Movimenti

TORINO. Dodici condanne per interruzione di pubblico servizio e violenza privata. Questa la sentenza emessa dal Tribunale di Torino poche settimane fa, inerenti uno dei molti conflitti che hanno visto protagonista il movimento No Tav.  Condanne senza condizionale per sei persone, un aggravamento insolito per un reato di lieve entità.

Nella primavera del 2012, un’operazione di polizia portò allo sgombero della baita adiacente al cantiere della val Clarea: vi fu il ferimento grave dell’attivista NoTav Luca Abbà, rimasto folgorato su un traliccio dell’alta tensione. Mentre Abbà lottava tra la vita e la morte il movimento No Tav si riversava per due giorni lungo l’autostrada della val Susa; dapprima a Chianocco presso un svincolo strategico – da cui furono sgomberati con una violenta operazione notturna – e dopo presso il casello di Avigliana. Quaranta minuti in autostrada sotto l’occhio dei poliziotti che controllavano da vicino la manifestazione che ebbe anche un volantinaggio. I manifestanti alzarono la sbarra del casello per diversi minuti.

Tra i condannati per quell’episodio c’è Nicoletta Dosio, settant’anni passati, già docente di greco e latino presso il liceo Norberto Rosa di Susa, tra le fondatrici del movimento No Tav.

Dosio, lei andrà in carcere. È intimorita da questa prospettiva?

No, non lo sono. Ci sono dei passaggi che devono essere affrontati quando si porta avanti con coerenza una lotta come quella contro il Tav. Una lotta in cui noi abbiamo ragione, come per altro messo nero su bianco, numeri alla mano, perfino dallo stesso Stato solo pochi mesi fa. Il nodo morale delle minoranze che hanno ragione ma a cui viene imposta una realtà assurda rimane, intatto.

Ha la possibilità di chiedere pene alternative: lo farà?

Non lo farò e qualcuno, un giorno, verrà a prendermi per portarmi in carcere. Sono pronta, ci penso da molto tempo, è un prospettiva che nel tempo è entrata a far parte della mia vita.

Perché fa questo? Lei ha settantatré anni.

Voglio cercare di mettere il dito nella piaga, e ancora una volta dare visibilità a questa ingiustizia che perseguita chi lotta per il diritto di tutti. Inutile fare i neo ambientalisti che accolgono le richieste dei giovani quando si devono recuperare voti e poi, nella realtà, giustificare e avallare una devastazione perfino priva di senso economico. Questo mio gesto è contro i sepolcri imbiancati: per mettere in luce questo e riportare l’attenzione pubblica, che mi pare si stia adattando, agli orrori nei confronti di chi lotta, io andrò in carcere. Il dovere che io sento è di non genuflettermi: di non chiedere sconti o scuse. Per dignità e libertà. Sono convinta che quel mondo buono che ancora esiste intorno a me lo troverò anche in carcere, dove incontrerò gli ultimi degli ultimi. Farò esperienze che mi serviranno, sebbene io sia una donna anziana.

Chi la sostiene in questo momento?

Percepisco sulla mia pelle un grande calore e una grande vicinanza. Che poi è la stessa che provano i numerosi condannati di questa triste storia. Grande solidarietà e partecipazione di chi lotta da trenta anni e non si arrende. Uguaglianza, libertà, solidarietà. Il movimento No Tav non solo non è morto ma reagisce a una serie di provvedimenti restrittivi che stanno arrivando a diluvio sulla valle di Susa, sopratutto verso la parte attiva. Segno che si va verso un veloce allargamento dei cantieri. Solo ieri, altre due condanne. So di avere con me il sostegno delle mie sorelle e dei miei fratelli di una lotta bella e irriducibile, perché porta nelle sue mani la memoria del passato, l’indignazione per la precarietà presente, la necessità di un futuro più giusto e vivibile per tutti.
Se andrò in carcere, non me ne pentirò, perché, come scrisse Rosa Luxemburg, dalla cella dove scontava la sua ferma opposizione alla guerra, « mi sento a casa mia in tutto il mondo, ovunque ci siano nubi, e uccelli, e lacrime umane».

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, il manifesto

Sette nuovi caracoles e quattro nuovi municipi autonomi zapatisti sono nati il 17 agosto. L’annuncio viene direttamente dall’Ezln che torna a parlare dopo mesi di silenzio seguiti ai festeggiamenti per i 25 anni dell’insurrezione (quando gridarono al mondo di essere tornati soli come soli erano il primo gennaio 1994) e dopo la serrata dei territori in resistenza con una sorta di «allerta rossa» causata dalla crescente militarizzazione disposta dal governo locale, statale e federale e dalla minaccia di grandi opere come il Tren Maya.

Il rilancio fa parte della storia zapatista: dopo il 9 febbraio 1995, quando il presidente Zedillo, nonostante fossero in corso dialoghi di pace cercò di catturare la comandacia dell’Ezln e distrusse l’Aguascalientes di Guadalupe Tepeyac, gli zapatisti e le zapatiste risposero costruendo cinque nuovi Aguascalientes, che poi nel 2003 si sono trasformati in quelli che fino a pochi giorni fa erano i cinque caracoles.

Per l’antropologo ed editorialista della Jornada Gilberto Lopez y Rivas «si dimostra che lo zapatismo gode di buona salute ed è in una fase vivificante, piena di entusiasmo per l’allargamento della sua area di influenza e per i risultati raggiunti nella pratica dell’autogoverno.

Di fatto questa è una vittoria per l’Ezln oltre che una notizia che ha regalato grande gioia a tutte e tutti coloro che solidarizzano con il movimento rivoluzionario e lavorando spalla a spalla con il Congresso Nazionale Indigeno».

