Movimenti

Il recente attacco alla Siria delle forze armate di  Francia, Usa e Gran Bretagna  sta facendo degenerare un conflitto, già esplosivo,  in Siria ed in tutto il Medioriente.

Da mesi  il sultano di Turchia, Erdogan, bombarda il Kurdistan siriano, Rojava (da dove è partita l’eroica Resistenza che ha sconfitto i terroristi dell’ISIS), nell’indifferenza/ complicità delle diplomazie internazionali ed in più viene lautamente finanziato dai governi europei (6 miliardi di euro!) per detenere i profughi siriani e curdi.

In Italia si accolgono sanguinari dittatori e si respingono i migranti che fuggono da conflitti causati dalle potenze occidentali, dalle petromonarchie arabe e dallo stato sionista d’Israele; per completare questa tragica situazione si criminalizzano le Ong  umanitarie e si sequestrano le loro navi- Iuventa nel porto di Trapani ed Open Arms nel porto di Pozzallo- malgrado abbiano salvato la vita a decine di migliaia di donne, uomini e bambini

La Sicilia, anche in questa guerra ha un ruolo centrale (come fu per la guerra in Libia nel 2011), a partire da Sigonella, dove stazionano e decollano i pattugliatori Poseidon, i giganteschi droni-spia Global Hawk, i micidiali droni armati di missili Predator; inoltre dal 24 aprile al 25 maggio l’aeroporto di Fontanarossa subirà limitazioni dei voli per dare priorità agli interventi di morte degli esportatori di democrazie con le loro bombe intelligenti.

La nostra isola in questi giorni è diventata il principale avamposto di questa infame guerra, dal porto nucleare  di Augusta all’aeroporto di  Pantelleria, dai radar di  Lampedusa a Niscemi; proprio dalla base Usa di Niscemi s’inaugura l’operatività delle parabole  Muos, mentre continua la micidiale funzione della gigantesca antenna NRTF, a bassa frequenza LF,  che orienta i sottomarini nucleari Usa.

Dalla prima di guerra in Iraq nel ’91 i governi in Italia, per giustificare le loro scellerate politiche neoimperialiste  hanno accusato chi è sceso in piazza contro la guerra  di essere al servizio del dittatore di turno da eliminare: Saddam Hussein, i talebani, Gheddafi…Hassad; così si continua a calpestare impunemente la Costituzione (art. 11 “L’Italia ripudia la guerra…”).

Quando i nostri governanti ed i media al loro servizio ci parlano della difesa della “nostra” civiltà, della “nostra” democrazia per chiederci il consenso alle loro politiche imperialiste, essi intendono la difesa dei profitti  del complesso militare-industriale  (le spese militari quest’anno arriveranno a 25 miliardi di euro, mentre subiamo sanguinosi tagli alle spese sociali: scuola, sanità, pensioni)

A 35 anni dalla grande stagione di lotta contro gli euromissili a Comiso ed a 5 anni dalle mobilitazioni popolari NoMuos dobbiamo riprendere in mano il nostro destino opponendoci a quest’ennesimo crimine contro l’umanità .

Sabato 21 aprile ore 15 manifestazione a Sigonella

No al Muos, No alla guerra via le basi Usa dalla nostra terra

La Sicilia sarà più bella senza il Muos, i droni e Sigonella

Comitato di base NoMuos/NoSigonella

APPELLO  CONTRO LA GUERRA

La guerra è iniziata. I fascismi imperversano. Le minacce di queste ultime settimane da parte di Usa, Francia e Gran Bretagna contro la Siria si sono trasformate in realtà con un attacco missilistico notturno a Damasco e ad altre cittadine.

La Siria rimane un terreno di scontro interimperialistico di cui fanno le spese soprattutto i civili. Come già con l’Iraq e la Libia, si cercano pretesti per azionare il grilletto; stavolta si è trattato di un presunto uso di armi chimiche da parte del governo di Assad. I governi di USA, Francia e Gran Bretagna però non vengono minimamente scossi di fronte ai continui e reali massacri operati dai loro alleati: quello dei palestinesi da parte dell’esercito israeliano; quello dei curdi ad Afrin, da parte della Turchia di Erdogan in complicità con Isis, quello del popolo yemenita da parte dell’Arabia Saudita.

L’Italia ancora un volta adotta un falso neutralismo che nasconde il suo essere schierata dalla parte delle politiche di guerra statunitensi e di essere esportatrice di ordigni che uccidono da anni popolazioni della regione mediorentale.

Qui la tensione continua a restare altissima, con Usa e Giordania adesso impegnati nell’esercitazione militare (terrestre e aeronavale) denominata “Eager Lion”: la più grande prova di guerra in Medioriente che per due settimane schiera circa 7000 militari lungo i confini giordani affacciati sulla Siria. Anche in questo caso, l’Italia non fa mancare il suo appoggio: una delle navi statunitensi partecipanti all’esercitazione, la Uss New York, il 12 aprile è infatti partita dal porto di Augusta carica di truppe ed elicotteri d’assalto. Tra gli scenari simulati durante il war game c’è anche un attacco chimico: chiara allusione ai crimini contro i civili di cui è accusato il regime di Assad.

Quella che si sta giocando in Siria è una questione di vitale importanza per la sopravvivenza delle politiche imperialiste di tanti stati, non esclusa l’Italia che, per non restare fuori dall’eventuale spartizione, mette a disposizione il suo territorio.

