Libri, arti & culture

«Le vite sono un’avventura individuale per percorso, compagne e compagni di viaggio, potenzialità e abilità, contesto di tempo e spazio» ma «non è facile separare l’esperienza personale su cui costruiamo la nostra identità, dall’esperienza collettiva di organizzazione per il cambiamento degli ordinamenti sociali». Lo scrive Antonella Picchio nel primo capitolo, «Il personale è politico», del libro firmato con Giuliana Pincelli, Una lotta femminista globale. L’esperienza dei gruppi per il Salario al Lavoro Domestico di Ferrara e Modena, da domani in libreria per Franco Angeli (pp. 208, euro 27). Siamo agli inizi degli anni Settanta: tra gravidanze, sacrifici della militanza, sogni di autonomia, analisi innovative, si snoda il nastro di esistenze femminili che si schiudono nell’incontro e la crescita di e tra le altre, in un movimento di costante trasformazione e confronto con e attraverso le altre. Tale cammino è tuttora complesso, in aperto contrasto con la realtà di cui facciamo parte, ma non può darsi autenticità femminista fuori da qui. Questo è un primo punto con cui non perdere contatto, mantenendone viva la lezione, anche oggi.

A QUARANTA ANNI di distanza, la ricostruzione della tensione trasformativa che percorse l’esperienza dei gruppi di Lotta Femminista e per il Salario al Lavoro Domestico offre l’occasione per riflettere, una volta di più, sulla mancata rappresentazione delle donne e del tessuto esperienziale femminile, al centro del quale si situa «l’immensa mole del lavoro non pagato di riproduzione sociale», disconosciuta, invisibilizzata, eppure fonte basilare di valore sociale ed economico. Corpi marcati da un destino riproduttivo ma in verità dissidenti, desiderosi di infrangere la naturalità e il biologico, attraversati da una mescolanza di sentimenti e di forze che hanno preteso la politicizzazione del lavoro di cura. Senza che ciò debba significare, dal mio punto vista, dimenticanza per la fragilità dell’umano e attenzione per l’umana interdipendenza, cioè senza scordare il potenziale antistemico, rivoluzionario, dei sentimenti che ci legano le une agli altri e alle altre (agape, eros, philia), resistendo all’idea di una aritmetica generalizzata della vita e della morte su cui poggia il sistema capitalista contemporaneo e con ciò rompendo la superficie compatta di gerarchie socio-economiche (e specularmente di lotte) decise da altri.

LA MATRICE SESSISTA del potere ha operato una cancellazione strutturale di tutto questo e l’ha tradotta in dispositivi economici quantitativi che ne regolano il dominio, cioè nell’assenza di ogni forma di riconoscimento, in primis monetario, così da costruire un potente meccanismo di controllo «da parte di padri, mariti e istituzioni dello Stato», sottolinea Picchio. Si tratta di un’obliterazione talmente intrisa di significati, concreti e simbolici, che dovrebbe indurci a scavare meglio nelle oscurità del profondo, con Carole Gilligan: «L’impossibilità della donna di rientrare nei modelli esistenti non è forse indice di una visione monca della condizione umana stessa, della omissione di certe verità sulla vita?». Un interrogativo che rende ancora più urgente il ricorso a immaginari nuovi e radicali, a un desiderio politico davvero capace di disidentificarsi dai sistemi di valore e dalle categorie, dalle trappole ontologiche, delle definizioni maschili. La ricostruzione della storia del gruppo di Lotta Femminista è anche storia di un drastico cambiamento di prospettiva che le donne furono capaci di imporre alla sinistra tradizionale e rivoluzionaria, entrambe accomunate dalla «ostinata cecità rispetto agli scenari completamente mutati che il nuovo femminismo sostituiva alla logora litania della ‘questione femminile’ e all’orizzonte emancipazionista», come scrive Giuliana Pincelli.
I due capitoli iniziali del testo ripercorrono i passaggi affrontati da Lotta Femminista e del Gruppo per il Salario a Ferrara e a Modena tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, e insieme quelli delle autrici che si intersecano tra loro e con altre donne, dando vita anche ad alleanze internazionali decisive, come quella con la Wages for Housework International Campaign. Giuliana Pincelli restituisce le tappe evolutive dei gruppi e il loro espandersi, a partire dal marzo 1972 con l’uscita del libro di Maria Rosa Dalla Costa e Selma James Potere Femminile e Sovversione sociale.
Il terzo capitolo, curato dalle due autrici insieme a Beatrice Busi, è il più corposo: si tratta di una raccolta preziosa di documenti inediti che Busi ha contribuito a selezionare, a riordinare e in alcuni casi a tradurre. Pincelli si sofferma a lungo sulla carenza di considerazione, in Italia, per il portato teorico del femminismo di matrice marxista e operaista. Parla di una «scomparsa» o addirittura di «un finire quasi nel nulla» della elaborazione politica dei gruppi per il salario al lavoro domestico. Credo, piuttosto, ci sia stata trasformazione ed evoluzione. L’analisi dei contesti socio-economici si è ibridata più precisamente con una pratica soggettiva, cognitiva. La capacità di tradurre in lavoro la soggettività e le differenze, cioè vite e desideri, mette di fronte alla necessità di una teoria del soggetto che sappia coniugarsi con il materialismo. La precarietà del lavoro (femminile) ha sostituito il salario (maschile) facendo di corpi ed emozioni la materia prima dell’attuale paradigma produttivo.

