suicidi in carcere – Micciacorta https://www.micciacorta.it Sito dedicato a chi aveva vent'anni nel '77. E che ora ne ha diciotto Mon, 27 Jul 2020 13:25:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Vite di scarto, silenzi di stato https://www.micciacorta.it/2020/07/vite-di-scarto-silenzi-di-stato/ https://www.micciacorta.it/2020/07/vite-di-scarto-silenzi-di-stato/#respond Tue, 28 Jul 2020 05:05:56 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26204 13 persone morte in stato di detenzione nell’arco di poche ore, un evento senza precedenti nella storia delle carceri italiane. Dopo cinque mesi nulla si conosce pubblicamente sulle cause e circostanze di quella strage

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13 persone morte in stato di detenzione nell’arco di poche ore, un evento senza precedenti nella storia delle carceri italiane. Dopo quasi cinque mesi poco o nulla si conosce pubblicamente sulle cause e circostanze di quella vera e propria strage. Fors’anche perché a essa ha fatto immediatamente seguito una campagna, a reti unificate, di certa antimafia che indicava una regia nelle proteste in quel momento in corso nelle carceri, dove crescevano, sino ad esplodere, i timori per la pandemia allora nel momento più espansivo. Complici la scarsa informazione, il blocco dei colloqui e di ogni attività, il sovraffollamento che rende vana qualsiasi prevenzione dal contagio, un’assistenza sanitaria a dir poco tradizionalmente carente. I media hanno prontamente raccolto e rilanciato quell’allarme, al solito senza verifiche e senza contradditorio; certa politica, altrettanto per solito, ha cavalcato e strumentalizzato, al fine di scongiurare scarcerazioni (e limitazione di nuovi ingressi) che in quel momento avvenivano in tutto il mondo, sollecitate dagli organismi sanitari e da quelli sovranazionali. Negli Stati Uniti, per dire, tra marzo e giugno 2020, è stato rilasciato circa l’8% – oltre 100.000 persone – della popolazione detenuta nelle carceri statali e federali statunitensi. Eppure, come noto, si tratta del Paese che ha “inventato” il populismo penale e la “tolleranza zero”, tanto da aver raggiunto il tasso di detenzione più elevato a livello mondiale. Ma i prigionieri sono stati rilasciati a decine di migliaia persino in nazioni prive di condizioni e tradizioni democratiche, come la Turchia o l’Iran. Nei Paesi membri del Consiglio d’Europa, già a metà dello scorso aprile, 128.000 detenuti erano stati rilasciati come misura per prevenire la pandemia. In nessuno l’argomento è però diventato materia di speculazioni politiche come da noi. Forse grazie anche al fatto che il ministro e il capo delle carceri competenti ben poco hanno fatto per evitare le strumentalizzazioni. Offensiva mediatica e politica che ha altresì posto sulla difensiva e spesso costretto al silenzio molte delle associazioni, dei Garanti, del volontariato che in carcere sono impegnati o che comunque i veri problemi del carcere conoscono. Per chiedere verità e giustizia su quelle morti si è comunque subito costituito dal basso un comitato, che, pur negli ostracismi e nel totale silenzio stampa, ha presto raccolto centinaia di adesioni e che da allora cerca di non fare scendere del tutto il silenzio sulla tragica e inedita vicenda, diffondendo informazioni, denunce, sollecitazioni.   