirono cos’era (e cos’è) il liberismo globalizzato, ossia la strategia e la tattica dei dominanti che esclude concessioni a chi protesta contro il loro operato, mira all’erosione e persino allo stroncamento anche brutale dell’agire collettivo e per questo fa ricorso a ogni mezzo e modalità. In altre parole, non si era ancora compreso che si aveva a che fare con una controparte che considera il movimento come nemico alla stregua del confronto militare e quindi s’è dotato di un dispositivo poliziesco-militare pronto al ricorso a ogni brutalità. Eppure le informazioni per capire questa deriva militare-poliziesca erano note sin dal lancio della Revolution in Military Affairs (RMA) del periodo di Reagan oltre che con la escalation mediatica che mirava a dissuadere la partecipazione al movimento contro tale G8 a Genova. Inoltre la conversione liberista della sinistra tradizionale era già compiuta in Italia sin dal governo D’Alema, la guerra contro la Serbia e l’istituzione dei Carabinieri come 4a forza armata[3]. L’illusione assai ingenua di poter penetrare pacificamente simbolicamente nella zona rossa in base a un presunto patto fra il leader delle tute bianche e la Digos di Padova si rivelò catastrofica. Come mostra anche in modo inequivocabile il video “OP Genova 2001 – L’Ordine Pubblico durante il G8” i Carabinieri attaccarono in maniera deliberata e brutale il corteo prima che arrivasse a Brignole, ignorando persino gli ordini del commissario di polizia con la fascia tricolore. L’obiettivo stabilito innanzitutto dal Pentagono era di dare una durissima lezione ai manifestanti anche a quelli ultra-pacifici per stroncare un movimento anti-liberista che dopo Seattle rischiava di dilagare su scala planetaria. Per i dominanti (G8, lobby e multinazionali) la messa in discussione dei loro scopi era ed è inammissibile e da distruggere con ogni mezzo. Tutto il movimento era destinato ad essere trattato come un nemico in guerra. E non a caso il dispositivo e le modalità operative militari in particolare dei Carabinieri e della Guardia di finanza nonché dei servizi segreti stranieri e italiani mirarono al massacro passando anche per le torture. Si pensi peraltro alla presenza del battaglione Tuscania, già sperimentato in Somalia[4]. Da notare che gli stessi black bloc stranieri (pochi forse solo trecento) decisero di abbandonare il campo probabilmente perché compresero di trovarsi in un frame del tutto sfavorevole in quanto prevaleva il gioco del disordine voluto dal dispositivo e dall’azione di CC e GdF, servizi segreti e infiltrati. Dopo la giornata del 21 i vertici della polizia credettero di riscattarsi dalle accuse di non aver saputo frenare il “caos” puntando a “fare più prigionieri possibile” sia con arresti persino a caso e persino di minorenni e ultra pacifici e soprattutto con il blitz alla Diaz[5], una sorta di “macelleria messicana” rivelatrice della scelta della gestione ultra brutale di una polizia italiana peraltro maldestra (rivelatrici le testimonianze di Andreassi e Micalizzi). Quella notte davanti alla Diaz eravamo in pochi ma c’erano anche tanti giornalisti e parlamentari e chiedevano di entrare o di parlare con dirigenti della polizia proprio mentre era in atto il massacro che abbiamo cominciato a immaginare solo quando abbiamo visto uscire barelle con persone che perdevano sangue … Non è stato fatto, ma forse da un preciso bilancio dei danni si potrebbe constatare che quelli prodotti dalle forze di polizia sono stati maggiori di quelli dovuti alla resistenza dei manifestanti e a qualche episodio -marginale- di “saccheggio” di negozi (fra l’altro la maggioranza dei mezzi danneggiati della polizia e dei CC era innanzitutto opera di loro stessi che avevano persino rischiato di scacciare sotto le ruote i manifestanti). Sin dal momento dell’attacco dei Carabinieri al corteo pacifico delle tute bianche si creò uno sbandamento generale e i manifestanti si mossero a caso senza sapere dove andare e come proteggersi. Come sempre in questi casi quelli che non avevano alcuna esperienza hanno avuto la peggio (e ciò anche fra qualcuno delle forze di polizia). La sconfitta fu ancora più tremenda perché dopo il 21 non vi fu più alcuna capacità di reazione collettiva; come d’improvviso il movimento si estinse e si disperse a curarsi le ferite e a elaborare il lutto. Dopo la mazzata pesantissima del 20-21 luglio arrivò la reazione dell’amministrazione USA all’attentato dell’11 settembre. Ossia il conclamato continuum fra guerre permanenti su scala planetaria e guerre sicuritarie all’interno di ogni paese. La guerra al terrorismo quindi si generalizzò sino a colpire anche le proteste locali contro grandi opere tacciandole di terrorismo (vedi TAV e non solo). Ma le ragioni che riproducono le resistenze al liberismo globalizzato sono molteplici e diffuse dappertutto anche se non riescono a conquistare i sindacati e quantomeno una buona parte della sinistra storica (che si uniscono alle destre per invocare grandi opere e la sacralità della crescita economica uber alles). La sconfitta di Genova non ha impedito il rispuntare di tanti momenti di rivolta, di resistenza, di lotta contro le diverse conseguenze del trionfo liberista. Ma di nuovo questi momenti passano e si estinguono tranne quelli circoscritti a un preciso contesto (vedi per esempio il caso dei NOTAV o quello dei nativi in Amazzonia o in Patagonia e altrove proprio perché sono resistenze per la sopravvivenza come innanzitutto fu la resistenza al fascismo e al nazismo che durò 20 anni ma ebbe un grande dispiegamento solo negli ultimi anni). Il movimentismo e il suo “presentismo” ha la logica di inseguire ogni rivolta con l’illusione di incasellarla nel “movimento dei movimenti” ma questa è una sorta di ideologizzazione del movimento. La mobilitazione di Genova ebbe il grande merito di agitare svariate questioni cruciali: non solo le conseguenze delle diseguaglianze economiche, sociali, sanitarie ma anche i rischi ecologici e le tragedie delle guerre. Ma mancò la comprensione che tutti i disastri sanitari, ambientali, economici e politici (fra i quali le economie sommerse e le neoschiavitù), sono tutti insieme il risultato dell’azione delle lobby e delle multinazionali su scala locale e su scala globale. Sono i disastri che non solo provocano emigrazioni disperate ma anche ogni