CI CONFRONTIAMO, nello scorrere degli anni, con il rischio di una alienazione decisiva dai nostri stessi corpi-mente, poiché la dipendenza complessiva del vivente (umano e non solo) è al centro degli interessi dell’attuale capitalismo dell’interiorità. In tempi di crisi della misura del lavoro, il reddito diventa esplicitamente forma di distribuzione delle attività invisibili svolte nelle reti allargate della riproduzione sociale. Ma è altrettanto urgente una riappropriazione di sé stesse come individui sociali, autodeterminate nei propri desideri e piaceri, fuori dalle fantasmizzazioni neoliberali che provano a forcludere l’autonomia del soggetto. In questo quadro, i documenti raccolti nel libro ci forniscono suggestioni metodologiche e di ricerca imprescindibili. A partire dalle folgoranti intuizioni del passato, si può avvertire la tensione verso una riconquista di sé che punta a ribaltare i lineamenti obbligati del corpo, dell’amore, del sesso entro i quali veniamo pensate e impiegate: i movimenti femministi ed ecologisti attuali stanno cogliendo il portato letteralmente rivoluzionario – e imprevisto – di questa sfida.

* Fonte: Cristina Morini, IL MANIFESTO

Torino. Il problema è racchiuso nel concetto di «riqualificazione». La Libreria indipendente Comunardi – il passato, il presente e sopratutto il futuro di questo «negozio» sono racchiusi in quel nome – è piantata come una vecchia quercia nel cuore di Torino; chiuderà perché il centro città sarà riqualificato in un futuro prossimo venturo. Che cosa questo significhi in una delle zone che maggiormente ha fruito di processi di riqualificazione non è chiaro.

L’incessante cammino dei turisti in ogni stagione fa sperare i proprietari di case e negozi che nuove rendite sempre più ricche si possano scalare, fino all’agognato picco del 10% del valore immobiliare da cavare dall’affitto annuale dei locali. Uno sproposito, dato che al momento la percentuale è ferma intorno a un non modesto 4% medio.

Anche la Libreria Comunardi, nata nel 1976, è entrata nel tourbillon della gentrification che imperversa nelle disneyland dei vari centro città. «Di per sé, le librerie indipendenti se la cavano – spiega il proprietario, Paolo Barsi – anche se l’attacco da parte dei colossi on line è forte. Il problema sono i canoni di affitto fuori mercato, esplosi da quando è subentrato l’orizzonte della riqualificazione». La Libreria Comunardi è un pezzo di Novecento e a Torino è quella schierata più a sinistra: è rimasta ferma dove nacque, ai tempi delle librerie «Punti rossi» ispirate da Primo Moroni, una rete militante legata ai movimenti. La bacheca che si trova entrando a sinistra, ricolma di riviste marxiste in arrivo da mezza Europa, esposte con un certo vezzo, lo dimostra.

Un pezzo della storia della sinistra torinese che potrebbe essere cancellato da un supermercato. Tre anni fa un cambio di proprietà dei muri ha portato a un braccio di ferro che si concluderà il prossimo 30 settembre, quando la Comunardi dovrà abbassare le saracinesche, nonostante un canone di affitto pari a 4mila euro mensili regolarmente pagato. Delle disavventure della Comunardi, a cui la cittadinanza è affezionata, si interessa anche la politica torinese, che ha tentato di far partecipare al salvataggio delle fondazioni bancarie: le fondazioni bancarie a Torino ormai si occupano di tutto. Il tentativo naufraga: «Che fare»?

Prima una raccolta firme on line che ha raggiunto in pochi mesi quota 82mila. Poi, sostenuta da un comitato cittadino, è nata una comunità che ha organizzato una colletta su una piattaforma di crowdfunding: lo scopo è mettere insieme 200mila euro per comprare i muri di un locale poco distante dove poter far rinascere la Comunardi. Obbiettivo molto ambizioso, ma che genera entusiasmo e prospettiva.

Al momento la raccolta è arrivata a quota 25mila euro, ma la spinta decisiva è attesa per il mese di settembre quando una serie di iniziative deciderà se la raccolta fondi avrà successo oppure no. Barsi, un uomo che potrebbe andare serenamente in pensione dopo oltre 40 anni di lavoro, pare ottimista: «Siamo tutti vittime di questo processo di desertificazione culturale che colpisce le città. Per questa ragione ho deciso di resistere, e di chiamare a raccolta le migliori forze. Se riusciremo a raccogliere i soldi necessari per rilanciare, appena ne avrò la possibilità li restituirò. Non si tratta solo della mia storia personale e professionale, che potrebbe anche concludersi qui». La raccolta procede sulla piattaforma «goFundMe», alla voce «savecomunardi».