I fatti, messi in fila Riassumiamo i fatti, per i distratti. Tra l’8 e il 9 marzo, in contemporanea con l’annuncio del lockdown da parte del governo, si innescano proteste in diverse carceri, in alcune delle quali assumono caratteristiche violente, con danneggiamenti delle strutture. Il bilancio vede 13 detenuti morti, quattro addirittura deceduti il giorno seguente dopo essere stati sfollati o durante il trasferimento ad altro istituto. Da subito, viene diffusa dalle autorità, e ripresa senza controllo dai media, la notizia che la causa di morte è da attribuirsi all’abuso di medicinali sottratti durante la sommossa. La versione assume ufficialità poco dopo con l’intervento del ministro della Giustizia, chiamato a riferire alle Camere l’11 marzo; nelle pochissime parole dedicate alla strage, il Guardasigilli afferma che le morti tra i detenuti sono dipese da «cause che, dai primi rilievi, sembrano per lo più riconducibili all’abuso di sostanze sottratte alle infermerie durante i disordini». Nessun’altra informazione o dettaglio, neppure i nomi dei defunti, che saranno resi noti da un giornalista soltanto parecchi giorni dopo. Dopo di che è calato un integrale silenzio da parte delle istituzioni, a parte qualche indiscrezione fatta trapelare dai magistrati, interrotto solo il 9 aprile, allorché un sottosegretario – neppure alla Giustizia bensì all’Istruzione – viene delegato a rispondere all’interpellanza che un unico deputato, sollecitato dal Comitato per la verità e la giustizia sulle morti in carcere, aveva depositato. Questa volta, alla genericità e omissività precedente, subentra il tradizionale e comodo rifugio del segreto: «Tutti i dettagli e le informazioni contenute negli atti trasmessi alle procure della Repubblica costituiscono fatti coperti dal segreto investigativo e ovviamente non possono essere disvelati. Allo stesso modo, non sono disponibili gli esiti delle autopsie, effettuate su disposizione dell’autorità giudiziaria, che, all’esito dei percorsi di indagine, potrà valutare la desecretazione degli atti che sono stati compiuti». Nessuno eccepisce. Né in Parlamento né nella libera informazione che, peraltro, neppure pare accorgersi del discutibile pronunciamento. Essendo ormai troppo abituati i media a dare notizie del carcere, e di ciò che vi avviene, solo a seguito e sulla scorta di comunicati e delle dichiarazioni di uno o l’altro dei sindacati della polizia penitenziaria. Di modo che anche quando si tratti di suicidi di detenuti, come da ultimo nel carcere di Como, dove sabato 25 luglio si è ucciso in recluso, la notizia diventa quella della carenza e dell’abnegazione del personale, mentre al tragico evento vengono dedicate quattro righe quattro a fronte delle 40 e più invece riservate alle dichiarazioni dei segretari dello stesso sindacato e ai loro attacchi nei confronti dei Garanti dei detenuti e delle associazioni. Non può dunque stupire che, a quasi 150 giorni di distanza dai fatti, le spiegazioni di fronte a una strage di detenuti senza precedenti che il governo e l’istituzione penitenziaria ritengono di dover fornire ai cittadini, oltre che ai famigliari delle vittime, siano l’appello al segreto. In fondo c’è una pandemia in corso, e qui si tratta nient’altro che di vite di scarto. Valgono ancor meno di quelle altre che, nel tempo del Covid, si sono lasciate spegnere a migliaia in solitudine in qualche ospizio per vecchi, ormai improduttivi e dunque ritenuti inutili, privi di valore ancorché innocenti. A differenza di quelli che sono morti nelle celle. Uccisi perlopiù dal virus del pregiudizio, dell’odio e del rancore sociale lasciati distrattamente crescere – quando non artatamente fomentati – contro i “delinquenti”. Le carceri, ripetono da anni i cinici inventori e utilizzatori di questo rodato e antico meccanismo di distrazione di massa, sono alberghi (a cinque stelle aggiungono i più temerari), da cui è più facile uscire che entrare. Peccato che siano diventati alberghi della paura e della disperazione e che spesso se ne esca con i piedi in avanti. * pubblicato su Vita.it

