Internazionale

Il continente latinomericano torna a essere vittima di colpi di Stato militari, giudiziari, parlamentari; le vittime sono sempre i popoli che patiscono morti, feriti, arresti, violenza sociale e strutturale.

I governi neoliberisti portano nei nostri paesi fame e povertà, distruzione della capacità produttiva, dollarizzazione dell’economia assoggettata alla speculazione finanziaria con processi inflazionistici inimmaginabili, come quello patito dall’Argentina.

La ribellione dei popoli arriva quando le condizioni di vita diventano insostenibili e si afferma la disperazione. Dietro tutti i meccanismi di dominazione c’è la mano degli Stati uniti che non vogliono perdere il controllo continentale e che, come negli anni Settanta, favoriscono colpi di Stato imponendo la dottrina della sicurezza nazionale e attuando il Piano Condor II.

È avvenuto contro il presidente Manuel Zelaya in Honduras, un’esperienza pilota con il golpe civico-militare e il rafforzamento della base militare Usa a Pulmarola.

Hanno fatto seguito il golpe civico-parlamentare in Paraguay contro il presidente Fernando Lugo, e il golpe parlamentare contro la presidente del Brasile Dilma Rousseff, per impedire che Lula si candidasse alle elezioni presidenziali. Il continente è preso di mira da colpi di Stato parlamentari o militari, ma l’obiettivo è lo stesso: bloccare l’avanzata della sovranità dei popoli. Gli Stati uniti hanno avviato la guerra giudiziaria, la Lawfare, con la complicità dei media egemoni che condannano prima di verificare i fatti creando il pensiero unico e la monocoltura delle menti.

In Bolivia, il presidente Evo Morales era riuscito a superare diversi tentativi di golpe, come il massacro di Pando e la sollevazione della regione della Mezzaluna. Oggi il paese torna a essere protagonista di un colpo di Stato, civico-militare, con l’intervento degli Stati uniti e quel che ne è seguito: morti, arresti, persecuzione dei popoli originari e di tutto il popolo boliviano. Gli Usa hanno imposto un governo di fatto con Jeanine Añez, apprendista dittatrice manovrata dalle forze armate.

La politica degli Stati uniti si propone di impedire che esistano paesi indipendenti, ostacolare l’integrazione regionale, piegare il continente agli interessi del Fondo monetario internazionale e della politica neoliberista; nel caso dell’Argentina, l’obiettivo è isolare il prossimo governo, presieduto da Alberto Fernández e Cristina Kirchner.

La ribellione dei popoli nel continente si va estendendo. In Cile, il governo di Sebastián Piñera torna a mandare l’esercito a reprimere i manifestanti, con morti, persone accecate, tanti casi di detenzione e torture perfino contro minorenni. In Ecuador, la repressione ha colpito chi si è rivoltato contro la politica neoliberista di Lenin Moreno. C’è poi la pesante situazione nella quale si trovano i popoli di Haiti e del Venezuela.

È necessario che le organizzazioni sociali, culturali, politiche si uniscano nella richiesta di dimissioni del segretario generale dell’Osa (Organizzazione degli Stati americani) Luis Almagro, per le sue colpe nella crisi in Bolivia, legate all’irresponsabilità nella verifica dei voti alle ultime elezioni, e alla sua dipendenza dalla politica Usa, intervenuti per ostacolare la vittoria di Evo Morales. Almagro è un pericolo per le democrazie, in America latina.

Attualmente in Bolivia non esistono interlocutori validi, sul fronte dei golpisti responsabili della violenza scatenata contro la popolazione. È urgente che l’Onu mandi una commissione di inchiesta che possa gettare le basi per raggiungere la pace e fermare la violenza omicida. Occorre esigere il ritiro immediato delle forze armate dalle strade e dalle campagne della Bolivia. Basta con la repressione e i morti. Per ricordare l’esortazione di monsignor Oscar Romero, «nessun soldato è obbligato a obbedire a ordini ingiusti contro il proprio popolo».

È necessario che il popolo boliviano si autoconvochi in una Assemblea costituente e chieda elezioni senza rinvii. Siano avviate inchieste sulle morti provocate dall’esercito e dalle forze di sicurezza. Cessino le discriminazioni, le persecuzioni, il razzismo. E sia rispettata la pluralità del popolo boliviano.

* Premio Nobel per la pace, Fundación Servicio Paz y Justicia- Argentina

(traduzione di Marinella Correggia)

* Fonte: Adolfo Pérez Esquivel, il manifesto

 

photo by Parque de la Memoria – Monumento a las Víctimas del Terrorismo de Estado [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]

Solo quest’anno il capo della Casa bianca ha varato una cinquantina di nuove misure per strangolare l’economia dell’isola e abbattere il governo socialista. Di recente all’embargo deciso unilateralmente dagli Usa quasi 60 anni fa si è aggiunto un blocco navale.

Un blocco per impedire il rifornimento di petrolio venezuelano, la drastica riduzione delle rimesse che i cubano-americani possono inviare alle loro famiglie, la cancellazione delle crociere dalla Florida e dei voli commerciali delle compagnie aeree statunitensi- alle quali è permesso atterrare solo all’Avana – e sanzioni a chi vende all’isola materiali che contengano più del 10% di tecnologia Usa (specie nelle telecomunicazioni e nella sanità).

Turismo, rimesse e missioni sanitarie sono le principali voci del bilancio dell’isola.

A queste misure di strangolamento – e per giustificare le medesime- l’Amministrazione Trump aggiunge l’accusa ai «castrocomunisti» – e ai «chavisti bolivariani» – di essere una sorta di burattinai delle proteste e rivolte popolari che nell’ultimo mese stanno scuotendo il subcontinente latinoamericano.

Per contrastare questa supposta ingerenza politica destabilizzante, la Casa bianca ha chiamato a raccolta i governi latinoamericani di destra, ma anche dell’Ue, affinché si aggiungano alla campagna di sanzioni e alla – questa sì- politica di governement changing contro l’Avana e Caracas.

