sgomberi – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Thu, 04 Apr 2019 07:38:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 I razzisti dell’Alabama e quelli di Torre Maura https://www.micciacorta.it/2019/04/i-razzisti-dellalabama-e-quelli-di-torre-maura/ https://www.micciacorta.it/2019/04/i-razzisti-dellalabama-e-quelli-di-torre-maura/#respond Thu, 04 Apr 2019 07:38:21 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25333 Roma/Rom. Era meglio l’Alabama perché a Selma, Alabama, migliaia di cittadini marciarono a rischio della propria incolumità per opporsi alla segregazione e al razzismo mentre qui da noi siamo fermi, se va bene, alle parole e alle proteste rituali

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A costo di ripetermi: era meglio l’Alabama. Quello che è successo a Torre Maura in questi giorni, coagulo massiccio di infiniti episodi sparpagliati in tutta Italia, è una specie di pogrom verso un popolo su cui già è stata sperimentata la «soluzione finale». La distruzione del cibo destinato a famiglie e bambini Rom – «dovete morire di fame» – non è solo un gesto simbolico ma anche un passo concreto verso la loro estinzione. Come additarli tutti come ladri, solo per appartenenza etnica, solo perché Rom. Era meglio l’Alabama perché a Selma, Alabama, migliaia di cittadini marciarono a rischio della propria incolumità per opporsi alla segregazione e al razzismo mentre qui da noi siamo fermi, se va bene, alle parole e alle proteste rituali. Era meglio l’Alabama perché, con tante esitazioni e tanti compromessi, comunque alla fine il ministro della giustizia e il governo degli Stati Uniti spedirono la Guardia Nazionale e l’Fbi a dare un minimo di protezione ai diritti civili. Anche da noi ci vorrebbe la Guardia nazionale a Torre Maura e altrove per imporre la legalità. Ma da noi il governo, e i suoi patetici ministri, quello degli interni ma anche quello della giustizia, stanno dall’altra parte. Le forze dell’ordine costituito caricano, manganellano, arrestano i manifestanti No-Tav, gli antifascisti a Padova, e persino la massa critica dei ciclisti a Torino, mentre non ho mai sentito che nessuno dei «cittadini indignati» che aggrediscono, picchiano, distruggono come a Torre Maura sia stato mai in qualche modo infastidito. Il Comune di Roma si indigna, e cede, dandola vinta ai violenti e ai razzisti: la legalità vale solo per sfrattare i centri sociali, i circoli culturali indipendenti, e la Casa Internazionale delle Donne. Casa Pound naturalmente non si tocca. La scusa, o almeno l’attenuante, invocata sempre in questi casi, anche a «sinistra», è che le cose sono «più complesse» e che gli aggressori non sono proprio «razzisti, ma…» danno voce a un malessere e un disagio reali delle periferie e reagiscono a decisioni prese senza consultarli (in questo caso, spostare le famiglie Rom di cinquecento metri: nel territorio c’erano già). Sappiamo da sempre che «non sono razzista, ma…» è la formula auto assolutoria del razzismo italiano. Il malessere delle periferie è vero ma c’entra fino a un certo punto. Ci sono state aggressioni fasciste pure quando don Luigi Di Liegro provò a portare i malati di Aids in una casa famiglia a Villa Glori, in pieno quartiere Parioli; e comunque non è che le periferie e le borgate siano mai state paradisi in terra. Emarginazione, sfruttamento, disagio ci sono da tempo, e la sola novità è la forma che prende oggi la protesta. Torre Maura è stato uno dei luoghi di maggiore presenza politica e organizzata del Manifesto all’inizio degli anni ’70: una delle prime assemblee cittadine se non la prima, la tenemmo in un locale della borgata, ed era di Torre Maura il compagno Lello Casagrande, primo militante del Manifesto arrestato a Roma. I fascisti c’erano già, e tanti; ma c’erano anche i comunisti, e persino i cattolici: la periferia non era «abbandonata» perché prendeva in mano il proprio destino, si sentiva protagonista. Se mancavano i servizi, il quartiere si mobilitava in solidarietà per provare a conquistarseli, non covava passivamente una rabbia da rivolgere non verso i responsabili del disagio ma verso gente che sta ancora peggio. Oggi a «sinistra» sentiamo ripetere che «dobbiamo andare» nelle periferie: come se potessero essere solo destinatarie di un discorso calato dall’alto ed emanato dal centro. Non dimenticherò mai il nostro Aldo Natoli che raccontava come invece dovessero essere, e spesso fossero, le periferie e le borgate a invadere il centro. E comunque noi non facciamo veramente né l’uno né l’altro. Qualche anno fa, quando il mio quartiere di Roma Nord si mobilitò contro il trasferimento in zona di un piccolo nucleo di Rom, una compagna della sezione di Ottavia mi disse: «Questo non è razzismo, è cattiveria». È pura e inutile ferocia calpestare il cibo. Ha ragione Marco Revelli quando dice che «quella che stiamo vivendo oggi è un’emergenza psicotica». “L’Italia l’è malada,” cantavano mondine e braccianti a cavallo del ‘900, e “Sartori l’è ‘l dutur”. Adesso di «dottori» come Eugenio Sartori, un antico organizzatore di società di mutuo soccorso, non se ne vede neanche l’ombra. E anche io, tutto sommato, non ho altro che parole. * Fonte: Alessandro Portelli, IL MANIFESTO

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Duemila anarchici manifestano in una Torino blindata https://www.micciacorta.it/2019/03/duemila-anarchici-manifestano-in-una-torino-blindata/ https://www.micciacorta.it/2019/03/duemila-anarchici-manifestano-in-una-torino-blindata/#respond Sun, 31 Mar 2019 08:14:00 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25325 Dopo lo sgombero dell'ex Asilo occupato. Il boomerang della giunta Appendino. Si ripetono i cortei. Ieri un altro giorno ad alta tensione

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TORINO. In poche settimane Torino è diventata il centro del mondo anarchico italiano. Gli anarchici torinesi avevano promesso di bloccare la città e ci sono riusciti: quello di ieri è stato un pomeriggio di «guerra preventiva» grazie a uno schieramento di polizia e carabinieri fuori scala, che ha inibito ogni ipotetica prova di forza da parte dei manifestati. Quattro giovani sono stati arrestati nella mattinata, prima della partenza del corteo. Partiti da cinque punti diversi della città, gli anarchici, circa duemila provenienti da tutta Italia, hanno fermato la vita di un tranquillo sabato pomeriggio torinese nel centro città, nel quartiere di san Salvario, lungo il parco fluviale del Valentino, e nella zona circostante del cimiero monumentale. In particolare il centro cittadino è piombato in un silenzio irreale fin dalle prime ore del mattino, silenzio che ha accompagnato ogni passo dei manifestanti. Gli unici rumori che si potevano sentire erano quelli emessi dai motori degli elicotteri, dalle sirene dei blindati, e dal battere sugli scudi con i manganelli da parte dei poliziotti. Il percorso è stato imposto da un cordone di forze dell’ordine che ha sempre circondato da tre lati gli anarchici, con ampio schieramento di idranti ed elicotteri in volo a pochi metri di altezza. Parole minacciose verso la sindaca di Torino sono state scritte lungo il muro perimetrale del cimitero: «Appendino la scorta non ti basta». I vari cortei si sono incontrati alla stazione di Porta Nuova, anch’essa semi paralizzata per lunghe ore, e da qui hanno iniziato a girare per la città, nel tentativo di raggiungere un gruppo bloccato nella zona nord, nei pressi della nuova occupazione recentemente conquistata dagli anarchici torinesi. Il mondo anarchico italiano ha posizionato l’epicentro del suo agire a Torino dopo lo sgombero dell’Asilo occupato il sette febbraio scorso, quando circa duecento poliziotti misero fine ad una storia quasi trentennale. Da quel giorno Torino, e in particolare il quartiere Aurora, non ha recuperato serenità, essendo stato per settimane oggetto di una imponente presenza di forze dell’ordine. Operazione salutata con entusiasmo dalla sindaca: parole che le sono quasi costate la carica dato che nella sua maggioranza una parte è vicina al mondo anarchico. Un primo corteo aveva seminato il panico due settimane fa, e in seguito manifestazioni minacciose avevano preso di mira Appendino e la sua famiglia, tutti finiti sotto scorta. La scelta degli anarchici di imporre uno stato di tensione permanente si è concretizzato in una nuova occupazione: una scuola elementare recentemente chiusa per motivi di sicurezza dal comune. Uno spazio molto ampio, che gli anarchici denunciano come «ennesima speculazione della maggioranza 5S che vende la città». La nuova occupazione ha vanificato l’operazione di febbraio. Ieri, alcuni manifestanti presenti al corteo, dichiaravano la loro intenzione di perpetrare nelle prossime settimane ulteriori blocchi «per dimostrare che a Torino tutto è cambiato e non ci sarà più la tranquillità che auspica chi vuole svendere la città agli speculatori». Riferimento a una ipotetica vendita dell’Asilo, sempre smentita da parte del Comune che promette una riqualificazione con un fine sociale. Il corteo ha continuato a camminare per la città anche nelle ore serali, portandosi dietro l’ingente schieramento di polizia. * Fonte: IL MANIFESTO

