Apparati statali & Repressioni

Dana Lauriola, educatrice torinese che lavora con i senza dimora, è stata prelevata ieri mattina nella sua abitazione di Bussoleno da un massiccio apparato di forze dell’ordine che, per qualche attimo, si è scontrato con gli amici e compagni che presidiavano la casa dell’attivista No Tav. Epilogo non scontato di una storia iniziata otto anni fa, quando Dana Lauriola, insieme a molti militanti del movimento, entrò in autostrada per una protesta pacifica: venne alzato uno sbarramento, al fine di non creare imbuti pericolosi, e fu srotolato uno striscione. Alcuni parlarono da un megafono, tra questi era presente la militante Notav.

Delle centinaia di manifestazioni che hanno costellato la ventennale storia della Torino-Lione, la protesta in autostrada viene ricordata tra le più innocue e pacifiche. Un blitz che si risolse in breve tempo, ma che è già costato diverse condanne. Ieri è stata la volta della portavoce, una delle molte, del movimento, a cui non sono state riconosciute pene alternative alla carcerazione.

Da diversi giorni era stato approntato un presidio «protettivo», che però nulla ha potuto di fronte ai reparti mobili giunti per tradurre in carcere la militante Notav. Una carica ha fatto indietreggiare i manifestanti, mentre la Lauriola veniva prelevata e portata nel carcere Lorusso-Cotugno di Torino. Posto agli arresti domiciliari anche un altro volto storico del movimento Notav, Stefano Milanesi, anch’egli di Bussoleno. Dovrà scontare cinque mesi nella sua abitazione, in quanto condannato per resistenza a pubblico ufficiale.

Nicoletta Dosio, condannata per la stessa manifestazione della Lauriola e uscita dal carcere lo scorso inverno a causa dell’emergenza sanitaria, commenta: «Provo una agitazione insostenibile perché rivivo i passi dolorosi di quel mio viaggio verso il carcere: immagino e non posso che star male. Un’ingiustizia enorme, perpetrata contro una ragazza buona e solidale, la riprova del fatto che questo mondo sta perdendo il senso della misura, cieco di fronte all’abisso dove stiamo precipitando. Son tempi duri, in cui si viene mandati in carcere per ciò che si è e non per cosa si fa. È lo sfascio dell’etica e del diritto. Che senso ha accanirsi contro una donna come Dana, da parte dello Stato? In questi giorni in cui si spostano montagne di rosmarino da un punto all’altro della valle, sorvolando su ogni regola che viene piegata alla pura volontà, la rigidità della legge rivela la debolezza di un mondo privo di ragioni».

Alle otto e mezza di ieri sera il movimento Notav ha sfilato per le vie di Bussoleno impugnando centinaia di fiaccole. La prima manifestazione di solidarietà per la militante rinchiusa nel carcere di Torino. Ieri mattina, presso il Tribunale di Torino, gli imputati del maxi processo ai No Tav – secondo grado inerente gli importanti scontri del 2011 che coinvolsero decine di migliaia di persone – hanno letto un comunicato di solidarietà a Dana Lauriola, in cui hanno sottolineato che «l’unica colpa dei militanti del movimento è quella di continuare nella lotta»

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, il manifesto

https://www.facebook.com/watch/?v=755417551670823&extid=CPt8WtbMNPbpdPQm

Da George Floyd a Piacenza, gli abusi commessi da parte delle forze dell’ordine hanno conquistato la ribalta pubblica. Il dibattito che ne è seguito si articola in due direzioni: alcuni insistono sull’integrità dell’operato di poliziotti e Cc, rifugiandosi nella formula delle poche mele marce.
Questa posizione mira a liquidare sbrigativamente un problema che si connota come un fiume carsico della vita pubblica italiana, e, per rimanere nella storia recente, da Carlo Giuliani a Riccardo Magherini, ha rivelato l’inadeguatezza delle forze di polizia italiana a rapportarsi con la complessità sociale contemporanea.

Altri, sull’onda di quanto è successo a Minneapolis, propongono di smantellare le forze di polizia. Anche questa posizione, per quanto prospetticamente valida, mostra le sue evidenti lacune. Innanzitutto, perché sorvola sulle specificità del contesto statunitense. In secondo luogo, perché i tagli alla polizia, in UK e negli Usa, sono parte del pacchetto neoliberista. Ad esempio, dal 2010, quando i Tories sono tornati al potere, i tagli alle forze di polizia si attestano al 30%, con la cancellazione di esperienze come le Female Units, vere e proprie unità di supporto per le donne vittime di violenze, composte da poliziotte, assistenti sociali e counsellors.
All’interno della cornice neoliberista, privatizzare la polizia significa affidarsi a gruppi equivoci, come è successo in Francia e in UK, con società che facevano capo ai neofascisti a gestire i centri di permanenza e gli hotspot. Come vorrebbe fare la Lega con le ronde padane.

La questione di una polizia all’altezza di una società democratica, multiculturale e, possibilmente, inclusiva, rimane in tutta la sua attualità. I police studies, sviluppatisi nei paesi anglosassoni, dimostrano, per dirla col criminologo inglese Maurice Punch, che non si tratta di poche mele marce, bisogna andare a vedere il frutteto. Da un lato, le forze di polizia non sono asettiche rispetto alla società in cui operano, bensì ne riflettono gli umori, le percezioni e le pulsioni.

In altre parole, il razzismo, il sessismo e il classismo, in una società che ha fatto della domanda di sicurezza la sua cifra politica, si pone come un elemento strutturale delle forze dell’ordine. Dall’altro lato, lo spirito di corpo, l’identità professionale, l’esercizio di funzioni repressive, rendono i poliziotti più lenti a recepire i mutamenti sociali.
È stato così nell’Inghilterra dei primi anni Ottanta, coi bobbies ad agire verso gli afrocaraibici sull’onda del pregiudizio verso i lavoratori ospiti, senza tenere conto che si trovavano di fronte a cittadini britannici di nascita e di cultura. È così nell’Italia di oggi, dove Ps e Cc si ostinano a utilizzare categorie moraliste come «drogato» nei confronti del popolo della notte, fino a provocare tragedie come quella di Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini.

Nel caso italiano, inoltre, troviamo l’afflato etico delle polizie continentali, che pretendono di esercitare un presidio di tipo morale sui valori fondativi della vita associata, e si credono di conseguenza al di sopra della legge. È proprio questo il nodo da sciogliere, ovvero quello dell’accountability. Lo scarto tra le pratiche di polizia, ad orientamento contenitivo, e il flusso delle relazioni sociali, può essere colmato attraverso l’istituzione di meccanismi e procedure che tutelino i cittadini, e rendano le forze dell’ordine responsabili dei loro comportamenti.

Ad esempio, in UK esiste l’Independent Office for Police Conduct, a cui ci si può rivolgere nel caso si ritenga di essere stati vittime di abusi, che dispone del sostegno personale e legale a favore dei ricorrenti, e ogni anno presenta una relazione al Parlamento. Un organismo di questo tipo sostituirebbe le attuali procedure di inchiesta, che al momento, in Italia, sono interne alle singole forze di polizia. L’obbligatorietà del numero di matricola costituirebbe la seconda misura da implementare, in modo da rendere identificabili i poliziotti e di facilitare l’avvio di eventuali inchieste.

Altri aspetti riguardano la formazione e il reclutamento. A partire dalla rivolta afrocaraibica di Brixton del 1981, la polizia britannica si è adoperata per reclutare tra le sue fila membri delle minoranze razziali, fino ad espandere il discorso inclusivo verso il reclutamento di poliziotti Lgbtqi. Tali misure vanno di pari passo a una formazione orientata verso il rispetto delle diversità. Ovviamente, se i rapporti di forza rimarranno orientati a destra, queste misure non basteranno a cambiare positivamente l’operato delle forze di polizia. Costituirebbero comunque un passo avanti in un paese in cui nessuno, neppure la Lega, vuole smilitarizzare i Carabinieri.