I due più entusiasti «amici» vassalli, il presidente brasiliano Jair Bolsonaro e il suo collega colombiano Ivãn Duque hanno prontamente risposto all’appello.
In questa situazione il governo cubano si trova a dover fronteggiare una drammatica scarsezza di valuta estera, necessaria per mantenere la sua politica di redistribuzione socialista – solo l’acquisto di generi alimentari richiede quasi due miliardi di dollari all’anno – e di sviluppo.

La flessione del turismo (secondo dati ufficiosi), delle rimesse e il mancato decollo di importanti investimenti esteri hanno generato una situazione di scarsezza di petrolio e di generi di prima necessità che ha provocato un generalizzato malcontento della popolazione Il presidente Díaz-Canel in un intervento in televisione ha sostenuto che si tratta di una crisi congiunturale.

Anche se visto l’anno di campagna presidenziale negli Usa – e peggio ancora se Trump venisse rieletto – si tratta di una congiuntura di tempi non brevi.
Alcuni economisti e intellettuali – anche non della debole opposizione- hanno invece ipotizzato che si tratti di una crisi strutturale, generata da un modello socialista che, nonostante le riforme varate dall’ex presidente Raúl Castro, molte delle quali però sono ancora non attuate, è incapace di generare lo sviluppo delle forze produttive necessarie a sostenere il welfare socialista. Cuba, dicevamo, resiste.

La linea scelta dal presidente (e dal Pc) è di operare su due assi. Da una parte rinsaldare e incrementare i rapporti economici con ( e gli investimenti dagli) alleati tradizionali, soprattutto Russia e Cina, ma anche dei Paesi non allineati. Díaz-Canel ha appena concluso una «proficua» missione al vertice dei «Non allineati» in Azerbaijan e a Mosca.

Dall’altra di riuscire raccogliere gran parte della valuta esportata dai cubani. Da alcuni anni, infatti, grazie a una delle riforme di Raúl Castro, è consentito ai cittadini di importare per uso personale una serie di generi (elettrodomestici, tecnologia, moto elettriche, vestiario) pagando la dogana in pesos cubani – un dollaro o un peso cubano convertibile(Cuc) valgono 25 pesos per dollaro.

La quasi totalità di questa importazione attuata da cubani che possiedono valuta estera si è poi riversata in una sorta di mercato parallelo facendo una concorrenza spietata allo Stato che vende gli stessi prodotti con una «tassa» di più del 200%, proprio per sovvenzionare i programmi sociali della rivoluzione.

Così da lunedì 28 ottobre sono stati aperti sette centri commerciali all’Avana e uno a Santiago de Cuba dove vengono venduti in dollari elettrodomestici e moto, pagati però solo con una carta di debito emessa dalle banche di Stato. L’affluenza è stata, e continua a essere, massiccia.

La misura adottata dal governo ha avuto un buon grado di accettazione visto che i cubani, almeno quelli che ne hanno la possibilità, possono acquistare generi assai richiesti – come split per aria condizionata- a prezzi assai inferiori anche rispetto al mercato parallelo.

La preoccupazione di vari commentatori è che però si sia all’inizio di una dollarizzazione dell’economia cubana. Con un effetto inflattivo. E con il pericolo che «la moneta buona (il dollaro) cacci quelle due già circolanti» – il peso – detto moneda nacional – e il peso convertibile Cuc.  Infatti al mercato nero in pochi giorni il dollari è salito dalla parità col Cuc a quota 1,30.

* Fonte: Roberto Livi, il manifesto

 

photo by Abderrahman Ait Ali [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)]

Parla Pablo Sepúlveda Allende, nipote di Salvador Allende.  «I cileni esigono cambiamenti profondi. La risposta è stata un terrorismo di stato analogo a quello degli anni bui di Pinochet»

Dal momento in cui il popolo cileno si è risvegliato, ribellandosi alla cronica ingiustizia sociale prodotta da un modello considerato il più neoliberista del mondo, per il paese si è aperta finalmente la possibilità di gettare alle ortiche la pesante eredità della dittatura di Pinochet. È la speranza che ci trasmette Pablo Sepúlveda Allende, nipote dell’indimenticato Salvador Allende (sua madre, Carmen Paz, è la figlia maggiore del presidente socialista) e membro della Rete di intellettuali, artisti e movimenti sociali in difesa dell’umanità.

Le proteste contro l’aumento del prezzo dei trasporti hanno fatto uscire il popolo cileno dal letargo?

Effettivamente, la grande protesta sociale esplosa il 14 ottobre scorso in seguito all’incremento del prezzo del biglietto della metro si è trasformata in un’enorme ribellione popolare che si è rapidamente estesa a tutte le principali città cilene. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso di decenni di rabbia e di scontento di fronte agli abusi, al saccheggio e allo sfruttamento che hanno reso il Cile uno dei paesi più diseguali al mondo. Non a caso, in base alle cifre ufficiali della Commissione economica per l’America latina e i Caraibi (Cepal) relative al 2017, il 50% delle famiglie ha accesso al 2,1% della ricchezza del paese, a fronte di un 10% che possiede il 66% del totale e dell’1% più ricco che concentra il 26,5% delle risorse.

La causa delle mobilitazioni di massa di questi giorni è insomma strutturale e va ricondotta a un modello economico e politico segnato dal neoliberismo più estremo, che oltretutto distrugge i nostri ecosistemi condannando le comunità a vivere in luoghi insalubri. Un modello a cui non ha messo mano neppure la Concertación, la coalizione di centro sinistra che ha governato a lungo il paese. Il popolo cileno, tuttavia, si è sollevato contro la cronica ingiustizia sociale prodotta da questo sistema ereditato dalla dittatura ed esige ora cambiamenti di fondo.

Cosa pensi del pacchetto di misure sociali annunciato dal presidente Piñera?

Non è assolutamente credibile. È un pacchetto che si propone solo di guadagnare tempo, offrendo la realizzazione di provvedimenti superficiali al solo scopo di continuare a ingannare il popolo e di smobilitarlo, di frenarne la lotta. E intanto tutti i principali movimenti sociali e i sindacati del paese, oltre al Partito comunista, al Frente Amplio e persino, sorprendentemente, al Partito socialista, hanno chiarito che nessun dialogo sarà possibile con il governo finché non sarà revocato lo stato d’emergenza e i militari non rientreranno nelle caserme.

