Sel – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Fri, 17 Feb 2017 08:53:14 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.4 Sinistra Italiana. Per aprire le porte occorre costruire una casa https://www.micciacorta.it/2017/02/sinistra-aprire-le-porte-bisogna-costruire-casa/ https://www.micciacorta.it/2017/02/sinistra-aprire-le-porte-bisogna-costruire-casa/#respond Fri, 17 Feb 2017 08:53:14 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=23002 Perché sarò al congresso di Sinistra Italiana. Civilizzati contro barbari non è uno schema di un nuovo centrosinistra e neppure un’idea di buon senso.Il dibattito nel Pd è rilevante ma riguarda un pezzetto di mondo politico

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Comincio da me, così si è più chiari. Proprio perché – come ha scritto Marco Revelli – bisogna «prendere le distanze dalle configurazioni del giorno» – una vera girandola – credo sia necessario non prendere le distanze dai processi più consistenti per avviare i quali molti compagni si sono impegnati. Molti compagni e non questo o quel leader che si sente improvvisamente chiamato dal popolo a creare qualche “campo”. Per questo oggi andrò a Rimini per partecipare al Congresso costitutivo di Sinistra Italiana. Ci vado innanzitutto perché sento che ho più che mai bisogno di stare assieme a compagni con i quali in questi anni abbiamo combattuto le stesse battaglie (non solo reduci, per fortuna anche tanti nati nei ’90) – per ultima quella del referendum – per ragionare con loro e tentare di indicare una prospettiva che mi/ci sottragga da questo “squilibrio di sistema”. Perché più che mai sento che rischiamo di essere travolti se non costruiamo un luogo, un aggregato, che dia forza all’intenzione di rispondere a una domanda di senso e non solo di consenso immediato; se, soprattutto, non riusciamo a mettere in piedi una pratica politica che dia rappresentanza reale ai bisogni degli sfruttati e non sia, come sempre più è, solo comunicazione. Per questo sento l’urgenza di relazionarmi con gli altri, di superare il maledetto isolamento individualista che ci ha tutti ammalato, di ritrovare il collettivo, senza il quale non mi resterebbe che il malinconico brontolio solitario. Un partito è questo, innanzitutto. Provarci vuol dire “chiudersi”, “isolarsi”, mentre invece bisognerebbe aprirsi? Certo che bisogna aprirsi, ma per aprire una porta devo avere una casa, cioè un punto di vista organizzato, se no la porta sbatte e basta. E poi, per guardare a quello che c’è all’aperto, bisogna avere il cannocchiale, non la lente di ingrandimento che ti consente l’illusione ottica di vedere grandissimo quello che invece è piccolo. Io credo, per esempio, che piccolo sia il dibattito che si sta svolgendo all’interno del Pd. Non dico che non sia rilevante, anzi, dico solo che riguarda un pezzetto di mondo, mentre c’è un mondo più grande, fatto di movimenti, gruppi che operano sul territorio, reti, insomma una società italiana più ricca di fermenti di quanto generalmente si creda. Frantumata, certo, ma anche per questo penso sia giusto ricominciare a pensare ad un’organizzazione politica che sappia impegnarsi ad esserne parte, non solo vago referente esterno. Del Pd mi interessa – e molto – il grande corpaccio della tradizione, che però non recupererò alla soggettività politica appiattendomi su uno dei leader della sua minoranza interna. Con i quali potrò, se ce ne saranno le condizioni, allearmi per combattere delle battaglie, forse, persino elettorali. Ma tanto più efficacemente potremo farlo tanto più saremo capaci di imporre un confronto di merito, e non solo di posizionamento. E’un azzardo puntare su Sinistra Italiana, un cavallo così fragile , pieno di difetti, che subisce prima ancora di nascere -. un vero record – una scissione corposa ( e certamente dolorosa)? Sì, lo è. Potrebbe non funzionare. E però penso che se perdiamo questa occasione il rischio di trovarci assai male sarebbe ben maggiore. Ci sono momenti in cui occorre rischiare, cioè scegliere (e francamente questo non è poi un rischio così grosso). Ho scelto Sinistra Italiana perché chi la sta costruendo ha avuto il coraggio – per l’appunto – di aprirsi, e cioè di rinunciare alle certezze dei propri rifugi. Che è quanto di più efficace si possa fare se si vogliono davvero “aprire campi” più inclusivi, che non siano la somma di identità irrigidite. Sel, decidendo di sciogliersi, proprio questo ha fatto: mettere in discussione se stessa, a partire dalla riflessione critica sull’esperienza del centrosinistra di cui era stata protagonista. Saremo elettoralmente irrilevanti? Dipende da molte cose, ma – ed è questo che mi importa ribadire in questo momento – non tutto si gioca su quel terreno. C’è un enorme lavoro da fare nella società per tradurre la disperazione in un protagonismo politico capace di dare al conflitto una prospettiva. Per rivitalizzare le istituzioni democratiche che Renzi ha cercato di sterilizzare bisogna cominciare di qui, altrimenti qualsiasi governo, anche un centrosinistra un po’ più di sinistra, sarà inutile. Ci sono tempi in cui i risultati di quanto si fa si possono misurare solo nel lungo periodo. Quanto sta bollendo in pentola non è affatto un nuovo bel centro-sinistra di sinistra. Mi sembra di capire che, anzi, il nuovo scenario politico sia un nuovo bipolarismo: non il vecchio sinistra/destra, ma: da un lato i “barbari” ( 5Stelle, Salvini e c. più la plebe che protesta contro licenziamenti e povertà, gli immigrati); dall’altro i “civilizzati”, quelli che hanno capito che in momenti come questi si devono erigere trincee. (E cioè il Pd, i mozziconi di destra già da tempo imbarcati da Renzi, ma oramai anche Berlusconi, riammesso nel salotto buono da quando si è visto che, diciamocelo, non è brutto come Trump). Eugenio Scalfari ad Ottoemezzo, giorni fa, l’ha detto con maggiore chiarezza di altri ricorrendo a toni persino apocalittici: chi è civilizzato deve capire che il castello della democrazia è assediato e senza fare tante storie ubbidire e combattere con chiunque si ingaggi. A questo punto che lo schieramento invocato si chiami centro-sinistra, o larghe intese, non ha importanza, è questione solo nominale. Non è più tempo, insomma – ecco il messaggio – per occuparsi di dettagli cincischiando su quanto di sinistra potrebbe essere il centrosinistra. Non siamo più, mi pare, al renzismo, siamo oltre, quello è stato – o meglio ancora è – l’apprendista stregone. L’appello dei civilizzati avrà sicuramente chi lo ascolta, può apparire persino di buon senso. Anche perché i civilizzati hanno meno problemi: non il lavoro, non la povertà, non le miserie dei servizi pubblici che si restringono come pelle di zigrino. Solo che le cose non stanno così: se le scelte dovessero ridursi a questa alternativa saremmo davvero fritti: il disagio sociale e il populismo che cresce in assenza di una forza che se ne faccia carico, potrebbe davvero dare fuoco alle polveri. Il realismo dovrebbe indurre a privilegiare l’obiettivo di colmare questo vuoto. SEGUI SUL MANIFESTO

