Apparati statali & Repressioni

Da ieri una settantina di agenti in dodici città per i prossimi tre mesi (Milano, Napoli, Bologna, Torino, Firenze, Palermo, Genova, Catania, Padova, Caserta, Reggio Emilia, Brindisi) avranno in dotazione una pistola che spara scariche elettriche. La pistola è comunemente chiamata Taser dal nome della prima ditta produttrice (che però oggi si chiama Axon Enterprise).

L’ESPERIENZA statunitense, fortemente contestata da Amnesty International, dall’American Civil Liberties Union, dai gruppi di advocacy americani Truth Not Tasers e Fatal Encounters, ha evidenziato come quest’arma a partire dal 2000 negli Usa sia stata potenzialmente mortale. Essa non è stata usata come alternativa meno violenta rispetto alle tradizionali pistole che sparano pallottole ma come più facile e meno faticosa alternativa alla parola, alle manette, all’opposizione fisica.

STRAORDINARIA per cura e ampiezza è la ricerca dei giornalisti della Reuters che la scorsa estate ha pubblicato sul web un’inchiesta approfondita sui danni collaterali da Taser. L’indagine giornalistica è stata costruita a seguito della visione di documenti giudiziari, rapporti di polizia, autopsie, certificati medico-legali e notizie di stampa locali. Dunque in un arco di tempo pari a circa sedici anni, oltre mille sarebbero state le persone morte negli Stati Uniti in scontri con la Polizia a causa dell’uso dell’elettroshock. In ben 153 casi la Reuters ha scoperto che i medici legali hanno esplicitamente citato la pistola Taser come causa della morte. In 442 casi di uso improprio della Taser sono state presentate denunce da parte dei parenti delle vittime che per ora sono costate, in termini di risarcimenti alle istituzioni o alle assicurazioni, ben 172 milioni di dollari.

QUESTO ACCADE perché con la pistola che spara scariche elettriche si colpiscono non persone armate pericolose (in questo caso nessuno farebbe a meno delle più tradizionali pallottole), ma uomini o donne giudicati agitati, che si muovono scompostamente, che si oppongono al fermo. Dunque va chiarito che il Taser è un’arma usata contro persone non armate.

EPPURE quando il fondatore della società Taser, Rick Smith, lanciò il prodotto nel mercato pazzo dell’America neo-liberale lo definì un prodotto sicuro, con rischi minimi. Ma le sue affermazioni sulla sicurezza non avevano alcun avallo scientifico. Il punto non è l’uso dell’arma su persone sane, ma su persone con pregressi problemi cardiaci o neurologici. E in tali casi che il rischio diventa letale. Douglas Zipes è un cardiologo che, come ricorda la Reuters, ha testimoniato in decine di cause contro l’azienda Taser. Ha ricordato come i test e le sperimentazioni scientifiche effettuate erano state del tutto inadeguate. Nel 2009 lo stesso Smith, dopo un decennio e una sperimentazione su cavie animali con problemi cardiologici, dovette ammettere che il Taser era potenzialmente letale.

MA LA SBORNIA SECURITARIA è cieca, dunque nel mondo sono state messe in commercio circa un milione di pistole Taser. L’azienda continua a sostenere che la sua arma sia alla stregua di uno spray orticante e ha fatto di tutto, sempre secondo i giornalisti della Reuters, per condizionare la scienza medica.

DUNQUE ORA anche in Italia c’è un’arma in più nelle nostre città. Obiettivamente non ce ne era bisogno, visti gli usi e abusi avvenuti in America. C’è inoltre chi nel Governo (Salvini, ovviamente) e tra i sindacati autonomi di Polizia Penitenziaria ne ha evocato l’uso anche negli istituti di pena.

IL TASER NELLE CARCERI è inutile, pericoloso, nonché vietato dagli organismi internazionali. In carcere ci vogliono pazienza, dialogo, esperienza, comunicazione e non scariche elettriche. La gran parte degli operatori ha straordinarie capacità professionali e i conflitti li risolve senza aver bisogno del Taser che invece andrebbe ad aumentare i conflitti. In carcere bisognerebbe avere più operatori sociali, più psicologi, più mediatori, più medici, più direttori. Finanche più giovani poliziotti. Ma meno armi. Questa è l’idea costituzionale della pena.

INFINE speriamo proprio che il Taser non sia l’ennesimo strumento di dissuasione contro chi legittimamente protesta nelle piazze. Lo spazio democratico va preservato dall’elettroshock.

* Fonte: Patrizio Gonnella, IL MANIFESTO

Tre milioni per i risarcimenti pagati ai torturati (incluso il sottoscritto), 5 per i danni d’immagine: tanto vale, per il pm della Corte dei Conti, la bella impresa compiuta il 21 luglio 2001 dalla nostra polizia alla scuola Diaz.

Non si può invece contabilizzare la lesione inferta al corpo della democrazia, mai risarcita a causa della condotta tenuta negli anni dai vertici di polizia e dai ministri degli interni, che in nessun momento hanno pensato di schierarsi dalla parte dei cittadini sottoposti a tortura e quindi di operare per fare chiarezza e pulizia a beneficio del bene pubblico. Così lo stato si trova a fare i conti con l’eredità di Genova G8 solo in senso letterale, contando gli euro da recuperare.

