Razzismo

Macerata ritorna umana. Nonostante il coprifuoco di un sindaco dal pensiero corto, che ne ha reso spettrale il centro storico. Nonostante il catechismo sospeso e le chiese chiuse da un vescovo poco cristiano. Nonostante gli allarmi, i divieti, le incertezze della vigilia. Nonostante tutto.

Un’umanitá variopinta, consapevole e determinata, l’ha avvolta in una fiumana calda di vita, ritornando nei luoghi che una settimana prima erano stati teatro del primo vero atto di terrorismo in Italia in questo tormentato decennio. Un terrorismo odioso, di matrice razzista e fascista, a riesumare gli aspetti più oscuri e vergognosi della nostra storia nazionale.

Era un atto dovuto. La condizione per tutti noi di poter andare ancora con la testa alta. Senza la vergogna di una resa incondizionata all’inumano che avanza, e rischia di farsi, a poco a poco, spirito del tempo, senso comune, ordine delle cose.

Un merito enorme per questo gesto di riparazione, va a chi, fin da subito, ha capito e ha deciso che essere a Macerata, ed esserci in tanti, era una necessità assoluta, di quelle che non ammettono repliche né remore. A chi, senza aspettare permessi o comandi, nonostante gli ondeggiamenti, le retromarce, le ambiguità dei cosiddetti «responsabili» delle «grandi organizzazioni», si è messo in cammino. Ha chiamato a raccolta. Ha fatto da sé, come si fa appunto nelle emergenze.

Il Merito va ai ragazzi del Sisma, che non ci hanno pensato un minuto per mobilitarsi, alla Fiom che per prima ha capito cosa fosse giusto fare, ai 190 circoli dell’Arci, alle tante sezioni dell’Anpi, a cominciare da quella di Macerata, agli iscritti della Cgil, che hanno considerato fin da subito una follia i tentennamenti dei rispettivi vertici.

Alle organizzazioni politiche che pur impegnate in una campagna elettorale dura hanno anteposto la testimonianza civile alla ricerca di voti. Alle donne agli uomini ai ragazzi che d’istinto hanno pensato «se non ora quando?». Sono loro che hanno «salvato l’onore» di quello che con termine sempre più frusto continua a chiamarsi «mondo democratico» italiano impedendo che fosse definitivamente inghiottito dalla notte della memoria. Sono loro, ancora, che hanno difeso la Costituzione, riaffermandone i valori, mentre lo Stato stava altrove, e contro.

Tutto è andato bene, dunque, e le minacce «istituzionali» della vigilia sono alla fine rientrate come era giusto che fosse.
Il che non toglie nulla alle responsabilità, gravi, di quei vertici (della Cgil, dell’Arci, dell’Anpi…) solo parzialmente emendate dai successivi riaggiustamenti.

Gravi perché testimoniano di un deficit prima ancora che politico, culturale. Di una debolezza «morale» avrebbe detto Piero Gobetti, che si esprime in una incomprensione del proprio tempo e in un’abdicazione ai propri compiti.

Non aver colto che nel giorno di terrore a Macerata si era consumata un’accelerazione inedita nel degrado civile del Paese, col rischio estremo che quell’ostentazione fisica e simbolica di una violenza che del fascismo riesumava la radice razzista, si insediasse nello spazio pubblico e nell’immaginario collettivo, fino ad esserne accolta e assimilata; aver derubricato tutto ciò a questione ordinaria di buon senso, o di buone maniere istituzionali accogliendo le richieste di un sindaco incapace d’intendere ma non di volere, accettando i diktat di un ministro di polizia in versione skinhead, facendosi carico delle preoccupazioni elettorali di un Pd che ha smarrito il senno insieme alla propria storia e rischiando così di umiliare e disperdere le forze di chi aveva capito…

Tutto questo testimonia di una preoccupante inadeguatezza proprio nel momento in cui servirebbe, forte, un’azione pedagogica ampia, convinta e convincente.

Un’opera di ri-alfabetizzazione che educasse a «ritornare umani» pur nel pieno di un processo di sfarinamento e di declassamento sociale che della disumanità ha ferocemente il volto e che disumanità riproduce su scala allargata. Quell’ opera che un tempo fu svolta dai partiti politici e dal movimento operaio, i cui tardi epigoni ci danzano ora davanti, irriconoscibili e grotteschi.

Negli inviti renziani a moderare i toni e a sopire, mentre fuori dal suo cerchio magico infuria la tempesta perfetta, o nelle esibizioni neocoloniali del suo ministro Minniti, quello che avrebbe voluto svuotare le vie di Macerata delle donne e degli uomini della solidarietà allo stesso modo in cui quest’estate aveva svuotato il mare delle navi della solidarietà, quasi con la stessa formula linguistica («o rinunciate voi o ci pensiamo noi»).

Il successo della mobilitazione di ieri ci dice che di qui, nonostante tutto, si può ripartire. Che c’è, un «popolo» che non s’è arreso, che sa ancora vedere i pericoli che ha di fronte e non «abbassa i toni», anzi alza la testa. Ed è grazie a questo popolo che si è messo in strada, se del nostro Paese non resterà solo quell’immagine, terribile e grottesca, di un fascista con la pistola in mano avvolto nel tricolore.

FONTE: Marco Revelli, IL MANIFESTO

MACERATA. L’hanno chiamata «l’altra Macerata» quella che domenica pomeriggio si è vista nei giardini Diaz per dire «no» alla follia razzista che sabato si è riversata in città. In realtà quelle centinaia di persone in assemblea sono la vera Macerata, una città in cui, va sottolineato, non ci sono sedi né di Casapound né di Forza Nuova.

La follia terrorista di Luca Traini – che sabato mattina ha sparato all’impazzata dalla sua auto e ha ferito sei persone tutte di origine africana – ha colto di sorpresa una comunità che si pensava immune da certe cose e ancora risuona praticamente ovunque il messaggio vocale inoltrato a mezza città dal sindaco Romano Carancini: «Stanno sparando per strada, rimanete in casa. Riparatevi».

SABATO PROSSIMO, però, Macerata non rimarrà in casa, ma scenderà di nuovo in piazza, e invita tutta l’Italia, per una manifestazione nazionale contro il fascismo e il razzismo. L’input arriva dal Sisma, il centro sociale che da vent’anni è baricentro di tutte le lotte della zona.

