Libri, arti & culture

Tempi presenti. «Galera ed esilio».  Spinoza, Leopardi e il Giobbe biblico, come «piste» di ricerca per vincere il nichilismo dell’epoca

Gran parte del mainstream culturale si è mostrata piuttosto irritata da questo Galera ed esilio, secondo volume di Storia di un comunista, autobiografia che Toni Negri sta scrivendo, con la compagnia, più che con la semplice cura editoriale, di Girolamo De Michele (Ponte alle grazie, pp. 447, euro 19,50).

Ciò che probabilmente ha disturbato il conformismo di certi osservatori, è il fatto che Negri non rispetta per nulla la tradizione dei memoriali dei filosofi «impegnati».

Questi scritti si presentano solitamente in una tonalità melanconica, facendo mostra di una pensosa e «sapiente» distanza con il presente e i suoi conflitti. Negri invece fa tutto il contrario: legge il suo itinerario, di vita, di ricerca e di militanza, iscrivendolo in una storia collettiva, con il preciso intento di ricostruire ipotesi politiche per il presente.

Qui, come nel primo volume (ne abbiamo parlato qui e quindr), la vicenda personale è immersa nella vasta rete delle intelligenze e degli affetti incrociati, degli incontri felici e potenzianti come di quelli tristi o feroci. Al tempo stesso, l’autobiografia diventa uno strumento per riaprire l’interrogazione sul senso politico di un passaggio cruciale: la repressione politico-giudiziaria dei movimenti alla fine degli anni Settanta.

NEGRI INSISTE con forza su un punto: la storia che cominciò il 7 aprile 1979 non è stata solo la testimonianza di un grottesco impazzimento della macchina giudiziaria italiana.

Oltre a un’evidente rottura con i principi dello stato di diritto, s’è trattato di una tragedia del e nel Politico, tutta iscritta in una violenta ragion di Stato.

Il «7 aprile» va considerato un processo politico non solo per la logica dell’emergenza che lo struttura, ma soprattutto perché certifica una rottura insanabile nella storia delle istituzioni repubblicane, mostra tutta la loro incapacità di tessere una qualsiasi relazione con i movimenti sociali, che produca uno sbocco anche solo minimamente innovativo: su questa incapacità istituzionale si concentrerà Negri nel discorso parlamentare del 1983, prima della concessione per pochissimi voti dell’autorizzazione al suo arresto.

Alla ricerca di una soluzione ragionevole, che riaprisse la dinamica Stato/movimenti, si opposero allora troppi attori, in un mondo politico già segnato dalla sua autoreferenzialità, e, come denunciò in aula Stefano Rodotà, dal prevalere «di una meschina volontà vendicativa, e non di una capacità lungimirante di guardare al futuro».

UNA VOLONTÀ in realtà non solo vendicativa, ma anche suicida. La chiusura delle istituzioni in una astratta autonomia del Politico proiettava quella stessa immagine centralizzata e «sacrale» del potere sui movimenti di trasformazione, che infatti furono schiacciati sulla logica dell’accelerazione militare imposta dalle Brigate Rosse.

La lettura brigatista del Politico, in fondo, condivideva con le istituzioni la classica matrice «trascendente» della politica, una visione centralizzata e monopolistica del potere «sovrano»: una concezione che invece i movimenti avevano tentato di ribaltare, in nome della sperimentazione di spazi di autorganizzazione dei nuovi soggetti sociali.

Quella chiusura delle istituzioni fu poi doppiamente suicida per il Partito Comunista: perché, rivendica energicamente Negri, i movimenti nascevano radicati in profondità nelle trasformazioni produttive.

Costituivano certo una metamorfosi complessiva del movimento operaio, ma erano in ogni caso all’interno di quella storia, di una storia comunista: trattarli da «untorelli», fu, per le sinistre, l’inizio della separazione radicale dalla loro gente, che non sarà più recuperata.

Il tentativo dei movimenti dell’«autonomia» di uscire da questa doppia tenaglia che li chiudeva tra istituzioni e brigatisti, si riflette allora in Negri nella ricerca teorica di un diverso sfondo ontologico, che liquidi proprio questa maledetta trascendenza del Politico.

In particolare, l’incontro con tre figure permette di rilanciare la ricerca: Spinoza, Leopardi, e il Giobbe biblico.

IN ANNI SEGNATI dai «viaggi» nei penitenziari italiani, dal confronto con la violenza all’interno delle carceri, dagli scontri laceranti che accompagnano la ricerca di una via politica di uscita alla vicenda processuale, Negri riesce a far emergere una forte concezione produttiva e costitutiva dell’essere: il che non ha nulla a che fare con un qualche ottimismo finalistico o con la cancellazione del negativo.

Si tratta piuttosto, per Negri, di rifiutare l’interiorizzazione della sconfitta storica, che pure era stata gravissima e aveva travolto vite e speranze: ma andava compresa intellettualmente e politicamente, resistendo alla tentazione di consegnare anche la sconfitta a una logica della trascendenza, trasformandola in una sorta di destino.

PROPRIO NEGLI ANNI in cui una parte del pensiero europeo torna a fare del nichilismo il suo orizzonte ultimo, Negri trova invece in questa concezione costitutiva e produttiva dell’essere, il passaggio necessario per rilanciare l’inchiesta: si tratta ora di analizzare la profonda ristrutturazione capitalista tra gli anni Settanta e Ottanta, in modo da leggervi le nuove forze che l’attraversano e che cominciano a comporre nuove resistenze e nuove sperimentazioni.

Alla ricerca ontologica corrisponde, quindi, negli anni trascorsi in Francia – in esperienze come quelle della rivista Futur antérieur, ma anche in molta attività di ricerca sul campo – una rinnovata inchiesta sui nuovi distretti produttivi, sulle reti cognitive e metropolitane: le nuove macchine che informatizzano la forza lavoro.

Attorno a questi nuovi dispositivi, al tempo stesso di sfruttamento e di soggettivazione, si sviluppa quell’incrocio tra l’operaismo e il poststrutturalismo di Foucault e Deleuze/Guattari, che produce l’orizzonte teorico attorno al quale si svilupperà Impero (ultima tappa di questo secondo, e non ultimo volume): un orizzonte in qualche senso «postmoderno», ma profondamente materialistico e, ancora una volta, pur nella radicale trasformazione delle modalità di produzione, chiaramente di classe.

SOLO L’INCHIESTA di queste nuove forme della produzione, ha permesso negli anni Ottanta, di tentare un’uscita in avanti dalla crisi e dalla repressione.

Solo seguendo il filo tracciato dalle soggettività che muovono queste nuove relazioni produttive, è stato possibile attraversare la trasformazione neoliberale senza né piegarvisi da subalterni e trasformisti, né ritirarsi in una infinita meditazione sulla sconfitta, senza energia e senza speranza.

L’emergere prima dei grandi scioperi francesi della metà degli anni Novanta, poi del movimento no global transnazionale, avrebbe confermato che quanto intravisto dall’inchiesta aveva una sua solidità materiale.

Così, per noi tutti impegnati nelle lotte dell’oggi, è indispensabile continuare ad approfondire questa modalità di inchiesta nata nel deserto degli anni Ottanta.

Proseguire l’indagine all’interno dei nodi precari, intermittenti, ma al tempo stesso estremamente socializzati, dell’organizzazione contemporanea del lavoro.

COMPRENDERE finalmente le metamorfosi del lavoro vivo è il solo modo per provare a dare un qualche futuro alla “storia dei comunisti”: o, più semplicemente, per ritrovare il filo delle lotte della forza-lavoro, dove e come realmente si danno, superando le fratture storiche, che furono provocate dalla radicale incomprensione delle trasformazioni nel corpo della classe, da parte delle forze che avevano storicamente preteso di rappresentarla.

FONTE: Giso Amendola, IL MANIFESTO

Una storia iniziata fra i ragazzi che volevano scrivere la loro rabbia su semplici fogli ciclostilati, continuata tra coloro che tentarono di dare un senso comune a una battaglia ideale contro gli stereotipi di una società bigotta e terminata tra quelli che capirono anzitempo che il castello di sabbia si stava sgretolando. L’esperienza della stampa underground italiana durò poco più di dieci anni, influenzata inizialmente da movimenti internazionali come il Dada, i Provos olandesi ed i beat americani, brillò subito di luce propria con riviste quali “Mondo Beat”, “Pianeta Fresco”, “Re Nudo”, “Oask?!” e tantissimi altri titoli che riuscirono a portare alla ribalta un altro linguaggio, un’altra grafica, un altro mondo fatto di poesia, rivendicazioni, fumetti e musica. Una storia narrata come un romanzo in cui vengono presentati tutti i personaggi e gli avvenimenti, i luoghi e le battaglie che hanno fatto della carta e delle riviste un mezzo del tutto nuovo di comunicazione attraverso sperimentazioni e avventure mai viste prima. Milano, Bologna, Torino, Lucca.

In ogni parte dell’Italia si muove qualcosa di nuovo che ancora nessuno ha mai voluto del tutto riportare a galla e che adesso trova una sua narrazione fatta di passione e incoscienza.

Un formato originale e colorato, grande e arioso, per un volume arricchito dalla prefazione di Federica Boràgina e dalle illustrazioni di Andrea Chronopoulos.

Un viaggio unico e avventuroso fra le pagine ed i desideri di un periodo che, ancora oggi, dimostra che la forza delle idee e la volontà di cambiamento avranno sempre uno spazio vitale entro cui sprigionare una fantasia.

La presentazione del volume può essere anche uno spettacolo accompagnato da musica e immagini su cui inserire la narrazione di una storia di cui non avete mai immaginato l’esistenza e che vi lascerà senza parole. Tutte le riviste nate tra il 1966 ed il 1979 lungo la penisola sono raccolte in un censimento in appendice del libro.

