Apparati statali & Repressioni

EMPOLI (FI). Un malore fatale mentre era a terra, ammanettato e con i piedi bloccati da un cordino di plastica, ufficialmente a causa di uno stato di alterazione psicofisica. Una tragedia che ricorda, per alcuni aspetti, quella di Riccardo Magherini. Ora dall’autopsia, che sarà affidata oggi ed eseguita lunedì, e dalle registrazioni delle telecamere esterne e interne al negozio Taj Mahal, nel centro di Empoli, la procura di Firenze cercherà ulteriori elementi per capire come e perché è morto giovedì sera Arafet Arfaoui, 32 anni, giovane tunisino d’origine ma da tempo italiano, dopo il suo matrimonio con una donna toscana.

Per ora è stata aperta una indagine preliminare, contro ignoti, con l’ipotesi di reato di omicidio colposo. Ad aiutare la pm Christine von Borries, che giovedì è subito andata sul posto per raccogliere le prime testimonianze dei quattro poliziotti intervenuti e del personale sanitario del 118, ci sono anche i racconti di altri testimoni che erano sia all’interno che fuori dal Taj Mahal, un esercizio commerciale da anni in via Ferrucci, dove si vendono alimentari e bevande ma anche schede telefoniche internazionali e servizi di money transfert.
Arafet Arfaoui conosceva bene il Taj Mahal perché aveva abitato a Empoli per anni, prima di sposarsi e trasferirsi a Livorno, dove lavorava all’Interporto. Il giovane, che spesso tornava nella cittadina toscana, era entrato chiedendo di trasferire 20 euro alla famiglia di origine in Tunisia. Ma il gestore gli aveva rifiutato il servizio, sospettando che la banconota fosse falsa. Al momento sembra essere stata questa la causa scatenante della reazione di Arfaoui. “All’inizio il ragazzo era calmo – ha peraltro raccontato Mustafà, che era fuori dal negozio – poi alla fine, dopo quasi più di un’ora, voleva andare via e si è messo a scappare”.
Arfaoui aveva alcuni minimi precedenti, a suo carico una denuncia per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Secondo alcuni aveva qualche problema con l’alcool. Per certo la sua reazione ha allarmato il gestore, che ha chiamato il 113. Quando sono arrivati gli agenti per controllare i suoi documenti, il giovane era molto agitato e, dopo averli mostrati, è uscito ed è entrato in un macelleria vicina. Gli agenti l’hanno raggiunto e cercato di calmarlo, ma lui è corso di nuovo fuori ed è ritornato dentro il negozio. Qui, dopo un breve parapiglia, due poliziotti l’hanno ammanettato a terra e poi gli hanno legato i piedi con una cordicella di plastica, ufficialmente perché scalciava.
Una telefonata al 118 fatta dagli stessi agenti ha fatto arrivare al Taj Mahal i sanitari, probabilmente in vista di un tso (trattamento sanitario obbligatorio). Un dottoressa avrebbe cercato di calmarlo con un sedativo, ma pochi minuti dopo Arfaoui si è sentito male e ha perso conoscenza. I tentativi di rianimarlo sono andati avanti per circa un’ora, purtroppo senza risultati.
Le indagini sulla tragedia sono state affidate alla Squadra mobile di Firenze e alla Polizia scientifica, che ha le registrazioni delle due telecamere del circuito di videosorveglianza installate all’interno del locale, e le registrazioni di alcune telecamere esterne. Da parte sua la pm Von Borries ha reinterrogato anche ieri gli agenti e sanitari. Sono stati inoltre avviati accertamenti per verificare la tempestività e l’appropriatezza delle cure, quando il giovane è stato colto da malore.
Sulla tragedia il Pd con Gennaro Migliore ha chiesto al ministro Salvini di riferire in Parlamento. Il titolare del Viminale, da parte sua, non ha perso tempo nel far conoscere il suo “totale e pieno sostegno ai poliziotti che sono stati aggrediti, malmenati, morsi. Purtroppo un tunisino con precedenti penali, fermato dopo aver usato banconote false, è stato colto da arresto cardiaco nonostante gli immediati soccorsi medici. Tragica fatalità”. Opposta la versione dell’Associazione contro gli abusi in divisa (Acad), che ha messo a disposizione dei familiari della vittima un avvocato: “Il ragazzo era forte come una roccia, ed era con gli agenti nell’unica stanza del locale dove non c’erano telecamere”. Infine si fa sentire il sindacato autonomo di polizia Sap: “Sono essenziali taser e telecamere, strumenti necessari per la tutela e la trasparenza”.