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Sinistra italiana, c’è solo un candidato https://www.micciacorta.it/2017/02/22945/ https://www.micciacorta.it/2017/02/22945/#respond Thu, 02 Feb 2017 08:53:20 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22945 Sinistra italiana. Oggi l’annuncio ufficiale. Ma nessuno lascia il partito. I tesserati in dissenso terranno una controassemblea nei giorni del congresso

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Sinistra italiana. Oggi l’annuncio ufficiale. Ma nessuno lascia il partito. I tesserati in dissenso terranno una controassemblea nei giorni del congresso. «Per un campo largo». Si è scontro sulle tessere, sui seggi e su D’Alema. Oggi il lancio del movimento di De Magistris La denuncia è quella per cui i giocatori si ritirano, «impraticabilità del campo», e quella di aver fatto «regole à la carte» per far vincere un solo candidato, quello più vicino a Nichi Vendola e più lontano dalle ipotesi di «nuovo centrosinistra» che circolano in questi giorni dal lancio del movimento di Massimo D’Alema in poi. Il «campo» è quello del congresso di Sinistra italiana, che si svolgerà a Rimini dal 17 al 19 febbraio. Arturo Scotto, capogruppo alla camera di Sinistra italiana e candidato per l’area di Alternative, fa un passo indietro. Anzi due. Non correrà. Nel partito non ancora nato c’è già una spaccatura verticale, come anticipato martedì dal manifesto. Per ora le due anime convivono da separate in casa. La notizia non è ufficiale. L’interessato ieri non ha voluto aggiungere altro alle notizie di agenzia che davano la situazione su un piano inclinato. Ieri i ’dissenzienti’ hanno tenuto un’assemblea fino a tarda sera a Garbatella, quartiere popolare di Roma. La decisione finale arriverà oggi. Anche le motivazioni filtrano per sommi capi. Al tavolo della commissione di garanzia – composta da Alfredo D’Attorre, Elisabetta Piccolotti e Peppe De Cristofaro – la discussione si sarebbe fatta via via più tesa. Oggetto del contendere il congelamento delle tessere di Foggia. E la dislocazione dei seggi per il voto dei delegati che si svolgerà sabato prossimo. A Roma, dove è forte l’area Smeriglio-Scotto, un solo seggio, contro i sei di Firenze, dove è forte l’area vendoliana. «Un congresso blindato sulla linea e sulla leadership di Fratoianni se lo fanno da soli», è la conclusione dell’area che si sente penalizzata. E che non parteciperà al congresso ma non lascerà il partito. Nelle stesse ore convocherà un’assemblea degli iscritti per una «Sinistra italiana per un campo largo». Riecheggia il «campo progressista» proposto da Giuliano Pisapia e Massimo Zedda, ma se ne tiene un po’ discosta. Quella dell’ex sindaco di Milano è un’iniziativa che ancora non ha preso adeguate distanze dal Pd di Renzi. I militanti e i dirigenti di Alternative guardano piuttosto all’associazione ConSenso di D’Alema, e alla frattura in corso nel Pd in queste ore. Lo scontro interno per ora – ma solo per ora – non avrebbe conseguenze nel gruppo parlamentare. Che però alla camera è spaccato in due: metà con Scotto, metà con Fratoianni. Ma è proprio alla camera che era avvenuta la prima avvisaglia di quanto succede in queste ore. A metà gennaio, con una lettera aperta firmata da sedici deputati contro quella che definivano la «cultura dell’intolleranza» espressa dalla parte che fa capo a Nicola Fratoianni, candidato – ma ancora non ufficialmente – alla segreteria. In polemica con Scotto, che aveva firmato la lettera benché capogruppo – Stefano Fassina ha deciso di autosospendersi. Negli ultimi giorni il dialogo fra le due aree si era inceppato più volte. Erano volati reciproci sospetti sul tesseramento, che aveva stagnato per un anno a quota4mila tessere per poi balzare improvvisamente a 21mila nelle ultime settimane. La precipitazione verso il voto di Renzi e soprattutto la ’cosa’ di D’Alema hanno fatto ulteriormente alzare la temperatura. Favorevoli Scotto, Smeriglio e compagnia, molto più tiepido Fratoianni. Ieri Vendola ha rilasciato dichiarazioni «aperturiste» assicurando di vedere positivamente il «cambio di rotta» dell’ex premier, fin lì considerato uno degli ispiratori di un Pd sbagliato, uno dei padri putativi di Renzi e del renzismo. Apertura politica che però non viene presa sul serio dall’altra parte: «Vendola avrebbe potuto svolgere un ruolo ma ormai…». Oggi a Napoli intanto avverrà il lancio di DeMa, il movimento di Luigi De Magistris. Che certamente dirà la sua proprio sulla ‘cosa’ di D’Alema. Se fosse un no preventivo, sarebbe un messaggio forte alla sinistra-sinistra: o con me o con lui. In questo caso per Fratoianni e compagni la scelta non si porrebbe: con lui. Intanto in Sinistra italiana, in mattinata, si consuma la rottura finale sulle regole. Respinta la proposta di Scotto di fare tutti un passo indietro per una gestione collettiva del partito, in vista del voto. «No ad un accordo fra dirigenti» la risposta di Fratoianni. Che resta il solo candidato al congresso. SEGUI SUL MANIFESTO

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Un nuovo inizio per Sel-Sinistra Italiana? https://www.micciacorta.it/2016/12/22806/ https://www.micciacorta.it/2016/12/22806/#respond Sun, 18 Dec 2016 09:10:06 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22806 Su tutto ha campeggiato il ritorno di Nichi Vendola in una posizione rassicurante più che dominante

