Movimenti

La Val di Susa si schiera contro il decreto sicurezza. E sabato sarà in piazza ad Avigliana, a ridosso della Giornata della memoria, contro una legge che «discrimina l’uomo in base al luogo in cui è nato, compiendo uno strappo vigoroso ai principi della Costituzione».

La manifestazione, con ritrovo alle ore 14 in piazzetta De Andrè, è promossa dai comuni di Vaie e di Avigliana, Recosol (la rete dei comuni solidali), Anpi Valle di Susa e Val Sangone, Chiesa Valdese di Susa, Chiesa Battista di Meana e dall’Ufficio pastorale migranti Diocesi di Susa. Ha aderito, tra gli altri, il movimento No Tav.

La Valle ha intrapreso, ormai da due anni, un progetto di microaccoglienza diffusa con piccoli gruppi di migranti inseriti in ogni paese. Si tratta di un esperimento che ha avuto una eco nazionale, poi copiato da molti altri territori. Una scommessa vinta di integrazione riuscita che oggi rischia di essere abbandonata.

«Con il decreto 113/2018, convertito in legge, ci troviamo di fronte – spiegano gli organizzatori – a nuove regole che impediscono il rinnovo della protezione umanitaria da parte dei migranti che ne avevano diritto. Questa legge genererà circa 60mila irregolari in due anni. I nuovi clandestini non potranno essere rimpatriati nei Paesi d’origine, sia per mancanza di fondi, sia soprattutto per la mancanza di accordi bilaterali con i governi dei Paesi di provenienza. Si riverseranno così nelle strade delle nostre città senza diritti, senza tutele e senza la possibilità di lavorare in regola. Saranno le amministrazioni comunali, in totale solitudine e con pochi mezzi, a doversene fare carico. In questo modo si rischierà di alimentare la delinquenza, il lavoro nero, lo sfruttamento del lavoro e della prostituzione».

La Val di Susa è stata storicamente un luogo di transito, abitato da una comunità legata al suo territorio e nello stesso tempo capace di coltivare i semi dell’accoglienza. Ecco, perché non vuole rimanere silente. «La legge di Salvini non riconosce la protezione ai migranti per motivi umanitari, cancellandone la tutela per casi legati allo stato di salute, alla maternità, alla minore età, al tragico vissuto, ai maltrattamenti affrontati durante il difficile viaggio verso l’Italia. È una legge non solo repressiva verso chi viene definito “straniero”, ma anche verso gli stessi italiani che vedranno limitati i loro diritti a manifestare».

* Fonte: Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

«Schiavi mai» hanno urlato i braccianti, i lavoratori della logistica, i lavoratori migranti nella manifestazione di 5 mila persone che ieri ha percorso il tragitto da piazza della Repubblica al Campidoglio a Roma. Organizzata dall’Unione sindacale di base (Usb), da «Potere al popolo» e da numerose associazioni antirazziste e centri sociali al corteo che ha sfidato il gelo della Capitale hanno aderito anche delegazioni della Coalizione Internazionale Sans-Papiers Migranti e Rifugiati da Francia, Belgio e Spagna. Il corteo romano si è svolto in contemporanea a quelli in altre città: Cagliari e Torino.

INSIEME HANNO INDOSSATO il gilet giallo, il simbolo della rivolta francese contro le politiche sociali ed economiche del presidente Macron, lo stesso che negli ultimi giorni è stato indossato dai ferrovieri tedeschi, aderenti al sindacato Evg, che protestano contro le condizioni salariali annunciate dalla Deutsche Bahn. A Roma questo simbolo ha voluto evidenziare, anche visivamente, la condizione di invisibilità degli sfruttati. La protesta è contro il «Dl sicurezza» targato Salvini perché contiene «norme antisociali che continuano a produrre povertà, disoccupazione, guerra tra persone già impoverite e senza casa: studenti, lavoratori, braccianti, colf, badanti, rifugiati, facchini, richiedenti asilo, lavoratori del terzo settore, uomini e donne solidali». «Siamo convinti – sostengono ancora gli organizzatori – che il problema delle disuguaglianze sociali che stiamo vivendo sulla nostra pelle non si possa risolvere seminando odio o facendo guerra ai “diversi”».

L’UNICO MODO che hanno gli sfruttati per contrastare le politiche securitarie, che colpiscono il dissenso e coloro che, a causa della marginalità socio-economica, sono costretti ad occupare una casa in mancanza di alternative, è quella di unire le lotte, anche in maniera intersezionale. «Oggi più che mai dobbiamo unirci, insieme a chi ha deciso di non restare indifferente voltando la faccia altrove, contro qualsiasi forma di razzismo, sessismo e discriminazione».

A ROMA È STATA RIVENDICATA la necessità di una regolarizzazione con rilascio di un permesso di soggiorno; la rottura del legame tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno; l’accesso al reddito e alla casa a prescindere dalla provenienza geografica; la cancellazione dell’articolo 5 della «legge Lupi». Netto il rifiuto alla guerra contro le Ong, a chi pratica la solidarietà verso i migranti. Opposizione anche agli accordi di espulsione, definiti «di deportazione». Si sostiene invece la possibilità di una «accoglienza dignitosa», il diritto al reddito minimo, la stabilizzazione dei lavoratori e la reinternalizzazione dei servizi. Le spese per i servizi sociali vanno tenute fuori dal patto di stabilità.

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Torino: corteo contro il decreto Salvini

Circa duecento persone, scortate da quasi altrettanti uomini delle forze dell’ordine, hanno sfilato da piazza Solferino al grido di «Salvini boia» e «Salvini fascista sei il primo della lista» contro il decreto immigrazione e sicurezza del governo giallo-verde, «contro l’inasprimento delle condizioni di vita dei poveri e degli sfruttati italiani e stranieri; contro l’attacco sferrato nei confronti di chi si ribella e dei suoi strumenti di lotta, come l’occupazione e il blocco stradale».

