Movimenti

Da diversi mesi la Valle di Susa, come altre terre di confine, si trova ad assistere a continui tentativi di passaggio di persone migranti verso la Francia. Spesso alle spalle si lasciano un futuro negato, dal sistema in cui viviamo, accompagnato da distruzione, miseria, guerre e traversate in mare passate miracolosamente indenni. Ad aspettarli, oltre alla rigidità dell’inverno alpino, c’è una pesante e spietata militarizzazione.

La barriera fisica delle montagne alla testata della vallata è resa selettiva dai governi, per le persone ma non per le merci. Per l’inutile e sovrastimato passaggio di queste ultime ci opponiamo come Movimento No Tav alla realizzazione di un’opera da miliardi di euro. Per il passaggio delle persone ci battiamo per la libertà di circolazione. Il Movimento No Tav è Antifascista, in quanto la nostra è una lotta contro le decisioni dall’alto che condizionano la vita delle persone ed è Antirazzista perché queste ultime devono avere eguali diritti. Scegliere dove costruirsi un futuro non deve implicare per forza intraprendere sentieri pericolosi con il rischio di morire sui nostri colli. Riteniamo inaccettabile l’utilizzo della montagna come strumento per l’arricchirsi di pochi, scavando un buco verso la Francia dall’inutilità conclamata. Allo stesso tempo rifiutiamo l’utilizzo di queste stesse montagne nel distruggere la vita delle persone che vi transitano.

Per questi motivi il Movimento No Tav aderisce alla marcia del 7 Gennaio 2018 da Claviere a Montegèvre organizzata dalla Rete di Solidarietà “Briser Le Frontières”: contro le frontiere, per muoversi liberamente.

Chiedono di poter uscire dal cono d’ombra dove li hanno relegati il regolamento di Dublino e la volontà di rimandare a casa i migranti economici. Un cono d’ombra che li rende invisibili per tutti, non-persone per le quali non sono previsti diritti e quindi facili vittime di chi approfitta di loro sfruttandoli nei campi o nei cantieri. Almeno per un giorno, però, gli invisibili si sono presentati alla luce del sole e hanno chiesto rispetto, per loro e per i loro diritti violati.

Sono venuti in tanti a Roma rispondendo all’appello lanciato dagli organizzatori della manifestazione «Diritti senza confini». Si aspettavano 15 mila persone da tutta Italia, alla fine ne sono arrivate almeno 25 mila, anche da Berlino e Francoforte. Migranti africani, soprattutto, ma non solo. Ci sono anche rom, c’è il movimento per la casa e poi precari, studenti obbligati all’alternanza scuola-lavoro, i volontari di Baobab Experience. Tutti «invisibili» nella vita di ogni giorno ma visibilissimi ieri mentre, tra canti e musica, hanno sfilato per le vie più centrali della capitale. Una manifestazione carica di parole d’ordine politiche, ma anche gioiosa e pacifica che ha smentito le fosche previsioni della vigilia secondo le quali sarebbe stato alto il rischio di atti di violenza.

ERA STATA LA QUESTURA di Roma a lanciare l’allarme per la possibile presenza di infiltrati nel corteo. Ammesso che ci fossero, gli eventuali provocatori ieri non si sono visti. E non avrebbe potuto essere altrimenti anche grazie a un nutrito servizio d’ordine allestito dal sindacato Usb. «E’ la nostra giornata», dice Aboubakar Soumahoro, portavoce della manifestazione, mentre guarda soddisfatto decine e decine di persone arrivare in piazza della Repubblica, punto di partenza del corteo. «Vedi oggi qui ci sono quelli che si sono visti respingere la richiesta di asilo e per questo adesso sono confinati nelle periferie, nei campi o vengono sfruttati nella grande distribuzione. Quella che stiamo facendo non è una guerra tra poveri, come vorrebbe chi ci contrappone agli italiani, ma la battaglia di tutti gli impoveriti, dei dannati della globalizzazione».

«NEGATIVE-BASTA, negative-basta», urla mischiando francese e italiano una gruppo di ragazzi originari del Ghana. Il riferimento è all’esito negativo che tutti hanno ricevuto dalla Commissione ministeriale che ha esaminato le loro richiese di asilo. Per questo adesso chiedono di poter rimanere in Italia con un permesso umanitario, «un documento», come lo chiamano, che consenta loro di non essere più invisibili. Invisibili come Diemaro, Bacary e Pirameba, senegalesi di 39, 42 e 20 anni arrivati a Roma da Foggia dove sopravvivono raccogliendo pomodori nei campi per 3 euro e 50 all’ora. «Anche a noi la commissione ha respinto la richiesta di asilo ma non possiamo tornare nel nostro Paese, abbiamo bisogno di un lavoro vero», spiegano.

Meno di un mese fa a Cona, in Veneto, i migranti ospitati nell’ex base militare trasformata in centro di accoglienza straordinaria hanno protestato contro le condizioni del centro camminando fino a Venezia in quella che è stata battezzata la «marcia della dignità». Una cinquantina di loro ieri è venuta a Roma per questa nuova marcia che sembra tanto il tentativo di far nascere una qualche forma di organizzazione tra migranti. «Quello che abbiamo fatto a Cona è importante – spiega Alessandro, originario della Costa d’Avorio -. Dopo la marcia un centinaio di migranti è stato trasferito in altri centri, ma soprattutto è servito a farci vedere. Senza documenti non esisti, non lavori, non puoi avere una casa, sei condannato alla schiavitù».

«NO ALLA BOSSI-FINI, no alla Minniti -Orlando» dicono alcuni cartelli che accomunano un provvedimento del governo Gentiloni con la legge simbolo del centrodestra. Non si tratta di un caso isolato. Uno striscione appeso a piazza del Popolo, dove il corteo confluisce per poi finire, recita: «Mai con Renzi. Mai con Salvini. Respingiamoli». Ma c’è anche ci chiede : «Basta soldi ai torturatori libici». «Il 12 gennaio abbiamo chiesto un incontro al ministro Minniti per chiedergli cosa intende fare di tutte queste persone. Stiamo aspettando che ci risponda», conclude Saumahoro mentre dal palco improvvisato sul cassone di un camion un oratore chiude la manifestazione salutando il «popolo meticcio e resistente».

FONTE: Carlo Lania, IL MANIFESTO

L’interruzione dall’Austria del flusso del gas proveniente dalla Russia, a causa dell’incendio sul tratto di rete gestito dall’operatore Gas Connect, ha comportato la sospensione dell’operatività del gasdotto che collega attraverso l’Austria il nodo di Baumgarten fino all’ingresso di Tarvisio della rete nazionale italiana. Ed ha avuto come effetto collaterale quello di riaprire la polemica tra il governo e la Regione Puglia sullo stallo in cui versa la realizzazione del gasdotto Trans Adriatic Pipeline (Tap) che attraverserà, partendo dal confine greco-turco, la Grecia, l’Albania ed il mare Adriatico sino a giungere in Puglia nel Salento, nel comune di Melendugno, sul litorale di San Foca.
«È inaccettabile che si blocchi un gasdotto», ha tuonato il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda, ancora una volta mettendo nel mirino l’ostruzionismo del governatore della Regione Puglia, Michele Emiliano, che però ha sull’argomento ha scelto il silenzio.
Le ultime schermaglie burocratiche sul progetto, si sono concluse lo scorso ottobre, quando la Consulta ritenne inammissibile il conflitto sollevato contro lo Stato dalla Regione Puglia, che riteneva lese le proprie prerogative nel procedimento di autorizzazione. La decisione confermò definitivamente la validità del provvedimento che ha dato l’ok alla costruzione dell’opera. Come era già avvenuto lo scorso marzo, quando il Consiglio di Stato, dando ragione al Tar, aveva respinto i ricorsi della Puglia e del Comune di Melendugno, ritenendo che in sede di valutazione di impatto ambientale fossero state vagliate le problematiche ambientali, compresa la scelta dell’approdo nella porzione di costa compresa tra San Foca e Torre Specchia Ruggeri.
Emiliano, infatti, da tempo sta tentando di convincere governo e Tap a spostare l’approdo in quel di Brindisi, portando avanti la battaglia per la decarbonizzazione delle industrie pesanti pugliesi, a partire dall’Enel di Brindisi per arrivare all’Ilva di Taranto.
I lavori in Puglia sono iniziati la scorsa primavera e sono stati caratterizzati dalle tantissime proteste dei cittadini di San Foca e dai sindaci della zona, contrari all’approdo sulla costa salentina e che ora trattano con il governo sulle compensazioni ambientali, che sarà realizzato mediante la tecnologia di microtunnel: la condotta interrata lunga circa 8 chilometri terminerà all’interno di un Terminale di ricezione del gasdotto (Prt). Proteste che sono riprese venerdì e sabato scorso, con un corteo che è riuscito a portare la bandiera della protesta sulla torre della zona Rossa. La risposta delle forze dell’ordine è stata durissima: ben 52 persone sono state fermate con i manganelli e portate in caserma. I manifestanti hanno denunciato le violenze («siamo stati tenuti in ginocchio per un’ora») e le privazioni delle forze dell’ordine che hanno negato la possibilità di comunicare con l’esterno. Alla fine per loro è stato deciso un foglio di via: per tre anni da Lecce e dalle zone limitrofe al cantiere per tre anni.

