Libri, arti & culture

SCAFFALE. «Qualcosa di meglio», un libro-intervista a cura di Alfredo Mignini ed Enrico Pontieri

Non è la vita di uno degli uomini ex, come li ha definiti Giuseppe Fiori nell’omonimo romanzo ispirato alle gesta di alcuni esuli politici italiani nella Cecoslovacchia dell’immediato dopoguerra. La vita del partigiano bolognese espatriato «Battagliero», al secolo Otello Palmieri, ricostruita da Alfredo Mignini ed Enrico Pontieri nel libro-intervista Qualcosa di meglio. Biografia partigiana di Otello Palmieri (Pendragon, pp. 222, euro 15), infatti, ha ben poco dei tratti tipici delle vicende degli ex-partigiani «sconfitti anzitempo dalla storia» e costretti all’emigrazione oltrecortina per scampare ai processi politici cui venivano sottoposti nell’Italia degli anni ’50 per azioni commesse durante i venti mesi di resistenza o dopo la liberazione. La vita dell’esule Palmieri, infatti, vede intrecciarsi e rimanere attive tre componenti apparentemente inconciliabili e che solo parzialmente si spiegano l’un l’altra: la lotta armata partigiana, l’esilio in Cecoslovacchia e la successiva emigrazione in Svizzera. Tutto appare concatenato ma al contempo frutto di scelte autonome: dall’emergere di una forte identità antifascista legata alla repressione squadrista dei movimenti bracciantili nella comunità d’origine, al tramonto di un’ipotesi rivoluzionaria dilatata e proiettata sino alle manifestazioni seguenti all’attentato a Togliatti del 1948.

DALL’ESILIO FORZATO in un paese che non rispettava le aspettative di «paradiso comunista» e che, specie dopo l’impiccagione di Rudolph Slánský, si mostrava sempre più sottoposto alla grigia cappa di repressione staliniana, alla scuola di politica che, a differenza di quanto previsto da Otello, «non insegnava la rivoluzione», ma formava quadri scevri da qualunque «tendenza partigiana»; dal rientro in Italia dopo il proscioglimento delle accuse, all’emigrazione in Svizzera con la fidanzata di sempre, ormai divenuta sposa. Tutte vicende non riconducibili a quella singola scelta iniziale che nella primavera del 1944 lo aveva condotto alla lotta armata contro il fascismo e che appare il palo da cui gli uomini ex, giusto o sbagliato che fosse, non riuscirono a muoversi. Quella scelta e quegli ideali, considerati «traditi, non sbagliati» vennero continuamente sfidati dagli eventi della vita di Palmieri e dal suo riuscire a conciliare, anche in maniera dialettica, le anime di Battagliero, Enrico Grassi, identità fittizia fornitagli dal partito una volta espatriato, e Otti, nomignolo affibbiatogli dai colleghi della fabbrica in Svizzera.

A CONGEDARE Otello dal leitmotiv dell’instancabile ricerca delle «motivazioni sufficienti a continuare, a fare ciò che c’era da fare» e dal costoso barattare le proprie concrete esigenze con quelle di una «comunità virtualmente estesa al mondo intero» fu la delusione per una politica che si allontanò dalla verità, per abbracciare una ritualità di partito sempre meno tesa alla modifica dell’esistente. È dunque in questo contesto che la densità di significati delle tensioni e delle pulsioni vissute prima di emigrare finì per schiacciare la concezione di azione e immaginazione politica sull’etica del lavoro e sullo sforzo creativo, sulla ricerca di «qualcosa di meglio», unica via per contrastare una disillusione sempre più differita ma sempre più foriera di lacerazioni solo apparentemente pacificabili.
Se l’esperienza è infatti il passato che vive nel presente di Otello, contribuendo a modellarlo, anche il futuro ha vissuto nel presente e nel passato modificandoli, sebbene sotto forma di aspettativa tradita. E ora, «di fronte alla fine», in un mondo che ha visto il trionfo degli avversari, il «vocabolario che strutturava quelle speranze sembra essersi perduto» e il racconto di un’aspettativa finisce per sovrapporsi a quello di un’esperienza.

* Fonte: Simeone Del Prete, IL MANIFESTO

Passato e presente. Cosa ha significato ripensare la cultura e la pratica della magistratura negli anni in cui la società italiana cominciava a cambiare. All’inizio c’è la stagione appartenuta al padre Silvio, con l’avventura della Repubblica di Castrovillari

Castrovillari è una città un po’ particolare, direi, anzi, piuttosto unica: in nessun’altra sono nati tanti magistrati, e, nei tempi recenti, così tanti di sinistra. Non solo: in nessuna altra parte dell’Italia meridionale ho tanti e carissimi amici. (Si dirà che questo è un dato personale e non sociopolitico, e però io non credo che sia casuale). Se Castrovillari è così non deve essere evidentemente fortuito. E il libro che Luigi Saraceni, Un secolo e poco più (Sellerio, pp. 224, euro 16), ha dedicato alla storia della sua famiglia – di suo padre Silvio, di lui stesso e di sua figlia Federica – ci aiuta a capirlo.

INTANTO c’è un dato storico-economico, che ha a che fare con la struttura della proprietà fondiaria di questa nordica provincia calabrese: non c’è il latifondo, e perciò non ci sono mai state grandi famiglie baronali, bensì una piccola proprietà coltivatrice, non sufficiente a essere ricchi ma sufficiente a mandare i figli all’università.