Un corteo tutto sommato pacifico che ha finito solo per lanciare qualche uova o petardo, e imbrattare i muri di qualche banca e negozio.

* Fonte: Mario Pierro, IL MANIFESTO

 

Una piazza decisamente di sinistra, mentre i Cinque Stelle sono in forte difficoltà. Alberto Perino: «Non accettiamo nessun tunnel. Tutto queste deve finire». Lele Rizzo: «Noi abbiamo la vera idea di futuro. Siamo motivati non da interessi personali, pensiamo alla collettività»

TORINO.La testa del corteo percorre l’ultimo tratto di via Pietro Micca cantando Bella Ciao. «O partigiano, portami via». Qualche pugno chiuso si alza in mezzo alle bandiere con il treno crociato. È una giornata di cielo terso a Torino. Una decina di passi dopo, la marea No Tav entra in una piazza Castello già in pieno clima natalizio. La sfida con la manifestazione del 10 novembre – benedetta come «nuova marcia dei 40 mila» – è vinta. Il multicolore corteo contro la Torino-Lione supera le 60 mila unità. Ma la lunga e trentennale storia No Tav non può essere ridotta a una contesa numerica.

«QUESTA PIAZZA è commovente, vale la pena di vivere per vederla e ha gli stessi volti, entusiasmo, età che il movimento ha visto in tanti anni». Lo dice dal palco Nicoletta Dosio, storica attivista del movimento. «Questa piazza è l’opposto di quel sistema violento e distruttore che ci vorrebbe tutti muti e quieti. Invece – aggiunge – abbiamo la nostra voce, il futuro che vogliamo davanti a noi. «Non baratteremo lo stop alla Tav per l’Ilva, il Tap e il Terzo valico». Il corteo è partito da piazza Statuto percorrendo, poi, via Cernaia. Un corteo d’ogni età, aperto dallo striscione «C’eravamo, ci siamo e ci saremo» sorretto dalle donne No Tav. Sono venuti attivisti dalla Valle e da molte zone dell’Italia. Tanta musica e cartelli d’ogni genere. «Con un metro di Tav si coprono 80 borse di studio da 2 mila euro», hanno scritto gli studenti. «Meno Tav, più sostegno ai comuni terremotati», recita un altro slogan.

PROTAGONISTA anche uno spezzone dedicato ai bambini: «La Valle è nelle nostre mani». Più in là le «muntagnine informate e resistenti». Uno dei colori prevalenti è stato il rosso, quello delle tante anime sparse della sinistra, che in questa battaglia sembra trovare un punto d’unità: Rifondazione comunista con Maurizio Acerbo ed Eleonora Forenza, Sinistra italiana con Nicola Fratoianni e Marco Grimaldi, Potere al popolo, la Fiom ma soprattutto tanti apolidi di una sinistra senza partito, di un mondo che ieri ha voluto essere in piazza. Il sindaco di Susa Sandro Plano (Pd ma eretico) ha invitato a ribaltare il motto salviniano «prima gli italiani» utilizzato in chiave discriminatoria: «Noi diciamo prima le scuole e gli ospedali italiani, invece di disperdere i soldi per un’opera inutile».

E I CINQUE STELLE, che in questa battaglia avevano le radici? Sono stati meno visibili del solito. C’erano consiglieri regionali e comunali, il senatore Alberto Ariola, qualche assessore comunale e il vicesindaco di Torino Guido Montanari, con la fascia tricolore al centro dello spezzone degli amministratori: «Il Tav è una di quelle opere inutili che consuma energia». La sindaca Chiara Appendino era assente, Montanari è stato vittima di una isolata contestazione. Unico e breve momento di tensione in una giornata tranquilla. La partecipazione alla manifestazione di ieri rappresenta anche una sfida ai pentastellati. Proprio a loro si è voluto rivolgere Alberto Perino: «Chiediamo che tutto questo abbia fine, lo chiediamo con forza al M5S perché l’avevano scritto nel loro programma. Ci rendiamo conto che non sono soli al governo ma chiediamo loro di resistere e portare a casa quello che hanno promesso. Non accettiamo nessun tunnel». In questa fase di limbo i Cinque Stelle continuano a ribadire di essere in attesa dell’analisi costi-benefici. Ma non tutti vivono allo stesso modo l’indugio. La capogruppo in consiglio comunale a Torino, Valentina Sganga, invita i ministri Cinque stelle a fermare subito l’opera: «Questa massa democratica non può soggiacere a nessun valore economico». Va «oltre gli esiti, più che scontati, che potrà produrre la stessa analisi costi/benefici».

UNA COSA È CERTA: i Cinque stelle si trovano in forte difficoltà e, ieri, non è stata affatto una piazza grillina, come i media mainstream vogliono dipingere. Il popolo No Tav ha risposto nelle sue diversità alla chiamata: chi lo pensava in salute precaria dovrà cambiare opinione, farsene una ragione. Un mondo colorato e felice apparentemente rinvigorito dalla sfida lanciata dalle sette donne torinesi che, con la piazza del 10 novembre, pensavano di aver chiuso la partita, brindare alla crescita senza fine e spedire i No Tav in montagna tra pecore e mucche. «Ci fanno passare per retrogradi – ha detto Lele Rizzo, uno dei leader della protesta – ma noi abbiamo la vera idea di futuro. Siamo motivati non da interessi personali, ma da un linguaggio di chi pensa per la collettività».

E, MENTRE, IN FRANCIA impazza la protesta, a Torino è comparso in marcia un gruppetto di «gilets jaunes» dalla valle francese della Maurienne. In corteo anche il sindaco del comune francese di Villarodin Bourget, Gilles Margueron: «Siamo qui per dimostrare che anche in Francia e non solo in Italia si protesta contro il Tav. In Francia poche persone sanno quello che può succedere, non c’è informazione si dice sempre che il tunnel in Italia è partito e non è vero, così come da noi. Per ora ci sono solo i soldi dell’Europa per le discenderie non per l’opera».