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Gli autori

Francesco Ciaponi nasce sulle rive dell’Arno, vive a Santa Croce e resta assurdamente appiccicato alla sua terra faticando ogni volta ad allontanarsene. Studia e si laurea in Storia della Stampa e dell’Editoria all’Università di Pisa. Nel 2001 iniziano le pubblicazioni di Friscospeaks, fanzine a collage che uscirà in 11 numeri fino al 2008 in cui si affrontano le tematiche ed i personaggi dell’undergroud made in U.S.A. degli anni Sessanta e Settanta. Collaborare per circa 3 anni, 2004- 2007, alla rivista mensile Vintage con una rubrica sulla poster art internazionale. Oltre ai 2 numeri unici della rivista annuale Il Farfisa sulle tendenze comunicative del II° Millennio, Ciaponi collabora alla realizzazione di due saggi dal titolo Il romanzo americano e la guerra e Perché sia possibile editi da Edizioni Plus. Nel 2010 fonda, insieme all’amico Andrea Pacini, Italian Poster Rock Art, l’archivio italiano della poster art. Nel 2016 riesuma lo storico marchio di battaglia per fondare le Edizioni del Frisco: piccola editoria indipendente che esordisce con nel 2017 con il volume dal titolo “The Big Lebowski Art Collection”, una raccolta di illustrazioni e grafiche di 68 illustratori provenienti da tutto il mondo. Nel 2018 da vita insieme ad Andrea Pacini al progetto Il Grande Yeah: piccole produzioni independenti fatte con cura, un’idea che potete scoprire su www. ilgrandeyeah.com.

Federica Boràgina è dottoranda in storia dell’arte contemporanea presso l’Università di Torino dove svolge un progetto di ricerca dedicato all’editoria d’artista e alla controcultura negli anni Sessanta. Laureata e specializzata in Storia dell’arte contemporanea all’Università Cattolica di Milano, scrive per la rivista Titolo, è autrice di Fabio Mauri, che cosa è, se è, l’ideologia nell’arte (Rubettino editore, 2012) e, con Giulia Brivio, di Interno Domestico (Fortino Editions, 2013) e del progetto editoriale Boîte. Le sue ricerche sono principalmente dedicate alle vicende artistiche degli anni Sessanta e Settanta e all’editoria d’arte contemporanea. Ha svolto il ruolo di assistente curatore per il Padiglione Italia alla 55 Biennale d’arte di Venezia e, dal 2011, collabora come assistente curatore con le collezioni d’arte del Novecento di Intesa Sanpaolo.

Andrea Chronopoulos è nato nel 1990 ad Atene, si diploma nel 2011 allo IED di Roma in illustrazione e animazione 2D. Membro fondatore di Studio Pilar, associazione culturale e etichetta di autoproduzioni editoriali. Lavora come illustratore freelance per diversi ambiti come ‘animazione, libri per ragazzi e illustrazioni editoriali per magazine. Tra i suoi clienti: GQ, The New York Times, the Atlantic, MIT Technology Review, Fred Perry, EasyJet Traveller, L’Ultimo Uomo.

 

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A fine aprile, davanti al tribunale di Philadelphia, ci sarà una manifestazione per chiedere la sua libertà. In carcere da 36 anni, il giornalista, scrittore e attivista è diventato un simbolo della resistenza

Uno dei suoi primi incontri con i difensori della legge, il quindicenne Wesley Cook, l’ebbe nella contea di Alameda nel 1969 dove stava vendendo a un angolo di strada il giornale Black Panther con l’amica Sheila e venne arrestato dalla polizia locale per vagabondaggio, per aver attraversato la strada fuori dalle strisce pedonali. Fu scarcerato in poche settimane tuttavia il giovane responsabile dell’informazione e della propaganda della sezione di Philadelphia cominciò a scrivere volantini, fare telefonate, raccontare le attività quotidiane del Partito delle Pantere Nere e divenne col tempo un apprezzato reporter.

«IL MIO LAVORO è il giornalismo, inteso in un’ottica nera e rivoluzionaria. Scrivere della nostra gente senza censura, dare voce ai senzavoce», così dice Mumia Abu-Jamal, il nome swahili che Cook si è scelto a fine anni ’60, vincitore di prestigiosi premi di giornalismo eppure emarginato dai media della sua città per le scelte radicali (non accetta di tagliarsi i dreadlocks e neppure le versioni ufficiali sullo sgombero della comunità Move), tanto da dover iniziare a fare il taxista notturno per mandare avanti la famiglia.
Il 9 dicembre 1981 Abu-Jamal venne gravemente ferito nel corso di una sparatoria nel quartiere sud di Philadelphia, dove aveva accompagnato un cliente, stesso luogo dove viene ucciso il poliziotto Daniel Faulkner. Mumia fu accusato del suo omicidio e condannato alla pena di morte poi tramutata in ergastolo, sebbene si sia sempre dichiarato innocente. Molte ombre circondano quel verdetto, pronunciato da una giuria tutta di bianchi, basato su indagini farraginose con testimoni oculari, balistica e confessioni difettose, accettate della polizia che l’aveva già schedato «come persona da sorvegliare e rinchiudere».

A fine aprile, davanti al tribunale di Philadelphia, ci sarà una manifestazione per chiedere la libertà di Mumia Abu-Jamal, il giornalista, scrittore e attivista afroamericano incarcerato da 36 anni, in precarie condizioni di salute, diventato un caso giudiziario controverso e un simbolo della resistenza al potere e della campagna contro la pena di morte, e di altri prigionieri politici. In questi giorni è stato pubblicato, per la prima volta in Italia, Vogliamo la libertà (Mimesis edizioni, pp.226, euro 18) il suo libro che mette insieme l’esperienza personale nel Black Panther Party e la storia delle battaglie della comunità nera sul territorio americano, scritto nel 2004 e ripubblicato negli States nel 2016, una narrazione molto documentata sull’esperienza delle Pantere Nere nella società statunitense, collocate nella storica resistenza alla riduzione in schiavitù dei neri africani, fin dalla prima sommossa del 1526. «Vogliamo la libertà. Vogliamo il potere di decidere il destino della nostra comunità nera» era il primo punto della piattaforma Ten Point Program del Partito delle Pantere Nere, fondato nell’ottobre 1966 a Oakland, in California, da due studenti, Bobby Seale e Huey Newton, con l’idea di formare un’organizzazione per l’autodifesa e la protezione della comunità nera, ispirati delle idee rivoluzionarie di Malcolm X ma decisi a puntare forte sulla gerarchia militare (ogni sezione aveva l’ufficiale di giornata e un’agenda da compiere), sulla disciplina e sulla matrice comunitaria del movimento di liberazione afro-americano.

Da subito segnarono una profonda rottura verso il movimento dei diritti civili e la pratica della non-violenza, sottolineando il passaggio dalla ribellione dei negroes alla crescita della coscienza dei black men. Ben sintetizzata dall’immagine mondiale del pugno chiuso nero, levato in alto, da Tommie Smith e John Carlos, medaglie olimpiche nei 200 metri, sul podio della premiazione a Mexico 68. Oggi il gesto è mettere il ginocchio a terra, durante l’inno, inventato dal quarterback dei 49ers, Colin Kaepernick, per denunciare l’uccisione di ragazzi neri inermi.

IL NOME VENNE da un opuscolo sulla registrazione al voto nel Mississippi della Lowndes County Freedom Organization che aveva per simbolo una pantera nera, la cornice ideologica dalla lettura di Fanon, Lenin, Mao, Du Bois, Marx e altri col riconoscimento dell’importanza delle lotte internazionali anticolonialiste e antiimperialiste per il destino dei neri statunitensi. Un anno dopo la rivolta di Watts, il ghetto di Los Angeles che bruciò per 5 giorni nell’agosto 1965, scontri innescati dalle violenze della polizia e terminata con l’arresto di quattromila persone, emerse il Black Panther Party come risposta alla violenza di massa perpetrata contro i neri e per incanalare la rabbia popolare in un movimento ben organizzato. Un’azione che gli diede subito il favore della comunità erano le pattuglie armate per controllare la polizia.

I SUOI COMPONENTI erano provvisti con armi cariche, macchine fotografiche, registratori e codici di legge (suggeriti da Newton che aveva studiato diritto penale) e intendevano osservare i fermi e gli arresti delle forze dell’ordine. Basco nero in testa, uniforme con giubbotto di pelle e pantalone, cartuccera a tracolla e fucile in bella evidenza, le Pantere Nere erano l’immagine ribelle e vincente del Black Power. Inoltre le Pantere puntavano a un forte radicamento sociale, con le loro iniziative dal Free Breakfast for Children dove gli scolari delle elementari delle famiglie indigenti venivano al programma della colazione la mattina, adulti poveri venivano per i vestiti gratis, i parenti dei detenuti venivano accompagnati alle visite in carcere e provvisti di aiuto legale, i malati venivano agli Ambulatori del Popolo, molti compravano il giornale Black Panther agli angoli delle strade (nel 1970 arrivò a vendere 139 mila copie a settimana) insomma migliaia di persone del ghetto venivano a contatto quotidiano col Partito e i suoi militanti, un’organizzazione paramilitare dove le donne venivano coinvolte a tutti i livelli, assumendo spesso ruoli di vertice (e Mumia si concede anche una parentesi umoristica, raccontando il suo affaire con Sheila, o la visita di Jean Genet, dimostrando un gran talento per i dialoghi che fanno rivivere irruzioni degli sceriffi e perquisizioni) e combattendo contro la discriminazione sessuale.