anno quasi 60 milioni di morti. Disastri ignorati come se si trattasse di disgrazie casuali, sfortuna di chi muore di cancro o altre malattie che invece sono quasi sempre dovute a contaminazioni tossiche, a disastri ambientali, a condizioni di lavoro e di vita insostenibili. Si tratta insomma di ciò che Frederic Gros invita a capire come l’emergenza della teoria dei “disastri umanitari” e quindi della “sicurezza umanitaria” (in opposizione anzi in antitesi all’accezione sicuritaria militare-poliziesca che non a caso ignora tali disastri a sprezzo della protezione della vita animale e vegetale e quindi dell’ecosistema). Appare allora chiaro che non si tratta solo degli argomenti agitati durante Occupy Wall Street o l’analogo movimento degli Indignados in Spagna, né solo del sorprendente “movimento” dei giovanissimi contro il cambiamento climatico. Si tratta invece delle innumerevoli resistenze a ogni singola ingiustizia, sopruso e crimine contro l’umanità da parte dei dominanti come per esempio è oggi il Black Lives Matter e l’analogo movimento antirazzista in Francia, movimenti che hanno alle spalle le sconfitte di mobilitazioni precedenti sin dagli anni ’60 poi ’80 e poi ancora dopo e che sono spinti non da una sola motivazione ma da tante assieme. Questo è il campo alcuni militanti che ancora hanno nostalgia di Genova 2001 non hanno ancora capito trascinandosi invece nell’inseguimento di una sorta di riedizione di Genova2001. Così come ancora si stenta a capire che il liberismo tende sempre più a scegliere la tanatopolitica (il lasciar morire) anziché la biopolitica del lasciar vivere. È questa la reazione dei dominanti al loro terrore rispetto a ciò che pensano sia un aumento incontrollato della popolazione mondiale che si sovrapporrebbe al cambiamento climatico e genererebbe migrazioni aggressive, invasioni di orde fameliche che devasterebbero i paesi ricchi[6]. A questo dovrebbero riflettere i militanti antiliberisti comprendendo così che il quasi genocidio dei migranti non è casuale ma allo stesso tempo non esclude la schiavizzazione di alcuni per un tempo determinato come usa-e-getta. Una tanatopolitica che è quella della devastazione dei paesi detti terzi così come preconizzava lo stesso Summers. Il liberismo globalizzato è distruzione e necropolitica. Sono le resistenze dei nativi dei territori devastati o quelle della popolazione tunisina contro la fabbrica di fosfati di Gabès o anche la lotta dei lavoratori portuali del CALP di Genova contro le navi saudite che trasportano armamenti contro gli Yemeniti, sono queste le lotte e le resistenze che saranno il futuro che conterà. Il dopo fatti del G8 di Genova serve non per mettere un generico, inutile cappello alle lotte che si sono succedute da allora, né per reiterare la lettura ideologica dei movimenti, ma semmai per capire non solo gli errori e le illusioni tragiche di quel momento ma per rinnovare veramente l’impegno intellettuale e militante nelle nuove resistenze che si rinnovano e che hanno molteplici facce, molteplici modalità di agire collettivo che ingloba appunto molteplici componenti senza antitesi né pretesa di supremazia degli uni sugli altri, dei più radicali e dei più “pacifici”. E sta qua la ricerca di alternative attraverso la comprensione del valore del lavoro di cura e della stessa riproduzione della vita e dell’umanità in genere e quindi il rilancio di una cooperazione effettivamente antitetica alla logica del profitto, cioè di produttori e consumatori, a fianco del mutuo soccorso e infine del comune (vedi vari articoli su effimera.org). Oggi la minaccia sta nel sovranismo e nel populismo che non sono affatto né vero sovranismo, perché è fedele agli interessi delle lobby e multinazionali e delle potenze mondiali credendo di poter scegliere il miglior alleato dominante. E non è populismo perché ignora lo stesso diritto alla vita degli stessi elettori poiché vittime di disastri sanitari e ambientali; il sovranismo-populista difende il furore di arricchirsi di padroni e padroncini sulla pelle dei lavoratori[7]. Lungi dall’essere di fronte al collasso del capitalismo, il dopo pandemia tende a condurre a una situazione peggiore di quella precedente. Occorre un salutare sguardo scettico/critico per capire l’attuale congiuntura e come resistere, resistere, resistere! Il successo della mobilitazione antirazzista negli Stati Uniti ma anche in Francia indicano che occorre promuovere convergenze fra le molteplici ragioni delle singole resistenze. È possibile la convergenza nel reclamare non solo il definanziamento delle polizie e la protezione antirazzista e l’azzeramento delle spese militari, ma anche la destinazione di risorse alle politiche sociali contro precarietà e supersfruttamento. All’incontro del prossimo 21 luglio a Genova riflettiamo insieme per preparare il 20° anniversario dei fatti del G8.   NOTE [1] http://processig8.net/La%20Segreteria%20del%20Genoa%20Legal%20Forum.html; https://www.piazzacarlogiuliani.it/ e http://www.osservatoriorepressione.info/ [2]Sui fatti del G8 di Genova ho già pubblicato: Appunti di ricerca sulle violenze delle polizie al G8 di Genova, “Studi sulla questione criminale” 3, 1, 2008, 33-50, https://www.academia.edu/716477/Appunti_di_ricerca_sulle_violenze_delle_polizie_al_G8_di_Genova; Continuità nella sperimentazione delle pratiche violente del G8 di Genova e ripresa delle dinamiche collettive antiliberiste, in Black bloc. La costruzione del nemico, curatore  C. Bachschmidt, Fandango Libri, Rome: 2011, pp.61-74; sui cambiamenti nelle polizie: Polizie, sicurezza e insicurezze ignorate, in particolare in Italia, Revista Crítica Penal y Poder
2017, n. 13,
Ottobre (pp.233-259) http://revistes.ub.edu/index.php/CriticaPenalPoder/article/download/20385/22504 [3] http://effimera.org/appunti-epistemologia-della-conversione-liberista-della-sinistra-salvatore-palidda/ [4] Sul dispositivo militare-poliziesco fra altri si veda il numero speciale di Limes, 4/2001: https://www.limesonline.com/sommari-rivista/litalia-dopo-genova (ivi in particolare il punto di vista di militari e polizie) [5] [6] Vedi anche “Negazionismo, scetticismo o resistenze: dove va l’ecologia politica?” su effimera.org [7] http://effimera.org/il-furore-di-sfruttare-e-di-accumulare-di-gianni-giovannelli-e-turi-palidda/   * Fonte: Salvatore Palidda, Effimera.org