MENTRE SULLE PENDICI del monte Musinè ricompariva la scritta «Tav=mafia», ieri si è visto un riscatto anche di quella sinistra senza casa, indignata per il decreto Salvini e per l’insipienza di Toninelli, che sparsa e delusa è voluta tornare in piazza per dire no a un modello di sfruttamento ambientale e spreco di risorse e sì a tante opere utili. Nell’anniversario della liberazione di Venaus (13 anni fa) e nella giornata contro le grandi opere inutili, anche altre realtà di movimento sono venute a Torino. Numeroso lo spezzone contro il Terzo Valico. Proprio ieri, è morto l’operaio di 57 anni caduto nel cantiere di Voltaggio (Alessandria)dopo un volo di 6 metri da un’impalcatura.

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

Non solo un treno. Quelle che si confrontano a Torino non sono solo due posizioni su una linea ferroviaria. Sono due visioni del mondo. Anzi, due “mondi”, diversi culturalmente, socialmente, si potrebbe anche dire antropologicamente.

Da una parte il mondo dell’intreccio tra politica e affari, e tra sistema dell’informazione e sistema del denaro, saldati dall’illusione (forse la fake più accreditata) di uno sviluppo potenzialmente infinito e vertiginosamente veloce e sostenuti da una narrativa altrettanto falsificante, che fantastica di flussi di traffico iperbolici, di corridoi ferroviari tanto infiniti quanto inesistenti (qualcuno ha parlato di un collegamento tra Atlantico e Pacifico! altri hanno scomodato la “via della seta”), di penalità miliardarie quando di miliardario c’è solo il costo di un’opera che, se terminata, peserebbe per alcuni decenni sul debito pubblico.

Dall’altra il mondo dei territori e dei beni comuni. Di chi non crede alla retorica autoritaria del Just do it! – del «Fallo e basta!» – ma s’interroga sul senso e sul costo di opere grandi solo nella quantità di denaro pubblico sprecato e di ambiente devastato. Di chi fa di conto e si misura con la complessità dei problemi e delle possibili soluzioni ponendosi più di una domanda sulla reale utilità di esse rispetto all’interesse collettivo; oltre che, più in generale, sulla sostenibilità di un modello (esattamente quello che ci ha portato al disastro attuale) in cui solo pochi si avvantaggiano a scapito dei molti.

In questo senso la vicenda della Torino Lione è uno straordinario catalizzatore delle grandi questione aperte del nostro tempo, a cominciare forse dalla più insidiosa, che va sotto il nome di post-verità. Di quella forma di messa in mora dei fatti, delle evidenze empiriche, del reale, in nome di narrative semplificanti – brutalmente semplificanti – e sostanzialmente “non vere”: se si analizza il materiale comunicativo che, con grande dispendio di mezzi mediatici, ha preparato la piazza torinese del 10 novembre (la “piazza delle madamine” come la si è chiamata) non può sfuggire l’assenza di cifre, dati di fatto, argomentazioni articolate, informazioni tecniche (una si è anche vantata di ignorarle!), sostituite da appelli generici all’”apertura del tunnel”, a rompere il minacciato isolamento del Piemonte e di Torino, come se si fosse ancor oggi ai tempi di Cavour e non fosse stata, la linea storica, ampiamente ammodernata.

Intorno a quell’asse retorico era stata costruita quella piazza, presentata dagli aedi di sistema come emblema della modernità e del futuro nascondendo il fatto che, al contrario, era, quella, una piazza del passato. Non l’apertura di Torino oltre la propria crisi ma la sintesi del composto politico, sociale e finanziario che ne aveva gestito il declino (il cosiddetto “sistema Torino”) e che ora rivendicava la propria perduta centralità. La sua cifra non era l’orgoglio della storica metropoli di produzione orgogliosa della propria autonomia ma la Torino di Gianduja e Giacometta. Lo stesso spirito gozzaniano del salotto di nonna Speranza.

Bisognerà ben dirlo: non c’è nulla di “moderno” nella riproduzione di un progetto e di un’idea già obsoleta un quarto di secolo fa quando era stata promossa. Non c’è nulla dell’imprenditore schumpeteriano o weberiano (innovativo, attento ai propri costi e benefici e a quelli del pubblico, capace di valutare razionalmente il proprio vantaggio) in questa folla di confindustriali questuanti che hanno occupato la scena da un mese, perduti dietro una fata morgana, adoratori di un feticcio a cui appendono la propria esistenza come l’impiccato alla fune. Moderno è chi ha consapevolezza delle contraddizioni del progresso e della tecnica, e non ne adora il totem ma ricerca le soluzioni meno distruttive, applicando un elementare principio di responsabilità.

Questa modernità scende in piazza oggi a Torino. A marcare l’esistenza di un altro Paese.

* Fonte: Marco Revelli, IL MANIFESTO

 

«Sabato 8 dicembre a Torino ci sarà una marea di gente. E penso proprio che si sentiranno parecchi slogan antigovernativi». Parola dello scrittore Wu Ming 1, che al movimento No Tav ha dedicato un’opera di narrativa non-fiction intitolata Un viaggio che non promettiamo breve, uscita per Einaudi Stile Libero due anni fa e da poco, come consuetudine per le opere del collettivo di scrittori Senza Nome, liberamente scaricabile dal sito www.wumingfoundation.com.

Per cogliere il reale senso politico della manifestazione occorre contestualizzarla, guardarla da una prospettiva di largo respiro e strapparla al ping pong tra i partiti. Questo è il punto di vista di Wu Ming 1.