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Per il popolo delle carceri censura e tanatopolitica https://www.micciacorta.it/2020/05/per-il-popolo-delle-carceri-censura-e-tanatopolitica/ https://www.micciacorta.it/2020/05/per-il-popolo-delle-carceri-censura-e-tanatopolitica/#respond Thu, 21 May 2020 07:11:03 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=26137 Da quando è cominciata la cosiddetta emergenza Covid-19 e ancor di più da quando s’è avuta la famosa rivolta in diverse carceri il silenzio sulla realtà carceraria sembra diventato legge che nessun media infrange

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Un dato di fatto: da quando è cominciata la cosiddetta emergenza Covid-19 e ancor di più da quando s’è avuta la famosa rivolta in diverse carceri il silenzio sulla realtà carceraria sembra diventato legge che nessun media infrange, tranne brevi notizie che trapelano quasi per caso e senza rilanci né conferme e malgrado la tenacia dei militanti più resistenti della causa dei detenuti. Certo sarebbe più che mai prezioso che i Garanti regionali e quello nazionale garantissero almeno ogni due tre giorni l’informazione sulla situazione della diffusione del virus nelle carceri, i tamponi fatti e i risultati, le misure di prevenzione effettivamente adottate, ecc. E sarebbe anche prezioso che avvocati e volontari e democratici fra il personale del DAP riuscissero a comunicare regolarmente cosa succede. Siamo costretti a basarci sulle scarne e mozzate notizie trapelate… Ed ecco che ci troviamo davanti situazioni che suscitano tanta inquietudine: come prevedibile nelle carceri il virus circola eccome ma da quanto si capisce si fa ben poco per contrastarne la diffusione. Basti pensare che era stato promesso una sorta di screening a tappeto, cioè tamponi a guardie e detenuti ma pare che il tampone si faccia solo su base volontaria! A rigor di logica visto che l’amministrazione ha ritenuto che la minaccia di contagio potesse arrivare dai famigliari e s’è quindi decretato il blackout dei colloqui e persino dello scambio biancheria e altro, è evidente il principale veicolo di contagio rimasto sono le guardie visto anche che s’è bloccato l’ingresso in carcere di avvocati, volontari ecc. E allora cosa s’è fatto per testare tutto il personale del DAP? Domanda retorica visto che lo stesso vale per l’assenza di tale prevenzione a tappeto fra le forze di polizia e in certi casi persino fra gli operatori sanitari. Esempi: il 20 aprile si scopre che il rischio di contagio all’interno del carcere di Verona è ormai ingestibile, ma dopo non si sa più nulla; a inizio maggio si scopre che nel carcere di Marassi sono stati accertati 17 detenuti e 13 guardie positivi ma poi non s’è saputo più nulla! È stato scritto che il carcere è il luogo in cui il distanziamento fisico è di fatto impossibile e che immancabilmente comunica con l’esterno – innanzitutto attraverso i corpi delle guardie. Ma anziché trarre le ovvie conseguenze di questa banale constatazione cosa s’è scelto? La misura di ennesima punizione/afflizione dei detenuti, ossia la sospensione dei colloqui con i famigliari e persino dello scambio – controllato – di cose fra essi e i detenuti. E poi la gran polemica a proposito della misura sulla parzialissima scarcerazione di un’irrisoria percentuale di detenuti che peraltro non avrebbero più dovuto stare in prigione. Ma ecco che i signori giustizialisti si sono scatenati nel dire che si stavano scarcerando i boss mafiosi. A parte il fatto che in uno stato di diritto democratico anche i boss mafiosi e i terroristi hanno diritti e non sono condannati a morte senza alcun appello. Come ha mostrato Livio Pepino gli scarcerati sono stati tre e non centinaia. E comunque la gara a chi si accanisce di più con una penalità estrema ricorda solo il regime fascista. Ma questo sembra non vada a genio anche a tanti che si dicono democratici. Cosa resta allora da pretendere dai detenuti? Come auspicano alcuni che siano loro stessi a sanificarsi le celle! Che siano loro a cucirsi le mascherine e magari che siano loro a pagarsi il tampone? È questo che si vuole. Oppure che lo si dica esplicitamente che si vorrebbe una bella ecatombe nelle carceri così infine si smaltisce questa umanità a perdere! Non è forse questa la logica che c’è in fondo dietro alla gestione dei morti del Dozza? È la stessa logica della tanatopolitica che oggi spinge i dominanti a lasciar morire anziché lasciar vivere (la biopolitica) i migranti come buona parte dei popoli dei cosiddetti paesi terzi. Salvo a lasciar vivere ma solo per un po’ chi serve nella raccolta dei prodotti ortofrutticoli ma ripetiamolo solo come “usa-e-getta”. E chissà che a qualcuno non venga l’idea di usare i detenuti “bravi”, i “buon selvaggi” per squadre di lavoro coatto, ma anche loro come “usa-e-getta”. Stiamo esagerando? No, se non ci credete provate per un momento a immedesimarvi nel corpo di un detenuto, provate a scambiare lettere e comunicazioni con un detenuto. Pensate: perché non si dà ai detenuti la possibilità di disporre di un cellulare per ogni cella? Che cosa crediate che ne facciano se ne dispongono? Se le polizie vogliono saperlo hanno abbastanza mezzi per monitorarne le comunicazioni cosa che fanno regolarmente come ben sappiamo con le cosiddette intercettazioni che talvolta gli inquirenti trovano preziose. Allora che segreto di pulcinella stiamo coltivando? Spiace ma in Italia i democratici si stanno rivelando alquanto codardi. Avrebbero dovuto gridare e protestare con gran forza per difendere i diritti fondamentali dei detenuti, come degli immigrati, come dei “dannati della terra”. Invece si assiste a un silenzio che di fatto diventa complice e la complicità davanti a una deriva che va verso la tanatopolitica ricorda i momenti più bui della storia. Per fortuna anche fra i detenuti sopravvive la resistenza così come l’istinto anche inconsapevole di voler sopravvivere. * Professore di sociologia in pensione   Photo by Damir Spanic on Unsplash

