sfruttamento – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Thu, 06 Jun 2019 07:11:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Carcere. Il lavoro gratuito come pena aggiuntiva https://www.micciacorta.it/2019/06/carcere-il-lavoro-gratuito-come-pena-aggiuntiva/ https://www.micciacorta.it/2019/06/carcere-il-lavoro-gratuito-come-pena-aggiuntiva/#respond Wed, 05 Jun 2019 13:36:43 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25463 La parola chiave è «domani»: prima lavorare gratis, poi, chissà. Intanto, spazi e manodopera a costo zero: e lo chiamano libero mercato. Il carcere è fabbrica ma chi ci vive non ha riconosciute la dignità e le prerogative del lavoratore «Viaggio nelle carceri»: così si chiama il programma di visite deciso dai giudici della Corte […]

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La parola chiave è «domani»: prima lavorare gratis, poi, chissà. Intanto, spazi e manodopera a costo zero: e lo chiamano libero mercato. Il carcere è fabbrica ma chi ci vive non ha riconosciute la dignità e le prerogative del lavoratore «Viaggio nelle carceri»: così si chiama il programma di visite deciso dai giudici della Corte costituzionale per illustrare ai reclusi principi e lettera della Carta. Un fatto storico, di grande significato e sollecitazione, coerente e richiamante il giuramento che fecero i padri costituenti, che la detenzione avevano dovuto personalmente patire durante il fascismo: «Mai più un carcere cimitero dei vivi». Una promessa certo sentita e sincera, ma in seguito tradita dalle scelte, o dall’indifferenza, di chi, governando il paese, quella Costituzione è stato chiamato a implementare, nonché da una «ontologica» resistenza del sistema alla sua umanizzazione. In causa non vi è solo il bistrattato articolo 27. Per chi vive in prigione, ancor più che per chi gode della libertà ma costretto ai piani bassi della scala sociale, vi è l’incipit del primo articolo che suona beffardo. Per i reclusi ormai dovrebbe anzi essere emendato in questo modo: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, purché gratuito». Hanno infatti frequenza quasi quotidiana i protocolli di intesa tra istituti penitenziari, enti pubblici o imprese private che prevedono l’impiego di detenuti a titolo di «lavoro volontario e gratuito» in attività di manutenzione di spazi pubblici e di aree verdi, riparazione di strade, raccolta dei rifiuti e così via. I progetti, dal significativo titolo «Mi riscatto per…» seguito di volta in volta dal nome della città, hanno visto come capostipite Roma e si sono rapidamente diffusi. A quest’affermata tendenza (in verità spesso praticata anche nel mondo libero a danno di giovani e precari sottoposti ai ricatti di stage e promesse di futuri inserimenti) si è aggiunta ora una tappa significativa, perché la importa anche nel regime intramurario. Il 23 maggio il direttore del carcere di Torino aveva annunciato che Amazon avrebbe aperto laboratori all’interno di due penitenziari, tra cui il suo, ma il capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria lo aveva immediatamente smentito. Una settimana dopo si è capito il perché: l’intesa non riguarda il colosso statunitense del commercio elettronico, bensì la e-PRICE (la ex Banzai di Paolo Ainio), società tutta italiana, attiva nello stesso settore. Una scelta, insomma, coerente con lo spirito dei tempi e con la voga sovranista che governa l’Italia, e dunque anche le sue carceri. Il 30 maggio la e-PRICE (che, per coincidenza e comodità, ha sede a Milano davanti a San Vittore) e il ministero di Giustizia-DAP hanno firmato il protocollo d’Intesa in base al quale la società «potrà impiegare spazi inutilizzati all’interno degli istituti penitenziari per metterli a disposizione della filiera commerciale e logistica di e-PRICE». Gli spazi, concessi in comodato gratuito, riguardano inizialmente gli istituti di Roma e Torino, dove saranno coinvolti detenuti che potranno fruire «dell’opportunità di una adeguata formazione professionale che domani potrebbe portare a possibilità di assunzione lavorativa o potrà comunque risultare spendibile nel mondo del lavoro». Tutto ciò per lo «sviluppo della cultura della restituzione, intesa come riparazione indiretta dei danni provocati dai reati». La parola chiave è «domani»: prima lavorare gratis, poi, chissà. Intanto, spazi e manodopera a costo zero: e lo chiamano libero mercato. Il carcere è fabbrica ma chi ci vive non ha riconosciute la dignità e le prerogative del lavoratore. Due le domande: Il XV Rapporto di Antigone certifica che vi sono 60.439 detenuti per 50.511 posti «ufficialmente» disponibili. Come si concilia l’esistenza di «spazi inutilizzati» con questo drammatico sovraffollamento? Che cosa pensano di questo uso intensivo del lavoro non retribuito di detenuti i Garanti dei diritti delle persone private della libertà e i sindacati? * Fonte: Sergio Segio, IL MANIFESTO Foto di Clker-Free-Vector-Images da Pixabay

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Il Sud ribelle manifesta per Soumaila https://www.micciacorta.it/2018/06/il-sud-ribelle-manifesta-per-soumaila/ https://www.micciacorta.it/2018/06/il-sud-ribelle-manifesta-per-soumaila/#respond Sun, 24 Jun 2018 16:00:02 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24626 Casa, reddito, diritti per tutti. A Reggio il grande corteo di Usb, Potere al popolo, movimenti e associazioni nel nome del bracciante - sindacalista maliano ucciso a fucilate il 2 giugno scorso

