Sinistre

Dall’incontro nazionale della “Rete delle città in comune” la decisione di presentare programmi elettorali omogenei, con un processo aperto alle realtà in costruzione, nel segno della difesa del patrimonio e dei servizi pubblici, e della disobbedienza civile ai vincoli di bilancio che strangolano gli enti locali. Pisa capofila della Rete, mentre sotto la Torre Pendente il Pd diviso viene commissariato.

FIRENZE. “Che obiettivo ci diamo? Quello di resistere e avanzare, sui territori, dove il nostro ‘lavoro politico’ quotidiano è visibile, e ottiene dei risultati che ci vengono riconosciuti”. Le parole di Tommaso Grassi (Firenze riparte a sinistra) offrono una prima chiave di lettura dell’incontro nazionale della “Rete delle città in comune”. Organizzato per mettere a confronto, e spingere all’unità di intenti, le liste di cittadinanza e di sinistra presenti da un capo all’altro della penisola. Con risultati non disprezzabili, visto che fra la sessantina di partecipanti all’incontro fiorentino – ma con adesioni ben più corpose – ci sono perlopiù consiglieri comunali ma anche qualche amministratore di comuni più piccoli. Lì dove una politica di sinistra sta avendo ancora un senso, almeno agli occhi degli elettori.

Nell’imminenza del voto amministrativo di giugno, il primo risultato della giornata è stata la decisione di darsi supporto reciproco, facendo tesoro dei programmi e delle esperienze comuni. “Ai tavoli di lavoro abbiamo elaborato uno schema di linee guida programmatiche – sintetizza il pisano Francesco Auletta – da mettere a disposizione delle liste già costituite o che si costituiranno in queste settimane. Sia delle realtà che già fanno parte della Rete, che di quelle che ancora ne sono fuori ma ci seguono con interesse. Con la discriminante, doverosa, di essere alternativi alla destra ma anche ai cinque stelle e al Pd”. Insomma una scelta, chiara, di campo.
Di fronte al dato di fatto che gli enti locali sono stati le principali vittime delle politiche di austerità, al termine dell’incontro è stato preparato un documento congiunto che, pure in bozza, fa capire bene al direzione di marcia: “Presenteremo programmi politico-elettorali con la richiesta agli enti locali di ‘disobbedire’ ai vincoli che li stanno stritolando. Vincoli che non sono solo quelli della legge di bilancio. Ad esempio, come è possibile che per contrarre mutui la Cassa depositi e prestiti, che è pubblica, presti i soldi a tassi di mercato, quando li riceve dalla Bce a costo zero o quasi?”.
A seguire il tema della “re-internalizzazione” dei servizi, concretamente perseguibile anche secondo il principio “a parità di lavoro, parità di salario” fra gli addetti diretti e quelli in appalto o esternalizzati. Un’operazione da svolgere in parallelo, e in salutare controtendenza, al recupero di un patrimonio pubblico che da anni viene (s)venduto pezzo per pezzo, così come sta accadendo per le “public utilities”. Infine la battaglia civile contro le derive securitarie, dai daspo urbani alla legge Minniti-Orlando, cui contrapporre il recupero di spazi di socialità e di democrazia sostanziale. Nel segno di quelle politiche di cooperazione, solidarietà e mutualismo che ancora danno un senso alla parola “sinistra”.
Fra le città che hanno dato una spinta alla Rete spicca Pisa, dove le elezioni del giugno prossimo stanno dando l’ennesima riprova della crisi del Pd. Con l’arrivo di un commissario, il primo cittadino pratese e presidente dell’Anci Toscana, Matteo Biffoni, il cui mandato è quello di “espletare tutti i tentativi possibili per arrivare a una candidatura unitaria del centrosinistra”. Oppure convocare le primarie il 29 aprile per scegliere il candidato. Richiesta, quest’ultima delle primarie, fatta “a norma di Statuto del Pd” dall’assessore uscente e candidato in pectore Andrea Serfogli, che ha mezzo partito al suo fianco ed è appoggiato anche dalle liste civiche attualmente in maggioranza sotto la Torre Pendente. Ma non è gradito da Mdp e dal suo uomo forte, ed ex sindaco, Paolo Fontanelli.

FONTE: Riccardo Chiari, IL MANIFESTO

«A dir la verità, gli interrogativi e le domande che proponi meriterebbero un libro. Del resto la mia idea del manifesto era già negli anni ‘80 del secolo scorso che dovesse essere un laboratorio nel quale coinvolgere alcune persone appunto attorno ai temi principali».

Così inizia la nostra intervista a Rossana Rossanda.

Il risultato elettorale vede l’affermazione di due forze politiche «antisistema», il M5 Stelle «populista giustizialista» a Sud e nella coalizione di destra, la Lega, populista-razzista a Nord. Che rischio vedi?

Non credo che il maggior disastro sia la separazione fra l’Italia del nord e quella del sud, per altro non nuova. La cosa più grave è che l’Italia non è mai stata cosi totalmente a destra come dopo questa elezione.

In particolare, c’è stata una vera e propria distruzione di una delle sinistre europee più importanti.

Nel 1989, Achille Occhetto ha praticamente accettato la proposta di Craxi sulla totale colpevolizzazione del partito comunista italiano, la cui identità si poteva invece seriamente difendere, anche grazie a una specificità che non si è mai smentita, e che rendeva difficile il suo rapporto con gli altri partiti comunisti, come quello francese.

Non giova certo adesso l’insistenza sul tema «non rimane che un mucchio di macerie», sul quale anche il manifesto è stato assai indulgente.

È mancata una lettura della «società rancorosa», come diceva l’ultimo rapporto Censis? E’ la conseguenza di una visione dell’Europa subalterna alla logica monetaria e con il vincolo di bilancio finito in Costituzione?

Mantengo la tesi che proprio gli stessi dirigenti del partito comunista hanno mandato alle ortiche la tematica teorica e politica, sulla base della quale si sarebbe potuto fare, e si potrebbe ancora fare, una analisi effettiva dei processi che hanno investito l’Italia da ormai quasi un secolo.

Il risentimento espresso dal voto, come osserva già il Censis, si basa in parte anche su questa incapacità di analisi.

Dove ci sono sfruttamento e sofferenza dovrebbe esserci «rivolta» oppure costruzione di un’alternativa. Non ne vedo tracce consistenti in ItaliaRossana Rossanda

Come pensi si possa rimettere al centro la lotta per e sul lavoro, di fronte a una così diffusa frantumazione del lavoro stesso (figure professionali difformi, geograficamente sparpagliate ma anche culturalmente e produttivamente isolate); con l’estensione del precariato ad ogni livello? Il proletariato così come l’abbiamo conosciuto non esiste più, eppure la sua diffusione nel mondo non è mai stata così grande. Come leggere questa disparità tra espansione numerica e azzeramento nella consapevolezza politica?

Non penso che una lotta per difesa del lavoro sia messa in difficoltà da una sua particolare frantumazione. Questa esiste, ma è poco più che fisiologica: si potrebbe ripartire, se ne se avesse la voglia, dalla crisi del fordismo e dalla analisi gramsciana della sua natura e fine.

Ci sono anche le analisi più recenti di Luciano Gallino, che sarebbero di grande utilità (e spiegherebbero anche alcuni ragioni di fondo dei flussi elettorali).

Insomma, la vecchia esclamazione di Brecht: «Compagni, ricordiamoci dei rapporti di produzione» si potrebbe e si dovrebbe realizzare ancora oggi. Ma dovremmo fare i conti con la liquidazione del marxismo avvenuta nell’ultimo mezzo secolo, e alla quale neanche il manifesto si è realmente opposto.

Luigi Pintor già all’inizio del 2003 scriveva che «la sinistra che abbiamo conosciuto non esiste più». Che cosa rimane di quello che ci ostiniamo a chiamare sinistra? Il riformismo antioperaio di Matteo Renzi (v. Jobs act) è davvero finito con il disastro del Pd? O il neoliberismo vive in altre dimensioni? Quanto quelle macerie impediscono la ricostruzione necessaria?

Le parole di Pintor valgono purtroppo ancor oggi: fra l’altro non credo che si possa definire riformismo anti operaio quello di Matteo Renzi, ammesso che la definizione abbia un senso.

Renzi ha semplicemente obbedito alla maggioranza liberista che ha investito l’Europa e ha trovato nella classe dirigente italiana soltanto degli accordi: basta pensare alle scelte di Marchionne sulla Fiat.

Perché in Italia non c’è una sinistra legata ai nuovi movimenti anticapitalistici, che abbia forza anche numerica e capacità di convinzione – fatte le debite differenze tra queste formazioni – come Podemos, Linke, Syriza?