Con Aviano (da dove sono decollati gli F-16 Usa schierati nel Mediterraneo), Sigonella (capitale dei droni), il porto nucleare di Augusta e le basi MUOS e NRTF di Niscemi, centrali nella gestione delle informazioni militari, l’Italia si conferma ancora una volta la portaerei degli Stati Uniti nel cuore del Mediterraneo.

In questo scontro fra potenze imperialiste, dove Russia e Usa hanno un ruolo di primaria importanza, in gioco c’è la ripartizione e l’allargamento delle sfere di influenza in Medioriente, l’eliminazione dei concorrenti, il tentativo di sottrarre terreno al nemico, la sopravvivenza dell’economia capitalistica di queste potenze, la fine di ogni tentativo di autodeterminazione popolare.

Noi siamo a fianco del popolo siriano che resiste e di tutti i popoli soggetti ad aggressione e costretti a vivere in uno stato di guerra permanente. Non saranno le politiche imperialiste e le loro guerre a determinare l’uscita dalla crisi.

Per noi soltanto l’uscita da questo sistema economico che ci sfrutta e che per reggersi deve sostenere la guerra (le spese militari aumentano nel 2018 a 68 milioni di euro al giorno mentre diminuiscono notevolmente i finanziamenti alla spesa sociale), ci potrà dare un futuro diverso. Un futuro di pace e solidarietà tra i popoli che passa attraverso la piena smilitarizzazione della Sicilia e del Mediterraneo.

Stop ai bombardamenti in Siria e ovunque!

Pace, giustizia e autodeterminazione per i popoli ribelli!

Denunciando la complicità diretta di due ditte, a radicamento nazionale, nella costruzione delle basi di Sigonella e del MUOS, rispettivamente Cmc e Gemmo impianti, proponiamo per sabato 21 aprile una giornata di mobilitazione nazionale contro la guerra.

No Muos In Sicilia:

  • Sabato 21 Aprilemanifestazione davanti ai cancelli di Sigonella, ore 15.00
  • Martedì 8 maggio manifestazione a Catania per la Palestina contro la partenza del giro d’Italia da Israele
  • Sabato 19 maggio corteo No Muos a Ragusa, Concentramento ore 15 piazza Stazione
  • Sabato 30 giugno corteo No Muos a Caltagirone, Concentramento ore 15 davanti al Tribunale
  • 2-5 agosto Campeggio e manifestazione nazionale, c.da Ulmo, Niscemi

FONTE:  Comitato di base NoMuos/NoSigonella, IL MANIFESTO

PARIGI. All’università di Nanterre, dove era iniziato il ’68, ieri è stato impedito lo svolgimento del primo giorno di esami. L’assemblea generale degli studenti ha votato di continuare il blocco: “questo non è un blocco di cioccolato”, dice uno striscione che ironizza con Emmanuel Macron, che qualche giorno fa aveva detto che non ci saranno “voti di cioccolato” per gli studenti. Lunedi’ scorso, la polizia era intervenuta a Nanterre, su richiesta del presidente, per sbloccare. Ma senza grandi effetti perché l’occupazione è ripresa. Ieri, il presidente ha affermato che sta studiando “vari scenari” per poter far passare gli esami di fine anno (in Francia ci sono due sessioni di esami ogni anno accademico), potrebbero anche svolgersi “all’esterno” dell’università. La tensione era forte, soprattutto alla facoltà di Diritto, dove ci sono 5mila iscritti. Molti studenti si sono presentati agli esami, hanno fatto la fila, ma l’entrata era già bloccata dalle 8 del mattino. Molti hanno protestato, temono di perdere l’anno, di non poter accedere agli stages e alle iscrizioni per la laurea magistrale, mentre gli studenti che protestano chiedono un “voto politico”, che il presidente non ha nessuna intenzione di concedere. La ministra dell’insegnamento superiore, Frédérique Vidal, ha denunciato la presenza di elementi esterni: c’è “un tentativo di perturbare gli esami da parte di ferrovieri di Sud Rail – ha detto – se adesso i ferrovieri decidono che gli studenti non devono passare gli esami, possiamo porci domande sulla strumentalizzazione del movimento”. Anche Emmanuel Macron nell’intervista tv di domenica sera ha contestato brevemente la legittimità del movimento nelle università, organizzato da studenti “molto spesso minoritari” e da “professionisti del disordine”.

Rispetto al sito di Tolbiac, anch’esso occupato, Macron è stato pero’ prudente: qui, è l’architettura dell’università – costruita dopo il ’68 proprio per impedire riunioni troppo consistenti nell’entrata – a rendere difficile un intervento delle forze dell’ordine.  La protesta riguarda la “selezione”, che sarebbe introdotta dal nuovo sistema di iscrizione all’università dopo il Bac, Parcoursup. Per evitare di arrivare all’estremità del tiraggio a sorte, come è successo negli anni scorsi nelle facoltà più richieste, vengono stabiliti dei “prerequisiti” per poter accedere. Il governo sostiene che finora la selezione era realizzata attraverso il fallimento, in media solo il 40% degli iscritti passa il primo anno di licenza. Degli insegnanti sostengono il movimento di protesta e rifiutano, soprattutto in alcune università di provincia che temono la gerarchizzazione delle facoltà, di esaminare le domande di iscrizione e di escludere chi non ha i “prerequisiti”. Ieri, c’erano 4 università bloccate in Francia (su 70), mentre in 10-12 c’era agitazione. L’obiettivo del movimento è il ritiro di Parcoursup. Ma altri elementi di malcontento sono presenti. Macron pensa pero’ che non sia “coagulazione”, cioè quella che l’opposizione chiama convergenza delle lotte.