Nel clima di internazionalismo rivoluzionario di quegli anni, le Pantere Nere guardavano con entusiasmo alle lotte di liberazione dei popoli dell’Africa, dell’Asia e dell’ America Latina, fecero numerosi viaggi in Africa (con l’apertura di una sede ad Algeri, nel 1970 dove si rifuggerà poi Cleaver, accusato di omicidio), rifiutando decisamente la mistica di Marcus Garvey, il profeta del ritorno nel continente nero, e si avvicinarono con curiosità alla Corea del Nord vista come società egualitaria e anticapitalista.

LA POLITICA di annientamento sistematico da parte delle forze dell’ordine usò sia strumenti classici come l’omicidio di Fred Hampton a Chicago sia un’opera più sottile, quella del Cointelpro, una struttura di intelligence che agiva con infiltrati, ricatti, violenze che tendevano a criminalizzare il dissenso, struttura scoperta per caso dagli attivisti in un’edificio dei federali.
In questo modo, la parabola accecante del Black Panther tramontò in pochi anni sotto i colpi dell’Fbi e delle divisioni interne. Oggi Mumia lancia i suoi pensieri oltre le sbarre, intervenendo spesso con scritti, interviste, prese di posizione a favore di Black Lives Matter, il movimento che continua a denunciare il razzismo della polizia e le diseguaglianze sociali.

FONTE: Flaviano De Luca, IL MANIFESTO

Negli anni ’20 e ’30 con Frida Kahlo, Nahui Olin ma anche con figure meno note come Elvia Carrillo Puerto e Nellie Campobello

La Terra dell’Aquila e del Serpente è una vera ossessione letteraria per Pino Cacucci, lo scrittore di Alessandria, che da 35 anni attira lettori e viaggiatori in quella che è la sua autentica seconda patria, il Messico. L’occasione di un nuovo viaggio fra realtà e fantasia è arrivata dall’amicizia con l’illustratore milanese Stefano Delli Veneri, lui pure affetto da «insana» passione per il México verdadero. L’incontro è all’origine del romanzo grafico, Mujeres (Feltrinelli, 144 pp., € 15), storie e passioni delle donne protagoniste nella Città del Messico degli anni ’20 e ’30 di rivoluzioni e cambiamenti. L’icona Frida Kahlo, e altre meno note, Lupe Marin, Antonieta Rivas Mercado, Pita Amor. E la pittrice Nahui Olin, già apparsa in precedenti opere di Cacucci.

Con «Mujeres» sei tornato di nuovo in Messico, tra le figure che ne segnano la storia…

Parafrasando Galeano potrei dirti che Mexico me duele, il Messico mi fa soffrire per tutto quello che accade laggiù e che però qui si percepisce poco. Da noi, spiccano le notizie negative, le nefandezze, gli orrori; ma là, i tanti messicani che conosco e frequento mi ricordano che esiste sempre un Messico pieno di dignità e orgoglio che non si arrende e quindi mi dà sempre nuovi stimoli per scrivere. E visto che il presente c’è chi lo narra meglio di me, preferisco attingere al passato, come con in questa galleria di donne inestimabili.

Ti eri già misurato con Frida Khalo e Nahui Olin.

Stavolta c’è il desiderio di mettere in evidenza anche personalità rimaste finora sullo sfondo. che fra gli Anni ’20 e ’30 hanno dato una sferzata di rinnovamento alla società messicana. Penso a Elvia Carrillo Puerto, alla quale credo si debba la primogenitura del termine femminismo. O Chavela Vargas, la cantante che ha incarnato l’essenza della «messicanità», o ancora Antonieta Rivas Mercado, già citata in Nessuno può portarti un fiore, morta suicida a Notre-Dame di Parigi senza che ne reclamessero la salma. O Nellie Campobello, che fu una grande scrittrice rimossa nel suo stesso Paese.

Come avete ricostruito le storie delle protagoniste?

Lo sforzo è stato utilizzare gli eventi realmente accaduti, perché ci interessava svelare retroscena o aspetti curiosi del passato. Per esempio, parlando della storia d’amore fra la grandissima inviata speciale statunitense Alma Reed e il fratello di Elvia Carrillo Puerto, abbiamo sottolineato che i gringos si sono fregati la maggior parte del patrimonio archeologico dello Yucatan dragando i cenotes per portar via oro e pietre preziose. Il tutto, però, senza farci mancare qualche piccola licenza. Per esempio, immaginando che Nahui nel 1970 fosse ancora abbastanza lucida da ricordare i fatti, quando dal poco che si sa era considerata un po’ la vecchia gattara che se ne andava in giro per Bellas Artes a vendere le sue vecchie foto osé per pochi spiccioli. Un finale da dimenticata che non le rendeva giustizia.

Il libro sembra sostenere che il Messico degli anni ’30 fosse più aperto e cosmopolita di quello attuale.

Ottant’anni fa, Città del Messico era tanto avanti che per arrivare allo stesso livello gli States e l’Europa ci hanno messo un altro mezzo secolo. Ma nonostante tutte le conquiste che ci teniamo ben strette, questa sembra un’epoca dominata da rigurgiti di oscurantismo anche in Messico. Perché è vero che nello Stato di Mexico DF c’è una legislazione molto aperta in fatto di unioni gay, aborto e buona morte. Ma nello Stato confinante di Puebla, l’aborto è punito con la galera. È una situazione schizofrenica, che però in alcuni casi tiene conto dei semi piantati dalle nostre protagoniste.

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In che modo avete lavorato su sceneggiatura e disegno?All’inizio pensavamo a un romanzo grafico solo su Nahui Olin. Finché un giorno, mia moglie Gloria ha buttato lì: «Perché non provate a fare un affresco di quell’epoca»? Così abbiamo tentato di tornare su personaggi di cui avevo già parlato da un punto di vista inedito. All’origine c’è una scaletta che avevo realizzato io e su cui abbiamo costruito bozzetti e dialoghi. Ci sono stati ripensamenti su testi o disegni che non ci soddisfacevano ma sempre a quattro mani. Penso alle due pagine finali: vista la litania di morti, feriti e melodrammi di cui è disseminata la storia, ci tenevamo a chiudere dicendo che la vita può essere anche tragica, ma nessuno può toglierti ciò che hai vissuto.

Una curiosità: perché il tequila è diventato «la» tequila?

Si tratta di una piccola licenza letteraria partita da una battuta di Chavela Vargas, che lamentava che in Messico non si trovasse più un goccio di tequila decente perché se l’era bevuto tutto lei. Inoltre tequila finisce con la «a», e in Italia c’è il vezzo di considerarla femminile: utilizzare la forma corretta al maschile ci sembrava una forzatura machista, quindi ci siamo adattati alla femminilità «del» tequila.

FONTE: Andrea Voglino, IL MANIFESTO

Nei Balcani, dove la guerra è stata fratricida, resta difficile la pratica del «fraterno». E in letteratura è quasi nulla la ricerca di un sodalizio, magari a distanza, che comunichi i territori comuni della ricerca: l’autore, ovunque, parla sempre, inesorabilmente, di se stesso.

LA LEZIONE che ci arriva da Giacomo Scotti con questo suo ultimo libro – ne ha pubblicati, finora, 160 l’ottantenne amanuense di Fiume-Rijeka – Matvejevic e io, due marinai (Infinito edizioni, pp. 283, 16 euro) è dunque doppia. Perché si tratta di un saluto individuale e insieme corale all’autore di Breviario mediterraneo, scomparso un anno fa a Zagabria. Indimenticabile nella sua perseveranza, «tra asilo ed esilio» come diceva, a ritenersi un tessitore di trame europee senza dimenticare ogni volta di dichiararsi ancora jugoslavo.
Nella prefazione a Mondo ex e tempo del dopo del 2006, Rossana Rossanda scriveva: «Come parlare di un uomo i cui libri sono un mosaico, fatti di mille tessere tutte problematiche, relative al passato e al presente, pieni di interrogativi inquietanti? Predrag Matvejevic ci ha abituato a questa scrittura senza pacificazione, che ha una forma bellissima ma non se ne accontenta, incalzata com’è da domande inesorabile sul perché e sul che cosa. Tutto lo incanta, ma nessuna bellezza lo acquista – è un uomo di domande cognitive ed etiche».

SONO LE STESSE domande «cognitive ed etiche» che Giacomo Scotti rivolge al suo amico in un libro che è fatto di «scritture d’amicizia», ricorda nell’introduzione Gianluca Paciucci. Un testo di memoria attiva che ripercorre momenti e luoghi di un sodalizio lungo una vita attraversata su un sentiero comune. O quasi. Perché il percorso, nei fatti, è stato una rotta incrociata.
Lo scugnizzo di Saviano (la cittadina campana dove Giacomo Scotti è nato nel 1928) che sceglie di farsi jugoslavo e arriva a Trieste e poi nella Federazione jugoslava e lì decide di vivere, amare e sperimentare; e Predrag Matvejevic che, nato a Mostar, di padre russo ma nato ad Odessa e di madre croata, entra in conflitto subito con il potere socialista del maresciallo Tito e poi, mentre i nazionalismi cominciano a dilaniare la Federazione jugoslava, è costretto a fuggire da Zagabria sotto minaccia di morte, per riparare in Francia e poi in Italia. Due percorsi da latitudini diverse, ma entrambi segnati dalla volontà di verità, sulla realtà prima e sulle macerie poi del Sud-est europeo e dei Paesi dell’Est. L’altra Europa, dove gli ex dissidenti sono spesso diventati «democratura» e padroni delle privatizzazioni e dove le culture nazionali sono degenerate in ideologie della nazione. E siccome «da Oriente a Occidente ogni punto è divisione», dal loro sentiero incrociato hanno lanciato un drammatico messaggio-testimonianza: che tutto questo sarebbe diventato specchio e antefatto della nuova Europa in costruzione. Quella dei muri e delle frontiere che si moltiplicano. Per una sorta di balcanizzazione rovesciata – ora sotto gli occhi di tutti -, visto anche l’impegno politico e militare dei Paesi leader d’Europa nella devastazione del Sud-est europeo.