IL VIAGGIO DEI VALSUSINI in lotta contro l’Alta velocità si arricchisce di un’altra tappa importante. Nei giorni scorsi, i No Tav hanno chiesto proprio a Wu Ming 1 di scrivere il testo che lancia la manifestazione torinese. Lo scritto, comparso sul sito Notav.info, in breve tempo è divenuto virale, ha raccolto migliaia di clic e tantissime condivisioni. È abbastanza significativo che il contributo provenga da un autore che non ha mai nascosto la sua diffidenza verso il Movimento 5 Stelle, che pure da tempo cerca di intestarsi la battaglia No Tav. Wu Ming 1, al contrario, riesce a smontare la narrazione dei grandi media che costruisce l’equivalenza tra No Tav e grillini.

A partire da un’evidenza: «In Valsusa non esistono sindaci M5S – spiega lo scrittore – In bassa valle da molti anni vincono le amministrative liste civiche collegate al movimento No Tav, per anni si è costretto il M5S alla desistenza, a non presentarsi in valle. Alle scorse amministrative di Avigliana si è presentato, ed è stato sbaragliato dalla lista civica. È addirittura arrivato quarto». Del resto, insiste Wu Ming 1, «in valle si è visto prima che nel resto d’Italia che si acuiva una contraddizione tra No Tav e M5S». Sarà insomma una manifestazione contro governo e opposizione al tempo stesso. «Il movimento No Tav è solo – scrive Wu Ming 1 nella sua nota in vista del corteo di Torino – E quindi potenzialmente con tutte e tutti. Oggi ancora non si vede, ma ben presto si vedrà». Gli chiediamo se questa collocazione sia inedita, guardando ai cinque lustri di mobilitazioni.

«NON È UNA NOVITÀ – afferma – quando c’erano ‘centrodestra’ e ‘centrosinistra’ i No Tav lottavano contro entrambi. O meglio, erano entrambi a lottare unitamente contro il movimento, che infatti li aveva battezzati ‘il partito trasversale degli affari’. Va ricordato anche che moltissimi No Tav non votano proprio. È vero che nei primi anni zero molti valsusini votavano per Rifondazione, Comunisti italiani o Verdi. Ma all’epoca del Prodi bis quelle forze capitolarono sulla grande opera e su moltissime altre cose, come sappiamo. Per questo in valle furono spazzate via, passarono dal 30% all’1-2%».

Il nostro interlocutore ne ha anche per il Pd, per il modo in cui è riuscito a riesumare la mitologia reazionaria della marcia dei 40 mila, accostandola «all’unica manifestazione Sì Tav di cui si abbia conoscenza dal 1991 in poi»: «Il Pd è finora riuscito nell’incredibile impresa di criticare da destra il governo più a destra della storia d’Italia».

SOSTIENE ANCORA WU MING 1:

«Non solo la lotta No Tav non ha mai avuto e non ha ‘governi amici’, ma è di fatto antigovernativa. Lo è stata sempre, e lo è oggi come non mai. È un’inimicizia oggettiva prima che soggettiva, che scavalca le preferenze, le scelte tattiche o addirittura i momentanei smarrimenti di singoli partecipanti. Il movimento è ben più della somma delle sue parti».

C’è una ragione in più per affermare questa inimicizia, e deriva dall’attuale maggioranza di governo e dal modo in cui criminalizza le lotte sociali. «Una manifestazione No Tav porta con sé, in strada, la memoria di decenni di disobbedienza civile, picchetti, blocchi stradali, occupazioni, solidarietà, collegamenti tra lotte ed è dunque la negazione pratica e operante di tutto ciò che la maggioranza Lega-M5S ha appena votato nel recente decreto sicurezza, riduttivamente definito ‘decreto Salvini’, come se il problema fosse soltanto lui. È una congerie di provvedimenti razzisti, classisti e repressivi, alcuni dei quali, come l’inasprimento delle pene per il blocco stradale, sembrano ideati apposta per combattere i movimenti, in particolare quelli in difesa del territorio, ancor più in particolare quello No Tav».

Al contrario, per Wu Ming 1 il modo in cui i valsusini e i loro sostenitori sono riusciti a dosare e articolare diverse forme di lotta, provenienti da differenti culture del dissenso, sfugge a ogni astratta distinzione tra legale e illegale o tra manifestanti «pacifici» e «violenti». «IL MOVIMENTO NO TAV è riuscito a creare la cornice più inclusiva che io ricordi – dice – Non si sono mai fatti dividere tra buoni e cattivi. C’è una dialettica interna, questo sì, ma non sono mai caduti nella trappola che ben conosciamo Non c’è una componente ‘moderata’ che abbia preso le distanze da forme di lotta più radicale».

* Fonte: Giuliano Santoro, IL MANIFESTO

MILANO. «Iniziamo da qui» urla un ragazzo dall’impianto montato sul camion alla fine della manifestazione. «È l’inizio di una campagna che impedirà la riapertura di questo lager. Oggi a Milano, domani in altre città». Dal ponte pedonale poco sopra alla sua testa viene calato uno striscione nero con scritto in bianco «No Cpr».

La banda della Murga milanese forma al ritmo dei tamburi un grande girotondo, in mezzo un bambino cinese si improvvisa coreografo e dirige le danze. Una ragazza sorregge un cartello con scritto sopra «sono irregolare ma non per scelta». Il corteo si ferma a 500 metri dal centro di accoglienza di via Corelli che sarà chiuso per essere trasformato in Cpr (centro di permanenza per il rimpatrio), dopo aver percorso alcuni chilometri nella zona est della città.