FONTE: Anna Maria Merlo, IL MANIFESTO

Photo: By Remontees [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], from Wikimedia Commons

Per la prima volta i ciclo-fattorini che lavorano per le piattaforme digitali parteciperanno in maniera organizzata al primo maggio a Milano, Torino e Bologna. A Milano i «rider» del sindacato sociale che opera in città – Deliverance Milano – apriranno il corteo del pomeriggio, a Bologna la «Riders Union» faranno una critical mass al mattino e una festa al pomeriggio. E anche a Torino i rider si stanno organizzando.

Le rivendicazioni, ribadite domenica scorsa nella prima assemblea nazionale a Làbas a Bologna, sono: riconoscimento dello status di lavoratori mentre oggi sono considerati «freelance»; abolizione della paga a cottimo e dei sistemi di valutazione aziendale; riconoscimento di un’assicurazione per la salute e contro gli incidenti; dotazione di biciclette e di attrezzatura aziendale come gli elmetti.

Il primo maggio dell’«orgoglio Rider» sarà anche europeo. Negli ultimi due anni, infatti, con lo sviluppo tumultuoso delle piattaforme digitali nel settore della consegna a domicilio sono emerse le prime lotte e i tentativi di auto-organizzazione del nuovo lavoro digitale dei fattorini. La connessione europea tra i gruppi e i sindacati auto-organizzati, dalla Spagna all’Italia fino all’Inghilterra, potrebbe essere uno degli obiettivi della giornata. Tra le ipotesi discusse nell’assemblea bolognese c’è anche «CoopCycle», una piattaforma francese di consegna utilizzabile dalle cooperative di ciclo-fattorini. Al momento è in fase di prova e la si può testare sull’omonimo sito. Si tratta di «un bene comune digitale». Diversamente dagli algoritmi proprietari che oggi eterodirigono le prestazione dei rider per conto delle aziende private (Deliveroo, Foodora ecc) CoopCycle apparterrebbe a tutti coloro che vi contribuiscono (sviluppatori) e che la utilizzano (corrieri, ristoratori). Il software è concesso dalla Peer-to-peer Foundation e il suo uso commerciale è limitato alle cooperative di lavoratori.

A Bologna il comune ha siglato con la «Riders Union» e i sindacati confederali una «Carta dei diritti del lavoro digitale nel contesto urbano». In questi giorni sta contattando le piattaforme per sottoscrivere il documento. Vedremo quante e quali aderiranno al primo esperimento di «negoziazione metropolitana» nella «gig-economy» in Italia. Per il primo maggio i rider bolognesi stanno studiando varie forme di astensione dal lavoro.

FONTE: roberto ciccarelli, IL MANIFESTO

A rischio gli esami di fine anno. Macron: «Non ci saranno voti di cioccolato» (cioè nessun voto politico)

PARIGI. Ieri mattina, solo una camionetta della polizia parcheggiata e degli impiegati del comune che cancellavano un tag («più libido, meno lacrimogeni») testimoniavano degli avvenimenti avvenuti poche ore prima. Nella serata di giovedì, la Sorbona, dove era in corso un’assemblea generale che aveva appena votato a favore dell’occupazione, è stata evacuata dalla polizia. 191 studenti sono stati fatti uscire, «manu militari» affermano. Per la Prefettura, chiamata dal presidente dell’università (l’unica autorità che può decidere un’evacuazione), l’operazione è avvenuta «nella calma e senza incidenti». Sgombero analogo ieri all’alba a Lyon 2: «Ce ne rammarichiamo – dice il rettore – ma non potevamo più ottemperare all’obbligo di assicurare la sicurezza per le persone all’interno».

All’interno restavano ieri degli studenti nel sito di Tolbiac, università Pierre-Mendès-France che fa parte di Paris 1, Panthéon-Sorbonne. Anche qui, il presidente, Georges Haddad, ha affermato che «la gravità della violenza constatata non permette più di assicurare la sicurezza delle persone». Ma la Prefettura non è ancora intervenuta, anche se gli studenti si aspettano il peggio: «A causa della minaccia di evacuazione, non possiamo più organizzare conferenze», tutto è bloccato, in attesa, «abbiamo visto quello che è successo a Nanterre e a Notre-dame-des-Landes» dice uno studente che teme il peggio nella «comune libera di Tolbiac».

Ieri, c’è stata una manifestazione nel XIII arrondissement, dove sorge Tolbiac, sito costruito dopo il ’68 con un’architettura ostile alle riunioni di studenti nell’entrata. A Nanterre, c’è già stato un intervento della polizia nei giorni scorsi, ma gli studenti hanno votato il blocco dell’università fino al 17 aprile. Qui anche degli insegnanti sono mobilitati (un centinaio) e hanno proposto un «voto politico» 20 su 20 (mentre gli studenti non hanno mai osato andare oltre la richiesta al massimo di un 12-15 su 20 per tutti). Su quaranta università francesi circa, quattro sono bloccate completamente e in altre undici ci sono movimenti, tutti concentrati nelle facoltà umanistiche. A Parigi, anche nelle università non in agitazione, come Pierre et Marie Curie-Paris VI (Sorbonne Tech), i presidenti hanno deciso di chiudere, almeno fino a lunedì.

