Apparati statali & Repressioni

La procura di Roma chiude le indagini sull’insabbiamento della verità. Atto notificato ad otto carabinieri tra i quali l’ex comandante dei Corazzieri

Inizia alla fine dell’ottobre 2009, si ripete nel 2014 e nel 2015, e si protrae fino ai nostri giorni, la lunga serie di azioni volte a depistare e insabbiare quanto accadde la sera del 15 ottobre 2009 nella caserma Casilina di Roma, dove Stefano Cucchi venne accompagnato dai tre carabinieri della stazione Appia che lo avevano arrestato (Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, accusati di omicidio preterintenzionale nel processo bis), per l’obbligo del fotosegnalamento.

Soprattutto quel filo nero del depistaggio si dipana dal piantone al graduato, stando a quanto avrebbero ricostruito il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il pm Giovanni Musarò che ieri hanno notificato l’atto di chiusura di indagini a otto militari, che ora rischiano il processo. Un filo nero che risale tutta una catena gerarchica, fino all’allora comandante del Gruppo Roma, Alessandro Casarsa, che nel frattempo è diventato generale ed ha rivestito fino al 10 gennaio scorso l’importante ruolo di comandante dei Corazzieri del Quirinale. Casarsa, chiamato come testimone al processo bis, ha preferito non rispondere.Caserma dalla quale invece il geometra 31enne – ex tossicodipendente ma in buono stato di salute, palestrato e praticante di boxe, anche se di bassa statura, esile di costituzione e magrissimo – ne uscì non fotosegnalato (il registro venne sbianchettato), ma con la colonna vertebrale fratturata in due punti e con un trauma cranico che gli costarono la vita, sette giorni dopo.

PROPRIO DA LUI, asserisce la procura, sarebbe partita la catena di comandi che ha permesso la falsificazione di una nota di servizio, post-datata 26 ottobre 2009, sullo stato di salute di Stefano Cucchi. Motivo per il quale Casarsa è accusato di falso ideologico, insieme al colonnello Francesco Cavallo (all’epoca dei fatti tenente colonnello, capoufficio del comando del Gruppo Roma), al maggiore Luciano Soligo (allora comandante della Compagnia Montesacro), al luogotenente Massiliano Colombo Labriola (comandante della stazione di Tor Sapienza) e al carabiniere Francesco Di Sano (ai tempi in servizio a Tor Sapienza).

Tutti avrebbero confezionato un falso «con l’aggravante – scrivono i magistrati – di volere procurare l’impunità dei carabinieri della stazione Appia, responsabili di avere cagionato a Cucchi le lesioni che nei giorni successivi gli determinarono il decesso».

Nell’elenco dei destinatari dell’avviso di chiusura indagini (art. 415 bis cpp) risulta anche il colonnello Lorenzo Sabatino (ex capo del reparto operativo della capitale), accusato di concorso in omessa denuncia, come Tiziano Testarmata (allora comandante della IV sezione del Nucleo investigativo), chiamato a rispondere pure di favoreggiamento. I due, nel novembre 2015, pur avendo scoperto l’esistenza di annotazioni falsificate avrebbero omesso di riportare quanto accertato e di presentare denuncia.

INFINE, GLI INQUIRENTI contestano il falso ideologico e la calunnia anche ad un carabiniere, Luca De Cianni, per aver redatto, soltanto il 18 ottobre scorso, una nota di polizia giudiziaria nella quale – «attestando il falso» – aveva attribuito al collega Riccardo Casamassima, uno dei testimoni chiave grazie ai quali è venuta a galla, dopo nove anni, la verità dei fatti, una serie di false dichiarazioni: «Casamassima gli aveva riferito – è scritto nel capo di imputazione – che alcuni carabinieri della stazione Appia avevano colpito con schiaffi Stefano Cucchi ma che non si era trattato di un pestaggio; che Cucchi si era procurato le lesioni più gravi compiendo gesti di autolesionismo; e che lo stesso Casamassima avrebbe chiesto una somma di denaro a Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, e in cambio avrebbe fornito all’autorità giudiziaria dichiarazioni gradite alla stessa sorella». Affermazioni che il 2 novembre scorso, scrivono i pm, De Cianni avrebbe ribadito davanti agli agenti della squadra mobile, «accusando implicitamente Casamassima, sapendolo innocente, del reato di false informazioni al pm, falsa testimonianza e di calunnia».

Eppure la verità era stata confermata appena pochi giorni prima, l’11 ottobre scorso, quando il pm Musarò aveva riferito in Corte d’Assise della denuncia presentata il 20 giugno 2018 dallo stesso imputato Francesco Tedesco al fine di accusare del pestaggio i suoi colleghi Di Bernardo e D’Alessandro (i cui nomi non vennero trascritti nel verbale di arresto di Cucchi). Tedesco durante gli interrogatori riferì agli inquirenti che anche il maresciallo Roberto Mandolini, allora a capo della caserma Appia, e il carabiniere Vincenzo Nicolardi erano a conoscenza di quanto accaduto. Entrambi infatti siedono alla sbarra del processo bis accusati a diverso titolo di falso e calunnia.

