Libri, arti & culture

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Con due volumi collettivi, Effetto Italian Thought (a cura di Enrica Lisciani-Petrini e Giusi Strummiello, pp. 268, euro 22) e Decostruzione o biopolitica? (a cura di Elettra Stimilli, pp. 142, euro 18) prende l’avvio un ambizioso progetto collegato alla collana Materiali IT della casa editrice Quodlibet, che vorrebbe «rendere conto dell’importanza assunta nel panorama filosofico internazionale dal pensiero italiano contemporaneo («Italian Theory» o «Italian Thought»)».
Il disegno, in stretta correlazione con la produzione filosofica di Roberto Esposito, può essere sintetizzato lungo tre direttrici. In primo luogo, un tentativo di definire in modo più stringente il campo della «Italian Theory», sorto a partire dal successo in ambito internazionale di un certo numero di pensatori italiani, in prevalenza afferenti al cosiddetto post-operaismo: l’Italian Thought sembra voler focalizzare, pur senza esclusioni preconcette, l’attenzione sulla produzione filosofica che si riconosce erede dell’operaismo trontiano e si interseca con la ricerca del «secondo» Foucault biopolitico.

AL TEMPO STESSO, l’Italian Thought ambisce a un confronto con altre tradizioni del pensiero contemporaneo dalla vocazione pratico-politica, in particolare il post-strutturalismo francese, all’interno del quale viene impostata una scelta di amicizie che sembra privilegiare la ricerca di Michel Foucault rispetto al decostruzionismo derridiano e al pensiero di Deleuze.
Infine, l’Italian Thought ambirebbe a un’estensione storica, recuperando al proprio interno quella vasta parte della tradizione nazionale che pone la attenzione al tema del linguaggio e alla vocazione pratico-politica del pensiero: a costruirsi, insomma, una genealogia che da Dante, attraverso Machiavelli, Bruno e Vico, giunge fino a Mazzini, Gramsci e Croce, e infine Pasolini. Una «filosofia della ragione impura», per usare le parole di Remo Bodei, cui viene demandato il compito di tracciarne una prima mappa.

È proprio l’orientamento verso la prassi a consigliare una via preferenziale nel confronto tra Derrida e Foucault (e Agamben): con equilibrate parole Simona Forti, dopo aver rimarcato che «in nessun caso la vita può essere sottratta ai dispositivi che la catturano, la allontanano e la dividono da se stessa, semplicemente perché per Derrida è una bestemmia pensare a una vita integra, salvata dal suo continuo differire, dalla morte», conclude che «non è tra biopolitica e decostruzione che si gioca la partita, ma, ancora oggi, il discrimine è da vedersi tra una filosofia che ritiene di poter esaltare la potenza della vita per scongiurare il potere della morte e una filosofia che rimane convinta della loro inevitabile coappartenenza». Con tono quasi affettuoso, Esposito sembra così prendere congedo da quella decostruzione che «è stata la nostra giovinezza» per riconoscere che «oggi, in un mondo che cade a pezzi, la decostruzione non basta più». E rilanciare la sfida in «quell’estremo fuori che ci ha indicato Foucault». Una scelta di campo che sembra condivisibile, alla luce degli esiti di alcuni decostruzionisti italiani verso una condivisione acritica e cinica del terreno sicuritario.

IL RIFERIMENTO al «mondo a pezzi» introduce la tonalità politica che anima la proposta di Esposito, e al tempo stesso innerva il suo confronto con Toni Negri. A fronte della «prima grande crisi politica della globalizzazione», lo «sgretolamento del paradigma imperiale determina uno sfaldamento anche delle due categorie, che dialetticamente ne derivano, di ’moltitudine’ e di ’comune’». Negri peccherebbe di eccessivo ottimismo nell’ipotesi che il capitalismo cognitivo determini le condizioni del suo superamento: un positivo che, come per Deleuze, si basa su un’ontologia radicalmente affermativa, ed esclude «la determinazione legata alla realtà del negativo».

IL DISEGNO DI ESPOSITO si configura così come una sorta di «secondo operaismo» che recupera al proprio interno Hobbes e una dialettica del negativo che oscilla fra il giovane e il maturo Hegel. In ogni caso, Hegel: non Marx. Ed è qui che si aprono i problemi, come Negri mette in luce nella sua replica. Problemi che nascono sin dalla delimitazione del campo, giacché già parlare di post- o secondo operaismo è una scelta in qualche modo orientata verso l’accettazione della separazione fra prassi militante e pensiero operata da Tronti all’indomani di Operai e Stato; non a caso Negri direbbe che in realtà c’è sempre stato un solo operaismo, dal quale Tronti e altri hanno preso congedo. Una scelta fatta propria, negli anni Ottanta, da quella «costola destra» del Centauro che, in parallelo col pensiero debole, pur nella diversità dei padri putativi (Schmitt e Hobbes per gli uni, Heidegger per gli altri), ricondussero il pensiero dal terreno delle lotte nel più rassicurante recinto dell’Accademia, con buona pace di Lisciani-Petrini, che crede di ravvisarvi (riferita al pensiero debole) «una salutare dissacrazione di tutta una serie di procedure intellettuali sclerotizzate». Fatto è che i concetti di Negri non sono deduzioni dialettiche, ma figure del reale: il comune non scaturisce dalla mente del filosofo, ma è «il prodotto di un agire comune».

COSÌ COME UNA LETTURA delle lotte nell’epoca del capitalismo cognitivo «dall’interno» e non dalla superficie dei libri, mostra come sia tutt’altro che pacifica, liscia e priva di conflitti la sussunzione del patrimonio cognitivo e inventivo da parte del capitalismo finanziario: ma quello di «trasformare l’egemonia tendenziale del lavoratore cognitivo in potenza attuale, trasversale di tutta la classe dei lavoratori» (compito che, con buona pace dei populisti odierni, coinvolge l’intera società messa al lavoro) è, per l’appunto, un compito politico, non un’impresa concettuale. Che richiede una militanza organizzata sul piano globale, piuttosto che una «teoria» (o un «pensiero») nazionale: altrimenti la vocazione alla prassi finisce per reintrodurre il peggior Gramsci, quello togliattizzato, e con lui la vocazione dell’intellettuale a farsi mosca cocchiera, piuttosto che a sporcarsi le mani nella prassi.
Da qui una serie di altre perplessità: ha senso irrobustire l’albero genealogico fino a includervi Croce (mentre risuona assordante l’assenza di Leopardi e del femminismo italiano), accomunando pensatori sovversivi e pensatori interni all’egemonia delle classi dirigenti nazionali? Ha senso, a fronte della pluralità di intersezioni filosofiche nelle quali, con un positivo eclettismo sempre orientato dalla stella polare marxiana, provengono Negri e l’operaismo (senza prefissi), ridurre il campo delle possibili alleanze, rinunciando alla produttività del costruttivismo deleuzeano e ignorando la figura di Guattari, al quale si devono le pagine di riflessione linguistica nelle opere «comuni»?

