Movimenti

Intervista. «Intere comunità sono ostacoli da rimuovere per lasciar spazio a miniere a cielo aperto, monocolture, grandi opere. Ma c’è anche un estrattivismo di tipo urbano, la gentrificazione»

Raúl Zibechi è un giornalista, scrittore e attivista uruguaiano, da anni impegnato nella narrazione dell’evoluzione dei movimenti sociali in America Latina. Lo scorso giugno ha partecipato a vari incontri in giro per l’Italia. A Roma, al Parco delle Energie-Csoa Ex Snia, era insieme a una quindicina di comitati che si oppongono alla realizzazione di grandi opere infrastrutturali, dal Tap al Tav passando per le battaglie contro gli inceneritori nel Centro Italia e per quelle di chi difende un modo diverso di produrre e distribuire il cibo. Un’occasione per approfondire con lui una serie di temi.

Nei tuoi articoli e nei tuoi libri illustri e analizzi il concetto di estrattivismo, ancora poco conosciuto da noi. Puoi spiegarci di che cosa si tratta?

L’estrattivismo è una forma di accumulazione fatta dal capitale finanziario, che domina attualmente nel pianeta, attraverso l’appropriazione della natura e dei beni comuni per convertirli in beni di consumo. È l’accumulazione per spossessamento, per «furto». Una differenza fondamentale tra l’estrattivismo e il sistema industriale è che per quest’ultimo gli esseri umani erano una risorsa da sfruttare, servivano a raggiungere il plusvalore. Nell’estrattivismo le persone, ma direi intere popolazioni, sono ostacoli che devono essere rimossi per lasciar spazio, per esempio, alle miniere a cielo aperto, alle monocolture, come la soia, o alle grandi opere infrastrutturali, come quelle per trasportare gli idrocarburi. Ma c’è anche un estrattivismo urbano, che si manifesta tramite la gentrificazione, che sta avvenendo in tutto il mondo. Per questo non ci troviamo di fronte solo a un modello economico, io parlo di vera e propria società estrattiva, che implica una militarizzazione del territorio che crea le basi per uno Stato di polizia. Ormai dobbiamo parlare di «elezioni senza democrazia», perché non si può scegliere che tipo di società vogliamo. Altro elemento nuovo e molto pericoloso è l’alleanza tra capitale finanziario, mafia e forze dello Stato.

Come si declina l’opposizione a questo modello in America Latina?

Partiamo dal presupposto che il soggetto che resiste sta fuori dalla produzione estrattiva, è una vittima che si trova nella zona del «non essere», dove non ha accesso ai servizi fondamentali e pressoché a nulla. Per questo sono nate forme di resistenza territoriale e collettiva, come lo zapatismo, la polizia comunitaria di Guerrero e la guardia indigena Nasa. Oltre a resistere però bisogna anche costruire un «mondo altro» per poter sopravvivere, come sta accadendo in America Latina.

Come si sono posti i governi di sinistra instauratisi negli ultimi lustri nella regione nei confronti dell’estrattivismo?

Coloro che resistono all’estrattivismo hanno constatato come i governi progressisti siano stati ogni volta più amici dell’estrattivismo, addirittura ampliando la sua frontiera. Hanno portato più miniere, più piantagioni di soia e più gentrificazione. Non hanno migliorato le condizioni generali dei settori popolari, hanno garantito loro solo alcuni benefici, ma non diritti.

Qual è stato l’atteggiamento delle fasce popolari nei confronti di questi governi?

In un primo momento li hanno appoggiati con forza, poi il sostegno si è indebolito, soprattutto tra i giovani. Il culmine della protesta si è avuto nel giugno 2013 in Brasile: 20 milioni di persone sono scese in piazza in oltre 300 città.

Alle elezioni presidenziali messicane del primo luglio ci sarebbe potuta essere una candidata indigena, Marichuy, ma non ha partecipato perché non ha raggiunto il numero di firme necessarie. Come giudichi questa mossa del movimento zapatista?

I zapatisti lavorano in una doppia direzione: rafforzare le comunità presenti sul territorio e rompere il loro isolamento, così da legarsi ad altri settori sociali. Un compito difficile, perché le zone zapatiste sono sotto assedio militare. Inoltre la narrazione da parte dei media produce isolamento, tanto che alcuni ignorano l’esistenza stessa dello zapatismo. La campagna di Marichuy, quindi, ha avuto l’obiettivo di creare una rete, di formare delle relazioni con i settori popolari e raccontare quello che lo zapatismo sta facendo, mandando un forte messaggio per facilitare l’auto-organizzazione del popolo. Questo è il vero obiettivo della campagna, non ha nulla a che vedere con le elezioni.

Ci spieghi quale fase sta attraversando ora lo zapatismo?

È un processo molto consolidato, che può contare su molte comunità, 34 municipi autonomi e cinque giunte del buon governo. Dove è presente ha una produzione e una distribuzione propria, scuole e ospedali, un suo sistema di giustizia e un autogoverno a rotazione che non comporta forme di burocrazia. C’è una crescente autonomia, come mi sono accorto frequentando l’Escuelita, la settimana in cui le comunità zapatiste hanno condiviso con altri le loro esperienze.

Quanto sono cambiate le dinamiche politiche in America Latina dopo l’avvento di Trump?

Ha chiaramente rafforzato la destra, non solo politica, ma anche settori più conservatori della società, come per esempio la chiesa evangelica e pentecostale o i gruppi paramilitari, che stanno attaccando in maniera continua le iniziative dei settori popolari. Il tutto in un mondo che va sempre più a destra, come vi state accorgendo anche voi in Europa.

Che idea ti sei fatto della lotta all’estrattivismo in Italia?

