Movimenti

Si torna a Genova come ogni anno e sotto il palco di piazza Alimonda la memoria corre a quel giorno maledetto, quando un ragazzo rimase sull’asfalto, colpito alla testa da un colpo di pistola, il corpo calpestato dalla camionetta dei carabinieri, il cranio sfregiato con una pietra.

È GIUSTO CHIEDERSI perché ci ritroviamo qui, chi con il corpo chi nello spirito. Siamo reduci? Nostalgici? Sconfitti dalla storia che tornano sul luogo delle proprie gesta e degli altrui delitti? Forse sì, ma è possibile che ci sia qualcos’altro.

Che Genova G8 ci riguardi ancora. In questi giorni tempestosi, di violenza del potere nel mar Mediterraneo, di sghangherata critica alle tecnocrazie globali in nome di rinascenti e osceni nazionalismi, le giornate di Genova, i sette giorni di contestazione e di proposta organizzati durante il vertice dei cosiddetti Otto Grandi (che così Grandi poi non erano) appaiono come un approdo, anziché un residuo della storia.

Lasciamo pure da parte il sottile senso d’angoscia e d’impotenza che suscita, confrontato all’oggi, il ricordo della miriade di persone e organizzazioni venute a Genova richiamate da un nuovo movimento capace di mostrare il vero volto del potere (il pensiero unico neoliberista, tema all’epoca assente dall’agenda politica e mediatica) e pensiamo alle molte buone ragioni messe in campo da quel movimento.

È UN ELENCO CHE SORPRENDE, sia nella parte critica sia in quella propositiva. Dalla rivolta di Seattle (dicembre ’99) in poi e fino al luglio genovese, passando per una serie di contestazioni a riunioni delle varie istituzioni della tecnocrazia globale, il movimento mise a nudo e denunciò, per limitarsi ai punti essenziali: la finanziarizzazione dell’economia neoliberale e le crescenti diseguaglianze fra nord e sud del mondo; la nuova dislocazione dei poteri, non più a livello nazionale ma nella grande finanza e nelle istituzioni globali al suo servizio (Wto, Fmi, Banca mondiale, il «Washington Consensus»); la mercificazione del lavoro e della stessa vita umana, con annessa libertà di circolazione per i capitali ma non per le persone…

La parte propositiva non era meno ricca di spunti e di esperienze: una Tobin Tax sulla speculazione finanziaria; la cancellazione del debito pubblico iniquo; l’idea di un’altreconomia, liberata dalla schiavitù della crescita e capace di includere in sé il limite ecologico allo sviluppo; un contratto mondiale per l’accesso all’acqua; il bilancio partecipativo nelle amministrazioni locali… E così via.

Sorprende, questo parziale elenco, perché fornisce ancora oggi una visione del mondo alternativa allo status quo; una visione costruita con competenza e spesso attraverso la pratica concreta; una visione che è stata anche aggiornata da alcuni nuovi movimenti in varie parti del mondo.

A DISTANZA DI TANTI ANNI capiamo meglio che nel luglio 2001 fu affossata a colpi di pistola, di manganello e con la tortura un’idea di mondo che stava riscuotendo troppo consenso.
Troppo vasta e soprattutto troppo varia, ben oltre i confini storici della sinistra, era la partecipazione di singoli, associazioni e movimenti: occorreva colpire e criminalizzare tutto ciò, dichiararlo fuori legge, escluderlo dal discorso pubblico; occorreva rendere inascoltabili le parole dette nei convegni, nei seminari, in quell’università popolare a cielo aperto chiamata Forum sociale mondiale.
E tuttavia sarebbe difficile sostenere che le idee di quel movimento sono state davvero annientate ed escluse per sempre dalla storia. Non è così.

QUELLE IDEE NON SONO MORTE e anzi continuano a ispirare persone e movimenti attraverso i continenti; sono all’origine di progetti politici, sociali, esistenziali radicati nel presente e capaci di futuro.

Resta preziosa anche la lezione di metodo: niente steccati fra culture diverse e unione delle forze per dare spessore politico all’azione sociale condotta fuori dagli schemi del mercato, cioè secondo giustizia, empatia, nonviolenza.

A Genova è morta semmai in molti cittadini la fiducia nello stato e nei suoi apparati di sicurezza, incapaci negli anni di ammettere le proprie colpe e recuperare la credibilità perduta. A Genova è morta quella sinistra che non volle capire che c’era (e rimane) una nuova linea di demarcazione rispetto alle destre: l’adesione o meno al modello neoliberale. Oggi – passata, anzi ancora in corso una crisi finanziaria più che prevedibile e col «Washington Consensus» in crisi d’identità – succede che una contraddittoria e confusa critica alla globalizzazione neoliberale viene condotta lungo un binario che porta a rinascenti quanto pericolosi nazionalismi. È una capriola della storia che spaventa ma che aiuta anche a pensare.

FA CAPIRE CHE LA CRITICA dei movimenti sociali al pensiero unico è ancora attuale e che le vie d’uscita esistono, nonostante le sconfitte e un certo scoramento del tempo presente. Quindi si torna a Genova e si pensa che la memoria è generosa, le buone idee tenaci, la storia imprevedibile; visto da piazza Alimonda, il futuro è ancora aperto.

Fonte: Lorenzo Guadagnucci, IL MANIFESTO

 

*Comitato Verità e Giustizia per Genova

Sei anni fa c’erano solo macerie. La carcassa di una fabbrica fallita. Trentacinque lavoratori mandati a casa. Un privato in bancarotta. Uno spazio verde chiuso e abbandonato. Sei anni dopo, in un mix suggestivo di archeologia industriale e verde urbano si aprono le porte del mondo di OZ, Officine Zero. Una multifactory in cui abitano diversi laboratori artigianali: falegnameria, verniciatura, sartoria, tappezzeria, saldatura. Dallo spazio sono ricavate anche venti postazioni di co-working, gli studi di grafica e design, gli uffici, le sale riunioni. Il luogo è attraversato da una comunità di quaranta lavoratori autonomi, che negli anni si è impegnata a riparare, riadattare e riattivare gli ambienti della ex fabbrica.

CONDIVIDONO LO SPAZIO di lavoro ma non solo. Alla base del progetto attuale c’è un’idea di economia collaborativa: la rottura dell’isolamento fisico e sociale dei freelance, la disponibilità a cooperare, scambiando prestazioni e competenze, creando reti di supporto per lavoratori in difficoltà. Officine Zero è oggi un’esperienza di mutualismo dentro le nuove forme del lavoro atipico, materiale e immateriale. Ma è anche un modello di sostenibilità ambientale.