Non è granché ed è successo lo stesso con la vicenda di Bolzaneto, quartiere genovese passato alla storia come il Garage Olimpo dei generali argentini, con la sua caserma di polizia divenuta sinonimo nazionale di tortura: per la Corte dei conti (sentenza dell’aprile scorso) l’ordalia di violenze fisiche e psicologiche inflitte a decine di malcapitati nella palazzina chiamata amichevolmente «Auschwitz» vale 6 milioni di euro, a carico di 28 agenti e sanitari penitenziari. Le cifre, in casi del genere, sono ben poca cosa, ma parlano anch’esse. Ad esempio dicono che i danni d’immagine, secondo i pm, valgono più di quelli patrimoniali, lasciando intendere che il tema della credibilità (perduta) delle forze dell’ordine è ben più importante di quanto si pensi a Palazzo. Non può sfuggire, sotto questo profilo, che fra i 25 funzionari chiamati a risarcire lo stato per il caso Diaz figurano personaggi che sono rientrati in polizia dopo aver scontato i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, nonostante la Corte europea per i diritti umani prescriva nelle sue sentenze, per i casi di tortura (l’Italia è stata condannata sia per la Diaz sia per Bolzaneto), la destituzione dei funzionari condannati.

Insomma, da qualsiasi parte si affronti l’eredità di Genova G8, ci si trova di fronte a un disastro: professionale, morale, politico, economico. Eppure poteva andare diversamente. Proviamo a immaginare un’altra storia. Un capo della polizia e un ministro dell’interno che il giorno dopo il disastroso blitz nella scuola aprono un’inchiesta interna, sospendono tutti i funzionari e chiedono il licenziamento di quelli maggiormente responsabili (fra parentesi,è quanto suggerì Pippo Micalizio, dirigente inviato dal capo della polizia per un’inchiesta lampo, in una relazione rimasta chiusa in un cassetto).

Contestualmente, continuiamo a immaginare, capo della polizia e ministro si dimettono, con il preciso scopo di tutelare la dignità e la credibilità del corpo e dello stato. I loro sostituti a quel punto collaborano con i magistrati, chiedono solennemente scusa e si impegnano a far sì che niente del genere possa mai più ripetersi. Il parlamento, intanto, avvia una riforma delle forze di polizia: regole di trasparenza, codici sulle divise, legge sulla tortura (una vera legge, naturalmente, non quella fasulla approvata l’estate scorsa e già bocciata da istituzioni come il Consiglio d’Europa e il Comitato Onu contro la tortura).

Un sogno, un’utopia? Forse, per una «democrazia reale» qual è la nostra, incapace di fare i conti con gli abusi di stato, ma un’ovvietà per una democrazia normale.

L’Italia ha scelto la via che conosciamo, lastricata di falsi e menzogne, una via che lascia sul corpo della polizia di stato lo stigma della tortura e sulla sua dirigenza il tratto dell’ambiguità, nonostante i lodevoli ma insufficienti sforzi dell’attuale capo Franco Gabrielli, anche lui rimasto invischiato nel pantano creato attorno a Genova G8. È la polizia che è stata consegnata ai nuovi uomini di potere. Oggi al Viminale siede un esponente della destra radicale che su questi temi ha sempre sposato le posizioni più arretrate e più oltranziste emerse in seno alla polizia. Non è il momento di improvvisarsi Cassandre e vaticinare chissà quali futuri eventi, ma se a volte capita di fare cattivi pensieri è (anche) perché siamo coscienti che dopo l’estate del 2001 non è stato fatto quanto necessario – tutt’altro… – per voltare pagina e garantire una seria opera di prevenzione.

* Comitato Verità e Giustizia per Genova

* Fonte: Lorenzo Guadagnucci,  IL MANIFESTO

LIVORNO. Sono le 1.30 della notte di mercoledì 1 agosto, notte inaugurale di Effetto Venezia, la festa estiva che si svolge da 33 anni nel quartiere storico di Livorno. Le spallette dei fossi livornesi e gli scali si svuotano piano piano, ma c’è ancora gente di fronte al palazzo del Refugio, lo spazio autogestito e antifascista che da 10 anni organizza la propria manifestazione, Effetto Refugio, una risposta critica alla grande festa cittadina. Compagni, amici e gli ultimi passanti si godono quel poco fresco che solo la notte fonda può procurare. Dalla vicina piazza dei Domenicani si affaccia il camion gru dei pompieri, accompagnato da due unità di reparto celere a piedi.

L’obiettivo è rimuovere lo striscione a tema sociale affisso sul muro dell’adiacente carcere dei Domenicani, che quest’anno recita uno slogan antirazzista contro il governo: “Effetto Pd e Lega-Stelle, 11 aggressioni in 50 giorni: il vostro razzismo è emergenza. Il vero cambiamento: casa, lavoro e reddito per tutti. Lega illegale”.