* Fonte: Vincenzo Scalia, il manifesto

Da oltre due decenni si assiste a una continua riproduzione di violenze razziste e persino assassinii da parte di agenti delle polizie[i]. Non è casuale che questi fatti siano particolarmente frequenti negli Stati Uniti ma anche nelle banlieues francesi, in Inghilterra e sebbene con meno frequenza anche in Italia, Spagna, Belgio e laddove la presenza di neri, ispanici, nordafricani e immigrati di diverse origini si configura come oggetto di violenza del dominio liberista neocoloniale.

Questa escalation delle violenze poliziesche è la conseguenza di un processo di militarizzazione della polizia statunitense che comincia come reazione ai movimenti per i diritti civili, poi, ancora di più nella strategia di counterinsurgency sviluppata negli anni 60 e 70 perneutralizzare il Black Power movement e continua con la Revolution in Military Affairs (RMA) lanciata nel periodo di Reagan[ii]. Questa “rivoluzione” è la traduzione di quella liberista che ha instaurato la conversione militare del poliziesco e quella poliziesca del militare, il continuum fra le guerre permanenti su scala mondiale e la guerra sicuritaria all’interno di ogni paese. Da allora c’è stata una gigantesca recrudescenza dell’azione repressiva delle polizie con modalità da guerra contro immigrati, marginali, manifestanti e in generale oppositori al trionfo liberista (da Seattle al G8 di Genova e poi ancora sino alle mobilitazioni contro i summit del G7 o G20 così come contro le grandi opere vedi in Italia casi TAV, TAP ecc.).

Alcuni osservatori e ricercatori hanno provato a spiegare la recrudescenza di violenze razziste negli Stati Uniti con la deriva che ha caratterizzato la cosiddetta guerra allo spaccio di droghe (tesi in parte alimentata anche da alcune serie tv fra le quali The Wire[iii]). Questa spiegazione appare assai parziale e in definitiva insoddisfacente anche perché non tutti i controlli di polizia connotati da razzismo e che hanno avuto esito mortale per i controllati sono connessi alla repressione dello spaccio. Anzi, in questa “categoria” dell’azione di polizia ci sono meno vittime perché lo scopo è soprattutto quello di tenere sotto controllo la diffusione delle droghe e anche perché diversi agenti finiscono per essere corrotti e complici di parte degli spacciatori se non addirittura fornitori di questi (sul totale detenuti in tutte le carceri statunitensi solo il 20% è accusato di reati per droga, nella maggioranza dei casi piccoli spacciatori recidivi).

Un’altra lettura è quella che interpreta la perpetuazione delle violenze razziste come ascesa del suprematismo bianco, ossia volontà dei bianchi di riaffermare il loro dominio senza limiti di alcuna sorta; insomma una sorta di radicalizzazione simmetrica rispetto a quella attribuita ai pseudo-islamisti o dovuta alla paura dei bianchi di soccombere difronte alla diffusione della presenza nera, ispanica e immigrata in generale. Non deve stupire che l’accanimento repressivo razzista sia comune sia a poliziotti bianchi sia a poliziotti neri o ispanici; infatti, gli operatori di polizia di origine “etnica” funzionano come una sorta di gurkha (i nepalesi usati dagli inglesi per massacrare le etnie più refrattarie alla colonizzazione, così come i nordafricani assoldati dalle truppe coloniali francesi in Senegal e in Algeria). In altre parole il poliziotto nero o ispanico finisce per interiorizzare totalmente l’ideologia, gli atteggiamenti e comportamenti dei bianchi, e vuol anche dimostrare a questi una solerzia razzista per dar prova della sua dedizione alla causa bianca e per meritare plauso e odia i soggetti classificati come devianti perché ha il loto stesso colore di pelle che disprezza appunto perché alienato.

Un’altra possibile lettura vede nella diffusione della violenza razzista il supporto alla volontà di assoggettare il nero e in genere l’altro alla condizione di inferiorizzazione; ne consegue che la criminalizzazione razzista appare funzionale al neocolonialismo, notoriamente per ciò che riguarda la riduzione degli immigrati in condizioni di neo-schiavitù[iv]. Questo processo s’è palesemente configurato proprio a seguito dello sviluppo liberista che è anche e appunto massimizzazione del profitto attraverso la riduzione o l’annullamento di ogni sorta di diritto da parte del subalterno. Contro l’apparente paradosso questo liberismo che punta al “meno stato più mercato” rafforza invece lo stato e i suoi apparati militari e di polizia perché sono utili al dominio del privato (con le guerre permanenti che difendono gli interessi e la libertà di agire delle multinazionali e delle diverse lobby e con le guerre sicuritarie all’interno di ogni paese per imporre sia il disciplinamento sociale “postmoderno” sia la neo-schiavizzazione degli “altri” (compresa una parte di nazionali senza alcuna protezione -vedi braccianti o manovali ecc.). E’ qui che sta una delle principali spiegazioni dell’escalation delle violenze poliziesche sin dalla RMA. Nelle polizie di tutti i paesi e in particolare di quelli NATO è stato imposto un reclutamento riservato solo a giovani che hanno svolto il servizio militare in missioni di guerre permanenti; inoltre, tutte queste polizie sono state dotate di dispositivi, mezzi, risorse e addestramento che appunto è di tipo militare-poliziesco[v]. Un esempio di questo, sebbene non ancora del tutto “compiuto”, lo si è potuto osservare al G8 di Genova e ancora nelle modalità operative della polizia francese contro i gilets gialli. Si tratta qui di una modalità che è anche alquanto simile a quella in uso da parte israeliana contro i Palestinesi (per esempio fare tanti feriti anche gravi e ogni tanto ammazzarne qualcuno). Nel caso della polizia francese il riadattamento di quella che era la polizia coloniale in uso durante la guerra d’Algeria anche a Parigi ha portato alla proliferazione dei BAC (Brigade Anti Criminalité) che si sono scatenate nelle banlieues (vedi Rigouste[vi]). Come segnala Antonio Mazzeo[vii]:

“Le immagini di Minneapolis sono del tutto identiche a quelle che vengono registrate quotidianamente a Gerusalemme, West Bank, Gaza, Golan, Libano, ecc., dove impunemente operano le forze di polizia e i militari israeliani nel “contenimento” delle proteste e nella repressione di ogni forma di opposizione alla violenza strutturale del regime sionista di occupazione. La rassomiglianza dei corpi schiacciati sotto scarponi, pistole e mimetiche non è casuale, purtroppo. Si tratta infatti di tecniche d’intervento apprese negli stessi centri di “formazione” dagli stessi “addestratori”: le scuole di polizia e delle forze armate dello Stato d’Israele e le innumerevoli agenzie-aziende private sorte ovunque con investimenti e personale-veterano provenienti dal complesso militare-industriale israeliano… “La polizia nazionale, i militari e i servizi d’intelligence israeliani hanno addestrato la Polizia di Baltimora al controllo della folla, all’uso della forza e alla sorveglianza”, lo scriveva Amnesty International. “Gli ufficiali e gli agenti di polizia di Baltimora, insieme a centinaia di altri provenienti dalla Florida, dal New Jersey, dalla Pennsylvania, dalla California, dal Connecticut, da New York, dal Massachusetts, dal North Carolina, dalla Georgia, dallo Stato di Washington così come la polizia della capitale, si sono recati in Israele per attività addestrative. Migliaia di altri poliziotti sono stati addestrati da ufficiali israeliani negli Stati Uniti. Molti di questi viaggi sono stati finanziati con fondi pubblici mentre altri da privati. A partire del 2002, l’Anti-Defamation League, l’American Jewish Committee’s Project Interchange e il Jewish Institute for National Security Affairs hanno pagato la formazione in Israele e nei Territori occupati dei capi della polizia e dei sottoposti. Amnesty International, altre organizzazioni dei diritti umani e lo stesso Dipartimento di Stato hanno citato la polizia israeliana per aver eseguito esecuzioni extragiudiziarie e altri omicidi illegali, utilizzato trattamenti disumani e la tortura (anche contro bambini), soppresso la libertà di espressione ed associazione ed ecceduto nell’uso della forza contro pacifici manifestanti” (vedi in nota link alle fonti[viii]).