Emmanuel Macron, nell’intervista su Tf1 di giovedì, ha spiegato che il movimento di protesta nelle università è minoritario, organizzato da «agitatori professionisti». C’è una presenza di militanti di partiti della sinistra radicale, che hanno allargato i motivi della protesta, partiti dalla contestazione di Parcoursup, il nuovo sistema di iscrizione al primo anno di licenza dopo il Bac, dove gli studenti vedono una forma di selezione surrettizia attraverso la richiesta di «prerequisiti» per venire accettati. Il movimento protesta adesso più in generale contro l’attacco al welfare, accanto ai ferrovieri impegnati in un lungo sciopero contro la riforma della Sncf per far fronte all’apertura alla concorrenza nei treni, contro la repressione violenta che sta avendo luogo a Notre-Dame-des-Landes, contro gli «zadisti» che occupano da anni le terre.

Tutti aspettano lunedì. I licei non si muovono (ci sono le vacanze di primavera) e gli studenti hanno in linea di massima accettato di adeguarsi al nuovo sistema di Parcoursup, che ha l’obiettivo di evitare il dramma delle iscrizioni tirate a sorte nel caso ci siano troppe domande rispetto ai posti offerti (questo problema c’è solo in alcune facoltà, come Psicologia, Staps – equivalente dell’Isef – Comunicazione o in certi corsi a Sociologia). Parcoursup propone fino a un anno di recupero per chi non ha i «prerequisiti», ma gli studenti temono che i Bac meno prestigiosi (filiere e licei) subiscano una selezione negativa. In questo periodo iniziano i partiels, cioè gli esami del secondo semestre (in Francia ci sono solo due sessioni, più quelle di «recupero» per chi non ha passato alcuni esami nella prima sessione). Macron ha messo in guardia: «Studiate, non ci saranno esami di cioccolato», un modo un po’ dispregiativo e infantilizzante per dire che non ci sarà nessun «voto politico». La ministra dell’insegnamento superiore, Frédérique Vidal, attacca: «Aprire un dibattito, sappiamo farlo, fare delle assemblee generali, anche, ma abbiamo raramente visto studenti che vogliono bloccare gli esami di altri studenti».

È questo il problema più delicato, che ha già dato luogo a degli scontri violenti. A Montpellier, c’è stata un’irruzione di un commando di estrema destra per sloggiare gli occupanti, appoggiato dal rettore e da alcuni docenti (poi dimessi e incriminati). Anche in altri siti ci sono state irruzioni di violenti del Gud, movimento giovanile fascista. C’è poi la maggioranza degli iscritti, che teme di perdere l’anno, ci sono gli stage che iniziano, le iscrizioni alla laurea magistrale che devono essere fatte in questo periodo e per le quali bisogna aver i voti della Licenza.

Ci sono degli hashtag di protesta contro i blocchi degli esami, molto seguiti, un segnale di una tensione crescente all’interno degli studenti. A Grenoble il presidente ha chiesto un voto elettronico tra gli iscritti, per capire dove sta la maggioranza, pro o contro il blocco.

FONTE: Anna Maria Merlo, IL MANIFESTO

Il via libera di Calenda alla centrale in Abruzzo, da cui partirà il terzo lotto del gasdotto che passerà vicino L’Aquila, Amatrice, Arquata del Tronto e Accumoli, scatena la protesta dei comitati. No Hub del gas in piazza sabato 21 a Sulmona

MACERATA. Il mostro dell’Appennino avanza. Quel che resta del governo Gentiloni, teoricamente in carica solo per la gestione degli affari correnti, preme sull’acceleratore della realizzazione della Trans Adriatic Pipeline, l’enorme condotto che attraverserà l’Italia da sud a nord per trasportare gas e che toccherà anche le zone sismiche dell’Appennino a cavallo tra Abruzzo, Marche, Umbria e Lazio. Si tratta di una struttura che percorrerà l’Italia per una lunghezza di quasi 700 chilometri. Il tubo, largo 120 centimetri, dovrà essere installato a 5 metri di profondità, con una servitù necessaria di 40 metri per la posa. Questo senza contare i cantieri e le centrali di manutenzione che verranno piazzati sul tracciato, con un impatto più che evidente sul patrimonio paesaggistico delle dieci regioni coinvolte, dalla Puglia fino all’Emilia Romagna.

LO SCORSO 7 MARZO, fresco di iscrizione a un Pd uscito a fette dalle elezioni, il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda ha dato il via libera alla costruzione della centrale di compressione di Sulmona, in Abruzzo. Da qui, infatti, parte il terzo lotto del gasdotto: 167 chilometri di percorso che passa vicino L’Aquila, attraversa il triangolo Amatrice, Arquata del Tronto Accumoli, si arrampica nel maceratese distrutto dal sisma e finisce a Foligno.Una settimana fa, il 4 aprile, il presidente del consiglio dimissionario Paolo Gentiloni si è incontrato con i vertici della Regione Abruzzo per sollecitare lo scioglimento degli ultimi nodi burocratici. E pensare che il governatore dem Luciano D’Alfonso – adesso eletto anche al Senato – in teoria sarebbe contrario alla realizzazione della grande opera, che comunque continua ad andare avanti, con buona pace delle tante proteste messe in atto negli ultimi anni da parte di associazioni ambientaliste e movimenti contrari alla distruzione del territorio per fare spazio al trasporto del gas.

IL PROBLEMA non si pone nelle Marche, dove il presidente Luca Ceriscioli ha cambiato la rotta del suo predecessore Gian Mario Spacca e appare entusiasta della costruzione della condotta del gas. Ceriscioli, in quanto vice-commissario alla ricostruzione, ha poteri quasi illimitati sul da farsi: ad esempio potrà decidere di spostare interi paesi da una parte all’altra della cartina geografica, cancellarli e farli rinascere altrove. Certo, per farlo devono esistere comprovati rischi sismici, dettaglio che però sembra non riguardare il gasdotto, dichiarato immune a ogni scossa. Nel 2011 la Commissione Ambiente della Camera licenziò una risoluzione per impegnare il governo a modificare il percorso del tubo, allontanandolo dall’Appennino, in modo da «evitare sia gli alti costi ambientali, sia l’elevato pericolo per la sicurezza dei cittadini dovuto al rischio sismico».