FONTE: Gianmario Leone, IL MANIFESTO

Insieme ai rifugiati e ai lavoratori migranti, i movimenti per il diritto all’abitare e gli spazi sociali

Arriveranno sabato 16 dicembre a Roma con centinaia di pullman, le prime stime parlano di 15 mila persone, ma probabilmente saranno di più, per la manifestazione «diritti senza confini».

Partirà da piazza della Repubblica alle 14 ed è promossa da un centinaio di associazioni, sindacati e movimenti: da Usb Si Cobas e Adl Cobas alla Rete dei numeri Pari, dal centro sociale «Je so’ pazzo» ai movimenti per il diritto all’abitare, dal mondo anti-razzista (dal Baobab a Casa Madiba) agli studenti (Rete della Conoscenza). «È il corteo degli invisibili resi tali dalla legge Bossi-Fini, dalla Legge Lupi che stacca le utenze alle occupazioni abitative, dal regolamento di Dublino e dal decreto Minniti Orlando – ha detto il portavoce della manifestazione Aboubakar Soumahoro – Siamo gli esclusi che lavorano nelle campagne, nella logistica, nel lavoro domestico».

Inizialmente prevista a piazza Indipendenza – ad agosto sede di uno dei più violenti e simbolici sgomberi degli ultimi anni a Roma ai danni dei rifugiati del Corno d’Africa (da allora non è stata trovata alcuna soluzione, se non le baracche Ikea) – la conferenza stampa è stata trasferita nella sede della federazione nazionale della Stampa (Fnsi) a seguito di un divieto. Le rivendicazioni sono: il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari ai profughi a cui non è stata riconosciuta la protezione internazionale; la regolarizzazione di chi è senza permesso di soggiorno; la cancellazione dell’articolo 5 del piano Lupi sulla casa; l’abolizione della Bossi-Fini, della Minniti-Orlando, del trattato Dublino III e della legge sulla sicurezza urbana che ha trasformato il «decoro urbano» in uno strumento di repressione e di esclusione dei poveri. Infine c’è la proposta di un «reddito minimo» universale e quella sulle spese sociali «fuori dal patto di stabilità».

Contro il corteo è già partito il dispositivo securitario fondato delle fake news su presunti «violenti» infiltrati nel corteo, sorveglianza e controllo preventivo, già rodato in una manifestazione del 25 marzo scorso nella Capitale in occasione del sessantennale dal trattato di Roma. In quella occasione fu sperimentato il sistema del «Daspo urbano» contro manifestanti pacifici, oltre a un sistema di filtraggio che ha impedito a più di un centinaio di persone di partecipare al corteo. Tre pullman furono dirottati al centro di identificazione di Tor Cervara. Per tredici persone scattò il foglio di via.

«Sarà una manifestazione popolare – sostengono gli organizzatori – Non presteremo il fianco a nessun tipo di strumentalizzazione». Con la questura, sostengono, è stato stabilito che i bus entreranno nel centro della città. Un gruppo di avvocati seguirà i mezzi, e poi saranno presenti nel corteo. Nelle stesse ore, a Mentone sul lato del confine francese, è stato annunciato un corteo di solidarietà la manifestazione romana. Tra gli obiettivi c’è anche quello di denunciare la militarizzazione dei confini: a Ventimiglia e a Lampedusa. «La manifestazione -aggiungono i promotori – pone anche il problema della libertà di movimento, la libertà di opinione e di dissenso. Senza questa libertà non è possibile rivendicare i diritti sociali».

Il corteo restituirà una mappa di ciò che si muove in Italia sui diritti dei migranti e sulla casa. Ci saranno coloro che hanno animato la «marcia della dignità» contro il mega ghetto di Conetta, i migranti che lavorano nella filiera dell’agroindustria da Rosarno a Foggia, fino a Latina. E poi gli occupanti del porticato di piazza SS. Apostoli a Roma, sgomberati da Via Quintavalle a Roma il 10 agosto scorso e costretti a vivere in condizioni drammatiche nel centro della Capitale.

La storia degli sgomberati di piazza SS. Apostoli

“Non si nasce poveri, lo si diventa” ha raccontato Claudio, in una drammatica testimonianza durante la conferenza stampa. Da quattro mesi vive nel porticato di piazza SS. Apostoli, è uno degli sgomberati di via Quintavalle. Tutto è iniziato quando la proprietaria dell’immobile, una controllata del Monte dei Paschi di Siena, ha deciso di farla finita con l’occupazione. Prima è stata staccata la luce, una decisione che ha prodotto un’emergenza umanitaria. Nel mese successivo gli occupanti hanno respinto un tentativo di staccare l’acqua. Entrambe le decisioni rispondono ai criteri stabiliti dall’articolo 5 del piano Lupi sulla casa che, inoltre, nega l’iscrizione all’anagrafe. Infine è arrivato lo sgombero. Era il 10 agosto. Dopo una lunga resistenza sul tetto, la fine. Undici occupanti sono stati arrestati, molti altri denunciati. Per i primi ci sono stati tre giorni di fermo. E poi l’esodo. Verso il centro città. E piazza SS Apostoli, per chi conosce Roma, è una piazza a dir poco centrale. Gli sgomberati sono stati, da allora, ospitati nel portico. “Speravamo di avere più visibilità – racconta Claudio – ma siamo rimasti invisibili. Tutti quelli che non accettano gli sgomberi, perché non hanno una casa, lo diventano: invisibili”.

Da oltre quattro mesi si è formata attorno al portico una catena di solidarietà. Le altre occupazioni, le associazioni “ci hanno aiutato con le coperte, il cibo. Il parroco è stato ospitale ci ha dato una mano” continua Claudio.

Ma la situazione sta peggiorando. Nel frattempo è arrivato l’inverno. E manca tutto. A partire dai bagni. “Non abbiamo servizi igienici – sostiene Claudio – Andiamo nei bar vicini. Tranne uno, gli altri non ci fanno usare i bagni. Durante la notte diventa molto difficile questa situazione. Tutto è chiuso nel centro. E poi il gelo. Se durante il giorno ti muovo, porti i figli a scuola, vai al lavoro se ne hai uno, allora te la cavi. Ma per chi non ha tutto questo, e resta fermo, è difficile che riesca ad addormentarsi. In tenda è difficile farsi passare il gelo”.

In questo dramma, la giunta Cinque Stelle continua a esitare. La risposta sembra essere sempre la stessa: dividere i nuclei (circa 45) distinguendo le “fragilità”, con il rischio di separarli. Tra l’altro per chi non risulta “fragile” (portatore di handicap, donna in cinta, o i bambini) il destino sembra essere proprio quello di restarci, in strada. “Abbiamo rifiutato tutte queste opzioni – sostiene Claudio – Quando si parla di “fragilità” bisogna intendersi: qui ci sono molte persone che sono costrette a occupare perché non hanno un lavoro e, se ce l’hanno, non riescono nemmeno a pagarsi un affitto”.

Questa storia, raccontata nel corso della conferenza stampa, è a suo modo un caso di “integrazione”. Tra i nuclei del portico di sono famiglie di diverse nazionalità che convivono da anni insieme. Nella parte più invisibile della città, in quella zona esposta agli occhi che non vogliono vedere, si è formata una “resistenza meticcia”, così l’ha definita Claudio. Un sistema di relazioni presente in tutte le occupazioni nella Capitale, e non solo. Quelle della casa sono anche lotte anti-razziste.