«Chi ha sparato per le strade della città ha un profilo politico chiaro – si legge in un comunicato -: candidato della Lega, tatuaggio di Terza Posizione in fronte, frequentazioni in vari ambienti di estrema destra, al momento dell’arresto ha fatto il saluto romano con il tricolore legato al collo. Si tratta chiaramente di un’azione di matrice fascista». E ancora: «Episodi come questi vanno combattuti nel quotidiano, in ogni ambito, non sono sufficienti purtroppo i dati e le statistiche che da soli basterebbero a dimostrare in maniera evidente come quello dell’immigrazione sia un dibattito completamente folle e drogato da un substrato razzista. La risposta a questi gravissimi fatti deve essere immediata ma non dovrà esaurirsi nella comprensibilissima onda emotiva iniziale».

Nel giro di poche ore, le adesioni alla marcia antifascista di sabato sono arrivate da moltissime realtà italiane, con migliaia di persone intenzionate a partecipare, perché la sparatoria di sabato non è un problema della sola provincia marchigiana, ma riguarda tutti. Il portale Ecn, infatti, ha stimato che, tra il 2014 e il 2018, le aggressioni e le azioni violente di matrice fascista in Italia sono state centoquaranta.

Nella giornata di ieri, poi, in città si è fatto vedere il ministro Maurizio Martina, che ha visitato la sede del Pd su cui Traini ha sparato un colpo con la sua Glock. La campagna elettorale è implacabile e già si dice che in settimana arriveranno tanti altri big nazionali in cerca di consenso spicciolo.

DOPO UN’INTERROGATORIO andato avanti per diverse ore, la procura di Macerata ha formalizzato a Luca Traini l’accusa di strage aggravata dal razzismo. Il 28enne è stato trasferito al carcere di Montacuto (Ancona), nella sezione d’isolamento, vicino di cella di Innocent Oshagale, il nigeriano accusato di aver ucciso e fatto a pezzi la giovane Pamela Mastropietro.

L’AVVOCATO DI TRAINI, Giancarlo Giulianelli, ha già ben chiara quella che sarà la sua linea difensiva e ha fatto sapere ai cronisti di voler chiedere una perizia psichiatrica per il suo assistito, «incapace di intendere e di volere» e con una diagnosi di sindrome borderline già nella cartella clinica.

Resta in piedi la questione politica: com’è possibile che Traini, per i suoi comportamenti inquietanti, sia stato cacciato dalla palestra che frequentava ma non dalla Lega. E se i dirigenti locali del partito di Matteo Salvini sostengono di non vedere il ragazzo da tanto tempo, altre fonti sostengono che Salvini poche settimane fa abbia partecipato a un evento elettorale. La stessa segreteria provinciale, d’altra parte, già dalle prime ore dopo i tragici fatti di sabato, aveva provato a mettere in correlazione l’azione di Traini con la fine di Pamela, alludendo al fatto che lui fosse innamorato di lei, circostanza seccamente smentita dallo zio della giovane. In compenso, dalla sua perquisizione domiciliare sono emersi una copia del Mein Kampf, una bandiera con la croce celtica, manifesti del Ventennio e altra paccottiglia.Alla luce di questi fatti, c’è ancora chi ha problemi a usare la parola «fascismo», e continua a preferire la storia di uno squilibrato che ha deciso di sparare per questioni personali.

Il tentativo di intorbidire le acque alla fonte è palese. Sabato Macerata risponderà anche a questo.

FONTE: Mario Di Vito, IL MANIFESTO

street art

Il tam tam sui social network aumenta e risponde colpo su colpo alle intimidazioni istituzionali verso la famiglia Traoré ed in particolare verso Youssuf e Bagui, fratelli di Adama, e verso Assa, la sorella che più di tutti è il volto mediatico di questa lotta

Negli ultimi decenni, dicono alcune stime non ufficiali, circa una dozzina di persone all’anno sono morte nei commissariati della république, in stragrande maggioranza immigrati di terza o quarta generazione originari dell’ex impero coloniale francese.

Si tratta di tragedie «normali», conseguenza del regime d’eccezione permanente che vige nelle periferie.

Poteva restare un nome tra tanti, e invece giorno dopo giorno sempre più persone sanno chi è Adama Traoré.

Le realtà di quartiere della periferia parigina si connettono, la morte del ragazzo diventa un caso nazionale e poi internazionale arrivando a mobilitare le realtà del Black Lives Matter americano.
Il tam tam sui social network aumenta e risponde colpo su colpo alle intimidazioni istituzionali verso la famiglia Traoré ed in particolare verso Youssuf e Bagui, fratelli di Adama, e verso Assa, la sorella che più di tutti è il volto mediatico di questa lotta.

Con una voce ferma e decisa, Assa ripete costantemente la domanda di verità e giustizia. Non si rappresenta come una rivoluzionaria, ma esige che la storia della sua famiglia, del suo quartiere, di tutti i soggetti «razzializzati» delle periferie francesi, non sia la storia di cittadini di serie B.
Assa scoperchia su giornali e televisioni le contraddizioni della «patria dei diritti umani». Sfrutta lo stesso sistema mediatico da sempre complice del silenziamento e della marginalizzazione delle periferie, ma ne ribalta le logiche: replica punto su punto ai tentativi di criminalizzazione, racconta le difficoltà dei quartieri popolari e delle persone che ci vivono, chiede che sia fatta chiarezza.

Ed è forse attorno a questa domanda di verità e giustizia che si sta innescando nell’esagono una fondamentale alleanza: quella tra il centro delle metropoli e le periferie, tra la sinistra «storica» ed i soggetti periferici da sempre in lotta contro un sistema che li mette agli ultimi posti nella catena dello sfruttamento.

Dopo l’enorme movimento contro la riforma del lavoro che ha segnato la prima metà dell’anno, la Francia si avvia in una campagna elettorale all’insegna del conservatorismo, del razzismo e dell’islamofobia. La mobilitazione in campo potrebbe diventare anche una risposta a questa torsione, un punto di riconnessione per resistere alla progressiva deriva verso destra dell’asse politico.

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Dal razzismo nessuno è immune. Lo succhiamo con il latte materno. Lo assorbiamo con l’aria che respiriamo. Lo pratichiamo in forme spesso inconsapevoli. Per liberarcene ci vuole attenzione alle parole che usiamo e agli atti che compiamo. Non essere razzisti non è uno stato “naturale”; è il frutto di una continua autoeducazione. E’ come con la cultura patriarcale, a cui il razzismo è strettamente imparentato e che riguarda, in forme differenti, sia gli uomini che le donne; che ne sono spesso sia vittime che portatrici inconsapevoli.

Ma anche il razzismo si manifesta, in forme diverse, sia in chi lo pratica che nelle vittime. Il pensiero postcoloniale ha fatto capire quanto è lunga la strada delle vittime per liberarsi dagli stereotipi dei dominatori. Questo è il “grado zero” del razzismo; che ha poi molti altri modi di manifestarsi.

