Movimenti

Sono già centinaia le adesioni alla manifestazione nazionale contro il razzismo che si terrà il 21 ottobre a Roma. E altre adesioni continuano ad arrivare da associazioni, organizzazioni non governative, forze sociali e politiche.

Il punto di incontro è Piazza della Repubblica da cui il corteo prenderà il via alle 14.30 verso Piazza Vittorio Emanuele, attraversando Viale Einaudi, Piazza dei Cinquecento, Via Cavour, Piazza dell’Esquilino, Via Liberiana, Piazza S. Maria Maggiore, Via Merulana, Viale Manzoni e Via Emanuele Filiberto.

Il corteo sarà aperto dallo striscione «Contro il razzismo, per la giustizia e l’uguaglianza», portato da giovani rifugiati e da richiedenti asilo, seguito dallo striscione di #italiani senza cittadinanza.

Arrivati a Piazza Vittorio, i manifestanti saranno accolti da interventi dal palco, dalla musica e dalle testimonianze di giovani di origine straniere.

Prima della manifestazione, al mattino, nel campo sportivo XXV Aprile a Pietralata si svolgerà un torneo di calcio tra squadre multietniche, formate da ragazzi residenti negli Sprar e ragazzi italiani. A dare il calcio di inizio saranno l’Atletico San Lorenzo e la Rfc Lions di Caserta.

A sostegno della manifestazione, la lettera di personalità come Don Raffaele Nogaro, don Luigi Ciotti, Andrea Camilleri, Toni Servillo, Carlo Petrini, Enrico Ianniello, Luciana Castellina, Moni Ovadia, Giuseppe Massafra.

Per informazioni sulla manifestazione, è possibile visitare la pagina Facebook.

Le realtà che vogliono aderire possono inviare una mail a: 21ottobrecontroilrazzismo@gmail.com

FONTE: IL MANIFESTO

Comincia oggi a Ischia il G7 dei ministri dell’Interno, preludio al passaggio di consegne della presidenza del Gruppo dall’Italia al Canada. Il governo Gentiloni replica il modello inaugurato da Berlusconi al G8 del 2009: allora i lavori furono spostati da La Maddalena a L’Aquila, a tre mesi dal sisma, per dare «un forte segnale di rilancio». Anche l’isola del golfo di Napoli è stata scelta dopo le scosse del 21 agosto, come se il vertice fosse una passerella per attrarre turisti. Del resto oggi le delegazioni faranno appunto i turisti, i lavori inizieranno domani mattina e termineranno intorno alle 13.

Al summit partecipano i ministri di Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Usa. Ci saranno anche il Commissario europeo per le Migrazioni, Dimitris Avramopoulos; il Commissario europeo per la Sicurezza, Julian King; il Segretario generale dell’Interpol, Jurgen Stock. Per la prima volta si siederanno al tavolo anche i rappresentanti dei colossi del web: il vicepresidente degli Affari europei di Microsoft, John Frank; il capo delle Politiche di controterrorismo di Facebook, Brian Fishman; il capo delle Politiche pubbliche e di governo di Twitter, Nick Pickles; il vicepresidente delle Politiche pubbliche di Google, Nicklas Lundblad. Sono loro che gestiscono i Big data ai quali vorrebbero accedere i governi.

Manager e ministri discuteranno di prevenzione «per contrastare l’uso di internet da parte dei terroristi; lotta ai foreign fighter e attività di depotenziamento degli estremisti». Si cercherà di raggiungere un’intesa con i quattro player: «Più dell’80% delle conversioni – ha spiegato Minniti – avvengono su internet» dove poi si organizzano le cellule. King ieri ha indicato la legge italiana per la prevenzione della radicalizzazione come modello per gli altri paesi: «L’aspetto innovativo è il coinvolgimento di diversi settori, forze dell’ordine, scuole, carceri: una delle sfide maggiori è il reinserimento di chi rientra dalla Siria, soprattutto i non combattenti come donne e bambini. Sono circa 8mila le persone segnalate a Europol che potrebbero tornare in Europa».

Ischia Porto, intanto, da ieri è blindata: 1.800 unità delle forze dell’ordine presidiano strade e vicoli intorno Punta Molino, droni che sorvegliano dall’alto, circolazione di moto e vetture bloccata, scuole e tribunale chiusi. È stato però autorizzato il corteo Stop G7: oggi sbarcheranno 200 manifestanti che potranno sfilare solo nell’area pedonale, a un chilometro dal vertice. Ieri ci sono state tre azioni a Napoli: manifesti contro la riunione dei ministri sono stati affissi all’ingresso del Consiglio regionale e degli uffici regionali, mentre un gruppo è salito sul balcone di Palazzo Reale dove ha srotolato lo striscione «No G7 per un mondo senza confini». Ancora a Napoli, domani alle 16, ci sarà un’assemblea all’aula delle Mura Greche dell’università Orientale: «L’imbroglio securitario, le leggi Minniti, la guerra ai poveri e i diritti negati» a cui parteciperanno alcuni eritrei ed etiopi sgomberati a Roma da piazza Indipendenza. La sera concerto dei Terroni Uniti a piazza del Gesù. Sabato manifestazione con partenza alle 16 da piazza Garibaldi.

