Razzismo

«Prima gli sfruttati». È lo slogan della manifestazione promossa dall’Unione Sindacale di Base (Usb) che parte alle 14 di oggi a Roma da piazza della Repubblica e arriva a piazza San Giovanni. Dedicato a Soumaila Sacko, il bracciante maliano e sindacalista Usb, ucciso a fucilate nella piana di Gioia Tauro mentre raccoglieva lamiere per costruire una baracca nella tendopoli di San Ferdinando (Reggio Calabria), il corteo si oppone alla parola d’ordine razzista «prima gli italiani». In negativo, lo sfruttamento restituisce un’unità che va oltre le appartenenze nazionali. Contiene l’elemento unificante in cui possono riconoscersi italiani e stranieri che rivendicano tutele e diritti per tutti. L’indignazione, il dolore e la ricerca di un riscatto dei compagni di lavoro e di sindacato di Sacko, a cominciare dal Aboubakar Soumahoro, hanno reso questa manifestazione una convergenza tra istanze sociali e politiche dopo le elezioni del 4 marzo. Tra gli altri hanno aderito Potere al popolo, Rifondazione comunista, Partito Comunista Italiano, Rete dei Comunisti, Ex Opg e 081 di Napoli, il Cantiere di Milano, i centri sociali Spartaco, Corto Circuito, Sans Papier di Roma. A piazza San Giovanni, dopo l’intervento di chiusura di Aboubakar Soumahoro, si terrà un’assemblea con chi ha partecipato al corteo. Sono previsti pullman dalla Piana di Gioia Tauro e dal foggiano, zona di ghetti grandi e piccoli dove sono concentrati, in condizioni disumane, migliaia di braccianti migranti. Negli ultime ore quasi duemila persone hanno partecipato alla raccolta fondi promossa da Usb per il rimpatrio della salma di Sacko in Mali e il sostegno della moglie e della figlia di 5 anni. Una parte dei 38.103 euro andranno ai braccianti, lo ha deciso il sindacato in accordo con la famiglia. Il prossimo 23 giugno, a Reggio Calabria, si terrà un altro corteo. Quello di oggi è un primo momento di incontro per chi si oppone al governo pentaleghista a trazione Salvini. Per il neo-ministro dell’interno è la prima prova di piazza che lo contesta. Si capiranno subito i metodi che userà nel gestirla. Nelle strade ci saranno migliaia dei migranti per i quali, secondo Salvini, «sarebbe finita la pacchia». Saranno loro i primi ad essere danneggiati se passasse la non meglio precisata «semplificazione» della legge contro il caporalato annunciata dal leader della Lega.

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

SAN FERDINANDO (RC). «Al campo di San Ferdinando la notte di domenica è stata di mestizia e rabbia. I maliani volevano sfogare la loro inquietudine. Hanno acceso qualche copertone ed eretto qualche estemporanea barricata di cartone. Nulla più. Quanto basta, tuttavia, per allertare il Viminale che di notte ha cinto la tendopoli di uno spropositato plotone di militari. Si temevano tumulti. Nulla di più esagerato.

LA GIORNATA DI IERI È STATA quella del ricordo e della lotta. Uno sciopero dei braccianti, indetto dalla Usb, e, a seguire, un’assemblea che si è poi trasformata in un pacifico corteo direzione municipio. Il dolce viso di Soumayla Sacko restava impresso nei tanti cartelli che i suoi amici hanno impugnato nel lungo percorso di 5 km che dalla zona industriale porta nel centro del paese. San Calogero, il luogo dell’agguato, invece, sta altrove. Lontano 20 km, un’ora di cammino e in un’altra provincia, Vibo Valentia.

ALL’EX FORNACE, «La tranquilla», la fabbrica dismessa, abbandonata e posta sotto sequestro perché divenuta sede di stoccaggio di tonnellate di rifiuti tossici, Soumayla Sacko era andato insieme ad altri due braccianti per prendere un po’ di lamiere. Servivano per costruire una baracca nella favela di San Ferdinando. Non per lui ma per un altro raccoglitore maliano. Era anche questo Soumayla, un generoso che aiutava tutti. In prima linea nelle mobilitazioni, era alla testa del corteo per Becky Moses, la nigeriana arsa viva nel tragico rogo di qualche mese fa. A queste latitudini, ormai, le tragedie sono rituali. A cadenza continua ci sono stati morti per assideramento, per denutrizione, per incendi dolosi. Ora per fucilate con armi da caccia grossa, di quelle usate per ammazzare i cinghiali. Probabilmente per mano delle ‘ndrine.

SOUMAYLA, 29 ANNI, è stato freddato in pieno giorno nella campagna vibonese davanti a quella fabbrica maledetta. E così, Soumayla sarà nei prossimi giorni «rimpatriato», ma in una bara, destinazione Bamoko. Ad attendere la salma, una bimba di 5 anni e una compagna di 30. «Poteva essere una strage e solo per caso non ci hanno rimesso la vita Madiheri Drame e Madoufoune Fofana. E non ci vengano a dire, come qualcuno ha provato a fare, che si è trattato di un furto visto che si trattava di un luogo abbandonato. E’ stato un agguato premeditato e xenofobo», dice Giuseppe Tiano, del movimento antirazzista della Piana. Gli inquirenti non formulano un’ipotesi precisa, ma le indiscrezioni portano alla criminalità organizzata per cui Soumalya potrebbe aver pagato una «invasione di campo». Il procuratore di Vibo, Bruno Giordano, da poco a capo degli inquirenti vibonesi (prima era a Paola e istruì la pratica sulle navi dei veleni), conferma: «In zona avevamo ricevuto diverse segnalazioni. Più di qualcuno era infastidito dalla presenza dei migranti».

D’ALTRONDE, meno di un anno fa, i carabinieri gioiesi avevano arrestato quattro ragazzi per una lunga serie di aggressioni. Di sera andavano a caccia di neri. Salivano su una Fiat Punto e iniziavano la ronda con i bastoni sotto ai sedili. Stavolta la macchina è una Alfetta, non ci sono bastoni ma una lupara. Ieri, la reazione dei migranti è stata ferma. «Non era un terrorista, non era un criminale, non aveva armi e gli hanno sparato alla testa come una bestia» dice Idris, ivoriano di 40 anni, amico della vittima.