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Genova 2001. La polizia immaginaria di Camilleri e quella reale https://www.micciacorta.it/2019/07/genova-2001-la-polizia-immaginaria-di-camilleri-e-quella-reale/ https://www.micciacorta.it/2019/07/genova-2001-la-polizia-immaginaria-di-camilleri-e-quella-reale/#respond Sun, 28 Jul 2019 15:01:05 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25583 Montalbano è l’unico poliziotto importante a dire la verità per la precisa ragione che è un poliziotto inesistente

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E' questa la conclusione che possiamo e dobbiamo trarre a tanta distanza dai fatti, se consideriamo che la polizia reale non ha mai rinnegato gli atti e i fatti della Diaz   Mauro Biani l’altro giorno ha ricordato sul Manifesto Andrea Camilleri, appena scomparso, con una vignetta che cita un brano del suo romanzo, il settimo dedicato alla serie del commissario Montalbano, «Il giro di boa», uscito nel 2003. «Ad assaltare quella scuola, la Diaz», osserva il commissario Montalbano, «e a fabbricare prove false non è stato qualche agente ignorante e violento, c’erano questori e vicequestori, capi della mobile e compagnia bella». Biani titola la vignetta «Quando Montalbano provò a salvare l’onore della polizia, dello stato», e in effetti proprio di questo si è trattato: un tentativo nobile, quanto destinato all’insuccesso. Del resto, come poteva un poliziotto immaginario compiere simile impresa, al cospetto dell’indifferenza e dell’arroganza della polizia reale? Camilleri inizia il romanzo con il commissario che ascolta al telegiornale la notizia in arrivo da Genova: la procura, dice la giornalista, si è convinta, anzi si è fatta «pirsuasa», per citare letteralmente Camilleri, «che le due bombe molotov, trovate nella scuola, erano state portate lì dagli stessi poliziotti per giustificare l’irruzione». Segue la reazione del commissario, nella quale si condensa la denuncia di Camilleri. Montalbano, scrive lo scrittore, era restato «assittato» sulla poltrona, «privo della capacità di pinsari, scosso da un misto di raggia e di vrigogna, assammarato di sudore». Camilleri affida a Montalbano il compito di esprimere lo sdegno di un poliziotto onesto e leale che rigetta non solo le violenze gratuite della Diaz ma anche e soprattutto le menzogne organizzate per occultare i fatti e negare le responsabilità. Montalbano per Camilleri incarna la polizia come dovrebbe essere e come in quel frangente non fu. Il commissario ci dorme sopra, poi parla al telefono con Livia e le annuncia: «Mi dimetto. Domani vado dal questore e gli presento le dimissioni. Bonetti-Alderighi ne sarà contento». Si può dire che questo dirompente avvio de «Il giro di boa» è al tempo stesso una testimonianza e un atto d’accusa. Testimonianza di quella polizia democratica e consapevole che Montalbano è chiamato a rappresentare, un atto d’accusa verso i vertici del corpo, che il gesto delle dimissioni, in quel momento dovute secondo decenza ed etica costituzionale, si guardarono bene dal compiere. «Il giro di boa» prosegue con Montalbano che si lascia convincere dai collaboratori più stretti a non lasciare il campo, dopo un breve scambio con Mimì Augello, che gli ricorda le violenze di Napoli nel marzo 2001, in epoca di centrosinistra, e spinge Montalbano a replicare: «Credi che non ci abbia riflettuto, Mimì? Vuol dire che tutta la faccenna è assai più grave. Che questa lurdia è dintra di noi». «E fai questa bella scoperta solo oggi?», replica Mimì. «Tu che hai leggiuto tanto? Se te ne vuoi andare, vattene. Ma non ora». Montalbano non se ne va, naturalmente, e la storia prosegue, ma ne deriva una constatazione amara e al tempo stesso illuminante: Montalbano, in quella fase delicata delle inchieste, è l’unico poliziotto in vista a prendere pubblicamente la parola e dire la verità. A indicare la via maestra: ammettere le proprie responsabilità, collaborare con la magistratura, dimettersi. Nel 2003, anno di uscita del romanzo, non sono ancora cominciati i processi, l’inchiesta, tecnicamente parlando, è ancora in divenire: la sentenza di primo grado nel processo Diaz è del 2008, quella di appello del 2010, il giudizio definitivo della Cassazione del 2012. Montalbano è l’unico poliziotto importante a dire la verità per la precisa ragione che è un poliziotto inesistente: è questa la conclusione che possiamo e dobbiamo trarre a tanta distanza dai fatti, se consideriamo che la polizia reale non ha mai rinnegato gli atti e i fatti della Diaz (il menzognero verbale d’arresto, per dire, non è mai stato ritirato né sconfessato ufficialmente); nessuno, fra gli imputati, ha davvero ammesso le proprie responsabilità; nessuno, fra gli alti dirigenti di polizia, ha mai espresso uno sdegno paragonabile a quello di Montalbano. Il quadro è desolante e la vignetta di Mauro Biani ce lo ricorda per contrasto: da un lato la reazione forte e leale del poliziotto immaginario, dall’altro la miseria della realpolitik nella polizia di stato, assai lontana dai canoni morali del commissario di Vigàta. Nella prefazione al libro «L’eclisse della democrazia» che il sottoscritto pubblicò nel 2011 con Vittorio Agnoletto, Camilleri annotò che tutti i condannati in secondo grado erano rimasti al loro posto: «Tutto questo – scrisse – perché in Italia vige sì la presunzione di innocenza, ma non vige la presunzione dell’imbarazzo, della vergogna nel venire smascherati e continuare a occupare lo stesso posto». Alla fine l’imbarazzo e la vergogna, con Montalbano e Camilleri, sono i sentimenti che proviamo tutti noi, semplici cittadini e testimoni di questa vicenda, di fronte agli uomini di potere. *Comitato Verità e Giustizia per Genova * Fonte: Lorenzo Guadagnucci,  IL MANIFESTO Foto: La vignetta di Mauro Biani dal manifesto

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G8 di Genova 2001, Corte dei conti: «I poliziotti risarciscano 3 milioni» https://www.micciacorta.it/2019/03/g8-di-genova-2001-corte-dei-conti-i-poliziotti-risarciscano-3-milioni/ https://www.micciacorta.it/2019/03/g8-di-genova-2001-corte-dei-conti-i-poliziotti-risarciscano-3-milioni/#respond Sat, 16 Mar 2019 11:38:26 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25279 Si dice spesso che il G8 di Genova del 2001 non finisca mai. Né per una generazione che si è vista massacrare in piazza, in una scuola e in una caserma, né per i tanti che hanno subito violenze e che hanno visto la giustizia procedere in modo ondivago. Ieri però è arrivata ancora una […]

