Movimenti

«Lei non può vedere e sentire il mondo che le si stringe intorno, ma lo percepisce»

TORINO. Silvano Giai è il marito di Nicoletta Dosio, da circa un mese rinchiusa nel carcere delle Vallette di Torino. Si conoscono da quarantadue anni, tempo in cui hanno condiviso amore, ideali e lotta sul campo

Come sta sua moglie?
Nicoletta sta bene. Ha subito però un intervento chirurgico lo scorso venerdì i cui esiti si conosceranno tra qualche giorno. Un’operazione programmata da tempo, che non è stata invasiva come temevamo. Sono rimasto però molto stupito e turbato dall’apparato di sicurezza schierato intorno a una donna di oltre settanta anni che, nella sua vita, mai ha fatto il minimo gesto di violenza.

Può spiegarci meglio?
L’hanno portata venerdì mattina in ospedale, ma l’operazione in realtà era prevista una settimana fa. L’abbiamo vista quando è tornata, in camera. Piantonata. C’erano tre operatori della penitenziaria, e poi si sono presentati sei militari. Successivamente è arrivata la Digos: dieci e forse più persone per controllare Nicoletta, in corsia. Cosa pensavano che accadesse? Che qualcuno assaltasse una sala operatoria? La costruzione mediatica che criminalizza i No Tav fa leva su queste inutili scene. Io e l’avvocato difensore ci siamo fermati poco tempo e attualmente si trova in carcere.

Lo stato d’animo com’è?
Regge, come sempre. Nicoletta è una donna forte e coraggiosa, ma soprattutto è molto lucida in quello che fa. Quanto le accade fa parte di un percorso politico che noi abbiamo scelto: un percorso pacifico, non violento. E questo la rende serena e, per molti aspetti, fiera. Il morale, in fondo, è quello che va meglio di tutti: lei è fatta così. Il carcere ovviamente è un luogo duro, e questo si evince anche dai suoi racconti, dalle lettere che scrive ad amici e compagni.

Da quanto tempo è in carcere?
Sono trenta giorni che non è più a casa. Racconta che dalla sua cella vede la neve delle nostre montagne, e questo la fa sentire vicino a noi. Ma Nicoletta, a casa, non c’è: è in prigione per una pena sproporzionata che ha colpito lei e tutti coloro che hanno deciso di difendere i beni pubblici e la natura. Dovrà scontare un anno, in tutto: lo farà con dignità, senza alcuna richiesta di grazia. Lei non può vedere e sentire il mondo che le si stringe intorno, ma lo percepisce: le «Donne No Tav» la scorsa sera hanno fatto un aperitivo con brindisi in suo onore ai cancelli del cantiere di Chiomonte. Ci sarà un’iniziativa a Torino all’inizio di febbraio, un concerto. Riceve mazzi di lettere da tutta Italia. Nicoletta è in carcere, ma è nel cuore di tutti coloro che ancora ne hanno uno.

Lei come sta?
Io bene. Certo mi manca. Non si può non essere preoccupati, ma è una scelta che si è discussa, ponderata, e poi eseguita. Come tutte le scelte vanno sostenute e portate avanti nel modo migliore, senza abbattersi quando i giorni sono tristi. Stiamo girando per l’Italia, ci hanno contattato dall’intera Europa trenta organizzazioni. In Grecia, nei primi giorni di febbraio, ci sarà una manifestazione per Nicoletta: sarà molto partecipata e forte, allegra, come è mia moglie.

Le istituzioni esistono in questo momento complicato?
So che verrà presentato da alcuni parlamentari un disegno di legge sull’amnistia sociale e poi inizierà una raccolta firme nazionale per una proposta di legge popolare. Speriamo che questi piani riescano a smuovere la situazione per le lotte sociali che sono oggetto di una grave repressione: è un contesto tragico. E d’altronde mia moglie ne è testimone: i suoi racconti del carcere sono storie di povertà e solitudine.

E gli animali di Nicoletta? La cercano?
La aspettano: i suoi gatti sentono la mancanza più di tutti, in particolare Nerino. Solo un po’ di pazienza e ci ritroveremo tutti quanti.

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, il manifesto

«Fuori mi aspettano in molti e sento il loro affetto: la mia famiglia, i compagni, gli amici. Ma qui dentro ci sono esseri umani, tanti, che fuori non hanno nessuno e questo mi dà il tormento più della mia detenzione»: queste le parole che Nicoletta Dosio ha affidato ieri al senatore Tommaso Cerno, Pd, primo parlamentare che si è recato presso il carcere torinese Lorusso Cutugno dove da undici giorni è detenuta l’ex docente di greco e latino. Parole che raccontano l’essenza di questa donna di 73 anni.