A PARTIRE DALLA CONFESSIONE di Tedesco, il pm Musarò ha aperto l’inchiesta integrativa, chiusa ieri, grazie alla quale sono stati scovati «documenti di straordinaria importanza che per la prima volta fanno luce su quanto avvenne». Per esempio le due annotazioni di Di Sano: nella prima il carabiniere scriveva che «Cucchi riferiva di avere dei dolori al costato e tremore dovuto al freddo, e di non poter camminare; veniva comunque aiutato a salire le scale». Nella seconda Di Sano cambiò il testo affermando che «Cucchi riferiva di essere dolorante alle ossa sia per la temperatura freddo/umida che per la rigidità della tavola del letto (priva di materasso e cuscino) ove comunque aveva dormito per poco tempo, dolenzia accusata anche per la sua accentuata magrezza».

Anche al carabiniere Gianluca Colicchio, il giorno dopo, venne ordinato di firmare una falsa dichiarazione. È lui stesso a raccontarlo in udienza riferendo che a chiederglielo fu il suo superiore: «Per quello che percepii io – ha riferito Colicchio alla Corte d’Assise – il maggiore Luciano Soligo non si trovava in una situazione molto diversa dalla nostra, nel senso che anche lui stava dando esecuzione ad ordini provenienti dalla sua gerarchia. La “regia” in quel momento veniva dal Gruppo di Roma».

Forse gli otto militari potrebbero essere chiamati a giudizio, ma ciò che appare chiaro fin d’ora è che – a prescindere dalle responsabilità individuali – come ha affermato il pm Musarò «qui si è giocata una partita truccata sulle spalle di una famiglia. E ora è in gioco la credibilità di un sistema».

* Fonte: Eleonora Martini, IL MANIFESTO

Immagine di Barbara Bonanno di Pixabay

g8 di Genova

Si dice spesso che il G8 di Genova del 2001 non finisca mai. Né per una generazione che si è vista massacrare in piazza, in una scuola e in una caserma, né per i tanti che hanno subito violenze e che hanno visto la giustizia procedere in modo ondivago. Ieri però è arrivata ancora una condanna per i 24 tra dirigenti, ispettori tuttora in servizio o ex, responsabili durante il G8 del 2001 a Genova delle brutali violenze alla scuola Diaz e di falso e calunnia per avere fabbricato false prove e osteggiato in diversi modi le indagini.

Stavolta a pronunciarsi è stata la Corte dei Conti che impone ai responsabili di rimborsare spese legali e provvisionali per un totale di 2 milioni e 800 mila euro.

I poliziotti dovranno rifondere ai ministeri dell’Interno e di Grazia e Giustizia le spese legali dei tre gradi di giudizio, le provvisionali stabilite come risarcimento alle decine di manifestanti massacrati di botte e arrestati sulla base di prove fabbricate ad arte e ripagare gli avvocati del gratuito patrocinio delle parti civili.

Nell’elenco figurano funzionari tutt’ora in servizio come il vicecapo della Dia Gilberto Caldarozzi e il capo della Polstrada di Roma Pietro Troiani. Ulteriore condanna a 5 milioni di euro per il danno di immagine dovrà essere valutata il 22 maggio dalla Corte Costituzionale

E di fronte a una sentenza che ha a che vedere con i poliziotti ( e che vede come vittime i manifestanti), non poteva mancare il commento dell’onnipresente Salvini: «La sentenza Diaz? Prima di commentarla vorrei leggerla. Io sto sempre e comunque con le forze dell’ordine, se uno su mille sbaglia, uno su mille paga». E per rimanere in scia ha specificato – dopo le contestazioni di ieri a Napoli – di essere «orgoglioso di come le forze dell’ordine affrontano ogni giorno problemi del genere».

* Fonte: IL MANIFESTO

g8 di Genova

Il giornalista inglese Mark William Covell aveva 33 anni quando nel 2001 venne trattato «come una palla da football» dagli uomini delle forze dell’ordine che fecero irruzione nella scuola Diaz durante il G8 di Genova, come raccontò egli stesso alla Bbc dall’ospedale dove venne ricoverato quando finalmente quell’incubo finì. A distanza di quasi vent’anni ha ancora i postumi di quella «mattanza» nella quale si impegnarono alcuni rappresentanti dello Stato che la Corte dei Conti definisce «barbari».

I giudici contabili della seconda sezione d’appello, infatti, hanno confermato la sentenza di primo grado emessa nel 2015 che condannava, a un risarcimento complessivo di 110 mila euro, i 16 ufficiali di polizia coinvolti a vario titolo nel tentato omicidio del giornalista inglese. Tra loro anche Gilberto Caldarozzi, condannato a 3 anni e otto mesi per aver creato prove false, ma malgrado questo promosso un anno fa a numero due della Direzione investigativa antimafia.

Nulla hanno potuto i ricorsi presentati dai poliziotti che sono stati già condannati in sede penale: la corte d’appello ha confermando la sentenza della sezione Liguria che aveva condannato al risarcimento di 40 mila euro l’allora comandante del VII nucleo antisommossa Michelangelo Fournier e a 60 mila euro l’allora comandante del primo reparto mobile di Roma Vicenzo Canterini.