La cooperazione poliziesca con Israele per l’addestramento alla “gestione dell’ordine pubblico” di unità d’élite e di polizia coinvolge anche numerosi paesi latinoamericani fra i quali il Brasile, il Cile e la Colombia. L’Italia è anche essa uno storico partner politico-strategico d’Israele fra l’altro per i mini-droni e sofisticate tecnologie di videosorveglianza, di intelligence e informatiche, tutti prodotti nei distretti industriali e accademici israeliani. Fra Italia e Israele esiste un Accordo in materia di pubblica sicurezza, sottoscritto a Roma il 2 dicembre 2013 e ratificato dalle Camere con voto bipartisan il 19 maggio 2017; esso copre un ampio spettro di attività di interscambio e collaborazione tra le forze di polizia dei due stati. Da notare che questo accordo dovrebbe riguardare anche la lotta alla criminalità, aspetto assai imbarazzante visto che il capo del governo Netanyahu è sospettato anche in Francia di attività della mafia israeliana (vedi vari reportage di Médiapart[ix]).

Come segnala bene Mairav Zonszein il legame fra le pratiche delle polizie dei paesi NATO e l’addestramento israeliano conferma anche il carattere neocoloniale di tali pratiche[x].

Nella riedizione del suo libro sulla polizia negli Stati Uniti (Our Enemies in Blue), Kristian Williams mostra che “la brutalità della polizia non è un’anomalia, ma è incorporata nel significato stesso che hanno le forze dell’ordine negli Stati Uniti. Dagli schiavi di due secoli fa ai giovani disarmati di oggi che vengono fucilati per le strade, i peace keepers hanno sempre usato la forza per modellare il comportamento, reprimere il dissenso e difendere i potenti”[xi].

Secondo un altro ricercatore statunitense, Alex S. Vitale: “Il problema non sta nell’addestramento, nella diversificazione o nei metodi, sta nella natura della stessa polizia moderna. Le pratiche derivanti dalla pseudo-teoria delle “finestre rotte”, la militarizzazione delle forze dell’ordine e la drammatica espansione del ruolo della polizia negli ultimi quarant’anni hanno creato un mandato per gli ufficiali che deve essere abolito[xii]. In questo libro come in quello di Franklyn Zimring, di Kristian Williams e di Mattew Horace emerge una descrizione delle polizie statunitensi che ne fa dei corpi di abbrutiti, ignoranti, capaci solo di accanirsi sui deboli e marginali, ma anche ben reverenti nei confronti delle persone considerate perbene e dei loro illegalismi. Insomma delle polizie che anziché assicurare tutela ai più deboli li perseguita in nome di un ordine economico e sociale che è quello liberista statunitense[xiii].

Qualified immunity cioè la garanzia dell’impunità del libero arbitrio poliziesco

Un aspetto emblematico riguarda la cosiddetta “immunità qualificata” concessa alle forze di polizia nel 1967 dalla Corte Suprema degli Stati Uniti[xiv]. In base a questa norma la polizia non può essere perseguita se dimostra “buona fede” nel violare un diritto garantito. Quindici anni dopo, la Corte Suprema decise che spetta alla vittima dimostrare le violazioni della polizia. Ovviamente tale possibilità è spesso inesistente tranne nei rari casi recenti in cui qualche testimone riesca a filmare la scena come è successo per l’assassinio di George Floyd e in qualche altro caso. Ma nella stragrande maggioranza dei casi non ci sono testimoni o se ci sono non riescono a raccogliere prove anche perché spesso minacciati da agenti di polizia o per paura di ritorsioni da parte di questi (vedi i racconti degli autori prima citati). Anche laddove non c’è l’“immunità qualificata”, l’impunità delle polizie è di fatto garantita per la stessa asimmetria totale che c’è fra la vittima e le polizie rispetto al procedimento giudiziario[xv] (si pensi ai diversi casi noti in Italia come in Francia e altrove[xvi]). E l’impunità favorisce lo scivolamento della discrezionalità verso il libero arbitrio e persino la tortura e l’assassinio.

Dalla culla alla prigione. L’aumento vertiginoso della criminalizzazione e immancabilmente degli abusi.

La proliferazione gigantesca delle brutalità della polizia corrisponde all’aumento vertiginoso della criminalizzazione persino dei bambini che si registra proprio dal 1990 negli Stati Uniti e praticamente in tutti i paesi del mondo[xvii]. Il sistema giudiziario americano tiene in carcere quasi 2,3 milioni di persone in 1.833 prigioni statali, 110 carceri federali, 1.772 strutture di correzione minorile, 3.134 carceri locali, 218 strutture di detenzione per immigrazione e 80 carceri di nativi, nonché in prigioni militari, centri di impegno civile, stato ospedali psichiatrici e prigioni nei territori degli Stati Uniti[xviii]. Negli anni Novanta si è arrivati a oltrepassare i 15 milioni di arresti in un solo anno[xix]; nonostante il calo corrispondente anche alla netta diminuzione di reati presunti o effettivi, nel 2020 si hanno ancora 10,3 milioni di arresti, oltre 7 milioni di persone soggette a misure detentive (anche domiciliari) di cui 2,3 milioni incarcerati (1.291.000 nelle carceri dei singoli Stati, 631.000 nelle carceri locali, 226.000 nelle carceri federali[xx]).  Nella classifica degli Stati dell’OCSE in base al tasso di incarcerati (vedi in nota link alla lista completa[xxi]) gli Stati Uniti sono nettamente in testa con 655 detenuti per 100 mila abitanti, seguono la Turchia (344), Israele (234) ecc. l’Italia ha un tasso di quasi 100, il Regno Unito 135, la Francia 104 e la Germania 77. Com’è noto il tasso di carcerizzazione dei neri è circa 7 volte superiore a quello dei bianchi e quello degli ispanici 4 volte (vedi anche Razzismo democratico).

Nella stragrande maggioranza dei casi gli arresti sono dovuti a infrazioni o reati di dubbio rilievo penale (per esempio guida senza patente, eccesso di velocità o comportamento non adeguato alla morale, al decoro e all’igiene così come sono intesi dai benpensanti oppure a solo piccoli tentativi di furto da parte di homeless o giovani marginali).

Negli Usa 230mila bambini sotto i 12 anni sono stati arrestati fra il 2013 e il 2017, fra essi quasi 30mila bambini al di sotto dei 10 anni. Secondo le statistiche annuali sulla criminalità per l’anno 2018 pubblicate dall’FBI, limitate a solo 28 tipi di reato, l’arresto dei minori sarebbe diminuito dell’11% dal 2017, ma il numero di arresti di persone di età inferiore ai 18 anni è ancora di 718.962 bambini e giovani. Questo numero comprende 3.500 bambini di età inferiore a 10 anni, oltre 38.000 bambini di età compresa tra 10 e 12 anni e oltre 355.000 ragazzi di età compresa tra 13 e 16 anni[xxii]. Ma secondo una pagina del 2010 del sito del governo (vedi link in nota[xxiii]) “durante un singolo anno, si stimano a 2,1 milioni i giovani sotto i 18 anni arrestati negli Stati Uniti”, insomma una criminalizzazione di bambini e giovani rivelatrice della democrazia statunitense che con l’amministrazione Clinton accentuò la repressione razzista. Infatti, si legge sul sito: “i giovani appartenenti a minoranze sono sovra-rappresentati all’interno e trattati in modo diverso dal sistema di giustizia minorile rispetto ai loro pari bianchi e hanno maggiori probabilità di essere detenuti rispetto ai bianchi non ispanici”. In particolare: “i giovani afroamericani hanno i più alti tassi di coinvolgimento rispetto ad altri gruppi razziali, sono il 16 percento di tutti i giovani della popolazione generale, ma il 30 percento dei rinviati a giudizio fra i minori, il 38 percento dei giovani in residenza, e il 58% dei giovani nelle carceri di stato degli adulti” (ibidem).

