Sinistre

Da qualche parte bisognerà pur cominciare a ricostruire la sinistra italiana, che raccoglie voti nei quartieri della buona borghesia, ma che non ha più cittadinanza nelle periferie urbane e sociali. Rifondare è il verbo più ricorrente all’interno di questo mondo politico sconfitto e marginalizzato. Ma a partire da che cosa? Su quali fondamenta costruire un nuovo ruolo sociale e quindi politico per gli eredi di una tradizione legata alla parola «popolo»?

Forse tornando alle origini pre-politiche, proprio «là dove tutto è cominciato», con le forme concrete di associazionismo organizzato e solidale. È questa, almeno, l’idea che sta al centro del libro di Salvatore Cannavò Mutualismo. Ritorno al futuro per la sinistra (Alegre).

La prima convinzione da cui muove l’analisi è che l’attuale crisi della sinistra abbia origine dal momento in cui, dopo la caduta del Muro di Berlino, «ha accettato di gestire un compromesso sociale al ribasso». È la lunga parabola dell’identità che Cannavò riassume con la formula «non più e non ancora»: non più partiti (e sindacati) del proletariato con aspirazioni rivoluzionarie, ma non ancora vere formazioni socialdemocratiche, per esempio sul modello scandinavo.

Il passaggio successivo, dopo una minuziosa analisi storico-politologica a partire dalle cooperative ipotizzate da Karl Marx, è la proposta del ritorno a un mutualismo che l’autore considera «una risorsa ancora inesplorata, anche sul piano politico generale, come strumento per ricominciare a tessere una tela che è stata strappata da troppe parti e da troppi protagonisti».

Ma «oltre ad esercitare forme di solidarietà, il mutualismo ha senso soltanto se assume anche forma di resistenza, se rappresenta centri capaci di organizzare lotte e rivendicazioni». Cioè deve assumere una connotazione conflittuale. E su questo aspetto il libro insiste non poco: «Il mutualismo conflittuale è dunque politico nel senso che mentre esiste rivendica già il nuovo. Esprime una solidarietà “contro” lo stato di cose presente, ma esige anche una solidarietà “per”, fatta di risposte immediate a bisogni immediati. Il mutualismo è politico perché valorizza di nuovo “l’agire in comune”, la cooperazione non solo produttiva, ma morale, intellettuale, solidale su cui si è fondato il movimento operaio nella storia. L’attuale fase di smarrimento richiede la stessa capacità di inventiva e innovazione di cui diedero prova gli operai e gli intellettuali della seconda metà dell’Ottocento».

La conclusione di Salvatore Cannavò è netta: «Se una sinistra vuole avere un futuro dovrebbe avere il coraggio di riscoprire le sue origini».

FONTE: Giampiero Rossi, CORRIERE DELLA SERA

«Con gli occhi per terra la gente prepara la guerra». Mi è tornata in mente, quella strofa lontana, in questi giorni feroci dell’odissea dell’Aquarius, da ieri elevata ufficialmente a sistema – con Salvini che reitera la chiusura dei porti alle ultime navi di profughi in arrivo – in cui tutto, ma davvero tutto, sembra perduto: la politica, l’umanità, l’elementare senso di solidarietà, noi stessi, il nostro rispetto di noi e degli altri cancellato da un ministro di polizia che fa della pratica disumana della chiusura dei porti un metodo di governo… Mi è tornata in mente perché è quello che sento nell’aria, che leggo nelle facce, negli sguardi, nei cattivi pensieri di (quasi) tutti. Odore di guerra, e occhi a terra (lo sguardo del rancore che promette sventura).

Alla velocità della luce, in poche mosse da parte di giocatori cinici e spregiudicati, questione migratoria e logica bellica, politica dei flussi e politica delle armi si sono saldate intorno alla coppia nefasta «amico-nemico». E il confronto impari, spaventosamente asimmetrico, tra l’Italia e quel microscopico frammento di nuda vita in balia delle onde nel Canale di Sicilia si è saldato, come le due facce del medesimo foglio, col confronto muscolare, «di potenza» e «tra potenze».
Con la resa dei conti tra il Governo italiano e gli altri Stati coinvolti, Malta, Francia, paesi «alleati» e paesi «ostili».
Mentre si parla sempre più spesso, e con sempre meno pudore, di azioni militari per il controllo diretto delle coste libiche come «soluzione finale» al problema dei profughi.

È BASTATO che un rozzo capopopolo rionale o regionale come Matteo Salvini irrompesse come un bufalo nella cabina di regia governativa di un Paese non di secondo piano in Europa, perché questa saldatura tra demografia e geopolitica (tra «movimenti di popolazione» e «conflitti inter-statali») si coagulasse istantaneamente. Perché il disagio sociale virasse in nazionalismo… E nel contempo perché si rivelasse in tutta la sua estensione e profondità lo «sfondamento antropologico», chiamiamolo così, o «etico-politico» consistente nella diffusa incapacità di riconoscimento «dell’uomo per l’uomo». Nell’evaporazione di ogni pietas, com-patimento, identificazione nel dolore altrui: le basi della socievolezza che ha permesso la sopravvivenza della specie umana sostituita ora da un mortifero atteggiamento di rifiuto, diffidenza, indifferenza ostile. I cattivi sentimenti, appunto, che da sempre preparano la guerra perché dicono che la guerra è già dentro le persone, e le ha fatte proprie.

CERTO COLPISCE, nella via crucis dell’Aquarius – in questo spettacolo crudele messo in piedi per ostentare, sul palcoscenico grande come il mare, la caduta catastrofica dell’umano nel segno della «politica nuova» – la figura dell’attore protagonista: l’uomo che dopo aver assorbito in sé tutti i ruoli di governo (le gouvernement c’est moi) si permette di prendere in ostaggio centinaia di bambini, donne, uomini per giocarseli sulla scacchiera politica (come strumento di negoziazione all’esterno e di consenso all’interno) indifferente alle loro sofferenze, lasciandoli in balia del mare, come fossero cose e non persone («tortura» è stata definita). Ma colpisce ancor di più – se possibile – questo pubblico che balza in piedi ad applaudire a ogni battuta truce, a ogni dichiarazione di disprezzo, che si emoziona per le vessazioni, l’irrisione dei valori di solidarietà e condivisione, addirittura la messa in stato d’accusa della solidarietà, come colpa o reato. E se si guarda quella platea dal di fuori, non potrà sfuggire che solo in pochi, sparsi qua e là, se ne stanno a braccia conserte, senza unirsi all’orgia. E quasi nessuno si alza per fischiare.

