Libri, arti & culture

VENEZIA. «Non sapevo nulla dell’Uruguay – dice Kusturica, qualcuno mi ha detto c’è il presidente che sta guidando il trattore. Mi sono detto: devo conoscerlo». La presenza di Pepe Mujica sul Lido è stato uno degli eventi più emozionanti della manifestazione: due sono stati i film in programma accolti dal pubblico con grande commozione, che raccontano il suo presente e il suo tragico passato di detenuto politico e delineano la sua imponente figura di politico coerente nelle parole e nello stile di vita. Emir Kusturica firma il documentario El Pepe, una vida suprema (fuori concorso), dove ha potuto cogliere precisamente il giorno in cui Mujica il 1 marzo del 2015 ha rimesso il mandato di presidente dell’Uruguay che aveva ricoperto dal 2010, dopo aver ridotto la soglia di povertà del paese dal 25% al 9%, una vittoria che si deve anche alle sue iniziative personali, dedicando il 70% del suo stipendio ai poveri.
Una gigantesca folla lo attende in strada in un abbraccio collettivo, 150 mila persone che applaudono e piangono. «No me voy – risponde lui, stoy llegando»: non vado via, sto arrivando, a significare che la militanza continua. Una militanza che non è mai stata persa, tutto sta a dimostrarlo. Kusturica ascolta in silenzio il racconto di Pepe, nella campagna che circonda la sua casa e che lui cura personalmente alla guida del vecchio trattore, spostandosi anche con la Wolkswagen celestina dell’87, accanto alla moglie, una militante di lunga data anche lei, la senatrice Lucia Topolansky conosciuta alla fine degli anni Sessanta.

Kusturica il rude regista esperto in sarabande zingaresche fuma il sigaro in silenzio, assaggia l’amarezza del «mate» e lo ascolta raccontare in pochi cenni l’estrema solitudine di quei 13 anni vissuti in isolamento in tutte le carceri del paese insieme ai suoi compagni: senza quell’esperienza, dice, sarei stato più frivolo, più ambizioso, più vanesio, ebbro di successo. Invece ha scelto la povertà («non sono povero, semplicemente il denaro non mi serve, posso fare a meno di tante cose inutili»). Accompagna il regista in un grande magazzino, il mall Punta Carretas: proprio nel corridoio centrale dove ora si affacciano i negozi gli dice, c’era il corridoio centrale del carcere.

La gente gli si fa intorno in un grande abbraccio. Insieme agli altri capi della guerriglia urbana che compiva gli espropri proletari (il sistema bancario, dice, «è il grado più alto di delinquenza umana che fa lavorare il denaro degli altri senza lavorare») dal carcere di Punta Carretas evase clamorosamente una prima volta con altri 106 compagni, ma nel ’72 fu tenuto come ostaggio per più di un decennio. Impossibile resistere alla forza della sua oratoria sincera, ne furono conquistati i delegati dell’Onu e perfino Obama.

Una scena da «La noche de 12 años» di Alvaro Brechner

Tra le sequenze di Stato d’assedio di Costa Gavras, per non dimenticare che le dittature in latinoamerica furono originate dal Plan Condor pilotato dagli Usa, racconta e accompagna Kusturica a visitare le piante che coltiva. Con lui ci sono i vecchi compagni di lotta del Movimiento de liberacion Nacional, i Tupamaros Neto (Eleuterio Huidobro) diventato ministro della difesa e Ruso, il poeta e scrittore Mauricio Rosencrof . Pepe, Neto e Ruso sono i tre protagonisti di La noche de 12 años di Alvaro Brechner (Orizzonti) tutte le caratteristiche del genere carcerario sviluppato in un crescendo di grande umanità lungo anni di isolamento, scene riempite con grande abilità, dove l’insegnamento principale è la necessità della resistenza a tutti i costi: sentire parlare i reali protagonisti della vicenda (Huidobro è scomparso da poco) nel doc di Kusturica, rende l’opera ancora più emozionante.

È un film nato da anni di investigazioni e testimonianze, un lavoro sulla memoria che denuncia la detenzione in violazione di ogni diritto umano, di un fatto molto poco conosciuto in un paese dove ancora non si sono fatti i conti con il passato. Pepe Mujica non parla dell’epoca della detenzione, pensa che siano ferite profonde da rispettare, ma non si tira indietro quando deve commentare situazioni politiche come chi gli chiede una soluzione per il Venezuela: «Non so proprio cosa si possa fare, dice, ma ho fiducia nei popoli. A volte i popoli hanno bisogno di aiuto, ma ci sono aiuti che è meglio non avere, il Venezuela saprà uscirne da solo. Noi in America Latina non abbiamo bisogno di sostegno, altri paesi nel mondo ne hanno bisogno. I ricchi del mondo devono capire che esiste il concetto di responsabilità e che i poveri non sono dell’Africa ma dell’umanità».

* Fonte: Silvana Silvestri, IL MANIFESTO

In questa pagina era ripreso un articolo sulla storia di Andrea Pazienza, a firma Lorenzo Rotella e pubblicato sulla testata online The Vision: abbiamo dovuto rimuoverlo, in quanto minacciati di richiesta risarcimento danni dalla testata che lo ha originariamente pubblicato, pur se debitamente  citata e linkata.

Anche il povero Paz, insomma, è stato messo sotto copyright e congelato nel supermercato globale, dopo che hanno distrutto il suo e nostro mondo e resa merce la sua e nostra cultura. Che tristezza. Contiamo sul fantasma di Paz che vada a sbeffeggiarli. E magari sia lui a chiedere i danni a loro.

Il terribile fulmine di vendetta raccontato nel prologo del libro di Marcello Ghiringhelli, La mia cattiva strada. Memorie di un rapinatore (Milieu, pp. 229, euro 15), ricorda quello che attraversa la frase di Carlo Emilio Gadda (Lettere agli amici milanesi): «la sconcia bestia è stata appesa in Piazzale Loreto». Due fatti dello stesso momento storico: il linciaggio di una collaborazionista e l’esposizione del corpo del capo. L’analogia tra i due scrittori si ferma qui. Ghiringhelli scrive i suoi libri raccontando la sua nuda vita vissuta, Gadda si vendicò con le parole contro un dittatore e contro la sua «rinnegata» adesione al primo fascismo.

LA FRENETICA e telegrafica scrittura di Ghiringhelli è agli antipodi del lavoro sulla lingua del «gran lombardo». Costruzione di una sintassi innovativa, lavoro sul lessico con invenzioni neologistiche e sprofondamenti etimologici non riguardano Ghiringhelli, e a noi in fondo non interessa se l’efficace struttura del libro è opera dei curatori o dello scrittore, qui è la vita che parla. La mia cattiva strada racconta l’esistenza dell’autore dal secondo dopoguerra alla fine degli anni ’70, «va letto con mente aperta, come testimonianza tremendamente vera e sincera», sostengono i curatori Davide Ferrario e Marilena Moretti.

Ragazzo proletario della periferia torinese intrisa di sentimenti antifascisti, tra ribellione, fame, cure in manicomio con l’elettroshock, e poi la fuga in Francia, legionario a 17 anni durante la guerra algerina, «carnefice e carne da cannone», fa in tempo a «vergognarsi» e a fuggire ancora, entrando nella mala, con scorribande tra Milano e Parigi. Poi ancora imprenditore a Torino, dove si accorge che la «cattiva strada» è più onesta dell’accumulo del plusvalore e la ripercorre per qualche decennio, tra rapine e amori. È un libro mozzafiato dove l’avventura e le scelte esistenziali lasciano spazio a una visione politica, a un’analisi di classe, che lo porteranno, a inizio degli anni ’80, quando il libro si chiude come a preannunciare un seguito, alla militanza nelle Brigate Rosse.