Per la prima volta si dichiarano zapatiste realtà che si trovano a sud di San Cristobal de Las Casas, come Ametenango del Valle, Chicomuselo e Motozintla. Anche nella vecchia capitale dello Stato un pezzo di città, l’area del Cideci, diventa zona di controllo e influenza dell’Ezln.

Questo annuncio «ha un significato storico» secondo Lopez y Rivas perché «risponde a tutte le politiche di contro-insurgenza, attive o passive, messe in campo da tutti i differenti governi dal 1994 ad oggi. Gli zapatisti hanno saputo resistere e quindi non restando mai passivi hanno rafforzato permanentemente il processo organizzativo e intensificato continuativamente il percorso di costruzione del soggetto autonomo, ovvero lo sviluppo dell’autogoverno delle/nelle comunità. Così oggi ci sono decine di migliaia di giovani e giovani coscienti, preparati politicamente e con carichi di responsabilità» che fanno crescere l’organizzazione.

* Fonte: Andrea Cegna,  IL MANIFESTO

 

photo: Adam Jones from Kelowna, BC, Canada [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)]

Una nube di gas lacrimogeno ha posto fine alla manifestazione Notav nei boschi della val Clarea. Finale ampiamente previsto, che soddisfa i manifestanti, che volevano raggiungere il cantiere diventato nel corso degli anni sempre più grande e invasivo.

DOPO UN’ORA DI ASSEDIO alla prima delle recinzioni esterne del cantiere di Chiomonte i gas invadono il fitto bosco perché sparati in ogni direzione al fine di disperdere la folla che si era avvicinata alle recinzioni: chi è sprovvisto di maschere anti gas, quasi tutti, subisce gli effetti dei fumi e indietreggia velocemente.
Circa cinquemila manifestanti avevano in precedenza sfondato una barriera d’acciaio piantata in mezzo ad un sentiero largo un metro e mezzo, nel nulla: dopo un primo lancio di lacrimogeni i poliziotti posti a difesa della surreale cancellata nei boschi – distante un chilometro dal cantiere – abbandonano il terreno di scontro, lasciando campo libero ai carpentieri Notav, che a colpi di flessibile aprono un varco attraverso il quale passano i manifestanti.

LA CANCELLATA VIENE successivamente smontata e privata del filo spinato. Giunti alla fortezza entro la quale è stato scavato il tunnel geognostico, i manifestanti si dividono in due parti e tentano un doppio assalto: vengono gettati sassi e tre petardi che provocano violenti boati che rimbombano nei boschi.
Alle otto di sera il movimento Notav ripiega e torna verso Giaglione, e poi ancora a Venaus dove si sta svolgendo il Festival dell’Alta Felicità. Visibilmente soddisfatto per il livello di conflittualità espresso, che metteva d’accordo i duri dei centri sociali giunti in gran numero e la componente popolare che non avrebbe accettato una degenerazione.

Termina all’imbrunire una giornata di lotta molto diversa da quelle campali del 2011 – anno della massima conflittualità – quando venne sgomberata la cosiddetta «repubblica della Maddalena»: ieri meno partecipanti, ma molto più giovani.

IL CORTEO, QUINDICIMILA persone all’inizio della marcia, muove i primi passi verso le due del pomeriggio e dopo circa due ore di cammino nella morsa dell’afa, prima lungo la statale e poi nei sentieri che attraversano una valle coperta di castagni secolari, raggiungeva il suo obiettivo. Lunghe file di automobili creano, ferme in attesa del passaggio del corteo: una accanito servizio di «propaganda» parla a tutti coloro che subiscono l’attesa, spiegando i motivi della manifestazione.

GIUNTI A GIAGLIONE la quasi totalità dei partecipanti che prendono le vie sterrate nel bosco sono giovani e giovanissimi, giunti in valle per partecipare al festival.

Pochi minuti prima della partenza un nubifragio si scatena in val Susa, abbattendosi anche sul campeggio adiacente alla grande arena del Festival e per alcuni minuti si teme che il corteo non riuscirà a partire, data la violenza della tempesta d’acqua: ma dopo alcuni minuti di furore meteorologico il cielo si rasserena e il corteo parte ordinato.

IL MONDO NOTAV cammina così per l’ennesima volta lungo percorsi disseminati di vigne che odorano di verde rame, con i versanti ancora coperti di antichi terrazzamenti abbandonati che raccontano un lontano passato contadino. Nel 2007 si decise, dopo i violentissimi scontri di Venaus del 2005, di posizionare il cantiere della galleria gegnostica in una valle laterale della val Susa, giudicata imprendibile a causa della dura opposizione popolare.

LA «ZONA ROSSA» che circonda il cantiere negli anni si è espansa ed è stata punteggiata da cancelli e sbarramenti, uno dei quali ieri è stato abbattuto e poi superato dai manifestanti.

In mattinata i capi del movimento Notav avevano invitato a non lanciare sassi o altro contro le forze dell’ordine: richiesta che da alcuni viene disattesa, come era del resto prevedibile.

Il lungo serpentone voleva raggiungere il cantiere e qui inscenare quella che viene chiamata «battitura», ovvero colpire ripetutamente e per minuti i cancelli con dei sassi. Rituale che veniva attuato negli anni passati e che viene ripetuto con successo.