FONTE: Adriana Pollice, IL MANIFESTO

C’è il ragazzo romano di 17 anni obbligato «a pulire i tavoli e bagni da Mc Donalds», mentre studia al liceo. E poi il racconto dei ragazzi napoletani di un istituto tecnico, indirizzo di biotecnologie ambientali. Loro sono finiti in un prosciuttificio e in un agriturismo dove hanno lavorato i prosciutti, zappato e operato in una serra.

UNA RAGAZZA ha raccontato la sua esperienza di commessa in un negozio di scarpe in periferia a Roma. Lei, in realtà, fa il liceo: «Se mi avessero mandato in centro, almeno avrei parlato con i turisti in inglese o francese», dice sconsolata. Attività non connesse con i piani di studio, centinaia di ore sprecate in attività che, probabilmente, non avranno seguito.

«TEMPO INUTILE»: è la sintesi, efficace, degli studenti del sistema di «alternanza scuola-lavoro» inventato e reso obbligatorio dalla «Buona Scuola» di Renzi per 1,5 milioni di studenti delle scuole superiori. Ragazzi vincolati ad andare fino in fondo perché la relazione sul loro «tirocinio non professionalizzante» influirà sul voto dell’esame di maturità. Un sistema «unico in Europa» rivendica il ministero dell’Istruzione sul sito dedicato. Parere molto diverso, invece, è quello degli studenti che ieri hanno manifestato contro questa «unicità» in settanta città, nel primo sciopero dell’autunno.

DA ROMA A PALERMO, da Genova a Bari è stato ribadito che «Non siamo i vostri schiavi», lo slogan più gettonato. E poi: «Lavare i piatti non è formazione», così come non lo è «fare le fotocopie in una multinazionale». «Esperienza che così come sono fatte di formativo non hanno nulla». «Non siamo merce». E ancora: «Il lavoro dev’essere pagato, lo studente non deve essere sfruttato». Più che all’alternanza scuola-lavoro, abbiamo letto su un enorme striscione rosso a Roma che gli studenti vogliono «salari e diritti in alternanza». È tornata a fare capolino tra cortei nutriti (10 mila ragazzi in piazza in Puglia) una sensibilità forte e comune è stata scritta sui cartelli e sugli striscioni, urlata in slogan che hanno evocato il ritorno di una «generazione ribelle», la necessità di un «contrattacco» dopo anni di arretramento provocato dalle «riforme» come quella sulla scuola, o il Jobs Act.

A MILANO ci sono stati lanci di uova e fumogeni contro alcune sedi delle aziende che hanno firmato i protocolli di «alternanza scuola-lavoro» con il Ministero dell’Istruzione: Mc Donald’s, Zara e Edison, in particolare. A Palermo un sit-in di un gruppo di studenti, non autorizzato, ha creato tensioni con la polizia. Un livello di dissenso simbolico che tuttavia è stato stigmatizzato dalla ministra dell’Istruzione Fedeli come «vandalismo». L’ormai scarsa abitudine al conflitto, e ai suoi linguaggi, porta in questo paese a declinare profonde ragioni politiche, sociali ed esistenziali profonde nei termini del «decoro» urbano.

A BOLOGNA è stata presa di mira la multinazionale olandese Randstad che si occupa di selezione e formazione del personale per Fico, la Disneyland del cibo di prossima apertura. A rivendicare il blitz, «Cseno-Collettivo studentesco Senza Nome» e Link-studenti indipendenti: «Per la Fedeli è FICO sfruttare gli studenti». Sono stati attaccati poster che rappresentavano «le figure che più vogliono gli studenti inseriti nel precariato: Renzi, Farinetti e la ministra Fedeli». A Bologna Fico recluterà 20 mila ragazzi in «alternanza».

DALLA LEVA OBBLIGATORIA al precariato obbligatorio. Ieri come oggi i giovani sono l’oggetto di una sperimentazione. L’«alternanza» – abbreviata con l’acronimo di «Asl» – non è un tirocinio a un lavoro specifico, con precise competenze. Al contrario insegna a essere disponibili a un lavoro qualsiasi, non a trovare la propria libertà anche attraverso un lavoro. La terza generazione del precariato (dopo quella del «pacchetto Treu del centro-sinistra anni Novanta e quella dei governi Berlusconi) oggi deve abituarsi al lavoro gratuito e affrontare, sin da piccoli, il rischio di restare vittima di abusi e violenze, fisiche e psicologiche in quel mondo più grande che chiamano «lavoro».