IN PIAZZA 20 mila persone per gli organizzatori, qualche migliaio in meno in realtà, ma di sicuro tante e non era scontato per un tema specifico come quello dei Cpr. Un corteo senza alcuna ambiguità, chi era in piazza ieri a Milano c’era anche due anni fa contro i centri di detenzione in Libia e l’istituzione dei Cpr fatta dall’ex ministro Pd Minniti. C’erano allora e ci sono stati oggi, con la consapevolezza che però tutto sta peggiorando. In piazza non c’era il Pd, l’amministrazione del sindaco Sala ha sostanzialmente ignorato questa mobilitazione che non è stata supportata neanche dalla rete Insieme Senza Muri vicina all’assessore ai servizi sociali Pierfrancesco Majorino, da sempre contrario alla riapertura del Cpr. Molte delle associazioni che fanno parte della rete hanno però aderito ed erano presenti.

È STATA QUINDI una manifestazione per nulla istituzionale ma non «antagonista». I centri sociali c’erano, insieme alle 200 associazioni che hanno dato la loro adesione. Tra queste, tante cattoliche. Qualche bandiera di partito c’era, Rifondazione comunista, Liberi e Uguali, Potere al Popolo, ma è stata una manifestazione lontana dai partiti fatta di persone stanche dell’incapacità della sinistra di reagire all’egemonia della destra. Tanti gli studenti, lo spezzone d’apertura, per un corteo con un’età media piuttosto bassa. Una generazione abituata a viaggiare per il mondo senza problemi che sta crescendo in un paese che chiude i confini.

C’erano gli insegnanti delle scuole di italiano per stranieri, gli operatori dei centri d’accoglienza. Anche quelli del centro di via Corelli dove vivono 300 persone, erano 350 fino a pochi giorni fa. «Alcuni se ne sono andati per conto loro, non hanno voluto aspettare la chiusura. Altri sono stati trasferiti in altre città e hanno rotto i legami che avevano creato qui» dice Andrea della scuola di zona che insegna italiano anche ai richiedenti asilo di via Corelli. C’era anche qualcuno che diciotto anni fa aveva partecipato alla grande mobilitazione del 29 gennaio 2000 contro gli allora Cpt, i centri di permanenza temporanea istituiti dalla legge Turco-Napolitano. «Quel giorno però ci fermarono con cariche e lacrimogeni sul ponte prima di via Corelli» raccontano Anna e Niccolò proprio mentre quel ponte lo attraversiamo. «Avevamo le tute bianche, allora, e gli scudi-canotto ad aprire il corteo». Un’altra epoca, un’altra Milano. «Forse siamo troppo poco incazzati» dice un’altra ragazza.

MILANO HA UNA CERTA abitudine a mobilitarsi sul tema dell’immigrazione, è una consapevolezza diffusa pre-politica che è storicamente parte della città. Il risultato raggiunto ieri va però oltre le aspettative di chi si è mosso per organizzare questa giornata. Una manifestazione per lo più ignorata nei giorni precedenti dai media, che non ha avuto alcun supporto istituzionale, ma che è riuscita ad andare oltre i circuiti militanti. «Questo deve essere solo l’inizio» dicono Luciano Muhlbauer e Davide Salvadori, tra i portavoce di No Cpr. «Salvini vorrebbe aprire un Cpr in ogni regione e troverà in ogni regione qualcuno a impedirglielo. Deve diventare un problema nazionale». La cornice è quella del decreto sicurezza-immigrazione che nei giorni scorsi l’Anpi ha definito «apartheid giuridico». «Sono provvedimenti che creano segregazione, separazione tra italiani e non» dice anche Daniela Padoan di Osservatorio Solidarietà. «E non è solo una questione di leggi, i contesti fanno i testi. E il contesto oggi è quello di un attacco costante all’umanità, alla solidarietà e ai diritti».

* Fonte: Roberto Maggioni, IL MANIFESTO

“Noi siamo il cambiamento. Vogliamo trasformare la società, il mondo intero”.

È la sfida ambiziosa di Non Una Di Meno per la manifestazione nazionale di oggi a Roma. Può suonare avveniristica, ma dice molto della crisi di civiltà che va oltre i confini nazionali e vede le donne protagoniste di uno stato di agitazione permanente, globale, contro la violenza maschile, di genere e razzista, e contro i governi che la legittimano.

Senza perdere la specificità che ne ha segnato l’inizio -il rapporto di potere tra uomo e donna, la violenza simbolica, l’espropriazione attraverso i corpi- , il femminismo è sulla scena mondiale con una inedita, imprevista apertura sui molteplici aspetti che ha assunto il patriarcato nel corso della storia.

Una sfida che riguarda il sessismo, ma anche classismo, razzismo, colonialismo, fondamentalismo politico e religioso, omofobia. E quel che più interessa, ha aperto un campo teorico e pratico che li vede intersecati, sovrapposti e, al medesimo tempo, individuabili, nell’esperienza dei singoli, dei gruppi, di tutte le aggregazioni umane.

Nelle elezioni americane di medio termine ha colpito, non a caso, il modo diverso di fare politica: il “partire da sé”, dalle vite, dal vissuto personale, ma da un “sé” in cui erano rintracciabili, nella loro reciproca implicazione, genere, trans genere, classe, razza, religione, oltre alla giovane età.

Giovane è anche la generazione che in Italia, due anni fa, nella ricorrenza della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, il 26 novembre, ha riportato nelle vie di Roma, una imponente manifestazione di soggettività diverse, femministe, trans femministe e queer, con uno slogan ripreso dal collettivo argentino in lotta per la legalizzazione dell’aborto. Da allora, Non Una Di Meno si è fatta “laboratorio di proposta politica” permanente, sostenuta dai collegamenti internazionali, dalle assemblee nate in molte città, tavoli tematici e incontri nazionali, ma forte soprattutto per l’elaborazione collettiva di un «Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, strumento –come scrissero allora- di trasformazione e lotta complessivo, sui temi dell’autodeterminazione, della salute, della libertà di scelta, del lavoro, del welfare, dell’educazione, dell’immaginario/narrazione».

Obiettivi concreti e straordinaria capacità organizzativa, che deve molto alla rete e ai social network, ma che non avrebbe raggiunto la rilevanza che ha oggi se non fosse anche la ripresa di una passione femminista capace di durata e accomunamento, come fu quella degli anni Settanta.