«Nicoletta Dosio – ha detto Cerno uscendo dal penitenziario – è una donna energica, profondamente umana, che ha deciso di spendersi anche dentro il carcere in favore degli ultimi e delle ultime di questo mondo. Io, per quanto mi riguarda, mi farò portavoce della richiesta di amnistia per i No Tav perché le inchieste e i processi sono stati usati per reprimere un dissenso legittimo. Penso che sia il minimo, visto che hanno ragione».

Come era prevedibile la carcerazione di Nicoletta Dosio esce dalla cronaca ed entra in una dimensione politica dalle conseguenze imprevedibili. Intorno a lei, come agli altri incarcerati del Movimento No Tav, si stringe un mondo di solidarietà e affetto; oggi è il giorno della manifestazione No Tav a Torino, idea nata dopo che Dosio è finita dietro le sbarre volontariamente, per riportare al centro del dibattito politico l’infinita vicenda della Torino-Lione, derubricata a «capitolo chiuso» dal governo precedente e da quello attuale. Ma la val Susa non è d’accordo, anche perché in Francia aumentano i pareri contrari ed è polemica su un presunto conflitto di interessi della ministra Borne. Il corteo partirà da piazza Statuto alle 14 e si annuncia come uno dei più partecipati di sempre: sono attesi decine di autobus in arrivo da tutta Italia. Manifestazione che si annuncia pacifica, come sono sempre stati i cortei che da quasi venti anni attraversano Torino per dire «no» al tunnel di base della Torino-Lione. Il primo fu nel 2001, al tempo della conferenza intergovernativa italo francese, una delle molte che hanno ribadito l’assoluta irrinunciabilità dell’opera, che però mai si è concretizzata. Venti anni fa marciarono in duecento: oggi saranno almeno 30mila. Il Procuratore generale Francesco Saluzzo ha decretato una sorta di coprifuoco sul Tribunale di Torino: resterà chiuso e presidiato dalle forze dell’ordine, anche se non si trova lungo il percorso del corteo ed è lontano oltre un chilometro dal punto di partenza.

Intanto le manifestazioni di solidarietà ai No Tav incarcerati si ripetono da dieci giorni in tutta Italia e non solo. Sulla pagina social di Nicoletta Dosio sono pubblicate quotidianamente le foto di manifestazioni piccole e grandi: sono nati gruppi di solidarietà a San Francisco, Gaza, Buenos Aires, nonché in una miriade di comuni italiani.

Ieri la Rete No Tav Roma ha manifestato con un blitz davanti al ministero della Giustizia aprendo uno striscione con scritto «Nicoletta libera tutti», distribuendo volantini e parlando con i passanti. «Siamo davanti a questo ministero che dovrebbe garantire la giustizia nel nostro paese e invece garantisce il privilegio di pochi e la repressione per chi resiste ai soprusi. Chiediamo libertà immediata per tutti gli arrestati nella lotta popolare contro il raddoppio della Torino-Lione» hanno dichiarato alcuni di loro.

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, il manifesto

La prima manifestazione nazionale No Tav in solidarietà con Nicoletta Dosio e di altri arrestati del movimento, si terrà a Torino sabato 11 gennaio. Appuntamento alle 13 in piazza Adriano, già ritrovo e punto di partenza di un imponente corteo No Tav nel 2016, quando giunsero da tutta Italia circa ventimila persone. Ma, questa volta, probabilmente si tenterà di bissare le dimensioni di massa del dicembre 2018.

Proseguono nel frattempo sit-in di solidarietà in varie parti d’Italia (da Siracusa a Pescana alla stessa Torino, dove oggi questa mattina è prevista una manifestazione di Potere al popolo in piazza Castello).

Si allarga anche la rete di solidarietà: la Fiom di Torino e nazionale si sono schierate al fianco di Nicoletta Dosio e del Movimento No Tav, di cui peraltro sono parte fin dagli albori: «Non vogliamo entrare nel merito della decisione del procuratore generale del Piemonte di revocare la sospensione della pena nei confronti di Nicoletta Dosio, vogliamo però far sentire la nostra vicinanza alla storica militante del movimento No Tav. Continueremo a sostenere con determinazione il movimento, a farne parte integrante, per continuare ad affermare che la democrazia, la partecipazione, il dissenso e l’inclusione sono valori portanti della nostra Costituzione, che vanno applicati costantemente nella realtà della vita delle persone».

Intanto trova spazio il dibattito sull’ipotesi di «grazia ad personam» avanzata nei giorni nei giorni scorsi, ipotesi che Nicoletta Dosio, incarcerata a Torino, ieri ha respinto chiedendo invece un’amnistia allargata: «No a richieste di grazia o a provvedimenti di clemenza che riguardino soltanto la mia persona – ha sottolineato -. Sì ad una amnistia sociale che riguardi i reati connessi ai comportamenti dettati dall’aggravamento della povertà prodotto dalla crisi economica negli ultimi anni».

