Internazionale

Telefonano accorati gli amici brasiliani in Italia, prime fra tutti le compagne-suore che dovettero scappare dal loro paese quarant’anni fa perché avevano aiutato Lelio Basso a preparare il processo del Tribunale internazionale dei popoli che denunciò fra i primi l’orrore della dittatura brasiliana (e da allora sono il pilastro della Fondazione ); inviano messaggi rabbiosi da Rio gli amici del Forum mondiale di Porto Alegre, da San Paolo i compagni del Pt. Il più bello da Belo Horizonte, del cantastorie Erton Gustavo Prado: «Fine corsa per lei, ex presidente alejado (dalle dita amputate), non è a causa dei tre appartamenti che lei sarà condannato. È a causa della sua audacia nell’aiutare i ragazzi a diventare avvocati, nel contribuire all’ascensione del nero della favela che oggi crede di poter studiare medicina, uscire dalla miseria e perfino di conoscere la Cappella Sistina. Fine corsa per lei ex presidente stupido: lei viene condannato non per aver rubato, perché questo non è stato provato. Il suo sbaglio è stato essere storia e fare storia sulla dimensione del Brasile – l’80 % di approvazione popolare – per aver creduto nell’uguaglianza, per aver saputo governare. Fine corsa per lei ex presidente».

Da Buenos Aires chiama Adolfo Perez Esquivel, che fu per anni presidente della Lega internazionale per i diritti dei popoli, il braccio politico della Fondazione Basso (e io ho avuto l’onore di essergli vice) chiedendo sostegno alla raccolta di firme per ottenere che a Lula sia conferito – come avvenne per Martin Luther King – il Nobel per la pace.

Non sempre si scrive accorati su una questione drammatica avendo anche uno stretto rapporto d’amicizia con chi ne è protagonista. È quello che ora accade a me, ma anche a molti di noi qui in Italia: perché il presidente Lula l’abbiamo conosciuto quando era dirigente dei metalmeccanici, poi segretario del Partito dei lavoratori, a San Paolo ma anche, tante volte, qui in Europa, nei tanti momenti di impegno comune nella lotta per liberare l’America Latina dall’oppressione e dalle dittature. Poi, finalmente, quando è diventato il simbolo della grande speranza di riscatto, la prova «che un altro mondo è possibile».

Non credo abbia precedenti quanto sta accadendo in queste ore in Brasile: un presidente condannato a più di 12 anni di prigione che una folla immensa di lavoratori e di poveri tenta disperatamente di difendere dall’arresto, in vista di un’elezione a capo dello stato in cui resta di gran lunga il più favorito. Proprio la popolarità di Lula spiega la ragione di un accanimento giudiziario che non ha precedenti e ha portato a un processo impensabile in qualsiasi paese democratico. (Luigi Ferrajoli ne ha dettagliatamente illustrato ieri su questo giornale gli abusi). L’obiettivo, spudoratamente dichiarato era quello di impedirgli di partecipare alle elezioni, di eliminarlo come concorrente per via giudiziaria. E subito i militari, il corpo minaccioso di tutti i golpe dell’America latina, hanno fatto sentire la propria voce in favore di questo nuovo espediente per riportare la “normalità”: un governo che torni a favorire i ricchi, ponendo fine allo “scandalo” di un governo che tenta – e nel caso di Lula con notevole successo – di aiutare i più diseredati a uscire dalla miseria.

Il caso di Lula non è il solo. Anche la presidente Dilma Roussef è stata liquidata allo stesso modo. E in Argentina si sta imboccando la stessa strada. Difficile a chi si oppone denunciare: nel solo 2017 sono stati ammazzati nel subcontinente 42 giornalisti scomodi.

C’è però da restare sgomenti anche di fronte al modo con cui la vicenda di Lula viene raccontata dai nostri media: o in piccoli trafiletti, o, chi alla questione dedica più spazio, senza mai far cenno a come si è realmente svolto il processo. Nessuno ha detto bugie, per carità, ma le omissioni sono equivalenti.

Tocca a tutti noi mobilitarsi per non lasciare solo chi si batte per impedire l’ennesima controffensiva che cerca di spegnere la speranza. E nell’ultimo decennio l’America Latina è stata una grande speranza.

FONTE: Luciana Castellina, IL MANIFESTO

BARCELLONA. Abusare di una persona disabile. Uccidere una prostituta. Frodare 82 famiglie. Sequestrare un uomo. Pugnalare l’ex moglie. Provocare un grande incendio. Guidare ubriaco e uccidere un motociclista. Sparare e ferire un uomo. Aggredire un’anziana e quasi ucciderla per un furto. Rubare 31 volte. I responsabili di tutti questi delitti, e di molti altri, come ha spiegato in un lungo e lettissimo thread di Twitter il giornalista Marcos Ollés, sono stati condannati recentemente a esattamente tre anni e mezzo di carcere.
La stessa pena inflitta questa settimana al rapero maiorchino Valtònyc per apologia di terrorismo, calunnie, ingiurie alla corona e minacce. In sostanza, per aver scritto delle canzoni contro il sistema, in cui alcune delle parole contro i Borbone e contro un’associazione di estrema destra delle Baleari (che ha promosso la denuncia) sono state considerate un grave delitto. Magari discutibili o violente, ma pur sempre solo parole.

MA NON BASTA. A meno di 24 ore dalla condanna del giovane 25enne (18enne all’epoca della denuncia) altri due fatti hanno messo in evidenza che la libertà di espressione in Spagna è obiettivamente in pericolo. Il primo, il ritiro di un’opera del controverso artista Santiago Serra esposta alla Fiera d’arte contemporanea di Madrid «Arco 2018». L’opera, volutamente polemica, era intitolata Prigionieri politici nella Spagna contemporanea, e consisteva di 24 ritratti in bianco e nero di persone con il volto pixelato, che, pur senza nome, sono facilmente identificabili per le esplicite didascalie. Fra loro, l’ex vicepresidente catalano Oriol Junqueras, e i due presidenti delle associazioni indipendentiste Òmnium cultural e Anc, Jordi Cuixart e Jordi Sánchez (tutti e tre attualmente in carcere). Ma anche i marionettisti finiti in gattabuia per un mese per aver esposto un cartello ironico nella loro opera La bruja y don Cristobál, il capo del sindacato andaluso Sat e membro di Podemos, condannato per aver aggredito un vice sindaco di Jaén con una sentenza basata solo su testimonianze di polizia, attivisti vari, membri del defunto foglio della sinistra abertzale basca (filo-Eta), anarchici, okupas o ecologisti. L’idea dell’artista (che nel 2010 rinunciò a un premio del ministero della cultura per preservare la propria libertà) era «dimostrare che i prigionieri politici spagnoli contemporanei abbracciano un ampio spettro di posizioni politiche soprattutto di sinistra». Ma titolo, tema e contenuto dell’opera (soprattutto i ritratti dei politici catalani) erano tanto controversi – e scomodi per la coppia reale che doveva inaugurare la fiera – che i proprietari della galleria l’hanno fatta ritirare, scatenando la polemica (e dando così la massima visibilità all’opera). Lo stesso giorno del criticatissimo ritiro, l’ha comprata un produttore audiovisivo per 80mila euro che ha già detto che la farà esporre in un museo a Lleida. Anche il comune di Barcellona si è detto pronto a ospitare l’opera. La sindaca di Madrid, Manuela Carmena, non è andata all’inaugurazione per protesta contro il ritiro.

