Internazionale

Se nello scontro con i catalani il governo spagnolo intendeva cercare consenso attraverso un bagno di folla, non deve essere rimasto particolarmente soddisfatto. Perché dalle manifestazioni organizzate giusto alla vigilia del tanto contestato voto per l’indipendenza di Barcellona, sono uscite piuttosto, e con una sinistra enfasi, tutte le ombre che ancora gravano sul nazionalismo spagnolo. Di oppositori, la strada intrapresa dalla Generalitat de Catalunya, sembra contarne molti nell’intero paese, ma quelli che hanno deciso di metterci la faccia non sembrano né i più presentabili né quelli meglio intenzionati. Le immagini delle piazze contro il referendum raccontano infatti soprattutto di una destra che fatica a scrollarsi di dosso i pesanti fantasmi del passato.

Così a Madrid, dove la partecipazione è stata più consistente, secondo alcune fonti fino a 10mila persone si sono notate molte bandiere «pre-costituzionali», come in Spagna sono definiti i simboli che si rifanno al regime franchista.

Nella piazza di Cibeles, di fronte al municipio madrileno, la folla ha scandito slogan contro gli indipendentisti catalani ma anche contro il presunto immobilismo del premier Mariano Rajoy.

Altri, sventolando le bandiere con l’aquila di San Juan, simbolo della dittatura rimosso dopo il 1975, si sono spinti fino a intonare Cara al Sol, l’inno falangista, e perfino quello della Legione che combatté al fianco dei nazisti. Tra i simboli del passato e i cori di «Viva España», «Puigdemont in prigione» e «Viva la Guardia Civil», a un certo punto ha fatto la sua comparsa anche Esperanza Aguirre, la ex presidente della regione di Madrid e figura di rilievo del Partido Popular locale.

Perché, per quanto lanciato dalla Fondazione Denaes, per la Difesa della Nazione Spagnola, una sigla dietro cui si celano diverse componenti dell’estrema destra iberica, l’appello alle piazze nazionaliste contro i progetti di secessione rimanda a un’immaginario che contraddistingue anche lo stesso partito di governo. La linea dura esibita oggi da Rajoy si inserisce in questo senso in continuità con quella del suo mentore Aznar che oltre vent’anni fa aveva immaginato di liquidare le diverse spinte indipendentiste con un rilancio del nazionalismo spagnolo. Il tutto alimentando, come ha continuato a fare Rajoy, una notevole ambiguità del proprio partito rispetto al passato franchista, con esponenti di primo piano del Pp che ancora siedono nella Fundación Francisco Franco che gestisce la «memoria» ufficiale del dittatore e diversi eletti locali che si oppongono, a partire dalla Galizia da cui proviene lo stesso premier, alla rimozione dei monumenti e della toponomastica ancora ispirati alla dittatura.

Il ritorno della retorica patriottica ha però favorito anche l’attivismo della destra radicale, priva di energie anche per questa evidente concorrenza da parte del Pp, che ha fatto da tempo della lotta ai movimenti indipendentisti una delle proprie principali caratteristiche.

Così, se nella manifestazione di Madrid la componente dell’elettorato del Pp, per lo più famiglie e persone di mezza età, costeggiava i giovani radicali di destra, altrove gli estremisti erano ancora più visibili. Come nella stessa Barcellona dove all’appello di Denaes, il cui portavoce Santiago Abascal è anche presidente del partito ultranazionalista Vox (che nelle elezioni amministrative del 2015 ha eletto una ventina di consiglieri comunali tra Ceuta, Madrid e i piccoli centri della Castiglia e negli ultimi 40 giorni ha guadagnato un 20% di affiliati), hanno risposto anche i neofalangisti di España 2000 e i neonazisti di Democracia Nacional.

FONTE: Guido Caldiron, IL MANIFESTO

Il detto popolare secondo cui, quando Brasile e Argentina starnutiscono, l’Uruguay si ammala ha perso molta della sua efficacia. Mentre i due potenti Paesi vicini si dibattono in una crisi profonda, il piccolo Uruguay, forte della stabilità conquistata, è uscito praticamente indenne dallo scandalo di corruzione – in realtà ben poca cosa rispetto a tutto ciò che sta avvenendo in Brasile – che ha travolto il vicepresidente Raúl Sendic, figlio del fondatore del Movimento di liberazione nazionale Tupamaros, dimessosi di fronte alle accuse di appropriazione di denaro pubblico nel periodo in cui era alla guida della compagnia petrolifera statale Ancap.

A PRENDERE IL SUO POSTO è Lucía Topolansky, seconda più votata al Senato per il Frente Amplio dopo il marito ed ex presidente José “Pepe” Mujica, il quale però non ha potuto assumere la carica di vice per aver ricoperto la presidenza nella precedente legislatura. Prima donna a ricoprire tale incarico in Uruguay, Lucía Topolansky, soprannominata la Tronca, la dura, è sicuramente molto più che la moglie di Mujica, da lei conosciuto durante la sua militanza tra i guerriglieri tupamaros e sposato nel 2005 dopo una convivenza di vari anni in una piccola fattoria alla periferia di Montevideo.
Nata in una famiglia agiata della capitale – padre simpatizzante dell’ala più conservatrice del Partido Colorado (storico rivale del Partido Nacional o Blanco, prima che il Frente Amplio ponesse fine al tradizionale bipartitismo uruguayano) e madre profondamente cattolica – Lucía aveva compiuto il suo primo atto di ribellione quando era ancora al collegio, organizzando insieme alla sorella María Elia una sorta di sciopero contro i regolamenti eccessivamente rigidi imposti dalle suore del Sacre Coeur. Ma la vera ribellione l’avrebbe espressa a partire dagli anni trascorsi alla Facoltà di Architettura, frequentando le villas miseria di Montevideo e abbracciando la lotta di classe.

Lucía aderisce nel 1967, a 23 anni, al Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros, entrando di lì a poco in clandestinità e diventando, malgrado la giovane età, una delle donne più combattive del movimento. È lì che conosce José Mujica, il «comandante Facundo», nato invece in un quartiere operaio e rimasto orfano a 7 anni.

ARRESTATA DALLA POLIZIA NEL 1970, riesce a fuggire pochi mesi più tardi insieme ad altre recluse passando per le fognature. Ma, nuovamente catturata nel 1972, resterà in prigioni per 13 lunghissimi anni, in condizioni durissime, subendo torture fisiche e psicologiche. Finché, tornata in libertà nel 1985, non partecipa attivamente alla fondazione del Movimiento de Participación Popular (Mpp), poi confluito nel Frente Amplio (la coalizione in cui convergono molte e diverse forze politiche, dalla sinistra marxista alle diverse espressioni socialdemocratiche, liberiste e cristiano-sociali) rappresentandone l’ala più a sinistra e anche quella più votata.

Diventata senatrice nel 2005, ha conservato la carica fino ad oggi, quando ha spiccato il salto verso la vicepresidenza della Repubblica. E in molti guardano proprio a lei come prossima presidente del Paese. Di certo, la Tronca, per quanto meno carismatica, gode in un certo senso della stessa aura del marito, l’ex guerrigliero – celebrato a livello mondiale per la sua onestà, la sua generosità e la sua austerità personale – convertitosi, dopo oltre 12 anni di durissima prigionia, due dei quali passati in fondo a un pozzo, al modello di un «capitalismo dal volto umano»: un patto di cooperazione capitalista tra imprenditori e lavoratori tradottosi, secondo i critici di sinistra, in uno dei più intensi processi di concentrazione in mani straniere della terra e della produzione agricola e dell’allevamento.

SOTTO IL GOVERNO DI MUJICA, l’Uruguay ha ottenuto, indubbiamente, molti e importanti risultati: crescita costante del Pil, aumento reale dei salari e delle pensioni, riduzione del tasso di disoccupazione, diminuzione dell’indice di povertà, più una serie di leggi all’avanguardia in materia di diversità sessuale (matrimonio omosessuale), riproduzione (legalizzazione dell’aborto) e droghe (legalizzazione della marijuana). Il tutto, però, nel segno di una politica della moderazione, dell’azzeramento del conflitto sociale mediante un discorso di conciliazione tra le classi, della rinuncia a realizzare riforme strutturali – ma garantendo programmi assistenziali a favore delle fasce più deboli e adottando provvedimenti nel campo dei diritti sociali e lavorativi – e del sostegno al modello estrattivista, attraverso l’espansione dell’industria forestale (piantagioni di pino ed eucalipto e di piante di cellulosa), della monocoltura della soia (maggioritariamente transgenica) e dell’attività mineraria. Attività economiche, tutte queste, che, oltre a un enorme impatto sugli ecosistemi, provocano un’intensa concentrazione di ricchezza.