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REGGIO CALABRIA. Riverbera dei colori dell’arcobaleno «il più bel chilometro d’Italia». Migliaia di persone lambiscono il lungomare Falcomatà di Reggio Calabria chiedendo verità e giustizia per Soumaila Sacko, il 29enne migrante maliano che viveva nella tendopoli di San Ferdinando, ucciso a fucilate nei pressi dell’ex fornace di San Calogero, tra Nicotera e Rosarno, il 2 giugno scorso. Per l’omicidio è stato arrestato il 43enne agricoltore Antonio Pontoriero che secondo gli investigatori considerava l’area dell’ex fornace sua proprietà esclusiva e avrebbe voluto così punire Soumaila per esservi entrato. Gli inquirenti sono pervenuti alla cattura di Pontoriero grazie alla testimonianza dei compagni della vittima, feriti nell’agguato a fucilate. Casa, reddito e diritti per tutti! Queste le principali rivendicazioni che il lungo corteo unisce all’indignazione per l’assassinio del bracciante e militante sindacale dell’Usb. Numerose le realtà dell’antagonismo meridionale, centri sociali, collettivi, docenti universitari, associazioni impegnate nella cultura e nell’ambientalismo, delegazioni di braccianti dalla Puglia. Con loro anche le esperienze virtuose nel campo della cooperazione sociale, del lavoro e dell’accoglienza, presenti sul territorio: il consorzio Equosud, SOS Rosarno, la Riace solidale del sindaco Mimmo Lucano: «Quando le farneticazioni razziste diventano atti di governo, bisogna preoccuparsi davvero». Il nuovo ministro dell’Interno Matteo Salvini non ha bisogno di incattivire ulteriormente il rigido dispositivo di controllo sulle manifestazioni. Per i locali responsabili dell’ordine pubblico è sufficiente infatti applicare quello voluto dal precedente titolare, nonché ideatore dell’omonima «dottrina», Marco Minniti. Così ancora una volta il corteo parte con notevole ritardo a causa del fermo prolungato dei pullman sui quali viaggiano numerosi partecipanti. All’altezza di Rosarno la polizia blocca i mezzi e perquisisce centinaia di manifestanti.Durante il vivace corteo riaffiora più volte il messaggio dell’ampia rete che lo ha promosso: «Vogliamo sicurezza per le lavoratrici delle campagne: esse vivono doppiamente lo sfruttamento e la vulnerabilità sulla propria pelle in quanto lavoratrici braccianti e in quanto donne. Esattamente come accadeva nel bracciantato della seconda parte dell’Ottocento negli Usa nei confronti delle donne nere schiavizzate. Rifiutiamo la guerra tra poveri che ci vorrebbe contrapposti ai cittadini ed alle cittadine del comprensorio, agli italiani e alle italiane, agli abitanti ed alle abitanti della Piana di Gioia Tauro». In piazza è diffusa e ben visibile la partecipazione di Potere al Popolo. «Questa campagna d’odio –spiega la portavoce Viola Carofalo – purtroppo funziona. Ed è difficile fermarla. Ogni giorno Matteo Salvini viene fuori con una nuova tragica trovata. Prima il respingimento dell’Aquarius, poi il censimento razzista dei rom. A noi ribolle il sangue perché è chiaro che il problema in Italia non sono i migranti. Il nostro limite però è che ci facciamo dettare l’agenda dal governo e dalle destre, invece dovremmo provare a dettarla noi e parlare di lavoro e stato sociale. Pochi giorni fa – conclude Carofalo – il ministro dell’Economia Tria diceva che dobbiamo continuare sulla strada dell’austerità e dei tagli. Per acquisire consenso, questi si dichiarano contrari all’UE però poi si fanno continuatori della strada dettata da Renzi. Adottano le sue stesse politiche». «Quella di Soumaila è stata la scelta precisa, consapevole e coraggiosa di un contadino che ha voluto venire a lavorare e lottare qui in Calabria. Ci lascia una traccia importante che abbiamo il diritto e il dovere di seguire», ribadisce Guido Lutrario dell’Esecutivo nazionale Usb. A fine corteo dal palco gli fa eco Aboubakar Soumahoro, del coordinamento nazionale braccianti del sindacato di base: «Qualcuno ritiene che bisogna continuare a distrarre la popolazione per saccheggiare le risorse, come è successo qui in Calabria. Noi siamo dalla parte delle donne e degli uomini di questa terra che ricordano il proprio passato. È una memoria di braccianti e lavoratori invisibili che hanno lottato per la dignità della Calabria». FONTE: Claudio Dionesalvi,  IL MANIFESTO

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«Prima gli sfruttati», ventimila manifestano a Roma contro Salvini e il governo https://www.micciacorta.it/2018/06/prima-gli-sfruttati-ventimila-manifestano-a-roma-contro-salvini-e-il-governo/ https://www.micciacorta.it/2018/06/prima-gli-sfruttati-ventimila-manifestano-a-roma-contro-salvini-e-il-governo/#respond Sun, 17 Jun 2018 08:19:55 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24610 Corteo Usb per la «giustizia sociale». Abo Soumahoro: «La pacchia è finita per Salvini». Ricordato Soumaila Sacko ucciso in Calabria