PRENDIAMONE ATTO. Un argine si è rotto, persino tra noi, di quella comunità non grande che si è definita “sinistra”. Siamo diventati irriconoscibili a noi stessi. O meglio: tra noi stessi. Sempre più spesso, se s’incontra un compagno con cui si è condiviso (quasi) tutto e il discorso cade sui migranti e sul caso dell’Aquarius, non scatta immediata, istintiva l’indignazione, ma s’incrocia uno sguardo vacuo. Un cambiar discorso. O addirittura un moto di condivisione della politica dei respingimenti. Una voglia di limiti. Di barriere (perché «così non si può andare avanti»). O perché convertiti a un qualche «neo-sovranismo», nell’illusione falsa che ripristinando i confini possa ritornare il welfare di un tempo, le garanzie, i diritti sociali sottratti anche da parte e per colpa di chi oggi, per lavarsi la coscienza, difende a parole l’«apertura». O perché affascinati da quella vera e propria «troiata» (mi si permetta il temine caro a Cesare Pavese) che è la categoria dell’«esercito di riserva»: l’idea che i migranti siano lo strumento occulto di un qualche piano del capitale per sfondare il potere d’acquisto e la forza negoziale dei lavoratori nostrani, ignorando che quello si chiamava, non per nulla «esercito industriale», appartenente cioè a un’altra era geologica, prima che si affermasse il finanz-capitalismo, che lavora e comanda appunto non con i corpi ma col denaro. E che quella «narrativa» serve solo a giustificare la vessazione dei più poveri tra i poveri, non certo a contrastare i più ricchi tra i ricchi.

BASTA D’ALTRA parte uno sguardo alla cronologia per vedere che il vero «sfondamento» della forza del lavoro è avvenuto fin dal passaggio agli anni ’80, ben prima che iniziassero i flussi di popolazione, e ha usato come ariete non i corpi dei poveri ma la tecnologia dei ricchi, elettronica, informatica, smaterializzazione del lavoro, frammentazione della componente «manuale» che sopravviveva. Fu allora che si consumò la «sconfitta storica» del lavoro in Occidente. E il conseguente «disallineamento» tra diritti sociali e diritti umani, che invece il movimento operaio novecentesco, almeno da noi, aveva saputo tenere «in asse». Da allora quelle due famiglie di diritti – questione sociale e questione morale (o «umana») – sono andate divaricandosi sempre più, fino a oggi, quando finiscono per contrapporsi, quasi che per stare vicino ai nostri «proletari» occorresse respingere gli altri riconfigurati per l’occasione come «non-proletari». Col risultato che rischiamo di avere oggi «socialisti senza umanità» (sono quelli che stanno squassando la sinistra in Europa, fin dal cuore della Linke tedesca) e «umanitari senza socialità» (senza solidarietà sociale).

UNA SCISSIONE cui si può rimediare solo con un colpo d’ala. Con la consapevolezza, da una parte, che si possono difendere efficacemente le ragioni universali dell’umanità solo se si dimostra di voler difendere con le unghie e con i denti la ragioni sociali locali di chi, nel proprio territorio, è deprivato di reddito e diritti (se si disinnesca la trappola mortale del «perché a loro sì e a me no»). E dall’altra riuscendo a capire che mai come oggi la difesa dei migranti si salda alla difesa della pace, perché la guerra a loro finirà per trasformarsi in guerra tra noi.

FONTE: Marco Revelli, IL MANIFESTO

Primavera europea. Pensiamo si debba arrivare alle elezioni europee del 2019 con una visione chiara, un programma e un candidato comune alla Presidenza della Commissione

Da un lato un governo a trazione leghista che abbandona 600 migranti in mare e propone una flat tax a vantaggio dei più ricchi. Dall’altro l’opposizione screditata di Pd e Forza Italia. Un governo cattivo, un’opposizione pessima. La tenaglia in cui si trova la politica italiana è rappresentativa della falsa scelta più generale che ci troviamo ad affrontare in tutta Europa: Macron e Orbán, Merkel e Salvini. Da un lato un establishment in bancarotta morale e finanziaria e dall’altro una marea crescente di nazionalismi xenofobi la cui crescita è causata proprio del fallimento delle élite continentali e delle politiche di austerità.

Contro entrambi, abbiamo urgente bisogno di una nuova proposta politica capace di rappresentare un punto di riferimento italiano ed europeo. “Primavera Europea”, la lista transnazionale che abbiamo lanciato con il movimento europeo DiEM25, nasce come sforzo di unione tra le forze progressiste europee che si prefiggono questo compito storico.

Crediamo che questa unione sia possibile ed efficace se centrata su azioni comuni e su un’agenda politica credibile, coerente e aperta al contributo di tutti. È per questo che abbiamo appena approvato la versione beta di un programma politico rivoluzionario che sarà presentato a tutti i cittadini europei e a tutti i partiti e movimenti interessati attraverso una fase di consultazione che si estenderà fino ad agosto. Frutto della collaborazione di importanti intellettuali mondiali e di oltre 3.000 contributi fatti arrivare da singoli cittadini, il programma presenta una serie di politiche concrete attuabili già domani – a Trattati europei vigenti – in grado di cambiare radicalmente volto all’Unione europea. Fra queste un piano di investimenti ecologici e di riconversione industriale del tenore di cinquecento miliardi di euro annui, un piano europeo anti-povertà, il rafforzamento dell’autonomia municipale, un dividendo universale di base – coperto attraverso la tassazione delle multinazionali – e un’innovativa politica migratoria comune.

Lo sappiamo, i Trattati europei attuali sono i principali nemici dell’Europa che abbiamo in mente. Anche per questo proponiamo una strategia di disobbedienza costruttiva che disattenda le regole più inique – così come i sindaci italiani stanno disobbedendo alla politica xenofoba di chiusura dei porti italiani. Ma oltre a entrare nel merito di come i Trattati debbano essere modificati e la disobbedienza organizzata – cosa essenziale – dobbiamo saper presentare proposte di rottura attuabili fin da subito. Perché la crisi sociale non aspetta i tempi di una revisione costituzionale. Una lezione, questa, che Renzi avrebbe fatto bene ad imparare.

Pensiamo si debba arrivare alle elezioni europee del 2019 con una visione chiara, un programma e un candidato comune alla Presidenza della Commissione europea. Per combinare apertura, unità e coerenza, abbiamo deciso di rinnovare il nostro appello a livello europeo e nazionale a tutte le forze di sinistra, ecologiste, ai movimenti sociali e a tutte le forze progressiste per creare una lista comune paneuropea sulla base di un’Agenda politica condivisa. Come parte del nostro rinnovato appello, proponiamo che l’Agenda comune e le figure da candidare alla Presidenza della Commissione Europea vengano scelte attraverso un processo aperto e democratico – delle vere e proprie primarie continentali.

Proponiamo di fare votare tutti gli iscritti di tutti i movimenti che parteciperanno e che questa votazione sia aperta anche a tutti i cittadini che vorranno unirsi attraverso un meccanismo semplice, capace di combinare la partecipazione alle assemblee territoriali alla partecipazione online. In caso di disaccordo su aspetti specifici dell’Agenda, proponiamo che tutte le forze politiche partecipanti accettino di risolverli rimettendo le decisioni al voto dei cittadini. Oggi, da Milano, in un grande evento serale allo spazio Macao, dalle ore 21 lanceremo pubblicamente queste proposte insieme a tanti protagonisti della politica europea e italiana.

Pensiamo sia il momento di fidarci del nostro popolo e rimettere la scelta nelle mani di un grande processo di partecipazione. Un processo aperto che ci impegniamo a portare avanti indipendentemente da quali delle forze politiche decideranno di rispondere positivamente.

