Internazionale

Veleni sul voto. E sulle presidenziali di domenica prossima si sbilancia: «Vince Poroshenko, è troppo esperto di frodi»

In Ucraina ci sarebbe una vera e propria Guantanamo gestita da neofascisti non lontano dal fronte del Donbass dove dal 2014 si combatte la guerra tra Ucraina e le milizie delle autoproclamate repubbliche. A svelarlo ieri in una conferenza stampa a Mosca l’ex funzionario dei servizi segreti ucraini dal 1999 al 2018, Vasily Prozorov, ora disertore.

Secondo Prozonov all’interno dell’aeroporto dalla città di Maryupol, nel Donbass controllato dal governo Poroshenko, sarebbe attiva una prigione segreta dove sarebbero stati torturati e uccisi molti combattenti nemici. Nel gergo dell’intelligence ucraina queste prigioni sono denominate «biblioteche» e i prigionieri «libri». Secondo Prozorov «sono delle vere camere dell’orrore, quella che conosco io ha iniziato a funzionare dall’inizio del 2017 e vi sono passate almeno 300 persone e almeno due delle quali sono morte dopo sevizie. Ma ne esistono sicuramente altre».

L’ex agente ucraino sostiene anche che il famigerato battaglione Azov composto da volontari neonazisti e operante sul fronte orientale avrebbe anche proprie prigioni speciali, di cui si sa pochissimo. Il battaglione Azov a quanto afferma Prozorov si sarebbe macchiato di massacri di civili inermi e «agisce praticamente in completa autonomia non rispondendo ai vertici della guardia nazionale ma solo ed esclusivamente all’onnipotente ministro degli interni Arsen Avakov». Quest’ultimo, ormai da tempo, gioca una sua autonoma partita politica: solo la scorsa settimana ha accusato il presidente Poroshenko di compravendita di voti nell’attuale campagna elettorale, senza che questi abbia avuto il coraggio di dimissionarlo. Inoltre a Kiev per Prozorov sono presenti stabilmente dal 2005, un vasto contingente di agenti della Cia che dimorerebbero appena fuori dalla capitale.

L’Azov e le formazioni di estrema destra sembrano finalmente destare qualche perplessità anche nel distratto mondo delle cancellerie occidentali. Dopo che il Dipartimento di Stato Usa aveva denunciato il ruolo di gruppi come Nazkorp (braccio politico dell’Azov) e S14, sabato è stata la volta dei ministri degli esteri del G7 a lanciare «l’allarme fascismo», sollecitando però paradossalmente proprio chi tira i fili delle violenze in Ucraina a intervenire per porre un freno a una situazione da tempo sfuggita di mano: «Invitiamo Arsen Avakov ad agire contro i gruppi violenti di estremisti politici che potrebbero minacciare di impedire il prossimo voto e usurpare il ruolo della polizia nazionale ucraina, e prendere in considerazione la possibilità di metterli fuori legge» si legge nel documento dei ministri.

A proposito di elezioni i giornalisti hanno voluto chiedere all’ex agente segreto ucraino chi secondo lui vincerà le prossime presidenziali. La sua risposta è stata lapidaria: «Credo le vincerà Poroshenko: ha una vasta esperienza in frodi e ha sotto il suo controllo tutte le risorse finanziarie del paese», ha dichiarato Prozorov.

* Fonte: IL MANIFESTO

 

image: MrPenguin20 [Public domain]

Venticinque anni sono passati da quel primo gennaio del 1994 in cui le comunità indigene del Chiapas, organizzate nell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, fecero la loro irruzione nel panorama messicano e mondiale, esprimendo il loro «Ya basta!» e dando avvio alla loro avventura ribelle di giustizia e libertà.

Quella rivolta indigena contro l’espressione allora più «moderna» dell’offensiva neoliberista, il Nafta (il Trattato di Libero Commercio del Nordamerica), era – come ricorda su La Jornada lo scrittore e poeta messicano Hermann Bellinghausen – «la prima mobilitazione contro la dittatura dei mercati» e avrebbe «fecondato le imminenti resistenze globali contro il monopolio del potere economico mondializzato». Ed era «il primo movimento sociale ad avere a disposizione le armi della rete e delle sue reti, e ad approfittarne ampiamente».

Anche i suoi contenuti apparivano inediti, caratterizzati dalla sostituzione del tradizionale obiettivo di ogni movimento rivoluzionario, la presa del potere, con quello della presa di uno spazio – uno spazio di vita degna, di riconoscimento, di autonomia -, negato da sempre ai popoli indigeni.

Con la conseguente affermazione di modi diversi di fare politica, estranei all’occupazione delle istituzioni dello Stato e centrati, al contrario, sulla creazione dal basso di processi decisionali collettivi secondo il principio del «comandare obbedendo». Guidato dal suo calendario politico e da una concezione dell’autonomia come orizzonte strategico e pratica quotidiana, l’esercito zapatista è riuscito a creare e a consolidare, lontano dai riflettori, le sue originali forme di autogoverno, esercitando la giustizia, attivando sistemi di salute e di educazione ai margini del governo statale e federale, organizzando la produzione e tessendo reti di solidarietà in tutto il mondo.

A partire da quel primo gennaio 1994, tra annunci interessati di morte dell’esperienza rivoluzionaria e successive, puntuali, «resurrezioni», l’Ezln non ha mai abbandonato la scena nazionale, dalla prima Dichiarazione della Selva Lacandona fino alla presentazione di Marichuy, in qualità di portavoce del Consiglio indigeno di governo, come candidata indipendente alle presidenziali 2018.

Non certo per competere con i politici professionisti, ma per portare, come avrebbero chiarito i subcomandanti Moisés e Galeano, «un messaggio di lotta e organizzazione alla gente povera dei campi e delle città del Messico e del mondo».

Molto ci sarebbe stato da festeggiare alla commemorazione di questo 25esimo anniversario, svoltasi nel municipio autonomo de San Pedro Michoacán, dove sono accorsi zapatisti da tutti e cinque i caracoles del movimento (le strutture organizzative create nel 2003 e rette dalle Giunte di buon governo).