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

SCAFFALE. «Qualcosa di meglio», un libro-intervista a cura di Alfredo Mignini ed Enrico Pontieri

Non è la vita di uno degli uomini ex, come li ha definiti Giuseppe Fiori nell’omonimo romanzo ispirato alle gesta di alcuni esuli politici italiani nella Cecoslovacchia dell’immediato dopoguerra. La vita del partigiano bolognese espatriato «Battagliero», al secolo Otello Palmieri, ricostruita da Alfredo Mignini ed Enrico Pontieri nel libro-intervista Qualcosa di meglio. Biografia partigiana di Otello Palmieri (Pendragon, pp. 222, euro 15), infatti, ha ben poco dei tratti tipici delle vicende degli ex-partigiani «sconfitti anzitempo dalla storia» e costretti all’emigrazione oltrecortina per scampare ai processi politici cui venivano sottoposti nell’Italia degli anni ’50 per azioni commesse durante i venti mesi di resistenza o dopo la liberazione. La vita dell’esule Palmieri, infatti, vede intrecciarsi e rimanere attive tre componenti apparentemente inconciliabili e che solo parzialmente si spiegano l’un l’altra: la lotta armata partigiana, l’esilio in Cecoslovacchia e la successiva emigrazione in Svizzera. Tutto appare concatenato ma al contempo frutto di scelte autonome: dall’emergere di una forte identità antifascista legata alla repressione squadrista dei movimenti bracciantili nella comunità d’origine, al tramonto di un’ipotesi rivoluzionaria dilatata e proiettata sino alle manifestazioni seguenti all’attentato a Togliatti del 1948.

DALL’ESILIO FORZATO in un paese che non rispettava le aspettative di «paradiso comunista» e che, specie dopo l’impiccagione di Rudolph Slánský, si mostrava sempre più sottoposto alla grigia cappa di repressione staliniana, alla scuola di politica che, a differenza di quanto previsto da Otello, «non insegnava la rivoluzione», ma formava quadri scevri da qualunque «tendenza partigiana»; dal rientro in Italia dopo il proscioglimento delle accuse, all’emigrazione in Svizzera con la fidanzata di sempre, ormai divenuta sposa. Tutte vicende non riconducibili a quella singola scelta iniziale che nella primavera del 1944 lo aveva condotto alla lotta armata contro il fascismo e che appare il palo da cui gli uomini ex, giusto o sbagliato che fosse, non riuscirono a muoversi. Quella scelta e quegli ideali, considerati «traditi, non sbagliati» vennero continuamente sfidati dagli eventi della vita di Palmieri e dal suo riuscire a conciliare, anche in maniera dialettica, le anime di Battagliero, Enrico Grassi, identità fittizia fornitagli dal partito una volta espatriato, e Otti, nomignolo affibbiatogli dai colleghi della fabbrica in Svizzera.

A CONGEDARE Otello dal leitmotiv dell’instancabile ricerca delle «motivazioni sufficienti a continuare, a fare ciò che c’era da fare» e dal costoso barattare le proprie concrete esigenze con quelle di una «comunità virtualmente estesa al mondo intero» fu la delusione per una politica che si allontanò dalla verità, per abbracciare una ritualità di partito sempre meno tesa alla modifica dell’esistente. È dunque in questo contesto che la densità di significati delle tensioni e delle pulsioni vissute prima di emigrare finì per schiacciare la concezione di azione e immaginazione politica sull’etica del lavoro e sullo sforzo creativo, sulla ricerca di «qualcosa di meglio», unica via per contrastare una disillusione sempre più differita ma sempre più foriera di lacerazioni solo apparentemente pacificabili.
Se l’esperienza è infatti il passato che vive nel presente di Otello, contribuendo a modellarlo, anche il futuro ha vissuto nel presente e nel passato modificandoli, sebbene sotto forma di aspettativa tradita. E ora, «di fronte alla fine», in un mondo che ha visto il trionfo degli avversari, il «vocabolario che strutturava quelle speranze sembra essersi perduto» e il racconto di un’aspettativa finisce per sovrapporsi a quello di un’esperienza.

* Fonte: Simeone Del Prete, IL MANIFESTO

Passato e presente. Cosa ha significato ripensare la cultura e la pratica della magistratura negli anni in cui la società italiana cominciava a cambiare. All’inizio c’è la stagione appartenuta al padre Silvio, con l’avventura della Repubblica di Castrovillari

Castrovillari è una città un po’ particolare, direi, anzi, piuttosto unica: in nessun’altra sono nati tanti magistrati, e, nei tempi recenti, così tanti di sinistra. Non solo: in nessuna altra parte dell’Italia meridionale ho tanti e carissimi amici. (Si dirà che questo è un dato personale e non sociopolitico, e però io non credo che sia casuale). Se Castrovillari è così non deve essere evidentemente fortuito. E il libro che Luigi Saraceni, Un secolo e poco più (Sellerio, pp. 224, euro 16), ha dedicato alla storia della sua famiglia – di suo padre Silvio, di lui stesso e di sua figlia Federica – ci aiuta a capirlo.

INTANTO c’è un dato storico-economico, che ha a che fare con la struttura della proprietà fondiaria di questa nordica provincia calabrese: non c’è il latifondo, e perciò non ci sono mai state grandi famiglie baronali, bensì una piccola proprietà coltivatrice, non sufficiente a essere ricchi ma sufficiente a mandare i figli all’università.

Tutto questo me lo ha spiegato spesso un altro amico nativo del luogo, Enrico Pugliese – uno dei pochi non magistrato tra i miei amici castrovillaresi e calabresi – che sul tema ci ha addirittura scritto la tesi di laurea, un testo purtroppo perduto. Naturalmente la ragione della peculiarità della città non è puramente economica, ma storico-culturale: questa piccola/ media borghesia, troppo povera per schierarsi coi grandi agrari, ma abbastanza ricca per essersi acculturata e avere dunque acquisito un pensiero critico e, di conseguenza una fede progressista, è stata prima risorgimentale, poi a fianco dei primi moti socialisti di inizio XX secolo. Una tradizione evidentemente tramandata alla generazione dell’autore, uno dei fondatori di Magistratura Democratica, una delle più preziose creature della meravigliosa stagione sessantottina, nostro compagno e a lungo collaboratore de il manifesto.