Condannati, in solido, a un risarcimento di 10 mila euro: Francesco Gratteri, Gilberto Caldarozzi, Giovanni Luperi, Spartaco Mortola, Nando Dominici, Filippo Ferri, Fabio Ciccimarra, Carlo Di Sarro, Massimo Mazzoni, Davide Di Novi, Renzo Cerchi, Massimiliano Di Bernardini, Massimo Nucera e Maurizio Panzieri. In via transitoria, il Viminale lo aveva risarcito con 350 mila euro (340 per le lesioni subite e 10 mila per le calunnie).

* Fonte: IL MANIFESTO

Quattro mesi di reclusione con pena sospesa per «concorso in violazione di domicilio». La Corte d’appello di Torino ha confermato ieri la condanna emessa in primo grado contro Davide Falcioni, giornalista di fanpage.it.

L’episodio incriminato risale a oltre 6 anni fa. Nell’estate del 2012 Falcioni si trovava in Val Susa per realizzare un reportage sul movimento No Tav per il sito agoravox.it. Il 24 agosto seguì un’azione di alcuni attivisti che occuparono pacificamente la sede della Geovalsusa srl. «La contestazione di oggi ha diverse ragioni – scrissero in No Tav in un comunicato – la società è complice della militarizzazione e della devastazione del territorio che a partire del 27 giugno 2011 continuano a essere imposte alla Val di Susa».

A novembre dello stesso anno la Digos del capoluogo torinese condusse un’operazione di polizia eseguendo 17 misure cautelari contro alcuni cittadini che avevano partecipato alla protesta: 7 arresti domiciliari, 4 divieti di dimora e 6 obblighi di firma. Quello stesso giorno il reporter marchigiano pubblicò un lungo articolo dal titolo «Io ero con i No Tav arrestati. Vi racconto come sono andate veramente le cose». Nel testo ricostruiva le varie fasi dell’occupazione simbolica ed escludeva categoricamente che ci fossero stati episodi di violenza contro i dipendenti della società o danneggiamenti delle attrezzature degli uffici.

Due anni e mezzo dopo Falcioni espose le stesse argomentazioni in un’aula di tribunale, chiamato a testimoniare dalla difesa delle persone accusate a vario titolo di violazione di domicilio, danneggiamento informatico, furto e violenza privata. Durante il suo intervento fu interrotto dal pm che lo informò di una prossima indagine nei suoi confronti per reati analoghi a quelli dei manifestanti.

Nel 2016 il giornalista è stato rinviato a giudizio. La condanna di primo grado è stata pronunciata il 9 aprile del 2018. Secondo i giudici il cronista sarebbe dovuto rimanere all’esterno dell’edificio in cui si stava commettendo un reato e informarsi successivamente dalla questura. In appello persino l’accusa aveva chiesto l’assoluzione.

«Sono assolutamente sorpreso e deluso – ha detto Falcioni – penso sia una sentenza molto politica legata alle diverse posizioni in merito alla realizzazione dell’alta velocità in Val Susa. Si tratta di un tentativo fortissimo di limitare il diritto di cronaca e il dovere dei giornalisti di raccontare quello che vedono. Il nostro lavoro è questo, non certo passare le veline delle forze dell’ordine».

L’avvocato Gianluca Vitale, che difende Falcioni, si è detto «raggelato» dalla sentenza, annunciando un ricorso in Cassazione ed eventualmente anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo. La redazione di fanpage.it ha espresso piena solidarietà al collega: «Dopo il tentativo di revocare la scorta a Sandro Ruotolo, ci troviamo a denunciare con forte preoccupazione un altro attacco a un nostro giornalista condannato a quattro mesi di reclusione per aver semplicemente fatto il suo lavoro di cronista», spiega una nota della redazione. Anche la Federazione nazionale della Stampa italiana e l’Associazione stampa subalpina hanno commentato l’episodio: «Un giornalista che si trova in un luogo in cui si svolge un reato non può per questo essere accusato del reato medesimo».

* Fonte: Giansandro Merli, IL MANIFESTO

E ora c’è il primo generale dei Carabinieri indagato per il depistaggio delle indagini sulla morte di Stefano Cucchi. Si tratta di Alessandro Casarsa, fino a quattro settimane fa comandante dei Corazzieri del Quirinale, immediatamente rimosso quando le indagini hanno iniziato a lambire gli ambienti del Gruppo Roma, di cui Casarsa all’epoca dei fatti era comandante.

Nel 2009 il generale occupava un gradino più in basso nella carriera militare, era colonnello. Finora il più alto in grado nei vertici dell’Arma finiti nell’inchiesta integrativa al processo bis aperta dal pm Giovanni Musarò per fare luce sui tentativi di insabbiamento del pestaggio subito dal geometra romano da parte di due carabinieri che lo arrestarono il 15 ottobre 2009, è stato il tenente colonnello Luciano Soligo che allora era comandante della compagnia Talenti Montesacro.