L’azienda che si sta occupando della costruzione del gasdotto, la Snam, si difese parlando di valutazione d’impatto ambientale favorevole e nessun rischio. Nel 2014, però, si ricorda della caduta di un traliccio su una condotta a Pineto, in Abruzzo, con paurose esplosioni visibili a distanza di chilometri e otto feriti. Tanto per stare tranquilli.

Intanto sono già cominciate le compensazioni preventive: un anno fa, il colosso russo del petrolio Rosneft ha annunciato un proprio dono di cinque milioni di euro per la ricostruzione dell’ospedale di Amandola, in provincia di Fermo, crollato in parte dopo il terremoto del 24 agosto 2016. Rosneft è il fornitore di gas dell’Enel, che a sua volta fornirà il gasdotto transadriatico.

IL 21 APRILE, proprio a Sulmona, andrà in scena un corteo organizzato dal Coordinamento No Hub del gas, unione di tutte le realtà che da anni protestano contro la costruzione del tubo e della centrale di compressione.

Dichiarato inutile da più parti, dannoso per unanime ammissione dei vari centri di ricerca interpellati negli anni, inaffidabile come investimento secondo diverse banche commerciali, contro ogni volontà delle popolazioni coinvolte, incurante della sua installazione in territorio sismico, il tubo del gas sembra essere una delle ultime priorità del non ancora ex governo. Il fascino irresistibile della grande opera.

FONTE: Mario Di Vito, IL MANIFESTO

RENNES. È iniziato ieri mattina lo sgombero, annunciato e in grande stile, della Zad di Notre Dame des Landes, nell’estrema periferia di Nantes, nel nord della Francia. La «Zad» (zona da difendere) nasce dall’opposizione alla costruzione di un mega aeroporto nei dintorni della città sulla Loira, che sarebbe stato il più grande dell’ovest del paese. L’uso del condizionale passato è d’obbligo, visto che, circa tre mesi fa, il governo ha abbandonato l’idea dell’aeroporto, dando, di fatto, ragione a quanti si opponevano alla sua costruzione.

Da ieri, all’alba, circa 2.500 uomini delle forze dell’ordine, in assetto antisommossa, stanno presidiando la zona e procedendo agli sgomberi e all’abbattimento delle costruzioni in tutto il perimetro della Zad. Sarebbero un centinaio, stando a quanto riferisce il Ministero degli Interni, gli occupanti interessati dal provvedimento di espulsione. Sempre secondo fonti governative, si tratterebbe di persone che, senza un progetto definito, starebbero occupando illegalmente le terre sulle quali avrebbe dovuto sorgere il nuovo aeroporto di Nantes. Il progetto, che risale ormai a cinquanta anni fa, ha visto da subito una forte contrarietà, soprattutto tra gli agricoltori del posto.

Soltanto, però, una decina di anni or sono, l’occupazione dei luoghi interessati dal piano di costruzione dell’hub internazionale, si è strutturata come tale. La Zad è diventata un luogo per sperimentare e realizzare modalità alternative di produzione (agricola soprattutto, ma anche artigianale), che hanno attratto e unito realtà differenti tra loro, in un ecosistema assolutamente originale.

In un gioco politico estremamente raffinato, i governi che si sono succeduti hanno evitato di affrontare la questione, sino al referendum organizzato nel 2015 sotto la presidenza Hollande, che, sul finire di giugno, decise di consultare gli abitanti del dipartimento (Loire-Atlantique), interessato dal nuovo aeroporto.

I Sì al progetto furono più del 50%, lasciando così intendere, che nulla avrebbe più ostacolato l’inizio dei lavori. In realtà, insediatosi Macron, uno studio commissionato dall’esecutivo ha dimostrato l’inutilità, evidentemente legata a un insito anacronismo, del progetto il cui abbandono avrebbe avuto, conti alla mano, lo stesso costo per l’erario di una sua realizzazione. È successo così che il progetto di costruzione del nuovo aeroporto di Nantes è stato abbandonato, non più di tre mesi fa. L’esecutivo, però, davanti a quella che poteva sembrare una resa totale, ha deciso di dare un ultimatum a quanti occupavano le terre interessate dall’ormai abbandonato progetto d’aeroporto. L’obiettivo del governo, in buona parte realizzato, era dividere il fronte della Zad. Non è un caso, infatti, se gli sgomberi attuali sono selettivi. Non sarebbero, a conti fatti, tutti i vecchi occupanti a essere interessati dalle espulsioni, manu militari, ma soltanto coloro che non hanno dimostrato di avere un progetto reale su quelle terre. Eppure, i contorni dell’operazione restano da verificare.

L’operazione di sgombero potrebbe durare alcuni giorni, nonostante le autorità dichiarino di essere a buon punto. Per il momento, in seguito agli scontri di ieri, ci sarebbero almeno sei feriti tra gli zadisti mentre, sempre nella mattinata di ieri, un gendarme sarebbe stato ferito a un occhio. Per la serata di ieri, due manifestazioni, erano convocate rispettivamente a Nantes e a Rennes.