IL LIBRO è diviso in tre parti, la prima dedicata al padre Silvio Saraceni, che già nel 1904 incorre, ventenne, nel suo primo incidente con i carabinieri, per via della sua non occultata fede repubblicana. Una vita in seguito tutta dedicata ai più diseredati dei diseredati abitanti dei piccoli isolati paesi arrampicati sulla Sila, culminata, nel ’45, con la incredibile avventura della «Repubblica di Castrovillari», come fu chiamata la spavalda e coraggiosa gestione da parte dell’avvocato Silvio Saraceni del Comune, di cui era stato nominato «commissario», un titolo che egli rifiutò con sdegno.

La seconda parte del libro è intitolata «Io», e riguarda la vita del magistrato Luigi Saraceni. La voce diventa infatti autobiografica, non più narrante. È una storia assai interessante, perché racconta quanto è scarsamente conosciuto: cosa ha voluto dire cambiare l’ottica, la cultura e la pratica della magistratura tradizionale negli anni in cui il mutamento della società italiana comincia a farsi strada, nei ‘60, una lotta rischiosa per i più giovani che hanno appena intrapreso la carriera, quando era motivo di diffidenza già solo farsi vedere con l’Espresso.

DIFFICILE, perché si è trattato di rimuovere un’ottica di classe profondamente radicata nella struttura stessa dello stato. Saraceni racconta una quantità di fatti, piccoli e grandi, tutti molto significativi: dal «registro S» della Procura, dove venivano imboscate le pratiche che infastidivano il potere; e accanto l’accusa nientemeno che per peculato del povero usciere che, nel mese estivo di vacanza del Tribunale, si era portato a casa il ventilatore inutilizzato e che puntualmente l’aveva riportato quando avrebbe dovuto esser nuovamente usato.

È un tempo che ricordo bene pure io, perché è anche il mio: sebbene io non sia stata mai magistrato, ho però vissuto, in altra collocazione, alcuni degli stessi eventi. In realtà, con lo stesso spirito del magistrato Saraceni che, formalmente, ma solo formalmente, stava «dall’altra parte». Mi riferisco in particolare a un evento del 1963, di cui però con Luigi non avevo mai parlato e dunque mi ha fatto gran piacere trovare nel libro come l’aveva vissuto lui.

SI TRATTA DI UN EVENTO fra i più gravi: la prima grande manifestazione degli edili romani contro la serrata dei costruttori allora all’opera in quello che fu chiamato «il sacco di Roma», aggredita barbaramente dalla polizia. C’entro perché fui arrestata insieme a trentatré edili (la Federazione sindacale mondiale chiese alla Cgil perché non la avevano mai informata che in Italia c’erano anche edili donne!). Luigi parla di tutti i lati oscuri di quella provocazione, dell’incredibile messaggio di congratulazioni inviato nientemeno che dal Presidente della Repubblica, Segni, al presidente del Tribunale per la durezza «esemplare» della sentenza inflitta al termine del processo.

FU L’ULTIMO ATTO del centro destra. Saraceni cita il tenente Varisco, negli anni ’80 ucciso dai terroristi (un episodio più che oscuro), e io ne fui particolarmente rattristata perché in quelle lunghe giornate trascorse nelle celle del Palazzaccio dove ci tenevano rinchiusi quando le udienze venivano sospese perché i magistrati erano riuniti in Camera di Consiglio, Varisco era il mio carceriere, e sottobanco mi passava i giornali. Curiosamente non dice invece quanto emerse molti decenni dopo, quando cominciarono a essere declassificate le carte segrete: quella provocazione era stata ordita dal gruppo Gladio creato da Cia e servizi segreti italiani, operante per molti anni, con pieno coinvolgimento del governo Dc.

La terza parte del libro è intitolata «Federica». È brevissima, ma credo che tutto il libro Luigi l’abbia scritto per parlare di lei, sua figlia, arrestata nel 2002 con l’accusa di partecipazione a banda armata in occasione dell’omicidio da parte delle Br del giuslavorista D’Antona.

Questo capitolo non provo neppure a raccontarlo. Va letto: perché nessuno può riassumere un tumulto di sentimenti e di dolore quale provoca un caso come questo. Al momento della notizia e poi a lungo, quando sua figlia la incontra in prigione, nientemeno che, caso quasi unico, in qualità di avvocato difensore. Per anni. (Quando accade Luigi non è più magistrato, dopo una parentesi parlamentare – durante la quale, fra l’altro, insieme a Giuliano Pisapia, si era occupato della tragica vicenda Ocalan – ha scelto la professione forense).

È DUNQUE AVVOCATO, ma insieme, adesso, giudice di sé stesso: dove ho sbagliato nell’educarla, si chiede con angoscia, di fronte alla notizia improvvisa dell’incarcerazione di Federica, e poi a lungo per cercare le proprie colpe di padre e quelle di sua figlia, ma anche le sue motivazioni. Possibile che la tradizione ribelle della famiglia e di Castrovillari, l’abbia indotta a un gesto così irrazionale? È colpa mia? – si chiede tormentato.
Federica si farà diversi anni di prigione, sebbene non avesse sparato neppure un colpo. Ma la storia drammatica ha un finale se non felice almeno positivo: dietro le sbarre ha preso la laurea che aveva sempre disertato, con una tesi su L’antipedagogia internazionale di Makarenko. Esame in cella, 110 e lode, molte pubblicazioni.