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Nessun clima da de profundis, qualche occhio umido sì, abbracci, ma anche un dibattito politico con botta e risposta, per quanto per poco più di un centinaio di delegati e militanti. Con qualche nota spiazzante, come quando, al termine della mattinata nell’auditorium di via Cernaia, al calare del sipario sulla storia della forza politica chiamata Sel, parte la cover di «Meraviglioso», vecchio successo di Modugno rifatto dai Negramaro, non proprio una canzone di lotta. Su tutto ha campeggiato il ritorno di Nichi Vendola in una posizione rassicurante più che dominante, o come dice lui «da battitore libero, la posizione che più mi si addice», visto che ha aperto e chiuso i lavori dell’assemblea nazionale con cui si è chiusa l’esperienza di Sel ma solo per proiettarne l’eredità da salvare sulla forza politica ancora nascente: Sinistra italiana, che vedrà il suo primo congresso nazionale a metà febbraio. PUNGENTE il giusto e onirico altrettanto, Vendola ha parlato per oltre un’ora con la sua oratoria delle grandi occasioni, un discorso preparato in una notte insonne. Impianto classico, è partito dalla situazione internazionale, da Aleppo «bancarotta dell’umanità» per arrivare a spiegare le ragioni dell’esistenza in vita della sinistra orba di una alleanza di centro passando per l’affermazione di Trump e del suo «populismo reazionario delle èlite» che, senza una sinistra riconoscibile e credibile, appunto, riesce, con i suoi addentellati nei partiti razzisti e nazionalisti europei, ad attrarre la rabbia e lo spirito di revanche della «classe operaia bianca marginalizzata» e delle «classi medie impoverite dalla crisi». Un dibattito che riguarda anche i socialisti francesi, gli spagnoli, i laburisti inglesi. «Se il compito della sinistra è fare da ammorbidente nella lavatrice del liberismo, si vede bene che la parola sinistra non ha più ragion d’essere», è la sentenza. E SI ARRIVA ALL’ITALIA. Vendola traccia una via stretta, ben oltre la «traversata del deserto» del 2013. Le parole sono calibrate per definire il rapporto con il renzismo, definito, nella vulgata per le telecamere, «il nemico da abbattere» perché dal suo arrivo sulla scena politica è servito a utilizzare la forza della sinistra per applicare l’agenda della destra. Renzi viene definito «un homo novus mentre è molto, molto vecchio nei riferimenti culturali e nel lessico», uno che ancora governa – Gentiloni non viene neanche citato – con gli eletti sulla base di un patto che, ricorda, «porta le firme in calce mia e di Pierluigi Bersani» e invece «ha assunto l’agenda di Silvio Berlusconi». Jobs act, Buona scuola, SbloccaItalia si basano sul capovolgimento di senso. Così come la parola riforma, travisata per affermare il suo contrario. M5S Mentre il massimalismo giustizialista dei Cinquestelle ha la sua «fine» a Roma, dove proprio delle persone di Mafia capitale si circonda, e Di Battista «passa da Che Guevara allo studio Previti». «C’è una sinistra – avverte – che pensa non si possa fare altro che ritagliarsi una nicchia di testimonianza, accanto o a lato del renzismo. Questa – sintetizza – la chiamo deriva minoritaria. Giuliano Pisapia è un caro amico e agli amici si dice la verità, così quando pensa di rifondare la sinistra come una corrente esterna del Pd renziano, lo fa partendo dalla rimozione di quello che è stato il risultato del referendum». Così come per l’acqua e per le trivelle. Sul fondo della sala, oltre a Stefano Fassina, c’è Massimiliano Smeriglio che con Pisapia, pur non essendo d’accordo sulla proposta, vuole continuare una interlocuzione. Arturo Scotto, capogruppo alla Camera, nel suo intervento, dice che non si tratta di rattoppare «la meccanica dell’alleanza» ma pur condividendo l’idea di fondo di Vendola – «né un’appendice né la resa» – insiste su «evitare strappi». Gli risponderà Nicola Fratoianni, coordinatore uscente di Sel, con un passaggio che fa salire al top l’applausometro. Fratoianni difende la scelta di puntare per Sinistra italiana su una forma organizzativa da partito e su quella di privilegiare una legge elettorale proporzionale, non per tornaconto ma per rafforzare la rappresentanza e ricostruire corpi intermedi. «Puntare a prendere i voti in uscita dal Pd nei centri storici, nei quartieri bene , perché tanto i ceti popolari e le periferie non ci votano? E cosa lo facciamo a fare allora il partito?». LA VITTORIA DEI NO al referendum costituzionale riapre la partita e Sel è stata il lievito di questo risultato, facendo da sponda a Anpi e costituzionalisti, ricorda Loredana De Petris, e ora si tratta di ridare dignità al lavoro con l’impegno per non farsi scippare il referendum contro il Jobs act. DA VARESE Claudio Mezzanzanica, l’intervento più critico, sostiene che sulle tematiche del lavoro però c’è impreparazione, una impostazione sbagliata e una tendenza autoreferenziale che i documenti congressuali non risolveranno. «Al compagno di Varese – gli risponde Vendola – vorrei dire che sì, dobbiamo disallenarci a seguire il Palazzo e privilegiare di più come palestra il mondo del lavoro». Con una notazione che ha provocato una ovazione iniziale: «Chi pensa che con le unioni civili avrei digerito il Jobs act sbagliava di grosso». Alla fine dà ragione a Federico Martelloni quando dice che il congresso di SI non sarà un approdo. Solo un altro inizio. SEGUI SUL MANIFESTO

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Sel, ambiziosa ma sconfitta. L’autocritica di Vendola https://www.micciacorta.it/2016/11/22638/ https://www.micciacorta.it/2016/11/22638/#respond Tue, 08 Nov 2016 07:37:17 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22638 Il 10 dicembre il partito chiude i battenti. L'assemblea nazionale dice sì allo scioglimento, ora la parola passa agli ex iscritti. Non tutti applausi sulla nuova 'Sinistra italiana'. Il verde Calzolaio: sull'ambientalismo facciamo passi indietro

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Sel non sarà stata un fallimento, di certo è stata sconfitta. L’analisi di Nichi Vendola è severa, irreparabile, domenica scorsa a Roma, all’assemblea nazionale di Sel, l’ultima del partito nato nel 2009 da una scissione di Rifondazione comunista e arrivato allo scioglimento e alla confluenza in Sinistra italiana. Un partito, Sel, nato per «riaprire la partita» della sinistra e del centrosinistra, per esserne il «lievito». Ma per il presidente il bilancio è amaro. «La crisi del mito riformista», dice Vendola, nel frattempo si è fatta «irrimediabile», quel riformismo che oggi si scopre essere «l’abilità tecnocratica di riduzione del danno». Sel è stata «ambiziosa» ma non è riuscita a condizionare l’alleanza Italia bene comune con il Pd, chi nel 2013 l’ha fortissimamente voluta e sostenuta – Sel, appunto, sotto la guida del suo presidente – non si è reso conto che la possibilità di successo era già irrimediabilmente corrosa «dall’acido del montismo». La storia che è venuta dopo era dunque una strada già tracciata: Napolitano rieletto al Quirinale, le larghe intese, l’ascesa di Renzi prima al Pd e poi a Palazzo Chigi. L’autocritica va a ritroso e in profondità, alla «scommessa in campo aperto usando spregiudicatamente gli strumenti dei nostri avversari, le primarie, anche se avevamo passato una vita a criticarle». In realtà nel vecchio Prc fu Fausto Bertinotti il primo a parteciparvi, era il 2005, e all’epoca le poche voci contrarie erano liquidate come museali e indietriste. Più di recente, male anche la linea seguita alle europee del 2014, dove pure il cartello Altra Europa con Tsipras prese un milione di voti e tre eletti: «Per ingenuità abbiamo creduto alle parole di Martin Schulz (all’epoca candidato del Pse, ndr) contro l’austerity», ammette Vendola; avevano dunque qualche motivo reale le dure polemiche di quei giorni. C’è infine un ritardo anche nella tempistica dello scioglimento di Sel, che ha frenato e forse segnato la nascita di Sinistra italiana (il congresso sarà a febbraio), ammette Vendola, che in coincidenza si è ritirato dalla politica per ragioni personali (note e belle, ha avuto un figlio). Alla relazione segue un dibattito. Il confronto è serrato ma dei 240 componenti più della metà non c’è. Il punto naturalmente non è la fine di Sel, ormai cosa fatta (sin dal 24 gennaio è stato deciso lo stop al tesseramento), né la gratitudine a Vendola, spiega il deputato Francesco Ferrara, il primo a intervenire: il punto sono «gli steccati» con cui nasce, dice, la nuova creatura. Perplessità anche da Valerio Calzolaio, una delle storiche anime verdi di Sel: Sinistra italiana «sulla cultura ambientalista fa già dei passi indietro». A dispetto del «massimo impulso» deciso nei confronti del nuovo partito, quella di Si insomma sarà un’altra storia. E a giudicare dai dissensi non sarà la storia di tutti gli ex sellini. Si capirà dopo il referendum. L’assemblea si conclude con un voto a stragrande maggioranza sul dispositivo di scioglimento, ma molti dei perplessi non partecipano al voto. Per evitare contestazioni sui numeri la presidenza decide di aspettare i voti degli assenti, da inviare per email «nei prossimi 3 o 4 giorni», spiegano. Il 10 dicembre, il primo sabato dopo il referendum, saranno consultati gli iscritti nelle assemblee provinciali. Poi giù il sipario, al netto degli atti formali e del trasferimento delle sostanze di un partito a un altro. Che pure, la storia insegna, sono sempre passaggi delicati. SEGUI SUL MANIFESTO