LA TERZA VITTIMA della censura della magistratura, invece, non ha niente a che vedere con la corona: un ex sindaco galiziano ha fatto ritirare da un giudice la seconda edizione di un libro, Fariña, di cui aveva querelato l’autore, dedicato al narcotraffico nel nordovest della penisola perché si sentiva diffamato da quanto scritto. La cosa è paradossale: non solo per l’assurdità di ritirare un libro a tre anni dalla pubblicazione (ovviamente, Fariña ha subito avuto un boom di vendite su amazon), ma anche perché è venuta fuori una nota scritta due anni fa da Mariano Rajoy in persona (anche lui galiziano) in cui faceva i complimenti all’autore perché il libro era «molto ben documentato». Al presidente del governo il libro l’aveva fatto avere Pablo Iglesias.

LA COINCIDENZA in poche ore di questi episodi giudiziari ha rimesso al centro della discussione il problema della libertà di espressione. Mentre la corrente conservatrice della magistratura – maggioritaria in Spagna – non ravvede elementi di preoccupazione neppure nella condanna di un musicista per le sue canzoni, i giudici progressisti criticano il reato di «apologia di terrorismo» come «eccessivamente restrittivo» e dicono che «dovrebbe essere riformato perché non sia così ad ampio spettro, atto a dare luogo a interpretazioni tanto contraddittorie». Fu proprio il Partido popular a indurire queste pene ai tempi della maggioranza assoluta (2015) con l’ultima controversa riforma del codice penale.

Anche il mondo politico ha iniziato a reagire. Il ministro di giustizia, il pasdaran Rafael Català, ha sostenuto che non esistono prigionieri politici, che bisogna distinguere fra libertà di espressione e ingiurie, e che le parole di Valtònyc «superano il limite della libertà di espressione». Il Psoe ha applaudito il ritiro dell’opera di Santiago Serra, «per evitare polemiche». Izquierda Unida ha reagito frontalmente, presentando, per bocca del suo segretario Alberto Garzón, un’iniziativa legislativa per «proteggere la libertà di espressione», centrata sulla modifica dell’articolo penale che permette l’attribuzione del reato di «apologia del terrorismo» in maniera arbitraria a seconda del giudice. Gli altri articoli del codice penale che Iu vuole cambiare o abolire sono quelli relativi alle ingiurie alla religione o alla corona, responsabili di molte delle recenti condanne, o alla patria e alle istituzioni. Tutti delitti che secondo Garzón «non dovrebbero formar parte di una società democratica». E ha ricordato che il primo grande passo contro la libertà di manifestazione l’aveva fatto la cosiddetta «legge bavaglio» del 2015, promossa dal governo Rajoy, che limitava il diritto a manifestare negli anni più duri della crisi.

Se non solo i giornali stranieri, ma anche Amnesty International è arrivata a qualificare come «sproporzionato» l’arresto dei politici catalani, forse sarebbe il caso che la magistratura e il governo spagnoli cominciassero a farsi qualche domanda. Più che sull’improbabile secessione catalana, sulla qualità democratica del paese.

FONTE: Luca Tancredi Barone, IL MANIFESTO

ROMA. Rodi ha poco più di trent’anni, di cui gli ultimi 17 trascorsi in Italia. È arrivato che ne aveva 16, mandato dalla famiglia che sperava così di salvarlo dalla repressione nel Kurdistan turco. Il padre prigioniero politico, uno zio e due cugini uccisi dalla gendarmeria turca, dal 2001 non mette in piede nel Bakur, a casa sua, e non vede la sua famiglia.

«Alla fine degli anni Novanta – ci dice – lo Stato turco compiva veri e propri raid nelle città curde, arrestando i più giovani. La scelta era tra rimanere e rischiare la vita, finire in carcere oppure fuggire in montagna. Ma anche lì Ankara colpiva: tagliavano gli alberi, dicevano che ogni albero nascondeva un combattente».

Erano questi i curdi che ieri manifestavano nei Giardini di Castel Sant’Angelo contro la visita del presidente turco Erdogan alle massime cariche dello Stato e a papa Francesco. Rifugiati politici nel nostro paese dalla fine degli anni ’90, gli anni precedenti e immediatamente successivi all’arrivo del leader del Pkk Ocalan, poi costretto da Roma alla fuga in Kenya dove i servizi turchi lo prelevarono per rinchiuderlo nell’isola-prigione di Imrali.

Mentre Erdogan visitava il Vaticano, raggiunto con un corteo di auto blindate, 50 uomini di scorta, teste di cuoio e un Cat con cannoncino, a poca distanza 300 persone gridavano sdegno per la scelta italiana di ospitarlo mentre Afrin è sotto le bombe. Discorsi, bandiere delle unità di difesa Ypg/Ypj, del Pkk e di ‘Apo’ Ocalan, balli e slogan. Fino alla carica della polizia: i manifestanti si sono spostati verso Castel Sant’Angelo, intenzionati a passare.

Alcuni sono riusciti a sfondare il cordone di agenti in tenuta antisommossa – presenti in gran numero con cellulari e cavalli – che hanno respinto il corteo e picchiato con i manganelli. Un uomo di 50 anni è stato ferito seriamente alla testa, mentre un giovane curdo veniva fermato e portato in questura a Via Nazionale.

Alle 14 la polizia ha completamente sigillato la piccola piazza e imprigionato una cinquantina di manifestanti. «Vergogna, ci tenere in ostaggio», hanno gridato. Per uscire dalla piazza, dicono, vogliono i nostri documenti.

Identificazione sul posto e una nuova carica: una ragazza è stata colpita mentre chiedeva ad un agente di togliersi la visiera. «Siamo prigionieri a Castel Sant’Angelo – protestava il portavoce di Rete Kurdistan, Alessio Arconzo – La polizia ci impedisce di muoverci e ci ha circondato vietandoci di manifestare con le bandiere, pena l’arresto». Fuori dal cordone altri manifestanti arrivavano in soccorso, lanciando bottiglie d’acqua e pacchetti di patatine a quelli bloccati nella piazza per quattro ore. Sono stati rilasciati alle 18, con un bilancio finale di due fermati e 18 identificati.

«Questo presidio serve a mandare un messaggio: non si possono stringere le mani di un dittatore che uccide e nega tutti i diritti umani, che bombarda i civili, che non riconosce nessuna identità – ci diceva poco prima Ozlem Tanrikulu, presidentessa di Uiki, l’Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia – La Turchia non è un paese democratico. Le imprese italiane [Erdogan ne ha incontrate alcune nella serata di ieri, ndr] devono sapere che questa guerra serve ad Erdogan per rafforzarsi, lo stanno aiutando ad armarsi e ad accaparrarsi nuovi strumenti per continuare il conflitto. Faccio un appello agli imprenditori italiani che lo incontreranno: non dimenticate che state usando il sangue di un popolo».