Eppure il discorso del subcomandante Moisés è stato tutt’altro che trionfalista: «Siamo soli – ha detto – come 25 anni fa. Eravamo soli quando ci siamo sollevati per risvegliare il popolo messicano e lo siamo oggi. Ma siamo riusciti comunque a portare la nostra voce ai poveri del Messico, dei campi e delle città». Ma, soprattutto, Moisés ha ribadito, al di sopra di ogni dubbio, la posizione zapatista nei confronti del governo di Andrés Manuel López Obrador, rispetto al quale l’Ezln aveva già pronunciato parole di fuoco: «Potranno cambiare i capataz, i servitori e i capisquadra, ma il proprietario continuerà a essere lo stesso».

L’1 gennaio Moisés è andato oltre, accusando il presidente di mentire e ingannare le comunità indigene, manipolando i messicani con le sue false consulte e chiedendo «il permesso alla terra per costruire il suo Tren Maya», quando in realtà «ciò che vuole è il permesso di distruggere, con le sue grandi opere, i popoli originari».

E lo fa, per di più, chiamando «Maya» quel progetto di linea ferroviaria, come se potesse avere a che fare con i maya un’opera destinata a collegare le principali aree turistiche della Penisola dello Yucatán a tutto vantaggio del capitale finanziario, del settore immobiliare e di quello turistico e in perfetta continuità con la strategia neoliberista di controllo territoriale dei governi precedenti.

* Fonte: Claudia Fanti, IL MANIFESTO

photo: Adam Jones di Kelowna, BC, Canada [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)], via Wikimedia Commons

LIVORNO. Ex ribelle dei Tupamaros, più tardi presidente dell’Uruguay tra il 2010 e il 2015, José Pepe Mújica abbracciò la politica formale dopo l’apertura democratica del paese nel 1985, fondando qualche anno più tardi il Mpp (Movimiento de Participación Popular).
Da sempre difensore di idee libertarie e socialiste come l’abbattimento delle classi sociali e della povertà, il diritto alla casa, la legalizzazione delle droghe leggere, allergico a cravatte, cerimonie e protocollo, l’83enne Mújica ha rinunciato poche settimane fa alla carica di senatore per «stanchezza dovuta al lungo viaggio e voglia di andare in pensione prima di morire», promettendo però che finché rimarrà lucido non abbandonerà la solidarietà né la lotta delle idee.

Cittadino onorario di Livorno dal 2015 per volontà del sindaco Filippo Nogarin, l’ex presidente uruguaiano è tornato martedì in città per presentare il libro curato da Andrés Danza e Ernesto Tulbovitz Una pecora nera al potere, edito dal gruppo Lumi.

«Ringrazio e rivolgo un abbraccio affettuoso all’Italia, che è anche un po’ mia, perché italiana era la mia famiglia materna. I sentimenti compongono l’essenza della nostra civilizzazione. La zona del Río de la Plata si è formata un secolo fa attraverso il dolore degli europei che migravano. Questa è la nostra storia».

Si è presentato così, Mújica, toccando subito un tema molto spinoso: non è semplice parlare di migrazioni in Italia oggi né soprattutto farlo seduti a fianco di un sindaco cinquestelle che durante la crisi dell’Aquarius dichiarò su Facebook che avrebbe aperto il porto, per poi smentirsi pochi minuti dopo.

Ma quando qualcuno gli fa notare che i governi occidentali non sono capaci di gestire i flussi migratori, anzi ne esaltano le criticità e i rischi rispondendo con politiche nazionaliste di chiusura e repressione, Mújica ricorda che l’immigrazione massiccia che vide la zona del Rio de la Plata durante la prima parte del Novecento fu dovuta principalmente alla fuga dalla guerra e dalla miseria che affliggevano l’Europa.

«Le nuove generazioni probabilmente non lo ricordano, visto che dopo si è sperimentato un periodo lunghissimo di pace, piuttosto insolito per un continente molto bellicoso come il vostro. L’Europa si è spartita l’Africa nell’Ottocento e, mentre mostrava i benefici della cultura occidentale, soppiantava la cultura primitiva e tradizionale africana. In fondo l’onda migratoria africana è la conseguenza diretta del colonialismo europeo. Non credo che si sia risposta, se non quella di portare lo sviluppo in Africa affinché esca dalla povertà».

Ci sono tutti gli estremi per arrivare velocemente a parlare della coalizione di governo italiana e di quello che sta facendo con i migranti nel Mediterraneo. «Non ho risposte per la politica italiana – taglia corto l’ex presidente – e se l’avessi non le darei, visto che non conviene agli interessi del mio piccolo paese, l’Uruguay. Ho bisogno della mano amica dell’Italia per il bene dei miei compatrioti».

Parlando della crisi della sinistra internazionale, l’ex presidente appare nostalgico: «La democrazia non è mai perfetta e non sarà mai un progetto finito: rimangono da fare molte cose, l’uguaglianza, le pari opportunità, ci sono molti sogni e utopie da realizzare ancora. Ci sono cose meravigliose nella modernità, ma i giovani e le giovani di oggi hanno ancora molto da lottare per arrivare alla democrazia. Da giovane pensavo che lottavamo per ottenere il potere; oggi credo invece che lottiamo per salire dei piccoli gradini nella scala della civilizzazione. I diritti di cui godiamo oggi sono conquiste di gente che sognava più di noi, ma che allora ha perso: le otto ore, la pensione…sono tutti frammenti di sogni infranti».

* Fonte: Virginia Tonfoni, IL MANIFESTO

photo: By Roosewelt Pinheiro/ABr [CC BY 3.0 br (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0/br/deed.en)], via Wikimedia Commons

Telefonano accorati gli amici brasiliani in Italia, prime fra tutti le compagne-suore che dovettero scappare dal loro paese quarant’anni fa perché avevano aiutato Lelio Basso a preparare il processo del Tribunale internazionale dei popoli che denunciò fra i primi l’orrore della dittatura brasiliana (e da allora sono il pilastro della Fondazione ); inviano messaggi rabbiosi da Rio gli amici del Forum mondiale di Porto Alegre, da San Paolo i compagni del Pt. Il più bello da Belo Horizonte, del cantastorie Erton Gustavo Prado: «Fine corsa per lei, ex presidente alejado (dalle dita amputate), non è a causa dei tre appartamenti che lei sarà condannato. È a causa della sua audacia nell’aiutare i ragazzi a diventare avvocati, nel contribuire all’ascensione del nero della favela che oggi crede di poter studiare medicina, uscire dalla miseria e perfino di conoscere la Cappella Sistina. Fine corsa per lei ex presidente stupido: lei viene condannato non per aver rubato, perché questo non è stato provato. Il suo sbaglio è stato essere storia e fare storia sulla dimensione del Brasile – l’80 % di approvazione popolare – per aver creduto nell’uguaglianza, per aver saputo governare. Fine corsa per lei ex presidente».