Anche allora, a fare la sua “imprevista” comparsa sulla scena pubblica fu una generazione di donne colte di sorpresa -nei licei, nelle università, per le strade di una città- dall’ondata rivoluzionaria del ’68, e subito resasi consapevoli che in quella rivoluzione, per quanto radicale, non era prevista la liberazione dal dominio millenario che era stato loro imposto.

Della violenza maschile si scopriva allora l’aspetto più insidioso, perché invisibile: una rappresentazione del mondo che le donne avevano forzatamente fatta propria e che passava innanzi tutto per i loro corpi, dalla sessualità alla maternità, ai ruoli e legami famigliari di mogli e madri, e che aveva bisogno, per essere compresa e svelata, di una pratica capace di spingere la politica dentro una materia che sta ai confini tra natura e storia, imparentata con l’inconscio.

I nessi tra questa preistoria del rapporto tra i sessi, rimasta fino allora nascosta e impresentabile anche nelle battaglie emancipazioniste tra ‘800 e ‘900, e la realtà sociale, si intravedevano all’orizzonte e come traguardo di una lenta modificazione di sé, che avrebbe dovuto ricadere con tutto il suo peso nel mondo. Reale e impossibile in quel momento, e per alcuni decenni a seguire, la rivoluzione femminista sembra essersi aperta di nuovo un varco quando è uscita dagli interni domestici la violenza manifesta – maltrattamenti, stupri, ricatti, femminicidi- che li ha abitati a lungo, coperta dal potere patriarcale e dalla idealizzazione della famiglia.

La prima grande manifestazione in cui collettivi femministi e lesbici hanno scritto nei loro striscioni «il boia ha le chiavi di casa», «la violenza è maschile e non ha patria», è del 24 novembre 2007. Se un amore alienato dal potere con cui è andato a confondersi ha potuto finalmente mettere a nudo l’odio di una guerra sotterranea tra i sessi, altra strada era da fare affinché quella violenza fosse riconosciuta, fuori dal privato, come struttura portante di tutte le forme di dominio, sfruttamento e oppressione che la storia ha conosciuto.

Che cosa ha fatto sì che in questi ultimi anni si potessero riconoscere e creare legami tra lotte e soggetti diversi? Che cosa ha spinto il femminismo della nuova giovane generazione a radicalizzare e ampliare i suoi temi, la sua azione politica? Sono caduti molti confini , tra privato e pubblico, ma anche tra mondi e culture.

La globalizzazione, la crisi economica, le guerre, l’impoverimento di classi sociali e popoli e le conseguenti ondate migratorie, sembrano aver risvegliato le “potenze interne” che insidiano da sempre ogni conquista di libertà, uguaglianza e solidarietà umana: dal sessismo alle derive razziste e nazionaliste.

E’ come se il dominio maschile si fosse fatto oggi riconoscibile in tutte le sue molteplici sfaccettature nei governi del mondo e che fosse toccato non a caso al femminismo, essendo le donne presenti trasversalmente sotto ogni cielo e ogni aggregazione sociale, diventare il riferimento per una rivoluzione o liberazione dalla schiavitù , che oggi riguarda tutti o nessuno.

* Fonte: Lea Melandri, IL MANIFESTO

La ministra per il Sud Lezzi: «Hanno ragione a protestare». La carica politica di una nuova generazione antirazzista e femminista a 10 anni dall’Onda

La sfida lanciata al governo populista dai centomila studenti medi che ieri hanno manifestato da Torino alla Sicilia e in Puglia è sulla natura del cambiamento che Lega e Cinque Stelle pretendono di rappresentare.

«QUESTO NON È il vero cambiamento» diceva lo striscione di apertura dietro al quale hanno sfilato 5mila studenti romani. Non è un cambiamento prospettare misure improvvisate e cosmetiche come la «Sugar tax» da cui il ministro dell’Istruzione Bussetti punta ad ottenere 100 milioni di euro mentre servirebbero almeno 7 miliardi tagliati a scuola e università dieci anni fa dal governo Berlusconi e mai più, da allora, rifinanziati. Invece di promuovere politiche sanitarie, la sensibilizzazione e l’educazione al consumo critico, si prendono misure spot.

NON È UN CAMBIAMENTO spendere 2,5 milioni di euro per l’operazione di marketing securitario anti-spaccio voluta dal ministro dell’Interno Salvini che sostiene di aver circondato le scuole con unità cinofile e telecamere. E non è un cambiamento annunciare una tassa sui petrolieri per due miliardi, come ha fatto il ministro del lavoro e sviluppo Di Maio, e poi constatarne l’assenza nella legge di bilancio.

A DIECI ANNI DALL’ONDA che nel 2008 si oppose alla «riforma Gelmini» di scuola, università e ricerca, la nuova generazione «che non si arrende» ha mostrato una consapevolezza politica radicale del mondo che le elezioni del 4 marzo, e la formazione del governo del 1 giugno, ci hanno consegnato. Il senso comune tra gli studenti è chiaramente antirazzista, ha recepito le critiche del movimento femminista «Non Una di Meno» al Ddl Pillon. Gli studenti vogliono l’abolizione dell’alternanza scuola-lavoro voluta da Renzi e dal Pd.

I CINQUE STELLE avevano promesso di abolirla, insieme alla «Buona Scuola». Bussetti ha invece diminuito le ore nei licei e negli istituti tecnico-professionale e ha sospeso solo per un anno la sua obbligatorietà per accedere alla maturità. L’educazione morale al precariato era, e resta, obbligatoria per tutti. Cambiamento o fallimento?