Lo striscione è un’usanza consolidata ormai, visto che in quelle poche linee, da 10 anni, Effetto Refugio concentra il proprio dissenso e la contestazione secondo un criterio di emergenza, e come quasi tutti gli anni, già nel pomeriggio ai militanti era stato suggerito da alcuni agenti della Digos di non appendere lo striscione, ma loro si erano sentiti in qualche modo rassicurati dalle parole della vicesindaco Stella Sorgente (M5S), che gli agenti a lasciar perdere e a concentrarsi sulla festa del Livorno Calcio, evento di punta della serata.

La notte di Effetto Refugio era così iniziata senza intoppi, tra dibattiti e concerti, e si stava per concludere, quando il camion dei pompieri e la celere si sono presentati con l’ordine immediato di rimozione, senza possibilità di replica emesso dal neo questore Lorenzo Suraci, che ha preso servizio proprio mercoledì. Nessuna spiegazione sui reati contestati, solo qualche minuto di tensione, poi la carica a freddo, e infine la rimozione del tanto contestato striscione.

Filippo, uno degli occupanti del palazzo dichiara: «Ci siamo mossi a difesa dello striscione, ma la polizia spingeva contro di noi con gli scudi per liberare lo spazio necessario al camion per issare la scala. Stavamo con le mani alzate, ma dopo pochi minuti di pressione, ha iniziato a usare i manganelli».

Solo molte ore più tardi il sindaco di Livorno Filippo Nogarin (M5S) ha condannato la violenza della notte dichiarandola inammissibile da entrambe le parti e individuando in modo erroneo e contraddittorio le cause della carica sia nell’aggressione della vicaria del questore, che ha riportato una frattura al polso con una prognosi di 30 giorni, sia nella supposta affissione di uno striscione ancora più offensivo.

Nel comunicato emesso giovedì pomeriggio da Effetto Refugio, il movimento ci tiene a precisare che la vicaria è rimasta ferita durante le pressioni dello stesso reparto di cui era a capo e che lo striscione non è mai cambiato. Tra i presenti anche il video reporter Andrea Vignali e il fotografo Giacomo Sini, simpatizzanti dello spazio.

Ci sono almeno una quindicina di feriti, e la tristezza e la rabbia si fanno sentire: era già capitato che lo striscione creasse dibattito per la proverbiale carica critica, ma nelle stesse parole del sindaco si tratta di una “manifestazione di dissenso ampiamente prevista e che non deve spaventare nessuno”. Al massimo dovrebbe far riflettere, così come ci auguriamo che succeda di fronte a questa repressione violenta in odore di censura, che spazza via ogni voce critica. Il rischio, indicato nella chiusura del comunicato, è che si “accetti la pratica del manganello e che questa venga sdoganata in qualsivoglia ambito”.

 Mentre arriva il comunicato di solidarietà dell’Usb dei vigili del fuoco di Livorno, che “riconosce la bontà e il valore sociale del diritto alla critica e al dissenso in forme pacifiche”, oggi, il nuovo, laconico striscione, esposto nella notte durante il concerto degli Zen Circus nella piazza principale recita “Emergenza razzismo, repressione, censura. La verità fa paura”.

* Fonte: Virginia Tonfoni, IL MANIFESTO

Macronia, terra di Francia: dal mito della “Start up nation” alle violenze contro i manifestanti. Il caso di Alexandre Benalla, vigilante privato e mazziere cooptato nel primo cerchio del presidente della Repubblica francese Macron,  mostra il lato oscuro della rivoluzione digitale. Macron, che si pregia di avere studiato con Paul Ricoeur, filosofo dell’interpretazione, della mimesi e della narrazione, non l’aveva previsto, l’ha prima coperto, ora dice: “E’ tutta mia la responsabilità”. Il racconto di un affare di stato che parla di molte cose, anche del progetto di trasformare la Francia in un distretto della Silicon Valley.

L’affaire Alexandre Benalla, vigilante privato di 26 anni portato da Macron all’Eliseo e messo a capo della sua sicurezza personale, non è molto conosciuto in Italia. Ci sono tagli piccoli di giornali, articoli paludati e distratti, ma potrebbe essere la storia dell’estate. Non si vuole sgualcire troppo il mito del Macron “alternativa ai populisti”, santino della “start up” nation, campione di quel paradiso degli eccelsi che è l’Ena, la scuola che sforna un centinaio di tecnocrati all’anno, e di cui Macron è la concrezione miracolosa nel passaggio dal pubblico al privato. E viceversa.

La storia del mazziere Benalla, a capo della sicurezza personale del presidente francese, non è solo une histoire de flic, e nemmeno di un “complotto”. E’ un affare di stato in quella che il giovane presidente ha definito “la repubblica inalterabile”. Lo ha detto ai giornalisti mentre discuteva con la direttrice di una rivista di filatelia.

Un affare di stato sollevato dal principale giornale del “centro-sinistra” in Francia: Le Monde, il 17 luglio scorso, ha rivelato l’identità di Benalla. Ora la “repubblica” non sembra più “inalternabile”. Lo ridiventerà.