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Roma, lo sgombero di CasaPound approvato dal consiglio comunale https://www.micciacorta.it/2019/01/roma-lo-sgombero-di-casapound-approvato-dal-consiglio-comunale/ https://www.micciacorta.it/2019/01/roma-lo-sgombero-di-casapound-approvato-dal-consiglio-comunale/#respond Wed, 30 Jan 2019 09:14:36 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=25202 Roma Capitale. La mozione del Pd approvata anche dal M5S

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La sede romana di CasaPound Italia – «i fascisti del Terzo Millennio», come amano definirsi loro stessi – va sgomberata immediatamente. È quanto dispone una mozione approvata ieri a stragrande maggioranza dal Consiglio comunale capitolino (30 sì; solo 4 i voti contrari, quelli di Lega, Fi e FdI) che impegna la sindaca Raggi ad «attivarsi presso gli Organi competenti affinché sia predisposto lo sgombero immediato dello stabile sito in Via Napoleone III illegalmente occupato da CasaPound». Una mozione vale quel che vale (poco, si sa) ma il testo presentato dal Pd e votato anche dl M5S – anzi, tengono a precisare i pentastellati che Virginia Raggi l’ha più volte sollecitato -, se da un lato punta a mettere in imbarazzo il ministro Salvini nella speranza di porlo davanti alla scelta di rallentare la corsa delle sue ruspe oppure di travolgere anche i suoi ex alleati neofascisti, dall’altro lato potrebbe diventare invece un’arma a doppio taglio per tutte le occupazioni romane. Non che sia lecito porle sullo stesso piano, naturalmente. Le differenze sono evidenti, come fa notare la stessa mozione che porta la prima firma del consigliere dem Giovanni Zannola: «Non è tollerabile che Casapound possa protrarre la propria occupazione in un edificio di pregio per svolgere attività che alimentano un clima di tensione in città, rifacendosi alle ideologie fasciste e alle politiche di Benito Mussolini, violando le normative che non consentono tali comportamenti». O come sottolinea anche Alessio Pascucci, sindaco di Cerveteri e consigliere della Città Metropolitana, che già ad agosto 2018 aveva posto la questione dello sgombero di CasaPound al Prefetto Basilone, alla sindaca e al ministro dell’Interno, «senza alcuna risposta», e ora si rallegra dell’iniziativa dei consiglieri. Con una precisazione: «Sono assolutamente contrario allo sgombero dei centri sociali, ma un conto è occupare uno spazio abbandonato, recuperarlo e restituirlo alla cittadinanza, altro conto è un partito politico che occupa un immobile pubblico». La mozione spiega anche che l’immobile, di proprietà del Demanio, è occupato dal 2003 ma che «solo nel 2008 viene costituita l’associazione di promozione sociale CasaPound Italia». E che «ad oggi non è possibile escludere, anzi è probabile, che gli appartamenti all’interno della sede di CasaPound vengano affittati a terzi». Finora, prosegue il testo, «nessuna amministrazione e nessuna istituzione si è occupata di stabilire il danno erariale prodotto da questa occupazione», e invece bisogna «proseguire il percorso di permuta dell’immobile finalizzato alla sua riqualificazione, avviando un confronto con la cittadinanza e le istituzioni territoriali per deciderne l’utilizzo futuro». I grillini romani rivendicano la scelta di aver votato la mozione del Pd, spiegando che «la legalità non ha colore politico». Un’affermazione neutra? Non proprio: «Diamo un segnale – rilancia il consigliere di Noi con Salvini, Maurizio Politi – votiamo tutti insieme un odg per chiedere lo sgombero di tutti gli edifici occupati in città, fuori dalla propaganda politica». «Che cosa farà ora Salvini?», provoca il gruppo consiliare del Pd. «Noi non siamo alleati di Salvini dal 2015, quindi il ministro è libero di comportarsi come meglio crede», ribatte il leader di CasaPound Simone Di Stefano che nega che la sede del loro partito sia in Via Napoleone III, e avverte: «Se pensa di venire qui e buttare i bambini in mezzo alla strada troverà una ferma opposizione». La questione dunque è tutta e solo politica. * Fonte: Gilda Maussier, IL MANIFESTO

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Casa internazionale delle Donne: «Fate rete contro l’attacco ai nostri luoghi di libertà» https://www.micciacorta.it/2018/10/casa-internazionale-delle-donne-fate-rete-contro-lattacco-ai-nostri-luoghi-di-liberta/ https://www.micciacorta.it/2018/10/casa-internazionale-delle-donne-fate-rete-contro-lattacco-ai-nostri-luoghi-di-liberta/#respond Sun, 14 Oct 2018 15:01:50 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24874 Non solo Roma ma anche a Pisa, Viareggio, Alessandria, Verona, Ferrara e altre città: le esperienze sotto sgombero e no si confrontano

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«Lavorare con un’istituzione che non ci prevede è come nuotare senz’acqua». Con questa costatazione, Francesca Koch – presidente della Casa internazionale delle donne di Roma – pone il punto critico e politico della vicenda che ha aperto ieri in via della Lungara l’incontro sui «Luoghi di libertà»  indetto dal gruppo del mercoledì. Introdotto da Fulvia Bandoli, in linea con la lettera aperta che lo stesso gruppo, composto da lei, da Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Bia Sarasini, Stefania Vulterini, Bianca Pomeranzi, Letizia Paolozzi, aveva proposto a sostegno della battaglia della Casa già in maggio; «le donne – osserva Bandoli – sono l’unica opposizione in questo paese. Perché non fanno parte della dissoluzione della sinistra». Argomento ripreso dalle molte che sono intervenute ieri al Buon Pastore e provenienti da tante parti d’Italia. Giardino dei ciliegi, Diotima, Leggendaria, Società italiana delle Letterate, Marea, ma anche Lucha y Siesta (che il 22 settembre aveva convocato una giornata sulla questione degli spazi sotto sgombero proprio nella loro sede a rischio chiusura). L’attacco frontale ai danni dei luoghi della libertà femminile racconta quanto sta accadendo a Roma ma anche a Pisa, Viareggio, Alessandria, Verona, Ferrara e altre città. È necessaria un’agitazione permanente, come è emerso nei giorni scorsi durante l’assemblea nazionale di Non Una Di Meno a Bologna. Intrecciare le varie pratiche nei territori è allora l’invito sensato proposto ieri da Laura Ronchetti di Nudm Roma, senza perdere di vista la situazione internazionale, come sottolineato da Ida Dominijanni, in cui a configurarsi è qualcosa di più del protagonismo femminile, piuttosto «una centralità». In molte parti del mondo, la collocazione è quella di una opposizione antisovranista e antipopulista; lezione che proviene dal femminismo radicale e che orienta anche nella vicenda della Casa internazionale delle Donne, in una fase della politica italiana che si confronta di necessità con i proclami anti-migranti e gli attacchi alle libertà acquisite. È un incrocio complesso che interpella una critica dell’esistente, perciò dobbiamo tenere a mente quanto scriveva Carla Lonzi – ricordata prontamente da Annarosa Buttarelli: per fare esistere una cosa bisogna crearla, non pensare di trovarla già fatta. E forse, se la relazione con le istituzioni non funziona – lo ha spiegato Viola Lo Moro – impantanata in una burocrazia ormai senza volto, il progetto della Casa delle donne di Roma, come di ogni esperienza sorgiva, non è stato istituente una volta soltanto – bene lo ha dettagliato Bianca Pomeranzi – ma diventa occasione di ulteriore invenzione, stare all’altezza dei tempi nella creazione di un mondo a nostra misura. Di tutte e tutti. Dicendo con forza che sgomberate da una parte, si è già da un’altra. E un’altra ancora, nessun passo indietro per piegarsi al burocratese che vorrebbe seppellire la dirompenza della politica delle donne, così come la sua eredità vivente, che sono poi i corpi, dalle piazze del mondo ai luoghi da occupare ancora. * Fonte: Alessandra Pigliaru, IL MANIFESTO

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La giunta Raggi sfratta la Casa internazionale delle donne https://www.micciacorta.it/2018/07/la-giunta-raggi-sfratta-la-casa-internazionale-delle-donne/ https://www.micciacorta.it/2018/07/la-giunta-raggi-sfratta-la-casa-internazionale-delle-donne/#respond Thu, 26 Jul 2018 08:57:23 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24700  Ieri l’annuncio della revoca della convenzione con scadenza nel 2021. 60 giorni di tempo per impugnare la decisione. «Ci opporremo con tutte le forze»