* Fonte: Riccardo Chiari, IL MANIFESTO

Ventisette avvisi di apertura indagine sono stati recapitati ad altrettanti attivisti della capitale. La lista, però, potrebbe allungarsi. I fatti risalgono al 13 settembre 2017, epilogo di una catena di episodi che ben riflettono l’Italia di oggi. Riavvolgiamo il nastro. Il 30 agosto di quell’anno Roma si svegliò con la notizia dell’assalto al centro di accoglienza di Tiburtino III. Sembrava che gli abitanti avessero attaccato in massa la struttura per il sequestro di una donna, entrata nell’edificio a protestare contro un rifugiato che aveva lanciato pietre ai suoi figli. Dopo due giorni, però, la notizia cambiò di segno: il rifugiato era stato accoltellato dalla signora, il sequestro era inventato e solo poche persone avevano attaccato il centro.

CASAPOUND provò comunque a cavalcare il clima di tensione in chiave razzista. Con un blitz al municipio a guida 5 Stelle strappò un consiglio straordinario sulle «problematiche del centro di via del Frantoio». L’Anpi e le realtà associative del territorio chiesero di annullare la decisione, senza riuscirci. Il 13 abitanti del quartiere e attivisti romani convocarono un presidio davanti al centro anziani in cui era prevista la seduta. «Parlare con i fascisti non è democrazia», cantavano alcuni. Pochi minuti prima delle 17 una cinquantina di aderenti a Casapound arrivò scortata dalla celere. Ci furono delle scaramucce. La polizia fece entrare gli estremisti di destra nella struttura. Agli antifascisti suonò come una provocazione. Aprirono un cancello e occuparono il cortile. Continuavano a chiedere di annullare il consiglio, che era iniziato. La tensione salì ancora. Alcuni manifestanti trovarono un altro ingresso ed entrarono a contatto fisicamente con Casapound. Il consiglio fu annullato.

GLI AVVISI DI GARANZIA arrivano a pochi giorni dall’ennesimo episodio di violenza fascista nella capitale, con l’aggressione a due giornalisti dell’Espresso. I reati su cui si indaga sono manifestazione non autorizzata, resistenza a pubblico ufficiale e radunata sediziosa. La risposta firmata antifasciste e antifascisti è arrivata ieri con un comunicato: «A Tiburtino III abbiamo difeso i principi da cui nasce l’istituzione pubblica. Non faremo alcun passo indietro e non lasceremo spazio ai fascisti, mai».

* Fonte: IL MANIFESTO

Prevede revoca di patente e passaporto, divieto di dimora e di assemblea. Intervista a Jacopo Bindi: «Non c’è un processo perché non c’è un reato: è una valutazione politica»

La notifica è arrivata giovedì: la procura di Torino ha richiesto la sorveglianza speciale per Jacopo, Eddi, Davide, Paolo e «Jack», cinque ragazzi che in questi anni hanno raggiunto la regione a maggioranza curda di Rojava, in Siria, per combattere lo Stato Islamico.

Non è previsto un processo perché non è previsto un reato. Il 23 gennaio la pm Pedrotta si presenterà al Tribunale di sorveglianza di Torino per chiedere l’accettazione della richiesta. Se passerà, i cinque saranno sottoposti a una dura restrizione della libertà individuale sulla base di quella che la Digos – che ha svolto le indagini – ritiene «pericolosità sociale».

Una misura restrittiva di epoca fascista, introdotta dal Codice Rocco e poi rivista nel tempo (l’ultimo «aggiornamento» risale al 2011), che avalla un’inquietante deriva: la limitazione della libertà, da un minimo di un anno a un massimo di cinque, in assenza di un reato, sbarre invisibili di una prigione fuori dalla prigione.