Da Buenos Aires chiama Adolfo Perez Esquivel, che fu per anni presidente della Lega internazionale per i diritti dei popoli, il braccio politico della Fondazione Basso (e io ho avuto l’onore di essergli vice) chiedendo sostegno alla raccolta di firme per ottenere che a Lula sia conferito – come avvenne per Martin Luther King – il Nobel per la pace.

Non sempre si scrive accorati su una questione drammatica avendo anche uno stretto rapporto d’amicizia con chi ne è protagonista. È quello che ora accade a me, ma anche a molti di noi qui in Italia: perché il presidente Lula l’abbiamo conosciuto quando era dirigente dei metalmeccanici, poi segretario del Partito dei lavoratori, a San Paolo ma anche, tante volte, qui in Europa, nei tanti momenti di impegno comune nella lotta per liberare l’America Latina dall’oppressione e dalle dittature. Poi, finalmente, quando è diventato il simbolo della grande speranza di riscatto, la prova «che un altro mondo è possibile».

Non credo abbia precedenti quanto sta accadendo in queste ore in Brasile: un presidente condannato a più di 12 anni di prigione che una folla immensa di lavoratori e di poveri tenta disperatamente di difendere dall’arresto, in vista di un’elezione a capo dello stato in cui resta di gran lunga il più favorito. Proprio la popolarità di Lula spiega la ragione di un accanimento giudiziario che non ha precedenti e ha portato a un processo impensabile in qualsiasi paese democratico. (Luigi Ferrajoli ne ha dettagliatamente illustrato ieri su questo giornale gli abusi). L’obiettivo, spudoratamente dichiarato era quello di impedirgli di partecipare alle elezioni, di eliminarlo come concorrente per via giudiziaria. E subito i militari, il corpo minaccioso di tutti i golpe dell’America latina, hanno fatto sentire la propria voce in favore di questo nuovo espediente per riportare la “normalità”: un governo che torni a favorire i ricchi, ponendo fine allo “scandalo” di un governo che tenta – e nel caso di Lula con notevole successo – di aiutare i più diseredati a uscire dalla miseria.

Il caso di Lula non è il solo. Anche la presidente Dilma Roussef è stata liquidata allo stesso modo. E in Argentina si sta imboccando la stessa strada. Difficile a chi si oppone denunciare: nel solo 2017 sono stati ammazzati nel subcontinente 42 giornalisti scomodi.

C’è però da restare sgomenti anche di fronte al modo con cui la vicenda di Lula viene raccontata dai nostri media: o in piccoli trafiletti, o, chi alla questione dedica più spazio, senza mai far cenno a come si è realmente svolto il processo. Nessuno ha detto bugie, per carità, ma le omissioni sono equivalenti.

Tocca a tutti noi mobilitarsi per non lasciare solo chi si batte per impedire l’ennesima controffensiva che cerca di spegnere la speranza. E nell’ultimo decennio l’America Latina è stata una grande speranza.

FONTE: Luciana Castellina, IL MANIFESTO

BARCELLONA. Abusare di una persona disabile. Uccidere una prostituta. Frodare 82 famiglie. Sequestrare un uomo. Pugnalare l’ex moglie. Provocare un grande incendio. Guidare ubriaco e uccidere un motociclista. Sparare e ferire un uomo. Aggredire un’anziana e quasi ucciderla per un furto. Rubare 31 volte. I responsabili di tutti questi delitti, e di molti altri, come ha spiegato in un lungo e lettissimo thread di Twitter il giornalista Marcos Ollés, sono stati condannati recentemente a esattamente tre anni e mezzo di carcere.
La stessa pena inflitta questa settimana al rapero maiorchino Valtònyc per apologia di terrorismo, calunnie, ingiurie alla corona e minacce. In sostanza, per aver scritto delle canzoni contro il sistema, in cui alcune delle parole contro i Borbone e contro un’associazione di estrema destra delle Baleari (che ha promosso la denuncia) sono state considerate un grave delitto. Magari discutibili o violente, ma pur sempre solo parole.

MA NON BASTA. A meno di 24 ore dalla condanna del giovane 25enne (18enne all’epoca della denuncia) altri due fatti hanno messo in evidenza che la libertà di espressione in Spagna è obiettivamente in pericolo. Il primo, il ritiro di un’opera del controverso artista Santiago Serra esposta alla Fiera d’arte contemporanea di Madrid «Arco 2018». L’opera, volutamente polemica, era intitolata Prigionieri politici nella Spagna contemporanea, e consisteva di 24 ritratti in bianco e nero di persone con il volto pixelato, che, pur senza nome, sono facilmente identificabili per le esplicite didascalie. Fra loro, l’ex vicepresidente catalano Oriol Junqueras, e i due presidenti delle associazioni indipendentiste Òmnium cultural e Anc, Jordi Cuixart e Jordi Sánchez (tutti e tre attualmente in carcere). Ma anche i marionettisti finiti in gattabuia per un mese per aver esposto un cartello ironico nella loro opera La bruja y don Cristobál, il capo del sindacato andaluso Sat e membro di Podemos, condannato per aver aggredito un vice sindaco di Jaén con una sentenza basata solo su testimonianze di polizia, attivisti vari, membri del defunto foglio della sinistra abertzale basca (filo-Eta), anarchici, okupas o ecologisti. L’idea dell’artista (che nel 2010 rinunciò a un premio del ministero della cultura per preservare la propria libertà) era «dimostrare che i prigionieri politici spagnoli contemporanei abbracciano un ampio spettro di posizioni politiche soprattutto di sinistra». Ma titolo, tema e contenuto dell’opera (soprattutto i ritratti dei politici catalani) erano tanto controversi – e scomodi per la coppia reale che doveva inaugurare la fiera – che i proprietari della galleria l’hanno fatta ritirare, scatenando la polemica (e dando così la massima visibilità all’opera). Lo stesso giorno del criticatissimo ritiro, l’ha comprata un produttore audiovisivo per 80mila euro che ha già detto che la farà esporre in un museo a Lleida. Anche il comune di Barcellona si è detto pronto a ospitare l’opera. La sindaca di Madrid, Manuela Carmena, non è andata all’inaugurazione per protesta contro il ritiro.