HA SENSO, se ciò cui si mira è la coerenza teorica, piuttosto che il rischio di una reale impurità: ma se alla fine, col negativo dialettico si finisce per approdare dalle parti di Žižek e Lacan, il gioco vale ancora la candela? Che il problema dell’Edipo sia superato dalla società del controllo (così Bazzicalupo), è davvero pacifico? O non è piuttosto vero che le forme del controllo manifestano una produzione di significanti dispotici – dunque di quell’Edipo che è prodotto – che proprio Deleuze, nel suo fulminante scritto sulla società del controllo, intravede, collegando la riflessione di Foucault (senza numeri ordinali) ai temi dell’Alti-Edipo e di Mille piani?
In definitiva, ciò che appare è che sia quantomeno opinabile che questo ambito di pensiero – costruito attorno alla riflessione di Roberto Esposito – abbia gambe e testa adeguate al compito che si prefigge: compito troppo vasto per essere svolto sul solo piano della teoria senza rimboccarsi, in tutti i sensi, le maniche.

FONTE:Girolamo De Michele, IL MANIFESTO

Thomas Piketty ha avuto un successo planetario nel 2013 quando ha pubblicato il ponderoso volume Il Capitale nel XXI secolo, esito di anni di ricerche condotte insieme a Emmanuel Saez sulla distribuzione del reddito e sulla sua crescente diseguaglianza. Come spesso succede in questi casi, una volta diventati intellettuali di riferimento, si è invitati dalle redazioni dei quotidiani nazionali a commentare la situazione socio-economica.

A QUESTO DESTINO non è sfuggito lo stesso Thomas Piketty e nel corso del periodo 2013-2016 ha pubblicato diversi articoli su Le Monde e Libération. Questi testi sono stati pubblicati in francese nel libro Aux urnes citoyens! (ed. Les LIens qui Libérent) in vista della passate elezioni presidenziali. Ora, grazie alla traduzione di Alberto Cristofori, sono disponibili al pubblico italiano nel libro Capitale e disuguaglianza. Cronache dal mondo (Bompiani, pp. 240, euro 14), raccolti in quattro parole chiave per comprendere il mondo di oggi: capitale, disuguaglianza, sicurezza ed Europa.

NELLA PRIMA PARTE, «il capitale», Piketty affronta, partendo dai paesi Brics (Cina, India, Brasile, Sud Africa), come i processi di finanziarizzazione, non differentemente da ciò che avviene in Usa e in Europa, incidano e abbiano inciso sui pattern di crescita economica e sulla diseguaglianza nella distribuzione del reddito. Da una lettura congiunta di questi testi (scritti in periodi diversi), anche se non esplicitamente affermato, si evince che i mercati finanziari favoriscono un processo di convergenza e di omogeneizzazione di diverse realtà territoriali, stretto tra la ridefinizione delle stesse gerarchie finanziarie e il loro crescente potere autoritario.
La seconda parte ha come referente il tema della disuguaglianza, che è stato al centro dell’attività di ricerca di Piketty. Le tesi sono note: nel corso degli ultimi 4 decenni abbiamo assistito a una polarizzazione di redditi così elevata da divenire il principale fattore di instabilità del capitalismo contemporaneo.

GLI ARTICOLI TRATTANO la questione a livello globale, dagli Usa (situazione caratterizzata dal sorgere di potenti oligarchie economiche), all’Europa (stretta negli effetti perversi delle politiche di austerity), alla Cina (dove la crescente diseguaglianza interna è anche l’esito di una potente spinta tecnologica) e infine alla Francia, nel momento del dibattito politico elettorale. Piketty è stato consigliere economico del candidato socialista Hammond, sostenitore della necessità di introdurre una misura di reddito di base, pur se condizionata e in funzione anti-povertà.
Anche il tema della sicurezza, trait d’union degli articoli che compongono la terza parte del volume, era (ed è) in Francia un argomento assai rilevante della campagna elettorale. Piketty afferma che la sicurezza sociale ed economica è il miglior antidoto contro le pulsione islamofobe e razziste che stanno caratterizzante l’attuale fase. Lo sguardo è anche rivolto ai paesi del medio oriente, dove maggiormente si sono sviluppate quelle derive estremiste e jihadiste che hanno colpito più volte l’Europa e la stessa Francia. Come in Europa, in questi paesi (il case-study è l’Egitto) è la mancanza di una rete di sicurezza sociale a causare un’iniqua distribuzione del reddito e ad alimentare il terrorismo islamico. Di conseguenza, è solo con la sicurezza economica che è possibile garantire quella territoriale.

IL TEMA SICURITARIO rimanda alle frontiere europee, chiave di lettura sempre più rilevante per analizzare la miopia delle politiche d’austerity ancora oggi vigenti in Europa. La critica di Piketty, fervente europeista, è rivolta essenzialmente alla leadership europea e alla sua governance politica. Le politiche d’austerity, invece di favorire il superamento di una crisi finanziaria importata da oltre oceano, l’hanno aggravata in un circolo vizioso che, se non ha dato il colpo di grazie all’Unione europea, è stato in parte risolto dalla gestione della Bce da parte di Draghi. Ma ciò non può essere sufficiente se il QE non è accompagnato dalla «costituzione di una camera parlamentare della zona euro, che potrebbe anche votare un’imposta comune sulle imprese e un bilancio della zona che permetta di investire in infrastrutture e nelle università». In altre parole, accompagnare la politica monetaria unica con una politica fiscale unica, a partire a uno zoccolo di paesi guida (Francia, Germania, Spagna, Italia).
C’è un aspetto che Piketty, tuttavia, prende poco in considerazione, ovvero i cambiamenti strutturali che hanno investito il processo di valorizzazione e di accumulazione dopo la crisi del fordismo, cambiamenti che hanno inciso profondamente sulla stessa nozione di capitale e sui fondamenti della stessa distribuzione del reddito.

FONTE: Andrea Fumagalli, IL MANIFESTO

Non ci si può certo lamentare che del «comune» non si parli abbastanza. Non nei Parlamenti, certo. Ma nelle università e nei centri di ricerca in economia e in filosofia, sembra divenuto topos centrale. Si può malignare che appena si impone un tema rivoluzionario qual è il «comune», si scatenano tentativi istituzionali per neutralizzarlo.
Il libro di Carlo Vercellone, Francesco Brancaccio, Alfonso Giuliani e Pierluigi Vattimo – Il comune come modo di produzione (ombre corte, pp. 230, euro 20) – rappresenta una solida barriera eretta contro ogni recupero e un riuscito esperimento per darci un’immagine concreta del comune. Meglio, ci offre una discussione critica del suo concetto, dell’astrazione che lo estrae dal reale, per aprirla a un dispositivo di soggettivazione politica. Oltre a fornire un originale approccio scientifico al «comune», questo libro possiede anche una forte tonalità pedagogica e politica.

PER ORDINARE LA LETTURA del libro, scritto da quattro autori (che perciò contiene qualche utile ripetizione), dividiamolo in quattro parti: una prima decostruttiva delle teorie del comune afferenti all’ideologia economica individualista e/o socialista; una seconda parte costruttiva del concetto di «comune come modo di produzione»; una terza che affronta il tema del «diritto del comune»; e una quarta che sviluppa la problematica del comune nell’economia digitale e della conoscenza.
È noto come nell’ambito delle teorie economiche a fondamento individualista la stessa possibilità del «comune» sia stata trasformata in «tragedia», in catastrofe sociale dal paradosso di Harding, e prudentemente recuperata dalla Ostrom e dalla sua scuola, affidandola alla «buona volontà». Quanto ai prudhoniani Dardot/Laval, il comune è analizzato come idea, ragionevole ed eticamente doverosa, da costruire componendo immaginazione sociologica e militanza politica. A confronto con queste figure ideologiche, Vercellone e i suoi compagni rinnovano l’analisi realistica della «macchina» che produce il comune. Le trasformazioni del lavoro, la sua cognitivizzazione e la sua qualificazione biopolitica, da un lato, e, dall’altro, le nuove strutture tecnologiche della produzione costituiscono base fondamentale del configurarsi del comune come «modo di produzione» – alla stessa maniera nella quale lo erano la «manifattura» o la «grande industria» nella classificazione marxiana.