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Sos suicidi, fermare la morte in cella https://www.micciacorta.it/2016/07/sos-suicidi-fermare-la-morte-cella/ https://www.micciacorta.it/2016/07/sos-suicidi-fermare-la-morte-cella/#respond Wed, 13 Jul 2016 10:11:58 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=22192 Pur con storici ritardi, i responsabili delle carceri sembrano essersi resi conto che la segregazione, il “carcere chiuso”, la carenza di relazione, la negazione degli affetti costituiscono una morte dilazionata

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Il problema è antico quanto l’invenzione della prigione. Perché, il più delle volte, è proprio il carcere a scatenare pulsioni e pratiche suicidiarie. O, meglio, è ciò che il carcere toglie alla persona, assieme e oltre alla libertà: presente e futuro, affetti, lavoro, ruolo sociale, dignità. E, infine, speranza. Per quanto ogni suicidio sia un caso a sé, con alla base un intreccio di fattori, spesso la spinta a morire viene dall’incapacità di resistere alla spoliazione di tutto ciò che rende la vita meritevole di essere vissuta. Uccidersi in cella, allora, può sembrare paradossale e tragico recupero di sé. Come nella Ballata del Michè di De Andrè: adesso che lui s’è impiccato / la porta gli devono aprir. Il problema è tanto antico quanto insoluto, come mostrano le statistiche. Per stare alle più recenti, i suicidi in cella sono stati 44 nel 2014, 43 l’anno successivo, mentre alla fine dello scorso aprile erano già 12, oltre a ben 302 tentati suicidi e 2278 atti di autolesionismo. Così che il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha voluto richiamare l’attenzione delle strutture penitenziarie con una direttiva, indirizzata al capo del Dipartimento non a caso a ridosso dell’estate, quando, con disagi e sofferenze, aumentano i rischi. Una direttiva e un richiamo non solo formale, giacché dispone e dettaglia diverse misure, mirate in particolare ai giovani detenuti, a soggetti più fragili quali tossicodipendenti, alcolisti, abusatori di psicofarmaci e alla prima fase della carcerazione; assieme, rimarca la necessità dell’attento monitoraggio, osservazione e studio del fenomeno, nonché della formazione. Se i numeri non decrescono, pure e infine qualche maggiore consapevolezza sembra essersi fatta strada. Tanto che il ministro riconosce come il «prevalente» fattore di rischio sia quello ambientale e non soltanto quello individuale. Ne consegue che «la sola sorveglianza e l’isolamento del detenuto con tendenza suicida non possono costituire incisivo strumento di prevenzione»; tali misure, anzi, possono accentuare «il rischio di azioni autodistruttive». Un ragionamento che potrebbe apparire persino banale, ma che ha faticato a farsi strada nella tradizionale gestione e cultura operativa del carcerario. Dunque è fatto positivo che oggi - o meglio ieri, con una nota del Dipartimento datata 4 febbraio sulla prevenzione dei suicidi in carcere  - si sottolinei l’importanza di «evitare ogni forma di isolamento del soggetto a rischio» e di individuare -pur con la cautela del «per quanto possibile«compagni di detenzione umanamente e culturalmente più idonei a instaurare un rapporto proficuo con la persona in difficoltà». Parimenti, sembra acquisita la centralità della formazione del personale, troppo spesso in passato limitata unicamente alle funzioni di custodia e sicurezza. Insomma, pur con storici ritardi, i responsabili delle carceri sembrano essersi resi conto che la segregazione, il “carcere chiuso”, la carenza di relazione, la negazione degli affetti costituiscono una morte dilazionata, fonte di quella disperazione che può portare a scegliere di morire in fretta e di propria mano. E sembrano intenzionati a dare seguito e concretezza a quel corposo Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidiarie in ambito penitenziario da tempo allo studio. Siamo sempre e ancora ai buoni propositi, può obiettare non senza ragioni qualcuno. Rimane vero che se il carcere è la malattia, la vera è più efficace cura sarebbe la sua abolizione. Tuttavia, i buoni propositi sono l’indispensabile presupposto delle buone pratiche. Che, a loro volta, possono costituire altrettante tappe per finalmente “liberarsi dalla necessità del carcere”. Come si riteneva possibile non molto tempo addietro.

