Movimenti

«Umano», in tutte le sue declinazioni, è la parola che ha risuonato di più alla grande manifestazione antirazzista contro il decreto-sicurezza che ha invaso ieri pomeriggio le strade di Roma. Umano contrapposto a «Salvini», sempre nelle varie accezioni di decreto e di esternazioni del ministro dell’Interno. E di varia umanità ce n’era davvero tanta, da tutte le parti d’Italia, dietro lo striscione di testa della piattaforma «Indivisibili». Il corteo ha sfilato per più di due ore tra Termini, via Cavour, via Merulana e ha riempito piazza San Giovanni oltretutto priva di palco: alla fine solo comizi improvvisati dai camion del corteo disposti nei vari angoli attorno alla Basilica. Rispetto alle 20 mila persone attese nei migliori pronostici, i manifestanti – nonostante i blocchi dei pullman ai caselli – si sono rivelati molti di più, forse persino il doppio.

UNA SINISTRA DIFFUSA che ha raccolto l’appello sulla piattaforma e si è riversata nella capitale «con ogni mezzo necessario» – come recitava un grande striscione – senza l’adesione di alcuna grossa organizzazione. «Si è replicato un po’ lo stesso schema della manifestazione di Macerata – dice Simone Vecchioni del centro sociale Sisma ricordando i fatti del febbraio scorso – anche allora la nostra città, dopo la tentata strage di Traini, fu invasa da 30 mila antifascisti e antirazzisti che avevano risposto alla nostra convocazione con un passaparola, perché ce n’era bisogno. Anche oggi è così, di fronte all’attacco di Lega e Cinquestelle contro i migranti e contro le fasce più deboli della società, un attacco ai diritti che alla fine toccherà tutti. I circoli di base e i singoli sono venuti a prescidere da qualsiasi diktat dall’alto». Per Simone è la prova che «il movimento antirazzista e antifascista è unito».

LA NOVITÀ PIÙ RILEVANTE rispetto ad altre analoghe manifestazioni – visibile a colpo d’occhio – è stata ieri la presenza massiccia di migranti. Sorridenti, felici, e molto più autorganizzati, non soltanto in comunità su base etnica. È il caso di un gruppo di africani del Molise che hanno scandito per tutto il tempo lo slogan del loro striscione: «United we stand, divided we fall». «Siamo nigeriani, maliani, ghanesi, facciamo lavori diversi in agricoltura o come mediatori culturali e ci organizziamo via internet», spiega uno di loro. Alcuni vanno in giro con sulla schiena pannelli di cartone scritti a mano: rispondono alla domanda sottesa su cosa sia la «pacchia». Esempio: «La pacchia non è quando hai uno nodo alla gola per la nostalgia». Oppure: «La pacchia non è svegliarsi all’alba per un lavoro sfruttato nei campi».

TANTISSIMI poi quelli venuti da Caserta. Alcuni dietro l’enorme striscione del l’ex Canapificio «Lasciateci passare», portato quasi di corsa. In questo spezzone, anche la polisportiva «Caserta antirazzista» che fa parte del circuito «We want to play, nessuno è illegale per giocare a pallone». «Ci eravamo costituiti due anni fa – racconta Marco Proto, fondatore della squadra di calcio Rfc Lions – insieme al St Ambroeus di Milano, AfroNapoli e S.Precario di Padova per denunciare la discriminazione dei cittadini extra Ue nelle norme per il tesseramento della Fgci e avevamo ottenuto l’abrogazione del famigerato articolo 40quater ma ora il decreto-sicurezza impedendo l’iscrizione all’anagrafe, richiesta per il tesseramento Figci, rimette tutto in discussione».

CI SONO TANTE REALTÀ che non ti aspetti, che sfuggono ai sondaggi di opinione o di propensione al voto sui media mainstream. Come Officina 47, altra rete di tutrici e tutori di minori migranti non accompagnati, nominati dai tribunali dei minori in base alla legge 47 o legge Zampa. «Soltanto a Roma siamo cento – dicono – e ci concepiamo come genitori sociali, non siamo affidatari, seguiamo i ragazzi che stanno nei centri e li accompagnamo nella crescita». Ci sono singoli progetti Sprar, come il coordinamento di Cosenza, i salernitani che vendono le magliette «Tu nun sì razzista, sì strunz» e gli ombrelli, e una parte dei proventi li devolvono al Baobab di Roma. E romani con la scritta «E anche ’sta rottura di cazzo dei fascisti». C’è la madre di Dora, che nasce a gennaio, e porta sulla pancia il cartello: «Attenzione pericolosa cittadina del mondo sta per nascere». In mezzo a tutta questa varia umanità ci sono naturalmente anche tante sigle e bandiere della sinistra antagonista, dei Cobas, dell’Usi, di Diem25, di giornali – da Left a La Comune – e in coda un nutrito spezzone rosso di Rifondazione e, a pochi metri di distanza, quello di Potere al Popolo.

Quando passa Jacopo Fo l’unica cosa che gli viene da dire è: «Abbiamo cambiato il mondo e lo cambieremo ancora». Una speranza e un augurio.