È molto presente e visibile nelle città, dove la gentrificazione è ovunque, proliferano centri commerciali e spariscono gli spazi pubblici. Poi abbiamo le grandi opere, come Tav, Tap, le mega-autostrade, lo sfruttamento degli idrocarburi, come in Basilicata. Purtroppo l’offensiva dell’estrattivismo è molto forte, con attacchi diretti alle comunità e ai migranti.

Quali sono i punti di forza e quelli di debolezza dei movimenti italiani?

Dai tempi della centralità del movimento operaio ci sono stati dei cambiamenti molto rilevanti. Dopo il periodo in cui sono nati i centri sociali, ora si assiste a una transizione verso la territorializzazione della lotta, come nei casi della Val di Susa, di Mondeggi o di Genuino Clandestino. È un’alleanza rurale-urbana che non solo resiste, ma crea reti di distribuzione, di produzione. I territori sono i laboratori della nuova società.

* Fonte: Luca Manes, IL MANIFESTO

Crepe nella roccaforte M5s. Una mail – non pubblica e rivolta internamente ai comitati No Tav – scritta da Alberto Perino testimonia le frizioni tra pentastellati e oppositori storici alla Torino-Lione in Val di Susa. Qualcuno parla di «rottura». Lui, successivamente, precisa: «Non ho preso le distanze dai Cinque stelle. Mi sono limitato a constatare che avrebbero potuto fare molte cose per mettere in difficoltà il sistema Tav e non l’hanno fatto».

Nella lettera, scritta dopo la pubblicazione della delibera del Cipe in Gazzetta Ufficiale con la quale si dà il via libera all’ultima versione del progetto, Perino, internamente ai comitati, sottolineava: «Sì Tav e Telt fanno i fatti, vanno avanti e lanciano gli appalti. I Cinque stelle continuano a fare sterili proclami, invece di fare atti amministrativi. E pensare che di cartucce da sparare ne avrebbero tantissime per bloccare gli ingranaggi della grande opera. I nostri tecnici gliene hanno suggerite da mesi». Per concludere: «È proprio il non voler disturbare il manovratore (Telt&Lega di Salvini) che fa sì che queste cose non vengano fatte da chi è stato mandato a Roma per bloccare il Tav. In che mani ci siamo messi! Ancora una volta dobbiamo constatare che non ci sono governi amici». Una mail che secondo il leader No Tav doveva, però, restare privata ed è stata «distorta, spero in buona fede, dai media a loro interesse».

Ezio Locatelli, segretario torinese del Prc, sostiene sia «la fine di un idillio». «Una rottura che avrà ricadute non di poco conto, non solo in Valsusa, ma più in generale nel rapporto con le istanze di lotta e di movimento sparse a livello nazionale». Locatelli aggiunge: «L’opera per i governi di ieri e di oggi va avanti. L’unica differenza è che i Cinque stelle continuano a sparare ma lo fanno a salve. Questa volta le critiche non provengono solo da Rifondazione o dalle variegate anime del movimento No Tav. Il dato di novità è il frontale mosso da chi fino a ieri era un accanito sostenitore di Grillo».

Domenica, il ministro dei Trasporti Danilo Tonielli, aveva rilanciato l’importanza di una seria analisi costi-benefici. «Nei giorni scorsi, il Cipe ha dato il via libera a una serie di modifiche alla cosiddetta “delibera 30” sul Tav Torino-Lione. Il testo è di fine aprile ed è stato messo a punto dal governo precedente, nonostante la batosta elettorale appena presa che lo obbligava ad agire solo per gli affari correnti, cioè per quasi nulla. Invece, si è comportato come una sanguisuga sulla carne viva del popolo italiano. Ma state tranquilli, non è nulla che possa influire in modo decisivo sulla analisi costi-benefici che finalmente stiamo conducendo in maniera seria e obiettiva».

La questione Tav è sensibile nonché complicata per il M5s, in Val di Susa ancor più che a Roma. Il movimento, dopo l’ultima riuscita marcia, aveva sottolineato: «Non deleghiamo a nessuno la nostra lotta, che si tratti di governi o di politici di passaggio, poiché noi c’eravamo 25 anni fa, ci siamo oggi e ci saremo sempre. Per noi contano soli i fatti e oggi quello che vogliamo è lo stop immediato dei lavori».

* Fonte: Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

Adesso lo dice anche la Corte di Cassazione. Gli edifici pubblici occupati non possono essere sgomberati se per anni il comune proprietario dei locali ha tollerato l’occupazione. Ingenerando negli occupanti «il convincimento della legittimità dell’occupazione». Che, nel caso del centro sociale Tempo Rosso di Pignataro Maggiore, in provincia di Caserta, ha comportato anche il pagamento della bolletta elettrica. Dunque, niente sgombero e ricorso della procura di Santa Maria Capua Vetere, che puntava a far eseguire l’ordinanza di sgombero, respinto.

In qualche modo è una sentenza storica, non perché gli attivisti di Tempo Rosso non avessero già viste riconosciute le loro ragioni – che al contrario hanno prevalso già due volte, davanti al gip e poi al tribunale ordinario – ma perché adesso sono i supremi giudici a stabilirlo. «La decisione richiede ora uno stop immediato al piano di sgomberi annunciato dal ministro Salvini nelle grandi città a partire da Roma», allarga il discorso Paolo Cento di Leu.
«Nella provincia del malaffare, del deserto ambientale e sociale, e dell’ipocrisia istituzionale, essere Tempo Rosso è per noi la nostra maniera di esistere e resistere qui, a testa alta e senza mai fare un passo indietro! Aqui estamos!» scrivono gli attivisti del centro sociale di Pignataro sulla loro pagina facebook.