Tutto questo me lo ha spiegato spesso un altro amico nativo del luogo, Enrico Pugliese – uno dei pochi non magistrato tra i miei amici castrovillaresi e calabresi – che sul tema ci ha addirittura scritto la tesi di laurea, un testo purtroppo perduto. Naturalmente la ragione della peculiarità della città non è puramente economica, ma storico-culturale: questa piccola/ media borghesia, troppo povera per schierarsi coi grandi agrari, ma abbastanza ricca per essersi acculturata e avere dunque acquisito un pensiero critico e, di conseguenza una fede progressista, è stata prima risorgimentale, poi a fianco dei primi moti socialisti di inizio XX secolo. Una tradizione evidentemente tramandata alla generazione dell’autore, uno dei fondatori di Magistratura Democratica, una delle più preziose creature della meravigliosa stagione sessantottina, nostro compagno e a lungo collaboratore de il manifesto.

IL LIBRO è diviso in tre parti, la prima dedicata al padre Silvio Saraceni, che già nel 1904 incorre, ventenne, nel suo primo incidente con i carabinieri, per via della sua non occultata fede repubblicana. Una vita in seguito tutta dedicata ai più diseredati dei diseredati abitanti dei piccoli isolati paesi arrampicati sulla Sila, culminata, nel ’45, con la incredibile avventura della «Repubblica di Castrovillari», come fu chiamata la spavalda e coraggiosa gestione da parte dell’avvocato Silvio Saraceni del Comune, di cui era stato nominato «commissario», un titolo che egli rifiutò con sdegno.

La seconda parte del libro è intitolata «Io», e riguarda la vita del magistrato Luigi Saraceni. La voce diventa infatti autobiografica, non più narrante. È una storia assai interessante, perché racconta quanto è scarsamente conosciuto: cosa ha voluto dire cambiare l’ottica, la cultura e la pratica della magistratura tradizionale negli anni in cui il mutamento della società italiana comincia a farsi strada, nei ‘60, una lotta rischiosa per i più giovani che hanno appena intrapreso la carriera, quando era motivo di diffidenza già solo farsi vedere con l’Espresso.

DIFFICILE, perché si è trattato di rimuovere un’ottica di classe profondamente radicata nella struttura stessa dello stato. Saraceni racconta una quantità di fatti, piccoli e grandi, tutti molto significativi: dal «registro S» della Procura, dove venivano imboscate le pratiche che infastidivano il potere; e accanto l’accusa nientemeno che per peculato del povero usciere che, nel mese estivo di vacanza del Tribunale, si era portato a casa il ventilatore inutilizzato e che puntualmente l’aveva riportato quando avrebbe dovuto esser nuovamente usato.

È un tempo che ricordo bene pure io, perché è anche il mio: sebbene io non sia stata mai magistrato, ho però vissuto, in altra collocazione, alcuni degli stessi eventi. In realtà, con lo stesso spirito del magistrato Saraceni che, formalmente, ma solo formalmente, stava «dall’altra parte». Mi riferisco in particolare a un evento del 1963, di cui però con Luigi non avevo mai parlato e dunque mi ha fatto gran piacere trovare nel libro come l’aveva vissuto lui.

SI TRATTA DI UN EVENTO fra i più gravi: la prima grande manifestazione degli edili romani contro la serrata dei costruttori allora all’opera in quello che fu chiamato «il sacco di Roma», aggredita barbaramente dalla polizia. C’entro perché fui arrestata insieme a trentatré edili (la Federazione sindacale mondiale chiese alla Cgil perché non la avevano mai informata che in Italia c’erano anche edili donne!). Luigi parla di tutti i lati oscuri di quella provocazione, dell’incredibile messaggio di congratulazioni inviato nientemeno che dal Presidente della Repubblica, Segni, al presidente del Tribunale per la durezza «esemplare» della sentenza inflitta al termine del processo.

FU L’ULTIMO ATTO del centro destra. Saraceni cita il tenente Varisco, negli anni ’80 ucciso dai terroristi (un episodio più che oscuro), e io ne fui particolarmente rattristata perché in quelle lunghe giornate trascorse nelle celle del Palazzaccio dove ci tenevano rinchiusi quando le udienze venivano sospese perché i magistrati erano riuniti in Camera di Consiglio, Varisco era il mio carceriere, e sottobanco mi passava i giornali. Curiosamente non dice invece quanto emerse molti decenni dopo, quando cominciarono a essere declassificate le carte segrete: quella provocazione era stata ordita dal gruppo Gladio creato da Cia e servizi segreti italiani, operante per molti anni, con pieno coinvolgimento del governo Dc.

La terza parte del libro è intitolata «Federica». È brevissima, ma credo che tutto il libro Luigi l’abbia scritto per parlare di lei, sua figlia, arrestata nel 2002 con l’accusa di partecipazione a banda armata in occasione dell’omicidio da parte delle Br del giuslavorista D’Antona.

Questo capitolo non provo neppure a raccontarlo. Va letto: perché nessuno può riassumere un tumulto di sentimenti e di dolore quale provoca un caso come questo. Al momento della notizia e poi a lungo, quando sua figlia la incontra in prigione, nientemeno che, caso quasi unico, in qualità di avvocato difensore. Per anni. (Quando accade Luigi non è più magistrato, dopo una parentesi parlamentare – durante la quale, fra l’altro, insieme a Giuliano Pisapia, si era occupato della tragica vicenda Ocalan – ha scelto la professione forense).

È DUNQUE AVVOCATO, ma insieme, adesso, giudice di sé stesso: dove ho sbagliato nell’educarla, si chiede con angoscia, di fronte alla notizia improvvisa dell’incarcerazione di Federica, e poi a lungo per cercare le proprie colpe di padre e quelle di sua figlia, ma anche le sue motivazioni. Possibile che la tradizione ribelle della famiglia e di Castrovillari, l’abbia indotta a un gesto così irrazionale? È colpa mia? – si chiede tormentato.
Federica si farà diversi anni di prigione, sebbene non avesse sparato neppure un colpo. Ma la storia drammatica ha un finale se non felice almeno positivo: dietro le sbarre ha preso la laurea che aveva sempre disertato, con una tesi su L’antipedagogia internazionale di Makarenko. Esame in cella, 110 e lode, molte pubblicazioni.