* Fonte: Rachele Gonnelli, IL MANIFESTO

È un messaggio chiaro quello emerso ieri da oltre 60 piazze italiane. Da Bolzano a Lecce, passando per Roma, Milano, Napoli, ma anche in tanti piccoli centri, come Imperia, Viareggio, Brindisi, Orvieto. Il ddl Pillon incontra l”opposizione non solo degli spazi femministi, ma di un ampio fronte di soggetti politici e sociali. La giornata, convocata dalla rete dei centri anti-violenza D.i.Re, era stata preceduta da una petizione online che ha già superato le 100.000 firme. L’obiettivo condiviso è il ritiro immediato del disegno di legge 735 che si trova attualmente in commissione Giustizia del Senato. La proposta, tra le altre cose, introduce l’affido condiviso ed elimina l’assegno di mantenimento per come è stato fin ora contemplato.

LA GIORNATA DI MOBILITAZIONE è iniziata da Roma. Sono le dieci di mattina quando nei pressi del Colosseo una lunga fila di donne, vestite di rosso, cammina silenziosa suscitando la curiosità dei passanti. «Portiamo la tunica rossa e la cuffia bianca simbolo del potere politico, clericale ed economico che tenta di allungare le mani sulle nostre vite, i nostri corpi e le nostre scelte. Siamo donne, lavoratrici, precarie, migranti, madri, singole, lesbiche, trans a cui il governo vuole togliere spazio e autonomia. Il disegno di legge del senatore Pillon è una vendetta nei nostri confronti e noi lo bloccheremo.» Il flash mob di Non Una di Meno, dopo aver letto un testo sulle scale del Campidoglio, è confluito a Piazza Madonna del Loreto, dove si sono riunite oltre tremila persone. Sul palco associazioni, comitati cittadini, organizzazioni per l’infanzia, collettivi femministi, sigle sindacali. Presenti anche figure di spicco della politica locale e nazionale, come l’ex ministra Fedeli, il presidente della Regione Zingaretti e il segretario uscente del Pd Martina.

IL CUORE PULSANTE della piazza erano però donne, uomini e generi non binari, espressione diretta della società e dei movimenti femministi, che hanno imposto a esponenti istituzionali e partiti di presenziare senza bandiere. «Il ddl Pillon va ritirato, con gli altri tre testi sulla stessa materia attualmente in discussione al Senato. Questa piazza è l’occasione per riscoprire una partecipazione politica dimenticata» ha detto Lella Palladino, presidente della rete Dire. «Questo provvedimento vuole disconoscere la violenza contro le donne in un paese dove ogni 3 giorni una donna muore per mano di un partner violento» dice Carla di Non Una di Meno. Il movimento ha lanciato lo scorso ottobre uno stato di agitazione permanente «finchè questo governo non capirà che i diritti sono di tutti e per tutti, donne, uomini, bambine, bambini, altre soggettività e soprattutto migranti.»

SUI RISCHI a cui il provvedimento espone si è espressa anche l’Onu, che in una lettera inviata al governo manifesta preoccupazione per una misura che potrebbe alimentare “la disuguaglianza di genere e la discriminazione, privando le sopravvissute alla violenza domestica di importanti protezioni”. In piazza a Roma presenti anche molti uomini, alcuni organizzati nell’associazione Maschile Plurale «Come uomini impegnati da tempo nella ricerca di un nuovo modo di vivere la maschilità e la paternità, consapevole del mutamento creato dalla nuova libertà delle donne, ci rivolgiamo agli uomini presenti nelle forze politiche e nelle istituzioni, così come nel mondo associativo, sindacale, e in quello dei media, perché si sviluppi una riflessione profonda su questi temi» ha dichiarato Stefano Ciccone.

DUE GIORNI FA anche il vicepremier Di Maio si è espresso negativamente sulla proposta di legge, rompendo il lungo silenzio del M5S in merito alla riforma voluta dall’alleato di governo.Dell’attuale governo parla anche Elisa Ercoli di Differenza Donna «Autoritarismo, sovranismo, odio per il diverso, tutte facce della stessa medaglia» pronuncia tra gli applausi della piazza «il potere maschile si comporta come il singolo uomo violento: quando sente che sta perdendo terreno prova a reimpostare il suo ordine, in cui donne e soggetti altri vengono sopraffatti, isolati, rimessi a tacere, attenzione ve lo diciamo siamo indomabili, non ci rimetterete dove ci avete tenuto per secoli».

PIAZZE MOLTO PARTECIPATE in tutte le città, con numeri paragonabili a quelli romani anche a Milano, Bologna e Napoli. Tutti i cortei, assemblee e presidi contro il ddl Pillon si sono conclusi dandosi appuntamento a Roma, il 24 novembre, per la grande manifestazione nazionale contro la violenza maschile di genere.

* Fonte: Shendi Veli, IL MANIFESTO

Sarà un pacco, un regalo graziosamente rispedito al mittente con la grande manifestazione di sabato prossimo a Roma, il decreto Sicurezza. Con o senza la copertura, l’ombrello, della fiducia. Gli effetti del decreto 113, già in vigore dal 5 ottobre e che in questi giorni sarà convertito in legge, impiegheranno un po’ di tempo a dispiegarsi nella loro negatività, ma mentre si vanno moltiplicando gli appelli per l’incostituzionalità e le iniziative spontanee dei Comuni che non intendono adeguarsi all’azzeramento degli Sprar e dei diritti degli asilanten, la mobilitazione dal basso contro le politiche securitarie e razziste del governo gialloverde sta crescendo e così anche l’appuntamento di sabato 10 novembre.