IL GRANDE ENIGMA sulla presenza di rappresentanti del mondo cinque stelle non riscuote particolare successo tra i manifestanti, disinteressati alle capriole del partito di Beppe Grillo. Parlamentari grillini non vengono avvistati, mentre si presenta una solitaria consigliera comunale di Torino, Viviana Ferrero. La quale non si avventura verso i boschi della val Clarea e il cantiere, rimane presso l’arena del Festival. Negli anni passati la presenza del M5s fu massiccia, con deputati a profusione in arrivo da tutta Italia.

LA DECISIONE DEL GOVERNO gialloverde, e in particolare della sua componente cinque stelle, ha quindi portato energia a un movimento che non esprime una forza così da lungo tempo, diviso proprio dalle sensibilità politiche.

Nilo Durbiano, ex sindaco di Venaus, commenta: «Il movimento Notav aveva promesso che avrebbe raggiunto il cantiere e lo ha fatto: ma il punto non è questo. Il punto è che siamo di fronte a un mondo a cui è stato detto, numeri alla mano, che ha ragione ma deve subire un’ingiustizia. Nel governo si sono piegati a delle logiche di potere, e questo genera situazioni come quella di oggi».

È ORMAI SERA. I manifestanti, terminata la lunga marcia, tornano al campeggio dove assistono ad un concerto e alla festa finale del «Festival dell’Alta Felicità».

* Fonte: Marco Boccitto, IL MANIFESTO

 

Foto: notav.info

Di Maio: «Una mozione in parlamento ma siamo il 33%, quello che potremo fare lo faremo»

Val di Susa (Torino). Come nel terribile periodo degli scontri più duri, quindi almeno fino al 2013, le varie vie di comunicazione che percorrono la val Susa – due statali, un’autostrada, una ferrovia internazionale – sono disseminate di posti di blocco. Un segnale chiaro se si volge lo sguardo al passato. Ma la “Borgata 8 dicembre” di Venaus che ospita il Festival dell’Alta Felicità giunto alla sua terza edizione, continua ad essere una bolla di serenità accerchiata da venti di tempesta.

IL VICEPREMIER E MINISTRO dell’interno Matteo Salvini ieri ha ripetuto il suo mantra: «Siamo in democrazia, ognuno è libero di dire quello che vuole, se ci fosse un solo episodio di violenza non resterà impunito». Dopo il volto feroce, come da tecnica collaudata, la componente paterno-patriarcale: «Sono in contatto costante con il prefetto di Torino, spero che ci sia tanta gente, mamme, papà, bambini a volto scoperto e disarmati. L’importante è manifestare le proprie idee cantando, fischiando e ballando, ma a volto scoperto e a mani nude. Ci saranno almeno 500 agenti sul posto, conto che tutti usino la testa – ha aggiunto -. Se qualcuno cominciasse a fare casino, ad attaccare, bruciare, minacciare e insultare, nessuno resterà a guardare. Spero che sia una bella, pacifica e affollata manifestazione, ma non sarà tollerato alcun episodio di violenza».

UN EVENTUALE PUGNO DI FERRO del ministro sui manifestanti potrebbe avere pesanti ripercussioni sul governo data la presenza di centinaia di attivisti, ed eletti, pentastellati in arrivo da tutta Italia.

LA MARCIA SI ANNUNCIA pacifica, ma il movimento Notav vorrebbe avvicinarsi al recinto esterno del cantiere. Un luogo sperduto in una valle laterale e selvaggia della val Susa, la val Clarea, che necessita di almeno un’ora di marcia per essere raggiunto. Per arrivare – è prevista pioggia a secchiate – i manifestanti dovranno superare alcuni sbarramenti che sono presenti lungo i sentieri, distanti chilometri dal cantiere. Non una novità: negli anni passati le reti che venivano poste lungo questi sentieri impervi erano aggirate senza che le forze dell’ordine intervenissero. A volte sono state tagliate, altre abbattute. Se la marcia sarà pacifica o meno dipende da cosa accadrà presso questi “blocchi” sperduti nei boschi.

I MANIFESTANTI, per voce dei loro capi, hanno abbassato i toni. Alberto Perino ha parlato ieri di «passeggiata pacifica», altri si sono dati lo scopo di «far vedere la devastazione del cantiere». «Siamo serenamente incazzati – dice Nicoletta Dosio, una delle fondatrici del movimento Notav – perché la festa è bella e partecipata, molto serena. Ma parallelamente permane la rabbia per quanto accaduto in questi giorni, fine indecorosa di una presa in giro a cui molti hanno creduto. Le nostre ragioni restano inascoltate, prevale la forza bruta di un ministro che minaccia un Festival: cose mai viste se non in tempi che consideravamo finiti. E invece non lo sono».

FUORI DALLA BOLLA che si gode musica, confronti e letteratura, permane la diatriba sul Movimento 5 stelle e le sue acrobazie sulla Tav. Il vicepremier Luigi Di Maio ieri ha ribadito di essere contrario al treno: «Alla Francia regaleremo 2,2 miliardi. Il M5S non ha rinnegato l’inutilità della Torino-Lione». «Nei prossimi giorni si depositerà l’atto per chiedere il voto in parlamento, non lo abbiamo chiesto noi, lo ha chiesto il premier. In parlamento abbiamo la maggioranza relativa, il 33 per cento, non assoluta. Quello che potremo fare lo faremo».

IL CAPOPOLITICO DEL M5S tenta di rincuorare le truppe sopratutto nel torinese, dato che mercoledì sera è previsto un confronto pubblico a Bussoleno tra i militanti, anche eletti, del M5s, al fine di prendere decisioni irrevocabili: restare o andare via? I pasdaran social hanno intanto iniziato una battente campagna in cui scaricano la colpa direttamente sulla val Susa che non avrebbe votato in modo compatto M5s, e ora quindi si meriterebbe il Tav. Rimane il dubbio sulla presenza dei parlamentari Airola e Castelli, i barricaderi della traballante maggioranza di Torino.