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g8 di Genova

Si dice spesso che il G8 di Genova del 2001 non finisca mai. Né per una generazione che si è vista massacrare in piazza, in una scuola e in una caserma, né per i tanti che hanno subito violenze e che hanno visto la giustizia procedere in modo ondivago. Ieri però è arrivata ancora una condanna per i 24 tra dirigenti, ispettori tuttora in servizio o ex, responsabili durante il G8 del 2001 a Genova delle brutali violenze alla scuola Diaz e di falso e calunnia per avere fabbricato false prove e osteggiato in diversi modi le indagini. Stavolta a pronunciarsi è stata la Corte dei Conti che impone ai responsabili di rimborsare spese legali e provvisionali per un totale di 2 milioni e 800 mila euro. I poliziotti dovranno rifondere ai ministeri dell’Interno e di Grazia e Giustizia le spese legali dei tre gradi di giudizio, le provvisionali stabilite come risarcimento alle decine di manifestanti massacrati di botte e arrestati sulla base di prove fabbricate ad arte e ripagare gli avvocati del gratuito patrocinio delle parti civili. Nell’elenco figurano funzionari tutt’ora in servizio come il vicecapo della Dia Gilberto Caldarozzi e il capo della Polstrada di Roma Pietro Troiani. Ulteriore condanna a 5 milioni di euro per il danno di immagine dovrà essere valutata il 22 maggio dalla Corte Costituzionale E di fronte a una sentenza che ha a che vedere con i poliziotti ( e che vede come vittime i manifestanti), non poteva mancare il commento dell’onnipresente Salvini: «La sentenza Diaz? Prima di commentarla vorrei leggerla. Io sto sempre e comunque con le forze dell’ordine, se uno su mille sbaglia, uno su mille paga». E per rimanere in scia ha specificato – dopo le contestazioni di ieri a Napoli – di essere «orgoglioso di come le forze dell’ordine affrontano ogni giorno problemi del genere». * Fonte: IL MANIFESTO

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Scuola Diaz, 16 ufficiali di polizia condannati a risarcire lo Stato per Mark Covell https://www.micciacorta.it/2019/02/scuola-diaz-16-ufficiali-di-polizia-condannati-a-risarcire-lo-stato-per-mark-covell/ https://www.micciacorta.it/2019/02/scuola-diaz-16-ufficiali-di-polizia-condannati-a-risarcire-lo-stato-per-mark-covell/#respond Sun, 10 Feb 2019 09:51:34 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25222 G8 Genova 2001. In appello la Corte dei Conti conferma la sentenza contro i responsabili del pestaggio del giornalista inglese e del depistaggio. Ma le pene sono ridotte rispetto al danno erariale

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g8 di Genova

Il giornalista inglese Mark William Covell aveva 33 anni quando nel 2001 venne trattato «come una palla da football» dagli uomini delle forze dell’ordine che fecero irruzione nella scuola Diaz durante il G8 di Genova, come raccontò egli stesso alla Bbc dall’ospedale dove venne ricoverato quando finalmente quell’incubo finì. A distanza di quasi vent’anni ha ancora i postumi di quella «mattanza» nella quale si impegnarono alcuni rappresentanti dello Stato che la Corte dei Conti definisce «barbari». I giudici contabili della seconda sezione d’appello, infatti, hanno confermato la sentenza di primo grado emessa nel 2015 che condannava, a un risarcimento complessivo di 110 mila euro, i 16 ufficiali di polizia coinvolti a vario titolo nel tentato omicidio del giornalista inglese. Tra loro anche Gilberto Caldarozzi, condannato a 3 anni e otto mesi per aver creato prove false, ma malgrado questo promosso un anno fa a numero due della Direzione investigativa antimafia. Nulla hanno potuto i ricorsi presentati dai poliziotti che sono stati già condannati in sede penale: la corte d’appello ha confermando la sentenza della sezione Liguria che aveva condannato al risarcimento di 40 mila euro l’allora comandante del VII nucleo antisommossa Michelangelo Fournier e a 60 mila euro l’allora comandante del primo reparto mobile di Roma Vicenzo Canterini. Condannati, in solido, a un risarcimento di 10 mila euro: Francesco Gratteri, Gilberto Caldarozzi, Giovanni Luperi, Spartaco Mortola, Nando Dominici, Filippo Ferri, Fabio Ciccimarra, Carlo Di Sarro, Massimo Mazzoni, Davide Di Novi, Renzo Cerchi, Massimiliano Di Bernardini, Massimo Nucera e Maurizio Panzieri. In via transitoria, il Viminale lo aveva risarcito con 350 mila euro (340 per le lesioni subite e 10 mila per le calunnie). * Fonte: IL MANIFESTO

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Dal G8 di Genova al caso Cucchi, la fiera del falso di Stato https://www.micciacorta.it/2018/10/dal-g8-di-genova-al-caso-cucchi-la-fiera-del-falso-di-stato/ https://www.micciacorta.it/2018/10/dal-g8-di-genova-al-caso-cucchi-la-fiera-del-falso-di-stato/#respond Sun, 14 Oct 2018 14:08:35 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24876 Gli ultimi sviluppi del caso Cucchi dovrebbero spingerci a mettere a fuoco due fenomeni emersi dal 2001 in poi: da una parte l’attitudine delle nostre forze dell’ordine, in determinate circostanze, a mentire e falsificare gli atti