FONTE: Francesco Ditaranto, IL MANIFESTO

Da Piazza Vittorio passando per Piazza Maggiore, via Cavour e poi Piazza Madonna del Loreto, la marea di Non Una Di Meno è arrivata nelle strade di Roma ieri pomeriggio, cominciando intorno alle 17 il corteo preparato da mesi. Altre sono state le piazze ieri che, un po’ in tutta Italia, hanno rappresentato la costellazione ormai solida delle varie realtà presenti da Venezia a Napoli, e ancora Bologna, Torino, Milano e molte altre che – con azioni, blocchi e contando sul sostegno dei sindacati (Usb, Slai Cobas, Usi e Usi-Ait), hanno portato in piazza e nello spazio urbano decine di migliaia di donne. La novità del corteo romano è che, più dell’anno scorso, la presenza degli uomini è stata più consistente. Un’assunzione delle istanze femministe, reti e gruppi misti che lavorano in tante città italiane tenendo tra le priorità i punti che sono comuni al movimento globale in più di 70 paesi.

«Se il lavoro è molesto, molestiamo il lavoro»; «Se non te la dà non te la prendere»; «La nonna partigiana ce l’ha insegnato: il vero nemico è il patriarcato»; «L’assassino ha le chiavi di casa». Sono solo alcuni degli slogan presenti alla manifestazione romana, circondano una narrazione che in questi mesi si è svolta nei vari tavoli di lavoro, nelle 57 pagine del piano femminista antiviolenza e si collocano nella sostanza politica dei centri antiviolenza – presenti anch’essi in piazza -, nei consultori e nelle associazioni – «BeFree», solo per citare una di quelle più attive soprattutto in città – che raccontano la storia capillare di una lotta con radici ben piantate nei territori.

L’altra faccia del corteo, ovvero l’ulteriore declinazione che assume la violenza maschile contro le donne, è la molestia sessuale. Sul posto di lavoro come per strada o nelle relazioni quotidiane, la tormenta che si è sollevata a partire dalla intervista rilasciata da Asia Argento il 12 ottobre scorso non ha cessato di mostrarsi. Espandersi e diffondersi. E se uno dei punti più drammatici – andati a detrimento di quanto si andava rivelando – è stato il discredito, il fango quando non la canzonatura mista a una importante (quanto inguaribile) misoginia che genera cecità politica oltre che relazionale, quando l’attrice e regista italiana si è unita al corteo di Non Una Di Meno vi è stata la congiuntura cercata e trovata in questi mesi.

«Sorella, io ti credo», così recitavano molti dei cartelli che portavano dal #metoo al #wetoogether – nella forma di una collettiva azione di lotta. Dire alla propria sorella che le si crede non indica tuttavia una immersione in una comune e immedicabile oppressione, al contrario sta a significare che quei «liberi corpi in libera terra» hanno il desiderio di vivere felici, non più di contarsi da sfruttati o – che è peggio – da morti, anzi vogliono essere in prossimità con le proprie simili e in ascolto di quella straordinaria forza che è la presa di parola pubblica. «Avete fatto gossip sui nostri stupri, vergognatevi» ha detto seccamente Asia Argento, affiancata dalla collega Rose McGowan, ad alcuni reporter presenti invitandoli ad andare via.

Altro punto cruciale, come l’anno scorso ma quest’anno dotato di una drammatica evidenza elettorale, è la parola antifascismo. In certi ambienti sarà pure gratuito ricordare di essere contro i fascismi e che Non Una Di Meno si dispiega come insorgenza antifascista e antirazzista, ma di questi tempi è invece efficace tornare all’essenziale di poche e necessarie parole. Perché situano in una storia che va interrogata, ancora e ancora.

FONTE: Alessandra Pigliaru, IL MANIFESTO

Potenza dello sciopero nel XXI secolo: contro la violenza maschile, le molestie sessuali, la precarietà. Oggi sciopero generale nazionale indetto da Usb a Usi per 24 ore dalla scuola ai trasporti locali. “Siamo marea, diventiamo tempesta”

Il movimento femminista «Non una di meno», una delle più significative novità della politica italiana, torna oggi a sfilare in 40 città in occasione dello sciopero globale delle donne dell’otto marzo. Da Roma (ore 17 da Piazza Vittorio) a Milano (due cortei: 9,30 Largo Cairoli; 18 piazza Duca d’Aosta), e poi Torino e Bologna, Bari, Salerno, Reggio Calabria, tutta la penisola sarà invasa da quella che si è definita una «marea».
«MAREA» è un concetto molto preciso che indica l’espansione, e l’imprendibilità di un movimento con le forme tradizionali del «politico» e della «rappresentanza». «Marea» è, in sé, la forma della potenza, elemento primario della politica.

«SCIOPERARE È una grande sfida perché ci scontriamo con il ricatto del lavoro precario o del permesso di soggiorno – affermano le attiviste – Scioperare può sembrare impossibile quando siamo isolate e divise e sappiamo che il diritto di sciopero subisce quotidiane restrizioni». Come quella che oggi impedirà a diverse categorie di lavoratori di aderire allo sciopero a causa delle limitazioni imposte dalle franchigie elettorali che impediscono di incrociare le braccia nei cinque giorni che hanno seguito il voto di domenica scorsa.