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

MILANO. La piazza nazionalista e la protesta dei balconi. Oggi Milano accoglierà la manifestazione della Lega in piazza Duomo con centinaia di striscioni anti-Salvini, un presidio e un corteo: il Gran Galà del futuro.
Le lenzuola contro il ministro degli Interni sono apparse in città già da giorni, soprattutto dopo la rimozione dello striscione a Brembate e l’identificazione in zona San Siro di un signore reo di aver esposto – anche lui – uno striscione contro il capo della Lega. Salvini è rimasto spiazzato da questa protesta che ha il pregio di gettare caos nella sua megamacchina comunicativa e costringe tutti a parlarne, nella vita reale e sui social.

E PER SALVINI governare il flusso del dibattito social è fondamentale. In questi giorni però la notizia non l’ha generata lui con una delle sue dirette video o dei suoi post, ma l’opposizione sociale. L’irriverenza, l’ironia, gli sfottò hanno provocato nervosismo anche tra le forze di polizia che, a giudicare da come stanno intervenendo, sentono il peso e le attenzioni del ministro.

Oggi a Milano sono attese centinaia di lenzuola anti-Salvini, ma girando in città e sui social negli ultimi due giorni sono tante quelle già esposte. Al confine con Sesto San Giovanni una palazzina ne ha appese venti, le altri sono sparpagliate in tutta la città in modo abbastanza omogeneo.

Si va da un sottile «Salvini #baciamilano» ai più classici «Mai con Salvini» e «Non sei il benvenuto», a «Qui si ama tutti» e «Menti e porti aperti», a «Placa i toni, esci i milioni». Anche i Vigili del Fuoco della Cgil, che avevano protestato dopo l’intervento a Brembate, hanno esposto il loro: «49 milioni di balconi. Vigili del fuoco professionisti del soccorso non della propaganda». Le associazioni che hanno organizzato la manifestazione People il 2 marzo scorso hanno coordinato la diffusione social di questi striscioni con l’hashtag #Salvinitoglianchequesti.

«ABBIAMO RACCOLTO queste iniziative diffuse, decine di persone hanno iniziato a mandarci foto e le abbiamo pubblicate» ha raccontato a Radio Popolare Maurizio Merlotti de I Sentinelli che hanno anche lanciato una caccia al tesoro anti-Salvini: «dove sono i 49 milioni?» Nei quartieri sono stati affissi 49 striscioni ciascuno con un numero da 1 a 49, vince chi li fotografa tutti. Chissà se qualcuno di questi striscioni comparirà anche lungo il percorso del corteo leghista da porta Venezia a piazza Duomo. I militanti della Lega si ritroveranno alle 15, Salvini parlerà dal palco di piazza Duomo dopo le 16.30. Al suo fianco la leader della destra francese Marine Le Pen, questa volta arrivata a sostenere l’amico italiano dopo l’assenza all’iniziativa di lancio della campagna elettorale leghista.

DOPO AVER PORTATO IN PIAZZA Duomo i neofascisti di Casapound e Lealtà Azione il 14 ottobre 2014 – l’inizio ufficiale dell’era salviniana – oggi il leader leghista sarà attorniato da 11 esponenti di questa alleanza nazionalista che formerà un gruppo a Strasburgo con l’ambizione di condizionare le future scelte del Ppe.

GRANDE ASSENTE l’ungherese Viktor Orban, sospeso dal Ppe ma ancora dentro ai popolari europei: sarà lui a guidare l’eventuale dialogo tra popolari e nazionalisti dopo il voto. «Facciamo la storia» ha detto ieri Salvini.

Piazza Duomo sarà circondata simbolicamente dal Gran Galà del futuro, la manifestazione convocata da Non Una di Meno e Milano Antifascista Antirazzista Meticcia e Solidale. «Abbiamo deciso di tenere stretta tra le mani la parola futuro, non permettere che diventi una parola della destra e di questi personaggi che da anni promuovono campagne oscurantiste, negazioniste e razziste e che nulla hanno a che fare con il futuro» dice Selam Tesfai di Non Una di Meno.

«Non chiediamo di portare in piazza solo l’avversione a Salvini, ma proposte e immaginario futuro. Non Una di Meno e Milano Antifascista Antirazzista Meticcia e Solidale sono la Milano del futuro per noi, quella che non si limita alla tolleranza, ma che rispetta e si arricchisce delle sue diversità». L’appuntamento è alle 14 in piazza del Cannone per l’happening culturale con musica, teatro, danza e canto. Alle 16 il corteo da largo Cairoli fino ai giardini della Guastalla.

* Fonte: Roberto Maggioni, IL MANIFESTO

«L’università muore». Un grido di allarme scritto in rosso e nero, senza particolare cura grafica, dal comitato di Medicina dell’Università di Torino. Correva l’anno 1964 e gli studenti si preparavano a organizzare le manifestazioni contro la Riforma Gui (ancora in gestazione), dal nome del ministro democristiano che guidò il dicastero della Pubblica istruzione negli anni del primo centrosinistra.
Quel documento, che è arrivato ai giorni nostri ingiallito e con qualche piega del tempo, è un appello alla partecipazione, al protagonismo studentesco, e testimonia come il Sessantotto non sia nient’altro che l’arrivo di un percorso sedimentato negli anni precedenti. Quel cartellone, ora restaurato, fa parte della mostra Dall’orso alla Pantera. Le proteste studentesche come fattore di innovazione, ideata e realizzata dall’Archivio Storico dell’Ateneo torinese, in occasione della seconda edizione del più ampio festival «Archivissima», che si svolge, a Torino, dal 12 al 15 aprile.