I RAGAZZI IN CORTEO SONO tutti regolari ma vivono una condizione di lavoro irregolare schiavistico. Come braccianti, secondo il contratto nazionale di lavoro, avrebbero diritto ad un alloggio. I più sono invece costretti a vivere nella tendopoli, rinata come una brutta fenice dalle ceneri del vecchio insediamento andato a fuoco. «Bisognerebbe dare le case sfitte a questi lavoratori – s’infervora Maria Francesca D’Agostino, professoressa all’Unical ed esperta di migrazioni – e invece proliferano i megacampi. Il sindaco ci ha avvertiti che nei prossimi mesi sgombereranno la tendopoli. Ma cosa ne sarà di questi lavoratori quando in autunno torneranno per la raccolta delle arance? Le istituzioni procedono in ordine sparso. E’ tutto improvvisato. Dopo la morte di Becky non è cambiato nulla. I braccianti sono costretti a restare perchè in attesa del rinnovo della questura di Gioia e sono domiciliati qui a San Ferdinando, altri sono in attesa di ricorrere contro i dinieghi delle commissioni. Ma c’è anche una responsabilità politica e non solo del Viminale.

Grave è il comportamento della regione Calabria e del presidente Oliverio che avrebbero piena competenza ad attuare politiche di inclusione e invece non fanno nulla. Avrebbero fondi comunitari da investire ma preferiscono le passerelle per le inaugurazioni delle tendopoli». Soumayla viveva proprio nel nuovo campo, la soluzione «temporanea» in attesa di dare il via ai progetti di accoglienza diffusa. Che non si sono mai visti. Il corteo non è imponente perchè non è alta stagione. La manodopera bracciantile in perenne transumanza nelle campagne meridionali ora si è spostata nel foggiano e nell’agro nocerino. «Ci hanno comunicato che in Puglia 2mila raccoglitori hanno incrociato le braccia in onore di Soumalya. Lo sciopero è riuscito» grida al microfono Aboubakar Soumaulo, il leader dei braccianti. La rabbia è contro i giornalisti e organi istituzionali che avevano derubricato il fatto a furtarello di lamiere. Quasi che se la fossero andata a cercare.

«CHI TOCCA UNO, tocca tutti», «mai più schiavi», urlano in corteo. C’è chi porta un mazzo di fiori rossi, chi un drappo bianco in segno di lutto, sono quasi tutti ragazzi giovani, sotto i 40 anni, alcuni indossano magliette di squadre di calcio , un melting pot che trasuda angoscia e disperazione. «Questi lavoratori sono trattati in condizioni disumane, contro le regole, con salari da fame. Le istituzioni proteggono questo sistema – spiega Guido Lutrario – dell’esecutivo nazionale Usb – Queste persone non sono illegali piuttosto sono vittime di illegalità». È quanto andrà a reclamare una delegazione ricevuta dal questore di Reggio Calabria. Al termine, nel primo pomeriggio, il corteo si scioglie, i migranti defluiscono e ritornano nel campo. «La pacchia è finita, ma per il ministro Salvini» dicono mentre vanno via.

FONTE: Silvio Messinetti, IL MANIFESTO

Un centinaio di militanti di estrema destra ha presidiato ieri mattina il colle della Scala, nella regione francese delle Haute Alpes, per protestare contro il passaggio di migranti. Si è trattato per la maggior parte di estremisti francesi ai quali si sono aggiunti anche ungheresi, italiani, danesi, austriaci, inglesi e tedeschi che hanno aderito all’iniziativa «Difendi l’Europa. Missione Alpi» messa in campo da Generazione identitaria, gruppo razziasta di estrema destra che la scorsa estate noleggiò una nave per «fermare i migranti» nel Mediterraneo, missione fallita miseramente e anche in maniera ridicola in seguito a un guasto al motore principale dell’imbarcazione. Ieri i manifestanti hanno steso un grande striscione con la scritta: «Frontiere chiuse. Non farete dell’Europa la vostra casa. Tornate a casa vostra», mentre un elicottero «sorvegliava» dall’alto la situazione. Il Colle della Scala è uno dei princicpli passaggi utilizzati dai migranti che tentano di arrivare in Francia dall’Italia, «un punto strategico di passaggio dei clandestini», come l’ha definito Romanin Espino, un portavoce di Generazione identitaria. I manifestanti hanno anche innalzato un muro simbolico srotolando una rete rossa, di quella solitamente utilizzata per delimitare i cantieri. Nel mirino dell’inizitiva anche il presidente francese Emmanuel Macron: «Piuttosto che sbloccare fondi per creare nuovi centri d’accoglienza per i migranti clandestini – hanno spiegato i manifestanti – dovrebbe rafforza il budget della polizia di frontiera».

FONTE: IL MANIFESTO

Il contesto euro-mediterraneo è oggi segnato dalla criminalizzazione della solidarietà e da crescenti episodi di razzismo. In nome della lotta congiunta al terrorismo e alle migrazioni “irregolari” si moltiplicano interventi arbitrari delle forze di polizia e di frontiera, come l’irruzione armata di agenti della dogana francese nei locali della stazione ferroviaria di Bardonecchia.

L’istituzionalizzazione della criminalizzazione della solidarietà non si limita allo spazio dell’Unione Europea. L’esternalizzazione delle frontiere europee e la repressione del diritto di fuga sono nei fatti già operative, con la cooptazione dei paesi africani nella politica di controllo delle migrazioni e i respingimenti dalla Grecia alla Turchia – considerata “un paese sicuro” – e, ancor peggio, dalla Turchia verso la Siria, con sistematiche violazioni dei diritti che contribuiscono alla costruzione dello stato autoritario turco, con la complicità dell’UE.

Criminalizzando la solidarietà si reprimono accoglienza e soccorso prestati al di fuori dei circuiti ufficiali della gestione delle migrazioni, cioè le alleanze trasversali – tra migranti e non – scaturite da tali pratiche. Il sequestro del vascello umanitario di Proactiva Open Arms ha portato alla luce le contraddizioni della politica emergenziale in difesa della “Fortezza Europa”: neanche l’adesione al “codice di condotta” adottato da Minniti nel 2017 ha consentito di sottrarsi alla repressione delle autorità giudiziarie italiane. Anzi, è stata utilizzata dalla Procura di Catania per motivarne la criminalizzazione.