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La notizia è giunta ieri nel pomeriggio: il Comune di Roma revoca la convenzione alla Casa internazionale delle Donne. Il direttivo di via della Lungara è stato convocato appunto ieri nella sede dell’assessorato al patrimonio alla presenza delle assessore Laura Baldassarre, Rosalba Castiglione e Flavia Marzano, che hanno annunciato quanto stabilito alla presidente Francesca Koch, Lia Migale, Giulia Rodano, Maria Brighi e Loretta Bondì. Attendevano da mesi, insieme alle migliaia che si sono mobilitate in sostegno della Casa, la risposta relativa alla memoria presentata a gennaio sulla riduzione del debito (833mila euro) richiesto con insistenza dal Comune che tuttavia non teneva conto dei servizi offerti, delle spese ordinarie e straordinarie sostenute dalla Casa. A niente sono valse le trattative intercorse in questi mesi, poi bruscamente interrotte grazie anche alla mozione firmata da Gemma Guerrini, consigliera e presidente della Commissione delle elette, presente anche lei ieri per notiziare a proposito della revoca della convenzione. Non sono valse a niente neppure la pazienza, il tentativo di mediazione, la presa in carico di una responsabilità economica di saldare la morosità trovando un punto di incontro sensato. Così come a niente è servita la disponibilità espressa, nei mesi delle (finte) trattative, alla partecipazione a progetti che potessero consolidare il rapporto che dal 1992 la Casa ha con Roma Capitale che l’ha riconosciuta tra le sue opere. Servizi, spese vive sostenute, sia ordinarie che straordinarie, anche supplendo carenze delle istituzioni, sono tutte questioni che alla giunta 5stelle non interessano. Dunque memoria respinta in nome di una strada, che è quella della burocrazia, lasciando da parte, sempre, quella della politica. Ma è davvero così? Non si tratta di un «semplice» sfratto dai locali del Buon Pastore, la vicenda è ancora più grave di così proprio perché il merito è tutto politico. Si tratta dell’azzeramento, e conseguente appropriazione, di una esperienza attraverso cui il progetto della Casa è sorto, trasformandosi negli anni. Mettere a bando i servizi, rilanciare su ipotetici centri di coordinamento antiviolenza, non tiene conto del significato sotteso alla Casa. Sociale, culturale ma anzitutto politico. Ed è in quest’ultimo punto che la giunta 5stelle vuole intervenire, agendo in maniera dissennata e non tenendo conto di quante e quanti dalle piazze alle università, dall’Italia e dal resto del mondo, firmano petizioni, fanno appelli, manifestazioni, chiedono di essere ascoltati e ascoltate, sottoscrivono affinché possano mostrare sostegno pubblico e concreto a un progetto che è uno dei fiori all’occhiello di Roma e non solo. Non si può che rispondere a tutto questa violenta e unilaterale presa di posizione con una secca e ferma mobilitazione che non arretri di una virgola sul guadagno di libertà che risiede in luoghi come la Casa internazionale delle donne. In un comunicato stampa diffuso ieri, le esponenti del direttivo presenti alla riunione, dicono infatti che faranno «opposizione a tutto campo. Non possiamo – proseguono – non rilevare che l’annuncio della revoca della Convenzione avviene alla vigilia di agosto, nella peggiore tradizione di ogni vertenza pubblica e privata nel nostro paese. La Casa Internazionale delle donne e tutte le attività e servizi che al Buon Pastore vengono erogati rischiano la chiusura a causa di questo ulteriore incomprensibile attacco della giunta Capitolina al femminismo e alla vita associata a Roma; noi abbiamo proposto una transazione che chiuda definitivamente la questione del debito; grazie al grande sostegno che abbiamo ricevuto con la Chiamata alle arti e con la grande mobilitazione in Campidoglio del 21 maggio, c’è a Roma e nel paese la consapevolezza di quanto negativo e grave sarebbe scrivere la parola fine alla esperienza della Casa Internazionale delle donne. Ci sentiamo per questo di chiedere a tutte e a tutti di sostenerci, di continuare la campagna di solidarietà e anche di sottoscrivere». Sembra incredibile ma una volta di più la giunta Raggi stupisce per totale mancanza di presa sulla realtà. E per sordità, prima di tutto politica. * Fonte: Alessandra Pigliaru , IL MANIFESTO

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Autogestioni. Officine Zero sotto attacco a Roma https://www.micciacorta.it/2018/07/autogestioni-officine-zero-sotto-attacco-a-roma/ https://www.micciacorta.it/2018/07/autogestioni-officine-zero-sotto-attacco-a-roma/#respond Wed, 18 Jul 2018 08:40:36 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24680 Un'utopia di autogestione. All’asta l’area della fabbrica riconvertita. Bnl tra i possibili acquirenti. Per l’ isola dei freelance c’è l’ordinanza di sgombero. Nuvole nere sul futuro di Casalbertone

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Sei anni fa c’erano solo macerie. La carcassa di una fabbrica fallita. Trentacinque lavoratori mandati a casa. Un privato in bancarotta. Uno spazio verde chiuso e abbandonato. Sei anni dopo, in un mix suggestivo di archeologia industriale e verde urbano si aprono le porte del mondo di OZ, Officine Zero. Una multifactory in cui abitano diversi laboratori artigianali: falegnameria, verniciatura, sartoria, tappezzeria, saldatura. Dallo spazio sono ricavate anche venti postazioni di co-working, gli studi di grafica e design, gli uffici, le sale riunioni. Il luogo è attraversato da una comunità di quaranta lavoratori autonomi, che negli anni si è impegnata a riparare, riadattare e riattivare gli ambienti della ex fabbrica. CONDIVIDONO LO SPAZIO di lavoro ma non solo. Alla base del progetto attuale c’è un’idea di economia collaborativa: la rottura dell’isolamento fisico e sociale dei freelance, la disponibilità a cooperare, scambiando prestazioni e competenze, creando reti di supporto per lavoratori in difficoltà. Officine Zero è oggi un’esperienza di mutualismo dentro le nuove forme del lavoro atipico, materiale e immateriale. Ma è anche un modello di sostenibilità ambientale. Questo piccolo miracolo di rigenerazione urbana, da qualche giorno ha ricevuto un’ordinanza di sgombero. L’area su cui insiste il progetto è privata. Apparteneva alla Rail Service Italia, per la manutenzione dei treni notte. Trenitalia ha smantellato progressivamente i convogli notturni spostando il grosso degli investimenti sull’alta velocità. Rsi, impresa ad unico committente, ha dichiarato il fallimento. Un’altra firma è subentrata nella proprietà dell’area, la Barletta Srl, con l’intenzione di convertire la superfice in un polo logistico. Il fallimento è sopraggiunto stavolta prima ancora dell’inizio dei lavori. I beni mobili e immobili dell’area sono stati ceduti a una curatela fallimentare incaricata di svendere per ripagare le passività. MAGGIORE CREDITORE dell’impresa fallita è la Banca Nazionale del Lavoro, integrata nel colosso finanziario francese Bnp/Paribas. Mentre le aziende scappano lasciando una scia di debiti, alcuni operai cassaintegrati della ex Rsi, nel 2012, decidono di occupare gli stabili della fabbrica. Si attiva una rete di supporto, che coinvolge attivisti, docenti universitari, studenti e precari. Sull’impronta delle empresas recuperadas argentine prendono vita le Officine Zero. UN’UTOPIA DI AUTOGESTIONE, lavoro cooperativo, salvaguardia dell’ambiente. Alla base del progetto c’è l’idea di riavviare la produzione attraverso il recupero e riuso di materiali di scarto. La riconversione ecologica è rimasta nel Dna dello spazio come bagaglio di competenze e pratiche virtuose. Nel 2017, ad esempio, Officine vince con il progetto «REC – Riusare è ricreare» il bando regionale Fuoriclasse, per l’educazione ambientale nelle scuole. Inoltre un’opera di bonifica ecologica, attraverso la fitoterapia, è stata messa in cantiere per l’area verde che circonda gli edifici, con la prospettiva di rendere lo spazio accessibile ai cittadini di Casalbertone, quartiere che soffre l’assenza strutturale di verde urbano. Il concetto di rigenerazione urbana, vale a dire sostenibilità ambientale e ri-qualificazione, dove è possibile, delle cubature già esistenti, è una nozione chiave, non solo nelle direttive europee in materia di sviluppo urbanistico. Dà il nome infatti anche alla legge regionale (LR 7/2017), che va a sostituire il Piano Casa. La norma, che ha suscitato numerose proteste tra i movimenti per il diritto all’abitare perchè concede grande libertà di manovra agli investitori privati, a un anno dall’approvazione non è ancora stata applicata dal Comune. Le operazioni immobiliari a Roma proseguono con il pilota automatico e più che a una rigenerazione assomigliano molto a una gestione fallimentare del patrimonio pubblico. «PER DIVERSI ANNI nessun compratore si era fatto avanti per l’acquisto dell’ex fabbrica» dice Alessandro, uno dei lavoratori di Officine, «ma da quando il posto è stato messo all’asta la nostra priorità è stata quella di spingere il Comune di Roma a porre il vincolo di utilità pubblica sull’area. A prescindere da chi avrebbe acquistato, il vincolo di utilità è uno strumento per tutelare il quartiere dalle operazioni di speculazione edilizia.» LE RISPOSTE ISTITUZIONALI tuttavia sono state molto chiare: l’utilità si stabilisce in base agli interessi di un eventuale acquirente. Qualche mese fa il compratore è arrivato. Si tratta proprio di Bnl, fresca del cospicuo investimento immobiliare che ha portato alla costruzione di un grattacielo orizzontale, dal risonante nome «Orizzonti Europei». Una montagna di vetro su via Tiburtina, non distante dagli spazi della ex Rsi, dove l’istituto finanziario ha collocato il suo quartier generale romano. Bnl è ora interessata a comprare anche l’area di 20.000 mq di Officine Zero per un prezzo che si aggira intorno ai 2 milioni di euro. «Abbiamo accettato il dialogo con l’investitore» dice uno dei lavoratori di Officine «ma per ora non ci è stata fornita nessuna garanzia. Ci hanno proposto di mantenere un piccolo spazio di rappresentanza qui, e di spostare le attività lavorative altrove. Abbiamo chiesto la presenza delle istituzioni a questo tavolo per garantire che il progetto edilizio di Bnl sia coerente con le necessità del quartiere e che restituisca servizi ai cittadini. Per ora l’unica cosa certa che abbiamo ottenuto è l’ordinanza di sgombero». SUI FUTURI PROGETTI immobiliari nel quartiere l’ufficio stampa di Bnl non fornisce informazioni. Intanto le pratiche di riqualificazione autonoma non incontrano nessuna tutela pubblica e la compravendita di pezzi di città avviene lontano da qualsiasi meccanismo partecipativo. La rigenerazione di Roma rimane per ora solo un concetto astratto. * Fonte: Shendi Veli, IL MANIFESTO