La scorsa settimana il generale Casarsa si è recato a Piazzale Clodio dove è stato interrogato dal procuratore capo Giuseppe Pignatone e dal pm Musarò che lo accusa di falso, per aver permesso di modificare le annotazioni di servizio stilate da due carabinieri della caserma di Tor Sapienza, dove il giovane arrestato trascorse la notte, che contenevano particolari sullo stato di salute attuale di Cucchi. Secondo il resoconto dell’interrogatorio ricostruito sul Corriere della Sera, il generale si sarebbe difeso negando ogni addebito ma soprattutto – particolare importante, se confermato – avrebbe detto di ricordare bene a distanza di nove anni «l’indicazione data ai carabinieri che avevano avuto a che fare con Cucchi di essere il più precisi e dettagliati possibile nelle loro ricostruzioni».

Il nome di Alessandro Casarsa compariva nell’elenco dei testimoni chiamati a processo dall’avvocato Diego Perugini, difensore di Nicola Menichini, uno dei tre agenti di polizia penitenziaria erroneamente accusato di lesioni e abuso di contenzione nel primo processo (a causa del depistaggio) e che oggi è parte lesa. Nella lista di testimoni del legale compaiono anche il generale Vittorio Tomasone, all’epoca comandante provinciale, e il capitano Tiziano Testarmata, accusato di favoreggiamento per non aver messo agli atti una mail nella quale un altro indagato, il tenente colonnello Francesco Cavallo, indicava come falsificare le annotazioni su Cucchi.

«Ma ora che il generale Casarsa è indagato, la sua deposizione al processo diventa questione ancora più delicata», riferisce Perugini che spiega al manifesto i motivi per i quali ha chiamato a deporre anche i vertici dell’Arma: «Che ci fosse un filo rosso che portava più in alto lo si era capito fin dall’inizio, l’aria fetida la si percepiva già, ma quello che sta venendo fuori era sinceramente inimmaginabile».

«Ciò che sta emergendo ogni giorno di più, è spaventoso – commenta la notizia Ilaria Cucchi, sorella di Stefano -. I depistaggi e i tentativi di insabbiamento della verità ci sono stati nel 2009, poi nel 2015 e continuano ancora oggi, malgrado un magistrato come Musarò stia cercando di fare luce sull’accaduto. Non hanno paura di nulla né rispetto di alcuno, neppure della magistratura. Da cittadina, mi fa paura».

* Fonte: Eleonora Martini, IL MANIFESTO

EMPOLI (FI). Un malore fatale mentre era a terra, ammanettato e con i piedi bloccati da un cordino di plastica, ufficialmente a causa di uno stato di alterazione psicofisica. Una tragedia che ricorda, per alcuni aspetti, quella di Riccardo Magherini. Ora dall’autopsia, che sarà affidata oggi ed eseguita lunedì, e dalle registrazioni delle telecamere esterne e interne al negozio Taj Mahal, nel centro di Empoli, la procura di Firenze cercherà ulteriori elementi per capire come e perché è morto giovedì sera Arafet Arfaoui, 32 anni, giovane tunisino d’origine ma da tempo italiano, dopo il suo matrimonio con una donna toscana.

Per ora è stata aperta una indagine preliminare, contro ignoti, con l’ipotesi di reato di omicidio colposo. Ad aiutare la pm Christine von Borries, che giovedì è subito andata sul posto per raccogliere le prime testimonianze dei quattro poliziotti intervenuti e del personale sanitario del 118, ci sono anche i racconti di altri testimoni che erano sia all’interno che fuori dal Taj Mahal, un esercizio commerciale da anni in via Ferrucci, dove si vendono alimentari e bevande ma anche schede telefoniche internazionali e servizi di money transfert.
Arafet Arfaoui conosceva bene il Taj Mahal perché aveva abitato a Empoli per anni, prima di sposarsi e trasferirsi a Livorno, dove lavorava all’Interporto. Il giovane, che spesso tornava nella cittadina toscana, era entrato chiedendo di trasferire 20 euro alla famiglia di origine in Tunisia. Ma il gestore gli aveva rifiutato il servizio, sospettando che la banconota fosse falsa. Al momento sembra essere stata questa la causa scatenante della reazione di Arfaoui. “All’inizio il ragazzo era calmo – ha peraltro raccontato Mustafà, che era fuori dal negozio – poi alla fine, dopo quasi più di un’ora, voleva andare via e si è messo a scappare”.
Arfaoui aveva alcuni minimi precedenti, a suo carico una denuncia per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Secondo alcuni aveva qualche problema con l’alcool. Per certo la sua reazione ha allarmato il gestore, che ha chiamato il 113. Quando sono arrivati gli agenti per controllare i suoi documenti, il giovane era molto agitato e, dopo averli mostrati, è uscito ed è entrato in un macelleria vicina. Gli agenti l’hanno raggiunto e cercato di calmarlo, ma lui è corso di nuovo fuori ed è ritornato dentro il negozio. Qui, dopo un breve parapiglia, due poliziotti l’hanno ammanettato a terra e poi gli hanno legato i piedi con una cordicella di plastica, ufficialmente perché scalciava.
Una telefonata al 118 fatta dagli stessi agenti ha fatto arrivare al Taj Mahal i sanitari, probabilmente in vista di un tso (trattamento sanitario obbligatorio). Un dottoressa avrebbe cercato di calmarlo con un sedativo, ma pochi minuti dopo Arfaoui si è sentito male e ha perso conoscenza. I tentativi di rianimarlo sono andati avanti per circa un’ora, purtroppo senza risultati.
Le indagini sulla tragedia sono state affidate alla Squadra mobile di Firenze e alla Polizia scientifica, che ha le registrazioni delle due telecamere del circuito di videosorveglianza installate all’interno del locale, e le registrazioni di alcune telecamere esterne. Da parte sua la pm Von Borries ha reinterrogato anche ieri gli agenti e sanitari. Sono stati inoltre avviati accertamenti per verificare la tempestività e l’appropriatezza delle cure, quando il giovane è stato colto da malore.
Sulla tragedia il Pd con Gennaro Migliore ha chiesto al ministro Salvini di riferire in Parlamento. Il titolare del Viminale, da parte sua, non ha perso tempo nel far conoscere il suo “totale e pieno sostegno ai poliziotti che sono stati aggrediti, malmenati, morsi. Purtroppo un tunisino con precedenti penali, fermato dopo aver usato banconote false, è stato colto da arresto cardiaco nonostante gli immediati soccorsi medici. Tragica fatalità”. Opposta la versione dell’Associazione contro gli abusi in divisa (Acad), che ha messo a disposizione dei familiari della vittima un avvocato: “Il ragazzo era forte come una roccia, ed era con gli agenti nell’unica stanza del locale dove non c’erano telecamere”. Infine si fa sentire il sindacato autonomo di polizia Sap: “Sono essenziali taser e telecamere, strumenti necessari per la tutela e la trasparenza”.