Quale potrebbe essere una soluzione alla crisi?

La soluzione di fondo potrebbe venire dalla convocazione di un’Assemblea costituente mirata alla trasformazione del modello di paese. Qualsiasi altra misura, sempre nel caso in cui venga accettata dal popolo, non sarebbe che un cambiamento di superficie destinato appena a procrastinare la soluzione finale del conflitto.

Cosa pensi delle violenze di questi giorni?

La vera violenza è quella commessa dal governo, che, come ai tempi del regime di Pinochet, ha limitato le libertà della cittadinanza con la proclamazione dello stato d’emergenza e del coprifuoco e, al fine di “controllare” le manifestazioni, ha riportato per le strade i militari, i quali hanno esercitato, insieme ai carabineros, un terrorismo di stato analogo a quello degli anni più oscuri della dittatura. Circolano video di assassinii in piena luce del giorno e si registrano arresti e sequestri, soprattutto a danno di giovani, persino minorenni, che non stavano commettendo alcun reato. E vi sono denunce di torture, vessazioni e casi di scomparsa forzata. D’altro canto esistono anche prove, tra video, foto e testimonianze, che molti degli incendi e dei saccheggi avvenuti in questi giorni sono stati perpetrati dalle forze di sicurezza sia direttamente che indirettamente, chiudendo gli occhi, cioè, di fronte agli assalti agli esercizi commerciali.
La strategia, insomma, è quella di giustificare il ricorso a misure dittatoriali con l’esistenza di atti di vandalismo da loro stessi promossi o permessi. In realtà, quello che vogliono è seminare il terrore per stroncare la mobilitazione che esige la rinuncia di Piñera e la realizzazione di cambiamenti profondi del sistema politico-economico.

Cosa può succedere ora?

Credo che ci troviamo a un bivio in cui potrà decidersi la permanenza o meno del modello neoliberista e della plutocrazia che lo governa. E che la sopravvivenza di tale modello potrà essere garantita solo con la violenza, perché non penso si possa ingannare ulteriormente un popolo che è ormai deciso a conquistare una vera giustizia sociale e che sa perfettamente quali siano i responsabili del sistema di ingiustizia. In questo quadro, la convocazione di un’Assemblea costituente veramente partecipativa potrebbe essere decisa già durante questo governo oppure essere il frutto di un accordo per le presidenziali del 2021.

* Fonte: Claudia Fanti, il manifesto

photo: Sebastián poch velasco [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]

Veleni sul voto. E sulle presidenziali di domenica prossima si sbilancia: «Vince Poroshenko, è troppo esperto di frodi»

In Ucraina ci sarebbe una vera e propria Guantanamo gestita da neofascisti non lontano dal fronte del Donbass dove dal 2014 si combatte la guerra tra Ucraina e le milizie delle autoproclamate repubbliche. A svelarlo ieri in una conferenza stampa a Mosca l’ex funzionario dei servizi segreti ucraini dal 1999 al 2018, Vasily Prozorov, ora disertore.

Secondo Prozonov all’interno dell’aeroporto dalla città di Maryupol, nel Donbass controllato dal governo Poroshenko, sarebbe attiva una prigione segreta dove sarebbero stati torturati e uccisi molti combattenti nemici. Nel gergo dell’intelligence ucraina queste prigioni sono denominate «biblioteche» e i prigionieri «libri». Secondo Prozorov «sono delle vere camere dell’orrore, quella che conosco io ha iniziato a funzionare dall’inizio del 2017 e vi sono passate almeno 300 persone e almeno due delle quali sono morte dopo sevizie. Ma ne esistono sicuramente altre».

L’ex agente ucraino sostiene anche che il famigerato battaglione Azov composto da volontari neonazisti e operante sul fronte orientale avrebbe anche proprie prigioni speciali, di cui si sa pochissimo. Il battaglione Azov a quanto afferma Prozorov si sarebbe macchiato di massacri di civili inermi e «agisce praticamente in completa autonomia non rispondendo ai vertici della guardia nazionale ma solo ed esclusivamente all’onnipotente ministro degli interni Arsen Avakov». Quest’ultimo, ormai da tempo, gioca una sua autonoma partita politica: solo la scorsa settimana ha accusato il presidente Poroshenko di compravendita di voti nell’attuale campagna elettorale, senza che questi abbia avuto il coraggio di dimissionarlo. Inoltre a Kiev per Prozorov sono presenti stabilmente dal 2005, un vasto contingente di agenti della Cia che dimorerebbero appena fuori dalla capitale.

L’Azov e le formazioni di estrema destra sembrano finalmente destare qualche perplessità anche nel distratto mondo delle cancellerie occidentali. Dopo che il Dipartimento di Stato Usa aveva denunciato il ruolo di gruppi come Nazkorp (braccio politico dell’Azov) e S14, sabato è stata la volta dei ministri degli esteri del G7 a lanciare «l’allarme fascismo», sollecitando però paradossalmente proprio chi tira i fili delle violenze in Ucraina a intervenire per porre un freno a una situazione da tempo sfuggita di mano: «Invitiamo Arsen Avakov ad agire contro i gruppi violenti di estremisti politici che potrebbero minacciare di impedire il prossimo voto e usurpare il ruolo della polizia nazionale ucraina, e prendere in considerazione la possibilità di metterli fuori legge» si legge nel documento dei ministri.

A proposito di elezioni i giornalisti hanno voluto chiedere all’ex agente segreto ucraino chi secondo lui vincerà le prossime presidenziali. La sua risposta è stata lapidaria: «Credo le vincerà Poroshenko: ha una vasta esperienza in frodi e ha sotto il suo controllo tutte le risorse finanziarie del paese», ha dichiarato Prozorov.

* Fonte: IL MANIFESTO

 

image: MrPenguin20 [Public domain]

Venticinque anni sono passati da quel primo gennaio del 1994 in cui le comunità indigene del Chiapas, organizzate nell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, fecero la loro irruzione nel panorama messicano e mondiale, esprimendo il loro «Ya basta!» e dando avvio alla loro avventura ribelle di giustizia e libertà.