Sono stati organizzati pullman da 58 città e le adesioni all’appello iniziale – lanciato in una assemblea che si è tenuta a Milano a settembre a seguito delle manifestazioni spontanee di Catania e Ventimiglia per l’apertura di porti e confini con la Francia – sono diventate 400, sia di realtà nazionali che locali. Con lo slogan, che probabilmente sarà nello striscione di testa: «Uniti e solidali contro il governo e il razzismo del decreto Salvini».

ADERISCONO comitati antirazzisti appena nati e associazioni storiche come Oxfam, ActionAid e Un Ponte Per, o la sezione italiana dell’ong spagnola Proactiva Openarms, impegnata con le sue navi nei salvataggi a mare dei migranti. Ci saranno I Sentinelli di Milano, promotori della grande manifestazione antirazzista del mese scorso a Milano, che nel frattempo stanno «figliando» associazioni gemelle a Catania, a Roma e, ultima nata, a Macerata. Ci saranno i friulani che domenica scorsa hanno portato in piazza 15 mila persone a Trieste e molti centri sociali del Nord-Est e delle Marche. Ma anche di Napoli (Insurgencia e ex Opg Je so’pazz), città da cui potrebbe arrivare anche il sindaco Luigi De Magistris, tra le personalità che aderiscono a titolo personale.

In piazza – il corteo seguirà il percorso classico da piazza Esedra a piazza San Giovanni passando per via Cavour – ci saranno anche l’europarlamentare Eleonora Forenza di Rifondazione e i parlamentari di Sinistra italiana e di Leu, mentre è ancora incerta la presenza del segretario Nicola Fratoianni, impegnato a dare il cambio come testimone sulla nave Mare Jonio ora ferma a Lampedusa per mare grosso. Il progetto Mediterranea sta ricevendo fondi consistenti grazie al crowfunding che continua in tutta Italia, e lo stesso è per le raccolte di soldi online per sostenere l’esperienza di accoglienza di Riace e le mense per i bambini migranti che non possono pagare la retta a Lodi.

La solidarietà si autorganizza e il simbolo che di questo movimento di risposta alla deriva «cattivista» e xenofoba del governo – il sindaco di Riace, Mimmo Lucano – sabato sarà in testa al corteo. Dalla Toscana già prenotati oltre 10 pullman.

LA MAPPA interattiva delle adesioni, insieme al testo dell’appello iniziale, si può visionare sul sito di Melting Pot e sulla piattaforma Indivisibili della rete Global Project – due dei soggetti promotori, insieme a l’associazione romana Baobab Experience – che dà accoglienza ai transitanti nell’attendamento dietro alla stazione Tiburtina ora sotto sgombero della giunta Raggi – e ai movimenti romani per il diritto all’abitare.

I DUE PERCORSI che – da Milano e da Roma – hanno portato all’appuntamento del 10 novembre non sono stati semplici né lineari. Ma adesso, a ridosso dell’approvazione del decreto legge Salvini, si sono ingrossati prendendo uno spazio nazionale che nel frattempo non era stato occupato. Ci saranno i sindacati di base Cobas e Adl Cobas. Così se l’Anpi nazionale non c’è tra i firmatari, figurano invece le sezioni di Caserta, Catania, Venezia. Ed è la stessa situazione dell’Arci: singoli circoli Arci si vedranno sabato in forze al corteo nazionale antirazzista, anche se l’organizzazione è soprattutto impegnata, sempre sabato, nelle tante iniziative locali contro il decreto Pillon a fianco delle donne di Non Una di Meno. Il sindacato di Aboubakar Soumahoro -l’Usb- ha convocato un suo momento a dicembre e la Cgil, si sa, è impegnata con il congresso, ma singoli sindacalisti ci saranno comunque.

MENTRE SI SPERA di vedere almeno alcuni della lunga lista di attori e musicisti che hanno garantito condivisione: da Ascanio Celestini ai Modena City Ramblers, dagli Assalti frontali a Eugenio Bennato.

* Fonte: Rachele Gonnelli, IL MANIFESTO

«Lavorare con un’istituzione che non ci prevede è come nuotare senz’acqua». Con questa costatazione, Francesca Koch – presidente della Casa internazionale delle donne di Roma – pone il punto critico e politico della vicenda che ha aperto ieri in via della Lungara l’incontro sui «Luoghi di libertà»  indetto dal gruppo del mercoledì. Introdotto da Fulvia Bandoli, in linea con la lettera aperta che lo stesso gruppo, composto da lei, da Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Bia Sarasini, Stefania Vulterini, Bianca Pomeranzi, Letizia Paolozzi, aveva proposto a sostegno della battaglia della Casa già in maggio; «le donne – osserva Bandoli – sono l’unica opposizione in questo paese. Perché non fanno parte della dissoluzione della sinistra».