UNA POLITICA DI COMPROMESSI, insomma, che si è ulteriormente accentuata sotto l’attuale governo del moderato Tabaré Vázquez, già presidente dal 2005 al 2010, a conferma di quella «impasse dei governi progressisti» più volte denunciata negli ultimi anni. Una parabola discendente che ha reso via via più evidenti i limiti del modello neodesarrollista (ed estrattivista) seguito da tali governi, i quali, se hanno avuto il merito di adottare importanti misure a favore delle fasce più povere, non sono riusciti però a ridurre il potere di espansione del grande capitale, mettendo fortemente in crisi quel ciclo progressista inteso come forza di trasformazione orientata a promuovere cambiamenti graduali.

FONTE: Claudia Fanti, IL MANIFESTO

Vorrei suggerire una ulteriore riflessione che forse serve anche a noi qui in Europa dove con fastidiosa insistenza si invoca un populismo di sinistra. Certo che il popolo deve essere protagonista della rivoluzione come di ogni possibile alternativa. Ma l’immediatezza non basta, rende fluttuanti e alla fine disarmati. Serve anche creare cultura, organizzazione, costruzione di canali di partecipazione che consentano di assumere responsabilità di lungo periodo, strategia. Un tempo questo impegno lo chiamavamo costruzione di un partito

La prima volta che ebbi a che fare col Venezuela fu nel 1980: ai margini di una visita al Nicaragua appena salvato dalla rivoluzione sandinista andai a Caracas perchè lì c’era stata una scissione dal vecchio partito comunista che si ostinava a perseverare in una guerriglia politicamente ormai perdente e che voleva liberarsi dall’acritica sudditanza a Mosca. Si trattava del MAS di Pompeo Marquez e di altri compagni che avevano cercato Il Manifesto per via di qualche analogia non secondaria. Purtroppo il gruppo, che pure ebbe meriti non indifferenti, finì male, per via della sua partecipazione al corrottissimo governo di André Perez, finito in un bagno di sangue quando represse una grande ribellione popolare indotta dalla liberalizzazione del prezzo del pane.
Tornai in Venezuela molto tempo dopo, per partecipare ad una prima Conferenza internazionale che il governo bolivariano aveva convocato. Capii molte cose che spesso dall’Europa non si vedono, e quindi il grande valore del tentativo di Chavez, questo anomalo militare cresciuto in Amazonia, naturalmente indio. Gran parte della sinistra europea fu diffidente perchè il nuovo leader non corrispondeva ai propri canoni e prestò perciò ascolto alle rancorose critiche dei nostri vecchi amici intellettuali del MAS. Fra questi i DS italiani.

In seguito mi è anche capitato di stabilire un amichevole rapporto direttamente con Chavez. Fu quando lui venne in Italia per la prima volta per via di una riunione della FAO. Ero in ospedale, agli ultimi giorni di una degenza postoperatoria, quando mi telefonò Bernard Cassem, vicedirettore de Le Monde Diplomatique, molto legato al leader venezuelano. Mi riferiva che Chavez voleva profittare della sua visita a Roma per incontrare esponenti della sinistra italiana, non solo amichevoli ma anche quelli diffidenti, per spiegare quanto stava facendo. E che però, essendo la rappresentanza diplomatica del paese ancora quella legata al vecchio regime non aveva nessuno a chi rivolgersi per promuovere questo delicato incontro. Per questo mi intimava di interrompere la degenza e organizzare un pranzo-riunione a casa mia.

Dubitavo francamente che durante una visita ufficiale alla Fao il capo del governo venezuelano avrebbe potuto sfuggire ai programmi protocollari per venire a colazione da me, e infatti avevo ragione: alla fine non ci riuscì. Ma da me, il tutto organizzato dal suo allora stretto collaboratore Maximilian Arvelaiz, arrivò, per incontrarsi con un selezionatissimo gruppo italiano, la più autorevole rappresentanza del bolivarismo: il ministro del petrolio, il presidente dell’Parlamento, ecc. Da allora, ogni volta che ho reincontrato Chavez a Caracas, o a Porto Alegre in occasione dei Forum Sociali Mondiali, mi abbracciava e diceva: “ho mancato le tagliatelle di Luciana, che i miei amici mi hanno detto buonissime. Ma di sicuro tornerò per mangiarle”.

Vi ho raccontato questa lunga storia ben sapendo che non vi dice molto sull’attualità del Venezuela, ma per farvi capire con quanta struggente emozione e preoccupazione io stia seguendo, come del resto, ne sono certa, molti altri compagni, quanto sta accadendo in questi giorni nel paese.

Sulla sostanza della rivoluzione bolivariana non voglio né posso dire qui niente che già non sappiate, o che non abbia già scritto nel corso di questi anni sul manifesto. Voglio solo ricordare un documentario della BBC che più di ogni altra cosa mi ha fatto capire: è quello sulla reazione, immediata e spontanea, straripante di popolo diseredato (la grande maggioranza dei venezuelani) che si riversò per le strade di Caracas quando, nel 2002, il vecchio establishment appoggiato da Washington, tentò il colpo di stato controrivoluzionario, arrestando Chavez. Le immagini di quella pellicola spiegano meglio di ogni altro documento il senso della rivoluzione bolivariana: da un lato vescovi, ambasciatori occidentali,sindacalisti corrotti, imprenditori, banchieri, ricche signore col cappellino che brindano sicuri di aver vinto. Dall’altra il popolo furibondo. Immagini che ricordano il grande affresco di Diego de Rivera nel palazzo del governo di Città del Messico. È un pezzo di storia che non può essere cancellato.

Non ho sufficiente conoscenza di quanto è accaduto dopo la tristissima morte di Chavez. Le informazioni, lo sappiamo, sono per lo più in mano di chi ha il potere nel mondo, i nostri stessi nemici. Mi fido però delle riflessioni di un nostro grande amico, strettissimo amico anche di Chavez: François Houtart, scomparso pochi mesi fa. Era appena stato in Venezuela e aveva scritto di quanto vi accadeva in un sofferto e critico reportage che questo giornale ha pubblicato. Rileggetelo, se conservate il giornale (è dell’8 giugno scorso). Pur schierandosi con il bolivarismo, Houtart prendeva atto di quanto non aveva funzionato, in particolare nella politica economica, tutta troppo dipendente dagli improbabili introiti del petrolio, generosamente redistributiva della ricchezza, come è giusto, ma non abbastanza accorta nel produrre la ricchezza necessaria. E delle carenze democratiche che via via si erano create. È un fatto che quella straordinaria mobilitazione popolare che in passato aveva sempre sostenuto il governo bolivariano oggi si è drammaticamente ridotta.

Errori? Corruzione? Debolezza programmatica? Abbiamo imparato dolorosamente dalla storia che nessuna rivoluzione resta vincente e fedele alle sue intenzioni: da quella francese a quella sovietica. Il peggio che si possa fare è però chiudere gli occhi e non impegnarsi nella riflessione critica, necessaria proprio perché ci riguarda; il che non vuol dire cambiare di fronte, scegliere la orribile destra venezuelana che – ricordo anche questo – coprì i muri di Caracas molti anni fa di scritte che denunciavano come assoldato dal regime l’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter che, quale membro della commissione internazionale incaricata di validare il voto espresso non ricordo più in quale tornata elettorale, si era permesso di dire che tutto risultava regolare.

Vorrei suggerire una ulteriore riflessione che forse serve anche a noi qui in Europa dove con fastidiosa insistenza si invoca un populismo di sinistra. Certo che il popolo deve essere protagonista della rivoluzione come di ogni possibile alternativa. Ma l’immediatezza non basta, rende fluttuanti e alla fine disarmati. Serve anche creare cultura, organizzazione, costruzione di canali di partecipazione che consentano di assumere responsabilità di lungo periodo, strategia. Un tempo questo impegno lo chiamavamo costruzione di un partito. Le esperienze negative che abbiamo sofferto rendono oggi difficile ricorrere a questa indicazione senza precisazioni. Ma c’è partito e partito: io credo che l’idea gramsciana di partito sia ancora strumento valido, e indispensabile se si vuole che persino una grande rivoluzione come quella bolivariana regga alle difficoltà del tempo e a tutte le insidie. Perché l’obiettivo è vincere la transizione ad una società superiore non la guerra civile imposta dal nemico.