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Dete­nuto si impicca, alcune guardie lo insultano su facebook https://www.micciacorta.it/2015/02/dete%c2%adnuto-si-impicca-alcune-guardie-lo-insultano-su-facebook/ https://www.micciacorta.it/2015/02/dete%c2%adnuto-si-impicca-alcune-guardie-lo-insultano-su-facebook/#respond Thu, 19 Feb 2015 08:55:11 +0000 https://www.micciacorta.it/?p=18710 Ioan Gabriel Barbuta si è tolto la vita nel carcere di Opera (Mi). Sul social network del sindacato Alsippe c'è chi esulta: "Uno di meno, spero che abbia sofferto". E chi si augura "più corde e sapone"

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Il dete­nuto Ioan Gabriel Bar­buta, 39 anni, rumeno, una con­danna defi­ni­tiva all’ergastolo per omi­ci­dio, dome­nica scorsa ha deciso di met­tere fine alla sua esi­stenza. Si è impic­cato in cella nel car­cere di Opera, alle porte di Milano. Sono tra­ge­die piut­to­sto comuni che non scan­da­liz­zano gli addetti ai lavori: nel 2014 si sono uccisi 43 dete­nuti, signi­fica che più o meno ogni otto giorni le guar­die peni­ten­zia­rie devono rac­co­gliere un cada­vere. “Pur­troppo, nono­stante il pre­zioso e costante lavoro svolto dalla poli­zia peni­ten­zia­ria, pur con le cri­ti­cità che l’affliggono, non si è riu­sciti a evi­tare tem­pe­sti­va­mente ciò che il dete­nuto ha posto in essere nella pro­pria cella”, si legge in un comu­ni­cato del sin­da­cato Sappe. Que­sta volta però non ci sono solo le note uffi­ciali a sot­to­li­neare il sesto sui­ci­dio del 2015 nelle car­ceri ita­liane. Ci sono anche le con­si­de­ra­zioni che alcuni agenti di un altro sin­da­cato di poli­zia peni­ten­zia­ria (Alsippe) hanno postato su una pagina face­book. Sono cose che fanno schifo anche solo a pen­sarle, ma è molto istrut­tivo vederle esi­bite con tanta leg­ge­rezza sui social net­work, per­ché a com­men­tare la noti­zia sono stati poli­ziotti penitenziari. Il primo a pro­nun­ciarsi esi­bi­sce anche i titoli, dice di essere un ispet­tore presso il mini­stero della Giu­sti­zia: “Ottimo spe­riamo abbia sof­ferto”. Il com­mento suc­ces­sivo con­corda: “Uno di meno, che sicu­ra­mente non avrebbe scon­tato la pena per intero, ci sarebbe costato parec­chi denari e che all’uscita avrebbe creato di nuovo pro­blemi. Spero che abbia sof­ferto”. Sem­bra quasi il pro­gramma di un par­tito poli­tico, o un son­dag­gio su ciò che pensa l’opinione pub­blica. A seguire una ven­tina di com­menti. “Con­si­glio di met­tere a dispo­si­zione più corde e sapone”. E ancora: “Col­lega scala la conta”. La cate­go­ria soli­da­rizza anche: “Sicu­ra­mente i NS col­le­ghi saranno inda­gati! E che cazzo vuoi met­tere che la vita di un delin­quente, non debba essere tute­lata e chi come noi lavora in mezzo a que­sta fec­cia umana non debba subire la giu­sta puni­zione!!”