* Fonte: Riccardo Chiari, IL MANIFESTO

Ventisette avvisi di apertura indagine sono stati recapitati ad altrettanti attivisti della capitale. La lista, però, potrebbe allungarsi. I fatti risalgono al 13 settembre 2017, epilogo di una catena di episodi che ben riflettono l’Italia di oggi. Riavvolgiamo il nastro. Il 30 agosto di quell’anno Roma si svegliò con la notizia dell’assalto al centro di accoglienza di Tiburtino III. Sembrava che gli abitanti avessero attaccato in massa la struttura per il sequestro di una donna, entrata nell’edificio a protestare contro un rifugiato che aveva lanciato pietre ai suoi figli. Dopo due giorni, però, la notizia cambiò di segno: il rifugiato era stato accoltellato dalla signora, il sequestro era inventato e solo poche persone avevano attaccato il centro.

CASAPOUND provò comunque a cavalcare il clima di tensione in chiave razzista. Con un blitz al municipio a guida 5 Stelle strappò un consiglio straordinario sulle «problematiche del centro di via del Frantoio». L’Anpi e le realtà associative del territorio chiesero di annullare la decisione, senza riuscirci. Il 13 abitanti del quartiere e attivisti romani convocarono un presidio davanti al centro anziani in cui era prevista la seduta. «Parlare con i fascisti non è democrazia», cantavano alcuni. Pochi minuti prima delle 17 una cinquantina di aderenti a Casapound arrivò scortata dalla celere. Ci furono delle scaramucce. La polizia fece entrare gli estremisti di destra nella struttura. Agli antifascisti suonò come una provocazione. Aprirono un cancello e occuparono il cortile. Continuavano a chiedere di annullare il consiglio, che era iniziato. La tensione salì ancora. Alcuni manifestanti trovarono un altro ingresso ed entrarono a contatto fisicamente con Casapound. Il consiglio fu annullato.

GLI AVVISI DI GARANZIA arrivano a pochi giorni dall’ennesimo episodio di violenza fascista nella capitale, con l’aggressione a due giornalisti dell’Espresso. I reati su cui si indaga sono manifestazione non autorizzata, resistenza a pubblico ufficiale e radunata sediziosa. La risposta firmata antifasciste e antifascisti è arrivata ieri con un comunicato: «A Tiburtino III abbiamo difeso i principi da cui nasce l’istituzione pubblica. Non faremo alcun passo indietro e non lasceremo spazio ai fascisti, mai».

* Fonte: IL MANIFESTO

Prevede revoca di patente e passaporto, divieto di dimora e di assemblea. Intervista a Jacopo Bindi: «Non c’è un processo perché non c’è un reato: è una valutazione politica»

La notifica è arrivata giovedì: la procura di Torino ha richiesto la sorveglianza speciale per Jacopo, Eddi, Davide, Paolo e «Jack», cinque ragazzi che in questi anni hanno raggiunto la regione a maggioranza curda di Rojava, in Siria, per combattere lo Stato Islamico.

Non è previsto un processo perché non è previsto un reato. Il 23 gennaio la pm Pedrotta si presenterà al Tribunale di sorveglianza di Torino per chiedere l’accettazione della richiesta. Se passerà, i cinque saranno sottoposti a una dura restrizione della libertà individuale sulla base di quella che la Digos – che ha svolto le indagini – ritiene «pericolosità sociale».