Non mi pare che la nostra situazione sia analoga a quella che ha dato luogo a Podemos, alla ormai vecchia Linke e a Syriza. Una traccia interessante sarebbe un aggiornamento molto preciso della situazione economica italiana alla tematica proposta dall’Unione Europea.

I vincoli dell’Unione europea «reale» hanno ridotto i poteri e i processi democratici, di fatto cancellando spazi fondanti di democrazia e obiettivi di trasformazione sociale. L’Unione europea ridotta a sola moneta unica è ancora il campo per una democrazia avanzata e progressiva?

Credo che bisognerebbe riflettere sul fatto che più che aggredire un comunismo che in Europa occidentale non c’è mai stato, quel che è stato aggredito dopo la caduta del muro di Berlino è stata una certa interpretazione keynesiana che ha caratterizzato le costituzioni europee post-belliche.

Ne ho scritto qualcosa l’anno in cui ho lasciato il giornale. Credo proprio nel mese di settembre.

La caduta del Muro di Berlino più che un comunismo inesistente in Europa occidentale, ha aggredito una interpretazione di Keynes – Rossana Rossanda

Trump è arrivato alla guida degli Stati uniti perché premiato dalla promessa populista del protezionismo. Ma «l’unica potenza rimasta» non lo è più, né economicamente né politicamente e rischia di assumere il primato di una ideologia di scontro, isolazionista e razzista. Che resta delle ragioni democratiche dall’Occidente neoliberista?

Per quanto riguarda la vittoria di Trump e la sua localizzazione, un buon libro mi sembra Populismo 2.0 di Marco Revelli. Il problema è pero che anche in Europa spunti populisti nascono dappertutto e non hanno la stessa origine. In modo particolare sono nati nell’Europa dell’Est, Cechia, Ungheria e Polonia, dove sembrano configurarsi come «sistemi».

Sarebbe interessante che il manifesto osservasse quali sono i loro temi principali, diversi da quelli degli Stati Uniti.

È possibile, con contenuti innovativi e per una possibile ricostruzione – a partire dall’analisi del 1989 – , insieme attivare movimenti intorno a nuovi temi di classe internazionali?

Sarebbe indispensabile un lungo lavoro comune, anche a livello internazionale, sulla evoluzione economica dell’Europa: per quanto riguarda Trump, non abbiamo granché da dire, e soprattutto mancano rapporti comuni con le posizioni del Partito democratico americano, molto diverso dalle posizioni europee.

In Italia si discute di un soggetto politico, dopo lo smacco elettorale e lo scarso risultato delle liste a sinistra, LeU e Potere al popolo. Anche alla luce della deriva dell’89, della fine Pci, della riduzione della politica a tecnicismi – per i quali l’affermazione del centrista Macron in Francia rappresenta forse l’ultimo significativo e vincente episodio – fino al protagonismo rottamatorio dell’era renziana anch’essa rottamata. Cosa pensi della discussione in corso?

La discussione mi pare inadeguata. Bisognerebbe iniziare dal fatto che il risultato elettorale non è stato inaspettato, bensì una logica conseguenza delle posizioni liquidazioniste del Partito Democratico e delle conseguenze della totale sparizione dei partiti socialisti.

L’affermazione di Macron in Francia è un semplice adeguamento alla scelta maggioritaria dell’Unione europea, e in particolare delle Cdu tedesca.

Dove stanno sfruttamento e sofferenza, dovrebbe esserci «rivolta» o almeno costruzione di una’alternativa.

Non ne vedo tracce consistenti in Italia: le posizioni più interessanti sono quelle di una parte del sindacato (la Fiom), ma il compito di un partito è diverso e politicamente molto più radicale.

Quanto a LeU e Potere al Popolo, mi sembra assai ingeneroso valutarne il risultato dopo una breve campagna elettorale e sotto il diluvio di populismi o estrema destra della Lega: per iniziare una ricostruzione, occorrerebbe un atteggiamento molto più seriamente analitico e unitario – Rossana Rossanda

Quanto alle liste come LeU e Potere al Popolo, mi sembra assai ingeneroso valutarne il risultato, dopo una breve campagna elettorale e sotto il diluvio dei populismi o l’estrema destra della Lega: per iniziare una ricostruzione, occorrerebbe un atteggiamento molto più seriamente analitico e unitario.

E probabilmente questo esigerebbe anche un esame che non si è fatto sull’andamento dei cosiddetti «socialismi reali».

Si tratterebbe di fare quello che Stalin ha impedito, e cioè un bilancio serio del leninismo alla fine della vita di Lenin, nei tentativi teorici del conciliarismo, che in Italia hanno avuto un seguito soltanto dopo il 1972.

Insomma, non è possibile risparmiarsi un lavoro molto ravvicinato, che in italia non è stato fatto nell’ultimo mezzo secolo.

In questo lavoro sarebbe da esaminare anche al di fuori di certe facilità «la linea togliattiana». Ricordo che con qualche esortazione ad andare in questa direzione non ho avuto fortuna neanche nel nostro giornale.

FONTE: Tommaso Di Francesco, IL MANIFESTO

COSENZA. Franco Piperno, ex leader di Potere Operaio, docente di Fisica ed esperto di astronomia, osserva le vicende italiane col telescopio dell’analisi politica, orientato anche da quel pizzico di ironia che da sempre lo accompagna.

Professore, il successo dei 5stelle e della Lega ha radici profonde? Siamo di fronte ad un fenomeno che viene da lontano?
Credo proprio di sì. Del resto questo accade pure in altri Paesi europei e negli Usa. C’è una forte crisi della rappresentanza. È un fatto che nel corso della storia si è riproposto diverse volte. Basti pensare a quel che si verificò al tempo della Repubblica di Weimar. Questa volta è un po’ più grave, perché non si tratta di un problema che possa essere risolto modificando la legge elettorale. Siamo in presenza di una sfiducia diffusa. Non è rivolta solo contro i rappresentanti, bensì contro la rappresentanza. Ho l’impressione che la diffidenza nei confronti dei rappresentanti, in quanto tali, riguardi il trasformismo, un fenomeno che l’Italia conosce bene sin dai tempi dell’unità.

È una sfiducia che travolge la sinistra in Europa a tutti i livelli?
Sì. Pensiamo alla parabola di Syriza. Tsipras è una brava persona e quelli intorno a lui non sono certo  corrotti, ma alla fine volendo prendere il potere, è il potere che li ha presi. Ed è inevitabile. Sono stato un po’ di tempo in Spagna con i compagni di Podemos e ho visto che gran parte della giornata passava ad individuare candidati, elezioni in un comune o in un altro. Questa è un’ulteriore prova della crisi della rappresentanza. Un conto è avere un’organizzazione di base, qualsiasi essa sia, e porsi poi il problema di rappresentarla. Completamente diverso è rovesciare il problema, cioè avere la rappresentanza e poi creare il movimento.

Il caso di Liberi e Uguali è forse il più melanconico. Un intero ceto politico con anni di esperienza alle spalle si è candidato a dirigere. Non è che abbiano fatto ricorso ai legami che magari venivano dalla tradizione tanto del Pci come della Dc. No, si sono offerti direttamente come ceto politico. E anche i compagni di Rifondazione e Potere al Popolo o il Partito comunista di Rizzo rischiano di essere assorbiti da codesto meccanismo. È come se ci fosse un mercato in cui compaiono questi rappresentanti. Nulla di più.

Come spiega il successo di Lega e 5stelle nel sud?
Entrambi hanno alla loro origine  elementi interessanti. Penso alla Lega di Gianfranco Miglio e alla sua idea di federalismo spinto. Il limite era che si trattava di un federalismo concepito per regioni, e niente è più disastroso degli Stati regionali. Però c’era allo stesso tempo un’esigenza contro Roma, intesa come lotta alla centralizzazione. Invece, per quanto riguarda i 5Stelle, il reddito di cittadinanza e il tema della democrazia diretta erano interessanti, ma la mia impressione è che entrambi,  Lega e  5Stelle, abbiano già fatto una brutta fine. Matteo Salvini si propone come primo ministro dell’Italia, quindi scordando tutto quello che andava fatto per costruire un’Italia federale che si sarebbe potuta costruire solo attorno alle città. Infatti, mentre le regioni sono un’invenzione, le città costituiscono la vera storia del nostro Paese.

Dal canto loro, i 5 Stelle hanno completamente abbandonato la tematica della democrazia diretta?
Sì, e in un certo senso hanno pure fatto bene, perché ci sono dei casi di democrazia diretta paradossali. Alcuni di loro, per esempio, hanno ottenuto l’elezione dopo essere stati scelti da un centinaio di persone, quando andava bene. Lo stesso Di Maio mi dà un po’ l’impressione che sia stato estratto a sorte. Non dico che non abbia delle capacità, non lo so, non posso giudicarlo. Però appare evidente che è un esempio di democrazia affidata al caso. Questa storia della rete come democrazia diretta non solo è del tutto inconsistente, ma è quanto di più qualunquistico possa esistere.