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

Dopo aver tentato di annullare ogni forma di dissenso attraverso la super produzione giudiziaria della Procura di Torino – quasi 2.000 fascicoli aperti – dopo aver fatto balenare improbabili e munifiche compensazioni, dopo le varie firme di trattati internazionali, dopo tutto questo e molto altro, l’ambito scalpo del movimento Notav, la “pacificazione del territorio”, risulta ancora lontano da agguantare per chi vorrebbe procedere con le ruspe.

L’ATTIVITÀ MILITANTE e politica contro la grande opera per eccellenza non è mai venuta meno in questi anni: spostata su fronti diversi, lontano dalle luci mediatiche. Ma in occasione del dodicesimo anniversario della “liberazione di Venaus” – quando circa 40mila persone ripresero il controllo del territorio conquistato dalle forze dell’ordine nella notte del 5 dicembre a suon di manganellate – circa 500 Notav si sono dati appuntamento ai lati est ed ovest del cantiere di Chiomonte, nel cuore della notte. Un numero importante, se si pensa alle condizioni climatiche estreme, al terreno impervio dato che ci si muove su sentieri disseminati di ostacoli posizionati dall’esercito posto a difesa del cantiere; nonché al buio assoluto e al rischio di una denuncia per violazione di un “sito di interesse strategico nazionale”, data la perdurante presenza di una estesa zona rossa.

Nonostante ciò sotto i fiocchi di neve trasportati dalla bufera che imperversava in alta val Susa la scorsa notte, i manifestanti hanno marciato fino alle reti che circondano il cratere scavato nella montagna, dove hanno sparato alcuni petardi e fuochi artificiali colorati.

Ovviamente non si è trattato di un assalto: il cantiere è una fortezza presidiata giorno e notte dalle forze dell’ordine, protetto da sofisticati mezzi di rilevamento notturno. L’operazione attuata dal movimento Notav aveva come fine ricordare all’Italia quanto in val Susa tutti sanno perfettamente: la pacificazioni sul Tav non c’è.

AL LANCIO DEI FUOCHI artificiali la polizia ha risposto sparando lacrimogeni che hanno disperso il corteo notturno. Sulla strada del ritorno sono stati fermati tre giovani.
L’assenza dell’agognata pacificazione scaturisce anche da livello di complessità progettuale dell’intera opera, diventata una sorta di zig zag sulle Alpi al fine di incrociare il più tardi possibile l’opposizione popolare in valle.

Non solo, perché la volontà francese sul Tav è un rebus: Macron si muove su principi puramente econometrici a cui vorrebbe rimanere coerente e che, ovviamente, metterebbero in secondo piano la Torino-Lione e il raddoppio del canale sud della Senna. Secondo Parigi, attuare l’intero programma infrastrutturale disegnato durante gli anni di Sarkozy e Hollande darebbe come risultato la bancarotta dello stato. Presso i cosiddetti «Patti generali dei trasporti», istituiti su ordine del presidente Macron, si stanno tenendo consultazioni che si concluderanno nella primavera del 2018. Se manterranno il tunnel di base italo francese – pagato in misura precipua dall’Italia nonostante il maggior sviluppo in territorio francese – e verranno sforbiciate le tratte a monte, si incorrerà nell’effetto imbuto: un enorme tunnel che termina su un tratto molto più modesto.

IN QUESTO CONTESTO il cantiere italiano è fermo da circa tre mesi. La variante di progetto è caratterizzata da un elevato livello di complicazione che risponde a motivazioni di ordine pubblico. Il tunnel geognostico attuale dovrebbe servire nell’ultima parte a stivare le rocce amiantifere che si incontreranno scavando verso l’Italia, in prossimità di Susa. Verrà realizzato un secondo tunnel – parallelo a quello «concluso» – al termine del quale un grande camerone ospiterebbe il montaggio delle due talpe che muoveranno verso l’Italia: ci sarà quindi una sorta di groviera di gallerie di ogni diametro. Lo svincolo autostradale di Chiomonte, invece, previsto come seconda opera propedeutica al tunnel di base perché sarà la pista su cui correranno le centinaia di migliaia di tir che porterebbero via lo smarino, non è ancora stato bandito. I tempi di realizzazione del Tav in val Susa si allungano quindi a dismisura.

FONTE: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

Lo striscione di testa con le matriosche, le parrucche rosa shocking scarruffate dai colpi di vento e le strade di Roma colorate e intasate dalle donne che ballano e fanno cordone: sì in effetti c’erano anche l’anno scorso. Ma è una falsa pista pensare che da un anno all’altro poco sia cambiato nel movimento delle donne dopo il suo exploit italiano.

Vale la pena notare le differenze. Come la presenza molto più massiccia, ad alta densità specialmente nella seconda parte del corteo, cioè dopo il camion più grande, di ragazze molto giovani, tra i venti e i trent’anni.

E il tono dei cartelli e degli slogan, decisamente più improntato all’anti autoritarismo e alle rivendicazioni sociali. Sul tappo di una scatola da stivali appesa sulle spalle, la formidabile sintesi: «Al massimo ti invidio il pane», con la «e» cancellata e trasformata in «a».

L’autrice e donna-sandwich è Giuliana, 33 anni, «scrittrice disoccupata», proveniente con le amiche da Lenola, «sì, il paese di Pietro Ingrao». Per lei il patriarcato e lo sfruttamento «sono due facce della stessa medaglia», sorretta dallo stesso sistema e «incarnato nello Stato». Se le chiedi un esempio, tanto per uscire da un discorso che sembra un po’ troppo teorico, la risposta è pronta: «Quando la giunta Raggi sfratta la Casa internazionale della donna e non fa niente contro l’occupazione abusiva di Casa Pound non è casuale, è una scelta politica meditata, funzionale».

Qui e là sono dappertutto nel corteo i riferimenti all’antifascismo, come parte della battaglia per la libertà dalla violenza, dalla sopraffazione, dal machismo e più in generale da una cultura repressiva e da una politica istituzionale ossessionata dal controllo dei corpi e dei comportamenti.

Sono quasi tutte ventenni, ma anche più giovani, le ragazze che hanno riempito il pullman proveniente da Bari che si firmano Geeerl gang, dove la sigla – spiega Rebecca, appena 15 anni – sta per «gruppo erranti eretiche erotiche rivoluzionarie, laboratorio». Cosa fate in questo laboratorio? «Ci confrontiamo sul modello dei vecchi gruppi di autocoscienza». E fanno parte del collettivo di mutuo soccorso «Non solo maranje», «che in dialetto – spiega Carmen, 28 anni – significa non solo arance, quelle che si portano in galera, perché è un gruppo di assistenza legale».

Si gira lo sguardo ed eccone un altro: «Noi difendiamo la nostra esistenza, ora e sempre resistenza». Anche per il collettivo di Matera, la parola d’ordine è «welfare», declinato così da Chiara: «Nella nostra regione – la Basilicata, amministrata dal Pd di Pittella ndr -la situazione è veramente dura, c’è un solo consultorio a Potenza e nella Asl, con tutta la medicalizzazione del caso, lo sportello antiviolenza è chiuso perché non è stato rifinanziato e l’unica casa rifugio, ristrutturata e ammobiliata, ancora non funziona perché non è stata assegnata a bando, non si sa per quale motivo».

A Roma Arianna, 26 anni, studentessa del collettivo Sapienza Clandestina racconta che nell’ultimo anno si sono avvicinate molte ragazze giovani a partire dalle occupazioni di case e dalle lotte contro gli sgomberi. «I percorsi non sono separati e abbiamo iniziato a parlare anche di aborto, violenza dei maschi, di cui alcune non si rendevano neanche conto, hanno iniziato a capire che la violenza sui corpi è solo la punta dell’iceberg, hanno preso coscienza di molte cose e ora sono diventate finalmente protagoniste, tocca quasi strapparglielo adesso, il megafano, perché non lo mollano più», sorride.

Marta invece viene da Pisa, dal progetto Mala Servanen Jin, che sta per «casa delle donne che combattono» in kurdo, un’esperienza di condivisione abitativa in occupazione di un immobile comunale abbandonato da anni, da cui a maggio la giunta a guida Pd ha cacciato le donne a manganellate. «Anche noi abbiamo aggregato molte giovani anche sole sui trent’anni, alcune con figli piccoli, senza casa, con lavori precari, perciò estremamente ricattabili sugli orari di lavoro. C’è grande sofferenza sociale e solitudine, che ricade come massi sulle donne e si deve ripartire da zero, all’inizio ci hanno chiesto: “ma noi siamo femministe?”»