L’esperienza di Proactiva Open Arms dimostra che la disobbedienza è una scelta obbligata a disposizione di movimenti e forze che si mobilitano a sostegno dei migranti. Costruire percorsi solidali significa rifiutare il vocabolario della “gestione” delle “crisi” dei flussi migratori e aprire spazi comuni di lotta e di permanenza, in risposta alla politica europea di criminalizzazione della solidarietà e sospensione dei diritti negli spazi di emergenza umanitaria. Come ha sottolineato Ada Colau, le amministrazioni locali possono farsi promotrici di reti di solidarietà e di opposizione alla militarizzazione delle frontiere e alla politica di paura e odio che incombe sulla sfera pubblica europea. Città e metropoli sono spazi in cui già oggi si osserva una moltitudine di esperienze e mobilitazioni a difesa dei diritti umani, della democrazia e del bene comune. Il loro ruolo può diventare ancor più decisivo: un più incisivo e consapevole sforzo di valorizzazione del loro potenziale politico può generare nuovi spazi costituenti di democrazia post-nazionale, mettendo in discussione l’indirizzo sovranista oggi dominante nell’Unione Europea. È a partire da città e metropoli, ma anche da luoghi di frontiera come la Val di Susa, che è possibile sfidare la criminalizzazione della solidarietà cui oggi si assiste e avviare un processo costituente capace di ridefinire l’idea e l’esperienza stessa di Europa e di globalizzazione.

(La versione integrale di questa sintesi del manifesto-appello promosso da Euronomade è pubblicata su www.euronomade.info, insieme all’elenco completo e aggiornato delle firme. Per adesioni scrivere a appelloeuronomade@gmail.com)
* * * COLLETTIVO EURONOMADE, Ugo Rossi, Carla Stoppani, Martina Tazzioli, Yasmine Accardo, Giuseppe Acconcia, Giuseppe Allegri, Giso Amendola, Marco Assennato, Gennaro Avallone, Marco Bascetta, Moira Bernardoni, Corrado Borsa, Beppe Caccia, Vincenzo Carbone, Sandro Chignola, Roberto Ciccarelli, Girolamo De Michele, Alisa Del Re, Graziella Durante, Luigi De Magistris, Nino Fabrizio, Ludovica Fales, Giovanna Ferrara, Omid Firouzi Tabar, Glenda Garelli, Dario Gentili, Federica Giardini, Chiara Giorgi, Gaetano Grasso, Alessandro Guerra, Michael Hardt, Augusto Illuminati, Orazio Irrera, Marcello Lorrai, Maria Rosaria Marella, Costanza Margiotta, Nicolas Martino, Ugo Mattei, Miguel Mellino, Sandro Mezzadra, Yoan Molinero Gerbeau, Toni Negri, Vincenzo Ostuni, Maia Pedullà,  Livio Pepino, Simone Pieranni, Giacomo Pisani, Roberta Pompili, Gabriele Proglio, Judith Revel, Michele Spanò, Federico Tomasello, Giulia Valpione, Benedetto Vecchi, Simone Veglio, Carlo Vercellone

FONTE: IL MANIFESTO

Tra le donne lavoratrici e le donne provenienti da facoltose famiglie di classe media erano sicuramente le operaie quelle che avevano più diritto a fare confronti con lo schiavismo. Sebbene nominalmente libere, le loro condizioni di lavoro e le loro paghe richiamavano automaticamente, per le condizioni di sfruttamento, il paragone con la schiavitù. Tuttavia, furono le donne abbienti a invocare nella maniera più letterale l’analogia schiavista nel tentativo di esprimere la natura oppressiva del matrimonio.
Durante la prima metà del diciannovesimo secolo l’idea che la secolare e consolidata istituzione del matrimonio potesse essere oppressiva era in qualche modo insolita. Le prime femministe potevano descrivere il matrimonio come una forma di «schiavitù» dello stesso tipo di quella patita dal popolo Nero innanzitutto per il valore scioccante del confronto, temendo che la serietà della loro protesta potesse altrimenti cadere nel vuoto. In tal modo però ignoravano che, identificando le due istituzioni, si affermava che la schiavitù in fondo non fosse peggio del matrimonio. Ad ogni modo l’implicazione più importante di questo confronto fu che le donne bianche di classe media sentivano una certa affinità con le donne e gli uomini Neri, per i quali la schiavitù voleva dire frustate e catene.

NEL TERZO DECENNIO del diciannovesimo secolo le donne bianche – sia le casalinghe che le lavoratrici – furono attivamente coinvolte nel movimento abolizionista. Le operaie contribuivano col denaro dei loro magri salari e organizzavano mercatini per raccogliere fondi, mentre le donne di classe media divennero agitatrici e organizzatrici della campagna anti-schiavitù.
Quando nel 1833 nacque la Philadelphia Female Anti-Slavery Society, sull’onda del congresso che dette origine alla American Anti-Slavery Society, un discreto numero di donne bianche manifestò il proprio sostegno alla causa del popolo Nero, fissando le basi per un legame tra i due gruppi oppressi (per la precisione la prima associazione femminile contro la schiavitù fu formata da donne Nere a Salem, nel Massachusetts, nel 1832). Quell’anno, in un evento ampiamente conosciuto, una giovane donna emerse come modello esemplare di coraggio femminile e di militanza antirazzista: Prudence Crandall era un’insegnante che sfidò gli abitanti bianchi della sua città, Canterbury, nel Connecticut, accettando nella propria scuola una ragazza Nera.
La sua presa di posizione inflessibile in quella controversia divenne il simbolo della possibilità di forgiare una potente alleanza tra la lotta per la liberazione dei Neri, già organizzata, e l’embrionale battaglia per i diritti delle donne. I genitori delle ragazze bianche che frequentavano la scuola di Prudence Crandall espressero la loro unanime opposizione alla presenza della studentessa Nera e organizzarono un boicottaggio ben pubblicizzato, ma l’insegnante del Connecticut rifiutò di capitolare di fronte alle loro richieste razziste. Seguendo il consiglio di Charles Harris – una donna Nera che aveva assunto nella scuola – Crandall decise di accogliere altre ragazze Nere e, se necessario, di trasformare la propria scuola in una scuola solo per Nere.