FONTE: Luciana Castellina, IL MANIFESTO

Dopo la “Loi Travail” sindacati e movimenti temono una nuova offensiva. Il racconto di una mobilitazione continua sin dai primi minuti dall’elezione all’Eliseo dell’ex ministro dell’economia socialista nel quartiere di Ménilmontant

PARIGI. “Macron dimissioni! Un giorno è sufficiente”. Lo slogan è rimbalzato da twitter al corteo convocato dal collettivo “Fronte sociale” che ha sfilato a Parigi all’indomani dell’elezione a presidente di Emmanuel Macron. Da 7 a 10 mila (1.600 per la polizia) hanno risposto all’appello di alcune federazioni della Cgt, di Sud, dell’Unef e dei movimenti che si sono battuti contro la “Loi Travail”, la riforma del mercato del lavoro già sostenuta dal neo-presidente della repubblica francese quando era membro del governo socialista.

Al primo punto del suo programma Macron ha inserito una nuova riforma del codice del lavoro definita “semplificazione”. Inoltre ha promesso un nuovo attacco alla contrattazione nazionale a favore di quella aziendale. Infine ha assicurato maggiore libertà ai datori di lavoro nel definire “la durata effettiva del lavoro”, il numero di ore lavorate dai dipendenti. Vecchio pallino delle confindustrie di tutta Europa, e del Medef francese, la Loi Travail in versione El Khomri non è stata abbastanza. Dopo le legislative di giugno la lotta per la destrutturazione delle norme del diritto del lavoro e della precarizzazione ricomincerà.

Preoccupa anche lo strumento legislativo che Macron intende adottare: la decretazione per “ordinanze”. Una scelta in continuità con il governo socialista di Manuel Valls che sospese la discussione parlamentare applicando il famigerato articolo 49.3 della costituzione gollista. Lo stato di emergenza dichiarato nel paese in funzione anti-terrorista è stato applicato per approvare la riforma più contestata della storia della quinta Repubblica. Sembrano le premesse per un ritorno dell’opposizione sociale a un’idea liberista del mercato del lavoro che ha già spianato i socialisti.

Il “Fronte sociale” aveva già manifestato a Parigi il 22 aprile scorso con numeri inferiori. Tra il primo e il secondo turno delle presidenziali il suo appello ha dato una forma politica allo slogan scritto ai piedi della Marianna in place de la République, nella serata del primo turno: “Ni patrie, ni patron, Ni Le Pen, ni Macron”. Indipendentemente dalla “peste o dal colera che arriverà al potere”, il corteo di ieri è stato la “prima mobilitazione sociale” in un paese che vuole rompere con la dialettica artificiale nella quale si è cercato di rinchiudere la politica transalpina: tra il fascio-populismo del Front National e il liberismo compassionevole di Macron.

L’opposizione intende ripartire dalla questione sociale che, insieme a quella della violenta discriminazione delle popolazioni immigrate e dei francesi di nuova generazione, è la radice di una frattura di classe multipla che porta con sé i germi di una radicalità ancora più dirompente.

“Quello che ci aspetta è molto grave – ha detto Romain Altmann (Info-Com Cgt) – una Loi Travail 2”. “Chiunque sia al potere, donna o uomo, mai come oggi da 40 anni abbiamo subito tante regressioni sociali”. Le inquietudini diffuse tra i militanti non hanno spinto ancora le grandi centrali a prendere posizione. L’annuncio di Macron ha prodotto sconcerto anche tra i vertici sindacali. Il primo maggio, Jean-Luc Melenchon ha chiesto di non toccare di nuovo il codice del lavoro, correggendo l’impressione diffusa che Macron voglia rilanciare una “guerra sociale” nel paese. Da Macron nessuna risposta. Durante l’estate la nuova legge potrebbe prendere forma.

Anche la gestione della piazza ieri si è rivelata in continuità con quella precedente dei socialisti. Prima di arrivare a Bastille, un plotone di Crs – vestiti da robocop e armati con fucili a pompa che sparano flashball e proiettili di gomma Lbd 40 millimetri – hanno fatto irruzione nel corpo del corteo. Una “nasse” (gabbia) è stata costruita, il corteo diviso. Colpi di Lbd sono stati esplosi, sono stati denunciati tre feriti in una manifestazione pacifica. L’obiettivo di queste azioni è spezzare il corteo e disperderlo, stavolta senza successo. Già domenica, a pochi minuti dopo la notizia dell’elezione di Macron, la durezza poliziesca ha avuto modo di manifestarsi contro i cortei “selvaggi” e pacifici nel quartiere di Ménilmontant, nell’Est parigino non ancora del tutto bianco e franco-francese.

A piccoli sciami, i gruppi si sono iniziati a muovere in gruppi da dieci a cinquanta, camminando veloci in uno dei quartieri meno imperiali e turistici di Parigi. Appuntamenti volanti alle fermate del metrò Couronnes, Belleville e Jourdain. Evitare le grandi piazze, silegge sui social. Ma la polizia risponde e organizza posti di blocco mobili. Il primo è già fulmineo. In rue Sorbier, davanti a Lieu-dit, uno dei bar più popolari della zona che aggregano le sinistre radicali nella Capitale. Una volante svolta all’incrocio e quasi investe un ragazzo. Alcuni giovani la fermano e sbattono i pugni sui finestrini: “Cassez-vous!” urlano. “Andate via!”.

Camionette bianche sgommano all’incrocio con rue de Ménilmontant. Come da un altro pianeta sbarcano gli agenti Crs e puntano fucili a pompa. Tra loro c’è anche una donna. Un agente si rivolge a un ragazzo con il “Tu” e non il “Voi”. Lui si infuria: “Lei non si deve permettere!”. In Francia il “vous” resta ancora una formalità importante. “Tout le monde déteste la police”: lo slogan delle grandi manifestazioni contro la riforma del mercato del lavoro “Loi Travail” rieccheggia in stradine familiari sotto un gigantesco murales che ricorda la danza di Matisse: “Nous les gars d’Ménilmontant”. Come atto di sfida il plotone con i caschi e gli scudi fende la piccola folla che si è radunata in strada.

A cinquecento metri più in giù, dove mezz’ora prima si celebrava un ”piccolo ballo selvaggio” con una banda e centinaia di giovani, la prima “nasse” della serata è pronta. Camionette e plotoni hanno accerchiato e disperso la folla danzante. “Si può passare, ma non risalire” dice un agente gigante con un passamontagna sotto il casco.

Micro-cortei di giovani e giovanissimi, studenti e precari di diverse nazionalità, si susseguono per ore, mentre gli agenti con le armature li inseguono a fatica. Si riparte per Couronnes. I poliziotti caricano il corteo davanti con bombe stordenti e lacrimogeni, mentre con i manifestanti che li seguono dietro usano gas urticanti per allontanarli. A Rue des Panoyaux si è formata un’altra “nasse” che ha isolato 130 manifestanti pacifici. Nove sono stati fermati dalla Bac, le “brigate anti-criminali”, agenti in borghese vestiti come i manifestanti, mentre una persona avrebbe ricevuto il foglio di via dal quartiere. Gli arrestati sono caricati su un pulmann. I manifestanti hanno cercato di fermarlo, ma sono stati allontanati a furia di spray, mentre una squadra di Crs ha schierato gli scudi.

Di nuovo a rue Sorbier, all’incrocio con rue Ménilmontant, sono state lanciate un paio di bottiglie vuote. In risposta sono stati esplosi lacrimogeni. Il fumo ha invaso i bar. Dopo avere rotto l’accerchiamento il bus è ripartito. Gli sciami dei manifestanti hanno girato il quartiere per radunare le persone. La caccia del gatto al topo è continuata fino a oltre le due di notte. È un primo segnale per chi ieri si è risvegliato a Macronia, un paese che è una pentola a pressione.

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Sabato sera, a Santiago, città dove iniziò nel 1953 la guerriglia contro il governo di Fulgencio Batista con l’assalto alla caserma Moncada, una folla di decine di migliaia di persone ha cominciato a dare l’ultimo saluto a Fidel Castro al grido di «Yo soy Fidel» («Io sono Fidel»).

Come era avvenuto a L’Avana e in tutte le città toccate dalla carovana che ha trasportato le ceneri del líder maximo nell’oriente dell’isola per la rituale sepoltura (quasi mille chilometri tra due ali di folla), la partecipazione popolare all’evento ha superato le previsioni della vigilia. La televisione cubana ha trasmesso tutto in diretta, alternando documentari storici a interviste a gente qualunque.