Di richiami al cantone curdo siriano la piazza risuona. Già sabato a Porta Maggiore era apparso un lungo murales, «Erdogan boia, Defend Afrin», mentre in contemporanea al presidio romano manifestanti scendevano nelle strade di Venezia (con la Basilica di San Marco trasformata in tela per striscioni a difesa delle Ypg/Ypj), a Napoli (anche qui uno striscione esposto dal terrazzo della Camera di Commercio «occupata»), a Massa, a Torino.

«Questo incontro è una vergogna per lo Stato italiano e il Vaticano – dice Rodi – Erdogan è qui per incassare la copertura necessaria ad agire. Ha dato vita ad una dittatura neo-ottomana, ha riportato la Turchia indietro di secoli, e ora cerca approvazione. Crollava nei consensi e allora ha optato per il caos: prima la guerra ai curdi in Turchia, gli arresti di deputati dell’Hdp, giornalisti, studenti; e ora Afrin. Un attacco che non è solo fisico, ma culturale. A noi curdi non interessa avere voce nel parlamento italiano, se questo accoglie il ’sultano’. Scegliamo la piazza».

E in piazza si tornerà il 17 febbraio, annuncia Rete Kurdistan, per un corteo nazionale che chiederà la liberazione di Ocalan e delle migliaia di prigionieri politici in Turchia.

Altro appuntamento, stavolta in Francia, è quello con Giuristi Democratici, ieri presenti in piazza in prima fila con un lungo striscione: «Il 15 e 16 marzo a Parigi si terrà la sessione del Tribunale internazionale su Turchia e Kurdistan e noi ci saremo – ci spiega l’avvocato Cesare Antetomaso – Si parlerà della repressione fuori e dentro i confini turchi. Siamo da tempo osservatori nei processi che vedono imputati avvocati turchi e curdi. La situazione è surreale: l’identificazione tra difensore e difeso, tipica di ogni dittatura».

FONTE: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO

VIENNA. Così tanto a destra da far esplodere la protesta di massa nella tranquilla Vienna: piazza degli Eroi dove giusto 80 anni fa Hitler celebrò l’annessione dell’Austria alla Germania nazista era gremita di gente che scandiva «Widerstand», resistenza. A decine di migliaia, sabato scorso, sono sfilati in corteo contro il razzismo e i tagli sociali del governo Kurz-Strache, che ha promosso una massiccia scalata nei gangli del potere di ex neonazisti.

GENTE DI OGNI ETÀ, associazioni, cittadini singoli, studenti, sindacalisti, politici verdi e socialdemocratici, «nonne contro la destra». «È stata come la manifestazione Welcome refugees del 2015, del resto la rete di solidarietà intorno ai rifugiati che si era formata allora è rimasta sempre in piedi», ci dice Michael Genner di Asyl in Not, emergenza asilo, tra gli organizzatori della manifestazione insieme a Offensiva contro la destra e Coordinamento di sinistra radicale.

A portare molte persone in piazza è stato il ministro degli Interni Herbert Kickl, considerato il cervello di Heinz-Christian Strache, nuovo vice cancelliere. Illustrando giovedì scorso i piani del governo sui richiedenti asilo da radunare in megastrutture fuori città l’ideologo della Fpoe ha detto che bisognava «tenere i richiedenti asilo in modo concentrato in un luogo». Una dizione che ha scatenato una tempesta, visto anche lo sfondo storico della Fpoe, nata come partito degli ex nazisti.

KICKL ha insistito sul fatto che non intendeva affatto rievocare campi di concentramento accusando di provocazione il volerglielo attribuire. «Concentra te stesso, testa di ….», hanno intimato al ministro, sabato, i manifestanti. Stefan Petzner, consulente di comunicazione che conosce da vicino l’humus della destra, già assistente del defunto Joerg Haider e suo ex compagno di vita, ritiene che si trattava di un uso intenzionale di quella parola, come segnale alla frangia dei più irriducibili, e per distogliere l’attenzione dai tagli sociali in arrivo. Una reprimenda è arrivato dal presidente della Repubblica Alexander Van der Bellen, mentre al cancelliere Sebastian Kurz sono bastate le spiegazioni di Kickl.

Sono 13mila i richiedenti asilo che vivono a Vienna in case private. Riuscirà il governo a cacciarli, a «tenerli in modo concentrato in un luogo», come annunciato da Kickl?, chiediamo a Genner. «Se noi lo permetteremo, lo faranno, ma noi non lo permetteremo. Considera che il primo governo nero-azzurro, nel 2000, per i primi 4 anni non riuscì a inasprire le leggi sull’asilo, per la forte opposizione civile che c’era allora e per le sanzioni europee».

UN CARTELLO retto da un manifestante recitava una citazione di T.W. Adorno: «Non temo il ritorno dei fascisti con la maschera dei fascisti, ma temo il ritorno dei fascisti con la maschera dei democratici». Il partito della libertà (Fpoe), compagno di gruppo di Salvini e Marine Le Pen a Strasburgo, gioca su entrambe le modalità. Sbarcata al governo, la pattuglia di Strache non ha assunto una veste più istituzionale, moderando i toni, come molti pensavano e come del resto aveva già fatto in campagna elettorale.

Al contrario, appena insediati al potere, i ministri della Fpoe si sono scatenati portando nel cuore dello Stato gli esponenti più estremi delle Burschenschaften, le corporazioni studentesche combattenti, organismi chiusi, semisegreti, di ideologia pangermanica che considerano l’Austria una propaggine tedesca, negandola come nazione, seppure gli adepti ne agitano costantemente le bandiere. Molti dei nuovi inquilini dei ministeri hanno un taglio in faccia , effetto della «Mensur», il duello di iniziazione. Come già noto, tutto il potere armato e di controllo dello Stato è nelle mani della Fpoe, con i due ministeri chiave, Interni e Difesa. Strache più volte ha ripetuto come sia importante assumersi la responsabilità per i crimini nazisti.

POI CI SONO I SUOI UOMINI, che ora occupano i ministeri. Al ministero degli Interni il capo della comunicazione è Alexander Hoeferl, una funzione che prima svolgeva per la Fpoe. È noto come produttore di fake news, autore di campagne denigratorie verso giornalisti e immigrati. Ha gestito il sito di propaganda di estrema destra unzensuriert.at, la versione austriaca del Breitbart americano. Fino a oggi è stato sotto osservazione del Verfassungsschutz, l’agenzia di intelligence interna che documenta le tendenze estremiste nel Paese.

L’intelligence, sottoposta al ministero degli Interni, ha definito il canale on line «di destra e nazionalista, di contenuti estremamente xenofobi e di tendenza antisemita. Propugnatore di teorie complottiste, di ideologia pro russa». Ora l’agenzia è caduta direttamente nelle mani di quelli che fino a oggi sono stati l’oggetto delle sue investigazioni. Il capo gabinetto dello stesso ministero è Roland Teufel, membro della Brixia Innsbruck, una Burschenschaft, una confraternita che secondo il Centro di documentazione della resistenza austriaca (Doew) «va collocata nel nucleo duro della scena di estrema destra».