DA ESPERTA ABOLIZIONISTA la signora Harris presentò Crandall a William Lloyd Garrison, che pubblicava su Liberator – il giornale antischiavista – articoli sulla scuola. I cittadini di Canterbury si opposero facendo passare una risoluzione contro i suoi progetti secondo la quale «il governo degli Stati Uniti, la nazione con tutte le sue istituzioni di diritto, appartengono agli uomini bianchi». Senza dubbio parlavano di «uomini bianchi» nel senso letterale di maschi, perché Prudence Crandall non solo aveva violato il loro codice di segregazione razziale, ma aveva anche sfidato le norme tradizionali di condotta delle signore bianche.

«NONOSTANTE LE MINACCE Prudence Crandall aprì la scuola (…). Le studentesse Negre stavano coraggiosamente al suo fianco. E allora accadde uno degli episodi più ’eroici’ e vergognosi della storia degli Stati Uniti. I commercianti si rifiutarono di vendere i loro prodotti a Miss Crandall (…). Il dottore del paese si rifiutò di visitare i suoi studenti indisposti. Il farmacista negò le medicine. Al vertice di tanta bestiale disumanità, dei facinorosi ruppero i vetri della scuola, sporcarono di letame i muri e tentarono di incendiare in diversi punti l’edificio» (dal libro di Samuel Sillen, Women against Slavery, Masses and Maistream, New York, 1955).
Questa giovane quacchera dove trovò la sua straordinaria forza, e come sviluppò questa sorprendente capacità di perseverare in una situazione pericolosa, sottoposta a un assedio quotidiano? Probabilmente l’aiutarono i legami con i Neri la cui causa difendeva tanto ardentemente. La scuola continuò a funzionare fino a quando le autorità del Connecticut ordinarono il suo arresto. Ma, a quel punto, Prudence Crandall aveva ormai lasciato un segno nella sua epoca al punto che, nell’apparente sconfitta, emerse come un simbolo di vittoria.

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Prudence Crandall e la sua scuola

GLI EVENTI DI CANTERBURY del 1833 eruppero all’inizio di una nuova era. Come la rivolta di Nat Turner, come la nascita del Liberator di Garrison o la fondazione della prima organizzazione nazionale contro lo schiavismo, annunciavano l’avvento di un’epoca di intense lotte sociali. La salda difesa del diritto allo studio anche per i Neri da parte di Prudence Crandall è stata un drammatico esempio – più potente di quanto si potesse immaginare – per quelle donne bianche che stavano soffrendo il travaglio di una nuova consapevolezza politica.
In maniera lucida ed eloquente le sue azioni illuminavano ampi spazi di possibilità per la lotta di liberazione se le donne bianche avessero solidarizzato in massa con le proprie sorelle Nere. «Facciamo tremare gli oppressori del sud, facciamo tremare i loro apologeti del nord. Facciamo tremare tutti i nemici dei Neri perseguitati. Non ho bisogno di usare la moderazione in una causa come questa. Parlo seriamente, non mi sbaglio, non mi scuso, non torno indietro di un millimetro. Mi farò ascoltare».
Questa dichiarazione priva di compromessi era firmata da William Lloyd Garrison e comparve sul primo numero del Liberator. Nel 1833, due anni dopo, questo pionieristico giornale abolizionista si era creato un pubblico significativo formato da un ampio gruppo di abbonati Neri e da un sempre crescente numero di bianchi.

PRUDENCE CRANDALL e altri come lei erano fedeli sostenitori del giornale. Ma anche le operaie bianche erano tra coloro che concordavano facilmente con la posizione antischiavista militante di Garrison. Inoltre, una volta organizzatosi il movimento abolizionista, le donne di fabbrica portarono un decisivo supporto alla causa. Tuttavia, le donne bianche più in vista nella campagna contro la schiavitù erano quelle che non erano obbligate a lavorare per un salario. Erano le mogli dei dottori, degli avvocati, dei giudici, dei commercianti, dei proprietari degli opifici, in altre parole le donne della classe media e della nascente borghesia.
Nel 1833 molte di queste donne della classe media avevano probabilmente iniziato a rendersi conto che qualcosa nelle loro vite era andato storto. Come «casalinghe» in una nuova era di capitalismo industriale, avevano perso ogni importanza nelle loro stesse case, e il loro status sociale in quanto donne aveva patito una conseguente svalutazione. Nel frattempo avevano però guadagnato tempo libero da dedicare alla lettura, che consentiva loro di diventare riformiste sociali od organizzatrici attive della campagna abolizionista. A sua volta l’abolizionismo conferiva loro l’opportunità di lanciare una protesta implicita contro l’oppressione dei propri ruoli domestici.
Solo quattro donne furono invitate a partecipare all’assemblea di fondazione della American Anti-Slavery Society. Gli organizzatori maschi di questo meeting di Philadelphia decretarono inoltre che potessero partecipare solo nelle vesti di «ascoltatrici e spettatrici», senza quindi una piena partecipazione.

QUESTO NON IMPEDÌ a Lucretia Mott – una delle quattro – di rivolgersi coraggiosamente agli uomini dell’assemblea in almeno due occasioni. Nell’apertura dei lavori si alzò con baldanza dalla galleria (il posto per ascoltare da spettatrice) e argomentò contro una mozione che voleva posticipare l’incontro a causa dell’assenza di un importante uomo di Philadelphia: «I giusti princìpi sono più forti dei nomi. Se i nostri princìpi sono giusti, perché mai dovremmo essere codardi? Perché mai dovremmo aspettare chi non ha mai avuto il coraggio di sostenere i diritti inalienabili degli schiavi?».
Senza dubbio Lucretia Mott – che era anche pastore quacchero – stupì quel pubblico maschile, perché in quei giorni le donne non prendevano parola negli incontri pubblici.
Nonostante gli applausi del pubblico, che aprì i lavori seguendo la sua proposta, in chiusura dell’assembela né lei né le altre donne furono invitate a firmare la Déclaration of Sentiments Purposes.