Ma la determinazione sociologica e tecnologica non è sufficiente. È alla lotta di classe che si svolge nel sociale per l’appropriazione di quote di reddito e di welfare, che è riconosciuto un ruolo fondamentale nella costruzione del comune. «Quando i saperi vivi, incorporati e mobilitati dal lavoro svolgono nell’organizzazione sociale della produzione un ruolo preponderante rispetto ai saperi morti, incorporati nel capitale costante e nell’organizzazione manageriale dell’impresa»; «quando l’espansione dei servizi collettivi, permette la formazione di quelle che possiamo chiamare intelligenza collettiva o intellettualità di massa»; insomma, «quando dallo sviluppo di un’economia fondata sulla conoscenza comincia a liberarsi ’tempo’ come forza produttiva immediata» allora si sperimenta la maturazione del nuovo modo di produrre: cognitivo, cooperativo, affettivo, dunque ’comune’».

È CARATTERISTICO del pensiero di Vercellone insistere sulla funzione costitutiva di quelle che chiama «produzioni dell’uomo per l’uomo»: dall’occupazione che l’operaio sociale ha compiuto del terreno produttivo e riproduttivo e dalla nuova forma del «salario», estesa al welfare, si esprime così la nuova faccia dell’operaismo, che ridefinisce la formula: «sono le lotte che producono lo sviluppo». Ma che determinano anche la crisi: si spiegano infatti così «le tensioni economiche e sociali provocate dal proseguimento di una politica di trasformazione delle produzioni dell’uomo per l’uomo in beni privati. Essa rischia di destrutturare le condizioni più essenziali alla base della riproduzione di un’economia fondata sulla conoscenza».

IL CAPITOLO sul «diritto del comune», scritto da Francesco Brancaccio, muove dal primato accordato alla prassi sociale e cooperativa, nella teoria operaista del comune, per costruire il riconoscimento giuridico dei «beni comuni» nell’ordinamento attuale e per aprire alla possibilità di concepirli come potenze che compongono il modo di produzione in via di emersione. Due dispositivi della trattazione.
In primo luogo, un’insistenza continua, alla maniera di Pashukanis, per evitare la riduzione del concetto di comune alla fissità di una «proprietà comune», di un terzo modello di proprietà – cercando piuttosto di definire un «regime di inappropriabilità», istituito per proteggere l’accumulazione di stock di sapere, di risorse, di prodotti dalla loro espropriazione capitalistica.
In secondo luogo, il discorso si muove tra l’affermazione del concetto (il comune non è proprietà) e la determinazione teorico-politica di oltrepassare gli ostacoli che il diritto attuale pone a ogni superamento della proprietà privata (o pubblica). Mi sembra che la definitiva conclusione («la proprietà comune non si definisce come un concorso di diritti di proprietà ma come il prodotto di un insieme molteplice di diritti e di pratiche d’uso») costituisca un forte stimolo ad avanzare – componendo un quadro che, dopo aver dissolto il «terribile diritto» in un bundle of rights, lo percorre come dispositivo di soggettivazione comune.
«L’uso determina un vincolo di destinazione del bene o della risorsa nel senso dell’inappropriabile. Questo vincolo (come ricorda Paolo Napoli) non è negativo ma positivo, perché si rivela come un moltiplicatore di possibilità. Non appropriarsi di una ’cosa’, farne un uso sociale e condiviso, apre all’invenzione positiva di nuove relazioni sociali, di nuove forme di vita. L’abbandono della sfera del proprium non è un limite alla libertà ma un suo potenziamento».

QUANTO PIÙ L’ANALISI avvicina conclusioni politiche, tanto più diventa prudente. È un buon segno – significa che la discussione sul comune esce dalle biblioteche e diventa terreno di programma costituente. Questo ondeggiamento fra il teorico e il pratico, lo si verifica in più larga misura quando Vercellone e Giuliani affrontano l’ultima serie di problemi: il comune e l’economia digitale. Qui la lotta di classe per l’appropriazione della tecnologia e dei suoi usi viene in prima linea. Vercellone/Giuliani fissano tre tappe logico-storiche nello sviluppo della rivoluzione informatica e dei nuovi commons della conoscenza: una fase nella quale le principali innovazioni sorgono sospinte dal basso; una seconda di stabilizzazione della dinamica di innovazione open-science e open-knowledge, in sempre più chiaro conflitto con il modello proprietario – soccombendo tuttavia alle politiche dei grandi oligopoli, pur consolidando forme giuridiche originali come il copyleft. Si è aperta ora una terza fase, nella quale «i protagonisti del modello proprietario divengono sempre più consapevoli dei limiti che la logica di chiusura comporta per la loro stessa capacità di innovazione… Per supplire a questa impasse il capitalismo digitale e bio-tecnologico mette in opera strategie che cercano di recuperare al suo interno, per imitazione e cooptazione, il modello dei commons».

UNO SPUNTO di ottimismo c’è qui nel riconoscimento che l’innovazione nasce fuori (come già ha visto Christian Marazzi) dal circuito di impresa e se l’impresa riconcorre l’innovazione, riesce a riconquistarla pagando un prezzo altissimo all’apertura, all’invenzione e alla libertà dei nuovi commons. Non è un’illusione quella di poter rompere la gabbia. Al cenno ottimistico segue tuttavia la consapevolezza che il trittico commodification, propertization e corporatization che costituisce l’anima dell’iniziativa capitalista, resta comunque dominante. Come resistervi?
Ci sono obiettivi, impiantati sull’affermazione che la proprietà intellettuale deve essere abolita, che possono comunque fin da ora essere proposti. Ad esempio, l’interdizione della brevettabilità di tutti i beni informazionali e del vivente, una forte tassazione sui brevetti, ecc. Vi pare poco? Cominciamo, sostengono i nostri compagni: «i differenti appunti di questa agenda potrebbero costituire una potente contro-tendenza rispetto al trittico padronale, contribuendo a liberare l’economia della conoscenza dal peso della rendita e dai principali lacci della regolazione neoliberista del capitalismo cognitivo».

FONTE: Toni Negri, IL MANIFESTO

È ormai opinione condivisa che la categoria della «crisi» sia penetrata a tal punto da diventare uno strumento di controllo e di disciplinamento di stampo ordoliberista. Per rispondere alla crisi si impone l’austerity e si limitano i meccanismi democratici; si smantella il welfare e si rimuovono diritti sociali consolidati. La crisi si presenta dunque come liquefazione della modernità statuale alimentando il vivace dibattito sulla ricerca della «terza via» del comune. Come emerge dalla lettura di Rispondere alla crisi. Comune, cooperazione sociale e diritto (ombre corte, pp. 154, euro 14), lo sviluppo di nuove pratiche di resistenza interroga i caratteri della trasformazione e suggerisce vie d’uscita.