NON È PIÙ RASSICURANTE il ministero delle Infrastrutture dove ora regna Norbert Hofer, il candidato sconfitto alle presidenziali. Suo capogabinetto è Rene Schimanek che da giovane (20 anni fa) frequentava un gruppo finito fuori legge chiamato Vapo, legato a Gottfried Kuessel, pluricondannato per attività neonaziste, a tutt’oggi in galera in Austria. Il portavoce di Hofer è Herwig Goetschober, funzionario di alto rango nelle Burschenschaften combattenti, noto per i suoi contatti con ambienti neonazisti. Un video degli anni ’80 lo mostra con Kuessel e il suo gruppo a cantare canzoni che incitano all’ uccisione di ebrei.

L’ELENCO potrebbe continuare uguale per tutti i ministeri occupati dalla Fpoe eccetto gli Esteri dove è stato nominata una studiosa di arabismo indipendente, ritenuta l’unica esponente competente della pattuglia governativa.

Nel corteo di sabato pieno di cartelli selfmade un monito per il cancelliere Kurz era «Basti (suo soprannome) smettila di abbracciare i Burschen, metti in pericolo l’Austria».

FONTE: Angela Mayr, IL MANIFESTO

BERLINO. Disordine pubblico nella Germania senza nuovo governo. Sul tavolo del ministro degli interni Thomas de Maizière (Cdu) si accumulano i rapporti d’emergenza: la caccia agli ex terroristi della Rote Armee Fraktion, l’evasione di sette detenuti in una settimana, la psicosi della difesa personale armata.

Anche se in realtà l’allarme sicurezza suonerebbe più sul fronte delle mafie e della criminalità organizzata: dalle ‘ndrine incistate nella Germania Ovest ai clan russi attivi nella ex Ddr fino alle bande di motociclisti che continuano a operare lontano dai riflettori accesi su terrorismo e migranti.

Ma a cavallo di Capodanno, la polizia criminale si è dovuta concentrare sui fascicoli che hanno guadagnato l’attenzione mediatica.

IMPRENDIBILI

Vent’anni dopo lo scioglimento della Raf, tre ex terroristi continuano a rapinare supermercati, negozi e soprattutto portavalori. Con almeno un milione di euro di bottino frutto di nove rapine nutrono la loro latitanza infinita. Ernst-Volker Staub, 64 anni, Burkhard Garweg, 50, e Daniela Klette, 60, vengono al massimo immortalati dalle telecamere della videosorveglianza. L’ultima foto-segnalazione ufficiale risale al 24 giugno mentre assaltano un blindato nella zona industriale di Cremlingen in Bassa Sassonia.

A bordo di una Opel Corsa con targa falsa, i tre seguono il furgone fino all’ingresso del mobilificio Dänisches Bettenlager. E quando si ferma, Staub e Garwig escono sparando raffiche di Kalashnikov mentre Klette imbraccia addirittura un bazooka.

Cinque mesi dopo la polizia diffonde le foto aggiornate nella speranza di ottenere, finalmente, una pista concreta. «La possibilità che si possano nascondere in un altro paese non può essere esclusa. I tre, che sono ricercati fin dal 1993, potrebbero contare sul supporto di vecchi compagni in Olanda, Italia, Francia o Spagna» ipotizzano gli investigatori.

Per i vecchi reduci della Raf, anno nuovo ma sempre da inafferrabili.

CARCERE COLABRODO

Tre evasioni in una settimana dalla prigione di Plötzensee nella zona nord di Berlino. In fuga sette detenuti, di cui uno che ha scelto dopo cinque giorni di costituirsi raccogliendo l’appello della famiglia e del suo legale.

Un piano da film, almeno per gli ultimi due evasi a Capodanno. Si sono intrufolati nel locale caldaie al piano terra per poi smontare la grata di ventilazione e segare le ultime sbarre davanti al muro di cinta. Il 28 dicembre dal carcere di Plötzensee (passato alla storia per l’esecuzione dei congiurati del complotto contro Hitler) erano “uscite” di cella altre cinque persone. Uno scandalo eclatante, tanto più che finora gli evasi continuano a restare a piede libero.
Paradossalmente, in Germania la legge non prevede un reato per chi scappa dalla prigione. Come spiega l’avvocato Matthias Losert, «fin dal 1880 il naturale desiderio di libertà viene rispettato, come in Austria, Belgio e Messico». L’unico appiglio legale per i magistrati è rappresentato dai reati commessi durante l’evasione o la fuga.

ARMI: NEMICI O EROI

L’ultimo grattacapo per de Maizière è un video promozionale a beneficio di Schmeisser, azienda di Krefeld che commercializza armi e rifornisce gli eserciti della Nato.

Come testimonial suggestiva («Più armi portano a maggiore sicurezza») la studentessa Carolin Matthie, 24 anni, che gira per la capitale con la pistola ultimo modello P99. Invoca libertà a mano armata, come da giugno in Repubblica Ceca. Non è l’unica, se dalla fine 2015 a settembre 2016 il numero delle armi da fuoco e di stordimento in Germania è passato da 286 a 440 mila.

Esulta la German Rifle Association che da sempre caldeggia la massima sicurezza personale a beneficio delle lobby politiche connesse con la produzione di armi. Nel sito internet di Gra, del resto, spicca l’inquietante lista dei «nemici» giurati con tanto di nome, cognome e relative dichiarazioni. Da Katrin Göring-Eckardt e Cem Özdemir, i due principali leader dei Verdi, a Paul Meichelböck, Diana Golze e Carsten Labudda della Linke, fino a Swen Schulz, Ulrich Kelber e Reinhold Gall della Spd. Un autentico elenco di proscrizione di chi è contrario alla proliferazione selvaggia di pistole e fucili per “autodifesa” che ha già fatto lievitare il numero di armi legalmente possedute a 5,5 milioni.

Ovviamente, si esaltano gli «eroi» tedeschi in trincea all’Europarlamento con le stesse idee dell’associazione pro armi. Si tratta dei liberali Gesine Meißner e Alexander Lambsdorff (vice presidente dell’assemblea di Bruxelles), del cristiano sociale bavarese Markus Ferber e di Beatrix von Storch, capogruppo Afd, prima “vittima” della nuova legge anti-odio dopo il tweet sulle «orde di stupratori islamici» a Colonia. Un altro eroe, secondo Gra, è Marcus Pretzell deputato della Sassonia che ha abbandonato Afd per il Partito Blu di Frauke Petry.

FONTE: Sebastiano Canetta, IL MANIFESTO

Se nello scontro con i catalani il governo spagnolo intendeva cercare consenso attraverso un bagno di folla, non deve essere rimasto particolarmente soddisfatto. Perché dalle manifestazioni organizzate giusto alla vigilia del tanto contestato voto per l’indipendenza di Barcellona, sono uscite piuttosto, e con una sinistra enfasi, tutte le ombre che ancora gravano sul nazionalismo spagnolo. Di oppositori, la strada intrapresa dalla Generalitat de Catalunya, sembra contarne molti nell’intero paese, ma quelli che hanno deciso di metterci la faccia non sembrano né i più presentabili né quelli meglio intenzionati. Le immagini delle piazze contro il referendum raccontano infatti soprattutto di una destra che fatica a scrollarsi di dosso i pesanti fantasmi del passato.

Così a Madrid, dove la partecipazione è stata più consistente, secondo alcune fonti fino a 10mila persone si sono notate molte bandiere «pre-costituzionali», come in Spagna sono definiti i simboli che si rifanno al regime franchista.