Argomento ripreso dalle molte che sono intervenute ieri al Buon Pastore e provenienti da tante parti d’Italia. Giardino dei ciliegi, Diotima, Leggendaria, Società italiana delle Letterate, Marea, ma anche Lucha y Siesta (che il 22 settembre aveva convocato una giornata sulla questione degli spazi sotto sgombero proprio nella loro sede a rischio chiusura). L’attacco frontale ai danni dei luoghi della libertà femminile racconta quanto sta accadendo a Roma ma anche a Pisa, Viareggio, Alessandria, Verona, Ferrara e altre città.

È necessaria un’agitazione permanente, come è emerso nei giorni scorsi durante l’assemblea nazionale di Non Una Di Meno a Bologna. Intrecciare le varie pratiche nei territori è allora l’invito sensato proposto ieri da Laura Ronchetti di Nudm Roma, senza perdere di vista la situazione internazionale, come sottolineato da Ida Dominijanni, in cui a configurarsi è qualcosa di più del protagonismo femminile, piuttosto «una centralità». In molte parti del mondo, la collocazione è quella di una opposizione antisovranista e antipopulista; lezione che proviene dal femminismo radicale e che orienta anche nella vicenda della Casa internazionale delle Donne, in una fase della politica italiana che si confronta di necessità con i proclami anti-migranti e gli attacchi alle libertà acquisite.

È un incrocio complesso che interpella una critica dell’esistente, perciò dobbiamo tenere a mente quanto scriveva Carla Lonzi – ricordata prontamente da Annarosa Buttarelli: per fare esistere una cosa bisogna crearla, non pensare di trovarla già fatta. E forse, se la relazione con le istituzioni non funziona – lo ha spiegato Viola Lo Moro – impantanata in una burocrazia ormai senza volto, il progetto della Casa delle donne di Roma, come di ogni esperienza sorgiva, non è stato istituente una volta soltanto – bene lo ha dettagliato Bianca Pomeranzi – ma diventa occasione di ulteriore invenzione, stare all’altezza dei tempi nella creazione di un mondo a nostra misura. Di tutte e tutti. Dicendo con forza che sgomberate da una parte, si è già da un’altra. E un’altra ancora, nessun passo indietro per piegarsi al burocratese che vorrebbe seppellire la dirompenza della politica delle donne, così come la sua eredità vivente, che sono poi i corpi, dalle piazze del mondo ai luoghi da occupare ancora.

* Fonte: Alessandra Pigliaru, IL MANIFESTO

Le migliaia di giovani che si sono spontaneamente radunati nelle università e nelle piazze di molte città d’Italia per assistere al film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi, costituiscono più che un indizio delle dimensioni che il rifiuto dell’arbitrio e della violenza di stato potrebbe raggiungere

Che il «reddito di cittadinanza» pensato dai Cinque Stelle si trovasse agli antipodi da ogni ragionamento che, prendendo atto delle trasformazioni produttive, dell’intermittenza e della contrazione del lavoro intendeva fronteggiarne razionalmente le conseguenze sociali, era evidente fin da subito. Ma che alla fine si rivelasse un puro e semplice strumento di assoggettamento disciplinare, un vero e proprio «reddito di sudditanza», non era del tutto scontato.

Senza risparmiarci neanche la puntigliosa e paradossale messa a punto delle sanzioni da applicare a chi infrangesse le regole di un sistema ancora ampiamente indefinito. Lo Stato insomma si arroga il diritto di dettare regole di vita e di comportamento in modo del tutto arbitrario, seguendo una antica tradizione che impone ai poveri umiltà, obbedienza e riconoscenza.

SU QUATTRO conseguenze inquietanti converrà, tuttavia, porre ulteriore attenzione. La prima è che una volta introdotto il principio che una prestazione sociale debba essere subordinata alla patente di moralità rilasciata dalla burocrazia, allora, per fare l’esempio più diretto, anche il servizio sanitario potrebbe essere negato a chi giudicato colpevole di una vita sregolata. E così una borsa di studio (magari lo studente ci compra anche il tabacco) o una qualunque altra sovvenzione. La seconda è l’ulteriore legittimazione del lavoro gratuito che già ha raggiunto nel nostro paese (spesso in sostituzione di quello retribuito) una indecente estensione. È noto fin dai tempi degli Ateliers nationaux, passando per i «lavori socialmente utili», quanto le corvées imposte dal potere costituito siano state improduttive, costose e umilianti. Lo scopo a cui mirano non è infatti generare ricchezza o competenza, ma impedire che si scelga la propria attività liberamente e su base volontaria.

LA TERZA è una superfetazione degli apparati di controllo, ben più onerosi delle infrazioni che sono incaricati di perseguire. Una caricatura scalcinata della Stasi alle prese con Le vite degli altri interpretata dalla Guardia di finanza a caccia di consumatori «immorali».

La quarta è l’annuncio per cui, una volta trovato un lavoro, il beneficiario del sussidio di povertà chiamato «di cittadinanza» dovrà cederlo all’impresa che l’ha assunto. Non è un «reddito», ma un incentivo ai padroni. Di questa impostazione poliziesca del «rinnovamento» il reddito di sudditanza è solo un tassello. Proviamo allora ad affiancargli altre scelte politiche che muovono nella stessa direzione. Aver affidato a un fondamentalista cattolico come Fontana il ministero della famiglia è certamente un passo verso l’imposizione dall’alto di una regola morale. Stesso segno la proposta di reintrodurre il voto di condotta nelle scuole elementari o la leva obbligatoria per abituare i giovani alla disciplina. Lo stato si fa custode e promotore della virtù e fustigatore del vizio come l’omonimo corpo di polizia iraniano. Ed è non a caso per le forze dell’ordine, non per la sanità, l’istruzione, la protezione civile o i beni culturali, che il governo annuncia diecimila assunzioni. Con coerenza la politica del «rinnovamento» muove verso una trasformazione autoritaria dello stato. Per chi non lo avesse capito la macchina della repressione si è già messa in moto. A partire dalla persecuzione di quanti agiscono per la protezione dei migranti.