Primo: fastidio. Anch’esso in gran parte inconsapevole, ma più facile da riconoscere. Fatto di mille atti di insofferenza: l’uso, a volte ironico, di termini offensivi; il volgere lo sguardo altrove; la contrapposizione tra “casa nostra” e chi casa e paese suoi non li ha più. Nelle classi svantaggiate ha radici nella competizione, vera o presunta, per spazi, servizi e lavoro. Poi vengono le parole e i gesti aggressivi e discriminatori: l’affermazione di una “nostra” superiorità; le iniziative per escludere, separare, discriminare; le angherie che giustificano emarginazione e sfruttamento con differenze “razziali”. Fin qui la pratica del razzismo è affidato all’iniziativa “spontanea” dei singoli.

Poi vengono le azioni organizzate, come i pogrom di varia intensità e la delega alle istituzioni: le angherie contro profughi, migranti, sinti e rom, della polizia o delle amministrazioni locali; le campagne di stampa e media contro di loro; le politiche di respingimento e le leggi discriminatorie. Ma ovviamente non ci si ferma qui. Il grado superiore è trattare profughi e migranti come scarafaggi, il loro confinamento fisico e, alla fine, le politiche di sterminio. Implicite, quando si affida a Stati “terzi” il compito di provvedervi, chiudendo gli occhi su ciò che questo comporta. Esplicite, quando vengono gestite direttamente. La Shoah è stata la manifestazione più aberrante di questa deriva; ma, prima, lo sono stati i massacri del colonialismo e ora lo sono le pulizie etniche delle molte guerre civili del nostro tempo.

Una volta la popolazione poteva far finta di non vedere. Oggi le stragi le vediamo ogni giorno sul teleschermo. Ma vediamo anche quanto sia facile scivolare lungo la china della ferocia; e quanto sia invece difficile risalirla in senso inverso. D’altronde la strada che collega volgarità e prepotenza verso le donne, al femminicidio, che in guerra può comportare stupri di massa, schiavitù e stragi, ha una unidirezionalità analoga.

L’alternativa tra respingimenti e accoglienza di profughi e migranti – che sta dividendo la popolazione di tutto l’Occidente “sviluppato” in due campi contrapposti, facendo terra bruciata delle posizioni intermedie – dovrebbe indurre a chiedersi quali possibilità di successo abbia il respingimento. Non nel suscitare consenso – qui il suo successo è travolgente – ma nel realizzare i suoi obiettivi. Ma anche se invocarlo non faccia percorrere a tutti, e in tempi rapidi, la strada che dal razzismo inconsapevole conduce allo sterminio. Non sono in gioco solo politica, diritto e convivenza, ma l’idea stessa di noi e degli altri come persone.

Innanzitutto respingere, se si riesce a farlo, vuol dire rigettare tra gli artigli di chi ha costretto a fuggire coloro che cercano asilo nei nostri territori; condannarli a inedia, morte, angherie e ferocia da cui avevano cercato di sottrarsi; o, peggio, farne le reclute di milizie e guerre da cui siamo ormai circondati, dall’Africa al Medioriente; o, ancora, affidare il compito di farla finita con “loro” – nella speranza, vana, di dissuadere altri dal tentare la stessa strada – a Stati, potentati o bande criminali che si trovano sulla loro strada.
Ma respingere è più un desiderio che una possibilità reale: molti Stati da cui provengono profughi e migranti non hanno accordi di riammissione; non sono disposti a “riprenderseli”; non hanno istituzioni e mezzi per farlo. O li usano per ricattare, come fa il governo turco. Per sbarazzarsene bisogna lasciarli affogare. Altrimenti, in Italia e in Grecia, i due punti di approdo, le persone cui viene negata l’accettazione – asilo, protezione sussidiaria o umanitaria, permesso di soggiorno – vengono abbandonate alla strada e alla clandestinità: merce a disposizione di lavoro nero e criminalità. In questa condizione sono già in decine di migliaia.

Ma se il resto d’Europa continuerà a mantenere barriere ai confini di questi paesi, non ci sarà altra soluzione che quella di enormi campi di concentramento dove internare centinaia di migliaia di refoulés, senza alcuna prospettiva di uscita. Nessuno ne parla, ma il governo non sta facendo niente per far aprire ai profughi sbarcati in Italia le porte di tutta l’Europa. E poi, dopo i campi di concentramento, cos’altro?

Ma mentre le politiche di respingimento infieriscono sul popolo dei profughi, legittimando ogni forma di razzismo, e si moltiplicano le stragi che accompagnano le guerre cosiddette “umanitarie”, non si fanno i conti con il fatto che in Europa ci sono decine di milioni di cittadini europei (oltre quaranta milioni di religione musulmana) legati da vincoli di cultura, religione, nazionalità e parentela, alle vittime dei soprusi perpetrati dentro e fuori i confini dell’Unione. Come si può pensare che tra loro non maturi una ripulsa ben più forte che quella che proviamo noi? Ma anche, tra molti, soprattutto giovani, la pulsione a “colpire nel mucchio”, come succede a tante vittime “collaterali” dei nostri bombardamenti? E’ uno stragismo che ha poco a che fare con la religione, ma molto con un senso pervertito di indignazione. Affrontare questi fenomeni senza una politica di riconciliazione (e, ovviamente, di pace) dentro e fuori i confini d’Europa significa promuovere l’apartheid. Ce n’è già tanto, ma di strada da percorrere è ancora molta.

Con le politiche di respingimento si fa credere che adottandole potremo mantenere il nostro stile di vita e i nostri consumi, per quanto insoddisfacenti. Invece, che si accolga o si respinga, le nostre vite e le forme della convivenza sono destinate a cambiare radicalmente. Niente sarà più come prima.

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Sono poche decine di pagine, ma la fotografia che ne esce non potrebbe essere più sinistra. Stretta tra i bisogni umanitari frutto dell’arrivo sempre più consistente di profughi e migranti che fuggono guerre, violenza e miseria, la minaccia del terrorismo fondamentalista che è riuscito a colpire fin nel cuore di Parigi, immersa in un clima di insicurezza e sfiducia che è spesso frutto delle rigide politiche di austerity subite negli ultimi anni dai settori più deboli delle sue società, l’Europa vede letteralmente nero.

Il rapporto annuale della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza, Ecri, diffuso ieri a Strasburgo (www.coe.int/ecri), fotografa minuziosamente la situazione e ne restituisce un quadro d’insieme che indica senza mezze misure come nei paesi del Vecchio continente discriminazioni e atti di intimidazione o di vera e propria violenza razziale siano diventati una costante.