Curata da Alessandra Quarta e Michele Spanò, si tratta di una raccolta eterogenea di saggi presentati al convegno di Torino del 2015 che ha dato il titolo al libro. L’interesse di partenza era investigare in che modo, sotto le equivoche etichette di condivisione e collaborazione, diversi attori sociali hanno messo in campo fenomeni più o meno istituzionalizzati per soddisfare bisogni e garantire servizi: «una gamma ricca di esperienze di mutualizzazione all’incrocio tra gratuità e profitto, pubblico e privato, locale e globale».

I DIECI SAGGI pubblicati offrono una prospettiva molto ricca sulla cosiddetta sharing economy nelle sue diverse sfaccettature. Si va dalla piattaforme di condivisione online al co-housing, agli spazi di coworking. Come sottolineano i due curatori, «questo modello di produzione e di scambio non esprime il desiderio di un riconoscimento da parte del pubblico». Si tratterebbe piuttosto di un paradossale «pubblicizzarsi di tutto quanto è privato» che impone oggi una «nuova riflessione sull’istituto del contratto e perfino sul negozio» – si veda l’analisi di Quarta sui problemi giuridici posti dal carpolling e dal couchsurfing – in un contesto che Alisa Del Re definisce di crisi del rapporto tradizionale tra cittadinanza e lavoro.

Nel sistema post-fordista il lavoro diventa orizzontale, relazionale e richiede un nuovo autocontrollo della sua qualità che investe la responsabilità personale del lavoratore.
Dall’altra parte, cresce la ricerca di comunità quotidiana e laboriosa di cui il libro fornisce un profilo aggiornato per quanto riguarda il caso italiano. Giacomo Pisani, per esempio, descrive la sharing economy come un sistema caratterizzato «dall’importanza attribuita all’accesso piuttosto che alla proprietà, attraverso la condivisione di beni che altrimenti resterebbero sotto-utilizzati».

NEL COWORKING, in particolare, si coniuga l’innovazione e l’intraprendenza del lavoro autonomo con le possibilità di collaborazione al di fuori delle gerarchie aziendali. Ne consegue un nuovo modello imprenditoriale in cui gli asset appartengono ai soggetti coinvolti – e non a un imprenditore esterno che dirige la produzione – e nelle piattaforme digitali la distinzione tra produttori e consumatori sfuma nei contorni.
Secondo l’autore, tale condivisione struttura un modo di vivere orientato al mutualismo e alla cooperazione che vive dentro il sistema di mercato forzandone le regole del gioco, offrendo nuovi sistema di welfare, oltre che di produzione.
Certo, come è da tempo oggetto di discussione, esistono note piattaforme nelle mani di grosse corporation, per le quali sono state coniate le definizioni di on-demand economy e di gig-economy, che veicolano dinamiche di auto-sfruttamento/capitalismo estrattivo.

Come sottolinea nella postfazione Ugo Mattei, il libro non elude il problema, ma cerca di operare delle distinzioni. Nel 2015 la sharing economy nel suo complesso ha prodotto in Italia un giro di affari di 3 miliardi e mezzo che, stando ai dati forniti da Davide Arcidiacono e Ivana Pais, potrebbe oscillare tra i 14,1 e i 25,2 miliardi entro il 2025.

IL MERITO di questa pubblicazione è mostrare una realtà già oggi molto complessa e popolata da centinaia di piattaforme italiane dal basso, banche del tempo, cohousing – analizzati da Francesco Chiodelli – gruppi di produttori-consumatori e di condivisione di beni e servizi attraverso la rete.

Gli innovatori sociali, descritti da Filippo Barbera e Tania Parisi, vivono nelle grandi città, sono generalmente trentenni e concentrano gli sforzi nel sociale, nella promozione culturale e nel turismo. Siamo quindi di fronte a un sistema dinamico che pone tutta una serie di questioni politiche legate al mutualismo e al municipalismo e alle pratiche di resistenza. Nel suo contributo Antonio Negri lancia la suggestione che «nell’età del lavoro cognitivo» la forza lavoro esprima, a differenza dell’età industriale, un’iniziativa produttiva autonoma che mette il comune davanti al mercato.

DI SICURO c’è che stiamo parlando di un settore per molti aspetti innervato nella storia del cooperativismo e in un sistema produttivo ancora molto tradizionale. Le sfide politiche poste dagli autori dal punto di vista economico-giuridico, e nella varietà delle impostazioni proposte, toccano nodi culturali profondi (identità, comunità, forme di vita) e sono dei punti di partenza concreti.

FONTE: Roberto Ciccarelli e Alessandro Santagata, IL MANIFESTO

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Lunghe e ordinate trecce corvine circondano un viso di ragazza, assorto verso un punto imprecisato. Ha circa quindici anni e i lineamenti, ingenui e perturbati, potrebbero somigliare a quelli di molte sue coetanee, trafitte di sogni davanti al mondo che si sta schiudendo. Sul volto di Magda Minciotti non aleggia però alcuna levità adolescente, piuttosto una postura adulta acquisita tra il 1944 e il ’45, nel periodo della sua prigionia in mano alle SS.

DELLA GIOVANE PARTIGIANA di Chiaravalle, deportata per lavoro coatto nei lager Siemens a Norimberga e Bayreuth, conosciamo il tratto biografico più doloroso grazie al diario di quei mesi pubblicato in un ottimo volume a cura di Anna Paola Moretti. Considerate che avevo quindici anni. Il diario di prigionia di Magda Minciotti tra Resistenza e deportazione (Edizioni affinità elettive, pp. 314, euro 18 – collana di ricerche storiche dell’Istituto Storia Marche) è una testimonianza rara e accorata, sistemata da Moretti che va a confermarsi una delle più attente osservatrici sui temi della storia e memoria delle deportazioni femminili. Come nei volumi precedenti (per esempio La guerra di Mariulì, bambina negli anni Quaranta), al metodo rigoroso l’autrice affianca ipotesi e nessi originali di fonti e contesti, ponendosi non solo nell’ottica della ricostruzione meticolosa bensì della relazione responsabile e generosa di colloquiare con le esistenze scoperte. Non è un caso che la prefazione a questo ultimo contributo sia firmata da Luciana Tavernini che fa parte, insieme ad altre, della «Comunità di storia vivente» di Milano che proprio sulle pratiche di vita e le conseguenti interrogazioni si concentra, un punto politico ineludibile.

Dopo settant’anni di silenzio sulla scrittura che l’ha accompagnata per lunghi mesi negli Arbeitslager nazisti, Magda Minciotti – poco prima della sua scomparsa – consegna i suoi appunti al figlio. Invitata a occuparsene, Anna Paola Moretti consulta quella sessantina di foglietti, il retro di ricevute scadute utilizzate dalla ragazza per cominciare il proprio diario, ricopiato in un quaderno dopo la sua liberazione.

SI APRE UNA VICENDA che cuce lo strazio spaesante della guerra a una strana speranza interiore che l’ha sostenuta. E il pensiero si fa subito grande, anche nello spazio angusto di una condizione di prigionia. A espandersi è un desiderio di sopravvivenza, preghiera terrena e ostinata contro l’ingiustizia e lo sfruttamento disumanizzante. L’ulteriore apparato critico e l’approfondimento delle altre carte private della partigiana danno il senso di una rappresentazione densa e inequivocabile che va a completare un passaggio novecentesco cruciale.