Questo piccolo miracolo di rigenerazione urbana, da qualche giorno ha ricevuto un’ordinanza di sgombero. L’area su cui insiste il progetto è privata. Apparteneva alla Rail Service Italia, per la manutenzione dei treni notte. Trenitalia ha smantellato progressivamente i convogli notturni spostando il grosso degli investimenti sull’alta velocità. Rsi, impresa ad unico committente, ha dichiarato il fallimento. Un’altra firma è subentrata nella proprietà dell’area, la Barletta Srl, con l’intenzione di convertire la superfice in un polo logistico. Il fallimento è sopraggiunto stavolta prima ancora dell’inizio dei lavori. I beni mobili e immobili dell’area sono stati ceduti a una curatela fallimentare incaricata di svendere per ripagare le passività.

MAGGIORE CREDITORE dell’impresa fallita è la Banca Nazionale del Lavoro, integrata nel colosso finanziario francese Bnp/Paribas. Mentre le aziende scappano lasciando una scia di debiti, alcuni operai cassaintegrati della ex Rsi, nel 2012, decidono di occupare gli stabili della fabbrica. Si attiva una rete di supporto, che coinvolge attivisti, docenti universitari, studenti e precari. Sull’impronta delle empresas recuperadas argentine prendono vita le Officine Zero.

UN’UTOPIA DI AUTOGESTIONE, lavoro cooperativo, salvaguardia dell’ambiente. Alla base del progetto c’è l’idea di riavviare la produzione attraverso il recupero e riuso di materiali di scarto. La riconversione ecologica è rimasta nel Dna dello spazio come bagaglio di competenze e pratiche virtuose. Nel 2017, ad esempio, Officine vince con il progetto «REC – Riusare è ricreare» il bando regionale Fuoriclasse, per l’educazione ambientale nelle scuole. Inoltre un’opera di bonifica ecologica, attraverso la fitoterapia, è stata messa in cantiere per l’area verde che circonda gli edifici, con la prospettiva di rendere lo spazio accessibile ai cittadini di Casalbertone, quartiere che soffre l’assenza strutturale di verde urbano. Il concetto di rigenerazione urbana, vale a dire sostenibilità ambientale e ri-qualificazione, dove è possibile, delle cubature già esistenti, è una nozione chiave, non solo nelle direttive europee in materia di sviluppo urbanistico. Dà il nome infatti anche alla legge regionale (LR 7/2017), che va a sostituire il Piano Casa. La norma, che ha suscitato numerose proteste tra i movimenti per il diritto all’abitare perchè concede grande libertà di manovra agli investitori privati, a un anno dall’approvazione non è ancora stata applicata dal Comune. Le operazioni immobiliari a Roma proseguono con il pilota automatico e più che a una rigenerazione assomigliano molto a una gestione fallimentare del patrimonio pubblico.

«PER DIVERSI ANNI nessun compratore si era fatto avanti per l’acquisto dell’ex fabbrica» dice Alessandro, uno dei lavoratori di Officine, «ma da quando il posto è stato messo all’asta la nostra priorità è stata quella di spingere il Comune di Roma a porre il vincolo di utilità pubblica sull’area. A prescindere da chi avrebbe acquistato, il vincolo di utilità è uno strumento per tutelare il quartiere dalle operazioni di speculazione edilizia.»

LE RISPOSTE ISTITUZIONALI tuttavia sono state molto chiare: l’utilità si stabilisce in base agli interessi di un eventuale acquirente. Qualche mese fa il compratore è arrivato. Si tratta proprio di Bnl, fresca del cospicuo investimento immobiliare che ha portato alla costruzione di un grattacielo orizzontale, dal risonante nome «Orizzonti Europei». Una montagna di vetro su via Tiburtina, non distante dagli spazi della ex Rsi, dove l’istituto finanziario ha collocato il suo quartier generale romano. Bnl è ora interessata a comprare anche l’area di 20.000 mq di Officine Zero per un prezzo che si aggira intorno ai 2 milioni di euro. «Abbiamo accettato il dialogo con l’investitore» dice uno dei lavoratori di Officine «ma per ora non ci è stata fornita nessuna garanzia. Ci hanno proposto di mantenere un piccolo spazio di rappresentanza qui, e di spostare le attività lavorative altrove. Abbiamo chiesto la presenza delle istituzioni a questo tavolo per garantire che il progetto edilizio di Bnl sia coerente con le necessità del quartiere e che restituisca servizi ai cittadini. Per ora l’unica cosa certa che abbiamo ottenuto è l’ordinanza di sgombero».

SUI FUTURI PROGETTI immobiliari nel quartiere l’ufficio stampa di Bnl non fornisce informazioni. Intanto le pratiche di riqualificazione autonoma non incontrano nessuna tutela pubblica e la compravendita di pezzi di città avviene lontano da qualsiasi meccanismo partecipativo. La rigenerazione di Roma rimane per ora solo un concetto astratto.

* Fonte: Shendi Veli, IL MANIFESTO

VENTIMIGLIA. «Ventimiglia città aperta»: dietro a questo striscione hanno sfilato, ieri, oltre diecimila persone. Centri sociali, «Non una di meno», anarchici, associazioni, la comunità di San Benedetto al Porto, gruppi di volontariato sono arrivati da ogni parte d’Italia, dalla Francia e della Spagna, per chiedere la libertà di movimento per tutte e tutti, per denunciare le violenze dell’Europa nella gestione dei confini interni ed esterni, per dare una risposta diretta alla xenofobia e ai razzismi. Ma la manifestazione di ieri, non è stato solo questo.

In piazza si è passati dall’importanza di resistere, all’esigenza di trovare e concretizzare un nuovo protagonismo congiunto di soggettività diverse, di inaugurare nuovi percorsi di lotta.

Il corteo è partito intorno alle 16 da Via Tenda. Qui, circa tre mesi fa, il sindaco Ioculano ha sgomberato il campo informale sotto il cavalcavia dell’autostrada, ultimo atto di una serie di ordinanze contro i migranti. Qui, nel parcheggio davanti al cimitero, ogni sera Kesha Niya e «Un jeste pour tous» distribuiscono cibi ai migranti in transito. Qui, tra il 2016 e il 2017 c’è stata l’importante esperienza di autogestione all’interno della chiesa delle Gianchette.