Quella rivolta indigena contro l’espressione allora più «moderna» dell’offensiva neoliberista, il Nafta (il Trattato di Libero Commercio del Nordamerica), era – come ricorda su La Jornada lo scrittore e poeta messicano Hermann Bellinghausen – «la prima mobilitazione contro la dittatura dei mercati» e avrebbe «fecondato le imminenti resistenze globali contro il monopolio del potere economico mondializzato». Ed era «il primo movimento sociale ad avere a disposizione le armi della rete e delle sue reti, e ad approfittarne ampiamente».

Anche i suoi contenuti apparivano inediti, caratterizzati dalla sostituzione del tradizionale obiettivo di ogni movimento rivoluzionario, la presa del potere, con quello della presa di uno spazio – uno spazio di vita degna, di riconoscimento, di autonomia -, negato da sempre ai popoli indigeni.

Con la conseguente affermazione di modi diversi di fare politica, estranei all’occupazione delle istituzioni dello Stato e centrati, al contrario, sulla creazione dal basso di processi decisionali collettivi secondo il principio del «comandare obbedendo». Guidato dal suo calendario politico e da una concezione dell’autonomia come orizzonte strategico e pratica quotidiana, l’esercito zapatista è riuscito a creare e a consolidare, lontano dai riflettori, le sue originali forme di autogoverno, esercitando la giustizia, attivando sistemi di salute e di educazione ai margini del governo statale e federale, organizzando la produzione e tessendo reti di solidarietà in tutto il mondo.

A partire da quel primo gennaio 1994, tra annunci interessati di morte dell’esperienza rivoluzionaria e successive, puntuali, «resurrezioni», l’Ezln non ha mai abbandonato la scena nazionale, dalla prima Dichiarazione della Selva Lacandona fino alla presentazione di Marichuy, in qualità di portavoce del Consiglio indigeno di governo, come candidata indipendente alle presidenziali 2018.

Non certo per competere con i politici professionisti, ma per portare, come avrebbero chiarito i subcomandanti Moisés e Galeano, «un messaggio di lotta e organizzazione alla gente povera dei campi e delle città del Messico e del mondo».

Molto ci sarebbe stato da festeggiare alla commemorazione di questo 25esimo anniversario, svoltasi nel municipio autonomo de San Pedro Michoacán, dove sono accorsi zapatisti da tutti e cinque i caracoles del movimento (le strutture organizzative create nel 2003 e rette dalle Giunte di buon governo).

Eppure il discorso del subcomandante Moisés è stato tutt’altro che trionfalista: «Siamo soli – ha detto – come 25 anni fa. Eravamo soli quando ci siamo sollevati per risvegliare il popolo messicano e lo siamo oggi. Ma siamo riusciti comunque a portare la nostra voce ai poveri del Messico, dei campi e delle città». Ma, soprattutto, Moisés ha ribadito, al di sopra di ogni dubbio, la posizione zapatista nei confronti del governo di Andrés Manuel López Obrador, rispetto al quale l’Ezln aveva già pronunciato parole di fuoco: «Potranno cambiare i capataz, i servitori e i capisquadra, ma il proprietario continuerà a essere lo stesso».

L’1 gennaio Moisés è andato oltre, accusando il presidente di mentire e ingannare le comunità indigene, manipolando i messicani con le sue false consulte e chiedendo «il permesso alla terra per costruire il suo Tren Maya», quando in realtà «ciò che vuole è il permesso di distruggere, con le sue grandi opere, i popoli originari».

E lo fa, per di più, chiamando «Maya» quel progetto di linea ferroviaria, come se potesse avere a che fare con i maya un’opera destinata a collegare le principali aree turistiche della Penisola dello Yucatán a tutto vantaggio del capitale finanziario, del settore immobiliare e di quello turistico e in perfetta continuità con la strategia neoliberista di controllo territoriale dei governi precedenti.

* Fonte: Claudia Fanti, IL MANIFESTO

photo: Adam Jones di Kelowna, BC, Canada [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)], via Wikimedia Commons

LIVORNO. Ex ribelle dei Tupamaros, più tardi presidente dell’Uruguay tra il 2010 e il 2015, José Pepe Mújica abbracciò la politica formale dopo l’apertura democratica del paese nel 1985, fondando qualche anno più tardi il Mpp (Movimiento de Participación Popular).
Da sempre difensore di idee libertarie e socialiste come l’abbattimento delle classi sociali e della povertà, il diritto alla casa, la legalizzazione delle droghe leggere, allergico a cravatte, cerimonie e protocollo, l’83enne Mújica ha rinunciato poche settimane fa alla carica di senatore per «stanchezza dovuta al lungo viaggio e voglia di andare in pensione prima di morire», promettendo però che finché rimarrà lucido non abbandonerà la solidarietà né la lotta delle idee.

Cittadino onorario di Livorno dal 2015 per volontà del sindaco Filippo Nogarin, l’ex presidente uruguaiano è tornato martedì in città per presentare il libro curato da Andrés Danza e Ernesto Tulbovitz Una pecora nera al potere, edito dal gruppo Lumi.

«Ringrazio e rivolgo un abbraccio affettuoso all’Italia, che è anche un po’ mia, perché italiana era la mia famiglia materna. I sentimenti compongono l’essenza della nostra civilizzazione. La zona del Río de la Plata si è formata un secolo fa attraverso il dolore degli europei che migravano. Questa è la nostra storia».

Si è presentato così, Mújica, toccando subito un tema molto spinoso: non è semplice parlare di migrazioni in Italia oggi né soprattutto farlo seduti a fianco di un sindaco cinquestelle che durante la crisi dell’Aquarius dichiarò su Facebook che avrebbe aperto il porto, per poi smentirsi pochi minuti dopo.

Ma quando qualcuno gli fa notare che i governi occidentali non sono capaci di gestire i flussi migratori, anzi ne esaltano le criticità e i rischi rispondendo con politiche nazionaliste di chiusura e repressione, Mújica ricorda che l’immigrazione massiccia che vide la zona del Rio de la Plata durante la prima parte del Novecento fu dovuta principalmente alla fuga dalla guerra e dalla miseria che affliggevano l’Europa.