Nella piazza di Cibeles, di fronte al municipio madrileno, la folla ha scandito slogan contro gli indipendentisti catalani ma anche contro il presunto immobilismo del premier Mariano Rajoy.

Altri, sventolando le bandiere con l’aquila di San Juan, simbolo della dittatura rimosso dopo il 1975, si sono spinti fino a intonare Cara al Sol, l’inno falangista, e perfino quello della Legione che combatté al fianco dei nazisti. Tra i simboli del passato e i cori di «Viva España», «Puigdemont in prigione» e «Viva la Guardia Civil», a un certo punto ha fatto la sua comparsa anche Esperanza Aguirre, la ex presidente della regione di Madrid e figura di rilievo del Partido Popular locale.

Perché, per quanto lanciato dalla Fondazione Denaes, per la Difesa della Nazione Spagnola, una sigla dietro cui si celano diverse componenti dell’estrema destra iberica, l’appello alle piazze nazionaliste contro i progetti di secessione rimanda a un’immaginario che contraddistingue anche lo stesso partito di governo. La linea dura esibita oggi da Rajoy si inserisce in questo senso in continuità con quella del suo mentore Aznar che oltre vent’anni fa aveva immaginato di liquidare le diverse spinte indipendentiste con un rilancio del nazionalismo spagnolo. Il tutto alimentando, come ha continuato a fare Rajoy, una notevole ambiguità del proprio partito rispetto al passato franchista, con esponenti di primo piano del Pp che ancora siedono nella Fundación Francisco Franco che gestisce la «memoria» ufficiale del dittatore e diversi eletti locali che si oppongono, a partire dalla Galizia da cui proviene lo stesso premier, alla rimozione dei monumenti e della toponomastica ancora ispirati alla dittatura.

Il ritorno della retorica patriottica ha però favorito anche l’attivismo della destra radicale, priva di energie anche per questa evidente concorrenza da parte del Pp, che ha fatto da tempo della lotta ai movimenti indipendentisti una delle proprie principali caratteristiche.

Così, se nella manifestazione di Madrid la componente dell’elettorato del Pp, per lo più famiglie e persone di mezza età, costeggiava i giovani radicali di destra, altrove gli estremisti erano ancora più visibili. Come nella stessa Barcellona dove all’appello di Denaes, il cui portavoce Santiago Abascal è anche presidente del partito ultranazionalista Vox (che nelle elezioni amministrative del 2015 ha eletto una ventina di consiglieri comunali tra Ceuta, Madrid e i piccoli centri della Castiglia e negli ultimi 40 giorni ha guadagnato un 20% di affiliati), hanno risposto anche i neofalangisti di España 2000 e i neonazisti di Democracia Nacional.

FONTE: Guido Caldiron, IL MANIFESTO

Il detto popolare secondo cui, quando Brasile e Argentina starnutiscono, l’Uruguay si ammala ha perso molta della sua efficacia. Mentre i due potenti Paesi vicini si dibattono in una crisi profonda, il piccolo Uruguay, forte della stabilità conquistata, è uscito praticamente indenne dallo scandalo di corruzione – in realtà ben poca cosa rispetto a tutto ciò che sta avvenendo in Brasile – che ha travolto il vicepresidente Raúl Sendic, figlio del fondatore del Movimento di liberazione nazionale Tupamaros, dimessosi di fronte alle accuse di appropriazione di denaro pubblico nel periodo in cui era alla guida della compagnia petrolifera statale Ancap.

A PRENDERE IL SUO POSTO è Lucía Topolansky, seconda più votata al Senato per il Frente Amplio dopo il marito ed ex presidente José “Pepe” Mujica, il quale però non ha potuto assumere la carica di vice per aver ricoperto la presidenza nella precedente legislatura. Prima donna a ricoprire tale incarico in Uruguay, Lucía Topolansky, soprannominata la Tronca, la dura, è sicuramente molto più che la moglie di Mujica, da lei conosciuto durante la sua militanza tra i guerriglieri tupamaros e sposato nel 2005 dopo una convivenza di vari anni in una piccola fattoria alla periferia di Montevideo.
Nata in una famiglia agiata della capitale – padre simpatizzante dell’ala più conservatrice del Partido Colorado (storico rivale del Partido Nacional o Blanco, prima che il Frente Amplio ponesse fine al tradizionale bipartitismo uruguayano) e madre profondamente cattolica – Lucía aveva compiuto il suo primo atto di ribellione quando era ancora al collegio, organizzando insieme alla sorella María Elia una sorta di sciopero contro i regolamenti eccessivamente rigidi imposti dalle suore del Sacre Coeur. Ma la vera ribellione l’avrebbe espressa a partire dagli anni trascorsi alla Facoltà di Architettura, frequentando le villas miseria di Montevideo e abbracciando la lotta di classe.

Lucía aderisce nel 1967, a 23 anni, al Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros, entrando di lì a poco in clandestinità e diventando, malgrado la giovane età, una delle donne più combattive del movimento. È lì che conosce José Mujica, il «comandante Facundo», nato invece in un quartiere operaio e rimasto orfano a 7 anni.

ARRESTATA DALLA POLIZIA NEL 1970, riesce a fuggire pochi mesi più tardi insieme ad altre recluse passando per le fognature. Ma, nuovamente catturata nel 1972, resterà in prigioni per 13 lunghissimi anni, in condizioni durissime, subendo torture fisiche e psicologiche. Finché, tornata in libertà nel 1985, non partecipa attivamente alla fondazione del Movimiento de Participación Popular (Mpp), poi confluito nel Frente Amplio (la coalizione in cui convergono molte e diverse forze politiche, dalla sinistra marxista alle diverse espressioni socialdemocratiche, liberiste e cristiano-sociali) rappresentandone l’ala più a sinistra e anche quella più votata.

Diventata senatrice nel 2005, ha conservato la carica fino ad oggi, quando ha spiccato il salto verso la vicepresidenza della Repubblica. E in molti guardano proprio a lei come prossima presidente del Paese. Di certo, la Tronca, per quanto meno carismatica, gode in un certo senso della stessa aura del marito, l’ex guerrigliero – celebrato a livello mondiale per la sua onestà, la sua generosità e la sua austerità personale – convertitosi, dopo oltre 12 anni di durissima prigionia, due dei quali passati in fondo a un pozzo, al modello di un «capitalismo dal volto umano»: un patto di cooperazione capitalista tra imprenditori e lavoratori tradottosi, secondo i critici di sinistra, in uno dei più intensi processi di concentrazione in mani straniere della terra e della produzione agricola e dell’allevamento.

SOTTO IL GOVERNO DI MUJICA, l’Uruguay ha ottenuto, indubbiamente, molti e importanti risultati: crescita costante del Pil, aumento reale dei salari e delle pensioni, riduzione del tasso di disoccupazione, diminuzione dell’indice di povertà, più una serie di leggi all’avanguardia in materia di diversità sessuale (matrimonio omosessuale), riproduzione (legalizzazione dell’aborto) e droghe (legalizzazione della marijuana). Il tutto, però, nel segno di una politica della moderazione, dell’azzeramento del conflitto sociale mediante un discorso di conciliazione tra le classi, della rinuncia a realizzare riforme strutturali – ma garantendo programmi assistenziali a favore delle fasce più deboli e adottando provvedimenti nel campo dei diritti sociali e lavorativi – e del sostegno al modello estrattivista, attraverso l’espansione dell’industria forestale (piantagioni di pino ed eucalipto e di piante di cellulosa), della monocoltura della soia (maggioritariamente transgenica) e dell’attività mineraria. Attività economiche, tutte queste, che, oltre a un enorme impatto sugli ecosistemi, provocano un’intensa concentrazione di ricchezza.