* Fonte: Luciana Castellina, IL MANIFESTO

Uno studio comparativo tra il caso tedesco e quello italiano: il punto di rottura tra la Germania e il nostro paese è nello stragismo e nel protagonismo del movimento operaio

Segnate da un destino bellico comune fino all’8 settembre 1943 e poi diviso da lì al termine della guerra, l’Italia e la Repubblica Federale Tedesca si trovarono ad affrontare, nei loro peculiari status di nazioni sconfitte, il tornante degli anni 1968-1980.
Lo fecero entro un quadro caratterizzato dalla transizione alla democrazia, da laceranti conti da compiere col passato e infine da forme di radicalizzazione del conflitto politico-sociale negli anni settanta che portarono non solo alla manifestazione di spinte «emergenziali», sul piano della legislazione, ma alla composizione di paradigmi politico-culturali che segnarono la struttura istituzionale nel campo della prevenzione, del controllo e della repressione dei fenomeni considerati «sovversivi».

UNO STUDIO COMPARATIVO efficace tra il caso tedesco e quello italiano ci è ora fornito dal volume di Laura Di Fabio Due democrazie, una sorveglianza comune. Italia e Rft nella lotta al terrorismo interno e internazionale 1967-1986(Mondadori-Le Monnier, pp. 228, euro 17) in cui la giovane storica estrae dall’analisi di documenti d’archivio italiani e tedeschi un impianto interpretativo metodologicamente convincente e storicamente fondato.
Il libro non si limita a restituire la «cifra» storico-politica dei conflitti del «lungo ’68» né scivola sul semplicistico crinale recriminatorio di denuncia della repressione contro i movimenti. Introduce invece categorie interpretative che pongono in evidenza i meccanismi della moderna resignificazione degli avversari, dei nemici, del pericolo per la sicurezza dello Stato. Elementi che esprimono in modo sintomatico, seppur non automaticamente assimilabile, la radice d’origine della grammatica politica della nostra contemporaneità.
Di Fabio, che si è specializzata nel corso degli anni nelle università di Roma, Lipsia e Treviri, contestualizza nella cornice della Guerra Fredda le evoluzioni storiche che determinarono le principali differenze dei due sistemi istituzionali di fronte all’emergere dei movimenti sociali di fine anni sessanta e di quelli armati della fase successiva.

IL LIBRO PROCEDE alla comparazione italo-tedesca «per contrasto», piuttosto che per similitudini, e per questo offre una resa di complessità che consente la comprensione di un tema che nella sfera pubblica è tanto dibattuto quanto scarsamente inteso nella sua profondità, limitato dai campi duali garantisti contro giustizialisti o fautori della ragion di Stato contro esegeti della ribellione.
Di Fabio si sottrae all’abbraccio esiziale di questa dinamica e nello stesso tempo, sostanziata da una documentazione consistente e innovativa, non rinuncia ad esprimere, con chiarezza e solide ragioni interpretative, la sua lettura d’insieme del fenomeno.
Così le leggi speciali sull’ordine pubblico promulgate in Germania nel giugno 1968 dal primo governo di Grosse Koalition segnano da un lato una limitazione di fatto delle libertà fondamentali dei cittadini e dall’altra si propongono la sedimentazione di una prassi di costituzionalizzazione anti-totalitaria (ovvero anticomunista e antifascista) funzionale allo sblocco del sistema politico dell’alternanza e a un processo d’integrazione organica del movimento operaio nel quadro del sistema economico capitalista. Da qui discende la seconda fase emergenziale tedesca (1969- 1972) promossa, non a caso, dal cancelliere socialdemocratico Willy Brandt e calata da un lato nel contesto estero della Ostpolitik e dall’altro in quello interno della contestazione studentesca.

IN ITALIA, LE CONDIZIONI si presentano molto diverse e Di Fabio individua i punti di rottura che differiscono il quadro nazionale del nostro paese da quello della Germania, primi fra tutti il protagonismo del movimento operaio (oggetto di un’integrazione negativa e vissuto sistemicamente come «nemico interno» in chiave anticomunista) e poi l’anomalia terroristica dello stragismo che iniziata a Piazza Fontana il 12 dicembre 1969 si protrasse per oltre un decennio accompagnando movimenti di natura eversiva e golpista e rappresentando un unicum nell’Europa occidentale.

TUTTAVIA L’EMERGERE di una legislazione speciale sull’ordine pubblico in Italia non matura all’interno di una contrapposizione frontale tra ordinamento costituzionale e spinte eversive di carattere autoritario, che ebbero in larga parte una natura e una matrice d’origine interna ai corpi di sicurezza dello Stato, ma al contrario si definisce attorno alla nozione di controllo dei movimenti politici e sociali della sinistra storica e della sinistra extraparlamentare.
Il 1974 segnò in questo senso un primo tentativo d’inversione di tendenza, sotto la spinta di drammatici eventi come la strage di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio e del treno Italicus del 4 agosto, con lo scioglimento formale dell’Ufficio Affari Riservati guidato da Federico Umberto D’Amato e quello dei gruppi neofascisti come Ordine Nuovo prima e Avanguardia Nazionale poi.
Entro quest’arco temporale viene promossa la legislazione d’emergenza sull’ordine pubblico che scandisce modi e tempi dell’avvicinamento del Pci al governo, con i comunisti contrari alla «Legge Reale» nel 1975 e poi schierati su posizioni «d’ordine» contro la sua abolizione nel referendum del 1978 promosso dal partito radicale.