Particolarmente scioccanti gli arresti nelle scuole che peraltro nella maggior parte dei casi riguardano reazioni di bambini con difficoltà. Nel 2018 un funzionario delle risorse scolastiche ha ammanettato un ragazzo autistico di 10 anni bloccandolo a terra perché s’era nascosto in un armadietto. Un bambino di 7 anni in pianto è stato ammanettato per essersi rifiutato di recarsi nell’ufficio del preside. Numerosi sono i casi di bambini sedati con psicofarmaci. Spesso i genitori non sono neanche avvisati. Le notizie dei media sugli abusi di poliziotti inflitti ai bambini piccoli sono infinite. Va da sé che la maggioranza dei bambini e giovani vittime di questa violenza sono neri e ispanici. In altre parole è sin da piccoli che la polizia mostra loro cosa sarà la loro sorte da grandi.

Questo aumento della criminalizzazione molto spesso razzialmente connotata è un fenomeno comune a tutti i paesi (vedi Razzismo democratico) con periodi di maggiore o minore recrudescenza che approda negli assassinii da parte di operatori delle polizie. Negli ultimi anni è evidente che la Francia sia diventata il paese con la polizia più violenta d’Europa[xxiv] sia nei confronti dei gilets gialli sia nei confronti di manifestazioni sindacali e soprattutto nei confronti dei giovani delle banlieues in particolare neri. Non stupisce quindi che le più grandi manifestazioni a fianco degli antifa e dei militanti del Black Lives Matter statunitensi si siano avute a Parigi e Londra. E’ peraltro in questi paesi che la pandemia ha provocato molte più vittime proprio fra la popolazione nera ed “etnica”. Esplode così la rivolta contro delle polizie che spesso si configurano come il braccio armato di un dominio liberista che ha rilanciato il neocolonialismo e quindi una violenza razzista che come osservano alcune autrici attente all’intersezionalità si confonde anche con quella fascista e sessista (vedi in particolare Gines Belle e Maboula Soumahoro[xxv]). Appare allora sconcertante la pretesa liberal di considerare gli Stati Uniti il paese del compimento della democrazia anziché dell’eterogenesi di questa, questione che la stessa H. Arendt rifiutava di capire[xxvi].

PS:

Nel corso del movimento che s’è sviluppato negli Stati Unito dopo l’assassinio di Floyd è emerso un dibattito molto vivace in corso negli Stati Uniti fra le diverse componenti del movimento Black Lives Matter e altri di diverse comunità locali sugli obiettivi e percorsi per cambiare la polizia, ridimensionarla, controllarla o per abolirla: vedi qui alcuni articoli assai interessanti; sebbene il movimento sia importante anche in Francia e nel Regno Unito questo tipo di dibattito in Europa sembra oggi inimmaginabile.

– Power Over the Police di Olúfẹ́mi O. Táíwò ▪ June 12, 2020 :https://www.dissentmagazine.org/online_articles/power-over-the-police?utm_source=Dissent+Newsletter&utm_campaign=490d06bac4-EMAIL_CAMPAIGN_The_First_Democratic_Debates_COPY_0&utm_medium=email&utm_term=0_a1e9be80de-490d06bac4-101858653

– The Best Way to “Reform” the Police Is to Defund the Police, An interview with Alex S. Vitale by Meagan Day 7 Giugno 2020: https://www.jacobinmag.com/2020/06/defund-police-reform-alex-vitale

– Protesters’ Demands in Response to Police Brutality Have Come a Long Way Since the 1992 LA Rebellion, By Tamara K. Nopperhttps://jacobinmag.com/2020/06/police-brutality-protests-demands-1992-defund;

– Peut-on abolir la police ? La question fait débat aux États-Unis by Gwenola Ricordeau : https://theconversation.com/peut-on-abolir-la-police-la-question-fa


[i] Sulla storia di oltre 400 anni di razzismo e schiavizzazione vedi qui l’intervista di Noam Chomsky : https://ilmanifesto.it/noam-chomsky-lamerica-fondata-sulla-schiavitu-i-neri-repressi-da-400-anni/. Fra altri vedi anche “No justice no peace. George Floyd e la rivolta sociale: gli Stati Uniti al Redde Rationem?”di Elisabetta Grande:http://temi.repubblica.it/micromega-online/no-justice-no-peace-george-floyd-e-la-rivolta-sociale-gli-stati-uniti-al-redde-rationem/

[ii] Vedi Conflict, Security and the Reshaping of Society: The Civilisation of War, London: Routledge, 2010, scaricabile gratis qui: http://www.oapen.org/search?identifier=391032; ivi in particolare capitol di Alain Joxe

[iii]  https://it.wikipedia.org/wiki/The_Wire_(serie_televisiva)

[iv] Vedi Douglas A. Blackmon, Slavery by other name. The Re-Enslavement of Black Americans from the Civil War to World War II, Anchor Books, 2008, citato anche da Noam Chomsky (https://ilmanifesto.it/noam-chomsky-lamerica-fondata-sulla-schiavitu-i-neri-repressi-da-400-anni/). Sulla condizione economica dei neri prima e dopo la pandemia e sulla storia dell’inferiorizzazione razzista in particolare nel Minnesota vedi : https://frontierenews.it/2020/06/floyd-minneapolis-e-noi-i-numeri-di-una-sconfitta-collettiva/;  Vedi anche Razzismo democratico: Agenzia X, 2009, scaricabile gratis qui: http://www.agenziax.it/wp-content/uploads/2013/03/razzismo-democratico.pdf

[v] “Polizie, sicurezza e insicurezze ignorate, in particolare in Italia”, Revista Crítica Penal y Poder
2017, n. 13,
Ottobre, pp.233-259, http://revistes.ub.edu/index.php/CriticaPenalPoder/article/download/20385/22504

[vi] M. Rigouste, La domination policière. Une violence industrielle, La Fabrique, 2012.

[vii] Vedi “Da Minneapolis alle piazza italiane, la longa manus della polizia d’Israele”, di Antonio Mazzeohttps://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2020/06/da-minneapolis-alle-piazza-italiane-la.html

[viii] Corte di giustizia Usa che ha originato l’intervento di Amnesty: https://www.justice.gov/opa/pr/justice-department-announces-findings-investigation-baltimore-police-department e qui testo Amnesty: https://www.amnestyusa.org/with-whom-are-many-u-s-police-departments-training-with-a-chronic-human-rights-violator-israel/

[ix] https://www.mediapart.fr/journal/international/060616/mafia-du-c02-le-suspect-francais-qui-menace-netanyahou?onglet=full

[x] Vedi “Gli Stati Uniti, come Israele, esercitano la violenza di una potenza occupante”diMairav Zonszein (tratto da: rete Italiana ISM): http://www.bocchescucite.org/gli-stati-uniti-come-israele-esercitano-la-violenza-di-una-potenza-occupante/

* l’articolo è originariamente pubblicato in francese qui: https://blogs.mediapart.fr/salvatore-palidda/blog/090620/lescalade-de-la-brutalite-raciste-des-forces-de-police

[xi] Kristian Williams, Our Enemies in Blue, AK Press, 2015 (1° ed. 2004)

[xii] A.S. Vitale, The end of policing, Verso, 2017, l’autore mostra come la polizia persegue solo comportamenti o condotte considerate non conformi a quelli dei benpensanti, a piccole infrazioni e piccoli reati, mentre chiude gli occhi rispetto agli illegalismi dei ricchi

[xiii] Per una descrizione delle pratiche violente delle polizie si veda fra altri: Franklyn Zimring, When Police Kill, Harvard University Press, 2017; Jeff Pegues, Black and Blue: Inside the Divide between the Police and Black America, Prometheus Books, 2017; Mattew Horace & Ron Harris, The Black and the Blue: A Cop Reveals the Crimes, Racism, and Injustice in America’s Law Enforcement, Hachette Books, 2018

[xiv] https://www.npr.org/2020/06/08/870165744/supreme-court-weighs-qualified-immunity-for-police-accused-of-misconduct?t=1591709590144; aspetto segnalato anche da Danilo Tosarelli.