A un centinaio di metri di distanza, superata la ferrovia, c’è lo spazio Eufemia gestito dai volontari del Progetto 20k. Chi tenta il passaggio della frontiera può trovare, tra le mura dell’infopoint, informazioni e supporto legale, ma anche vestiti, una connessione internet per poter parlare con i parenti e la ricarica dei cellulari.

Giacomo Mattiello, di Progetto 20k, commenta così la manifestazione: «Abbiamo costruito una piattaforma trasversale che riunisse soggetti internazionali, che facesse emergere le contraddizioni del territorio. Siamo qui per denunciare le politiche migratorie italiane e francesi, come quella di Ioculano sul dare cibi ai migranti».

«Per noi – ha continuato Mattiello – la frontiera non è solamente una linea concreta, materiale, ma è qualcosa anche di immateriale che i migranti si portano addosso, in Italia e in Europa».

Partire da Via Tenda, dunque, ha avuto il significato simbolico di unire diverse soggettività operanti contro il dispositivo di confine. Hanno partecipato al corteo spezzoni di «Non una di meno» provenienti da diverse città italiane (Genova, Milano, Bologna).

La presenza del movimento è indice di consapevolezza politica: quello che vediamo quotidianamente nel Mediterraneo non riguarda solo i migranti, ma anche le rivendicazioni e le pratiche di libertà delle donne. Il collettivo di Genova, che gestisce una giornata dedicata alle donne all’interno di Eufemia, ha spiegato così la partecipazione al corteo: «Noi crediamo che ogni persona debba essere libera di autodeterminare le sue scelte, e quindi di muoversi liberamente. Per questo chiediamo il permesso di soggiorno europeo».

Nella costruzione del corteo è stato importantissimo il ruolo del centro sociale La talpa e l’orologio, di Imperia, che così ha commentato la manifestazione: «È stata una grandissima giornata per il territorio. In questi anni la città di Ventimiglia e il ponente ligure hanno manifestato sempre grande solidarietà. Oggi è stata la giornata dell’orgoglio dei solidali e la continuazione di un percorso di lotta contro le frontiere».

Molte le voci di chi, da anni, lavora su migrazioni e confini. Giorgio Passerone, dell’Associazione Nuovelle Jungle, ha ricordato come, proprio dal piazzale di partenza della manifestazione, alcuni mesi fa, è partita una carovana che ha collegato Ventimiglia a Calais.

«Durante quell’esperienza abbiamo deciso di partecipare al corteo di Ventimiglia. Oggi ci sono manifestazioni di sostegno ad Amburgo, Parigi, Calais». Sandro Mezzadra, docente dell’Università di Bologna che da anni si occupa di confini, ha commentato: «Ventimiglia come città di confine è marginale, è appartata, è anche difficile da raggiungere. Ma è sui confini, è sui margini che si giocano le partite decisive per il futuro degli spazi che abitiamo, siano essi spazi nazionali, continentali come l’Europa, sia spazi metropolitani, come le nostre città».

«Intorno alla proposta del Progetto 20k – ha continuato Mezzadra – si è aggregata una coalizione di forze estremamente variegata. È una manifestazione importante per Ventimiglia perché interviene su una giuntura fondamentale tra i confini interni ed esterni dell’Unione Europea. “Interni” in senso formale, ossia il confine tra Francia e Italia che da mesi viene riportato a una condizione pre-Shengen, fatto che riguarda tutti, non solo i migranti».

«Esterni – conclude Mezzadra – nel senso della forza incomprimibile e il sentimento di libertà che muove centinaia di migliaia di donne e di uomini».

Dunque, una manifestazione che continua le lotte degli anni passati, non solo contro i confini e per la libertà di movimento; un appuntamento importante, forse fondamentale, per ripensare e costruire, dal basso e insieme, il futuro degli spazi in Europa e nel Mediterraneo.

FONTE: Gabriele Proglio, IL MANIFESTO

Primo dei due giorni della mobilitazione promossa dal Progetto 20K con la parola d’ordine «Tutti e tutte a Ventimiglia: per il permesso di soggiorno europeo, per il diritto alla mobilità umana».

Alla vigilia della manifestazione internazionale che si terrà oggi (al corteo aderiscono tra gli altri la Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, Non una di meno, Progetto Melting Pot Europa e Arci nazionale e provinciale imperiese), ieri pomeriggio a Ventimiglia, al confine italo francese di Ponte San Ludovico, c’è stato un tentativo di «border crossing», cioè di oltrrepassare la frontiera con la Francia, con in mano un simbolico «permesso di soggiorno europeo», quello appunto chiesto dai manifestanti.

Una manifestazione pacifica che si è svolta di fronte a un massiccio spiegamento di forze dell’ordine sia italiane che francesi. Il breve corteo si è diretto appunto verso il confine con la Francia e poi è stata montata una tenda a ricordare gli accampamenti smantellati.

I manifestanti hanno anche potuto mettere un cartello sul versante francese del confine con sopra disegnato un permesso di soggiorno. Slogan contro il ministro degli interni italiano Matteo Salvini e il presidente francese Macron, con un messaggio indirizzato a Parigi in vista delle celebrazioni per il 14 luglio: «Vi preparate a festeggiare la vostra fraternità, la vostra uguaglianza e la vostra libertà, ma dove sono i valori fondanti della repubblica francese?».

Contro la due giorni di mobilitazione si è ripetutamente espresso il sindaco dem di Ventimiglia, Enrico Ioculano, già autore di un’ordinanza che vieta di distribuire cibo e bevande per strada ai migranti. «Un’ordinanza che abbiamo violato e continueremo a violare», dice Giacomo Mattiello del collettivo Progetto20K.