MA QUAL È STATO il contenuto materiale di questo solido rapporto? Nel titolo del libro le parole «due marinai» lo richiamano esplicitamente: il mare. L’Adriatico, con la riscoperta delle culture trasversali presenti, a cominciare dalla multietnica «Venezia sconosciuta» con le sue isole sommerse. E il Mediterraneo.
Partendo da questo spazio insieme reale e virtuale e conflittuale, Matvejevic – ricorda Scotti – ha proposto la sua cifra rivoluzionaria. Quella di una necessaria nuova filologia. Meglio una cosmogonia, che riscrivesse i codici del presente oltre il limite dei miti. Il mare, che ha trovato un interlocutore privilegiato in Giacomo Scotti, autore di storie della navigazione a vela. Per uno spazio privilegiato dagli umani e ponte di comunicazione. Basta però vedere che cosa il Mediterraneo è diventato – un riverbero di guerre e fossa comune della disperazione di chi fugge dai conflitti armati e dalla miseria spesso da noi provocate – per capire le macerie del presente.

CHE COINVOLGONO ormai le forme critiche, la scrittura, l’interpretazione, anch’essa in rovina, della realtà. La stessa introiettata ed evocata disperatamente dai due fraterni testimoni. Che lasciano per noi una scia luminosa tra le nebbie attuali. Una scia che il libro di Giacomo Scotti rifrange, non dimenticando anche altre presenze e corpi del sentiero balcanico come specchio tra mondi. Dal poeta di Sarajevo Izet Sarajilic allo sloveno-italiano Boris Pahor, al «comunista scomodo» Miroslav Krleža, a Danilo Kis. Voci uniche e irripetibili, impegnate a dilatare all’infinito gli spazi del sensibile e della vita materiale.

FONTE: Tommaso Di Francesco, IL MANIFESTO

Partiamo dalla musica, quella potente degli Area, e dalla storia del loro cantante: Demetrio Stratos. Una vita intensa, una sperimentazione colossale, una filosofia mai tentata da allora da un rock star. A partire dal libro “Sulle labbra del tempo. Area tra musica, gesti e immagini” di Diego Protani e Viviana Vacca

Demetrio Stratos

Non è stata una storia di emarginati o di eccentrici, deposito in bianco e nero di allucinazioni settarie, visioni catacombali degli «anni di piombo». Ascoltati in musica gli anni Settanta in Italia restituiscono la pienezza di una potenzialità. La contestazione dei ruoli e delle gerarchie era accompagnata dall’egualitarismo salariale, dall’attacco all’organizzazione dei saperi e dalla tensione a modificare la vita quotidiana: una spinta alimentata dall’aspirazione a una libertà concreta. Fu l’ultimo momento in cui si è creduto in una rivoluzione in questo paese. Non riuscì, né forse avrebbe potuto. Tutto finì nella contraddizione tra la richiesta di reddito e liberazione e l’obiettivo dello spezzare la macchina dello Stato. E tuttavia una sperimentazione prese forma.

«C’era una spinta incredibile verso l’aggregazione – racconta Patrizio Fariselli, tastierista degli Area, in Sulle labbra del tempo. Area tra musica, gesti e immagini di Diego Protani e Viviana Vacca (Lfa publisher, 18 euro, pp. 155) -. Era una prassi normale usare la misura come catalizzatore per condividere un progetto di vita alternativo. A un certo punto sembrava addirittura che una nuova società fosse davvero ormai imminente: metà del paese stava a sinistra e agli scioperi si vedeva una partecipazione altissima. Pareva che di lì a poco l’Italia avrebbe finalmente applicato pienamente la Costituzione, guadagnata con tanta fatica. Invece i vertici del partito comunista e dei sindacati avevano già abbandonato quel sogno e si erano spostati sempre più al centro, condividendo con i democristiani le politiche di austerity e le leggi repressive contro i giovani della sinistra extraparlamentare che, giustamente, non accettavano questo tradimento».

IL LUNGO SESSANTOTTO ITALIANO

Tradimento rispetto ai valori di una costituzione erede della resistenza. Più che al tema della resistenza tradita, ricorrente nella cultura delle sinistre sin dal Dopoguerra e radicalizzatosi dopo il Sessantotto insieme al mito insurrezionale della «Volante rossa», Fariselli allude alla creazione di una «democrazia progressiva» fondata sui diritti sociali.

Per comprendere il senso di disaffiliazione e presa di distanza della generazione del ’68/’77 dal patto siglato dalla sinistra all’indomani della guerra è necessario considerare l’analisi di Sergio Bologna secondo il quale la rottura maggiore fu dovuta all’incomprensione totale dei comunisti e della Cgil delle trasformazioni produttive e del lavoro.

«Al Pci non interessava capire cosa accadeva nella società, importava l’ordine sociale – ci ha raccontato Bologna in un’intervista realizzata in occasione dello speciale 77 contro il presente pubblicato da il manifesto -. Per decenni sindacati e partiti sono stati incapaci di capire le caratteristiche del lavoro post-fordista. Sono ancora inchiodati a una visione del posto di lavoro a tempo indeterminato come unico elemento per definire le politiche sociali. È stata persa la dote culturale del pensiero critico perché l’ideologia capitalistica è diventata il pensiero unico».

Una discontinuità decisiva si registrò nella generazione ribelle. Non considerare questo elemento significa non comprendere la singolarità di questi anni. La loro specificità culturale permette di spiegare l’anomalia, e la ricchezza, rispetto a quello che non è accaduto nel resto del mondo dove il Sessantotto si è esaurito all’inizio del decennio senza porre né il problema del potere politico, né quello dell’organizzazione economica della società.

«La generazione del Sessantotto era legata alle simbologie tradizionali del movimento operaio, alla bandiera rossa – ricorda Bologna -, quella del Settantasette era senza bandiere. I giovani del Sessantotto hanno cercato un’alleanza con la classe operaia e l’hanno praticata. I giovani del Settantasette vedevano nella fabbrica non un luogo dell’emancipazione attraverso la solidarietà, ma un luogo di sofferenza da cui fuggire».

Avvenne così una rielaborazione creativa delle contro-culture anti-autoritarie, libertarie, anti-razziste e comuniste diffusa sin dai primi anni Sessanta. A pesare fu la crisi economica e la disoccupazione di massa. Emerse tuttavia un sentimento di autonomia dalla morale del lavoro (salariato) sul quale si innestò la spinta all’indipendenza e alla ricerca personale che alimentò le sperimentazioni artistiche e quelle esistenziali.

SULL’ASSE BOLOGNA-MILANO

Emerse una nuova geografia emotiva e culturale. L’elemento comune fu «la trasformazione dell’elemento fantastico e derisorio in un’insorgenza emotiva e ironica – ha raccontato Toni Negri -. Quei tempi hanno aspetti dionisiaci molto forti, anche se questo tratto trionfa soprattutto tra Bologna e Roma, meno a Milano e nel Veneto. Sono aspetti che emergono già dal ’75 quando la crisi dell’egemonia operaia sulle lotte diventa evidente, mentre lo sviluppo dei centri del proletariato giovanile è maturo e avanzato».

Il cineasta Guido Chiesa, autore di film come Lavorare con lentezza e Radio Alice, specifica la natura del rapporto tra Bologna e Milano, l’asse culturale sul quale si sviluppa la storia degli Area. «Teniamo conto – racconta a Protani e Vacca – che tranne Claudio Lolli a Bologna, nessuno degli altri gruppi musicali e musicisti di quell’epoca volle identificarsi più di tanto in quei movimenti, penso ai vari De Gregori, Dalla, Venditti, Bennato. A Milano invece avvenne in maniera forte perché c’era questa idea di radicalità e di creatività che si manifesta sull’asse con Bologna. Da lì viene Finardi – che apparteneva alla Cramps (la casa discografica degli Area, ndr). C’era poi l’area più intellettuale, più radicale nel pensiero, quella degli Area che univa la ricerca all’elemento del rock. Tutti sapevano che Stratos veniva da lì. La musica era un luogo di intellettualizzazione associato all’aspetto passionale ed emotivo. Era una musica adeguata al livello di dibattito culturale che si stava realizzando nel paese, non a caso gli Area fu il gruppo che più piacque a quelli di Radio Alice».

Ciò che distingue gli Area da tutti i gruppi degli anni Settanta è il legame esplicito con i movimenti sociali o con quello di Franco Basaglia in un concerto del 1974 all’ospedale psichiatrico di Trieste. La presenza alle edizioni del festival milanese di Parco Lambro, scena contrastata ma esiziale, conferma il loro contatto quotidiano con quel vissuto. Era la stessa tensione ad accomunare una scena musicale attraversata dal progressive rock, la jazz fusion, il suono mediterraneo, un mix sperimentale comune con la Premiata Forneria Marconi, il Banco del Mutuo Soccorso, i Napoli Centrale, gli Osanna.

CONTRO IL LAVORO

I concerti e i dischi degli Area, prima della scomparsa del loro visionario cantante Demetrio Stratos nel 1979 a soli 34 anni, e la produzione successiva, rappresentano oggi un filo rosso che collega l’anti-autoritarismo libertario, tipico della controcultura hippie, a una rivolta contro il lavoro salariato, lo sfruttamento e l’alienazione capitalistica. Una composizione – non solo una «canzone» – come Arbeit Macht Frei è un urlo provocatorio. «Tetra economia – dice il testo – quotidiana umiltà, ti spingono sempre verso arbeit macht frei». In questi versi ermetici il motto nazista, esposto all’entrata di Auschwitz, viene rovesciato e scagliato contro il lavoro salariato. È il segno del rifiuto del lavoro in quanto merce e vampirizzazione di quello che Marx ha chiamato “lavoro vivo”».