LA TERZA VITTIMA della censura della magistratura, invece, non ha niente a che vedere con la corona: un ex sindaco galiziano ha fatto ritirare da un giudice la seconda edizione di un libro, Fariña, di cui aveva querelato l’autore, dedicato al narcotraffico nel nordovest della penisola perché si sentiva diffamato da quanto scritto. La cosa è paradossale: non solo per l’assurdità di ritirare un libro a tre anni dalla pubblicazione (ovviamente, Fariña ha subito avuto un boom di vendite su amazon), ma anche perché è venuta fuori una nota scritta due anni fa da Mariano Rajoy in persona (anche lui galiziano) in cui faceva i complimenti all’autore perché il libro era «molto ben documentato». Al presidente del governo il libro l’aveva fatto avere Pablo Iglesias.

LA COINCIDENZA in poche ore di questi episodi giudiziari ha rimesso al centro della discussione il problema della libertà di espressione. Mentre la corrente conservatrice della magistratura – maggioritaria in Spagna – non ravvede elementi di preoccupazione neppure nella condanna di un musicista per le sue canzoni, i giudici progressisti criticano il reato di «apologia di terrorismo» come «eccessivamente restrittivo» e dicono che «dovrebbe essere riformato perché non sia così ad ampio spettro, atto a dare luogo a interpretazioni tanto contraddittorie». Fu proprio il Partido popular a indurire queste pene ai tempi della maggioranza assoluta (2015) con l’ultima controversa riforma del codice penale.

Anche il mondo politico ha iniziato a reagire. Il ministro di giustizia, il pasdaran Rafael Català, ha sostenuto che non esistono prigionieri politici, che bisogna distinguere fra libertà di espressione e ingiurie, e che le parole di Valtònyc «superano il limite della libertà di espressione». Il Psoe ha applaudito il ritiro dell’opera di Santiago Serra, «per evitare polemiche». Izquierda Unida ha reagito frontalmente, presentando, per bocca del suo segretario Alberto Garzón, un’iniziativa legislativa per «proteggere la libertà di espressione», centrata sulla modifica dell’articolo penale che permette l’attribuzione del reato di «apologia del terrorismo» in maniera arbitraria a seconda del giudice. Gli altri articoli del codice penale che Iu vuole cambiare o abolire sono quelli relativi alle ingiurie alla religione o alla corona, responsabili di molte delle recenti condanne, o alla patria e alle istituzioni. Tutti delitti che secondo Garzón «non dovrebbero formar parte di una società democratica». E ha ricordato che il primo grande passo contro la libertà di manifestazione l’aveva fatto la cosiddetta «legge bavaglio» del 2015, promossa dal governo Rajoy, che limitava il diritto a manifestare negli anni più duri della crisi.

Se non solo i giornali stranieri, ma anche Amnesty International è arrivata a qualificare come «sproporzionato» l’arresto dei politici catalani, forse sarebbe il caso che la magistratura e il governo spagnoli cominciassero a farsi qualche domanda. Più che sull’improbabile secessione catalana, sulla qualità democratica del paese.

FONTE: Luca Tancredi Barone, IL MANIFESTO

ROMA. Rodi ha poco più di trent’anni, di cui gli ultimi 17 trascorsi in Italia. È arrivato che ne aveva 16, mandato dalla famiglia che sperava così di salvarlo dalla repressione nel Kurdistan turco. Il padre prigioniero politico, uno zio e due cugini uccisi dalla gendarmeria turca, dal 2001 non mette in piede nel Bakur, a casa sua, e non vede la sua famiglia.

«Alla fine degli anni Novanta – ci dice – lo Stato turco compiva veri e propri raid nelle città curde, arrestando i più giovani. La scelta era tra rimanere e rischiare la vita, finire in carcere oppure fuggire in montagna. Ma anche lì Ankara colpiva: tagliavano gli alberi, dicevano che ogni albero nascondeva un combattente».

Erano questi i curdi che ieri manifestavano nei Giardini di Castel Sant’Angelo contro la visita del presidente turco Erdogan alle massime cariche dello Stato e a papa Francesco. Rifugiati politici nel nostro paese dalla fine degli anni ’90, gli anni precedenti e immediatamente successivi all’arrivo del leader del Pkk Ocalan, poi costretto da Roma alla fuga in Kenya dove i servizi turchi lo prelevarono per rinchiuderlo nell’isola-prigione di Imrali.

Mentre Erdogan visitava il Vaticano, raggiunto con un corteo di auto blindate, 50 uomini di scorta, teste di cuoio e un Cat con cannoncino, a poca distanza 300 persone gridavano sdegno per la scelta italiana di ospitarlo mentre Afrin è sotto le bombe. Discorsi, bandiere delle unità di difesa Ypg/Ypj, del Pkk e di ‘Apo’ Ocalan, balli e slogan. Fino alla carica della polizia: i manifestanti si sono spostati verso Castel Sant’Angelo, intenzionati a passare.

Alcuni sono riusciti a sfondare il cordone di agenti in tenuta antisommossa – presenti in gran numero con cellulari e cavalli – che hanno respinto il corteo e picchiato con i manganelli. Un uomo di 50 anni è stato ferito seriamente alla testa, mentre un giovane curdo veniva fermato e portato in questura a Via Nazionale.

Alle 14 la polizia ha completamente sigillato la piccola piazza e imprigionato una cinquantina di manifestanti. «Vergogna, ci tenere in ostaggio», hanno gridato. Per uscire dalla piazza, dicono, vogliono i nostri documenti.

