Apparati statali & Repressioni

A un anno dall’uccisione di Lorenzo Orsetti, accettata la tesi della Procura: pericolosità sociale perché politicamente attiva

La tempistica del Tribunale di sorveglianza di Torino è amarissima. Oggi cade il primo anniversario dall’uccisione di Lorenzo Orsetti, “Orso”, per mano dell’Isis mentre combatteva nel Rojava al fianco delle unità curde Ypg e Ypj; domani il secondo da quello della combattente britannica Anna Campbell.

Ieri la ex combattente italiana, Maria Edgarda Marcucci, Eddi, che con Orso e Anna ha condiviso l’identica scelta partigiana, si è vista comminare due anni di sorveglianza speciale come richiesto dalla Procura torinese.

Fino a poche ore prima sembrava che la decisione fosse stata sospesa a causa dell’emergenza coronavirus che impedisce lo svolgimento della normale attività giudiziaria. Invece no: nel pomeriggio è arrivata la notizia dell’applicazione della misura di grave limitazione della libertà personale (in assenza di reato e processo) per la sola Eddi.

«Liberati» dalla spada di Damocle di epoca fascista Jacopo Bindi e Paolo Andolina, che come lei attendevano il responso del Tribunale: la corte ha respinto, nel loro caso, la richiesta della pm Pedrotta, fondata sul legame tra attivismo politico in Italia e apprendimento all’uso delle armi in Siria.

Un legame esclusivamente politico e pericoloso per ogni attivista, secondo la Procura “dimostrato” dalla partecipazione a sit-in pacifici a Torino. In precedenza a non essere tacciati di pericolosità sociale erano stati Davide Grasso e Fabrizio Maniero, anche loro ex combattenti Ypg e anche loro minacciati dalla restrizione.

Maria Edgarda, che ha combattuto con l’unità femminile curda Ypj a difesa del cantone di Afrin nel 2018 (poi occupato da Turchia e gruppi islamisti), sarà sottoposta a sorveglianza speciale per due anni, con divieto di uscire di casa dalle 21 alle 7.

Non subirà il divieto di dimora nella sua città ma, come previsto dalla misura introdotta dal Codice Rocco, dovrà consegnare passaporto e patente, non potrà prendere parte a ritrovi con più di tre persone, né partecipare ad assemblee e presidi. Con sé avrà un libretto in cui la polizia annoterà ogni controllo a cui sarà sottoposta.

L’abbiamo raggiunta al telefono.

La misura ti è stata notificata dal Tribunale?

L’ho saputo dalla stampa, non mi è stata notificata. Né io né l’avvocato abbiamo saputo nulla dagli organi responsabili, eppure era stata depositata due giorni fa. La sorveglianza speciale è stata decisa solo per me, per due anni, senza divieto di dimora. Significa che posso restare a Torino, cioè che avrò obbligo di dimora qui.

Potrai fare appello?

Si può fare appello e lo farò, ma le attività dei tribunali ora sono ferme. L’appello richiede già i suoi tempi se depositato subito, con l’emergenza coronavirus ancora di più.

Quando entrerà in vigore la misura?

Come provvedimento è immediato, ma va attuato entro una settimana. Non so dire i tempi perché non ho avuto alcun contatto diretto con il Tribunale.

Perché pensi la sorveglianza speciale sia stata accettata solo per te?

Non lo so dire con certezza senza vedere gli atti. Ma nell’ultima udienza, lo scorso dicembre, abbiamo appreso che su di me pesava un’altra denuncia a carico per un’azione alla Camera di Commercio di Torino che, con il patrocinio della Regione Piemonte e la partecipazione del ministero della Difesa, a novembre era sponsor di una fiera di compravendita di apparati aerospaziali, principalmente bellici. Alla fiera c’era un panel dedicato ai rapporti tra Italia e Turchia, a poche settimane dal lancio dell’operazione militare turca contro il Rojava, mentre il ministro Di Maio parlava di sospensione della vendita di armi ad Ankara. Siamo entrati nella Camera di Commercio con uno striscione e abbiamo denunciato la complicità nel massacro. Un’azione assolutamente pacifica, tanto che il materiale usato dalla Procura veniva dalla nostra diretta Facebook. Mentre le nostre sorelle si prendevano le bombe, un intervento di sensibilizzazione a me e ad altre persone è sembrato il minimo.

Si tratta di una decisione estremamente pericolosa per chiunque sia politicamente attivo in Italia. 

E’ qualcosa di disgustoso. Per me non è tempo di indignarsi né di sorprendersi: queste sono persone che non hanno la lucidità necessaria a prendere alcuna decisione, se pensiamo che in carcere c’è una donna come Nicoletta Dosio. Non sono misure proporzionate ai fatti che queste persone devono giudicare. E’ importante dire che questi soggetti sono pericolosi perché hanno in mano la libertà di ognuno e ognuna di noi, è lo Stato italiano a essere pericoloso per tutti coloro che si trovano oggi sotto le sue bombe, per le persone in cassa integrazione, per i precari, pericoloso perché non requisisce la sanità privata a fronte di una simile crisi. La solidarietà tra popoli che avviene nel segno della rivoluzione fa paura. C’è da puntare il dito. Io non accetto nessuna forma di sorveglianza dalla Procura di Torino, non accetto nessuna limitazione della mia libertà. Queste persone vanno fermate quanto prima: quelle che mettono sotto sorveglianza speciale chi si è schierato con le Forze democratiche siriane sono le stesse persone che hanno tagliato miliardi alla sanità. Le stesse che difendono questo sistema.