«È un libro all’insegna del banditismo, con storie d’affare e malaffare, quelle storie che non si leggono sui giornali», dichiara l’autore. Prima che gli archivi di polizia vengano rispolverati e le vite degli «uomini infami» siano rilette dagli storici, un senza-storia racconta la propria storia. L’attenzione al particolare della microstoria permette di accedere a verità altrimenti inattingibili e di scoprire aspetti del passato che rischiano di andare perduti.

QUESTA MICROSTORIA scuote «più fibre di quante ne solleciti quella che normalmente chiamiamo letteratura», come scriveva Foucault a proposito dei documenti analizzati in La vita degli uomini infami. Anche nella scrittura di Ghiringhelli «è tale la stringatezza delle cose dette, che non si sa se l’intensità che le attraversa dipenda maggiormente dal risplendere delle parole o dalla violenza dei fatti» che in esso si agitano.
Leggendo questo memoir denso di termini gergali dell’argot e di vari idiomi, viene da chiedersi se nel meritevole catalogo della Milieu non possa trovar posto la traduzione di Les princes du jargon di Alice Becker-Ho, un testo fonmdamentale, come sostiene Giorgio Agamben, per rimettere in discussione «la catena esistenza del linguaggio-grammatica (lingua)-popolo-Stato».

* Fonte: Marc Tibaldi, IL MANIFESTO

Di umili origini e col cuore in lotta,

vestito di bianco per le vie

affollate di strade e di pensieri,

amavi percorrere idee profonde

come “ eterna beatitudine “

è tutt’oggi eterna la tua figura

di lottatore onesto…,

 

come sagace, il tuo sociale impegno

e quel coraggio che ci hai donato

come resto d’esempio, a chi,

senza lottare muore ogni giorno

sotto colpi di un sole bugiardo

e disonesto.

Tempi presenti. «Galera ed esilio».  Spinoza, Leopardi e il Giobbe biblico, come «piste» di ricerca per vincere il nichilismo dell’epoca

Gran parte del mainstream culturale si è mostrata piuttosto irritata da questo Galera ed esilio, secondo volume di Storia di un comunista, autobiografia che Toni Negri sta scrivendo, con la compagnia, più che con la semplice cura editoriale, di Girolamo De Michele (Ponte alle grazie, pp. 447, euro 19,50).

Ciò che probabilmente ha disturbato il conformismo di certi osservatori, è il fatto che Negri non rispetta per nulla la tradizione dei memoriali dei filosofi «impegnati».

Questi scritti si presentano solitamente in una tonalità melanconica, facendo mostra di una pensosa e «sapiente» distanza con il presente e i suoi conflitti. Negri invece fa tutto il contrario: legge il suo itinerario, di vita, di ricerca e di militanza, iscrivendolo in una storia collettiva, con il preciso intento di ricostruire ipotesi politiche per il presente.

Qui, come nel primo volume (ne abbiamo parlato qui e quindr), la vicenda personale è immersa nella vasta rete delle intelligenze e degli affetti incrociati, degli incontri felici e potenzianti come di quelli tristi o feroci. Al tempo stesso, l’autobiografia diventa uno strumento per riaprire l’interrogazione sul senso politico di un passaggio cruciale: la repressione politico-giudiziaria dei movimenti alla fine degli anni Settanta.

NEGRI INSISTE con forza su un punto: la storia che cominciò il 7 aprile 1979 non è stata solo la testimonianza di un grottesco impazzimento della macchina giudiziaria italiana.

Oltre a un’evidente rottura con i principi dello stato di diritto, s’è trattato di una tragedia del e nel Politico, tutta iscritta in una violenta ragion di Stato.

Il «7 aprile» va considerato un processo politico non solo per la logica dell’emergenza che lo struttura, ma soprattutto perché certifica una rottura insanabile nella storia delle istituzioni repubblicane, mostra tutta la loro incapacità di tessere una qualsiasi relazione con i movimenti sociali, che produca uno sbocco anche solo minimamente innovativo: su questa incapacità istituzionale si concentrerà Negri nel discorso parlamentare del 1983, prima della concessione per pochissimi voti dell’autorizzazione al suo arresto.

Alla ricerca di una soluzione ragionevole, che riaprisse la dinamica Stato/movimenti, si opposero allora troppi attori, in un mondo politico già segnato dalla sua autoreferenzialità, e, come denunciò in aula Stefano Rodotà, dal prevalere «di una meschina volontà vendicativa, e non di una capacità lungimirante di guardare al futuro».

UNA VOLONTÀ in realtà non solo vendicativa, ma anche suicida. La chiusura delle istituzioni in una astratta autonomia del Politico proiettava quella stessa immagine centralizzata e «sacrale» del potere sui movimenti di trasformazione, che infatti furono schiacciati sulla logica dell’accelerazione militare imposta dalle Brigate Rosse.

La lettura brigatista del Politico, in fondo, condivideva con le istituzioni la classica matrice «trascendente» della politica, una visione centralizzata e monopolistica del potere «sovrano»: una concezione che invece i movimenti avevano tentato di ribaltare, in nome della sperimentazione di spazi di autorganizzazione dei nuovi soggetti sociali.

Quella chiusura delle istituzioni fu poi doppiamente suicida per il Partito Comunista: perché, rivendica energicamente Negri, i movimenti nascevano radicati in profondità nelle trasformazioni produttive.

Costituivano certo una metamorfosi complessiva del movimento operaio, ma erano in ogni caso all’interno di quella storia, di una storia comunista: trattarli da «untorelli», fu, per le sinistre, l’inizio della separazione radicale dalla loro gente, che non sarà più recuperata.

Il tentativo dei movimenti dell’«autonomia» di uscire da questa doppia tenaglia che li chiudeva tra istituzioni e brigatisti, si riflette allora in Negri nella ricerca teorica di un diverso sfondo ontologico, che liquidi proprio questa maledetta trascendenza del Politico.

In particolare, l’incontro con tre figure permette di rilanciare la ricerca: Spinoza, Leopardi, e il Giobbe biblico.

IN ANNI SEGNATI dai «viaggi» nei penitenziari italiani, dal confronto con la violenza all’interno delle carceri, dagli scontri laceranti che accompagnano la ricerca di una via politica di uscita alla vicenda processuale, Negri riesce a far emergere una forte concezione produttiva e costitutiva dell’essere: il che non ha nulla a che fare con un qualche ottimismo finalistico o con la cancellazione del negativo.

Si tratta piuttosto, per Negri, di rifiutare l’interiorizzazione della sconfitta storica, che pure era stata gravissima e aveva travolto vite e speranze: ma andava compresa intellettualmente e politicamente, resistendo alla tentazione di consegnare anche la sconfitta a una logica della trascendenza, trasformandola in una sorta di destino.

PROPRIO NEGLI ANNI in cui una parte del pensiero europeo torna a fare del nichilismo il suo orizzonte ultimo, Negri trova invece in questa concezione costitutiva e produttiva dell’essere, il passaggio necessario per rilanciare l’inchiesta: si tratta ora di analizzare la profonda ristrutturazione capitalista tra gli anni Settanta e Ottanta, in modo da leggervi le nuove forze che l’attraversano e che cominciano a comporre nuove resistenze e nuove sperimentazioni.