I dati raccolti nel corso del 2015, anno che ha già visto la presentazione da parte dello stesso organismo di analoghi rapporti su alcune specifiche situazioni nazionali, compresa quella del nostro paese, mostrano in particolare il diffondersi in tutta Europa di un «sentimento anti-immigrati sempre più forte» e «l’emergere dell’islamofobia» come caratteristica centrale del nuovo razzismo. A giudizio degli esperti e dei ricercatori indipendenti che hanno redatto il rapporto per conto di questo organismo di tutela dei diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa, il contesto nel quale ci si muove è quello dominato della crisi migratoria dell’ultimo anno e dalle stragi terroristiche compiute nella capitale francese nel novembre del 2015: i principali fattori che hanno influenzato sia il dibattito tra i cittadini che le scelte assunte dalla politica nella maggior parte dei paesi.

In questo senso, se in passato l’Ecri denunciava il pericolo di gruppi estremisti e xenofobi, ma minoritari, oggi sotto accusa sono sempre più di frequente «alcuni governi che hanno fatto ricorso a delle misure restrittive o hanno costruito barriere alle frontiere» e che hanno cercato di «dissuadere i migranti e i richiedenti asilo dal fermarsi sul territorio del loro paese», arrivando perfino a «trasformare in un reato l’assistenza ai migranti in situazione irregolare». Facile pensare al muro di filo spinato eretto lungo il confine sud-orientale dell’Ungheria di Viktor Orbán e diventato rapidamente una sorta di triste modello continentale.

In alcuni contesti, e in questo caso la Germania è citata esplicitamente, al montare di una generica retorica populista contro la «cultura dell’accoglienza», si sono poi rapidamente affiancati «discorsi apertamente xenofobi e islamobobi, mentre hanno cominciato a moltiplicarsi gli attacchi contro i centri destinati ad accogliere i profughi». L’ostilità nei confronti di chi arriva dalla sponda meridionale del Mediterraneo, si è infatti sempre più spesso arricchita di toni anti-islamici, veicolati in particolare da movimenti populisti di destra, vale a dire dal tentativo di presentare profughi e migranti come in qualche modo assimilabili al terrorismo fondamentalista se non come alleati o complici naturali degli jihadisti del Bataclan.

Il rapporto europeo non sottovaluta però come le emergenze che si sono registrate in particolare nella seconda metà del 2015 poggino in realtà su un clima sociale reso già molto difficile dalle «misure di austerity che hanno aggravato la situazione dei gruppi vulnerabili», colpendo da un lato proprio coloro che sono vittime di discriminazioni e xenofobia, le famiglie frutto dell’immigrazione, e favorendo dall’altro il crescere presso altri settori della popolazione di quel risentimento poi veicolato in senso xenofobo da movimenti e partiti di destra. In questo quadro, non stupisce che l’Ecri ribadisca come anche l’antisemitsismo torni a crescere in alcuni paesi, fomentato dai gruppi neonazisti ma anche dai sostenitori del radicalismo islamico.

razzismo

Milano. Il leader della Lega Nord ha organizzato una due giorni di convegno con la star del Front National e con tutti i leader delle destre europee. A contestare l’ultra nazionalismo razzista che sta distruggendo l’idea stessa di Europa, nel silenzio generale delle istituzioni che hanno appena celebrato il giorno della memoria, sono scese in piazza alcune realtà che si riconoscono nell’assemblea “Milano antirazzista antifascista e meticcia”. I ragazzi e le ragazze del Coordinamento dei collettivi studenteschi ci riprovano oggi con una manifestazione che parte alle 9,30 da largo Cairoli

 

MILANO. Lasciarli fare come se niente fosse, oggi non si poteva. L’Europa che vogliono, reazionaria, neo nazionalista e razzista, sta prendendo forma attraverso un processo di disgregazione che solo a posteriori verrà riconosciuto come un momento di rottura nella storia. Restiamo alla “cronaca”? La Svezia deporta 80 mila profughi, gli stati si barricano dietro le frontiere, prosegue la conta dei morti nel Mediterraneo (ieri ancora trentuno) e la ministra francese della Giustizia Christiane Taubira si dimette perché la Francia prolunga lo stato di emergenza: è in questo contesto di cui troppo pochi avvertono la gravità che le destre europee hanno scelto la città di Milano per celebrare se stesse e il loro momento.

Sopra la vecchia fiera a metà pomeriggio volteggiano gli elicotteri. E’ qui che hanno deciso di incontrarsi a porte chiuse per due giorni i partiti che dalla scorsa estate si sono riuniti sotto la sigla Europe of nations and freedom (Enf). Il padrone di casa è Matteo Salvini e la regina del convegno è Marine Le Pen. Al capo della Lega basterà una foto con la leader del Front National per accreditarsi come una delle figure di riferimento delle destre europee. L’ospite d’onore invece parla la lingua di Putin, è il granduca di Russia George Mikhailovic Romanoff, ultimo erede degli zar. Titolo dell’incontro: “Più liberi più forti. Un’altra Europa è possibile”.

Di contorno, a sostenere l’auto consacrazione in salsa russa di Salvini e Le Pen, ci sono anche 36 europarlamentari delle destre xenofobe d’Europa. Austriaci heideriani, autonomisti fiamminghi, il partito della libertà dell’olandese Geert Wilders che si batte contro “l’odissea musulmana” e rappresentanti delle destre razziste di Polonia e Romania. “Se un governo di sinistra come la Svezia — ha detto Salvini prima di salire sul palco — decide di espellere 80 mila persone significa che Schengen è morto. Se tutti controllano i confini e noi siamo gli unici a non farlo, chissà dove andranno a finire tutte queste persone. Qualche uomo al Brennero, a Ventimiglia e al confine con la Slovenia non sarebbe male”.

Pur nella consapevolezza che in questa fase di autismo politico a sinistra è complicato organizzare azioni di resistenza su questioni dirimenti come l’antirazzismo e l’antifascismo (si dice “non ci sono i numeri” e però sabato scorso migliaia di persone erano in piazza per le unioni civili), qualcuno ieri sera almeno ha provato a lasciare un segno diverso con una mobilitazione doverosa — un corteo — se non altro per dare un senso alla retorica della “memoria” che una volta all’anno viene riscoperta dalle istituzioni, le stesse che ieri non hanno detto una parola sulla due giorni ultra nazionalista. Nemmeno un balbettio sulla Milano medaglia d’oro (etc, etc), del resto sono giornate di grande fibrillazione per le primarie del Pd.