I DIVERSI TENTATIVI di riforma e riorganizzazione degli apparati di sicurezza nazionali, che caratterizzarono gli anni dal 1974 al 1981, non riuscirono a rompere la «duplice discordanza democratica» italiana determinata da un lato dalla continuità di uomini e prassi di controllo politico derivanti dalla struttura statale ereditata dal fascismo e dall’altro la determinazione geopolitica anticomunista che poneva gli organi di sicurezza del paese nella peculiare condizione di considerare larga parte dell’opposizione parlamentare e costituzionale come un problema di ordine militare, secondo una logica concettuale espressa in modo esplicito dal generale Mario Arpino, capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, che in commissione stragi alla fine degli anni novanta affermò in modo non equivocabile: «Piaccia o non piaccia, ancora negli anni ottanta, per noi (militari) un terzo del Parlamento italiano (il Pci) era il nemico».
Nella parte conclusiva della sua ricerca Di Fabio coglie nella cooperazione antiterrorismo italo-tedesca degli anni ottanta il nesso che prefigura una misura sempre più transnazionale e delocalizzata dei concetti di sorveglianza, monitoraggio e uso della forza da parte degli Stati in epoca multipolare, preconizzando nuovi modelli e forme di gestione degli spazi e delle categorie del controllo che investono direttamente, in modo critico e contraddittorio, la relazione tra uso del monopolio della forza, «disciplinamento» delle istanze sociali a tutela dell’ordine costituito e società contemporanea.

È ALL’INTERNO di questa dimensione della modernità che sembra estrinsecarsi in modo manifesto la contraddizione principale del conflitto tra libertà e individuali e collettive da un lato e garanzia della «libertà dalla paura» dall’altro.
In questo quadro duale rappresentato da Di Fabio, il riferimento a Norberto Bobbio secondo cui «tutte le azioni relative al diritto di altri uomini, la cui massima non è suscettibile di pubblicità, sono ingiuste» si incontra e confligge con l’idea che la pubblicità delle azioni di controllo renderebbe queste ultime «di impossibile attuazione», richiamando – scrive la studiosa – da un lato la fragilità dello Stato e dall’altro il «trasformismo resiliente delle istituzioni statali che detengono il monopolio legittimo della forza».

* Fonte: Davide Conti, IL MANIFESTO

Dicembre 1951, via Arbe, quartiere Montesacro, Roma. Palmiro Togliatti esce dal villino con Nilde Iotti e la piccola Marisa. La scena è familiare, rassicurante. Ma quando i tre si allontanano un gruppo di uomini entra nella casa e la dissemina di microfoni. Non sono nemici. Sono compagni. Agli ordini del “partito”, in questo caso di Giulio Seniga, vicepresidente della commissione Vigilanza. Ma il segretario non sa nulla. Forse neanche Pietro Secchia, potente capo dell’organizzazione, “togliattiano riluttante”, contrario alla linea della legalità costituzionale che il Migliore ha imposto al Pci.

È l’episodio iniziale dell’ultimo noir storico di Vindice Lecis, Il nemico. Intrighi, sospetti e misteri nel Pci della guerra fredda (Nutrimenti, pp. 194, euro 16). L’autore, una vita da cronista all’Espresso, una seconda vita da scrittore, si basa su documenti in qualche caso inediti, archivi e sullo studio meticoloso della memorialistica sul Pci degli anni 50. Un partito di massa, due milioni di iscritti, tre scuole di formazione nazionali e molte locali che sfornano in 5 anni 61mila dirigenti. Ma il Pci è anche «un paese nel paese», assediato dal sospetto di intelligenza con l’Urss, bastonato nelle piazze, come spiega Secchia in una burrascosa seduta al senato («A Roma sono stati arrestati, dal primo di quest’anno, 868 lavoratori, 1119 sono stati processati in pretura o in tribunale, (…). A Napoli gli arrestati sono stati 407 di cui 308 processati e 99 condannati a pene varie. A Reggio Emilia, 410 arrestati per diffusione di manifestini, sciopero, strillonaggio dell’Unità…»). In piena guerra fredda in comunisti insomma sono il nemico della Dc, il partito di governo. Ma quanti nemici ha davvero Togliatti? È in questo clima che il Pci adotta una serie di rigorose misure interne: sconfina nella psicosi o non ha scelta? Lecis si diverte a descrivere l’apparato riservato, non inventa, non aggiunge, non serve. Nel suo racconto non ci sono cedimenti al complottismo, quello oggi che va alla grande nelle librerie (e nelle urne). Il meccanismo del giallo qui serve per indagare su alcuni punti dolenti della storia della sinistra, per tornare sui luoghi del delitto (politico). L’autore è un comunista italiano (nel senso di piccista) non pentito ma non agiografo. Nel precendente L’infiltrato riflette sulla partecipazione attiva del Pci alle operazioni del generale Dalla Chiesa contro le Br. Qui siamo vent’anni prima: le microspie ’amiche’ a casa di Togliatti nascono dalla necessità di proteggere il capo ma anche dalla ossessiva diffidenza di Botteghe Oscure nei confronti di Iotti, considerata troppo vicina ad ambienti cattolici. In quel periodo il segretario subisce un incidente d’auto, una successiva cura medica sbagliata lo riduce in fin di vita. Stalin non lo ama – è del 50 la “proposta” di andare a dirigere il Kominform, l’ufficio di informazione dei partiti comunisti, per farlo fuori dalla guida del più grande partito comunista occidentale. Dunque a chi risponde Secchia? E a chi Seniga, l’unico che conosce i nomi segretissimi dei compagni ai quali il Pci dà in custodia ingenti somme di denaro – utili in caso di golpe – e che nel 1954 fuggirà con la cassa per inseguire la fantasia di un partito rivoluzionario? Non manca poi l’indagine psicologica sui personaggi e sul vero mistero italiano: chi erano quei comunisti, e come si sono estinti.