Alla ricerca ontologica corrisponde, quindi, negli anni trascorsi in Francia – in esperienze come quelle della rivista Futur antérieur, ma anche in molta attività di ricerca sul campo – una rinnovata inchiesta sui nuovi distretti produttivi, sulle reti cognitive e metropolitane: le nuove macchine che informatizzano la forza lavoro.

Attorno a questi nuovi dispositivi, al tempo stesso di sfruttamento e di soggettivazione, si sviluppa quell’incrocio tra l’operaismo e il poststrutturalismo di Foucault e Deleuze/Guattari, che produce l’orizzonte teorico attorno al quale si svilupperà Impero (ultima tappa di questo secondo, e non ultimo volume): un orizzonte in qualche senso «postmoderno», ma profondamente materialistico e, ancora una volta, pur nella radicale trasformazione delle modalità di produzione, chiaramente di classe.

SOLO L’INCHIESTA di queste nuove forme della produzione, ha permesso negli anni Ottanta, di tentare un’uscita in avanti dalla crisi e dalla repressione.

Solo seguendo il filo tracciato dalle soggettività che muovono queste nuove relazioni produttive, è stato possibile attraversare la trasformazione neoliberale senza né piegarvisi da subalterni e trasformisti, né ritirarsi in una infinita meditazione sulla sconfitta, senza energia e senza speranza.

L’emergere prima dei grandi scioperi francesi della metà degli anni Novanta, poi del movimento no global transnazionale, avrebbe confermato che quanto intravisto dall’inchiesta aveva una sua solidità materiale.

Così, per noi tutti impegnati nelle lotte dell’oggi, è indispensabile continuare ad approfondire questa modalità di inchiesta nata nel deserto degli anni Ottanta.

Proseguire l’indagine all’interno dei nodi precari, intermittenti, ma al tempo stesso estremamente socializzati, dell’organizzazione contemporanea del lavoro.

COMPRENDERE finalmente le metamorfosi del lavoro vivo è il solo modo per provare a dare un qualche futuro alla “storia dei comunisti”: o, più semplicemente, per ritrovare il filo delle lotte della forza-lavoro, dove e come realmente si danno, superando le fratture storiche, che furono provocate dalla radicale incomprensione delle trasformazioni nel corpo della classe, da parte delle forze che avevano storicamente preteso di rappresentarla.

FONTE: Giso Amendola, IL MANIFESTO

Una storia iniziata fra i ragazzi che volevano scrivere la loro rabbia su semplici fogli ciclostilati, continuata tra coloro che tentarono di dare un senso comune a una battaglia ideale contro gli stereotipi di una società bigotta e terminata tra quelli che capirono anzitempo che il castello di sabbia si stava sgretolando. L’esperienza della stampa underground italiana durò poco più di dieci anni, influenzata inizialmente da movimenti internazionali come il Dada, i Provos olandesi ed i beat americani, brillò subito di luce propria con riviste quali “Mondo Beat”, “Pianeta Fresco”, “Re Nudo”, “Oask?!” e tantissimi altri titoli che riuscirono a portare alla ribalta un altro linguaggio, un’altra grafica, un altro mondo fatto di poesia, rivendicazioni, fumetti e musica. Una storia narrata come un romanzo in cui vengono presentati tutti i personaggi e gli avvenimenti, i luoghi e le battaglie che hanno fatto della carta e delle riviste un mezzo del tutto nuovo di comunicazione attraverso sperimentazioni e avventure mai viste prima. Milano, Bologna, Torino, Lucca.

In ogni parte dell’Italia si muove qualcosa di nuovo che ancora nessuno ha mai voluto del tutto riportare a galla e che adesso trova una sua narrazione fatta di passione e incoscienza.

Un formato originale e colorato, grande e arioso, per un volume arricchito dalla prefazione di Federica Boràgina e dalle illustrazioni di Andrea Chronopoulos.

Un viaggio unico e avventuroso fra le pagine ed i desideri di un periodo che, ancora oggi, dimostra che la forza delle idee e la volontà di cambiamento avranno sempre uno spazio vitale entro cui sprigionare una fantasia.

La presentazione del volume può essere anche uno spettacolo accompagnato da musica e immagini su cui inserire la narrazione di una storia di cui non avete mai immaginato l’esistenza e che vi lascerà senza parole. Tutte le riviste nate tra il 1966 ed il 1979 lungo la penisola sono raccolte in un censimento in appendice del libro.

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Gli autori

Francesco Ciaponi nasce sulle rive dell’Arno, vive a Santa Croce e resta assurdamente appiccicato alla sua terra faticando ogni volta ad allontanarsene. Studia e si laurea in Storia della Stampa e dell’Editoria all’Università di Pisa. Nel 2001 iniziano le pubblicazioni di Friscospeaks, fanzine a collage che uscirà in 11 numeri fino al 2008 in cui si affrontano le tematiche ed i personaggi dell’undergroud made in U.S.A. degli anni Sessanta e Settanta. Collaborare per circa 3 anni, 2004- 2007, alla rivista mensile Vintage con una rubrica sulla poster art internazionale. Oltre ai 2 numeri unici della rivista annuale Il Farfisa sulle tendenze comunicative del II° Millennio, Ciaponi collabora alla realizzazione di due saggi dal titolo Il romanzo americano e la guerra e Perché sia possibile editi da Edizioni Plus. Nel 2010 fonda, insieme all’amico Andrea Pacini, Italian Poster Rock Art, l’archivio italiano della poster art. Nel 2016 riesuma lo storico marchio di battaglia per fondare le Edizioni del Frisco: piccola editoria indipendente che esordisce con nel 2017 con il volume dal titolo “The Big Lebowski Art Collection”, una raccolta di illustrazioni e grafiche di 68 illustratori provenienti da tutto il mondo. Nel 2018 da vita insieme ad Andrea Pacini al progetto Il Grande Yeah: piccole produzioni independenti fatte con cura, un’idea che potete scoprire su www. ilgrandeyeah.com.

Federica Boràgina è dottoranda in storia dell’arte contemporanea presso l’Università di Torino dove svolge un progetto di ricerca dedicato all’editoria d’artista e alla controcultura negli anni Sessanta. Laureata e specializzata in Storia dell’arte contemporanea all’Università Cattolica di Milano, scrive per la rivista Titolo, è autrice di Fabio Mauri, che cosa è, se è, l’ideologia nell’arte (Rubettino editore, 2012) e, con Giulia Brivio, di Interno Domestico (Fortino Editions, 2013) e del progetto editoriale Boîte. Le sue ricerche sono principalmente dedicate alle vicende artistiche degli anni Sessanta e Settanta e all’editoria d’arte contemporanea. Ha svolto il ruolo di assistente curatore per il Padiglione Italia alla 55 Biennale d’arte di Venezia e, dal 2011, collabora come assistente curatore con le collezioni d’arte del Novecento di Intesa Sanpaolo.

Andrea Chronopoulos è nato nel 1990 ad Atene, si diploma nel 2011 allo IED di Roma in illustrazione e animazione 2D. Membro fondatore di Studio Pilar, associazione culturale e etichetta di autoproduzioni editoriali. Lavora come illustratore freelance per diversi ambiti come ‘animazione, libri per ragazzi e illustrazioni editoriali per magazine. Tra i suoi clienti: GQ, The New York Times, the Atlantic, MIT Technology Review, Fred Perry, EasyJet Traveller, L’Ultimo Uomo.