Si è potuto vedere un paese in lutto che ha perso chi – nel bene e nel male, spesso con eccessi di personalismo – lo ha guidato per oltre cinquant’anni. Vecchi, giovani, finanche bambini, emozionati hanno espresso il loro cordoglio confermando che la controversa figura di Fidel è comunque per tutti i cubani che vivono nel loro paese un padre della patria il cui lascito non potrà essere cancellato con un colpo di spugna.

Cuba ha sicuramente necessità di democrazia politica e di ulteriori riforme, troppo timide finora, ma chi si ostina a descrivere l’isola come un campo di concentramento, seppure tropicale, governato per decenni da un dittatore in divisa militare verde olivo, rischia di aver capito poco o nulla di una storia così peculiare come quella cubana, dove nazionalismo indipendentista con tinte latinoamericane e aspirazioni socialiste si intrecciano e dove – pur con tanti limiti – si è tenuto testa agli Stati uniti che volevano annettersela e poi all’addio di Mosca e dei paesi del «socialismo reale».

C’è invece qualcosa che va capito in quella storia e che spiega pure cosa è accaduto nell’ultima settimana, come hanno dimostrato le telecamere di tutto il mondo, a iniziare dalla statunitense Cnn che ha ormai a L’Avana un ufficio di corrispondenza da molti anni.

A Santiago, il discorso funebre è stato tenuto da un commosso Raúl Castro di fronte a molti invitati stranieri, tra cui i brasiliani Lula da Silva e Dilma Rousseff, il boliviano Evo Morales, il venezuelano Nicolas Maduro (c’era pure Diego Armando Maradona da sempre amico di Cuba): «Fidel, ti giuriamo di difendere la patria e il socialismo. Ci hai mostrato quello che si può diventare: un paese indipendente e rispettato, una potenza in campo medico e nel settore delle biotecnologie».

Il presidente cubano ha poi ribadito, rivolgendosi alla folla e senza nominare il nuovo inquilino della Casa bianca, Donald Trump: «Possiamo superare qualsiasi ostacolo per l’indipendenza e la sovranità della patria. Insieme si può».

È infatti la gelosa difesa della propria autonomia l’immediata preoccupazione del governo dell’Avana di fronte agli annunci bellicosi che vengono da Washington e dalla Florida con l’obiettivo di azzerare quanto fatto da Barack Obama (riapertura delle ambasciate, ripristino di normali relazioni diplomatiche, embargo meno rigido con inediti rapporti commerciali che puntavano all’eliminazione delle misure di penalizzazione economica).

Nel corso del suo breve discorso, Raúl ha fatto pure un annuncio: «Fidel, fino alla fine, rifiutava qualsiasi manifestazione di culto della personalità. Per questo, ci ha lasciato detto che il suo nome non deve essere utilizzato per ricordarlo con monumenti o denominazioni di strade, di piazze e di istituzioni pubbliche».

Un testamento quindi sobrio, che conferma la diversità di Cuba dai rituali a cui ci avevano abituati i paesi del «socialismo reale».

Sobria è stata anche ieri mattina, domenica, la cerimonia di sepoltura delle ceneri di Fidel nel cimitero di Santa Ifigenia a Santiago: pochissimi invitati presenti con i familiari e alcuni rappresentanti del governo.

La tomba, che non ha iscrizioni particolari ed è avvolta dalla bandiera cubana, è vicino ai caduti nell’assalto alla caserma Moncada e non molto distante dal mausoleo dedicato a José Martí, eroe della guerra di indipendenza contro la Spagna che si concluse, dopo trent’anni, nel 1898. A questo ultimo atto era presente anche Ségolène Royal, ministro dell’ecologia di Francia, che ha descritto ai giornalisti la cerimonia finale con parole di stima verso Fidel Castro attirandosi le ire della destra francese.

C’è un’ultima curiosità nell’addio cubano a Fidel.

Ieri, 4 dicembre, era il giorno dedicato a Santa Barbara. Secondo la religione afrocubana della santeria molto rispettata nell’isola, questa santa equivale all’immagine di Shangó nel pantheon dei santi africani: il protettore delle armi, dei fulmini, dell’amore, delle acque, il fustigatore dei malfattori.

La leggenda di Castro, secondo le credenze popolari, è stata sempre protetta da Changó. Quindi, la data di sepoltura può non essere stata casuale.

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Reportage. Agli slogan degli studenti nordamericani si affianca la posizione dei militanti degli anni Sessanta

Fin dalla notte newyorkese che ha sancito la vittoria di Trump, Black Lives Matter è lo slogan più ripetuto nel corso delle proteste seguite all’elezione. Gli fa da contrapposizione l’urlo dei supporter del neo presidente Blue lives Matter. Blue come il colore delle divise della polizia.

Black Lives Matter nasce nel 2012 a seguito dell’uccisione da parte della polizia del diciassettenne afroamericano Trayvon Martin e oggi è una parte rilevante del movimento studentesco statunitense, insieme a organizzazioni come Stop Mass Incarceration, contro la spregiudicatezza delle incarcerazioni, Fight for $15, che lotta per il raggiungimento di un accordo sul salario minimo garantito, Dreamers, che rivendica i diritti dei cittadini senza documenti e IEC (Incarceration to Education Coalition), per la libertà di accesso all’istruzione per gli studenti con precedenti penali, oltre a vari altri coordinamenti attivi su tematiche come il cambiamento climatico e il costo delle rette universitarie, che qui sono tra le più alte del mondo.

A giudicare dalle aree d’interesse del movimento studentesco sembrerebbe che i giovani prevedessero la vittoria del candidato repubblicano Donald J. Trump e volessero in qualche modo giocare d’anticipo. Ma non è così.
Le contestazioni degli studenti non fanno altro che richiamare l’attenzione della politica e della società civile su questioni rimaste in gran parte inascoltate anche negli otto anni della presidenza Obama, durante i quali, al di là del valore simbolico dell’elezione del “presidente nero”, sono state disattese quasi tutte le aspettative sostanziali.
Un aiuto per cercare d’interpretare meglio anche la schiacciante vittoria di Trump e le presunte capacità preveggenti dei giovani, ci viene dato dai leader del movimento degli anni Sessanta, che rispetto ai loro colleghi odierni possono far affidamento su una memoria storica più ampia.

Il bilancio del mandato democratico di Obama e più in generale della politica statunitense appare infatti decisamente negativo con le dichiarazioni di Carl Dix, portavoce nazionale del Partito Comunista Rivoluzionario, di Jamal Joseph ex Pantera Nera e membro del Black Liberation Army e Cornel West, filosofo, docente emerito presso Princeton e attivista del movimento Democratic Socialist of America.
È proprio quest’ultimo che durante una recente intervista definiva l’eventuale vittoria di Trump come una catastrofe fascista anteposta al disastro neoliberale di una vittoria della Clinton. Nelle sue teatrali arringhe pubbliche West punta il dito in modo inequivocabile contro un sistema che opprime brutalmente le minoranze, specie se afroamericane, a favore di un ristretto gruppo di privilegiati che detengono potere e risorse finanziarie. A una Hillary Clinton che dichiarava di essersi sempre battuta per i diritti dei bambini, West chiedeva a quali bambini si riferisse, tenuto conto che la riforma del Welfare del 1996 firmata da suo marito Bill aboliva gli aiuti federali in vigore dal 1936 per i figli di famiglie con basso reddito. “Nemmeno Ronald Reagan l’avrebbe firmata”.

Ancora più nette le dichiarazioni di Carl Dix, il rivoluzionario, come gli piace farsi chiamare.
Ci vediamo qualche giorno dopo una protesta contro la brutalità della polizia organizzata dal suo partito davanti al carcere di Rikers, in Queens. Il penitenziario è tristemente famoso per gli episodi di violenza nei confronti dei prigionieri, ma anche verso i dipendenti e le guardie della struttura correttiva. Dix mi racconta che il giorno dell’inaugurazione del mandato presidenziale stava incontrando alcuni studenti entusiasti per l’elezione del presidente afroamericano: “La nostra generazione ha già fatto la rivoluzione grazie all’elezione di un presidente di colore.” La risposta di Dix fu lapidaria: “Questo è il mio biglietto da visita. Chiamatemi tra sei mesi se qualcosa cambierà. Se sei mesi vi sembrano pochi, chiamatemi tra un anno.” Nessuno lo ha più chiamato. “Perché è cosi che il potere è impostato”, sostiene Dix, “Repubblicani e Democratici sono il prodotto dello stesso sistema imperiale e capitalista che non permette a nessuno che voglia davvero cambiarlo di raggiungere le posizioni di controllo.”