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Gli ultimi sviluppi del caso Cucchi dovrebbero spingerci a mettere a fuoco due fenomeni emersi dal 2001 in poi: da una parte l’attitudine delle nostre forze dell’ordine, in determinate circostanze, a mentire e falsificare gli atti. Dall’altra la sistematica tendenza a fare muro contro le richieste di trasparenza. Il G8 di Genova in questo senso è all’origine di tutte le più recenti degenerazioni. Spiace doverlo ricordare, ma le giornate del 20, 21 e 22 luglio 2001 sono state una fiera del falso in atto pubblico e della calunnia, una caporetto dell’etica pubblica. Innumerevoli persone furono arrestate per strada ricorrendo a verbali fotocopia, con false accuse di violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Nell’immediato la maggior parte di quegli strani arresti non fu convalidata dai Gip genovesi e negli anni seguenti la magistratura civile ha inflitto numerose condanne al ministero degli Interni per gli abusi compiuti: non abbiamo mai saputo se qualcuno avesse dato un’imbeccata dall’alto o se la pratica dei verbali fasulli sia sgorgata spontaneamente in seno alla truppa… Il caso Diaz andrebbe poi fatto studiare nelle scuole di polizia, se davvero si volesse introdurre un antidoto al veleno immesso a piene mani nel 2001 nel cuore degli apparati. Basti dire che il comunicato con il quale si tentò di giustificare agli occhi del mondo la singolare operazione, mentre decine di persone erano in ospedale e le altre nella caserma delle torture a Bolzaneto, è risultato falso dalla prima all’ultima parola: dalle molotov piazzate ad arte e attribuite agli arrestati, alla tesi delle ferite pregresse, fino al finto accoltellamento d’un agente. Potremmo continuare, ma basti dire che nei processi Diaz e Bolzaneto i principali reati che hanno portato alle condanne di decine di agenti (in gran parte coperte dalla prescrizione) sono stati falso e calunnia. Nel caso Cucchi, secondo le cronache, abbiamo avuto ben 7 interventi di manipolazione di carte ufficiali. Il secondo punto – il rifiuto di agire per accertare subito e senza sconti le responsabilità – non è meno grave del primo. Anche questa è una storia che viene da lontano. I pm nel processo Diaz, Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, parlarono con molte ragioni di omertà, condotta che ritorna nel processo Cucchi. Di fronte a ogni vicenda estrema – dal G8 di Genova alla morte di persone sottoposte a custodia di polizia, come Aldrovandi, Magherini e altri – abbiamo assistito all’applicazione del medesimo schema, ossia la chiusura degli apparati a qualsiasi sguardo esterno, come se si trattasse di panni sporchi da lavare in casa e non di fatti gravi, potenzialmente criminosi, sui quali è necessario fare subito e bene chiarezza, nell’interesse dei cittadini e degli stessi corpi di sicurezza. Proviamo a pensare alle storie appena citate e a quel che sarebbero state se polizia e carabinieri avessero agito con trasparenza e collaborando con chi cercava solo verità, ossia le famiglie e i magistrati. Quante sofferenze risparmiate, quanta credibilità recuperata. Nel caso Diaz c’è un dettaglio che dice tutto: il verbale d’arresto, poi risultato falso e calunnioso, fu sottoscritto da 14 funzionari e dirigenti, tutti indagati e condannati tranne uno, mai identificato perché la grafia era illeggibile e perché gli altri tredici non hanno mai fatto il suo nome. Ecco in che modo è stata concepita la collaborazione con la magistratura inquirente ed ecco spiegate le durissime critiche allo Stato italiano scritte nelle sentenze di condanna subite dal nostro paese alla Corte per i diritti umani di Strasburgo – già dimenticate e pochissimo lette. Nel caso Cucchi la denuncia-confessione di uno dei carabinieri imputati ha spezzato la consegna (o forse imposizione) del silenzio che ha caratterizzato tutti i procedimenti simili avviati in questi anni, a cominciare da Genova G8. Se vogliamo dare un senso a quanto sta accadendo sotto i nostri occhi e nell’intento di frenare la rovinosa caduta di credibilità degli apparati, è lecito chiedere qualcosa al legislatore e a chi riveste ruoli di responsabilità: si collabori lealmente con la magistratura in tutti i procedimenti penali in corso e si sospendano gli indagati lungo l’intera catena di comando, fino ai massimi livelli; si trasferiscano ad altri ministeri i funzionari di polizia condannati nei processi per reati attinenti l’abuso di potere e la tortura; si introduca l’obbligo di indossare codici di riconoscimento sulle divise; si istituisca un organismo indipendente di controllo sull’operato delle forze dell’ordine, avviando contestualmente un’indagine conoscitiva a vasto raggio: l’Italia non può più farne a meno. Infine, non meno importante, si chieda scusa, ma davvero, accompagnando le scuse con atti concreti, per quanto hanno dovuto sopportare in questi anni le vittime degli abusi, i loro familiari, i cittadini tutti.   * Fonte: Lorenzo Guadagnucci, IL MANIFESTO * Comitato Verità e Giustizia per Genova

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Polizia e Genova G8, la democrazia mai risarcita e i rischi futuri https://www.micciacorta.it/2018/08/polizia-e-genova-g8-la-democrazia-mai-risarcita-e-i-rischi-futuri/ https://www.micciacorta.it/2018/08/polizia-e-genova-g8-la-democrazia-mai-risarcita-e-i-rischi-futuri/#respond Tue, 28 Aug 2018 10:54:02 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24793 Risarcimenti per danni d'immagine. Tre milioni per i risarcimenti pagati ai torturati, 5 per i danni d’immagine: tanto vale, per il pm della Corte dei Conti, la bella impresa compiuta il 21 luglio 2001 dalla nostra polizia alla scuola Diaz