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Sinistra in campo: “Stavolta No” https://www.micciacorta.it/2016/10/22512/ https://www.micciacorta.it/2016/10/22512/#comments Sun, 02 Oct 2016 08:15:02 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22512 Dai costituzionalisti Caretti, Carlassare e Calvi agli europarlamentari Cofferati e Maltese, dagli studenti medi e universitari alla Fiom, tutti in difesa della Carta. "E il No - ricorda Fratoianni - può cancellare anche una pessima legge elettorale".

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Verso il referendum. Un'affollata piazza Ognissanti per la partenza della campagna di Sinistra italiana. Senza i sindaci arancioni ma con Nichi Vendola: "Mi sento di dire No per una Costituzione che è bellissima, e che ancora deve essere attuata". Gli ombrelli rossi con la scritta “Stavolta No” restano nelle fodere, le gocce di pioggia cadono su un’affollata piazza Ognissanti solo alla fine della manifestazione in cui Sinistra italiana avvia la sua campagna referendaria. Con le assenze dei sindaci arancioni – Pisapia, Zedda, Doria – e con un Nichi Vendola in gran forma: “Ci tenevo a lasciare la mia vita privata per un momento, oggi, perché mi sento di dire No nel nome della verità. Per una Carta che è bellissima, e che non è ancora stata attuata”. Lo saluta un’ovazione. Gli applausi di una piazza di militanti pronti a volantinare, organizzare iniziative, parlare con i tanti indecisi e convincerli, prima di tutto, a votare: “Dobbiamo farci carico noi dell’abbandono del voto – segnala sul punto Sergio Cofferati – e spiegare che bisogna andare. Votare secondo coscienza ma votare. Per evitare che, come successo in Emilia Romagna, voti solo il 37% e loro poi dicano: ‘che importa, tanto abbiamo vinto noi’. Poi, per la nostra coerenza, si vota No”. Anche il segretario Cgil dei tre milioni al Circo Massimo viene applaudito a scena aperta. Effetto di una antica sintonia con il mondo del lavoro, che lo porta a sottoporsi a selfie su sulfie. Chiesti dai compagni vecchi e nuovi del sindacato, ma anche da ragazzi che nel 2003 andavano all’asilo. Fotografie di una manifestazione bella e piacevole nonostante la durezza dello scontro politico. E il rischio, sempre presente, di una stanca liturgia. Un pericolo sventato dalla richiesta di sintesi – sei minuti a testa – e dall’esperienza tv di Luca Telese, conduttore pronto anche a ricordare particolari che poi si dimenticano. Dalla fiducia sull’italicum (“come solo sulla legge Acerbo e la legge truffa nel 1953”), alla sostituzione di Speranza e Bersani dai loro ruoli parlamentari per l’approvazione della riforma e dello stesso italicum. Fra la folla, e dietro le quinte, si discute del confronto televisivo di poche ore prima fra Renzi e Zagrebelsky. Non ci si fanno illusioni: “Lui sa stare in tv e sugli slogan è quasi imbattibile”. Allora ben venga Lorenza Carlassare: “Questa riforma è basata solo su menzogne. La più pesante, quella che offende, è quando dicono che non si tocca la prima parte della Costituzione. Non è vero, a partire dall’articolo 1 quando dice che ‘la sovranità appartiene al popolo’. Invece si cercano di eliminare i canali di trasmissione, di non far arrivare le voci dissonanti. Ricordiamocelo: se non c’erano Landini e la Corte Costituzionale, la Fiom non aveva più la possibilità di far sentire la sua voce in fabbrica”. Salgono e scendono dal palco Paolo Caretti e il presidente fiorentino dell’Anpi, Ubaldo Nannucci. Sandra Bonsanti e Guido Calvi, Tommaso Grassi e Tommaso Fattori, il sindaco sestese Lorenzo Falchi e Curzio Maltese, cui si deve un efficace cammeo di Matteo Renzi: “La legge elettorale? Sei mesi fa era la più bella del mondo, ha anche cacciato il suo capogruppo alla Camera per farla approvare, e ora invece dice che non gli piace. E’ l’eterno trasformismo della politica italiana. Il peggiore: perlomeno Berlusconi sbagliava in proprio, lui fa quello che gli dicono di fare i burattinai”. Burattinai di gran potere, ricorderanno poi Nicola Fratoianni e Carlo Freccero, che regala un evergreen: “L’attuale disegno di riforma è stato steso sotto le direttive della banca Jp Morgan, che ha definito ‘comuniste’ le costituzioni dei paesi del sud Europa”. Poi Marchionne e Confindustria: “Da lavoratrice – ricorda una giovane delegata Fiom – vi ricordo che Confindustria si è schierata a favore della riforma. Dicendo che se vincesse il No si aprirebbe una fase apocalittica… Ecco, se si è indecisi da che parte stare, è molto più facile capire da che parte non stare”. Da che parte stare lo sanno bene i giovanissimi della Rete degli studenti medi, gli universitari dell’Udu e gli Studenti di sinistra fiorentini. Mentre Pippo Civati attacca: “La Costituzione non è merce di scambio, la nostra ditta è la Repubblica Italiana”. La partita non è facile: “Nella storia di questo paese – segnala Arturo Scotto – non è mai accaduto che le ambasciate fossero trasformate in comitati elettorali”. Ma si può vincere, a dirlo è uno che se ne intende: “Diciamo No perché non ci piacciono le guerre e l’ingiustizia sociale – ricorda Renzo Ulivieri – noi siamo ancora quelli che vogliono cambiare il mondo. E la nostra Costituzione, nei suoi valori fondanti, ci guida. Il vero problema è quello di attuarla”. SEGUI SUL MANIFESTO