Il nemico sarà presentato domani pomeriggio nella giornata finale della nona edizione di Florinas in giallo. Sul tema del ’furto’, variamente declinato, anche quest’anno autori e lettori si sono dati appuntamento nella cittadina logudorese arrampicata sulla collina, non lontano da Sassari, perfetta ambientazione per il festival «L’Isola dei misteri».

* Fonte: Daniela Preziosi, IL MANIFESTO

VENEZIA. «Non sapevo nulla dell’Uruguay – dice Kusturica, qualcuno mi ha detto c’è il presidente che sta guidando il trattore. Mi sono detto: devo conoscerlo». La presenza di Pepe Mujica sul Lido è stato uno degli eventi più emozionanti della manifestazione: due sono stati i film in programma accolti dal pubblico con grande commozione, che raccontano il suo presente e il suo tragico passato di detenuto politico e delineano la sua imponente figura di politico coerente nelle parole e nello stile di vita. Emir Kusturica firma il documentario El Pepe, una vida suprema (fuori concorso), dove ha potuto cogliere precisamente il giorno in cui Mujica il 1 marzo del 2015 ha rimesso il mandato di presidente dell’Uruguay che aveva ricoperto dal 2010, dopo aver ridotto la soglia di povertà del paese dal 25% al 9%, una vittoria che si deve anche alle sue iniziative personali, dedicando il 70% del suo stipendio ai poveri.
Una gigantesca folla lo attende in strada in un abbraccio collettivo, 150 mila persone che applaudono e piangono. «No me voy – risponde lui, stoy llegando»: non vado via, sto arrivando, a significare che la militanza continua. Una militanza che non è mai stata persa, tutto sta a dimostrarlo. Kusturica ascolta in silenzio il racconto di Pepe, nella campagna che circonda la sua casa e che lui cura personalmente alla guida del vecchio trattore, spostandosi anche con la Wolkswagen celestina dell’87, accanto alla moglie, una militante di lunga data anche lei, la senatrice Lucia Topolansky conosciuta alla fine degli anni Sessanta.

Kusturica il rude regista esperto in sarabande zingaresche fuma il sigaro in silenzio, assaggia l’amarezza del «mate» e lo ascolta raccontare in pochi cenni l’estrema solitudine di quei 13 anni vissuti in isolamento in tutte le carceri del paese insieme ai suoi compagni: senza quell’esperienza, dice, sarei stato più frivolo, più ambizioso, più vanesio, ebbro di successo. Invece ha scelto la povertà («non sono povero, semplicemente il denaro non mi serve, posso fare a meno di tante cose inutili»). Accompagna il regista in un grande magazzino, il mall Punta Carretas: proprio nel corridoio centrale dove ora si affacciano i negozi gli dice, c’era il corridoio centrale del carcere.

La gente gli si fa intorno in un grande abbraccio. Insieme agli altri capi della guerriglia urbana che compiva gli espropri proletari (il sistema bancario, dice, «è il grado più alto di delinquenza umana che fa lavorare il denaro degli altri senza lavorare») dal carcere di Punta Carretas evase clamorosamente una prima volta con altri 106 compagni, ma nel ’72 fu tenuto come ostaggio per più di un decennio. Impossibile resistere alla forza della sua oratoria sincera, ne furono conquistati i delegati dell’Onu e perfino Obama.

Una scena da «La noche de 12 años» di Alvaro Brechner

Tra le sequenze di Stato d’assedio di Costa Gavras, per non dimenticare che le dittature in latinoamerica furono originate dal Plan Condor pilotato dagli Usa, racconta e accompagna Kusturica a visitare le piante che coltiva. Con lui ci sono i vecchi compagni di lotta del Movimiento de liberacion Nacional, i Tupamaros Neto (Eleuterio Huidobro) diventato ministro della difesa e Ruso, il poeta e scrittore Mauricio Rosencrof . Pepe, Neto e Ruso sono i tre protagonisti di La noche de 12 años di Alvaro Brechner (Orizzonti) tutte le caratteristiche del genere carcerario sviluppato in un crescendo di grande umanità lungo anni di isolamento, scene riempite con grande abilità, dove l’insegnamento principale è la necessità della resistenza a tutti i costi: sentire parlare i reali protagonisti della vicenda (Huidobro è scomparso da poco) nel doc di Kusturica, rende l’opera ancora più emozionante.

È un film nato da anni di investigazioni e testimonianze, un lavoro sulla memoria che denuncia la detenzione in violazione di ogni diritto umano, di un fatto molto poco conosciuto in un paese dove ancora non si sono fatti i conti con il passato. Pepe Mujica non parla dell’epoca della detenzione, pensa che siano ferite profonde da rispettare, ma non si tira indietro quando deve commentare situazioni politiche come chi gli chiede una soluzione per il Venezuela: «Non so proprio cosa si possa fare, dice, ma ho fiducia nei popoli. A volte i popoli hanno bisogno di aiuto, ma ci sono aiuti che è meglio non avere, il Venezuela saprà uscirne da solo. Noi in America Latina non abbiamo bisogno di sostegno, altri paesi nel mondo ne hanno bisogno. I ricchi del mondo devono capire che esiste il concetto di responsabilità e che i poveri non sono dell’Africa ma dell’umanità».

* Fonte: Silvana Silvestri, IL MANIFESTO

In questa pagina era ripreso un articolo sulla storia di Andrea Pazienza, a firma Lorenzo Rotella e pubblicato sulla testata online The Vision: abbiamo dovuto rimuoverlo, in quanto minacciati di richiesta risarcimento danni dalla testata che lo ha originariamente pubblicato, pur se debitamente  citata e linkata.

Anche il povero Paz, insomma, è stato messo sotto copyright e congelato nel supermercato globale, dopo che hanno distrutto il suo e nostro mondo e resa merce la sua e nostra cultura. Che tristezza. Contiamo sul fantasma di Paz che vada a sbeffeggiarli. E magari sia lui a chiedere i danni a loro.