FONTE: IL MANIFESTO

14 luglio a Ventimiglia. Ora il Progetto 20K chiama a una grande manifestazione a Ventimiglia, il 14 luglio (data di qualche rilievo simbolico, non solo in Francia). È la prima manifestazione attorno a un confine in Italia nel tempo del “governo Salvini”. È una formidabile occasione per cominciare a mettere in campo le forze che, dobbiamo crederlo, rovesceranno quel governo. Ho scritto “cominciare”, ma in realtà la manifestazione di Ventimiglia non è certo un “inizio” in senso assoluto. Si collega in primo luogo alle lotte dei migranti, nei campi e nelle città, nei centri di detenzione e nei magazzini della logistica; si collega alla rabbia per l’omicidio di Soumaila Sacko, ai cortei con lo slogan #primaglisfruttati a Roma e a Reggio Calabria (il 16 e il 23 giugno), ma anche alle città solidali che da Palermo a Napoli, da Barcellona a Berlino chiedono a gran voce l’apertura di porti e frontiere. Si collega più in generale ai movimenti e alle lotte di tutti coloro che rifiutano di vedere rinchiuse le loro vite, i loro sogni e i loro desideri nella prigione della nazione

Nel Mediterraneo, insieme a una moltitudine di donne e uomini migranti, naufraga l’Europa. Non è un’affermazione generica, non dimentichiamo che l’Europa – come scriveva Frantz Fanon nel 1961 – “non ha mai smesso di parlare dell’uomo mentre lo massacrava dovunque lo incontrasse, a ogni angolo di strada, a ogni angolo del mondo”. Certo, nel Mediterraneo oggi sembrano inabissarsi le molte storie europee tessute dalle lotte per l’uguaglianza e per la libertà, le storie insorgenti della solidarietà fra gli sfruttati, della democrazia radicale, del socialismo, dell’anarchia e del comunismo. Ma quel mare che gli antichi romani chiamavano “nostro” è anche lo specchio della crisi forse definitiva di uno specifico progetto di integrazione continentale, avviato all’indomani della seconda guerra mondiale e poi sfociato nella nascita dell’Unione Europea nel 1993.

C’è forse qualcosa di cui rallegrarsi in questa crisi? Non sembra che il “ritorno della nazione” – non solo in Paesi come l’Italia, l’Austria o l’Ungheria, ma più in generale nella congiuntura globale che stiamo vivendo – sia destinato a mettere in discussione il “neo-liberalismo” che abbiamo criticato nelle politiche dell’Unione Europea. Al contrario, la sovranità rivendicata dalla nazione si mostra tanto feroce contro i poveri e gli estranei quanto spettrale di fronte al capitale finanziario e accondiscendente al cospetto delle retoriche e dei processi che puntano all’intensificazione dello sfruttamento del “capitale umano” di popolazioni impoverite e impaurite da anni di crisi.

Il violento disciplinamento che si impone sui corpi e sui movimenti dei migranti è una concreta minaccia contro le rivendicazioni di mobilità, di libertà e di autonomia delle donne e dei precari, dei giovani e di tutti i soggetti che non si conformano alla norma della nazione e alle gerarchie che istituisce. Il fatto che Non Una di Meno, il più importante movimento che l’Italia abbia conosciuto negli ultimi due anni (entro una dimensione transnazionale), si sia immediatamente mobilitata in molte città contro la chiusura dei porti mostra che questa minaccia viene ampiamente percepita. E rappresenta una base materiale fondamentale per le lotte dei prossimi mesi.

La militarizzazione del Mediterraneo e il tentativo di approfondire i processi di “esternalizzazione” si pongono in una linea di continuità con il regime di controllo dei confini esterni dell’Unione Europea che ha preso forma sin dai primi anni Novanta dello scorso secolo. Oggi, tuttavia, pattugliamenti e respingimenti sembrano rappresentare l’unica logica nel controllo dei confini, mentre a lungo avevano costituito soltanto un aspetto di un più complesso dispositivo che determinava un processo di inclusione differenziale e gerarchica dei migranti. C’è da dubitare che questa politica di chiusura radicale possa stabilizzarsi sul lungo periodo in un continente che – per ragioni economiche e “demografiche” – non può fare a meno della migrazione.

Ventimiglia, da questo punto di vista, è un luogo emblematico di molte dimensioni della crisi che stiamo vivendo. La pressione sul confine italo-francese di migliaia di profughi e migranti approdati nel Sud del Paese ha assunto spesso – sin dalle proteste dei Balzi Rossi nell’estate del 2015 – i caratteri di un’esplicita rivendicazione politica del diritto di mobilità in Europa. A questa pressione il governo francese ha risposto con una politica di assoluta chiusura e spesso con la violenza della gendarmeria. Il governo municipale di Ventimiglia, per parte sua, si è distinto per una serie di ordinanze con l’obiettivo di allontanare i migranti dalla città e di criminalizzare forme elementari di solidarietà. La criminalizzazione della solidarietà ha colpito del resto sui due lati del confine i tanti uomini e le tante donne che hanno prestato soccorso ai migranti, aiutandoli a passare la frontiera attraverso i monti della Val Roja. Un nuovo maquis (come veniva definito in Francia il movimento di resistenza e di liberazione durante la Seconda guerra mondiale) ha preso forma attorno a Ventimiglia, collegandosi alle migliaia di attivisti e attiviste che in questi tre anni si sono battuti in città contro la chiusura del confine e a fianco dei migranti.

Ora il Progetto 20K chiama a una grande manifestazione a Ventimiglia, il 14 luglio (data di qualche rilievo simbolico, non solo in Francia). È la prima manifestazione attorno a un confine in Italia nel tempo del “governo Salvini”. È una formidabile occasione per cominciare a mettere in campo le forze che, dobbiamo crederlo, rovesceranno quel governo. Ho scritto “cominciare”, ma in realtà la manifestazione di Ventimiglia non è certo un “inizio” in senso assoluto. Si collega in primo luogo alle lotte dei migranti, nei campi e nelle città, nei centri di detenzione e nei magazzini della logistica; si collega alla rabbia per l’omicidio di Soumaila Sacko, ai cortei con lo slogan #primaglisfruttati a Roma e a Reggio Calabria (il 16 e il 23 giugno), ma anche alle città solidali che da Palermo a Napoli, da Barcellona a Berlino chiedono a gran voce l’apertura di porti e frontiere. Si collega più in generale ai movimenti e alle lotte di tutti coloro che rifiutano di vedere rinchiuse le loro vite, i loro sogni e i loro desideri nella prigione della nazione.

I can’t breathe, “non respiro”, sono state le ultime parole di Eric Garner, l’afroamericano assassinato dalla polizia a New York il 17 luglio del 2014. Quelle parole sono diventate uno degli slogan di Black Lives Matter, delle mobilitazioni contro la violenza razzista della polizia negli Stati Uniti. Possono diventare l’urlo collettivo di un movimento di liberazione, in Italia e in Europa. Per passare dalla resistenza e dalla solidarietà all’affermazione di un altro modo di cooperare, di lottare e di vivere insieme. A partire dal 14 luglio, a Ventimiglia.