Quella degli Area non era una «colonna sonora» per il «proletariato giovanile» che, negli stessi anni, si costituiva in «circoli». Era un’interpretazione della condizione materiale e mentale della nuova forza lavoro che allora faceva la comparsa nelle fabbriche e nelle strade. «Era basata sulla produzione cognitiva, sulla cooperazione linguistica, sulla riorganizzazione della giornata lavorativa che allora ebbe una coloritura sovversiva», ha raccontato Paolo Virno.

A differenza della contro-cultura psichedelica e hippie gli Area affermavano un materialismo di nuovo genere che abbatteva la distanza tra la musica e la vita attraverso un ardito esercizio della critica politica, estetica, economica. In questa poetica si intrecciava la critica alla struttura economica e alla sovrastruttura ideologica. Da un lato c’è la vita della forza lavoro che non è riducibile al lavoro, ma si afferma in comportamenti, affetti e desideri che allora assunsero una «una silhouette ribelle e sono diventati forza produttiva». Dall’altro c’è la consapevolezza dell’esistenza di rapporti di produzione e della divisione sociale del lavoro sul quale scorrono oggi il potere e il conflitto.

È questa duplicità che rende più vicini gli Area rispetto al movimento hippie «essenzialmente bianco e libertario – ha raccontato l’economista Andrea Fumagalli in Grateful dead economy: la psichedelia finanziaria -. Non poteva rivolgersi alla comunità afroamericana. I neri erano l’emblema del lavoro operaio e sfruttato, non era concesso loro di cibarsi del mito della frontiera. I giovani bianchi erano i discendenti dei coloni, non avevano un passato di schiavitù, violenza, oppressione diretta. E forse proprio per questo i rapporti sociali dello sfruttamento capitalista non ne sono stati intaccati. Il piano dell’agire si muoveva più in ambito sovrastrutturale che strutturale, anche se già all’epoca, come diceva Althusser, sovrastruttura e struttura si declinavano in modo già ambiguo. Marcuse aveva più appeal di Marx. Ma è proprio l’ideologia della frontiera, il suo essere irriducibile e eccedente alle regole disciplinari del mercato del lavoro che alimentava lo spirito libertario e consentiva l’incessante trasformazione del sistema di produzione».

LIBERAZIONE

Marx ha intonato l’inno di Arbeit Macht Frei contro la tanatopolitica del lavoro-merce. Questa operazione immaginativa iperbolica, non isolata in quegli anni, prefigura una politica della soggettività – non del soggetto politico – che aspira a scardinare la forza lavoro dalla sua antropologia capitalistica.

«Quello che Marx aveva sognato era la liberazione non del lavoro, ma dal lavoro. Per creare una nuova società il proletariato avrebbe dovuto negarsi come classe, abolire con il capitale anche il lavoro salariato, cioè il lavoro stesso come obbligo verso altri, valorizzando per questa via l’attività umana intera che è cosa del tutto diversa – afferma Vincenzo Sparagna, fondatore del giornale satirico Il Male, in un’intervista in Sulle labbra del tempo»

«Il fatto che non siamo ancora riusciti a realizzare il salto dalla necessità alla linearità non va interpretato come una sconfitta di quell’idea – continua Sparagna – Il concetto di sconfitta implica infatti una battaglia, vinta o perduta, mentre la storia umana è un susseguirsi di avanzate e ritirate, pause e accelerazioni. L’importante è che non ci siamo mai venduti a nessuno e che siamo riusciti a conservarci liberi di criticare i potenti senza rinunciare all’idea di un possibile mondo diverso».

COSA PUÒ UN CANTO
La musica, come ricerca e sperimentazione, gioia e rivoluzione, è stato uno dei modi per mettere in comune le potenzialità di una vita, arditamente studiate e messe in pratica attraverso un lavoro incessante. L’altro è stato il femminismo.

«Entrambi – ricorda il cineasta Guido Chiesa – hanno rotto la costruzione sociale fatta propria dai movimenti marxisti-leninisti, adottandola in maniera critica. Il partito comunista era più familista della democrazia cristiana. Il femminismo rompe con questo. La musica dal rock’n’roll in avanti rompe l’idea che l’unico discorso importante da fare nella vita è politico. Il discorso non è solo economico e sociologico, ci sono le emozioni, i desideri, le passioni, la fantasia. Discorsi che dal Sessantotto diventano pensiero comune anche per generazioni del dopoguerra che credevano che tra il pubblico e il privato ci fosse una netta separazione».

Pur soggetta alla cattura commerciale, e non può che essere così in quanto lavoro, la musica contiene un elemento inassimilabile tanto al politico quanto al mercato. La differenza è sottile e rappresenta per tutti i musicisti un problema ricorrente. Alla base esiste una domanda che permette di rispondere al quesito su cosa rende, ancora, attraenti questi anni Settanta. Cosa può una vita suonata, cantata, rumoreggiata quando si muove sull’orlo del musicabile?

CORPO MUSICALE

Demetrio Stratos trascorse i primi tredici anni ad Atene, studiò pianoforte e fisarmonica al Conservatorio. Di famiglia cristiano-ortodossa, nato ad Alessandria d’Egitto nel 1945 e cittadino del mondo, Efstràtios Dimitrìu (questo il vero nome) seguì le cerimonie di musica religiosa bizantina. Si interessò alla musica araba tradizionale.

Studente a Cipro nel collegio cattolico di terra santa di Nicosia, a 17 anni Stratos si trasferì a Milano dove si iscrisse alla facoltà di architettura del Politecnico. Formò un gruppo musicale studentesco di soul e blues e fece esperienza in diversi studi di registrazione. Iniziò a frequentare il jazz e la fusionmediterranea e arrivò al rumore e al grido. Fu il cantante dei Ribelli, comprese le potenzialità della voce. «L’ipertrofia vocale occidentale – disse – ha reso il cantante moderno pressoché insensibile ai diversi aspetti della vocalità, isolandolo nel recinto di determinate strutture linguistiche».

L’effetto sconcertante provocato dalla sua musica vocale è dovuto al fatto che, insieme all’udibile, riattivava l’inudibile andando oltre i limiti del linguaggio. «Di solito – spiegò – quando una persona parla non sentiamo i suoi respiri, ma questi sono la parte più importante della voce». La voce si faceva corpo attraverso la tecnica della diplofonia che mette all’opera differenti agenti fonatori come il nasale, il labiale, il palatale, la glottide, la cavità toracica. Sono queste le premesse di una ricerca originale, mai tentata in nessuna parte del mondo da una rockstar.

In un video-doc intitolato Cantare la voce, dal titolo di un disco e visibile in rete, Stratos parla del piano teorico seguito dalla sua ricerca sulla potenzialità della voce e sui «limiti dell’umano». Era il corpo, attraverso la voce, a «fare musica», e non solo a risuonare.

FUORI LA VOCE
Riflessioni che ricordano una delle vette filosofiche degli anni Sessanta: La voce e il fenomeno di Jacques Derrida. L’associazione non è peregrina, considerando gli intrecci tra la ricerca artistica, la scena indipendente musicale, cinematografica, teatrale e la filosofia, le scienze umane con i movimenti sociali dal Sessantotto in poi.

Rileggendo uno dei testi fondanti della «decostruzione filosofica» il piano è lo stesso: la voce è «il presente vivente» scriveva Husserl. A Derrida questo non bastava. Tale presente era assoggettato a un’idealità trascendentale che vincola la voce al suono, e dunque alla parola, espressione del linguaggio.

La decostruzione del «fonologocentrismo» a cui lavora Stratos passa dalla liberazione «dall’impostazione metafisico-musicale della teoria della voce, propria di tutta la tradizione occidentale – le parole sono di Derrida, ma valgono anche per Stratos -, vige in essa una netta dicotomia tra voce parlata e voce cantata, la prima maggiormente rivolta alla materialità, al corporeo, la seconda più spirituale, come in odore di santità. Andando all’indietro, si ravvisa l’origine di questa dicotomia nell’opposizione di suono e voce, che sviluppa due rispettive catene: da un lato corporeità, passività, esteriorità, mortalità, dall’altro spiritualità, attività, interiorità e immortalità».

La ricerca non fu solitaria. La forsennata discesa dentro di sé era accompagnata dall’intensità del movimento. Gli Area la trasformarono in un atto creativo di massa e la proiettarono in una ritualità incantatoria dove l’identico non ritorna, mentre la differenza si esprime in un percorso labirintico dove si producono variazioni. «Se una nuova vocalità può esistere, deve essere vissuta da tutti e non da uno solo: un tentativo di liberarsi dalla condizione di ascoltatore e spettatore a cui la cultura e la politica ci hanno abituato – diceva Stratos -. Questo lavoro non va assunto come un ascolto da subire passivamente».

COMMUTARE LA VITA

Non fu una fiammata. Molti la fanno terminare con l’uccisione di Moro nel 1978, altri con gli arresti del 7 aprile 1979, oppure con la «marcia dei quarantamila» alla Fiat nel 1980. Dal racconto di Simone Carella, fondatore del Beat72 e del festival dei poeti di Castelporziano a Roma (nel 1979) questa fine che non vuole finire sconfina nei primi anni Ottanta e coinvolge la poesia.

Una manciata d’anni sufficienti per solidificare un senso comune che non tardò a farsi sentire nel romanzo e nel racconto. Non fu impresa semplice: era la generazione del frammento, della biografia, poco prima che si iniziasse a parlare di «postmoderno». Iniziava la comunicazione di massa per come la conosciamo, molti la praticarono a cominciare dall’immagine, altro modo di raccontare. E tuttavia una letteratura nacque dopo la metà del decennio dentro il movimento proiettandosi nella parte più viva degli anni Ottanta.