[xv] https://www.aclu.org/sites/default/files/field_document/rfk_iachr_hearing_written_submission_rfkhr_final.pdf

[xvi] Vedi S. Santorso & C. Peroni (curatori) Per uno stato che non tortura, Mimesis, 2015

[xvii] https://www.prisonpolicy.org/reports/pie2020.html; fra altri vedi J. Simon, Il governo della paura. Guerra alla criminalità e democrazia in America, Cortina, 2008; De Giorgi, A. & Fleury-Steiner, Ben (eds.) (2017) Neoliberal Confinements: Social Suffering in the Shadows of the Carceral State. (special issue of Social Justice: A Journal of Crime, Conflict & World Order); De Giorgi, A. 2017, “Five Theses on Mass Incarceration”, Social Justice: A Journal of Crime, Conflict & World Order 42(2): 5-30;

[xviii] Wendy Sawyer & Peter Wagner, “Mass Incarceration: The Whole Pie 2020”: https://www.prisonpolicy.org/reports/pie2020.html

[xix] https://www.statista.com/statistics/191261/number-of-arrests-for-all-offenses-in-the-us-since-1990/

[xx] https://www.prisonpolicy.org/reports/pie2020.html

[xxi] https://www.statista.com/statistics/300986/incarceration-rates-in-oecd-countries/

[xxii] https://www.wsws.org/en/articles/2019/10/01/poli-o01.html

[xxiii] https://youth.gov/youth-topics/juvenile-justice/youth-involved-juvenile-justice-system

[xxiv] http://www.osservatoriorepressione.info/perche-la-polizia-francese-diventata-la-piu-violenta-europa-occidentale/

[xxv] Gines Belle, Hannah Arendt and the Negro Question, Indiana University Press, 2014; Maboula Soumahoro, Le Triangle et l’Hexagone. Réflexions sur une identité noire, La Découverte, 2020 e anche la sua eccezionale intervista qui: https://ehko.info/la-race-structure-tout-interview-de-maboula-soumahoro/

[xxvi] “L’eterna “Negro Question” che anche Hannah Arendt non aveva capito”, in Historia Magistra, giugno 2020

A qualcuno non va proprio giù che la gente abbia voglia di festeggiare il 25 Aprile, nemmeno a distanza. Ieri mattina, nei dintorni di via Padova e via Democrito a Milano, un piccolo gruppo di ragazzi, meno di dieci, di un centro sociale percorre una strada in bicicletta, mezzo che persino un bambino sa che non permette di stare appiccicati sennò si cade. I giovani indossano mascherine, guanti, portano qualche bandiera rossa e stanno andando a mettere fiori sulle lapidi del quartiere che ricordano i partigiani caduti. Improvvisamente da una via laterale sbucano poliziotti che in pochi minuti bloccano con alcune auto la strada e i ragazzi che protestano dicendo: «Non abbiamo fatto niente di male. Stiamo andando a ricordare i partigiani». I poliziotti non gradiscono, buttano le biciclette sull’asfalto, trascinano alcuni giovani per la strada, altri li sbatacchiano sulle auto o li bloccano a forza al suolo, una ragazza che grida «Ma cosa state facendo?» si prende un manrovescio che la butta per terra. La gente si affaccia, filma, qualcuno scende in strada, si mette a cantre Bella ciao, gli strattonamenti continuano finché i ribelli sono chiusi in un angolo. I video sono stati pubblicati da Milanotoday.it che, sentita la questura, riporta la loro versione che parla di «semplici controlli per i decreti sul coronavirus».

Ah, questo coronavirus viene davvero buono per un sacco di cose, tipo permettere di valutare la distanza inter personale con due pesi e due misure a seconda dell’estro: è ammessa se si sta fermi e ligi quando si è in coda al supermercato o alla farmacia, diventa sovversiva e sospetta se si va in bicicletta il 25 Aprile. Nel corpo a corpo ingaggiato dai poliziotti, che indossavano la regolare mascherina, è stato messo in atto un tale pigia pigia che, se qualcuno avesse il virus, lo ha di sicuro spalmato attorno. Tenere le mani a posto e lasciar pedalare quei ragazzi non sarebbe stata una cattiva idea, anche perché stavano solo andando a ricordare chi, morendo, ha garantito la libertà di espressione, ma non di botte, anche a quelli che indossano la divisa.

* Fonte: Mariangela Mianiti, il manifesto

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Fobocrazia e manganelli selvaggi

Habemus Corpus. Che Paese è quello in cui, mentre si canta Bella ciao dai balconi, alcuni esponenti delle forze dell’ordine scaricano in una strada di periferia la smania di disciplina su ragazzi in bicicletta armati solo di fiori?

«Manganelli agitati minacciosi nell’aria, gambe divaricate pronte all’attacco, guanti neri, violenza e botte nel 25 aprile della polizia a Milano». Inizia così, come una sequenza cinematografica, la lettera inviataci da Luca, milanese e lettore de il manifesto che ha voluto mandarci alcune riflessioni su quanto accaduto sabato scorso a Milano fra viale Padova e via Democrito, dove alcune volanti della polizia hanno chiuso una strada per bloccare pochissimi giovani che, in bicicletta e mascherina, andavano a deporre fiori sulle lapidi del quartiere dedicate ai partigiani morti.

CON LA SCUSA che si trattava di «Semplici controlli per i decreti sul Coronavirus», i poliziotti hanno cominciato a menare le mani, pesantemente, come se quei ragazzi fossero un pericolo per la salute pubblica, dei virus loro stessi.
E lo hanno fatto «In strada – continua Luca – sotto gli occhi di persone alla finestra, come un’esibizione di pedagogica rilevanza. La storia non dice che proprio quei cittadini hanno lavorato molto nei giorni scorsi, per fare quello che le istituzioni non fanno abbastanza: aiutare chi ha bisogno. Giorni a fare spesa, in bici, a piedi, su e giù, su e giù. Solidarietà, soccorso ai deboli, i soli di sempre, perché intorno hai cose più ricche e importanti cui badare, come vogliono Confindustria, Sala, il governo e Fontana. Se ne vanno in via Padova per mettere un fiore, innocuo, gentile, primaverile e rosso fiore, sotto il nome scolpito di qualcuno che, prima e come loro, viveva nel dovere di credere a un mondo diverso da quello dei potenti. Mascherine e distanze, e sai che insubordinazione. Ora si andrà strada per strada a cercare e disciplinare chi sfugge al controllo? Sarà il manganello a spiegare gli ultimi com del nuovo decreto?».

CHE PAESE è questo? Che città è quella in cui, mentre si canta Bella ciao dai balconi, alcuni esponenti delle forze dell’ordine scaricano in una strada di periferia la smania di disciplina su ragazzi in bicicletta armati solo di fiori? E il 25 aprile per di più? Luca scrive: «È uno Stato che mostra così, se ce ne fosse ancora bisogno dopo Genova 2001 e la vicenda di Stefano Cucchi, la propria natura autoritaria, violenta e ostile alla libertà».
Qualcuno dirà che ci sono decreti da far rispettare, regole imposte per il bene comune e a cui la maggior parte dei cittadini obbedisce. Allora vuol dire che quei decreti potevano essere disattesi quando quei ragazzi assistevano persone bisognose, mentre sono diventati inappellabili nel momento in cui hanno voluto ricordare i partigiani caduti? Significa che andiamo bene per assistere chi è in difficoltà, ma non andiamo più bene se vogliamo uscire di casa per esprimere un’idea?
Sta in questa discrezionalità interpretativa il vulnus di quanto accaduto a Milano e il pericolo che riguarda il futuro di tutti quanti. D’accordo l’attenzione alla salute, ma stiamo attenti che questa attenzione non diventi smania di repressione perché la repressione puzza sempre di fascismo.
Concludo con un’esortazione di Luca: «Tocca a tutti noi, adesso, rispondere per dire qual è il nostro destino, se vogliamo libertà o un’autonomia condizionata dalla fobocrazia utile per gli interessi di pochi. Il controllo totale, ora anche biologico, imposto alle nostre esistenze dai comitati: di esperti, di manager, di sanitari. Come gli internati nelle istituzioni totali, possiamo ancora scegliere: lasciarci disciplinare rinunciando alla nostra identità di singoli per aderire al coerente programma previsto per noi, oppure tentare la via della resistenza, del no».