Da Ripe (in provincia di Ancona) quel 23 luglio del 1944, a sole due settimane di distanza dal suo arresto, Magda esordisce domandandosi che cosa ne sarà dei suoi sogni, convocando il destino «questa ruota implacabile che gira senza chiedere mai – Sei contenta? Soddisfatta del mio lavoro?». Quindi i viaggi per raggiungere la Germania, giorni di veglie frenetiche. E poi ancora i bombardamenti che arrivano a strattonare Karolinenstrasse nelle notti di una terra poco amata, insieme all’attaccamento per una minuta fenomenologia del quotidiano a ricordare quanto si possano trovare forme di conforto anche nello sfinimento. Come sottolinea Tavernini, centrale è «la scrittura di una ragazza che illumina l’esperienza della deportazione per lavoro coatto e nello stesso tempo le forme di resilienza femminile a situazioni di sradicamento». Da Norimberga a Bayreuth – dove arriva il primo febbraio del 1945 quando la Siemens sceglie di dislocare manodopera e macchinari in zone meno esposte – i racconti si dipanano tra le ennesime strategie di adattamento e la difficoltà del lavoro condiviso con altre donne provenienti da altri paesi. Infine il dispiacere per la morte di suo fratello Giorgio internato allo Stalag di cui però apprendiamo informazioni non dal diario (il secondo blocchetto di fogli è andato perduto) ma dalle testimonianze di altri compagni di detenzione.

IN QUESTA DIREZIONEConsiderate che avevo quindici anni restituisce un’esperienza che ha funestato l’Europa e al contempo è resoconto di una nuova intermittenza che da oggi non può più essere ignorata o rimossa. È il volto serio di Magda, lunghe e ordinate trecce corvine di ragazza davanti al mondo fuori di sesto.

FONTE: Alessandra Pigliaru, IL MANIFESTO

Sempre complesso restituire la dirompenza politica e simbolica rappresentata dal femminismo, eppure di quella esperienza plurale che, dalla metà dagli anni Settanta in avanti, ha coinciso in Italia con una rivoluzione da cui è stato impossibile tornare indietro, si possono raccontare molte cose a partire da contesti precisi. Per esempio periodizzare e storicizzare la documentazione disponibile, catalogarne e collocarne i numerosi contributi riconoscendo in quella stagione politica un’articolazione di pratiche, di domande e altrettante risposte – che non sono state uguali per tutte.

INSIEME ALLE LIBRERIE delle donne, agli archivi e ai fondi – compresi quelli privati di chi custodisce gelosamente fotografie, carte, registrazioni e diari – in questi anni alcune operazioni editoriali , nella contezza della parzialità, rappresentano un riordino che si configura culturalmente prezioso, le informazioni rimarrebbero altrimenti di difficile reperimento. In molte hanno deciso di riprendere il filo di una vicenda che ne porta all’interno molte altre; significa dare credito al rigore della ricerca che diventa orizzonte storiografico.
Dentro un simile contesto, e al netto delle risposte che sono state cercate e trovate spesso per strade diverse, quella del Movimento Liberazione della Donna assume i contorni rilevanti di una questione ora disponibile nella sua puntuale ricostruzione. Inserita all’interno del partito radicale, Mld nasce nel 1970 e prosegue fino al 1983; a raccontarcene la centralità è Beatrice Pisa, una delle sue protagoniste, in un volume tanto denso quanto meditato: Il Movimento Liberazione della Donna nel femminismo italiano. La politica, i vissuti, le esperienze (Aracne, pp. 469, euro 24). La densità si gioca tra sforzo di indagine e interrogazione di carte, archivi pubblici e privati (come quello inaggirabile di Liliana Ingargiola).

Si illumina in questo modo lo scrigno di un processo politico che nel 1978 contava ben 47 gruppi sparsi sul territorio italiano; attraverso la letteratura grigia, le testimonianze orali ma anche i bollettini dell’epoca, lo statuto, la piattaforma, le relazioni ai convegni e quel bene grande e accessibile conservato ad Archivia (presso la Casa internazionale delle donne di Roma), l’autrice segue il doppio passo della storica esigente e della militante appassionata che cesella una delle «storie possibili» concentrandosi sull’avventura romana.

MLD SI È MOSSO nella mediazione tra liberazione ed emancipazione, in dialogo costante con le istituzioni; questo è forse uno dei punti che ha segnato la sua distanza con altre esperienze femministe italiane coeve. Al centro stava il punto sulla sessualità, (l’identità lesbica sarà cruciale all’interno del collettivo romano separatista di via Pompeo Magno), dell’aborto libero. Dirimenti sono stati, infatti, il self-help come pratica condivisa, la battaglia contro la violenza sulle donne, i consultori. Beatrice Pisa ha il merito di aver riportato all’attenzione storica quelle discussioni, con generosità e altrettanta serietà.

FONTE: Alessandra Pigliaru, IL MANIFESTO

Simone Pieranni ci offre, in un rapido scritto, l’immagine della Cina globale (manifestolibri, pp. 95, euro 8). Ci propone cioé la questione del presentarsi della Cina sull’orizzonte globale e si interroga su cosa significhi. Fino ad un decennio fa, prima della grande crisi, una tale questione si sarebbe detta inverosimile (anche per i «pochissimi» che, come Giovanni Arrighi, se l’erano posta con toni profetici). Oggi invece, corrisponde ad una urgenza dell’intelligenza geopolitica. Centralità globale della Cina, dunque? La cosa puo essere analizzata da due punti di vista. Da un lato, considerando la continuità della grande rinascita della nazione cinese: una rinascita costruita e gestita dal Pcc e collegata sempre di più, ad una identità fantasmata in un lontano passato imperiale, prima dell’epoca delle umiliazioni, prima della vergogna coloniale subita a partire dal diciannovesimo secolo, capace di ritrovare una forte dinamica. Questa vocazione la Cina la trova a partire dalla grande crisi del 2008. Essa è l’unico grande paese industriale che subisce la crisi in maniera secondaria: ciò le permette oggi di esprimere una politica globale, da «grande potenza».

COMPLEMENTARE sarà un’altra domanda: al nuovo secolo cinese corrisponde forse il declino americano? Si può davvero pensare che il predominio geopolitico americano abbia lasciato spazio alla nuova potenza cinese? La discussione è aperta. E, prudentemente, Pieranni analizza le ragioni che vanno a favore o contro quella previsione. Particolare attenzione concede all’opera di Joseph Nye Jr e alla sua teoria del soft power americano: laddove alla domanda sul declino americano si risponde che gli Stati Uniti restano il paese più potente, sia dal punto di vista militare, sia dal punto di vista economico (avendo intrecciato il mondo di un sistema orizzontale di rapporti politici, finanziari, monetari, industriali e commerciali) ma che questa loro condizione, organizzata appunto su strumenti e su un deposito di soft power, non mantiene più una dimensione egemonica.

È quindi sul terreno egemonico, che l’alternativa cinese si propone. Essa evita di presentarsi in un confronto diretto con la potenza americana ma agisce piuttosto in maniera trasversale. Ecco ad esempio i principali fondamentali del soft power cinese secondo Pieranni: «è in questo senso il contrario di quello americano a cui siamo stati abituati in Occidente. La Cina non pone condizioni o problematiche di natura politica: democrazia o meno, gli affari si possono fare egualmente… La globalizzazione cinese ed il suo concetto di global governance si basa dunque su alcuni assiomi: armonia dal punto di vista diplomatico, mercati liberi ed in grado di far girare agevolmente merci e investimenti, pace tra le nazioni e un “destino comune” fatto di prosperità».