FONTE: Sandro Mezzadra, IL MANIFESTO

REGGIO CALABRIA. Riverbera dei colori dell’arcobaleno «il più bel chilometro d’Italia». Migliaia di persone lambiscono il lungomare Falcomatà di Reggio Calabria chiedendo verità e giustizia per Soumaila Sacko, il 29enne migrante maliano che viveva nella tendopoli di San Ferdinando, ucciso a fucilate nei pressi dell’ex fornace di San Calogero, tra Nicotera e Rosarno, il 2 giugno scorso. Per l’omicidio è stato arrestato il 43enne agricoltore Antonio Pontoriero che secondo gli investigatori considerava l’area dell’ex fornace sua proprietà esclusiva e avrebbe voluto così punire Soumaila per esservi entrato. Gli inquirenti sono pervenuti alla cattura di Pontoriero grazie alla testimonianza dei compagni della vittima, feriti nell’agguato a fucilate.

Casa, reddito e diritti per tutti! Queste le principali rivendicazioni che il lungo corteo unisce all’indignazione per l’assassinio del bracciante e militante sindacale dell’Usb. Numerose le realtà dell’antagonismo meridionale, centri sociali, collettivi, docenti universitari, associazioni impegnate nella cultura e nell’ambientalismo, delegazioni di braccianti dalla Puglia. Con loro anche le esperienze virtuose nel campo della cooperazione sociale, del lavoro e dell’accoglienza, presenti sul territorio: il consorzio Equosud, SOS Rosarno, la Riace solidale del sindaco Mimmo Lucano: «Quando le farneticazioni razziste diventano atti di governo, bisogna preoccuparsi davvero».

Il nuovo ministro dell’Interno Matteo Salvini non ha bisogno di incattivire ulteriormente il rigido dispositivo di controllo sulle manifestazioni. Per i locali responsabili dell’ordine pubblico è sufficiente infatti applicare quello voluto dal precedente titolare, nonché ideatore dell’omonima «dottrina», Marco Minniti. Così ancora una volta il corteo parte con notevole ritardo a causa del fermo prolungato dei pullman sui quali viaggiano numerosi partecipanti. All’altezza di Rosarno la polizia blocca i mezzi e perquisisce centinaia di manifestanti.Durante il vivace corteo riaffiora più volte il messaggio dell’ampia rete che lo ha promosso: «Vogliamo sicurezza per le lavoratrici delle campagne: esse vivono doppiamente lo sfruttamento e la vulnerabilità sulla propria pelle in quanto lavoratrici braccianti e in quanto donne. Esattamente come accadeva nel bracciantato della seconda parte dell’Ottocento negli Usa nei confronti delle donne nere schiavizzate. Rifiutiamo la guerra tra poveri che ci vorrebbe contrapposti ai cittadini ed alle cittadine del comprensorio, agli italiani e alle italiane, agli abitanti ed alle abitanti della Piana di Gioia Tauro».

In piazza è diffusa e ben visibile la partecipazione di Potere al Popolo. «Questa campagna d’odio –spiega la portavoce Viola Carofalo – purtroppo funziona. Ed è difficile fermarla. Ogni giorno Matteo Salvini viene fuori con una nuova tragica trovata. Prima il respingimento dell’Aquarius, poi il censimento razzista dei rom. A noi ribolle il sangue perché è chiaro che il problema in Italia non sono i migranti. Il nostro limite però è che ci facciamo dettare l’agenda dal governo e dalle destre, invece dovremmo provare a dettarla noi e parlare di lavoro e stato sociale. Pochi giorni fa – conclude Carofalo – il ministro dell’Economia Tria diceva che dobbiamo continuare sulla strada dell’austerità e dei tagli. Per acquisire consenso, questi si dichiarano contrari all’UE però poi si fanno continuatori della strada dettata da Renzi. Adottano le sue stesse politiche».

«Quella di Soumaila è stata la scelta precisa, consapevole e coraggiosa di un contadino che ha voluto venire a lavorare e lottare qui in Calabria. Ci lascia una traccia importante che abbiamo il diritto e il dovere di seguire», ribadisce Guido Lutrario dell’Esecutivo nazionale Usb. A fine corteo dal palco gli fa eco Aboubakar Soumahoro, del coordinamento nazionale braccianti del sindacato di base: «Qualcuno ritiene che bisogna continuare a distrarre la popolazione per saccheggiare le risorse, come è successo qui in Calabria. Noi siamo dalla parte delle donne e degli uomini di questa terra che ricordano il proprio passato. È una memoria di braccianti e lavoratori invisibili che hanno lottato per la dignità della Calabria».

FONTE: Claudio Dionesalvi,  IL MANIFESTO

In piazza, tra gli altri, Potere al Popolo, Eurostop, Rifondazione Comunista. A Padova manifestazione Adl Cobas.

ROMA. In ventimila hanno partecipato alla manifestazione indetta a Roma dall’Unione Sindacale di Base (Usb) dedicata a Soumaila Sacko, il bracciante maliano e sindacalista Usb ucciso nella piana di Gioia Tauro mentre raccoglieva delle lamiere per costruirsi una baracca nel campo di San Ferdinando. «Prima gli sfruttati» era lo slogan, stampato sullo striscione d’apertura disegnato da Zerocalcare, è la citazione rovesciata della parola d’ordine razzista «prima gli italiani» usato come passepartout della politica pentaleghista al governo.
In negativo, lo sfruttamento restituisce un’unità che va oltre le appartenenze nazionali. Contiene l’elemento unificante in cui possono riconoscersi italiani e stranieri che rivendicano tutele e diritti per tutti: la solidarietà internazionalista e la condivisione della stessa condizione sociale. È il controcanto alla contrapposizione artificiale tra immigrati e autoctoni, intensificata dalla propaganda e dagli urlatori da social media. È un buon segno perché chiarisce l’equivoco di fondo grazie al quale il potere mantiene intatte le diseguaglianze e le accresce.