Il primo maggio 2018 è stato un giorno di manifestazioni e scontri a Parigi. Negli ultimi tre anni in Francia esiste una costante mobilitazione contro le leggi di riforma del mercato del lavoro, le violenze e le morti causate dalla polizia. Ecco il primo maggio è stato un altro giorno, molto duro. Dalle ricostruzioni Benalla prende un “permesso” e da “osservatore” ha ricevuto un casco usato dalla Bac (agenti in borghese), una radio della polizia, è stato ripreso da molti video in cui picchiava un manifestante e malmenava una ragazza.

A due mesi di distanza, qualcuno ha detto a Le Monde, che si trattava proprio di Benalla (sarebbe interessante capire chi e perché) che ha accompagnato Macron in campagna elettorale e ora è all’Eliseo. L’Eliseo era a conoscenza di tutto, ha comminato solo 15 giorni di sospensione. Benalla ha continuato a farsi vedere nelle riunioni con il prefetto di Parigi. Ha accompagnato Macron mentre festeggiava la nazionale francese vincitrice del campionato del mondo di calcio.

Non uno qualsiasi, Benalla, vigilante privato di 26 anni, ora licenziato, in stato di fermo, e sotto processo.

Ora il ministro dell’Interno Collomb è in scacco, agenti e responsabili si contraddicono nelle audizioni parlamentari (in Francia sono immediate), il parlamento è fermo, la riforma costituzionale rinviata.

Dopo giorni di silenzio, Macron ha detto: “L’unico responsabile sono io”. Nel frattempo sta emergendo una realtà parallela: Benalla non è un caso isolato, è conosciuto dalla prefettura, partecipa alle riunioni al massimo livello, insieme ad altri soggetti della sicurezza del partito di Macron arresta persone, dopo averle picchiate in piazza. Sui giornali emergono allusioni alla formazione di una “milizia parallela” di base all’Eliseo.

I testimoni dei fatti di place de la Contrescarpe del primo maggio hanno ricostruito gli avvenimenti. Era stato convocato un “aperitivo militante” dopo la manifestazione, a cui hanno partecipato poche decine di persone. Sono arrivati i molossi in antisommossa, c’era Benalla. Sono arrivati gli arresti, probabilmente una rappresaglia dopo che nel pomeriggio erano state diffuse le immagini di un principio di incendio di “un ristorante di cibo spazzatura”.

L’anomalia Benalla sta nel fatto che il più vicino al presidente della repubblica non è un agente di polizia o dei servizi segreti, ma un uomo di fiducia i cui rapporti con il presidente sono personali. Per capire la situazione, e lo scandalo che sta producendo, è necessario riferirsi alla filosofia della “start up” e della “disruption” evocata da Macron – due concetti della rivoluzione digitale e della Silicon Valley.

Il capo dello stato si considera un manager, a capo di un’azienda. In Italia è una costante dal 1994 quando Berlusconi arrivò in politica. L’affaire Benalla rivela un’articolazione dell’ideologia manageriale. Il “capo” nomina personalmente una persona, al di là delle gerarchie esistenti, obbligandole ad adattarsi alla sua presenza. A sua volta Benalla è il manager della legge e dell’ordine che sente di agire in nome del “Capo”. Non si sa se si è autocandidato, o svolge una funzione esplicita e programmata. Oppure entrambe.

Ciò che conta è l’’informalità, all’interno e oltre le gerarchie che conoscevano il personaggio che ha svolto un ruolo ricorrente. La sua posizione all’interno e all’esterno delle gerarchie di polizia indica la funzione della “disruption” adattata non al mercato dei servizi, alla concorrenza, ma alla gestione di un evento di piazza come di altri piani sociali. Il metodo è il pragmatismo, la brutalità e l’efficienza. L’ “innovazione” non può aspettare, né essere spiegata. Deve agire.

E’ un cortocircuito rispetto alla narrativa consensuale, centrista, suadente e moderata, a suo modo “esemplare” usata per convincere, e mostrare la strada ai perplessi o agli irretiti. La violenza, riprodotta milioni di volte su Youtube, e oggi su tutti i media, rimanda al retroterra di questa postura.

Ciò che profondamente inquieta Macronia, terra di Francia, è che esista un legame diretto – di cui lo stesso presidente ora si dice “responsabile” – tra chi pensa le “riforme” e chi provvede a contrastare fisicamente il dissenso. E’ l’esplicitazione, imprevedibile, di un non detto, molto spesso oggetto di denunce, ma diluito nei meccanismi impersonali delle gerarchie, nascosto dalle procedure anonime della burocrazia.  Benalla non è un eccesso ma la logica stessa della “start up nation” dispiegata per strada, contro i suoi contestatori.

Macron non l’aveva calcolato, lui che sembra avere studiato da presidente sin da quando correggeva le bozze dei libri del filosofo Paul Ricoeur, famoso per una teoria dell’interpretazione, della mimesi e del racconto.