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Occupazioni, R/home tour, la lotta per la casa rigenera la città https://www.micciacorta.it/2018/07/occupazioni-r-home-tour-la-lotta-per-la-casa-rigenera-la-citta/ https://www.micciacorta.it/2018/07/occupazioni-r-home-tour-la-lotta-per-la-casa-rigenera-la-citta/#respond Wed, 11 Jul 2018 08:15:27 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24656 Diritto alla città. R/home tour. Due bus alla scoperta delle occupazioni abitative, e di altrettante raccontate, con il vicesindaco della capitale Luca Bergamo

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Organizzato dai movimenti per il diritto all'abitare e dal direttore del Maam e del Macro Giorgio De Finis, Un convegno nomade, un'esplorazione urbana, il racconto dei mondi che sono arrivati nella capitale, il modo in cui resistono alla povertà, alla malattia, alla persecuzione e alla marginalizzazione. Come nascono comunità meticce e multinazionali nel centro e nella periferia di una città dove l'emergenza abitativa è strutturale. Tra conflitti e accordi, trasformano la città con l'auto recupero e la richiesta di reinventare le politiche pubbliche, l'urbanistica e il diritto alla città. Oltre il potere palazzinaro, c'è questa vita ROMA. Un tour nelle occupazioni romane dovrebbe diventare un’appuntamento fisso. Una giornata di educazione civica, un momento per stringere alleanze e essere solidali, un modo per combattere i pregiudizi razzisti o sostituire l’alternanza scuola-lavoro per gli studenti delle superiori. Domenica 8 luglio i movimenti per il diritto all’abitare di Roma, insieme a Giorgio De Finis – il vulcanico neo-direttore del Macro, ideatore del museo dell’altro e dell’altrove (Maam) nell’occupazione Metropoliz, hanno organizzato R/Home tour, un tour delle occupazioni abitative con ospite il vicesindaco e assessore alla cultura della Capitale Luca Bergamo. Due autobus sono partiti dal Campidoglio, a bordo docenti di urbanistica e dottorande di ricerca, artisti e urbanisti, alcuni esponenti dei movimenti della casa, Paolo Di Vetta, Irene di Noto, Luca Fagiano, Cristiano Armati; il segretario dell’Unione Inquilini Massimo Pasquini; Tano D’Amico, presenza delicata e saggia, fotografo e testimone anche delle lotte per la casa a Roma nell’ultimo mezzo secolo: Lorenzo Romito degli Stalker, architetti e artisti dello storico gruppo di esploratori urbani. Doveva partecipare anche l’assessore all’urbanistica Luca Montuori, ma per un impegno familiare è arrivato alla fine. Bergamo ha seguito il percorso del tour, ha ascoltato, ha detto che per lui è stato un’occasione per conoscere la realtà.
Il vicesindaco e assessore alla cultura di Roma Luca Bergamo a Metropoliz
Non era scontato. E’ la prima volta che accade, a mia conoscenza, che un politico condivida un autobus con i movimenti della casa. Di solito, sulla casa e gli spazi sociali, il conflitto è duro con il Campidoglio. E non era nemmeno facile: la giunta Raggi non si è particolarmente distinta nelle politiche abitative, uno dei nodi strutturali della città. Ha condiviso il codice di condotta di Minniti per gli sgomberi dopo quello drammatico di piazza Indipendenza nell’agosto 2017; non applica il piano di emergenza varato dalla Regione Lazio su spinta dei movimenti, né investe 200 milioni dei fondi ex-Gescal; tiene in vita la delibera 50 dell’ex commissario Tronca sugli sgomberi. Il nodo con la giunta è l’assegnazione di case popolari a famiglie “extra graduatoria”: i movimenti sostengono che la maggior parte degli occupanti è in graduatoria, per il Campidoglio non è così. Tensione produce il criterio centrato sulle “fragilità” scelto dall’assessora Laura Baldassarre:alle case dovrebbero accedere una quota di disabili, anziani, e mamme con minori, distinti dai padri e dagli altri membri della famiglia. Gli occupanti non intendono dividere le famiglie e si oppongono.

Il blitz

Una sola volta il vicesindaco si è irrigidito. Poco prima di arrivare a Rebibbia, sulla Tiburtina il pullmann ha accostato. Dal lato della strada è sopraggiunto un corteo dei rifugiati sudanesi sgomberati in via Scorticabove. Sventolavano bandiere italiane, mostravano uno striscione: “Dov’è la nostra protezione internazionale?”. “Questo non era previsto – ha detto a Paolo Di Vetta dei Blocchi Precari Metropolitani (Bpm). “No, siamo la stessa cosa” qualcuno gli ha risposto. A bordo è salito Adam, sudanese. E ha raccontato la storia dell’ultimo sgombero a Roma: “Dal 2005 c’era una cooperativa che gestiva il centro. Se ne sono andati senza dire niente. Da allora ci siamo autogestiti. Nessuno ci ha mai detto nulla. Nel 2016 abbiamo chiesto un incontro anche allora nessuna risposta. Ora siamo in strada. Noi non vogliamo cooperative. Sappiamo gestirci da soli”. Una posizione rilevante nella città di mafia capitale: i rifugiati sono sottomessi alla cooperazione, trattati come merci di scambio. In questo caso rivendicano l’autonomia in una vicenda dove il Campidoglio ha tenuto un profilo basso, offrendo assistenza nei centri accoglienza extra Sprar. Giovedì dovrebbe esserci un incontro con l’assessora Laura Baldassarre. Per il momento 120 persone restano sotto il sole in via Scorticabove. Per parlare con il Campidoglio i rifugiati hanno intercettato un autobus in una terra di nessuno.
I rifugiati sgomberati da via Scorticabove, corteo sulla Tiburtina

Un flash

Teatro di Marcello, ore nove. Quattrocento metri più giù, dove via del teatro di Marcello si appiana e diventa via Petroselli, un ricordo di quattro anni fa. Centinaia di manifestanti assediavano il palazzo dell’anagrafe. Era il tempo della legge Renzi-Lupi: la guerra contro le occupazioni abitative passava dalla negazione della residenza, l’impedimento di andare a scuola per i bambini, il taglio delle utenze alle occupazioni. Una guerra agli umani. In una città dove l’emergenza è acutissima i municipi hanno però trovano una soluzione solidale: la “residenza fittizia”. Visto che non è possibile risiedere in un luogo occupato, lo ha stabilito l’articolo 5 della legge Lupi, è il municipio a farsi garante di queste persone. Accade soprattutto nel secondo, quello che amministra la Tiburtina Valley dove si addensano il 60% delle occupazioni della capitale. Ci sono file d’attesa che durano anche tre mesi. Il “contratto” del nuovo governo promette di tornare a fare la guerra, con strumenti ancora più violenti. L’emergenza è strutturale. Roma moderna è nata in uno stato di emergenza urbanistico. Quella contemporanea replica una geografia del postfordismo: deindustrializzazione e turistizzazione, quartieri fantasma oltre il raccordo anulare e dentro la città storica; proletarizzazione delle classi medie e immiserimenti dei poveri urbani; speculazioni immobiliari a suon di compensazioni e isteria sul decoro e “cleaning” etnico (la parola “cleaning”, “pulizia”, fu adottata dalle istituzioni per giustificare lo sgombero di piazza indipendenza nell’agosto 2017). In questa cornice, questi i dati dell’emergenza conclamata forniti da Massimo Pasquini (Unione Inquilini).: 7 mila sentenze di sfratto all’anno, 3500 famiglie (15 al giorno) sfrattate; 12.500 nelle graduatorie, 1,5 case popolari affittate al giorno. Di questo passo ci vorrà un secolo per dare un tetto a tutti. Tremila persone vivono nei residence, 250 famiglie hanno il “buono-casa”. Ci sono 85 mila studenti fuorisede, solo 2 mila i posti letto con contributo regionale. Al resto pensa il mercato nero degli affitti. E poi 10 mila persone – è una stima – che vivono nelle occupazioni formali e informali. Almeno cento quelle censite. Nelle società fondate sull’apartheid finanziaria, questo non interessa, o viene criminalizzato. I poveri, gli esclusi, i rifugiati, i migranti vanno tenuti lontani, e sono utili solo quando servono.
Il respiro delle lotte, cartellone, Casal Boccone occupato