IL RAGIONAMENTO è sofisticato, considerata la polarizzazione del dibattito esistente, manel corteo di ieri era onnipresente. È stato sottolineato nei comizi finali in piazza San Giovanni e negli slogan urlati nei megafoni da uomini statuari e orgogliosi arrivati dal Mali o dalla Costa d’Avorio che lavorano a 1,5 euro al giorno nelle campagne pugliesi o calabresi. Parole ripetute come un mantra che mette i brividi: «No razzismo»; «Tocca uno, tocca tutti», «Schiavi mai». In mano, insieme a folte bandiere Usb, questi lavoratori reggevano cartelli con queste scritte: «Reddito di base incondizionato», «No lavoro gratuito», «No Jobs Act, No Fornero». Emidia Papi, sindacalista Usb ha ricordato che il problema dello sfruttamento in agricoltura riguarda anche i lavoratori italiani e il caso di Paola Clemente, morta di fatica nei campi di Andria. «Il problema della grande distribuzione, che fissa prezzi sempre più bassi per i prodotti è alla base dello sfruttamento».

UN’ONDA DI ENTUSIASMO è stata prodotta dall’intervento di Aboubakar Soumahoro, dirigente Usb, in piazza San Giovanni. Concreto e colto, acuminato e combattivo, il sindacalista italo-ivoriano di 38 anni ha declinato con eloquenza le linee di un pensiero politico che supera i confini delle identità politiche acquisite, ma che ancora si esita a declinare in una politica comune. Il concetto ricorrente nel ragionamento è stato la «giustizia sociale», un appello alla solidarietà contro la guerra tra poveri. «La solidarietà non è buonismo – ha detto Abo – ma è uno strumento di costruzione che mette insieme ciò che stanno dividendo: bianchi contro neri, etero contro gay e lesbiche. Un bracciante deve invece camminare gomito a gomito con un rider, i precari e tutti gli invisibili». Il riferimento è all’elaborazione critica dell’eredità subita del «colonialismo» e dello «schiavismo», ma non contrapposta all’identità sessuale. Questo è un ragionamento sulla composizione sociale di una forza lavoro che intreccia molteplici identità e non contrappone, come avviene anche a «sinistra», diritti civili e diritti sociali.

IL RIFERIMENTO al «meticciato» nei discorsi in piazza, è un veicolo di una politica intesa come coalizione tra istanze molteplici: «Noi riteniamo che non esiste giustizia sociale senza anti-sessismo, anti-razzismo e anti-fascismo – ha aggiunto Abo – La solidarietà è la carne viva della nostra società e guarda ai bisogni comuni e connette le istanze materiali: come uguale lavoro e uguale salario. Noi partiamo da qui». Soumahoro ha inoltre decostruito l’imbroglio linguistico di chi usa la grammatica dei diritti per contrapporre gli oppressi. E ha denunciato il «linguaggio barbaro e incendiario di chi ritiene che si può parlare di diritti senza argomentarli con la giustizia sociale». «Altro che taxi del mare – ha aggiunto – siamo di fronte alla banalizzazione dei concetti della solidarietà». «Non possiamo solo difenderci, noi dobbiamo andare all’attacco. Diciamo a Salvini che la pacchia è finita per lui, noi vogliamo giustizia».

INSIEME AL CORTEO «contro il razzismo istituzionale di Salvini & Co.», indetto a Padova da Adl Cobas con associazioni, sindacati (Cub Poste e Cobas Scuola), centri sociali (Pedro) e partiti (Coalizione civica), quello di ieri a Roma è stato «il biglietto da visita» per l’autunno di un’opposizione embrionale. In attesa di sviluppi, si spera larghi, la tragedia di un sindacalista maliano ha mobilitato realtà in lotta nella logistica, nelle campagne e per il diritto alla casa.

Sono i soggetti oggi nel mirino del «contratto di governo» fuori e dentro i confini. «Sono 20 anni che ci stanno abituando alla guerra tra poveri: ora dicono che se fermano un barcone avremo una casa e il lavoro. È una falsità ignobile, la respingiamo» sostiene Giorgio Cremaschi (Eurostop). «Con la Flat Tax il governo toglierà soldi dalle tasche dei lavoratori – ha aggiunto Viola Carofalo (Potere al Popolo) – Il problema non sono i migranti o gli occupati di casa. Ci vuole lavoro sicuro e redistribuzione delle ricchezze». «Il razzismo e la xenofobia di Salvini è un prezzo che non dobbiamo pagare, rischiamo di essere ricordati per avere abbandonato centinaia di migliaia di persone» sostiene Eleonora Forenza (europarlamentare di Rifondazione).

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

Da qualche tempo si alza, di tanto in tanto, un coro per deprecare le fake news che invadono i social provocando disinformazione e tensioni disgregatrici dell’ordine costituito. Naturalmente tacendo che – come è stato scritto di recente da Gianandrea Piccioli «l’enfasi con cui si condannano generalmente le fake news dei cittadini diventati sudditi sembra funzionale al conflitto per il monopolio della verità, che deve appartenere solo alle élites finanziarie che hanno azzerato la politica e organizzato la governance mondiale secondo criteri aziendalistici». Gli esempi di questo spregiudicato condizionamento dell’opinione pubblica sono infiniti, a cominciare, su scala internazionale, dall’invenzione angloamericana del possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein, funzionale a giustificare la guerra all’Iraq con connessa «esportazione della democrazia» in quel paese.

Più in piccolo accade in Italia in questi giorni, a margine del programma concordato tra Movimento 5Stelle e Lega per quello che avrebbe dovuto essere il Governo della Repubblica, ma con una validità che va oltre la contingenza.

Un passaggio di quel programma («Con riguardo alla Linea al Alta Velocità Torino-Lione ci impegniamo a ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia»), seppur modesto e corrispondente a una richiesta risalente di tecnici e intellettuali oltre che del movimento No Tav, ha, infatti, riportato al centro del dibattito la questione del Tav in Val Susa. Immediata la fibrillazione e il fuoco di fila dei promotori (pubblici e privati) dell’opera, dell’establishment affaristico finanziario che la sostiene e dei grandi media ad esso collegati, sfociata in una martellante campagna per denunciare che la rinuncia all’opera comporterebbe, per l’Italia, il pagamento di mirabolanti e insostenibili “penali”. In questa campagna – nella quale si è distinta, sin dal primo giorno, Repubblica – si sono, esibiti, senza preoccuparsi di fornire pezze d’appoggio, editorialisti, opinion makers, “esperti” di ogni ramo del sapere e sconclusionati ospiti fissi di talk show televisivi alla ricerca di audience (da ultimo, a Carta Bianca, Massimo Cacciari e Mauro Corona). E ciò – si noti – a fronte non già della ventilata rinuncia all’opera ma della semplice intenzione di avviare un confronto al riguardo con il Governo francese.