Boccalone di Enrico Palandri, ad esempio, Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli. Un capitolo a parte dovrebbe essere dedicato a Gianni Celati, ispiratore di quella stagione critica e letteraria, partendo dall’università di Bologna. Era il tempo della scoperta del Carnevale, rovesciamento sociale di cui in quegli anni parlava con Piero Camporesi e Giuliano Scabia, ispirandosi a Bachtin.

La ragione comune era certo la rottura con il linguaggio e la reinvenzione di un mondo al di là delle rappresentazioni codificate. Enzo Moscato, che proprio in quegli anni iniziava la sua opera a Napoli, in Sulle labbra del tempo parla di un teatro che chiede di «cambiare sempre vita, ti chiede in quanto attore di commutare continuamente la tua vita, il teatro ti chiede una schizofrenia continua».

Commutare significa scambiare i termini nel rapporto tra arte e vita. Non si tratta di vivere artisticamente la vita, sul modello del dandy, ma creare un’arte della vita che riguarda tutti ed è alimentata dalla critica dei ruoli e delle discipline, alla ricerca dell’individuazione e dell’uguaglianza irriducibili a una corrente, a una classificazione, a una riserva. Per questo volevano cambiare la vita prima di farsi cambiare dalla vita.

***«Sulle labbra del tempo» (Lfa publisher), il libro di Diego Protani e Viviana Vacca, sarà presentato con Tano D’Amico alla libreria Fahrenheit, Campo de’ Fiori 44 a Roma lunedì 12 febbraio alle 17,30

FONTE: roberto ciccarelli, IL MANIFESTO

«Non sappiamo di cosa è capace una forza lavoro, non sappiamo fino a dove può arrivare una potenza». Il «lavoro vivo» alimenta le piattaforme ed è sfruttato dal capitalismo digitale. I nuovi padroni cercano sempre di tirare la corda che lega i lavoratori, ma non possono impiccarli perché impiccherebbero se stessi

Nel settembre 1969, il primo numero di «Potere Operaio» incitava i lavoratori a lottare contro «automazione e negromazione» (con questo neologismo si indicavano coloro che sarebbero stati dall’automazione esclusi dal lavoro e destinati alla miseria sociale).

Dinnanzi a quel primo apparire di congegni automatici, gli operai rispondevano: più salario, meno orario. L’automazione sembrava un alleato nel definire la forza lavoro in lotta come una «variabile indipendente» dello sviluppo.

QUALCHE SETTIMANA FA, in un seminario parigino, riders di «Deliveroo» ricordavano che le loro rivendicazioni erano, certo, «più salario», ma anche «controllo dell’algoritmo» per conquistare più decenti condizioni di vita. A cinquant’anni di distanza, mentre il padrone, senza vergogna, lesina sempre sul salario, i lavoratori puntano dunque la loro attenzione sulla governance automatica, considerandola un elemento fondamentale nella determinazione del comando sulle loro condizioni di vita.

Se osservassimo solo le rivendicazioni, ieri orario, oggi flessibilità della giornata lavorativa, poco sembrerebbe essere cambiato – quando invece guardiamo alle riflessioni sui congegni automatici, scopriamo che è mutata una cosa essenziale: la maggiore interiorità che oggi il lavoratore ha rispetto all’organizzazione del lavoro, all’algoritmo.

Quindi, sia la debolezza della sua collocazione nel processo lavorativo, sia la virtuale capacità, ovvero la forza, di rompere in maniera decisiva con l’organizzazione capitalista della valorizzazione.

QUESTA DIFFERENZA ci introduce a un paradosso: quanto più il lavoro è sottomesso al capitale, agli automatismi della valorizzazione, come avviene oggi, quanto più ogni momento della vita del lavoratore è utilizzato dal capitale per produrre valore; tanto più il lavoratore è posto nella necessità di lottare per essere autonomo nell’organizzare la giornata lavorativa e la sua vita.

Il processo lavorativo sembra così, ora, essersi sganciato dal processo di valorizzazione e quest’ultimo sembra sussumere il primo, non immediatamente ma, collocandolo dentro un rapporto fluttuante e lasco.

PERCHÉ AVVIENE QUESTO? Perché l’operaio, il lavoratore (generalmente «cognitivo») ha una certa autonomia («cognitiva») che porta con sé quando si inserisce nel processo lavorativo – un’autonomia che il padrone deve assumere in quanto tale per utilizzarla nella produzione.

Ma questo uso è difficile, il «valore della forza lavoro» non è totalmente riconducibile al «valore di scambio», l’autonomia del lavoratore è potenza lavorativa e, virtualmente, rifiuto di subordinazione. Tutto ciò costituisce lotta di classe e, come minimo, va contrattato: questa è la situazione. Fino a che punto si potrà stringere la supremazia del processo di valorizzazione, organizzato dal padrone, sopra il processo lavorativo vissuto e relativamente posseduto dal lavoratore?

IL PADRONE CERCA CONTINUAMENTE di tirare la corda che lega il lavoratore, ma non può impiccarlo – impiccherebbe se stesso – sa dunque che le cose sono cambiate, che il lavoratore non è più quello schiavizzato nella piantagione e neppure quello massificato nella grande industria, ma è, per lo più, e comunque nella tendenza, «cognitivo» – quindi sempre più essenziale e sempre meno controllabile, perchè la sua produttività aumenta quanto più il lavoratore è autonomo e potente nel rapporto cooperativo.

LEGGIAMO Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale(DeriveApprodi) di Roberto Ciccarelli, in particolare il magistrale capitolo nel quale appunto di «forza lavoro» si parla.

Qui essa è crudamente «anatomizzata in vita», in movimento – come fare altrimenti quando la classe produttiva è caratterizzata dalla spontaneità e dalla mobilità del lavoro vivo cognitivo?

IL LAVORO VIVO è qui descritto nella sua qualità di potenza immediatamente produttiva, tanto più potente perchè questa sua facoltà è moltiplicata dalla cooperazione ed estesa nell’ulteriore rapporto che lega produzione e riproduzione.

QUELLO CHE SOPRA DEFINIVAMO, oggettivamente, un paradosso, cioè la convivenza fra soggetto della valorizzazione capitalista (la forza lavoro sfruttata) e il lavoro vivo, cioè la personalità vivente nel lavoro, il lavoro di soggettivazione – quella convivenza che mal si combinava, anzi, che veniva spezzandosi, quel matrimonio difficile da celebrare fra processo di valorizzazione e processo lavorativo, è qui colto dal punto di vista del lavoro vivo stesso, dalla sua soggettivazione.

TALE È infatti il senso della domanda: «cosa può una forza lavoro?» Nel capitolo conclusivo del libro si fissa così la scoperta della dualità potente della forza lavoro, nell’autonomia di quel lavoro vivo che si oppone, pur nutrendolo, al capitale costante.

A CIO’ CONSEGUE una questione ancore più importante: come può questo potere del lavoro vivo cognitivo, farsi forza? Come può farsi sovversivo? Questa domanda è da proporre, meglio, da riproporre, perchè il libro di Ciccarelli comincia di lì, dall’ingabbiamento della forza lavoro nell’algoritmo, nelle piattaforme – e ne mostra con grande lucidità le vischiosità e le latenti contraddizioni, ne chiarisce la sempre virtuale dialettica oppositiva.

Una controversia, è l’eufemismo che Ciccarelli usa drammatizzando quella dualità di potenza e soggezione/sfruttamento e concludendo, senza alcun eufemismo, la critica della forza lavoro con un capitolo di etica rivoluzionaria. E spinoziana: «viviamo in un non sapere: non sappiamo di cosa è capace una forza lavoro, non sappiamo fino a dove può arrivare una potenza».

BISOGNERÀ proseguire la ricerca sul terreno che è stato fin qui dissodato, e chiedersi come colpire il capitale sul terreno dell’algoritmo imprenditoriale (quando lo si sia riconosciuto come «soggettività del capitale costante») che organizza lo sfruttamento del capitale variabile.

In secondo luogo, si tratterà di comprendere quali siano le condizioni nelle quali i lavoratori possono organizzare strategie di rottura di quel dominio – questo è il terreno della «conricerca», cioè di un’etica divenuta prassi politica; e infine, si tratterà di cogliere, attraverso la lotta, i dispositivi di «riappropriazione proletaria» di quel «comune» che sta sotto le macchine della nuova organizzazione della valorizzazione.

FONTE: Toni Negri, IL MANIFESTO

munoz

Con due volumi collettivi, Effetto Italian Thought (a cura di Enrica Lisciani-Petrini e Giusi Strummiello, pp. 268, euro 22) e Decostruzione o biopolitica? (a cura di Elettra Stimilli, pp. 142, euro 18) prende l’avvio un ambizioso progetto collegato alla collana Materiali IT della casa editrice Quodlibet, che vorrebbe «rendere conto dell’importanza assunta nel panorama filosofico internazionale dal pensiero italiano contemporaneo («Italian Theory» o «Italian Thought»)».
Il disegno, in stretta correlazione con la produzione filosofica di Roberto Esposito, può essere sintetizzato lungo tre direttrici. In primo luogo, un tentativo di definire in modo più stringente il campo della «Italian Theory», sorto a partire dal successo in ambito internazionale di un certo numero di pensatori italiani, in prevalenza afferenti al cosiddetto post-operaismo: l’Italian Thought sembra voler focalizzare, pur senza esclusioni preconcette, l’attenzione sulla produzione filosofica che si riconosce erede dell’operaismo trontiano e si interseca con la ricerca del «secondo» Foucault biopolitico.