. Solo un tale invita gli agenti a non insul­tare i morti. Que­sta la rispo­sta sgram­ma­ti­cata: “Lavora all’iterno. Poi vedrai. Spe­cial­mente extra­co­mu­ni­tari. X que­sto mestiere devi ava er core nero”. I nomi non sono stati resi noti, ma sem­bra che alcuni siano rap­pre­sen­tanti sin­da­cali. Iden­ti­fi­carli non sarà difficile. Luigi Pagano, vice capo del Dipar­ti­mento dell’amministrazione peni­ten­zia­ria (Dap), non sem­bra dispo­sto a fare sconti. Cono­sce come pochi altri la realtà del car­cere, per una vita è stato diret­tore di San Vit­tore. “E’ una cosa inde­gna — spiega — abbiamo inca­ri­cato il nostro nucleo inve­sti­ga­tivo di rico­struire i fatti. Se sarà accer­tato che gli autori di quei com­menti sono poli­ziotti peni­ten­ziari, ovvia­mente agi­remo di con­se­guenza anche in sede disci­pli­nare”. E ancora: “Com­men­tare con uno di meno o frasi simili la morte di un dete­nuto signi­fica oltrag­giare una per­sona e allo stesso tempo offen­dere anche un corpo, quello della poli­zia peni­ten­zia­ria, che ogni giorno lavora per ren­dere più umane le car­ceri ita­liane e per fare fronte alle tante dif­fi­coltà quo­ti­diane che si incon­trano nell’ambiente peni­ten­zia­rio. Quanto acca­duto è dav­vero inac­cet­ta­bile”. Dura, ma non potrebbe essere diver­sa­mente, anche la presa di posi­zione del segre­ta­rio del Sappe, Donato Capece: “Esul­tare per la morte di un dete­nuto è cosa igno­bile e ver­go­gnosa. Il sui­ci­dio in car­cere è sem­pre, oltre che una tra­ge­dia per­so­nale, una scon­fitta per lo stato. Chi ha dato dimo­stra­zione della sua stu­pi­dità ed insen­si­bi­lità se ne assu­merà le responsabilità”. Le inda­gini non dovreb­bero incon­trare osta­coli. Il mini­stro della giu­sti­zia, Andrea Orlando, già oggi con­vo­cherà il capo del Dap per cono­scerne l’esito. E nei pros­simi giorni incon­trerà le sigle sin­da­cali della poli­zia peni­ten­zia­ria “per discu­tere dell’accaduto e di come evi­tare che simili inqua­li­fi­ca­bili com­por­ta­menti pos­sano ripe­tersi”. Poi dovrà rispon­dere a un’interrogazione par­la­men­tare pre­sen­tata da Sel, “si tratta dell’ennesimo epi­so­dio che con­ferma la neces­sità di una com­mis­sione di inda­gine par­la­men­tare sulle morti in car­cere” ha com­men­tato Daniele Farina. I non troppi poli­tici che hanno espresso disgu­sto, tra cui molti sena­tori del Pd che si sono appel­lati al mini­stro, invo­cano puni­zioni esem­plari. Giu­sto, ma sarebbe il minimo sin­da­cale. Forse, per non deru­bri­care la vicenda nel solito capi­tolo delle “poche mele marce”, sarebbe meglio capire come inten­dono rela­zio­narsi le ammi­ni­stra­zioni peni­ten­zia­rie con quella nuova sigla sin­da­cale che prima ha ospi­tato e poi rimosso quei commenti.