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«Ripartiamo dal No e dal social compact» https://www.micciacorta.it/2016/07/ripartiamo-dal-no-dal-social-compact/ https://www.micciacorta.it/2016/07/ripartiamo-dal-no-dal-social-compact/#respond Sun, 17 Jul 2016 15:07:37 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22254 Sinistra italiana. D’Attorre: siamo inadeguati, correggiamo la rotta. Italicum da buttare, c’è chi rilancia il proporzionale. Applausometro per Fratoianni, tutti per il No al referendum «comunque sia mai più centrosinistra»

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sinistra

Un «social compact», ovvero «un pacchetto di proposte sui temi del lavoro, delle pensioni e della sanità. Una terapia shock contro le disuguaglianze, con un investimento di risorse, le stesse che il governo ha buttato via negli ultimi anni» senza riuscire a correggere le diseguaglianze; una manifestazione a settembre contro «terrorismo, guerra e razzismo»; il reale impulso ai comitati promotori del ’nuovo partito’, con l’avvio – stavolta davvero – del «processo costituente» superando «la dimensione pattizia dell’inizio», per un soggetto nato da un gruppo parlamentare e non da un «moto di popolo». È il programma che illustra il deputato Alfredo D’Attorre all’inizio dell’assemblea nazionale aperta di Sinistra italiana, ieri al Centro congressi Frentani di Roma. Alla fine, nel tardo pomeriggio, lo riepiloga per punti il senatore Peppe De Cristoforo, aggiungendo l’affidamento dell’individuazione delle regole del congresso al comitato esecutivo. In mezzo c’è un’assemblea affollatissima – oltre 500 le presenze – e appassionata – oltre 150 le richieste di interventi, sul palco in ordine alfabetico, scelta bizzarra resa necessaria da qualche intoppo organizzativo. Il cui senso è: Sinistra italiana parte, riparte, stavolta parte davvero. I lettori e le lettrici del manifesto la notizia l’hanno letta altre volte. Ma i molti inciampi dall’evento Cosmopolitica di febbraio a oggi sembrano tutti ormai alle spalle: le amministrative sono andate, non benissimo, un pezzo dell’area «dialogante con il Pd» molla, come hanno fatto in sostanza il sindaco Massimo Zedda e il senatore Luciano Uras, a capo di 300 militanti sardi che hanno chiesto il ritorno a Sel. Dal palco Nicola Fratoianni fa la mossa di riaprire il dialogo ma a patto «di non tornare indietro», se i 300 chiedono di tornare al centrosinistra «rimuovono le politiche di Renzi, dal jobs act alla scuola». Insomma la richiesta respinta. Discorso diverso per Sergio Cofferati. Anche lui ha lasciato Sinistra italiana criticando un gruppo dirigente che «si chiude e non si confronta». L’ex segretario Cgil invece viene evocato e invocato a più riprese. La sua non è una critica solitaria: «Non dobbiamo pensare che tutto va bene se non si discute», avverte Michele Piras. Infatti D’Attorre non nega i problemi. «Il nostro messaggio è apparso sfocato, senza capacità di attrazione, non è il tempo di mettere la polvere sotto il tappeto né di fare difese d’ufficio, oggi non siamo all’altezza del nostro compito, dobbiamo correggere la rotta». Rilanciando Sinistra italiana, non tornando indietro. E questo vale anche per le alleanze: l’idea di un ritorno al vecchio centrosinistra è bocciata da tutti (in ogni caso la nuova legge elettorale non lo consentirebbe). Invece l’esigenza di «ricostruire un campo progressista» per qualcuno c’è. Ma è un punto di discussione. E a parere di molti rimandarlo a dopo il referendum rischia di aumentare le ambiguità. Fratoianni, possibile segretario e premiato dall’applausometro, esclude l’alleanza fra «sistemici» proposta da Dario Franceschini (che comunque si riferisce al centrodestra più che a sinistra) e rilancia il sistema proporzionale, vecchia fiamma di un’area che invece da anni e fin qui aveva convintamente sostenuto il ritorno al Mattarellum, per il quale ha anche tentato un ripristino via referendum. Proporzionale sarebbe bello, ma «serve una proposta che parli a un’area più larga», replica il capogruppo alla Camera Arturo Scotto. Quello che è certo è che l’Italicum, continua Scotto, «va abbattuto per via parlamentare e per via referendaria». Il referendum, cuore di molti interventi. Tutti d’accordo nel lavorare pancia a terra alla vittoria del No. Ma per alcuni anche in questa sacrosanta battaglia c’è lo spettro del Pd e il sospetto che ci sia chi voglia disfarsi di Renzi per ritornare al vecchio centrosinistra. Obiezione respinta da Ciccio Ferrara: «Che c’è di male a dire che si deve abbattere il governo Renzi e così riconquistare un campo?La campagna per il No dobbiamo farla perché ci dà forza e spazio. Cgil e Fiom non ci vedono interlocutori credibili». Per Fassina il campo che va riconquistato è quello del popolo che ha rotto «con la sinistra storica»: «Lasciamo stare Renzi e il Pd e insediamo il nostro partito nel popolo delle periferie», quello che a Roma come altrove ha votato 5 stelle. «Non è possibile ricostruire la sinistra, serve reinventarla», spiega il ’disobbediente’ Luca Casarini, cui la platea riserva un applauso affettuoso: condannato per un’occupazione di case, gli è stata concessa la libertà provvisoria dopo un mese di domiciliari. Ma c’è un rischio forte per Angela Lombardi: «Non è detto che la sinistra rinasca con noi». Applauditissimo Lorenzo Falchi, giovane sindaco di Sesto Fiorentino eletto grazie a un esodo in massa dei voti del Pd. E ancora alla lettera «F» Marco Furfaro chiede il ritorno alla battaglia sul «reddito minimo garantito che ci hanno sfilato i 5 stelle» e «alla centralità della questione ecologica». Altro tema delicato e sottovalutato: c’è sconforto nell’ala ambientalista per quella che Eriuccio Nora chiama «rischio di un arretramento sulla questione ecologica, che in Sel era costitutiva». SEGUI SUL MANIFESTO

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La sinistra riparte ma dagli addii https://www.micciacorta.it/2016/07/22199/ https://www.micciacorta.it/2016/07/22199/#respond Thu, 14 Jul 2016 08:06:33 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22199 Cofferati lascia in silenzio. Il nuovo partito perde un fondatore. «Non si fanno le tessere, non si discute, sull’Europa io neanche consultato». L’ex segretario Cgil non sarà all’assemblea nazionale di sabato a Roma