 

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A fine aprile, davanti al tribunale di Philadelphia, ci sarà una manifestazione per chiedere la sua libertà. In carcere da 36 anni, il giornalista, scrittore e attivista è diventato un simbolo della resistenza

Uno dei suoi primi incontri con i difensori della legge, il quindicenne Wesley Cook, l’ebbe nella contea di Alameda nel 1969 dove stava vendendo a un angolo di strada il giornale Black Panther con l’amica Sheila e venne arrestato dalla polizia locale per vagabondaggio, per aver attraversato la strada fuori dalle strisce pedonali. Fu scarcerato in poche settimane tuttavia il giovane responsabile dell’informazione e della propaganda della sezione di Philadelphia cominciò a scrivere volantini, fare telefonate, raccontare le attività quotidiane del Partito delle Pantere Nere e divenne col tempo un apprezzato reporter.

«IL MIO LAVORO è il giornalismo, inteso in un’ottica nera e rivoluzionaria. Scrivere della nostra gente senza censura, dare voce ai senzavoce», così dice Mumia Abu-Jamal, il nome swahili che Cook si è scelto a fine anni ’60, vincitore di prestigiosi premi di giornalismo eppure emarginato dai media della sua città per le scelte radicali (non accetta di tagliarsi i dreadlocks e neppure le versioni ufficiali sullo sgombero della comunità Move), tanto da dover iniziare a fare il taxista notturno per mandare avanti la famiglia.
Il 9 dicembre 1981 Abu-Jamal venne gravemente ferito nel corso di una sparatoria nel quartiere sud di Philadelphia, dove aveva accompagnato un cliente, stesso luogo dove viene ucciso il poliziotto Daniel Faulkner. Mumia fu accusato del suo omicidio e condannato alla pena di morte poi tramutata in ergastolo, sebbene si sia sempre dichiarato innocente. Molte ombre circondano quel verdetto, pronunciato da una giuria tutta di bianchi, basato su indagini farraginose con testimoni oculari, balistica e confessioni difettose, accettate della polizia che l’aveva già schedato «come persona da sorvegliare e rinchiudere».

A fine aprile, davanti al tribunale di Philadelphia, ci sarà una manifestazione per chiedere la libertà di Mumia Abu-Jamal, il giornalista, scrittore e attivista afroamericano incarcerato da 36 anni, in precarie condizioni di salute, diventato un caso giudiziario controverso e un simbolo della resistenza al potere e della campagna contro la pena di morte, e di altri prigionieri politici. In questi giorni è stato pubblicato, per la prima volta in Italia, Vogliamo la libertà (Mimesis edizioni, pp.226, euro 18) il suo libro che mette insieme l’esperienza personale nel Black Panther Party e la storia delle battaglie della comunità nera sul territorio americano, scritto nel 2004 e ripubblicato negli States nel 2016, una narrazione molto documentata sull’esperienza delle Pantere Nere nella società statunitense, collocate nella storica resistenza alla riduzione in schiavitù dei neri africani, fin dalla prima sommossa del 1526. «Vogliamo la libertà. Vogliamo il potere di decidere il destino della nostra comunità nera» era il primo punto della piattaforma Ten Point Program del Partito delle Pantere Nere, fondato nell’ottobre 1966 a Oakland, in California, da due studenti, Bobby Seale e Huey Newton, con l’idea di formare un’organizzazione per l’autodifesa e la protezione della comunità nera, ispirati delle idee rivoluzionarie di Malcolm X ma decisi a puntare forte sulla gerarchia militare (ogni sezione aveva l’ufficiale di giornata e un’agenda da compiere), sulla disciplina e sulla matrice comunitaria del movimento di liberazione afro-americano.

Da subito segnarono una profonda rottura verso il movimento dei diritti civili e la pratica della non-violenza, sottolineando il passaggio dalla ribellione dei negroes alla crescita della coscienza dei black men. Ben sintetizzata dall’immagine mondiale del pugno chiuso nero, levato in alto, da Tommie Smith e John Carlos, medaglie olimpiche nei 200 metri, sul podio della premiazione a Mexico 68. Oggi il gesto è mettere il ginocchio a terra, durante l’inno, inventato dal quarterback dei 49ers, Colin Kaepernick, per denunciare l’uccisione di ragazzi neri inermi.

IL NOME VENNE da un opuscolo sulla registrazione al voto nel Mississippi della Lowndes County Freedom Organization che aveva per simbolo una pantera nera, la cornice ideologica dalla lettura di Fanon, Lenin, Mao, Du Bois, Marx e altri col riconoscimento dell’importanza delle lotte internazionali anticolonialiste e antiimperialiste per il destino dei neri statunitensi. Un anno dopo la rivolta di Watts, il ghetto di Los Angeles che bruciò per 5 giorni nell’agosto 1965, scontri innescati dalle violenze della polizia e terminata con l’arresto di quattromila persone, emerse il Black Panther Party come risposta alla violenza di massa perpetrata contro i neri e per incanalare la rabbia popolare in un movimento ben organizzato. Un’azione che gli diede subito il favore della comunità erano le pattuglie armate per controllare la polizia.

I SUOI COMPONENTI erano provvisti con armi cariche, macchine fotografiche, registratori e codici di legge (suggeriti da Newton che aveva studiato diritto penale) e intendevano osservare i fermi e gli arresti delle forze dell’ordine. Basco nero in testa, uniforme con giubbotto di pelle e pantalone, cartuccera a tracolla e fucile in bella evidenza, le Pantere Nere erano l’immagine ribelle e vincente del Black Power. Inoltre le Pantere puntavano a un forte radicamento sociale, con le loro iniziative dal Free Breakfast for Children dove gli scolari delle elementari delle famiglie indigenti venivano al programma della colazione la mattina, adulti poveri venivano per i vestiti gratis, i parenti dei detenuti venivano accompagnati alle visite in carcere e provvisti di aiuto legale, i malati venivano agli Ambulatori del Popolo, molti compravano il giornale Black Panther agli angoli delle strade (nel 1970 arrivò a vendere 139 mila copie a settimana) insomma migliaia di persone del ghetto venivano a contatto quotidiano col Partito e i suoi militanti, un’organizzazione paramilitare dove le donne venivano coinvolte a tutti i livelli, assumendo spesso ruoli di vertice (e Mumia si concede anche una parentesi umoristica, raccontando il suo affaire con Sheila, o la visita di Jean Genet, dimostrando un gran talento per i dialoghi che fanno rivivere irruzioni degli sceriffi e perquisizioni) e combattendo contro la discriminazione sessuale.

Nel clima di internazionalismo rivoluzionario di quegli anni, le Pantere Nere guardavano con entusiasmo alle lotte di liberazione dei popoli dell’Africa, dell’Asia e dell’ America Latina, fecero numerosi viaggi in Africa (con l’apertura di una sede ad Algeri, nel 1970 dove si rifuggerà poi Cleaver, accusato di omicidio), rifiutando decisamente la mistica di Marcus Garvey, il profeta del ritorno nel continente nero, e si avvicinarono con curiosità alla Corea del Nord vista come società egualitaria e anticapitalista.

LA POLITICA di annientamento sistematico da parte delle forze dell’ordine usò sia strumenti classici come l’omicidio di Fred Hampton a Chicago sia un’opera più sottile, quella del Cointelpro, una struttura di intelligence che agiva con infiltrati, ricatti, violenze che tendevano a criminalizzare il dissenso, struttura scoperta per caso dagli attivisti in un’edificio dei federali.
In questo modo, la parabola accecante del Black Panther tramontò in pochi anni sotto i colpi dell’Fbi e delle divisioni interne. Oggi Mumia lancia i suoi pensieri oltre le sbarre, intervenendo spesso con scritti, interviste, prese di posizione a favore di Black Lives Matter, il movimento che continua a denunciare il razzismo della polizia e le diseguaglianze sociali.