Identificazione sul posto e una nuova carica: una ragazza è stata colpita mentre chiedeva ad un agente di togliersi la visiera. «Siamo prigionieri a Castel Sant’Angelo – protestava il portavoce di Rete Kurdistan, Alessio Arconzo – La polizia ci impedisce di muoverci e ci ha circondato vietandoci di manifestare con le bandiere, pena l’arresto». Fuori dal cordone altri manifestanti arrivavano in soccorso, lanciando bottiglie d’acqua e pacchetti di patatine a quelli bloccati nella piazza per quattro ore. Sono stati rilasciati alle 18, con un bilancio finale di due fermati e 18 identificati.

«Questo presidio serve a mandare un messaggio: non si possono stringere le mani di un dittatore che uccide e nega tutti i diritti umani, che bombarda i civili, che non riconosce nessuna identità – ci diceva poco prima Ozlem Tanrikulu, presidentessa di Uiki, l’Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia – La Turchia non è un paese democratico. Le imprese italiane [Erdogan ne ha incontrate alcune nella serata di ieri, ndr] devono sapere che questa guerra serve ad Erdogan per rafforzarsi, lo stanno aiutando ad armarsi e ad accaparrarsi nuovi strumenti per continuare il conflitto. Faccio un appello agli imprenditori italiani che lo incontreranno: non dimenticate che state usando il sangue di un popolo».

Di richiami al cantone curdo siriano la piazza risuona. Già sabato a Porta Maggiore era apparso un lungo murales, «Erdogan boia, Defend Afrin», mentre in contemporanea al presidio romano manifestanti scendevano nelle strade di Venezia (con la Basilica di San Marco trasformata in tela per striscioni a difesa delle Ypg/Ypj), a Napoli (anche qui uno striscione esposto dal terrazzo della Camera di Commercio «occupata»), a Massa, a Torino.

«Questo incontro è una vergogna per lo Stato italiano e il Vaticano – dice Rodi – Erdogan è qui per incassare la copertura necessaria ad agire. Ha dato vita ad una dittatura neo-ottomana, ha riportato la Turchia indietro di secoli, e ora cerca approvazione. Crollava nei consensi e allora ha optato per il caos: prima la guerra ai curdi in Turchia, gli arresti di deputati dell’Hdp, giornalisti, studenti; e ora Afrin. Un attacco che non è solo fisico, ma culturale. A noi curdi non interessa avere voce nel parlamento italiano, se questo accoglie il ’sultano’. Scegliamo la piazza».

E in piazza si tornerà il 17 febbraio, annuncia Rete Kurdistan, per un corteo nazionale che chiederà la liberazione di Ocalan e delle migliaia di prigionieri politici in Turchia.

Altro appuntamento, stavolta in Francia, è quello con Giuristi Democratici, ieri presenti in piazza in prima fila con un lungo striscione: «Il 15 e 16 marzo a Parigi si terrà la sessione del Tribunale internazionale su Turchia e Kurdistan e noi ci saremo – ci spiega l’avvocato Cesare Antetomaso – Si parlerà della repressione fuori e dentro i confini turchi. Siamo da tempo osservatori nei processi che vedono imputati avvocati turchi e curdi. La situazione è surreale: l’identificazione tra difensore e difeso, tipica di ogni dittatura».

FONTE: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO

VIENNA. Così tanto a destra da far esplodere la protesta di massa nella tranquilla Vienna: piazza degli Eroi dove giusto 80 anni fa Hitler celebrò l’annessione dell’Austria alla Germania nazista era gremita di gente che scandiva «Widerstand», resistenza. A decine di migliaia, sabato scorso, sono sfilati in corteo contro il razzismo e i tagli sociali del governo Kurz-Strache, che ha promosso una massiccia scalata nei gangli del potere di ex neonazisti.

GENTE DI OGNI ETÀ, associazioni, cittadini singoli, studenti, sindacalisti, politici verdi e socialdemocratici, «nonne contro la destra». «È stata come la manifestazione Welcome refugees del 2015, del resto la rete di solidarietà intorno ai rifugiati che si era formata allora è rimasta sempre in piedi», ci dice Michael Genner di Asyl in Not, emergenza asilo, tra gli organizzatori della manifestazione insieme a Offensiva contro la destra e Coordinamento di sinistra radicale.

A portare molte persone in piazza è stato il ministro degli Interni Herbert Kickl, considerato il cervello di Heinz-Christian Strache, nuovo vice cancelliere. Illustrando giovedì scorso i piani del governo sui richiedenti asilo da radunare in megastrutture fuori città l’ideologo della Fpoe ha detto che bisognava «tenere i richiedenti asilo in modo concentrato in un luogo». Una dizione che ha scatenato una tempesta, visto anche lo sfondo storico della Fpoe, nata come partito degli ex nazisti.

KICKL ha insistito sul fatto che non intendeva affatto rievocare campi di concentramento accusando di provocazione il volerglielo attribuire. «Concentra te stesso, testa di ….», hanno intimato al ministro, sabato, i manifestanti. Stefan Petzner, consulente di comunicazione che conosce da vicino l’humus della destra, già assistente del defunto Joerg Haider e suo ex compagno di vita, ritiene che si trattava di un uso intenzionale di quella parola, come segnale alla frangia dei più irriducibili, e per distogliere l’attenzione dai tagli sociali in arrivo. Una reprimenda è arrivato dal presidente della Repubblica Alexander Van der Bellen, mentre al cancelliere Sebastian Kurz sono bastate le spiegazioni di Kickl.

Sono 13mila i richiedenti asilo che vivono a Vienna in case private. Riuscirà il governo a cacciarli, a «tenerli in modo concentrato in un luogo», come annunciato da Kickl?, chiediamo a Genner. «Se noi lo permetteremo, lo faranno, ma noi non lo permetteremo. Considera che il primo governo nero-azzurro, nel 2000, per i primi 4 anni non riuscì a inasprire le leggi sull’asilo, per la forte opposizione civile che c’era allora e per le sanzioni europee».