FORSE SOLO un movimento antiautoritario consapevole della posta oggi in gioco potrebbe costituire un anticorpo contro queste politiche. Le migliaia di giovani che si sono spontaneamente radunati nelle università e nelle piazze di molte città d’Italia per assistere al film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi, costituiscono più che un indizio delle dimensioni che il rifiuto dell’arbitrio e della violenza di stato potrebbe raggiungere. Il rifiuto di un potere che anche contro ogni evidenza esige di far prevalere sempre e comunque la propria ragione e l’impunità dei suoi «servitori». Da qui converrebbe cominciare, da dove i partiti, tutti i partiti, non possono mettere mano perché in un modo o nell’altro compromessi con i tratti autoritari che abbiamo cercato di mettere in luce. Perché tutti ideologicamente avvinghiati al proprio modello di virtù. Gli uni preoccupati delle implicazioni «borghesi» della libertà, gli altri di quelle «anarchiche».

ALL’ANTIAUTORITARISMO si è spesso imputato di trascurare i diritti collettivi a favore delle libertà individuali. Si tratta di una calunnia bipartisan: la contestazione dell’autorità e del suo impianto disciplinare ha sempre investito meglio e prima di partiti e sindacati le gerarchie del lavoro, gli strumenti di ricatto, la riconversione aziendalistica di ogni dimensione sociale, l’imperativo della competitività.

* Fonte: Marco Bascetta, IL MANIFESTO

TORINO. Solo due anni fa Armando Spataro, procuratore capo di Torino, chiese la revoca degli arresti domiciliari di Nicoletta Dosio: la donna, oggi settantaduenne, violava da tempo la sua detenzione – il suo processo era nelle fasi iniziali – e rivendicava il senso politico dei suoi continui allontanamenti da casa. Divenne un caso nazionale, sfuggito di mano al Tribunale di Torino che non poteva trascinare in carcere, come misura cautelare per altro, un’anziana signora, già docente di greco e latino presso il liceo di Bussoleno.

Le misure restrittive che colpirono la signora Dosio e altri facevano seguito agli scontri del luglio 2015, quando il cancello del cantiere di Chiomonte fu attaccato e in parte danneggiato. Fu una manifestazione di massa e l’attacco giunse dopo una lunga marcia in una giornata torrida. Il Tribunale del riesame accolse la richiesta di Armando Spataro.

Il processo è proseguito e ieri sono giunte le richieste di condanna: per Nicoletta Dosio e altre sedici persone il pubblico ministero Antonio Rinaudo ha chiesto oltre settanta anni di carcere. Da molto tempo il Movimento NoTav non incorreva nel rischio di condanne così pesanti: per due imputati sono stati richiesti 7 anni, 8 mesi e 15 giorni.

Nicoletta Dosio, come sempre al lavoro nella sua osteria di Bussoleno, ieri commentava: «Non sono preoccupata per nulla per quanto riguarda la mia persona. Lo Stato italiano dovrebbe invece esserlo se pensa di reprimere una lotta trentennale mandando in galera una donna di settantadue anni. Quello che ho fatto, l’ho fatto con convinzione. Ciò che mi stupisce è la gravita delle richieste di condanna per i ragazzi. È solo l’ultimo colpo di coda di una giustizia che ci ha sempre e solo represso, senza mai ascoltarci. Ma la mia lotta e quella movimento vanno avanti, senza paura».

La dura richiesta di condanne giunge nel momento in cui il movimento No Tav abbandona la via filogovernativa e torna ad avvicinarsi fisicamente al cantiere, con azioni non violente volte a impedire il prossimo allargamento.

I lavori nel cratere di Chiomonte proseguono, nonostante le smentite degli ufficiali di collegamento del M5S presenti sul territorio, che assicurano che presto dal ministero giungeranno buone notizie.

Ieri sera, presso la «Borgata 8 dicembre» si è svolta un’assemblea popolare operativa che ha deciso come rispondere materialmente alla nuova richiesta di condanne da parte del Tribunale di Torino.

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

Intervista. «Intere comunità sono ostacoli da rimuovere per lasciar spazio a miniere a cielo aperto, monocolture, grandi opere. Ma c’è anche un estrattivismo di tipo urbano, la gentrificazione»

Raúl Zibechi è un giornalista, scrittore e attivista uruguaiano, da anni impegnato nella narrazione dell’evoluzione dei movimenti sociali in America Latina. Lo scorso giugno ha partecipato a vari incontri in giro per l’Italia. A Roma, al Parco delle Energie-Csoa Ex Snia, era insieme a una quindicina di comitati che si oppongono alla realizzazione di grandi opere infrastrutturali, dal Tap al Tav passando per le battaglie contro gli inceneritori nel Centro Italia e per quelle di chi difende un modo diverso di produrre e distribuire il cibo. Un’occasione per approfondire con lui una serie di temi.