Il terribile fulmine di vendetta raccontato nel prologo del libro di Marcello Ghiringhelli, La mia cattiva strada. Memorie di un rapinatore (Milieu, pp. 229, euro 15), ricorda quello che attraversa la frase di Carlo Emilio Gadda (Lettere agli amici milanesi): «la sconcia bestia è stata appesa in Piazzale Loreto». Due fatti dello stesso momento storico: il linciaggio di una collaborazionista e l’esposizione del corpo del capo. L’analogia tra i due scrittori si ferma qui. Ghiringhelli scrive i suoi libri raccontando la sua nuda vita vissuta, Gadda si vendicò con le parole contro un dittatore e contro la sua «rinnegata» adesione al primo fascismo.

LA FRENETICA e telegrafica scrittura di Ghiringhelli è agli antipodi del lavoro sulla lingua del «gran lombardo». Costruzione di una sintassi innovativa, lavoro sul lessico con invenzioni neologistiche e sprofondamenti etimologici non riguardano Ghiringhelli, e a noi in fondo non interessa se l’efficace struttura del libro è opera dei curatori o dello scrittore, qui è la vita che parla. La mia cattiva strada racconta l’esistenza dell’autore dal secondo dopoguerra alla fine degli anni ’70, «va letto con mente aperta, come testimonianza tremendamente vera e sincera», sostengono i curatori Davide Ferrario e Marilena Moretti.

Ragazzo proletario della periferia torinese intrisa di sentimenti antifascisti, tra ribellione, fame, cure in manicomio con l’elettroshock, e poi la fuga in Francia, legionario a 17 anni durante la guerra algerina, «carnefice e carne da cannone», fa in tempo a «vergognarsi» e a fuggire ancora, entrando nella mala, con scorribande tra Milano e Parigi. Poi ancora imprenditore a Torino, dove si accorge che la «cattiva strada» è più onesta dell’accumulo del plusvalore e la ripercorre per qualche decennio, tra rapine e amori. È un libro mozzafiato dove l’avventura e le scelte esistenziali lasciano spazio a una visione politica, a un’analisi di classe, che lo porteranno, a inizio degli anni ’80, quando il libro si chiude come a preannunciare un seguito, alla militanza nelle Brigate Rosse.

«È un libro all’insegna del banditismo, con storie d’affare e malaffare, quelle storie che non si leggono sui giornali», dichiara l’autore. Prima che gli archivi di polizia vengano rispolverati e le vite degli «uomini infami» siano rilette dagli storici, un senza-storia racconta la propria storia. L’attenzione al particolare della microstoria permette di accedere a verità altrimenti inattingibili e di scoprire aspetti del passato che rischiano di andare perduti.

QUESTA MICROSTORIA scuote «più fibre di quante ne solleciti quella che normalmente chiamiamo letteratura», come scriveva Foucault a proposito dei documenti analizzati in La vita degli uomini infami. Anche nella scrittura di Ghiringhelli «è tale la stringatezza delle cose dette, che non si sa se l’intensità che le attraversa dipenda maggiormente dal risplendere delle parole o dalla violenza dei fatti» che in esso si agitano.
Leggendo questo memoir denso di termini gergali dell’argot e di vari idiomi, viene da chiedersi se nel meritevole catalogo della Milieu non possa trovar posto la traduzione di Les princes du jargon di Alice Becker-Ho, un testo fonmdamentale, come sostiene Giorgio Agamben, per rimettere in discussione «la catena esistenza del linguaggio-grammatica (lingua)-popolo-Stato».

* Fonte: Marc Tibaldi, IL MANIFESTO

Di umili origini e col cuore in lotta,

vestito di bianco per le vie

affollate di strade e di pensieri,

amavi percorrere idee profonde

come “ eterna beatitudine “

è tutt’oggi eterna la tua figura

di lottatore onesto…,

 

come sagace, il tuo sociale impegno

e quel coraggio che ci hai donato

come resto d’esempio, a chi,

senza lottare muore ogni giorno

sotto colpi di un sole bugiardo

e disonesto.

Tempi presenti. «Galera ed esilio».  Spinoza, Leopardi e il Giobbe biblico, come «piste» di ricerca per vincere il nichilismo dell’epoca

Gran parte del mainstream culturale si è mostrata piuttosto irritata da questo Galera ed esilio, secondo volume di Storia di un comunista, autobiografia che Toni Negri sta scrivendo, con la compagnia, più che con la semplice cura editoriale, di Girolamo De Michele (Ponte alle grazie, pp. 447, euro 19,50).

Ciò che probabilmente ha disturbato il conformismo di certi osservatori, è il fatto che Negri non rispetta per nulla la tradizione dei memoriali dei filosofi «impegnati».

Questi scritti si presentano solitamente in una tonalità melanconica, facendo mostra di una pensosa e «sapiente» distanza con il presente e i suoi conflitti. Negri invece fa tutto il contrario: legge il suo itinerario, di vita, di ricerca e di militanza, iscrivendolo in una storia collettiva, con il preciso intento di ricostruire ipotesi politiche per il presente.

Qui, come nel primo volume (ne abbiamo parlato qui e quindr), la vicenda personale è immersa nella vasta rete delle intelligenze e degli affetti incrociati, degli incontri felici e potenzianti come di quelli tristi o feroci. Al tempo stesso, l’autobiografia diventa uno strumento per riaprire l’interrogazione sul senso politico di un passaggio cruciale: la repressione politico-giudiziaria dei movimenti alla fine degli anni Settanta.

NEGRI INSISTE con forza su un punto: la storia che cominciò il 7 aprile 1979 non è stata solo la testimonianza di un grottesco impazzimento della macchina giudiziaria italiana.