La pubblica accusa di Santa Maria Capua Vetere era già stata sconfitta davanti ai giudici ordinari nella sua richiesta di sgombero, motivata anche da ragioni di pericolo (ma porre rimedio alla presunta pericolosità dei locali spetterebbe, nel caso, al comune, hanno stabilito i giudici). Cadono anche le accuse di occupazione abusiva per una decina di militanti del centro sociale. L’acquiescenza del comune proprietario dei locali è risultata decisiva. Così come, probabilmente – ma bisognerà leggere le motivazioni – le finalità sociali dell’occupazione. Tempo Rosso ha sede nei locali dell’ex macello comunale e da vent’anni è impegnato nella lotta all’inquinamento nella tristemente famosa «terra dei fuochi».

* Fonte: IL MANIFESTO

MADRID. «Il governo del Psoe, il più femminista della storia, è lo stesso che ci chiede di rispettare la condanna di Juana Rivas o la messa in libertà della #manada. Non abbiamo cacciato il Pp per rimanere allo stesso punto. Continueremo a lottare fino a raggiungere le condizioni di vita che ci spettano. Non ci calpesteranno! Libertà per #JuanaRivas». Si legge sulla pagina facebook del collettivo femminista di Madrid Libres y Combativas.

TUTTO IL MOVIMENTO femminista spagnolo si è subito autoconvocato di fronte al ministero di Giustizia a Madrid, e in tante altre città, per manifestare contro quella che chiamano giustizia patriarcale. È la reazione alla sentenza, non definitiva, della settimana scorsa, che condanna Juana Rivas a 5 anni di carcere per sottrazione di minori, a pagare 30mila euro al suo ex-marito come risarcimento, al pagamento di tutte le spese processuali e all’interdizione per 6 anni dalla potestà genitoriale, per non aver restituito i figli a Francesco Arcuri, l’ex-marito italiano, da lei accusato di maltrattamenti. Difficile un riassunto delle tante puntate precedenti e la storia non manca di colpi di scena.

Come accade in molti matrimoni ad un certo punto non tutto fila liscio. Dopo un primo figlio c’è una denuncia a Francesco Arcuri per maltrattamenti, la condanna, una separazione, ma poi i due tornano insieme. Poi nasce un secondo figlio, vivono sull’isola di Carloforte, in Sardegna, dove gestiscono un b&b. Ma Juana Rivas non ce la fa, torna in Spagna con i due figli, con il pretesto di una visita alla sua famiglia, vorrebbe restare lì con loro. Qui denuncia di nuovo Arcuri per maltrattamenti. Si susseguono problemi di competenze giuridiche tra la Spagna e l’Italia, troppi ritardi nelle traduzioni degli atti giudiziari. La giustizia italiana, chissà perché, ancora oggi non si pronuncia su quei maltrattamenti. Intanto l’ex-marito rilancia e sporge denuncia per sottrazione di minori e i figli, dopo un tira e molla legale, tornano in Italia dal padre che continua a negare qualsiasi abuso e sostiene di essere vittima di una campagna mediatica ostile.

ORA C’È LA SENTENZA del giudice Manuel Piñar, ma duramente criticata da più parti. È stato facile per lui decidere se ci sono stati maltrattamenti o se Juana Rivas è una donna bugiarda che ha sottratto i figli al padre. Per lui Juana Rivas è una bugiarda e una cattiva madre. La sentenza nega l’esistenza di violenza di genere, ma le denunce non sono state analizzate, forse spetta all’Italia farlo o forse le prove presentate non sono credibili. Ci vorrebbero indagini ulteriori. La giustizia spagnola ha unità di indagine forense specializzate sulla violenza di genere e l’Andalusia, il foro competente, ne vanta una tra le più operative. Ma Juana Rivas e i suoi figli non sono mai stati interrogati. Dire che non c’è violenza senza indagare abbastanza diventa allora un sopruso, un messaggio per tutte. I collettivi femministi spagnoli hanno fatto della vicenda di Juana Rivas una battaglia contro quella giustizia misogina che applica le leggi ignorando l’obbligo di integrare la prospettiva di genere. In questo caso il giudice Piñar ha volutamente ignorato la prima condanna per maltrattamenti e addossa a Rivas la responsabilità di non aver denunciato il marito negli anni vissuti in Italia. Quindi, se non c’è una denuncia, non esistono neanche vessazioni, abusi, minacce, pericoli. Come se fosse facile denunciare, in più con due figli piccoli, quando c’è un clima costante di paura e ricatto, come quello descritto da Juana Rivas.

ANCHE LA AMJE, l’Associazione delle donne giudici di Spagna, in un comunicato, critica la sentenza e avverte della «persistenza di stereotipi nel lavoro giudiziario».

Le giudici spagnole parlano del «rischio di consacrare un’ingiustizia manifesta». E aggiungono «dobbiamo smettere di essere eredi di una giustizia patriarcale che la società non tollera e la comunità internazionale condanna». In Spagna, anche questa volta, sembra una giustizia che condanna una donna per educare tutte le altre.

* Fonte: Marina Turi, IL MANIFESTO

Gita al cemento che si è mangiato la Val Clarea, «per vedere da vicino lo scempio e lo sperpero di denaro della grande opera inutile», il Tav Torino-Lione. Il festival dell’Alta felicità, in corso a Venaus, si è fermato per la tradizionale marcia di fine luglio al cantiere del tunnel geognostico di Chiomonte, non distante dai luoghi dove nel 2011 sorgeva la Libera Repubblica della Maddalena. Quest’anno la partecipazione è stata alta, sono salite sui monti diverse migliaia di persone, come non succedeva da tempo. I No Tav hanno raggiunto le recinzioni sotto la pioggia. «I jersey e il filo spinato sono andati giù».

E, poi, è iniziata la battitura alle recinzioni: un ritmo incessante per una «sinfonia» d’opposizione all’infrastruttura, presidiata perennemente dalle forze dell’ordine.