Abbiamo il dovere storico di accendere un faro in questi tempi oscuri. È il momento di farlo, insieme. E di farlo con coerenza, fermezza e credibilità.

FONTE: Janis Varoufakis, IL MANIFESTO

photo: By El Desperttador (youtube) [CC BY 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0)], via Wikimedia Commons

NAPOLI. Al congresso di Dema, il movimento del sindaco di Napoli Luigi de Magistris, c’erano ieri realtà e rappresentanti politici che non si riconoscono nel governo giallo-verde e neppure nel centrosinistra spazzato via dalle politiche. La novità la dà il sindaco a margine dei lavori: «C’è bisogno di un’alternativa sociale, politica ed economica, assente nel contratto Lega-M5s che è la continuità delle misure liberiste che hanno massacrato la popolazione. Un’alternativa al governo più di destra della storia repubblicana e alla finta opposizione di Renzi e Berlusconi. Apriamo una fase costituente, un’assemblea itinerante che si concluderà in autunno. Siamo disponibili a costruire tutti insieme un nuovo contenitore».

L’idea è aprire una fase di ascolto tra realtà autonome, che stanno facendo percorsi differenti, per convergere su un nuovo movimento, inserire Dema (un acronimo che sta per Democrazia e autonomia e che richiama il cognome del sindaco) in una realtà più ampia, de Magistris propone il nuovo nome: «Potrebbe chiamarsi Demos, non dovranno esserci “tutti quelli che non stanno a destra” ma militanti, amministratori, associazioni, comitati che hanno dimostrato di voler fare la rivoluzione, che è il coraggio di prendere decisioni. Siamo una realtà che resiste, che non ha privatizzato i servizi di rilevanza costituzionale. Questa è la nostra dote che offriamo a tutti a parità di condizione».
Oggi si eleggeranno gli organismi: de Magistris è candidato alla presidenza, lo stesso sindaco vorrebbe che venisse affidato il ruolo di responsabile nazionale al suo assessore al Bilancio, Enrico Panini, con il mandato di radicare il movimento in tutta Italia. «Per le prossime politiche ci saremo, anche se si dovesse votare tra tre mesi – spiega il sindaco -. Daremo un contributo a unire le forze per le europee, dialoghiamo con Varufakis, Melanchon, Iglesias». E sul governo: «Sono pronto a cooperare con il premier Conte, il nostro però è un progetto alternativo. C’è chi dice “prima gli italiani” ma un paese non si costruisce sulla paura. La principale forza politica, che ha avuto un voto straordinario dal Mezzogiorno, si è alleata con Salvini».
Tra gli ospiti del congresso i No Tav e i No Terzo Valico. Il sindaco di Messina, Renato Accorinti, è tra i più fotografati: «Il governo giallo-verde è una caduta nel baratro. Molta gente delusa dal Pd ha fatto questo voto di rabbia, a cosa può servire stare con i nazifascisti?». Laura Boldrini, parlamentare Leu, ha mandato un videomessaggio: «Gli elettori 5S sono stati traditi, motivo in più per lavorare insieme, tutti noi che abbiamo a cuore la giustizia sociale. Nel loro contratto non si parla di diseguaglianze, di occupazione femminile, di Sud».
C’è Maurizo Acerbo, segretario di Rifondazione: «Non vedo perché non possiamo metterci insieme per costruire un movimento popolare in Italia e in Europa». Rifondazione è nel percorso di Potere al popolo, che oggi e domani terrà la sua assemblea nazionale a Napoli. Ad ascoltare le relazioni c’erano anche le realtà di movimento. Napoli direzione opposta, con Dario Oropallo, spiega: «La somma dei ceti politici non può essere la via per ricostruire l’opposizione. Partiamo dai territori». Viola Carofalo, per l’Ex Opg Je so’ pazzo, commenta: «Bisogna costruire l’alternativa al governo e pure all’opposizione, schiacciata sui diktat europei». Interviene anche il dem Marco Sarracino, area Orlando: «Serve un’autocritica, spogliarci dai pregiudizi e cambiare, tutti insieme. Il vecchio è morto, elaboriamo una proposta collettiva alternativa e credibile».

FONTE: Adriana Pollice, IL MANIFESTO

photo: Di Santino Patanè from Caslino d’Erba (CO), Italy (Luigi De Magistris) [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], attraverso Wikimedia Commons

Da oggi, come si suol dire, «le chiacchiere stanno a zero». Nel senso che le nostre parole (da sole) non ci basteranno più. D’ora in poi dovremo metterci in gioco più direttamente, più “di persona”: imparare a fare le guide alpine al Monginevro, i passeur sui sentieri di Biamonti nell’entroterra di Ventimiglia, ad accogliere e rifocillare persone in fuga da paura e fame, a presidiare campi rom minacciati dalle ruspe. Perché saranno loro, soprattutto loro – non gli ultimi, quelli che stanno sotto gli ultimi – le prime e vere vittime di questo governo che (forse) nasce.

Dovremmo anche piantarla con le geremiadi su quanto siano sporchi brutti e cattivi i nuovi padroni che battono a palazzo. Quanto “di destra”. O “sovranisti”. Forse fascisti. O all’opposto “neo-liberisti”. Troppo anti-europeisti. O viceversa troppo poco, o solo fintamente. Intanto perché nessuno di noi (noi delle vecchie sinistre), è legittimato a lanciare fatwe, nel senso che nessuno è innocente rispetto a questo esito che viene alla fine di una lunga catena di errori, incapacità di capire, pigrizie, furbizie, abbandoni che l’hanno preparato. E poi perché parleremmo solo a noi stessi (e forse non ci convinceremmo nemmeno tanto). Il resto del Paese guarda e vede in altro modo. Sta già altrove rispetto a noi.

Forse resta dubbioso sulla realizzabilità dei programmi, forse indugia incerto per horror vacui, ma non si sogna neppure di usare le vecchie etichette politiche del Novecento per qualificare un evento fin troppo nuovo e nel suo contenuto sociale inedito, come inedita è la struttura della società in cui è maturata la svolta.

IL FATTO è che questo governo è la diretta espressione del voto del 4 di marzo. E che quel voto ha costituito e rivelato non un semplice riaggiustamento negli equilibri politici, ma un terremoto di enorme magnitudine, una vera apocalisse culturale, politica e sociale. Piaccia o non piaccia (a me personalmente non piace) ma questa coalizione giallo-verde esprime – per quanto sia esprimibile – il messaggio emerso più che maggioritariamente dalle urne. Traduce in termini istituzionali l’urlo un po’ roco che veniva dalle due metà dell’Italia, e che diceva, con toni e sotto colori diversi, che come prima non si voleva e non si poteva più continuare. Che non se ne poteva più. E che quegli equilibri andavano rotti.