* Fonte: Chiara Cruciati, il manifesto

BUSSOLENO. L’osteria «La credenza» di Bussoleno è stata per anni il cuore del movimento No Tav, e solo pochi anni fa Nicoletta Dosio e il marito Silvano hanno ceduto la gestione a una donna curda, e alla sua famiglia, profuga di guerra.

Sotto le bandiere No Tav che pendono ancora dal balcone dell’antica osteria ieri sera si sono dati appuntamento migliaia di amici e compagni di Nicoletta: un lungo serpentone ha marciato per oltre un’ora, illuminato dalle fiamme delle fiaccole che in molti reggevano in mano. Volti noti, ma anche persone mai viste prime mosse dall’enormità di quanto accaduto. Una comunità vagamente preoccupata per le sorti di una donna rinchiusa in carcere, dove sconterà una pena detentiva di nove mesi.

«HAI VISTO? L’ha fatto sul serio, è andata fino in fondo», «Chissà come sta là dentro, da sola, in un carcere a quell’età»: questi i commenti più diffusi in un mondo che più che arrabbiato si sente offeso da una scelta voluta dalla Procura di Torino.
Che attraverso un comunicato del Procuratore Generale Francesco Saluzzo ha sottolineato come la carcerazione di Nicoletta Dosio sia un passaggio formale atto a non creare disparità di trattamento.

«Chi ha mosso le critiche – ha dichiarato il procuratore – non vorrebbe che i cittadini fossero trattati secondo il cognome o le ragioni che hanno spinto a delinquere. Tutti hanno diritto allo stesso trattamento e nei confronti di tutti vi è il dovere di applicare il trattamento previsto, che è solo quello dettato dalla legge. Solo il legislatore, nella sua saggezza, può modificare le norme, a patto che rispetti i principi costituzionali».

IN PRECEDENZA aspre critiche erano giuste perfino da esponenti del Partito Democratico, come il sottosegretario dem all’Ambiente Roberto Morassut: «Non condivido nulla del movimento No Tav, ma le proteste anche scomode e con le quali non si è d’accordo non vanno ignorate. Trovo sproporzionato l’arresto di Nicoletta Dosio. Credo sia una misura sbagliata e senza senso, frutto di un meccanismo burocratico che prescinde dalla concretezza delle cose». Imbarazzo invece dal M5s, che tra i No Tav ha fatto il pieno di voti eleggendo tre parlamentari: Luca Carabetta, Laura Castelli e Alberto Airola, al momento silenti.

NICOLETTA DOSIO, intanto, ha fatto pervenire una lettera dal carcere dove è rinchiusa: «Sto bene e sono contenta della scelta che ho fatto perché è il risultato di una causa giusta e bella, la lotta NoTav che è anche la lotta per un modello di società diverso e nasce dalla consapevolezza che quello presente non è l’unico dei mondi possibili». Lettera che prosegue ricordando gli altri tre incarcerati per reati relativi alle dimostrazioni contro la Torino – Lione: «Sento la solidarietà collettiva e provo di persona cosa sia una famiglia di lotta. L’appoggio e l’affetto che mi avete dimostrato quando sono stata arrestata, e le manifestazioni la cui eco mi è arrivata da lontano, confermano che la scelta è giusta e che potrò portarla fino in fondo con gioia. Parlo di voi alle altre detenute e ripeto che la solidarietà data a me è per tutte le donne e gli uomini che queste mura insensate rinchiudono».

IN QUESTE MANIFESTAZIONI, che da decenni vengono aperte delle donne Notav, Nicoletta Dosio sarebbe stata in testa al corteo, tra coloro che reggono lo striscione: ieri sera il suo posto era occupato da un’altra donna della valle, una delle tante impegnate nella battaglia contro il super treno che dovrebbe collegare Torino a Lione.

Presenti diversi rappresentanti di Potere al Popolo – di cui la Dosio è una delle coordinatrici nazionali, la più votata – in arrivo da tutta Italia e Rifondazione Comunista. Sotto un cielo stellato e con un freddo pungente il corteo ha girato per le strade del paese, fermandosi poi di fronte al monumento ai caduti Partigiani.

Qui il professor Luigi Richetto, storico e filosofo nonché collega di Nicoletta Dosio, ha così sottolineato l’impegno della storica militante No Tav: «Una partigiana da sempre. La sua vita è stata caratterizzata da un impegno costante e schierato in ogni campo: scuola, famiglia, lavoro». Il coro che ha scandito per lunghi minuti la marcia ricordava questo tratto della Dosio, definita: «partigiana, generosa e fiera». Prossime iniziative di protesta e solidarietà sono previste in tutta Italia.

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, il manifesto

TORINO. Una valle in tumulto per lei, che invece sorrideva serena: Nicoletta Dosio, già docente di greco e latino e fondatrice del Liceo Norberto Rosa di Bussoleno, chiusa dentro l’auto delle forze dell’ordine che se la portava via, salutava con un bel sorriso e il pugno chiuso.

La mano di una donna anziana ma non stanca che sventola, sempre chiusa dentro un’automobile e seduta di fianco a un carabiniere, un fazzoletto No Tav, mentre intorno a lei decine di persone accorse da tutta la val Susa bloccavano per oltre un’ora chi aveva il compito di portarla via dalla sua terra: direzione carcere. Urla della folla – «vergogna», «fascisti», «andate a prendere i ladri invece di venire qui da una settantenne» – si alzavano nella notte ghiacciata di Bussoleno, davanti alla casa dove Nicoletta e il marito Silvano nei decenni hanno accolto ogni debolezza tirasse la cordicella del vecchio campanaccio. Perseguitati dalla legalità, perseguitati politici, migranti in fuga, migranti con piedi bruciati dal gelo accuditi per mesi come figli, partigiani curdi, persone allo sbando. E in più offrivano un letto caldo: tutti questi e infiniti altri. Non solo, perché anche animali abbandonati hanno colonizzato la vecchia casa sormontata da due enormi cedri: cani, gatti, asini, oche, pecore, capre, caproni. A causa della sua esposizione a volte glieli ammazzavano, quegli animali: lei soffriva, molto, e poi ne prendeva altri.