FONTE: Flaviano De Luca, IL MANIFESTO

Negli anni ’20 e ’30 con Frida Kahlo, Nahui Olin ma anche con figure meno note come Elvia Carrillo Puerto e Nellie Campobello

La Terra dell’Aquila e del Serpente è una vera ossessione letteraria per Pino Cacucci, lo scrittore di Alessandria, che da 35 anni attira lettori e viaggiatori in quella che è la sua autentica seconda patria, il Messico. L’occasione di un nuovo viaggio fra realtà e fantasia è arrivata dall’amicizia con l’illustratore milanese Stefano Delli Veneri, lui pure affetto da «insana» passione per il México verdadero. L’incontro è all’origine del romanzo grafico, Mujeres (Feltrinelli, 144 pp., € 15), storie e passioni delle donne protagoniste nella Città del Messico degli anni ’20 e ’30 di rivoluzioni e cambiamenti. L’icona Frida Kahlo, e altre meno note, Lupe Marin, Antonieta Rivas Mercado, Pita Amor. E la pittrice Nahui Olin, già apparsa in precedenti opere di Cacucci.

Con «Mujeres» sei tornato di nuovo in Messico, tra le figure che ne segnano la storia…

Parafrasando Galeano potrei dirti che Mexico me duele, il Messico mi fa soffrire per tutto quello che accade laggiù e che però qui si percepisce poco. Da noi, spiccano le notizie negative, le nefandezze, gli orrori; ma là, i tanti messicani che conosco e frequento mi ricordano che esiste sempre un Messico pieno di dignità e orgoglio che non si arrende e quindi mi dà sempre nuovi stimoli per scrivere. E visto che il presente c’è chi lo narra meglio di me, preferisco attingere al passato, come con in questa galleria di donne inestimabili.

Ti eri già misurato con Frida Khalo e Nahui Olin.

Stavolta c’è il desiderio di mettere in evidenza anche personalità rimaste finora sullo sfondo. che fra gli Anni ’20 e ’30 hanno dato una sferzata di rinnovamento alla società messicana. Penso a Elvia Carrillo Puerto, alla quale credo si debba la primogenitura del termine femminismo. O Chavela Vargas, la cantante che ha incarnato l’essenza della «messicanità», o ancora Antonieta Rivas Mercado, già citata in Nessuno può portarti un fiore, morta suicida a Notre-Dame di Parigi senza che ne reclamessero la salma. O Nellie Campobello, che fu una grande scrittrice rimossa nel suo stesso Paese.

Come avete ricostruito le storie delle protagoniste?

Lo sforzo è stato utilizzare gli eventi realmente accaduti, perché ci interessava svelare retroscena o aspetti curiosi del passato. Per esempio, parlando della storia d’amore fra la grandissima inviata speciale statunitense Alma Reed e il fratello di Elvia Carrillo Puerto, abbiamo sottolineato che i gringos si sono fregati la maggior parte del patrimonio archeologico dello Yucatan dragando i cenotes per portar via oro e pietre preziose. Il tutto, però, senza farci mancare qualche piccola licenza. Per esempio, immaginando che Nahui nel 1970 fosse ancora abbastanza lucida da ricordare i fatti, quando dal poco che si sa era considerata un po’ la vecchia gattara che se ne andava in giro per Bellas Artes a vendere le sue vecchie foto osé per pochi spiccioli. Un finale da dimenticata che non le rendeva giustizia.

Il libro sembra sostenere che il Messico degli anni ’30 fosse più aperto e cosmopolita di quello attuale.

Ottant’anni fa, Città del Messico era tanto avanti che per arrivare allo stesso livello gli States e l’Europa ci hanno messo un altro mezzo secolo. Ma nonostante tutte le conquiste che ci teniamo ben strette, questa sembra un’epoca dominata da rigurgiti di oscurantismo anche in Messico. Perché è vero che nello Stato di Mexico DF c’è una legislazione molto aperta in fatto di unioni gay, aborto e buona morte. Ma nello Stato confinante di Puebla, l’aborto è punito con la galera. È una situazione schizofrenica, che però in alcuni casi tiene conto dei semi piantati dalle nostre protagoniste.

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In che modo avete lavorato su sceneggiatura e disegno?All’inizio pensavamo a un romanzo grafico solo su Nahui Olin. Finché un giorno, mia moglie Gloria ha buttato lì: «Perché non provate a fare un affresco di quell’epoca»? Così abbiamo tentato di tornare su personaggi di cui avevo già parlato da un punto di vista inedito. All’origine c’è una scaletta che avevo realizzato io e su cui abbiamo costruito bozzetti e dialoghi. Ci sono stati ripensamenti su testi o disegni che non ci soddisfacevano ma sempre a quattro mani. Penso alle due pagine finali: vista la litania di morti, feriti e melodrammi di cui è disseminata la storia, ci tenevamo a chiudere dicendo che la vita può essere anche tragica, ma nessuno può toglierti ciò che hai vissuto.

Una curiosità: perché il tequila è diventato «la» tequila?

Si tratta di una piccola licenza letteraria partita da una battuta di Chavela Vargas, che lamentava che in Messico non si trovasse più un goccio di tequila decente perché se l’era bevuto tutto lei. Inoltre tequila finisce con la «a», e in Italia c’è il vezzo di considerarla femminile: utilizzare la forma corretta al maschile ci sembrava una forzatura machista, quindi ci siamo adattati alla femminilità «del» tequila.

FONTE: Andrea Voglino, IL MANIFESTO

Nei Balcani, dove la guerra è stata fratricida, resta difficile la pratica del «fraterno». E in letteratura è quasi nulla la ricerca di un sodalizio, magari a distanza, che comunichi i territori comuni della ricerca: l’autore, ovunque, parla sempre, inesorabilmente, di se stesso.

LA LEZIONE che ci arriva da Giacomo Scotti con questo suo ultimo libro – ne ha pubblicati, finora, 160 l’ottantenne amanuense di Fiume-Rijeka – Matvejevic e io, due marinai (Infinito edizioni, pp. 283, 16 euro) è dunque doppia. Perché si tratta di un saluto individuale e insieme corale all’autore di Breviario mediterraneo, scomparso un anno fa a Zagabria. Indimenticabile nella sua perseveranza, «tra asilo ed esilio» come diceva, a ritenersi un tessitore di trame europee senza dimenticare ogni volta di dichiararsi ancora jugoslavo.
Nella prefazione a Mondo ex e tempo del dopo del 2006, Rossana Rossanda scriveva: «Come parlare di un uomo i cui libri sono un mosaico, fatti di mille tessere tutte problematiche, relative al passato e al presente, pieni di interrogativi inquietanti? Predrag Matvejevic ci ha abituato a questa scrittura senza pacificazione, che ha una forma bellissima ma non se ne accontenta, incalzata com’è da domande inesorabile sul perché e sul che cosa. Tutto lo incanta, ma nessuna bellezza lo acquista – è un uomo di domande cognitive ed etiche».