***Che cos’è l’alternanza scuola-lavoro
L’alternanza scuola-lavoro, obbligatoria per tutti gli studenti dell’ultimo triennio delle scuole superiori, è una delle innovazioni della legge 107 del 2015 (La Buona Scuola). Prevede che gli studenti (1,5 milioni quelli coinvolti) passino del tempo fuori da scuola (200 ore per i licei, 400 ore per tutti gli altri istituti) da dedicare al lavoro in enti o imprese (per ora sono 200mila compresi associazioni sportive e di volontariato, enti culturali, istituzioni e ordini professionali). Il progetto è finanziato con 100 milioni l’anno più altri 140 milioni stanziati con il Programma operativo nazionale scuola.

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

TORINO. Di fronte alla lapide di marmo rosa che commemora il partigiano Domenico Petruzza, fucilato dai nazifascisti nel 1944, il lancio di alcuni potenti petardi – e la relativa risposta a suon di lacrimogeni – dà inizio al clou della lunga manifestazione anti G7.

Prima del contatto, durante il quale alcuni manifestanti si sono scagliati contro il muro di polizia e carabinieri, venendo respinti a manganellate, un corteo composto da circa quattromila persone aveva camminato per chilometri: dalla periferia torinese del quartiere Vallette al centro di Venaria, cittadina che da tempo vive una nuova primavera grazie alla ristrutturazione della reggia che, fino a pochi anni fa, ospitava i muli degli alpini dove oggi si accomodano i ministri.

Al di là della barriera protettiva alzata dalle forze dell’ordine, fuori scala, i «sette grandi» portavano a termine una via crucis spacciata come «vertice»: una sorta di simposio, volto a far chiacchierare in un bel posto ministri e burocrati che dovrebbero essere gli esperti dell’industria, del turismo e della scienza.

Il comunicato finale è una lista di buoni propositi, in cui si auspica di «adottare un approccio inclusivo al mercato del lavoro, con particolare attenzione ai più deboli delle nostre società, per assicurare che nessuno sia lasciato indietro».

Poi, dato che anche nelle sale dorate dove sono barricati giungono gli echi delle esplosioni che ci sono per strada, qualche riga viene dedicata ai gruppi sociali particolarmente esposti alla perdita di un impiego e alla riduzione dei salari», come disabili, donne, giovani, lavoratori maturi «o meno qualificati». Il temino è svolto.

Giuliano Poletti, al termine del «vertice» non esita a lisciare il pelo della piazza: «Ognuno può sostenere le proprie tesi. La democrazia prevede posizioni diverse che si esprimono dentro la legge con il rispetto delle persone e delle cose. Non tutti i giovani stanno protestando, dovremmo evitare di generalizzare. Detto questo, hanno delle ragioni per sollevare problemi che conosciamo: la disoccupazione giovanile è troppo alta e dobbiamo agire per ridurla. Noi abbiamo ottenuto qualche risultato non ancora sufficiente e interverremo ancora nella prossima legge di bilancio».

Troppo poco per i manifestanti che urlano nei suoi confronti ogni tipo di insulto, dopo averne nuovamente ghigliottinato il fantoccio. Il corteo è partito da largo Toscana, uno dei «crateri» della disoccupazione torinese: palazzoni un tempo abitati dalle classe operaia che lavorava nelle fonderie poco lontane, oggi trasformate in centri commerciali semi deserti.

Quartieri rossi, conflittuali, oggi ripiegati su se stessi, in attesa di un lavoretto qualsiasi per i figli che non trovano un’occupazione. Un lungo cammino quello del corteo, almeno otto chilometri, alla volta della Versailles dei Savoia, che ha attraversato quartieri che non vedevano una manifestazione dagli anni ’70.

Vie dove la crisi picchia senza pietà, punteggiate di cartelli vendesi, sia per i negozi – una vera strage – che per gli appartamenti. Dai balconi si affacciano, armati di telefono, centinaia di torinesi che guardano, che non partecipano ma, in fondo, non condannano nemmeno.

In un piccolo slargo di Venaria intitolato al partigiano Aldo Canale, fucilato nel 1944, un piccolo gruppo di donne applaude, mostra il pugno chiuso e urla «bravi!».

Dei quattromila un grosso blocco è dell’autonomia, capeggiata da Askatasuna. Poi Rifondazione, i Cub, Cobas, lavoratori della logistica, alcuni migranti, Studenti Indipendenti, alcuni attivisti del M5s compresi dei consiglieri comunali.