A PARTIRE da questi presupposti, da alcuni anni la Cina si è lanciata nel grande progetto della «via della seta» : un percorso marittimo e terrestre, sul quale costruire infrastrutture che permettano un più stretto collegamento fra la Cina, l’Asia centrale e meridionale e l’Europa. Una grande banca di sviluppo è stata disposta a questo progetto, per la prima volta competitiva con le banche di investimento internazionali (più o meno sotto controllo Usa). Ma la competitività è fortemente sottaciuta da parte cinese ed investitori di tutti i paesi (ivi compresi americani) sono sollecitati alla partecipazione. Su queste basi programmatiche, e più recentemente assumendo una posizione di contrasto con ogni riflusso protezionista ed a favore del mercato globale, la Cina è comparsa come garanzia della globalizzazzione, nello stesso momento in cui le politiche di Trump facevano tremare molti dei paesi fin qui impegnati nell’enorme conflitto di dare regole al mercato globale.

Pieranni sottolinea anche le difficoltà che nel produrre questo progetto e nel portarlo a termine, la Cina si troverà dinanzi. Le vede, ovviamente, nell’asprezza del compito da perseguire sulla «via della seta», nell’incrociarsi di ostilità nazionaliste e di pretese egemoniche (India e Russia particolarmente attive a situare il loro « maldipancia» su una mediana di accettazioni e di rifiuti). Insiste anche sulle incertezze, le turbolenze e gli improvvisi sussulti che la struttura del partito comunista cinese – pur essendosi avviato ad un ulteriore passo nella direzione della trasparenza dei processi decisionali e della democrazia interna del paese – rischia sempre di subire.

MI CHIEDEREI a questo punto, se due ulteriori questioni non debbano essere sollevate. La prima, che è la più importante, riguarda lo studio delle interazioni di questo processo internazionale egemonico intrapreso dalla Cina e l’attuale fase di trasformazione del paese e soprattutto del suo modo di produzione: la mutazione cioé della struttura produttiva, dall’essere il laboratorio industriale globale della produzione mercantile, al rapido ed impetuoso divenire imprenditore del General Intellect, il centro globale della produzione robotizzata ed automatica. L’equilibrio tra questa trasformazione e l’allargamento globale dello spazio finanziario e commerciale non andrà senza difficoltà. E non sarà facile riorganizzare un mercato interno del lavoro che le classi scolarizzate e l’intellettualità di massa cominciano ad occupare in maniera stabile. In secondo luogo, per dirla chiaramente, sono talvolta spaventato dall’intensità della lotta ideologica attorno alla ridefinizione della «nazione» cinese. È fuori dubbio, e Pieranni sarà d’accordo, che ogni definizione di populismo diventerà derisoria se dovessimo confrontarla alla nascita di un eventuale nazionalismo cinese, all’emergere, non più fantasmatico, di un «dragone rosso». Malgrado tutto – ed è opportuno doverlo ammettere – il partito comunista cinese si rivela assai efficace nel controllare ogni pericolo su questo terreno.

IL LIBRO di Pieranni non è cosi secco come la nostra presentazione lo ha fatto. È al contrario elegante e fluente ed il ragionamento politico è interrotto da informazioni interessanti e curiose – come ad esempio quelle che riguardano il controllo dei «corridoi» creati sulla «via della seta» e l’espandersi, anche al servizio delle imprese cinesi, delle milizie mercenarie create negli States (Blackwater e altre).

Ed ha, inoltre, il merito tutto teorico di identificare il nuovo terreno sul quale, oggi, la ricerca dell’ordine globale (e le alternative ad esso) non puo non concentrarsi. L’ordine globale sta infatti costruendosi sull’orizzontale dei rapporti di forza piuttosto che sull’asse verticale del potere sovrano, ed è investito da flussi globali ed attraversa le frontiere, si propone di coordinare mobilità e molteplicità degli attori. Se lì si forma l’ordine mondiale, è lì dentro che dobbiamo analizzare i rapporti di sfruttamento ed organizzare la lotta di classe.

FONTE: Toni Negri, IL MANIFESTO

L’anno di nascita è lo stesso del manifesto: il 1971. Con storie, periodicità, riferimento ideologico (mai abbandonato da nessuno dei due: «quotidiano comunista», «rivista anarchica») e tante altre cose diverse. Comune è invece il destino delle due testate: ancora vive in un panorama editoriale in progressiva desertificazione, entrambe nel loro quarantasettesimo anno di vita. Entrambe antifasciste e di sinistra.

Parliamo del mensile A, che ha organizzato la propria festa domani a Massenzatico (Reggio Emilia), ospite del circolo Arci “Cucine del popolo” (in via Beethoven 79) che si vanta di essere stata la prima casa del popolo in Italia (fu inaugurata il 9 settembre 1893). Da quelle parti il pensiero libertario è di casa e per questo nel penultimo weekend di settembre vi terranno il primo incontro internazionale dei geografi anarchici, che esistono e non sono pochi, in una tradizione che si riallaccia agli ottocenteschi Piotr Kropotkin ed Elisèe Reclus.

Tra i «casi di scuola» che saranno analizzati, quello della repubblica del Rojava, nata dalle ceneri della guerra siriana e sulla spinta dell’autonomismo dei kurdi, fondata sul confederalismo, l’egualitarismo e l’autogestione. Un modello che deve molto alla svolta «anarchica» del leader del Pkk Abdullah Ocalan, che dal carcere di Imrali dov’è sepolto da vent’anni ha rivisto la vecchia impostazione marxista-leninista.

Il programma prevede un dibattito dal titolo lungo e originale: «Non c’è bisogno che le donne tengano sempre la bocca chiusa e la vagina aperta», citazione aperta di Emma Goldman, femminista anarchica di un secolo fa, non suffragetta ma militante libertaria, incarcerata per propaganda anticoncezionale, espulsa dagli Stati Uniti nel 1919 e poi a colloquio con Lenin a Mosca, prima accesa sostenitrice poi disillusa critica della rivoluzione russa. Infine in Spagna, nella Barcellona anarchica del 1936. La sua autobiografia fa discutere ancora oggi e ne parlerà alle 16 Carlotta Pedrazzini, studiosa di Emma Goldman e redattrice di «A».

A parlare di Fabrizio De André e del suo pensiero (anche) anarchico sarà Paolo Finzi, figura storica del giornale, il più giovane tra gli anarchici fermati la sera del 12 dicembre 1969 dopo la strage di piazza Fontana e poi tra i fondatori della rivista festeggiata. Alle 18 dirà la sua sul pensiero di Faber, sull’anarchismo che fu per tutta la vita il suo pensiero di riferimento, sulla loro amicizia. Titolo: «Non ci sono poteri buoni», parole anarchiche ma non per soli anarchici. «Il nostro rapporto con Fabrizio De André è stato molto intenso, davvero speciale – dice Finzi – è sempre stata la sua rivista, quella che a volte teneva piegata in tasca, con la testata ben visibile, durante i concerti. Quella che leggeva per poi telefonare e dirci che cosa gli piaceva e che cosa no. Quella alla quale tante volte ha fatto pervenire il suo sostegno economico. Dopo la sua morte abbiamo voluto continuare il sodalizio tra lui e “A” creando e proponendo alcune iniziative editoriali per ricordare l’amico, il compagno, il pensatore, il poeta».