Il corteo, aperto dallo striscione «La Valle che resiste. No Tav», si è snodato per i sentieri della Clarea, presenti anche molte famiglie con bambini e anche attivisti dall’estero. Uno dei leader storici del movimento, Alberto Perino, ha scandito: «Continuiamo a essere vigili, attenti, non ci fidiamo delle dichiarazioni dei giornali e vogliamo vedere atti concreti. Perché un governo non opera con selfie, ma attraverso i documenti, che blocchino gli appalti. I posti di lavoro per la messa in sicurezza del territorio sono molti di più di quelli che offre quest’opera dannosa. Oggi, come ieri, siamo quindi pronti a resistere».

L’obiettivo è che la voce di questa Valle indomita arrivi chiara e diretta a Roma. Sul tavolo, per i No Tav, non ci sono né mediazioni, né compromessi, ma solo la cosiddetta «opzione zero», la rinuncia. Infatti, ripetono:«Fermarlo è possibile, se non lo fermate voi lo facciamo noi!».

La questione è motivo di scontro all’interno del governo gialloverde: la Lega spinge per il Sì, il M5s, che qui aveva raccolto un consenso enorme, con il garante Beppe Grillo rispolvera con un post tutte le criticità. Il dossier sul Tav è ancora in fase istruttoria presso il ministro Danilo Toninelli e sarà successivamente sottoposto al premier Giuseppe Conte. Così, fa sapere Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio non si sarebbe, dunque, ancora espresso. Ma l’intenzione è seguire una soluzione in linea con il contratto di governo, che così recitava: «Con riguardo alla Linea ad Alta Velocità Torino-Lione, ci impegniamo a ridiscuterne integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia». Una formula ambivalente che, comunque, non parla di stop.

Il presidente Conte è in partenza per Washington dove incontrerà l’alleato Donald Trump. Intanto, studia i tanti dossier dell’agenda comune transoceanica, dal dibattito sul futuro della Nato alla collaborazione nelle missioni di pace, dalla partita sui dazi commerciali a quella delicata della realizzazione del Tap, il gasdotto che qualcuno paventa possa diventare una sorta di merce di scambio politico per bloccare definitivamente i lavori dell’alta velocità ferroviaria Torino-Lione.

Insorge dal Piemonte il governatore Sergio Chiamparino. «Folle isolare il nord-ovest per non perdere voti. Mi aspetto che Toti e Fontana battano un colpo. Se si dovesse mai davvero bloccarla, anche le altre grandi opere, a partire dal Terzo Valico e dalla Pedemontana, sarebbero da rivedere, perché perderebbe forza il progetto di piattaforma logistica del nord-ovest». E rilancia la posta:

«Se il governo bloccherà la Torino-Lione io sono pronto ad andare fino in fondo e convocare un referendum popolare». Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia rivendica la primogenitura: «A metà giugno ho personalmente lanciato un appello a tutte le segreterie regionali dei partiti piemontesi per organizzare insieme il «Tav Day»».

Buona parte del serpentone che ha percorso, ieri, i sentieri alpini della Val di Susa verso il cantiere del tunnel geognostico è, poi, tornato a Venaus, sede del festival Alta felicità, completamente gratuito e sostenibile, giunto alla terza edizione nonché protagonista di un crescente successo, come testimoniato da un campeggio strapieno. Ieri, sul palco, alle pendici del Rocciamelone, diverse band hanno scaldato il pubblico con le loro canzoni: Le luci della centrale elettrica, i Sud Sound System, Marina Rei e Paolo Benvegnù. Questa sera si chiude la rassegna. Sul palco, tra gli altri, i Persiana Jones, i Vallanzaska, e l’atteso rapper romano Piotta. Proprio quest’ultimo pochi giorni fa, annunciando l’evento, scriveva: «Staremo lì con un sacco di amici e con tutti voi, per la musica e per le idee. E le nostre, se ce le faranno ancora dire, sono diverse da quelle di chi sulle persone e sui territori ci specula».

* Fonte: Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

foto da: http://www.notav.info

Siamo alla sceneggiata. Il ministro delle infrastrutture Toninelli rompe un troppo lungo silenzio e, confermando il «contratto di governo», dice, finalmente, che la Torino-Lione va «integralmente ridiscusso».

Toninelli aggiunge inoltre che, nell’attesa, «nessuno deve azzardarsi a firmare nulla ai fini dell’avanzamento dell’opera, perché ciò costituirebbe un atto ostile». Passa un giorno ed è il presidente del Consiglio Conte a proclamare in modo esplicito che «il Tav non si farà più».

I promotori dell’opera, i loro sponsor politici, l’establishment affaristico finanziario che la sostiene e i grandi media che ne sono espressione entrano in fibrillazione e gridano alla scandalo, diffondendo fake news su penali miliardarie a carico dell’Italia in caso di rinuncia all’opera. Dopo una notte di riflessione interviene il ministro dell’interno Salvini gridando ai quattro venti che il Tav si farà. Nessuna sorpresa. Che Salvini sia, in versione scamiciata e urlante, il rappresentante nel governo dei poteri economici del Nord è noto (del resto lo avete mai sentito, sul Tav, dire cose diverse da Renzi e Delrio o discostarsi dalla narrazione di Stampa e Repubblica?). E che non ci siano governi amici il movimento No Tav lo sa e lo proclama da sempre. Tutto vero, ma restano i nodi politici: il futuro del Tav, la consistenza del M5Stelle di fronte allo strapotere dell’alleato leghista, la vera natura del prof. Conte (presidente del Consiglio o ventriloquo a voci alterne?). In attesa di venirne a capo, alcune puntualizzazioni.