Alberto Vourvoulias è professore di giornalismo presso l’Accademia Americana di Roma e in precedenza è stato direttore della sezione latino americana di Time Magazine. Lo incontro nella sua casa a Brooklyn per parlare del movimento Dreamers e per farmi spiegare quali sono stati i risultati ottenuti dall’amministrazione Obama sulla delicata questione dei cittadini “senza documenti”. Dopo una lunga esposizione Vourvoulias fa notare che sebbene da una parte l’istituzione dei permessi di lavoro Daca abbia concesso ai figli degli immigrati irregolari di poter lavorare temporaneamente per un periodo di due anni, dall’altro, l’amministrazione del presidente afroamericano s’è fatta carico del più alto numero di deportazioni della storia del Paese, dopo che sempre un’altra amministrazione democratica, quella Clinton, aveva iniziato a costruire i primi muri tra Messico e USA.
Evidenzia delle criticità anche Jamal Joseph, oggi professore presso la Columbia University, ma che fin dalla sua militanza nelle Black Panther maturò la convinzione che numerosi problemi della società moderna potessero essere ricondotti allo sfruttamento liberal capitalista sviluppatosi grazie all’istituzione della schiavitù “sulla quale questo paese s’è letteralmente costruito”, come spiega il professor della Cornel University Edward E. Baptist nel suo libro: The Half Has Never Been Told: Slavery and the Making of American Capitalism.
Durante la conversazione nel suo studio che affaccia sul viale principale del campus della Columbia University, Jamal Joseph si spinge oltre e paragona l’attuale struttura privata carceraria e il relativo sfruttamento della forza lavoro dei prigionieri a una moderna forma di schiavitù. Ampiamente sottopagati “i detenuti lavorano per alcuni dei marchi più famosi, come Victoria Secrets, Wholefoods, oltre a produrre articoli da campeggio e microprocessori.” Questa opinione è rafforzata dalle parole di Greg Tate, musicista, scrittore, professore di studi americani presso la Brown University, membro della Black Rock Coalition  e con un passato come editor nel Village Voice: “ll paradosso di tutto ciò è che a causa dei precedenti penali, una volta usciti dal carcere non riescono a trovare un posto di lavoro nelle stesse aziende per le quali producevano quando erano dietro le sbarre”

Proprio sul parallelismo tra schiavitù e sistema carcerario – privato – statunitense, negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi studi sociologici, come ricordava qualche mese fa a Radio24 il professor Luconi, docente di storia americana presso l’Università di Firenze. Con un giro d’affari di miliardi di dollari e quasi due milioni e mezzo di persone dietro le sbarre, delle quali diverse centinaia di migliaia lavorano per colossi come Ibm, Boeing, Motorola, Microsoft, Dell, HP, Intel, AT&T etc., lo sviluppo di questo apparato “ha visto i democratici ugualmente responsabili”, dichiara Pina Piccolo, poetessa italoamericana e attivista, stabilitasi in Italia dopo aver vissuto trent’anni negli USA.

Anche i normali lavoratori vivono una condizione poco invidiabile, come mi fa notare un ex direttore della TV Discovery Channel. Ci vediamo una domenica a pranzo nel cuore del Lower East Side. “Il milione e mezzo dei dipendenti statunitensi di Wall Mart, – la più grande multinazionale al mondo della grande distribuzione – riesce a mangiare grazie ai buoni pasto federali. Le tasse degli americani sovvenzionano una delle compagnie più redditizie del pianeta.” Scopro che cita una ricerca del 2014 effettuata dall’organizzazione Americans for Tax Fairness elaborata grazie agli studi redatti nel 2013 dal Democratic Staff of the U.S. Committee on Education and the Workforce, i cui risultati furono pubblicati nel 2014 dalla rivista Forbes e che attestavano in $6.2 miliardi il costo dei dipendenti di Wall Mart per i contribuenti Americani, tra buoni pasto federali, assistenza sanitaria e programmi per la casa. Ricerca che che Wall Mart contestò subito dopo.

Qualche mese prima Forbes aveva pubblicato un’altro studio, redatto questa volta da ricercatori dell’università di Berkeley, che evidenziava come gli oltre 3 milioni e mezzo di dipendenti dell’industria dei fast food costasse ai contribuenti 7 miliardi di $ di cui all’incirca la metà per i programmi d’assistenza sanitaria per i bambini dei dipendenti di aziende come McDonalds, Pizza Hut, Taco Bell, KFC, che ricevono mediamente un salario di $8,69 l’ora, ben lontano dai $15 richiesti come salario minimo.
In un’intervista dell’Aprile scorso, Ed Rensi presidente di McDonald USA per 13 anni, fa notare che l’introduzione del salario minimo di 15$ porterebbe a un azzeramento dei profitti per il 90% dei punti vendita in franchising e che in Europa, dove le regole sui salari sono più rigide, l’azienda ha iniziato a sperimentare con successo l’introduzione di chioschi automatici che prendono le ordinazioni, tagliando di fatto migliaia di posti di lavoro.

Insomma, invece di ripensare le politiche commerciali si preferisce perseguire la strada della riduzione del costo del lavoro.

Provo a cercare una voce di positività rivolgendomi a Romie Williams, studentessa all’NYU grazie a una borsa di studio elargita dalla fondazione Gates con la quale riesce a pagare i $ 30 mila dollari annuali di retta per i suoi corsi di studio. Il programma Gates Millennium Scholars favorisce l’accesso a un’istruzione d’eccellenza per “gli studenti di colore.” Romie studia “Social Justice” con un focus in “Urban Education Reform” e presiede numerosi gruppi extra scolastici come la Black Student Union, Feminists of Color Collective, LGBTQ Student Center. Adesso è a Londra per una residenza all’estero all’interno del suo percorso di studi. Le chiedo che cosa pensa della recente vittoria di Trump, se ritiene che con Sanders le cose sarebbero andate diversamente, oppure se, come dicono Cornel West e Carl Dix, tutto dovrebbe essere cambiato perché così i politici sono unicamente il prodotto di un capitalismo corrotto.
Secondo Romie “i politici non sono che l’espressione degli elettori. L’apparato di controllo deve essere sfidato e cambiato con una rivoluzione, anche se molti sono spaventati all’idea del cambiamento.“
Le chiedo allora a che tipo di rivoluzione si riferisca, tenuto conto che proprio chi dovrebbe essere sfidato ha permeato sia l’apparato educativo che i media, lasciando alle persone ben poca autonomia, tenuto conto che è difficile sfidare qualcuno quando è lui che procura le risorse economiche per gli studi prestigiosi che poi permettono di trovare un buon lavoro con il quale pagare i debiti contratti all’università. Mi risponde che per il momento non ha una soluzione a questa domanda.

Con queste premesse era impensabile aspettarsi un supporto incondizionato al partito democratico volto solo a ostacolare la vittoria di Trump, che anzi, dopo aver ricevuto aspre critiche anche dai suoi è stata grottescamente percepita come “l’unica alternativa al sistema per cercare di bilanciare le risorse di un paese iniquo e contraddittorio” come mi ha detto John Vaughan, uno dei numerosi supporters di Trump intervistati dalle televisioni di mezzo mondo fuori dall’hotel Hilton la notte delle elezioni.

Se Vaughan abbia ragione o meno è difficile da dire.
Sicuramente il movimento studentesco dovrà cambiare solo il destinatario delle proprie proteste, che non saranno più rivolte al “potere amico” rappresentato dal presidente afroamericano, bensì verso il nuovo corso del tycoon newyorkese. Gli argomenti di contestazione, invece, rimarranno sostanzialmente gli stessi e soprattutto è quasi certo che se non saranno attuate delle specifiche politiche sociali, la condizione di povertà di 45 milioni di cittadini americani, la precarietà dei quasi 16 milioni di “undocumented people” e lo sfruttamento della popolazione carceraria a favore delle corporation private, continueranno a rimanere questioni irrisolte.

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«È nostro dovere – scriveva Viginia Woolf in Le Tre Ghinee – pensare: che società è questa in cui ci troviamo a vivere? Cosa significano queste cerimonie e perché dovremmo prendervi parte?» Non dobbiamo mai smettere di chiederci che prezzo siamo disposte a pagare per fare parte di questa civiltà e delle istituzioni al maschile che la sostengono. Queste parole risuonano oggi con rinnovato vigore.