UNA POLITICA DI COMPROMESSI, insomma, che si è ulteriormente accentuata sotto l’attuale governo del moderato Tabaré Vázquez, già presidente dal 2005 al 2010, a conferma di quella «impasse dei governi progressisti» più volte denunciata negli ultimi anni. Una parabola discendente che ha reso via via più evidenti i limiti del modello neodesarrollista (ed estrattivista) seguito da tali governi, i quali, se hanno avuto il merito di adottare importanti misure a favore delle fasce più povere, non sono riusciti però a ridurre il potere di espansione del grande capitale, mettendo fortemente in crisi quel ciclo progressista inteso come forza di trasformazione orientata a promuovere cambiamenti graduali.

FONTE: Claudia Fanti, IL MANIFESTO

Vorrei suggerire una ulteriore riflessione che forse serve anche a noi qui in Europa dove con fastidiosa insistenza si invoca un populismo di sinistra. Certo che il popolo deve essere protagonista della rivoluzione come di ogni possibile alternativa. Ma l’immediatezza non basta, rende fluttuanti e alla fine disarmati. Serve anche creare cultura, organizzazione, costruzione di canali di partecipazione che consentano di assumere responsabilità di lungo periodo, strategia. Un tempo questo impegno lo chiamavamo costruzione di un partito

La prima volta che ebbi a che fare col Venezuela fu nel 1980: ai margini di una visita al Nicaragua appena salvato dalla rivoluzione sandinista andai a Caracas perchè lì c’era stata una scissione dal vecchio partito comunista che si ostinava a perseverare in una guerriglia politicamente ormai perdente e che voleva liberarsi dall’acritica sudditanza a Mosca. Si trattava del MAS di Pompeo Marquez e di altri compagni che avevano cercato Il Manifesto per via di qualche analogia non secondaria. Purtroppo il gruppo, che pure ebbe meriti non indifferenti, finì male, per via della sua partecipazione al corrottissimo governo di André Perez, finito in un bagno di sangue quando represse una grande ribellione popolare indotta dalla liberalizzazione del prezzo del pane.
Tornai in Venezuela molto tempo dopo, per partecipare ad una prima Conferenza internazionale che il governo bolivariano aveva convocato. Capii molte cose che spesso dall’Europa non si vedono, e quindi il grande valore del tentativo di Chavez, questo anomalo militare cresciuto in Amazonia, naturalmente indio. Gran parte della sinistra europea fu diffidente perchè il nuovo leader non corrispondeva ai propri canoni e prestò perciò ascolto alle rancorose critiche dei nostri vecchi amici intellettuali del MAS. Fra questi i DS italiani.

In seguito mi è anche capitato di stabilire un amichevole rapporto direttamente con Chavez. Fu quando lui venne in Italia per la prima volta per via di una riunione della FAO. Ero in ospedale, agli ultimi giorni di una degenza postoperatoria, quando mi telefonò Bernard Cassem, vicedirettore de Le Monde Diplomatique, molto legato al leader venezuelano. Mi riferiva che Chavez voleva profittare della sua visita a Roma per incontrare esponenti della sinistra italiana, non solo amichevoli ma anche quelli diffidenti, per spiegare quanto stava facendo. E che però, essendo la rappresentanza diplomatica del paese ancora quella legata al vecchio regime non aveva nessuno a chi rivolgersi per promuovere questo delicato incontro. Per questo mi intimava di interrompere la degenza e organizzare un pranzo-riunione a casa mia.

Dubitavo francamente che durante una visita ufficiale alla Fao il capo del governo venezuelano avrebbe potuto sfuggire ai programmi protocollari per venire a colazione da me, e infatti avevo ragione: alla fine non ci riuscì. Ma da me, il tutto organizzato dal suo allora stretto collaboratore Maximilian Arvelaiz, arrivò, per incontrarsi con un selezionatissimo gruppo italiano, la più autorevole rappresentanza del bolivarismo: il ministro del petrolio, il presidente dell’Parlamento, ecc. Da allora, ogni volta che ho reincontrato Chavez a Caracas, o a Porto Alegre in occasione dei Forum Sociali Mondiali, mi abbracciava e diceva: “ho mancato le tagliatelle di Luciana, che i miei amici mi hanno detto buonissime. Ma di sicuro tornerò per mangiarle”.

Vi ho raccontato questa lunga storia ben sapendo che non vi dice molto sull’attualità del Venezuela, ma per farvi capire con quanta struggente emozione e preoccupazione io stia seguendo, come del resto, ne sono certa, molti altri compagni, quanto sta accadendo in questi giorni nel paese.

Sulla sostanza della rivoluzione bolivariana non voglio né posso dire qui niente che già non sappiate, o che non abbia già scritto nel corso di questi anni sul manifesto. Voglio solo ricordare un documentario della BBC che più di ogni altra cosa mi ha fatto capire: è quello sulla reazione, immediata e spontanea, straripante di popolo diseredato (la grande maggioranza dei venezuelani) che si riversò per le strade di Caracas quando, nel 2002, il vecchio establishment appoggiato da Washington, tentò il colpo di stato controrivoluzionario, arrestando Chavez. Le immagini di quella pellicola spiegano meglio di ogni altro documento il senso della rivoluzione bolivariana: da un lato vescovi, ambasciatori occidentali,sindacalisti corrotti, imprenditori, banchieri, ricche signore col cappellino che brindano sicuri di aver vinto. Dall’altra il popolo furibondo. Immagini che ricordano il grande affresco di Diego de Rivera nel palazzo del governo di Città del Messico. È un pezzo di storia che non può essere cancellato.

Non ho sufficiente conoscenza di quanto è accaduto dopo la tristissima morte di Chavez. Le informazioni, lo sappiamo, sono per lo più in mano di chi ha il potere nel mondo, i nostri stessi nemici. Mi fido però delle riflessioni di un nostro grande amico, strettissimo amico anche di Chavez: François Houtart, scomparso pochi mesi fa. Era appena stato in Venezuela e aveva scritto di quanto vi accadeva in un sofferto e critico reportage che questo giornale ha pubblicato. Rileggetelo, se conservate il giornale (è dell’8 giugno scorso). Pur schierandosi con il bolivarismo, Houtart prendeva atto di quanto non aveva funzionato, in particolare nella politica economica, tutta troppo dipendente dagli improbabili introiti del petrolio, generosamente redistributiva della ricchezza, come è giusto, ma non abbastanza accorta nel produrre la ricchezza necessaria. E delle carenze democratiche che via via si erano create. È un fatto che quella straordinaria mobilitazione popolare che in passato aveva sempre sostenuto il governo bolivariano oggi si è drammaticamente ridotta.