Irene arriva da Firenze, è giovane e fa la ricercatrice universitaria: «Che ci facciamo qui oggi? Che ci facciamo come persone se la nostra voce non riesce a raggiungere nessuno che la ascolti? Cosa vuol dire che la Repubblica è fondata sul lavoro, quando invece è fondata su macerie di indifferenza?».

Ezio Locatelli, segretario provinciale di Rifondazione: «I veri distruttori non sono coloro che ancora hanno il coraggio di protestare. Sono i ministri e gli speculatori che perseverano in un politica economica distruttiva, fatta di tante belle parole».

L’ultimo petardone e il solito lancio di lacrimogeni mettono fine al vertice e al pomeriggio di «tensione».

FONTE: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

TORINO. Stanco, sotto ogni aspetto, il G7 di industria, scienza e istruzione prosegue il suo cammino verso la conclusione che tutti anelano. Ministri e funzionari governativi vivono barricati nella reggia di Venaria, tra stucchi dorati e blindati delle forze dell’ordine che vigilano sulla loro incolumità. A Torino si vedono poco, anzi non si vedono proprio: se volevano fare un po’ di turismo gli è andata male per ragioni di sicurezza. Si vogliono evitare, dicono gli organizzatori, contestazioni violente, che metterebbero a repentaglio la salute degli ospiti e soprattutto il centro città.

Ma le avvisaglie di quello che molti aspettano quale grande scontro, oggi pomeriggio, ieri mattina sono state irrilevanti. Il rito del conflitto tra forze dell’ordine e manifestanti ha assunto dimensioni così risicate da rendere perfino difficile il lavoro dei video maker, che alla fine del contatto tra studenti e polizia si lamentavano perché avevano in mano appena diciassette secondi di girato. Uno scontro rude, durante il quale alcune decine di ragazzi sono andati a farsi manganellare a mani nude, fronte fotografi, dai poliziotti armadio che li aspettavano. Cinque feriti, un fermo, titoli sui giornali, tutti a casa.

Intorno alla scena che ha catalizzato l’attenzione mediatica circa 700 giovani che si rendono già conto, a quindici anni, che il futuro che loro si prospetta è precario, fondato già oggi sulla povertà incipiente.
Grande attenzione mediatica ruota invece intorno al governo cittadino a cinque stelle, spaccato tra gli entusiasti, i silenti a cui tutto va bene pur di tirare a campare – la maggior parte – e i contestatori che mettono sotto accusa il G7.

Nel pomeriggio di ieri, presso la Cavallerizza Reale, gioiello barocco patrimonio Unesco da anni messo in vendita e occupato, un’assemblea ha tentato di mettere a fuoco gli stessi temi che i ministri e burocrati affrontano nell’agiata reggia di Venaria. Si sono dati appuntamento i «riders» che in tutta Italia portano in giro il cibo delle grandi catene di distribuzione sulle spalle, pedalando sotto ogni cielo. Un incontro partecipato, dato che in un grande cortile si sono dati appuntamento circa cento lavoratori del settore e non solo. Assemblea chiusa ai giornalisti, quindi seria. Al termine una piccola conferenza stampa ha messo in evidenza la volontà di proseguire nella strutturazione di una piattaforma rivendicativa comune. Primi passi verso un soggetto comune, in grado di muoversi a livello legale, come già sta avvenendo con una vertenza contro Foodora che coinvolge sei persone, oggetto un anno fa di vessazione. Ovvero l’origine di una piccola ribellione ai colossi della distribuzione del cibo che prosegue.

I partecipanti, in arrivo da tutta Italia, e qualcuno anche da Parigi e Berlino, hanno messo in evidenza la grave frammentazione che contraddistingue il rapporto di lavoro le condizioni di lavoro usuranti e rischiose, le paghe inadeguate, nonché la stucchevole e perdurante definizione di «lavoretto». Locuzione che, volutamente dicevano ieri i lavoratori, implicitamente apre le porte percettive di un mondo in cui il lavoro non è veramente un lavoro, bensì una specie di passatempo retribuito. Diversi invece hanno testimoniato che il parterre di lavoratori è sempre più composto da espulsi, adulti, uomini e donne, dal lavoro tradizionale, quello subordinato e tutelato che al tempo della competitività assoluta non va più di moda.

La riunione dei «riders», che hanno sdoganato il termine «fattorino», si è tenuta all’interno dell’assemblea fondativa del Clap (Camere del lavoro precari e autonomi) di Torino, parte di un rete che sta sorgendo in Italia. Infatti era presente, oltre ai lavoratori di Foodora, Delivoroo e altri distributori di cibo, il vastissimo mondo del lavoretto sotto ogni forma.