“Vogliamo case pubbliche”

Arriviamo al Porto Fluviale, un ex magazzino militare occupato da 15 anni. Un capolavoro ci accoglie sui muri esterni: è il murales di Blu, lo street artistinvisibile e onnipresente nelle occupazioni italiane. I tour operator dell’Ostiense, nuovo avamposto della gentrificazione in una zona universitaria, organizzano itinerari che comprendono anche il murale. All’interno è un’altra storia. Immaginiamo Porto Fluviale come un nastro di Moebius: il lato esterno si intreccia con quello interno. Entrambi sono avvolti da un movimento unico nel quale l’enorme struttura si apre e rivela una comunità di quasi 300 famiglie. Insieme hanno fatto un miracolo di auto-costruzione. Questo solido quadrato, incastrato tra i binari e il ponte di ferro che porta a Garbatella, all’origine era un rudere. Ora è un prototipo sociale. “Abbiamo trasformato i magazzini in case- racconta Danilo – il cortile in spazio pubblico aperto al quartiere. Vogliamo smettere di essere occupanti, vogliamo case pubbliche non di nostra proprietà dove paghiamo l’affitto sociale”. Danilo racconta al vicesindaco Bergamo la storia di un’architettura ripensata da una nuova moltitudine multinazionale che ha imparato a conoscersi operando insieme per risolvere problemi vitali. Ad esempio la separazione delle acque nere dalle acque chiare. Oppure il problema dell’elettricità e quello della prevenzione degli incendi. Le stanze ricavate da un’attenta pianificazione degli spazi, modificabile in base alla composizione dei nuclei familiari, sono il prodotto di un pensiero collettivo. A cominciare dalla scelta dei materiali, dallo studio della statica dell’edificio.
Porto fluviale occupato

La profezia sul Welfare (che non c’è)

Destinata alla vendita nel circuito della finanza immobiliare, l’Ex palazzina Inpdap in viale delle province 196 è stata occupata dai Blocchi Precari Metropolitani (Bpm) nel 2012 al tempo del primo “Tsunami tour”, un’ambiziosa risposta alla scandalosa emergenza abitativa. In pochi mesi hanno trovato un tetto migliaia di persone: italiane, africane, latinoamericane. A un paio di chilometri da qui c’è Spin Time, in via di Santa Croce in Gerusalemme, come questo un palazzone con un auditorium occupato da Action. Anche qui sono centinaia i nuclei famigliari sottratti alla strada. Siamo seduti su una bomba sociale, quella previdenziale, e non ci diamo peso. I movimenti della casa in questo sono profetici. Stanno reinventando la funzione sociale della proprietà in mano agli istituti previdenziali al tempo della sua finanziarizzazione. Una riappropriazione sociale del Welfare che milioni di persone, italiane e straniere residenti, non avranno mai. Lavorano precariamente, non hanno una casa. Non avranno una pensione. Nell’attesa, chissà quanto ancora tragicamente lunga, questi movimenti hanno improvvisato una soluzione. Dovrebbero essere premiati. E invece sono perseguitati. Uno dei quotidiani palazzinari della Capitale ha raccontato che viale delle province ècome “un fortino” dove “lo stato non entra”. E’ entrato il vicesindaco di Roma, ed è stato accolto in maniera amichevole. Queste comunità cercano un confronto, vogliono risolvere il loro problema, sono organizzazioni sociali intelligenti che rispondono ai problemi di reddito, agli sfratti, alle malattie sulle persone che non hanno reti di salvataggio. Sulle scale arcuate, pensate da un architetto in vena di virtuosismi, mi avvicina un marocchino di una sessantina d’anni, baffi spessi, viso scavato. Mi ha scambiato per un poliziotto, un agente in borghese, un funzionario dei servizi sociali. Prova a parlarmi, non lo capisco. Mi porge un faldone di documenti. Leggo la sua storia: ha un linfoma di Hodgkin, è stato sottoposto a sei cicli di chemioterapia. Nessuno dei suoi sei fratelli in Marocco è disposto a donargli il midollo. La Asl lo ha dichiarato inabile al lavoro, mi mostra il permesso di soggiorno. Mi chiede di considerare la sua situazione. Cerco di fargli capire che non sono la persona che crede io sia. Lui mi sorride: “Grazie”. Nella hall incontro un uomo alto più di un metro e ottanta. Ha ottantadue anni, lavorava alla Sapienza, facoltà di biologia. E’ cieco, a causa di un intervento alle cataratte non riuscito. Si appoggia sulle spalle di una piccola donna eritrea. Lei è forte, piena di energia, ha i capelli crespi, lunghi, tendenti al rosso. Lo cura con ironia, lo tiene per mano, lo guida. Ha una presa energica, conta i passi incerti dell’uomo. Guardo le sue scarpe, ha piedi enormi. Si parlano amorevolmente, anche lei vive qui, con la sua famiglia. Lo assiste, piano piano arriviamo in un micro-appartamento, ben ordinato, le imposte semichiuse in una domenica di luglio. Tutto è calmo: le tende mosse da un alito di vento, una poltrona, un piccolo bagno. Una tranquilla popolosa solitudine. Entro con il vicesindaco Bergamo nel saloncino dove una donna emigrata dal Perù ha trasportato i resti della casa che lasciò quando il suo salario non è bastato a pagare un canone da 800 euro al mese. Non attese lo sfratto. Lasciò al padrone di casa tre mesi di caparra e, poi, uscì. Da sola. “Litigavo ogni giorno con mio marito – racconta – I soldi non bastavano mai. Io ero disperata, l’ho lasciato, volevo tornare a casa, ma qui ho la mia vita, i miei figli sono nati in Italia, sono italiani”. La scelta di occupare ha salvato la vita di questa famiglia venuta da un altro mondo. Ora la coppia si è riunita, vivono nella comunità. La figlia maggiore va all’università, a due passi da qui. Il figlio più piccolo può giocare a calcio. “Perché anche questo è un costo”. L’occupazione è una riappropriazione di reddito per questa lavoratrice: versa i contributi, lavora a servizio presso le famiglie romane. E ora ha un tetto. Rafael è un rifugiato politico venezuelano. E’ uno degli spiriti attivi dell’occupazione di viale delle province. Sta organizzando una biblioteca popolare che vuole aprire al quartiere. Parla con entusiasmo della scuola che organizza per i bambini dell’occupazione che sciamano accanto ai noi visitatori alieni. Parla del metodo di Paolo Freire, icona dell’educazione popolare anti-gerarchica: “Da noi – racconta Rafael – non c’è insegnamento verticale, ma orizzontale. Una volta che il bambino e l’adulto hanno imparato una nozione la insegnano agli altri”. Scrive saggi di filosofia e anche storie per bambini in spagnolo, in Venezuela insegnava storia dell’arte, con noi parla di teologia della liberazione. Mi chiede: “Ma tu sei un giornalista? Sai che io leggevo l’Unità? E ho letto i Quaderni di Gramsci. Ho studiato quello che scrive sulla scuola, la sua idea di educazione popolare. Qui da voi Gramsci è letto poco. Negli ultimi 50 anni in tutta l’America Latina noi l’abbiamo studiato”.
Viale delle province occupato

“Roma si barrica!”