FORSE SOLO l’asse tra Cinque stelle e un Pd de-renzizzato avrebbe potuto corrispondere a quegli umori (e malumori), ma la presenza ingombrante del cadavere politico di Matteo Renzi in campo dem l’ha reso impossibile. Non certo un governissimo con tutti dentro, avrebbe potuto farlo. O un governo del Presidente. Che avrebbero finito per generare una gigantesca bolla di frustrazione e rancore da volontà tradita, velenosa per la democrazia quant’altra mai. Cosicché non restava che questo ibrido a intercettare i sussurri e le grida di una composizione sociale esplosa, spaesata e spaventata come chi abiti un paesaggio post-catastrofico, geneticamente modificato da una qualche mutazione di stato.

ED È QUESTO il secondo punto su cui riflettere. Questo nostro trovarci a valle di una «apocalisse» come l’ho chiamata, pensando all’accezione in cui Ernesto De Martino usava l’espressione «apocalisse culturale». Cioè una «fine del mondo» (questo era il titolo del suo libro). Anzi, la fine di un mondo. Che è appunto la nostra condizione. Perché un mondo è davvero finito. È andato in pezzi: il mondo nel quale si sono formate pressoché tutte le nostre categorie politiche, e si sono strutturate tutte le nostre pregresse identità, dalla destra alla sinistra, e si sono formalizzati i nostri linguaggi e concetti e progetti. Nessuna di quelle parole oggi acchiappa più il reale. Nessuno di quei modelli organizzativi riesce a condensare un qualche collettivo. Nessuna di quelle identità sopravvive alla prova della dissoluzione del “Noi” che parte dal default del lavoro e arriva a quello della democrazia.

CONTINUIAMO testardamente a cercar di cacciare dentro il cavo vuoto dei nostri vecchi concetti i pezzi di una realtà che non vuol prenderne la forma e si ribella decostruendosi prima ancor di uscire di bocca. Continuiamo a sognare la bella unità tra diritti sociali e diritti umani universali che il movimento operaio novecentesco aveva miracolosamente realizzato, e non ci accorgiamo che non sono più “in asse”. Che oggi i primi sono giocati contro i secondi, da questo stesso governo che a politiche feroci sul versante della sicurezza – alla negazione dei diritti umani – associa un’attenzione alle politiche sociali (per lo meno per quanto riguarda il loro riconoscimento nel programma) sconosciuta ai precedenti.

LIQUIDIAMO come «il più a destra, in tutta la storia della Repubblica» questo governo (non è che il governo Tambroni nel 1960 o quelli Berlusconi-Fini della lunga transizione scherzassero…), senza riflettere sul fatto che i due partiti che lo compongono hanno in pancia una bella percentuale di elettorato “di sinistra” (un buon 50% i cinque stelle, un 30% o giù di lì la Lega). Mentre pressoché tutta la stampa “di destra” (da Vittorio Feltri a quelli del Foglio e del Giornale), i quotidiani mainstream, gli opinion leaders “di regime” (pensiamo a Bruno Vespa), le agenzie di rating, i Commissari europei, ostenta pollice verso. Qualcosa evidentemente si è rotto nei meccanismi della nostra produzione di senso.

D’ALTRA PARTE nemmeno il popolo è più quello di una volta: il popolo dei populismi classici, unità morale portatrice di virtù collettive, unito a coorte e pronto alla morte. È al contrario una disseminazione irrelata di individualità. L’ha mostrato perfettamente la ricerca su «Chi è il popolo» realizzata da un gruppo di giovani ricercatori nelle nostre periferie e presentata sabato scorso a Firenze: il tratto comune a tutte le interviste era l’assenza di denominatori comuni. La perdita del senso condiviso della condizione e dell’azione. La scomparsa dall’orizzonte esistenziale del conflitto collettivo, in un quadro in cui l’unica potenza sociale riconosciuta, l’unico titolare del comando, è il denaro, inattingibile nella sua astrattezza e quindi incontrastabile.

SE UN NOME vogliamo dargli, è “moltitudine”, non tanto nel senso post-operaista del termine, come nuova soggettività antagonistica, ma in senso post-moderno e post-industriale: l’antica «classe» senza più forma né coscienza. Decostruzione di tutte le aggregazioni precedenti. In qualche misura «gente»… Cosicché anche i populismi che si aggirano, nuovi spettri, per il mondo sono populismi anomali: populismi senza popolo.

Per questo è bene rimetterci in gioco «in basso». Nella materialità della vita comune. Corpi tra corpi. A imparare il nuovo linguaggio di un’esperienza postuma. Lasciando da parte, almeno per il momento, ogni velleità di rappresentanza che non riuscirebbe a essere neppure rappresentazione.

FONTE: Marco Revelli, IL MANIFESTO

Dall’incontro nazionale della “Rete delle città in comune” la decisione di presentare programmi elettorali omogenei, con un processo aperto alle realtà in costruzione, nel segno della difesa del patrimonio e dei servizi pubblici, e della disobbedienza civile ai vincoli di bilancio che strangolano gli enti locali. Pisa capofila della Rete, mentre sotto la Torre Pendente il Pd diviso viene commissariato.

FIRENZE. “Che obiettivo ci diamo? Quello di resistere e avanzare, sui territori, dove il nostro ‘lavoro politico’ quotidiano è visibile, e ottiene dei risultati che ci vengono riconosciuti”. Le parole di Tommaso Grassi (Firenze riparte a sinistra) offrono una prima chiave di lettura dell’incontro nazionale della “Rete delle città in comune”. Organizzato per mettere a confronto, e spingere all’unità di intenti, le liste di cittadinanza e di sinistra presenti da un capo all’altro della penisola. Con risultati non disprezzabili, visto che fra la sessantina di partecipanti all’incontro fiorentino – ma con adesioni ben più corpose – ci sono perlopiù consiglieri comunali ma anche qualche amministratore di comuni più piccoli. Lì dove una politica di sinistra sta avendo ancora un senso, almeno agli occhi degli elettori.