Una misura restrittiva di epoca fascista, introdotta dal Codice Rocco e poi rivista nel tempo (l’ultimo «aggiornamento» risale al 2011), che avalla un’inquietante deriva: la limitazione della libertà, da un minimo di un anno a un massimo di cinque, in assenza di un reato, sbarre invisibili di una prigione fuori dalla prigione.

Ne abbiamo parlato con Jacopo Bindi, uno dei destinatari della richiesta della pm: «Qualcosa di mai visto prima, totalmente inatteso», ci dice.

Vi hanno notificato le motivazioni dietro la richiesta?

Nel documento si parla di Ypg (le unità di difesa popolare curde, ndr) che né l’Italia né la Ue considerano organizzazione terroristica. La pm afferma che ne siamo stati membri e che in Siria abbiamo imparato a usare le armi. In passato siamo stati segnalati dalla polizia, abbiamo avuto denunce penali e abbiamo precedenti: siamo parte del movimento NoTav e in passato dell’Onda, abbiamo preso parte ad azioni antifasciste e siamo impegnati in movimenti sociali per il diritto alla casa e allo studio.

La procura, dunque, «collega» le due cose: attività politica qui e uso delle armi lì.

Dicono che con le Ypg abbiamo imparato a usare armi e quindi siamo pericolosi. Non c’è un processo, non devono dimostrare l’esistenza di un reato: compiono un mero giudizio sulla nostra personalità e la presunta pericolosità sociale, non basato su fatti precisi. Tra l’altro hanno commesso degli errori: Eddi non era parte delle Ypg, ma delle Ypj, l’unità femminile, un corpo autonomo rispetto a quello maschile. E io, sebbene sarebbe stato un onore, non ho mai fatto parte delle Ypg o dell’organizzazione militare di Rojava. Ero nelle strutture civili della rivoluzione, anche se in situazione di guerra. Ho scritto degli articoli su quanto accadeva, per il manifesto, e quegli articoli sono stati considerati la prova dell’appartenenza alle Ypg. Stavo facendo del giornalismo.

Quali misure restrittive prevede la sorveglianza speciale?

Revoca della patente e del passaporto, divieto a partecipare a riunioni pubbliche o assemblee e a incontrare gruppi di più persone, divieto di dimora.

In alcuni casi è previsto l’obbligo di trovarsi un lavoro, di restare a casa in determinate ore del giorno e della notte. E in tutti, il «libretto rosso».

Una sorta di schedatura, il «libretto rosso» va portato con sé ed esibito su richiesta.

Farete appello se la richiesta sarà accolta?

Sicuramente. A differenza di altre misure o di un normale processo, diventa subito attiva già prima dell’eventuale appello. Nel frattempo ci muoveremo per evitarla: oggi terremo una conferenza stampa a Torino e chiederemo ai cittadini italiani solidarietà e condanna verso questo tipo di atteggiamento. Il 23 renderemo questa protesta concreta con un presidio davanti al Tribunale di Torino.

Ritenete si tratti di un atto politico?

È stata compiuta una valutazione politica. È schizofrenia, un caso di bipolarismo dello Stato. Da un lato l’Italia considera l’Isis gruppo terroristico che porta morte anche in Europa; molti politici fanno campagna sfruttando la paura del terrorismo, spesso attaccando senza ragione i migranti e gli arabi. Dall’altra colpisce chi è andato a combattere l’Isis, chi ha rischiato la vita. All’improvviso diventiamo un problema e la nostra scelta una ragione per punirci. Eppure, al di là della guerra, Rojava propone un’alternativa reale di democrazia, libertà delle donne, pace, ecologia, relazioni economiche e sociali diverse, un esempio unico in Medio Oriente e nel mondo. Ma probabilmente è una scusa per colpire il movimento NoTav e chi lotta per difendere il territorio della Val di Susa e per migliorare le condizioni di vita a Torino, quelle dei lavoratori e degli studenti, di chi ha problemi con la casa.

* Fonte: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO

photo: By Unknown IFB member – https://archive.org/details/IFBAntifaManchester, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=61435913

L’assioma ideologico su cui si è basata fin qui la difesa degli imputati, sia nel primo che nel secondo processo, e che ha sempre potuto contare sul megafono dei vari Salvini e Giovanardi – Stefano Cucchi è morto sostanzialmente perché era un drogato, uno che cercava e seminava morte, dunque un cittadino di serie B, e se ha preso qualche ceffone la colpa era solo sua – si sta sciogliendo come neve al sole, man mano che si apre un varco nel muro di omertà e indifferenza che per nove anni ha impedito di arrivare alla verità.

«Sono un militare, non faccio domande», «siamo militari, rispettiamo gli ordini», «sono un militare, nessuno mi ha chiesto di raccontare e io non ho raccontato»… Sono le risposte più frequenti che risuonano all’interno dell’aula di Corte d’Assise del tribunale di Roma nelle ultime udienze del processo bis, da quando il pm Giovanni Musarò ha chiamato come testi alcuni carabinieri che a vario titolo sono entrati nella nuova inchiesta integrativa aperta sul depistaggio e l’occultamento delle prove.