La Torino-Lione è priva di ogni utilità economica. Lo era fin dalla sua ideazione alla fine del secolo scorso. Lo è doppiamente oggi. La linea storica è utilizzata per un quinto delle sue potenzialità e i traffici (ferroviari e stradali) sulla direttrice est-ovest sono in continuo calo. Lo ammette persino l’Osservatorio della Presidenza del Consiglio riconoscendo che «molte previsioni fatte 10 anni fa, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, sono state smentite dai fatti». Per sostenere l’opera i proponenti ne modificano in toto le ragioni giustificatrici adducendo la necessità di un «ammodernamento» della linea di cui non vengono documentati i benefici. In realtà la prosecuzione del progetto si spiega, oggi, solo con le esigenze di immagine di un ceto politico che sarebbe travolto dall’abbandono dell’opera e con gli interessi di corto respiro di chi pensa che da cantieri aperti per decenni (una riedizione della Salerno-Reggio Calabria) verrebbe, comunque, un po’ di ossigeno a un sistema economico collassato. Essendo tali motivazioni poco ostensibili, le mosse dei promotori mirano a mettere le istituzioni di fronte al fatto compiuto.

Per questo si stanno accelerando i tempi degli appalti per i lavori sulla tratta internazionale (per un importo complessivo di 5,5 miliardi) pur in assenza di alcuni requisiti indispensabili, segnalati in apposita diffida di tecnici e amministratori. In parallelo continua la campagna terroristica fondata sulla bufala di ingenti penali conseguenti alla rinuncia all’opera, mentre nessuna penale è prevista in documenti sottoscritti dall’Italia o può derivare da inadempienze contrattuali (posto che, ad oggi, non sono stati banditi né, tanto meno, aggiudicati appalti per opere relative al tunnel di base).

Né – superfluo dirlo – ha maggior fondamento cercare di giustificare nuovi sprechi con quelli (di circa un miliardo e mezzo di euro) già consumati in danno dei cittadini con opere propedeutiche.
In questo quadro la strada è una sola. Passare dalle parole ai fatti e aprire immediatamente il confronto con il Governo francese sull’opportunità di proseguire nell’opera. Sapendo che la Francia, a differenza di quanto si dice, è anch’essa ferma a lavori per «discenderie» e non mostra alcuna fretta nel procedere, manifestando dubbi destinati a crescere se l’Italia metterà sul tappeto, insieme all’inutilità dell’opera, l’evidente iniquità di una distribuzione delle spese per la tratta internazionale (57,9 per cento a carico dell’Italia e 42,1 per cento a carico della Francia benché il tunnel insista per l’80 per cento in territorio francese) prevista al solo scopo di rendere appetibile l’impresa per un partner riluttante (l’argomento potrebbe sembrare secondario, ma non è il ministro Salvini a ripetere ogni giorno, a proposito e a sproposito, «prima gli italiani»?).

* Fonte: Livio Pepino, IL MANIFESTO

Venaus è il piccolo paese della val Cenischia, poco distante da Susa, che nel 2005 fu teatro di gravi scontri tra manifestanti Notav e forze dell’ordine. Nel 2016 il movimento, per dimostrare che un’altra concezione economica è possibile, decise di organizzare un festival e di dedicarlo alla felicità. Fu un trionfo, perché giunsero da tutta Italia centomila persone.

GRATUITO, FONDATO sulla militanza contro le grandi opere inutili, posizionato in un anfiteatro alpino con vette di oltre tremila metri: il Festival dell’Alta Felicità, dopo il bis del 2017, oggi apre la sua terza edizione e lo fa con un’opera lirica, la Madama Butterfly di Giacomo Puccini, portata in scena dalla «impresa Lirica Francesco Tamagno». Giuseppe Raimondo è il tenore: «Grazie al sindaco di Venaus, Nilo Durbiano, e ai ragazzi Notav portiamo una grande opera lirica laddove si voleva fare una grande opera di cemento: bellissimo. Ci stiamo trovando bene, i Notav sono persone vere con una grande passione».

ASCANIO CELESTINI, Wu Ming 1, Teresa de Sio, Modena City Ramblers, Marta Fana, Marina Rei & Paolo Benvegnù, Sud Sound System & Bag A Riddim Band, Mezzosangue: gli artisti amici del mondo Notav sono parecchi e fino a domenica daranno vita a dibattiti, spettacoli satirici, concerti, e soprattutto riflessione politica. Perché sullo sfondo rimane il momento importante che sta vivendo la val Susa. Le parole del ministro Toninelli hanno aperto una dura discussione, perché giunte dopo la reazione furibonda del movimento Notav.

Claudio Giorno fa parte della Commissione tecnica sulla Torino – Lione creata da Chiara Appendino: «Nonostante non abbia una grande simpatia politica per il ministro, ammetto che quanto scritto l’altro giorno è esattamente quanto diciamo noi da molti anni. Ora, se avrà il coraggio di andare fino in fondo non lo so. Chi vuole realizzare l’opera è molto più cattivo di noi, anche se noi, nonostante il nostro festival all’insegna della felicità, siamo da anni dipinti come i più cattivi di tutti. Se Toninelli ha bloccato il Tav? Non saprei, certo chi decide gli appalti è Telt, cioè una società francese». Angelo Tartaglia, professore emerito del Politecnico di Torino, è uno dei tre tecnici Notav che ha incontrato lo staff del ministro Toninelli: «Al ministero sono stati forniti una serie di documenti che comprovano quanto la situazione sia negativa. I dati sono dati. Le difficoltà ora sono di tipo formale e politico, dato che viene chiamata pesantemente in causa la Francia e il presidente Macron. Ma è bene sottolineare che oltralpe, al di là di novanta milioni per opere minori, non sono ancora stati stanziati fondi. La Francia, ufficialmente, è ancora in pausa di riflessione. Per questo lo stop del ministro Toninelli è un buon segnale».