Nell’imminenza del voto amministrativo di giugno, il primo risultato della giornata è stata la decisione di darsi supporto reciproco, facendo tesoro dei programmi e delle esperienze comuni. “Ai tavoli di lavoro abbiamo elaborato uno schema di linee guida programmatiche – sintetizza il pisano Francesco Auletta – da mettere a disposizione delle liste già costituite o che si costituiranno in queste settimane. Sia delle realtà che già fanno parte della Rete, che di quelle che ancora ne sono fuori ma ci seguono con interesse. Con la discriminante, doverosa, di essere alternativi alla destra ma anche ai cinque stelle e al Pd”. Insomma una scelta, chiara, di campo.
Di fronte al dato di fatto che gli enti locali sono stati le principali vittime delle politiche di austerità, al termine dell’incontro è stato preparato un documento congiunto che, pure in bozza, fa capire bene al direzione di marcia: “Presenteremo programmi politico-elettorali con la richiesta agli enti locali di ‘disobbedire’ ai vincoli che li stanno stritolando. Vincoli che non sono solo quelli della legge di bilancio. Ad esempio, come è possibile che per contrarre mutui la Cassa depositi e prestiti, che è pubblica, presti i soldi a tassi di mercato, quando li riceve dalla Bce a costo zero o quasi?”.
A seguire il tema della “re-internalizzazione” dei servizi, concretamente perseguibile anche secondo il principio “a parità di lavoro, parità di salario” fra gli addetti diretti e quelli in appalto o esternalizzati. Un’operazione da svolgere in parallelo, e in salutare controtendenza, al recupero di un patrimonio pubblico che da anni viene (s)venduto pezzo per pezzo, così come sta accadendo per le “public utilities”. Infine la battaglia civile contro le derive securitarie, dai daspo urbani alla legge Minniti-Orlando, cui contrapporre il recupero di spazi di socialità e di democrazia sostanziale. Nel segno di quelle politiche di cooperazione, solidarietà e mutualismo che ancora danno un senso alla parola “sinistra”.
Fra le città che hanno dato una spinta alla Rete spicca Pisa, dove le elezioni del giugno prossimo stanno dando l’ennesima riprova della crisi del Pd. Con l’arrivo di un commissario, il primo cittadino pratese e presidente dell’Anci Toscana, Matteo Biffoni, il cui mandato è quello di “espletare tutti i tentativi possibili per arrivare a una candidatura unitaria del centrosinistra”. Oppure convocare le primarie il 29 aprile per scegliere il candidato. Richiesta, quest’ultima delle primarie, fatta “a norma di Statuto del Pd” dall’assessore uscente e candidato in pectore Andrea Serfogli, che ha mezzo partito al suo fianco ed è appoggiato anche dalle liste civiche attualmente in maggioranza sotto la Torre Pendente. Ma non è gradito da Mdp e dal suo uomo forte, ed ex sindaco, Paolo Fontanelli.

FONTE: Riccardo Chiari, IL MANIFESTO

«A dir la verità, gli interrogativi e le domande che proponi meriterebbero un libro. Del resto la mia idea del manifesto era già negli anni ‘80 del secolo scorso che dovesse essere un laboratorio nel quale coinvolgere alcune persone appunto attorno ai temi principali».

Così inizia la nostra intervista a Rossana Rossanda.

Il risultato elettorale vede l’affermazione di due forze politiche «antisistema», il M5 Stelle «populista giustizialista» a Sud e nella coalizione di destra, la Lega, populista-razzista a Nord. Che rischio vedi?

Non credo che il maggior disastro sia la separazione fra l’Italia del nord e quella del sud, per altro non nuova. La cosa più grave è che l’Italia non è mai stata cosi totalmente a destra come dopo questa elezione.

In particolare, c’è stata una vera e propria distruzione di una delle sinistre europee più importanti.

Nel 1989, Achille Occhetto ha praticamente accettato la proposta di Craxi sulla totale colpevolizzazione del partito comunista italiano, la cui identità si poteva invece seriamente difendere, anche grazie a una specificità che non si è mai smentita, e che rendeva difficile il suo rapporto con gli altri partiti comunisti, come quello francese.

Non giova certo adesso l’insistenza sul tema «non rimane che un mucchio di macerie», sul quale anche il manifesto è stato assai indulgente.

È mancata una lettura della «società rancorosa», come diceva l’ultimo rapporto Censis? E’ la conseguenza di una visione dell’Europa subalterna alla logica monetaria e con il vincolo di bilancio finito in Costituzione?

Mantengo la tesi che proprio gli stessi dirigenti del partito comunista hanno mandato alle ortiche la tematica teorica e politica, sulla base della quale si sarebbe potuto fare, e si potrebbe ancora fare, una analisi effettiva dei processi che hanno investito l’Italia da ormai quasi un secolo.

Il risentimento espresso dal voto, come osserva già il Censis, si basa in parte anche su questa incapacità di analisi.

Dove ci sono sfruttamento e sofferenza dovrebbe esserci «rivolta» oppure costruzione di un’alternativa. Non ne vedo tracce consistenti in ItaliaRossana Rossanda

Come pensi si possa rimettere al centro la lotta per e sul lavoro, di fronte a una così diffusa frantumazione del lavoro stesso (figure professionali difformi, geograficamente sparpagliate ma anche culturalmente e produttivamente isolate); con l’estensione del precariato ad ogni livello? Il proletariato così come l’abbiamo conosciuto non esiste più, eppure la sua diffusione nel mondo non è mai stata così grande. Come leggere questa disparità tra espansione numerica e azzeramento nella consapevolezza politica?

Non penso che una lotta per difesa del lavoro sia messa in difficoltà da una sua particolare frantumazione. Questa esiste, ma è poco più che fisiologica: si potrebbe ripartire, se ne se avesse la voglia, dalla crisi del fordismo e dalla analisi gramsciana della sua natura e fine.

Ci sono anche le analisi più recenti di Luciano Gallino, che sarebbero di grande utilità (e spiegherebbero anche alcuni ragioni di fondo dei flussi elettorali).

Insomma, la vecchia esclamazione di Brecht: «Compagni, ricordiamoci dei rapporti di produzione» si potrebbe e si dovrebbe realizzare ancora oggi. Ma dovremmo fare i conti con la liquidazione del marxismo avvenuta nell’ultimo mezzo secolo, e alla quale neanche il manifesto si è realmente opposto.

Luigi Pintor già all’inizio del 2003 scriveva che «la sinistra che abbiamo conosciuto non esiste più». Che cosa rimane di quello che ci ostiniamo a chiamare sinistra? Il riformismo antioperaio di Matteo Renzi (v. Jobs act) è davvero finito con il disastro del Pd? O il neoliberismo vive in altre dimensioni? Quanto quelle macerie impediscono la ricostruzione necessaria?

Le parole di Pintor valgono purtroppo ancor oggi: fra l’altro non credo che si possa definire riformismo anti operaio quello di Matteo Renzi, ammesso che la definizione abbia un senso.

Renzi ha semplicemente obbedito alla maggioranza liberista che ha investito l’Europa e ha trovato nella classe dirigente italiana soltanto degli accordi: basta pensare alle scelte di Marchionne sulla Fiat.

Perché in Italia non c’è una sinistra legata ai nuovi movimenti anticapitalistici, che abbia forza anche numerica e capacità di convinzione – fatte le debite differenze tra queste formazioni – come Podemos, Linke, Syriza?

Non mi pare che la nostra situazione sia analoga a quella che ha dato luogo a Podemos, alla ormai vecchia Linke e a Syriza. Una traccia interessante sarebbe un aggiornamento molto preciso della situazione economica italiana alla tematica proposta dall’Unione Europea.

I vincoli dell’Unione europea «reale» hanno ridotto i poteri e i processi democratici, di fatto cancellando spazi fondanti di democrazia e obiettivi di trasformazione sociale. L’Unione europea ridotta a sola moneta unica è ancora il campo per una democrazia avanzata e progressiva?

Credo che bisognerebbe riflettere sul fatto che più che aggredire un comunismo che in Europa occidentale non c’è mai stato, quel che è stato aggredito dopo la caduta del muro di Berlino è stata una certa interpretazione keynesiana che ha caratterizzato le costituzioni europee post-belliche.

Ne ho scritto qualcosa l’anno in cui ho lasciato il giornale. Credo proprio nel mese di settembre.