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In piazza, tra gli altri, Potere al Popolo, Eurostop, Rifondazione Comunista. A Padova manifestazione Adl Cobas. ROMA. In ventimila hanno partecipato alla manifestazione indetta a Roma dall’Unione Sindacale di Base (Usb) dedicata a Soumaila Sacko, il bracciante maliano e sindacalista Usb ucciso nella piana di Gioia Tauro mentre raccoglieva delle lamiere per costruirsi una baracca nel campo di San Ferdinando. «Prima gli sfruttati» era lo slogan, stampato sullo striscione d’apertura disegnato da Zerocalcare, è la citazione rovesciata della parola d’ordine razzista «prima gli italiani» usato come passepartout della politica pentaleghista al governo. In negativo, lo sfruttamento restituisce un’unità che va oltre le appartenenze nazionali. Contiene l’elemento unificante in cui possono riconoscersi italiani e stranieri che rivendicano tutele e diritti per tutti: la solidarietà internazionalista e la condivisione della stessa condizione sociale. È il controcanto alla contrapposizione artificiale tra immigrati e autoctoni, intensificata dalla propaganda e dagli urlatori da social media. È un buon segno perché chiarisce l’equivoco di fondo grazie al quale il potere mantiene intatte le diseguaglianze e le accresce. IL RAGIONAMENTO è sofisticato, considerata la polarizzazione del dibattito esistente, manel corteo di ieri era onnipresente. È stato sottolineato nei comizi finali in piazza San Giovanni e negli slogan urlati nei megafoni da uomini statuari e orgogliosi arrivati dal Mali o dalla Costa d’Avorio che lavorano a 1,5 euro al giorno nelle campagne pugliesi o calabresi. Parole ripetute come un mantra che mette i brividi: «No razzismo»; «Tocca uno, tocca tutti», «Schiavi mai». In mano, insieme a folte bandiere Usb, questi lavoratori reggevano cartelli con queste scritte: «Reddito di base incondizionato», «No lavoro gratuito», «No Jobs Act, No Fornero». Emidia Papi, sindacalista Usb ha ricordato che il problema dello sfruttamento in agricoltura riguarda anche i lavoratori italiani e il caso di Paola Clemente, morta di fatica nei campi di Andria. «Il problema della grande distribuzione, che fissa prezzi sempre più bassi per i prodotti è alla base dello sfruttamento». UN’ONDA DI ENTUSIASMO è stata prodotta dall’intervento di Aboubakar Soumahoro, dirigente Usb, in piazza San Giovanni. Concreto e colto, acuminato e combattivo, il sindacalista italo-ivoriano di 38 anni ha declinato con eloquenza le linee di un pensiero politico che supera i confini delle identità politiche acquisite, ma che ancora si esita a declinare in una politica comune. Il concetto ricorrente nel ragionamento è stato la «giustizia sociale», un appello alla solidarietà contro la guerra tra poveri. «La solidarietà non è buonismo – ha detto Abo – ma è uno strumento di costruzione che mette insieme ciò che stanno dividendo: bianchi contro neri, etero contro gay e lesbiche. Un bracciante deve invece camminare gomito a gomito con un rider, i precari e tutti gli invisibili». Il riferimento è all’elaborazione critica dell’eredità subita del «colonialismo» e dello «schiavismo», ma non contrapposta all’identità sessuale. Questo è un ragionamento sulla composizione sociale di una forza lavoro che intreccia molteplici identità e non contrappone, come avviene anche a «sinistra», diritti civili e diritti sociali. IL RIFERIMENTO al «meticciato» nei discorsi in piazza, è un veicolo di una politica intesa come coalizione tra istanze molteplici: «Noi riteniamo che non esiste giustizia sociale senza anti-sessismo, anti-razzismo e anti-fascismo – ha aggiunto Abo – La solidarietà è la carne viva della nostra società e guarda ai bisogni comuni e connette le istanze materiali: come uguale lavoro e uguale salario. Noi partiamo da qui». Soumahoro ha inoltre decostruito l’imbroglio linguistico di chi usa la grammatica dei diritti per contrapporre gli oppressi. E ha denunciato il «linguaggio barbaro e incendiario di chi ritiene che si può parlare di diritti senza argomentarli con la giustizia sociale». «Altro che taxi del mare – ha aggiunto – siamo di fronte alla banalizzazione dei concetti della solidarietà». «Non possiamo solo difenderci, noi dobbiamo andare all’attacco. Diciamo a Salvini che la pacchia è finita per lui, noi vogliamo giustizia». INSIEME AL CORTEO «contro il razzismo istituzionale di Salvini & Co.», indetto a Padova da Adl Cobas con associazioni, sindacati (Cub Poste e Cobas Scuola), centri sociali (Pedro) e partiti (Coalizione civica), quello di ieri a Roma è stato «il biglietto da visita» per l’autunno di un’opposizione embrionale. In attesa di sviluppi, si spera larghi, la tragedia di un sindacalista maliano ha mobilitato realtà in lotta nella logistica, nelle campagne e per il diritto alla casa. Sono i soggetti oggi nel mirino del «contratto di governo» fuori e dentro i confini. «Sono 20 anni che ci stanno abituando alla guerra tra poveri: ora dicono che se fermano un barcone avremo una casa e il lavoro. È una falsità ignobile, la respingiamo» sostiene Giorgio Cremaschi (Eurostop). «Con la Flat Tax il governo toglierà soldi dalle tasche dei lavoratori – ha aggiunto Viola Carofalo (Potere al Popolo) – Il problema non sono i migranti o gli occupati di casa. Ci vuole lavoro sicuro e redistribuzione delle ricchezze». «Il razzismo e la xenofobia di Salvini è un prezzo che non dobbiamo pagare, rischiamo di essere ricordati per avere abbandonato centinaia di migliaia di persone» sostiene Eleonora Forenza (europarlamentare di Rifondazione). FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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«Prima gli sfruttati», migranti a Roma dai campi di Foggia e di Gioia Tauro https://www.micciacorta.it/2018/06/prima-gli-sfruttati-migranti-a-roma-dai-campi-di-foggia-e-di-gioia-tauro/ https://www.micciacorta.it/2018/06/prima-gli-sfruttati-migranti-a-roma-dai-campi-di-foggia-e-di-gioia-tauro/#respond Sat, 16 Jun 2018 07:58:21 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24599 Il Corteo. In piazza anche Potere al Popolo e Sans Papier di Roma