Errori? Corruzione? Debolezza programmatica? Abbiamo imparato dolorosamente dalla storia che nessuna rivoluzione resta vincente e fedele alle sue intenzioni: da quella francese a quella sovietica. Il peggio che si possa fare è però chiudere gli occhi e non impegnarsi nella riflessione critica, necessaria proprio perché ci riguarda; il che non vuol dire cambiare di fronte, scegliere la orribile destra venezuelana che – ricordo anche questo – coprì i muri di Caracas molti anni fa di scritte che denunciavano come assoldato dal regime l’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter che, quale membro della commissione internazionale incaricata di validare il voto espresso non ricordo più in quale tornata elettorale, si era permesso di dire che tutto risultava regolare.

Vorrei suggerire una ulteriore riflessione che forse serve anche a noi qui in Europa dove con fastidiosa insistenza si invoca un populismo di sinistra. Certo che il popolo deve essere protagonista della rivoluzione come di ogni possibile alternativa. Ma l’immediatezza non basta, rende fluttuanti e alla fine disarmati. Serve anche creare cultura, organizzazione, costruzione di canali di partecipazione che consentano di assumere responsabilità di lungo periodo, strategia. Un tempo questo impegno lo chiamavamo costruzione di un partito. Le esperienze negative che abbiamo sofferto rendono oggi difficile ricorrere a questa indicazione senza precisazioni. Ma c’è partito e partito: io credo che l’idea gramsciana di partito sia ancora strumento valido, e indispensabile se si vuole che persino una grande rivoluzione come quella bolivariana regga alle difficoltà del tempo e a tutte le insidie. Perché l’obiettivo è vincere la transizione ad una società superiore non la guerra civile imposta dal nemico.

FONTE: Luciana Castellina, IL MANIFESTO

Dopo la “Loi Travail” sindacati e movimenti temono una nuova offensiva. Il racconto di una mobilitazione continua sin dai primi minuti dall’elezione all’Eliseo dell’ex ministro dell’economia socialista nel quartiere di Ménilmontant

PARIGI. “Macron dimissioni! Un giorno è sufficiente”. Lo slogan è rimbalzato da twitter al corteo convocato dal collettivo “Fronte sociale” che ha sfilato a Parigi all’indomani dell’elezione a presidente di Emmanuel Macron. Da 7 a 10 mila (1.600 per la polizia) hanno risposto all’appello di alcune federazioni della Cgt, di Sud, dell’Unef e dei movimenti che si sono battuti contro la “Loi Travail”, la riforma del mercato del lavoro già sostenuta dal neo-presidente della repubblica francese quando era membro del governo socialista.

Al primo punto del suo programma Macron ha inserito una nuova riforma del codice del lavoro definita “semplificazione”. Inoltre ha promesso un nuovo attacco alla contrattazione nazionale a favore di quella aziendale. Infine ha assicurato maggiore libertà ai datori di lavoro nel definire “la durata effettiva del lavoro”, il numero di ore lavorate dai dipendenti. Vecchio pallino delle confindustrie di tutta Europa, e del Medef francese, la Loi Travail in versione El Khomri non è stata abbastanza. Dopo le legislative di giugno la lotta per la destrutturazione delle norme del diritto del lavoro e della precarizzazione ricomincerà.

Preoccupa anche lo strumento legislativo che Macron intende adottare: la decretazione per “ordinanze”. Una scelta in continuità con il governo socialista di Manuel Valls che sospese la discussione parlamentare applicando il famigerato articolo 49.3 della costituzione gollista. Lo stato di emergenza dichiarato nel paese in funzione anti-terrorista è stato applicato per approvare la riforma più contestata della storia della quinta Repubblica. Sembrano le premesse per un ritorno dell’opposizione sociale a un’idea liberista del mercato del lavoro che ha già spianato i socialisti.

Il “Fronte sociale” aveva già manifestato a Parigi il 22 aprile scorso con numeri inferiori. Tra il primo e il secondo turno delle presidenziali il suo appello ha dato una forma politica allo slogan scritto ai piedi della Marianna in place de la République, nella serata del primo turno: “Ni patrie, ni patron, Ni Le Pen, ni Macron”. Indipendentemente dalla “peste o dal colera che arriverà al potere”, il corteo di ieri è stato la “prima mobilitazione sociale” in un paese che vuole rompere con la dialettica artificiale nella quale si è cercato di rinchiudere la politica transalpina: tra il fascio-populismo del Front National e il liberismo compassionevole di Macron.

L’opposizione intende ripartire dalla questione sociale che, insieme a quella della violenta discriminazione delle popolazioni immigrate e dei francesi di nuova generazione, è la radice di una frattura di classe multipla che porta con sé i germi di una radicalità ancora più dirompente.

“Quello che ci aspetta è molto grave – ha detto Romain Altmann (Info-Com Cgt) – una Loi Travail 2”. “Chiunque sia al potere, donna o uomo, mai come oggi da 40 anni abbiamo subito tante regressioni sociali”. Le inquietudini diffuse tra i militanti non hanno spinto ancora le grandi centrali a prendere posizione. L’annuncio di Macron ha prodotto sconcerto anche tra i vertici sindacali. Il primo maggio, Jean-Luc Melenchon ha chiesto di non toccare di nuovo il codice del lavoro, correggendo l’impressione diffusa che Macron voglia rilanciare una “guerra sociale” nel paese. Da Macron nessuna risposta. Durante l’estate la nuova legge potrebbe prendere forma.

Anche la gestione della piazza ieri si è rivelata in continuità con quella precedente dei socialisti. Prima di arrivare a Bastille, un plotone di Crs – vestiti da robocop e armati con fucili a pompa che sparano flashball e proiettili di gomma Lbd 40 millimetri – hanno fatto irruzione nel corpo del corteo. Una “nasse” (gabbia) è stata costruita, il corteo diviso. Colpi di Lbd sono stati esplosi, sono stati denunciati tre feriti in una manifestazione pacifica. L’obiettivo di queste azioni è spezzare il corteo e disperderlo, stavolta senza successo. Già domenica, a pochi minuti dopo la notizia dell’elezione di Macron, la durezza poliziesca ha avuto modo di manifestarsi contro i cortei “selvaggi” e pacifici nel quartiere di Ménilmontant, nell’Est parigino non ancora del tutto bianco e franco-francese.

A piccoli sciami, i gruppi si sono iniziati a muovere in gruppi da dieci a cinquanta, camminando veloci in uno dei quartieri meno imperiali e turistici di Parigi. Appuntamenti volanti alle fermate del metrò Couronnes, Belleville e Jourdain. Evitare le grandi piazze, silegge sui social. Ma la polizia risponde e organizza posti di blocco mobili. Il primo è già fulmineo. In rue Sorbier, davanti a Lieu-dit, uno dei bar più popolari della zona che aggregano le sinistre radicali nella Capitale. Una volante svolta all’incrocio e quasi investe un ragazzo. Alcuni giovani la fermano e sbattono i pugni sui finestrini: “Cassez-vous!” urlano. “Andate via!”.