La caduta del Muro di Berlino più che un comunismo inesistente in Europa occidentale, ha aggredito una interpretazione di Keynes – Rossana Rossanda

Trump è arrivato alla guida degli Stati uniti perché premiato dalla promessa populista del protezionismo. Ma «l’unica potenza rimasta» non lo è più, né economicamente né politicamente e rischia di assumere il primato di una ideologia di scontro, isolazionista e razzista. Che resta delle ragioni democratiche dall’Occidente neoliberista?

Per quanto riguarda la vittoria di Trump e la sua localizzazione, un buon libro mi sembra Populismo 2.0 di Marco Revelli. Il problema è pero che anche in Europa spunti populisti nascono dappertutto e non hanno la stessa origine. In modo particolare sono nati nell’Europa dell’Est, Cechia, Ungheria e Polonia, dove sembrano configurarsi come «sistemi».

Sarebbe interessante che il manifesto osservasse quali sono i loro temi principali, diversi da quelli degli Stati Uniti.

È possibile, con contenuti innovativi e per una possibile ricostruzione – a partire dall’analisi del 1989 – , insieme attivare movimenti intorno a nuovi temi di classe internazionali?

Sarebbe indispensabile un lungo lavoro comune, anche a livello internazionale, sulla evoluzione economica dell’Europa: per quanto riguarda Trump, non abbiamo granché da dire, e soprattutto mancano rapporti comuni con le posizioni del Partito democratico americano, molto diverso dalle posizioni europee.

In Italia si discute di un soggetto politico, dopo lo smacco elettorale e lo scarso risultato delle liste a sinistra, LeU e Potere al popolo. Anche alla luce della deriva dell’89, della fine Pci, della riduzione della politica a tecnicismi – per i quali l’affermazione del centrista Macron in Francia rappresenta forse l’ultimo significativo e vincente episodio – fino al protagonismo rottamatorio dell’era renziana anch’essa rottamata. Cosa pensi della discussione in corso?

La discussione mi pare inadeguata. Bisognerebbe iniziare dal fatto che il risultato elettorale non è stato inaspettato, bensì una logica conseguenza delle posizioni liquidazioniste del Partito Democratico e delle conseguenze della totale sparizione dei partiti socialisti.

L’affermazione di Macron in Francia è un semplice adeguamento alla scelta maggioritaria dell’Unione europea, e in particolare delle Cdu tedesca.

Dove stanno sfruttamento e sofferenza, dovrebbe esserci «rivolta» o almeno costruzione di una’alternativa.

Non ne vedo tracce consistenti in Italia: le posizioni più interessanti sono quelle di una parte del sindacato (la Fiom), ma il compito di un partito è diverso e politicamente molto più radicale.

Quanto a LeU e Potere al Popolo, mi sembra assai ingeneroso valutarne il risultato dopo una breve campagna elettorale e sotto il diluvio di populismi o estrema destra della Lega: per iniziare una ricostruzione, occorrerebbe un atteggiamento molto più seriamente analitico e unitario – Rossana Rossanda

Quanto alle liste come LeU e Potere al Popolo, mi sembra assai ingeneroso valutarne il risultato, dopo una breve campagna elettorale e sotto il diluvio dei populismi o l’estrema destra della Lega: per iniziare una ricostruzione, occorrerebbe un atteggiamento molto più seriamente analitico e unitario.

E probabilmente questo esigerebbe anche un esame che non si è fatto sull’andamento dei cosiddetti «socialismi reali».

Si tratterebbe di fare quello che Stalin ha impedito, e cioè un bilancio serio del leninismo alla fine della vita di Lenin, nei tentativi teorici del conciliarismo, che in Italia hanno avuto un seguito soltanto dopo il 1972.

Insomma, non è possibile risparmiarsi un lavoro molto ravvicinato, che in italia non è stato fatto nell’ultimo mezzo secolo.

In questo lavoro sarebbe da esaminare anche al di fuori di certe facilità «la linea togliattiana». Ricordo che con qualche esortazione ad andare in questa direzione non ho avuto fortuna neanche nel nostro giornale.

FONTE: Tommaso Di Francesco, IL MANIFESTO

COSENZA. Franco Piperno, ex leader di Potere Operaio, docente di Fisica ed esperto di astronomia, osserva le vicende italiane col telescopio dell’analisi politica, orientato anche da quel pizzico di ironia che da sempre lo accompagna.

Professore, il successo dei 5stelle e della Lega ha radici profonde? Siamo di fronte ad un fenomeno che viene da lontano?
Credo proprio di sì. Del resto questo accade pure in altri Paesi europei e negli Usa. C’è una forte crisi della rappresentanza. È un fatto che nel corso della storia si è riproposto diverse volte. Basti pensare a quel che si verificò al tempo della Repubblica di Weimar. Questa volta è un po’ più grave, perché non si tratta di un problema che possa essere risolto modificando la legge elettorale. Siamo in presenza di una sfiducia diffusa. Non è rivolta solo contro i rappresentanti, bensì contro la rappresentanza. Ho l’impressione che la diffidenza nei confronti dei rappresentanti, in quanto tali, riguardi il trasformismo, un fenomeno che l’Italia conosce bene sin dai tempi dell’unità.

È una sfiducia che travolge la sinistra in Europa a tutti i livelli?
Sì. Pensiamo alla parabola di Syriza. Tsipras è una brava persona e quelli intorno a lui non sono certo  corrotti, ma alla fine volendo prendere il potere, è il potere che li ha presi. Ed è inevitabile. Sono stato un po’ di tempo in Spagna con i compagni di Podemos e ho visto che gran parte della giornata passava ad individuare candidati, elezioni in un comune o in un altro. Questa è un’ulteriore prova della crisi della rappresentanza. Un conto è avere un’organizzazione di base, qualsiasi essa sia, e porsi poi il problema di rappresentarla. Completamente diverso è rovesciare il problema, cioè avere la rappresentanza e poi creare il movimento.

Il caso di Liberi e Uguali è forse il più melanconico. Un intero ceto politico con anni di esperienza alle spalle si è candidato a dirigere. Non è che abbiano fatto ricorso ai legami che magari venivano dalla tradizione tanto del Pci come della Dc. No, si sono offerti direttamente come ceto politico. E anche i compagni di Rifondazione e Potere al Popolo o il Partito comunista di Rizzo rischiano di essere assorbiti da codesto meccanismo. È come se ci fosse un mercato in cui compaiono questi rappresentanti. Nulla di più.

Come spiega il successo di Lega e 5stelle nel sud?
Entrambi hanno alla loro origine  elementi interessanti. Penso alla Lega di Gianfranco Miglio e alla sua idea di federalismo spinto. Il limite era che si trattava di un federalismo concepito per regioni, e niente è più disastroso degli Stati regionali. Però c’era allo stesso tempo un’esigenza contro Roma, intesa come lotta alla centralizzazione. Invece, per quanto riguarda i 5Stelle, il reddito di cittadinanza e il tema della democrazia diretta erano interessanti, ma la mia impressione è che entrambi,  Lega e  5Stelle, abbiano già fatto una brutta fine. Matteo Salvini si propone come primo ministro dell’Italia, quindi scordando tutto quello che andava fatto per costruire un’Italia federale che si sarebbe potuta costruire solo attorno alle città. Infatti, mentre le regioni sono un’invenzione, le città costituiscono la vera storia del nostro Paese.