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«Prima gli sfruttati». È lo slogan della manifestazione promossa dall’Unione Sindacale di Base (Usb) che parte alle 14 di oggi a Roma da piazza della Repubblica e arriva a piazza San Giovanni. Dedicato a Soumaila Sacko, il bracciante maliano e sindacalista Usb, ucciso a fucilate nella piana di Gioia Tauro mentre raccoglieva lamiere per costruire una baracca nella tendopoli di San Ferdinando (Reggio Calabria), il corteo si oppone alla parola d’ordine razzista «prima gli italiani». In negativo, lo sfruttamento restituisce un’unità che va oltre le appartenenze nazionali. Contiene l’elemento unificante in cui possono riconoscersi italiani e stranieri che rivendicano tutele e diritti per tutti. L’indignazione, il dolore e la ricerca di un riscatto dei compagni di lavoro e di sindacato di Sacko, a cominciare dal Aboubakar Soumahoro, hanno reso questa manifestazione una convergenza tra istanze sociali e politiche dopo le elezioni del 4 marzo. Tra gli altri hanno aderito Potere al popolo, Rifondazione comunista, Partito Comunista Italiano, Rete dei Comunisti, Ex Opg e 081 di Napoli, il Cantiere di Milano, i centri sociali Spartaco, Corto Circuito, Sans Papier di Roma. A piazza San Giovanni, dopo l’intervento di chiusura di Aboubakar Soumahoro, si terrà un’assemblea con chi ha partecipato al corteo. Sono previsti pullman dalla Piana di Gioia Tauro e dal foggiano, zona di ghetti grandi e piccoli dove sono concentrati, in condizioni disumane, migliaia di braccianti migranti. Negli ultime ore quasi duemila persone hanno partecipato alla raccolta fondi promossa da Usb per il rimpatrio della salma di Sacko in Mali e il sostegno della moglie e della figlia di 5 anni. Una parte dei 38.103 euro andranno ai braccianti, lo ha deciso il sindacato in accordo con la famiglia. Il prossimo 23 giugno, a Reggio Calabria, si terrà un altro corteo. Quello di oggi è un primo momento di incontro per chi si oppone al governo pentaleghista a trazione Salvini. Per il neo-ministro dell’interno è la prima prova di piazza che lo contesta. Si capiranno subito i metodi che userà nel gestirla. Nelle strade ci saranno migliaia dei migranti per i quali, secondo Salvini, «sarebbe finita la pacchia». Saranno loro i primi ad essere danneggiati se passasse la non meglio precisata «semplificazione» della legge contro il caporalato annunciata dal leader della Lega. FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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La rivolta degli schiavi, sciopero e corteo per l’assassinio di Soumayla https://www.micciacorta.it/2018/06/la-rivolta-degli-schiavi-sciopero-e-corteo-per-lassassinio-di-soumayla/ https://www.micciacorta.it/2018/06/la-rivolta-degli-schiavi-sciopero-e-corteo-per-lassassinio-di-soumayla/#respond Tue, 05 Jun 2018 07:00:54 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24580 Cronache di ordinario razzismo. La protesta dei migranti della Piana di Gioia Tauro dopo l’omicidio del sindacalista maliano ucciso domenica a fucilate. Gli amici del 29enne del Mali parlano «omicidio razzista». La pista delle ’ndrine

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SAN FERDINANDO (RC). «Al campo di San Ferdinando la notte di domenica è stata di mestizia e rabbia. I maliani volevano sfogare la loro inquietudine. Hanno acceso qualche copertone ed eretto qualche estemporanea barricata di cartone. Nulla più. Quanto basta, tuttavia, per allertare il Viminale che di notte ha cinto la tendopoli di uno spropositato plotone di militari. Si temevano tumulti. Nulla di più esagerato.

LA GIORNATA DI IERI È STATA quella del ricordo e della lotta. Uno sciopero dei braccianti, indetto dalla Usb, e, a seguire, un’assemblea che si è poi trasformata in un pacifico corteo direzione municipio. Il dolce viso di Soumayla Sacko restava impresso nei tanti cartelli che i suoi amici hanno impugnato nel lungo percorso di 5 km che dalla zona industriale porta nel centro del paese. San Calogero, il luogo dell’agguato, invece, sta altrove. Lontano 20 km, un’ora di cammino e in un’altra provincia, Vibo Valentia.

ALL’EX FORNACE, «La tranquilla», la fabbrica dismessa, abbandonata e posta sotto sequestro perché divenuta sede di stoccaggio di tonnellate di rifiuti tossici, Soumayla Sacko era andato insieme ad altri due braccianti per prendere un po’ di lamiere. Servivano per costruire una baracca nella favela di San Ferdinando. Non per lui ma per un altro raccoglitore maliano. Era anche questo Soumayla, un generoso che aiutava tutti. In prima linea nelle mobilitazioni, era alla testa del corteo per Becky Moses, la nigeriana arsa viva nel tragico rogo di qualche mese fa. A queste latitudini, ormai, le tragedie sono rituali. A cadenza continua ci sono stati morti per assideramento, per denutrizione, per incendi dolosi. Ora per fucilate con armi da caccia grossa, di quelle usate per ammazzare i cinghiali. Probabilmente per mano delle ‘ndrine.