* Fonte: Luciana Castellina, IL MANIFESTO

Uno studio comparativo tra il caso tedesco e quello italiano: il punto di rottura tra la Germania e il nostro paese è nello stragismo e nel protagonismo del movimento operaio

Segnate da un destino bellico comune fino all’8 settembre 1943 e poi diviso da lì al termine della guerra, l’Italia e la Repubblica Federale Tedesca si trovarono ad affrontare, nei loro peculiari status di nazioni sconfitte, il tornante degli anni 1968-1980.
Lo fecero entro un quadro caratterizzato dalla transizione alla democrazia, da laceranti conti da compiere col passato e infine da forme di radicalizzazione del conflitto politico-sociale negli anni settanta che portarono non solo alla manifestazione di spinte «emergenziali», sul piano della legislazione, ma alla composizione di paradigmi politico-culturali che segnarono la struttura istituzionale nel campo della prevenzione, del controllo e della repressione dei fenomeni considerati «sovversivi».

UNO STUDIO COMPARATIVO efficace tra il caso tedesco e quello italiano ci è ora fornito dal volume di Laura Di Fabio Due democrazie, una sorveglianza comune. Italia e Rft nella lotta al terrorismo interno e internazionale 1967-1986(Mondadori-Le Monnier, pp. 228, euro 17) in cui la giovane storica estrae dall’analisi di documenti d’archivio italiani e tedeschi un impianto interpretativo metodologicamente convincente e storicamente fondato.
Il libro non si limita a restituire la «cifra» storico-politica dei conflitti del «lungo ’68» né scivola sul semplicistico crinale recriminatorio di denuncia della repressione contro i movimenti. Introduce invece categorie interpretative che pongono in evidenza i meccanismi della moderna resignificazione degli avversari, dei nemici, del pericolo per la sicurezza dello Stato. Elementi che esprimono in modo sintomatico, seppur non automaticamente assimilabile, la radice d’origine della grammatica politica della nostra contemporaneità.
Di Fabio, che si è specializzata nel corso degli anni nelle università di Roma, Lipsia e Treviri, contestualizza nella cornice della Guerra Fredda le evoluzioni storiche che determinarono le principali differenze dei due sistemi istituzionali di fronte all’emergere dei movimenti sociali di fine anni sessanta e di quelli armati della fase successiva.

IL LIBRO PROCEDE alla comparazione italo-tedesca «per contrasto», piuttosto che per similitudini, e per questo offre una resa di complessità che consente la comprensione di un tema che nella sfera pubblica è tanto dibattuto quanto scarsamente inteso nella sua profondità, limitato dai campi duali garantisti contro giustizialisti o fautori della ragion di Stato contro esegeti della ribellione.
Di Fabio si sottrae all’abbraccio esiziale di questa dinamica e nello stesso tempo, sostanziata da una documentazione consistente e innovativa, non rinuncia ad esprimere, con chiarezza e solide ragioni interpretative, la sua lettura d’insieme del fenomeno.
Così le leggi speciali sull’ordine pubblico promulgate in Germania nel giugno 1968 dal primo governo di Grosse Koalition segnano da un lato una limitazione di fatto delle libertà fondamentali dei cittadini e dall’altra si propongono la sedimentazione di una prassi di costituzionalizzazione anti-totalitaria (ovvero anticomunista e antifascista) funzionale allo sblocco del sistema politico dell’alternanza e a un processo d’integrazione organica del movimento operaio nel quadro del sistema economico capitalista. Da qui discende la seconda fase emergenziale tedesca (1969- 1972) promossa, non a caso, dal cancelliere socialdemocratico Willy Brandt e calata da un lato nel contesto estero della Ostpolitik e dall’altro in quello interno della contestazione studentesca.

IN ITALIA, LE CONDIZIONI si presentano molto diverse e Di Fabio individua i punti di rottura che differiscono il quadro nazionale del nostro paese da quello della Germania, primi fra tutti il protagonismo del movimento operaio (oggetto di un’integrazione negativa e vissuto sistemicamente come «nemico interno» in chiave anticomunista) e poi l’anomalia terroristica dello stragismo che iniziata a Piazza Fontana il 12 dicembre 1969 si protrasse per oltre un decennio accompagnando movimenti di natura eversiva e golpista e rappresentando un unicum nell’Europa occidentale.

TUTTAVIA L’EMERGERE di una legislazione speciale sull’ordine pubblico in Italia non matura all’interno di una contrapposizione frontale tra ordinamento costituzionale e spinte eversive di carattere autoritario, che ebbero in larga parte una natura e una matrice d’origine interna ai corpi di sicurezza dello Stato, ma al contrario si definisce attorno alla nozione di controllo dei movimenti politici e sociali della sinistra storica e della sinistra extraparlamentare.
Il 1974 segnò in questo senso un primo tentativo d’inversione di tendenza, sotto la spinta di drammatici eventi come la strage di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio e del treno Italicus del 4 agosto, con lo scioglimento formale dell’Ufficio Affari Riservati guidato da Federico Umberto D’Amato e quello dei gruppi neofascisti come Ordine Nuovo prima e Avanguardia Nazionale poi.
Entro quest’arco temporale viene promossa la legislazione d’emergenza sull’ordine pubblico che scandisce modi e tempi dell’avvicinamento del Pci al governo, con i comunisti contrari alla «Legge Reale» nel 1975 e poi schierati su posizioni «d’ordine» contro la sua abolizione nel referendum del 1978 promosso dal partito radicale.