UN CARTELLO retto da un manifestante recitava una citazione di T.W. Adorno: «Non temo il ritorno dei fascisti con la maschera dei fascisti, ma temo il ritorno dei fascisti con la maschera dei democratici». Il partito della libertà (Fpoe), compagno di gruppo di Salvini e Marine Le Pen a Strasburgo, gioca su entrambe le modalità. Sbarcata al governo, la pattuglia di Strache non ha assunto una veste più istituzionale, moderando i toni, come molti pensavano e come del resto aveva già fatto in campagna elettorale.

Al contrario, appena insediati al potere, i ministri della Fpoe si sono scatenati portando nel cuore dello Stato gli esponenti più estremi delle Burschenschaften, le corporazioni studentesche combattenti, organismi chiusi, semisegreti, di ideologia pangermanica che considerano l’Austria una propaggine tedesca, negandola come nazione, seppure gli adepti ne agitano costantemente le bandiere. Molti dei nuovi inquilini dei ministeri hanno un taglio in faccia , effetto della «Mensur», il duello di iniziazione. Come già noto, tutto il potere armato e di controllo dello Stato è nelle mani della Fpoe, con i due ministeri chiave, Interni e Difesa. Strache più volte ha ripetuto come sia importante assumersi la responsabilità per i crimini nazisti.

POI CI SONO I SUOI UOMINI, che ora occupano i ministeri. Al ministero degli Interni il capo della comunicazione è Alexander Hoeferl, una funzione che prima svolgeva per la Fpoe. È noto come produttore di fake news, autore di campagne denigratorie verso giornalisti e immigrati. Ha gestito il sito di propaganda di estrema destra unzensuriert.at, la versione austriaca del Breitbart americano. Fino a oggi è stato sotto osservazione del Verfassungsschutz, l’agenzia di intelligence interna che documenta le tendenze estremiste nel Paese.

L’intelligence, sottoposta al ministero degli Interni, ha definito il canale on line «di destra e nazionalista, di contenuti estremamente xenofobi e di tendenza antisemita. Propugnatore di teorie complottiste, di ideologia pro russa». Ora l’agenzia è caduta direttamente nelle mani di quelli che fino a oggi sono stati l’oggetto delle sue investigazioni. Il capo gabinetto dello stesso ministero è Roland Teufel, membro della Brixia Innsbruck, una Burschenschaft, una confraternita che secondo il Centro di documentazione della resistenza austriaca (Doew) «va collocata nel nucleo duro della scena di estrema destra».

NON È PIÙ RASSICURANTE il ministero delle Infrastrutture dove ora regna Norbert Hofer, il candidato sconfitto alle presidenziali. Suo capogabinetto è Rene Schimanek che da giovane (20 anni fa) frequentava un gruppo finito fuori legge chiamato Vapo, legato a Gottfried Kuessel, pluricondannato per attività neonaziste, a tutt’oggi in galera in Austria. Il portavoce di Hofer è Herwig Goetschober, funzionario di alto rango nelle Burschenschaften combattenti, noto per i suoi contatti con ambienti neonazisti. Un video degli anni ’80 lo mostra con Kuessel e il suo gruppo a cantare canzoni che incitano all’ uccisione di ebrei.

L’ELENCO potrebbe continuare uguale per tutti i ministeri occupati dalla Fpoe eccetto gli Esteri dove è stato nominata una studiosa di arabismo indipendente, ritenuta l’unica esponente competente della pattuglia governativa.

Nel corteo di sabato pieno di cartelli selfmade un monito per il cancelliere Kurz era «Basti (suo soprannome) smettila di abbracciare i Burschen, metti in pericolo l’Austria».

FONTE: Angela Mayr, IL MANIFESTO

BERLINO. Disordine pubblico nella Germania senza nuovo governo. Sul tavolo del ministro degli interni Thomas de Maizière (Cdu) si accumulano i rapporti d’emergenza: la caccia agli ex terroristi della Rote Armee Fraktion, l’evasione di sette detenuti in una settimana, la psicosi della difesa personale armata.

Anche se in realtà l’allarme sicurezza suonerebbe più sul fronte delle mafie e della criminalità organizzata: dalle ‘ndrine incistate nella Germania Ovest ai clan russi attivi nella ex Ddr fino alle bande di motociclisti che continuano a operare lontano dai riflettori accesi su terrorismo e migranti.

Ma a cavallo di Capodanno, la polizia criminale si è dovuta concentrare sui fascicoli che hanno guadagnato l’attenzione mediatica.

IMPRENDIBILI

Vent’anni dopo lo scioglimento della Raf, tre ex terroristi continuano a rapinare supermercati, negozi e soprattutto portavalori. Con almeno un milione di euro di bottino frutto di nove rapine nutrono la loro latitanza infinita. Ernst-Volker Staub, 64 anni, Burkhard Garweg, 50, e Daniela Klette, 60, vengono al massimo immortalati dalle telecamere della videosorveglianza. L’ultima foto-segnalazione ufficiale risale al 24 giugno mentre assaltano un blindato nella zona industriale di Cremlingen in Bassa Sassonia.

A bordo di una Opel Corsa con targa falsa, i tre seguono il furgone fino all’ingresso del mobilificio Dänisches Bettenlager. E quando si ferma, Staub e Garwig escono sparando raffiche di Kalashnikov mentre Klette imbraccia addirittura un bazooka.

Cinque mesi dopo la polizia diffonde le foto aggiornate nella speranza di ottenere, finalmente, una pista concreta. «La possibilità che si possano nascondere in un altro paese non può essere esclusa. I tre, che sono ricercati fin dal 1993, potrebbero contare sul supporto di vecchi compagni in Olanda, Italia, Francia o Spagna» ipotizzano gli investigatori.

Per i vecchi reduci della Raf, anno nuovo ma sempre da inafferrabili.

CARCERE COLABRODO

Tre evasioni in una settimana dalla prigione di Plötzensee nella zona nord di Berlino. In fuga sette detenuti, di cui uno che ha scelto dopo cinque giorni di costituirsi raccogliendo l’appello della famiglia e del suo legale.