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Il nuovo partito. Cofferati lascia in silenzio. Il nuovo partito perde un fondatore. «Non si fanno le tessere, non si discute, sull’Europa io neanche consultato». L’ex segretario Cgil non sarà all’assemblea nazionale di sabato a Roma. Che nasce già segnata dalle divisioni. Con Zedda e il senatore Uras in 300 dalla Sardegna per le dimissioni del gruppo dirigente e il ritorno a Sel. Fratoianni: «Un dibattito surreale, rimuovono Renzi» Sergio Cofferati lascia il partito che voleva fondare, quello che nella sua idea – ma anche in quella dei suoi compagni ex Sel Fratoianni e De Cristoforo, ed ex Pd Fassina e D’Attorre – doveva essere aperto e cosmopolita: accogliere la diaspora degli iscritti democratici sfiniti da Renzi, riunire i giovani dei movimenti non ipnotizzati dalle 5 stelle, e rimettere insieme le anime perse della sinistra dei partiti e della militanza, insomma la «nuova cosa» che dalle ceneri della vendoliana Sel voleva essere «il partito oltre il partito» come si giurarono reciprocamente alla kermesse «Cosmopolitica», a febbraio, da Casarini a Pisapia ai sindacalisti della Cgil in un’allegra babele di storie passate con l’intenzione di farle passare davvero. L’ex segretario della Cgil, oggi europarlamentare indipendente del Gruppo Socialisti e democratici, quello dello scontro con il D’Alema blairiano degli anni 90, quello dei tre milioni al Circo Massimo contro l’articolo 18 nel 2002, l’uomo della speranza del Correntone poi ’ritiratosi ’ a fare il sindaco di Bologna, e infine pochi mesi fa quello che ha lasciato il Pd e ha guidato alle regionali della Liguria la sinistra-sinistra portandola alla soglia del 10 per cento, se ne va. In sordina. Non sbatte la porta, declina con cortesia e fermezza le interviste, ultimo gesto di affetto verso la creatura politica neonata ancora non nata. E poi, ancora, c’è il futuro non lontano delle prossime amministrative. Quelle appena celebrate sono andate male. Il prossimo anno ci sarà una nuova tornata, nella sua Genova c’è – ci sarebbe – Marco Doria da riconfermare. «Ma prima devi decidere chi sei, cosa vuoi fare. E sì, eventualmente, quali alleanze vuoi fare. Non discutere fa perdere anche il buon senso», ha spiegato ai suoi compagni genovesi che gli chiedevano lumi. «Così il progetto che ci siamo dati di fatto è irrealizzabile», è la conclusione sconfortante. Cofferati dunque non sarà all’«assemblea nazionale aperta» convocata sabato a Roma.Ma chi ci ha parlato in questi giorni ha saputo come la pensa. E ci hanno parlato i militanti che dalle regioni, a partire dalla Liguria, lo hanno chiamato per partecipare alle iniziative. E si sono sentiti rispondere no. Perché, è il ragionamento riferito, «il percorso che avevamo deciso in Sinistra italiana non è stato programmato, quindi non si è fatto», e «non si discute su niente, le poche decisioni si prendono in pochi». Prendi ad esempio l’Europa. Stefano Fassina ha esposto le sue tesi per esplorare «il “Piano B” per il superamento assistito dalla Bce e dalle altre banche centrali dell’assetto monetario», specifica «per l’intera eurozona, non l’uscita dall’euro in via unilaterale per un singolo Stato». Ma nel gruppo dirigente nessuno ha sentito il bisogno – o la responsabilità, o persino la convenienza – di allargare la discussione, coinvolgere l’unico europarlamentare di Sinistra italiana, insomma «un minimo di confronto». Poi c’è «la stasi», la maniera certa per far fallire il congresso fondativo in programma per dicembre. Un grido di allarme che Cofferati aveva lanciato a giugno sul manifesto. «Senza iscritti e senza congresso restiamo in una fase delicata di democrazia sospesa. Questo tempo va ridotto. Conosco la fatica di questo lavoro. Ma il fatto che non sia iniziato è inquietante. A settembre c’è la campagna referendaria. Come si farà il congresso a dicembre se prima di ottobre non ci saremo dati il tempo di iniziare la discussione?», aveva detto. Che già parte a cattiva stella. Ieri il quotidiano Repubblica ha anticipato il documento firmato da 300 dirigenti sardi guidati dal sindaco di Cagliari Massimo Zedda e il senatore Luciano Uras che chiede le dimissioni del gruppo dirigente di Si e il ritorno a Sel. La risposta è un silenzio pneumatico, parla solo Nicola Fratoianni, che molti indicano come il futuro segretario: «Mi colpisce la rimozione, quasi psicologica di questa posizione. Mentre ripropone il ritorno a Sel e al centrosinistra cancella le ragioni che rendono quella stagione superati», dice al manifesto. «Zedda e Uras rimuovono il governo Renzi, le sue politiche, dal jobs Act alla scuola. Così il dibattito diventa surreale. Intanto bisogna sconfiggerlo al referendum. Siamo d’accordo su questo?». Uras replica sdegnato: «Ho fatto una battaglia contro la riforma costituzionale al senato, ho votato no e voterò no». Non è che l’inizio. Ma prima dell’inizio la sinistra promessa perde già i pezzi. E pezzi forti, come Cofferati. Con il dubbio, un tormento, che perdere per strada uno con la sua storia significhi aver perso la strada. SEGUI SUL MANIFESTO

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Sinistra sballottata, Zedda con Sala https://www.micciacorta.it/2016/06/22033/ https://www.micciacorta.it/2016/06/22033/#respond Tue, 14 Jun 2016 08:52:37 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22033 Comunali. Travaglio in Sel in vista della scelta fra Pd e M5S. C’è attesa per il ritorno di Nichi Vendola. l sindaco di Cagliari non sarà a Roma a fianco di Giachetti. Ma nella sua Sardegna sosterrà i candidati Pd