A sera, cena emiliana assolutamente scorretta (anche nel prezzo: 20 euro, ma in parte finiranno nelle casse di A, al manifesto ne sappiamo qualcosa), con variabile vegetariana e vegana.

Chiuderà la serata il cantastorie (anarchiche e sociali) Alessio Lega, appena uscito con il suo ultimo disco Mare Nero (e dall’ospedale per un intervento andato bene). Il cantautore salentino, immigrato a Milano, ritorna a Massenzatico con il suo ricco repertorio. Qualche classico dell’anarchismo spunterà, anche quella canzone su Lugano (bella?), la stessa che si ascolta a tutto volume anche in alcune iniziative del sindacalismo confederale (dove ci sono pure degli anarchici, ma in maggioranza si trovano oggi in sindacati libertari e alternativi, di base). Poi tutti a nanna. Con la consapevolezza che venti chilometri a sud/est sul palco ci sarà Vasco Rossi, roba da centinaia di migliaia di persone.

«Non son l’uno per cento, ma credetemi esistono», cantava degli anarchici Leo Ferrè, uno di loro, un De André francese. Forse saranno meno dell’uno per cento, ma in molte parti del mondo esistono. Magari sono molti più di quanti lo stesso Ferré potesse sospettare. E lottano insieme a noi. Vite spericolate, direbbe Vasco.

FONTE: Angelo Mastrandrea, IL MANIFESTO

Al Convegno di Toronto, alla York University, nell’occasione del Convegno per i 150 anni della pubblicazione del I libro de Il capitale di Marx (1867), organizzato da Marcello Musto, molti relatori hanno sentito il bisogno di evocare Dante e il suo Inferno. Lo hanno fatto William Clair Roberts della McGill University di Montreal, peraltro autore di Marx’s Inferno: The Political Theory of Capital, Ursula Huws, della Herfordshire, Gran Bretagna, che ha immaginato Marx come un novello Virgilio, e Mauro Buccheri, della York University. Immaginare il capitalismo come un inferno dantesco in un ambiente come quello canadese della York University, dove è facile incontrare per strada anatre, procioni, scoiattoli e dove gli studenti di tutte le etnie si muovono con gli zaini e gli auricolari, educati, ben vestiti, ordinati e terribilmente soli con se stessi e con il loro mondo globalizzato tutto dentro lo smartphone, suscita una forte sensazione di contrasto. Questi stessi studenti hanno partecipato in massa al convegno.

DOV’È L’INFERNO? L’ho trovato qualche giorno dopo a Times Square a New York, un luogo dove i racconti che la Grande Mela sa fare di se stessa la ritrovi nei volti della folla, tra una limousine e i sacchi della spazzatura, tra grattacieli e un traffico rumorosissimo. Di quest’inferno e di altri simili si è parlato alla quieta York, dove le analisi su e a partire dal Capitale di Marx si sono succedute fino a una splendida conclusione di Immanuel Wallerstein.
La maggior parte dei relatori ha provato ad analizzare, o meglio, a rivisitare oggi, molti dei temi che rappresentano i punti decisivi della teoria marxiana del modo di produzione capitalistico. Forte attualizzazione di Marx senza tuttavia eccedere in facili nuovismi. Se la cosiddetta globalizzazione, con la conseguente crisi del 2008 (da cui in parte, ma solo in parte, Usa e Canada sono forse usciti, l’Europa no), crisi ovviamente evocata da una gran parte dei relatori, si è affermata, riportando la parola capitalismo al posto del più generico e ambiguo termine modernità, ciò è accaduto perché il sistema capitalistico ha portato alle estreme conseguenze, accrescendolo in modo esponenziale, quel che c’era già nel XIX secolo, quando Marx parlava di mercato mondiale.

Del resto, il termine globalizzazione rievocò maldestramente la metafora della mano invisibile di Adam Smith, quella stessa metafora che fu oggetto della critica di Marx. Niente di nuovo sotto il sole? No. È solo che l’esigenza generale emersa in questo convegno è di superare annacquamenti analitici di una riflessione sul tempo storico che perde il senso critico e si ammorbidisce in filosofie vaghe che ammiccano al potere politico. Come ha osservato Moishe Postone dell’Università di Chicago: «il termine “capitalismo” è stato reintrodotto sia in più ampie discussioni accademiche che in quelle intellettuali come una concezione che ora appare più analiticamente adeguata di «modernità», che è stata dominante nei decenni postbellici». Postone, come altri, prende le distanze da opzioni culturaliste e genericizzanti per richiamarsi alla specificità di una forma storica come quella capitalistica che tuttavia possiede il potere della globalizzazione.

UN ASPETTO della globalizzazione è la fluidità con cui si ricostituiscono classi, razze, etnie. Questo è uno dei problemi più complessi e difficili da affrontare sul piano politico, perché mentre il capitalismo, di crisi in crisi, procede nel suo incessante dominio, la dislocazione delle classi e di donne, uomini e bambini che vengono sfruttati in ogni angolo del mondo, si muove continuamente e si nasconde dietro la fiction estetica di ciò che Marx disse della società capitalistica, che si presentava appunto come un immenso ammasso di merci. Merci non accatastate nelle periferie, ma oggi nascoste nei containers e offerte feticisticamente in forma di spettacolo non stop ai consumatori nelle mall, queste grandi caverne di Platone del XIX secolo dove non è dato al prigioniero di liberarsi.
Come organizzare i lavoratori, essendo essi oggi in processi di produzione disseminati nel mondo anche per uno stesso prodotto? Come riaprire il tema della cooperazione, modo con cui gli uomini, come afferma Marx, sviluppano la facoltà della specie umana e, nello stesso tempo, mezzo del peggiore sfruttamento dispotico? I discorsi sulla sparizione della classe operaia hanno l’aria di una resa connivente.

UN CONTRIBUTO IMPORTANTE è stato sicuramente quello di John Bellamy Foster sul tema ecologico e l’interpretazione di Marx e del Capitale in tale contesto. Egli ha mostrato come sia possibile leggere il Capitale come una critica ecologica dell’economia politica. Silvia Federici ha discusso la concezione marxiana del lavoro riproduttivo, che ha anticipato l’attuale dispiegarsi delle relazioni di genere con il capitalismo storico, ma ha anche criticato Marx perché non vide il processo di formazione della famiglia del proletariato caratterizzato dallo sfruttamento delle donne e dei bambini e l’introduzione del salario di famiglia.

Forse, per segnalare l’attualità di Marx vale la pena citare questo passo del Capitale:
«L’industria moderna non considera e non tratta mai come definitiva la forma di un processo di produzione. Quindi la sua base tecnica è rivoluzionaria, mentre la base di tutti gli altri modi di produzione passata era sostanzialmente conservatrice. Con le macchine, con i processi chimici e con altri metodi essa sovverte costantemente, assieme alla base tecnica della produzione, le funzioni degli operai e le combinazioni sociali del processo lavorativo. Così essa rivoluziona con altrettanta costanza la divisione del lavoro entro la società e getta incessantemente masse di capitale e masse di operai da una branca della produzione nell’altra. Quindi la natura della grande industria porta con sé variazione del lavoro, fluidità delle funzioni, mobilità dell’operaio in tutti i sensi».