FONTE: Rachele Gonnelli ,IL MANIFESTO

LE INIZIATIVE. In tutta Italia, un sostegno deciso alla lotta delle donne

Che sia una panchina rossa inaugurata a Milano, un flash mob a Sassari per dire che «l’unico segno che voglio è quello di un bacio», o ancora un nuovo centro antiviolenza con annessa casa rifugio in Ciociaria, fino alla installazione performativa in quel di Lecce, oggi l’Italia sarà attraversata – in lungo e in largo – da iniziative che aderiscono alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Seppure la qualità e il peso politico di ciascun appuntamento siano assai diversi, è vero che dalla Basilicata al Veneto, passando per Calabria, Sicilia e Liguaria, in ogni territorio (nessuno escluso) si moltiplicheranno gli incontri e in decine di città si scenderà in piazza per dire no alla violenza contro le donne.

Il movimento Non Una Di Meno, che lo scorso anno ha portato nelle strade della capitale più di 200mila tra donne e uomini, invita oggi nuovamente a Roma (dalle 14). Partenza da partire da piazza della Repubblica per una grande e – si spera – oceanica manifestazione nazionale; dopo aver rasentato Termini, costeggerà piazza Vittorio, passerà per via Emanuele Filiberto e, tagliando viale Manzoni, arriverà fino a piazza San Giovanni in Laterano. Le varie assemblee cittadine sparse per i territori organizzeranno certo ulteriori incontri nei propri luoghi di provenienza, ma è nella capitale che confluiscono oggi più di 20 città; si attende in questo modo l’addensarsi della marea. Diversi i soggetti politici che hanno aderito all’appello di Non Una Di Meno che ha appena diffuso le 57 pagine del primo «Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e tutte le forme di violenza di genere». Dalla Flc Cgil alla Fish, quest’ultima (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) annunciando già da diversi giorni la propria partecipazione per segnalare la maggiore esposizione a violenze e molestie delle donne con disabilità.

Quel che si attende a Roma è una composizione piuttosto vasta, libera e soprattutto organizzata da molti movimenti e associazioni, così come centri antiviolenza e collettivi, che tagliano il territorio italiano da nord a sud e che rappresenteranno la propria parzialità di lotta e sostegno al progetto politico di Non Una Di Meno. Un modo per dire che il femminismo, da cui nell’ultimo anno sono esplose le più incisive forme di dissenso critico a livello mondiale, è inaggirabile. Bisognerebbe imparare dalla propria radicalità generativa, dal proprio smalto insorgente. Le migliaia di donne e uomini che oggi saranno in piazza non faranno altro che testimoniarlo.

Nonostante la pratica politica e i saperi di molte donne rendano grande e sensato lo stesso stare al mondo di tutte e tutti, una scommessa di civiltà, continuano a persistere delle contraddizioni che paiono insanabili, pervicace è infatti la sottocultura che le produce. Tra gli esempi più recenti c’è l’interrogatorio – per 12 ore di fila – si due ragazze che hanno denunciato il proprio stupro, sottoponendole – come è capitato al tribunale di Firenze due giorni fa – allo sfinimento di circa 200 domande tra cui spicca, per eleganza e misura, una relativa all’aver portato o meno biancheria intima.

Nello stesso paese, quello che oggi accenderà calde luci arancioni sui monumenti e in cui Laura Boldrini organizza #InQuantoDonna, lodevole iniziativa a Montecitorio, sembra spuntare sempre la gramigna del sospetto che, in effetti, dietro la parola delle donne possa celarsi un qualche inganno. È su quella, perché risponde a un’esperienza, non importa se riportata dopo un’ora o 20 anni, che invece bisognerebbe puntare tutto. O almeno l’inizio di un ragionamento politico che possa dirsi credibile. Alla vigilia di questa giornata apprendiamo che per il rapporto dell’Eures, presentato giovedì, anche la metà dei femminicidi non sarebbero forse avvenuti se solo si fosse fatto lo sforzo di dare seguito alle denunce da parte delle donne poi uccise. Ancora una volta ciò dimostra che il fenomeno della violenza maschile contro le donne va fermato non in quanto emergenza sociale, bensì con un lavoro capillare e politico che sappia rinnovarsi costantemente in tutti i luoghi della vita. Per decostruire alcune forme endemiche di patriarcalismo. E per dire che nessuna è vittima fino a quando si lotta insieme, per la propria libertà già guadagnata. Oggi, come ieri.

FONTE: Alessandra Pigliaru, IL MANIFESTO

Sul caso dello studente di Feltre è intervenuta anche Amnesty International che ha severamente criticato, come contrario alle stesse raccomandazioni del Consiglio d’Europa, l’uso della detenzione preventiva

AMBURGO. Entra questa mattina nel vivo, nell’aula dell’Amtsgericht di Altona, il processo a Fabio Vettorel, proprio nel giorno in cui si compie il quarto mese di carcerazione per il diciannovenne studente di Feltre (Belluno). Fabio rimane l’unico italiano ancora detenuto ad Amburgo per la partecipazione alle giornate di protesta del luglio scorso contro il vertice del G20.

La sua condizione è tanto più paradossale, considerato il fatto che si tratta del più giovane tra gli attivisti arrestati in quell’occasione, addirittura giudicato come «minorenne» secondo il diritto penale tedesco. Lo studente è imputato di reati di modesta entità, quali il «disturbo alla quiete pubblica», il «tentativo di causare danni mediante mezzi pericolosi» (lancio di oggetti) e la «resistenza a pubblico ufficiale». Maggiorenni con simili imputazioni sono stati condannati con la condizionale e subito rilasciati. Da questo punto di vista la sua detenzione preventiva ha assunto il carattere di una vendetta punitiva e, per molti aspetti, di un trattamento discriminatorio.

Il processo, dopo un primo tentativo di ricusare il magistrato giudicante che già aveva negato il rilascio di Vettorel, inizierà oggi con la testimonianza di sei poliziotti presenti al suo arresto. Secondo la sua avvocata, Gabriele Heinecke, finora le autorità tedesche non sono riuscite a produrre alcuna prova specifica sul coinvolgimento del giovane nelle «azioni criminali» di cui è accusato. Fabio starebbe pagando la semplice presenza a Rondenbarg, là dove la polizia ha caricato senza giustificazione un gruppo di manifestanti che si stava dirigendo ai blocchi intorno alla «zona rossa» del Summit.

Sul caso è intervenuta anche Amnesty International che ha severamente criticato, come contrario alle stesse raccomandazioni del Consiglio d’Europa, l’uso della detenzione preventiva, ritenuta «non strettamente necessaria» di fronte all’assenza del rischio di fuga e alle caratteristiche personali dell’imputato, a cominciare dalla giovane età. Per questo Amnesty ha chiesto, fin dall’ottobre scorso, il «rilascio di Fabio Vettorel in attesa del processo» e, quanto meno, di valutare l’applicazione di misure alternative al carcere nei suoi confronti, così come per gli altri detenuti del G20.

Domenica pomeriggio, nel quadro della campagna UnitedWeStand, oltre duecento persone hanno dato vita ad Amburgo a un rumoroso presidio davanti al carcere di Billwerder. Al termine centinaia di pallocini, rossi e neri, sono volati in aria oltre le mura della prigione. Un benaugurante messaggio di libertà, in attesa che il castello delle accuse crolli e che anche l’incubo di Fabio, insieme agli altri ancora ostaggi dei «Venti Grandi», finisca.

FONTE: Beppe Caccia, IL MANIFESTO

Esclusiva. Intervista con Toni Negri in occasione della pubblicazione del suo ultimo libro “Assembly” scritto con Michael Hardt

Quando ci sediamo a un lungo tavolo del suo appartamento a Parigi Toni Negri, 84 anni, ha in mano appunti fitti, lo sguardo teso, l’aria esigente. L’influenza che lo ha assillato dal ritorno da un viaggio in Brasile dove ha presentato Assembly, da poco pubblicato in inglese per Oxford University Press – quarta parte della ricerca comune scritta con il filosofo americano Michael Hardt dopo ImperoMoltitudine e Comune – lo rende impaziente:

«Non riesco a lavorare come vorrei» dice. Filosofo discusso a livello mondiale, ora sta lavorando alla seconda parte dell’autobiografia – la prima ha un titolo emblematico: Storia di un comunista.