Sia il nuovo Clap torinese, che l’assemblea dei fattorini, si è data appuntamento per un prossimo incontro allargato. I secondi tenteranno di organizzare un’assemblea su scala europea nei prossimi mesi.
Oggi ultimo giorno di vertice, sempre alla reggia di Venaria e ultimo corteo alle due del pomeriggio, nelle strade del quartiere Vallette. Si attende la scontata dichiarazione finale congiunta che invocherà nuova flessibilità, nuova precarietà, per il bene dei giovani.

FONTE: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

qui un video di Fanpage

 

TORINO. Dal 25 al 30 settembre Torino ospiterà il G7 del lavoro, della scienza e dell’industria, ospitando i ministri dei sette paesi più industrializzati del mondo. Grande evento politico che sta catalizzando l’attenzione dei media soprattutto sul piano emotivo legato alla «sicurezza». Per ovviare a eventuali tensioni il vertice non avrà più incontri in città, ma si terrà prettamente presso la Reggia Venaria, splendido complesso sabaudo e polo d’attrazione turistica di fama mondiale.

Se i ministri hanno deciso, o chi per loro, di rinchiudersi dentro la Versailles italiana, in città diverse manifestazioni di dissenso si alterneranno. Un corteo partirà dalla periferia della città e si avvicinerà alla sede principale degli incontri. In questi giorni, alcune performance teatrali sopra le righe hanno gettato nel panico gli organizzatori che – per motivi di sicurezza – hanno cancellato gli incontri che si dovevano tenere al Lingotto e al Politcnico.

Sinistra Italiana e Possibile hanno invece deciso, ben prima che le intemperanze degli ultimi giorni catalizzassero l’attenzione mediatica, di aprire un pezzo della città da tempo abbandonato, e portarvi dentro cinque giorni di approfondimento e confronto sui temi che il G7 ufficiale impone alla città.

Tale programma prende il nome di «Proxima, il Festival del 99%», si svolgerà dal 26 settembre al primo ottobre, presso i Murazzi del Po, che così verranno riaperti dopo molto tempo. Un luogo che negli anni Novanta vide gli albori della Torino post-industriale, che si connotava per un forte interclassismo. Se il vertice dei ministri sarà barricato e difeso da ingenti forze, Proxima sarà un incontro popolare di primo piano, aperto alla partecipazione della cittadinanza e non solo.

Cinque giorni di confronto, convivialità, musica e cultura, per un politica al servizio della maggioranza della popolazione che in questi decenni ha visto peggiorare le proprie condizioni e i propri diritti sempre meno garantiti. Un luogo ove ragionare per trovare una via a sinistra che porti ad un politica al servizio di molti, con strategie e idee su come non subire passivamente le trasformazioni in corso. Perché, come dicono gli organizzatori: «Non è scritto da nessuna parte che le innovazioni tecnologiche, l’ industria 4.0 e rivoluzione digitale debbano condurre a una società sempre più diseguale».

Se il G7 del lavoro precario, perché la ricetta che verrà propagandata sarà sempre la solita, si deve tenere nella città simbolo della de-industrializzazione, Proxima si pone una filosofia della prassi opposta all’imperativo categorico del dogma neo liberale.

Si incomincia martedì 26 settembre con la presentazione del libro «Industria 4.0. Uomini e macchine nella fabbrica digitale» saranno presenti le curatrici Annalisa Magome e Tatiana Mazali con Antonio Sansone e Federico Bellone. Tra i molti si segnalano alcuni incontri di particolare importanza: sempre martedì, ore 20.30 «Piano del lavoro, l’eredità di Luciano Gallino» con Giorgio Airaudo, Pietro Garibaldi, Susanna Camusso. Mercoledì 27 Rocco e Albanese e Francesca Paruzzo alle ore 17 terranno un incontro dal titolo «I diritti messi alla prova». Giovedì 28 settembre, ore 20:30: “99%. Per tanti, non per pochi», con Nicola Fratoianni, Yanis Varoufakis, Maurizio Landini, Lorenzo Marsili.

Marco Grimaldi, segretario regionale di Sinistra Italiana, è colui che ha fortemente ha voluto questa settimana di lavori: «Loro, i sette grandi, saranno fuori, chiusi nella Reggia di Veneria. Noi, che vogliamo invece una politica al servizio di quella massa che in questi decenni ha visto diminuire reddito, possibilità e diritti, staremo sulla strada a riaccendere le luci della nostra città. Vogliamo mettere i riflettori addosso ai generatori della crisi. Chi ha nascosto il bottino nelle isole del tesoro, fatto profitti sulle spalle dei lavoratori, tolto il futuro alla nuove generazioni».