Sulla stessa posizione il movimento No Tav che in una nota dichiara: «Non è questa la strada giusta, la grazia non la vuole Nicoletta, e non la chiederà per se stessa, perché non è il fatto di risolvere la sua situazione attuale ma quella di riconoscere come in tutti questi anni procura, questura e tribunali abbiano giocato una partita politica, delegati dallo Stato. Noi vogliamo che si dica che il Tav è un’opera inutile, devastante e che tutti vengano liberati e la valle venga smilitarizzata. Non è pretendere troppo, ma il giusto. Libertà per tutti e tutte, siamo solo all’inizio di questa lotta».

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, il manifesto

BUSSOLENO. L’osteria «La credenza» di Bussoleno è stata per anni il cuore del movimento No Tav, e solo pochi anni fa Nicoletta Dosio e il marito Silvano hanno ceduto la gestione a una donna curda, e alla sua famiglia, profuga di guerra.

Sotto le bandiere No Tav che pendono ancora dal balcone dell’antica osteria ieri sera si sono dati appuntamento migliaia di amici e compagni di Nicoletta: un lungo serpentone ha marciato per oltre un’ora, illuminato dalle fiamme delle fiaccole che in molti reggevano in mano. Volti noti, ma anche persone mai viste prime mosse dall’enormità di quanto accaduto. Una comunità vagamente preoccupata per le sorti di una donna rinchiusa in carcere, dove sconterà una pena detentiva di nove mesi.

«HAI VISTO? L’ha fatto sul serio, è andata fino in fondo», «Chissà come sta là dentro, da sola, in un carcere a quell’età»: questi i commenti più diffusi in un mondo che più che arrabbiato si sente offeso da una scelta voluta dalla Procura di Torino.
Che attraverso un comunicato del Procuratore Generale Francesco Saluzzo ha sottolineato come la carcerazione di Nicoletta Dosio sia un passaggio formale atto a non creare disparità di trattamento.

«Chi ha mosso le critiche – ha dichiarato il procuratore – non vorrebbe che i cittadini fossero trattati secondo il cognome o le ragioni che hanno spinto a delinquere. Tutti hanno diritto allo stesso trattamento e nei confronti di tutti vi è il dovere di applicare il trattamento previsto, che è solo quello dettato dalla legge. Solo il legislatore, nella sua saggezza, può modificare le norme, a patto che rispetti i principi costituzionali».

IN PRECEDENZA aspre critiche erano giuste perfino da esponenti del Partito Democratico, come il sottosegretario dem all’Ambiente Roberto Morassut: «Non condivido nulla del movimento No Tav, ma le proteste anche scomode e con le quali non si è d’accordo non vanno ignorate. Trovo sproporzionato l’arresto di Nicoletta Dosio. Credo sia una misura sbagliata e senza senso, frutto di un meccanismo burocratico che prescinde dalla concretezza delle cose». Imbarazzo invece dal M5s, che tra i No Tav ha fatto il pieno di voti eleggendo tre parlamentari: Luca Carabetta, Laura Castelli e Alberto Airola, al momento silenti.

NICOLETTA DOSIO, intanto, ha fatto pervenire una lettera dal carcere dove è rinchiusa: «Sto bene e sono contenta della scelta che ho fatto perché è il risultato di una causa giusta e bella, la lotta NoTav che è anche la lotta per un modello di società diverso e nasce dalla consapevolezza che quello presente non è l’unico dei mondi possibili». Lettera che prosegue ricordando gli altri tre incarcerati per reati relativi alle dimostrazioni contro la Torino – Lione: «Sento la solidarietà collettiva e provo di persona cosa sia una famiglia di lotta. L’appoggio e l’affetto che mi avete dimostrato quando sono stata arrestata, e le manifestazioni la cui eco mi è arrivata da lontano, confermano che la scelta è giusta e che potrò portarla fino in fondo con gioia. Parlo di voi alle altre detenute e ripeto che la solidarietà data a me è per tutte le donne e gli uomini che queste mura insensate rinchiudono».

IN QUESTE MANIFESTAZIONI, che da decenni vengono aperte delle donne Notav, Nicoletta Dosio sarebbe stata in testa al corteo, tra coloro che reggono lo striscione: ieri sera il suo posto era occupato da un’altra donna della valle, una delle tante impegnate nella battaglia contro il super treno che dovrebbe collegare Torino a Lione.

Presenti diversi rappresentanti di Potere al Popolo – di cui la Dosio è una delle coordinatrici nazionali, la più votata – in arrivo da tutta Italia e Rifondazione Comunista. Sotto un cielo stellato e con un freddo pungente il corteo ha girato per le strade del paese, fermandosi poi di fronte al monumento ai caduti Partigiani.