Ne abbiamo parlato con Jacopo Bindi, uno dei destinatari della richiesta della pm: «Qualcosa di mai visto prima, totalmente inatteso», ci dice.

Vi hanno notificato le motivazioni dietro la richiesta?

Nel documento si parla di Ypg (le unità di difesa popolare curde, ndr) che né l’Italia né la Ue considerano organizzazione terroristica. La pm afferma che ne siamo stati membri e che in Siria abbiamo imparato a usare le armi. In passato siamo stati segnalati dalla polizia, abbiamo avuto denunce penali e abbiamo precedenti: siamo parte del movimento NoTav e in passato dell’Onda, abbiamo preso parte ad azioni antifasciste e siamo impegnati in movimenti sociali per il diritto alla casa e allo studio.

La procura, dunque, «collega» le due cose: attività politica qui e uso delle armi lì.

Dicono che con le Ypg abbiamo imparato a usare armi e quindi siamo pericolosi. Non c’è un processo, non devono dimostrare l’esistenza di un reato: compiono un mero giudizio sulla nostra personalità e la presunta pericolosità sociale, non basato su fatti precisi. Tra l’altro hanno commesso degli errori: Eddi non era parte delle Ypg, ma delle Ypj, l’unità femminile, un corpo autonomo rispetto a quello maschile. E io, sebbene sarebbe stato un onore, non ho mai fatto parte delle Ypg o dell’organizzazione militare di Rojava. Ero nelle strutture civili della rivoluzione, anche se in situazione di guerra. Ho scritto degli articoli su quanto accadeva, per il manifesto, e quegli articoli sono stati considerati la prova dell’appartenenza alle Ypg. Stavo facendo del giornalismo.

Quali misure restrittive prevede la sorveglianza speciale?

Revoca della patente e del passaporto, divieto a partecipare a riunioni pubbliche o assemblee e a incontrare gruppi di più persone, divieto di dimora.

In alcuni casi è previsto l’obbligo di trovarsi un lavoro, di restare a casa in determinate ore del giorno e della notte. E in tutti, il «libretto rosso».

Una sorta di schedatura, il «libretto rosso» va portato con sé ed esibito su richiesta.

Farete appello se la richiesta sarà accolta?

Sicuramente. A differenza di altre misure o di un normale processo, diventa subito attiva già prima dell’eventuale appello. Nel frattempo ci muoveremo per evitarla: oggi terremo una conferenza stampa a Torino e chiederemo ai cittadini italiani solidarietà e condanna verso questo tipo di atteggiamento. Il 23 renderemo questa protesta concreta con un presidio davanti al Tribunale di Torino.

Ritenete si tratti di un atto politico?

È stata compiuta una valutazione politica. È schizofrenia, un caso di bipolarismo dello Stato. Da un lato l’Italia considera l’Isis gruppo terroristico che porta morte anche in Europa; molti politici fanno campagna sfruttando la paura del terrorismo, spesso attaccando senza ragione i migranti e gli arabi. Dall’altra colpisce chi è andato a combattere l’Isis, chi ha rischiato la vita. All’improvviso diventiamo un problema e la nostra scelta una ragione per punirci. Eppure, al di là della guerra, Rojava propone un’alternativa reale di democrazia, libertà delle donne, pace, ecologia, relazioni economiche e sociali diverse, un esempio unico in Medio Oriente e nel mondo. Ma probabilmente è una scusa per colpire il movimento NoTav e chi lotta per difendere il territorio della Val di Susa e per migliorare le condizioni di vita a Torino, quelle dei lavoratori e degli studenti, di chi ha problemi con la casa.

* Fonte: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO

photo: By Unknown IFB member – https://archive.org/details/IFBAntifaManchester, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=61435913

L’assioma ideologico su cui si è basata fin qui la difesa degli imputati, sia nel primo che nel secondo processo, e che ha sempre potuto contare sul megafono dei vari Salvini e Giovanardi – Stefano Cucchi è morto sostanzialmente perché era un drogato, uno che cercava e seminava morte, dunque un cittadino di serie B, e se ha preso qualche ceffone la colpa era solo sua – si sta sciogliendo come neve al sole, man mano che si apre un varco nel muro di omertà e indifferenza che per nove anni ha impedito di arrivare alla verità.