Qui il programma completo

FONTE: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

Movimenti. «Militanti, studenti, artisti, poeti, musicisti, scrittori costituiranno il nostro esercito. Sarà una mobilitazione collettiva volta a dimostrare che il dialogo tra le arti costituisce a tutti gli effetti una rivendicazione politica»

Sabato 23 settembre a Milano il collettivo «LUMe – Laboratorio Universitario Metropolitano», sgomberato quest’estate dalla sede in vicolo di Santa Caterina 3/5, promuove un corteo a Palazzo Marino. Si parte alle 16 da piazza San Nazaro e si arriva a Piazza San Fedele dove alle 18 avrà inizio l’«Assedio Culturale». «Militanti, studenti, artisti, poeti, musicisti, scrittori costituiranno il nostro esercito – sostengono gli attivisti – Sarà una mobilitazione collettiva. La cultura è per noi come il pane: ce ne vuole molta e deve costare poco. Non basta tuttavia offrire cultura gratuita: le centinaia di eventi culturali sponsorizzati da multinazionali e banche, sono nemici parimenti pericolosi. Il Comune di Milano e le realtà artistico-culturali cittadine decidano da che parte stare. Lanceremo un messaggio forte e chiaro alla metropoli».

FONTE: IL MANIFESTO

BERLINO. Fine custodia cautelare: mai. È barbarico, ma è la legge tedesca. Ne stanno facendo le spese cinque ragazzi italiani arrestati oltre due mesi fa, nei giorni del G20 di Amburgo, a margine degli scontri tra polizia e manifestanti. Nessuno di loro è stato colto in flagrante, ma sono accusati di “tentata violenza” o “disturbo della quiete pubblica” in base a prove a dir poco inconsistenti. E rischiano pene micidiali, come fa pensare la sentenza inflitta il 28 agosto a un ragazzo olandese, Peike S., il primo condannato del G20 di Amburgo. I giudici gli hanno dato due anni e sette mesi per aver tirato due bottiglie vuote contro un poliziotto. Una risposta zelante dei magistrati alla richiesta del sindaco della città anseatica, Olaf Scholz, di usare la “linea dura” contro i manifestanti, formulata all’indomani del disastroso vertice. Un summit gestito in maniera dilettantistica anzitutto dalle autorità cittadine. Jamila Baroni è la madre di uno dei cinque italiani, Fabio Vettorel. È appena andata a trovare il figlio diciottenne nel carcere giovanile di Hahnofersand. «Sta abbastanza bene ma è stanco di questa situazione. Fabio non sa ancora spiegarsi perché lo hanno arrestato », ci racconta al telefono. Da Belluno, Jamila si è trasferita praticamente ad Amburgo da due mesi. «Certo, lui era convinto che andare al summit di Amburgo fosse la cosa giusta da fare, ma era la sua prima grande manifestazione, il suo primo viaggio importante all’estero». I media tedeschi parlano di un arresto avvenuto mentre Fabio prestava soccorso a una ragazza che si era fratturata una gamba e cercava di evitare che venisse travolta dalla folla. Persino per la conservatrice Welt sono prove ridicole contro di lui. E dal 3 agosto, dopo un’intervista in tv, Fabio ha subito una restrizione della custodia cautelare: per tre settimane non ha potuto vedere nessuno.

Dal 7 luglio scorso lui, Riccardo Lupano, Emiliano Puleo, Alessandro Rapisarda e Orazio Sciuto sono rinchiusi a Billwerder o a Hahnofersand, quasi tutti per fumose accuse. Che stiano in carcere da allora è frutto di un’altra norma discutibile. I giudici hanno rifiutato a tutti il rilascio perché ritengono ci sia «il pericolo di fuga ». I tedeschi, invece, sono tutti fuori. Il console italiano a Hannover, Flavio Rodilosso, interpellato al telefono, sottolinea che «hanno rilasciato i tedeschi perché hanno la residenza in Germania. Che possano comunque fuggire, è un altro discorso». Ma la logica astrusa è che chi non ha la residenza in Germania, è rimasto dietro le sbarre. E nella sua interrogazione parlamentare sul caso, Laura Puppato (Pd) ha ricordato che al livello internazionale il Paese di Merkel è famoso per una carcerazione preventiva «particolarmente afflittiva e discriminatoria nei confronti dei cittadini stranieri».

Peraltro, c’è attesa che il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, risponda alle tre interrogazioni parlamentari che sono state già presentate sul caso. Nei prossimi giorni anche il senatore Luigi Manconi ne deporrà una. Intanto, gli avvocati sono inferociti: Gabriele Heinecke parla, nel caso di Fabio, di un impianto accusatorio in cui gli starebbe cercando di buttare addosso «tutto quello che è accaduto durante il summit di Amburgo». Martin Dolzer, deputato della Linke che sta seguendo il caso dall’inizio, sospetta di un «segnale forte che il governo e parte della giustizia tedeschi vogliono dare a tutti coloro che in futuro vorranno protestare in Germania».