Qui il professor Luigi Richetto, storico e filosofo nonché collega di Nicoletta Dosio, ha così sottolineato l’impegno della storica militante No Tav: «Una partigiana da sempre. La sua vita è stata caratterizzata da un impegno costante e schierato in ogni campo: scuola, famiglia, lavoro». Il coro che ha scandito per lunghi minuti la marcia ricordava questo tratto della Dosio, definita: «partigiana, generosa e fiera». Prossime iniziative di protesta e solidarietà sono previste in tutta Italia.

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, il manifesto

TORINO. Una valle in tumulto per lei, che invece sorrideva serena: Nicoletta Dosio, già docente di greco e latino e fondatrice del Liceo Norberto Rosa di Bussoleno, chiusa dentro l’auto delle forze dell’ordine che se la portava via, salutava con un bel sorriso e il pugno chiuso.

La mano di una donna anziana ma non stanca che sventola, sempre chiusa dentro un’automobile e seduta di fianco a un carabiniere, un fazzoletto No Tav, mentre intorno a lei decine di persone accorse da tutta la val Susa bloccavano per oltre un’ora chi aveva il compito di portarla via dalla sua terra: direzione carcere. Urla della folla – «vergogna», «fascisti», «andate a prendere i ladri invece di venire qui da una settantenne» – si alzavano nella notte ghiacciata di Bussoleno, davanti alla casa dove Nicoletta e il marito Silvano nei decenni hanno accolto ogni debolezza tirasse la cordicella del vecchio campanaccio. Perseguitati dalla legalità, perseguitati politici, migranti in fuga, migranti con piedi bruciati dal gelo accuditi per mesi come figli, partigiani curdi, persone allo sbando. E in più offrivano un letto caldo: tutti questi e infiniti altri. Non solo, perché anche animali abbandonati hanno colonizzato la vecchia casa sormontata da due enormi cedri: cani, gatti, asini, oche, pecore, capre, caproni. A causa della sua esposizione a volte glieli ammazzavano, quegli animali: lei soffriva, molto, e poi ne prendeva altri.

Condannata con altri diciannove militanti No Tav in un recente processo, aveva rifiutato la concessione delle pene alternative al carcere. Una scelta consapevole del destino che le sarebbe toccato. «Non sarò la carceriera di me stessa a casa mia», diceva. E aggiungeva: «Veniamo tutti condannati per cosa? Per un vicenda dove lo Stato italiano ha messo nero su bianco, numeri alla mano, che abbiamo ragione noi». Si riferiva alla valutazione costi benefici partorita dal precedente governo. Valutazione che per lei altro non era che una prova accessoria, nemmeno dirimente, perché la sua contrarietà alla Torino – Lione fonda su principi non meramente econometrici ma umani: «Come è possibile annientare così una popolazione, che per giunta persegue un bene comune?», domandava.

«Andrò in carcere – diceva solo pochi giorni fa – dove troverò altri oppressi, altri ultimi, con cui solidarizzare e creare una nuova famiglia. Andrò in carcere perché di Tav non si parla più. Lo si considera un capitolo chiuso: e quindi con il mio corpo dietro le sbarre voglio riaprire questa storia indecente».

L’avvocata che la segue, Valentina Colletta ieri sera dichiarava: «Nicoletta era molto decisa, ma il mondo intorno a lei no.Una situazione grave con responsabilità che ricadono non solo su coloro che hanno deciso di portarla via questa sera, ma sopratutto su chi l’ha condannata».

Presidi e manifestazioni sono previste nei prossimi giorni a Torino e in Italia.

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, il manifesto

Sono passati quattordici anni dall’otto dicembre 2005, data spartiacque nella storia della Torino – Lione, quando un massiccio corteo composto da decine di migliaia di persone in arrivo da tutta Italia, riuscì a riconquistare i terreni occupati dalle forze dell’ordine pochi giorni prima, e solo grazie ad un violento intervento notturno che riuscì a sgomberare i presidianti del Movimento No Tav.

L’Italia prese quel giorno coscienza che la vicenda dell’alta velocità in val Susa aveva dimensioni nazionali e non poteva essere trattata con il pugno di ferro della repressione, pena una reazione imprevedibile da parte di una comunità di cui al tempo si ignoravano le dimensioni.

Da allora ogni anno, ogni otto dicembre, si è tenuta una marcia che mescola l’orgoglio e il ricordo, rito che celebra un mito fondativo: oggi a Susa per la quattordicesima volta migliaia di persone cammineranno come allora da Susa a Venaus.

I cantieri del Tav sono fermi, la polemica politica è spenta, in val Susa la realizzazione del tunnel di base è incagliata su un piccolo granello che rischia di bloccare la mega macchina: il problema della montagna di roccia di scarto, contenente amianto e chissà cos’altro, mai bonificata, rimane intatto.
E senza la bonifica di quel sito, niente Tav.