PUNTO DI FRIZIONE politico tra movimento Notav, governo e lo stesso Toninelli, è dato dalla ribellione fisica che da sempre caratterizza l’agire di questa comunità.

Nei prati dove ci saranno concerti rock, opere liriche, acculturati dibattiti e pensose riflessioni, nel dicembre 2005 vi furono violenti scontri, barricate travolte della polizia a suon di ruspe, feriti su tutti i fronti.

Il ministro, e il M5s di governo, vorrebbero poter agire senza la pressione dei sindacati di polizia, in primis il Siulp, che chiedono a gran voce la conferma del Tav e la criminalizzazione del Movimento.

Toninelli definisce «incivili» i ragazzi del campeggio di Venaus che hanno lanciato fuochi d’artificio e petardi nel cantiere, scatenando l’ira del movimento Notav che da sempre non fa differenza tra chi lancia un petardo e chi organizza una polentata. Senza dimenticare che agli arresti domiciliari ci sono ancora quattordici militanti notav, tutti coinvolti nell’organizzazione del festival.

Non a caso il cuore del Festival dell’Alta Felicità sarà proprio una «gita» al cantiere, sabato pomeriggio: sono previste migliaia di persone.

qui il programma

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

La notizia è giunta ieri nel pomeriggio: il Comune di Roma revoca la convenzione alla Casa internazionale delle Donne. Il direttivo di via della Lungara è stato convocato appunto ieri nella sede dell’assessorato al patrimonio alla presenza delle assessore Laura Baldassarre, Rosalba Castiglione e Flavia Marzano, che hanno annunciato quanto stabilito alla presidente Francesca Koch, Lia Migale, Giulia Rodano, Maria Brighi e Loretta Bondì. Attendevano da mesi, insieme alle migliaia che si sono mobilitate in sostegno della Casa, la risposta relativa alla memoria presentata a gennaio sulla riduzione del debito (833mila euro) richiesto con insistenza dal Comune che tuttavia non teneva conto dei servizi offerti, delle spese ordinarie e straordinarie sostenute dalla Casa. A niente sono valse le trattative intercorse in questi mesi, poi bruscamente interrotte grazie anche alla mozione firmata da Gemma Guerrini, consigliera e presidente della Commissione delle elette, presente anche lei ieri per notiziare a proposito della revoca della convenzione.

Non sono valse a niente neppure la pazienza, il tentativo di mediazione, la presa in carico di una responsabilità economica di saldare la morosità trovando un punto di incontro sensato. Così come a niente è servita la disponibilità espressa, nei mesi delle (finte) trattative, alla partecipazione a progetti che potessero consolidare il rapporto che dal 1992 la Casa ha con Roma Capitale che l’ha riconosciuta tra le sue opere. Servizi, spese vive sostenute, sia ordinarie che straordinarie, anche supplendo carenze delle istituzioni, sono tutte questioni che alla giunta 5stelle non interessano. Dunque memoria respinta in nome di una strada, che è quella della burocrazia, lasciando da parte, sempre, quella della politica. Ma è davvero così? Non si tratta di un «semplice» sfratto dai locali del Buon Pastore, la vicenda è ancora più grave di così proprio perché il merito è tutto politico. Si tratta dell’azzeramento, e conseguente appropriazione, di una esperienza attraverso cui il progetto della Casa è sorto, trasformandosi negli anni. Mettere a bando i servizi, rilanciare su ipotetici centri di coordinamento antiviolenza, non tiene conto del significato sotteso alla Casa. Sociale, culturale ma anzitutto politico. Ed è in quest’ultimo punto che la giunta 5stelle vuole intervenire, agendo in maniera dissennata e non tenendo conto di quante e quanti dalle piazze alle università, dall’Italia e dal resto del mondo, firmano petizioni, fanno appelli, manifestazioni, chiedono di essere ascoltati e ascoltate, sottoscrivono affinché possano mostrare sostegno pubblico e concreto a un progetto che è uno dei fiori all’occhiello di Roma e non solo. Non si può che rispondere a tutto questa violenta e unilaterale presa di posizione con una secca e ferma mobilitazione che non arretri di una virgola sul guadagno di libertà che risiede in luoghi come la Casa internazionale delle donne.

In un comunicato stampa diffuso ieri, le esponenti del direttivo presenti alla riunione, dicono infatti che faranno «opposizione a tutto campo. Non possiamo – proseguono – non rilevare che l’annuncio della revoca della Convenzione avviene alla vigilia di agosto, nella peggiore tradizione di ogni vertenza pubblica e privata nel nostro paese. La Casa Internazionale delle donne e tutte le attività e servizi che al Buon Pastore vengono erogati rischiano la chiusura a causa di questo ulteriore incomprensibile attacco della giunta Capitolina al femminismo e alla vita associata a Roma; noi abbiamo proposto una transazione che chiuda definitivamente la questione del debito; grazie al grande sostegno che abbiamo ricevuto con la Chiamata alle arti e con la grande mobilitazione in Campidoglio del 21 maggio, c’è a Roma e nel paese la consapevolezza di quanto negativo e grave sarebbe scrivere la parola fine alla esperienza della Casa Internazionale delle donne. Ci sentiamo per questo di chiedere a tutte e a tutti di sostenerci, di continuare la campagna di solidarietà e anche di sottoscrivere». Sembra incredibile ma una volta di più la giunta Raggi stupisce per totale mancanza di presa sulla realtà. E per sordità, prima di tutto politica.