I DIVERSI TENTATIVI di riforma e riorganizzazione degli apparati di sicurezza nazionali, che caratterizzarono gli anni dal 1974 al 1981, non riuscirono a rompere la «duplice discordanza democratica» italiana determinata da un lato dalla continuità di uomini e prassi di controllo politico derivanti dalla struttura statale ereditata dal fascismo e dall’altro la determinazione geopolitica anticomunista che poneva gli organi di sicurezza del paese nella peculiare condizione di considerare larga parte dell’opposizione parlamentare e costituzionale come un problema di ordine militare, secondo una logica concettuale espressa in modo esplicito dal generale Mario Arpino, capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, che in commissione stragi alla fine degli anni novanta affermò in modo non equivocabile: «Piaccia o non piaccia, ancora negli anni ottanta, per noi (militari) un terzo del Parlamento italiano (il Pci) era il nemico».
Nella parte conclusiva della sua ricerca Di Fabio coglie nella cooperazione antiterrorismo italo-tedesca degli anni ottanta il nesso che prefigura una misura sempre più transnazionale e delocalizzata dei concetti di sorveglianza, monitoraggio e uso della forza da parte degli Stati in epoca multipolare, preconizzando nuovi modelli e forme di gestione degli spazi e delle categorie del controllo che investono direttamente, in modo critico e contraddittorio, la relazione tra uso del monopolio della forza, «disciplinamento» delle istanze sociali a tutela dell’ordine costituito e società contemporanea.

È ALL’INTERNO di questa dimensione della modernità che sembra estrinsecarsi in modo manifesto la contraddizione principale del conflitto tra libertà e individuali e collettive da un lato e garanzia della «libertà dalla paura» dall’altro.
In questo quadro duale rappresentato da Di Fabio, il riferimento a Norberto Bobbio secondo cui «tutte le azioni relative al diritto di altri uomini, la cui massima non è suscettibile di pubblicità, sono ingiuste» si incontra e confligge con l’idea che la pubblicità delle azioni di controllo renderebbe queste ultime «di impossibile attuazione», richiamando – scrive la studiosa – da un lato la fragilità dello Stato e dall’altro il «trasformismo resiliente delle istituzioni statali che detengono il monopolio legittimo della forza».

* Fonte: Davide Conti, IL MANIFESTO

Dicembre 1951, via Arbe, quartiere Montesacro, Roma. Palmiro Togliatti esce dal villino con Nilde Iotti e la piccola Marisa. La scena è familiare, rassicurante. Ma quando i tre si allontanano un gruppo di uomini entra nella casa e la dissemina di microfoni. Non sono nemici. Sono compagni. Agli ordini del “partito”, in questo caso di Giulio Seniga, vicepresidente della commissione Vigilanza. Ma il segretario non sa nulla. Forse neanche Pietro Secchia, potente capo dell’organizzazione, “togliattiano riluttante”, contrario alla linea della legalità costituzionale che il Migliore ha imposto al Pci.

È l’episodio iniziale dell’ultimo noir storico di Vindice Lecis, Il nemico. Intrighi, sospetti e misteri nel Pci della guerra fredda (Nutrimenti, pp. 194, euro 16). L’autore, una vita da cronista all’Espresso, una seconda vita da scrittore, si basa su documenti in qualche caso inediti, archivi e sullo studio meticoloso della memorialistica sul Pci degli anni 50. Un partito di massa, due milioni di iscritti, tre scuole di formazione nazionali e molte locali che sfornano in 5 anni 61mila dirigenti. Ma il Pci è anche «un paese nel paese», assediato dal sospetto di intelligenza con l’Urss, bastonato nelle piazze, come spiega Secchia in una burrascosa seduta al senato («A Roma sono stati arrestati, dal primo di quest’anno, 868 lavoratori, 1119 sono stati processati in pretura o in tribunale, (…). A Napoli gli arrestati sono stati 407 di cui 308 processati e 99 condannati a pene varie. A Reggio Emilia, 410 arrestati per diffusione di manifestini, sciopero, strillonaggio dell’Unità…»). In piena guerra fredda in comunisti insomma sono il nemico della Dc, il partito di governo. Ma quanti nemici ha davvero Togliatti? È in questo clima che il Pci adotta una serie di rigorose misure interne: sconfina nella psicosi o non ha scelta? Lecis si diverte a descrivere l’apparato riservato, non inventa, non aggiunge, non serve. Nel suo racconto non ci sono cedimenti al complottismo, quello oggi che va alla grande nelle librerie (e nelle urne). Il meccanismo del giallo qui serve per indagare su alcuni punti dolenti della storia della sinistra, per tornare sui luoghi del delitto (politico). L’autore è un comunista italiano (nel senso di piccista) non pentito ma non agiografo. Nel precendente L’infiltrato riflette sulla partecipazione attiva del Pci alle operazioni del generale Dalla Chiesa contro le Br. Qui siamo vent’anni prima: le microspie ’amiche’ a casa di Togliatti nascono dalla necessità di proteggere il capo ma anche dalla ossessiva diffidenza di Botteghe Oscure nei confronti di Iotti, considerata troppo vicina ad ambienti cattolici. In quel periodo il segretario subisce un incidente d’auto, una successiva cura medica sbagliata lo riduce in fin di vita. Stalin non lo ama – è del 50 la “proposta” di andare a dirigere il Kominform, l’ufficio di informazione dei partiti comunisti, per farlo fuori dalla guida del più grande partito comunista occidentale. Dunque a chi risponde Secchia? E a chi Seniga, l’unico che conosce i nomi segretissimi dei compagni ai quali il Pci dà in custodia ingenti somme di denaro – utili in caso di golpe – e che nel 1954 fuggirà con la cassa per inseguire la fantasia di un partito rivoluzionario? Non manca poi l’indagine psicologica sui personaggi e sul vero mistero italiano: chi erano quei comunisti, e come si sono estinti.