«Sono un militare, non faccio domande», «siamo militari, rispettiamo gli ordini», «sono un militare, nessuno mi ha chiesto di raccontare e io non ho raccontato»… Sono le risposte più frequenti che risuonano all’interno dell’aula di Corte d’Assise del tribunale di Roma nelle ultime udienze del processo bis, da quando il pm Giovanni Musarò ha chiamato come testi alcuni carabinieri che a vario titolo sono entrati nella nuova inchiesta integrativa aperta sul depistaggio e l’occultamento delle prove.

Il valente magistrato antimafia sta cercando di capire fino a quale livello è coinvolta la scala gerarchica dell’Arma, ma ciò che si sta svelando fin da ora – a parte un’evidente quanto negata incompatibilità tra il ruolo di polizia giudiziaria e l’ordinamento militare – è un “sistema” (non si sa quanto diffuso) che contempla anche la violazione delle regole democratiche, e finisce col costruire omertà e impunità. Contaminando a volte anche ambiti professionali e istituzionali contigui, come si evince dal fatto che Stefano, dopo essere stato pestato e fino alla sua morte, entrò in contatto con circa 140 persone che ebbero modo di accorgersi delle sue condizioni di salute ma che si voltarono dall’altra parte.

Un “sistema” che sta emergendo grazie alla professionalità e all’inflessibilità di un giovane magistrato già nel mirino delle mafie, ma soprattutto al coraggio, alla caparbietà e all’amore dimostrato da Ilaria Cucchi e dai suoi genitori. Una famiglia che con altrettanta onestà e inflessibilità – e sotto un fuoco di fila che avrebbe spaventato chiunque – è rimasta fedele alla difesa dei diritti di Stefano e ha pure imparato ad usare le forme di comunicazione, anche quelle più di impatto mediatico, come le foto del cadavere esposte mentre si celebrava il primo processo.

Ilaria però non ha dimenticato che il caso di suo fratello Stefano è forse la punta di un iceberg che sta emergendo, tanto da aver fondato un’associazione che si occupa dei tanti – troppi – cittadini morti mentre erano nelle mani di uomini di Stato. La «Stefano Cucchi onlus» si prefigge infatti il compito di dare una mano alle famiglie che attendono ancora giustizia per la morte di un loro congiunto o che non credono a quella dichiarata in un’aula di tribunale.

«Pensiamo a Giulio Regeni, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini – scrive Ilaria sul sito dell’associazione -. Tutte queste storie, tutte le persone dietro a queste storie ci testimoniano, con la loro morte, che è una morte di Stato, che uno Stato di diritto senza diritto è una banda di predoni». Ma la lista potrebbe essere molto più lunga, anche al netto della media dei 160 morti in carcere l’anno dal 2000 ad oggi (fonte: Ristretti orizzonti), e dei 64 suicidi dall’inizio del 2018, mai così tanti negli ultimi sei anni.

Si potrebbero ricordare casi più o meno noti e ancora controversi come quello di Aldo Bianzino, il mite e sano falegname arrestato il 12 ottobre 2007 per detenzione di piante di marijuana e morto due giorni dopo in una cella del carcere Capanne, a Perugia. O di Michele Ferrulli, deceduto il 30 giugno 2011 durante un fermo di polizia, in strada, a Milano. O di Riccardo Rasman, uomo affetto da schizofrenia paranoide che nell’ottobre 2006 fu malamente immobilizzato nel suo appartamento di Trieste da tre agenti che vi fecero irruzione dopo una segnalazione, e così lo uccisero. O ancora di Gabriele Sandri, il tifoso morto nel 2007 sotto i colpi sparati a distanza da un poliziotto in un autogrill di Arezzo. O di Bernardino Budroni, morto nel luglio 2011 sotto i colpi sparati da un poliziotto al termine di un inseguimento sul Gra, a Roma.