Lo pensa anche la madre di Emiliano Puleo, trentenne di Partinico, militante di Rifondazione: «Mio figlio non c’entra assolutamente nulla con i black bloc», ci dice al telefono dalla Sicilia. Fina Fontana racconta che «non c’è uno straccio di prova, né fotografica, né video» a carico del figlio; c’è un poliziotto che sostiene di averlo visto lanciare due bottiglie. «Pensi che si ricordava le marche delle bottiglie, ma non il fatto che Emiliano porti la barba o che zoppicasse per una storta del giorno prima». Secondo la procura, si sarebbe macchiato di “tentate lesioni”. A Fina viene una risata amara: «Mio figlio, in 30 anni, non ha mai fatto male a una mosca».

Fonte: TONIA MASTROBUONI, LA REPUBBLICA

Almeno diecimila persone in corteo a Bologna per «riaprire Làbas» ieri hanno cambiato il segno dell’estate dei manganelli e degli sgomberi. Tra i portici e i viali ha sfilato una densa rappresentanza plurale, e non riconciliata, della sinistra politica, dei movimenti e dei sindacati che hanno risposto all’appello degli attivisti dell’ex Caserma Masini sgomberata l’8 agosto scorso insieme al laboratorio Crash. Altrove diviso, spesso invisibile, stretto dalla repressione, questo schieramento è stato il risultato di una campagna efficace e l’effetto della percezione di un pericolo estremo: il deserto politico chiamato «legalità» e «decoro».

Gli sgomberi di Crash e Làbas sono stati considerati la goccia che ha fatto traboccare il vaso tanto a Bologna, quanto nel resto del paese. L’apice di una stagione di eventi drammatici, come quello dei rifugiati eritrei da piazza Indipendenza a Roma, mentre la politica è in ostaggio dai poteri di polizia e della magistratura. In questo vuoto democratico, dove prevalgono le istanze di una legalità astratta e un razzismo diffuso, ieri è stata data una risposta di segno opposto. «Ogni città prende forma dal deserto a cui si oppone» sostengono gli attivisti di Làbas.

Non è mancata l’ironia sui paradossi della situazione. «Il popolo di Bologna sa tenersi cari i suoi poeti e anche i suoi ribelli – ha detto all’inizio del corteo Lodo Guenzi, il cantante de «Lo Stato Sociale», citando beffardamente una prolusione del sindaco Merola su Freak Antoni degli Skiantos – Una persona che piange al suo funerale faccia in modo che i ribelli di oggi diano nuova vita alla loro città».

A metà agosto su questa assegnazione è scoppiato un conflitto tra il sindaco e i magistrati bolognesi, contrari a questa soluzione. Per gli attivisti di Làbas, invece, si tratta di «una straordinaria conquista per la città» perché «ci permette di dare continuità e non disperdere le attività» che hanno riscosso il consenso degli abitanti di San Vitale. Il senso di questa «conquista» è considerato anche rispetto alle altre realtà sgomberate (Crash, che terrà un concerto-protesta in piazza Verdi giovedì 14) o sotto sgombero (XM24).La manifestazione è stata preceduta da un risultato importante. In una lettera il sindaco di Bologna Virginio Merola ha assicurato che entro due mesi sarà data a Làbas una soluzione «ponte». L’opzione più accreditata è quella di vicolo Bolognetti, già sede del quartiere San Vitale dove per cinque anni ha operato l’occupazione. Le attività di Làbas dovrebbero trasferirsi in seguito nell’ex caserma Staveco, dove sono previsti anche i nuovi uffici giudiziari. «Pensate che bello, gli uffici della legalità accanto alla vita della società. Comune è quello che fate voi, questo è il comune» ha ironizzato Alessandro Bergonzoni a una piazza XX settembre gremita.

Il ritorno alla politica potrebbe arrestare la catena di sgomberi e rimettere in discussione il «Piano Operativo Comunale» (Poc) con il quale la giunta Merola (Pd) intende ridisegnare il futuro urbanistico di Bologna. Làbas chiede un cambio del Poc e un uso socialmente utile degli spazi e delle case vuote. Il criterio è quello della rigenerazione urbana realizzata attraverso processi di partecipazione e auto-governo, necessari per affrontare l’emergenza abitativa e la richiesta diffusa di culture e relazioni. Su queste pratiche a Bologna si può avviare un «processo di convergenza» tra «migliaia di persone» sostiene Detjon Begaj, consigliere di Coalizione civica nel quartiere di Santo Stefano.