Siamo in viaggio verso l’occupazione di Casal Boccone, un’ex palazzina Inpdap occupata dopo la dismissione di un centro assistenza per malati di alzheimer nel 2013. Siamo a pochi passi dal raccordo anulare, davanti a noi si perde a vista d’occhio il parco della Marcigliana. Dietro c’è il parco Talenti arso dal sole di luglio. Accanto c’è l’ex stabilimento Almaviva da cui sono stati licenziate 1666 persone. Quando accadde, gli occupanti insieme agli abitanti del quartiere, hanno manifestato con i lavoratori.Le periferie non sono terre di nessuno a Roma. Nascono forme di solidarietà inaspettate. Nell’anfiteatro incontro Mady, una ragazza rom, una delle portavoce dell’occupazione. Ha i capelli biondo tinti, sprizza energia da tutti i pori, mentre parla con il vicesindaco Bergamo insieme a Mercedes, una donna argentina, lo guarda negli occhi, non li abbassa mai. Qui è una festa: le donne eritree e somale preparano il caffé secondo l’usanza del loro paese. I bambini si inseguono, giovani uomini indossano cappellini e canotte e si fanno vedere accanto alle loro donne incinte. Qualcuno prepara i caffè con le cialde: “Farò il cialdarrostaio” dice un ragazzo di origini libiche vestito come un rapper, cappellino a rovescio, occhiali da sole tondi e una grossa catena al collo. La comunità si presenta al vicesindaco: c’è l’occupazione di colle salario da vent’anni: “Attorno a noi ci sono i fascisti, ma noi siamo rispettati, gli abitanti si fidano, ci mandano i bambini per il doposcuola, tutto è gratis. Con l'”Altro colle” abbiamo un progetto di laboratori sociali”. Anche qui ci viene offerto un banchetto. E a Bergamo viene fatto un regalo. Una grappa barricata. Accompagnata da uno dei cori del movimento della casa nella Capitale: “Roma si barrica!”. Il vicesindaco sorride imbarazzato. Irene mi racconta una storia di resistenza. Eravamo nel 2013, i movimenti erano impegnati in una manifestazione in centro. Ci furono cariche ed arresti. Alla fine della manifestazione andarono in presidio al commissariato Trevi. Giunse la notizia che la questura aveva ordinato lo sgombero di Casal Boccone, si precipitarono. Nel frattempo erano entrati. Furono le donne a opporsi, piano per piano, fino a rifugiarsi sui tetti con i bambini. C’è una foto con un elicottero sospeso, mentre un occupante ha in mano un estintore. Ultimo segno di resistenza. Dalle quattro del pomeriggio alle 22 scenari di guerra. Le truppe alla fine si ritirarono dalla ritorsione. Quando si entra nel cortile di Casal Boccone si vede un murales colorato con lo slogan: Casal Boccone resiste! E poi anche un altro: “Welcome Trouble”, benvenuti guai. Ogni battaglia ha la sua memoria. E la tramanda con un hashtag.
Casal Boccone Occupato

Un vascello nella tempesta: Metropoliz

Diventato il luogo simbolo delle occupazioni per necessità della Capitale, oggi Metropoliz ospita il Maam ed è un vascello di nuovo nella tempesta. Il ministero dell’interno dovrà risarcire i proprietari dell’ex salumificio sulla Prenestina, occupato dal 2009 per quasi 30 milioni di euro all’impresa Salini, specializzata anche in costruzione di grandi opere in tutto il mondo. Il ministro dell’Interno sarebbe responsabile della «carente attività di prevenzione» e della «altrettanto carente attività di repressione delle occupazioni abusive». Su questo terreno doveva sorgere un condominio da 50 mila metri cubi di appartamenti con cessione di parte degli alloggi al Campidoglio. Ma prima della variante necessaria per la costruzione, arrivata dopo dieci anni di trattative nel 2013, questo rudere è stato occupato da una comunità di peruviani, marocchini, tunisini, ucraini, polacchi, rom ed eritrei. Così è stato a poche centinaia di metri da qui, con il cosiddetto “5 Stelle”: occupato da 5 anni da 100 famiglie. Un risarcimento esemplare, come per Metropoliz, è stato al ministero dell’Interno anche per l’occupazione di via del Caravaggio da parte del coordinamento per la lotta per la casa. E’ un ex sede dell’assessorato della casa della Regione Lazio, ora di proprietà della famiglia Armellini. La cifra richiesta al ministero dell’Interno è di 162 mila euro per ogni mese di occupazione. E’ stata occupata dal 2013 da circa 200 famiglie, 350 persone, un centinaio di minori, un microcosmo composto da senegalesi, marocchini, etiopi, italiani, una popolazione meticcia che lavora come ambulante nei mercati, negli alberghi oggi vive con l’incubo di uno sgombero. Senza alternative. La discussa creazione del Museo dell’Altro e dell’Altrove (Maam) è stata un’intuizione dei Bpm e da De Finis, scelto da Bergamo come curatore del Macro a partire da ottobre per il prossimo anno e mezzo. Hanno convinto gli artisti a interpretare criticamente il loro ruolo e a usare la loro arte come una “barricata” a difesa di un’occupazione. E’ un’altra piega della storia intellettuale degli urbanisti e degli architetti: l’arte, e la professione, usate a sostegno dei movimenti.
La festa a Metropoliz
La barricata d’arte potrebbe non bastare. L’invito è allo sgombero, al di là dei costi sociali che potrebbe provocare. «L’esecuzione degli sgomberi forzati – si legge nella sentenza -può certamente determinare immediati, ma evidenti e limitati, turbamenti dell’ordine pubblico. Ma la tolleranza delle occupazioni abusive, al contrario, può determinare situazioni di pericolo meno evidenti ma decisamente più gravi nel medio e nel lungo periodo». La stilettata è rivolta anche alla giunta Raggi. “Le occupazioni abusive di interi stabili nella sola città di Roma assommano almeno a un centinaio e tale situazione è da sola sufficiente a dimostrare l’inadeguatezza della complessiva azione preventiva e repressiva delle autorità preposte”. Il conflitto in corso è stato così descritto dal presidente dell’Associazione nazionale magistrati Albamonte pochi giorno dopo il drammatico sgombero di piazza Indipendenza: «Il diritto alla casa non è rivendicabile davanti a un giudice, a differenza del diritto di proprietà, e noi da questo non possiamo prescindere” ha detto. Secondo l’avvocato Francesco Romeo “Il diritto alla casa non è considerato un diritto fondamentale della persona – commenta, prima di scendere dall’autobus – Se così fosse non dovrebbe essere sottoposto al diritto di proprietà”. Uno stato a difesa del diritto di proprietà. Oggi inteso in modo assoluto, oltre la moderazione sociale impressa a questo “terribile diritto” (così lo chiama Stefano Rodotà in un celebre libro) dalla Costituzione.
A Metropoliz