Condannata con altri diciannove militanti No Tav in un recente processo, aveva rifiutato la concessione delle pene alternative al carcere. Una scelta consapevole del destino che le sarebbe toccato. «Non sarò la carceriera di me stessa a casa mia», diceva. E aggiungeva: «Veniamo tutti condannati per cosa? Per un vicenda dove lo Stato italiano ha messo nero su bianco, numeri alla mano, che abbiamo ragione noi». Si riferiva alla valutazione costi benefici partorita dal precedente governo. Valutazione che per lei altro non era che una prova accessoria, nemmeno dirimente, perché la sua contrarietà alla Torino – Lione fonda su principi non meramente econometrici ma umani: «Come è possibile annientare così una popolazione, che per giunta persegue un bene comune?», domandava.

«Andrò in carcere – diceva solo pochi giorni fa – dove troverò altri oppressi, altri ultimi, con cui solidarizzare e creare una nuova famiglia. Andrò in carcere perché di Tav non si parla più. Lo si considera un capitolo chiuso: e quindi con il mio corpo dietro le sbarre voglio riaprire questa storia indecente».

L’avvocata che la segue, Valentina Colletta ieri sera dichiarava: «Nicoletta era molto decisa, ma il mondo intorno a lei no.Una situazione grave con responsabilità che ricadono non solo su coloro che hanno deciso di portarla via questa sera, ma sopratutto su chi l’ha condannata».

Presidi e manifestazioni sono previste nei prossimi giorni a Torino e in Italia.

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, il manifesto

Le risorse stanziate nella legge di Bilancio per adeguare le retribuzioni e il sistema previdenziale dei Vigili del fuoco (65 milioni nel 2020, 125 nel 2021 e 165 strutturali dal 2022) non sono abbastanza, secondo la Federazione nazionale della Sicurezza della Cisl, per garantire loro «lo stesso trattamento della Polizia di Stato». Il sindacato dunque ringrazia, ma chiede di più.

Ma, per  per approfondire un po’ la materia, viene in aiuto il dossier pubblicato ieri dall’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano, secondo il quale le nuove assunzioni previste dal decreto ministeriale del 4 settembre 2019 nei quattro corpi di polizia («11.192 unità complessive: 4.538 per l’Arma dei Carabinieri, 3.314 per la Polizia di Stato, 1.900 per la Guardia di Finanza, 1.440 per la Polizia Penitenziaria») potrebbero non essere del tutto giustificate.

Non lo sarebbero dal volume di reati con rilevanza penale, che nel nostro Paese è mediamente stabile, se non in diminuzione in alcuni casi (2564 reati ogni 100 mila abitanti nel 2017, l’11,7% in più della media europea che è di 2296). Né potrebbero essere giustificate dalla supposta penuria di personale, se si escludono le esigenze del normale turnover che per un lavoro tanto usurante e altamente performativo, qual è quello degli addetti alla sicurezza, dovrebbe essere più accelerato.

L’Italia infatti, secondo il rapporto dell’Ocp curato da Stefano Olivari e Fabio Angei, svetta nella classifica dei Paesi europei con più alto numero di operatori della sicurezza: «Nel 2016 (ultimo dato disponibile), nel rapporto tra personale delle forze dell’ordine e popolazione, su 35 Paesi europei considerati», si legge nel dossier, «l’Italia occupa l’ottava posizione, con 453 unità ogni 100 mila abitanti, contro una media europea di 355». Il 27,6% in più. Valori decisamente più bassi che nel Regno Unito, dove ogni 100 mila abitanti ci sono 211 unità, o in Francia (320), Spagna (361), Germania (297). Si tenga presente però che da noi le scorte di Stato assorbono molte energie, anche in termini numerici.

Dal punto di vista economico, poi, nel dossier intitolato «Le nostre forze di polizia sono sottodimensionate?» si sottolinea come nel 2017, dopo l’applicazione della riforma Madia (Legge 124/2015) che puntava alla semplificazione e all’efficientamento delle forze dell’ordine e che a questo scopo abolì il Corpo forestale facendolo assorbire dai Carabinieri, «la spesa per “servizi di polizia”» dei quattro corpi rimanenti «era di circa 22,6 miliardi di euro (1,3% del Pil), ben al di sopra della media europea (0,9%). Tra i maggiori Paesi europei, solo la Spagna presentava nel 2017 un valore di spesa simile all’Italia (1,2% di Pil)». E in questi calcoli sono state anche escluse le Polizie municipali e provinciali e la Guardia costiera.

I dati Eurostat elaborati dall’Università Cattolica non sono certo una novità. La stessa riforma messa a punto dall’allora ministra alla Semplificazione Marianna Madia si prefissava lo scopo di ridurre le spese, centralizzare l’acquisto di beni e servizi (veicoli, armi, vestiario), eliminare la sovrapposizione territoriale e funzionale dei vari corpi e sopperire alla mancanza «del numero unico d’emergenza europeo 112 per la gestione coordinata dell’emergenza, come richiesto da una direttiva della Comunità Europea del 1991».