FOSSE PER UN DIVIETO esplicito sulle firme femminli, o perché agli uomini non venne in mente di far firmare le donne, ad ogni modo si mostrarono molto miopi. Il sessismo impedì loro di coinvolgere nel movimento abolizionista un vasto potenziale di donne. Lucretia Mott, che non era affatto miope, organizzò l’assemblea inaugurale del Philadelphia Female Anti Slavery Society nei giorni successivi al congresso maschile. Era destinata a diventare una figura pubblica di primo piano del movimento antischiavista, una donna ammirata ovunque per il suo coraggio e per la sua tenacia di fronte alla furiosa teppa razzista. «Nel 1838 questa donna dall’aspetto fragile, vestita con gli abiti sobri e inamidati dei quaccheri, affrontava con serenità la folla tumultuante favorevole alla schiavitù che aveva distrutto col fuoco la Pennsylvania Hall con la connivenza del sindaco della città»

  • Il testo è estratto dal capitolo 2 («Il movimento abolizionista e l’origine dei diritti delle donne») del volume che sarà nelle librerie da domani 8 marzo (edizioni Alegre, trad. Marie Moïse e Alberto Prunetti, prefazione Cinzia Arruzza, pp. 304, euro 18) e sarà presentato il 10 all’interno di «Feminism», fiera dell’editoria delle donne, alle ore 12 (Casa internazionale delle donne, Roma). Uscito negli Usa nel 1981, il libro sviluppa un saggio scritto in carcere nel 1971, uno studio sulla condizione delle afroamericane durante lo schiavismo volto a riscoprire la storia dimenticata delle ribellioni delle donne nere contro la schiavitù. Racconta episodi tragici degli Stati Uniti, frutto di miti ancora in voga come quello dello «stupratore nero» e della superiorità della «razza bianca», ma anche momenti di resistenza, attraverso  alcune figure chiave della lotta per i diritti delle donne, delle nere e dei neri, e della working class americana

 

FONTE: Angela Davis, IL MANIFESTO

Macerata ritorna umana. Nonostante il coprifuoco di un sindaco dal pensiero corto, che ne ha reso spettrale il centro storico. Nonostante il catechismo sospeso e le chiese chiuse da un vescovo poco cristiano. Nonostante gli allarmi, i divieti, le incertezze della vigilia. Nonostante tutto.

Un’umanitá variopinta, consapevole e determinata, l’ha avvolta in una fiumana calda di vita, ritornando nei luoghi che una settimana prima erano stati teatro del primo vero atto di terrorismo in Italia in questo tormentato decennio. Un terrorismo odioso, di matrice razzista e fascista, a riesumare gli aspetti più oscuri e vergognosi della nostra storia nazionale.

Era un atto dovuto. La condizione per tutti noi di poter andare ancora con la testa alta. Senza la vergogna di una resa incondizionata all’inumano che avanza, e rischia di farsi, a poco a poco, spirito del tempo, senso comune, ordine delle cose.

Un merito enorme per questo gesto di riparazione, va a chi, fin da subito, ha capito e ha deciso che essere a Macerata, ed esserci in tanti, era una necessità assoluta, di quelle che non ammettono repliche né remore. A chi, senza aspettare permessi o comandi, nonostante gli ondeggiamenti, le retromarce, le ambiguità dei cosiddetti «responsabili» delle «grandi organizzazioni», si è messo in cammino. Ha chiamato a raccolta. Ha fatto da sé, come si fa appunto nelle emergenze.

Il Merito va ai ragazzi del Sisma, che non ci hanno pensato un minuto per mobilitarsi, alla Fiom che per prima ha capito cosa fosse giusto fare, ai 190 circoli dell’Arci, alle tante sezioni dell’Anpi, a cominciare da quella di Macerata, agli iscritti della Cgil, che hanno considerato fin da subito una follia i tentennamenti dei rispettivi vertici.

Alle organizzazioni politiche che pur impegnate in una campagna elettorale dura hanno anteposto la testimonianza civile alla ricerca di voti. Alle donne agli uomini ai ragazzi che d’istinto hanno pensato «se non ora quando?». Sono loro che hanno «salvato l’onore» di quello che con termine sempre più frusto continua a chiamarsi «mondo democratico» italiano impedendo che fosse definitivamente inghiottito dalla notte della memoria. Sono loro, ancora, che hanno difeso la Costituzione, riaffermandone i valori, mentre lo Stato stava altrove, e contro.

Tutto è andato bene, dunque, e le minacce «istituzionali» della vigilia sono alla fine rientrate come era giusto che fosse.
Il che non toglie nulla alle responsabilità, gravi, di quei vertici (della Cgil, dell’Arci, dell’Anpi…) solo parzialmente emendate dai successivi riaggiustamenti.

Gravi perché testimoniano di un deficit prima ancora che politico, culturale. Di una debolezza «morale» avrebbe detto Piero Gobetti, che si esprime in una incomprensione del proprio tempo e in un’abdicazione ai propri compiti.

Non aver colto che nel giorno di terrore a Macerata si era consumata un’accelerazione inedita nel degrado civile del Paese, col rischio estremo che quell’ostentazione fisica e simbolica di una violenza che del fascismo riesumava la radice razzista, si insediasse nello spazio pubblico e nell’immaginario collettivo, fino ad esserne accolta e assimilata; aver derubricato tutto ciò a questione ordinaria di buon senso, o di buone maniere istituzionali accogliendo le richieste di un sindaco incapace d’intendere ma non di volere, accettando i diktat di un ministro di polizia in versione skinhead, facendosi carico delle preoccupazioni elettorali di un Pd che ha smarrito il senno insieme alla propria storia e rischiando così di umiliare e disperdere le forze di chi aveva capito…

Tutto questo testimonia di una preoccupante inadeguatezza proprio nel momento in cui servirebbe, forte, un’azione pedagogica ampia, convinta e convincente.

Un’opera di ri-alfabetizzazione che educasse a «ritornare umani» pur nel pieno di un processo di sfarinamento e di declassamento sociale che della disumanità ha ferocemente il volto e che disumanità riproduce su scala allargata. Quell’ opera che un tempo fu svolta dai partiti politici e dal movimento operaio, i cui tardi epigoni ci danzano ora davanti, irriconoscibili e grotteschi.