Dal canto loro, i 5 Stelle hanno completamente abbandonato la tematica della democrazia diretta?
Sì, e in un certo senso hanno pure fatto bene, perché ci sono dei casi di democrazia diretta paradossali. Alcuni di loro, per esempio, hanno ottenuto l’elezione dopo essere stati scelti da un centinaio di persone, quando andava bene. Lo stesso Di Maio mi dà un po’ l’impressione che sia stato estratto a sorte. Non dico che non abbia delle capacità, non lo so, non posso giudicarlo. Però appare evidente che è un esempio di democrazia affidata al caso. Questa storia della rete come democrazia diretta non solo è del tutto inconsistente, ma è quanto di più qualunquistico possa esistere.

In appena due anni i grillini in Calabria sono passati dal 4% al 40% senza aver nessun consigliere comunale, regionale, in pratica senza esistere e senza nessun candidato noto. Com’è possibile?
La loro forza proviene dalla dissoluzione dei riferimenti precisi. Fossero di classe o culturali, non c’è più niente. Per ottenere la vittoria nel sud, è come se i 5 Stelle si fossero alleati con alcuni degli aspetti più riprovevoli del meridione. Per esempio, pensare che i problemi del sud debbano essere risolti dallo Stato centrale. Certamente nel risultato che hanno ottenuto c’è una componente di protesta che va considerata, ma accanto ad essa c’è anche dell’astuzia.

FONTE: Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti, IL MANIFESTO

NAPOLI.Comincia da Napoli la marcia della prima lista transnazionale per le elezioni europee del 2019, nata su impulso del movimento Diem25, fondato da Yanis Varoufakis, e di Dema, il partito del sindaco partenopeo Luigi de Magistris, con Génération-s di Benoit Hamon, movimento sorto dopo la sconfitta dello stesso Hamon alle presidenziali francesi sotto le insegne del Partito socialista. Ieri si è tenuto in città il primo coordinamento.
Lorenzo Marsili ha illustrato l’agenda: «È importante partire da Sud e da Napoli. Ad aprile un nuovo incontro, a maggio avremo il programma, a settembre il candidato alla presidenza. Abbiamo lanciato una open call per chiedere a cittadini e movimenti di aderire».

Il sindaco (che non esclude di candidarsi) mette Napoli pienamente all’interno del processo di costituzione di una lista dei popoli e delle città ribelli «contro l’Europa dei fascismi e dei nazionalismi. Abbiamo dimostrato che si può mettere insieme rottura del sistema e affidabilità di governo». Nel gruppo dei fondatori anche Alternativet (Danimarca), Bündnis (Germania), Livre (Portogallo) e Razem (Polonia).

L’incontro con la stampa comincia con Varoufakis che suona al pianoforte The train leaves at eight: «Da Napoli sta partendo un treno, per ora marcia piano ma con le porte aperte a tutti per cambiare l’Europa. La speranza muore quando il popolo pensa di non aver alternativa. Siamo qui per incamminarci su un’altra strada: un unico programma che porterà speranza per minoranze, lavoratori, imprenditori creativi. Il modo in cui è costruita l’Europa, il mercato unico, è insostenibile, sta implodendo».

Presentare una lista transnazionale quando Bruxelles le ha vietate non è un problema: «È una crisi sistemica, allo stesso modo in cui l’establishment rifiuta di introdurre politiche razionali per risolvere la crisi così rifiuta le liste transnazionali. Noi le simuleremo utilizzando le regole esistenti per bypassare i divieti».

Sulle elezioni politiche italiane Varoufakis è netto: «Nessuno ha vinto, le speranza tra la gente è al minimo. Il termine populismo è abusato, bisogna valutare i programmi di Lega e 5S. Il Movimento ha messo su tavolo una serie di proposte, alcune interessanti, ma il diavolo si nasconde nelle aggiunte, deve essere valutato sugli effetti reali. Il reddito di cittadinanza è una misura presente in molti Paesi, io sono favorevole. Bisogna vedere quanto viene finanziata e se verranno eliminate altre misure di welfare per tenerla in campo. Sull’Europa poi non hanno una proposta seria che faccia respirare l’Italia e cambi il continente».

«La Lega – continua – propone invece la Flat tax che è una misura brutale, toglie soldi ai poveri per spostare la ricchezza verso i ricchi. I 5S hanno la sola possibilità di fare il governo con il Pd e il Pd porterà dentro l’establishment. Noi vogliamo invece occupare gli spazi anche moderati che ci sono nell’Ue mentre pratichiamo la disobbedienza sui territori contro i diktat di Francoforte e Bruxelles».

Hamon, dopo la disfatta del Psf al 6%, cerca una nuova via a sinistra, differente da La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon (che ha sfiorato il 20% alle presidenziali): «Macron e Merkel uniscono le élite e spingono per un programma fondato su austerità e oligarchie che sta però frantumando il continente. Al tempo stesso i nazionalisti stanno unendo le paure per disintegrare l’Ue. Alla fine sono due spinte differenti che hanno lo stesso esito finale. Noi uniamo le forze per riscoprire un progetto originale che migliori la vita delle persone. Abbiamo fiducia nella democrazia e nella gente».

E sulla crisi delle socialdemocrazie: «Una parte della sinistra si è spostata a destra, in Francia, Germania, Italia, ed è scomparsa. Un’altra parte della sinistra pensa che per riconquistare il popolo deve smettere di essere europeista. Noi pensiamo che la questione sociale e quella ecologica abbiano bisogno di una nuova sinistra europea».

Sui 5S: «Dicono cose interessanti ma hanno anche tante contraddizioni. L’impressione è che siano contenti di vincere le elezioni ma non so quanto siano contenti di governare. Non vogliamo mancare di rispetto agli elettori, che con il voto ci dicono che l’Europa cosi com’è non va bene, ma noi abbiamo un altro progetto».

FONTE: Adriana Pollice, IL MANIFESTO

L’Italia del day after non ce la dicono i numeri, le tabelle dei voti. Ce la dicono le mappe, ce la dicono i colori. Ed è un’Italia irriconoscibile, quasi tutta blu nel centro nord, tutta gialla nel centro sud. Verrebbe da dire: l’Italia di Visegrad e l’Italia di Masaniello.

L’Italia di sopra allineata con l’Europa del margine orientale, l’Europa avara che contesta l’eccesso di accoglienza e coltiva il timore di tornare indietro difendendo col coltello tra i denti le proprie piccole cose di pessimo gusto: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, passando per il corridoio austriaco…

L’Italia di sotto piegata nel suo malessere da abbandono mediterraneo, nella consapevolezza disperante del fallimento di tutte le proprie classi dirigenti, e in tumultuoso movimento processionale nella speranza di un intervento provvidenziale (un novum, qualcuno che al potere non c’è finora stato mai) che la salvi dall’inferno.