* Fonte: il manifesto, blog di Roberto Ciccarelli

La commissione d’inchiesta dell’Assemblea ha interrogato il ministro degli Interni Collomb e il Prefetto di polizia Delpuech: entrambi scaricano la patata bollente sull’organizzazione dell’Eliseo. France Insoumise e Hamon chiedono l’audizione del presidente

PARIGI. Sarà l’Eliseo a dover chiarire in prima persona e tentare di spegnere l’incendio che divampa da mercoledì scorso sul caso di Alexandre Benalla, il guardiaspalle di Emanuelle Macron filmato mentre picchiava due manifestanti in place de la Contrescarpe verso le ore 20 del 1° maggio scorso. Ormai, ci sono tre inchieste in corso: giudiziaria (4 incriminati), di polizia e parlamentare. Le due vittime di Benalla si sono costituite parte civile. Ieri mattina, la commissione parlamentare dell’Assemblée nationale ha interrogato il ministro degli Interni, Gérard Collomb, e poi nel primo pomeriggio il prefetto di polizia, Michel Delpuech. In serata era atteso l’interrogatorio del direttore dell’ordine pubblico della Prefettura, Alain Gibelin. Ma dopo le dichiarazioni della giornata, si dovrà aspettare l’interrogatorio – di fronte alla commissione d’inchiesta del Senato, parallela a quella dell’Assemblée – del segretario generale dell’Eliseo, Alexis Kohler, giovedì. Dovrà anche essere sentito il capogabinetto, Patrick Stzoda, già interrogato dalla polizia come “testimone”. Collomb e Delpuech hanno scaricato la patata bollente sulla struttura organizzativa dell’Eliseo: entrambi si sono giustificati, affermando che, benché informati dei fatti (e del video) già il 2 maggio, non hanno ritenuto opportuno andare più a fondo, perché Benalla non era alle loro dirette dipendenze. L’Eliseo, del resto, era stato informato. Macron, all’inizio di maggio, era in Australia, in viaggio ufficiale. La France Insoumise e Benoît Hamon (ex candidato Ps alla presidenza) chiedono un’audizione di Macron: «Nulla impedisce di farlo nella nostra Costituzione» (alcuni costituzionalisti sono d’accordo), «ne va della salute della nostra democrazia». Macron, messo alle corde, ha annullato la presenza al Tour de France, prevista questo mercoledì.

Ieri, gli avvocati di Benalla, che è stato incriminato per violenze e usurpazione di funzione dopo essere stato licenziato, hanno diffuso un comunicato dove dichiarano che il loro cliente è “stupefatto” per le ricadute della vicenda che cerca di «nuocere al presidente della Repubblica». La République en Marche accusa l’opposizione si essere saltata sul caso con l’intenzione di fare ostruzione e bloccare la discussione in parlamento della riforma costituzionale (che prevede una riduzione del numero dei deputati, una limitazione del numero dei mandati, una dose di proporzionale alle legislative ecc.), a cui si oppongono. L’esame della riforma costituzionale è stato rimandato a settembre.

L’unica cosa certa è che c’è stato un “disfunzionamento”. Lo ha ammesso anche Macron, in una prima reazione alla riunione che si è tenuta domenica sera all’Eliseo, con la partecipazione di Gérard Collomb, del primo ministro Edouard Philippe, del portavoce Benjamin Grivaux e del ministro delle relazioni con il Parlamento, Castaner. Macron ha condannato un «comportamento scioccante» e promesso che «non ci sarà impunità per nessuno». Intanto, questa vicenda ha già mostrato alcune cose. C’è stato un deplorevole fatto di cronaca, la violenza contro i manifestanti, che è gonfiato fino a diventare un caso politico che l’opposizione chiama «affare di stato», perché il potere ha creduto di poterlo nascondere. Ci sono state protezioni non chiarite. Ma chi è risultato senza protezione è proprio Macron: il presidente appare solo, circondato da un circolo ristretto che ha dato segni di impreparazione. Benalla era onnipresente, anche in luoghi dove non avrebbe dovuto esserci. Ma ministri e prefetti sembrano averlo sopportato solo perché era “vicino” a Macron. Per il momento, non c’è nessuna prova che esista una “polizia parallela”, come ce ne sono state ai tempi di De Gaulle con il Sac – Servizio di azione civica – e di Mitterrand, con la cellula antiterrorista: in entrambi i casi l’esperimento era finito molto male (implicazione di uomini del Sac nel sequestro e scomparsa dell’oppositore marocchino Ben Barka, nell’82 ci sono i presunti terroristi irlandesi di Vincennes e le intercettazioni telefoniche illegali per nascondere l’esistenza della figlia segreta del presidente, Mazarine).

* Fonte: Anna Maria Merlo, IL MANIFESTO

Francia . All’inizio della settimana, interrogato in parlamento il ministro degli Interni, Gérard Collomb, accusato di aver “mentito”

PARIGI. Un affare di stato o una serie di tragici errori di valutazione all’Eliseo? Macron è preso nella tempesta del “Benallagate”. Ieri, Alexandre Benalla, guardia del corpo di Macron, è stato posto in stato di fermo, assieme a quello che fino a due mesi fa era il suo superiore, il gendarme riservista Vincent Crase. Fermati anche tre poliziotti, che appena lo scandalo è esploso, questo mercoledi’, hanno fatto pervenire a Benalla il video che lo incrimina: la guardia del corpo, con un casco della polizia, aggredisce violentemente un manifestante in place de la Contrescarpe la sera del 1° maggio. Dopo tre giorni di polemiche, l’Eliseo ha deciso di aprire una “procedura di licenziamento” contro Benalla, che da poche settimane era anche alloggiato in un immobile di proprietà dell’Eliseo. Il direttore di gabinetto dell’Eliseo, Patrick Strzoda, è stato interrogato ieri come “testimone”. Sul caso sono state aperte tre inchieste: giudiziaria, interna alla polizia e parlamentare. L’opposizione denuncia lo scandalo, che contraddice in flagrante la promessa di Macron di uno stato “senza macchia”. La France Insoumise parla di “affare di stato”. Il Ps e l’ex candidato Benoît Hamon chiedono le dimissioni del ministro degli Interni, Gérard Collomb, che dovrà rendere conto del caso di fronte all’Assemblée all’inizio della prossima settimana, accusato di aver “mentito”.