AL TEMPO STESSO, l’Italian Thought ambisce a un confronto con altre tradizioni del pensiero contemporaneo dalla vocazione pratico-politica, in particolare il post-strutturalismo francese, all’interno del quale viene impostata una scelta di amicizie che sembra privilegiare la ricerca di Michel Foucault rispetto al decostruzionismo derridiano e al pensiero di Deleuze.
Infine, l’Italian Thought ambirebbe a un’estensione storica, recuperando al proprio interno quella vasta parte della tradizione nazionale che pone la attenzione al tema del linguaggio e alla vocazione pratico-politica del pensiero: a costruirsi, insomma, una genealogia che da Dante, attraverso Machiavelli, Bruno e Vico, giunge fino a Mazzini, Gramsci e Croce, e infine Pasolini. Una «filosofia della ragione impura», per usare le parole di Remo Bodei, cui viene demandato il compito di tracciarne una prima mappa.

È proprio l’orientamento verso la prassi a consigliare una via preferenziale nel confronto tra Derrida e Foucault (e Agamben): con equilibrate parole Simona Forti, dopo aver rimarcato che «in nessun caso la vita può essere sottratta ai dispositivi che la catturano, la allontanano e la dividono da se stessa, semplicemente perché per Derrida è una bestemmia pensare a una vita integra, salvata dal suo continuo differire, dalla morte», conclude che «non è tra biopolitica e decostruzione che si gioca la partita, ma, ancora oggi, il discrimine è da vedersi tra una filosofia che ritiene di poter esaltare la potenza della vita per scongiurare il potere della morte e una filosofia che rimane convinta della loro inevitabile coappartenenza». Con tono quasi affettuoso, Esposito sembra così prendere congedo da quella decostruzione che «è stata la nostra giovinezza» per riconoscere che «oggi, in un mondo che cade a pezzi, la decostruzione non basta più». E rilanciare la sfida in «quell’estremo fuori che ci ha indicato Foucault». Una scelta di campo che sembra condivisibile, alla luce degli esiti di alcuni decostruzionisti italiani verso una condivisione acritica e cinica del terreno sicuritario.

IL RIFERIMENTO al «mondo a pezzi» introduce la tonalità politica che anima la proposta di Esposito, e al tempo stesso innerva il suo confronto con Toni Negri. A fronte della «prima grande crisi politica della globalizzazione», lo «sgretolamento del paradigma imperiale determina uno sfaldamento anche delle due categorie, che dialetticamente ne derivano, di ’moltitudine’ e di ’comune’». Negri peccherebbe di eccessivo ottimismo nell’ipotesi che il capitalismo cognitivo determini le condizioni del suo superamento: un positivo che, come per Deleuze, si basa su un’ontologia radicalmente affermativa, ed esclude «la determinazione legata alla realtà del negativo».

IL DISEGNO DI ESPOSITO si configura così come una sorta di «secondo operaismo» che recupera al proprio interno Hobbes e una dialettica del negativo che oscilla fra il giovane e il maturo Hegel. In ogni caso, Hegel: non Marx. Ed è qui che si aprono i problemi, come Negri mette in luce nella sua replica. Problemi che nascono sin dalla delimitazione del campo, giacché già parlare di post- o secondo operaismo è una scelta in qualche modo orientata verso l’accettazione della separazione fra prassi militante e pensiero operata da Tronti all’indomani di Operai e Stato; non a caso Negri direbbe che in realtà c’è sempre stato un solo operaismo, dal quale Tronti e altri hanno preso congedo. Una scelta fatta propria, negli anni Ottanta, da quella «costola destra» del Centauro che, in parallelo col pensiero debole, pur nella diversità dei padri putativi (Schmitt e Hobbes per gli uni, Heidegger per gli altri), ricondussero il pensiero dal terreno delle lotte nel più rassicurante recinto dell’Accademia, con buona pace di Lisciani-Petrini, che crede di ravvisarvi (riferita al pensiero debole) «una salutare dissacrazione di tutta una serie di procedure intellettuali sclerotizzate». Fatto è che i concetti di Negri non sono deduzioni dialettiche, ma figure del reale: il comune non scaturisce dalla mente del filosofo, ma è «il prodotto di un agire comune».

COSÌ COME UNA LETTURA delle lotte nell’epoca del capitalismo cognitivo «dall’interno» e non dalla superficie dei libri, mostra come sia tutt’altro che pacifica, liscia e priva di conflitti la sussunzione del patrimonio cognitivo e inventivo da parte del capitalismo finanziario: ma quello di «trasformare l’egemonia tendenziale del lavoratore cognitivo in potenza attuale, trasversale di tutta la classe dei lavoratori» (compito che, con buona pace dei populisti odierni, coinvolge l’intera società messa al lavoro) è, per l’appunto, un compito politico, non un’impresa concettuale. Che richiede una militanza organizzata sul piano globale, piuttosto che una «teoria» (o un «pensiero») nazionale: altrimenti la vocazione alla prassi finisce per reintrodurre il peggior Gramsci, quello togliattizzato, e con lui la vocazione dell’intellettuale a farsi mosca cocchiera, piuttosto che a sporcarsi le mani nella prassi.
Da qui una serie di altre perplessità: ha senso irrobustire l’albero genealogico fino a includervi Croce (mentre risuona assordante l’assenza di Leopardi e del femminismo italiano), accomunando pensatori sovversivi e pensatori interni all’egemonia delle classi dirigenti nazionali? Ha senso, a fronte della pluralità di intersezioni filosofiche nelle quali, con un positivo eclettismo sempre orientato dalla stella polare marxiana, provengono Negri e l’operaismo (senza prefissi), ridurre il campo delle possibili alleanze, rinunciando alla produttività del costruttivismo deleuzeano e ignorando la figura di Guattari, al quale si devono le pagine di riflessione linguistica nelle opere «comuni»?

HA SENSO, se ciò cui si mira è la coerenza teorica, piuttosto che il rischio di una reale impurità: ma se alla fine, col negativo dialettico si finisce per approdare dalle parti di Žižek e Lacan, il gioco vale ancora la candela? Che il problema dell’Edipo sia superato dalla società del controllo (così Bazzicalupo), è davvero pacifico? O non è piuttosto vero che le forme del controllo manifestano una produzione di significanti dispotici – dunque di quell’Edipo che è prodotto – che proprio Deleuze, nel suo fulminante scritto sulla società del controllo, intravede, collegando la riflessione di Foucault (senza numeri ordinali) ai temi dell’Alti-Edipo e di Mille piani?
In definitiva, ciò che appare è che sia quantomeno opinabile che questo ambito di pensiero – costruito attorno alla riflessione di Roberto Esposito – abbia gambe e testa adeguate al compito che si prefigge: compito troppo vasto per essere svolto sul solo piano della teoria senza rimboccarsi, in tutti i sensi, le maniche.

FONTE:Girolamo De Michele, IL MANIFESTO

Thomas Piketty ha avuto un successo planetario nel 2013 quando ha pubblicato il ponderoso volume Il Capitale nel XXI secolo, esito di anni di ricerche condotte insieme a Emmanuel Saez sulla distribuzione del reddito e sulla sua crescente diseguaglianza. Come spesso succede in questi casi, una volta diventati intellettuali di riferimento, si è invitati dalle redazioni dei quotidiani nazionali a commentare la situazione socio-economica.

A QUESTO DESTINO non è sfuggito lo stesso Thomas Piketty e nel corso del periodo 2013-2016 ha pubblicato diversi articoli su Le Monde e Libération. Questi testi sono stati pubblicati in francese nel libro Aux urnes citoyens! (ed. Les LIens qui Libérent) in vista della passate elezioni presidenziali. Ora, grazie alla traduzione di Alberto Cristofori, sono disponibili al pubblico italiano nel libro Capitale e disuguaglianza. Cronache dal mondo (Bompiani, pp. 240, euro 14), raccolti in quattro parole chiave per comprendere il mondo di oggi: capitale, disuguaglianza, sicurezza ed Europa.

NELLA PRIMA PARTE, «il capitale», Piketty affronta, partendo dai paesi Brics (Cina, India, Brasile, Sud Africa), come i processi di finanziarizzazione, non differentemente da ciò che avviene in Usa e in Europa, incidano e abbiano inciso sui pattern di crescita economica e sulla diseguaglianza nella distribuzione del reddito. Da una lettura congiunta di questi testi (scritti in periodi diversi), anche se non esplicitamente affermato, si evince che i mercati finanziari favoriscono un processo di convergenza e di omogeneizzazione di diverse realtà territoriali, stretto tra la ridefinizione delle stesse gerarchie finanziarie e il loro crescente potere autoritario.
La seconda parte ha come referente il tema della disuguaglianza, che è stato al centro dell’attività di ricerca di Piketty. Le tesi sono note: nel corso degli ultimi 4 decenni abbiamo assistito a una polarizzazione di redditi così elevata da divenire il principale fattore di instabilità del capitalismo contemporaneo.

GLI ARTICOLI TRATTANO la questione a livello globale, dagli Usa (situazione caratterizzata dal sorgere di potenti oligarchie economiche), all’Europa (stretta negli effetti perversi delle politiche di austerity), alla Cina (dove la crescente diseguaglianza interna è anche l’esito di una potente spinta tecnologica) e infine alla Francia, nel momento del dibattito politico elettorale. Piketty è stato consigliere economico del candidato socialista Hammond, sostenitore della necessità di introdurre una misura di reddito di base, pur se condizionata e in funzione anti-povertà.
Anche il tema della sicurezza, trait d’union degli articoli che compongono la terza parte del volume, era (ed è) in Francia un argomento assai rilevante della campagna elettorale. Piketty afferma che la sicurezza sociale ed economica è il miglior antidoto contro le pulsione islamofobe e razziste che stanno caratterizzante l’attuale fase. Lo sguardo è anche rivolto ai paesi del medio oriente, dove maggiormente si sono sviluppate quelle derive estremiste e jihadiste che hanno colpito più volte l’Europa e la stessa Francia. Come in Europa, in questi paesi (il case-study è l’Egitto) è la mancanza di una rete di sicurezza sociale a causare un’iniqua distribuzione del reddito e ad alimentare il terrorismo islamico. Di conseguenza, è solo con la sicurezza economica che è possibile garantire quella territoriale.