Sono scese in piazza sigle, persone, situazioni, pezzi di movimento che si ritrovano nell’assemblea “Milano antifascista antirazzista e meticcia”. Qualcuno, al mattino, ha consegnato un mucchio di letame fumante a pochi passi dal convegno fascio leghista, la sera invece più di duemila persone hanno marciato fin dove era possibile in disordine sparso — stop a 40 metri dai blindati della polizia schierati a muro — dietro allo striscione del centro sociale Cantiere. Soprattutto ragazzi e ragazze molto giovani, una ventata di antifascismo più fresco del solito che si è accompagnato con le note swingate della Banda degli Ottoni fino al gran finale strapaesano con i fuochi d’artificio. Un assedio divertito. Diversi i cartelli degni di nota: “Antifascisti di fatto”. E anche un calibrato riadattamento di un lugubre motivetto antifascista che andava negli anni ’70: “Mio nonno ce l’ha insegnato, abbattere i confini non è reato” (gli studenti tornano in piazza questa mattina in Cairoli). I nonni ieri non erano in piazza, però, con l’Anpi, sono arrivati alle stesse conclusioni citando una frase di Altiero Spinelli del 1944: “Ad uno a uno i popoli europei oppressi riconquistano la propria libertà, ma non per ricominciare a chiudersi, come prima del 1939, nelle autarchie e negli egoismi nazionali”. La storia insegna, anzi no.

Germania. L’altra faccia dell’accoglienza. Le difficoltà delle amministrazioni comunali vengono strumentalizzate dall’estrema destra: puntare il dito contro «gli stranieri che mandano in bancarotta le casse delle città tedesche» è fin troppo facile

Secondo un son­dag­gio della tv pub­blica Zdf, la mag­gio­ranza dei tede­schi ritiene che la Ger­ma­nia abbia le risorse per fare fronte al mas­sic­cio afflusso di pro­fu­ghi e richie­denti asilo (800 mila per il 2015) che tran­si­tano dai Bal­cani. Un dato posi­tivo, che fa il paio con un altro: l’86% dei cit­ta­dini con­si­dera la Repub­blica fede­rale un Paese di immi­gra­zione come gli Usa. Un’opinione pub­blica gene­ral­mente ben dispo­sta non can­cella, però, né i gravi pro­blemi logi­stici nell’accoglienza, né il ripe­tersi di epi­sodi di vio­lenza di stampo razzista.

I muni­cipi tede­schi sono al col­lasso. La com­pe­tenza in mate­ria di prima rice­zione e cura dei richie­denti asilo è loro, ma i soldi e le strut­ture che pos­sono met­tere a dispo­si­zione non sono più suf­fi­cienti. Per que­sto cre­sce la pro­te­sta dei sin­daci, senza distin­zione di appar­te­nenza poli­tica, nei con­fronti delle auto­rità dei Län­der e di quelle fede­rali: «Ser­vono finan­zia­menti straor­di­nari, e in fretta». Le uni­che regioni che, finora, hanno mostrato un’autentica atten­zione al pro­blema sono il Baden-Württemberg, gui­dato da un gover­na­tore dei Verdi, e la Turin­gia di Bodo Rame­low, primo espo­nente della Linke a capo dell’esecutivo di un Land.

In realtà, c’è chi sostiene che non ser­vi­reb­bero nem­meno nuove spese. Secondo alcuni ana­li­sti, a risol­vere l’emergenza baste­rebbe che gli stan­zia­menti da Ber­lino arri­vas­sero diret­ta­mente ai comuni senza pas­sare attra­verso i Län­der: la nor­ma­tiva attuale pre­vede, invece, che siano que­sti ultimi a rice­vere i soldi dallo stato e poi a tra­sfe­rirli sul ter­ri­to­rio. Un pas­sag­gio che fa per­dere tempo, ma soprat­tutto che non garan­ti­sce che il denaro che parte da Ber­lino arrivi dav­vero alla desti­na­zione finale.

Le dif­fi­coltà delle ammi­ni­stra­zioni comu­nali ven­gono ovvia­mente stru­men­ta­liz­zate dall’estrema destra: pun­tare il dito con­tro «gli stra­nieri che man­dano in ban­ca­rotta le casse delle città tede­sche» è fin troppo facile. Soprat­tutto nella Ger­ma­nia orien­tale, sen­si­bil­mente più povera rispetto a quella occi­den­tale. E così all’«emergenza pro­fu­ghi» si affianca una molto più allar­mante «emer­genza neo­na­zi­smo»: è uno stil­li­ci­dio di epi­sodi di osti­lità nei con­fronti dei richie­denti asilo (pro­ve­nienti soprat­tutto da Siria e Kosovo, ma anche da Iraq e Afghanistan).

Nella notte fra gio­vedì e venerdì si sono regi­strati due atten­tati incen­diari con­tro strut­ture di acco­glienza, per for­tuna senza danni alle per­sone, nel quar­tiere Mar­zahn di Ber­lino (nella peri­fe­ria orien­tale) e nel paese di Neu­stadt an der Wald­naab, in Baviera. E la notte suc­ces­siva vio­lente pro­te­ste sono scop­piate nella cit­ta­dina sas­sone di Hei­danu nei pressi di Dre­sda, la «capi­tale» del movi­mento anti-migranti Pegida: quasi un migliaio di per­sone hanno cer­cato di impe­dire il tra­sfe­ri­mento di un gruppo di richie­denti asilo nel cen­tro di acco­glienza situato in quel comune.

Bilan­cio: 31 poli­ziotti feriti. Il mini­stro della giu­sti­zia Heiko Maas ha pro­messo ieri mas­sima durezza con­tro i raz­zi­sti violenti.

I neo­na­zi­sti con­ti­nuano anche nelle «paci­fi­che» mani­fe­sta­zioni di piazza: gio­vedì hanno sfi­lato in circa 600 a Suhl, cit­ta­dina della Turin­gia, per chie­dere la chiu­sura del locale cen­tro di acco­glienza, all’interno del quale nei giorni pre­ce­denti si erano veri­fi­cati inci­denti fra gli stessi richie­denti asilo. Un contro-corteo anti­fa­sci­sta ha mostrato soli­da­rietà ai migranti.

Gene­ral­mente, i rap­porti di forza sono rove­sciati, ma in que­sta fase i neo­na­zi­sti sono in piena eufo­ria da mobi­li­ta­zione e il tam tam nel mondo dell’estrema destra, pur­troppo, sta funzionando.

ferguson

Un anno da Ferguson. Le leggi sulla segregazione tornano a farsi strada nell’America di Obama. La storia dell’emancipazione nera negli Stati Uniti è stata fin dall’inizio una storia di indignazione e rabbia contro l’assetto di uno stato perverso che opprime per sfruttare e reprime per discriminare.