Bisogna sempre pensare contro il proprio tempo, soprattutto ora che ci troviamo a raccogliere i pezzi di un sogno infranto: la prima donna eletta alla presidenza degli Stati Uniti. Come ha scritto Donna Haraway su Facebook: «Sì ho pensato che avremmo lottato insieme nel contesto dell’amministrazione neoliberale e parzialmente progressista di Clinton. Ho pensato che il cambiamento climatico e l’estinzione e tante altre cose sarebbero rimasti temi centrali. Devono esserlo ancora. Ma ora dovremmo unirci per combattere fascismo, razzismo scatenato, misoginia, antisemitismo, islamofobia, anti-immigrazione, e molto altro. Sento il cuore spezzarsi e ri-radicalizzarsi».

Sì, la parola chiave è ri-radicalizzarsi – superare questa sconfitta traumatica, imparare dai nostri errori e dagli errori altrui per sviluppare una nuova prassi politica.

Derrida, d’altro canto, ricorda il carattere suicida della democrazia. Partirei dalla consapevolezza che la democrazia in sé non ci salverà, non in una fase storica di ascesa di nuovi populismi. Negli anni Trenta del XX secolo, l’epoca di Virginia Woolf, si è votato «democraticamente» per i partiti nazional-socialisti, che hanno poi affossato le libertà più basilari e commesso immani atrocità. La ripetizione di questi fenomeni induce a chiedersi perché la democrazia rappresentativa non sia capace di sviluppare anticorpi verso gli elementi reazionari. Penso ovviamente all’uso strumentale che del referendum è stato fatto in Gran Bretagna, Olanda e Italia.

La vittoria di un misogino, incapace, maschilista e pericoloso razzista quale è Trump rende più che mai evidente la vulnerabilità e i limiti della democrazia rappresentativa. Assistiamo a un re-imporsi delle retoriche razziste della politica dell’emergenza e della crisi, Trump ha marciato proprio sul senso di insicurezza diffuso tra le classi meno abbienti americane. All’alba del Terzo millennio Bush aveva una strategia simile. Certo il ritorno in auge del populismo presenta importanti elementi di novità, da indagare con urgenza.

Tutti i populismi – che siano di destra o di sinistra – si equivalgono. A destra, gli appelli astratti alla nozione sacralizzata di autenticità culturale hanno sostituito le retoriche del sangue e del suolo. A sinistra, le classi devastate da declino economico e austerità hanno autorizzato l’espressione pubblica della rabbia dei bianchi – per lo più uomini: whitelash, colpo di ritorno dei bianchi.

Comportandosi come un’etnia urbana in pericolo di estinzione, producono forme virulente di populismo ultra-nazionalista. Fanno del loro senso di vulnerabilità un vero cavallo di battaglia – come se le sole ferite che contano fossero le loro. Queste ferite inflitte alle classi più vulnerabili sono state interpretate come disincanto politico post-ideologico, ma non si può dire che il populismo di sinistra non sia altrettanto misogino e xenofobo. Io mi oppongo fermamente ad entrambe le versioni: tutti i populismi ruotano attorno al perno della supremazia maschile e della bianchezza. Basti considerare il sostegno entusiasta che un intellettuale come Žižek ha prestato a Trump nei giorni cruciali prima delle elezioni americane. La misoginia di Žižek è nota, tuttavia stavolta si è svenduto alle destre e dovrebbe essere ritenuto responsabile per una tale deriva.

Certo, la sinistra ha enormi responsabilità: è anche grazie agli errori dei precedenti leader e delle vecchie coalizioni «democratiche» che i repubblicani hanno vinto. D’altra parte, il populismo di destra di personaggi quali Trump e Johnson è una forma così palese di manipolazione da risultare nauseante, si esercita sulle persone più colpite da ristrettezze economiche.

Questi manipolatori usano i/le migranti e tutte le soggettività «altre» come capri espiatori. Appellarsi a tali leader nazionalisti significa riprodurre quello che Deleuze e Guattari chiamavano micro-fascismo. E i micro-fascisti sono a destra tanto quanto a sinistra.

Sul piano filosofico, non posso fare a meno di interpretare queste elezioni attraverso il Nietzsche di Deleuze: siamo nel regime politico della «post-verità», alimentato da passioni negative quali risentimento, odio e cinismo. In quanto docente ritengo che il mio compito risieda nel combattere con gli strumenti critici del pensiero, dell’insegnamento, ma anche della resistenza politica: non solo nelle aule, ma nella sfera pubblica.

In quanto filosofa ritengo necessario portare avanti una critica dei limiti della democrazia rappresentativa, a partire dallo spinozismo critico e dall’esperienza storica dei femminismi. Non possiamo fermarci all’antagonismo, non è sufficiente la fede nella dialettica della storia, dobbiamo elaborare una politica dell’immanenza e dell’affermazione, che richiede cartografie politiche precise dei rapporti di potere dai quali siamo attraversate/i. Abbiamo bisogno di ri-radicalizzare in primis noi stesse/i.

Nel mio lavoro ho sempre sostenuto che l’afflizione e la violenza conducono all’immobilismo, non sono foriere di cambiamento. All’indomani della vittoria di Trump ne sono ancora più convinta: occorre mettersi alla ricerca di forme di opposizione costituenti, capaci di dar vita a politiche concrete. Non nego che il processo in corso sia doloroso e difficile. Tuttavia, come ha sostenuto Hillary Clinton, la rabbia non è un progetto, va trasformata in potenza di agire, organizzata, indirizzata non solo «contro», ma anche «per».

Risulta chiaro a tutte/i che Trump è il baratro di negatività della nostra epoca, che avevamo bisogno di tutto meno che della sua vittoria. Mi permetto però di chiedere: e poi? Siamo contro l’alleanza tra neolibersimo e neofondamentalismo che Trump oggi, come Bush ieri, incarna a pieno. Dobbiamo però accordarci su cosa vogliamo, cosa desideriamo costruire insieme come alternativa. Dobbiamo capire chi e quante/i siamo «noi».

La risposta, e la reazione a questi fenomeni, passa attraverso la composizione collettiva di pratiche collegate all’etica dell’affermazione di alternative condivise e situate. Quello delle passioni negative non è il linguaggio che propongo come antidoto all’avvelenamento dei nostri legami sociali. Pertanto mi chiedo: siamo capaci di immaginare pratiche e teorie politiche affermative, di creare orizzonti sociali di resistenza? Di che strumenti ci dotiamo per non arrenderci al nichilismo e all’individualismo?

Abbiamo dalla nostra parte parte potenti etiche politiche: da Spinoza a Haraway, da Foucault a Deleuze. Abbiamo pratiche all’altezza della sfida: dalle Riot Grrrl alle Pussy Riot, passando per le cyborg-eco-femministe e le attiviste antirazziste e antispeciste, innumerevoli irriverenti e cattive ragazze rivendicano autodeterminazione, creano nuovi immaginari e nuove forme di affettività. Muse ispiratrici per modelli di soggettività alternativi a quelli costruiti sull’isolamento, queste cattive ragazze ci insegnano che le modalità di resistenza alle violenze e alle contraddizioni del presente viaggiano di pari passo alla creazione di stili di vita in grado di sostenere i desideri di trasformazione.

Forse in Italia vedremo questa potenza politica nelle piazze il 26 novembre. Ed è forse giunto il momento che la sinistra impari dal pensiero e dalle pratiche femministe, dai movimenti antirazzisti e ambientalisti. È inaccettabile che nel 2016 come nel 1966 i sedicenti intellettuali di sinistra sminuiscano il portato delle nostre lotte riducendole a politiche identitarie. È tempo di ri-radicalizzare la sinistra mostrandole gli effetti del suo stesso sessismo e della sua negazione della politica affermativa femminista.

(traduzione di Angela Balzano)

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II plauso e il giubilo di conservatori, speculatori e corrotti, per il governo che avrà la Spagna e per il suo presidente che sarà di nuovo Mariano Rajoy, dopo quasi un anno, due tornate elettorali e grazie all’astensione del Psoe. Meno entusiasmo per gli oltre dieci milioni di elettrici ed elettori che, con il loro voto, speravano di realizzare una alternativa di sinistra. Al di là di questi sentimenti contrapposti è evidente che si sta formando un governo che continuerà a demolire lo stato sociale, a distruggere l’ambiente e a togliere libertà e diritti, soprattutto alle donne e ai soggetti politici antagonisti.

Una triplice alleanza, come già l’ha battezzata Pablo Iglesias, tra PP, Psoe e Ciudadanos. Oggi è questa l’essenza della governabilità della Spagna che taglia fuori quella metà del paese che non ha votato per nessuno di loro. Una nomina per Rajoy, frutto di una decisione storica del Psoe e di quei baroni socialisti che affermano, per calmare una base in rivolta, che l’astensione serve solo ad impedire terze elezioni e non a rinunciare a costruire dall’opposizione l’alternativa alle destre. Opposizione su cosa, quando, con chi? Forse i deputati socialisti si opporranno alla nuova ondata di sacrifici e tagli allo stato sociale che Rajoy farà per obbedire alla Commissione europea? O finirà l’assurda chiusura socialista ai 67 deputati di Unidos-Podemos, a cui l’astensione socialista lascia ora il compito di organizzare, in parlamento e nel paese, l’opposizione?