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Zedda

Il golden boy Massimo Zedda, già sontuosamente rieletto sindaco di Cagliari nonostante i pronostici – è l’unico che il 5 giugno ha vinto al primo turno in un capoluogo, con 40mila voti e una coalizione di centrosinistra – stasera volerà a Milano per partecipare a un’assemblea pubblica insieme a Giuliano Pisapia e a Beppe Sala. Per «dare una mano» al manager targato Pd. Non è affatto strano che il vincitore di Cagliari vada ad aiutare il candidato milanese: Pisapia, che ovviamente sostiene Sala, è stato il principale frontman della stagione delle amministrazioni ’arancioni’. Ed ora giura che il manager pd sarà l’erede della sua giunta. Sempreché vinca, naturalmente. Il che non è affatto scontato. La scelta di Zedda – che si è anche schierato a favore della candidatura italiana alle Olimpiadi 2024 – ha scatenato parecchi malumori nella famiglia di Sinistra italiana ormai apertamente sballottata dai ballottaggi di domenica. Dopo Sala non andrà a sostenere Giachetti a Roma, né Fassino a Torino, né Merola a Bologna. «Per evitare di provocare altre discussioni», c’è chi spiega. Sarà comunque a Carbonia e Olbia, nella sua Sardegna, al fianco di due candidati Pd contro quelli di M5S e di centrodestra. Guadagnandosi gli applausi di quelli che in Sel-Si non digeriscono la posizione, di antica memoria bertinottiana, «questa o quella pari sono» che si è ormai affermata fra gli ex candidati sindaci della sinistra sinistra. Non sono pochi quelli che a Roma per esempio, non apprezzano – è un eufemismo – la «scheda bianca» annunciata da Stefano Fassina. In quel che resta di Sel, partito morituro – il congresso di scioglimento probabilmente si svolgerà a settembre – il tormento sui ballottaggi è forte. E non finirà certo domenica sera. Alla spicciolata ogni giorno arrivano dichiarazioni di voto per i candidati del Pd o comunque indicazioni di preferenza per una prospettiva di dialogo con i democratici anziché con i 5 stelle. Negli scorsi giorni hanno battuto un colpo i senatori Stefàno e Uras; l’ex segretario Prc Franco Giordano sull’Unità ha parlato di scheda bianca come «tragico errore»; l’ex coordinatore Ciccio Ferrara di «centrosinistra come prospettiva da imbastire nel paese proprio a partire dai chiaroscuri del voto amministrativo»; il presidente uscente ma stravotato del Municipio VIII di Roma Andrea Catarci ha indicato la candidata Pd per il ballottaggio fra minisindaci ( da altri municipi potrebbe arrivare la stessa indicazione). L’ultima voce in ordine di tempo è quella del capogruppo alla camera Arturo Scotto che ieri ha scritto su Huffington Post: «C’è una tendenza, anche in mezzo a noi, che giudico pericolosa: considerare l’eventuale sconfitta di Renzi ai ballottaggi il prodomo della sua sconfitta al referendum. Non è così, non vedo questo facile automatismo». Scotto rivela un’argomentazione che in queste ore circola nelle sinistre romane e torinesi, entrambe alla prova del match Pd-M5S. Nessuno lo dice apertamente, per ora, ma molti voteranno le candidate grilline per «dare una lezione a Renzi». Se ne capisce il motivo: per il premier-segretario perdere Milano, oppure Torino, sarebbe una caduta sulla via del referendum di ottobre. Forse una caduta fatale. Comunque vada, si può già dire con certezza che la sinistra sinistra ne uscirà lacerata. Tanto che in molti ora aspettano il ritorno di Nichi Vendola, che dovrebbe arrivare in Italia il 21, due giorni dopo i ballottaggi. Vendola a febbraio ha fatto un passo indietro dalla politica, ha avuto un bambino ed è rimasto dall’altra parte dell’oceano, anche fisicamente lontano dai tormenti dei suoi. Ma il presidente di Sel potrà rappattumare le divisioni in famiglia? E ammesso che possa farlo, ne avrà intenzione? In Sinistra italiana sono in molti a contarci. Quelli che vorrebbero la sua benedizione sulla linea della rottura con il Pd; ma anche quelli che vorrebbero cambiare rotta alla barca, dopo i rovesci nelle città. Intanto nella capitale la caccia all’ultimo voto è senza esclusione di colpi. Domani sera, in piazza del Campidoglio, l’ultimo confronto fra Giachetti e Raggi organizzato da SkyTg24. A chi la accusa di attirare i voti di Casapound (poi la smentita), di Salvini e Alemanno, la favoritissima cinquestelle risponde male: «Ironia sciocca che arriva da un partito che sta governando con l’appoggio di Verdini. Giachetti ha già ottenuto l’appoggio di Verdini, Bertolaso, Marchini».

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Milano, le sinistre alla ricerca del candidato perduto https://www.micciacorta.it/2016/03/milano-le-sinistre-alla-ricerca-del-candidato-perduto/ https://www.micciacorta.it/2016/03/milano-le-sinistre-alla-ricerca-del-candidato-perduto/#respond Thu, 17 Mar 2016 07:54:34 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21507 Palazzo Marino. Non c'è la corsa a candidarsi a sinistra nella città orfana di Giuliano Pisapia. Prc, Possibile e Lista Tsipras stanno ancora aspettando la candidatura di Curzio Maltese che sta facendo di tutto per smarcarsi dagli stessi partiti che lo sostengono

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lista arancione

MILANO Sulla sinistra milanese è calato uno strano silenzio, ci si riunisce sottovoce a passi felpati e la temperatura si è fatta freddina anche sui social, al massimo c’è chi parla a nuora perché suocera intenda. Solo qualche isolato ottimista di professione suona la carica ma le congetture che filtrano dalla penombra delle segrete stanze non scaldano i cuori. Rumore di cocci di sottofondo. Nascondersi, più che la logica conseguenza di un disastro annunciato negli anni, sembra essere diventato tatticamente indispensabile per ripresentarsi sulla scena con un profilo non troppo di sinistra per farsi votare da un elettorato che si presume essere di sinistra. Basso profilo, compagni. Sono paradossi che angosciano gli addetti ai lavori. Candidare chi? Questo il problema, che assilla anche i pentastellati orfani di Patrizia Bedori – se può consolare. Il tentativo di sintesi chiamato “Milano in Comune” (Prc, Possibile, Altra Europa per Tsipras) sta ancora aspettando il tentennante Curzio Maltese. Lo implorano da settimane ma lui è ancora pieno di dubbi. Li ha espressi poco simpaticamente l’altro giorno sul Corriere della Sera, un pezzo che deve aver gelato i suoi sponsor politici. Anche l’europarlamentare e giornalista – come esplicitato altrettanto poco carinamente da Gherardo Colombo – ha espresso l’intenzione di candidarsi ma solo con una lista dal profilo civico distante dai partiti di sinistra (gli stessi che lo cercano): “Nemmeno io voglio fare il candidato della sinistra radicale, ostaggio di mille veti”. Pare che in questi giorni Maltese – non molto gradito a una parte dei civatiani (e vabbè) – si sia consultato con alcuni esponenti dell’autoproclamata società civile che chissà perché dovrebbe rappresentare il sentire comune della città. Sta cercando spalle più o meno autorevoli per smarcarsi dal ruolo di candidato dei partiti di sinistra ridotti ai minimi termini, atteggiamento comprensibile ma non gentile nei confronti di quegli elettori che sono rimasti alla larga dalla sceneggiata delle primarie per non essere costretti a digerire l’ex manager di Expo come candidato sindaco. L’annuncio sofferto potrebbe arrivare oggi, oppure all’assemblea dell’Altra Europa per Tsipras che si terrà sabato. Altrimenti, fuori dal perimetro del centrosinistra scolorito che sostiene Sala, si consumerebbe l’ennesimo disastro. Anche i cugini di Sel hanno vissuto momenti migliori, ma almeno domani sera si riuniranno per comunicare al mondo una decisione finalmente presa. Lo si capisce dal titolo dell’assemblea convocata alla prestigiosa Sala Alessi di Palazzo Marino: “Milano, andiamo avanti”. Insomma, non proprio un colpo di scena. Dopo la rinuncia di Francesca Balzani a vestire panni non suoi (troppo arancioni e poco adatti per un ruolo da prima donna), Sel ha deciso di sostenere Sala fino alla fine distinguendosi con una lista di sinistra – non troppo però. In questo caso il problema non è il candidato sindaco ma il capolista, anche perché i nomi di peso latitano o hanno già declinato l’invito. Si dice Paolo Limonta, infaticabile dispensatore di speranze e già braccio sinistro di Giuliano Pisapia, ma per alcuni sarebbe un’opzione troppo connotata (stessa sindrome Colombo-Maltese). Se questo è il ragionamento, se per essere competitivi a sinistra bisogna giocare a nascondino, allora per lo stesso motivo potrebbero non funzionare anche gli attuali consiglieri comunali del partito. Quindi servirebbe un bel personaggio dal profilo civico che almeno ci metta la faccia, è questa ricerca affannosa che negli ultimi giorni ha tenuto i milanesi di Sel con il fiato sospeso. Quanto il nome sarà gradito, gli elettori lo faranno sapere il prossimo giugno. Essendo molto improbabile l’ipotesi del personaggio di grido – tipo Gad Lerner, regista di molte operazioni non andate a buon fine – qualcuno azzarda il nome della giornalista e scrittrice Benedetta Tobagi. Nel frattempo, anche i cinque stelle sono disperatamente alla ricerca di un nuovo candidato per Palazzo Marino. E di un metodo per sceglierlo senza combinare altri pasticci. Gianroberto Casaleggio, con fare piuttosto seccato, ha detto che una decisione verrà presa nei prossimi giorni. Probabilmente, ancora una volta, si affiderà alle magnifiche sorti e progressive della Rete.