SONO LE STESSE domande «cognitive ed etiche» che Giacomo Scotti rivolge al suo amico in un libro che è fatto di «scritture d’amicizia», ricorda nell’introduzione Gianluca Paciucci. Un testo di memoria attiva che ripercorre momenti e luoghi di un sodalizio lungo una vita attraversata su un sentiero comune. O quasi. Perché il percorso, nei fatti, è stato una rotta incrociata.
Lo scugnizzo di Saviano (la cittadina campana dove Giacomo Scotti è nato nel 1928) che sceglie di farsi jugoslavo e arriva a Trieste e poi nella Federazione jugoslava e lì decide di vivere, amare e sperimentare; e Predrag Matvejevic che, nato a Mostar, di padre russo ma nato ad Odessa e di madre croata, entra in conflitto subito con il potere socialista del maresciallo Tito e poi, mentre i nazionalismi cominciano a dilaniare la Federazione jugoslava, è costretto a fuggire da Zagabria sotto minaccia di morte, per riparare in Francia e poi in Italia. Due percorsi da latitudini diverse, ma entrambi segnati dalla volontà di verità, sulla realtà prima e sulle macerie poi del Sud-est europeo e dei Paesi dell’Est. L’altra Europa, dove gli ex dissidenti sono spesso diventati «democratura» e padroni delle privatizzazioni e dove le culture nazionali sono degenerate in ideologie della nazione. E siccome «da Oriente a Occidente ogni punto è divisione», dal loro sentiero incrociato hanno lanciato un drammatico messaggio-testimonianza: che tutto questo sarebbe diventato specchio e antefatto della nuova Europa in costruzione. Quella dei muri e delle frontiere che si moltiplicano. Per una sorta di balcanizzazione rovesciata – ora sotto gli occhi di tutti -, visto anche l’impegno politico e militare dei Paesi leader d’Europa nella devastazione del Sud-est europeo.

MA QUAL È STATO il contenuto materiale di questo solido rapporto? Nel titolo del libro le parole «due marinai» lo richiamano esplicitamente: il mare. L’Adriatico, con la riscoperta delle culture trasversali presenti, a cominciare dalla multietnica «Venezia sconosciuta» con le sue isole sommerse. E il Mediterraneo.
Partendo da questo spazio insieme reale e virtuale e conflittuale, Matvejevic – ricorda Scotti – ha proposto la sua cifra rivoluzionaria. Quella di una necessaria nuova filologia. Meglio una cosmogonia, che riscrivesse i codici del presente oltre il limite dei miti. Il mare, che ha trovato un interlocutore privilegiato in Giacomo Scotti, autore di storie della navigazione a vela. Per uno spazio privilegiato dagli umani e ponte di comunicazione. Basta però vedere che cosa il Mediterraneo è diventato – un riverbero di guerre e fossa comune della disperazione di chi fugge dai conflitti armati e dalla miseria spesso da noi provocate – per capire le macerie del presente.

CHE COINVOLGONO ormai le forme critiche, la scrittura, l’interpretazione, anch’essa in rovina, della realtà. La stessa introiettata ed evocata disperatamente dai due fraterni testimoni. Che lasciano per noi una scia luminosa tra le nebbie attuali. Una scia che il libro di Giacomo Scotti rifrange, non dimenticando anche altre presenze e corpi del sentiero balcanico come specchio tra mondi. Dal poeta di Sarajevo Izet Sarajilic allo sloveno-italiano Boris Pahor, al «comunista scomodo» Miroslav Krleža, a Danilo Kis. Voci uniche e irripetibili, impegnate a dilatare all’infinito gli spazi del sensibile e della vita materiale.

FONTE: Tommaso Di Francesco, IL MANIFESTO

Partiamo dalla musica, quella potente degli Area, e dalla storia del loro cantante: Demetrio Stratos. Una vita intensa, una sperimentazione colossale, una filosofia mai tentata da allora da un rock star. A partire dal libro “Sulle labbra del tempo. Area tra musica, gesti e immagini” di Diego Protani e Viviana Vacca

Demetrio Stratos

Non è stata una storia di emarginati o di eccentrici, deposito in bianco e nero di allucinazioni settarie, visioni catacombali degli «anni di piombo». Ascoltati in musica gli anni Settanta in Italia restituiscono la pienezza di una potenzialità. La contestazione dei ruoli e delle gerarchie era accompagnata dall’egualitarismo salariale, dall’attacco all’organizzazione dei saperi e dalla tensione a modificare la vita quotidiana: una spinta alimentata dall’aspirazione a una libertà concreta. Fu l’ultimo momento in cui si è creduto in una rivoluzione in questo paese. Non riuscì, né forse avrebbe potuto. Tutto finì nella contraddizione tra la richiesta di reddito e liberazione e l’obiettivo dello spezzare la macchina dello Stato. E tuttavia una sperimentazione prese forma.

«C’era una spinta incredibile verso l’aggregazione – racconta Patrizio Fariselli, tastierista degli Area, in Sulle labbra del tempo. Area tra musica, gesti e immagini di Diego Protani e Viviana Vacca (Lfa publisher, 18 euro, pp. 155) -. Era una prassi normale usare la misura come catalizzatore per condividere un progetto di vita alternativo. A un certo punto sembrava addirittura che una nuova società fosse davvero ormai imminente: metà del paese stava a sinistra e agli scioperi si vedeva una partecipazione altissima. Pareva che di lì a poco l’Italia avrebbe finalmente applicato pienamente la Costituzione, guadagnata con tanta fatica. Invece i vertici del partito comunista e dei sindacati avevano già abbandonato quel sogno e si erano spostati sempre più al centro, condividendo con i democristiani le politiche di austerity e le leggi repressive contro i giovani della sinistra extraparlamentare che, giustamente, non accettavano questo tradimento».

IL LUNGO SESSANTOTTO ITALIANO

Tradimento rispetto ai valori di una costituzione erede della resistenza. Più che al tema della resistenza tradita, ricorrente nella cultura delle sinistre sin dal Dopoguerra e radicalizzatosi dopo il Sessantotto insieme al mito insurrezionale della «Volante rossa», Fariselli allude alla creazione di una «democrazia progressiva» fondata sui diritti sociali.

Per comprendere il senso di disaffiliazione e presa di distanza della generazione del ’68/’77 dal patto siglato dalla sinistra all’indomani della guerra è necessario considerare l’analisi di Sergio Bologna secondo il quale la rottura maggiore fu dovuta all’incomprensione totale dei comunisti e della Cgil delle trasformazioni produttive e del lavoro.

«Al Pci non interessava capire cosa accadeva nella società, importava l’ordine sociale – ci ha raccontato Bologna in un’intervista realizzata in occasione dello speciale 77 contro il presente pubblicato da il manifesto -. Per decenni sindacati e partiti sono stati incapaci di capire le caratteristiche del lavoro post-fordista. Sono ancora inchiodati a una visione del posto di lavoro a tempo indeterminato come unico elemento per definire le politiche sociali. È stata persa la dote culturale del pensiero critico perché l’ideologia capitalistica è diventata il pensiero unico».

Una discontinuità decisiva si registrò nella generazione ribelle. Non considerare questo elemento significa non comprendere la singolarità di questi anni. La loro specificità culturale permette di spiegare l’anomalia, e la ricchezza, rispetto a quello che non è accaduto nel resto del mondo dove il Sessantotto si è esaurito all’inizio del decennio senza porre né il problema del potere politico, né quello dell’organizzazione economica della società.

«La generazione del Sessantotto era legata alle simbologie tradizionali del movimento operaio, alla bandiera rossa – ricorda Bologna -, quella del Settantasette era senza bandiere. I giovani del Sessantotto hanno cercato un’alleanza con la classe operaia e l’hanno praticata. I giovani del Settantasette vedevano nella fabbrica non un luogo dell’emancipazione attraverso la solidarietà, ma un luogo di sofferenza da cui fuggire».