Due anni­ver­sari ricor­rono in que­sti giorni negli Stati uniti: un anno dall’assassinio di Michael Brown, ucciso dalle pal­lot­tole della poli­zia il 9 ago­sto scorso a Fer­gu­son, e il cin­quan­te­na­rio del Voting Rights Act (Vra), fir­mato dal pre­si­dente Lyn­don John­son il 6 ago­sto del 1965 in difesa del quin­di­ce­simo emen­da­mento della Costi­tu­zione fede­rale che garan­ti­sce a tutti i cit­ta­dini il diritto di voto. C’è poco da festeg­giare in entrambe le circostanze.

Con buona pace di quanti hanno mani­fe­stato chie­dendo giu­sti­zia per Brown, a novem­bre il Grand Jury ha deciso di non pro­ces­sare Dar­ren Wil­son, l’agente respon­sa­bile dell’omicidio, e da allora la lunga lista delle vit­time afroa­me­ri­cane uccise per mano delle forze dell’ordine — una ogni 28 ore — ha con­ti­nuato a lie­vi­tare: Akai Gyr­ley a New York, Tamir Rice a Cle­ve­land, Fred­die Gray a Bal­ti­mora, Wal­ter Scott a Char­le­ston, Samuel DuBose a Cin­cin­nati e ancora tante altre.

Il bac­klash che ha subito il Vra nei cinquant’anni tra­scorsi da quando è entrato in vigore, è illu­strato nei det­ta­gli da Ari Ber­man in un libro pub­bli­cato da poco in occa­sione della ricor­renza e inti­to­lato Give us the bal­lot in omag­gio all’omonimo discorso tenuto da Mar­tin Luther King a Washing­ton nel 1957.

Erano gli albori del movi­mento per i diritti civili, due anni dopo il boi­cot­tag­gio degli auto­bus di Rosa Parks e otto anni prima delle tre famose e san­gui­nose marce da Selma a Mont­go­mery, Ala­bama (la prima ricor­data come «bloody Sun­day» per l’intervento vio­lento della poli­zia con­tro 600 mani­fe­stanti inermi) che spin­sero John­son e il Con­gresso a varare la nuova legge sul diritto di voto.

Nel 2013 la Corte Suprema ha pro­fa­nato il Vra revo­cando l’obbligo che impo­neva a nove stati del Sud di richie­dere l’autorizzazione al Dipar­ti­mento di giu­sti­zia per pro­ce­dere alla modi­fica dei rispet­tivi sistemi elettorali.

Tra il 2011 e il 2015 sono state intro­dotte 468 restri­zioni in 49 stati. È così che migliaia di afroa­me­ri­cani (e non solo) sono stati rimossi dalle liste degli aventi diritto. In maniera com­ple­men­tare opera il sistema peni­ten­zia­rio, che Angela Davis nel 1997 ribat­tezzò «Pri­son Indu­strial Com­plex» sot­to­li­neando in che modo e misura l’amministrazione della giu­sti­zia penale negli Stati uniti sia diven­tata let­te­ral­mente un «affare» di stato.

Secondo Michelle Ale­xan­der, autrice di The New Jim Crow: Mass Incar­ce­ra­tion in the Age of Color­blind­ness, la mac­china car­ce­ra­ria è lo stru­mento prin­ci­pale dell’oppressione raz­ziale: macina gio­vani afroa­me­ri­cani pre­va­len­te­mente maschi, incri­mi­nati per reati minori, e sforna cit­ta­dini di serie b, discre­zio­nal­mente pri­vati del diritto al lavoro, dell’accesso al wel­fare e dell’esercizio del voto, in base alle legi­sla­zioni di cia­scuno stato. Secondo i dati della Natio­nal Asso­cia­tion for the Advan­ce­ment of Colo­red Peo­ple, una delle più anti­che e più rap­pre­sen­ta­tive orga­niz­za­zioni anti­raz­zi­ste, attiva dal 1909 nella lotta con­tro la discri­mi­na­zione, gli afroa­me­ri­cani costi­tui­reb­bero quasi la metà della popo­la­zione car­ce­ra­ria sta­tu­ni­tense (1 milione su 2,3) con un tasso di arre­sti pari a sei volte quello della popo­la­zione bianca.

Le leggi Jim Crow — che un tempo san­ci­vano la segre­ga­zione dei neri e che sareb­bero state abro­gate a metà degli anni Ses­santa sulla scia delle mobi­li­ta­zioni di massa per i civil rights — tor­nano per­ciò a farsi strada attra­verso una giu­sti­zia ini­qua, che dichiara guerra alla droga e alla cri­mi­na­lità quasi esclu­si­va­mente sulla pelle dei suoi cit­ta­dini di colore.

«Essere negro negli Stati uniti, ed esserne rela­ti­va­mente cosciente», disse James Bald­win in un’intervista radio­fo­nica del 1961, «signi­fica essere sem­pre in col­lera». Di col­lera, tra­dotta in rab­bia e con­ver­tita in rivolta, sono state inon­date le strade di Fer­gu­son ad ago­sto dell’anno scorso e quelle di Bal­ti­mora ad aprile di quest’anno nono­stante i copri­fuo­chi, gli arre­sti e l’intervento delle truppe della Guar­dia Nazionale.

Blac­kLi­ve­sMat­ter, nato come un hash­tag nel 2013 dopo l’assoluzione di George Zim­mer­mann, il poli­ziotto che aveva ucciso Tray­von Mar­tin a San­ford (Flo­rida), è diven­tata la parola d’ordine di cen­ti­naia di atti­vi­sti che pro­prio in que­sti giorni si mobi­li­tano a Fer­gu­son. Vogliono che giu­sti­zia sia fatta, ma non fanno appello al sistema giu­di­zia­rio nazio­nale. Denun­ciano la vio­lenza di stato e esi­gono che lo stato la rico­no­sca. Chie­dono meno poli­zia e più case, lavoro, istru­zione e sanità. Ricor­dano che le vite degli afroa­me­ri­cani con­tano, indi­scri­mi­na­ta­mente tutte.

Nei Linea­menti di filo­so­fia del diritto Hegel chiama indi­gna­zione (Empö­rung) quella dispo­si­zione inte­riore — con­tro i ric­chi, la società e il governo — e che affonda le radici nella povertà e rap­pre­senta il tratto distin­tivo della plebe. Non basta la povertà per­ché ci sia indi­gna­zione, biso­gna che la natura si fac­cia da parte, che la colpa venga impu­tata alla società e che l’indigenza sia final­mente per­ce­pita come un’ingiustizia.