Ricordano gli studiosi dell’Ocp, che di risparmi in realtà la riforma Madia ne prevedeva già pochi all’origine: «8 milioni di euro nel 2016, 59 nel 2017 e 57 dal 2018 in poi (ossia meno dello 0,3% della spesa per le forze dell’ordine)». In più, tutte le altre riforme previste tardano a venire. Oggi, a seguire le sorti dell’applicazione della legge 124/2015 per il governo Conti bis, è soprattutto il viceministro dell’Interno Vito Crimi. La strada è tutta in salita: «Nonostante i diversi richiami e condanne della Corte di giustizia Ue, il numero unico di emergenza 112 è stato attivato solo in alcune regioni, principalmente al Nord». Ed è invece intatta la sovrapposizione territoriale e funzionale di Polizia e Carabinieri.

Rimane solo il sacrificio della Forestale, contro il quale si è schierato, qualche giorno fa, il Comitato europeo dei diritti sociali, per questioni di libertà sindacali del personale violate. Ma forse la questione andrebbe vista da un altro punto di vista, perché gli unici reati che aumentano di netto sono quelli ambientali.

* Fonte: Eleonora Martini, il manifesto

«Il signor Matteo Salvini non può giocare sul corpo di Stefano Cucchi. Non posso consentirglielo». Ilaria Cucchi e la sua famiglia hanno subito di tutto, in questi anni trascorsi a lottare per ottenere giustizia: minacce, offese, fake news. La sorella del giovane geometra romano arrestato il 15 ottobre 2009 per spaccio e morto una settimana dopo per le conseguenze del pestaggio subito, in dieci anni ha querelato ed è stata pure querelata, ma la maggior parte delle volte ha dovuto sopportare senza potersi difendere per vie legali, perché la macchina del fango, come d’altronde quella dei depistaggi, si mette in moto all’ombra dell’anonimato, e nel vuoto di una verità giudiziaria tardiva.

Ma adesso che una sentenza, sia pure di primo grado, ha attribuito ai due carabinieri che pestarono suo fratello Stefano, Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo, la responsabilità della morte del giovane e li ha condannati a 12 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale, la donna non può permettersi di cedere. Per questo ha deciso di querelare l’ex ministro dell’Interno che giovedì scorso, commentando a caldo la sentenza della prima Corte d’Assise di Roma, ha ripetuto il mantra coniato dall’ex senatore Carlo Giovanardi. «Non mi scuso – ha detto Salvini -. Questo dimostra che la droga fa male».

Uno spot elettorale, e pure a costo zero, il suo. Tanto che alla notizia della querela, il leader leghista non si è scomposto affatto: «Dopo Carola Rackete, mi querela la signora Cucchi? Nessun problema – ha risposto – sono tranquillissimo. Dopo le minacce di morte dei Casamonica e i proiettili in busta, non è certo una querela a mettermi paura. Spero che il Parlamento approvi subito la legge “droga zero” proposta dalla Lega, per togliere per sempre ogni tipo di droga dalle strade delle nostre città». Non ci ha messo molto, Salvini, a passare dal terreno della strenua difesa delle forze dell’ordine “senza se e senza ma” a quello attualmente più agevole del proibizionismo. «Io sto sempre e comunque con polizia e carabinieri», disse nel 2016 in uno dei battibecchi a distanza avuti con la sorella del giovane detenuto ucciso. Oggi gli viene più facile: «Io combatto la droga sempre e comunque».

Ilaria Cucchi, nel rispondere a Matteo Salvini e nel post di ieri su Facebook con il quale ha annunciato la sua decisione, non ha usato alcun discorso antiproibizionista, come qualcuno a sinistra si sarebbe aspettato. Non ha parlato di droghe, comprensibilmente, né della legge leghista che può avere come unico effetto quello di favorire i grandi traffici illeciti. «Questo – ha scritto pubblicando la foto del cadavere di suo fratello – era il suo volto quando io ed i miei genitori lo vedemmo all’obitorio il 22 ottobre del 2009. Questo era quel che rimaneva di Stefano. Dei suoi diritti. Della sua dignità di essere umano».

«Stefano Cucchi ha sbagliato ed avrebbe dovuto pagare ma non morire in quel modo – ha aggiunto sua sorella nel post – Il giorno in cui viene pronunciata la sentenza ha il coraggio di dire quelle parole come se fosse al bar e parlasse ai suoi amici? Sono solo una normale cittadina ma non posso fare altro che querelarlo». «Lo devo a mio fratello – spiega ancora – Lo devo a mia madre che, pur estremamente sofferente, ha trascorso tutta la giornata del 14 novembre scorso in attesa di una sentenza che ci rendesse giustizia. Lo devo a mio padre la cui fiducia nello Stato ha fatto sì che compisse il sacrificio più pesante che si potesse chiedergli: denunciare il proprio figlio, da morto e dopo averlo visto in queste terribili condizioni, per la sostanza stupefacente trovata a casa sua».

Infine una richiesta alla ministra Luciana Lamorgese: «Mi piacerebbe tanto che l’attuale Ministro dell’Interno sostituisse la costituzione di parte civile fatta proprio dal sig. Salvini con la propria. Non sono un avvocato ma forse potrebbe essere possibile». «Ed ora – conclude Ilaria Cucchi – che i leoni da tastiera si scatenino pure con le loro menzogne sempre più raffinate e costruite ad arte. Io vado avanti».

Poche ore dopo, a Salvini che le risponde spavaldo di non avere paura della sua querela come non l’ha delle minacce di Casamonica, replica su Fb: «Anch’io sono contraria alla droga come alle truffe ai danni dello Stato, come alla Corruzione, come ai rimborsi fasulli a spese dei cittadini normali, come me, che pagano le tasse e non hanno 80 anni per mettersi in pari. E non amo i diamanti».