Uno dei tanti tweet in rete, lapidario, profila lo scenario dei prossimi giorni <@Psoe dopo questo, sinceramente passo a Podemos. Straccio la tessera. Già avete un socialista in meno>. Ma non sarà un compito facile, quello di Podemos, perché comunque la crisi socialista rischia di disperdere forze e soprattutto perché in questi mesi Podemos è apparso ininfluente, chiuso in un dibattito interno che ne ha di fatto paralizzato l’iniziativa politica e sociale. Situazione di stallo per una causa oggettiva, l’assoluta impraticabilità della sua proposta di alternativa alle destre basata su una alleanza con il Psoe, avversata in primo luogo dagli stessi socialisti.

La sfida che ora vive Podemos è occupare lo spazio di opposizione che gli è stato lasciato, riprendere l’iniziativa, non solo in parlamento, dove i deputati non sono sufficienti a cambiare le cose, ma soprattutto nel paese per evitare che la crisi del Psoe sfoci di fatto in una crisi più generale dell’intera sinistra. Le condizioni per ribaltare i rapporti di forza, oggi favorevoli alle destre, ci sono. Il governo che si insedierà nei prossimi giorni è debole, travolto dagli scandali e destinato ad alimentare una conflittualità sociale che metterà a dura prova non solo Rajoy, ma anche la scelta fatta dai socialisti di astenersi.

Spesso, da giornali e televisioni, viene data una rappresentazione di Podemos e del suo dibattito, come di un partito bloccato in una lotta per l’egemonia, tra i due maschi dominanti Pablo Iglesias e Íñigo Errejón, o diviso tra il dare maggiore importanza alla strada o il consolidare la sua forza nelle istituzioni. Se fosse solo così Rajoy e il suo governo potrebbero dormire sonni tranquilli. Ma Podemos è più complesso di come, spesso, viene raccontato. Basta guardare il percorso che gli ha permesso in pochi anni di raccogliere oltre cinque milioni di voti. Un risultato che non è dipeso solo dall’essere un partito espressione del movimento degli indignati del 2011, ma soprattutto dalla capacità di raggiungere e mettere in rete i volti con cui quel movimento si è radicato nel territorio, di dargli una rappresentanza istituzionale. In tutti i grandi comuni dove governa insieme ai movimenti contro gli sfratti, alle maree che hanno animato la lotta per l’istruzione e la sanità pubblica, da Barcellona con la sindaca Colau a Madrid con la sindaca Carmena, dai Paesi Baschi, dalla Galizia a Valencia.

Anche l’assemblea cittadina di Podemos Madrid, riunita in questi giorni per il rinnovo della direzione regionale, influenza ulteriormente il dibattito interno, verso un Podemos rinnovato, decentrato e dove non solo le donne contino di più, ma proprio le femministe con le loro idee di politica e di vita materiale. Podemos è un partito ancora in costruzione. Se nel congresso che si terrà a gennaio prevarrà questo volto di Podemos e si riuscirà a trasformare queste, che per ora sono state solo alleanze elettorali, in un’idea nuova di partito in grado di modificare i rapporti di forza fra destre e sinistre e impedire che la crisi del socialismo spagnolo si risolva in una dissoluzione di un patrimonio storico, cosa che renderebbe impraticabile la possibilità di far crescere in Spagna l’alternativa alle destre.

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Il ferro è caldo e va battuto: in sintesi sembra questa la strategia di Bernie Sanders e dei suoi all’indomani della Convention di Philadelphia. Per quanto si sia conclusa in una sconfitta, la campagna per le primarie di Sanders è rimasta ineguagliata per il numero di persone mobilitate e di donazioni ricevute (con un contributo medio di 30 dollari).
E Sanders ha intenzione di non sprecare il capitale politico che è stato capace di accumulare: del resto, l’aveva detto che non sarebbe finita con la Convention e – dopo aver congegnato la campagna elettorale più trascinante della storia d’America e con una lotta per l’egemonia nel Partito democratico ancora tutta da giocare – non intende certo tornare come se niente fosse al suo seggio di Senatore del Vermont.

Un capitale politico

La campagna di Clinton è giunta esausta all’appuntamento con Trump. La retorica elettorale dell’establishment democratico si regge sulla filosofia del meno-peggio e sulla paura che «such a man» diventi presidente: l’evocazione della paura – l’arma che ha permesso a Trump di ottenere la nomination – gli viene ora rivoltata contro.
E, in fondo, questo argomento ha svolto la sua funzione persuasiva anche su Sanders, che ha accettato la sconfitta alle primarie e chiesto ai suoi sostenitori di appoggiare Clinton nella sua corsa inarrestabile verso la Casa bianca. Un sondaggio recente del Pew Research Center rileva che l’85% dei sostenitori di Sanders voterà democratico a novembre, ma anche che il livello di soddisfazione fra gli elettori sia ai minimi da decenni. Dopo la scelta sofferta di un (imbarazzato) endorsement alla sua nemesi, Bernie Sanders decide di gestire politicamente quell’insoddisfazione che registrano i sondaggi e lancia un nuovo soggetto politico, battezzandolo con un nome che continua la tradizione delle «parole che pesano» inaugurata con «I’m a socialist»: si tratta di Our Revolution.

Creature post Filadelfia

Our Revolution è un’organizzazione noprofit, una creatura post-primarie che nasce per convogliare le energie creative del movimento politico creatosi intorno a Sanders e si pone come obiettivi di rivitalizzare la democrazia americana, potenziare i leader progressisti e aumentare la coscienza politica generale. La logica di fondo è: «Election days come and go, but the struggle must continue».

E questa lotta, in particolare, è una lotta che mai prima aveva avuto tanto spazio nell’orizzonte delle elezioni americane.

Our Revolution è stata lanciata con una serie di email alla mailing list dei supporters: email che – fun fact – sono state considerate spam da Gmail, come tutte le precedenti della campagna di Sanders.

Sanders invitava i suoi a ritrovarsi tutti per seguire il suo primo grande discorso di ripartenza. Come da manuale di rivoluzione 2.0, il 24 agosto, alle 9 di sera sull’Atlantico, alle 6 sul Pacifico, decine di migliaia di sanderistas si sono trovati in più di 2.600 locations sparse per gli Stati uniti (salotti, backyards, sale in affitto e luoghi pubblici) per collegarsi in streaming con quel senatore del Vermont che ha dato una scossa inaspettata alla noiosissima scena politica istituzionale americana.
Our Revolution riassorbe l’attivismo politico e sociale messo in moto dalla campagna per le primarie e cerca di connetterlo con le esperienze di associazionismo disperse sul territorio che possono servire da infrastruttura per un nuovo movimento politico: un movimento che ambisca ad avere influenza sulla politica ufficiale, a tutti i livelli istituzionali.

«Brothers and Sisters»

Le donne e gli uomini del movimento («brothers and sisters», con l’appellativo usato da Bernie) sono chiamati a candidarsi per tutte le posizioni elettive che saranno rinnovate nei prossimi anni, dagli school board nei distretti amministrativi locali fino al Senato federale. L’8 novembre prossimo – e si tende a dimenticarlo offuscati dal troppo parlare di presidenziali – si voterà anche per l’elezione di undici governatori di Stato (tra i quali il Vermont di Bernie Sanders) e di 435 membri della la House of Representatives e per un terzo dei seggi senatoriali. Quanto al Senato, verrà eletta una cosiddetta Class, cioè 34 senatori, eletti in altrettanti Stati, in questo caso, tra gli altri: California, New York e Vermont (ma non è in gioco il seggio di Bernie Sanders, il cui mandato come junior senator scadrà nel 2018).

«Our Revolution – ha detto Sanders ai suoi sostenitori radunati a Burlington (Vermont) o raggiunti via web – è ispirata dalla storica campagna presidenziale Bernie 2016. Coinvolgerà centinaia di migliaia di persone che lotteranno dal basso per un cambiamento negli school boards, nei loro consigli municipali, assemblee legislative locali e federali.