Un piano da film, almeno per gli ultimi due evasi a Capodanno. Si sono intrufolati nel locale caldaie al piano terra per poi smontare la grata di ventilazione e segare le ultime sbarre davanti al muro di cinta. Il 28 dicembre dal carcere di Plötzensee (passato alla storia per l’esecuzione dei congiurati del complotto contro Hitler) erano “uscite” di cella altre cinque persone. Uno scandalo eclatante, tanto più che finora gli evasi continuano a restare a piede libero.
Paradossalmente, in Germania la legge non prevede un reato per chi scappa dalla prigione. Come spiega l’avvocato Matthias Losert, «fin dal 1880 il naturale desiderio di libertà viene rispettato, come in Austria, Belgio e Messico». L’unico appiglio legale per i magistrati è rappresentato dai reati commessi durante l’evasione o la fuga.

ARMI: NEMICI O EROI

L’ultimo grattacapo per de Maizière è un video promozionale a beneficio di Schmeisser, azienda di Krefeld che commercializza armi e rifornisce gli eserciti della Nato.

Come testimonial suggestiva («Più armi portano a maggiore sicurezza») la studentessa Carolin Matthie, 24 anni, che gira per la capitale con la pistola ultimo modello P99. Invoca libertà a mano armata, come da giugno in Repubblica Ceca. Non è l’unica, se dalla fine 2015 a settembre 2016 il numero delle armi da fuoco e di stordimento in Germania è passato da 286 a 440 mila.

Esulta la German Rifle Association che da sempre caldeggia la massima sicurezza personale a beneficio delle lobby politiche connesse con la produzione di armi. Nel sito internet di Gra, del resto, spicca l’inquietante lista dei «nemici» giurati con tanto di nome, cognome e relative dichiarazioni. Da Katrin Göring-Eckardt e Cem Özdemir, i due principali leader dei Verdi, a Paul Meichelböck, Diana Golze e Carsten Labudda della Linke, fino a Swen Schulz, Ulrich Kelber e Reinhold Gall della Spd. Un autentico elenco di proscrizione di chi è contrario alla proliferazione selvaggia di pistole e fucili per “autodifesa” che ha già fatto lievitare il numero di armi legalmente possedute a 5,5 milioni.

Ovviamente, si esaltano gli «eroi» tedeschi in trincea all’Europarlamento con le stesse idee dell’associazione pro armi. Si tratta dei liberali Gesine Meißner e Alexander Lambsdorff (vice presidente dell’assemblea di Bruxelles), del cristiano sociale bavarese Markus Ferber e di Beatrix von Storch, capogruppo Afd, prima “vittima” della nuova legge anti-odio dopo il tweet sulle «orde di stupratori islamici» a Colonia. Un altro eroe, secondo Gra, è Marcus Pretzell deputato della Sassonia che ha abbandonato Afd per il Partito Blu di Frauke Petry.

FONTE: Sebastiano Canetta, IL MANIFESTO

Se nello scontro con i catalani il governo spagnolo intendeva cercare consenso attraverso un bagno di folla, non deve essere rimasto particolarmente soddisfatto. Perché dalle manifestazioni organizzate giusto alla vigilia del tanto contestato voto per l’indipendenza di Barcellona, sono uscite piuttosto, e con una sinistra enfasi, tutte le ombre che ancora gravano sul nazionalismo spagnolo. Di oppositori, la strada intrapresa dalla Generalitat de Catalunya, sembra contarne molti nell’intero paese, ma quelli che hanno deciso di metterci la faccia non sembrano né i più presentabili né quelli meglio intenzionati. Le immagini delle piazze contro il referendum raccontano infatti soprattutto di una destra che fatica a scrollarsi di dosso i pesanti fantasmi del passato.

Così a Madrid, dove la partecipazione è stata più consistente, secondo alcune fonti fino a 10mila persone si sono notate molte bandiere «pre-costituzionali», come in Spagna sono definiti i simboli che si rifanno al regime franchista.

Nella piazza di Cibeles, di fronte al municipio madrileno, la folla ha scandito slogan contro gli indipendentisti catalani ma anche contro il presunto immobilismo del premier Mariano Rajoy.

Altri, sventolando le bandiere con l’aquila di San Juan, simbolo della dittatura rimosso dopo il 1975, si sono spinti fino a intonare Cara al Sol, l’inno falangista, e perfino quello della Legione che combatté al fianco dei nazisti. Tra i simboli del passato e i cori di «Viva España», «Puigdemont in prigione» e «Viva la Guardia Civil», a un certo punto ha fatto la sua comparsa anche Esperanza Aguirre, la ex presidente della regione di Madrid e figura di rilievo del Partido Popular locale.

Perché, per quanto lanciato dalla Fondazione Denaes, per la Difesa della Nazione Spagnola, una sigla dietro cui si celano diverse componenti dell’estrema destra iberica, l’appello alle piazze nazionaliste contro i progetti di secessione rimanda a un’immaginario che contraddistingue anche lo stesso partito di governo. La linea dura esibita oggi da Rajoy si inserisce in questo senso in continuità con quella del suo mentore Aznar che oltre vent’anni fa aveva immaginato di liquidare le diverse spinte indipendentiste con un rilancio del nazionalismo spagnolo. Il tutto alimentando, come ha continuato a fare Rajoy, una notevole ambiguità del proprio partito rispetto al passato franchista, con esponenti di primo piano del Pp che ancora siedono nella Fundación Francisco Franco che gestisce la «memoria» ufficiale del dittatore e diversi eletti locali che si oppongono, a partire dalla Galizia da cui proviene lo stesso premier, alla rimozione dei monumenti e della toponomastica ancora ispirati alla dittatura.

Il ritorno della retorica patriottica ha però favorito anche l’attivismo della destra radicale, priva di energie anche per questa evidente concorrenza da parte del Pp, che ha fatto da tempo della lotta ai movimenti indipendentisti una delle proprie principali caratteristiche.

Così, se nella manifestazione di Madrid la componente dell’elettorato del Pp, per lo più famiglie e persone di mezza età, costeggiava i giovani radicali di destra, altrove gli estremisti erano ancora più visibili. Come nella stessa Barcellona dove all’appello di Denaes, il cui portavoce Santiago Abascal è anche presidente del partito ultranazionalista Vox (che nelle elezioni amministrative del 2015 ha eletto una ventina di consiglieri comunali tra Ceuta, Madrid e i piccoli centri della Castiglia e negli ultimi 40 giorni ha guadagnato un 20% di affiliati), hanno risposto anche i neofalangisti di España 2000 e i neonazisti di Democracia Nacional.