O di Franco Mastrogiovanni, deceduto nel 2009 durante un Trattamento sanitario obbligatorio nel reparto psichiatrico dell’ospedale Vallo della Lucania, dopo 82 ore di contenzione. O di Tony Drago, morto nel 2014 a soli 25 anni mentre prestava servizio militare a Roma, nello squadrone di rappresentanza del reggimento Lancieri di Montebello. Precipitato da una finestra, subito i commilitoni parlarono di suicidio. Tesi non condivisa dai familiari che credevano piuttosto ad un episodio di nonnismo, e rigettata per ultimo anche dai periti nominati dal gip che nel marzo 2017 hanno affermato che il giovane è stato ucciso. Solo in seguito, la Procura militare ha aperto un’inchiesta ipotizzando il reato di omicidio volontario.

C’è anche chi è rimato vivo e ha potuto raccontare. Come Stefano Gugliotta, un giovane scambiato per un ultrà durante la finale di Coppa Italia del 2010 e pestato senza alcun motivo in strada, a Roma, nei pressi dello stadio Olimpico, da nove poliziotti. Il tifoso Paolo Scaroni invece rimase in coma due mesi, nel 2004, per i colpi di manganello, impugnato al contrario, sferrati da alcuni agenti (mai identificati) alla stazione di Verona, dopo la partita contro il Brescia. Dopo 11 anni Scaroni non ha ottenuto i nomi di chi lo ha ridotto invalido al 100% ma solo un risarcimento del Ministero dell’Interno di 1,4 milioni di euro.

Si potrebbe continuare a lungo, raccontando fatti che naturalmente non chiamano in causa solo le forze dell’ordine. Spesso la verità non è ancora venuta a galla, alcuni processi sono ancora in corso o i familiari chiedono – con qualche fondamento – di riaprire i casi. Non accade solo da noi ma in Italia, ottenuta finalmente una legge che punisce in qualche modo la tortura, anche se in modo del tutto non conforme ai trattati internazionali, il codice identificativo per gli agenti, per esempio, è ancora un tabù coccolato dalle destre. La democratizzazione dei corpi di polizia ha ancora bisogno di una spinta propulsiva. Almeno uguale e contraria alla militarizzazione che avanza.

* Fonte: Eleonora Martini , IL MANIFESTO

«Il fatto non costituisce reato». Dopo quasi sei ore di camera di consiglio, la Corte di Cassazione ribalta la sentenza d’Appello del 19 ottobre 2017 che aveva confermato la condanna di primo grado per omicidio colposo dei tre carabinieri che nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 arrestarono Riccardo Magherini. Rigettata dunque anche la richiesta del Procuratore generale della Cassazione, Felicetta Marinelli, che nella sua requisitoria aveva sostenuto la possibilità di salvarsi, per l’ex calciatore delle giovanili della Fiorentina morto a 40 anni durante l’arresto nel centro storico di Firenze, se solo i tre militari che lo hanno schiacciato sul selciato, prono, a torso nudo, con i polsi ammanettati dietro la schiena, e lo hanno anche colpito, «lo avessero messo in posizione eretta». Così, aveva ripetuto la pm, «avrebbero permesso i soccorsi e con elevata probabilità la morte non si sarebbe verificata».

Ma i giudici della Cassazione, con un pronunciamento tanto clamoroso quanto inaspettato, hanno dato invece ragione alla difesa dei tre carabinieri Vincenzo Corni, Stefano Castellano e Agostino della Porta, annullando le condanne a 8 mesi di reclusione per il primo e 7 mesi per gli altri due. «Non so che dire, mi casca il mondo addosso», sono le prime parole che il padre di Riccardo, Guido Magherini, è riuscito a pronunciare appena appresa la notizia.

Bisognerà leggere le motivazioni della sentenza ma a caldo sembra comunque che i giudici abbiano ritenuto valida la linea di difesa dei tre militari – che sono ancora in servizio anche se trasferiti ad altra sede – fondata sostanzialmente sull’affermazione che i tre uomini dell’Arma non potevano essere accusati di omicidio colposo perché privi di conoscenze mediche. «Non avevano elementi per capire quello che stava accadendo a Magherini a causa dello stupefacente – aveva spiegato l’avvocato Francesco Maresca, uno dei legali della difesa – Magherini è morto per una serie di concause, tra cui anche la sofferenza per la posizione prona, ma era necessario bloccarlo, e i carabinieri non potevano capire se era il momento di metterlo a sedere». L’avv. Maresca si è detto infine soddisfatto e felice «che la Suprema Corte avvia fatto giustizia di tante contestazioni prive di giustificazioni».