Nei tuoi articoli e nei tuoi libri illustri e analizzi il concetto di estrattivismo, ancora poco conosciuto da noi. Puoi spiegarci di che cosa si tratta?

L’estrattivismo è una forma di accumulazione fatta dal capitale finanziario, che domina attualmente nel pianeta, attraverso l’appropriazione della natura e dei beni comuni per convertirli in beni di consumo. È l’accumulazione per spossessamento, per «furto». Una differenza fondamentale tra l’estrattivismo e il sistema industriale è che per quest’ultimo gli esseri umani erano una risorsa da sfruttare, servivano a raggiungere il plusvalore. Nell’estrattivismo le persone, ma direi intere popolazioni, sono ostacoli che devono essere rimossi per lasciar spazio, per esempio, alle miniere a cielo aperto, alle monocolture, come la soia, o alle grandi opere infrastrutturali, come quelle per trasportare gli idrocarburi. Ma c’è anche un estrattivismo urbano, che si manifesta tramite la gentrificazione, che sta avvenendo in tutto il mondo. Per questo non ci troviamo di fronte solo a un modello economico, io parlo di vera e propria società estrattiva, che implica una militarizzazione del territorio che crea le basi per uno Stato di polizia. Ormai dobbiamo parlare di «elezioni senza democrazia», perché non si può scegliere che tipo di società vogliamo. Altro elemento nuovo e molto pericoloso è l’alleanza tra capitale finanziario, mafia e forze dello Stato.

Come si declina l’opposizione a questo modello in America Latina?

Partiamo dal presupposto che il soggetto che resiste sta fuori dalla produzione estrattiva, è una vittima che si trova nella zona del «non essere», dove non ha accesso ai servizi fondamentali e pressoché a nulla. Per questo sono nate forme di resistenza territoriale e collettiva, come lo zapatismo, la polizia comunitaria di Guerrero e la guardia indigena Nasa. Oltre a resistere però bisogna anche costruire un «mondo altro» per poter sopravvivere, come sta accadendo in America Latina.

Come si sono posti i governi di sinistra instauratisi negli ultimi lustri nella regione nei confronti dell’estrattivismo?

Coloro che resistono all’estrattivismo hanno constatato come i governi progressisti siano stati ogni volta più amici dell’estrattivismo, addirittura ampliando la sua frontiera. Hanno portato più miniere, più piantagioni di soia e più gentrificazione. Non hanno migliorato le condizioni generali dei settori popolari, hanno garantito loro solo alcuni benefici, ma non diritti.

Qual è stato l’atteggiamento delle fasce popolari nei confronti di questi governi?

In un primo momento li hanno appoggiati con forza, poi il sostegno si è indebolito, soprattutto tra i giovani. Il culmine della protesta si è avuto nel giugno 2013 in Brasile: 20 milioni di persone sono scese in piazza in oltre 300 città.

Alle elezioni presidenziali messicane del primo luglio ci sarebbe potuta essere una candidata indigena, Marichuy, ma non ha partecipato perché non ha raggiunto il numero di firme necessarie. Come giudichi questa mossa del movimento zapatista?

I zapatisti lavorano in una doppia direzione: rafforzare le comunità presenti sul territorio e rompere il loro isolamento, così da legarsi ad altri settori sociali. Un compito difficile, perché le zone zapatiste sono sotto assedio militare. Inoltre la narrazione da parte dei media produce isolamento, tanto che alcuni ignorano l’esistenza stessa dello zapatismo. La campagna di Marichuy, quindi, ha avuto l’obiettivo di creare una rete, di formare delle relazioni con i settori popolari e raccontare quello che lo zapatismo sta facendo, mandando un forte messaggio per facilitare l’auto-organizzazione del popolo. Questo è il vero obiettivo della campagna, non ha nulla a che vedere con le elezioni.

Ci spieghi quale fase sta attraversando ora lo zapatismo?

È un processo molto consolidato, che può contare su molte comunità, 34 municipi autonomi e cinque giunte del buon governo. Dove è presente ha una produzione e una distribuzione propria, scuole e ospedali, un suo sistema di giustizia e un autogoverno a rotazione che non comporta forme di burocrazia. C’è una crescente autonomia, come mi sono accorto frequentando l’Escuelita, la settimana in cui le comunità zapatiste hanno condiviso con altri le loro esperienze.

Quanto sono cambiate le dinamiche politiche in America Latina dopo l’avvento di Trump?

Ha chiaramente rafforzato la destra, non solo politica, ma anche settori più conservatori della società, come per esempio la chiesa evangelica e pentecostale o i gruppi paramilitari, che stanno attaccando in maniera continua le iniziative dei settori popolari. Il tutto in un mondo che va sempre più a destra, come vi state accorgendo anche voi in Europa.

Che idea ti sei fatto della lotta all’estrattivismo in Italia?

È molto presente e visibile nelle città, dove la gentrificazione è ovunque, proliferano centri commerciali e spariscono gli spazi pubblici. Poi abbiamo le grandi opere, come Tav, Tap, le mega-autostrade, lo sfruttamento degli idrocarburi, come in Basilicata. Purtroppo l’offensiva dell’estrattivismo è molto forte, con attacchi diretti alle comunità e ai migranti.