Camionette bianche sgommano all’incrocio con rue de Ménilmontant. Come da un altro pianeta sbarcano gli agenti Crs e puntano fucili a pompa. Tra loro c’è anche una donna. Un agente si rivolge a un ragazzo con il “Tu” e non il “Voi”. Lui si infuria: “Lei non si deve permettere!”. In Francia il “vous” resta ancora una formalità importante. “Tout le monde déteste la police”: lo slogan delle grandi manifestazioni contro la riforma del mercato del lavoro “Loi Travail” rieccheggia in stradine familiari sotto un gigantesco murales che ricorda la danza di Matisse: “Nous les gars d’Ménilmontant”. Come atto di sfida il plotone con i caschi e gli scudi fende la piccola folla che si è radunata in strada.

A cinquecento metri più in giù, dove mezz’ora prima si celebrava un ”piccolo ballo selvaggio” con una banda e centinaia di giovani, la prima “nasse” della serata è pronta. Camionette e plotoni hanno accerchiato e disperso la folla danzante. “Si può passare, ma non risalire” dice un agente gigante con un passamontagna sotto il casco.

Micro-cortei di giovani e giovanissimi, studenti e precari di diverse nazionalità, si susseguono per ore, mentre gli agenti con le armature li inseguono a fatica. Si riparte per Couronnes. I poliziotti caricano il corteo davanti con bombe stordenti e lacrimogeni, mentre con i manifestanti che li seguono dietro usano gas urticanti per allontanarli. A Rue des Panoyaux si è formata un’altra “nasse” che ha isolato 130 manifestanti pacifici. Nove sono stati fermati dalla Bac, le “brigate anti-criminali”, agenti in borghese vestiti come i manifestanti, mentre una persona avrebbe ricevuto il foglio di via dal quartiere. Gli arrestati sono caricati su un pulmann. I manifestanti hanno cercato di fermarlo, ma sono stati allontanati a furia di spray, mentre una squadra di Crs ha schierato gli scudi.

Di nuovo a rue Sorbier, all’incrocio con rue Ménilmontant, sono state lanciate un paio di bottiglie vuote. In risposta sono stati esplosi lacrimogeni. Il fumo ha invaso i bar. Dopo avere rotto l’accerchiamento il bus è ripartito. Gli sciami dei manifestanti hanno girato il quartiere per radunare le persone. La caccia del gatto al topo è continuata fino a oltre le due di notte. È un primo segnale per chi ieri si è risvegliato a Macronia, un paese che è una pentola a pressione.

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Sabato sera, a Santiago, città dove iniziò nel 1953 la guerriglia contro il governo di Fulgencio Batista con l’assalto alla caserma Moncada, una folla di decine di migliaia di persone ha cominciato a dare l’ultimo saluto a Fidel Castro al grido di «Yo soy Fidel» («Io sono Fidel»).

Come era avvenuto a L’Avana e in tutte le città toccate dalla carovana che ha trasportato le ceneri del líder maximo nell’oriente dell’isola per la rituale sepoltura (quasi mille chilometri tra due ali di folla), la partecipazione popolare all’evento ha superato le previsioni della vigilia. La televisione cubana ha trasmesso tutto in diretta, alternando documentari storici a interviste a gente qualunque.

Si è potuto vedere un paese in lutto che ha perso chi – nel bene e nel male, spesso con eccessi di personalismo – lo ha guidato per oltre cinquant’anni. Vecchi, giovani, finanche bambini, emozionati hanno espresso il loro cordoglio confermando che la controversa figura di Fidel è comunque per tutti i cubani che vivono nel loro paese un padre della patria il cui lascito non potrà essere cancellato con un colpo di spugna.

Cuba ha sicuramente necessità di democrazia politica e di ulteriori riforme, troppo timide finora, ma chi si ostina a descrivere l’isola come un campo di concentramento, seppure tropicale, governato per decenni da un dittatore in divisa militare verde olivo, rischia di aver capito poco o nulla di una storia così peculiare come quella cubana, dove nazionalismo indipendentista con tinte latinoamericane e aspirazioni socialiste si intrecciano e dove – pur con tanti limiti – si è tenuto testa agli Stati uniti che volevano annettersela e poi all’addio di Mosca e dei paesi del «socialismo reale».

C’è invece qualcosa che va capito in quella storia e che spiega pure cosa è accaduto nell’ultima settimana, come hanno dimostrato le telecamere di tutto il mondo, a iniziare dalla statunitense Cnn che ha ormai a L’Avana un ufficio di corrispondenza da molti anni.

A Santiago, il discorso funebre è stato tenuto da un commosso Raúl Castro di fronte a molti invitati stranieri, tra cui i brasiliani Lula da Silva e Dilma Rousseff, il boliviano Evo Morales, il venezuelano Nicolas Maduro (c’era pure Diego Armando Maradona da sempre amico di Cuba): «Fidel, ti giuriamo di difendere la patria e il socialismo. Ci hai mostrato quello che si può diventare: un paese indipendente e rispettato, una potenza in campo medico e nel settore delle biotecnologie».

Il presidente cubano ha poi ribadito, rivolgendosi alla folla e senza nominare il nuovo inquilino della Casa bianca, Donald Trump: «Possiamo superare qualsiasi ostacolo per l’indipendenza e la sovranità della patria. Insieme si può».

È infatti la gelosa difesa della propria autonomia l’immediata preoccupazione del governo dell’Avana di fronte agli annunci bellicosi che vengono da Washington e dalla Florida con l’obiettivo di azzerare quanto fatto da Barack Obama (riapertura delle ambasciate, ripristino di normali relazioni diplomatiche, embargo meno rigido con inediti rapporti commerciali che puntavano all’eliminazione delle misure di penalizzazione economica).

Nel corso del suo breve discorso, Raúl ha fatto pure un annuncio: «Fidel, fino alla fine, rifiutava qualsiasi manifestazione di culto della personalità. Per questo, ci ha lasciato detto che il suo nome non deve essere utilizzato per ricordarlo con monumenti o denominazioni di strade, di piazze e di istituzioni pubbliche».

Un testamento quindi sobrio, che conferma la diversità di Cuba dai rituali a cui ci avevano abituati i paesi del «socialismo reale».

Sobria è stata anche ieri mattina, domenica, la cerimonia di sepoltura delle ceneri di Fidel nel cimitero di Santa Ifigenia a Santiago: pochissimi invitati presenti con i familiari e alcuni rappresentanti del governo.

La tomba, che non ha iscrizioni particolari ed è avvolta dalla bandiera cubana, è vicino ai caduti nell’assalto alla caserma Moncada e non molto distante dal mausoleo dedicato a José Martí, eroe della guerra di indipendenza contro la Spagna che si concluse, dopo trent’anni, nel 1898. A questo ultimo atto era presente anche Ségolène Royal, ministro dell’ecologia di Francia, che ha descritto ai giornalisti la cerimonia finale con parole di stima verso Fidel Castro attirandosi le ire della destra francese.

C’è un’ultima curiosità nell’addio cubano a Fidel.

Ieri, 4 dicembre, era il giorno dedicato a Santa Barbara. Secondo la religione afrocubana della santeria molto rispettata nell’isola, questa santa equivale all’immagine di Shangó nel pantheon dei santi africani: il protettore delle armi, dei fulmini, dell’amore, delle acque, il fustigatore dei malfattori.

La leggenda di Castro, secondo le credenze popolari, è stata sempre protetta da Changó. Quindi, la data di sepoltura può non essere stata casuale.

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