E già progetta un nuovo volume a quattro mani con Hardt. Desiderio spinozista, pratica marxista, con Negri non è tempo di ricordi, ci si ritrova a parlare dall’interno di una tendenza.

A una parola come «rivoluzione» oggi sembrano credere solo gli spin-doctor pagati per confezionare un programma per le elezioni. Per lei che ha creduto intensamente a una rivoluzione, fino al punto da cambiare radicalmente la sua esistenza, cosa significa questa parola?

Per me significa che la rivoluzione non la si fa, ma ti fa. Bisogna smetterla di mitologizzarla: la rivoluzione è vivere, costruire continuamente momenti di novità e di rottura. La rivoluzione è un’ontologia, non un evento. Non si incarna in un nome: Gesù Cristo, Lenin, Robespierre o Saint Just.

La rivoluzione è lo sviluppo delle forze produttive, dei modi di vita del comune, lo sviluppo dell’intelligenza collettiva. Non ho mai pensato di fare la rivoluzione e di andare al potere il giorno dopo.

Quando ero giovane ho pensato che il comitato operaio di Marghera avrebbe organizzato la società attorno al consiglio operaio e ai suoi ideali a partire dalla fabbrica. Allora, negli anni Settanta. Oggi è molto diverso, esiste un altro modo di produzione: si può organizzare la società a partire dal reddito di base, dalle nuove figure del lavoro, da nuove scuole e forme associative, da nuovi loisirs, uscendo dalla noia e dalla disperazione in cui viviamo.

Non ho mai pensato che la rivoluzione sia qualcosa che ti porta al potere, ma che cambia il potere. Significa prendere il potere in maniera differente.

È una differenza fondamentale: non vuol dire prenderlo dall’alto, ma dal basso. La rivoluzione c’è quando si è capaci di dimostrare che il comune emerge dal modo di produzione che investe la vita. È il bambino ad avere oggi il forcipe nelle mani, non l’ostetrico della storia.

Non ho mai pensato che la rivoluzione sia qualcosa che ti porta al potere, ma che cambia il potere, Toni Negri

Rispetto al linguaggio, e all’immaginario, corrente il suo approccio è sempre stato, a dir poco, discordante. A essere gentili, di solito, le viene risposto che è ottimista, utopista, visionario. A sinistra c’è sempre quell’aria cupa, realista, impegnata nello sforzo volontaristico a unirsi o nell’evocazione di soggetti che mancano. Come si trova in questo orizzonte?

Le posso rispondere con un episodio, molto pratico. Pochi giorni fa Michael ha presentato Assembly a Londra. Ha incontrato «Momentum», la rete di base che appoggia il Labour e Corbyn. Quello che è impressionante è l’incontro tra i giovani e i vecchi corbyniani, persone che hanno fatto il Sessantotto e le lotte degli anni Settanta e oggi sono trascinati dall’entusiasmo dei giovani che hanno fatto le lotte alter-mondialiste e quelle di Occupy, le ultime lotte di questa generazione. Manca tutta la gente tra i 35 e 60 anni, la generazione blairiana. Ecco dove si forma la nuova sinistra e con queste realtà oggi ci ritroviamo e superiamo i vecchi incastri con la cultura socialdemocratica.

Nel libro descrivete la straordinaria, e drammatica, emersione del movimento americano Black Lives Matters. In che rapporto è con l’onda che ha fatto molto parlare di Bernie Sanders?

Siamo in contatto con una compagna che è nella direzione del movimento di Sanders. Dai suoi racconti comprendiamo che il partito democratico americano è una macchina di potere terribilmente governativa, non reagisce alle novità, riprende temi socialdemocratici classici che non funzionano.

Black Lives Matters è il futuro. È l’espressione di un movimento senza leadership.

Ce ne sono tanti nel mondo e la sinistra dovrebbe capirli a fondo: quelli indigeni, ad esempio, che puntano sulle proprietà comuni, sono esperienze formidabili. E i nuovi movimenti femministi e la loro fortissima soggettività.

È la forma stessa del capitalismo che rivela queste nuove forze produttive e queste esperienze di rottura. Non è solo un discorso marxista, è un discorso realistico, se si vuole uscire dal «secolo breve», una volta per sempre, fuori dalla sua agonia.

Lei parla sempre dal punto di vista dei movimenti. In Assembly analizzate, senza reticenze, la loro crisi e suggerite di non sottovalutare «il potere durevole di coloro che combattono e sono sconfitti». Cosa intendete dire?

Torniamo al paradosso di Corbyn: i Sessantottini che si ritrovano con i giovani di oggi. Basta un fischio e tornano fuori quelli che sono stati sconfitti allora. Perché hanno imparato nelle lotte la generosità, la cooperazione, hanno fatto trionfare la solidarietà. Questi sono vizi che una volta presi non ti mollano più.

Se si potesse fare una storia foucaultiana dei movimenti in Italia si capirebbe di quali quantità di «cinici» , di militanti comunisti arrabbiati il paesaggio è pieno: intendo gente che si faceva costruire dalla «volontà di sapere» e dall’azione rivoluzionaria, e così amava gli altri e la vita.

Scrivete che dal 2001 a oggi i movimenti hanno affermato un nuovo inizio per la sinistra, ma hanno dimostrato una «povertà organizzativa» e non sono stati all’altezza del problema che hanno posto. Non c’è il rischio di ripetere le vecchie sconfitte senza avanzare di un millimetro?

Bisogna, una volta per tutte, liberarsi dall’illusione che dai movimenti si debba trarre qualcosa. Quasi sempre i movimenti esprimono la fine di un discorso, non producono un evento, ma lo terminano. Il Sessantotto non è stato un evento, ma una costruzione. Perché dietro c’erano gli anni Sessanta, c’era già da tempo una politica di massa a livello mondiale. In Italia questa politica è stata talmente potente da durare dieci anni, passando dal movimento del 1977. I movimenti oggi non capiscono che devono costruire, non che devono raccogliere.

Ho sentito i compagni che uscivano da Genova, o dalle lotte dell’università, dire che dopo le manifestazioni era tempo di fare un’organizzazione. Ma se non lo avevano creata fino ad allora non l’avrebbero mai più fatta! Sarebbero stati solo identificati dalla polizia come persone da abbattere. Bisogna rompere questa idea che il movimento forma il partito, la coalizione, un seguito. I movimenti formano la forza, e questa forza va riconosciuta.

I movimenti sono la strategia. Non nascono per spirito infuso, o per un mistero che si incarna nella società, si costruiscono concretamente, passo dopo passo, insieme a migliaia di persone, ciascuno a partire da sé. La politica si costruisce insieme.

I Soviet per noi restano un modello da pensare, nacquero in un modo di produzione specifico, assemblando forze produttive e sociali. In un mondo completamente diverso, restano un dispositivo potente.

I Soviet sono attuali?

Oggi si devono costruire istituzioni non sovrane e non proprietarie. Funzionerebbero come la gestione dell’acqua bene comune, nelle battaglia contro la violenza poliziesca in Francia o negli Stati uniti, nelle grandi lotte indigene nell’America Latina, nelle lotte femministe.

L’invenzione di una nuova struttura politica non può nascere che dal collegamento tra queste forze. L’istituzione non nasce dal sovrano, ma dalla necessità di stare insieme, di produrre e vivere insieme.

Questa era l’idea fondamentale dei Soviet: organizzare il modo in cui si sta insieme in una società industriale, dove la cooperazione sociale è avanzata e ha la capacità di esercitare potere attraverso la costruzione politica di una forza produttiva.

Per descrivere questa costruzione nel libro usate un’espressione curiosa: «imprenditorialità del comune». Che cosa significa?

In alcune recensioni anglosassoni ci viene rimproverato questo concetto: l’impresa non può essere strappata al neo-liberismo. E invece penso che oggi il rapporto tra imprenditorialità e istituzione – l’instituere – sia qualcosa che vada studiato fino in fondo. Il lavoro è sempre istitutio. Questa capacità oggi è massacrata oppure nascosta da un falso concetto di libertà.