In appena due anni i grillini in Calabria sono passati dal 4% al 40% senza aver nessun consigliere comunale, regionale, in pratica senza esistere e senza nessun candidato noto. Com’è possibile?
La loro forza proviene dalla dissoluzione dei riferimenti precisi. Fossero di classe o culturali, non c’è più niente. Per ottenere la vittoria nel sud, è come se i 5 Stelle si fossero alleati con alcuni degli aspetti più riprovevoli del meridione. Per esempio, pensare che i problemi del sud debbano essere risolti dallo Stato centrale. Certamente nel risultato che hanno ottenuto c’è una componente di protesta che va considerata, ma accanto ad essa c’è anche dell’astuzia.

FONTE: Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti, IL MANIFESTO

NAPOLI.Comincia da Napoli la marcia della prima lista transnazionale per le elezioni europee del 2019, nata su impulso del movimento Diem25, fondato da Yanis Varoufakis, e di Dema, il partito del sindaco partenopeo Luigi de Magistris, con Génération-s di Benoit Hamon, movimento sorto dopo la sconfitta dello stesso Hamon alle presidenziali francesi sotto le insegne del Partito socialista. Ieri si è tenuto in città il primo coordinamento.
Lorenzo Marsili ha illustrato l’agenda: «È importante partire da Sud e da Napoli. Ad aprile un nuovo incontro, a maggio avremo il programma, a settembre il candidato alla presidenza. Abbiamo lanciato una open call per chiedere a cittadini e movimenti di aderire».

Il sindaco (che non esclude di candidarsi) mette Napoli pienamente all’interno del processo di costituzione di una lista dei popoli e delle città ribelli «contro l’Europa dei fascismi e dei nazionalismi. Abbiamo dimostrato che si può mettere insieme rottura del sistema e affidabilità di governo». Nel gruppo dei fondatori anche Alternativet (Danimarca), Bündnis (Germania), Livre (Portogallo) e Razem (Polonia).

L’incontro con la stampa comincia con Varoufakis che suona al pianoforte The train leaves at eight: «Da Napoli sta partendo un treno, per ora marcia piano ma con le porte aperte a tutti per cambiare l’Europa. La speranza muore quando il popolo pensa di non aver alternativa. Siamo qui per incamminarci su un’altra strada: un unico programma che porterà speranza per minoranze, lavoratori, imprenditori creativi. Il modo in cui è costruita l’Europa, il mercato unico, è insostenibile, sta implodendo».

Presentare una lista transnazionale quando Bruxelles le ha vietate non è un problema: «È una crisi sistemica, allo stesso modo in cui l’establishment rifiuta di introdurre politiche razionali per risolvere la crisi così rifiuta le liste transnazionali. Noi le simuleremo utilizzando le regole esistenti per bypassare i divieti».

Sulle elezioni politiche italiane Varoufakis è netto: «Nessuno ha vinto, le speranza tra la gente è al minimo. Il termine populismo è abusato, bisogna valutare i programmi di Lega e 5S. Il Movimento ha messo su tavolo una serie di proposte, alcune interessanti, ma il diavolo si nasconde nelle aggiunte, deve essere valutato sugli effetti reali. Il reddito di cittadinanza è una misura presente in molti Paesi, io sono favorevole. Bisogna vedere quanto viene finanziata e se verranno eliminate altre misure di welfare per tenerla in campo. Sull’Europa poi non hanno una proposta seria che faccia respirare l’Italia e cambi il continente».

«La Lega – continua – propone invece la Flat tax che è una misura brutale, toglie soldi ai poveri per spostare la ricchezza verso i ricchi. I 5S hanno la sola possibilità di fare il governo con il Pd e il Pd porterà dentro l’establishment. Noi vogliamo invece occupare gli spazi anche moderati che ci sono nell’Ue mentre pratichiamo la disobbedienza sui territori contro i diktat di Francoforte e Bruxelles».

Hamon, dopo la disfatta del Psf al 6%, cerca una nuova via a sinistra, differente da La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon (che ha sfiorato il 20% alle presidenziali): «Macron e Merkel uniscono le élite e spingono per un programma fondato su austerità e oligarchie che sta però frantumando il continente. Al tempo stesso i nazionalisti stanno unendo le paure per disintegrare l’Ue. Alla fine sono due spinte differenti che hanno lo stesso esito finale. Noi uniamo le forze per riscoprire un progetto originale che migliori la vita delle persone. Abbiamo fiducia nella democrazia e nella gente».

E sulla crisi delle socialdemocrazie: «Una parte della sinistra si è spostata a destra, in Francia, Germania, Italia, ed è scomparsa. Un’altra parte della sinistra pensa che per riconquistare il popolo deve smettere di essere europeista. Noi pensiamo che la questione sociale e quella ecologica abbiano bisogno di una nuova sinistra europea».

Sui 5S: «Dicono cose interessanti ma hanno anche tante contraddizioni. L’impressione è che siano contenti di vincere le elezioni ma non so quanto siano contenti di governare. Non vogliamo mancare di rispetto agli elettori, che con il voto ci dicono che l’Europa cosi com’è non va bene, ma noi abbiamo un altro progetto».

FONTE: Adriana Pollice, IL MANIFESTO

L’Italia del day after non ce la dicono i numeri, le tabelle dei voti. Ce la dicono le mappe, ce la dicono i colori. Ed è un’Italia irriconoscibile, quasi tutta blu nel centro nord, tutta gialla nel centro sud. Verrebbe da dire: l’Italia di Visegrad e l’Italia di Masaniello.

L’Italia di sopra allineata con l’Europa del margine orientale, l’Europa avara che contesta l’eccesso di accoglienza e coltiva il timore di tornare indietro difendendo col coltello tra i denti le proprie piccole cose di pessimo gusto: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, passando per il corridoio austriaco…

L’Italia di sotto piegata nel suo malessere da abbandono mediterraneo, nella consapevolezza disperante del fallimento di tutte le proprie classi dirigenti, e in tumultuoso movimento processionale nella speranza di un intervento provvidenziale (un novum, qualcuno che al potere non c’è finora stato mai) che la salvi dall’inferno.

L’una attirata dal flauto magico della flat tax, l’altra da quello del reddito di cittadinanza.

In mezzo il nulla, o quasi: una sottile fascia, slabbrata, colorata di rosso nei territori in cui era radicato il nucleo forte dell’insediamento elettorale della sinistra, e che ora appare in progressiva disgregazione, con i margini che già cambiano.

Bisognerà ben dircelo una buona volta fuori dai denti, se non altro per mantenere il rispetto intellettuale di noi stessi: in questa nuova Italia bicolore la sinistra non c’è più. Non ha più spazio come presenza popolare, come corpo sociale culturalmente connotato, neppure come linguaggio e modo di sentire comune e collettivo. Persino come parola. La sua identità politica, un tempo tendenzialmente egemonica, non ha più corso legale. L’acqua in cui eravamo abituati a nuotare da sempre è defluita lontano – molto lontano – e noi ce ne stiamo qui, abbandonati sulla sabbia come ossi di seppia. Disseccati e spogli.

NON È UNA «SCONFITTA storica», come quella del ’48 quando il Fronte popolare fu messo sotto dalla Dc atlantista e degasperiana, ma non uscì di scena. È piuttosto un «esodo». Allora il giorno dopo, come dice Luciana Castellina, si poté ritornare al lavoro e alla lotta, perché quell’esercito era stato battuto in battaglia ma c’era, aveva un corpo, messo in minoranza ma consistente, e nelle fabbriche gli operai comunisti ritornavano a tessere la propria tela come pesci nell’acqua, appunto.

Oggi no: la sinistra del 2018 (se ha ancora un senso chiamarla così) non è stata messa sotto da nessuno. Non è stata selezionata come avversario da battere da nessuno degli altri contendenti. Se n’è andata da sé. O quantomeno si è messa di lato. Gli elettori si sono limitati a sfilarle accanto per andare altrove. Come si lascia una casa in rovina. Ha ragione Roberto Saviano quando dice che i blu e i gialli hanno potuto occupare tutto lo spazio perché dall’altra parte non c’era più nulla. Da questo punto di vista questo esito elettorale almeno un merito ce l’ha: ci mette di fronte a un dato di verità. E a un paio di constatazioni scomode: che l’«onda nera» non era affatto illusoria, è stata veicolata al nord da Salvini, ed è stata neutralizzata al sud dai 5Stelle (come fece a suo tempo la Dc).