Il Benallagate è iniziato il 1° maggio. Alexandre Benalla, 26 anni, fa chiedere dall’Eliseo alla polizia di poter partecipare alle operazioni di mantenimento dell’ordine come “osservatore”. E’ una pratica che esiste, riservata a giornalisti o specialisti (più strano per qualcuno che fa la guardia del corpo). Il guardiaspalle, il cui nome non compare nell’organico ufficiale dell’Eliseo, è filmato mentre picchia un manifestante (comportamento evidentemente proibito a un “osservatore” e anche alla polizia): c’è qui una chiara usurpazione di funzione, di cui Benalla è chiamato a rispondere alla giustizia. Bentalla è uno stretto collaboratore di Macron, che ha “protetto” durante la campagna elettorale e poi all’Eliseo (prima aveva svolto questa funzione anche con  i socialisti Martine Aubry e Arnaud Montebourg). Infine, c’è il tentativo – smascherato – di soffocare lo scandalo. E’ coinvolto l’Eliseo, fino al gabinetto del presidente, ma anche il ministro Collomb, che era stato informato dei fatti della Contrescarpe già il 2 maggio e non aveva denunciato Bentalla, come dovuto secondo l’articolo 40.

Il governo e l’Eliseo hanno solo pensato che i fatti potevano passare sotto silenzio? Oppure c’è dell’altro? Benalla è un’intoccabile? E’ questo sospetto che ha sollevato la menzogna iniziale. Il portavoce di Macron ha spiegato giovedi’ che Benalla era stato punito, con una sospensione di 15 giorni senza stipendio, “una sanzione mai vista prima”, ma cosi’ blanda che la guardia del corpo era di nuovo all’opera persino per la protezione dei Bleus sui Champs-Elysées. L’inchiesta parlamentare e quella giudiziaria dovranno chiarire la situazione (quella interna alla polizia, le complicità di cui ha goduto il guardiaspalle).

* Fonte: Anna Maria Merlo, IL MANIFESTO

Sono state in totale 19 le misure cautelari per altrettanti esponenti di Askatasuna che la polizia ha eseguito nelle prime ore di ieri mattina per gli scontri avvenuti a Torino il primo maggio 2017. In quella occasione i militanti in corteo avevano provato a forzare il blocco che impediva l’accesso a piazza San Carlo, dove le autorità parlavano sul palco. La polizia lo aveva impedito con durezza, creando tafferugli che erano durati una mezz’ora e che in seguoto erano stati oggetto di ampio dibattito in Municipio, dove alcuni consiglieri comunali avevo preso le parti dei militanti.
Le misure cautelari di ieri sono state firmate dal pubblico ministero Antonio Rinaudo, sono 9 arresti domiciliari e sei obblighi di firma.
Durante l’operazione di ieri la polizia è entrata sia nel centro sociale Askatasuna di corso Regina Margherita, sia nell’adiacente spazio popolare Neruda. Sui social network è subito partita una mobilitazione in sostegno degli arrestati.

Il linciaggio mediatico e sui social network, le indagini e, ieri, il licenziamento dalla scuola. È l’esito della persecuzione che ha colpito la docente torinese Lavinia Flavia Cassaro, filmata dalle telecamere di Matrix mentre inveiva contro le forze dell’ordine a seguito di una carica contro una manifestazione contro un comizio di Casapound in un albergo di Torino il 22 febbraio scorso. L’Ufficio Scolastico Regionale le ha notificato il 7 giugno scorso il provvedimento, con decorrenza primo marzo, quando Cassaro è stata sospesa dall’insegnamento e messa a mezzo stipendio in attesa di giudizio. Per quelle immagini, riprese in una manifestazione dove sono stati usati gas lacrimogeni ed idranti, e non durante l’esercizio delle sue funzioni, la docente è stata inquisita per istigazione a delinquere, oltraggio a pubblico ufficiale e minacce.

Ma è sul lavoro, e nella vita, che Cassaro ha ricevuto il massimo della pena. Nella storia della scuola repubblicana non si ricorda un caso di licenziamento avvenuto per fatti legati alle opinioni politiche, e al modo in cui sono espresse, in un luogo che non è quello del lavoro. È accaduto alla maestra torinese, colpevole di essere stata ripresa dalle telecamere in una trasmissione dove l’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi disse: «Che schifo, una professoressa che augura la morte ai poliziotti andrebbe licenziata su due piedi».