Il valente magistrato antimafia sta cercando di capire fino a quale livello è coinvolta la scala gerarchica dell’Arma, ma ciò che si sta svelando fin da ora – a parte un’evidente quanto negata incompatibilità tra il ruolo di polizia giudiziaria e l’ordinamento militare – è un “sistema” (non si sa quanto diffuso) che contempla anche la violazione delle regole democratiche, e finisce col costruire omertà e impunità. Contaminando a volte anche ambiti professionali e istituzionali contigui, come si evince dal fatto che Stefano, dopo essere stato pestato e fino alla sua morte, entrò in contatto con circa 140 persone che ebbero modo di accorgersi delle sue condizioni di salute ma che si voltarono dall’altra parte.

Un “sistema” che sta emergendo grazie alla professionalità e all’inflessibilità di un giovane magistrato già nel mirino delle mafie, ma soprattutto al coraggio, alla caparbietà e all’amore dimostrato da Ilaria Cucchi e dai suoi genitori. Una famiglia che con altrettanta onestà e inflessibilità – e sotto un fuoco di fila che avrebbe spaventato chiunque – è rimasta fedele alla difesa dei diritti di Stefano e ha pure imparato ad usare le forme di comunicazione, anche quelle più di impatto mediatico, come le foto del cadavere esposte mentre si celebrava il primo processo.

Ilaria però non ha dimenticato che il caso di suo fratello Stefano è forse la punta di un iceberg che sta emergendo, tanto da aver fondato un’associazione che si occupa dei tanti – troppi – cittadini morti mentre erano nelle mani di uomini di Stato. La «Stefano Cucchi onlus» si prefigge infatti il compito di dare una mano alle famiglie che attendono ancora giustizia per la morte di un loro congiunto o che non credono a quella dichiarata in un’aula di tribunale.

«Pensiamo a Giulio Regeni, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini – scrive Ilaria sul sito dell’associazione -. Tutte queste storie, tutte le persone dietro a queste storie ci testimoniano, con la loro morte, che è una morte di Stato, che uno Stato di diritto senza diritto è una banda di predoni». Ma la lista potrebbe essere molto più lunga, anche al netto della media dei 160 morti in carcere l’anno dal 2000 ad oggi (fonte: Ristretti orizzonti), e dei 64 suicidi dall’inizio del 2018, mai così tanti negli ultimi sei anni.

Si potrebbero ricordare casi più o meno noti e ancora controversi come quello di Aldo Bianzino, il mite e sano falegname arrestato il 12 ottobre 2007 per detenzione di piante di marijuana e morto due giorni dopo in una cella del carcere Capanne, a Perugia. O di Michele Ferrulli, deceduto il 30 giugno 2011 durante un fermo di polizia, in strada, a Milano. O di Riccardo Rasman, uomo affetto da schizofrenia paranoide che nell’ottobre 2006 fu malamente immobilizzato nel suo appartamento di Trieste da tre agenti che vi fecero irruzione dopo una segnalazione, e così lo uccisero. O ancora di Gabriele Sandri, il tifoso morto nel 2007 sotto i colpi sparati a distanza da un poliziotto in un autogrill di Arezzo. O di Bernardino Budroni, morto nel luglio 2011 sotto i colpi sparati da un poliziotto al termine di un inseguimento sul Gra, a Roma.

O di Franco Mastrogiovanni, deceduto nel 2009 durante un Trattamento sanitario obbligatorio nel reparto psichiatrico dell’ospedale Vallo della Lucania, dopo 82 ore di contenzione. O di Tony Drago, morto nel 2014 a soli 25 anni mentre prestava servizio militare a Roma, nello squadrone di rappresentanza del reggimento Lancieri di Montebello. Precipitato da una finestra, subito i commilitoni parlarono di suicidio. Tesi non condivisa dai familiari che credevano piuttosto ad un episodio di nonnismo, e rigettata per ultimo anche dai periti nominati dal gip che nel marzo 2017 hanno affermato che il giovane è stato ucciso. Solo in seguito, la Procura militare ha aperto un’inchiesta ipotizzando il reato di omicidio volontario.

C’è anche chi è rimato vivo e ha potuto raccontare. Come Stefano Gugliotta, un giovane scambiato per un ultrà durante la finale di Coppa Italia del 2010 e pestato senza alcun motivo in strada, a Roma, nei pressi dello stadio Olimpico, da nove poliziotti. Il tifoso Paolo Scaroni invece rimase in coma due mesi, nel 2004, per i colpi di manganello, impugnato al contrario, sferrati da alcuni agenti (mai identificati) alla stazione di Verona, dopo la partita contro il Brescia. Dopo 11 anni Scaroni non ha ottenuto i nomi di chi lo ha ridotto invalido al 100% ma solo un risarcimento del Ministero dell’Interno di 1,4 milioni di euro.