D’ALTRA PARTE un tratto di verità ci viene consegnato anche dalla catastrofica esperienza del quadriennio renziano. L’opera devastante di «Mister Catastrofe», come felicemente lo chiama Asor Rosa, costituisce un ottimo experimentum crucis. Utilissimo – a volerlo utilizzare per quello che è: una sorta di vivisezione senza anestesia – per indagare che cosa sia diventato il Pd a dieci anni dalla sua nascita, ma anche cosa rimanga delle sue identità pregresse, delle culture politiche che plasmarono il suo background novecentesco, dell’antropologia dei suoi quadri e dei suoi membri, del suo radicamento sociale, del grado di tenuta o viceversa di evaporazione dei riferimenti nel set di tradizioni che definiscono ogni comunità. Matteo Renzi, nella sua breve ma tumultuosa (quasi isterica) esperienza da leader nazionale ha stressato il proprio partito in ogni sua fibra, ne ha rovesciato (e irriso) tutti i valori, ha umiliato persone e idee che di quella tradizione avessero anche una minima traccia, ha rovesciato di 180 gradi l’asse dei riferimenti sociali (gli operai di Mirafiori sostituiti da Marchionne), ha provocato a colpi di fiducia l’approvazione di leggi impopolari e antipopolari, ha rieducato alla retorica e alla menzogna una comunità che aveva fatto del rigore intellettuale un mito se non una pratica effettiva, ha cancellato ogni traccia di «diversità berlingueriana» dando voce al desiderio smodato di «essere come tutti», di coltivare affari e cerchi magici, erigendo a modelli antropologici i De Luca delle fritture di pesce e i padri etruschi dei crediti facili agli amici… Ora, con tutto questo, ci si sarebbe potuto aspettare che, se di quella tradizione fosse rimasto qualcosa, se un qualche corpo collettivo di «sinistra storica» fosse rimasto dentro quelle mura, si sarebbe fatto sentire (“se non ora, quando”, appunto). Tanto più dopo il compimento del gran passo – del rito sacrificale – della scissione. Un esodo di massa, al seguito del quadro dirigente che avevano seguito fino al 2013.

INVECE NIENTE: fuori da quelle mura è uscito un fiume di disgustati, ma è filtrato appena un esile rivolo, una minuscola «base» al seguito di un pletorico gruppo dirigente. Il 3 e rotti percento di Liberi ed Eguali misura le dimensioni di uno spazio residuale. Non annuncia – e lo dico con rammarico e rispetto per chi ci ha creduto – nessun nuovo inizio, ma piuttosto un’estenuazione e tendenzialmente una fine. Dice che non c’è resilienza, in quello che fu nel passato il veicolo delle speranze popolari. Né l’esperienza pur generosa (per lo meno nella sua componente giovanile) di Potere al popolo – purtroppo sfregiata dal pessimo spettacolo in diretta la sera dei risultati con i festeggiamenti mentre si compiva una tragedia politica nazionale -, può tracciare un possibile percorso alternativo: il suo risultato frazionale, sotto la soglia minima di visibilità, ci dice che neppure l’uso di un linguaggio mimetico con quello «populista» aiuta a superare l’abissale deficit di credibilità di tutto ciò che appare riesumare miti, riti, bandiere travolte, a torto o a ragione, dal maelstrom che ci trascina.

SI DISCUTERÀ A LUNGO degli errori compiuti, che pure ci sono stati: delle candidature sbagliate (come si fa a scegliere come frontman il presidente del Senato in un’Italia che odia tutto ciò che è istituzionale e puzza di ceto politico?). Delle modalità di costruzione della proposta politica, assemblata in modo meccanico. Della compromissioni di molti con un ciclo politico segnato da scelte impopolari. Tutto vero. Ma non basta. La caduta della sinistra italiana tutta intera s’inquadra in un ciclo generale che vedo la tendenziale e apparentemente irreversibile dissoluzione delle famiglie del socialismo europeo, e con esse l’uscita di scena della categoria stessa di “centro-sinistra”, inutilizzabile per anacronismo.

PER QUESTO NON BASTA fare. Occorre pensare e ripensare. Guardare le cose per come sono e non per come vorremmo che fossero. Misurare i nostri fallimenti. Costruire strumenti di analisi più adeguati. Perché questo mondo che non riconosciamo, non ci riconosce più… Come il Montale del 1925 (millenovecentoventicinque!) mi sentirei di dire: «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato | l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco | lo dichiari e risplenda come un croco | perduto in mezzo a un polveroso prato», per concludere, appunto, con il poeta, che questo solo sappiamo «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

FONTE: Marco Revelli, IL MANIFESTO

Oggi è impossibile separare una crisi dall’altra: caos climatico, colonialismo, élite dedite alla rapina e democrazia disfunzionale si sono tutte fuse insieme, come un mostro a più teste. I millennial non sopportano le false promesse. Sanders, Podemos e Corbyn dimostrano che partiti e movimenti devono allearsi

BRIGHTON (Gb). La situazione là fuori è desolante. Come descrivere un mondo capovolto?
Capi di stato che twittano minacce di distruzione nucleare, intere regioni sconvolte dai cambiamenti climatici, migliaia di migranti che affogano lungo le coste dell’Europa e partiti apertamente razzisti che guadagnano terreno, nel caso più recente – e allarmante – in Germania.

Faccio solo un esempio, i Caraibi e gli Stati Uniti del Sud sono nel pieno di una stagione degli uragani senza precedenti. Porto Rico è completamente senza energia elettrica, e potrebbe restarlo per mesi, il suo sistema idrico e quello di comunicazione sono gravemente compromessi.

Su quell’isola, tre milioni e mezzo di cittadini americani hanno un disperato bisogno dell’aiuto del loro governo. Ma, come durante l’uragano Katrina, la cavalleria stenta ad arrivare. Donald Trump è troppo impegnato a cercare di far licenziare atleti neri, colpevoli di aver osato attirare l’attenzione sulla violenza razzista.

Per quanto sia incredibile, non è ancora stato annunciato un pacchetto federale di aiuti per Porto Rico. Secondo alcune analisi, sono già stati spesi più soldi per rendere sicuri i viaggi presidenziali a Mar-a-Lago.

E se tutto questo non fosse già abbastanza, hanno anche cominciato a spuntare gli avvoltoi: la stampa economica ribolle di articoli che spiegano come l’unico modo per far tornare la luce a Porto Rico sia vendere il loro sistema energetico nazionale. Magari anche le loro strade e i loro ponti.

Ho soprannominato questo fenomeno la «Dottrina dello Shock»: lo sfruttamento di crisi strazianti per approvare politiche che erodono la sfera pubblica e arricchiscono ulteriormente una ristretta èlite.

Abbiamo visto questo lugubre circolo vizioso ripetersi ogni volta: dopo la crisi finanziaria del 2008, e oggi con i Tories che vogliono sfruttare la Brexit per far passare senza dibattito dei disastrosi accordi commerciali che avvantaggeranno le corporation.

Ho messo in evidenza Porto Rico perché lì la situazione è particolarmente urgente, ma anche perché rappresenta il microcosmo di una crisi globale molto più vasta, che contiene molti degli stessi elementi: un caos climatico sempre più rapido, storie colonialiste, una sfera pubblica debole e trascurata, una democrazia completamente disfunzionale.

La nostra è un’epoca in cui è impossibile separare una crisi dall’altra: si sono tutte fuse insieme, rinforzandosi e sprofondandosi a vicenda, come un mostro a più teste sull’orlo del collasso.

Si può pensare al presidente degli Stati uniti nello stesso modo. Avete presente quell’orribile blob di grasso che sta intasando le fogne londinesi, che voi chiamate fatberg? Trump è il suo equivalente politico. Un concentrato di tutto ciò che è nocivo a livello culturale, economico e politico, tutto appiccicato insieme in una massa autoadesiva che abbiamo molte difficoltà a rimuovere.

Che si tratti di cambiamento climatico o di minaccia nucleare, Trump rappresenta una crisi che rischia di echeggiare attraverso molte ere geologiche.

Ma i momenti di crisi non devono necessariamente seguire la strada della «Dottrina dello Shock», non sono destinati per forza a creare opportunità per chi è già schifosamente ricco di arricchirsi ancora di più. Possono anche andare nella direzione opposta.

Possono rappresentare dei momenti in cui scopriamo il meglio di noi, e riusciamo a fare appello a riserve di forza e determinazione che non sapevamo di avere.

(…) Ma non è solo a livello della società civile che possiamo osservare il risveglio di qualcosa di ammirevole in noi quando si verifica una catastrofe. Esiste una lunga e gloriosa storia di trasformazioni progressiste a livello sociale innescate dalle crisi. Basta pensare alle vittorie della working class per quanto riguarda l’edilizia popolare all’indomani della prima guerra mondiale, o per il sistema sanitario nazionale dopo la seconda.