La sto­ria dell’emancipazione nera negli Stati uniti è stata fin dall’inizio una sto­ria di indi­gna­zione e rab­bia con­tro l’assetto di uno stato per­verso che opprime per sfrut­tare e reprime per discri­mi­nare. Sem­brava ad alcuni che la nuova era inau­gu­rata dalla pre­si­denza Obama avrebbe costretto a lasciarsi alle spalle quella sto­ria e quella tra­di­zione di lotte. La brutta noti­zia, e però pre­ve­di­bile, è che l’elezione del primo afroa­me­ri­cano alla Casa Bianca non abbia sman­tel­lato con un gioco di pre­sti­gio il dispo­si­tivo raz­zi­sta che tanto impre­gna le fon­da­menta di que­sto paese. La buona noti­zia è che quell’indignazione con­ti­nua, a Fer­gu­son e altrove, a farsi lotta.

Enne­simo attacco incen­dia­rio con­tro un centro-profughi in Ger­ma­nia. Ieri ad andare a fuoco è stato un con­do­mi­nio a Lun­ze­nau vicino a Chem­nitz desti­nato a ospi­tare 50 rifu­giati a par­tire da set­tem­bre. La strut­tura è stata presa di mira da una salva di tre bombe molo­tov lan­ciate nella notte da «ignoti» che ha fatto let­te­ral­mente esplo­dere le fine­stre dello stabile.

L’episodio è solo l’ultima di una lunga serie di aggres­sioni di matrice raz­zi­sta ricon­du­ci­bili all’«odio nero» che dilaga soprat­tutto in Sassonia.

Un lista di oltre 170 casi negli ultimi sei mesi — senza morti o feriti per pura fata­lità — sin­to­ma­tici del clima anche dei futuri attac­chi. A lan­ciare l’allarme è il pre­si­dente dell’Ufficio fede­rale per la pro­te­zione della Costi­tu­zione (BfV) Hans Georg Maas­sen che non usa mezzi ter­mini sui peri­coli dell’escalation xeno­foba. «La situa­zione nelle ultime set­ti­mane è note­vol­mente peg­gio­rata. Non esclu­diamo che in futuro gli attac­chi degli estre­mi­sti di destra ai cen­tri per rifu­giati pos­sano por­tare a vit­time» avverte il respon­sa­bile del Bun­de­samt für Ver­fas­sungs­schutz inter­vi­stato dal set­ti­ma­nale Focus.

Alla base, una vera e pro­pria stra­te­gia per sabo­tare il diritto di asilo, con mosse stu­diate sem­pre più a tavo­lino. Il rogo di Lun­ze­nau pre­cede di 48 ore l’allagamento della can­tina dello stesso centro-rifugiati sulla Schil­ler­strasse: avver­ti­mento in piena regola che avrebbe dovuto far scat­tare le con­tro­mi­sure, forse non così atten­ta­mente valu­tato dagli spe­cia­li­sti del BfV.

Pronta e una­nime la con­danna poli­tica con ferme dichia­ra­zioni da parte degli oppo­sti schie­ra­menti, a livello locale vale la pena ripor­tare le parole fuori dal poli­ti­chese di Vol­ker Uhlig, «ex comu­ni­sta» ora rap­pre­sen­tante Cdu al Senato della Sas­so­nia: «E’ scioc­cante vedere che ci sono per­sone capaci di atti del genere».

Tut­ta­via, men­tre Spd e Cdu trat­tano sulla nuova legge sull’immigrazione (con il favore del 63% dei tede­schi secondo il son­dag­gio Ard di ieri) a par­tire dall’accordo sulla lun­ghezza della «lista dei Paesi sicuri» in mate­ria di asilo, anche in rete si può leg­gere il com­mento dello Spie­gel che svela l’ipocrisia della poli­tica tedesca.

«Il mini­stero dell’interno ha regi­strato ben 173 cri­mini con­tro il diritto di asilo: tre volte più che il primo seme­stre 2014.

Un numero ver­go­gnoso e inim­ma­gi­na­bile che dovrebbe valere almeno l’autocritica per il «fronte apa­tico» dei tede­schi che si sol­le­vano con­tro l’Isis e l’evasione fiscale in Gre­cia…» rias­sume il gior­na­li­sta Maxi­mi­lian Popp.

Prima di ricor­dare che il pre­si­dente della Repub­blica Joa­chim Gauck ha defi­nito gli attac­chi xeno­fobi «ripu­gnanti» e il mini­stro della giu­sti­zia Heiko Maas (Spd) «un’aggressione alla società» ma «attual­mente non c’è un dibat­tito serio su cio che accade in Germania».

Al con­tra­rio per lo Spie­gel il governo pro­getta la costru­zione di muri e argini, oppure a con­ge­lare (come in Baviera) il «pro­blema» anche in punta di diritto. «Dai primi di luglio c’è stato un restrin­gi­mento delle misure sull’immigrazione: sui treni ven­gono con­trol­late esclu­si­va­mente le per­sone con la pelle scura. Così non si smonta il risen­ti­mento, lo si alimenta».