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Tre milioni per i risarcimenti pagati ai torturati (incluso il sottoscritto), 5 per i danni d’immagine: tanto vale, per il pm della Corte dei Conti, la bella impresa compiuta il 21 luglio 2001 dalla nostra polizia alla scuola Diaz. Non si può invece contabilizzare la lesione inferta al corpo della democrazia, mai risarcita a causa della condotta tenuta negli anni dai vertici di polizia e dai ministri degli interni, che in nessun momento hanno pensato di schierarsi dalla parte dei cittadini sottoposti a tortura e quindi di operare per fare chiarezza e pulizia a beneficio del bene pubblico. Così lo stato si trova a fare i conti con l’eredità di Genova G8 solo in senso letterale, contando gli euro da recuperare. Non è granché ed è successo lo stesso con la vicenda di Bolzaneto, quartiere genovese passato alla storia come il Garage Olimpo dei generali argentini, con la sua caserma di polizia divenuta sinonimo nazionale di tortura: per la Corte dei conti (sentenza dell’aprile scorso) l’ordalia di violenze fisiche e psicologiche inflitte a decine di malcapitati nella palazzina chiamata amichevolmente «Auschwitz» vale 6 milioni di euro, a carico di 28 agenti e sanitari penitenziari. Le cifre, in casi del genere, sono ben poca cosa, ma parlano anch’esse. Ad esempio dicono che i danni d’immagine, secondo i pm, valgono più di quelli patrimoniali, lasciando intendere che il tema della credibilità (perduta) delle forze dell’ordine è ben più importante di quanto si pensi a Palazzo. Non può sfuggire, sotto questo profilo, che fra i 25 funzionari chiamati a risarcire lo stato per il caso Diaz figurano personaggi che sono rientrati in polizia dopo aver scontato i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, nonostante la Corte europea per i diritti umani prescriva nelle sue sentenze, per i casi di tortura (l’Italia è stata condannata sia per la Diaz sia per Bolzaneto), la destituzione dei funzionari condannati. Insomma, da qualsiasi parte si affronti l’eredità di Genova G8, ci si trova di fronte a un disastro: professionale, morale, politico, economico. Eppure poteva andare diversamente. Proviamo a immaginare un’altra storia. Un capo della polizia e un ministro dell’interno che il giorno dopo il disastroso blitz nella scuola aprono un’inchiesta interna, sospendono tutti i funzionari e chiedono il licenziamento di quelli maggiormente responsabili (fra parentesi,è quanto suggerì Pippo Micalizio, dirigente inviato dal capo della polizia per un’inchiesta lampo, in una relazione rimasta chiusa in un cassetto). Contestualmente, continuiamo a immaginare, capo della polizia e ministro si dimettono, con il preciso scopo di tutelare la dignità e la credibilità del corpo e dello stato. I loro sostituti a quel punto collaborano con i magistrati, chiedono solennemente scusa e si impegnano a far sì che niente del genere possa mai più ripetersi. Il parlamento, intanto, avvia una riforma delle forze di polizia: regole di trasparenza, codici sulle divise, legge sulla tortura (una vera legge, naturalmente, non quella fasulla approvata l’estate scorsa e già bocciata da istituzioni come il Consiglio d’Europa e il Comitato Onu contro la tortura). Un sogno, un’utopia? Forse, per una «democrazia reale» qual è la nostra, incapace di fare i conti con gli abusi di stato, ma un’ovvietà per una democrazia normale. L’Italia ha scelto la via che conosciamo, lastricata di falsi e menzogne, una via che lascia sul corpo della polizia di stato lo stigma della tortura e sulla sua dirigenza il tratto dell’ambiguità, nonostante i lodevoli ma insufficienti sforzi dell’attuale capo Franco Gabrielli, anche lui rimasto invischiato nel pantano creato attorno a Genova G8. È la polizia che è stata consegnata ai nuovi uomini di potere. Oggi al Viminale siede un esponente della destra radicale che su questi temi ha sempre sposato le posizioni più arretrate e più oltranziste emerse in seno alla polizia. Non è il momento di improvvisarsi Cassandre e vaticinare chissà quali futuri eventi, ma se a volte capita di fare cattivi pensieri è (anche) perché siamo coscienti che dopo l’estate del 2001 non è stato fatto quanto necessario – tutt’altro… – per voltare pagina e garantire una seria opera di prevenzione. * Comitato Verità e Giustizia per Genova * Fonte: Lorenzo Guadagnucci,  IL MANIFESTO

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Dopo 17 anni ancora in piazza Alimonda, per non rassegnarsi alla sconfitta https://www.micciacorta.it/2018/07/dopo-17-anni-ancora-in-piazza-alimonda-per-non-rassegnarsi-alla-sconfitta/ https://www.micciacorta.it/2018/07/dopo-17-anni-ancora-in-piazza-alimonda-per-non-rassegnarsi-alla-sconfitta/#respond Sat, 21 Jul 2018 07:37:07 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24685 Genova2001. Il 20 luglio di 17 anni fa veniva ucciso Carlo Giuliani, per strada scontri e cariche. Poi l’irruzione alla Diaz e le torture a Bolzaneto

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Si torna a Genova come ogni anno e sotto il palco di piazza Alimonda la memoria corre a quel giorno maledetto, quando un ragazzo rimase sull’asfalto, colpito alla testa da un colpo di pistola, il corpo calpestato dalla camionetta dei carabinieri, il cranio sfregiato con una pietra. È GIUSTO CHIEDERSI perché ci ritroviamo qui, chi con il corpo chi nello spirito. Siamo reduci? Nostalgici? Sconfitti dalla storia che tornano sul luogo delle proprie gesta e degli altrui delitti? Forse sì, ma è possibile che ci sia qualcos’altro. Che Genova G8 ci riguardi ancora. In questi giorni tempestosi, di violenza del potere nel mar Mediterraneo, di sghangherata critica alle tecnocrazie globali in nome di rinascenti e osceni nazionalismi, le giornate di Genova, i sette giorni di contestazione e di proposta organizzati durante il vertice dei cosiddetti Otto Grandi (che così Grandi poi non erano) appaiono come un approdo, anziché un residuo della storia. Lasciamo pure da parte il sottile senso d’angoscia e d’impotenza che suscita, confrontato all’oggi, il ricordo della miriade di persone e organizzazioni venute a Genova richiamate da un nuovo movimento capace di mostrare il vero volto del potere (il pensiero unico neoliberista, tema all’epoca assente dall’agenda politica e mediatica) e pensiamo alle molte buone ragioni messe in campo da quel movimento. È UN ELENCO CHE SORPRENDE, sia nella parte critica sia in quella propositiva. Dalla rivolta di Seattle (dicembre ’99) in poi e fino al luglio genovese, passando per una serie di contestazioni a riunioni delle varie istituzioni della tecnocrazia globale, il movimento mise a nudo e denunciò, per limitarsi ai punti essenziali: la finanziarizzazione dell’economia neoliberale e le crescenti diseguaglianze fra nord e sud del mondo; la nuova dislocazione dei poteri, non più a livello nazionale ma nella grande finanza e nelle istituzioni globali al suo servizio (Wto, Fmi, Banca mondiale, il «Washington Consensus»); la mercificazione del lavoro e della stessa vita umana, con annessa libertà di circolazione per i capitali ma non per le persone… La parte propositiva non era meno ricca di spunti e di esperienze: una Tobin Tax sulla speculazione finanziaria; la cancellazione del debito pubblico iniquo; l’idea di un’altreconomia, liberata dalla schiavitù della crescita e capace di includere in sé il limite ecologico allo sviluppo; un contratto mondiale per l’accesso all’acqua; il bilancio partecipativo nelle amministrazioni locali… E così via. Sorprende, questo parziale elenco, perché fornisce ancora oggi una visione del mondo alternativa allo status quo; una visione costruita con competenza e spesso attraverso la pratica concreta; una visione che è stata anche aggiornata da alcuni nuovi movimenti in varie parti del mondo. A DISTANZA DI TANTI ANNI capiamo meglio che nel luglio 2001 fu affossata a colpi di pistola, di manganello e con la tortura un’idea di mondo che stava riscuotendo troppo consenso. Troppo vasta e soprattutto troppo varia, ben oltre i confini storici della sinistra, era la partecipazione di singoli, associazioni e movimenti: occorreva colpire e criminalizzare tutto ciò, dichiararlo fuori legge, escluderlo dal discorso pubblico; occorreva rendere inascoltabili le parole dette nei convegni, nei seminari, in quell’università popolare a cielo aperto chiamata Forum sociale mondiale. E tuttavia sarebbe difficile sostenere che le idee di quel movimento sono state davvero annientate ed escluse per sempre dalla storia. Non è così. QUELLE IDEE NON SONO MORTE e anzi continuano a ispirare persone e movimenti attraverso i continenti; sono all’origine di progetti politici, sociali, esistenziali radicati nel presente e capaci di futuro. Resta preziosa anche la lezione di metodo: niente steccati fra culture diverse e unione delle forze per dare spessore politico all’azione sociale condotta fuori dagli schemi del mercato, cioè secondo giustizia, empatia, nonviolenza. A Genova è morta semmai in molti cittadini la fiducia nello stato e nei suoi apparati di sicurezza, incapaci negli anni di ammettere le proprie colpe e recuperare la credibilità perduta. A Genova è morta quella sinistra che non volle capire che c’era (e rimane) una nuova linea di demarcazione rispetto alle destre: l’adesione o meno al modello neoliberale. Oggi – passata, anzi ancora in corso una crisi finanziaria più che prevedibile e col «Washington Consensus» in crisi d’identità – succede che una contraddittoria e confusa critica alla globalizzazione neoliberale viene condotta lungo un binario che porta a rinascenti quanto pericolosi nazionalismi. È una capriola della storia che spaventa ma che aiuta anche a pensare. FA CAPIRE CHE LA CRITICA dei movimenti sociali al pensiero unico è ancora attuale e che le vie d’uscita esistono, nonostante le sconfitte e un certo scoramento del tempo presente. Quindi si torna a Genova e si pensa che la memoria è generosa, le buone idee tenaci, la storia imprevedibile; visto da piazza Alimonda, il futuro è ancora aperto. Fonte: Lorenzo Guadagnucci, IL MANIFESTO   *Comitato Verità e Giustizia per Genova