Questo ci dovrebbe ricordare che i momenti di grande difficoltà e pericolo non devono necessariamente riportarci indietro: possono anche catapultarci in avanti.

Queste lotte progressiste però non vengono mai vinte solo resistendo, o opponendosi all’ultimo di una lunga serie di oltraggi.

Per trionfare in un momento di vera crisi dobbiamo anche essere in grado di pronunciare dei coraggiosi e lungimiranti «sì»: un piano per ricostruire e affrontare le cause che soggiacciono alla crisi.

E questo piano deve essere convincente, credibile e, più di tutto, accattivante. Dobbiamo aiutare una società stanca e timorosa a immaginarsi in un mondo migliore.

Caos climatico, colonialismo, élite dedite alla rapina, democrazia disfunzionale. È impossibile separare una crisi dall’altra: si sono tutte fuse insieme, come un mostro a più teste

Theresa May ha condotto una campagna elettorale cinica facendo leva sulla paura e sui traumi degli inglesi per accaparrarsi più potere – prima la paura di un cattivo accordo per la Brexit, poi quella per gli orribili attentati terroristici a Manchester e Londra.

Il Labour e il suo leader hanno invece risposto concentrandosi sulle cause: una «guerra al terrore» fallita, le diseguaglianze economiche e una democrazia indebolita. E soprattutto avete presentato agli elettori un programma coraggioso e dettagliato, un piano per migliorare in modo tangibile la vita di milioni di persone: istruzione e sanità gratuite, un’azione aggressiva contro il cambiamento climatico.

Dopo decenni di aspettative al ribasso e di un’immaginazione politica asfittica, finalmente gli elettori hanno avuto qualcosa di promettente ed entusiasmante a cui dire «sì».

Le persone vogliono un cambiamento profondo – lo richiedono a gran voce. Il problema è che in fin troppi paesi è solo l’estrema destra a offrirlo, con un mix tossico di finto populismo economico e reale razzismo.

In questi ultimi mesi il partito laburista ha dimostrato che esiste un’altra via. Una via che parla la lingua della decenza e della giustizia, che non teme di chiamare col loro nome le forze responsabili di questa crisi, senza timore del loro potere.

Le passate elezioni hanno anche evidenziato un’altra cosa: che i partiti politici non devono temere la creatività e l’indipendenza dei movimenti civili – e che a loro volta i movimenti civili hanno molto da guadagnare dall’incontro con la politica tradizionale.

È un dato molto importante, perché i partiti tendono a voler esercitare il controllo, mentre i movimenti dal basso tengono alla loro indipendenza e sono quasi impossibili da controllare. Ma ciò che testimonia il rapporto tra Labour e Momentum (il movimento che sostiene Corbyn, ndr), o con altre ottime organizzazioni, è la possibilità di combinare il meglio di entrambi questi mondi e dare vita a una forza al contempo più agile e incisiva di qualunque impresa condotta in solitudine da partiti o movimenti.

Ciò che è accaduto in Gran Bretagna è parte di un fenomeno globale. È un’ondata guidata da giovani che sono entrati nell’età adulta nel momento del collasso del sistema finanziario, e mentre la catastrofe climatica ha iniziato a bussare alla porta. Molti vengono da movimenti come Occupy Wall Street, o gli Indignados in Spagna.

Hanno cominciato dicendo no: all’austerità, ai salvataggi delle banche, al fracking e agli oleodotti. Ma col tempo hanno capito che la sfida più grande è il superamento della guerra dichiarata dal neoliberismo al nostro immaginario collettivo, alla nostra capacità di credere in qualcosa al di là dei suoi cupi confini.

L’abbiamo visto accadere con la storica campagna alle primarie di Bernie Sanders, alimentata dai millennial consapevoli che una prudente politica centrista non offre loro alcun futuro. Abbiamo visto qualcosa di simile con il giovane partito spagnolo Podemos, erettosi sulla forza dei movimenti di massa sin dal primo giorno.

Campagne elettorali, le loro, che si sono infiammate a velocità incredibile. E sono arrivati vicini alla vittoria – più vicini di qualunque altro movimento politico genuinamente progressista statunitense o europeo di cui sia stata testimone nel corso della mia vita. Ma non abbastanza vicini.

Per questo, nel tempo che ci separa delle elezioni, dobbiamo pensare a come assicurarci che, la prossima volta, i nostri movimenti arrivino fino in fondo.

In tutti i nostri paesi, dobbiamo fare in modo di sottolineare il legame tra ingiustizia economica, razziale e di genere. Ci spetta capire, e spiegare, come i sistemi di potere che mettono un gruppo in posizione dominante rispetto agli altri – sulla base del colore della pelle, della religione, dell’orientamento sessuale e di genere – servano sempre gli interessi del potere e del denaro.

È nostro dovere evidenziare il rapporto tra gig economy – che tratta gli esseri umani come materie prime da cui estrarre ricchezza per poi buttarle – e dig economy, quella delle industrie estrattive che trattano la terra con la stessa indifferenza.

Dobbiamo indicare la strada per passare a una società fondata sulla cura reciproca e del pianeta, dove il lavoro di chi protegge la nostra terra e la nostra acqua viene stimato e rispettato. Un mondo dove nessuno, da nessuna parte, viene abbandonato – che si tratti di un edificio popolare in fiamme (come Grenfell a Londra, ndr) o di un’isola prostrata da un uragano.

È il momento di innalzare le nostre ambizioni e dimostrare come la battaglia al cambiamento climatico sia una sfida epocale per costruire una società più giusta e democratica.

Perché mentre usciamo rapidamente dall’epoca dei combustibili fossili, non potremo replicare la concentrazione del benessere e l’ingiustizia proprie dell’economia del petrolio e del carbone, in cui le centinaia di miliardi di profitti sono stati privatizzati, mentre i tremendi rischi che ne conseguono sono pubblici.

Sanders, Podemos e Corbyn dimostrano che partiti e movimenti devono allearsi. I millennial non sopportano le false promesse

Il nostro motto deve essere: lasciamoci alle spalle il gas e il petrolio, ma non lasciamo indietro nessun lavoratore. Ci spetta immaginare un sistema in cui sia chi inquina a pagare la maggior parte del costo della transizione.

E in paesi ricchi come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti, abbiamo bisogno di politiche sull’immigrazione e di una finanza internazionale che riconoscano il nostro debito nei confronti del sud del mondo – il nostro ruolo storico nella destabilizzazione delle economie e delle ecologie di paesi poveri per lunghissimi anni, e l’immensa ricchezza estratta da queste società sotto forma di esseri umani ridotti in schiavitù.

Più il partito laburista sarà ambizioso, perseverante e globale nel dipingere l’immagine di un mondo trasformato, più credibile diventerà un suo governo.

In tutto il mondo, vincere è un imperativo morale per la sinistra. La posta in gioco è troppo alta, e il tempo che ci resta troppo poco, per accontentarci di niente di meno.

noisnotenough

Testo estratto dal discorso pronunciato il 26 settembre scorso alla conferenza del partito laburista di Brighton, courtesy LabourPress.Traduzione in italiano di Giovanna Branca

L’ultimo libro di Naomi Klein si chiama «No is not enough» ed è stato pubblicato da Haymarket books a giugno scorso. L’edizione italiana uscirà per Feltrinelli

ROMA. “Non siamo qui per rifare una lista arcobaleno, ma qualcosa di nuovo e più grande. Una vasta unione che sorga fuori dai partiti tradizionali. Una grande coalizione civica di sinistra per l’attuazione della Costituzione”. Toni da evento storico ieri mattina al Teatro Brancaccio di Roma, al lancio della Alleanza popolare per la democrazia e uguaglianza, la nuova ‘cosa’ civica di sinistra che si propone ‘un risultato a due cifre’ alle prossime elezioni. Ad aprirla i due ‘garanti’ – così si definiscono – dell’esperienza, l’avvocata Anna Falcone e il professore Tomaso Montanari, che avevano lanciato l’iniziativa con un appello pubblicato in contemporanea sul Fatto e sul manifesto due settimane fa. Dentro, la sala e la galleria traboccano, con grande preoccupazione dei volontari dell’organizzazione, ci sono mille e trecento persone. Fuori, pigiate sul marciapiede di Via Merulana dove a un certo punto passa anche la processione del Corpus Domini, ne rimangono altre trecento; tanto che i parlamentari di Sinistra italiana devono fare la spola per parlare anche con quelli che non sono riusciti a entrare.