«PARE EVIDENTE che se Lavinia non fosse stata intercettata da giornalisti affamati di notizie e se, subito dopo, il premier della “Buona scuola” non avesse ceduto alla tentazione di individuare una “cattiva maestra”, il caso Cassaro non ci sarebbe mai stato» ha sottolineato il Coordinatore Nazionale Cub Scuola, Cosimo Scarinzi che si è detto pronto a «dimostrare l’inconsistenza della contestazione di addebito mossa alla maestra».

Un caso di «democrazia autoritaria», «un altro capro espiatorio sull’altare della società dello spettacolo». La Cub ha definito il licenziamento «una sanzione sproporzionata» e continuerà a garantire la tutela legale e quella sindacale alla maestra anche nei prossimi gradi di giudizio. Gianni Tonelli, parlamentare leghista, e già segretario del Sap, all’epoca dei fatti firmatario di una querela nei confronti dell’insegnante, ha definito quello di Cassaro «un atteggiamento deplorevole, che andava severamente punito perché incompatibile con il ruolo di educatore».

L’ASSOCIAZIONE DEI GIURISTI democratici ha invece evidenziato il contenuto politico della vicenda: «Ciò che ha segnato la costituzionalizzazione del rapporto di lavoro è la sua contrattualizzazione – hanno scritto in un comunicato in cui auspicavano la sospensione del provvedimento disciplinare – il lavoratore non vende più se stesso ma solo le attività indicate nel contratto e nell’orario ivi previsto, restando irrilevante la sua vita extra-lavorativa.

«Cassaro, in una situazione di esasperazione, si è lasciata andare a un non condivisibile sfogo rabbioso: se verrà rilevato in ciò una condotta giuridicamente rilevante, ne risponderà all’esito del relativo processo. Licenziarla significherebbe invece solo mediaticamente segnare un’equidistanza tra fascismo e antifascismo, tra chi spara e chi grida a volto scoperto e mani nude, e questo non è accettabile».

A SOSTEGNO DELLA MAESTRA sono intervenuti, tra gli altri, il movimento femminista «Non Una di Meno»: «Attaccando questa maestra si ribadisce un modello di scuola patriarcale e sessista a cui le insegnanti, come missionarie, dovrebbero aderire in ogni momento della propria vita. Siamo solidali con lei e tutte le insegnanti che si vorrebbe ridurre al silenzio sotto il ricatto di un lavoro sottopagato e precario. Questo è un attacco a tutti i lavoratori pubblici. Li vogliono avvisare: quanto fanno nella vita extra-lavorativa peserà nella valutazione del loro lavoro».

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

MIRTO CROSIA (CS). Aveva 30 anni, Vincenzo Sapia, pesava 130 chili, era in cura da tempo al Centro di Igiene mentale di Rossano Calabro. Era affetto da disturbi schizo-affettivi. Periodicamente soffriva di allucinazioni, manie di persecuzione e deliri, prima dell’insorgere della fase depressiva. Il 24 maggio del 2014 stava cercando di forzare una porta nel centro di Mirto Crosia, l’antica Krusion, ai piedi della vallata dell’antico Traes, teatro nel 510 a.C. della battaglia decisiva nella guerra tra Crotone e Sibari. In questo territorio mitologico, affastellato tra mare e colline, si è dipanata la dolorosa esistenza di Vincenzo Sapia.

Sempre a spasso con il suo cane, credeva, in quella notte di fine maggio, che dentro quella casa ci fosse proprio il suo cane. Sapia voleva riprenderselo. Intervennero i carabinieri che gli chiesero i documenti. Lui prese a spogliarsi di fronte ai militari per dimostrare che ne fosse sprovvisto. Scoppiò una colluttazione, pare che Sapia, preso dal panico, abbia messo a segno un paio di cazzotti per poi essere bloccato. Venne preso per il collo, avvinghiato da dietro. Anche il sindaco del paese, passato di lì, a un certo punto provò a calmarlo, così è scritto nell’ordinanza di allora.

Ma il ragazzo riuscì a scappare. Pochi metri e la sua corsa ebbe fine sull’asfalto per via dello sgambetto di un terzo carabiniere. Fu trattenuto per il collo e per i capelli, bloccato dal torace e dalle gambe. Prima un ginocchio e poi un piede sulla schiena. Riuscirono anche ad ammanettarlo solo per una mano. A quel punto Sapia non faceva più resistenza, venne allertato invano il 118. Un medico che passava per caso dichiarava il decesso di Vincenzo Sapia.

I magistrati inquirenti, al termine delle indagini preliminari, metteranno nero su bianco che la morte sarebbe stata determinata «da alterazioni elettriche al cuore in un soggetto con il cuore messo male da coronosclerosi, coagulopatia, ipertrofia cardiaca, trombosi coronarica e minato dagli psicofarmaci». Tutto ciò per escludere l’asfissia da manovre violente. Insomma, un infarto, una morte improvvisa con relativa richiesta di archiviazione.

Ma la gip di Castrovillari, Letizia Benigno, non si adeguò alla richiesta del pm: i carabinieri non rispettarono le regole nel trattamento di una persona in stato di disagio psichico. «Diversi sono gli aspetti meritevoli di approfondimento che non consentono un pacificante accoglimento della richiesta di archiviazione». C’era da chiarire se l’azione fosse avvenuta secondo quei protocolli operativi che prevedono comportamenti prudenziali nei casi di arresto e fermo di persone in condizioni di disagio psichico.