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Torture di Genova 2001, la credibilità perduta della polizia https://www.micciacorta.it/2018/04/torture-genova-2001-la-credibilita-perduta-della-polizia/ https://www.micciacorta.it/2018/04/torture-genova-2001-la-credibilita-perduta-della-polizia/#respond Sat, 07 Apr 2018 07:19:29 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24328 Ai vari piani del Palazzo farebbero bene a rileggersi le sentenze e a prendere sul serio le ragionevoli considerazioni del pm Enrico Zucca, uno dei pochi funzionari dello Stato usciti a testa alta da queste penose vicende

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Pochi giorni fa il pm Enrico Zucca è stato sottoposto a un durissimo attacco mediatico e istituzionale per avere ricordato alcune antipatiche verità riguardanti il G8 di Genova del 2001. Nel Palazzo non piace che si ricordino le vicende di quel tragico luglio e soprattutto i processi che ne sono seguiti. Ma non esiste al momento un silenziatore abbastanza efficace da cancellare i fatti e ora tocca alla Corte dei Conti ricordarci la disfatta morale, politica e anche economica causata dai responsabili istituzionali con la loro scellerata gestione del dopo G8. La magistratura contabile ha condannato 28 persone – fra personale medico-sanitario e appartenenti a polizia, carabinieri e polizia penitenziaria – a risarcire i circa sei milioni di euro pagati alle parti civili nel processo per le torture nella caserma-carcere di Bolzaneto e solo un malizioso cavillo normativo – definito a suo tempo «irragionevole» dal procuratore ligure Ermete Bogetti – ha impedito di contestarne altri 5 per il danno alla reputazione dello Stato. Il pm, nel chiedere la doppia condanna, aveva specificato che le violenze sui detenuti a Bolzaneto «hanno determinato un danno d’immagine che non ha pari nella storia della Repubblica». Sono parole molto dure ma anche molto simili a quelle scritte dai giudici di Cassazione il 5 luglio 2012 nella sentenza che ha condannato in via definitiva 25 funzionari e dirigenti di polizia nel processo Diaz: «(…)una volta preso atto che l’esito della perquisizione si era risolto nell’ingiustificabile massacro dei residenti nella scuola, invece di isolare ed emarginare i violenti denunciandoli, dissociandosi così da una condotta che aveva gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero e di rimettere in libertà gli arrestati, avevano scelto di persistere negli arresti creando una serie di false circostanze». Non vanno poi dimenticate le parole spese dalla Cassazione nel motivare il no alla richiesta di affidamento ai servizi sociali presentata da Gilberto Caldarozzi, condannato nel processo Diaz e oggi vice direttore della Direzione investigativa antimafia; la Cassazione in quel documento biasima il «dirigente di polizia, tutore della legge e della legalità che si presta a comportamenti illegali di copertura poliziesca propri dei peggiori regimi antidemocratici» e ricorda, con riferimento alla Diaz, «il clamore provocato dalla vicenda e il conseguente discredito internazionale caduto sul nostro paese». Dovremmo tenere a mente tutti questi passaggi ogni volta che si parla di dignità e credibilità delle nostre forze di polizia, l’una e l’altra gravemente danneggiate dalle scelte compiute dai vertici istituzionali non solo durante ma anche dopo il G8 del 2001. La Corte europea per i diritti umani ha rimarcato come nel processo Diaz «la polizia italiana si sia potuta rifiutare impunemente di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria»… Che c’è di peggio, per un apparato dello Stato, di un giudizio del genere? Il capo della polizia Franco Gabrielli l’altro giorno ha definito «oltraggiose» le affermazioni di Enrico Zucca, tutte riprese da sentenze passate, sulla debole «statura morale» della nostra polizia, dimostrando di non aver compreso, o di non voler accettare, la dura verità che scaturisce dal G8 di Genova. In quei giorni e negli anni successivi fino a oggi, con l’inopinato reintegro dei condannati nel processo Diaz, abbiamo assistito a un pervicace rifiuto di tutelare l’onorabilità dei corpi di polizia nell’unico modo possibile: ammettendo le proprie colpe, allontanando i responsabili degli abusi, facendo opera di prevenzione (do you remember i codici sulle divise?), chiedendo scusa – ma davvero, non con la mezza e tardiva frase di Antonio Manganelli – a tutti, proprio a tutti: le vittime dirette delle violenze, i cittadini italiani, i lavoratori onesti dei corpi di polizia. Oggi è troppo tardi e la credibilità perduta è tutta da ricostruire: perciò ai vari piani del Palazzo farebbero bene a rileggersi le sentenze e a prendere sul serio le ragionevoli considerazioni di Enrico Zucca, uno dei pochi funzionari dello Stato usciti a testa alta da queste penose vicende. FONTE: Lorenzo Guadagnucci , IL MANIFESTO *Comitato Verità e Giustizia per Genova