Creare un’impresa significa lasciare libera la forza lavoro di organizzarsi. È questo il discorso politico che il capitalismo sequestra ai lavoratori. Noi invece crediamo che si inizia a fare politica quando la forza lavoro conquista la capacità di organizzarsi produttivamente.

Tutto questo passa da un partito? È questo che sostenete?

Assolutamente no. Oggi l’autonomia del politico non è più quella leninista, oggi è il populismo. In ogni epoca l’autonomia del politico si qualifica in qualche modo, se si vuole evitare di assumerla in termini generici. E oggi l’autonomia del politico è stata ridotta a un gioco discorsivo che usa le categorie istituzionali e ha l’obiettivo di costruire un popolo sottomesso.

Leggo quello che succede in Italia dove la legge elettorale è da tempo diventata il luogo centrale di questo uso discriminatorio del politico. È una manipolazione pura del popolo e del consenso.

In gioco non c’è solo un criterio minimo di rappresentanza, che mi sembra sempre più in crisi, ma qualcosa di più profondo: si vuole impedire alle persone di sperimentare nuovi modi istituzionali e produttivi per governarsi da sé.

La socialdemocrazia è in crisi e sono in molti a credere che possa essere superata attraverso una declinazione di «sinistra» del populismo. Ritiene che Podemos o il Labour di Corbyn possano essere interpretati in questo modo?

Quello di sinistra è un caso del populismo di «sostituzione». Dubito che questa logica, teorizzata dal filosofo argentino Ernesto Laclau, possa mai reinventare formule diverse da quelle del «socialismo nazionale». In Spagna, dentro Podemos, si è sviluppato un grande dibattito su questo tema. E ha vinto la tendenza nazional-popolare.

La polemica è avvenuta con i movimenti sulla funzione del partito: se si dovessero sostenere i movimenti e creare una coalizione oppure se si dovesse essere un partito classico che inventava il suo popolo. Ha vinto il progetto di sostituzione della socialdemocrazia, non un progetto di innovazione della sinistra.

All’altro capo del populismo, Alice Weidel dell’Afd in Germania è un caso clamoroso di rovesciamento delle istanze dei movimenti: lesbica, sposata con una cittadina srilankese, ha lavorato per Goldman Sachs e Allianz, sostenitrice di politiche xenofobe, islamofobe ed è contro matrimoni omosessuali. Cosa rappresenta una simile figura?

Rappresenta il vuoto che si riproduce. Come altri personaggi non è un soggetto, ma un prodotto. Nasce sollecitando i peggiori istinti e arriva alla contraddizione più clamorosa con quello che è realmente nella sua vita. A questo in fondo porta il populismo: creare il popolo anche contro ciò che si è. A questa contraddizione si lega il concetto di nazione e poi, nell’ordine, quello di appartenenza regionale e famigliare. Così si articolano forme di proprietà e confine. Il rischio forte è quello della corruzione.

Nella mia vita ho visto molte persone fare cose terribili in nome della famiglia, fino alle peggiori forme di corruzione. Dietro queste appartenenze, ci sono solo barbarie e tribalismi.

Quali sono gli altri populismi?

Trump ne è un esempio purissimo. A suo modo Macron in Francia gli assomiglia, anche se si comporta da tecnocrate che gestisce al centro destra e sinistra costituzionali secondo il progetto di Juppé.

A destra e a sinistra, ci sono populismi «rilavati». In Mediaset nel caso di Berlusconi, nella rete nel caso dei Cinque Stelle. Melenchon in Francia distingue tra sovranità popolare, quella della rivoluzione del 1789, e sovranismo che sarebbe un concetto di destra; tra l’ideale di «nazione» e quello di «nazionalismo in quanto etnicismo».

In questo e in altri casi, come tra i bolivariani sudamericani, non si riflette mai abbastanza sul fatto che, nel populismo, comandano solo i dominanti e i ricchi che parlano in nome dei molti.

È anche possibile che questa idea di «populismo» produca un contraccolpo sui movimenti, in particolare sull’immigrazione, amplificando un senso comune xenofobo e razzista. Un rischio che si intravede anche nel Labour inglese o nella Linke tedesca. Come spiega questa ambivalenza?

Esistono due idee che non toglieremo mai alla socialdemocrazia, erede del «secolo breve»: la proprietà e il confine. È un batterio letale, oggi impiantato nel cuore dell’Europa, quando si ergono muri o si spostano i confini oltre il Mediterraneo mandando a morire i migranti nei Lager in Libia.

Rousseau diceva che il più grande delinquente che sia nato è quello che ha detto: «Questa cosa è mia». Ma esiste un delinquente ancora più grande, Romolo, che disse «Questo confine è mio». Sono la stessa cosa: proprietà e confine.

La socialdemocrazia ha maturato questa cultura dopo il 1848, con la rivoluzione romantica. Penso a Mazzini: lui è stato, da questo punto di vista, il primo socialdemocratico: sosteneva la repubblica popolare e la centralità nazionale, due elementi che hanno sempre avuto una sintesi reazionaria, nazional-popolare. La seconda Internazionale socialista fu attraversata da questo spirito contro l’internazionalismo comunardo e cercò di coniugare nazionalità e rivoluzione.

Di contro, il bolscevismo è stato formidabile dal punto di vista della rivoluzione mondiale perché ha unificato comunismo, anti-imperialismo e anticolonialismo. La tragedia dell’anticolonialismo è stato il ritorno del nazionalismo.

Ciò ha comportato un errore di rilievo, e ancora oggi ricorrente nelle politiche centriste variamente declinate: pensare che l’alleanza del proletariato con le classi medie e progressiste sia un passaggio strategico, e non meramente tattico. Le declinazioni del populismo attuale ripetono lo stesso errore: pensano che il concetto di nazione cancelli quello di classe. È un problema con il quale ci dovremo ancora confrontare.

Sempre più spesso si sente dire che l’alternativa al neoliberismo e alla crisi è il lavoro, la piena occupazione, il keynesismo, le nazionalizzazioni. È una soluzione?

Sono ipotesi che restano confinate nell’agonia del «secolo breve» in cui ancora ci troviamo. Discutiamo ancora di alternative che sono distrutte: socialismo statale e nazionale e liberismo proprietario e privato. Restiamo ostaggio della distinzione tra privato e pubblico e non vediamo cosa gli è passato sotto, e attraverso, tra il Novecento e oggi.

E che cosa è accaduto?

La disfatta dell’ideologia del privato e del pubblico a causa della trasformazione del modo di produzione. Esiste un nuovo assemblaggio delle forze produttive determinato dalla trasformazione del lavoro che lo ha reso comune e singolarizzato, togliendolo al privato e al pubblico. È una forza-lavoro che funziona solo in modo cooperativo. Cioè in maniera sempre più comune. Oggi il problema è l’organizzazione della produzione sociale e la distribuzione del reddito, non il pieno impiego.

La distinzione tra lavoro/impiego e nuova capacità lavorativa e cooperativa è l’elemento centrale del dibattito e comporta radicali conseguenze di carattere fiscale, politiche sociali, industriali profondamente diverse rispetto al passato.

A sinistra e nel sindacato si sostiene che uno Stato «innovatore» sarà capace di creare tecnologie rivoluzionarie nella green economy, le telecomunicazioni, nanotecnologia o farmaceutica. Le nuove istituzioni di cui parlate nel libro passano dallo Stato e in che rapporto stanno con questa categoria che torna ad avere successo?

Ben venga questo Stato, gli faccio gli auguri. Mi si permetta tuttavia di notare che questi settori sono sul mercato, organizzate come macchine di estrazione del valore prodotto socialmente, e in questa figura protette, pur malamente, dallo Stato.

In Assembly, ci chiediamo se queste meraviglie possano essere sottoposte a scelte e decisioni democratiche. Rispondiamo di no. Finché non sarà riconosciuto il regime di sfruttamento estrattivo e proprietario (brevetti, rendite finanziarie, organizzazioni monetarie) in cui queste industrie operano, e fino a quando a questo riconoscimento non segua un processo democratico di riappropriazione dei beni comuni.

Ormai è tempo di riappropriazione del comune da parte dei suoi produttori, e di ri-orientamento democratico della gestione del comune: non è lo Stato, ma sono i produttori che devono dire a cosa servono queste tecnologie e quali vantaggi recuperane o quali svantaggi scontare.