Tra le regole di ingaggio quella di «evitare di invadere lo spazio della persona in stato di agitazione mantenendosi a una distanza utile, stabilire un dialogo, dimostrare di comprendere lo stato d’animo dell’interlocutore, evitando di ingenerare sensi di colpa». Ancora: «Evitare l’immobilizzazione a terra e in posizione prona, trattenerlo possibilmente in piedi; sia l’arresto che l’eventuale ricovero dovranno avvenire in posizione seduta o sdraiata su un fianco evitando in ogni caso posture che comportino qualsiasi forma di compressione toracica».

I tre carabinieri indagati furono, così, rinviati a giudizio e il processo è in corso a Castrovillari da un anno. Prossima udienza il 5 giugno. La famiglia Sapia, con la battagliera sorella di Vincenzo, Caterina, si è affidata agli avvocati Fabio Anselmo e Alessandra Pisa, legali di Ferrara che seguono parecchi casi simili. «Abbiamo fiducia nell’operato della magistratura. Ci aspettiamo chiarezza e giustizia per nostro fratello», spiega Caterina Sapia. Cucchi, Budroni, Magherini, Aldrovandi, vicende che in Italia hanno acceso i riflettori dell’opinione pubblica verso gli abusi in divisa.

Drammi come quello di Andrea Soldi, anch’egli sofferente di problemi psichici, per la cui morte avvenuta durante un Trattamento sanitario obbligatorio due giorni fa sono stati condannati in primo grado i tre vigili urbani e lo psichiatra che lo immobilizzarono, testimoniano tutta l’inadeguatezza degli agenti chiamati ad intervenire. Soggetti spesso privi di formazione, preparati solo ad un uso della forza che in alcuni casi può sfociare in tragedia.

FONTE: Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti, IL MANIFESTO

caso Uva

La Corte d’Appello di Milano ha assolto ieri gli otto uomini in divisa imputati nel processo per la morte, il 14 giugno saranno dieci anni, di Giuseppe Uva. Varesino, 43 anni, operaio, Uva viene prelevato mentre sta spostando delle transenne in mezzo a una strada e portato in caserma.

Ai due carabinieri intervenuti sul posto si aggiungono sei poliziotti. Tutte le forze di pattugliamento della città si occupano di Uva quella notte, lui morirà in ospedale la mattina seguente.

Parlare di storie come questa fa affiorare alla mente sempre gli stessi interrogativi. È davvero possibile che un cittadino entri vivo in una caserma, in un carcere, in un posto di polizia, e ne esca morto? Per quale motivo, quando questo succede, è così difficile per le famiglie chiedere e avere verità e giustizia?

I vari processi per la morte di Uva sono l’emblema di tutto questo: tra testimoni mai ascoltati per anni, imputazioni coatte e sanzioni del Consiglio superiore della magistratura nei confronti dei primi magistrati inquirenti, questa vicenda ha subito lunghe pause e varie battute d’arresto.

La difficoltà a indagare appartenenti alle forze dell’ordine è nota, e la sentenza di ieri merita, almeno su un primissimo punto, una riflessione. Se il trattenimento di Uva non poteva fondarsi sulla necessità di identificarlo – era infatti già noto ai carabinieri -, nessun magistrato è stato avvisato, non sono stati compilati né verbali di arresto né di fermo, su quali basi è stato privato della libertà personale? Questa sentenza, pur senza conoscerne ancora le motivazioni, sembra affermare un principio pericoloso. E, cioè, che degli uomini di legge possono detenere a loro piacimento un cittadino al di fuori di ogni garanzia prevista dalla legge.

La Cassazione ci dirà se la decisione della Corte d’Appello potrà essere confermata. Nel frattempo rimane la grande amarezza di non esser riusciti a capire, nemmeno questa volta, cosa sia stato a provocare la morte di una persona che si trovava nella custodia di uomini dello Stato.

Dall’altra parte però la giornata di ieri ci consegna l’ennesimo esempio di coraggio e fiducia nelle istituzioni, e come sempre a farsi portatrice di parole così importanti è una di quelle donne, madri, mogli o sorelle, che negli ultimi anni hanno sostenuto queste battaglie. La sorella di Giuseppe Uva, Lucia, ha commentato così la sentenza: «Il solo fatto che per la prima volta in dieci anni un procuratore della repubblica abbia richiesto delle condanne è per me una vittoria». Come a dire che si è sentita un po’ meno sola, che almeno questa volta non si è dovuta assumere tutto il carico di difendere la memoria di suo fratello, la sua famiglia, la legittima richiesta di sapere cos’è accaduto quella notte.

Ancora non sappiamo cosa sia successo a Giuseppe Uva, però possiamo sperare che quanto fatto da Lucia in questi anni non verrà sprecato. È un patrimonio collettivo, a disposizione di ognuno di noi. E per il quale tutti dovremmo ringraziare.

FONTE: Luigi Manconi e Valentina Calderone, IL MANIFESTO

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