IL 12 APRILE, per la «Notte degli Archivi», gli archivi storici di enti pubblici e privati e di istituti culturali saranno aperti al pubblico, alla scoperta di patrimoni nascosti e di storie conservate. E, così, sarà anche per quello dell’Ateneo, in via Verdi 8 (Palazzo del Rettorato), dove la mostra – curata dalla responsabile Paola Novaria – rimarrà aperta fino al 21 giugno. Il percorso si snoda lungo due secoli e mezzo di storia e prende le mosse da un episodio del 1755, quando gli studenti si opposero con forza al fatto che il cortile del Rettorato potesse ospitare uno spettacolo che prevedeva un ballo di un orso e un combattimento tra animali, ritenuti lesivi dell’onore dell’Università. L’esibizione era stata autorizzata da Carlo Luigi Caissotti, capo del Magistrato della Riforma. Dopo la distruzione delle palizzate, gli studenti resistettero a un corpo di guardia inviato sul posto. Le autorità disposero che lo spettacolo si tenesse nel parco del Valentino.

ATTRAVERSO documenti, volantini e illustrazioni, ci si muove – sotto l’occhio vigile dei faldoni affastellati dell’Archivio – dall’Ottocento risorgimentale, con il coinvolgimento degli studenti nel cammino verso l’Unità, alle guerre che sconvolsero la prima metà del Novecento. E, via, verso l’onda lunga del Sessantotto, dove quello status quo che nel 1755 veniva difeso, fu sovvertito. Proprio il «superamento delle barriere» è il fulcro dell’edizione di Archivissima, il festival ideato dall’agenzia Promemoria e organizzato in collaborazione con il Polo del ‘900.
Barriere e distanze che gli anni, che anticipano il ’68, cercarono di erodere gradualmente. Ancor più significativamente a Torino dove l’anno simbolo fu anticipato dal ’67, con l’occupazione, a novembre, di Palazzo Campana, sede delle facoltà umanistiche. Ma, sfogliando la rivista degli studenti Ateneo, le cronache delle prime occupazioni di Politecnico e Università risalgono addirittura al 1958. Le pagine del periodico sono intervallate dalle vignette di Fausto Amodei, studente di architettura, presto animatore dei gloriosi Cantacronache, che in un disegno satirico «Oro alla patria, per gli studenti i tempi non cambiano» solleva il problema dell’aumento delle tasse e la questione del diritto allo studio. Tema che nei documenti ciclostilati del ’68 diventa una denuncia contro «l’attuale struttura economica e sociale che tende a predeterminare una selezione di tipo classista», «chi si iscrive a medicina proviene nella maggioranza (83,38%) da famiglie della media ed alta borghesi».

L’università forma – scrivevano – «medici adatti», «individui stampati», che non si devono porre troppe domande, né discutere del lavoro da eseguire: «Se poi – riportavano i volantini di Chimica – serve a costruire bombe batteriologiche o chimiche, a fare sofisticazioni alimentari, a immettere sul mercato prodotti farmaceutici dannosi il cui unico scopo è arricchire chi li produce e non a curare i malati, a inquinare l’aria, l’acqua… non importa. Non crediamo ai cattedratici che ci hanno ripetuto che il lavoro del tecnico è neutrale».
Le facoltà scientifiche in apparenza sullo sfondo della lotta ne sono state protagoniste. Con l’inaugurazione della mostra, il 12 aprile, una tavola rotonda – alle 19,30 nella sala Principe d’Acaia del Rettorato – approfondirà l’aspetto. A moderarla, lo storico Aldo Agosti, che dialogherà con i testimoni dell’epoca di Medicina e Scienze Mfn: Paola Accati, Salvatore Coluccia, Stefano Sciuto, Tullia Todros e il famoso chirurgo Mauro Salizzoni.

ANNI DI ROTTURA. Il 10 febbraio 1969 dai collettivi di Scienze naturali e biologiche arrivò una piccata replica all’ordinario di zoologia Guido Bacci che sosteneva che le donne, per caratteristiche genotipiche, non fossero portate alla ricerca ma solo all’insegnamento. «L’insigne genetista ci ha reso edotti sulla sua ultima ricerca in campo genetico. Dopo lunghi studi ha scoperto che sul cromosoma femminile X si trova l’importantissimo gene I (insegnamento) che si manifesta esclusivamente nelle donne; mentre sul cromosoma Y c’è l’altrettanto importante gene R (ricerca). A quando la pubblicazione?
Ciò che più preoccupa non è tanto la risibilità di una simile affermazione “scientifica” quanto il fatto che l’illustre professor Bacci (come qualsiasi altro cattedratico) possa trasportare una differenziazione sociale (donne laureate in biologia che insegnano, uomini che “ricercano”) a livello pseudo scientifico e, avvalendosi della sua autorità indiscussa in quanto “esperto” e cattedratico, giustificarla e contribuire a consolidarla».