Negli inviti renziani a moderare i toni e a sopire, mentre fuori dal suo cerchio magico infuria la tempesta perfetta, o nelle esibizioni neocoloniali del suo ministro Minniti, quello che avrebbe voluto svuotare le vie di Macerata delle donne e degli uomini della solidarietà allo stesso modo in cui quest’estate aveva svuotato il mare delle navi della solidarietà, quasi con la stessa formula linguistica («o rinunciate voi o ci pensiamo noi»).

Il successo della mobilitazione di ieri ci dice che di qui, nonostante tutto, si può ripartire. Che c’è, un «popolo» che non s’è arreso, che sa ancora vedere i pericoli che ha di fronte e non «abbassa i toni», anzi alza la testa. Ed è grazie a questo popolo che si è messo in strada, se del nostro Paese non resterà solo quell’immagine, terribile e grottesca, di un fascista con la pistola in mano avvolto nel tricolore.

FONTE: Marco Revelli, IL MANIFESTO

MACERATA. L’hanno chiamata «l’altra Macerata» quella che domenica pomeriggio si è vista nei giardini Diaz per dire «no» alla follia razzista che sabato si è riversata in città. In realtà quelle centinaia di persone in assemblea sono la vera Macerata, una città in cui, va sottolineato, non ci sono sedi né di Casapound né di Forza Nuova.

La follia terrorista di Luca Traini – che sabato mattina ha sparato all’impazzata dalla sua auto e ha ferito sei persone tutte di origine africana – ha colto di sorpresa una comunità che si pensava immune da certe cose e ancora risuona praticamente ovunque il messaggio vocale inoltrato a mezza città dal sindaco Romano Carancini: «Stanno sparando per strada, rimanete in casa. Riparatevi».

SABATO PROSSIMO, però, Macerata non rimarrà in casa, ma scenderà di nuovo in piazza, e invita tutta l’Italia, per una manifestazione nazionale contro il fascismo e il razzismo. L’input arriva dal Sisma, il centro sociale che da vent’anni è baricentro di tutte le lotte della zona.

«Chi ha sparato per le strade della città ha un profilo politico chiaro – si legge in un comunicato -: candidato della Lega, tatuaggio di Terza Posizione in fronte, frequentazioni in vari ambienti di estrema destra, al momento dell’arresto ha fatto il saluto romano con il tricolore legato al collo. Si tratta chiaramente di un’azione di matrice fascista». E ancora: «Episodi come questi vanno combattuti nel quotidiano, in ogni ambito, non sono sufficienti purtroppo i dati e le statistiche che da soli basterebbero a dimostrare in maniera evidente come quello dell’immigrazione sia un dibattito completamente folle e drogato da un substrato razzista. La risposta a questi gravissimi fatti deve essere immediata ma non dovrà esaurirsi nella comprensibilissima onda emotiva iniziale».

Nel giro di poche ore, le adesioni alla marcia antifascista di sabato sono arrivate da moltissime realtà italiane, con migliaia di persone intenzionate a partecipare, perché la sparatoria di sabato non è un problema della sola provincia marchigiana, ma riguarda tutti. Il portale Ecn, infatti, ha stimato che, tra il 2014 e il 2018, le aggressioni e le azioni violente di matrice fascista in Italia sono state centoquaranta.

Nella giornata di ieri, poi, in città si è fatto vedere il ministro Maurizio Martina, che ha visitato la sede del Pd su cui Traini ha sparato un colpo con la sua Glock. La campagna elettorale è implacabile e già si dice che in settimana arriveranno tanti altri big nazionali in cerca di consenso spicciolo.

DOPO UN’INTERROGATORIO andato avanti per diverse ore, la procura di Macerata ha formalizzato a Luca Traini l’accusa di strage aggravata dal razzismo. Il 28enne è stato trasferito al carcere di Montacuto (Ancona), nella sezione d’isolamento, vicino di cella di Innocent Oshagale, il nigeriano accusato di aver ucciso e fatto a pezzi la giovane Pamela Mastropietro.

L’AVVOCATO DI TRAINI, Giancarlo Giulianelli, ha già ben chiara quella che sarà la sua linea difensiva e ha fatto sapere ai cronisti di voler chiedere una perizia psichiatrica per il suo assistito, «incapace di intendere e di volere» e con una diagnosi di sindrome borderline già nella cartella clinica.

Resta in piedi la questione politica: com’è possibile che Traini, per i suoi comportamenti inquietanti, sia stato cacciato dalla palestra che frequentava ma non dalla Lega. E se i dirigenti locali del partito di Matteo Salvini sostengono di non vedere il ragazzo da tanto tempo, altre fonti sostengono che Salvini poche settimane fa abbia partecipato a un evento elettorale. La stessa segreteria provinciale, d’altra parte, già dalle prime ore dopo i tragici fatti di sabato, aveva provato a mettere in correlazione l’azione di Traini con la fine di Pamela, alludendo al fatto che lui fosse innamorato di lei, circostanza seccamente smentita dallo zio della giovane. In compenso, dalla sua perquisizione domiciliare sono emersi una copia del Mein Kampf, una bandiera con la croce celtica, manifesti del Ventennio e altra paccottiglia.Alla luce di questi fatti, c’è ancora chi ha problemi a usare la parola «fascismo», e continua a preferire la storia di uno squilibrato che ha deciso di sparare per questioni personali.

Il tentativo di intorbidire le acque alla fonte è palese. Sabato Macerata risponderà anche a questo.

FONTE: Mario Di Vito, IL MANIFESTO

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Il tam tam sui social network aumenta e risponde colpo su colpo alle intimidazioni istituzionali verso la famiglia Traoré ed in particolare verso Youssuf e Bagui, fratelli di Adama, e verso Assa, la sorella che più di tutti è il volto mediatico di questa lotta

Negli ultimi decenni, dicono alcune stime non ufficiali, circa una dozzina di persone all’anno sono morte nei commissariati della république, in stragrande maggioranza immigrati di terza o quarta generazione originari dell’ex impero coloniale francese.

Si tratta di tragedie «normali», conseguenza del regime d’eccezione permanente che vige nelle periferie.