«Le nuove generazioni probabilmente non lo ricordano, visto che dopo si è sperimentato un periodo lunghissimo di pace, piuttosto insolito per un continente molto bellicoso come il vostro. L’Europa si è spartita l’Africa nell’Ottocento e, mentre mostrava i benefici della cultura occidentale, soppiantava la cultura primitiva e tradizionale africana. In fondo l’onda migratoria africana è la conseguenza diretta del colonialismo europeo. Non credo che si sia risposta, se non quella di portare lo sviluppo in Africa affinché esca dalla povertà».

Ci sono tutti gli estremi per arrivare velocemente a parlare della coalizione di governo italiana e di quello che sta facendo con i migranti nel Mediterraneo. «Non ho risposte per la politica italiana – taglia corto l’ex presidente – e se l’avessi non le darei, visto che non conviene agli interessi del mio piccolo paese, l’Uruguay. Ho bisogno della mano amica dell’Italia per il bene dei miei compatrioti».

Parlando della crisi della sinistra internazionale, l’ex presidente appare nostalgico: «La democrazia non è mai perfetta e non sarà mai un progetto finito: rimangono da fare molte cose, l’uguaglianza, le pari opportunità, ci sono molti sogni e utopie da realizzare ancora. Ci sono cose meravigliose nella modernità, ma i giovani e le giovani di oggi hanno ancora molto da lottare per arrivare alla democrazia. Da giovane pensavo che lottavamo per ottenere il potere; oggi credo invece che lottiamo per salire dei piccoli gradini nella scala della civilizzazione. I diritti di cui godiamo oggi sono conquiste di gente che sognava più di noi, ma che allora ha perso: le otto ore, la pensione…sono tutti frammenti di sogni infranti».

* Fonte: Virginia Tonfoni, IL MANIFESTO

photo: By Roosewelt Pinheiro/ABr [CC BY 3.0 br (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0/br/deed.en)], via Wikimedia Commons

Telefonano accorati gli amici brasiliani in Italia, prime fra tutti le compagne-suore che dovettero scappare dal loro paese quarant’anni fa perché avevano aiutato Lelio Basso a preparare il processo del Tribunale internazionale dei popoli che denunciò fra i primi l’orrore della dittatura brasiliana (e da allora sono il pilastro della Fondazione ); inviano messaggi rabbiosi da Rio gli amici del Forum mondiale di Porto Alegre, da San Paolo i compagni del Pt. Il più bello da Belo Horizonte, del cantastorie Erton Gustavo Prado: «Fine corsa per lei, ex presidente alejado (dalle dita amputate), non è a causa dei tre appartamenti che lei sarà condannato. È a causa della sua audacia nell’aiutare i ragazzi a diventare avvocati, nel contribuire all’ascensione del nero della favela che oggi crede di poter studiare medicina, uscire dalla miseria e perfino di conoscere la Cappella Sistina. Fine corsa per lei ex presidente stupido: lei viene condannato non per aver rubato, perché questo non è stato provato. Il suo sbaglio è stato essere storia e fare storia sulla dimensione del Brasile – l’80 % di approvazione popolare – per aver creduto nell’uguaglianza, per aver saputo governare. Fine corsa per lei ex presidente».

Da Buenos Aires chiama Adolfo Perez Esquivel, che fu per anni presidente della Lega internazionale per i diritti dei popoli, il braccio politico della Fondazione Basso (e io ho avuto l’onore di essergli vice) chiedendo sostegno alla raccolta di firme per ottenere che a Lula sia conferito – come avvenne per Martin Luther King – il Nobel per la pace.

Non sempre si scrive accorati su una questione drammatica avendo anche uno stretto rapporto d’amicizia con chi ne è protagonista. È quello che ora accade a me, ma anche a molti di noi qui in Italia: perché il presidente Lula l’abbiamo conosciuto quando era dirigente dei metalmeccanici, poi segretario del Partito dei lavoratori, a San Paolo ma anche, tante volte, qui in Europa, nei tanti momenti di impegno comune nella lotta per liberare l’America Latina dall’oppressione e dalle dittature. Poi, finalmente, quando è diventato il simbolo della grande speranza di riscatto, la prova «che un altro mondo è possibile».

Non credo abbia precedenti quanto sta accadendo in queste ore in Brasile: un presidente condannato a più di 12 anni di prigione che una folla immensa di lavoratori e di poveri tenta disperatamente di difendere dall’arresto, in vista di un’elezione a capo dello stato in cui resta di gran lunga il più favorito. Proprio la popolarità di Lula spiega la ragione di un accanimento giudiziario che non ha precedenti e ha portato a un processo impensabile in qualsiasi paese democratico. (Luigi Ferrajoli ne ha dettagliatamente illustrato ieri su questo giornale gli abusi). L’obiettivo, spudoratamente dichiarato era quello di impedirgli di partecipare alle elezioni, di eliminarlo come concorrente per via giudiziaria. E subito i militari, il corpo minaccioso di tutti i golpe dell’America latina, hanno fatto sentire la propria voce in favore di questo nuovo espediente per riportare la “normalità”: un governo che torni a favorire i ricchi, ponendo fine allo “scandalo” di un governo che tenta – e nel caso di Lula con notevole successo – di aiutare i più diseredati a uscire dalla miseria.

Il caso di Lula non è il solo. Anche la presidente Dilma Roussef è stata liquidata allo stesso modo. E in Argentina si sta imboccando la stessa strada. Difficile a chi si oppone denunciare: nel solo 2017 sono stati ammazzati nel subcontinente 42 giornalisti scomodi.

C’è però da restare sgomenti anche di fronte al modo con cui la vicenda di Lula viene raccontata dai nostri media: o in piccoli trafiletti, o, chi alla questione dedica più spazio, senza mai far cenno a come si è realmente svolto il processo. Nessuno ha detto bugie, per carità, ma le omissioni sono equivalenti.

Tocca a tutti noi mobilitarsi per non lasciare solo chi si batte per impedire l’ennesima controffensiva che cerca di spegnere la speranza. E nell’ultimo decennio l’America Latina è stata una grande speranza.