“Il nostro obiettivo finale rimane la costruzione di una sola lista a sinistra- spiega Montanari nell’intervento di avvio-. Oggi siamo piccoli, ma Davide può rovesciare Golia, come è successo il 4 dicembre. Di fronte a un leader senza popolo, noi siamo un popolo che non cerca leader”. Montanari, gran mattatore della giornata, giura che non si candiderà. Obiettivo: una sola lista, ma rigorosamente alternativa al Pd: “Pensiamo che il Pd sia ormai un pezzo della destra. Una destra non sempre moderata con cui nessuna alleanza è possibile”. Boato e applausi liberatori dalla sala. Nessuna tenerezza verso M5S, “prigioniero di una oligarchia imperscrutabile, sempre più spostato a destra con tratti netti di xenofobia e intolleranza”. Montanari tiene i partiti a distanza, almeno a parole, spiega che a questo giro (i precedenti non ,mancano) la società impegnata non farà la sagoma di cartone dietro il quale si nasconde la politica di mestiere: “Possibile e Sinistra italiana hanno risposto subito al nostro appello. Ma anche Rifondazione, Altra Europa per Tsipras, Art. 1…”. Ma il suo primo grande applauso lo ottiene quando apre le danze contro il grande assente Giuliano Pisapia. Quando rivela: “Abbiamo invitato Pisapia, che ci ha risposto ‘non ci sono le condizioni perché io venga’. Non ci è sembrato un buon inizio”. Infatti assomiglia più a una fine della storia. Viene giù il teatro quando poi esclude non solo l’alleanza con il Pd ma anche una qualsiasi riedizione del centrosinistra, quello “ a cui dobbiamo la legge Turco-Napolitano, le privatizzazioni, la precarizzazione del lavoro, la guerra illegittima”. Il fatto è che tutte queste iniziative portano un nome e un cognome di ex ministri: per lo più oggi in Art.1.

La ‘Ditta’ Bersani&Pisapia è il principale oggetto di polemica della giornata: li si accusa di poca chiarezza e di tollerare le manovre di riavvicinamento al Pd dell’ex sindaco. In sala ci sono il capogruppo alla Camera Francesco Laforgia, Arturo Scotto, Alfredo D’Attorre ed Enrico Rossi, fa un passaggio anche Roberto Speranza. Per loro dal palco parla il senatore Miguel Gotor. Intervento sofferto e combattuto. Che inizia con una prima contestazione: un sindacalista triestino parte dal fondo della sala per chiedere conto del mancato voto contrario sui voucher (il gruppo di Mdp al senato è uscito dall’aula per non votare contro la fiducia al governo Gentiloni, di cui fa parte). Poche altre parole, qualche fischio, qualche applauso di incoraggiamento e parte un’altra contestazione: stavolta è una ragazza del centro sociale napoletano ex OPG Occupato – Je so’ pazzo che riesce a salire sul palco fino alla tribuna dell’oratore: più che Gotor in realtà contesta gli organizzatori perché non hanno voluto farla parlare. Invano “Anna e Tomaso” (per tutta la mattinata restano solo loro due in scena) tentano di riportare la calma, la ragazza arringa la folla contro la prima fila della platea.

Dove siede un D’Alema impassibile, dalle 9 e mezza della mattina fino alle 14 e 30, ma anche Nichi Vendola, Luciana Castellina, Stefano Fassina, Antonio Ingroia, Cesare Salvi. Alla fine Gotor riesce a concludere il suo intervento, ma scivolando su quella che la platea prende come una provocazione: annuncia la sua presenza a piazza Santi Apostoli il primo luglio con Giuliano Pisapia: a questo punto è mezza sala a fischiare. “L’unità è importante, ma al primo posto c’è la credibilità” ammette poi Nicola Fratoianni, segretario di Si”, “Tanto per dirla in italiano: nessuno può pensare il giorno dopo le elezioni di allearsi con chi dal proprio punto di vista rivendica il JobAct, lo sbloccaItalia, la Buona Scuola. C’è bisogno oggi in questo Paese di una sinistra e di una sua proposta politica che riparta dai contenuti, che abbia il coraggio di osare il cambiamento, che abbia il coraggio della chiarezza e della nettezza, e che abbia anche il coraggio della coerenza tra le parole e i fatti. Oggi partiamo”. Infiamma i presenti Maurizio Acerbo, segretario del Prc, altro avversario di Pisapia e delle alleanze con il Pd, che avverte la platea: “La sinistra non è diventata minoranza perché è stata estremista ma perché è stata cinica e politicante. Non ci presteremo al restyling di quelli che hanno perso il congresso Pd” conclude duramente all’indirizzo del “compagno Gotor, spero che non si offenda ad essere chiamato compagno”. E finisce l’intervendo salutando a pugno chiuso la platea: se ne alzano molti, nella foga dell’applauso.

Fin qui gli interventi dei ‘politici’ che si rompono la testa su come costruire la nuova alleanza della sinistra con i civici senza ricadere negli inevitabili errori e dejà vu. Ma la mattinata vede avvicendarsi sul palco oltre trenta interventi della società impegnata, per lo più proveniente dalle file del comitato del No. E – i più belli ed emozionanti – quelli di chi davvero ‘fa’ politica, concretamente, nei territori. E’ il caso, fra gli altri, di Andrea Costa, uno degli attivisti romani del Centro Boaobab Experience, presidio di cittadini volontari di aiuto e assistenza ai migranti, “torniamo a una sinistra che sappia fare disobbedienza civile”, dice, “su questo fronte non ci sono sfumature, ci sono sindaci del Pd che impediscono di distribuire cibo ai migranti”. Arriva il saluto e l’incoraggiamento di Francesca Koch, presidente della Casa internazionale delle donne, la benedizione degli ex magistrati Livio Pepino e Paolo Maddalena, di Francesca Redavid della Fiom, Giuseppe De Marzo di Libera. Pian piano si ricompone il presepe disperso della sinistra. Altri si aggiungeranno, è l’auspicio, strada facendo.

Altri invece forse lasceranno la strada: la pattuglia di Mpd in tarda mattinata lascia il teatro con visibile amarezza: “Ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci divide. Dobbiamo lavorare con coraggio e forza per l’unità proponendo un programma che affronti temi cruciali come il lavoro, la riduzione delle diseguaglianze, a favore della scuola pubblica”, dice Gotor. Ma le prossime ore per Mdp saranno quelle dei chiarimenti. Scomoda la posizione dei bersaniani: contrari all’alleanza con il Pd offerta da Pisapia a Renzi, ma anche al rischio di finire in un fronte della sinistra.

Chiude Anna Falcone: “Ripartiamo da qui per poter dire domani: il 18 giugno 2017 è iniziato un percorso in cui tutti abbiamo fatto un passo indietro per farne uno storico in avanti. La nostra è una cultura di responsabilità e di governo, ma il governo ha senso se serve a realizzare degli obiettivi coerenti con quello a cui le persone hanno diritto. Il nostro è un orizzonte luminoso e ognuno di noi è una luce di questo orizzonte. Ci vediamo nei territori”. L’appuntamento è per una grande assemblea dopo l’estate. Intanto assemblee territoriali e analisi delle schede in cui i partecipanti del Brancaccio hanno indicato le loro priorità per un programma di governo. Da questa sala nessuno, o quasi, andrà il primo luglio a Santi Apostoli nella piazza di Pisapia. Dopo la giornata di ieri l’ex sindaco di Milano è considerato lontanissimo, già finito nell’abbraccio mortale di Renzi. Per questo che all’uscita in molti dirigenti di Sinistra italiana confidano che ora la lista unica della sinistra è più vicina: “Chi non ci sta, finirà nelle liste del Pd”, è la certezza. O forse la scommessa.

 

Andrea Ypsilanti è una figura anomala nel panorama politico tedesco. Militante della Spd in Assia, ha avuto responsabilità politiche importanti negli anni scorsi. Dal 2010, tuttavia, il suo nome è legato all’Institut Solidarische Moderne (Ism). L’Ism lavora a dare sostanza programmatica alla prospettiva di un governo di sinistra («rosso-rosso-verde») in Germania, riunisce al suo interno non solo esponenti dei tre partiti ma anche attivisti dei movimenti sociali. Incontrare Andrea Ypsilanti in questi giorni è un buon modo per avere un’introduzione ai temi fondamentali della politica tedesca mentre il Paese si avvia alle elezioni del prossimo settembre.

Vorremmo cominciare chiedendoti di presentare brevemente il tuo percorso politico e il tuo impegno attuale.

Sono deputata al parlamento regionale dell’Assia, ormai da diciotto anni. Attualmente sono impegnata in modo particolare sulla questione dell’accoglienza dei profughi. Nel 2007/2008 sono stata candidata della Spd alla Presidenza del governo dell’Assia, e dopo le elezioni ho tentato di formare un governo rosso-rosso-verde. Diciamo che non ha funzionato: sarebbe stato il primo governo di questo tipo in un Land dell’ovest, e all’epoca era ancora un assoluto tabù. Successivamente, con molti altri (tra cui Katja Kipping, attuale segretaria della Linke), ho partecipato alla fondazione dell’Ism. La convinzione alla base di questa decisione era che ci fossero in Germania molte persone che non si sentono rappresentate da nessun partito ma vogliono cambiare qualcosa politicamente.