SOUMAYLA, 29 ANNI, è stato freddato in pieno giorno nella campagna vibonese davanti a quella fabbrica maledetta. E così, Soumayla sarà nei prossimi giorni «rimpatriato», ma in una bara, destinazione Bamoko. Ad attendere la salma, una bimba di 5 anni e una compagna di 30. «Poteva essere una strage e solo per caso non ci hanno rimesso la vita Madiheri Drame e Madoufoune Fofana. E non ci vengano a dire, come qualcuno ha provato a fare, che si è trattato di un furto visto che si trattava di un luogo abbandonato. E’ stato un agguato premeditato e xenofobo», dice Giuseppe Tiano, del movimento antirazzista della Piana. Gli inquirenti non formulano un’ipotesi precisa, ma le indiscrezioni portano alla criminalità organizzata per cui Soumalya potrebbe aver pagato una «invasione di campo». Il procuratore di Vibo, Bruno Giordano, da poco a capo degli inquirenti vibonesi (prima era a Paola e istruì la pratica sulle navi dei veleni), conferma: «In zona avevamo ricevuto diverse segnalazioni. Più di qualcuno era infastidito dalla presenza dei migranti».

D’ALTRONDE, meno di un anno fa, i carabinieri gioiesi avevano arrestato quattro ragazzi per una lunga serie di aggressioni. Di sera andavano a caccia di neri. Salivano su una Fiat Punto e iniziavano la ronda con i bastoni sotto ai sedili. Stavolta la macchina è una Alfetta, non ci sono bastoni ma una lupara. Ieri, la reazione dei migranti è stata ferma. «Non era un terrorista, non era un criminale, non aveva armi e gli hanno sparato alla testa come una bestia» dice Idris, ivoriano di 40 anni, amico della vittima.

I RAGAZZI IN CORTEO SONO tutti regolari ma vivono una condizione di lavoro irregolare schiavistico. Come braccianti, secondo il contratto nazionale di lavoro, avrebbero diritto ad un alloggio. I più sono invece costretti a vivere nella tendopoli, rinata come una brutta fenice dalle ceneri del vecchio insediamento andato a fuoco. «Bisognerebbe dare le case sfitte a questi lavoratori – s’infervora Maria Francesca D’Agostino, professoressa all’Unical ed esperta di migrazioni – e invece proliferano i megacampi. Il sindaco ci ha avvertiti che nei prossimi mesi sgombereranno la tendopoli. Ma cosa ne sarà di questi lavoratori quando in autunno torneranno per la raccolta delle arance? Le istituzioni procedono in ordine sparso. E’ tutto improvvisato. Dopo la morte di Becky non è cambiato nulla. I braccianti sono costretti a restare perchè in attesa del rinnovo della questura di Gioia e sono domiciliati qui a San Ferdinando, altri sono in attesa di ricorrere contro i dinieghi delle commissioni. Ma c’è anche una responsabilità politica e non solo del Viminale.

Grave è il comportamento della regione Calabria e del presidente Oliverio che avrebbero piena competenza ad attuare politiche di inclusione e invece non fanno nulla. Avrebbero fondi comunitari da investire ma preferiscono le passerelle per le inaugurazioni delle tendopoli». Soumayla viveva proprio nel nuovo campo, la soluzione «temporanea» in attesa di dare il via ai progetti di accoglienza diffusa. Che non si sono mai visti. Il corteo non è imponente perchè non è alta stagione. La manodopera bracciantile in perenne transumanza nelle campagne meridionali ora si è spostata nel foggiano e nell’agro nocerino. «Ci hanno comunicato che in Puglia 2mila raccoglitori hanno incrociato le braccia in onore di Soumalya. Lo sciopero è riuscito» grida al microfono Aboubakar Soumaulo, il leader dei braccianti. La rabbia è contro i giornalisti e organi istituzionali che avevano derubricato il fatto a furtarello di lamiere. Quasi che se la fossero andata a cercare.

«CHI TOCCA UNO, tocca tutti», «mai più schiavi», urlano in corteo. C’è chi porta un mazzo di fiori rossi, chi un drappo bianco in segno di lutto, sono quasi tutti ragazzi giovani, sotto i 40 anni, alcuni indossano magliette di squadre di calcio , un melting pot che trasuda angoscia e disperazione. «Questi lavoratori sono trattati in condizioni disumane, contro le regole, con salari da fame. Le istituzioni proteggono questo sistema – spiega Guido Lutrario – dell’esecutivo nazionale Usb – Queste persone non sono illegali piuttosto sono vittime di illegalità». È quanto andrà a reclamare una delegazione ricevuta dal questore di Reggio Calabria. Al termine, nel primo pomeriggio, il corteo si scioglie, i migranti defluiscono e ritornano nel campo. «La pacchia è finita, ma per il ministro Salvini» dicono mentre vanno via.