FONTE: Luciana Castellina, IL MANIFESTO

BARCELLONA. Abusare di una persona disabile. Uccidere una prostituta. Frodare 82 famiglie. Sequestrare un uomo. Pugnalare l’ex moglie. Provocare un grande incendio. Guidare ubriaco e uccidere un motociclista. Sparare e ferire un uomo. Aggredire un’anziana e quasi ucciderla per un furto. Rubare 31 volte. I responsabili di tutti questi delitti, e di molti altri, come ha spiegato in un lungo e lettissimo thread di Twitter il giornalista Marcos Ollés, sono stati condannati recentemente a esattamente tre anni e mezzo di carcere.
La stessa pena inflitta questa settimana al rapero maiorchino Valtònyc per apologia di terrorismo, calunnie, ingiurie alla corona e minacce. In sostanza, per aver scritto delle canzoni contro il sistema, in cui alcune delle parole contro i Borbone e contro un’associazione di estrema destra delle Baleari (che ha promosso la denuncia) sono state considerate un grave delitto. Magari discutibili o violente, ma pur sempre solo parole.

MA NON BASTA. A meno di 24 ore dalla condanna del giovane 25enne (18enne all’epoca della denuncia) altri due fatti hanno messo in evidenza che la libertà di espressione in Spagna è obiettivamente in pericolo. Il primo, il ritiro di un’opera del controverso artista Santiago Serra esposta alla Fiera d’arte contemporanea di Madrid «Arco 2018». L’opera, volutamente polemica, era intitolata Prigionieri politici nella Spagna contemporanea, e consisteva di 24 ritratti in bianco e nero di persone con il volto pixelato, che, pur senza nome, sono facilmente identificabili per le esplicite didascalie. Fra loro, l’ex vicepresidente catalano Oriol Junqueras, e i due presidenti delle associazioni indipendentiste Òmnium cultural e Anc, Jordi Cuixart e Jordi Sánchez (tutti e tre attualmente in carcere). Ma anche i marionettisti finiti in gattabuia per un mese per aver esposto un cartello ironico nella loro opera La bruja y don Cristobál, il capo del sindacato andaluso Sat e membro di Podemos, condannato per aver aggredito un vice sindaco di Jaén con una sentenza basata solo su testimonianze di polizia, attivisti vari, membri del defunto foglio della sinistra abertzale basca (filo-Eta), anarchici, okupas o ecologisti. L’idea dell’artista (che nel 2010 rinunciò a un premio del ministero della cultura per preservare la propria libertà) era «dimostrare che i prigionieri politici spagnoli contemporanei abbracciano un ampio spettro di posizioni politiche soprattutto di sinistra». Ma titolo, tema e contenuto dell’opera (soprattutto i ritratti dei politici catalani) erano tanto controversi – e scomodi per la coppia reale che doveva inaugurare la fiera – che i proprietari della galleria l’hanno fatta ritirare, scatenando la polemica (e dando così la massima visibilità all’opera). Lo stesso giorno del criticatissimo ritiro, l’ha comprata un produttore audiovisivo per 80mila euro che ha già detto che la farà esporre in un museo a Lleida. Anche il comune di Barcellona si è detto pronto a ospitare l’opera. La sindaca di Madrid, Manuela Carmena, non è andata all’inaugurazione per protesta contro il ritiro.

LA TERZA VITTIMA della censura della magistratura, invece, non ha niente a che vedere con la corona: un ex sindaco galiziano ha fatto ritirare da un giudice la seconda edizione di un libro, Fariña, di cui aveva querelato l’autore, dedicato al narcotraffico nel nordovest della penisola perché si sentiva diffamato da quanto scritto. La cosa è paradossale: non solo per l’assurdità di ritirare un libro a tre anni dalla pubblicazione (ovviamente, Fariña ha subito avuto un boom di vendite su amazon), ma anche perché è venuta fuori una nota scritta due anni fa da Mariano Rajoy in persona (anche lui galiziano) in cui faceva i complimenti all’autore perché il libro era «molto ben documentato». Al presidente del governo il libro l’aveva fatto avere Pablo Iglesias.

LA COINCIDENZA in poche ore di questi episodi giudiziari ha rimesso al centro della discussione il problema della libertà di espressione. Mentre la corrente conservatrice della magistratura – maggioritaria in Spagna – non ravvede elementi di preoccupazione neppure nella condanna di un musicista per le sue canzoni, i giudici progressisti criticano il reato di «apologia di terrorismo» come «eccessivamente restrittivo» e dicono che «dovrebbe essere riformato perché non sia così ad ampio spettro, atto a dare luogo a interpretazioni tanto contraddittorie». Fu proprio il Partido popular a indurire queste pene ai tempi della maggioranza assoluta (2015) con l’ultima controversa riforma del codice penale.

Anche il mondo politico ha iniziato a reagire. Il ministro di giustizia, il pasdaran Rafael Català, ha sostenuto che non esistono prigionieri politici, che bisogna distinguere fra libertà di espressione e ingiurie, e che le parole di Valtònyc «superano il limite della libertà di espressione». Il Psoe ha applaudito il ritiro dell’opera di Santiago Serra, «per evitare polemiche». Izquierda Unida ha reagito frontalmente, presentando, per bocca del suo segretario Alberto Garzón, un’iniziativa legislativa per «proteggere la libertà di espressione», centrata sulla modifica dell’articolo penale che permette l’attribuzione del reato di «apologia del terrorismo» in maniera arbitraria a seconda del giudice. Gli altri articoli del codice penale che Iu vuole cambiare o abolire sono quelli relativi alle ingiurie alla religione o alla corona, responsabili di molte delle recenti condanne, o alla patria e alle istituzioni. Tutti delitti che secondo Garzón «non dovrebbero formar parte di una società democratica». E ha ricordato che il primo grande passo contro la libertà di manifestazione l’aveva fatto la cosiddetta «legge bavaglio» del 2015, promossa dal governo Rajoy, che limitava il diritto a manifestare negli anni più duri della crisi.

Se non solo i giornali stranieri, ma anche Amnesty International è arrivata a qualificare come «sproporzionato» l’arresto dei politici catalani, forse sarebbe il caso che la magistratura e il governo spagnoli cominciassero a farsi qualche domanda. Più che sull’improbabile secessione catalana, sulla qualità democratica del paese.