Eppure l’affermata esistenza di penali consistenti – quantificate da solerti gazzettieri in due miliardi o più – altro non è che una clamorosa fake news o, per dirla in modo più casereccio, una colossale bufala. In realtà la rinuncia all’opera non comporterebbe alcuna penale. Infatti:

– non esiste alcun documento europeo sottoscritto dall’Italia che preveda penali di qualsiasi tipo in caso di ritiro dal progetto;

– gli accordi bilaterali tra Francia e Italia non prevedono alcuna clausola che accolli a una delle parti, in caso di recesso, forme di compensazione per lavori fatti dall’altra parte sul proprio territorio;

– il nostro codice civile prevede, in caso di appalti già aggiudicati che, ove il soggetto appaltante decida di annullarli, le imprese danneggiate hanno diritto a un risarcimento comprensivo della perdita subita e del mancato guadagno che ne sia conseguenza immediata (per un ammontare che, di regola, non supera il 10 per cento del valore dell’appalto). In ogni caso, ad oggi, non sono stati banditi né, tanto meno, aggiudicati appalti per opere relative alla costruzione del tunnel di base.

Egualmente infondata è l’affermazione, talora affiancata quella relativa alle penali, secondo cui l’eventuale rinuncia imporrebbe all’Italia la restituzione all’Unione europea dei contributi ricevuti per la realizzazione dell’opera. Infatti i finanziamenti europei sono erogati solo in base all’avanzamento dei lavori (e vengono persi in caso di mancato completamento nei termini prefissati), sì che la rinuncia di una delle parti interessate non comporterebbe alcun dovere di restituzione di contributi (mai ricevuti) bensì, semplicemente, il mancato versamento da parte dell’Europa dei contributi previsti. Si aggiunga che ad oggi i finanziamenti europei ipotizzati sono una minima parte del 40 per cento del valore del tunnel di base e che ulteriori (eventuali) stanziamenti dovranno essere decisi solo dopo la conclusione del settennato di programmazione in corso, cioè dopo il 2021 (e dopo le elezioni del Parlamento europeo nel 2019).

La fake news non potrebbe essere più clamorosa. E c’è di più. I meno sbracati tra i sostenitori della nuova linea ferroviaria glissano sulle penali e sostengono che, comunque, la rinuncia all’opera comporterebbe per l’Italia una perdita secca di quanto sinora speso per le attività preparatorie (compreso lo scavo del tunnel geognostico), pari a circa un miliardo e 500 milioni. Vero. Ma l’affermazione è, a ben guardare, un boomerang. Se, come sostengono le analisi più accreditate di costi e benefici (da quella risalente di Prud’Homme a quella più recente di Debernardi e Ponti), la realizzazione del tunnel di base determinerebbe per gli Stati interessati una perdita economica oscillante tra i 3,4 e i 10 miliardi di euro, la domanda diventa del tutto retorica: conviene di più contenere i danni (mettendo una croce sopra il miliardo e mezzo colpevolmente speso sino ad oggi) o continuare in uno spreco di miliardi per un’opera che più passa il tempo più si rivela inutile?

FONTE: Livio Pepino, IL MANIFESTO

In tutta Italia, dopo gli sgomberi dei sindaci è sempre seguito un deserto di iniziative che a stento ha nascosto un vero e proprio furto proprietario

L’attacco sferrato dalla giunta pentastellata di Roma contro la Casa internazionale delle donne è il segnale inequivocabile di che cosa ci dobbiamo attendere: una guerra senza quartiere contro ogni forma di autogestione e autorganizzazione.

Questo si cela dietro la bandiera della «legalità» che costituisce il collante più forte tra le due forze politiche che si accingono a governare il paese.

Non è un caso che il capitolo dedicato all’ordine pubblico, alla repressione, all’inasprimento delle pene e allo smantellamento di ogni cultura garantista rappresenti la parte più concreta e dettagliata del contratto di governo.

IL PRIMO PASSO consiste nel ricondurre alla categoria burocratico-amministrativa di «servizi alla cittadinanza» esperienze e pratiche politiche che non si limitano a soddisfare in forma sussidiaria una domanda esistente, ma creano e alimentano desideri e potenzialità fino a quel momento inespresse.

E per farlo non possono che forzare il quadro delle procedure legali stabilite.

Non vi è, insomma, «bando» adeguato a svolgere una simile funzione che solo la storia materiale dei movimenti è in grado di generare incidendo per via diretta sui rapporti sociali dati. Non è certo compilando moduli e stilando preventivi «convenienti» che si possono introdurre nuove forme della politica e della socialità.

IL SECONDO PASSO, in piena sintonia con l’ortodossia liberista, consiste nel sottomettere al calcolo costi/benefici e dunque al mercato quella produzione di relazioni e ricchezze extraeconomiche che, per definizione, gli si dovrebbero sottrarre. Il tema degli «sprechi» accomuna singolarmente le vecchie vestali dell’austerità e i nuovi moralizzatori della vita pubblica.

Due elementi sottendono questo processo di normalizzazione.

Il primo consiste nell’evidente volontà di canalizzare e controllare attraverso precise procedure di partecipazione decise dall’alto bisogni e conflittualità che attraversano il corpo sociale, in una versione caricaturale della democrazia diretta on e off line.

Il secondo elemento è rappresentato da una sorta di formalismo giuridico, privato però del rigore logico e delle aspirazioni universalistiche che gli sono proprie, e consegnato paradossalmente a quell’arbitrio ideologico dal quale la «dottrina pura del diritto» aveva la pretesa di difenderci.

In buona sostanza ogni elemento di trasformazione sociale finisce sottoposto a una politica dirigista che ben si accompagna con la ritrovata passione per lo stato nazionale.

Tutto quello che ricade al di fuori di questi criteri in quanto prodotto da una storia di culture, conflitti e autonomie estranee alle trafile burocratico-amministrative è dichiarato illegale, nemico, da cancellare.

Bisognava pur aspettarsi che le minacce ripetutamente rivolte alle realtà occupate e autogestite presto sarebbero state estese, nelle parole e nei fatti, anche a chi si era conquistato una qualche patente di riconoscimento politico e istituzionale.