* Fonte: Alessandra Pigliaru , IL MANIFESTO

Si torna a Genova come ogni anno e sotto il palco di piazza Alimonda la memoria corre a quel giorno maledetto, quando un ragazzo rimase sull’asfalto, colpito alla testa da un colpo di pistola, il corpo calpestato dalla camionetta dei carabinieri, il cranio sfregiato con una pietra.

È GIUSTO CHIEDERSI perché ci ritroviamo qui, chi con il corpo chi nello spirito. Siamo reduci? Nostalgici? Sconfitti dalla storia che tornano sul luogo delle proprie gesta e degli altrui delitti? Forse sì, ma è possibile che ci sia qualcos’altro.

Che Genova G8 ci riguardi ancora. In questi giorni tempestosi, di violenza del potere nel mar Mediterraneo, di sghangherata critica alle tecnocrazie globali in nome di rinascenti e osceni nazionalismi, le giornate di Genova, i sette giorni di contestazione e di proposta organizzati durante il vertice dei cosiddetti Otto Grandi (che così Grandi poi non erano) appaiono come un approdo, anziché un residuo della storia.

Lasciamo pure da parte il sottile senso d’angoscia e d’impotenza che suscita, confrontato all’oggi, il ricordo della miriade di persone e organizzazioni venute a Genova richiamate da un nuovo movimento capace di mostrare il vero volto del potere (il pensiero unico neoliberista, tema all’epoca assente dall’agenda politica e mediatica) e pensiamo alle molte buone ragioni messe in campo da quel movimento.

È UN ELENCO CHE SORPRENDE, sia nella parte critica sia in quella propositiva. Dalla rivolta di Seattle (dicembre ’99) in poi e fino al luglio genovese, passando per una serie di contestazioni a riunioni delle varie istituzioni della tecnocrazia globale, il movimento mise a nudo e denunciò, per limitarsi ai punti essenziali: la finanziarizzazione dell’economia neoliberale e le crescenti diseguaglianze fra nord e sud del mondo; la nuova dislocazione dei poteri, non più a livello nazionale ma nella grande finanza e nelle istituzioni globali al suo servizio (Wto, Fmi, Banca mondiale, il «Washington Consensus»); la mercificazione del lavoro e della stessa vita umana, con annessa libertà di circolazione per i capitali ma non per le persone…

La parte propositiva non era meno ricca di spunti e di esperienze: una Tobin Tax sulla speculazione finanziaria; la cancellazione del debito pubblico iniquo; l’idea di un’altreconomia, liberata dalla schiavitù della crescita e capace di includere in sé il limite ecologico allo sviluppo; un contratto mondiale per l’accesso all’acqua; il bilancio partecipativo nelle amministrazioni locali… E così via.

Sorprende, questo parziale elenco, perché fornisce ancora oggi una visione del mondo alternativa allo status quo; una visione costruita con competenza e spesso attraverso la pratica concreta; una visione che è stata anche aggiornata da alcuni nuovi movimenti in varie parti del mondo.

A DISTANZA DI TANTI ANNI capiamo meglio che nel luglio 2001 fu affossata a colpi di pistola, di manganello e con la tortura un’idea di mondo che stava riscuotendo troppo consenso.
Troppo vasta e soprattutto troppo varia, ben oltre i confini storici della sinistra, era la partecipazione di singoli, associazioni e movimenti: occorreva colpire e criminalizzare tutto ciò, dichiararlo fuori legge, escluderlo dal discorso pubblico; occorreva rendere inascoltabili le parole dette nei convegni, nei seminari, in quell’università popolare a cielo aperto chiamata Forum sociale mondiale.
E tuttavia sarebbe difficile sostenere che le idee di quel movimento sono state davvero annientate ed escluse per sempre dalla storia. Non è così.

QUELLE IDEE NON SONO MORTE e anzi continuano a ispirare persone e movimenti attraverso i continenti; sono all’origine di progetti politici, sociali, esistenziali radicati nel presente e capaci di futuro.

Resta preziosa anche la lezione di metodo: niente steccati fra culture diverse e unione delle forze per dare spessore politico all’azione sociale condotta fuori dagli schemi del mercato, cioè secondo giustizia, empatia, nonviolenza.

A Genova è morta semmai in molti cittadini la fiducia nello stato e nei suoi apparati di sicurezza, incapaci negli anni di ammettere le proprie colpe e recuperare la credibilità perduta. A Genova è morta quella sinistra che non volle capire che c’era (e rimane) una nuova linea di demarcazione rispetto alle destre: l’adesione o meno al modello neoliberale. Oggi – passata, anzi ancora in corso una crisi finanziaria più che prevedibile e col «Washington Consensus» in crisi d’identità – succede che una contraddittoria e confusa critica alla globalizzazione neoliberale viene condotta lungo un binario che porta a rinascenti quanto pericolosi nazionalismi. È una capriola della storia che spaventa ma che aiuta anche a pensare.

FA CAPIRE CHE LA CRITICA dei movimenti sociali al pensiero unico è ancora attuale e che le vie d’uscita esistono, nonostante le sconfitte e un certo scoramento del tempo presente. Quindi si torna a Genova e si pensa che la memoria è generosa, le buone idee tenaci, la storia imprevedibile; visto da piazza Alimonda, il futuro è ancora aperto.

Fonte: Lorenzo Guadagnucci, IL MANIFESTO

 

*Comitato Verità e Giustizia per Genova

Sei anni fa c’erano solo macerie. La carcassa di una fabbrica fallita. Trentacinque lavoratori mandati a casa. Un privato in bancarotta. Uno spazio verde chiuso e abbandonato. Sei anni dopo, in un mix suggestivo di archeologia industriale e verde urbano si aprono le porte del mondo di OZ, Officine Zero. Una multifactory in cui abitano diversi laboratori artigianali: falegnameria, verniciatura, sartoria, tappezzeria, saldatura. Dallo spazio sono ricavate anche venti postazioni di co-working, gli studi di grafica e design, gli uffici, le sale riunioni. Il luogo è attraversato da una comunità di quaranta lavoratori autonomi, che negli anni si è impegnata a riparare, riadattare e riattivare gli ambienti della ex fabbrica.