GLI STUDENTI a Milano hanno raggiunto il consolato degli Stati Uniti manifestando solidarietà alla «carovana migrante» giunta ai confini dal Messico. Chiaro il messaggio lasciato tra i binari del tram in via Turati: un’enorme scritta bianca «No border» contro le politiche di polizia dentro e fuori i confini. «Basta morti in mare» hanno scandito gli studenti. Il corteo si è concluso con l’occupazione del nuovo spazio di Zip (zona indipendente politica) per rispondere agli sgomberi estivi. A Zip si sta svolgendo il «Fuck Government festival», con immagini, fumetti e dibattiti.

MANICHINI raffiguranti il ministro dell’interno sono stati bruciati a Milano e appesi da un ponte sul Tevere. Bandiere leghiste e 5 stelle date alle fiamme nel capoluogo lombardo. Solidarietà a Mimmo Lucano e ai ragazzi di Baobab è stata espressa nei diversi cortei.

LA MATERIALIZZAZIONE di un’opposizione così determinata da lanciare il «No Salvini Day» ha spinto il governo a rispondere alle piazze. È andato in scena un botta e risposta già visto in occasione dei cortei del 12 ottobre scorso, quando Salvini chiese punizioni esemplari per le studentesse di Torino che avevano incendiato la sua immagine, mentre Di Maio disse di voler cancellare un «reato medioevale come il vilipendio». Sui social ieri Salvini ha scritto: «Bruciare bandiere, immagini, simboli, libri non è bello. All’odio e all’ignoranza dei nazisti rossi risponderemo con le idee e il sorriso».

LA MINISTRA PER IL SUD Barbara Lezzi (M5S) si è invece schierata con i manifestanti: «Oggi ci sono ragazzi che manifestano perché le scuole cadono a pezzi e hanno ragione. Dobbiamo riconoscere che ci sono i fondi e sarebbe interessante sapere perché non sono stati spesi». Dovrebbe dirlo lei, ministra.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, Giansandro Merli, IL MANIFESTO

«Umano», in tutte le sue declinazioni, è la parola che ha risuonato di più alla grande manifestazione antirazzista contro il decreto-sicurezza che ha invaso ieri pomeriggio le strade di Roma. Umano contrapposto a «Salvini», sempre nelle varie accezioni di decreto e di esternazioni del ministro dell’Interno. E di varia umanità ce n’era davvero tanta, da tutte le parti d’Italia, dietro lo striscione di testa della piattaforma «Indivisibili». Il corteo ha sfilato per più di due ore tra Termini, via Cavour, via Merulana e ha riempito piazza San Giovanni oltretutto priva di palco: alla fine solo comizi improvvisati dai camion del corteo disposti nei vari angoli attorno alla Basilica. Rispetto alle 20 mila persone attese nei migliori pronostici, i manifestanti – nonostante i blocchi dei pullman ai caselli – si sono rivelati molti di più, forse persino il doppio.

UNA SINISTRA DIFFUSA che ha raccolto l’appello sulla piattaforma e si è riversata nella capitale «con ogni mezzo necessario» – come recitava un grande striscione – senza l’adesione di alcuna grossa organizzazione. «Si è replicato un po’ lo stesso schema della manifestazione di Macerata – dice Simone Vecchioni del centro sociale Sisma ricordando i fatti del febbraio scorso – anche allora la nostra città, dopo la tentata strage di Traini, fu invasa da 30 mila antifascisti e antirazzisti che avevano risposto alla nostra convocazione con un passaparola, perché ce n’era bisogno. Anche oggi è così, di fronte all’attacco di Lega e Cinquestelle contro i migranti e contro le fasce più deboli della società, un attacco ai diritti che alla fine toccherà tutti. I circoli di base e i singoli sono venuti a prescidere da qualsiasi diktat dall’alto». Per Simone è la prova che «il movimento antirazzista e antifascista è unito».

LA NOVITÀ PIÙ RILEVANTE rispetto ad altre analoghe manifestazioni – visibile a colpo d’occhio – è stata ieri la presenza massiccia di migranti. Sorridenti, felici, e molto più autorganizzati, non soltanto in comunità su base etnica. È il caso di un gruppo di africani del Molise che hanno scandito per tutto il tempo lo slogan del loro striscione: «United we stand, divided we fall». «Siamo nigeriani, maliani, ghanesi, facciamo lavori diversi in agricoltura o come mediatori culturali e ci organizziamo via internet», spiega uno di loro. Alcuni vanno in giro con sulla schiena pannelli di cartone scritti a mano: rispondono alla domanda sottesa su cosa sia la «pacchia». Esempio: «La pacchia non è quando hai uno nodo alla gola per la nostalgia». Oppure: «La pacchia non è svegliarsi all’alba per un lavoro sfruttato nei campi».

TANTISSIMI poi quelli venuti da Caserta. Alcuni dietro l’enorme striscione del l’ex Canapificio «Lasciateci passare», portato quasi di corsa. In questo spezzone, anche la polisportiva «Caserta antirazzista» che fa parte del circuito «We want to play, nessuno è illegale per giocare a pallone». «Ci eravamo costituiti due anni fa – racconta Marco Proto, fondatore della squadra di calcio Rfc Lions – insieme al St Ambroeus di Milano, AfroNapoli e S.Precario di Padova per denunciare la discriminazione dei cittadini extra Ue nelle norme per il tesseramento della Fgci e avevamo ottenuto l’abrogazione del famigerato articolo 40quater ma ora il decreto-sicurezza impedendo l’iscrizione all’anagrafe, richiesta per il tesseramento Figci, rimette tutto in discussione».