Quali sono i punti di forza e quelli di debolezza dei movimenti italiani?

Dai tempi della centralità del movimento operaio ci sono stati dei cambiamenti molto rilevanti. Dopo il periodo in cui sono nati i centri sociali, ora si assiste a una transizione verso la territorializzazione della lotta, come nei casi della Val di Susa, di Mondeggi o di Genuino Clandestino. È un’alleanza rurale-urbana che non solo resiste, ma crea reti di distribuzione, di produzione. I territori sono i laboratori della nuova società.

* Fonte: Luca Manes, IL MANIFESTO

Crepe nella roccaforte M5s. Una mail – non pubblica e rivolta internamente ai comitati No Tav – scritta da Alberto Perino testimonia le frizioni tra pentastellati e oppositori storici alla Torino-Lione in Val di Susa. Qualcuno parla di «rottura». Lui, successivamente, precisa: «Non ho preso le distanze dai Cinque stelle. Mi sono limitato a constatare che avrebbero potuto fare molte cose per mettere in difficoltà il sistema Tav e non l’hanno fatto».

Nella lettera, scritta dopo la pubblicazione della delibera del Cipe in Gazzetta Ufficiale con la quale si dà il via libera all’ultima versione del progetto, Perino, internamente ai comitati, sottolineava: «Sì Tav e Telt fanno i fatti, vanno avanti e lanciano gli appalti. I Cinque stelle continuano a fare sterili proclami, invece di fare atti amministrativi. E pensare che di cartucce da sparare ne avrebbero tantissime per bloccare gli ingranaggi della grande opera. I nostri tecnici gliene hanno suggerite da mesi». Per concludere: «È proprio il non voler disturbare il manovratore (Telt&Lega di Salvini) che fa sì che queste cose non vengano fatte da chi è stato mandato a Roma per bloccare il Tav. In che mani ci siamo messi! Ancora una volta dobbiamo constatare che non ci sono governi amici». Una mail che secondo il leader No Tav doveva, però, restare privata ed è stata «distorta, spero in buona fede, dai media a loro interesse».

Ezio Locatelli, segretario torinese del Prc, sostiene sia «la fine di un idillio». «Una rottura che avrà ricadute non di poco conto, non solo in Valsusa, ma più in generale nel rapporto con le istanze di lotta e di movimento sparse a livello nazionale». Locatelli aggiunge: «L’opera per i governi di ieri e di oggi va avanti. L’unica differenza è che i Cinque stelle continuano a sparare ma lo fanno a salve. Questa volta le critiche non provengono solo da Rifondazione o dalle variegate anime del movimento No Tav. Il dato di novità è il frontale mosso da chi fino a ieri era un accanito sostenitore di Grillo».

Domenica, il ministro dei Trasporti Danilo Tonielli, aveva rilanciato l’importanza di una seria analisi costi-benefici. «Nei giorni scorsi, il Cipe ha dato il via libera a una serie di modifiche alla cosiddetta “delibera 30” sul Tav Torino-Lione. Il testo è di fine aprile ed è stato messo a punto dal governo precedente, nonostante la batosta elettorale appena presa che lo obbligava ad agire solo per gli affari correnti, cioè per quasi nulla. Invece, si è comportato come una sanguisuga sulla carne viva del popolo italiano. Ma state tranquilli, non è nulla che possa influire in modo decisivo sulla analisi costi-benefici che finalmente stiamo conducendo in maniera seria e obiettiva».

La questione Tav è sensibile nonché complicata per il M5s, in Val di Susa ancor più che a Roma. Il movimento, dopo l’ultima riuscita marcia, aveva sottolineato: «Non deleghiamo a nessuno la nostra lotta, che si tratti di governi o di politici di passaggio, poiché noi c’eravamo 25 anni fa, ci siamo oggi e ci saremo sempre. Per noi contano soli i fatti e oggi quello che vogliamo è lo stop immediato dei lavori».

* Fonte: Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

Adesso lo dice anche la Corte di Cassazione. Gli edifici pubblici occupati non possono essere sgomberati se per anni il comune proprietario dei locali ha tollerato l’occupazione. Ingenerando negli occupanti «il convincimento della legittimità dell’occupazione». Che, nel caso del centro sociale Tempo Rosso di Pignataro Maggiore, in provincia di Caserta, ha comportato anche il pagamento della bolletta elettrica. Dunque, niente sgombero e ricorso della procura di Santa Maria Capua Vetere, che puntava a far eseguire l’ordinanza di sgombero, respinto.

In qualche modo è una sentenza storica, non perché gli attivisti di Tempo Rosso non avessero già viste riconosciute le loro ragioni – che al contrario hanno prevalso già due volte, davanti al gip e poi al tribunale ordinario – ma perché adesso sono i supremi giudici a stabilirlo. «La decisione richiede ora uno stop immediato al piano di sgomberi annunciato dal ministro Salvini nelle grandi città a partire da Roma», allarga il discorso Paolo Cento di Leu.
«Nella provincia del malaffare, del deserto ambientale e sociale, e dell’ipocrisia istituzionale, essere Tempo Rosso è per noi la nostra maniera di esistere e resistere qui, a testa alta e senza mai fare un passo indietro! Aqui estamos!» scrivono gli attivisti del centro sociale di Pignataro sulla loro pagina facebook.