CONDIVIDONO LO SPAZIO di lavoro ma non solo. Alla base del progetto attuale c’è un’idea di economia collaborativa: la rottura dell’isolamento fisico e sociale dei freelance, la disponibilità a cooperare, scambiando prestazioni e competenze, creando reti di supporto per lavoratori in difficoltà. Officine Zero è oggi un’esperienza di mutualismo dentro le nuove forme del lavoro atipico, materiale e immateriale. Ma è anche un modello di sostenibilità ambientale.

Questo piccolo miracolo di rigenerazione urbana, da qualche giorno ha ricevuto un’ordinanza di sgombero. L’area su cui insiste il progetto è privata. Apparteneva alla Rail Service Italia, per la manutenzione dei treni notte. Trenitalia ha smantellato progressivamente i convogli notturni spostando il grosso degli investimenti sull’alta velocità. Rsi, impresa ad unico committente, ha dichiarato il fallimento. Un’altra firma è subentrata nella proprietà dell’area, la Barletta Srl, con l’intenzione di convertire la superfice in un polo logistico. Il fallimento è sopraggiunto stavolta prima ancora dell’inizio dei lavori. I beni mobili e immobili dell’area sono stati ceduti a una curatela fallimentare incaricata di svendere per ripagare le passività.

MAGGIORE CREDITORE dell’impresa fallita è la Banca Nazionale del Lavoro, integrata nel colosso finanziario francese Bnp/Paribas. Mentre le aziende scappano lasciando una scia di debiti, alcuni operai cassaintegrati della ex Rsi, nel 2012, decidono di occupare gli stabili della fabbrica. Si attiva una rete di supporto, che coinvolge attivisti, docenti universitari, studenti e precari. Sull’impronta delle empresas recuperadas argentine prendono vita le Officine Zero.

UN’UTOPIA DI AUTOGESTIONE, lavoro cooperativo, salvaguardia dell’ambiente. Alla base del progetto c’è l’idea di riavviare la produzione attraverso il recupero e riuso di materiali di scarto. La riconversione ecologica è rimasta nel Dna dello spazio come bagaglio di competenze e pratiche virtuose. Nel 2017, ad esempio, Officine vince con il progetto «REC – Riusare è ricreare» il bando regionale Fuoriclasse, per l’educazione ambientale nelle scuole. Inoltre un’opera di bonifica ecologica, attraverso la fitoterapia, è stata messa in cantiere per l’area verde che circonda gli edifici, con la prospettiva di rendere lo spazio accessibile ai cittadini di Casalbertone, quartiere che soffre l’assenza strutturale di verde urbano. Il concetto di rigenerazione urbana, vale a dire sostenibilità ambientale e ri-qualificazione, dove è possibile, delle cubature già esistenti, è una nozione chiave, non solo nelle direttive europee in materia di sviluppo urbanistico. Dà il nome infatti anche alla legge regionale (LR 7/2017), che va a sostituire il Piano Casa. La norma, che ha suscitato numerose proteste tra i movimenti per il diritto all’abitare perchè concede grande libertà di manovra agli investitori privati, a un anno dall’approvazione non è ancora stata applicata dal Comune. Le operazioni immobiliari a Roma proseguono con il pilota automatico e più che a una rigenerazione assomigliano molto a una gestione fallimentare del patrimonio pubblico.

«PER DIVERSI ANNI nessun compratore si era fatto avanti per l’acquisto dell’ex fabbrica» dice Alessandro, uno dei lavoratori di Officine, «ma da quando il posto è stato messo all’asta la nostra priorità è stata quella di spingere il Comune di Roma a porre il vincolo di utilità pubblica sull’area. A prescindere da chi avrebbe acquistato, il vincolo di utilità è uno strumento per tutelare il quartiere dalle operazioni di speculazione edilizia.»

LE RISPOSTE ISTITUZIONALI tuttavia sono state molto chiare: l’utilità si stabilisce in base agli interessi di un eventuale acquirente. Qualche mese fa il compratore è arrivato. Si tratta proprio di Bnl, fresca del cospicuo investimento immobiliare che ha portato alla costruzione di un grattacielo orizzontale, dal risonante nome «Orizzonti Europei». Una montagna di vetro su via Tiburtina, non distante dagli spazi della ex Rsi, dove l’istituto finanziario ha collocato il suo quartier generale romano. Bnl è ora interessata a comprare anche l’area di 20.000 mq di Officine Zero per un prezzo che si aggira intorno ai 2 milioni di euro. «Abbiamo accettato il dialogo con l’investitore» dice uno dei lavoratori di Officine «ma per ora non ci è stata fornita nessuna garanzia. Ci hanno proposto di mantenere un piccolo spazio di rappresentanza qui, e di spostare le attività lavorative altrove. Abbiamo chiesto la presenza delle istituzioni a questo tavolo per garantire che il progetto edilizio di Bnl sia coerente con le necessità del quartiere e che restituisca servizi ai cittadini. Per ora l’unica cosa certa che abbiamo ottenuto è l’ordinanza di sgombero».

SUI FUTURI PROGETTI immobiliari nel quartiere l’ufficio stampa di Bnl non fornisce informazioni. Intanto le pratiche di riqualificazione autonoma non incontrano nessuna tutela pubblica e la compravendita di pezzi di città avviene lontano da qualsiasi meccanismo partecipativo. La rigenerazione di Roma rimane per ora solo un concetto astratto.

* Fonte: Shendi Veli, IL MANIFESTO

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