* Fonte:Eleonora Martini, il manifesto

La giustizia italiana ha mentito e ha commesso delle irregolarità nel caso di Vincenzo Vecchi, uno dei dieci manifestanti condannati a pene severissime per il G8 di Genova. Per questo il tribunale di Rennes ha annullato ieri il mandato d’arresto europeo spiccato nei confronti dell’uomo e ne ha ordinato la scarcerazione.

Vecchi era stato arrestato l’8 agosto di quest’anno a Rochefort en Terre, nella regione della Bretagna, dalla polizia francese su richiesta italiana. Il Servizio per il contrasto dell’estremismo e del terrorismo interno e la Digos di Milano lo avevano individuato dopo una lunghissima (e costosissima) indagine. L’uomo era riparato in Francia per sottrarsi alla condanna a 12 anni e mezzo confermata in terzo grado il 13 luglio 2012.

«C’erano due mandati di arresto contro il signor Vecchi – spiega l’avvocata Catherine Glon, uno dei tre legali della difesa – Il primo per una manifestazione anti-fascista del 2006 a Milano. L’altro per i fatti di Genova del 2001. Nel primo caso la corte ha giudicato senza oggetto la richiesta delle autorità italiane, che non hanno comunicato che il nostro assistito aveva già scontato integralmente la sua condanna. Nel secondo caso sono state riscontrate irregolarità procedurali». In pratica, le autorità italiane hanno mentito per aggravare la posizione dell’uomo, mentre il procuratore generale francese non ha rispettato l’obbligo di comunicare tutte le fasi del procedimento all’avvocato difensore che Vecchi aveva nominato in Italia. Si è così configurata una «violazione dei diritti della difesa» che ha portato all’annullamento del mandato d’arresto. Il procuratore generale ha annunciato l’intenzione di ricorrere in Cassazione contro la decisione. Ha cinque giorni di tempo per farlo.

Vecchi intanto ha lasciato il carcere di Vezin-le-Coquet intorno alle 3 del pomeriggio di ieri atteso dal comitato di sostegno che in questi tre mesi non ha mai smesso di lottare per la sua libertà, mobilitando la comunità locale e facendo schierare politici e personaggi del mondo della cultura.

* Fonte: Giansandro Merli, il manifesto

Quando il presidente della prima Corte d’Assise di Roma, Vincenzo Capozza, finisce di leggere la sentenza che condanna per omicidio preterintenzionale Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, i due carabinieri che la notte del 15 ottobre 2009 pestarono Stefano Cucchi spezzandogli la schiena, ci si sarebbe potuto aspettare di sentire, nell’aula bunker di Rebibbia, un qualche suono di giubilo. E invece no: com’è nello stile di Rita Calore, di Giovanni e Ilaria Cucchi, e dell’avvocato Fabio Anselmo, non una parola, non un gesto, e neppure un sorriso. Solo lacrime, a sciogliere la tensione di questi lunghissimi anni. E il pensiero di Stefano nei loro occhi.

IL PM GIOVANNI MUSARÒ – stesso rigore, stesso comportamento – aveva chiesto 18 anni di carcere per i due militari che non erano presenti in aula. Il collegio giudicante, composto anche di giudici popolari, li ha invece condannati a 12 anni, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e al risarcimento pecuniario della famiglia Cucchi da stabilirsi in sede civile. Assolto dall’omicidio preterintenzionale, «per non aver commesso il fatto», il carabiniere Francesco Tedesco (presente in aula), l’imputato che nel corso del processo bis è diventato il testimone chiave del pestaggio e l’accusatore dei suoi due colleghi, condannato però per falso a due anni e sei mesi di reclusione. Secondo questo primo grado di giudizio, anche se ha compilato un falso verbale, non è lui ad aver orchestrato il depistaggio.

Diversa la posizione del maresciallo Roberto Mandolini, all’epoca dei fatti comandante della stazione Appia, condannato per falso a 3 anni e 8 mesi di reclusione e interdetto dai pubblici uffici per 5 anni. Entrambi, Tedesco e Mandolini, sono stati invece assolti dall’accusa di calunnia, reato andato in prescrizione e perciò riqualificato in falsa testimonianza. Entrambi però dovranno risarcire i tre agenti penitenziari che hanno subito il primo processo e che ieri erano seduti nei banchi in attesa della sentenza. Infine assolto il carabiniere Vincenzo Nicolardi, accusato di calunnia, perché «il fatto non costituisce reato».

ENTRO 90 GIORNI si avranno le motivazioni della sentenza. E forse allora capiremo se è vero quanto sostenuto da uno dei legali di parte civile, l’avvocato Stefano Maccioni, che ha accolto con sollievo la sentenza arrivata da piazzale Clodio pochi minuti prima della condanna per omicidio preterintenzionale dei due carabinieri. A qualche chilometro di distanza, infatti, la Corte d’assise d’Appello presieduta da Tommaso Picazio ha giudicato i cinque medici dell’ospedale Pertini, dove Stefano Cucchi morì una settimana dopo il pestaggio, assolvendo «per non aver commesso il fatto» solo la dottoressa Stefania Corbi (era in ferie nei due giorni precedenti la morte del ragazzo) mentre ha stabilito per il primario del Reparto di medicina protetta, Aldo Fierro, e per gli altri tre medici, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo, il non doversi procedere per intervenuta prescrizione. Erano accusati di omicidio colposo e i giudici hanno comunque confermato la responsabilità civile dei quattro sanitari, da stabilirsi in separata sede, nei confronti dell’unica parte civile rimasta in quel processo, il Comune di Roma. Secondo l’avvocato Maccioni, questa sentenza dimostra una volta di più «che sussiste ed è evidente il nesso causale tra le percosse e la morte».