Una mina che potrebbe bloccare o ulteriormente rallentare il già lentissimo percorso, ormai quasi trentennale, di sviluppo della Torino – Lione.
Presa coscienza che il M5s è ormai dall’altra parte – “Sulla Tav i giochi sono fatti è una partita chiusa”, queste le ultime dichiarazioni della sindaca di Torino, Chiara Appendino – il Movimento No Tav ritorna in strada perché “oggi, contrastare queste opere inutili e devastanti significa difendere un pianeta a rischio sopravvivenza. I cambiamenti climatici stanno condannando l’uomo e la natura all’estinzione a causa di uno sfruttamento delle risorse di un sistema fuori controllo. Tutto ciò non è più sostenibile e dobbiamo agire ora”.

In marcia contro le grandi opere che depredano i territori, ma anche per denunciare la pioggia di condanne che si è abbattuta sul mondo Notav: “Continuiamo a subire un feroce attacco da quei poteri che in nome della legalità realizzano ingiustizia e sopraffazione dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.

A breve infatti per 20 attivisti No Tav si apriranno le porte del carcere, a seguito di assurde condanne punitive, con l’obiettivo di intimidire una lotta che si appresta a contrastare l’inizio dei lavori per il tunnel di base”.

Alla manifestazione ha annunciato la sua adesione Legambiente “per ribadire il proprio no alla linea ad alta velocità Torino Lione, una grande opera inutile, costosa e che rischia di produrre danni irreversibili all’ambiente”.

In una dichiarazione congiunta, il presidente nazionale del Cigno Verde, Stefano Ciafani,e Giorgio Prino, neo-presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta, evidenziano che “le ferite dei nostri territori ci dimostrano ancora una volta che la crisi climatica impone dei cambiamenti urgenti nelle priorità non solo dell’agenda politica internazionale, e la Conferenza sul clima in corso a Madrid è un importante banco di prova su questi temi, ma anche di quella nazionale e locale. Le opere che davvero servono all’Italia e al Piemonte sono altre, non certamente il Tav la cui utilità, dopo decenni di discussione, resta ancora tutta da dimostrare”.

Presente anche l’Unione Montana Valsusa, ovvero l’assemblea dei sindaci della valle. La Fiom Cgil, marcerà come ogni anno: “Come da sempre sosteniamo si tratta di un’opera che si rivelerà inutile e superata, che drena e drenerà enormi risorse pubbliche. Quelle risorse che andrebbero investite nella creazione di lavoro con un grande piano di modernizzazione e manutenzione delle reti di trasporto pubblico e di salvaguardia del territorio, che proprio in queste settimane ha dato ulteriore dimostrazione di un esteso dissesto idrogeologico”.

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, il manifesto

TORINO. Dodici condanne per interruzione di pubblico servizio e violenza privata. Questa la sentenza emessa dal Tribunale di Torino poche settimane fa, inerenti uno dei molti conflitti che hanno visto protagonista il movimento No Tav.  Condanne senza condizionale per sei persone, un aggravamento insolito per un reato di lieve entità.

Nella primavera del 2012, un’operazione di polizia portò allo sgombero della baita adiacente al cantiere della val Clarea: vi fu il ferimento grave dell’attivista NoTav Luca Abbà, rimasto folgorato su un traliccio dell’alta tensione. Mentre Abbà lottava tra la vita e la morte il movimento No Tav si riversava per due giorni lungo l’autostrada della val Susa; dapprima a Chianocco presso un svincolo strategico – da cui furono sgomberati con una violenta operazione notturna – e dopo presso il casello di Avigliana. Quaranta minuti in autostrada sotto l’occhio dei poliziotti che controllavano da vicino la manifestazione che ebbe anche un volantinaggio. I manifestanti alzarono la sbarra del casello per diversi minuti.

Tra i condannati per quell’episodio c’è Nicoletta Dosio, settant’anni passati, già docente di greco e latino presso il liceo Norberto Rosa di Susa, tra le fondatrici del movimento No Tav.

Dosio, lei andrà in carcere. È intimorita da questa prospettiva?

No, non lo sono. Ci sono dei passaggi che devono essere affrontati quando si porta avanti con coerenza una lotta come quella contro il Tav. Una lotta in cui noi abbiamo ragione, come per altro messo nero su bianco, numeri alla mano, perfino dallo stesso Stato solo pochi mesi fa. Il nodo morale delle minoranze che hanno ragione ma a cui viene imposta una realtà assurda rimane, intatto.

Ha la possibilità di chiedere pene alternative: lo farà?

Non lo farò e qualcuno, un giorno, verrà a prendermi per portarmi in carcere. Sono pronta, ci penso da molto tempo, è un prospettiva che nel tempo è entrata a far parte della mia vita.

Perché fa questo? Lei ha settantatré anni.