Avvenne così una rielaborazione creativa delle contro-culture anti-autoritarie, libertarie, anti-razziste e comuniste diffusa sin dai primi anni Sessanta. A pesare fu la crisi economica e la disoccupazione di massa. Emerse tuttavia un sentimento di autonomia dalla morale del lavoro (salariato) sul quale si innestò la spinta all’indipendenza e alla ricerca personale che alimentò le sperimentazioni artistiche e quelle esistenziali.

SULL’ASSE BOLOGNA-MILANO

Emerse una nuova geografia emotiva e culturale. L’elemento comune fu «la trasformazione dell’elemento fantastico e derisorio in un’insorgenza emotiva e ironica – ha raccontato Toni Negri -. Quei tempi hanno aspetti dionisiaci molto forti, anche se questo tratto trionfa soprattutto tra Bologna e Roma, meno a Milano e nel Veneto. Sono aspetti che emergono già dal ’75 quando la crisi dell’egemonia operaia sulle lotte diventa evidente, mentre lo sviluppo dei centri del proletariato giovanile è maturo e avanzato».

Il cineasta Guido Chiesa, autore di film come Lavorare con lentezza e Radio Alice, specifica la natura del rapporto tra Bologna e Milano, l’asse culturale sul quale si sviluppa la storia degli Area. «Teniamo conto – racconta a Protani e Vacca – che tranne Claudio Lolli a Bologna, nessuno degli altri gruppi musicali e musicisti di quell’epoca volle identificarsi più di tanto in quei movimenti, penso ai vari De Gregori, Dalla, Venditti, Bennato. A Milano invece avvenne in maniera forte perché c’era questa idea di radicalità e di creatività che si manifesta sull’asse con Bologna. Da lì viene Finardi – che apparteneva alla Cramps (la casa discografica degli Area, ndr). C’era poi l’area più intellettuale, più radicale nel pensiero, quella degli Area che univa la ricerca all’elemento del rock. Tutti sapevano che Stratos veniva da lì. La musica era un luogo di intellettualizzazione associato all’aspetto passionale ed emotivo. Era una musica adeguata al livello di dibattito culturale che si stava realizzando nel paese, non a caso gli Area fu il gruppo che più piacque a quelli di Radio Alice».

Ciò che distingue gli Area da tutti i gruppi degli anni Settanta è il legame esplicito con i movimenti sociali o con quello di Franco Basaglia in un concerto del 1974 all’ospedale psichiatrico di Trieste. La presenza alle edizioni del festival milanese di Parco Lambro, scena contrastata ma esiziale, conferma il loro contatto quotidiano con quel vissuto. Era la stessa tensione ad accomunare una scena musicale attraversata dal progressive rock, la jazz fusion, il suono mediterraneo, un mix sperimentale comune con la Premiata Forneria Marconi, il Banco del Mutuo Soccorso, i Napoli Centrale, gli Osanna.

CONTRO IL LAVORO

I concerti e i dischi degli Area, prima della scomparsa del loro visionario cantante Demetrio Stratos nel 1979 a soli 34 anni, e la produzione successiva, rappresentano oggi un filo rosso che collega l’anti-autoritarismo libertario, tipico della controcultura hippie, a una rivolta contro il lavoro salariato, lo sfruttamento e l’alienazione capitalistica. Una composizione – non solo una «canzone» – come Arbeit Macht Frei è un urlo provocatorio. «Tetra economia – dice il testo – quotidiana umiltà, ti spingono sempre verso arbeit macht frei». In questi versi ermetici il motto nazista, esposto all’entrata di Auschwitz, viene rovesciato e scagliato contro il lavoro salariato. È il segno del rifiuto del lavoro in quanto merce e vampirizzazione di quello che Marx ha chiamato “lavoro vivo”».

Quella degli Area non era una «colonna sonora» per il «proletariato giovanile» che, negli stessi anni, si costituiva in «circoli». Era un’interpretazione della condizione materiale e mentale della nuova forza lavoro che allora faceva la comparsa nelle fabbriche e nelle strade. «Era basata sulla produzione cognitiva, sulla cooperazione linguistica, sulla riorganizzazione della giornata lavorativa che allora ebbe una coloritura sovversiva», ha raccontato Paolo Virno.

A differenza della contro-cultura psichedelica e hippie gli Area affermavano un materialismo di nuovo genere che abbatteva la distanza tra la musica e la vita attraverso un ardito esercizio della critica politica, estetica, economica. In questa poetica si intrecciava la critica alla struttura economica e alla sovrastruttura ideologica. Da un lato c’è la vita della forza lavoro che non è riducibile al lavoro, ma si afferma in comportamenti, affetti e desideri che allora assunsero una «una silhouette ribelle e sono diventati forza produttiva». Dall’altro c’è la consapevolezza dell’esistenza di rapporti di produzione e della divisione sociale del lavoro sul quale scorrono oggi il potere e il conflitto.

È questa duplicità che rende più vicini gli Area rispetto al movimento hippie «essenzialmente bianco e libertario – ha raccontato l’economista Andrea Fumagalli in Grateful dead economy: la psichedelia finanziaria -. Non poteva rivolgersi alla comunità afroamericana. I neri erano l’emblema del lavoro operaio e sfruttato, non era concesso loro di cibarsi del mito della frontiera. I giovani bianchi erano i discendenti dei coloni, non avevano un passato di schiavitù, violenza, oppressione diretta. E forse proprio per questo i rapporti sociali dello sfruttamento capitalista non ne sono stati intaccati. Il piano dell’agire si muoveva più in ambito sovrastrutturale che strutturale, anche se già all’epoca, come diceva Althusser, sovrastruttura e struttura si declinavano in modo già ambiguo. Marcuse aveva più appeal di Marx. Ma è proprio l’ideologia della frontiera, il suo essere irriducibile e eccedente alle regole disciplinari del mercato del lavoro che alimentava lo spirito libertario e consentiva l’incessante trasformazione del sistema di produzione».

LIBERAZIONE

Marx ha intonato l’inno di Arbeit Macht Frei contro la tanatopolitica del lavoro-merce. Questa operazione immaginativa iperbolica, non isolata in quegli anni, prefigura una politica della soggettività – non del soggetto politico – che aspira a scardinare la forza lavoro dalla sua antropologia capitalistica.

«Quello che Marx aveva sognato era la liberazione non del lavoro, ma dal lavoro. Per creare una nuova società il proletariato avrebbe dovuto negarsi come classe, abolire con il capitale anche il lavoro salariato, cioè il lavoro stesso come obbligo verso altri, valorizzando per questa via l’attività umana intera che è cosa del tutto diversa – afferma Vincenzo Sparagna, fondatore del giornale satirico Il Male, in un’intervista in Sulle labbra del tempo»

«Il fatto che non siamo ancora riusciti a realizzare il salto dalla necessità alla linearità non va interpretato come una sconfitta di quell’idea – continua Sparagna – Il concetto di sconfitta implica infatti una battaglia, vinta o perduta, mentre la storia umana è un susseguirsi di avanzate e ritirate, pause e accelerazioni. L’importante è che non ci siamo mai venduti a nessuno e che siamo riusciti a conservarci liberi di criticare i potenti senza rinunciare all’idea di un possibile mondo diverso».

COSA PUÒ UN CANTO
La musica, come ricerca e sperimentazione, gioia e rivoluzione, è stato uno dei modi per mettere in comune le potenzialità di una vita, arditamente studiate e messe in pratica attraverso un lavoro incessante. L’altro è stato il femminismo.