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Tramonta la lista Balzani, ora la sinistra deve decidersi https://www.micciacorta.it/2016/03/tramonta-la-lista-balzani-ora-la-sinistra-deve-decidersi/ https://www.micciacorta.it/2016/03/tramonta-la-lista-balzani-ora-la-sinistra-deve-decidersi/#respond Thu, 10 Mar 2016 07:51:27 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=21469 Milano. L'ex pupilla di Giuliano Pisapia rinunciando a guidare una lista arancione manda in frantumi il centrosinistra milanese e apre scenari inediti per la conquista di Palazzo Marino

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balzani

L'ex magistrato Gherardo Colombo a questo punto potrebbe sciogliere la sua riserva e decidere di candidarsi per rappresentare tutti coloro che ancora non si sono rassegnati a dover votare per l'ex manager di Expo. Un'ipotesi che scompagina gli equilibri elettorali di una partita più aperta che mai MILANO La ex pupilla di Giuliano Pisapia – il sindaco che non finisce mai di sbagliare – ha detto no. I due da qualche giorno nemmeno si parlano. Un voltafaccia poco elegante e per niente chiaro che ha mandato in frantumi anche la tomba del fu centrosinistra milanese, un posticino già poco accogliente di suo anche per i più affezionati. Francesca Balzani alla fine ha deciso di non impegnarsi in prima persona a garanzia di una lista arancione che avrebbe dovuto convincere (o turlupinare) gli elettori di sinistra così ingenui da credere ancora che abbia un senso partecipare al progetto di Beppe Sala sindaco sponsorizzato dal Pd di Renzi. La decisione di pugnalare alle spalle i “compagni” di viaggio – Sel ancora una volta dovrà decidere a quale carro aggrapparsi per sopravvivere – ha l’unico merito di provocare un terremoto che potrebbe riservare molte sorprese. E dire che la cosiddetta giunta arancione lunedì aveva messo in scena un altro spettacolo teatrale inguardabile cantandosela e suonandosela per esaltare il passaggio di consegne da Pisapia a Sala, una scenetta da monarchia dinastica in disarmo mentre là fuori il 99% dei sudditi ha altro per la testa. Perché allora si è sfilata? Non le bastano due interviste per dare una spiegazione credibile. Balzani non si candida ma continua a sostenere il centrosinistra, tanto per generare confusione: “Antepongo sempre il bene della collettività e chi mi conosce sa che quando arrivo ad una scelta è quella più rispondente a ciò che intendo tutelare, in questo caso il protagonismo di chi ha scelto di votarmi”. Perché niente lista? “Ho scelto l’ipotesi più concreta – ha cercato di spiegare aRadio Popolare – e cioè quella di impegnarmi su punti programmatici. Una lista non si fa evocando nostalgicamente qualcosa e mettendo lì una faccia, ma con i temi”. A saperlo prima, si potevano anche avvisare quei 20 mila che ci avevano fatto un pensiero alle primarie-farsa con risultato blindato. Magari per far tacere le malelingue che ora parlano di un impegno già contrattato con il Pd nazionale alla fine delle elezioni. Non che il suo partito si stracci le vesti. Anzi. “Grazie per aver fatto chiarezza e per lo spirito di squadra”, così viene liquidata dal segretario milanese del Pd Pietro Bussolati. Pierfrancesco Majorino fa come se niente fosse, “andiamo avanti rispettando le scelte personali di ognuno”. Ficca il naso anche il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini dicendo non ciò che pensa ma ciò che spera: “Non muta il quadro, la formula di coalizione immaginata è ancora assolutamente valida e con questa andremo a votare”. Significa che qualcuno si aggrapperà comunque a una lista tipo Balzani (ma senza Balzani). Nomi di spicco per restare coperti a sinistra però non ce ne sono e adesso qualche orfanello di Sel fantastica addirittura una lista guidata da San Giuliano (e vabbè). Archiviate le chiacchiere, resta la domanda. Perché il quadro è mutato eccome. Cosa ha intenzione di fare l’ex magistrato Gherardo Colombo? Aveva detto che si sarebbe candidato ma solo a patto che non ci fosse una lista Balzani. Dunque? Chi sta coccolando la sua candidatura incrocia le dita e non si sbilancia: “Ci sta pensando seriamente, la mossa di Balzani è una condizione necessaria ma non sufficiente, non vuole fare il candidato dell’ultra sinistra, vuole rappresentare uno spettro più ampio di elettorato, la cosa è gravosa ma molti sono convinti che con la sua candidatura sia possibile occupare uno spazio politico enorme, quello rappresentato da chi non vuole votare Sala”. Stime non se ne fanno, ma qualcuno azzarda una lista civica distinta dai partiti con potenzialità attorno al 15-17%. Percentuali solo fantasiose che però potrebbero valere un ballottaggio (senza considerare l’insidia del M5S attestato sulle medesime cifre). L’uovo di Colombo, insomma, sarebbe una risorsa ma anche un grattacapo per tutti. Per la sinistra (Prc, Lista Tsipras, Possibile) che si troverebbe costretta a convergere sull’ex magistrato accantonando l’ipotesi Curzio Maltese senza poter accampare troppe pretese. E per i milanesi di Sel, che potrebbero essere costretti all’ennesimo “contrordine compagni” dopo aver partecipato alla corsa sbagliata puntando sul cavallo sbagliato – sempre che non decidano di rimanere impagliati in una nuova lista arancione pro Sala. Si discute, senza mettersi in discussione.

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