Oltre a un’evidente rottura con i principi dello stato di diritto, s’è trattato di una tragedia del e nel Politico, tutta iscritta in una violenta ragion di Stato.

Il «7 aprile» va considerato un processo politico non solo per la logica dell’emergenza che lo struttura, ma soprattutto perché certifica una rottura insanabile nella storia delle istituzioni repubblicane, mostra tutta la loro incapacità di tessere una qualsiasi relazione con i movimenti sociali, che produca uno sbocco anche solo minimamente innovativo: su questa incapacità istituzionale si concentrerà Negri nel discorso parlamentare del 1983, prima della concessione per pochissimi voti dell’autorizzazione al suo arresto.

Alla ricerca di una soluzione ragionevole, che riaprisse la dinamica Stato/movimenti, si opposero allora troppi attori, in un mondo politico già segnato dalla sua autoreferenzialità, e, come denunciò in aula Stefano Rodotà, dal prevalere «di una meschina volontà vendicativa, e non di una capacità lungimirante di guardare al futuro».

UNA VOLONTÀ in realtà non solo vendicativa, ma anche suicida. La chiusura delle istituzioni in una astratta autonomia del Politico proiettava quella stessa immagine centralizzata e «sacrale» del potere sui movimenti di trasformazione, che infatti furono schiacciati sulla logica dell’accelerazione militare imposta dalle Brigate Rosse.

La lettura brigatista del Politico, in fondo, condivideva con le istituzioni la classica matrice «trascendente» della politica, una visione centralizzata e monopolistica del potere «sovrano»: una concezione che invece i movimenti avevano tentato di ribaltare, in nome della sperimentazione di spazi di autorganizzazione dei nuovi soggetti sociali.

Quella chiusura delle istituzioni fu poi doppiamente suicida per il Partito Comunista: perché, rivendica energicamente Negri, i movimenti nascevano radicati in profondità nelle trasformazioni produttive.

Costituivano certo una metamorfosi complessiva del movimento operaio, ma erano in ogni caso all’interno di quella storia, di una storia comunista: trattarli da «untorelli», fu, per le sinistre, l’inizio della separazione radicale dalla loro gente, che non sarà più recuperata.

Il tentativo dei movimenti dell’«autonomia» di uscire da questa doppia tenaglia che li chiudeva tra istituzioni e brigatisti, si riflette allora in Negri nella ricerca teorica di un diverso sfondo ontologico, che liquidi proprio questa maledetta trascendenza del Politico.

In particolare, l’incontro con tre figure permette di rilanciare la ricerca: Spinoza, Leopardi, e il Giobbe biblico.

IN ANNI SEGNATI dai «viaggi» nei penitenziari italiani, dal confronto con la violenza all’interno delle carceri, dagli scontri laceranti che accompagnano la ricerca di una via politica di uscita alla vicenda processuale, Negri riesce a far emergere una forte concezione produttiva e costitutiva dell’essere: il che non ha nulla a che fare con un qualche ottimismo finalistico o con la cancellazione del negativo.

Si tratta piuttosto, per Negri, di rifiutare l’interiorizzazione della sconfitta storica, che pure era stata gravissima e aveva travolto vite e speranze: ma andava compresa intellettualmente e politicamente, resistendo alla tentazione di consegnare anche la sconfitta a una logica della trascendenza, trasformandola in una sorta di destino.

PROPRIO NEGLI ANNI in cui una parte del pensiero europeo torna a fare del nichilismo il suo orizzonte ultimo, Negri trova invece in questa concezione costitutiva e produttiva dell’essere, il passaggio necessario per rilanciare l’inchiesta: si tratta ora di analizzare la profonda ristrutturazione capitalista tra gli anni Settanta e Ottanta, in modo da leggervi le nuove forze che l’attraversano e che cominciano a comporre nuove resistenze e nuove sperimentazioni.

Alla ricerca ontologica corrisponde, quindi, negli anni trascorsi in Francia – in esperienze come quelle della rivista Futur antérieur, ma anche in molta attività di ricerca sul campo – una rinnovata inchiesta sui nuovi distretti produttivi, sulle reti cognitive e metropolitane: le nuove macchine che informatizzano la forza lavoro.

Attorno a questi nuovi dispositivi, al tempo stesso di sfruttamento e di soggettivazione, si sviluppa quell’incrocio tra l’operaismo e il poststrutturalismo di Foucault e Deleuze/Guattari, che produce l’orizzonte teorico attorno al quale si svilupperà Impero (ultima tappa di questo secondo, e non ultimo volume): un orizzonte in qualche senso «postmoderno», ma profondamente materialistico e, ancora una volta, pur nella radicale trasformazione delle modalità di produzione, chiaramente di classe.

SOLO L’INCHIESTA di queste nuove forme della produzione, ha permesso negli anni Ottanta, di tentare un’uscita in avanti dalla crisi e dalla repressione.

Solo seguendo il filo tracciato dalle soggettività che muovono queste nuove relazioni produttive, è stato possibile attraversare la trasformazione neoliberale senza né piegarvisi da subalterni e trasformisti, né ritirarsi in una infinita meditazione sulla sconfitta, senza energia e senza speranza.

L’emergere prima dei grandi scioperi francesi della metà degli anni Novanta, poi del movimento no global transnazionale, avrebbe confermato che quanto intravisto dall’inchiesta aveva una sua solidità materiale.

Così, per noi tutti impegnati nelle lotte dell’oggi, è indispensabile continuare ad approfondire questa modalità di inchiesta nata nel deserto degli anni Ottanta.

Proseguire l’indagine all’interno dei nodi precari, intermittenti, ma al tempo stesso estremamente socializzati, dell’organizzazione contemporanea del lavoro.