Questo processo dovrebbe essere «sostenuto da attività organizzate dal basso che mirano a costruire qualcosa con le persone e non per gli utenti» sostiene un documento che ha raccolto l’adesione dell’XM24, Consultoria, Usb Asia e altre realtà. Una dialettica «non riducibile alla forma associativa o al patto collaborativo» precisano. Si tratta di una critica alla sussidiarietà del welfare che trasforma l’auto-organizzazione in un erogatore di un servizio che lo Stato non intende più fornire, e non in un «laboratorio di sperimentazione politica dal basso». In questa tensione, tipica di una democrazia conflittuale, si è collocato il corteo a cui hanno partecipato anche Maurizio Acerbo (Rifondazione), Giorgio Cremaschi (Eurostop) e i sindacati di base (Adl Cobas, Usb).

«L’amministrazione deve cogliere la ricchezza del corpo più profondo – sostiene Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana) – questi progetti non possono essere derubricati a semplice ordine pubblico». «La politica deve adattare gli strumenti amministrativi per rappresentare questa aspirazione e queste pratiche. Senza queste esperienze le città diventano più povere» commenta Federico Martelloni, già candidato sindaco e consigliere comunale per Coalizione Civica. «Il corteo ha avuto il grande merito di porre questione vere sul futuro di Bologna che vive la rivoluzione 4.0 nelle fabbriche e la trasformazione urbana – sostiene Michele Bulgarelli, segretario Fiom di Bologna – Si è creata una larga coalizione da Libera all’Anpi, all’associazionismo, realtà autogestite, partiti e sindacati a sostegno di un nuovo progetto».

FONTE: IL MANIFESTO

 

Gli studenti dell’Udu: “Il rettore della Statale Gianluca Vago ritiri la delibera e chiuda questo triste capitolo”. Il coordinamento universitario Link: “La mobilitazione continua con i docenti in sciopero: ora si finanzi l’università per abolire tutti i numeri chiusi”

L’ostinazione della Statale di Milano a imporre il numero chiuso alle facoltà umanistiche è venuta meno. L’ateneo non farà ricorso al consiglio di Stato contro la sentenza del Tar che ha bocciatola restrizione all’accesso ai corsi di laurea. Dopo giorni di confusione amministrativa – e politica, lo scacco è stato pesante – i vertici hanno lasciato la presa. Rimborseranno la tassa per la partecipazione ai test, gli studenti dovranno reiscriversi, e lasceranno la possibilità di iscriversi liberamente – e democraticamente – a Filosofia, Lettere, Scienze dei beni culturali, Lingue e letterature straniere, Storia, Scienze umane dell’ambiente, del territorio e del paesaggio. Da oggi fino al 16 ottobre 2017 le immatricolazioni resteranno aperte.

Il ricorso al Consiglio di Stato avrebbe bloccato le iscrizioni, aumentando il caos già prodotto dalla decisione di imporre il numero chiuso. Uno scenario che avrebbe fatto precipitare una battaglia ideologica in un problema di tenuta dell’intero ateneo. Lezioni bloccate, contestazioni, e un anno accademico a rischio. Da qui la decisione di soprassedere. I vertici hanno tuttavia assicurato di non demordere: «Rimandiamo al giudizio di merito la difesa delle nostre posizioni». Dunque, non finisce qui.

Ma la resa è evidente e gli studenti – che hanno manifestato in maniera veemente, ricorrendo al Tar – festeggiano una vittoria che potrebbe cambiare qualcosa nell’università italiana: una fabbrica del totalitarismo meritocratico, assediata da tagli e depressione psico-sociale.

Per le organizzazioni studentesche questo è l’inizio di una battaglia: l’abolizione del numero chiuso in un paese dove le immatricolazioni sono al lumicino e il numero dei laureati è tra i più bassi dei paesi Ocse.

«Il rettore della Statale Gianluca Vago ritiri la delibera e faccia decadere i motivi del contendere, rinunciando alla difesa e chiudendo questo triste capitolo – afferma Carlo Dovico (Udu) – I test a marzo sarebbero insostenibili e dannosi per tutto l’ateneo milanese».

«Dopo tante mobilitazioni riteniamo che questa sia una vittoria degli studenti che si sono attivati per respingere questo provvedimento iniquo. Oggi ci riuniremo in assemblea, a cui invitiamo anche tutti i docenti, per discutere di quanto è accaduto e chiedere più finanziamenti, docenti, borse di studio e spazi» afferma Serena Vitucci, rappresentante a lettere per Link – Studenti Indipendenti. «Questa vittoria è uno schiaffo a tutte le politiche universitarie attuate negli ultimi anni, è ora di invertire la rotta: servono finanziamenti e assunzioni per permettere all’università di assolvere al suo ruolo storico e sociale. Per ottenere tutto questo ci mobiliteremo con i docenti in sciopero in tutto il Paese» aggiunge Andrea Torti, portavoce del coordinamento universitario Link.

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

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