FONTE: Luca Tancredi Barone, IL MANIFESTO

ROMA. Rodi ha poco più di trent’anni, di cui gli ultimi 17 trascorsi in Italia. È arrivato che ne aveva 16, mandato dalla famiglia che sperava così di salvarlo dalla repressione nel Kurdistan turco. Il padre prigioniero politico, uno zio e due cugini uccisi dalla gendarmeria turca, dal 2001 non mette in piede nel Bakur, a casa sua, e non vede la sua famiglia.

«Alla fine degli anni Novanta – ci dice – lo Stato turco compiva veri e propri raid nelle città curde, arrestando i più giovani. La scelta era tra rimanere e rischiare la vita, finire in carcere oppure fuggire in montagna. Ma anche lì Ankara colpiva: tagliavano gli alberi, dicevano che ogni albero nascondeva un combattente».

Erano questi i curdi che ieri manifestavano nei Giardini di Castel Sant’Angelo contro la visita del presidente turco Erdogan alle massime cariche dello Stato e a papa Francesco. Rifugiati politici nel nostro paese dalla fine degli anni ’90, gli anni precedenti e immediatamente successivi all’arrivo del leader del Pkk Ocalan, poi costretto da Roma alla fuga in Kenya dove i servizi turchi lo prelevarono per rinchiuderlo nell’isola-prigione di Imrali.

Mentre Erdogan visitava il Vaticano, raggiunto con un corteo di auto blindate, 50 uomini di scorta, teste di cuoio e un Cat con cannoncino, a poca distanza 300 persone gridavano sdegno per la scelta italiana di ospitarlo mentre Afrin è sotto le bombe. Discorsi, bandiere delle unità di difesa Ypg/Ypj, del Pkk e di ‘Apo’ Ocalan, balli e slogan. Fino alla carica della polizia: i manifestanti si sono spostati verso Castel Sant’Angelo, intenzionati a passare.

Alcuni sono riusciti a sfondare il cordone di agenti in tenuta antisommossa – presenti in gran numero con cellulari e cavalli – che hanno respinto il corteo e picchiato con i manganelli. Un uomo di 50 anni è stato ferito seriamente alla testa, mentre un giovane curdo veniva fermato e portato in questura a Via Nazionale.

Alle 14 la polizia ha completamente sigillato la piccola piazza e imprigionato una cinquantina di manifestanti. «Vergogna, ci tenere in ostaggio», hanno gridato. Per uscire dalla piazza, dicono, vogliono i nostri documenti.

Identificazione sul posto e una nuova carica: una ragazza è stata colpita mentre chiedeva ad un agente di togliersi la visiera. «Siamo prigionieri a Castel Sant’Angelo – protestava il portavoce di Rete Kurdistan, Alessio Arconzo – La polizia ci impedisce di muoverci e ci ha circondato vietandoci di manifestare con le bandiere, pena l’arresto». Fuori dal cordone altri manifestanti arrivavano in soccorso, lanciando bottiglie d’acqua e pacchetti di patatine a quelli bloccati nella piazza per quattro ore. Sono stati rilasciati alle 18, con un bilancio finale di due fermati e 18 identificati.

«Questo presidio serve a mandare un messaggio: non si possono stringere le mani di un dittatore che uccide e nega tutti i diritti umani, che bombarda i civili, che non riconosce nessuna identità – ci diceva poco prima Ozlem Tanrikulu, presidentessa di Uiki, l’Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia – La Turchia non è un paese democratico. Le imprese italiane [Erdogan ne ha incontrate alcune nella serata di ieri, ndr] devono sapere che questa guerra serve ad Erdogan per rafforzarsi, lo stanno aiutando ad armarsi e ad accaparrarsi nuovi strumenti per continuare il conflitto. Faccio un appello agli imprenditori italiani che lo incontreranno: non dimenticate che state usando il sangue di un popolo».

Di richiami al cantone curdo siriano la piazza risuona. Già sabato a Porta Maggiore era apparso un lungo murales, «Erdogan boia, Defend Afrin», mentre in contemporanea al presidio romano manifestanti scendevano nelle strade di Venezia (con la Basilica di San Marco trasformata in tela per striscioni a difesa delle Ypg/Ypj), a Napoli (anche qui uno striscione esposto dal terrazzo della Camera di Commercio «occupata»), a Massa, a Torino.

«Questo incontro è una vergogna per lo Stato italiano e il Vaticano – dice Rodi – Erdogan è qui per incassare la copertura necessaria ad agire. Ha dato vita ad una dittatura neo-ottomana, ha riportato la Turchia indietro di secoli, e ora cerca approvazione. Crollava nei consensi e allora ha optato per il caos: prima la guerra ai curdi in Turchia, gli arresti di deputati dell’Hdp, giornalisti, studenti; e ora Afrin. Un attacco che non è solo fisico, ma culturale. A noi curdi non interessa avere voce nel parlamento italiano, se questo accoglie il ’sultano’. Scegliamo la piazza».

E in piazza si tornerà il 17 febbraio, annuncia Rete Kurdistan, per un corteo nazionale che chiederà la liberazione di Ocalan e delle migliaia di prigionieri politici in Turchia.

Altro appuntamento, stavolta in Francia, è quello con Giuristi Democratici, ieri presenti in piazza in prima fila con un lungo striscione: «Il 15 e 16 marzo a Parigi si terrà la sessione del Tribunale internazionale su Turchia e Kurdistan e noi ci saremo – ci spiega l’avvocato Cesare Antetomaso – Si parlerà della repressione fuori e dentro i confini turchi. Siamo da tempo osservatori nei processi che vedono imputati avvocati turchi e curdi. La situazione è surreale: l’identificazione tra difensore e difeso, tipica di ogni dittatura».

FONTE: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO

VIENNA. Così tanto a destra da far esplodere la protesta di massa nella tranquilla Vienna: piazza degli Eroi dove giusto 80 anni fa Hitler celebrò l’annessione dell’Austria alla Germania nazista era gremita di gente che scandiva «Widerstand», resistenza. A decine di migliaia, sabato scorso, sono sfilati in corteo contro il razzismo e i tagli sociali del governo Kurz-Strache, che ha promosso una massiccia scalata nei gangli del potere di ex neonazisti.