CONTRO QUESTE DIFFICOLTÀ la spinta di questo movimento non si è fermata. Alla giornata globale, e italiana, di sciopero hanno aderito tra gli altri Greenpeace e l’Arci, e poi Usb, Slai Cobas, Usi e Usi-Ait. I sindacati di base hanno indetto un’astensione generale nazionale di 24 ore nel lavoro pubblico e in quello privato. Parliamo di trasporto pubblico locale, treni, aerei, scuole e uffici. La saldatura con il sindacalismo è decisiva, e non è stata priva di difficoltà. In occasione dell’8 marzo dell’anno scorso ci sono state polemiche sia con la Cgil che altri sindacati di base. Ma il movimento va avanti: «Di fronte alla più grande insorgenza globale delle donne i sindacati dovrebbero cogliere questa occasione prendendo parte al processo che combatte la violenza maschile e di genere. Sono queste le condizioni della precarizzazione del lavoro».

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OGGI MOLTI AMBIENTI di lavoro saranno coinvolti dalle tematiche femministe: il piano contro la violenza maschile, un documento di 57 pagine, un’elaborazione collettiva durata mesi, un testo di spessore teorico e pratico notevole. Lo sciopero femminista è dunque più ampio dello specifico, certamente necessario, «sindacale». La lotta si svolge dentro e fuori il luogo di lavoro, dentro e fuori i rapporti di lavoro precari e intermittenti. Investe l’intera soggettività femminile, e maschile, sia quella impegnata nella produzione che quella della riproduzione. «Sovvertiamo le gerarchie sessuali. le norme di genere, i ruoli sociali imposti, i rapporti di potere che generano molestie e violenze». Qui la critica ai rapporti di produzione e immanente a quella delle forme di vita incastrate nelle culture patriarcali, autoritarie, razziste. securitarie.

LA RIVENDICAZIONE centrale del movimento è «il reddito di autodeterminazione», indipendente dal lavoro e dal permesso di soggiorno. Questo reddito è accompagnato dalla rivendicazione di un salario minimo europeo e un welfare «universale, garantito, accessibile». L’obiettivo: garantire autonomia e libertà «sui nostri corpi e sulle nostre vite. Vogliamo essere libere di muoverci».

GLI SNODI LOCALI di «Non una di meno», numerosissimi come i video e i documenti che girano in rete, hanno elaborato nei loro comunicati piccole inchieste sulla realtà del lavoro, e del non lavoro, oggi. Si denunciano le molestie sessuali sul lavoro, l’enorme disparità retributiva che penalizza le donne, in particolare al Sud. Secondo lo Svimez nel Mezzogiorno una donna (laureata) guadagna 300 euro medi in meno rispetto a un uomo. È una realtà comune, frutto di un sistema. Per questo è necessario una generalizzazione del movimento. Una convinzione che lo ha spinto a «passare dalla denuncia individuale del #metoo alla forza collettiva del #wetoogether bloccando lavoro produttivo e riproduttivo, retribuito o gratuito».

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

Il «project financing» dell’ateneo con un privato per finanziare una struttura che ripopolerà l’area abbandonata dopo la kermesse del 2015

Il trasferimento delle facoltà scientifiche dalla Città Studi all’ex area Expo è stato approvato dal senato accademico della Statale mentre gli studenti contrari al contestato piano sono stati caricati . È accaduto ieri a Milano tra via Festa del Perdono, dove si è anche svolta un’assemblea, e via Sant’Antonio dove un corteo studentesco è stato bloccato e caricato. Il rettore Gianluca Vago aveva deciso di spostare il luogo della riunione per aggirare le contestazioni annunciate.

Il dissenso contro il trasloco, più volte ribadito negli ultimi anni anche dai residenti in zona città studi, è stato ribadito e represso. «È gravissimo il fatto che dopo tutte le proteste di studenti, docenti e cittadini siano state represse senza alcuna possibilità di confronto – ha sostenuto Serena Vitucci degli studenti universitari Link di Milano – Il giorno dopo questa decisione noi studenti ci troveremmo quindi con un università indebitata fino ai limiti di legge, legata mani e piedi ad un operatore privato, e con il serio rischio che Città Studi non veda più un euro durante gli anni di transizione».

«Questo trasferimento non è un’opportunità né per l’università, costretta a ridurre i propri spazi e a traslocare in un’area di scarsissimo interesse per chiunque, né per la città di Milano che vedrebbe aprirsi un buco nel quartiere storico di Città Studi – si legge sul sito Milano in Movimento – Pur di concludere la questione al più presto è stato concepito un piano finanziario inquietante, il “project financing”, allo scopo di soddisfare governo e regione ossessionati dal trovare una soluzione per l’area Expo, ad oggi ancora vergognosamente vuota. Questo piano finanziario affiderebbe la gestione del futuro cantiere a Lendlease, un immobiliarista privato, che si prenderà carico anche dell’intero patrimonio immobiliare di Città Studi, che la Statale non è riuscita a vendere, il tutto al prezzo di un salato canone annuo. Ciò si concretizzerà nella totale delega a privati di quello che sarà il futuro dell’università e del quartiere». Contro il trasloco si sono espressi anche i cittadini dello storico quartiere alle spalle di piazzale Loreto. Il loro timore è che la zona si svuoti e sia oggetto di speculazioni immobiliari.