Nuove alleanze

I poveri devono sparire. Dove? Ovunque. E in nessun luogo. Mentre le città sono piene di appartamenti vuoti, nei centri e nelle periferie si moltiplicano ruderi urbani disabitati, si mantiene una decorosa desolazione. Sempre più persone, incapaci di mantenersi economicamente, saranno costrette a vivere in formicai spettrali. Saranno cacciate, e disperse. Mentre sotto gli occhi della cittadinanza “decorosa” si apriranno ettari di terre perdute, palazzi abbandonati. E fantasmi umani popoleranno ruderi abbandonati. Questa distopia esiste e si trova sulla via Tiburtina, a pochi passi dal carcere Rebibbia. A pochi metri dalla strada sorge un palazzo scheletrico, abbandonato da anni. E’ l’ex fabbrica della pennicilina che un tempo occupava 1700 operai. Oggi, dentro questo edificio sventrato, abitano 600 persone in condizioni disumane. Un luogo inabitabile si è riempito di baracche costruite anche con l’amianto. E’ un ghetto alimentato dagli sgomberi di via Vannina avvenuti nel 2017. Lungo una strada dove sono nati come funghi Casinò, compro-oro, autosaloni e prostituzione è difficile anche che arrivino i movimenti che costituiscono un argine alla ghettizzazione. “Dal lago della Snia Viscosa a Metropoliz – racconta Carlo Cellamare, docente di urbanistica a Ingegneria Sapienza – il ruolo dell’autorganizzazione è storico e importantissimo. E’ un patrimonio prodotto dalle lotte che producono più politica pubblica delle amministrazioni. Bisogna allearsi con queste forze sociali per ripensare la città. Non sono un pericolo pubblico da sgomberare per difendere il diritto di proprietà, ma un alleato per creare un nuovo diritto”.
Mappa delle occupazioni a Roma, Murales (Porto Fluviale occupato, Roma)
E’ una teoria della coalizione sociale: Di questa alleanza fanno parte anche gli intellettuali. A Roma si tramanda una tradizione progressista e radicale, oggi presente nelle università di Tor Vergata, Roma Tre e Sapienza, che li vede impegnati nella progettazione, nell’immaginazione e nella pratica costruzione di una città diversa. Scrivono libri, creano mappe, intrecciano i loro lavori con quello degli artisti. È uno dei dati più interessanti emersi dal “convegno nomade” sui bus. Ne è stato un esempio Antonello Sotgia che mi ha raccontato la storia dei “rossi e degli esperti”. Espressione ricorrente nel Pci, ma presente in tutti gli ambiti di movimento, e non solo nella lotta per la casa. Antonello non si è prestato a quella deriva che ha trasformato gli intellettuali in tecnici della speculazione, consiglieri del principe. È sempre partito dagli oppressi. Il suo obiettivo è stato quello di elaborare strumenti per farli impadronire del loro destino. È una tensione presente nella storia sociale dell’urbanistica, sin da Roma Moderna di Italo Insolera (Einaudi). E la si ritrova nel più recente Roma alla Conquista del West (DeriveApprodi), scritto con Rossella Marchini. Un metodo etnografico e partecipativo, la capacità concreta di progettare, l’organizzazione di alleanze: questo è il modello che emerge dalle lotte per la casa. “Per me è un’esperienza commovente – racconta Rossella Marchini, architetta e urbanista – In molte occupazioni sono stata il primo giorno, ora vedo come sono state trasformate. Vivere in occupazione è un’esperienza dura e faticosa. Sei costretto a creare comunità con estranei, ad affrontare mille conflitti. Oggi si pensa che la povertà sia una vergogna da nascondere, qui invece si dimostra che ci si può riscattare, è possibile emanciparsi e condurre una vita degna”. La storia di questi intellettuali è parte di una storia politica. L’ha raccontata Cristiano Armati, autore di La Scintilla: dalla Valle alla metropoli, una storia antagonista della lotta per la casa (Fandango). La resistenza che a Roma ha assunto caratteri di massa ed è intrecciata con la storia dell’urbanistica. Le masse espulse per lasciare spazio ai progetti urbanistici del fascismo che hanno sventrato la città storica erano il bacino della resistenza. Dopo la guerra i comitati di liberazione nazionale furono convertiti in comitati di quartiere che iniziarono la lotta per la casa”. Inizialmente i risultati furono notevoli. Finché le politiche pubbliche per la casa sono durate. E’ stato un periodo in fondo breve. Con la fine del Welfare, e la trasformazione della politica, la precarietà abitativa è cambiata. La data simbolo è il 1989, lo sgombero della Pantanella. Qui è nata la nuova generazione dei movimenti entrati in contatto con i migranti, fatta da loro stessi. Questa idea di alleanza tra gli intellettuali, gli artisti, gli attivisti e i movimenti per la casa è di straordinaria importanza in un tempo in cui i poveri sono compatiti, e nascosti, mentre gli intellettuali si odiano, oppure prendono posizioni eburnee da social network. Gramsci sosteneva che l'”intellettuale nuovo” deve “mescolarsi attivamente alla vita pratica” e che tutti gli uomini, e le donne, indipendentemente dal loro ruolo sociale, esplicano “una qualche attività intellettuale”, perché non vi è attività umana – neppure la più pratica – “da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale”. Questo vale per l’urbanista, l’architetto, o l’artista, e non solo. E vale per i loro alleati, gli occupanti, di qualsiasi provenienza, dentro questi processi.  Impadronirsi degli strumenti e dei concetti, condividerli, è una prospettiva di emancipazione, la costruzione di una forza. Dalla lotta per una casa dignitosa nasce una vita nuova.

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A Roma l’ipocrisia della «legalità» contro la Casa internazionale delle donne https://www.micciacorta.it/2018/05/a-roma-lipocrisia-della-legalita-contro-la-casa-internazionale-delle-donne/ https://www.micciacorta.it/2018/05/a-roma-lipocrisia-della-legalita-contro-la-casa-internazionale-delle-donne/#respond Thu, 24 May 2018 09:16:51 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24530 Roma e non solo. L’autonomia di queste imprese politico-culturali dalla governance delle istituzioni e dei mercati va difesa a oltranza

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In tutta Italia, dopo gli sgomberi dei sindaci è sempre seguito un deserto di iniziative che a stento ha nascosto un vero e proprio furto proprietario L’attacco sferrato dalla giunta pentastellata di Roma contro la Casa internazionale delle donne è il segnale inequivocabile di che cosa ci dobbiamo attendere: una guerra senza quartiere contro ogni forma di autogestione e autorganizzazione. Questo si cela dietro la bandiera della «legalità» che costituisce il collante più forte tra le due forze politiche che si accingono a governare il paese. Non è un caso che il capitolo dedicato all’ordine pubblico, alla repressione, all’inasprimento delle pene e allo smantellamento di ogni cultura garantista rappresenti la parte più concreta e dettagliata del contratto di governo. IL PRIMO PASSO consiste nel ricondurre alla categoria burocratico-amministrativa di «servizi alla cittadinanza» esperienze e pratiche politiche che non si limitano a soddisfare in forma sussidiaria una domanda esistente, ma creano e alimentano desideri e potenzialità fino a quel momento inespresse. E per farlo non possono che forzare il quadro delle procedure legali stabilite. Non vi è, insomma, «bando» adeguato a svolgere una simile funzione che solo la storia materiale dei movimenti è in grado di generare incidendo per via diretta sui rapporti sociali dati. Non è certo compilando moduli e stilando preventivi «convenienti» che si possono introdurre nuove forme della politica e della socialità. IL SECONDO PASSO, in piena sintonia con l’ortodossia liberista, consiste nel sottomettere al calcolo costi/benefici e dunque al mercato quella produzione di relazioni e ricchezze extraeconomiche che, per definizione, gli si dovrebbero sottrarre. Il tema degli «sprechi» accomuna singolarmente le vecchie vestali dell’austerità e i nuovi moralizzatori della vita pubblica. Due elementi sottendono questo processo di normalizzazione. Il primo consiste nell’evidente volontà di canalizzare e controllare attraverso precise procedure di partecipazione decise dall’alto bisogni e conflittualità che attraversano il corpo sociale, in una versione caricaturale della democrazia diretta on e off line. Il secondo elemento è rappresentato da una sorta di formalismo giuridico, privato però del rigore logico e delle aspirazioni universalistiche che gli sono proprie, e consegnato paradossalmente a quell’arbitrio ideologico dal quale la «dottrina pura del diritto» aveva la pretesa di difenderci. In buona sostanza ogni elemento di trasformazione sociale finisce sottoposto a una politica dirigista che ben si accompagna con la ritrovata passione per lo stato nazionale. Tutto quello che ricade al di fuori di questi criteri in quanto prodotto da una storia di culture, conflitti e autonomie estranee alle trafile burocratico-amministrative è dichiarato illegale, nemico, da cancellare. Bisognava pur aspettarsi che le minacce ripetutamente rivolte alle realtà occupate e autogestite presto sarebbero state estese, nelle parole e nei fatti, anche a chi si era conquistato una qualche patente di riconoscimento politico e istituzionale. Gli sgomberi, nei quali le amministrazioni del Pd da Roma a Bologna non hanno mancato di mettersi in luce (salvo la vigliaccheria dei sindaci che non sapevano, non volevano o non potevano farci nulla) sono la conseguenza pratica e militare dell’ideologia «legalitaristica» e delle regole di mercato che la ispirano. AGLI SGOMBERI NON SEGUE altro che il ritorno al silenzio e all’abbandono dei luoghi che gli occupanti avevano fatto rivivere e aperto alla città. Due soli esempi, tra tanti possibili, per restare nella capitale: il teatro Valle e il cinema America. Tra finte trattative, false promesse, fantasmatici progetti di restauro e riqualificazione, gli sgomberi non sono stati altro, possiamo ben dirlo a distanza di anni, che la riaffermazione astratta del principio di proprietà libero da ogni riferimento all’utilità sociale o anche solo al semplice valore d’uso. Da queste vicende converrebbe trarre qualche insegnamento. Gli spazi autogestiti devono essere difesi materialmente e in prima persona perché rappresentano un punto di rottura tra logiche confliggenti. Quella di una storia politica autonoma generatrice di idee e relazioni proprie e quella dei «servizi» messi a bando, o della concessione amministrativa, come se si trattasse di lucrosi stabilimenti balneari. Per la medesima ragione conduce a sicura disfatta il carosello dei distinguo, la competizione sui meriti culturali e sulla rispettiva utilità sociale, alla rincorsa di una amnistia normalizzatrice. Laddove la difesa del proprio prevale su quella del comune principio di autorganizzazione. PER LORO NATURA QUESTE imprese politico-culturali devono sapersi però rinnovare, non certo nel senso di una razionalizzazione concordata tra governance e mercato, ma in quello di una riformulazione della propria autonomia attraverso il mutare dei contesti, riaffermando le ragioni di una rottura e di una diversità capaci di mettere in campo nuove idee e giovani energie. Con le ruspe è problematico discutere, ma non mancano gli strumenti per spaventare chi le guida e fargli cambiare strada. FONTE: Marco Bascetta, IL MANIFESTO

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Non solo Casa delle donne. Il benessere sociale nei luoghi occupati https://www.micciacorta.it/2018/05/24517/ https://www.micciacorta.it/2018/05/24517/#respond Wed, 23 May 2018 08:48:57 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24517 Nella minaccia di sfratto alla Casa Internazionale delle Donne di Roma si gioca una partita che riguarda a pieno titolo il senso della città