Voglio cercare di mettere il dito nella piaga, e ancora una volta dare visibilità a questa ingiustizia che perseguita chi lotta per il diritto di tutti. Inutile fare i neo ambientalisti che accolgono le richieste dei giovani quando si devono recuperare voti e poi, nella realtà, giustificare e avallare una devastazione perfino priva di senso economico. Questo mio gesto è contro i sepolcri imbiancati: per mettere in luce questo e riportare l’attenzione pubblica, che mi pare si stia adattando, agli orrori nei confronti di chi lotta, io andrò in carcere. Il dovere che io sento è di non genuflettermi: di non chiedere sconti o scuse. Per dignità e libertà. Sono convinta che quel mondo buono che ancora esiste intorno a me lo troverò anche in carcere, dove incontrerò gli ultimi degli ultimi. Farò esperienze che mi serviranno, sebbene io sia una donna anziana.

Chi la sostiene in questo momento?

Percepisco sulla mia pelle un grande calore e una grande vicinanza. Che poi è la stessa che provano i numerosi condannati di questa triste storia. Grande solidarietà e partecipazione di chi lotta da trenta anni e non si arrende. Uguaglianza, libertà, solidarietà. Il movimento No Tav non solo non è morto ma reagisce a una serie di provvedimenti restrittivi che stanno arrivando a diluvio sulla valle di Susa, sopratutto verso la parte attiva. Segno che si va verso un veloce allargamento dei cantieri. Solo ieri, altre due condanne. So di avere con me il sostegno delle mie sorelle e dei miei fratelli di una lotta bella e irriducibile, perché porta nelle sue mani la memoria del passato, l’indignazione per la precarietà presente, la necessità di un futuro più giusto e vivibile per tutti.
Se andrò in carcere, non me ne pentirò, perché, come scrisse Rosa Luxemburg, dalla cella dove scontava la sua ferma opposizione alla guerra, « mi sento a casa mia in tutto il mondo, ovunque ci siano nubi, e uccelli, e lacrime umane».

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, il manifesto

Sette nuovi caracoles e quattro nuovi municipi autonomi zapatisti sono nati il 17 agosto. L’annuncio viene direttamente dall’Ezln che torna a parlare dopo mesi di silenzio seguiti ai festeggiamenti per i 25 anni dell’insurrezione (quando gridarono al mondo di essere tornati soli come soli erano il primo gennaio 1994) e dopo la serrata dei territori in resistenza con una sorta di «allerta rossa» causata dalla crescente militarizzazione disposta dal governo locale, statale e federale e dalla minaccia di grandi opere come il Tren Maya.

Il rilancio fa parte della storia zapatista: dopo il 9 febbraio 1995, quando il presidente Zedillo, nonostante fossero in corso dialoghi di pace cercò di catturare la comandacia dell’Ezln e distrusse l’Aguascalientes di Guadalupe Tepeyac, gli zapatisti e le zapatiste risposero costruendo cinque nuovi Aguascalientes, che poi nel 2003 si sono trasformati in quelli che fino a pochi giorni fa erano i cinque caracoles.

Per l’antropologo ed editorialista della Jornada Gilberto Lopez y Rivas «si dimostra che lo zapatismo gode di buona salute ed è in una fase vivificante, piena di entusiasmo per l’allargamento della sua area di influenza e per i risultati raggiunti nella pratica dell’autogoverno.

Di fatto questa è una vittoria per l’Ezln oltre che una notizia che ha regalato grande gioia a tutte e tutti coloro che solidarizzano con il movimento rivoluzionario e lavorando spalla a spalla con il Congresso Nazionale Indigeno».

Per la prima volta si dichiarano zapatiste realtà che si trovano a sud di San Cristobal de Las Casas, come Ametenango del Valle, Chicomuselo e Motozintla. Anche nella vecchia capitale dello Stato un pezzo di città, l’area del Cideci, diventa zona di controllo e influenza dell’Ezln.

Questo annuncio «ha un significato storico» secondo Lopez y Rivas perché «risponde a tutte le politiche di contro-insurgenza, attive o passive, messe in campo da tutti i differenti governi dal 1994 ad oggi. Gli zapatisti hanno saputo resistere e quindi non restando mai passivi hanno rafforzato permanentemente il processo organizzativo e intensificato continuativamente il percorso di costruzione del soggetto autonomo, ovvero lo sviluppo dell’autogoverno delle/nelle comunità. Così oggi ci sono decine di migliaia di giovani e giovani coscienti, preparati politicamente e con carichi di responsabilità» che fanno crescere l’organizzazione.

* Fonte: Andrea Cegna,  IL MANIFESTO

 

photo: Adam Jones from Kelowna, BC, Canada [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)]

Una nube di gas lacrimogeno ha posto fine alla manifestazione Notav nei boschi della val Clarea. Finale ampiamente previsto, che soddisfa i manifestanti, che volevano raggiungere il cantiere diventato nel corso degli anni sempre più grande e invasivo.