IL TEMA SICURITARIO rimanda alle frontiere europee, chiave di lettura sempre più rilevante per analizzare la miopia delle politiche d’austerity ancora oggi vigenti in Europa. La critica di Piketty, fervente europeista, è rivolta essenzialmente alla leadership europea e alla sua governance politica. Le politiche d’austerity, invece di favorire il superamento di una crisi finanziaria importata da oltre oceano, l’hanno aggravata in un circolo vizioso che, se non ha dato il colpo di grazie all’Unione europea, è stato in parte risolto dalla gestione della Bce da parte di Draghi. Ma ciò non può essere sufficiente se il QE non è accompagnato dalla «costituzione di una camera parlamentare della zona euro, che potrebbe anche votare un’imposta comune sulle imprese e un bilancio della zona che permetta di investire in infrastrutture e nelle università». In altre parole, accompagnare la politica monetaria unica con una politica fiscale unica, a partire a uno zoccolo di paesi guida (Francia, Germania, Spagna, Italia).
C’è un aspetto che Piketty, tuttavia, prende poco in considerazione, ovvero i cambiamenti strutturali che hanno investito il processo di valorizzazione e di accumulazione dopo la crisi del fordismo, cambiamenti che hanno inciso profondamente sulla stessa nozione di capitale e sui fondamenti della stessa distribuzione del reddito.

FONTE: Andrea Fumagalli, IL MANIFESTO

Non ci si può certo lamentare che del «comune» non si parli abbastanza. Non nei Parlamenti, certo. Ma nelle università e nei centri di ricerca in economia e in filosofia, sembra divenuto topos centrale. Si può malignare che appena si impone un tema rivoluzionario qual è il «comune», si scatenano tentativi istituzionali per neutralizzarlo.
Il libro di Carlo Vercellone, Francesco Brancaccio, Alfonso Giuliani e Pierluigi Vattimo – Il comune come modo di produzione (ombre corte, pp. 230, euro 20) – rappresenta una solida barriera eretta contro ogni recupero e un riuscito esperimento per darci un’immagine concreta del comune. Meglio, ci offre una discussione critica del suo concetto, dell’astrazione che lo estrae dal reale, per aprirla a un dispositivo di soggettivazione politica. Oltre a fornire un originale approccio scientifico al «comune», questo libro possiede anche una forte tonalità pedagogica e politica.

PER ORDINARE LA LETTURA del libro, scritto da quattro autori (che perciò contiene qualche utile ripetizione), dividiamolo in quattro parti: una prima decostruttiva delle teorie del comune afferenti all’ideologia economica individualista e/o socialista; una seconda parte costruttiva del concetto di «comune come modo di produzione»; una terza che affronta il tema del «diritto del comune»; e una quarta che sviluppa la problematica del comune nell’economia digitale e della conoscenza.
È noto come nell’ambito delle teorie economiche a fondamento individualista la stessa possibilità del «comune» sia stata trasformata in «tragedia», in catastrofe sociale dal paradosso di Harding, e prudentemente recuperata dalla Ostrom e dalla sua scuola, affidandola alla «buona volontà». Quanto ai prudhoniani Dardot/Laval, il comune è analizzato come idea, ragionevole ed eticamente doverosa, da costruire componendo immaginazione sociologica e militanza politica. A confronto con queste figure ideologiche, Vercellone e i suoi compagni rinnovano l’analisi realistica della «macchina» che produce il comune. Le trasformazioni del lavoro, la sua cognitivizzazione e la sua qualificazione biopolitica, da un lato, e, dall’altro, le nuove strutture tecnologiche della produzione costituiscono base fondamentale del configurarsi del comune come «modo di produzione» – alla stessa maniera nella quale lo erano la «manifattura» o la «grande industria» nella classificazione marxiana.

Ma la determinazione sociologica e tecnologica non è sufficiente. È alla lotta di classe che si svolge nel sociale per l’appropriazione di quote di reddito e di welfare, che è riconosciuto un ruolo fondamentale nella costruzione del comune. «Quando i saperi vivi, incorporati e mobilitati dal lavoro svolgono nell’organizzazione sociale della produzione un ruolo preponderante rispetto ai saperi morti, incorporati nel capitale costante e nell’organizzazione manageriale dell’impresa»; «quando l’espansione dei servizi collettivi, permette la formazione di quelle che possiamo chiamare intelligenza collettiva o intellettualità di massa»; insomma, «quando dallo sviluppo di un’economia fondata sulla conoscenza comincia a liberarsi ’tempo’ come forza produttiva immediata» allora si sperimenta la maturazione del nuovo modo di produrre: cognitivo, cooperativo, affettivo, dunque ’comune’».

È CARATTERISTICO del pensiero di Vercellone insistere sulla funzione costitutiva di quelle che chiama «produzioni dell’uomo per l’uomo»: dall’occupazione che l’operaio sociale ha compiuto del terreno produttivo e riproduttivo e dalla nuova forma del «salario», estesa al welfare, si esprime così la nuova faccia dell’operaismo, che ridefinisce la formula: «sono le lotte che producono lo sviluppo». Ma che determinano anche la crisi: si spiegano infatti così «le tensioni economiche e sociali provocate dal proseguimento di una politica di trasformazione delle produzioni dell’uomo per l’uomo in beni privati. Essa rischia di destrutturare le condizioni più essenziali alla base della riproduzione di un’economia fondata sulla conoscenza».

IL CAPITOLO sul «diritto del comune», scritto da Francesco Brancaccio, muove dal primato accordato alla prassi sociale e cooperativa, nella teoria operaista del comune, per costruire il riconoscimento giuridico dei «beni comuni» nell’ordinamento attuale e per aprire alla possibilità di concepirli come potenze che compongono il modo di produzione in via di emersione. Due dispositivi della trattazione.
In primo luogo, un’insistenza continua, alla maniera di Pashukanis, per evitare la riduzione del concetto di comune alla fissità di una «proprietà comune», di un terzo modello di proprietà – cercando piuttosto di definire un «regime di inappropriabilità», istituito per proteggere l’accumulazione di stock di sapere, di risorse, di prodotti dalla loro espropriazione capitalistica.
In secondo luogo, il discorso si muove tra l’affermazione del concetto (il comune non è proprietà) e la determinazione teorico-politica di oltrepassare gli ostacoli che il diritto attuale pone a ogni superamento della proprietà privata (o pubblica). Mi sembra che la definitiva conclusione («la proprietà comune non si definisce come un concorso di diritti di proprietà ma come il prodotto di un insieme molteplice di diritti e di pratiche d’uso») costituisca un forte stimolo ad avanzare – componendo un quadro che, dopo aver dissolto il «terribile diritto» in un bundle of rights, lo percorre come dispositivo di soggettivazione comune.
«L’uso determina un vincolo di destinazione del bene o della risorsa nel senso dell’inappropriabile. Questo vincolo (come ricorda Paolo Napoli) non è negativo ma positivo, perché si rivela come un moltiplicatore di possibilità. Non appropriarsi di una ’cosa’, farne un uso sociale e condiviso, apre all’invenzione positiva di nuove relazioni sociali, di nuove forme di vita. L’abbandono della sfera del proprium non è un limite alla libertà ma un suo potenziamento».

QUANTO PIÙ L’ANALISI avvicina conclusioni politiche, tanto più diventa prudente. È un buon segno – significa che la discussione sul comune esce dalle biblioteche e diventa terreno di programma costituente. Questo ondeggiamento fra il teorico e il pratico, lo si verifica in più larga misura quando Vercellone e Giuliani affrontano l’ultima serie di problemi: il comune e l’economia digitale. Qui la lotta di classe per l’appropriazione della tecnologia e dei suoi usi viene in prima linea. Vercellone/Giuliani fissano tre tappe logico-storiche nello sviluppo della rivoluzione informatica e dei nuovi commons della conoscenza: una fase nella quale le principali innovazioni sorgono sospinte dal basso; una seconda di stabilizzazione della dinamica di innovazione open-science e open-knowledge, in sempre più chiaro conflitto con il modello proprietario – soccombendo tuttavia alle politiche dei grandi oligopoli, pur consolidando forme giuridiche originali come il copyleft. Si è aperta ora una terza fase, nella quale «i protagonisti del modello proprietario divengono sempre più consapevoli dei limiti che la logica di chiusura comporta per la loro stessa capacità di innovazione… Per supplire a questa impasse il capitalismo digitale e bio-tecnologico mette in opera strategie che cercano di recuperare al suo interno, per imitazione e cooptazione, il modello dei commons».

UNO SPUNTO di ottimismo c’è qui nel riconoscimento che l’innovazione nasce fuori (come già ha visto Christian Marazzi) dal circuito di impresa e se l’impresa riconcorre l’innovazione, riesce a riconquistarla pagando un prezzo altissimo all’apertura, all’invenzione e alla libertà dei nuovi commons. Non è un’illusione quella di poter rompere la gabbia. Al cenno ottimistico segue tuttavia la consapevolezza che il trittico commodification, propertization e corporatization che costituisce l’anima dell’iniziativa capitalista, resta comunque dominante. Come resistervi?
Ci sono obiettivi, impiantati sull’affermazione che la proprietà intellettuale deve essere abolita, che possono comunque fin da ora essere proposti. Ad esempio, l’interdizione della brevettabilità di tutti i beni informazionali e del vivente, una forte tassazione sui brevetti, ecc. Vi pare poco? Cominciamo, sostengono i nostri compagni: «i differenti appunti di questa agenda potrebbero costituire una potente contro-tendenza rispetto al trittico padronale, contribuendo a liberare l’economia della conoscenza dal peso della rendita e dai principali lacci della regolazione neoliberista del capitalismo cognitivo».

FONTE: Toni Negri, IL MANIFESTO

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