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Nella minaccia di sfratto alla Casa Internazionale delle Donne di Roma si gioca una partita molto seria che rinvia a più grandi e generali ideali che riguarda a pieno titolo il senso della città, il senso del vivere insieme, la democrazia. L’amministrazione vorrebbe applicare, ai tanti e diversi immobili occupati a Roma, una tecnica nota con il nome di “Analisi Costi e Benefici”. Quanto costa l’occupazione di un immobile pubblico in termini di mancato introito per le casse comunali? Sull’altro piatto della bilancia ci sono i benefici (collettivi) che derivano da questa occupazione. Ora mentre i costi sono oggettivamente quantificabili (per esempio, in denaro), i benefici sono soggetti ad interpretazioni politiche, sociali e di altro genere e i cui effetti si misurano in tempi lunghi. Se per esempio assumiamo l’espressione « con la cultura non si mangia», la conseguenza, in termini di Costi e Benefici sarà semplice: non ci sono benefici collettivi a fronte del mancato reddito. Se, all’opposto, l’occupazione produce eventi culturali, manifestazioni collettive, cultura, musica, ovvero benessere sociale, convivialità, felicità collettiva, e queste cose sono considerate essenziali per la vita pubblica di una città, ecco che il risultato è completamente rovesciato e i costi (sotto forma di mancato reddito) sono irrilevanti rispetto al valore d’uso prodotto. Fin qui nulla di nuovo. Ma l’apparente neutralità di una amministrazione comunale che si trincera dietro il mancato guadagno che da quegli immobili potrebbe venire (cosa tutt’altro che scontata, vedi il caso delle sale cinematografiche chiuse), in realtà svela come la città è considerata essa stessa una merce. A partire da queste premesse è ovvio che il confronto tra amministratori della cosa pubblica e “occupanti” (a vario titolo) risulta un dialogo tra sordi. Già molti anni fa (1968) Lefebvre nel suo famoso libro, Il diritto alla città, affermava che i processi produttivi capitalistici trasformano l’opera umana (valore d’uso) in prodotto di serie, in mera merce (valore di scambio). E’ quello che chiamiamo processo di mercificazione, in cui prevalgono le logiche di mercato (F. Biagi, Spazio e politica). Le città finiscono allora per essere trasformate in smart cities, città globali, hub cities. Questo processo impoverisce la vita pubblica e le manifestazioni del vivere collettivo, così che molte persone si ribellano a tale logica formando comunità spontanee che preferiscono vivere in luoghi sottratti alla detta mercificazione per creare ambienti di vita autentica. La conseguente riduzione dello spazio pubblico ne è il risultato: le mostre, le manifestazioni artistiche e persino le feste, sono sempre più confinate in luoghi non facilmente accessibili alle persone (e in special modo ai più deboli) e la città, originariamente opera pubblica e collettiva, diventa sempre più privata mentre, al contrario, è resa “attraente” dalle archistar, dalle grandi opere e dagli eventi spettacolari. L’esatto opposto dell’esperimento realizzato da Nicolini nella famosa Estate Romana, che aveva trasformato la città in un luogo di festa accessibile a chiunque volesse partecipare. Ecco che l’ideale di Lefebvre, il diritto alla città, riacquista un valore attuale: di trasformazione e riappropriazione dello spazio di vita fruibile a tutti, ideale che si contrappone chiaramente a quello della mercificazione. E’ questo lo sguardo con il quale si deve guardare alla Casa Internazionale delle Donne (e non solo) che nel tempo ha liberato uno spazio per discutere, incontrare, produrre convivenza, convivialità, socialità, come ben sa chi si è affacciato anche una sola volta in quell’edificio sottratto alla speculazione del mercato da oltre trent’anni. La logica miope e ragionieristica degli amministratori è penetrata anche nelle scuole, nelle università, nei trasporti, nella sanità. Ci sono servizi e istituzioni che “costano troppo e non ci possiamo permettere” è il mantra del nuovo linguaggio liberista. Ma il gioco non è a somma zero: sul piatto della bilancia c’è la felicità e il benessere delle persone e il senso di città. Infine, l’istanza legalitaria di cui si fanno vanto i cinquestelle e la sindaca Raggi ha prodotto fino ad ora il degrado dei manufatti occupati e “liberati”, così come dimostrano i tanti cinema chiusi a Roma in attesa di bando pubblico. FONTE: Enzo Scandurra, IL MANIFESTO

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La giunta 5Stelle sgombera a Roma l’Angelo Mai https://www.micciacorta.it/2018/05/la-giunta-5stelle-sgombera-roma-langelo-mai/ https://www.micciacorta.it/2018/05/la-giunta-5stelle-sgombera-roma-langelo-mai/#respond Sat, 05 May 2018 07:31:34 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=24456 Sigilli allo storico centro culturale, regolarmente assegnato. Il vicesindaco e assessore alla cultura: non sapevo nulla. Dopo le proteste il sequestro viene sospeso per tre settimane

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È sconcertante che il vice-sindaco Luca Bergamo, e assessore alla cultura della città di Roma, non sapesse che ieri mattina il dipartimento al patrimonio ha ordinato di apporre i sigilli, all’Angelo Mai, laboratorio di produzioni teatrali e musicali, spazio regolarmente assegnato, e vincitore di prestigiosi premi come l’Ubu-Franco Quadri, una gemma politica autogovernata e co-produttrice con il Teatro di Roma (Tdr) di spettacoli e progetti coreografici. La motivazione ufficiale è un provvedimento datato il 23 settembre 2016 con il quale il Comune disponeva la riacquisizione dell’immobile contro il quale gli attivisti dell’Angelo Mai fecero ricorso. Bergamo ha detto di avere appreso la notizia dalle agenzie stampa che hanno ripreso i tweet e i video postati da un centinaio di attori, registi, cantanti, attori, cittadini e militanti dei centri sociali romani accorsi subito dopo che vigili, Digos e operai sono entrati senza preavviso. Bergamo ha anche chiesto la «sospensione» del provvedimento di sequestro per «fare le necessarie e opportune valutazioni». Nel pomeriggio è stata concessa per tre settimane. Non ci sono motivi per non credere al vicesindaco della Capitale. Il problema è che un dipartimento agisca senza che il vertice del Campidoglio sappia. È il segno, inquietante, di una politica ispirata a un tacere amministrando dove tutto procede con apparenti automatismi. Non è così: è un sistema di governo in cui i tagli agli enti locali vanno di pari passo con la spinta a privatizzare, gentrificare e monetizzare le risorse a partire dagli immobili. Una strategia feroce che ha travolto gli enti locali, e le giunte romane, in particolare, stritolate dalle richieste della Corte dei conti. È nata da queste premesse la delibera 140 al tempo del centrosinistra (Marino) e perfezionata dal commissario Tronca: il più grande attacco alle esperienze di auto-governo e auto-gestione che Roma abbia mai subìto. In mancanza di una chiarezza su una precedente delibera approvata dalla giunta Rutelli 23 anni fa, a centinaia di spazi sociali il canone è stato ricalcolato al 100%, diversamente da quello «sociale» definito nel 1995. Di punto in bianco realtà come il Celio Azzurro, la casa internazionale delle donne, la scuola popolare di musica di Testaccio, centri sociali come la Torre, atelier come l’Angelo Mai, sono stati considerati «morosi» per milioni di euro. La Roma indipendente si è mobilitata contro la repressione amministrativa per difendere l’immensa ricchezza prodotta dalla cooperazione sociale. Un’epica battaglia grazie alla quale la Corte dei conti ha riconosciuto l’inesistenza del «danno erariale» per il bilancio commissariato della Capitale. L’insonnolita giunta Raggi avrebbe dovuto agire almeno un anno fa, portando a termine il regolamento sul «patrimonio indisponibile» promesso alla rete «Decide Roma» con l’aggiunta di una delibera che avrebbe impedito atti come quello di ieri. Ma non è accaduto. Per essere efficaci le «valutazioni» di Bergamo dovrebbero portare all’approvazione di atti politici concreti, e irreversibili, richiesti tra l’altro dalla sinistra cittadina (Fassina per «sinistra x Roma» e Amedeo Ciaccheri candidato al Municipio VIII). Il Pd cittadino ha attaccato i Cinque Stelle, ma forse ha dimenticato il modo, non brillantissimo, in cui ha affrontato lo stesso problema quando era al governo. La Cgil di Roma-Lazio, con la segretaria Tina Balì, ha chiesto un incontro a Bergamo e una «soluzione idonea» al problema degli spazi sociali. A difesa dell’Angelo sono intervenuti Maurizio Acerbo (Rifondazione) e la senatrice di LeU Loredana De Petris. «Siamo stati saldati fuori Roma» è l’immagine efficace usata ieri da Silvia Calderoni, attrice simbolo dei Motus – una delle compagnie teatrali italiane pià innovative che a Roma fa base all’Angelo Mai. «Noi non chiuderemo mai, sia chiaro» hanno ribadito gli attivisti che hanno costruito un laboratorio dalle macerie di una bocciofila nel parco di San Sebastiano, all’inizio della via Appia antica, vicino alle Terme di Caracalla. FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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