DOPO UN’ORA DI ASSEDIO alla prima delle recinzioni esterne del cantiere di Chiomonte i gas invadono il fitto bosco perché sparati in ogni direzione al fine di disperdere la folla che si era avvicinata alle recinzioni: chi è sprovvisto di maschere anti gas, quasi tutti, subisce gli effetti dei fumi e indietreggia velocemente.
Circa cinquemila manifestanti avevano in precedenza sfondato una barriera d’acciaio piantata in mezzo ad un sentiero largo un metro e mezzo, nel nulla: dopo un primo lancio di lacrimogeni i poliziotti posti a difesa della surreale cancellata nei boschi – distante un chilometro dal cantiere – abbandonano il terreno di scontro, lasciando campo libero ai carpentieri Notav, che a colpi di flessibile aprono un varco attraverso il quale passano i manifestanti.

LA CANCELLATA VIENE successivamente smontata e privata del filo spinato. Giunti alla fortezza entro la quale è stato scavato il tunnel geognostico, i manifestanti si dividono in due parti e tentano un doppio assalto: vengono gettati sassi e tre petardi che provocano violenti boati che rimbombano nei boschi.
Alle otto di sera il movimento Notav ripiega e torna verso Giaglione, e poi ancora a Venaus dove si sta svolgendo il Festival dell’Alta Felicità. Visibilmente soddisfatto per il livello di conflittualità espresso, che metteva d’accordo i duri dei centri sociali giunti in gran numero e la componente popolare che non avrebbe accettato una degenerazione.

Termina all’imbrunire una giornata di lotta molto diversa da quelle campali del 2011 – anno della massima conflittualità – quando venne sgomberata la cosiddetta «repubblica della Maddalena»: ieri meno partecipanti, ma molto più giovani.

IL CORTEO, QUINDICIMILA persone all’inizio della marcia, muove i primi passi verso le due del pomeriggio e dopo circa due ore di cammino nella morsa dell’afa, prima lungo la statale e poi nei sentieri che attraversano una valle coperta di castagni secolari, raggiungeva il suo obiettivo. Lunghe file di automobili creano, ferme in attesa del passaggio del corteo: una accanito servizio di «propaganda» parla a tutti coloro che subiscono l’attesa, spiegando i motivi della manifestazione.

GIUNTI A GIAGLIONE la quasi totalità dei partecipanti che prendono le vie sterrate nel bosco sono giovani e giovanissimi, giunti in valle per partecipare al festival.

Pochi minuti prima della partenza un nubifragio si scatena in val Susa, abbattendosi anche sul campeggio adiacente alla grande arena del Festival e per alcuni minuti si teme che il corteo non riuscirà a partire, data la violenza della tempesta d’acqua: ma dopo alcuni minuti di furore meteorologico il cielo si rasserena e il corteo parte ordinato.

IL MONDO NOTAV cammina così per l’ennesima volta lungo percorsi disseminati di vigne che odorano di verde rame, con i versanti ancora coperti di antichi terrazzamenti abbandonati che raccontano un lontano passato contadino. Nel 2007 si decise, dopo i violentissimi scontri di Venaus del 2005, di posizionare il cantiere della galleria gegnostica in una valle laterale della val Susa, giudicata imprendibile a causa della dura opposizione popolare.

LA «ZONA ROSSA» che circonda il cantiere negli anni si è espansa ed è stata punteggiata da cancelli e sbarramenti, uno dei quali ieri è stato abbattuto e poi superato dai manifestanti.

In mattinata i capi del movimento Notav avevano invitato a non lanciare sassi o altro contro le forze dell’ordine: richiesta che da alcuni viene disattesa, come era del resto prevedibile.

Il lungo serpentone voleva raggiungere il cantiere e qui inscenare quella che viene chiamata «battitura», ovvero colpire ripetutamente e per minuti i cancelli con dei sassi. Rituale che veniva attuato negli anni passati e che viene ripetuto con successo.

IL GRANDE ENIGMA sulla presenza di rappresentanti del mondo cinque stelle non riscuote particolare successo tra i manifestanti, disinteressati alle capriole del partito di Beppe Grillo. Parlamentari grillini non vengono avvistati, mentre si presenta una solitaria consigliera comunale di Torino, Viviana Ferrero. La quale non si avventura verso i boschi della val Clarea e il cantiere, rimane presso l’arena del Festival. Negli anni passati la presenza del M5s fu massiccia, con deputati a profusione in arrivo da tutta Italia.

LA DECISIONE DEL GOVERNO gialloverde, e in particolare della sua componente cinque stelle, ha quindi portato energia a un movimento che non esprime una forza così da lungo tempo, diviso proprio dalle sensibilità politiche.

Nilo Durbiano, ex sindaco di Venaus, commenta: «Il movimento Notav aveva promesso che avrebbe raggiunto il cantiere e lo ha fatto: ma il punto non è questo. Il punto è che siamo di fronte a un mondo a cui è stato detto, numeri alla mano, che ha ragione ma deve subire un’ingiustizia. Nel governo si sono piegati a delle logiche di potere, e questo genera situazioni come quella di oggi».