GENTE DI OGNI ETÀ, associazioni, cittadini singoli, studenti, sindacalisti, politici verdi e socialdemocratici, «nonne contro la destra». «È stata come la manifestazione Welcome refugees del 2015, del resto la rete di solidarietà intorno ai rifugiati che si era formata allora è rimasta sempre in piedi», ci dice Michael Genner di Asyl in Not, emergenza asilo, tra gli organizzatori della manifestazione insieme a Offensiva contro la destra e Coordinamento di sinistra radicale.

A portare molte persone in piazza è stato il ministro degli Interni Herbert Kickl, considerato il cervello di Heinz-Christian Strache, nuovo vice cancelliere. Illustrando giovedì scorso i piani del governo sui richiedenti asilo da radunare in megastrutture fuori città l’ideologo della Fpoe ha detto che bisognava «tenere i richiedenti asilo in modo concentrato in un luogo». Una dizione che ha scatenato una tempesta, visto anche lo sfondo storico della Fpoe, nata come partito degli ex nazisti.

KICKL ha insistito sul fatto che non intendeva affatto rievocare campi di concentramento accusando di provocazione il volerglielo attribuire. «Concentra te stesso, testa di ….», hanno intimato al ministro, sabato, i manifestanti. Stefan Petzner, consulente di comunicazione che conosce da vicino l’humus della destra, già assistente del defunto Joerg Haider e suo ex compagno di vita, ritiene che si trattava di un uso intenzionale di quella parola, come segnale alla frangia dei più irriducibili, e per distogliere l’attenzione dai tagli sociali in arrivo. Una reprimenda è arrivato dal presidente della Repubblica Alexander Van der Bellen, mentre al cancelliere Sebastian Kurz sono bastate le spiegazioni di Kickl.

Sono 13mila i richiedenti asilo che vivono a Vienna in case private. Riuscirà il governo a cacciarli, a «tenerli in modo concentrato in un luogo», come annunciato da Kickl?, chiediamo a Genner. «Se noi lo permetteremo, lo faranno, ma noi non lo permetteremo. Considera che il primo governo nero-azzurro, nel 2000, per i primi 4 anni non riuscì a inasprire le leggi sull’asilo, per la forte opposizione civile che c’era allora e per le sanzioni europee».

UN CARTELLO retto da un manifestante recitava una citazione di T.W. Adorno: «Non temo il ritorno dei fascisti con la maschera dei fascisti, ma temo il ritorno dei fascisti con la maschera dei democratici». Il partito della libertà (Fpoe), compagno di gruppo di Salvini e Marine Le Pen a Strasburgo, gioca su entrambe le modalità. Sbarcata al governo, la pattuglia di Strache non ha assunto una veste più istituzionale, moderando i toni, come molti pensavano e come del resto aveva già fatto in campagna elettorale.

Al contrario, appena insediati al potere, i ministri della Fpoe si sono scatenati portando nel cuore dello Stato gli esponenti più estremi delle Burschenschaften, le corporazioni studentesche combattenti, organismi chiusi, semisegreti, di ideologia pangermanica che considerano l’Austria una propaggine tedesca, negandola come nazione, seppure gli adepti ne agitano costantemente le bandiere. Molti dei nuovi inquilini dei ministeri hanno un taglio in faccia , effetto della «Mensur», il duello di iniziazione. Come già noto, tutto il potere armato e di controllo dello Stato è nelle mani della Fpoe, con i due ministeri chiave, Interni e Difesa. Strache più volte ha ripetuto come sia importante assumersi la responsabilità per i crimini nazisti.

POI CI SONO I SUOI UOMINI, che ora occupano i ministeri. Al ministero degli Interni il capo della comunicazione è Alexander Hoeferl, una funzione che prima svolgeva per la Fpoe. È noto come produttore di fake news, autore di campagne denigratorie verso giornalisti e immigrati. Ha gestito il sito di propaganda di estrema destra unzensuriert.at, la versione austriaca del Breitbart americano. Fino a oggi è stato sotto osservazione del Verfassungsschutz, l’agenzia di intelligence interna che documenta le tendenze estremiste nel Paese.

L’intelligence, sottoposta al ministero degli Interni, ha definito il canale on line «di destra e nazionalista, di contenuti estremamente xenofobi e di tendenza antisemita. Propugnatore di teorie complottiste, di ideologia pro russa». Ora l’agenzia è caduta direttamente nelle mani di quelli che fino a oggi sono stati l’oggetto delle sue investigazioni. Il capo gabinetto dello stesso ministero è Roland Teufel, membro della Brixia Innsbruck, una Burschenschaft, una confraternita che secondo il Centro di documentazione della resistenza austriaca (Doew) «va collocata nel nucleo duro della scena di estrema destra».

NON È PIÙ RASSICURANTE il ministero delle Infrastrutture dove ora regna Norbert Hofer, il candidato sconfitto alle presidenziali. Suo capogabinetto è Rene Schimanek che da giovane (20 anni fa) frequentava un gruppo finito fuori legge chiamato Vapo, legato a Gottfried Kuessel, pluricondannato per attività neonaziste, a tutt’oggi in galera in Austria. Il portavoce di Hofer è Herwig Goetschober, funzionario di alto rango nelle Burschenschaften combattenti, noto per i suoi contatti con ambienti neonazisti. Un video degli anni ’80 lo mostra con Kuessel e il suo gruppo a cantare canzoni che incitano all’ uccisione di ebrei.

L’ELENCO potrebbe continuare uguale per tutti i ministeri occupati dalla Fpoe eccetto gli Esteri dove è stato nominata una studiosa di arabismo indipendente, ritenuta l’unica esponente competente della pattuglia governativa.

Nel corteo di sabato pieno di cartelli selfmade un monito per il cancelliere Kurz era «Basti (suo soprannome) smettila di abbracciare i Burschen, metti in pericolo l’Austria».

FONTE: Angela Mayr, IL MANIFESTO

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