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Polizia violenta, tutti contro il magistrato Zucca. Il Csm apre un’inchiesta https://www.micciacorta.it/2018/03/polizia-violenta-tutti-magistrato-zucca-csm-apre-uninchiesta/ https://www.micciacorta.it/2018/03/polizia-violenta-tutti-magistrato-zucca-csm-apre-uninchiesta/#respond Thu, 22 Mar 2018 08:53:19 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24292 G8 Genova 2001. È bufera sulla frase pronunciata dall’ex pm del processo per la scuola Diaz. Md lo difende e ricorda: la condanna di Strasburgo impone di sospendere i responsabili

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«Arditi parallelismi e infamanti accuse che qualificano soltanto chi li proferisce». Reagisce male, il capo della polizia Franco Gabrielli, alle parole pronunciate dal sostituto procuratore della corte d’Appello di Genova Enrico Zucca che durante un’iniziativa dell’ordine degli avvocati su Giulio Regeni aveva detto: «I nostri torturatori sono ai vertici della polizia, come possiamo chiedere all’Egitto di consegnarci i loro torturatori?». La sua però è una difesa d’ufficio un po’scontata e retorica: «Noi facciamo i conti con la nostra storia ogni giorno, noi sappiamo riconoscere i nostri errori – ha detto Gabrielli durante un’iniziativa ad Agrigento in ricordo di Beppe Montana, poliziotto ucciso dalla mafia nel 1985 – Noi, al contrario di altri, sappiamo pesare i comportamenti. Ma al contrario di altri, ogni giorno i nostri uomini e le nostre donne, su tutto il territorio nazionale, garantiscono la serenità, la sicurezza e la tranquillità». EPPURE, NEANCHE UN ANNO fa in un’intervista a Repubblica Gabrielli affermava a chiare lettere che durante il G8 del 2001 nella caserma di Bolzaneto venne praticata la «tortura» e che se fosse stato al posto di Gianni De Gennaro si sarebbe «dimesso». Lui che nell’aprile 2016 venne spostato velocemente dalla prefettura di Roma al vertice della polizia proprio per dare manforte ad un governo che annaspava davanti alla Corte di Strasburgo chiamato a difendersi per le violenze alla Diaz. «La nottata non è mai passata – disse Gabrielli nell’intervista – A Genova, un’infinità di persone, incolpevoli, subirono violenze fisiche e psicologiche che hanno segnato le loro vite. E se tutto questo, ancora oggi, è motivo di dolore, rancore, diffidenza, beh, allora vuol dire che, in questi sedici anni, la riflessione non è stata sufficiente. Né è stato sufficiente chiedere scusa a posteriori». Sei mesi dopo, uno dei protagonisti di quella storia, Gilberto Calderozzi, condannato in via definitiva a 3 anni e otto mesi per aver attestato il falso e coperto omertosamente le violenze e le torture inferte dalle forze dell’ordine all’interno della scuola Diaz divenne il numero due della Direzione investigativa antimafia. IERI PERÒ, al solito bailamme sollevato dalle destre e dai sindacati delle forze dell’ordine – i funzionari di polizia parlano addirittura di «rischio disordini» – il presidente della Prima commissione del Csm, Antonio Leone, ha chiesto l’apertura di una pratica sul caso «per valutare gli eventuali profili di incompatibilità», anche se il vicepresidente Giovanni Legnini si è limitato a definire quella di Zucca «una dichiarazione impegnativa con qualche parola inappropriata». Mentre il ministero di Giustizia ha acquisito la registrazione integrale del convegno dell’ordine genovese degli avvocati. Ma l’ex pm del processo Diaz – che considera «normale e doveroso» l’accertamento dei fatti da parte degli organi competenti – insiste sul punto: «La rimozione del funzionario condannato è un obbligo convenzionale, non una scelta politica, e queste cose le ho dette e scritte anche in passato. Il Governo deve spiegare perché ha tenuto ai vertici operativi dei condannati. Fa parte dell’esecuzione di una sentenza». E ancora, riferendosi al caso Regeni: «Se noi violiamo le convenzioni, è difficile farle rispettare ai Paesi non democratici. Il mio messaggio di ieri era: crediamo in primis noi ai principi, prima di pretendere che ci credano altri». I genitori di Giulio, il ricercatore torturato e ucciso al Cairo che non ha ancora ottenuto verità e giustizia, hanno voluto esprimere «la nostra stima e gratitudine al dott. Zucca per il suo intervento preciso ed equilibrato».
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Enrico Zucca
D’ALTRONDE IL PROCURATORE della Corte d’Appello genovese non ha fatto altro che fotografare la realtà. Lo ricorda Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, quando dice che Zucca «evidenzia qualche problema reale, non sta inventando niente». E lo ricorda Magistratura democratica con una nota in cui osserva «che le pronunce della Corte di Cassazione e della Corte Europea dei diritti dell’uomo hanno qualificato i fatti di Genova in termini di tortura e hanno censurato il nostro Paese per non avere posto in essere quegli adempimenti procedurali – tra cui la sospensione dal servizio dei responsabili – necessari per prevenire e reprimere il delitto di tortura». «Sulla base di queste premesse condivise», la corrente democratica dell’Anm ritiene dunque «che non possa qualificarsi oltraggioso per le forze dell’ordine ribadire l’incidenza di quella grave vicenda sulla credibilità delle istituzioni», dentro le quali, «si collocano le forze di polizia con il loro quotidiano e indispensabile lavoro, nella legalità e a tutela della legalità». Solidarietà a Zucca è stata espressa anche da Pap, Leu, e da numerosi giudici, legali, studiosi e cittadini comuni che hanno sottoscritto un appello – e invitano a firmare (appellozucca@altreconomia.it) – affinché si applichino le indicazioni prescritte nelle condanne Cedu per Diaz e Bolzaneto. FONTE: Eleonora Martini, IL MANIFESTO Vedi anche sul sito del Comitato verità e giustizia per Genova un piccolo elenco delle promozioni

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