FONTE: Guido Caldiron, IL MANIFESTO

Il detto popolare secondo cui, quando Brasile e Argentina starnutiscono, l’Uruguay si ammala ha perso molta della sua efficacia. Mentre i due potenti Paesi vicini si dibattono in una crisi profonda, il piccolo Uruguay, forte della stabilità conquistata, è uscito praticamente indenne dallo scandalo di corruzione – in realtà ben poca cosa rispetto a tutto ciò che sta avvenendo in Brasile – che ha travolto il vicepresidente Raúl Sendic, figlio del fondatore del Movimento di liberazione nazionale Tupamaros, dimessosi di fronte alle accuse di appropriazione di denaro pubblico nel periodo in cui era alla guida della compagnia petrolifera statale Ancap.

A PRENDERE IL SUO POSTO è Lucía Topolansky, seconda più votata al Senato per il Frente Amplio dopo il marito ed ex presidente José “Pepe” Mujica, il quale però non ha potuto assumere la carica di vice per aver ricoperto la presidenza nella precedente legislatura. Prima donna a ricoprire tale incarico in Uruguay, Lucía Topolansky, soprannominata la Tronca, la dura, è sicuramente molto più che la moglie di Mujica, da lei conosciuto durante la sua militanza tra i guerriglieri tupamaros e sposato nel 2005 dopo una convivenza di vari anni in una piccola fattoria alla periferia di Montevideo.
Nata in una famiglia agiata della capitale – padre simpatizzante dell’ala più conservatrice del Partido Colorado (storico rivale del Partido Nacional o Blanco, prima che il Frente Amplio ponesse fine al tradizionale bipartitismo uruguayano) e madre profondamente cattolica – Lucía aveva compiuto il suo primo atto di ribellione quando era ancora al collegio, organizzando insieme alla sorella María Elia una sorta di sciopero contro i regolamenti eccessivamente rigidi imposti dalle suore del Sacre Coeur. Ma la vera ribellione l’avrebbe espressa a partire dagli anni trascorsi alla Facoltà di Architettura, frequentando le villas miseria di Montevideo e abbracciando la lotta di classe.

Lucía aderisce nel 1967, a 23 anni, al Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros, entrando di lì a poco in clandestinità e diventando, malgrado la giovane età, una delle donne più combattive del movimento. È lì che conosce José Mujica, il «comandante Facundo», nato invece in un quartiere operaio e rimasto orfano a 7 anni.

ARRESTATA DALLA POLIZIA NEL 1970, riesce a fuggire pochi mesi più tardi insieme ad altre recluse passando per le fognature. Ma, nuovamente catturata nel 1972, resterà in prigioni per 13 lunghissimi anni, in condizioni durissime, subendo torture fisiche e psicologiche. Finché, tornata in libertà nel 1985, non partecipa attivamente alla fondazione del Movimiento de Participación Popular (Mpp), poi confluito nel Frente Amplio (la coalizione in cui convergono molte e diverse forze politiche, dalla sinistra marxista alle diverse espressioni socialdemocratiche, liberiste e cristiano-sociali) rappresentandone l’ala più a sinistra e anche quella più votata.

Diventata senatrice nel 2005, ha conservato la carica fino ad oggi, quando ha spiccato il salto verso la vicepresidenza della Repubblica. E in molti guardano proprio a lei come prossima presidente del Paese. Di certo, la Tronca, per quanto meno carismatica, gode in un certo senso della stessa aura del marito, l’ex guerrigliero – celebrato a livello mondiale per la sua onestà, la sua generosità e la sua austerità personale – convertitosi, dopo oltre 12 anni di durissima prigionia, due dei quali passati in fondo a un pozzo, al modello di un «capitalismo dal volto umano»: un patto di cooperazione capitalista tra imprenditori e lavoratori tradottosi, secondo i critici di sinistra, in uno dei più intensi processi di concentrazione in mani straniere della terra e della produzione agricola e dell’allevamento.

SOTTO IL GOVERNO DI MUJICA, l’Uruguay ha ottenuto, indubbiamente, molti e importanti risultati: crescita costante del Pil, aumento reale dei salari e delle pensioni, riduzione del tasso di disoccupazione, diminuzione dell’indice di povertà, più una serie di leggi all’avanguardia in materia di diversità sessuale (matrimonio omosessuale), riproduzione (legalizzazione dell’aborto) e droghe (legalizzazione della marijuana). Il tutto, però, nel segno di una politica della moderazione, dell’azzeramento del conflitto sociale mediante un discorso di conciliazione tra le classi, della rinuncia a realizzare riforme strutturali – ma garantendo programmi assistenziali a favore delle fasce più deboli e adottando provvedimenti nel campo dei diritti sociali e lavorativi – e del sostegno al modello estrattivista, attraverso l’espansione dell’industria forestale (piantagioni di pino ed eucalipto e di piante di cellulosa), della monocoltura della soia (maggioritariamente transgenica) e dell’attività mineraria. Attività economiche, tutte queste, che, oltre a un enorme impatto sugli ecosistemi, provocano un’intensa concentrazione di ricchezza.

UNA POLITICA DI COMPROMESSI, insomma, che si è ulteriormente accentuata sotto l’attuale governo del moderato Tabaré Vázquez, già presidente dal 2005 al 2010, a conferma di quella «impasse dei governi progressisti» più volte denunciata negli ultimi anni. Una parabola discendente che ha reso via via più evidenti i limiti del modello neodesarrollista (ed estrattivista) seguito da tali governi, i quali, se hanno avuto il merito di adottare importanti misure a favore delle fasce più povere, non sono riusciti però a ridurre il potere di espansione del grande capitale, mettendo fortemente in crisi quel ciclo progressista inteso come forza di trasformazione orientata a promuovere cambiamenti graduali.

FONTE: Claudia Fanti, IL MANIFESTO

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