* Fonte: Mariangela Mianiti, il manifesto, 28 aprile 2020

A un anno dall’uccisione di Lorenzo Orsetti, accettata la tesi della Procura: pericolosità sociale perché politicamente attiva

La tempistica del Tribunale di sorveglianza di Torino è amarissima. Oggi cade il primo anniversario dall’uccisione di Lorenzo Orsetti, “Orso”, per mano dell’Isis mentre combatteva nel Rojava al fianco delle unità curde Ypg e Ypj; domani il secondo da quello della combattente britannica Anna Campbell.

Ieri la ex combattente italiana, Maria Edgarda Marcucci, Eddi, che con Orso e Anna ha condiviso l’identica scelta partigiana, si è vista comminare due anni di sorveglianza speciale come richiesto dalla Procura torinese.

Fino a poche ore prima sembrava che la decisione fosse stata sospesa a causa dell’emergenza coronavirus che impedisce lo svolgimento della normale attività giudiziaria. Invece no: nel pomeriggio è arrivata la notizia dell’applicazione della misura di grave limitazione della libertà personale (in assenza di reato e processo) per la sola Eddi.

«Liberati» dalla spada di Damocle di epoca fascista Jacopo Bindi e Paolo Andolina, che come lei attendevano il responso del Tribunale: la corte ha respinto, nel loro caso, la richiesta della pm Pedrotta, fondata sul legame tra attivismo politico in Italia e apprendimento all’uso delle armi in Siria.

Un legame esclusivamente politico e pericoloso per ogni attivista, secondo la Procura “dimostrato” dalla partecipazione a sit-in pacifici a Torino. In precedenza a non essere tacciati di pericolosità sociale erano stati Davide Grasso e Fabrizio Maniero, anche loro ex combattenti Ypg e anche loro minacciati dalla restrizione.

Maria Edgarda, che ha combattuto con l’unità femminile curda Ypj a difesa del cantone di Afrin nel 2018 (poi occupato da Turchia e gruppi islamisti), sarà sottoposta a sorveglianza speciale per due anni, con divieto di uscire di casa dalle 21 alle 7.

Non subirà il divieto di dimora nella sua città ma, come previsto dalla misura introdotta dal Codice Rocco, dovrà consegnare passaporto e patente, non potrà prendere parte a ritrovi con più di tre persone, né partecipare ad assemblee e presidi. Con sé avrà un libretto in cui la polizia annoterà ogni controllo a cui sarà sottoposta.

L’abbiamo raggiunta al telefono.

La misura ti è stata notificata dal Tribunale?

L’ho saputo dalla stampa, non mi è stata notificata. Né io né l’avvocato abbiamo saputo nulla dagli organi responsabili, eppure era stata depositata due giorni fa. La sorveglianza speciale è stata decisa solo per me, per due anni, senza divieto di dimora. Significa che posso restare a Torino, cioè che avrò obbligo di dimora qui.

Potrai fare appello?

Si può fare appello e lo farò, ma le attività dei tribunali ora sono ferme. L’appello richiede già i suoi tempi se depositato subito, con l’emergenza coronavirus ancora di più.

Quando entrerà in vigore la misura?

Come provvedimento è immediato, ma va attuato entro una settimana. Non so dire i tempi perché non ho avuto alcun contatto diretto con il Tribunale.

Perché pensi la sorveglianza speciale sia stata accettata solo per te?

Non lo so dire con certezza senza vedere gli atti. Ma nell’ultima udienza, lo scorso dicembre, abbiamo appreso che su di me pesava un’altra denuncia a carico per un’azione alla Camera di Commercio di Torino che, con il patrocinio della Regione Piemonte e la partecipazione del ministero della Difesa, a novembre era sponsor di una fiera di compravendita di apparati aerospaziali, principalmente bellici. Alla fiera c’era un panel dedicato ai rapporti tra Italia e Turchia, a poche settimane dal lancio dell’operazione militare turca contro il Rojava, mentre il ministro Di Maio parlava di sospensione della vendita di armi ad Ankara. Siamo entrati nella Camera di Commercio con uno striscione e abbiamo denunciato la complicità nel massacro. Un’azione assolutamente pacifica, tanto che il materiale usato dalla Procura veniva dalla nostra diretta Facebook. Mentre le nostre sorelle si prendevano le bombe, un intervento di sensibilizzazione a me e ad altre persone è sembrato il minimo.

Si tratta di una decisione estremamente pericolosa per chiunque sia politicamente attivo in Italia.  

E’ qualcosa di disgustoso. Per me non è tempo di indignarsi né di sorprendersi: queste sono persone che non hanno la lucidità necessaria a prendere alcuna decisione, se pensiamo che in carcere c’è una donna come Nicoletta Dosio. Non sono misure proporzionate ai fatti che queste persone devono giudicare. E’ importante dire che questi soggetti sono pericolosi perché hanno in mano la libertà di ognuno e ognuna di noi, è lo Stato italiano a essere pericoloso per tutti coloro che si trovano oggi sotto le sue bombe, per le persone in cassa integrazione, per i precari, pericoloso perché non requisisce la sanità privata a fronte di una simile crisi. La solidarietà tra popoli che avviene nel segno della rivoluzione fa paura. C’è da puntare il dito. Io non accetto nessuna forma di sorveglianza dalla Procura di Torino, non accetto nessuna limitazione della mia libertà. Queste persone vanno fermate quanto prima: quelle che mettono sotto sorveglianza speciale chi si è schierato con le Forze democratiche siriane sono le stesse persone che hanno tagliato miliardi alla sanità. Le stesse che difendono questo sistema.

* Fonte: Chiara Cruciati, il manifesto

BUSSOLENO. L’osteria «La credenza» di Bussoleno è stata per anni il cuore del movimento No Tav, e solo pochi anni fa Nicoletta Dosio e il marito Silvano hanno ceduto la gestione a una donna curda, e alla sua famiglia, profuga di guerra.

Sotto le bandiere No Tav che pendono ancora dal balcone dell’antica osteria ieri sera si sono dati appuntamento migliaia di amici e compagni di Nicoletta: un lungo serpentone ha marciato per oltre un’ora, illuminato dalle fiamme delle fiaccole che in molti reggevano in mano. Volti noti, ma anche persone mai viste prime mosse dall’enormità di quanto accaduto. Una comunità vagamente preoccupata per le sorti di una donna rinchiusa in carcere, dove sconterà una pena detentiva di nove mesi.

«HAI VISTO? L’ha fatto sul serio, è andata fino in fondo», «Chissà come sta là dentro, da sola, in un carcere a quell’età»: questi i commenti più diffusi in un mondo che più che arrabbiato si sente offeso da una scelta voluta dalla Procura di Torino.
Che attraverso un comunicato del Procuratore Generale Francesco Saluzzo ha sottolineato come la carcerazione di Nicoletta Dosio sia un passaggio formale atto a non creare disparità di trattamento.

«Chi ha mosso le critiche – ha dichiarato il procuratore – non vorrebbe che i cittadini fossero trattati secondo il cognome o le ragioni che hanno spinto a delinquere. Tutti hanno diritto allo stesso trattamento e nei confronti di tutti vi è il dovere di applicare il trattamento previsto, che è solo quello dettato dalla legge. Solo il legislatore, nella sua saggezza, può modificare le norme, a patto che rispetti i principi costituzionali».

IN PRECEDENZA aspre critiche erano giuste perfino da esponenti del Partito Democratico, come il sottosegretario dem all’Ambiente Roberto Morassut: «Non condivido nulla del movimento No Tav, ma le proteste anche scomode e con le quali non si è d’accordo non vanno ignorate. Trovo sproporzionato l’arresto di Nicoletta Dosio. Credo sia una misura sbagliata e senza senso, frutto di un meccanismo burocratico che prescinde dalla concretezza delle cose». Imbarazzo invece dal M5s, che tra i No Tav ha fatto il pieno di voti eleggendo tre parlamentari: Luca Carabetta, Laura Castelli e Alberto Airola, al momento silenti.