È ORMAI SERA. I manifestanti, terminata la lunga marcia, tornano al campeggio dove assistono ad un concerto e alla festa finale del «Festival dell’Alta Felicità».

* Fonte: Marco Boccitto, IL MANIFESTO

 

Foto: notav.info

Di Maio: «Una mozione in parlamento ma siamo il 33%, quello che potremo fare lo faremo»

Val di Susa (Torino). Come nel terribile periodo degli scontri più duri, quindi almeno fino al 2013, le varie vie di comunicazione che percorrono la val Susa – due statali, un’autostrada, una ferrovia internazionale – sono disseminate di posti di blocco. Un segnale chiaro se si volge lo sguardo al passato. Ma la “Borgata 8 dicembre” di Venaus che ospita il Festival dell’Alta Felicità giunto alla sua terza edizione, continua ad essere una bolla di serenità accerchiata da venti di tempesta.

IL VICEPREMIER E MINISTRO dell’interno Matteo Salvini ieri ha ripetuto il suo mantra: «Siamo in democrazia, ognuno è libero di dire quello che vuole, se ci fosse un solo episodio di violenza non resterà impunito». Dopo il volto feroce, come da tecnica collaudata, la componente paterno-patriarcale: «Sono in contatto costante con il prefetto di Torino, spero che ci sia tanta gente, mamme, papà, bambini a volto scoperto e disarmati. L’importante è manifestare le proprie idee cantando, fischiando e ballando, ma a volto scoperto e a mani nude. Ci saranno almeno 500 agenti sul posto, conto che tutti usino la testa – ha aggiunto -. Se qualcuno cominciasse a fare casino, ad attaccare, bruciare, minacciare e insultare, nessuno resterà a guardare. Spero che sia una bella, pacifica e affollata manifestazione, ma non sarà tollerato alcun episodio di violenza».

UN EVENTUALE PUGNO DI FERRO del ministro sui manifestanti potrebbe avere pesanti ripercussioni sul governo data la presenza di centinaia di attivisti, ed eletti, pentastellati in arrivo da tutta Italia.

LA MARCIA SI ANNUNCIA pacifica, ma il movimento Notav vorrebbe avvicinarsi al recinto esterno del cantiere. Un luogo sperduto in una valle laterale e selvaggia della val Susa, la val Clarea, che necessita di almeno un’ora di marcia per essere raggiunto. Per arrivare – è prevista pioggia a secchiate – i manifestanti dovranno superare alcuni sbarramenti che sono presenti lungo i sentieri, distanti chilometri dal cantiere. Non una novità: negli anni passati le reti che venivano poste lungo questi sentieri impervi erano aggirate senza che le forze dell’ordine intervenissero. A volte sono state tagliate, altre abbattute. Se la marcia sarà pacifica o meno dipende da cosa accadrà presso questi “blocchi” sperduti nei boschi.

I MANIFESTANTI, per voce dei loro capi, hanno abbassato i toni. Alberto Perino ha parlato ieri di «passeggiata pacifica», altri si sono dati lo scopo di «far vedere la devastazione del cantiere». «Siamo serenamente incazzati – dice Nicoletta Dosio, una delle fondatrici del movimento Notav – perché la festa è bella e partecipata, molto serena. Ma parallelamente permane la rabbia per quanto accaduto in questi giorni, fine indecorosa di una presa in giro a cui molti hanno creduto. Le nostre ragioni restano inascoltate, prevale la forza bruta di un ministro che minaccia un Festival: cose mai viste se non in tempi che consideravamo finiti. E invece non lo sono».

FUORI DALLA BOLLA che si gode musica, confronti e letteratura, permane la diatriba sul Movimento 5 stelle e le sue acrobazie sulla Tav. Il vicepremier Luigi Di Maio ieri ha ribadito di essere contrario al treno: «Alla Francia regaleremo 2,2 miliardi. Il M5S non ha rinnegato l’inutilità della Torino-Lione». «Nei prossimi giorni si depositerà l’atto per chiedere il voto in parlamento, non lo abbiamo chiesto noi, lo ha chiesto il premier. In parlamento abbiamo la maggioranza relativa, il 33 per cento, non assoluta. Quello che potremo fare lo faremo».

IL CAPOPOLITICO DEL M5S tenta di rincuorare le truppe sopratutto nel torinese, dato che mercoledì sera è previsto un confronto pubblico a Bussoleno tra i militanti, anche eletti, del M5s, al fine di prendere decisioni irrevocabili: restare o andare via? I pasdaran social hanno intanto iniziato una battente campagna in cui scaricano la colpa direttamente sulla val Susa che non avrebbe votato in modo compatto M5s, e ora quindi si meriterebbe il Tav. Rimane il dubbio sulla presenza dei parlamentari Airola e Castelli, i barricaderi della traballante maggioranza di Torino.

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

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