COMPRENDERE finalmente le metamorfosi del lavoro vivo è il solo modo per provare a dare un qualche futuro alla “storia dei comunisti”: o, più semplicemente, per ritrovare il filo delle lotte della forza-lavoro, dove e come realmente si danno, superando le fratture storiche, che furono provocate dalla radicale incomprensione delle trasformazioni nel corpo della classe, da parte delle forze che avevano storicamente preteso di rappresentarla.

FONTE: Giso Amendola, IL MANIFESTO

Una storia iniziata fra i ragazzi che volevano scrivere la loro rabbia su semplici fogli ciclostilati, continuata tra coloro che tentarono di dare un senso comune a una battaglia ideale contro gli stereotipi di una società bigotta e terminata tra quelli che capirono anzitempo che il castello di sabbia si stava sgretolando. L’esperienza della stampa underground italiana durò poco più di dieci anni, influenzata inizialmente da movimenti internazionali come il Dada, i Provos olandesi ed i beat americani, brillò subito di luce propria con riviste quali “Mondo Beat”, “Pianeta Fresco”, “Re Nudo”, “Oask?!” e tantissimi altri titoli che riuscirono a portare alla ribalta un altro linguaggio, un’altra grafica, un altro mondo fatto di poesia, rivendicazioni, fumetti e musica. Una storia narrata come un romanzo in cui vengono presentati tutti i personaggi e gli avvenimenti, i luoghi e le battaglie che hanno fatto della carta e delle riviste un mezzo del tutto nuovo di comunicazione attraverso sperimentazioni e avventure mai viste prima. Milano, Bologna, Torino, Lucca.

In ogni parte dell’Italia si muove qualcosa di nuovo che ancora nessuno ha mai voluto del tutto riportare a galla e che adesso trova una sua narrazione fatta di passione e incoscienza.

Un formato originale e colorato, grande e arioso, per un volume arricchito dalla prefazione di Federica Boràgina e dalle illustrazioni di Andrea Chronopoulos.

Un viaggio unico e avventuroso fra le pagine ed i desideri di un periodo che, ancora oggi, dimostra che la forza delle idee e la volontà di cambiamento avranno sempre uno spazio vitale entro cui sprigionare una fantasia.

La presentazione del volume può essere anche uno spettacolo accompagnato da musica e immagini su cui inserire la narrazione di una storia di cui non avete mai immaginato l’esistenza e che vi lascerà senza parole. Tutte le riviste nate tra il 1966 ed il 1979 lungo la penisola sono raccolte in un censimento in appendice del libro.

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Gli autori

Francesco Ciaponi nasce sulle rive dell’Arno, vive a Santa Croce e resta assurdamente appiccicato alla sua terra faticando ogni volta ad allontanarsene. Studia e si laurea in Storia della Stampa e dell’Editoria all’Università di Pisa. Nel 2001 iniziano le pubblicazioni di Friscospeaks, fanzine a collage che uscirà in 11 numeri fino al 2008 in cui si affrontano le tematiche ed i personaggi dell’undergroud made in U.S.A. degli anni Sessanta e Settanta. Collaborare per circa 3 anni, 2004- 2007, alla rivista mensile Vintage con una rubrica sulla poster art internazionale. Oltre ai 2 numeri unici della rivista annuale Il Farfisa sulle tendenze comunicative del II° Millennio, Ciaponi collabora alla realizzazione di due saggi dal titolo Il romanzo americano e la guerra e Perché sia possibile editi da Edizioni Plus. Nel 2010 fonda, insieme all’amico Andrea Pacini, Italian Poster Rock Art, l’archivio italiano della poster art. Nel 2016 riesuma lo storico marchio di battaglia per fondare le Edizioni del Frisco: piccola editoria indipendente che esordisce con nel 2017 con il volume dal titolo “The Big Lebowski Art Collection”, una raccolta di illustrazioni e grafiche di 68 illustratori provenienti da tutto il mondo. Nel 2018 da vita insieme ad Andrea Pacini al progetto Il Grande Yeah: piccole produzioni independenti fatte con cura, un’idea che potete scoprire su www. ilgrandeyeah.com.

Federica Boràgina è dottoranda in storia dell’arte contemporanea presso l’Università di Torino dove svolge un progetto di ricerca dedicato all’editoria d’artista e alla controcultura negli anni Sessanta. Laureata e specializzata in Storia dell’arte contemporanea all’Università Cattolica di Milano, scrive per la rivista Titolo, è autrice di Fabio Mauri, che cosa è, se è, l’ideologia nell’arte (Rubettino editore, 2012) e, con Giulia Brivio, di Interno Domestico (Fortino Editions, 2013) e del progetto editoriale Boîte. Le sue ricerche sono principalmente dedicate alle vicende artistiche degli anni Sessanta e Settanta e all’editoria d’arte contemporanea. Ha svolto il ruolo di assistente curatore per il Padiglione Italia alla 55 Biennale d’arte di Venezia e, dal 2011, collabora come assistente curatore con le collezioni d’arte del Novecento di Intesa Sanpaolo.

Andrea Chronopoulos è nato nel 1990 ad Atene, si diploma nel 2011 allo IED di Roma in illustrazione e animazione 2D. Membro fondatore di Studio Pilar, associazione culturale e etichetta di autoproduzioni editoriali. Lavora come illustratore freelance per diversi ambiti come ‘animazione, libri per ragazzi e illustrazioni editoriali per magazine. Tra i suoi clienti: GQ, The New York Times, the Atlantic, MIT Technology Review, Fred Perry, EasyJet Traveller, L’Ultimo Uomo.

 

Edizioni del Frisco
Via Brunelli 9
56029 Santa Croce sull’Arno (PI) – ITALIA –
MAIL: info@edizionidelfrisco.com
SITO: www.edizionidelfrisco.com
TEL: +39 3471948132

 

 

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