Evidentemente se ne è convinta anche la Corte. E ora, quando la selva di fotografi si fa intorno alla famiglia Cucchi, Ilaria si rivolge al suo avvocato e compagno, Fabio Anselmo: «Forse ora Stefano potrà risposare in pace», dice. «Ci sono voluti dieci anni e chi è stato al nostro fianco ogni giorno sa benissimo quanta strada abbiamo dovuto fare». Anche il padre Giovanni e la madre Rita ricambiano gli abbracci, e asciugano le lacrime. «Ringraziamo tutti quelli che non ci hanno abbandonato». Il loro pensiero va in particolare ai magistrati Pignatone e Musarò, al carabiniere Riccardo Casamassima, che era in aula, e alla moglie Maria Rosati (tra i primi a rompere il muro di omertà), «per tutto quello che stanno passando». «Grazie anche a Tedesco che, seppur in ritardo – puntualizza Giovanni Cucchi – ha permesso il corso della giustizia».

È a questo punto che un carabiniere in servizio nell’aula bunker di Rebibbia, un volto conosciuto a chi ha seguito tutte le udienze, si avvicina a Ilaria e le bacia la mano: «Finalmente dopo tutti questi anni è stata fatta giustizia», dice accompagnando i genitori Cucchi fuori, lontano dai microfoni.

E, COME HANNO FATTO in aula in tanti, a cominciare dal Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, anche a chilometri di distanza c’è chi si stringe idealmente a loro. «Questa sentenza rende giustizia anche per quelli che non sono riusciti ad ottenerla», commenta Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi. Il mondo della politica invece come al solito si spacca: si congratulano tra gli altri il presidente della Camera Roberto Fico, il ministro Luigi Di Maio e molti esponenti della sinistra, mentre Matteo Salvini, che più volte ha attaccato Ilaria, si è rifiutato di chiedere scusa: «Se qualcuno ha usato violenza, ha sbagliato e pagherà ma questo dimostra che la droga fa male. Io combatto la droga sempre e comunque». Polemiche che Giovanni Cucchi rifiuta di commentare: «Nessuno ci restituisce Stefano ma questa sentenza farà luce su tutto il resto».

* Fonte: Eleonora Martini, il manifesto

«È impossibile dire che non ci sia un nesso di causalità tra il pestaggio e la morte» di Stefano Cucchi. È la prima tessera del puzzle che il pm Giovanni Musarò ricostruisce a dieci anni di distanza dalla morte del giovane geometra romano pronunciando, nell’aula bunker di Rebibbia, l’ultima parte della sua requisitoria del processo bis. Perciò alla Corte d’Assise di Roma il magistrato chiede di condannare a 18 anni di reclusione Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, due dei tre carabinieri che lo arrestarono la notte del 15 ottobre 2009, per omicidio preterintenzionale. Reato che, secondo la pubblica accusa, vede estraneo il testimone chiave Francesco Tedesco, il militare che ha rivelato i dettagli del pestaggio e per il quale la procura chiede la condanna per falso a 3 anni e 6 mesi. Ma è il maresciallo Roberto Mandolini (all’epoca comandante della Stazione Appia) colui che si prende la maggiore responsabilità delle falsificazioni e dei depistaggi. Per lui Musarò chiede 8 anni di carcere. Mentre cade per prescrizione il reato di calunnia nei confronti degli agenti penitenziari, assolti in via definitiva; motivo per il quale il pm invita al «non luogo a procedere» per il carabiniere Vincenzo Nicolardi, e per gli stessi Tedesco e Mandolini.

«I PERITI PARLANO di multifattorialità per la morte di Cucchi. Ma tutti i fattori hanno un unico denominatore: sono connessi al pestaggio, al trauma subito», ricorda il pubblico ministero. «Un pestaggio violentissimo», lo definisce. «Sono due le persone che aggrediscono l’arrestato, colpito quando era già a terra con calci in faccia», e per di più «in uno stato di minorata difesa» dovuta alla magrezza del ragazzo morto sei giorni dopo l’arresto.

Però, si badi bene, la condizione fisica del 31enne romano era voluta, perché Stefano si allenava quasi tutti i giorni in palestra per poter partecipare a incontri di pugilato della categoria peso più bassa. E in ospedale, al Pertini, Cucchi rifiutò cibo e cure perché fu colpito da «un chiarissimo sintomo da “disturbo post traumatico da stress” a causa del pestaggio subito, come dichiarato dal professore Vigevano».

«SI È SPECULATO sulla sua magrezza», tanto da farla diventare «il cavallo di battaglia di tutte le difese, pure in questo processo». Ma «il capolavoro dei capolavori», come lo chiama Musarò, è il depistaggio architettato nel giro di quattro giorni e poi spacciato al Paese addirittura tramite una informativa al Parlamento dell’allora ministro Angelino Alfano, inconsapevole, che leggerà «l’appunto del 30 ottobre 2009 del comando del gruppo di Roma», partorito appena quattro giorni dopo che Patrizio Gonnella e Luigi Manconi avevano denunciato il caso.

«Cucchi aveva detto che soffriva di celiachia, anemia ed epilessia. La registrazione di quella deposizione l’abbiamo sentita cento volte, ma nella trascrizione diventano epilessia, anoressia, e sieropositività. Fino a due anni fa, tutti, compreso me – continua il magistrato – pensavamo che Cucchi fosse “tossicodipendente in fase avanzata”, perché questa verità è stata spacciata in tutto il Paese. Il ministro ha letto proprio questa frase. Cucchi invece era uscito dalla tossicodipendenza da un anno, stava bene, lavorava e si allenava tutti i giorni».