COMPLETANO la mostra volantini e fotografie, concesse in prestito da archivi privati, della Pantera, il movimento studentesco mobilitatosi contro la riforma Ruberti, occupando centinaia di facoltà, tra la fine del 1989 e la primavera del 1990, contro la trasformazione in senso privatistico delle università italiane. Temi tuttora attuali.
La mostra all’Università è una delle iniziative del festival Archivissima, che ha come sede centrale il Polo del ‘900, via del Carmine 14, e prevede seminari, panel, conferenze (attesi Nicola Lagioia, Michela Murgia, Giusi Nicolini e Mario Tozzi), workshop e spettacoli. Infine, la mostra Superarchivi che ospita materiali di vari archivi e musei attorno al tema #superalebarriere e a tre anniversari di cambiamento: la caduta del muro di Berlino 1989), lo sbarco dell’uomo sulla Luna (1969) e la pubblicazione del manifesto del Futurismo (1909). Mostra che ha come naturale proseguimento l’allestimento al Museo Lavazza L’enciclopedia è un gioco! Le figurine Lavazza con le tavole ispirate alla missione Apollo 8.

* Fonte: Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

TORINO. In poche settimane Torino è diventata il centro del mondo anarchico italiano.
Gli anarchici torinesi avevano promesso di bloccare la città e ci sono riusciti: quello di ieri è stato un pomeriggio di «guerra preventiva» grazie a uno schieramento di polizia e carabinieri fuori scala, che ha inibito ogni ipotetica prova di forza da parte dei manifestati. Quattro giovani sono stati arrestati nella mattinata, prima della partenza del corteo. Partiti da cinque punti diversi della città, gli anarchici, circa duemila provenienti da tutta Italia, hanno fermato la vita di un tranquillo sabato pomeriggio torinese nel centro città, nel quartiere di san Salvario, lungo il parco fluviale del Valentino, e nella zona circostante del cimiero monumentale.

In particolare il centro cittadino è piombato in un silenzio irreale fin dalle prime ore del mattino, silenzio che ha accompagnato ogni passo dei manifestanti. Gli unici rumori che si potevano sentire erano quelli emessi dai motori degli elicotteri, dalle sirene dei blindati, e dal battere sugli scudi con i manganelli da parte dei poliziotti.

Il percorso è stato imposto da un cordone di forze dell’ordine che ha sempre circondato da tre lati gli anarchici, con ampio schieramento di idranti ed elicotteri in volo a pochi metri di altezza.

Parole minacciose verso la sindaca di Torino sono state scritte lungo il muro perimetrale del cimitero: «Appendino la scorta non ti basta». I vari cortei si sono incontrati alla stazione di Porta Nuova, anch’essa semi paralizzata per lunghe ore, e da qui hanno iniziato a girare per la città, nel tentativo di raggiungere un gruppo bloccato nella zona nord, nei pressi della nuova occupazione recentemente conquistata dagli anarchici torinesi. Il mondo anarchico italiano ha posizionato l’epicentro del suo agire a Torino dopo lo sgombero dell’Asilo occupato il sette febbraio scorso, quando circa duecento poliziotti misero fine ad una storia quasi trentennale. Da quel giorno Torino, e in particolare il quartiere Aurora, non ha recuperato serenità, essendo stato per settimane oggetto di una imponente presenza di forze dell’ordine. Operazione salutata con entusiasmo dalla sindaca: parole che le sono quasi costate la carica dato che nella sua maggioranza una parte è vicina al mondo anarchico.

Un primo corteo aveva seminato il panico due settimane fa, e in seguito manifestazioni minacciose avevano preso di mira Appendino e la sua famiglia, tutti finiti sotto scorta. La scelta degli anarchici di imporre uno stato di tensione permanente si è concretizzato in una nuova occupazione: una scuola elementare recentemente chiusa per motivi di sicurezza dal comune. Uno spazio molto ampio, che gli anarchici denunciano come «ennesima speculazione della maggioranza 5S che vende la città». La nuova occupazione ha vanificato l’operazione di febbraio. Ieri, alcuni manifestanti presenti al corteo, dichiaravano la loro intenzione di perpetrare nelle prossime settimane ulteriori blocchi «per dimostrare che a Torino tutto è cambiato e non ci sarà più la tranquillità che auspica chi vuole svendere la città agli speculatori». Riferimento a una ipotetica vendita dell’Asilo, sempre smentita da parte del Comune che promette una riqualificazione con un fine sociale.
Il corteo ha continuato a camminare per la città anche nelle ore serali, portandosi dietro l’ingente schieramento di polizia.

* Fonte: IL MANIFESTO

La Val di Susa si schiera contro il decreto sicurezza. E sabato sarà in piazza ad Avigliana, a ridosso della Giornata della memoria, contro una legge che «discrimina l’uomo in base al luogo in cui è nato, compiendo uno strappo vigoroso ai principi della Costituzione».

La manifestazione, con ritrovo alle ore 14 in piazzetta De Andrè, è promossa dai comuni di Vaie e di Avigliana, Recosol (la rete dei comuni solidali), Anpi Valle di Susa e Val Sangone, Chiesa Valdese di Susa, Chiesa Battista di Meana e dall’Ufficio pastorale migranti Diocesi di Susa. Ha aderito, tra gli altri, il movimento No Tav.

La Valle ha intrapreso, ormai da due anni, un progetto di microaccoglienza diffusa con piccoli gruppi di migranti inseriti in ogni paese. Si tratta di un esperimento che ha avuto una eco nazionale, poi copiato da molti altri territori. Una scommessa vinta di integrazione riuscita che oggi rischia di essere abbandonata.

«Con il decreto 113/2018, convertito in legge, ci troviamo di fronte – spiegano gli organizzatori – a nuove regole che impediscono il rinnovo della protezione umanitaria da parte dei migranti che ne avevano diritto. Questa legge genererà circa 60mila irregolari in due anni. I nuovi clandestini non potranno essere rimpatriati nei Paesi d’origine, sia per mancanza di fondi, sia soprattutto per la mancanza di accordi bilaterali con i governi dei Paesi di provenienza. Si riverseranno così nelle strade delle nostre città senza diritti, senza tutele e senza la possibilità di lavorare in regola. Saranno le amministrazioni comunali, in totale solitudine e con pochi mezzi, a doversene fare carico. In questo modo si rischierà di alimentare la delinquenza, il lavoro nero, lo sfruttamento del lavoro e della prostituzione».