FONTE: Silvio Messinetti, IL MANIFESTO

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Alla ricerca di riconversioni soggettive https://www.micciacorta.it/2016/06/alla-ricerca-riconversioni-soggettive/ https://www.micciacorta.it/2016/06/alla-ricerca-riconversioni-soggettive/#respond Fri, 10 Jun 2016 08:43:45 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22015 Tra sfruttamento e precariato, due saggi collettanei appena pubblicati per ombre corte indagano il rapporto tra capitale e lavoro vivo

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Il capitalismo è una religione puramente cultuale», sosteneva Benjamin, che fa leva sui desideri diffusi di socialità, espressione e relazione. Il culto idealizza i principi di autonomia e libertà mentre dissemina nel sociale assiomi e ingiunzioni all’azione, a tal punto da far accettare come normale addirittura l’ossimoro di lavoro gratuito. Et voilà: le nuove frontiere del neoliberismo.

LA NUOVA RAGIONE DEL MONDO

Se il lavoro è la forma della socialità, con l’irrompere della soggettività nella produzione e nella riproduzione, la dimensione di culto si estremizza. Attraverso il lavoro, anche se deprezzato o non pagato, continua a giocarsi sul piano simbolico l’accettazione all’interno della società. Non fa una piega la tesi di Sergio Bologna, contenuta nel volume collettivo, curato da Emiliana Armano e Annalisa Murgia, Le reti del lavoro gratuito. Spazi urbani e nuove soggettività (ombre corte, pp. 124, euro 12) che insieme al volume di Federico Chicchi, Emanuele Leonardi, Stefano Lucarelli, Logiche dello sfruttamento. Oltre la dissoluzione del rapporto salariale (ombre corte, p. 126,euro 12), indagano le manifestazioni estreme dello sfruttamento nei rapporti tra capitale e lavoro vivo. Due cartografie delle mutazioni materiali delle condizioni di vita sociali da luoghi privilegiati: le global city e le smart city, vale a dire Milano e l’Expo 2015. Ma non è sufficiente la succitata tesi a spiegare le inaudite e sofisticate forme di lavoro, anzi, di sfruttamento. Da angolature eterogenee, ancorché con comuni orizzonti, i due volumi mettono le mani negli ingranaggi della precarizzazione, dei flussi finanziari globali, dei processi di femminilizzazione del lavoro, ma anche dei dispositivi di cattura del lavoro vivo tanto da rendere morale l’auto-sfruttamento. Sono ricerche elaborate collettivamente in convegni e seminari di autoformazione che raccolgono inchieste e una letteratura di parte più che decennali all’interno dei movimenti sociali e del precariato italiano intorno a una figura ormai maggioritaria, nonché molteplice nei suoi profili, del mercato del lavoro e delle economie urbane post-fordiste. Figure che non hanno mai conosciuto alcuno statuto poiché incapaci di comprensione nelle tutele sindacali classiche. Il knowledge worker, i cui tratti distintivi sono le capacità personali, relazionali e organizzative: lavoratori autonomi che svolgono attività segnate dall’informalità, dalla libera gestione del tempo e dalla creatività personale, sottoposti alle «trappole della precarietà» e ai meccanismi dell’eterna promessa, ossia a tecnologie della precarietà. Sono attività tipicamente neoliberiste: l’accumulazione capitalistica si regge sulla cattura della cooperazione sociale e produttiva, nondimeno il controllo disciplinare si ridisloca nei processi di soggettivazione, producendo cioè soggettività volontariamente asservite. Paradossalmente è un comando che si esprime attraverso la produzione di libertà: un dispositivo che organizza la produzione sociale incitando all’autonomia soggettiva. Non si tratta tanto di egemonia culturale, in termini gramsciani, quanto con Boltanski e Chiapello de Il nuovo spirito del capitalismo, di capitalismo che sulla libertà fonda il proprio successo.

SUSSUNZIONI URBANE

I due volumi illuminano alcune ipotesi sulle nuove forme lavorative. Se il rapporto salariale esplode frammentandosi, lo sfruttamento si approfondisce, dunque la stessa categoria marxiana di sussunzione non riesce più a coglierne la misura e i modi d’estrazione. In altri termini, le pratiche d’inclusione selettiva, le catene di comando, i dispositivi di cattura, che non hanno a che fare con la soggettività in forma di lavoro produttivo e salariato, riguardano la produzione e le sfere della riproduzione e della circolazione, cioè tutto il campo sociale. Da un articolo di Marazzi sulle trasformazioni qualitative del lavoro, in Primo Maggio del 1978 e rieditato in appendice, Chicchi, Leonardi e Lucarelli parlano di logica dell’imprinting, vale a dire di una coercizione più profonda della sussunzione reale e formale, capace di sollecitare la soggettività a partecipare attivamente, con libertà e autonomia, al processo di produzione e di normazione. I processi sussuntivi vengono analizzati dal prisma di Expo 2015: la città globale che cattura grandi masse di lavoro qualificato, sfruttandole nelle economie urbane del capitalismo delle reti. I voucher di Poletti o il Jobs act sembrano inseguire il divenire metropoli della città, ma è lo spazio urbano – secondo Lefebvre e Harvey – quale luogo privilegiato per i fenomeni speculativi e la «gentrificazione», da un lato, e dall’altro per le strategie di marketing che attirano tanto i capitali finanziari per le rendite quanto i knowledge workers e le start-up. Con la crisi lo spazio geografico viene ancor più patinato dal city branding. E le campagne elettorali municipali ampiamente pontificano sul brand. Desideri e immaginazione, speranze e promesse: sono i dispositivi attraverso cui lo spazio si mercifica e produce oltre le soggettività un rapporto di assuefazione che non permette di distinguere l’auto-sfruttamento e la prestazione di lavoro gratuito, mentre lo spazio urbano diviene attrattivo per l’estrazione di valore dalla rendita e dagli investimenti immobiliari. Il Marx del Frammento sulle macchine avrebbe visto probabilmente nelle smart city il crescere del «sapere sociale generale». Nell’operaismo italiano quelle pagine guidarono l’inchiesta nella metropoli come nuovo laboratorio della produzione e delle mutazioni del rapporto fra lavoro vivo e capitale industriale, quello che sarebbe diventata la città post-fordista e la «città neoliberale».