«MA SE IL MINISTRO va in aula a riferire su una questione che interessa tutto il Paese e dichiara il falso, è di una gravità inaudita». Depistaggi che hanno «toccato picchi da film dell’orrore». Ecco perché il magistrato dell’antimafia chiede alla giuria non pene esemplari, ma pene giuste», specificando che «questo non è un processo all’Arma dei Carabinieri, ma è un processo contro cinque esponenti dell’Arma che nel 2009 violarono il giuramento di fedeltà alle leggi e alla Costituzione, tradendo innanzitutto l’Istituzione di cui facevano e fanno parte». Musarò infatti definisce di «straordinaria importanza la costituzione di parte civile del Comando Generale dei Carabinieri nel cosiddetto processo dei depistaggi» che è scaturito da questo dibattimento e si aprirà il 12 novembre.

Eppure una cosa va detta, anche se scomoda, lampante agli occhi di tutti, forse anche del pm: in quell’aula di giustizia, a processo c’è anche l’impunità pretesa da una certa sottocultura ancora viva e vegeta all’interno delle nostre forze dell’ordine. Forse per questo Ilaria Cucchi (che ha raccontato questi dieci anni in un libro a quattro mani con l’avvocato Fabio Anselmo, Il coraggio e l’amore, in uscita per Rizzoli il 22 ottobre) commenta: «Questo processo riavvicina i cittadini e lo Stato. Io non avrei mai creduto di trovarmi in un’aula di giustizia e respirare un’aria così diversa. Se ci fossero magistrati come il dottor Musarò non ci sarebbe bisogno di cosiddetti eroi o della sorella della vittima che sacrifica dieci anni della sua vita per portare avanti sulle sue spalle quella che è diventata la battaglia della vita».

* Fonte: Eleonora Martini, il manifesto

CAGLIARI. Mentre arriva la notizia della ripresa, il 12 ottobre, delle esercitazioni militari a Capo Frasca, nel sud della Sardegna, il movimento antimilitarista sardo è scosso da una clamorosa iniziativa della procura della Repubblica di Cagliari: cinque militanti cagliaritani sono accusati di «associazione con finalità di terrorismo o eversione all’ordine democratico» nell’ambito dell’inchiesta sulle manifestazioni contro le basi militari in Sardegna organizzate tra il 2014 e 2017, alcune delle quali sfociate in scontri tra antimilitaristi e forze dell’ordine. Gli avvisi di chiusura delle indagini preliminari, compiute dalla Digos della Questura di Cagliari su delega della Direzione distrettuale antiterrorismo (Dda) del capoluogo sardo, sono stati notificati l’altro ieri complessivamente a 45 persone, tra i quali appunto i cinque antimilitaristi. Gli altri 40 sono accusati di reati minori che vanno – a vario titolo – dai danneggiamenti alla resistenza, dalle lesioni alla partecipazione a manifestazione non autorizzata.

Secondo le anticipazioni fornite ieri dal quotidiano l’Unione sarda, le indagini si basano sull’attività svolta dalla questura di Cagliari dopo le manifestazioni avvenute davanti al poligono di Capo Frasca, del Salto di Quirra e di Decimomannu tra il 2014 e il 2017, ma anche presunti episodi di danneggiamento contro Poste italiane, banche e Rwm, la fabbrica di armamenti di Domusnovas. L’inchiesta coinvolge molti personaggi di spicco dell’antimilitarismo sardo. I reati più gravi vengono contestati Roberto Bonadeo e Valentina Maoret, 32 e 36 anni, ritenuti dal sostituto procuratore Guido Pani promotori di «un’associazione con finalità di terrorismo o eversione dell’ordine democratico che si propone il compito gli atti di violenza».

Con loro sono indagati per lo stesso reato – anche se non sono ritenuti gli organizzatori – Gianluca Berutti (39 anni), Marco Desogus (25) e Davide Serra (26). Tra i 40 indagati per reati minori, c’è il 63enne Giuliano Deroma, ex brigatista, finito nel fascicolo della Digos di Cagliari con altre trenta persone, in particolare per gli scontri avvenuti durante una manifestazione organizzata davanti alla base di Decimomannu l’11 giugno 2015.

La chiusura dell’inchiesta sulle manifestazioni contro le basi militari arriva a poche settimane dalla ripresa delle esercitazioni militari nell’isola, prevista per il 12 ottobre nel poligono di Capo Frasca. Per quella data il movimento antimilitarista sardo ha indetto una manifestazione «contro l’occupazione militare della Sardegna», confermata ieri dalle quaranta sigle di associazioni, movimenti e comitati che compongono il fronte antibasi.Con una dichiarazione rilasciata al sito di informazione on line Sardiniapost, gli avvocati dei militanti antimilitaristi rispondono alla procura: «I soggetti interessati sono appartenenti a svariate aree politiche ma tutti accomunati dall’impegno contro l’occupazione militare della Sardegna – commentano i legali dall’associazione Libertade -. Le gravi contestazioni mosse dal pubblico ministero assumono una portata molto preoccupante, in quanto riferite a condotte poste in essere dagli indagati nella legittima, pacifica e meritoria attività politica di sensibilizzazione e riconoscimento delle gravi conseguenze ambientali e alla salute provocate dalle esercitazioni militari svolte all’interno dei poligoni sardi».