NICOLETTA DOSIO, intanto, ha fatto pervenire una lettera dal carcere dove è rinchiusa: «Sto bene e sono contenta della scelta che ho fatto perché è il risultato di una causa giusta e bella, la lotta NoTav che è anche la lotta per un modello di società diverso e nasce dalla consapevolezza che quello presente non è l’unico dei mondi possibili». Lettera che prosegue ricordando gli altri tre incarcerati per reati relativi alle dimostrazioni contro la Torino – Lione: «Sento la solidarietà collettiva e provo di persona cosa sia una famiglia di lotta. L’appoggio e l’affetto che mi avete dimostrato quando sono stata arrestata, e le manifestazioni la cui eco mi è arrivata da lontano, confermano che la scelta è giusta e che potrò portarla fino in fondo con gioia. Parlo di voi alle altre detenute e ripeto che la solidarietà data a me è per tutte le donne e gli uomini che queste mura insensate rinchiudono».

IN QUESTE MANIFESTAZIONI, che da decenni vengono aperte delle donne Notav, Nicoletta Dosio sarebbe stata in testa al corteo, tra coloro che reggono lo striscione: ieri sera il suo posto era occupato da un’altra donna della valle, una delle tante impegnate nella battaglia contro il super treno che dovrebbe collegare Torino a Lione.

Presenti diversi rappresentanti di Potere al Popolo – di cui la Dosio è una delle coordinatrici nazionali, la più votata – in arrivo da tutta Italia e Rifondazione Comunista. Sotto un cielo stellato e con un freddo pungente il corteo ha girato per le strade del paese, fermandosi poi di fronte al monumento ai caduti Partigiani.

Qui il professor Luigi Richetto, storico e filosofo nonché collega di Nicoletta Dosio, ha così sottolineato l’impegno della storica militante No Tav: «Una partigiana da sempre. La sua vita è stata caratterizzata da un impegno costante e schierato in ogni campo: scuola, famiglia, lavoro». Il coro che ha scandito per lunghi minuti la marcia ricordava questo tratto della Dosio, definita: «partigiana, generosa e fiera». Prossime iniziative di protesta e solidarietà sono previste in tutta Italia.

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, il manifesto

TORINO. Una valle in tumulto per lei, che invece sorrideva serena: Nicoletta Dosio, già docente di greco e latino e fondatrice del Liceo Norberto Rosa di Bussoleno, chiusa dentro l’auto delle forze dell’ordine che se la portava via, salutava con un bel sorriso e il pugno chiuso.

La mano di una donna anziana ma non stanca che sventola, sempre chiusa dentro un’automobile e seduta di fianco a un carabiniere, un fazzoletto No Tav, mentre intorno a lei decine di persone accorse da tutta la val Susa bloccavano per oltre un’ora chi aveva il compito di portarla via dalla sua terra: direzione carcere. Urla della folla – «vergogna», «fascisti», «andate a prendere i ladri invece di venire qui da una settantenne» – si alzavano nella notte ghiacciata di Bussoleno, davanti alla casa dove Nicoletta e il marito Silvano nei decenni hanno accolto ogni debolezza tirasse la cordicella del vecchio campanaccio. Perseguitati dalla legalità, perseguitati politici, migranti in fuga, migranti con piedi bruciati dal gelo accuditi per mesi come figli, partigiani curdi, persone allo sbando. E in più offrivano un letto caldo: tutti questi e infiniti altri. Non solo, perché anche animali abbandonati hanno colonizzato la vecchia casa sormontata da due enormi cedri: cani, gatti, asini, oche, pecore, capre, caproni. A causa della sua esposizione a volte glieli ammazzavano, quegli animali: lei soffriva, molto, e poi ne prendeva altri.

Condannata con altri diciannove militanti No Tav in un recente processo, aveva rifiutato la concessione delle pene alternative al carcere. Una scelta consapevole del destino che le sarebbe toccato. «Non sarò la carceriera di me stessa a casa mia», diceva. E aggiungeva: «Veniamo tutti condannati per cosa? Per un vicenda dove lo Stato italiano ha messo nero su bianco, numeri alla mano, che abbiamo ragione noi». Si riferiva alla valutazione costi benefici partorita dal precedente governo. Valutazione che per lei altro non era che una prova accessoria, nemmeno dirimente, perché la sua contrarietà alla Torino – Lione fonda su principi non meramente econometrici ma umani: «Come è possibile annientare così una popolazione, che per giunta persegue un bene comune?», domandava.

«Andrò in carcere – diceva solo pochi giorni fa – dove troverò altri oppressi, altri ultimi, con cui solidarizzare e creare una nuova famiglia. Andrò in carcere perché di Tav non si parla più. Lo si considera un capitolo chiuso: e quindi con il mio corpo dietro le sbarre voglio riaprire questa storia indecente».

L’avvocata che la segue, Valentina Colletta ieri sera dichiarava: «Nicoletta era molto decisa, ma il mondo intorno a lei no.Una situazione grave con responsabilità che ricadono non solo su coloro che hanno deciso di portarla via questa sera, ma sopratutto su chi l’ha condannata».

Presidi e manifestazioni sono previste nei prossimi giorni a Torino e in Italia.

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, il manifesto

Le risorse stanziate nella legge di Bilancio per adeguare le retribuzioni e il sistema previdenziale dei Vigili del fuoco (65 milioni nel 2020, 125 nel 2021 e 165 strutturali dal 2022) non sono abbastanza, secondo la Federazione nazionale della Sicurezza della Cisl, per garantire loro «lo stesso trattamento della Polizia di Stato». Il sindacato dunque ringrazia, ma chiede di più.

Ma, per  per approfondire un po’ la materia, viene in aiuto il dossier pubblicato ieri dall’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano, secondo il quale le nuove assunzioni previste dal decreto ministeriale del 4 settembre 2019 nei quattro corpi di polizia («11.192 unità complessive: 4.538 per l’Arma dei Carabinieri, 3.314 per la Polizia di Stato, 1.900 per la Guardia di Finanza, 1.440 per la Polizia Penitenziaria») potrebbero non essere del tutto giustificate.

Non lo sarebbero dal volume di reati con rilevanza penale, che nel nostro Paese è mediamente stabile, se non in diminuzione in alcuni casi (2564 reati ogni 100 mila abitanti nel 2017, l’11,7% in più della media europea che è di 2296). Né potrebbero essere giustificate dalla supposta penuria di personale, se si escludono le esigenze del normale turnover che per un lavoro tanto usurante e altamente performativo, qual è quello degli addetti alla sicurezza, dovrebbe essere più accelerato.

L’Italia infatti, secondo il rapporto dell’Ocp curato da Stefano Olivari e Fabio Angei, svetta nella classifica dei Paesi europei con più alto numero di operatori della sicurezza: «Nel 2016 (ultimo dato disponibile), nel rapporto tra personale delle forze dell’ordine e popolazione, su 35 Paesi europei considerati», si legge nel dossier, «l’Italia occupa l’ottava posizione, con 453 unità ogni 100 mila abitanti, contro una media europea di 355». Il 27,6% in più. Valori decisamente più bassi che nel Regno Unito, dove ogni 100 mila abitanti ci sono 211 unità, o in Francia (320), Spagna (361), Germania (297). Si tenga presente però che da noi le scorte di Stato assorbono molte energie, anche in termini numerici.

Dal punto di vista economico, poi, nel dossier intitolato «Le nostre forze di polizia sono sottodimensionate?» si sottolinea come nel 2017, dopo l’applicazione della riforma Madia (Legge 124/2015) che puntava alla semplificazione e all’efficientamento delle forze dell’ordine e che a questo scopo abolì il Corpo forestale facendolo assorbire dai Carabinieri, «la spesa per “servizi di polizia”» dei quattro corpi rimanenti «era di circa 22,6 miliardi di euro (1,3% del Pil), ben al di sopra della media europea (0,9%). Tra i maggiori Paesi europei, solo la Spagna presentava nel 2017 un valore di spesa simile all’Italia (1,2% di Pil)». E in questi calcoli sono state anche escluse le Polizie municipali e provinciali e la Guardia costiera.

I dati Eurostat elaborati dall’Università Cattolica non sono certo una novità. La stessa riforma messa a punto dall’allora ministra alla Semplificazione Marianna Madia si prefissava lo scopo di ridurre le spese, centralizzare l’acquisto di beni e servizi (veicoli, armi, vestiario), eliminare la sovrapposizione territoriale e funzionale dei vari corpi e sopperire alla mancanza «del numero unico d’emergenza europeo 112 per la gestione coordinata dell’emergenza, come richiesto da una direttiva della Comunità Europea del 1991».