Si potrebbe continuare a lungo, raccontando fatti che naturalmente non chiamano in causa solo le forze dell’ordine. Spesso la verità non è ancora venuta a galla, alcuni processi sono ancora in corso o i familiari chiedono – con qualche fondamento – di riaprire i casi. Non accade solo da noi ma in Italia, ottenuta finalmente una legge che punisce in qualche modo la tortura, anche se in modo del tutto non conforme ai trattati internazionali, il codice identificativo per gli agenti, per esempio, è ancora un tabù coccolato dalle destre. La democratizzazione dei corpi di polizia ha ancora bisogno di una spinta propulsiva. Almeno uguale e contraria alla militarizzazione che avanza.

* Fonte: Eleonora Martini , IL MANIFESTO

«Il fatto non costituisce reato». Dopo quasi sei ore di camera di consiglio, la Corte di Cassazione ribalta la sentenza d’Appello del 19 ottobre 2017 che aveva confermato la condanna di primo grado per omicidio colposo dei tre carabinieri che nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 arrestarono Riccardo Magherini. Rigettata dunque anche la richiesta del Procuratore generale della Cassazione, Felicetta Marinelli, che nella sua requisitoria aveva sostenuto la possibilità di salvarsi, per l’ex calciatore delle giovanili della Fiorentina morto a 40 anni durante l’arresto nel centro storico di Firenze, se solo i tre militari che lo hanno schiacciato sul selciato, prono, a torso nudo, con i polsi ammanettati dietro la schiena, e lo hanno anche colpito, «lo avessero messo in posizione eretta». Così, aveva ripetuto la pm, «avrebbero permesso i soccorsi e con elevata probabilità la morte non si sarebbe verificata».

Ma i giudici della Cassazione, con un pronunciamento tanto clamoroso quanto inaspettato, hanno dato invece ragione alla difesa dei tre carabinieri Vincenzo Corni, Stefano Castellano e Agostino della Porta, annullando le condanne a 8 mesi di reclusione per il primo e 7 mesi per gli altri due. «Non so che dire, mi casca il mondo addosso», sono le prime parole che il padre di Riccardo, Guido Magherini, è riuscito a pronunciare appena appresa la notizia.

Bisognerà leggere le motivazioni della sentenza ma a caldo sembra comunque che i giudici abbiano ritenuto valida la linea di difesa dei tre militari – che sono ancora in servizio anche se trasferiti ad altra sede – fondata sostanzialmente sull’affermazione che i tre uomini dell’Arma non potevano essere accusati di omicidio colposo perché privi di conoscenze mediche. «Non avevano elementi per capire quello che stava accadendo a Magherini a causa dello stupefacente – aveva spiegato l’avvocato Francesco Maresca, uno dei legali della difesa – Magherini è morto per una serie di concause, tra cui anche la sofferenza per la posizione prona, ma era necessario bloccarlo, e i carabinieri non potevano capire se era il momento di metterlo a sedere». L’avv. Maresca si è detto infine soddisfatto e felice «che la Suprema Corte avvia fatto giustizia di tante contestazioni prive di giustificazioni».

I giudici infatti hanno respinto il punto di vista della procura generale secondo la quale il decesso «è stato determinato dall’elevato tasso di cocaina, da asfissia e dallo stress dovuto all’assunzione di cocaina e al tentativo di liberarsi dalla posizione prona in cui lo tenevano i carabinieri». In questo contesto, secondo la magistrata, i carabinieri, che «avevano una posizione di garanzia perché lo stavano arrestando», «avevano l’obbligo di tutelarlo». Anche se «non sapevano che Magherini avesse assunto cocaina», i militari erano comunque «ben consapevoli dell’alterazione psico-fisica, e se l’avessero liberato dalla posizione prona quando aveva dato i primi segnali di calma e manifestato affanno, l’uomo avrebbe potuto essere soccorso», e salvato.

E invece quella notte Riccardo Magherini – che era «alterato gravemente e soprattutto palesemente», come avevano scritto nelle motivazioni i giudici dell’Appello – chiedeva aiuto e ripeteva «vi prego, ho un figlio», e «sto morendo». La scena era stata filmata da alcuni residenti di Borgo San Frediano, ma secondo la difesa ai carabinieri era sembrato uno stratagemma dell’uomo per liberarsi.

L’avvocato Fabio Anselmo, legale dei familiari di Magherini, aveva invece chiesto di annullare la sentenza sì, ma per celebrare un nuovo processo per il reato di omicidio preterintenzionale a carico dei carabinieri, affinché venisse contemplato «l’evento morte come conseguenza del reato di percosse». Già la procura generale però aveva chiesto di rigettare la richiesta, considerando invece che i colpi e i calci ricevuti da Magherini «non hanno avuto rilevanza nella morte».

In aula, accanto agli amici di Riccardo e alla famiglia Magherini, era presente anche Ilaria Cucchi, in rappresentanza dell’associazione Stefano Cucchi onlus che si occupa dei soprusi delle forze dell’ordine. «Vogliamo che il suo nome sia rivalutato – aveva sperato il padre di Riccardo – Hanno fatto di tutto per farlo apparire come un delinquente».

* Fonte: Eleonora Martini, IL MANIFESTO

Sign In

Reset Your Password