Nonostante questo sei rimasta fino a oggi all’interno dell’Spd. Che tipo di partito è oggi la socialdemocrazia dopo le due «grandi coalizioni»?

I sondaggi hanno registrato impietosamente, negli ultimi anni, il calo di consenso e di attrattiva della Spd. Io riconduco questa crisi all’«Agenda 2010», la riforma del mercato del lavoro e della previdenza del 2003: ha provocato ferite troppo profonde, sul terreno del lavoro e dei diritti sociali. Poi siamo entrati nelle grandi coalizioni, e non voglio negare che i socialdemocratici abbiano ottenuto qualcosa, il salario minimo ad esempio. Ma quello che il partito ha completamente smarrito è un orizzonte strategico oltre la formula della grande coalizione. Molto semplicemente: quali prospettive esisterebbero per i socialdemocratici se non fossero all’interno di una grande coalizione? Attorno a questa domanda è venuto meno il dibattito, non si è più spesa nessuna immaginazione politica.

Nella Spd, tuttavia, sembra essere successo qualcosa di nuovo. La candidatura di Martin Schulz alla guida del governo ha repentinamente cambiato i risultati del partito nei sondaggi, con un guadagno di oltre il 10 % nel giro di un paio di settimane. Attorno a Schulz pare essersi determinato un entusiasmo inatteso, e il candidato ha dichiarato la sua intenzione di mettere in discussione l’«Agenda 2010». Come valuti questo fenomeno?

In primo luogo tutti erano contenti che il candidato non fosse qualcuno dell’establishment berlinese del partito, ma qualcuno che viene da fuori, che non può essere identificato con l’«Agenda 2010». Martin Schulz non l’ha mai criticata apertamente, ma non era coinvolto. Il secondo punto è per me il più importante: sono convinta che oggi in Germania siano molto diffusi un interesse e una preoccupazione di fondo per l’Europa. Nel momento in cui sembra messa in discussione, dal il Brexit, da Trump, dall’ascesa di partiti populisti di destra c’è una reazione molto forte in Germania in difesa dell’Europa. E Martin Schulz in qualche modo la rappresenta. L’interesse per l’Europa in Germania, in questo momento, è davvero stupefacente, lo si può notare dalla partecipazione ai dibattiti, alle manifestazioni che pongono all’ordine del giorno la questione europea.

C’è poi un terzo punto che spiega il successo di Schulz: semplicemente, c’è una parte crescente della società tedesca che è stanca di Angela Merkel.

Sulla questione europea c’è stata la proposta di Merkel, a Malta, di un’Europa a due velocità. Che tipo di ricezione ha avuto questa proposta nel dibattito pubblico in Germania?

Sinceramente si tratta di una proposta che non ha ricevuto particolare attenzione. Angela Merkel continua a essere sotto pressione all’interno del suo schieramento, in particolare da parte della Csu bavarese, per quel che riguarda la questione dei profughi. E farà tutto il possibile per «risolvere» questa questione con proposte che vanno sempre più nel senso di una «esternalizzazione», ad esempio con l’apertura di campi di raccolta in Nord Africa. Voglio sperare che non troverà nessun tipo di appoggio nella Spd! In ogni caso, Merkel si impegnerà in primo luogo su questo fronte, mentre non credo che abbia la forza – e forse neppure l’intenzione – di imporsi su Wolfgang Schäuble sulla questione dell’austerity. Sono anzi convinta che Merkel sia a favore della continuità delle politiche di austerity .

Hai parlato del tuo impegno per la formazione di una coalizione di sinistra, rosso-rosso-verde, in Assia, nel 2008. L’ISM continua a lavorare per questa prospettiva. Come valuti oggi le chances per un simile governo?

Intanto diciamo che dal mero punto di vista dei numeri la crescita della Spd rende un governo rosso-rosso-verde più probabile. Sinceramente, sei mesi fa non avrei mai pensato che questo potesse accadere. Naturalmente una variabile importante è da dove vengono questi voti per la Spd: sono voti di elettori delusi che ritornano al partito, o vengono dai verdi se non addirittura dalla Linke? Non è una cosa chiara, per ora. Penso che il campo elettorale dei tre partiti «progressisti» si stabilizzerà, e con la Spd di Martin Schulz un governo rosso-rosso-verde è possibile: la questione è a quali condizioni.

I verdi, in fondo, sono diventati un classico partito liberal-borghese e se dai risultati elettorali, ad esempio, uscisse la possibilità di una coalizione tra verdi e democristiani, credo che i primi non esiterebbero a percorrere quella via. Ma se ci fosse la possibilità di una coalizione rosso-rosso-verde, sono convinta che Martin Schulz non potrebbe accettare una riedizione della «grande coalizione». Ma ripeto: la questione è il programma di un governo di sinistra!

La prospettiva rosso-rosso-verde, per voi, si pone al di là dei tre partiti e dei rapporti tra di essi, acquista un’essenziale dimensione sociale e di «movimento». Puoi spiegarci meglio questo punto?

Noi siamo convinti che in Germania esista quella che chiamiamo una minoranza qualificata che non si sente rappresentata da nessuno di questi tre partiti progressisti e che è pronta a mobilitarsi per un vero cambiamento politico. E siamo anche convinti che una vera politica della trasformazione richieda cambiamenti così profondi che nessun governo può determinarli dall’alto. È necessaria appunto una mobilitazione che attraversi la società per porre le basi per questi cambiamenti.

La funzione di questa mobilitazione deve essere duplice: da una parte esercitare una funzione di controllo sul governo, dall’altra spingerlo avanti e incitarlo sulla via di una politica della trasformazione. Siamo insomma convinti che sia necessaria una forza sociale che si riconosca in un governo rosso-rosso-verde ma al tempo stesso mantenga da esso la distanza necessaria per criticarlo, se necessario, all’interno di quello che potremmo appunto definire un rapporto di «lealtà critica». Ci sono questioni fondamentali – dal reddito di cittadinanza alla crescita ecologica, dall’accoglienza dei profughi al rapporto tra lavoro e attività di cura -, sui quali il ruolo di una simile forza sociale è assolutamente fondamentale.

Una versione più estesa dell’intervista è pubblicata sul sito internet:www.euronomade.info

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In caso di fiducia c’è il “no” al governo Gentiloni: “E stiamo a vedere che faranno i possibili nuovi gruppi parlamentari…”, avverte il neosegretario Nicola Fratoianni

 

