Una lotta femminista globale. Gli anni 70 nella tensione trasformativa di sé

«L’esperienza dei gruppi per il Salario al Lavoro Domestico di Ferrara e Modena», il denso volume a cura di Antonella Picchio e Giuliana Pincelli edito per Franco Angeli da domani disponibile in libreria

«Le vite sono un’avventura individuale per percorso, compagne e compagni di viaggio, potenzialità e abilità, contesto di tempo e spazio» ma «non è facile separare l’esperienza personale su cui costruiamo la nostra identità, dall’esperienza collettiva di organizzazione per il cambiamento degli ordinamenti sociali». Lo scrive Antonella Picchio nel primo capitolo, «Il personale è politico», del libro firmato con Giuliana Pincelli, Una lotta femminista globale. L’esperienza dei gruppi per il Salario al Lavoro Domestico di Ferrara e Modena, da domani in libreria per Franco Angeli (pp. 208, euro 27). Siamo agli inizi degli anni Settanta: tra gravidanze, sacrifici della militanza, sogni di autonomia, analisi innovative, si snoda il nastro di esistenze femminili che si schiudono nell’incontro e la crescita di e tra le altre, in un movimento di costante trasformazione e confronto con e attraverso le altre. Tale cammino è tuttora complesso, in aperto contrasto con la realtà di cui facciamo parte, ma non può darsi autenticità femminista fuori da qui. Questo è un primo punto con cui non perdere contatto, mantenendone viva la lezione, anche oggi.

A QUARANTA ANNI di distanza, la ricostruzione della tensione trasformativa che percorse l’esperienza dei gruppi di Lotta Femminista e per il Salario al Lavoro Domestico offre l’occasione per riflettere, una volta di più, sulla mancata rappresentazione delle donne e del tessuto esperienziale femminile, al centro del quale si situa «l’immensa mole del lavoro non pagato di riproduzione sociale», disconosciuta, invisibilizzata, eppure fonte basilare di valore sociale ed economico. Corpi marcati da un destino riproduttivo ma in verità dissidenti, desiderosi di infrangere la naturalità e il biologico, attraversati da una mescolanza di sentimenti e di forze che hanno preteso la politicizzazione del lavoro di cura. Senza che ciò debba significare, dal mio punto vista, dimenticanza per la fragilità dell’umano e attenzione per l’umana interdipendenza, cioè senza scordare il potenziale antistemico, rivoluzionario, dei sentimenti che ci legano le une agli altri e alle altre (agape, eros, philia), resistendo all’idea di una aritmetica generalizzata della vita e della morte su cui poggia il sistema capitalista contemporaneo e con ciò rompendo la superficie compatta di gerarchie socio-economiche (e specularmente di lotte) decise da altri.

LA MATRICE SESSISTA del potere ha operato una cancellazione strutturale di tutto questo e l’ha tradotta in dispositivi economici quantitativi che ne regolano il dominio, cioè nell’assenza di ogni forma di riconoscimento, in primis monetario, così da costruire un potente meccanismo di controllo «da parte di padri, mariti e istituzioni dello Stato», sottolinea Picchio. Si tratta di un’obliterazione talmente intrisa di significati, concreti e simbolici, che dovrebbe indurci a scavare meglio nelle oscurità del profondo, con Carole Gilligan: «L’impossibilità della donna di rientrare nei modelli esistenti non è forse indice di una visione monca della condizione umana stessa, della omissione di certe verità sulla vita?». Un interrogativo che rende ancora più urgente il ricorso a immaginari nuovi e radicali, a un desiderio politico davvero capace di disidentificarsi dai sistemi di valore e dalle categorie, dalle trappole ontologiche, delle definizioni maschili. La ricostruzione della storia del gruppo di Lotta Femminista è anche storia di un drastico cambiamento di prospettiva che le donne furono capaci di imporre alla sinistra tradizionale e rivoluzionaria, entrambe accomunate dalla «ostinata cecità rispetto agli scenari completamente mutati che il nuovo femminismo sostituiva alla logora litania della ‘questione femminile’ e all’orizzonte emancipazionista», come scrive Giuliana Pincelli.
I due capitoli iniziali del testo ripercorrono i passaggi affrontati da Lotta Femminista e del Gruppo per il Salario a Ferrara e a Modena tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, e insieme quelli delle autrici che si intersecano tra loro e con altre donne, dando vita anche ad alleanze internazionali decisive, come quella con la Wages for Housework International Campaign. Giuliana Pincelli restituisce le tappe evolutive dei gruppi e il loro espandersi, a partire dal marzo 1972 con l’uscita del libro di Maria Rosa Dalla Costa e Selma James Potere Femminile e Sovversione sociale.
Il terzo capitolo, curato dalle due autrici insieme a Beatrice Busi, è il più corposo: si tratta di una raccolta preziosa di documenti inediti che Busi ha contribuito a selezionare, a riordinare e in alcuni casi a tradurre. Pincelli si sofferma a lungo sulla carenza di considerazione, in Italia, per il portato teorico del femminismo di matrice marxista e operaista. Parla di una «scomparsa» o addirittura di «un finire quasi nel nulla» della elaborazione politica dei gruppi per il salario al lavoro domestico. Credo, piuttosto, ci sia stata trasformazione ed evoluzione. L’analisi dei contesti socio-economici si è ibridata più precisamente con una pratica soggettiva, cognitiva. La capacità di tradurre in lavoro la soggettività e le differenze, cioè vite e desideri, mette di fronte alla necessità di una teoria del soggetto che sappia coniugarsi con il materialismo. La precarietà del lavoro (femminile) ha sostituito il salario (maschile) facendo di corpi ed emozioni la materia prima dell’attuale paradigma produttivo.

CI CONFRONTIAMO, nello scorrere degli anni, con il rischio di una alienazione decisiva dai nostri stessi corpi-mente, poiché la dipendenza complessiva del vivente (umano e non solo) è al centro degli interessi dell’attuale capitalismo dell’interiorità. In tempi di crisi della misura del lavoro, il reddito diventa esplicitamente forma di distribuzione delle attività invisibili svolte nelle reti allargate della riproduzione sociale. Ma è altrettanto urgente una riappropriazione di sé stesse come individui sociali, autodeterminate nei propri desideri e piaceri, fuori dalle fantasmizzazioni neoliberali che provano a forcludere l’autonomia del soggetto. In questo quadro, i documenti raccolti nel libro ci forniscono suggestioni metodologiche e di ricerca imprescindibili. A partire dalle folgoranti intuizioni del passato, si può avvertire la tensione verso una riconquista di sé che punta a ribaltare i lineamenti obbligati del corpo, dell’amore, del sesso entro i quali veniamo pensate e impiegate: i movimenti femministi ed ecologisti attuali stanno cogliendo il portato letteralmente rivoluzionario – e imprevisto – di questa sfida.

* Fonte: Cristina Morini, IL MANIFESTO

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