La Val di Susa è stata storicamente un luogo di transito, abitato da una comunità legata al suo territorio e nello stesso tempo capace di coltivare i semi dell’accoglienza. Ecco, perché non vuole rimanere silente. «La legge di Salvini non riconosce la protezione ai migranti per motivi umanitari, cancellandone la tutela per casi legati allo stato di salute, alla maternità, alla minore età, al tragico vissuto, ai maltrattamenti affrontati durante il difficile viaggio verso l’Italia. È una legge non solo repressiva verso chi viene definito “straniero”, ma anche verso gli stessi italiani che vedranno limitati i loro diritti a manifestare».

* Fonte: Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

«Schiavi mai» hanno urlato i braccianti, i lavoratori della logistica, i lavoratori migranti nella manifestazione di 5 mila persone che ieri ha percorso il tragitto da piazza della Repubblica al Campidoglio a Roma. Organizzata dall’Unione sindacale di base (Usb), da «Potere al popolo» e da numerose associazioni antirazziste e centri sociali al corteo che ha sfidato il gelo della Capitale hanno aderito anche delegazioni della Coalizione Internazionale Sans-Papiers Migranti e Rifugiati da Francia, Belgio e Spagna. Il corteo romano si è svolto in contemporanea a quelli in altre città: Cagliari e Torino.

INSIEME HANNO INDOSSATO il gilet giallo, il simbolo della rivolta francese contro le politiche sociali ed economiche del presidente Macron, lo stesso che negli ultimi giorni è stato indossato dai ferrovieri tedeschi, aderenti al sindacato Evg, che protestano contro le condizioni salariali annunciate dalla Deutsche Bahn. A Roma questo simbolo ha voluto evidenziare, anche visivamente, la condizione di invisibilità degli sfruttati. La protesta è contro il «Dl sicurezza» targato Salvini perché contiene «norme antisociali che continuano a produrre povertà, disoccupazione, guerra tra persone già impoverite e senza casa: studenti, lavoratori, braccianti, colf, badanti, rifugiati, facchini, richiedenti asilo, lavoratori del terzo settore, uomini e donne solidali». «Siamo convinti – sostengono ancora gli organizzatori – che il problema delle disuguaglianze sociali che stiamo vivendo sulla nostra pelle non si possa risolvere seminando odio o facendo guerra ai “diversi”».

L’UNICO MODO che hanno gli sfruttati per contrastare le politiche securitarie, che colpiscono il dissenso e coloro che, a causa della marginalità socio-economica, sono costretti ad occupare una casa in mancanza di alternative, è quella di unire le lotte, anche in maniera intersezionale. «Oggi più che mai dobbiamo unirci, insieme a chi ha deciso di non restare indifferente voltando la faccia altrove, contro qualsiasi forma di razzismo, sessismo e discriminazione».

A ROMA È STATA RIVENDICATA la necessità di una regolarizzazione con rilascio di un permesso di soggiorno; la rottura del legame tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno; l’accesso al reddito e alla casa a prescindere dalla provenienza geografica; la cancellazione dell’articolo 5 della «legge Lupi». Netto il rifiuto alla guerra contro le Ong, a chi pratica la solidarietà verso i migranti. Opposizione anche agli accordi di espulsione, definiti «di deportazione». Si sostiene invece la possibilità di una «accoglienza dignitosa», il diritto al reddito minimo, la stabilizzazione dei lavoratori e la reinternalizzazione dei servizi. Le spese per i servizi sociali vanno tenute fuori dal patto di stabilità.

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Torino: corteo contro il decreto Salvini

Circa duecento persone, scortate da quasi altrettanti uomini delle forze dell’ordine, hanno sfilato da piazza Solferino al grido di «Salvini boia» e «Salvini fascista sei il primo della lista» contro il decreto immigrazione e sicurezza del governo giallo-verde, «contro l’inasprimento delle condizioni di vita dei poveri e degli sfruttati italiani e stranieri; contro l’attacco sferrato nei confronti di chi si ribella e dei suoi strumenti di lotta, come l’occupazione e il blocco stradale».

Un corteo tutto sommato pacifico che ha finito solo per lanciare qualche uova o petardo, e imbrattare i muri di qualche banca e negozio.

* Fonte: Mario Pierro, IL MANIFESTO

 

Una piazza decisamente di sinistra, mentre i Cinque Stelle sono in forte difficoltà. Alberto Perino: «Non accettiamo nessun tunnel. Tutto queste deve finire». Lele Rizzo: «Noi abbiamo la vera idea di futuro. Siamo motivati non da interessi personali, pensiamo alla collettività»

TORINO.La testa del corteo percorre l’ultimo tratto di via Pietro Micca cantando Bella Ciao. «O partigiano, portami via». Qualche pugno chiuso si alza in mezzo alle bandiere con il treno crociato. È una giornata di cielo terso a Torino. Una decina di passi dopo, la marea No Tav entra in una piazza Castello già in pieno clima natalizio. La sfida con la manifestazione del 10 novembre – benedetta come «nuova marcia dei 40 mila» – è vinta. Il multicolore corteo contro la Torino-Lione supera le 60 mila unità. Ma la lunga e trentennale storia No Tav non può essere ridotta a una contesa numerica.