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Quanti Samir dovremo piangere? https://www.micciacorta.it/2010/07/quanti-samir-dovremo-piangere/ https://www.micciacorta.it/2010/07/quanti-samir-dovremo-piangere/#respond Thu, 22 Jul 2010 09:11:59 +0000 http://localhost:8888/?p=859 Samir si è suicidato non tanto perché le carceri sono sovraffollate o perché i tribunali sono ingolfati ma perché il carcere rappresenta il punto di arrivo dei disperati e punto disperante per eccellenza

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Risposta a Adriano Sofri

di SERGIO CUSANI e SERGIO SEGIO


Caro Adriano,
abbiamo letto con la consueta attenzione e affetto il tuo scritto di ieri dal titolo “Il suicidio di Samir che aspettava l’amnistia”. Un racconto bello e triste. Un reportage dolente del popolo del sottosuolo; dolente e competente, ma come vedi, la voce e le proposte di chi il carcere conosce bene da vicino, o come nel nostro caso, dall’interno, vengono in qualche caso ruvidamente respinte e censurate. Al popolo del sottosuolo, fatto di pregiudicati e terroristi, corruttori e corrotti, malfattori e prostitute, tossicomani e immigrati, sieropositivi e pezzenti, tu da sempre dai voce e forza attraverso la tua penna. E te ne siamo veramente grati.
Alla fine del tuo articolo di ieri parli anche di noi e della nostra fatica tesa a far sì che la politica accolga l’invito della Chiesa e di tanti laici, singoli e associazioni, a un atto di clemenza. Nel nostro appello, per un provvedimento non solo di indulto-amnistia, ci siamo rivolti soprattutto a coloro che hanno desiderio, forza e onestà nell’affrontare la complessità dei problemi della vita con ragione e sentimento. Ci inviti ad avere il coraggio di chiedere semplicemente un atto di umanità in occasione dell’avvenimento giubilare. Samir è morto. Si è impiccato. Quanti altri Samir dovremo commemorare se non si affrontano i nodi strutturali relativi alle denegate funzioni dello Stato, quali l’accoglienza dei cittadini stranieri e la cura dei malati sul territorio, e quelli relativi al nostro arcaico, disumano, criminogeno, enormemente costoso circuito penal- penitenziario?
È pur vero che Samir si è suicidato non perché le carceri sono sovraffollate o perché i tribunali sono ingolfati di pratiche che non riescono a smaltire in tempi civili, ma perché il carcere rappresenta il punto di arrivo dei disperati e punto disperante per eccellenza. Molto spesso un punto di non ritorno perché la disperazione dell’emarginazione sociale passa sempre sui cadaveri dei proveri. Ma un atto di pura clemenza, un dono come lo chiami tu, pur assolutamente atteso e giusto, senza il nostro “collegato”, quello che abbiamo chiamato “piccolo piano Marshall” per le carceri, non è sufficiente. È ovvio: libera reclusi e quindi “alleggerisce” i penitenziari. Ma è per poco.
Un giorno hai scritto che la nostra fatica è improba, perché occuparsi dei problemi del carcere è come svuotare il mare con un secchiello. Quindi un’illusione. Ma l’ immagine che più sentiamo addosso è quella di un terreno da dissodare: tanto lavoro preparatorio per metterlo in condizione di essere seminato e di produrre frutti. Samir è morto. Non ci si può accontentare di contare i morti o aspettare che muoiano per contarli, per farne statistica. L’energia per trasformare la realtà è l’energia dell’ emancipazione, della crescita. Questa energia ce la sentiamo dentro. Guardandoci, e sorridendo quando possibile. Intendiamo: con leggerezza, la leggerezza di Calvino che è il contrario della superficialità. La leggerezza di una rondine con il suo peregrinare sì, ma mirato.
Per Samir, per te, per noi e per tutti i poveri di libertà, di occasioni, di fortuna, i privi di tutto. Questo è ciò che ci impegna. Caro Adriano, questo non lo diciamo certo a te, ma c’è chi fa il proprio lavoro cercando di incontrare il punto di vista degli altri, e chi invece fa il proprio lavoro e basta.

 

La Repubblica, 22 giugno 2000

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