Secondo i legali, le accuse riguardano l’organizzazione di «manifestazioni (avvenute nel 2014, 2015, 2016 e 2017) che si svolsero in maniera assolutamente pacifica; di aver organizzato campeggi definiti antimilitaristi, nei quali vengono svolte attività di informazione e approfondimento del tema; di resistenza ai pubblici ufficiali, benché sia noto che in quelle occasioni furono le forze dell’ordine a rinchiudere i manifestanti, tra cui donne e bambini, all’interno di cordoni ingiustificati». «Impossibile non notare che l’apertura di procedimenti penali relativi a fatti di quattro anni fa arrivi a pochi giorni dalla nuova manifestazione di Capo Frasca – sottolinea, sempre su Sardiniapost, l’avvocata Giulia Lai, anche lei dell’associazione Libertade -. I quarantacinque indagati appartengono a sigle e gruppi diversi nel variegato mondo di chi si oppone alla presenza delle basi militari in Sardegna, difficile capire come nel provvedimento che li riguarda si voglia pensare a un’organizzazione comune. Crediamo che l’intento sia quello di cercare di frenare le persone coinvolte nell’inchiesta e magari di spingere i cittadini a non partecipare alle iniziative del movimento per paura di ripercussioni».

* Fonte: Costantino Cossu, il manifesto

Adesso potrebbe tornare in libertà (vigilata) in attesa della sentenza definitiva

«Grazie alla mobilitazione popolare e al lavoro della difesa abbiamo evitato che Vincenzo Vecchi fosse estradato in Italia oggi stesso. Adesso confidiamo nella sua scarcerazione fino alla sentenza definitiva», afferma l’avvocato Maxime Tessier, uno dei due legali del 46enne italiano arrestato l’8 agosto scorso in Francia per gli strascichi delle vicende giudiziarie legate al G8 di Genova del 2001.

IERI POMERIGGIO si è tenuta a Rennes, nella regione nordoccidentale della Bretagna, la seconda udienza per l’ultimo manifestante riuscito a fuggire dalle pesantissime condanne rese esecutive dalla Cassazione il 13 luglio 2012. A Vecchi erano stati inflitti 12 anni e mezzo. Insieme a lui altri nove manifestanti, tutti giudicati colpevoli di «devastazione e saccheggio» per un totale di oltre 100 anni di carcere. Una sentenza che in tanti hanno definito una «vendetta di Stato».

DOPO LA SENTENZA l’uomo si era reso irreperibile, al pari di Jimmy Puglisi e Luca Finotti arrestati rispettivamente nel 2013 e nel 2017 in Spagna e Svizzera. In passato Vecchi aveva ricevuto anche un’altra condanna con lo stesso capo d’imputazione per gli scontri avvenuti durante un corteo antifascista a Milano, l’11 marzo 2006. In quel caso, era stato arrestato in flagranza di reato, ma tra la prigione preventiva, alcune misure cautelari e un successivo indulto ha di fatto scontato la sua pena. La latitanza dell’uomo è finita due settimane fa nel piccolo comune di Rochefort en Terre, dove viveva da circa otto anni.

«LA CORTE ha accettato la richiesta di integrazione di informazioni presentata dalla difesa nella precedente udienza del 14 agosto – continua l’avvocato Tessier – Nel mandato d’arresto europeo ci sono diverse lacune e manca perfino la sentenza definitiva sui fatti di Genova. Inoltre la giustizia italiana deve chiarire se quella condanna è ancora esecutiva ed eventualmente quali condizioni di detenzione affronterebbe Vecchi. Ha tempo fino a ottobre». Un’altra mezza buona notizia è arrivata rispetto all’istanza di scarcerazione. «Il giudice non ha detto sì, ma non l’ha neanche rifiutata», afferma Tessier. Nei prossimi giorni il ministero della Giustizia francese effettuerà dei controlli nel paesino in cui risiedeva Vecchi, per verificare le garanzie di alloggio offerte da numerosi amici e la possibilità di utilizzare il braccialetto elettronico per la sua sorveglianza. Su questo punto la decisione dovrebbe arrivare il 24 settembre.

FUORI DAL TRIBUNALE di Rennes si sono radunate circa 200 persone, come durante la prima udienza, che hanno accolto positivamente le novità presentate dagli avvocati. Tanti gli striscioni e i cartelli agitati dai manifestanti riuniti con lo slogan: «Né estradizione, né prigione». Subito dopo le comunicazioni, la piazza ha intonato forte il coro: «Libérez Vincenzo». Un piccolo presidio di solidarietà si è tenuto in contemporanea anche a Milano, mentre in diverse città, tra cui Parigi e Morlaix, sono stati appesi striscioni che chiedono la liberazione dell’uomo.

LA MOBILITAZIONE è alimentata dal comitato «Soutien Vincenzo» nato immediatamente dopo l’arresto che ha scioccato la tranquilla comunità di Rochefort en Terre. Nel comune vivono poco più di 600 abitanti e la notizia che uno di loro era stato prelevato da numerosi agenti di polizia la mattina presto, mentre andava a lavoro, è corsa rapidamente di bocca in bocca. Prima gli amici, poi i conoscenti e tanti altri compaesani si sono organizzati per dare sostegno a Vecchi, stabilendo il loro quartier generale nel Café de la pente, uno spazio associativo e solidale. Proprio qui l’uomo partecipava a numerose attività culturali e sociali che lo hanno reso un membro apprezzato della comunità locale. I portavoce del comitato lo descrivono come una persona pacifica e cordiale, immagine ben lontana da quella fornita dai giudici italiani nelle carte dei processi che lo hanno visto coinvolto.

* Fonte: Giansandro Merli, IL MANIFESTO

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