Il palazzo d’Inverno oggi sono le banche centrali, Toni Negri

La forza lavoro è sempre più organizzata dalle piattaforme digitali: Uber, Deliveroo oppure Task Rabbit. Il potere dei «signori del silicio» è così ampio da spingere a credere che dall’algoritmo passi un’idea popolare, e trasparente, della democrazia. A questo porterà la rivoluzione digitale?

In queste piattaforme i lavoratori non pensano di usufruire di un più alto grado di democrazia! E lottano e resistono allo sfruttamento bestiale.

È importante tuttavia che si ponga il problema: è possibile rovesciare il funzionamento dell’algoritmo di comando delle piattaforme digitali? Lungi dall’immaginare utopici rovesciamenti delle piattaforme digitali in circuiti cooperativi, sarà possibile dominare quei mostri solo smantellando le condizioni politiche nelle quali l’algoritmo è imposto: quelle del diritto privato e della sua legittimazione statale.

Mark Zuckerberg di Facebook ha ammesso l’importanza del reddito di base. Sarà la Silicon Valley a realizzare quella che è definita un’utopia concreta?

Zuckerberg ci obbliga a studiare le forme nelle quali le tecnologie e l’attività lavorativa s’intrecciano nella produzione e nell’uso dei social media. È là, in quello spazio, che paradossalmente ci indica la possibilità di far rinascere la democrazia. Credo che questo spazio sia quello sul quale va riaperta la ricerca dei rivoluzionari: è lo spazio che,mutatis mutandis, 150 anni fa, Marx analizzò nel primo volume de Il Capitale.

È là, dove l’uomo s’incontra con lo sfruttamento di nuove macchine e di nuovi padroni, che rinasce la classe e si propone la rivoluzione.

Insomma lei è convinto che solo un reddito di base ci salverà?

Ma no, è ovvio che in sé non può risolvere il problema. È l’elemento preliminare, e comunque centrale, per la riorganizzazione sociale fondata sul comune e sul superamento delle categorie della proprietà privata e pubblica. È sul terreno finanziario che bisogna confrontarsi.

Il problema è il comando della finanza. Il palazzo d’Inverno oggi sono le banche centrali.

***Toni Negri: le lotte e i libri

«I movimenti sono l’emblema di quel processo rivoluzionario continuo attraverso il quale il capitale ha voluto imporre il proprio potere sulla vita – ma dove la vita ha violentemente espresso il suo rifiuto» ha scritto Toni Negri nella prima parte della sua autobiografia («Storia di un comunista», Ponte Alle Grazie). O

ttantaquattro anni scanditi dal rapporto con il movimento operaio e quelli sociali.

Politica, ricerca, conflitti, l’arresto avvenuto il 7 aprile 1979 insieme a centinaia di militanti di «Autonomia Operaia» nell’ambito del «teorema Calogero», definito da Rossana Rossanda su Il Manifesto «un’operazione politica bassa, la più bassa della magistratura della repubblica».

Oggi Negri è uno dei filosofi politici più influenti, autore di oltre 60 libri, tradotto in molte lingue. Con Michael Hardt ha scritto da «Il lavoro di Dioniso» (Manifestolibri, 1995) a «Assembly» (Oxford University Press, 2017). E poi «Impero» (Rizzoli, 2001), «Moltitudine» (Rizzoli, 2004), «Comune» (Rizzoli, 2010), «Questo non è un manifesto» (Feltrinelli, 2012)

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

Pubblichiamo un’anticipazione del libro che uscirà edito da Bompiani il 15 novembre «Ci abbiamo provato. Parole e immagini del Settantasette» di Nanni Balestrini e Tano D’Amico. Il libro irrompe con le immagini, gli slogan e considerazioni di Balestrini sulla trasformazione del linguaggio che rompe con gli schemi tradizionali, quindi inizia un approfondito dialogo tra Nanni Balestrini e Tano D’Amico (noi abbiamo ritagliato una piccola parte delle loro considerazioni tra momenti di rinascita culturale e punto di vista del fotografo sulla realtà in trasformazione). Segue una cronologia ragionata dei fatti, dal 21 gennaio al 25 novembre e una bibliografia.

(dal testo di Nanni Balestrini)

Ovunque si stanno preparando fastose celebrazioni per il cinquantenario del Sessantotto, il grande movimento sociale, culturale e politico, che su scala mondiale ha operato la profonda trasformazione della società e della quotidianità che ancora oggi viviamo. Ma l’anniversario di quello che, nel lungo decennio italiano che ne è seguito, ha rappresentato con la sua breve scintillante esistenza il suo punto più alto, il Settantasette, è passato praticamente sotto silenzio.
Negli anni settanta, in Italia, il Movimento, nato dalla fusione delle lotte studentesche con quelle operaie, subisce una repressione, sempre più spietata. Che gradualmente da posizioni di autodifesa trascinerà alcune sue parti verso una disperata lotta armata. Senza sbocchi, contro il piombo e il terrorismo dello Stato, con le sue stragi, i morti e i cumuli di carcerazioni.
Ma improvvisamente, impetuosamente, una nuova generazione di studenti e di giovani proletari invade la scena del conflitto sociale in forme inedite. Fino ad allora le lotte del Movimento, dilagate in tutta la penisola, avevano avuto, se pure con modalità nuove rispetto alla tradizione comunista, come obiettivo finale l’abbattimento del dominio capitalista nella radiosa visione del sole dell’avvenire: la rivoluzione finale per la realizzazione di un mondo migliore, libero dallo sfruttamento degli oppressi e improntato agli ideali di solidarietà e giustizia sociale.
La nuova generazione non «vuole tutto» in un futuro lontano e incerto, ma vuole viverlo oggi e subito, nella quotidianità. Vuole rivoluzionare il presente per vivere adesso, immediatamente, i suoi desideri e le sue necessità. L’esperienza del Settantasette si può paragonare a quella di un altro momento storico carico di valore simbolico, anch’esso durato una breve stagione, il 1871, l’anno della Comune di Parigi.
(…)
La Comune di Parigi fu una meteora luminosa, ma la sua forza sta nell’avere fermato la storia. Si racconta che i comunardi sparavano con i fucili contro gli orologi pubblici per fermare il tempo. E il tempo della storia lì si è fermato. Non si è trattato di un’utopia, ma di una scheggia di futuro piombata nel mezzo del presente. E fuoriuscita dal tempo per diventare simbolo di un mondo nuovo, giusto e felice. E così è stato per il nostro Settantasette. È l’anno in cui a Londra nasce il punk con i Sex Pistols e nella Silicon Valley la nuova tecnologia della comunicazione con Apple. Fu l’anno del dissenso operaio nei regimi comunisti di Praga e Varsavia. Il 31 gennaio a Parigi si inaugura il Beaubourg, il nuovissimo museo d’arte contemporanea Georges Pompidou e il 1° febbraio in Italia iniziano le trasmissioni della televisione a colori. È l’anno in cui giunge a maturazione il processo di trasformazione del lavoro operaio, sotto la spinta dell’automazione nelle fabbriche. La fine di una forma di lavoro, avviata dalla rivoluzione tecnologica e dalla crisi del modello industriale, cambia i rapporti tra le classi sociali, ma anche la percezione dell’identità stessa dei proletari. La trasformazione dei luoghi di lavoro e la concezione tradizionale dell’impiego muta tra i giovani che si affacciano alla vita civile. Con l’avvento dell’automazione nei processi di produzione, i giovani operai iniziano a reclamare più spazi e tempo libero, più occasioni per godersi la vita. Non solo non si identificano più con un lavoro che abbrutisce, ma mettono in crisi lo scopo ultimo del posto fisso, l’orario di lavoro stabilito dalle esigenze del capitale.
IL RIFIUTO DEL LAVORO
Queste istanze di rottura con modelli di vita tradizionali alimentano occasioni di scontro con la parte più conservatrice della società, ma spiazzano anche i rappresentanti istituzionali, sindacali e politici della sinistra. Prima del 1977 il lavoro era visto come la forma unica e vincolante dell’esistenza: si lavorava otto e più ore al giorno, si guadagnava e si spendeva un salario. Le rivendicazioni dei lavoratori non mettevano in discussione il meccanismo complessivo, ma cercavano di migliorarne le condizioni. Il modello del «fordismo» aveva assicurato per decenni un orizzonte stabile e nella accezione più democratica la forza lavoro doveva essere gratificata da un salario in grado di far circolare il consumo.
Eppure, con l’inizio dell’automazione nelle grandi fabbriche, la crescita del terziario e dei colletti bianchi, del peso dell’ «economia della conoscenza», qualcosa inceppò il modello. Accanto agli scioperi degli operai, pur sempre sfruttati, che non delegano più ai sindacati e al Partito Comunista Italiano le loro lotte sempre più aspre, emerge progressivamente un’idea più radicale, quella del rifiuto del lavoro stesso e non solo delle condizioni di lavoro. Un epocale cambio di paradigma
I PARADOSSI DEL 77
(…) Accanto a episodi di repressione e intimidazione, come le morti di Francesco Lorusso e Giorgiana Masi, fu un anno straordinario caratterizzato da una profonda trasformazione culturale. Abbiamo una grande ripresa e rinascita del teatro underground, sotto l’influenza del Living Theater, presente in Italia. Fu l’anno in cui alla prima al Teatro Manzoni di Milano del S.A.D.E. di Carmelo Bene, lo spettacolo fu sospeso dal questore di Milano per oscenità, per la presenza di nudi femminili sul palcoscenico. Fiorirono in quell’anno straordinari artisti come il fotografo di paesaggi infiniti Luigi Ghirri o il regista Carlo Quartucci.
(…) Con l’aumento della disponibilità dei mezzi di produzione e del digitale, nacque anche la video art. In quegli anni registi come Alberto Grifi mescolavano cinema e impegno politico. Poco prima erano usciti film come Anna o Parco Lambro che avevano abbattuto barriere simboliche fortissime. Artisti come Piero Gilardi si dedicavano all’animazione culturale nelle strade e nelle piazze, mentre Gianfranco Baruchello faceva del lavoro agricolo un’attività artistica e Pablo Echaurren illustrava e pubblicava i fogli del Movimento.
(…) Visti a distanza, l’eccezionalità e il fascino di questo breve periodo e del movimento sta nel come una quotidianità di festa e di gioia collettiva abbia potuto dispiegarsi nonostante il feroce attacco repressivo a cui era sottoposto da parte dei poteri armati dello Stato, con le sue violenze e le sue vittime, sempre assecondato dagli organi d’informazione ufficiali. È impressionante notare oggi l’abisso tra scritti e immagini nella stampa dell’epoca e il vissuto reale documentato da immagini come quelle di questo libro.