Il nemico sarà presentato domani pomeriggio nella giornata finale della nona edizione di Florinas in giallo. Sul tema del ’furto’, variamente declinato, anche quest’anno autori e lettori si sono dati appuntamento nella cittadina logudorese arrampicata sulla collina, non lontano da Sassari, perfetta ambientazione per il festival «L’Isola dei misteri».

* Fonte: Daniela Preziosi, IL MANIFESTO

VENEZIA. «Non sapevo nulla dell’Uruguay – dice Kusturica, qualcuno mi ha detto c’è il presidente che sta guidando il trattore. Mi sono detto: devo conoscerlo». La presenza di Pepe Mujica sul Lido è stato uno degli eventi più emozionanti della manifestazione: due sono stati i film in programma accolti dal pubblico con grande commozione, che raccontano il suo presente e il suo tragico passato di detenuto politico e delineano la sua imponente figura di politico coerente nelle parole e nello stile di vita. Emir Kusturica firma il documentario El Pepe, una vida suprema (fuori concorso), dove ha potuto cogliere precisamente il giorno in cui Mujica il 1 marzo del 2015 ha rimesso il mandato di presidente dell’Uruguay che aveva ricoperto dal 2010, dopo aver ridotto la soglia di povertà del paese dal 25% al 9%, una vittoria che si deve anche alle sue iniziative personali, dedicando il 70% del suo stipendio ai poveri.
Una gigantesca folla lo attende in strada in un abbraccio collettivo, 150 mila persone che applaudono e piangono. «No me voy – risponde lui, stoy llegando»: non vado via, sto arrivando, a significare che la militanza continua. Una militanza che non è mai stata persa, tutto sta a dimostrarlo. Kusturica ascolta in silenzio il racconto di Pepe, nella campagna che circonda la sua casa e che lui cura personalmente alla guida del vecchio trattore, spostandosi anche con la Wolkswagen celestina dell’87, accanto alla moglie, una militante di lunga data anche lei, la senatrice Lucia Topolansky conosciuta alla fine degli anni Sessanta.

Kusturica il rude regista esperto in sarabande zingaresche fuma il sigaro in silenzio, assaggia l’amarezza del «mate» e lo ascolta raccontare in pochi cenni l’estrema solitudine di quei 13 anni vissuti in isolamento in tutte le carceri del paese insieme ai suoi compagni: senza quell’esperienza, dice, sarei stato più frivolo, più ambizioso, più vanesio, ebbro di successo. Invece ha scelto la povertà («non sono povero, semplicemente il denaro non mi serve, posso fare a meno di tante cose inutili»). Accompagna il regista in un grande magazzino, il mall Punta Carretas: proprio nel corridoio centrale dove ora si affacciano i negozi gli dice, c’era il corridoio centrale del carcere.

La gente gli si fa intorno in un grande abbraccio. Insieme agli altri capi della guerriglia urbana che compiva gli espropri proletari (il sistema bancario, dice, «è il grado più alto di delinquenza umana che fa lavorare il denaro degli altri senza lavorare») dal carcere di Punta Carretas evase clamorosamente una prima volta con altri 106 compagni, ma nel ’72 fu tenuto come ostaggio per più di un decennio. Impossibile resistere alla forza della sua oratoria sincera, ne furono conquistati i delegati dell’Onu e perfino Obama.

Una scena da «La noche de 12 años» di Alvaro Brechner

Tra le sequenze di Stato d’assedio di Costa Gavras, per non dimenticare che le dittature in latinoamerica furono originate dal Plan Condor pilotato dagli Usa, racconta e accompagna Kusturica a visitare le piante che coltiva. Con lui ci sono i vecchi compagni di lotta del Movimiento de liberacion Nacional, i Tupamaros Neto (Eleuterio Huidobro) diventato ministro della difesa e Ruso, il poeta e scrittore Mauricio Rosencrof . Pepe, Neto e Ruso sono i tre protagonisti di La noche de 12 años di Alvaro Brechner (Orizzonti) tutte le caratteristiche del genere carcerario sviluppato in un crescendo di grande umanità lungo anni di isolamento, scene riempite con grande abilità, dove l’insegnamento principale è la necessità della resistenza a tutti i costi: sentire parlare i reali protagonisti della vicenda (Huidobro è scomparso da poco) nel doc di Kusturica, rende l’opera ancora più emozionante.