La pubblica accusa di Santa Maria Capua Vetere era già stata sconfitta davanti ai giudici ordinari nella sua richiesta di sgombero, motivata anche da ragioni di pericolo (ma porre rimedio alla presunta pericolosità dei locali spetterebbe, nel caso, al comune, hanno stabilito i giudici). Cadono anche le accuse di occupazione abusiva per una decina di militanti del centro sociale. L’acquiescenza del comune proprietario dei locali è risultata decisiva. Così come, probabilmente – ma bisognerà leggere le motivazioni – le finalità sociali dell’occupazione. Tempo Rosso ha sede nei locali dell’ex macello comunale e da vent’anni è impegnato nella lotta all’inquinamento nella tristemente famosa «terra dei fuochi».

* Fonte: IL MANIFESTO

MADRID. «Il governo del Psoe, il più femminista della storia, è lo stesso che ci chiede di rispettare la condanna di Juana Rivas o la messa in libertà della #manada. Non abbiamo cacciato il Pp per rimanere allo stesso punto. Continueremo a lottare fino a raggiungere le condizioni di vita che ci spettano. Non ci calpesteranno! Libertà per #JuanaRivas». Si legge sulla pagina facebook del collettivo femminista di Madrid Libres y Combativas.

TUTTO IL MOVIMENTO femminista spagnolo si è subito autoconvocato di fronte al ministero di Giustizia a Madrid, e in tante altre città, per manifestare contro quella che chiamano giustizia patriarcale. È la reazione alla sentenza, non definitiva, della settimana scorsa, che condanna Juana Rivas a 5 anni di carcere per sottrazione di minori, a pagare 30mila euro al suo ex-marito come risarcimento, al pagamento di tutte le spese processuali e all’interdizione per 6 anni dalla potestà genitoriale, per non aver restituito i figli a Francesco Arcuri, l’ex-marito italiano, da lei accusato di maltrattamenti. Difficile un riassunto delle tante puntate precedenti e la storia non manca di colpi di scena.

Come accade in molti matrimoni ad un certo punto non tutto fila liscio. Dopo un primo figlio c’è una denuncia a Francesco Arcuri per maltrattamenti, la condanna, una separazione, ma poi i due tornano insieme. Poi nasce un secondo figlio, vivono sull’isola di Carloforte, in Sardegna, dove gestiscono un b&b. Ma Juana Rivas non ce la fa, torna in Spagna con i due figli, con il pretesto di una visita alla sua famiglia, vorrebbe restare lì con loro. Qui denuncia di nuovo Arcuri per maltrattamenti. Si susseguono problemi di competenze giuridiche tra la Spagna e l’Italia, troppi ritardi nelle traduzioni degli atti giudiziari. La giustizia italiana, chissà perché, ancora oggi non si pronuncia su quei maltrattamenti. Intanto l’ex-marito rilancia e sporge denuncia per sottrazione di minori e i figli, dopo un tira e molla legale, tornano in Italia dal padre che continua a negare qualsiasi abuso e sostiene di essere vittima di una campagna mediatica ostile.

ORA C’È LA SENTENZA del giudice Manuel Piñar, ma duramente criticata da più parti. È stato facile per lui decidere se ci sono stati maltrattamenti o se Juana Rivas è una donna bugiarda che ha sottratto i figli al padre. Per lui Juana Rivas è una bugiarda e una cattiva madre. La sentenza nega l’esistenza di violenza di genere, ma le denunce non sono state analizzate, forse spetta all’Italia farlo o forse le prove presentate non sono credibili. Ci vorrebbero indagini ulteriori. La giustizia spagnola ha unità di indagine forense specializzate sulla violenza di genere e l’Andalusia, il foro competente, ne vanta una tra le più operative. Ma Juana Rivas e i suoi figli non sono mai stati interrogati. Dire che non c’è violenza senza indagare abbastanza diventa allora un sopruso, un messaggio per tutte. I collettivi femministi spagnoli hanno fatto della vicenda di Juana Rivas una battaglia contro quella giustizia misogina che applica le leggi ignorando l’obbligo di integrare la prospettiva di genere. In questo caso il giudice Piñar ha volutamente ignorato la prima condanna per maltrattamenti e addossa a Rivas la responsabilità di non aver denunciato il marito negli anni vissuti in Italia. Quindi, se non c’è una denuncia, non esistono neanche vessazioni, abusi, minacce, pericoli. Come se fosse facile denunciare, in più con due figli piccoli, quando c’è un clima costante di paura e ricatto, come quello descritto da Juana Rivas.

ANCHE LA AMJE, l’Associazione delle donne giudici di Spagna, in un comunicato, critica la sentenza e avverte della «persistenza di stereotipi nel lavoro giudiziario».

Le giudici spagnole parlano del «rischio di consacrare un’ingiustizia manifesta». E aggiungono «dobbiamo smettere di essere eredi di una giustizia patriarcale che la società non tollera e la comunità internazionale condanna». In Spagna, anche questa volta, sembra una giustizia che condanna una donna per educare tutte le altre.

* Fonte: Marina Turi, IL MANIFESTO

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