«QUESTA PIAZZA è commovente, vale la pena di vivere per vederla e ha gli stessi volti, entusiasmo, età che il movimento ha visto in tanti anni». Lo dice dal palco Nicoletta Dosio, storica attivista del movimento. «Questa piazza è l’opposto di quel sistema violento e distruttore che ci vorrebbe tutti muti e quieti. Invece – aggiunge – abbiamo la nostra voce, il futuro che vogliamo davanti a noi. «Non baratteremo lo stop alla Tav per l’Ilva, il Tap e il Terzo valico». Il corteo è partito da piazza Statuto percorrendo, poi, via Cernaia. Un corteo d’ogni età, aperto dallo striscione «C’eravamo, ci siamo e ci saremo» sorretto dalle donne No Tav. Sono venuti attivisti dalla Valle e da molte zone dell’Italia. Tanta musica e cartelli d’ogni genere. «Con un metro di Tav si coprono 80 borse di studio da 2 mila euro», hanno scritto gli studenti. «Meno Tav, più sostegno ai comuni terremotati», recita un altro slogan.

PROTAGONISTA anche uno spezzone dedicato ai bambini: «La Valle è nelle nostre mani». Più in là le «muntagnine informate e resistenti». Uno dei colori prevalenti è stato il rosso, quello delle tante anime sparse della sinistra, che in questa battaglia sembra trovare un punto d’unità: Rifondazione comunista con Maurizio Acerbo ed Eleonora Forenza, Sinistra italiana con Nicola Fratoianni e Marco Grimaldi, Potere al popolo, la Fiom ma soprattutto tanti apolidi di una sinistra senza partito, di un mondo che ieri ha voluto essere in piazza. Il sindaco di Susa Sandro Plano (Pd ma eretico) ha invitato a ribaltare il motto salviniano «prima gli italiani» utilizzato in chiave discriminatoria: «Noi diciamo prima le scuole e gli ospedali italiani, invece di disperdere i soldi per un’opera inutile».

E I CINQUE STELLE, che in questa battaglia avevano le radici? Sono stati meno visibili del solito. C’erano consiglieri regionali e comunali, il senatore Alberto Ariola, qualche assessore comunale e il vicesindaco di Torino Guido Montanari, con la fascia tricolore al centro dello spezzone degli amministratori: «Il Tav è una di quelle opere inutili che consuma energia». La sindaca Chiara Appendino era assente, Montanari è stato vittima di una isolata contestazione. Unico e breve momento di tensione in una giornata tranquilla. La partecipazione alla manifestazione di ieri rappresenta anche una sfida ai pentastellati. Proprio a loro si è voluto rivolgere Alberto Perino: «Chiediamo che tutto questo abbia fine, lo chiediamo con forza al M5S perché l’avevano scritto nel loro programma. Ci rendiamo conto che non sono soli al governo ma chiediamo loro di resistere e portare a casa quello che hanno promesso. Non accettiamo nessun tunnel». In questa fase di limbo i Cinque Stelle continuano a ribadire di essere in attesa dell’analisi costi-benefici. Ma non tutti vivono allo stesso modo l’indugio. La capogruppo in consiglio comunale a Torino, Valentina Sganga, invita i ministri Cinque stelle a fermare subito l’opera: «Questa massa democratica non può soggiacere a nessun valore economico». Va «oltre gli esiti, più che scontati, che potrà produrre la stessa analisi costi/benefici».

UNA COSA È CERTA: i Cinque stelle si trovano in forte difficoltà e, ieri, non è stata affatto una piazza grillina, come i media mainstream vogliono dipingere. Il popolo No Tav ha risposto nelle sue diversità alla chiamata: chi lo pensava in salute precaria dovrà cambiare opinione, farsene una ragione. Un mondo colorato e felice apparentemente rinvigorito dalla sfida lanciata dalle sette donne torinesi che, con la piazza del 10 novembre, pensavano di aver chiuso la partita, brindare alla crescita senza fine e spedire i No Tav in montagna tra pecore e mucche. «Ci fanno passare per retrogradi – ha detto Lele Rizzo, uno dei leader della protesta – ma noi abbiamo la vera idea di futuro. Siamo motivati non da interessi personali, ma da un linguaggio di chi pensa per la collettività».

E, MENTRE, IN FRANCIA impazza la protesta, a Torino è comparso in marcia un gruppetto di «gilets jaunes» dalla valle francese della Maurienne. In corteo anche il sindaco del comune francese di Villarodin Bourget, Gilles Margueron: «Siamo qui per dimostrare che anche in Francia e non solo in Italia si protesta contro il Tav. In Francia poche persone sanno quello che può succedere, non c’è informazione si dice sempre che il tunnel in Italia è partito e non è vero, così come da noi. Per ora ci sono solo i soldi dell’Europa per le discenderie non per l’opera».

MENTRE SULLE PENDICI del monte Musinè ricompariva la scritta «Tav=mafia», ieri si è visto un riscatto anche di quella sinistra senza casa, indignata per il decreto Salvini e per l’insipienza di Toninelli, che sparsa e delusa è voluta tornare in piazza per dire no a un modello di sfruttamento ambientale e spreco di risorse e sì a tante opere utili. Nell’anniversario della liberazione di Venaus (13 anni fa) e nella giornata contro le grandi opere inutili, anche altre realtà di movimento sono venute a Torino. Numeroso lo spezzone contro il Terzo Valico. Proprio ieri, è morto l’operaio di 57 anni caduto nel cantiere di Voltaggio (Alessandria)dopo un volo di 6 metri da un’impalcatura.

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

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