Il trasferimento è stato approvato con 25 sì e 7 no dal Senato accademico della Statale. Sono state sciolte le riserve che avevano vincolato il progetto alla sostenibilità finanziaria del progetto. LendLease avrebbe recepito i requisiti stabiliti dai dipartimenti interessati allo spostamento, approvati dagli organi di governo dell’ateneo e inviati ad Arexpo nell’aprile 2017.
I 135 milioni di euro stanziati per la valorizzazione dell’area Expo non sono utilizzabili dalla Statale. Lo scorso 23 febbraio alla Statale è arrivata la proposta di «project financing» di LendLease. L’ateneo è tenuto ad esaminare e negoziare entro 90 giorni. I tempi di realizzazione del Campus sarebbero di tre anni solari dalla firma del contratto alla consegna. La nuova struttura dovrebbe accogliere 18 mila studenti, 700 stranieri. A questi si aggiungono 1.800 ricercatori, e 500 tra tecnici e amministrativi. Oltre 20 mila persone che andrebbero a ripopolare l’area di Expo 2015 dove sorge, desolato, lo Human Technopole voluto dall’ex governo Renzi.

FONTE: roberto ciccarelli, IL MANIFESTO

Appurato ufficialmente con le parole di un documento governativo che tutte le previsioni di traffico prodotte nella trentennale odissea del Tav in Val Susa erano errate e fuori scala, rimane il problema, denunciato fin dal 2013 dai tecnici Notav, della ripartizione dei costi inerenti il maxi tunnel di base. Gli stessi tecnici, accademici, che hanno sempre sostenuto che i calcoli governativi sul traffico erano insostenibili, e mai sono stati creduti fino alla capitolazione governativa di qualche settimana fa.

L’appello pubblicato su queste pagine il 23 febbraio affrontava in un passaggio il problema della ripartizione dei costi: «assumendosi, (l’Italia, ndr) in maniera del tutto irrazionale, l’onere del 58% delle relative spese benché esso insista sul territorio italiano solo per il 21%». Tale suddivisione dei costi «del tutto irrazionale» è probabilmente apprezzata oltralpe, dato che nel dossier francese di Inchiesta pubblica del 2006, preliminare alla Dichiarazione di Utilità pubblica del tunnel, è possibile leggere questa frase che spiega i termini dell’accordo: «L’operazione è positiva per la Francia a causa dell’assunzione della maggior parte dell’investimento da parte dell’Italia». Gli italiani sono generosi, si sa.

I tecnici del PresidioEuropa, anch’essi in passato bollati come «sedicenti», sostengono: «Il costo di questo tunnel di 57,2 km, accettato dal Ministero delle Infrastrutture italiano e riportato a pagina 9 della Delibera CIPE n. 67/2017, è di 9,6 miliardi, mentre i due soci, al netto del contributo a fondo perduto dell’Unione Europea di 3,4 miliardi, devono così contribuire: Italia € 3,6 miliardi ossia € 293,5 milioni al km, Francia € 2,6 miliardi, ossia € 57,9 milioni al km, costo al km inferiore di 5 volte».

E avanzano la proposta: «Rimediare a questa assurda asimmetria sarebbe facile: Italia e Francia sottoscrivono un altro accordo per la Torino-Lione per stabilire la nuova ripartizione dell’investimento in base ai km di proprietà. La Francia dovrebbe aumentare la sua quota di 2,3 miliardi, quasi raddoppiando il suo contributo da 2,6 a 4,9 miliardi di euro.

L’Italia così ridurrebbe la sua quota dello stesso importo». Questo risultato creerebbe una situazione talmente insostenibile per le casse della Francia, da farle abbandonare il progetto, dato che porterebbe altre munizioni al presidente Macron che nel suo mirino, da tempo, ha già posizionato il tunnel di base della Torino – Lione. Al momento questa suddivisione «del tutto irrazionale» su un progetto che ha visto collassare le sue motivazioni trasportistiche, non è ancora oggetto di approfondimento.

Sono invece state esposte mercoledì scorso al Commissario straordinario del governo per la Torino – Lione, Paolo Foietta, le ragioni per cui la grande opera Tav si deve ancora fare. Ecco il punto dirimente che soggiace le ragioni di questa scelta: «Dal 1997 ad oggi la quota di traffico merci che utilizza l’autostrada tra Italia e Francia è passata dal 77% al 90%, con un forte impatto sull’ambiente lungo l’arco alpino dove attualmente circolano 42,5 milioni di tonnellate di merci, con quasi 2 milioni e 800 mila tir». Quindi, par di capire, il Tav deve essere realizzato perché ci sono troppi camion. Si passa quindi dagli esorbitanti flussi merce, inesistenti, a ragioni ambientali ecologiche. Componente quella ecologista per altro sempre presente, ma meno propagandata rispetto la «saturazione dell’infrastruttura storica»: linea ferroviaria per altro ammodernata nel 2011 sul tratto italiano, con un investimento pari a 107 milioni di euro.

Ma torniamo alla giusta considerazione che i tir inquinano e ce ne sono troppi sulle strade. Nel luglio del 2011, quando in val Susa esplodevano moti di piazza, iniziarono dal lato francese i lavori di scavo della seconda canna del tunnel autostradale del Frejus, per ottemperare alle direttive comunitarie delle gallerie inserite nella rete Ten-T.

Originariamente per motivi di sicurezza, poi per motivi commerciali. La seconda canna, lunga 12,848 km entrerà in esercizio nel 2019, rendendo così il traforo del Frejus la più lunga galleria europea a doppia canna. Un investimento importante, che ovviamente stimolerà il traffico su gomma anziché a frenarlo: i costi sostenuti sino ad ora ammontano a 127,3 milioni di euro per la parte italiana.

È questa una della tante bizzarrie che hanno fomentato l’opposizione non solo alla grande opera, ma allo Stato, percepito come un avversario di cui dubitare: raddoppiare i tunnel autostradali quando si vuole diminuire il traffico merci su gomma. Una scelta coerente, facilmente comprensibile da tutti.

FONTE: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

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