Poteva restare un nome tra tanti, e invece giorno dopo giorno sempre più persone sanno chi è Adama Traoré.

Le realtà di quartiere della periferia parigina si connettono, la morte del ragazzo diventa un caso nazionale e poi internazionale arrivando a mobilitare le realtà del Black Lives Matter americano.
Il tam tam sui social network aumenta e risponde colpo su colpo alle intimidazioni istituzionali verso la famiglia Traoré ed in particolare verso Youssuf e Bagui, fratelli di Adama, e verso Assa, la sorella che più di tutti è il volto mediatico di questa lotta.

Con una voce ferma e decisa, Assa ripete costantemente la domanda di verità e giustizia. Non si rappresenta come una rivoluzionaria, ma esige che la storia della sua famiglia, del suo quartiere, di tutti i soggetti «razzializzati» delle periferie francesi, non sia la storia di cittadini di serie B.
Assa scoperchia su giornali e televisioni le contraddizioni della «patria dei diritti umani». Sfrutta lo stesso sistema mediatico da sempre complice del silenziamento e della marginalizzazione delle periferie, ma ne ribalta le logiche: replica punto su punto ai tentativi di criminalizzazione, racconta le difficoltà dei quartieri popolari e delle persone che ci vivono, chiede che sia fatta chiarezza.

Ed è forse attorno a questa domanda di verità e giustizia che si sta innescando nell’esagono una fondamentale alleanza: quella tra il centro delle metropoli e le periferie, tra la sinistra «storica» ed i soggetti periferici da sempre in lotta contro un sistema che li mette agli ultimi posti nella catena dello sfruttamento.

Dopo l’enorme movimento contro la riforma del lavoro che ha segnato la prima metà dell’anno, la Francia si avvia in una campagna elettorale all’insegna del conservatorismo, del razzismo e dell’islamofobia. La mobilitazione in campo potrebbe diventare anche una risposta a questa torsione, un punto di riconnessione per resistere alla progressiva deriva verso destra dell’asse politico.

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Dal razzismo nessuno è immune. Lo succhiamo con il latte materno. Lo assorbiamo con l’aria che respiriamo. Lo pratichiamo in forme spesso inconsapevoli. Per liberarcene ci vuole attenzione alle parole che usiamo e agli atti che compiamo. Non essere razzisti non è uno stato “naturale”; è il frutto di una continua autoeducazione. E’ come con la cultura patriarcale, a cui il razzismo è strettamente imparentato e che riguarda, in forme differenti, sia gli uomini che le donne; che ne sono spesso sia vittime che portatrici inconsapevoli.

Ma anche il razzismo si manifesta, in forme diverse, sia in chi lo pratica che nelle vittime. Il pensiero postcoloniale ha fatto capire quanto è lunga la strada delle vittime per liberarsi dagli stereotipi dei dominatori. Questo è il “grado zero” del razzismo; che ha poi molti altri modi di manifestarsi.

Primo: fastidio. Anch’esso in gran parte inconsapevole, ma più facile da riconoscere. Fatto di mille atti di insofferenza: l’uso, a volte ironico, di termini offensivi; il volgere lo sguardo altrove; la contrapposizione tra “casa nostra” e chi casa e paese suoi non li ha più. Nelle classi svantaggiate ha radici nella competizione, vera o presunta, per spazi, servizi e lavoro. Poi vengono le parole e i gesti aggressivi e discriminatori: l’affermazione di una “nostra” superiorità; le iniziative per escludere, separare, discriminare; le angherie che giustificano emarginazione e sfruttamento con differenze “razziali”. Fin qui la pratica del razzismo è affidato all’iniziativa “spontanea” dei singoli.

Poi vengono le azioni organizzate, come i pogrom di varia intensità e la delega alle istituzioni: le angherie contro profughi, migranti, sinti e rom, della polizia o delle amministrazioni locali; le campagne di stampa e media contro di loro; le politiche di respingimento e le leggi discriminatorie. Ma ovviamente non ci si ferma qui. Il grado superiore è trattare profughi e migranti come scarafaggi, il loro confinamento fisico e, alla fine, le politiche di sterminio. Implicite, quando si affida a Stati “terzi” il compito di provvedervi, chiudendo gli occhi su ciò che questo comporta. Esplicite, quando vengono gestite direttamente. La Shoah è stata la manifestazione più aberrante di questa deriva; ma, prima, lo sono stati i massacri del colonialismo e ora lo sono le pulizie etniche delle molte guerre civili del nostro tempo.

Una volta la popolazione poteva far finta di non vedere. Oggi le stragi le vediamo ogni giorno sul teleschermo. Ma vediamo anche quanto sia facile scivolare lungo la china della ferocia; e quanto sia invece difficile risalirla in senso inverso. D’altronde la strada che collega volgarità e prepotenza verso le donne, al femminicidio, che in guerra può comportare stupri di massa, schiavitù e stragi, ha una unidirezionalità analoga.

L’alternativa tra respingimenti e accoglienza di profughi e migranti – che sta dividendo la popolazione di tutto l’Occidente “sviluppato” in due campi contrapposti, facendo terra bruciata delle posizioni intermedie – dovrebbe indurre a chiedersi quali possibilità di successo abbia il respingimento. Non nel suscitare consenso – qui il suo successo è travolgente – ma nel realizzare i suoi obiettivi. Ma anche se invocarlo non faccia percorrere a tutti, e in tempi rapidi, la strada che dal razzismo inconsapevole conduce allo sterminio. Non sono in gioco solo politica, diritto e convivenza, ma l’idea stessa di noi e degli altri come persone.

Innanzitutto respingere, se si riesce a farlo, vuol dire rigettare tra gli artigli di chi ha costretto a fuggire coloro che cercano asilo nei nostri territori; condannarli a inedia, morte, angherie e ferocia da cui avevano cercato di sottrarsi; o, peggio, farne le reclute di milizie e guerre da cui siamo ormai circondati, dall’Africa al Medioriente; o, ancora, affidare il compito di farla finita con “loro” – nella speranza, vana, di dissuadere altri dal tentare la stessa strada – a Stati, potentati o bande criminali che si trovano sulla loro strada.
Ma respingere è più un desiderio che una possibilità reale: molti Stati da cui provengono profughi e migranti non hanno accordi di riammissione; non sono disposti a “riprenderseli”; non hanno istituzioni e mezzi per farlo. O li usano per ricattare, come fa il governo turco. Per sbarazzarsene bisogna lasciarli affogare. Altrimenti, in Italia e in Grecia, i due punti di approdo, le persone cui viene negata l’accettazione – asilo, protezione sussidiaria o umanitaria, permesso di soggiorno – vengono abbandonate alla strada e alla clandestinità: merce a disposizione di lavoro nero e criminalità. In questa condizione sono già in decine di migliaia.