FONTE: Alfonso M. Iacono, IL MANIFESTO

NEW YORK.Nel 2010 la casa editrice canadese Red Quill Books ha pubblicato Historical Materialism il primo capitolo di The Communist Manifesto illustrated; una graphic novel basata sul Manifesto del Partito Comunista scritto da Marx ed Engels nel 1848. Dopo l’uscita di The Bourgeoisie e The Proletariat, nel 2015 è stato pubblicato il quarto e ultimo volume The Communists. L’opera è già stata tradotta in spagnolo, francese e tedesco. Ho intervistato a New York George S. Rigakos (Professor of the Political Economy of Policing presso la Carleton University di Ottawa), ideatore del fumetto e fondatore della casa editrice.

Chi ha avuto l’idea di re-immaginare il Manifesto del Partito Comunista come un fumetto?

È venuta a me mentre stavo provando a spiegare il concetto di lotta di classe ad un amico. Ho pensato che alcune tematiche del Manifesto si sarebbero prestate facilmente ad un formato a fumetti. C’è un gruppo perfido e una storia di fondo in cui i due avversari – la borghesia e il proletariato – sono venuti alla luce. C’è sfruttamento, violenza e poi, naturalmente, liberazione ed i campioni di un mondo migliore: i comunisti. Credo che il pamphlet fosse maturo per un adattamento a fumetti. Naturalmente l’obiettivo era comunicare agevolmente le idee di base per fare in modo che gli studenti si interessassero al lavoro di Marx.

È il primo esperimento di questo tipo?

No. Esiste una tradizione di libri a fumetti che derivano dall’adattamento di opere o biografieradical. Ad esempio oggi ci sono diverse biografie a fumetti su Che Guevara ed un adattamento a fumetti del Capitale in spagnolo. Red Quill ha pubblicato una versione manga del Capitale.

Perché un fumetto? A chi è destinato questo lavoro?

Soprattutto agli studenti ma anche a tutti quelli che semplicemente si divertono a comunicare idee con i libri a fumetti. La maggior parte delle persone che compra la graphic novel dice “fico!” e poi ti rendi conto che stanno leggendo Marx. Non abbiamo alterato il testo, lo abbiamo semplicemente rivisto e adattato. Nella versione completa del fumetto abbiamo incluso anche il testo originale del Manifesto.

Quante copie sono state vendute fino a questo momento?

Sicuramente è il nostro best seller e riceviamo ordini da ogni parte del mondo. A volte compagni e organizzazioni di lavoratori che vogliono fare un bel regalo ai loro amici o ai propri membri ci chiamano nel periodo natalizio. Recentemente ho scoperto che gli attivisti del movimento Black Lives Matter a Brooklyn stanno usando la nostra graphic novel per avvicinare le persone all’opera di Marx. Sono davvero contento per questo.

Immagino che alla base di questo lavoro ci sia anche una necessità politica, quale? Su quali aspetti hai voluto mettere l’accento?

La necessità è rappresentata dalla natura dell’attuale crisi e dalla mancanza concreta di una visione alternativa per il futuro. L’applicazione bolscevica di Marx è stata ampiamente screditata per buone ragioni ma poi abbiamo completamente abbandonato il dibattito per un cambiamento programmatico. Oggi c’è un ritorno di interesse nei confronti di politiche alternative e Marx deve essere parte della discussione. Dal punto di vista tematico, la rivoluzione gioca un ruolo fondamentale nel linguaggio figurato del Manifesto illustrato, così come nell’originale.

È stato difficile trasferire l’essenza dell’opera di Marx in un fumetto?

Creativamente non credo sia stato particolarmente difficile per me. Come ho detto il libro si presta facilmente a questo adattamento. È stato davvero divertente e la tensione era soprattutto politica. Cosa ho enfatizzato? Come presenti le idee e cosa lasci fuori dall’appendice? Ci sono molte persone che avrebbero fatto delle scelte differenti.

Molte situazioni sono state attualizzate. Che metodo di lavoro hai seguito per scrivere la sceneggiatura? Qual è stato il passaggio nel testo più difficile da trasformare in fumetto?

Ho portato alla luce le parti di testo che pensavo fossero emblematiche per trasmettere il messaggio e che si prestavano ad una rappresentazione a fumetti. Poi ho organizzato il pensiero politico costruendo e ordinando una narrativa senza riscrivere il testo. Infine ho diviso il lavoro in quattro parti: materialismo storico, borghesia, proletariato e comunisti. È stato comunque difficile comunicare attraverso una singola immagine lo sfruttamento di centinaia di capitalisti e pre-capitalisti che ha condotto all’emancipazione comunista. Victor Serra, l’illustratore, ha seguito passo per passo il processo e sono orgoglioso del risultato finale.

Nella prima scena Marx si lamenta davanti alla sua tomba leggendo dei presunti crimini commessi in nome del comunismo. Non si salva nulla delle esperienze socialiste? Sto pensando ad esempio a Fidel Castro.

Sì è pensieroso e non offre risposte al vecchio rivoluzionario che sta perdendo la fede e viene a visitarlo. Questo perché il sentiero rivoluzionario è quello che gli serve per riconciliarsi.

Credo ci sia molto da imparare dai fallimenti, o come preferisci chiamare quello che è rimasto sotto la parvenza del così chiamato comunismo. Non si può ignorare l’oppressione dello Stato ma sono d’accordo sul fatto che questi fallimenti ci devono insegnare a ragionare su nuove applicazioni.

Cosa accadrà dopo Castro? Come avverrà la transizione da un sistema che ha meriti importanti ma che tuttavia ha messo la museruola al suo popolo? Senza coinvolgere Marx, credo che si permetterà agli avvoltoi aziendali e ai sicari dell’economia di calare su Cuba ancora una volta per farla a pezzi e impoverire il popolo. Non c’è risposta al di fuori di Marx.

Cosa puoi raccontarci del disegnatore Red Victor / Victor Serra? Perché hai scelto lui?

È fantastico. Abbiamo avuto un’ottima collaborazione, inizialmente lavorava per un’agenzia argentina. Mi piace il suo stile e la sua attenzione per i dettagli. Quando gli ho inviato le idee per le immagini, a volte le ha rifiutate perché mancavano di autenticità. “Quel modello di automobile è stato diffuso in Russia solo 10 anni dopo”, mi spiegava cose di questo tipo che nessun altro avrebbe potuto notare. Questo mi ha dato grande sicurezza; lavorando insieme sono diventato meno prescrittivo, ero felice di lasciare a lui le scelte creative. Victor era orgoglioso del suo lavoro e lo ha dimostrato.

Red Quill Book è un collettivo editoriale come funziona? A cosa state lavorando in questo momento?

Siamo sempre alla ricerca di nuove proposte adatte a noi. Continuiamo a pubblicare lavori accademici critici e fumetti radicali. Questo è quello per cui ci conoscono e non cambieremo. Non pubblichiamo tonnellate libri, non vogliamo questo. Siamo selettivi in modo tale da poter seguire il libro attraverso l’intero processo. Le nuove piattaforme digitali hanno permesso alle persone creative di concentrarsi di più sul processo e sulla collaborazione e la nostra piccola casa editrice non esisterebbe senza tutto questo. Riesco a vederci andare più lontano per ri-animare testi radicaldimenticati e a lungo ignorati che potrebbero vedere una nuova vita come libri a fumetti. Questa continua ad essere la nostra missione

FONTE: IL MANIFESTO

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