FRAMMENTI DI FUTURO

Oggi sono riprese, con molta minore carica conflittuale, da Mason nel suo Postcapitalismo per dimostrare che la crisi del capitale è in atto grazie alla conoscenza scientifica generalizzata e all’intellettualità di massa, per cui il valore prodotto dal lavoro manuale diventa progressivamente marginale e la cooperazione rende base miserabile il valore di scambio. Purtroppo tale tendenza non pare realizzarsi. Anzi, la generalizzazione del sapere sociale non ha provocato alcun risvolto rivoluzionario, men che meno conflittuale. A ben guardare, le attività dove al centro vi è la decrescente importanza del tempo di lavoro o l’informalità del rapporto hanno esteso il tempo lavorativo, dando luogo a nuove e stabili forme di dominio, mentre l’estrazione di plusvalore è divenuta sempre più assoluta. Dalla Francia giungono forti insegnamenti di come impedire l’adozione di riforme che autorizzino lo sfruttamento. In Italia abbiamo leggi che richiedono invece un’operazione di ricucitura dei differenti segmenti sociali, anche a causa di anni di gestione neoliberale dei sindacati. Coalizzare quell’eterogeneità sfruttata vuol dire operare un «rovesciamento completo – per dirla con Benjamin – un gesto autenticamente politico e comunitario» di riconoscimento fra i subalterni per attaccare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. E ogni volta che il capitalismo attraversa crisi o mutamenti, come ricorda Deleuze, avviene un movimento di riconversione soggettiva con le sue ambivalenze ma anche le sue potenzialità.