/dal testo di Tano D’Amico)

A ogni cambio di paradigma sociale corrisponde un nuovo modo di vedere o fissare le immagini nelle fotografie. Anche qui è appropriato il paragone con La Comune di Parigi. Allora come nel 1977 è come se, in un certo senso, le immagini sono state in grado di anticipare i fatti che esse stesse rappresentavano. Al tempo della Comune, Nadar, il pioniere di tutti i fotografi, partecipò attivamente alla rivolta ma stupisce che proprio lui non produsse alcuna fotografia degli avvenimenti salienti. Perché? Per il semplice fatto che era troppo intento a costruire relazioni con le altre persone, e parallelamente elaborare una forma innovativa dello sguardo, ovvero del modo di guardare agli altri e guardare se stessi.
È per questo che invece degli eroi e i capipopolo i suoi modelli erano le persone comuni, gli amici con cui pranzava o beveva. Ognuno libero per la prima volta in modo inedito e inebriante di mostrarsi e rappresentarsi per come si sentiva senza pose o ostentazioni. Il suo è uno sguardo figlio dei pittori impressionisti, penso ai quadri di Éduard Manet nella sua Olympia o in Colazione sull’erba l’importante non è la bellezza di Venere o l’esibizione di status da parte di ricchi ma la maliziosa bellezza dell’amica o il piacere di un pasto tra sodali. Irrompe lo «sguardo degli affetti» nei ritratti fotografici di Nadar così come si ritrova nei volti delle persone che ho fissato per sempre nel 1977. Le mie fotografie sono in gran parte ritratti di persone, più che avvenimenti storici. Questo focus non sull’azione, le celebrità ma sulle persone comuni è un modo di vedere sovversivo per i tempi della Comune come per il racconto di un fatto storico politico e pubblico. Quando nelle fotografie non compaiono eroi, azioni epiche ma i sentimenti e le emozioni delle persone comuni la rottura è più evidente. Quando questa consapevolezza dell’importanza dei sentimenti diventa insopportabile per i poteri, purtroppo scorre il sangue. Questo è stato per la Comune ed è avvenuto per il Settantasette.
IL SILENZIO
(…) Gli scatti possono anticipare gli eventi, hanno questo potere incredibile di rivelare un’atmosfera, un momento storico e a ben guardare svelare qualcosa di quello che succederà dopo. Me ne rendo conto oggi, guardando dopo quaranta anni gli scatti di quegli anni. È un processo necessario mettere ordine e trovare, con la giusta distanza del tempo, un senso a quello che all’epoca sembrava solo un groviglio di azioni e reazioni di manifestanti e forze dell’ordine. Le fotografie ci aiutano a ricostruire un filo conduttore altrimenti difficile da cogliere.
Mi viene in mente il gennaio del 1977 in cui non capitò niente. Io feci un viaggio molto triste che avrebbe dovuto mettermi in guardia su cosa sarebbe successo. Andai nelle fabbriche e nei compound a Torino, a Milano, a Porto Marghera e ovunque trovavo un silenzio innaturale. Per la prima volta nella mia vita entrando in fabbrica, negli spazi delle mense e del dopolavoro non ritrovavo il consueto ambiente vivace degli operai che si chiamavano da un tavolo all’altro, urlavano, scherzavano. Regnava un tale silenzio che rimanevo zitto anch’io. Rimasi colpito da un giovane che stava pranzando con un panino, davanti a un bicchiere di vino bianco, e gli chiesi con uno sguardo se potessi scattargli una fotografia. In silenzio lui, con un cenno, acconsentì. Nella stanza c’era una luce flebile, fioca, perciò usai dei tempi di esposizione molto lenti e, nonostante usassi delle macchine fotografiche silenziosissime, il silenzio intorno era tale da riuscire a sentire il rumore della tendina che scorreva sull’otturatore. Erano giorni di grande silenzio perché le persone che avevano già occupato le fabbriche e le case stavano riflettendo. Era un periodo di consapevolezza cercata, trovata anche. Tornai a Roma dopo un mese. Era il 1° febbraio e quando accesi la radio scoprii che la mattina, mentre si stava svolgendo un’assemblea del Comitato di Lotta contro la circolare Malfatti (che annullava la liberalizzazione di piani di studio), una squadra di fascisti del FUAN (organizzazione studentesca del MSI) era entrata nell’università armata di pistole, e aveva sparato in testa a un ragazzo, Guido Bellachioma. La mattina seguente andai all’università, tutti vi accorrevano benché non ci fossero delle radio né tanto meno internet a dare appuntamenti.
C’era un sentire comune. Quella fu soltanto una delle aggressioni squadriste di quegli anni, ma segnò la nascita del Movimento. Il 2 febbraio ci furono delle raffiche di mitra in Piazza Indipendenza a Roma, con dei feriti gravi.
LA ROTTURA
(…) Nelle fotografie dei gruppi di attivisti del settantasette si trova facilmente traccia del passaggio da un proletariato in cui il senso di appartenenza a un’unica classe sociale era il collante a una moltitudine composita fatta di diversità e minoranze. Le foto delle manifestazioni di piazza restituiscono l’idea non tanto di un corpo sociale unico, ma di un emergere di tanti soggetti diversi e spesso distanti tra loro. Questo rendeva più sfumati e porosi i confini e i fronti dello scontro politico e non è casuale che proprio nel 1977 la violenza viene fatta deflagrare in modo ancora più potente rispetto agli anni precedenti. Quella quiete piena di tensione dell’inizio dell’anno a un certo punto è esplosa con un fragore impressionante proprio perché il silenzio nascondeva paure, preoccupazioni e il preciso intento da parte dei vertici dello Stato di stanare i movimenti in subbuglio per dare una definitiva «zampata» per cancellarli. Perché questo? Perché era massimo il rischio di contagio, di radicamento (e non radicalizzazione) di idee pericolose di cambiamento dello status quo. Se pensiamo a nazioni come il Cile di quegli anni scendevano in piazza i soldati per impedire un eventuale golpe e anche i soldati avevano un fazzoletto rosso.
© 2017 Giunti Editore S.p.A./Bompiani

 

FONTE: IL MANIFESTO

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