CI SONO TANTE REALTÀ che non ti aspetti, che sfuggono ai sondaggi di opinione o di propensione al voto sui media mainstream. Come Officina 47, altra rete di tutrici e tutori di minori migranti non accompagnati, nominati dai tribunali dei minori in base alla legge 47 o legge Zampa. «Soltanto a Roma siamo cento – dicono – e ci concepiamo come genitori sociali, non siamo affidatari, seguiamo i ragazzi che stanno nei centri e li accompagnamo nella crescita». Ci sono singoli progetti Sprar, come il coordinamento di Cosenza, i salernitani che vendono le magliette «Tu nun sì razzista, sì strunz» e gli ombrelli, e una parte dei proventi li devolvono al Baobab di Roma. E romani con la scritta «E anche ’sta rottura di cazzo dei fascisti». C’è la madre di Dora, che nasce a gennaio, e porta sulla pancia il cartello: «Attenzione pericolosa cittadina del mondo sta per nascere». In mezzo a tutta questa varia umanità ci sono naturalmente anche tante sigle e bandiere della sinistra antagonista, dei Cobas, dell’Usi, di Diem25, di giornali – da Left a La Comune – e in coda un nutrito spezzone rosso di Rifondazione e, a pochi metri di distanza, quello di Potere al Popolo.

Quando passa Jacopo Fo l’unica cosa che gli viene da dire è: «Abbiamo cambiato il mondo e lo cambieremo ancora». Una speranza e un augurio.

* Fonte: Rachele Gonnelli, IL MANIFESTO

È un messaggio chiaro quello emerso ieri da oltre 60 piazze italiane. Da Bolzano a Lecce, passando per Roma, Milano, Napoli, ma anche in tanti piccoli centri, come Imperia, Viareggio, Brindisi, Orvieto. Il ddl Pillon incontra l”opposizione non solo degli spazi femministi, ma di un ampio fronte di soggetti politici e sociali. La giornata, convocata dalla rete dei centri anti-violenza D.i.Re, era stata preceduta da una petizione online che ha già superato le 100.000 firme. L’obiettivo condiviso è il ritiro immediato del disegno di legge 735 che si trova attualmente in commissione Giustizia del Senato. La proposta, tra le altre cose, introduce l’affido condiviso ed elimina l’assegno di mantenimento per come è stato fin ora contemplato.

LA GIORNATA DI MOBILITAZIONE è iniziata da Roma. Sono le dieci di mattina quando nei pressi del Colosseo una lunga fila di donne, vestite di rosso, cammina silenziosa suscitando la curiosità dei passanti. «Portiamo la tunica rossa e la cuffia bianca simbolo del potere politico, clericale ed economico che tenta di allungare le mani sulle nostre vite, i nostri corpi e le nostre scelte. Siamo donne, lavoratrici, precarie, migranti, madri, singole, lesbiche, trans a cui il governo vuole togliere spazio e autonomia. Il disegno di legge del senatore Pillon è una vendetta nei nostri confronti e noi lo bloccheremo.» Il flash mob di Non Una di Meno, dopo aver letto un testo sulle scale del Campidoglio, è confluito a Piazza Madonna del Loreto, dove si sono riunite oltre tremila persone. Sul palco associazioni, comitati cittadini, organizzazioni per l’infanzia, collettivi femministi, sigle sindacali. Presenti anche figure di spicco della politica locale e nazionale, come l’ex ministra Fedeli, il presidente della Regione Zingaretti e il segretario uscente del Pd Martina.

IL CUORE PULSANTE della piazza erano però donne, uomini e generi non binari, espressione diretta della società e dei movimenti femministi, che hanno imposto a esponenti istituzionali e partiti di presenziare senza bandiere. «Il ddl Pillon va ritirato, con gli altri tre testi sulla stessa materia attualmente in discussione al Senato. Questa piazza è l’occasione per riscoprire una partecipazione politica dimenticata» ha detto Lella Palladino, presidente della rete Dire. «Questo provvedimento vuole disconoscere la violenza contro le donne in un paese dove ogni 3 giorni una donna muore per mano di un partner violento» dice Carla di Non Una di Meno. Il movimento ha lanciato lo scorso ottobre uno stato di agitazione permanente «finchè questo governo non capirà che i diritti sono di tutti e per tutti, donne, uomini, bambine, bambini, altre soggettività e soprattutto migranti.»

SUI RISCHI a cui il provvedimento espone si è espressa anche l’Onu, che in una lettera inviata al governo manifesta preoccupazione per una misura che potrebbe alimentare “la disuguaglianza di genere e la discriminazione, privando le sopravvissute alla violenza domestica di importanti protezioni”. In piazza a Roma presenti anche molti uomini, alcuni organizzati nell’associazione Maschile Plurale «Come uomini impegnati da tempo nella ricerca di un nuovo modo di vivere la maschilità e la paternità, consapevole del mutamento creato dalla nuova libertà delle donne, ci rivolgiamo agli uomini presenti nelle forze politiche e nelle istituzioni, così come nel mondo associativo, sindacale, e in quello dei media, perché si sviluppi una riflessione profonda su questi temi» ha dichiarato Stefano Ciccone.

DUE GIORNI FA anche il vicepremier Di Maio si è espresso negativamente sulla proposta di legge, rompendo il lungo silenzio del M5S in merito alla riforma voluta dall’alleato di governo.Dell’attuale governo parla anche Elisa Ercoli di Differenza Donna «Autoritarismo, sovranismo, odio per il diverso, tutte facce della stessa medaglia» pronuncia tra gli applausi della piazza «il potere maschile si comporta come il singolo uomo violento: quando sente che sta perdendo terreno prova a reimpostare il suo ordine, in cui donne e soggetti altri vengono sopraffatti, isolati, rimessi a tacere, attenzione ve lo diciamo siamo indomabili, non ci rimetterete dove ci avete tenuto per secoli».

PIAZZE MOLTO PARTECIPATE in tutte le città, con numeri paragonabili a quelli romani anche a Milano, Bologna e Napoli. Tutti i cortei, assemblee e presidi contro il ddl Pillon si sono conclusi dandosi appuntamento a Roma, il 24 novembre, per la grande manifestazione nazionale contro la violenza maschile di genere.

* Fonte: Shendi Veli, IL MANIFESTO

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