Ricordano gli studiosi dell’Ocp, che di risparmi in realtà la riforma Madia ne prevedeva già pochi all’origine: «8 milioni di euro nel 2016, 59 nel 2017 e 57 dal 2018 in poi (ossia meno dello 0,3% della spesa per le forze dell’ordine)». In più, tutte le altre riforme previste tardano a venire. Oggi, a seguire le sorti dell’applicazione della legge 124/2015 per il governo Conti bis, è soprattutto il viceministro dell’Interno Vito Crimi. La strada è tutta in salita: «Nonostante i diversi richiami e condanne della Corte di giustizia Ue, il numero unico di emergenza 112 è stato attivato solo in alcune regioni, principalmente al Nord». Ed è invece intatta la sovrapposizione territoriale e funzionale di Polizia e Carabinieri.

Rimane solo il sacrificio della Forestale, contro il quale si è schierato, qualche giorno fa, il Comitato europeo dei diritti sociali, per questioni di libertà sindacali del personale violate. Ma forse la questione andrebbe vista da un altro punto di vista, perché gli unici reati che aumentano di netto sono quelli ambientali.

* Fonte: Eleonora Martini, il manifesto

«Il signor Matteo Salvini non può giocare sul corpo di Stefano Cucchi. Non posso consentirglielo». Ilaria Cucchi e la sua famiglia hanno subito di tutto, in questi anni trascorsi a lottare per ottenere giustizia: minacce, offese, fake news. La sorella del giovane geometra romano arrestato il 15 ottobre 2009 per spaccio e morto una settimana dopo per le conseguenze del pestaggio subito, in dieci anni ha querelato ed è stata pure querelata, ma la maggior parte delle volte ha dovuto sopportare senza potersi difendere per vie legali, perché la macchina del fango, come d’altronde quella dei depistaggi, si mette in moto all’ombra dell’anonimato, e nel vuoto di una verità giudiziaria tardiva.

Ma adesso che una sentenza, sia pure di primo grado, ha attribuito ai due carabinieri che pestarono suo fratello Stefano, Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo, la responsabilità della morte del giovane e li ha condannati a 12 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale, la donna non può permettersi di cedere. Per questo ha deciso di querelare l’ex ministro dell’Interno che giovedì scorso, commentando a caldo la sentenza della prima Corte d’Assise di Roma, ha ripetuto il mantra coniato dall’ex senatore Carlo Giovanardi. «Non mi scuso – ha detto Salvini -. Questo dimostra che la droga fa male».

Uno spot elettorale, e pure a costo zero, il suo. Tanto che alla notizia della querela, il leader leghista non si è scomposto affatto: «Dopo Carola Rackete, mi querela la signora Cucchi? Nessun problema – ha risposto – sono tranquillissimo. Dopo le minacce di morte dei Casamonica e i proiettili in busta, non è certo una querela a mettermi paura. Spero che il Parlamento approvi subito la legge “droga zero” proposta dalla Lega, per togliere per sempre ogni tipo di droga dalle strade delle nostre città». Non ci ha messo molto, Salvini, a passare dal terreno della strenua difesa delle forze dell’ordine “senza se e senza ma” a quello attualmente più agevole del proibizionismo. «Io sto sempre e comunque con polizia e carabinieri», disse nel 2016 in uno dei battibecchi a distanza avuti con la sorella del giovane detenuto ucciso. Oggi gli viene più facile: «Io combatto la droga sempre e comunque».

Ilaria Cucchi, nel rispondere a Matteo Salvini e nel post di ieri su Facebook con il quale ha annunciato la sua decisione, non ha usato alcun discorso antiproibizionista, come qualcuno a sinistra si sarebbe aspettato. Non ha parlato di droghe, comprensibilmente, né della legge leghista che può avere come unico effetto quello di favorire i grandi traffici illeciti. «Questo – ha scritto pubblicando la foto del cadavere di suo fratello – era il suo volto quando io ed i miei genitori lo vedemmo all’obitorio il 22 ottobre del 2009. Questo era quel che rimaneva di Stefano. Dei suoi diritti. Della sua dignità di essere umano».

«Stefano Cucchi ha sbagliato ed avrebbe dovuto pagare ma non morire in quel modo – ha aggiunto sua sorella nel post – Il giorno in cui viene pronunciata la sentenza ha il coraggio di dire quelle parole come se fosse al bar e parlasse ai suoi amici? Sono solo una normale cittadina ma non posso fare altro che querelarlo». «Lo devo a mio fratello – spiega ancora – Lo devo a mia madre che, pur estremamente sofferente, ha trascorso tutta la giornata del 14 novembre scorso in attesa di una sentenza che ci rendesse giustizia. Lo devo a mio padre la cui fiducia nello Stato ha fatto sì che compisse il sacrificio più pesante che si potesse chiedergli: denunciare il proprio figlio, da morto e dopo averlo visto in queste terribili condizioni, per la sostanza stupefacente trovata a casa sua».

Infine una richiesta alla ministra Luciana Lamorgese: «Mi piacerebbe tanto che l’attuale Ministro dell’Interno sostituisse la costituzione di parte civile fatta proprio dal sig. Salvini con la propria. Non sono un avvocato ma forse potrebbe essere possibile». «Ed ora – conclude Ilaria Cucchi – che i leoni da tastiera si scatenino pure con le loro menzogne sempre più raffinate e costruite ad arte. Io vado avanti».

Poche ore dopo, a Salvini che le risponde spavaldo di non avere paura della sua querela come non l’ha delle minacce di Casamonica, replica su Fb: «Anch’io sono contraria alla droga come alle truffe ai danni dello Stato, come alla Corruzione, come ai rimborsi fasulli a spese dei cittadini normali, come me, che pagano le tasse e non hanno 80 anni per mettersi in pari. E non amo i diamanti».

* Fonte:Eleonora Martini, il manifesto

La giustizia italiana ha mentito e ha commesso delle irregolarità nel caso di Vincenzo Vecchi, uno dei dieci manifestanti condannati a pene severissime per il G8 di Genova. Per questo il tribunale di Rennes ha annullato ieri il mandato d’arresto europeo spiccato nei confronti dell’uomo e ne ha ordinato la scarcerazione.

Vecchi era stato arrestato l’8 agosto di quest’anno a Rochefort en Terre, nella regione della Bretagna, dalla polizia francese su richiesta italiana. Il Servizio per il contrasto dell’estremismo e del terrorismo interno e la Digos di Milano lo avevano individuato dopo una lunghissima (e costosissima) indagine. L’uomo era riparato in Francia per sottrarsi alla condanna a 12 anni e mezzo confermata in terzo grado il 13 luglio 2012.

«C’erano due mandati di arresto contro il signor Vecchi – spiega l’avvocata Catherine Glon, uno dei tre legali della difesa – Il primo per una manifestazione anti-fascista del 2006 a Milano. L’altro per i fatti di Genova del 2001. Nel primo caso la corte ha giudicato senza oggetto la richiesta delle autorità italiane, che non hanno comunicato che il nostro assistito aveva già scontato integralmente la sua condanna. Nel secondo caso sono state riscontrate irregolarità procedurali». In pratica, le autorità italiane hanno mentito per aggravare la posizione dell’uomo, mentre il procuratore generale francese non ha rispettato l’obbligo di comunicare tutte le fasi del procedimento all’avvocato difensore che Vecchi aveva nominato in Italia. Si è così configurata una «violazione dei diritti della difesa» che ha portato all’annullamento del mandato d’arresto. Il procuratore generale ha annunciato l’intenzione di ricorrere in Cassazione contro la decisione. Ha cinque giorni di tempo per farlo.

Vecchi intanto ha lasciato il carcere di Vezin-le-Coquet intorno alle 3 del pomeriggio di ieri atteso dal comitato di sostegno che in questi tre mesi non ha mai smesso di lottare per la sua libertà, mobilitando la comunità locale e facendo schierare politici e personaggi del mondo della cultura.

* Fonte: Giansandro Merli, il manifesto

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