Ma se il resto d’Europa continuerà a mantenere barriere ai confini di questi paesi, non ci sarà altra soluzione che quella di enormi campi di concentramento dove internare centinaia di migliaia di refoulés, senza alcuna prospettiva di uscita. Nessuno ne parla, ma il governo non sta facendo niente per far aprire ai profughi sbarcati in Italia le porte di tutta l’Europa. E poi, dopo i campi di concentramento, cos’altro?

Ma mentre le politiche di respingimento infieriscono sul popolo dei profughi, legittimando ogni forma di razzismo, e si moltiplicano le stragi che accompagnano le guerre cosiddette “umanitarie”, non si fanno i conti con il fatto che in Europa ci sono decine di milioni di cittadini europei (oltre quaranta milioni di religione musulmana) legati da vincoli di cultura, religione, nazionalità e parentela, alle vittime dei soprusi perpetrati dentro e fuori i confini dell’Unione. Come si può pensare che tra loro non maturi una ripulsa ben più forte che quella che proviamo noi? Ma anche, tra molti, soprattutto giovani, la pulsione a “colpire nel mucchio”, come succede a tante vittime “collaterali” dei nostri bombardamenti? E’ uno stragismo che ha poco a che fare con la religione, ma molto con un senso pervertito di indignazione. Affrontare questi fenomeni senza una politica di riconciliazione (e, ovviamente, di pace) dentro e fuori i confini d’Europa significa promuovere l’apartheid. Ce n’è già tanto, ma di strada da percorrere è ancora molta.

Con le politiche di respingimento si fa credere che adottandole potremo mantenere il nostro stile di vita e i nostri consumi, per quanto insoddisfacenti. Invece, che si accolga o si respinga, le nostre vite e le forme della convivenza sono destinate a cambiare radicalmente. Niente sarà più come prima.

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Sono poche decine di pagine, ma la fotografia che ne esce non potrebbe essere più sinistra. Stretta tra i bisogni umanitari frutto dell’arrivo sempre più consistente di profughi e migranti che fuggono guerre, violenza e miseria, la minaccia del terrorismo fondamentalista che è riuscito a colpire fin nel cuore di Parigi, immersa in un clima di insicurezza e sfiducia che è spesso frutto delle rigide politiche di austerity subite negli ultimi anni dai settori più deboli delle sue società, l’Europa vede letteralmente nero.

Il rapporto annuale della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza, Ecri, diffuso ieri a Strasburgo (www.coe.int/ecri), fotografa minuziosamente la situazione e ne restituisce un quadro d’insieme che indica senza mezze misure come nei paesi del Vecchio continente discriminazioni e atti di intimidazione o di vera e propria violenza razziale siano diventati una costante.

I dati raccolti nel corso del 2015, anno che ha già visto la presentazione da parte dello stesso organismo di analoghi rapporti su alcune specifiche situazioni nazionali, compresa quella del nostro paese, mostrano in particolare il diffondersi in tutta Europa di un «sentimento anti-immigrati sempre più forte» e «l’emergere dell’islamofobia» come caratteristica centrale del nuovo razzismo. A giudizio degli esperti e dei ricercatori indipendenti che hanno redatto il rapporto per conto di questo organismo di tutela dei diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa, il contesto nel quale ci si muove è quello dominato della crisi migratoria dell’ultimo anno e dalle stragi terroristiche compiute nella capitale francese nel novembre del 2015: i principali fattori che hanno influenzato sia il dibattito tra i cittadini che le scelte assunte dalla politica nella maggior parte dei paesi.

In questo senso, se in passato l’Ecri denunciava il pericolo di gruppi estremisti e xenofobi, ma minoritari, oggi sotto accusa sono sempre più di frequente «alcuni governi che hanno fatto ricorso a delle misure restrittive o hanno costruito barriere alle frontiere» e che hanno cercato di «dissuadere i migranti e i richiedenti asilo dal fermarsi sul territorio del loro paese», arrivando perfino a «trasformare in un reato l’assistenza ai migranti in situazione irregolare». Facile pensare al muro di filo spinato eretto lungo il confine sud-orientale dell’Ungheria di Viktor Orbán e diventato rapidamente una sorta di triste modello continentale.

In alcuni contesti, e in questo caso la Germania è citata esplicitamente, al montare di una generica retorica populista contro la «cultura dell’accoglienza», si sono poi rapidamente affiancati «discorsi apertamente xenofobi e islamobobi, mentre hanno cominciato a moltiplicarsi gli attacchi contro i centri destinati ad accogliere i profughi». L’ostilità nei confronti di chi arriva dalla sponda meridionale del Mediterraneo, si è infatti sempre più spesso arricchita di toni anti-islamici, veicolati in particolare da movimenti populisti di destra, vale a dire dal tentativo di presentare profughi e migranti come in qualche modo assimilabili al terrorismo fondamentalista se non come alleati o complici naturali degli jihadisti del Bataclan.

Il rapporto europeo non sottovaluta però come le emergenze che si sono registrate in particolare nella seconda metà del 2015 poggino in realtà su un clima sociale reso già molto difficile dalle «misure di austerity che hanno aggravato la situazione dei gruppi vulnerabili», colpendo da un lato proprio coloro che sono vittime di discriminazioni e xenofobia, le famiglie frutto dell’immigrazione, e favorendo dall’altro il crescere presso altri settori della popolazione di quel risentimento poi veicolato in senso xenofobo da movimenti e partiti di destra. In questo quadro, non stupisce che l’Ecri ribadisca come anche l’antisemitsismo torni a crescere in alcuni paesi, fomentato dai gruppi neonazisti ma anche dai sostenitori del radicalismo islamico.

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