«Odio nero» pro­prio come in Ita­lia con la dif­fe­renza che qui, al solito, è tutto fin troppo orga­niz­zato. Dagli incendi pre­ven­tivi dei cen­tri per i rifu­giati, ai pre­sídi xeno­fobi nelle peri­fe­rie non più solo ex Ddr, fino alla sezione della poli­zia sveva fedele ma al Ku-Klux-Klan che ancora non si rie­sce a met­tere fuori ser­vi­zio. Come se non bastasse ora dalla rete spunta anche la Goo­gle map dei campi pro­fu­ghi, postata dai neo­na­zi­sti a bene­fi­cio del loro net­work.
Nei Kri­mi­na­lamt non solo a livello di Land gli attac­chi raz­zi­sti (150 nel 2014) sono in cima alle prio­rità inve­sti­ga­tive, men­tre a livello fede­rale ogni sin­golo caso viene accu­ra­ta­mente moni­to­rato dall’Ufficio per la pro­te­zione della Costi­tu­zione (BfV) cioé il con­tro­spio­nag­gio. Ma la situa­zione non è sotto con­trollo. Anzi.
Terra bru­ciata
Il 18 luglio a Rem­chin­gen nel distretto di Karl­sruhe va a fuoco un edi­fi­cio pub­blico desti­nato ai rifu­giati afri­cani. Il rogo non è un fatto iso­lato ma segue otto epi­sodi coin­ci­denti oltre la cro­no­lo­gia. Due giorni prima, con moda­lità ana­lo­ghe, in Baviera bru­cia un cen­tro pro­fu­ghi con 67 posti letto men­tre la set­ti­mana pre­ce­dente dalle parti di Lip­sia qual­cuno spara alle vetrate di una strut­tura già abi­tata.
Casi «dolosi» inquie­tanti, e mate­riale d’indagine da aggiun­gere ai fasci­coli sulle inti­mi­da­zioni (mafiose, con teste di porco appese all’ingresso del rifu­gio) in Assia il 1 luglio e su altri due «Asy­lheim» incen­diati il 28 e 29 giu­gno in Sas­so­nia e Schleswig-Holstein.
Cro­naca nera a tutti gli effetti, come la sco­perta (della Ber­li­ner Zei­tung) della mappa della Ger­ma­nia con l’indicazione di tutte le strut­ture che ospi­tano i richie­denti asilo.
L’ha cari­cata su di Goo­gle il 15 luglio il «par­tito nazi­sta» ed è stata subito rimossa dal gestore, ma il lasso di tempo è stato più che suf­fi­ciente a chi la doveva vedere, e forse a sug­ge­rire a certi utenti un uso meno vir­tuale. Una mar­mel­lata di segna­lini rossi sulla carta geo­gra­fica della Bun­de­sre­pu­blik, volàno della cam­pa­gnia raz­zi­sta «Nes­sun rifu­giato nelle mie vici­nanze» che indica, soprat­tutto, come il livello di guar­dia sia stato abbon­dan­te­mente oltre­pas­sato.
Nimby
Den­tro al recinto della lega­lità eppure egual­mente sin­to­ma­ti­che le decine di mani­fe­sta­zioni con­tro i Con­tai­ner­dorf che hanno inve­stito anche la capi­tale. Pro­te­ste xeno­fobe sem­pre più scien­ti­fi­che e meno spon­ta­nee, a Ber­lino non più con­fi­nate alla peri­fie­ria “sovie­tica” di Mar­zahn o al quar­tiere «Sal­va­dor Allende» di Köpe­nick.
Il 10 luglio in occa­sione del «Giorno delle porte aperte» nel centro-profughi tra i pre­fab­bri­cati di Mar­zahn si leva la pro­te­sta di 80 mili­tanti di destra con­tro la “posa” dei con­tai­ner. Ven­gono subito argi­nati dalla con­tro­ma­ni­fe­sta­zione di Linke e Pira­ten con il qua­dru­plo di anti­raz­zi­sti, ma il «males­sere», non più intimo e inte­riore, non si spe­gne.
La soglia della fobia è visi­bile soprat­tutto a Frei­tal, nell’hinterland di Dre­sda, dove a giu­gno va in scena un vero e pro­prio asse­dio all’hotel Leo­nardo desti­nato a ospi­tare (prov­vi­so­ria­mente) 280 pro­fu­ghi. Oltre 150 per­sone pro­te­stano ani­ma­ta­mente con­tro la strut­tura e il diritto di asilo, men­tre tra la folla più di qual­cuno rico­no­sce Lutz Bach­mann, fon­da­tore di Pegida e imi­ta­tore del Füh­rer anche sul social-network.
Una “base” da radio­gra­fare fino in fondo, visto che il cosmo non più così micro e il «Volk» è con­nesso con realtà più peri­co­lo­sa­mente orga­niz­zate. Basta leg­gere le 58 pagine del rap­porto sugli Hoo­li­gans against sala­fists (Hogesa) «ana­lisi esplo­ra­tiva» datata 2015 recen­te­mente pub­bli­cata dall’Ufficio cri­mi­nale fede­rale a Wie­sba­den. La rela­zione del Bka rico­strui­sce e prova i con­tatti tra gli ultras di destra e i «cit­ta­dini» che da dicem­bre 2014 si riu­ni­scono sotto le ban­diere di Pegida, ong isla­mo­foba fon­data a Dre­sda pro­prio sull’onda degli «inci­denti» tra tifosi della Ger­ma­nia e ultras dell’Islam.
Klan­de­stini
Il 4 mag­gio 2013 a Sch­wä­bi­sch Hall nel Baden-Württemberg viene sco­perta una cel­lula di agenti legata a dop­pio filo con gli incap­puc­ciati ame­ri­cani. La noti­zia defla­gra: per­ché si tratta del Ku Klux Klan, per­ché sono coin­volti mem­bri delle isti­tu­zioni, e per­ché l’«ambiente» è esat­ta­mente lo stesso che si occupa delle inda­gini sugli omi­cidi dei ter­ro­ri­sti dell’Nsu, under­ground nazi­sta attual­mente sotto pro­cesso a Monaco.
«Una pic­cola sezione con meno di dieci com­po­nenti» mini­mizza Die­ter Sch­nei­der, pre­si­dente del Lan­de­skri­mi­na­lamt svevo. Un gruppo non così iso­lato, tanto che l’anno pre­ce­dente erano venuti a galla altri due pub­blici uffi­ciali iscritti al Kkk da almeno un decen­nio. Non basta: nel pro­ce­di­mento con­tro la «pasio­na­ria» dell’Nsu Beate Zschäpe si indaga anche l’inquietante ruolo dei ser­vizi tede­schi dopo la sco­perta che l’ex agente del BfV Andreas Temme il 6 aprile 2006 (pro­prio nell’ora del delitto) sedeva al tavo­lino dello stesso internet-café di Kas­sel dove viene ucciso Halit Yoz­gat, nona delle 10 vit­time dei «delitti del kebab».
La spia giu­sti­fica la coin­ci­denza con la neces­sità di “flir­tare” in chat al riparo dagli occhi della moglie, men­tre a casa sua la poli­zia ritrova un revol­ver Smith&Wesson, pistole Beretta e Heckler&Koch insieme a 240 cari­ca­tori. Temme ha il porto d’armi e come «tira­tore» è auto­riz­zato a dete­nere anche le muni­zioni. Se non fosse che dai cas­setti spunta un altro arse­nale altret­tanto mici­diale: da rivi­ste come «Il Terzo Reich» alla copia di «Mein Kampf» di Adolf Hitler che in Ger­ma­nia si può con­sul­tare solo per motivi di stu­dio.
«Il sospetto è che i ser­vizi dell’Assia cono­sces­sero in anti­cipo le moda­lità dell’attentato», rias­sume Stern, men­tre al vaglio degli inve­sti­ga­tori restano «ano­mali» ritardi nella tra­smis­sione agli uffici fede­rali di infor­ma­zioni vitali per le inda­gini sul ter­ro­simo nazi­sta.
Così, in attesa di esplo­rare tutti i link con­nessi alla rete neo­na­zi­sta in Ger­ma­nia si con­ti­nua ad archi­viare l’«Odio Nero» nelle, tutto som­mato, più tran­qul­liz­zanti cate­go­rie tra­di­zio­nali. Poco importa se, come ricorda la Taz, gli agenti del Klan sono ancora in ser­vi­zio e rischiano al mas­simo una nota disciplinare.

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