Gli sgomberi, nei quali le amministrazioni del Pd da Roma a Bologna non hanno mancato di mettersi in luce (salvo la vigliaccheria dei sindaci che non sapevano, non volevano o non potevano farci nulla) sono la conseguenza pratica e militare dell’ideologia «legalitaristica» e delle regole di mercato che la ispirano.

AGLI SGOMBERI NON SEGUE altro che il ritorno al silenzio e all’abbandono dei luoghi che gli occupanti avevano fatto rivivere e aperto alla città. Due soli esempi, tra tanti possibili, per restare nella capitale: il teatro Valle e il cinema America.

Tra finte trattative, false promesse, fantasmatici progetti di restauro e riqualificazione, gli sgomberi non sono stati altro, possiamo ben dirlo a distanza di anni, che la riaffermazione astratta del principio di proprietà libero da ogni riferimento all’utilità sociale o anche solo al semplice valore d’uso.

Da queste vicende converrebbe trarre qualche insegnamento.

Gli spazi autogestiti devono essere difesi materialmente e in prima persona perché rappresentano un punto di rottura tra logiche confliggenti.

Quella di una storia politica autonoma generatrice di idee e relazioni proprie e quella dei «servizi» messi a bando, o della concessione amministrativa, come se si trattasse di lucrosi stabilimenti balneari.

Per la medesima ragione conduce a sicura disfatta il carosello dei distinguo, la competizione sui meriti culturali e sulla rispettiva utilità sociale, alla rincorsa di una amnistia normalizzatrice. Laddove la difesa del proprio prevale su quella del comune principio di autorganizzazione.

PER LORO NATURA QUESTE imprese politico-culturali devono sapersi però rinnovare, non certo nel senso di una razionalizzazione concordata tra governance e mercato, ma in quello di una riformulazione della propria autonomia attraverso il mutare dei contesti, riaffermando le ragioni di una rottura e di una diversità capaci di mettere in campo nuove idee e giovani energie.

Con le ruspe è problematico discutere, ma non mancano gli strumenti per spaventare chi le guida e fargli cambiare strada.

FONTE: Marco Bascetta, IL MANIFESTO

C’è una zona di confine tra Piemonte e Liguria che, forse, è quella più in subbuglio rispetto all’avvento del governo Lega-M5S. È quella striscia di territorio che un tempo ospitava l’antica via Postumia e ora è interessata dal progetto del Terzo Valico dei Giovi, la linea ferroviaria ad alta capacità da Genova a Tortona.

A una semplice ricerca letterale all’interno del discusso contratto di governo la locuzione non compare, ma la grande e contestata opera viene esplicitamente evocata nel paragrafo sulle infrastrutture con parole copiate dal programma della Lega. «I principali porti italiani debbono avere lo status di porti gateway (aree di sdoganamento merci). Senza un’adeguata rete di trasporto ad alta capacità non potremmo mai vedere riconosciuto il nostro naturale ruolo di leader della logistica in Europa e nel Mediterraneo». Così recita il contratto, parafrasando il passaggio sul Terzo Valico contenuto nel manifesto salviniano.

I Cinque Stelle in campagna elettorale avevano, però, promesso di fermare l’opera, Luigi Di Maio aveva detto che «sarebbe stata messa da parte». Ecco, perché i comitati No Tav si sono a dir poco indispettiti leggendo l’accordo di governo: «Il no al Terzo Valico barattato dai Cinque Stelle per andare al governo». Ora, si ritroveranno in assemblea a Genova il 30 maggio ed è molto probabile che intorno a metà giugno scendano di nuovo in piazza con un’iniziativa pubblica. Insomma, i No Tav non vogliono stare zitti.

«Sono anni che lottiamo, non ci fermeremo», dice Eugenio Spineto di Arquata Scrivia (Alessandria), uno dei leader del movimento. «Ci aspettavamo che il M5S contrastasse le grandi e inutili opere e non arrivasse a ispirarsi al programma della Lega scritto dal governatore Toti. Ma, d’altronde, anche il nome di Paolo Savona ministro, che circola in questi giorni, non mette in buona luce le scelte dei pentastellati, essendo stato presidente di Impregilo, la società principale del consorzio Cociv, il general contractor del Terzo Valico».

Se sul fronte piemontese i tre cantieri – a Moriassi, Novi e Pozzolo – sono, dopo gli scandali, fermi da un anno e mezzo, nel genovese i lavori sono proseguiti più celermente e quello che è stato per decine di anni il «gigante invisibile», per i continui stop and go al progetto, adesso è più evidente. La realizzazione complessiva dell’opera è attualmente al 20% in ritardo sul cronoprogramma. Il tratto appenninico del tunnel principale, quello che scaverebbe rocce amiantifere, non è stato ancora avviato. Lorenzo Torrielli fa parte del comitato No Tav della Valverde, sui monti sopra la città della Lanterna: «Non ci aspettavamo che un governo fermasse il Terzo Valico, soprattutto conoscendo il potere della Lega nel nostro territorio e i collegamenti con la giunta Toti. Il contratto mette nero su bianco il cambio di orizzonte del M5S che aveva, negli anni, viaggiato nella nostra stessa direzione».

Fabrizio Gallo è capogruppo del M5S a Novi Ligure ed è impegnato nella lotta all’opera, il 18 maggio ha deciso di votare «no» al contratto di governo, uno dei pochi, un «no di coerenza» spiega. «Non ho perso la fiducia nei miei rappresentanti – precisa – mi fido invece poco degli alleati, ero dell’idea che si dovesse tornare alle elezioni. Se il M5S otterrà il ministro delle infrastrutture (si parla di Laura Castelli) penso che il Terzo Valico verrà seriamente rimesso in discussione al di là delle mediazioni presenti nel contratto, che hanno spiazzato anche me. Se non sarà così, ragionerò sul da farsi».

La situazione resta calda. All’assemblea verrà presentato un nuovo e aggiornato studio di Bruno Marcenaro e Mauro Solari, due fra i tecnici che più hanno contribuito alle ragioni della lotta. Un documento anche di proposta, che espone le alternative al Terzo Valico: per esempio ammodernando, con notevole risparmi e più attenzione all’ambiente, le attuali linee dei Giovi (Storica e Succursale) e la linea Genova-Ovada. Ma il Terzo Valico fu aggiudicato nel 1991 senza gara, non sia mai che se ne debba fare una.

FONTE: Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

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