È un film nato da anni di investigazioni e testimonianze, un lavoro sulla memoria che denuncia la detenzione in violazione di ogni diritto umano, di un fatto molto poco conosciuto in un paese dove ancora non si sono fatti i conti con il passato. Pepe Mujica non parla dell’epoca della detenzione, pensa che siano ferite profonde da rispettare, ma non si tira indietro quando deve commentare situazioni politiche come chi gli chiede una soluzione per il Venezuela: «Non so proprio cosa si possa fare, dice, ma ho fiducia nei popoli. A volte i popoli hanno bisogno di aiuto, ma ci sono aiuti che è meglio non avere, il Venezuela saprà uscirne da solo. Noi in America Latina non abbiamo bisogno di sostegno, altri paesi nel mondo ne hanno bisogno. I ricchi del mondo devono capire che esiste il concetto di responsabilità e che i poveri non sono dell’Africa ma dell’umanità».

* Fonte: Silvana Silvestri, IL MANIFESTO

In questa pagina era ripreso un articolo sulla storia di Andrea Pazienza, a firma Lorenzo Rotella e pubblicato sulla testata online The Vision: abbiamo dovuto rimuoverlo, in quanto minacciati di richiesta risarcimento danni dalla testata che lo ha originariamente pubblicato, pur se debitamente  citata e linkata.

Anche il povero Paz, insomma, è stato messo sotto copyright e congelato nel supermercato globale, dopo che hanno distrutto il suo e nostro mondo e resa merce la sua e nostra cultura. Che tristezza. Contiamo sul fantasma di Paz che vada a sbeffeggiarli. E magari sia lui a chiedere i danni a loro.

Il terribile fulmine di vendetta raccontato nel prologo del libro di Marcello Ghiringhelli, La mia cattiva strada. Memorie di un rapinatore (Milieu, pp. 229, euro 15), ricorda quello che attraversa la frase di Carlo Emilio Gadda (Lettere agli amici milanesi): «la sconcia bestia è stata appesa in Piazzale Loreto». Due fatti dello stesso momento storico: il linciaggio di una collaborazionista e l’esposizione del corpo del capo. L’analogia tra i due scrittori si ferma qui. Ghiringhelli scrive i suoi libri raccontando la sua nuda vita vissuta, Gadda si vendicò con le parole contro un dittatore e contro la sua «rinnegata» adesione al primo fascismo.

LA FRENETICA e telegrafica scrittura di Ghiringhelli è agli antipodi del lavoro sulla lingua del «gran lombardo». Costruzione di una sintassi innovativa, lavoro sul lessico con invenzioni neologistiche e sprofondamenti etimologici non riguardano Ghiringhelli, e a noi in fondo non interessa se l’efficace struttura del libro è opera dei curatori o dello scrittore, qui è la vita che parla. La mia cattiva strada racconta l’esistenza dell’autore dal secondo dopoguerra alla fine degli anni ’70, «va letto con mente aperta, come testimonianza tremendamente vera e sincera», sostengono i curatori Davide Ferrario e Marilena Moretti.

Ragazzo proletario della periferia torinese intrisa di sentimenti antifascisti, tra ribellione, fame, cure in manicomio con l’elettroshock, e poi la fuga in Francia, legionario a 17 anni durante la guerra algerina, «carnefice e carne da cannone», fa in tempo a «vergognarsi» e a fuggire ancora, entrando nella mala, con scorribande tra Milano e Parigi. Poi ancora imprenditore a Torino, dove si accorge che la «cattiva strada» è più onesta dell’accumulo del plusvalore e la ripercorre per qualche decennio, tra rapine e amori. È un libro mozzafiato dove l’avventura e le scelte esistenziali lasciano spazio a una visione politica, a un’analisi di classe, che lo porteranno, a inizio degli anni ’80, quando il libro si chiude come a preannunciare un seguito, alla militanza nelle Brigate Rosse.

«È un libro all’insegna del banditismo, con storie d’affare e malaffare, quelle storie che non si leggono sui giornali», dichiara l’autore. Prima che gli archivi di polizia vengano rispolverati e le vite degli «uomini infami» siano rilette dagli storici, un senza-storia racconta la propria storia. L’attenzione al particolare della microstoria permette di accedere a verità altrimenti inattingibili e di scoprire aspetti del passato che rischiano di andare perduti.

QUESTA MICROSTORIA scuote «più fibre di quante ne solleciti quella che normalmente chiamiamo letteratura», come scriveva Foucault a proposito dei documenti analizzati in La vita degli uomini infami. Anche nella scrittura di Ghiringhelli «è tale la stringatezza delle cose dette, che non si sa se l’intensità che le attraversa dipenda maggiormente dal risplendere delle parole o dalla violenza dei fatti» che in esso si agitano.
Leggendo questo memoir denso di termini gergali dell’argot e di vari idiomi, viene da chiedersi se nel meritevole catalogo della Milieu non possa trovar posto la traduzione di Les princes du jargon di Alice Becker-Ho, un testo fonmdamentale, come sostiene Giorgio Agamben, per rimettere in discussione «la catena esistenza del linguaggio-grammatica (lingua)-popolo-Stato».

* Fonte: Marc Tibaldi, IL MANIFESTO

Di umili origini e col cuore in lotta,

vestito di bianco per le vie

affollate di strade e di pensieri,

amavi percorrere idee profonde

come “ eterna beatitudine “

è tutt’oggi eterna la tua figura

di lottatore onesto…,

 

come sagace, il tuo sociale impegno

e quel coraggio che ci hai donato

come resto d’esempio, a chi,

senza lottare muore ogni giorno

sotto colpi di un sole bugiardo

e disonesto.

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