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L’esplorazione su «C’è vita a sini­stra» non può essere da me svolta, dopo 45 anni di atti­vità giu­di­zia­ria, senza sof­fer­marmi sulla morte di due immi­grati e di una cit­ta­dina ita­liana, avve­nute que­sta estate nelle cam­pa­gne del Meri­dione, e spe­ci­fi­ca­mente sulla pre­senza, al di là di Paola Cle­mente, di altri cit­ta­dini ita­liani tra i lavo­ra­tori che pos­sono risul­tare vit­time del reato, pre­vi­sto dall’art. 600 c.p., di ridu­zione in servitù. Seguendo le sen­tenza della Cas­sa­zione, que­sti nostri con­na­zio­nali, al pari di altri lavo­ra­tori stra­nieri, si tro­va­vano in uno stato di sog­ge­zione con­ti­nua­tiva ed erano costretti, come ser­vitù della gleba, a pre­sta­zioni lavo­ra­tive che ne com­por­ta­vano lo sfrut­ta­mento. Ciò con­ferma le mie pes­si­mi­sti­che pre­vi­sioni,espresse su il mani­fe­sto nel marzo scorso: l’attuale situa­zione eco­no­mica e l’ambizione padro­nale – sod­di­sfatta dal governo con le dispo­si­zioni del Jobs Act — di limi­tare la libertà della forza lavoro danno corpo al con­creto peri­colo che l’ipotesi della ridu­zione o man­te­ni­mento in ser­vitù, cioè dell’incontrollabile sfrut­ta­mento, non ha più i con­no­tati di ano­mala tra­sgres­sione mar­gi­nal­mente limi­tata a set­tori geo­gra­fici, etnici, ma è diven­tata una risorsa , pro­messa e con­cessa dalle forze di governo agli impren­di­tori come con­tro­par­tita della ces­sa­zione dello scio­pero degli inve­sti­menti e del rien­tro di quelli impie­gati negli stati a lavoro ser­vile garantito. Riba­di­sco che, nono­stante l’impegno delle avan­guar­die sin­da­cali, ci avvi­ci­niamo sem­pre di più al mer­cato del lavoro popo­lato, in tutti i set­tori, da pre­sta­tori d’opera a forte limi­ta­zione di libertà di auto­de­ter­mi­na­zione, non più sepa­rati dalla disu­gua­glianza tra autoc­toni e immi­grati, ma acco­mu­nati dalla nuova cul­tura dell’uguaglianza nel lavoro servile. È evi­dente che il diritto penale da solo non costi­tui­sce una valida difesa per la libertà e la dignità dei lavo­ra­tori dipen­denti e per il rispetto effet­tivo dell’art. 36 della Costi­tu­zione, che fissa la retri­bu­zione nella misura che assi­curi al lavo­ra­tore «una esi­stenza libera e digni­tosa». Un con­creto peri­colo di abro­ga­zione riguarda non solo que­sto prin­ci­pio ma anche il ful­cro del sistema isti­tu­zio­nale ita­liano, costi­tuito dal com­bi­nato dispo­sto degli arti­coli 1, 4 e 41 della Costituzione. Obbe­dendo all’esigenza di alfa­be­tiz­za­zione dei com­po­nenti dei par­titi di sini­stra , è bene ricor­dare che l’articolo 1 pone il lavoro come prin­ci­pio base della nostra forma di Stato, in cor­re­la­zione con l’articolo 4 che rico­no­sce a tutti i cit­ta­dini il diritto al lavoro e impe­gna la Repub­blica a pro­muo­vere le con­di­zioni che ren­dano effet­tivo que­sto diritto. L’esigenza di con­tem­pe­rare gli inte­ressi incen­trati sulla libera ini­zia­tiva eco­no­mica e sulla pro­prietà pri­vata con le riven­di­ca­zioni egua­li­ta­rie sul piano dei diritti fon­da­men­tali e del benes­sere eco­no­mico portò ad appro­dare alla costi­tu­zione eco­no­mica, all’economia mista in cui si limita l’individualismo libe­rale e si dà spa­zio al prin­ci­pio di soli­da­rietà che, ante­po­nendo l’interesse col­let­tivo a quello dei sin­goli, intro­duce una con­ce­zione sostan­zia­li­stica della ugua­glianza. Di qui la pre­vi­sione di uno «Stato impren­di­tore», la costi­tu­zione di imprese pub­bli­che, tito­lari di beni e ser­vizi essen­ziali, all’interno di una pia­ni­fi­ca­zione demo­cra­tica, cioè di un piano di coor­di­na­mento delle ini­zia­tive impren­di­to­riali pub­bli­che e pri­vate, fun­zio­nali non all’esigenza di rea­liz­zare il mas­simo pro­fitto ma al con­se­gui­mento degli obiet­tivi dello Stato sociale (art. 41 Cost). Sap­piamo bene che il ten­ta­tivo di pia­ni­fi­ca­zione demo­cra­tica è stato osteg­giato in maniera anche ille­cita dai ceti impren­di­to­riali e agrari, coa­diu­vati dai ver­tici isti­tu­zio­nali; sap­piamo bene che la pia­ni­fi­ca­zione è rima­sta fun­zione esclu­siva della Con­fin­du­stria: dalle 189 pagine della «Rela­zione sull’attività con­fe­de­rale» del 2014 emerge che le scelte dei governi Monti, Letta Renzi, cor­ri­spon­dono agli obiet­tivi isti­tu­zio­nali, finan­ziari e pro­dut­tivi «pia­ni­fi­cati» in pre­ce­denza dagli industriali. Se a sini­stra si con­corda sulla sem­plice con­sta­ta­zione che per una demo­cra­zia effet­tiva, la demo­cra­zia poli­tica si riduce a mera fac­ciata se non è accom­pa­gnata dalla limi­ta­zione dei cen­tri di potere eco­no­mico troppo forti e pre­va­ri­canti, pro­tetti dalle ingo­ver­na­bili regole del mer­cato , si dovrebbe anche con­cor­dare su un dop­pio bina­rio di ini­zia­tive politiche. Ad esem­pio, l’impegno per tute­lare il bica­me­ra­li­smo per­fetto deve essere accom­pa­gnato da un pari impe­gno per la difesa della demo­cra­zia , cioè del pub­blico potere nel campo della pro­du­zione e della finanza. Inol­tre, la cam­pa­gna — diretta dalla Con­fin­du­stria e sup­por­tata dal governo — in favore di una incon­trol­lata espan­sione dell’interesse dei mono­poli pri­vati nel campo della sanità e dei tra­sporti, deve essere con­tra­stata con lo stu­dio e con la dif­fu­sione dell’esito della ripri­va­tiz­za­zione dell’energia elet­trica (favo­rita dal governo D’Alema, che con decreto legi­sla­tivo 16.3.1999-decreto Ber­sani– libe­ra­lizzò il mer­cato elet­trico), con lo stu­dio e la dif­fu­sione dell’esito della fune­sta pri­va­tiz­za­zione della side­rur­gia, dell’esito delle pri­va­tiz­za­zioni nel campo tele­fo­nico, dei tra­sporti, delle assi­cu­ra­zioni, dei beni e dei servizi. La cam­pa­gna di deni­gra­zione verso i buro­cra­tici con­trolli dello Stato, indi­cati come osta­coli e disin­cen­tivi alla libera espan­sione delle ita­li­che capa­cità impren­di­to­riali, deve essere con­tra­stata con lo stu­dio e la dif­fu­sione dei dati, rela­tivi alle sin­gole grandi imprese, su finan­zia­menti, eso­neri fiscali, con­ten­ziosi, indul­genze, cle­menze e simili. In con­clu­sione, il labu­ri­sta Cor­byn ha pro­po­sto la rein­tro­du­zione, in alcuni casi spe­ci­fici, della clau­sola 4 del suo par­tito, che pre­vede l’impegno in favore della pro­prietà pub­blica in tutti i set­tori stra­te­gici dell’industria e dei trasporti. Sono sicuro che in Ita­lia c’è un Cor­byn tri­co­lore, un «com­pa­gno» che, invece di arzi­go­go­lare sui mes­saggi e sui mes­sag­gini di Renzi, orga­nizzi e par­te­cipi a un piano di studi, all’esito del quale — esa­mi­nati la sto­ria dell’economia, della poli­tica e della cri­mi­na­lità eco­no­mica, non­ché le opere della Maz­zuc­cato e del Piketty– si pro­ponga il ripri­stino dell’economia mista, come voluta dai padri della Costi­tu­zione, in con­tro­ten­denza rispetto alla sua pro­gres­siva abro­ga­zione voluta da tutti i governi, con­giun­ta­mente impe­gnati a por­tare l’economia sulla via del ritorno all’esclusiva gestione dei deten­tori del capi­tale pri­vato, asso­lu­ta­mente imme­ri­te­voli di tanta fiducia.

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