«Entrambi – ricorda il cineasta Guido Chiesa – hanno rotto la costruzione sociale fatta propria dai movimenti marxisti-leninisti, adottandola in maniera critica. Il partito comunista era più familista della democrazia cristiana. Il femminismo rompe con questo. La musica dal rock’n’roll in avanti rompe l’idea che l’unico discorso importante da fare nella vita è politico. Il discorso non è solo economico e sociologico, ci sono le emozioni, i desideri, le passioni, la fantasia. Discorsi che dal Sessantotto diventano pensiero comune anche per generazioni del dopoguerra che credevano che tra il pubblico e il privato ci fosse una netta separazione».

Pur soggetta alla cattura commerciale, e non può che essere così in quanto lavoro, la musica contiene un elemento inassimilabile tanto al politico quanto al mercato. La differenza è sottile e rappresenta per tutti i musicisti un problema ricorrente. Alla base esiste una domanda che permette di rispondere al quesito su cosa rende, ancora, attraenti questi anni Settanta. Cosa può una vita suonata, cantata, rumoreggiata quando si muove sull’orlo del musicabile?

CORPO MUSICALE

Demetrio Stratos trascorse i primi tredici anni ad Atene, studiò pianoforte e fisarmonica al Conservatorio. Di famiglia cristiano-ortodossa, nato ad Alessandria d’Egitto nel 1945 e cittadino del mondo, Efstràtios Dimitrìu (questo il vero nome) seguì le cerimonie di musica religiosa bizantina. Si interessò alla musica araba tradizionale.

Studente a Cipro nel collegio cattolico di terra santa di Nicosia, a 17 anni Stratos si trasferì a Milano dove si iscrisse alla facoltà di architettura del Politecnico. Formò un gruppo musicale studentesco di soul e blues e fece esperienza in diversi studi di registrazione. Iniziò a frequentare il jazz e la fusionmediterranea e arrivò al rumore e al grido. Fu il cantante dei Ribelli, comprese le potenzialità della voce. «L’ipertrofia vocale occidentale – disse – ha reso il cantante moderno pressoché insensibile ai diversi aspetti della vocalità, isolandolo nel recinto di determinate strutture linguistiche».

L’effetto sconcertante provocato dalla sua musica vocale è dovuto al fatto che, insieme all’udibile, riattivava l’inudibile andando oltre i limiti del linguaggio. «Di solito – spiegò – quando una persona parla non sentiamo i suoi respiri, ma questi sono la parte più importante della voce». La voce si faceva corpo attraverso la tecnica della diplofonia che mette all’opera differenti agenti fonatori come il nasale, il labiale, il palatale, la glottide, la cavità toracica. Sono queste le premesse di una ricerca originale, mai tentata in nessuna parte del mondo da una rockstar.

In un video-doc intitolato Cantare la voce, dal titolo di un disco e visibile in rete, Stratos parla del piano teorico seguito dalla sua ricerca sulla potenzialità della voce e sui «limiti dell’umano». Era il corpo, attraverso la voce, a «fare musica», e non solo a risuonare.

FUORI LA VOCE
Riflessioni che ricordano una delle vette filosofiche degli anni Sessanta: La voce e il fenomeno di Jacques Derrida. L’associazione non è peregrina, considerando gli intrecci tra la ricerca artistica, la scena indipendente musicale, cinematografica, teatrale e la filosofia, le scienze umane con i movimenti sociali dal Sessantotto in poi.

Rileggendo uno dei testi fondanti della «decostruzione filosofica» il piano è lo stesso: la voce è «il presente vivente» scriveva Husserl. A Derrida questo non bastava. Tale presente era assoggettato a un’idealità trascendentale che vincola la voce al suono, e dunque alla parola, espressione del linguaggio.

La decostruzione del «fonologocentrismo» a cui lavora Stratos passa dalla liberazione «dall’impostazione metafisico-musicale della teoria della voce, propria di tutta la tradizione occidentale – le parole sono di Derrida, ma valgono anche per Stratos -, vige in essa una netta dicotomia tra voce parlata e voce cantata, la prima maggiormente rivolta alla materialità, al corporeo, la seconda più spirituale, come in odore di santità. Andando all’indietro, si ravvisa l’origine di questa dicotomia nell’opposizione di suono e voce, che sviluppa due rispettive catene: da un lato corporeità, passività, esteriorità, mortalità, dall’altro spiritualità, attività, interiorità e immortalità».

La ricerca non fu solitaria. La forsennata discesa dentro di sé era accompagnata dall’intensità del movimento. Gli Area la trasformarono in un atto creativo di massa e la proiettarono in una ritualità incantatoria dove l’identico non ritorna, mentre la differenza si esprime in un percorso labirintico dove si producono variazioni. «Se una nuova vocalità può esistere, deve essere vissuta da tutti e non da uno solo: un tentativo di liberarsi dalla condizione di ascoltatore e spettatore a cui la cultura e la politica ci hanno abituato – diceva Stratos -. Questo lavoro non va assunto come un ascolto da subire passivamente».

COMMUTARE LA VITA

Non fu una fiammata. Molti la fanno terminare con l’uccisione di Moro nel 1978, altri con gli arresti del 7 aprile 1979, oppure con la «marcia dei quarantamila» alla Fiat nel 1980. Dal racconto di Simone Carella, fondatore del Beat72 e del festival dei poeti di Castelporziano a Roma (nel 1979) questa fine che non vuole finire sconfina nei primi anni Ottanta e coinvolge la poesia.

Una manciata d’anni sufficienti per solidificare un senso comune che non tardò a farsi sentire nel romanzo e nel racconto. Non fu impresa semplice: era la generazione del frammento, della biografia, poco prima che si iniziasse a parlare di «postmoderno». Iniziava la comunicazione di massa per come la conosciamo, molti la praticarono a cominciare dall’immagine, altro modo di raccontare. E tuttavia una letteratura nacque dopo la metà del decennio dentro il movimento proiettandosi nella parte più viva degli anni Ottanta.

Boccalone di Enrico Palandri, ad esempio, Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli. Un capitolo a parte dovrebbe essere dedicato a Gianni Celati, ispiratore di quella stagione critica e letteraria, partendo dall’università di Bologna. Era il tempo della scoperta del Carnevale, rovesciamento sociale di cui in quegli anni parlava con Piero Camporesi e Giuliano Scabia, ispirandosi a Bachtin.

La ragione comune era certo la rottura con il linguaggio e la reinvenzione di un mondo al di là delle rappresentazioni codificate. Enzo Moscato, che proprio in quegli anni iniziava la sua opera a Napoli, in Sulle labbra del tempo parla di un teatro che chiede di «cambiare sempre vita, ti chiede in quanto attore di commutare continuamente la tua vita, il teatro ti chiede una schizofrenia continua».

Commutare significa scambiare i termini nel rapporto tra arte e vita. Non si tratta di vivere artisticamente la vita, sul modello del dandy, ma creare un’arte della vita che riguarda tutti ed è alimentata dalla critica dei ruoli e delle discipline, alla ricerca dell’individuazione e dell’uguaglianza irriducibili a una corrente, a una classificazione, a una riserva. Per questo volevano cambiare la vita prima di farsi cambiare dalla vita.

***«Sulle labbra del tempo» (Lfa publisher), il libro di Diego Protani e Viviana Vacca, sarà presentato con Tano D’Amico alla libreria Fahrenheit, Campo de’ Fiori 44 a Roma lunedì 12 febbraio alle 17,30

FONTE: roberto ciccarelli, IL MANIFESTO

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