Da dove partire? “Anche dalla cura delle parole, dal restituire alle parole il loro significato, iniziando dalla parola ‘sinistra’. Per farlo, oggi, ci vuole coraggio”. Da Nichi Vendola, nel suo splendido intervento in chiusura di congresso, arriva anche questo prezioso consiglio ai naviganti di Sinistra italiana, entrati nel mare della politica (non solo) italiana con l’entusiasmo di chi parte per un viaggio liberatorio, anche se faticoso e pieno di rischi.
Sanno di avere di fronte una società disillusa, in gran parte convinta che la politica non possa migliorare (anzi…) la vita quotidiana. E non basta una parola, per giunta abusata ogni giorno a destra e a manca. “Dobbiamo fare il nostro mestiere – avverte quindi Nicola Fratoianni – perché di fronte alla situazione in cui versa questo paese, o si cambia in modo radicale o non c’è partita”. E radicale, spiega Piero Bevilacqua annunciando l’adesione al nuovo partito, significa “profondo”: “E’ un termine che non viene da Marco Pannella. Viene da Carlo Marx”.
Il documento finale del congresso sottolinea: “Quello che oggi scegliamo, a Rimini, non è ricostruire la sinistra che non c’è più, ma costruire una sinistra che non c’è mai stata”. Per specificare il concetto, l’intervento di Vendola aiuta: “Il centrosinistra, l’Ulivo, sono state esperienze collegate a una globalizzazione che sembrava potesse offrire delle opportunità. Si sono schiantate, perché è schiantata la base sociale che li sosteneva. Mi dispiace per i compagni e le compagne che se ne vanno. Ma per me oggi la cosa fondamentale è la bussola, e la rotta da seguire”. Scegliendo un’autonomia culturale e politica legata a quello che vuol dire essere di sinistra: “Non dobbiamo mai separarci dalla dimensione della lotta per la trasformazione della società”.
Nell’elezione di Fratoianni e del gruppo dirigente di Sinistra italiana – 503 sì, 32 contrari, 28 astenuti, un centinaio di assenti dall’inizio o al momento del voto – c’è la fotografia di una platea di delegati e delegate che ha portato in trionfo la giovane ex sindaca di Molfetta, Paola Natalicchio: “Chiedo a Fratoianni di lavorare all’unità della sinistra italiana e non solo di sinistra italiana. Di mettere insieme i pezzi per una alternativa di paese. E di capovolgere la piramide: perché la sensazione di un partito calato dall’alto in questi mesi è stata forte, e come dirigenti dobbiamo farci carico e promuovere un rovesciamento del processo. Giriamo il paese, solo un bagno di realtà ci può distrarre da questa storia di D’Alema e di Emiliano”.
Unità e umiltà, come scandito nell’assemblea di Podemos, con le immagini proiettate nell’auditorium e con Pablo Iglesias che ripete più volte: “Abbiamo un piede in Parlamento, ne dobbiamo avere un migliaio nella società”. Di qui le prime mosse del partito: con l’adesione alla Sinistra europea; con “i 500 comitati unitari da costruire subito” per i referendum della Cgil contro i voucher e la giungla di appalti e subappalti senza diritti. Comitati come quelli per i referendum costituzionali, ricordati da Martina Carpani (Rete della conoscenza) come un essenziale momento formativo per i giovani che si affacciano alla politica. E poi il sostegno, concreto, a migranti, rifugiati e richiedenti asilo nella giornata delle manifestazioni in tutto il continente. E ancora l’8 marzo per ‘Non una di meno’.
Quanto ai movimenti del quadro politico, pronti a discutere con tutti. Ma non con il cappello in mano. Anzi: “Se la scissione nel Pd dovesse portare a nuovi gruppi parlamentari – ammonisce Fratoianni – vorrei vedere cosa faranno se si dovesse votare la fiducia al governo Gentiloni”. A rispondergli, poche ore dopo, sarà il dem uscente Enrico Rossi a RaiNews: “Ci sarà, a quanto mi risulta, un gruppo formato da chi esce dal Pd e chi esce da Sinistra italiana, ma sosterrà il governo Gentiloni”. Già lo immaginava Stefano Fassina: “Non siamo l’organizzazione giovanile di D’Alema e Bersani. Abbiamo già dato, diciamo”. Così come, guardando a Pisapia, Pippo Civati ha replicato: “Vedo che chi ha votato Sì al referendum costituzionale si propone di organizzare chi ha votato No”.
L’ultimo intervento del congresso è stato quello di Luciana Castellina. Che, rispondendo a Eugenio Scalfari, ha chiosato: “Da una parte i ‘civilizzati’, tutti insieme, a difendere una democrazia svuotata. Dall’altra i ‘barbari’ che bussano alle porte. Noi dovremmo stare con i barbari. Perché lì c’è un pezzo del nostro popolo”.

PARIGI. Quando ieri al congresso di Sinistra Italiana un giovane compagno ha terminato di leggere questo messaggio inviato da Rossana Rossanda tutti si sono alzati in piedi e hanno intonato l’Internazionale, il pugno alzato nel saluto comunista.

Cari compagni, vi ringrazio per la vostra lettera e l’invito a partecipare al vostro dibattito congressuale.

È evidente che mi interessa. Ho letto i documenti che avevate da qualche tempo preparato, ma potete comprendermi se mi riguardano come materiale di riflessione piuttosto che come decisione di schieramento.

Vi prego di tenere presente, oltre alla mia età e al mio stato di salute, il lungo percorso che ho fatto. E con non poche sconfitte. Non me ne rincresce.

Ma mi obbliga – a quanto sembra diversamente dalla maggior parte dei fermenti che si sono sviluppati intorno alla crisi del Partito Comunista Italiano, prima e, poi, del Partito democratico – a uno sguardo e a un bilancio su quella che è stata la storia passata del movimento operaio italiano e, almeno, europeo. Si tratta di un secolo di elaborazione teorica e di lotte.

Di vite, insomma, rispetto alle quali mi pare eccessivamente disinvolto passare senza soffermarsi. Tanto meno sono disposta a seguire gli eredi di Berlinguer quando hanno pensato di poter ripartire da zero.

In realtà, mi pare che la loro sia stata una resa senza condizioni alle opinioni di quello che chiamavamo «avversario di classe». L’ammissione, cioè, che fosse inutile rivedere testi ed esperienze, sia del partito comunista e del movimento operaio italiano, sia dei cosiddetti «socialismi reali», per rimontare senz’altro a Marx e dichiararlo liquidato.
Siamo ancora all’interno di un sistema capitalista.

In che misura e dentro quali limiti si è andato modificando? E, soprattutto: è ancora il terreno sul quale, nel «lavoro», si materializza il soggetto che non ne sopporta lo stato di soggezione – peggio: di alienazione – in cui è tenuto?

Oppure è questo elemento che si è venuto modificando, a causa di quella che chiamiamo tecnologia e che un tempo, in più diretto collegamento col rifiuto del sistema, chiamavamo «lavoro vivo» e «lavoro morto»?
Certamente è cambiato il punto di aggregazione del lavoro dipendente, cioè la fabbrica (almeno in Occidente, perché altrove resta come forma residuale). E la scomparsa della fabbrica implica o no la scomparsa del proletariato come zona immensa della società non proprietaria?

Mi è capitato di leggere di molti attuali pensatori che dubitano del concetto di «classe». Ma dubitarne, senza sostituirvi un concetto fondatore diverso, significa dubitare della possibilità di una materializzazione del soggetto politico del cambiamento.

E, allora, a che servirebbe un partito comunista riveduto e corretto, o, ancor meno, un partito democratico?

Perfino una teoria di «compromesso sociale» – come sono state, subito prima della guerra, le teorie di Keynes e di Minski – presuppone l’esistenza di un disagio di fondo che divide le nostre società, e di qui il bisogno di cambiare i rapporti sociali.

E infatti, non per caso, anche questi nomi, già pilastri di una certa socialdemocrazia, sono oggi coinvolti, senza una spiegazione, nella crisi finale dell’organizzazione capitalistica dominante.

È che su questa crisi sembrano lavorare piuttosto studiosi di provenienza diversa da quella del movimento operaio (come Luciano Gallino che ripeteva, negli ultimi scritti: «La lotta di classe esiste ancora e l’hanno vinta i capitalisti»).

Questa domanda non la ritrovo nei tentativi della maggior parte di chi si propone di dare un esito all’attuale, tormentosa vita delle sinistre italiane.

Un ragionamento analogo vale a proposito del «soggetto politico del cambiamento», che è, anzi, un aspetto dello stesso problema, rimasto irrisolto dal secolo ventesimo: quello sulle o sulla libertà.

Con il voto del 4 dicembre, è stata ribadita l’importanza della Costituzione. Ma la Costituzione imposta il problema di una convivenza dell’intera società, comprese, anzi garantite, le sue dialettiche di classe (guardate in proposito al ragionamento di Mario Dogliani nel sito del Centro per la Riforma dello Stato).

Non si tratta, però, dello stesso discorso che può valere come orizzonte di una parte essenziale e conflittiva della società, specialmente quella che riguarda il soggetto del cambiamento. Vale a dire come questione relativa al lavoro, quale è stato ed è. E delle nuove questioni antropologiche – come quella posta dalle donne – sviluppatesi alla fine del secolo scorso.

Di fatto, mi sembra che non si sia andati oltre al dilemma reale del Novecento: fra garanzia dei diritti civili e nessuna garanzia dei diritti sociali, oppure, all’opposto, garanzia dei diritti sociali e nessuna garanzia dei diritti di libertà.

A ben vedere, si ripropone, anch’essa come irrisolta, la questione che nel secolo scorso era stata posta soprattutto da Louis Althusser: se il marxismo, teoria e lotte, debba essere visto come una filosofia o una scienza.
Da cui consegue il problema di come debbano organizzarsi i soggetti del cambiamento, se attraverso un partito o diversamente.

La risposta, che sembra venga data da una larga maggioranza in Italia, è che di partito non si possa più parlare.

Il che ha prodotto – con il consenso di nuovo di una maggioranza – una disarticolazione che ha di fatto assegnato il potere decisionale a una organizzazione semi-privata come il Movimento Cinque stelle (al quale non a caso hanno aderito diverse persone che eravamo abituate a chiamare «compagni»).

Non voglio farla lunga e neppure affronto i problemi che ci pose il leninismo. I socialismi reali e i partiti comunisti si sono dissolti senza neppure affrontare le domande che avevano lasciate irrisolte.

Desideravo solo indicarvi sommariamente, almeno attraverso qualche esempio, quali, e di quali dimensioni, siano le questioni che il Novecento ha lasciato aperte e sulle quali non mi sembra si possa passare oltre senza tentare di impostare risposte fino ad ora non date.

Vi ringrazio ancora per l’amicizia che mi avete dimostrato e vi auguro buon lavoro.

Parigi, 16 febbraio 2017

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