L’una attirata dal flauto magico della flat tax, l’altra da quello del reddito di cittadinanza.

In mezzo il nulla, o quasi: una sottile fascia, slabbrata, colorata di rosso nei territori in cui era radicato il nucleo forte dell’insediamento elettorale della sinistra, e che ora appare in progressiva disgregazione, con i margini che già cambiano.

Bisognerà ben dircelo una buona volta fuori dai denti, se non altro per mantenere il rispetto intellettuale di noi stessi: in questa nuova Italia bicolore la sinistra non c’è più. Non ha più spazio come presenza popolare, come corpo sociale culturalmente connotato, neppure come linguaggio e modo di sentire comune e collettivo. Persino come parola. La sua identità politica, un tempo tendenzialmente egemonica, non ha più corso legale. L’acqua in cui eravamo abituati a nuotare da sempre è defluita lontano – molto lontano – e noi ce ne stiamo qui, abbandonati sulla sabbia come ossi di seppia. Disseccati e spogli.

NON È UNA «SCONFITTA storica», come quella del ’48 quando il Fronte popolare fu messo sotto dalla Dc atlantista e degasperiana, ma non uscì di scena. È piuttosto un «esodo». Allora il giorno dopo, come dice Luciana Castellina, si poté ritornare al lavoro e alla lotta, perché quell’esercito era stato battuto in battaglia ma c’era, aveva un corpo, messo in minoranza ma consistente, e nelle fabbriche gli operai comunisti ritornavano a tessere la propria tela come pesci nell’acqua, appunto.

Oggi no: la sinistra del 2018 (se ha ancora un senso chiamarla così) non è stata messa sotto da nessuno. Non è stata selezionata come avversario da battere da nessuno degli altri contendenti. Se n’è andata da sé. O quantomeno si è messa di lato. Gli elettori si sono limitati a sfilarle accanto per andare altrove. Come si lascia una casa in rovina. Ha ragione Roberto Saviano quando dice che i blu e i gialli hanno potuto occupare tutto lo spazio perché dall’altra parte non c’era più nulla. Da questo punto di vista questo esito elettorale almeno un merito ce l’ha: ci mette di fronte a un dato di verità. E a un paio di constatazioni scomode: che l’«onda nera» non era affatto illusoria, è stata veicolata al nord da Salvini, ed è stata neutralizzata al sud dai 5Stelle (come fece a suo tempo la Dc).

D’ALTRA PARTE un tratto di verità ci viene consegnato anche dalla catastrofica esperienza del quadriennio renziano. L’opera devastante di «Mister Catastrofe», come felicemente lo chiama Asor Rosa, costituisce un ottimo experimentum crucis. Utilissimo – a volerlo utilizzare per quello che è: una sorta di vivisezione senza anestesia – per indagare che cosa sia diventato il Pd a dieci anni dalla sua nascita, ma anche cosa rimanga delle sue identità pregresse, delle culture politiche che plasmarono il suo background novecentesco, dell’antropologia dei suoi quadri e dei suoi membri, del suo radicamento sociale, del grado di tenuta o viceversa di evaporazione dei riferimenti nel set di tradizioni che definiscono ogni comunità. Matteo Renzi, nella sua breve ma tumultuosa (quasi isterica) esperienza da leader nazionale ha stressato il proprio partito in ogni sua fibra, ne ha rovesciato (e irriso) tutti i valori, ha umiliato persone e idee che di quella tradizione avessero anche una minima traccia, ha rovesciato di 180 gradi l’asse dei riferimenti sociali (gli operai di Mirafiori sostituiti da Marchionne), ha provocato a colpi di fiducia l’approvazione di leggi impopolari e antipopolari, ha rieducato alla retorica e alla menzogna una comunità che aveva fatto del rigore intellettuale un mito se non una pratica effettiva, ha cancellato ogni traccia di «diversità berlingueriana» dando voce al desiderio smodato di «essere come tutti», di coltivare affari e cerchi magici, erigendo a modelli antropologici i De Luca delle fritture di pesce e i padri etruschi dei crediti facili agli amici… Ora, con tutto questo, ci si sarebbe potuto aspettare che, se di quella tradizione fosse rimasto qualcosa, se un qualche corpo collettivo di «sinistra storica» fosse rimasto dentro quelle mura, si sarebbe fatto sentire (“se non ora, quando”, appunto). Tanto più dopo il compimento del gran passo – del rito sacrificale – della scissione. Un esodo di massa, al seguito del quadro dirigente che avevano seguito fino al 2013.

INVECE NIENTE: fuori da quelle mura è uscito un fiume di disgustati, ma è filtrato appena un esile rivolo, una minuscola «base» al seguito di un pletorico gruppo dirigente. Il 3 e rotti percento di Liberi ed Eguali misura le dimensioni di uno spazio residuale. Non annuncia – e lo dico con rammarico e rispetto per chi ci ha creduto – nessun nuovo inizio, ma piuttosto un’estenuazione e tendenzialmente una fine. Dice che non c’è resilienza, in quello che fu nel passato il veicolo delle speranze popolari. Né l’esperienza pur generosa (per lo meno nella sua componente giovanile) di Potere al popolo – purtroppo sfregiata dal pessimo spettacolo in diretta la sera dei risultati con i festeggiamenti mentre si compiva una tragedia politica nazionale -, può tracciare un possibile percorso alternativo: il suo risultato frazionale, sotto la soglia minima di visibilità, ci dice che neppure l’uso di un linguaggio mimetico con quello «populista» aiuta a superare l’abissale deficit di credibilità di tutto ciò che appare riesumare miti, riti, bandiere travolte, a torto o a ragione, dal maelstrom che ci trascina.

SI DISCUTERÀ A LUNGO degli errori compiuti, che pure ci sono stati: delle candidature sbagliate (come si fa a scegliere come frontman il presidente del Senato in un’Italia che odia tutto ciò che è istituzionale e puzza di ceto politico?). Delle modalità di costruzione della proposta politica, assemblata in modo meccanico. Della compromissioni di molti con un ciclo politico segnato da scelte impopolari. Tutto vero. Ma non basta. La caduta della sinistra italiana tutta intera s’inquadra in un ciclo generale che vedo la tendenziale e apparentemente irreversibile dissoluzione delle famiglie del socialismo europeo, e con esse l’uscita di scena della categoria stessa di “centro-sinistra”, inutilizzabile per anacronismo.

PER QUESTO NON BASTA fare. Occorre pensare e ripensare. Guardare le cose per come sono e non per come vorremmo che fossero. Misurare i nostri fallimenti. Costruire strumenti di analisi più adeguati. Perché questo mondo che non riconosciamo, non ci riconosce più… Come il Montale del 1925 (millenovecentoventicinque!) mi sentirei di dire: «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato | l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco | lo dichiari e risplenda come un croco | perduto in mezzo a un polveroso prato», per concludere, appunto, con il poeta, che questo solo sappiamo «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

FONTE: Marco Revelli, IL MANIFESTO

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