Non solo: si occuperanno di questioni fondamentali come finanziamento della politica, ambiente, sanità, lavoro, questioni di genere, e faranno tutto quanto è in loro potere per creare un’America fondata sul principio della giustizia economica, sociale, razziale e ambientale». Sanders ha dettato la sua linea politica: Our Revolution è un progetto politico a lungo termine che aspira a mobilitare le nuove generazioni («dai 45 anni in giù») perché «se abbiamo intercettato la grande maggioranza dei giovani di questo Paese, – e menziona esplicitamente i giovani delle minoranze – significa che le nostre idee sono il futuro degli Stati Uniti d’America». Quella che Sanders dice di aver vinto è la «battaglia idologica».

Lo spazio che la stampa americana – e con quella americana quella globale – sta dando a Our Revolution è coerente con quello che ha dato al suo guru per tutti i mesi di campagna per le primarie: irrisorio.

Il New York Times si limita a riportare le vicende interne allo staff di Sanders (l’ammutinamento di vari membri dopo la nomina di Jeff Weaver – che fa campagne per Bernie da più di trent’anni – a presidente dell’organizzazione); al di là della questione del finanziamento all’organizzazione la polemica sullo staff rivela forse che esiste un comando verticistico e che la nostra rivoluzione si fa dal basso, sì, ma il suo apparato manageriale non ama la partecipazione democratica.

In certi quartieri dei berners corre la voce che Weaver rappresenti più un problema che una risorsa, mentre Claire Sandberg e Kenneth Pennington – in fuga dal comitato di Our Revolution – pare stiano navigando verso Brand New Congress.

Movimenti apartitici

Se Our Revolution è la gemmazione ufficiale della campagna «A future to believe in» – in altre parole: si può fregiare a buon diritto del marchio Bernie Sanders – il movimento dei berners ha, com’era prevedibile, messo al mondo anche qualche figlio illegittimo. Uno dei più eclatanti è proprio quello di Brand New Congress, idea di un gruppo di supporters nata come tentativo di pensare al post-novembre quando ancora Sanders era un possibile concorrente di Donald Trump.

Brand New Congress è (per ora) un gruppo informale che si pone gli stessi macro-obiettivi di Sanders (e riproduce la retorica anti-establishment), ma sceglie di concentrarsi sulle elezioni al Congresso del 2018. Bnc si presenta come una piattaforma apartitica di supporto a coloro – preferibilmente non politici di professione – che vogliono candidarsi alle primarie (democratiche o repubblicane: in caso di sconfitta si corre comunque da indipendenti) e condividono con Bnc alcuni punti programmatici: competenza («be good at what they do»), dedizione alla cosa pubblica («serving their people»), rinnovamento delle cariche (rottamazione).

Inoltre Bnc – che si propone in una struttura verticistica – chiede ai candidati che aderiscono al progetto un’adesione totale al programma («agree on the whole platform»), che richiama altre esperienze europee, autodichiaratesi a-partitiche, di discesa in politica attraverso l’antipolitica.
Infine Bnc è pronta a presentare propri candidati anche alle primarie repubblicane, qualora sia il partito più forte nel distretto in questione, scelta che la distingue da Our Revolution. Quanto al legame di questo progetto con Our Revolution, per ora si registra un mutuo ignorarsi.

Con il lancio di Our Revolution Sanders inaugura una strategia politica che riesce a sfruttare la flessibilità del sistema politico americano, aperto alle incursioni degli outsider, e che evoca una volontà di insediarsi in profondità nella società americana e di divenire una forza politicamente e culturalmente egemone, ma soprattutto autonoma dal Partito democratico.

Se all’indomani della Convention e dell’endorsement quasi obbligato a Clinton, Sanders e il suo movimento sembravano destinati ad essere cooptati all’interno del partito ora sembra che abbiano preso una strada diversa. Sanders potrà così rispettare il patto con Clinton ma allo stesso tempo comincia a costruire un’organizzazione politica a partire dalle numerose cariche elettive che il sistema politica americano prevede.

Dall’altro lato, Our Revolution continuerà a dialogare con tutte i gruppi, come i Verdi di Jill Stein o i trotzkisti di Socialist Alternative, che hanno sostenuto o seguito con simpatia la campagna di Sanders ma che non ne hanno condiviso l’endorsement a Hillary, e che appoggiano Stein alle Presidenziali di novembre.

Our Revolution, invece, guarda ben al di là delle Presidenziali, anche se non manca di volerne influenzare l’esito: ambisce ad essere i luogo di il catalizzatore di tutte le esperienze politiche di base che, pur animando la vita politica del Paese, ne restano ai margini perché disperse.

Dal 2011 gli Stati uniti sono stati attraversati da un ciclo di lotte ampio e innovativo: la battaglia del Wisconsin (la più grande mobilitazione operaia e anti-austerity nella storia dell’America contemporanea), Occupy Wall Street, la «Fight for 15$» (la lotta dei lavoratori dei fast food), le mobilitazioni studentesche per l’accesso all’educazione superiore gratuita, la People’s Climate March e, soprattutto, Black Lives Matter.

La campagna di Sanders non è certo l’espressione a livello elettorale di queste esperienze – anzi, ha dimostrato dei limiti nel dialogarci – tuttavia emerge dalle stesse dinamiche. Ma ad ora non è dato sapere se Our Revolution sarà lo strumento che finalmente coalizzerà questi soggetti, organizzerà il 99% e preparerà la resa dei conti con gli oligarchi di Wall Street.

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BERLINO Maxi-rivolta a Berlino Est contro lo «Stato di polizia». La più violenta manifestazione degli ultimi cinque anni nella capitale tedesca.

Da una parte 1.800 poliziotti in assetto di guerra pronti ad assediare il «quartier generale» degli «Autonomen» a Friedrichshain; dall’altra 3.500 attivisti di estrema sinistra che non hanno alcuna intenzione di lasciare gli (ultimi) squat in mano agli speculatori immobiliari.

Risultato: ore di scontri frontali, cariche e contro-assalti, salve di gas lacrimogeni e lancio di oggetti più o meno contundenti. Disordine pubblico e guerriglia urbana mentre bruciano le auto parcheggiate e i paramedici corrono e soccorrono peggio degli infermieri al fronte.
Più di qualunque immagine, degli scatti «virali» nei social-media, delle testimonianze giocoforza parziali, raccontano i numeri ufficiali della «notte del 9 luglio».

Un vero e proprio bollettino di guerra: 86 manifestanti arrestati, 123 poliziotti feriti, altre decine tra fermi e perquisizioni.

È L’epilogo della tensione (senza strategia) delle forze dell’ordine a Berlino, che hanno battuto senza sosta la Rigaerstrasse per oltre un mese. Il risultato delle contromisure per arginare «violenza e illegalità degli estremisti di sinistra» riassumono alla centrale della Landespolizei nella «piazza del ponte aereo», di fronte all’aeroporto (ora centro-profughi) di Tempelhof.

Da qui il casus belli, acceso dai fumogeni all’ultimo piano del centro sociale Abstand (Distanza) da sempre nel mirino della polizia così come del ministero dell’interno della città-Stato. «Fuori i porci da via Riga» è lo slogan scandito contro i Robocop in divisa dagli attivisti berlinesi, che sbattono i cucchiai sul fondo delle pentole e sparano «razzetti» contro i plotoni di agenti. Prima di passare al lancio di bottiglie e sassi che colpiscono le auto di servizio e infrangono le vetrine dei negozi.

«Avete venduto tutta Berlino» spiegano gli «Autonomen» con uno striscione calato dalle finestre dell’Abstand. E «ora volete sgomberare l’ultimo angolo libero di quel che resta della città» riassume uno dei portavoce del centro sociale.

Così, non resta che «resistere» ed estendere il «caso» politicamente fino e oltre il palazzo del Senato e il Municipio Rosso. Qui il sindaco – che è anche governatore del Land – Michael Müller (Spd) prova a spegnere la contestazione, appellandosi ai «residenti di Rigaerstrasse» e chiedendo di aprire un tavolo di confronto su «richieste e necessità».

Ma la sua disponibilità spacca in due la coalizione di governo. Frank Henkel, senatore con delega all’interno (Cdu) boccia anche solo l’ipotesi del dialogo: «Ciò che è accaduto sabato a Friedrichshain è un’orgia di violenza di sinistra».

Di più: i democristiani nel Senato di Berlino avvertono il Bürgermeister Müller: «Il governo si sta dimostrando troppo morbido nei confronti della violenza di sinistra, nonostante i rapporti delle forze dell’ordine continuino a segnalare l’aumento di questo genere di azioni nell’intera Germania».

Intanto, all’Abstand, fanno sapere che la «guerra» è tutt’altro che finita, e «quest’estate sarà calda, molto calda».

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