I giudici infatti hanno respinto il punto di vista della procura generale secondo la quale il decesso «è stato determinato dall’elevato tasso di cocaina, da asfissia e dallo stress dovuto all’assunzione di cocaina e al tentativo di liberarsi dalla posizione prona in cui lo tenevano i carabinieri». In questo contesto, secondo la magistrata, i carabinieri, che «avevano una posizione di garanzia perché lo stavano arrestando», «avevano l’obbligo di tutelarlo». Anche se «non sapevano che Magherini avesse assunto cocaina», i militari erano comunque «ben consapevoli dell’alterazione psico-fisica, e se l’avessero liberato dalla posizione prona quando aveva dato i primi segnali di calma e manifestato affanno, l’uomo avrebbe potuto essere soccorso», e salvato.

E invece quella notte Riccardo Magherini – che era «alterato gravemente e soprattutto palesemente», come avevano scritto nelle motivazioni i giudici dell’Appello – chiedeva aiuto e ripeteva «vi prego, ho un figlio», e «sto morendo». La scena era stata filmata da alcuni residenti di Borgo San Frediano, ma secondo la difesa ai carabinieri era sembrato uno stratagemma dell’uomo per liberarsi.

L’avvocato Fabio Anselmo, legale dei familiari di Magherini, aveva invece chiesto di annullare la sentenza sì, ma per celebrare un nuovo processo per il reato di omicidio preterintenzionale a carico dei carabinieri, affinché venisse contemplato «l’evento morte come conseguenza del reato di percosse». Già la procura generale però aveva chiesto di rigettare la richiesta, considerando invece che i colpi e i calci ricevuti da Magherini «non hanno avuto rilevanza nella morte».

In aula, accanto agli amici di Riccardo e alla famiglia Magherini, era presente anche Ilaria Cucchi, in rappresentanza dell’associazione Stefano Cucchi onlus che si occupa dei soprusi delle forze dell’ordine. «Vogliamo che il suo nome sia rivalutato – aveva sperato il padre di Riccardo – Hanno fatto di tutto per farlo apparire come un delinquente».

* Fonte: Eleonora Martini, IL MANIFESTO

Una condanna pesantissima – 3 anni e 10 mesi – quella inflitta in primo grado a Nunzio D’Erme, ex consigliere comunale al Campidoglio e storico attivista dei movimenti capitolini e del centro sociale «Corto Circuito», per i disordini scoppiati il 21 maggio 2014, quando in un convegno sul bullismo omofobico nella sede del VII Municipio fecero irruzione alcuni esponenti del movimento ultracattolico di Militia Christi. Ci furono disordini e un agente della Digos venne ferito alla testa, motivo per il quale D’Erme venne arrestato il 24 settembre 2014 e scontò tre mesi di carcere preventivo prima che una controperizia accertasse la sua estraneità al ferimento dell’agente. Nella sentenza del 5 novembre, il Tribunale di Roma ha condannato anche due attivisti del centro sociale «Spartaco», Marco Bucci a 16 mesi e Marco Liodino a 18 mesi.

I carabinieri fanno cenno all’autista di deviare nell’area dell’autogrill, tutti i passeggeri del pullman vengono fatti scendere e in fila devono mostrare il contenuto di borse e zaini. «Ma ci sono solo panini..», fa una signora con i capelli bianchi e un fazzoletto annodato al collo, «guardi che c’è il diritto di manifestare ancora in questo Paese, sa?». «Roba da matti, non mi era mai successo in tanti anni..», fa un’altra. Non finisce qui. I passeggeri vengono filmati da una telecamera portata in spalla da un carabiniere che appoggiato davanti alla porta del pullman, li filma tutti mentre risalgono, identificati e schedati. «Spudorati – dice un signore – neanche si nascondono».

È ciò che si vede in un video fatto con il telefonino che documenta uno dei blocchi che hanno interessato ieri decine e decine di pullman fin dal mattino, messi in atto dalle forze di polizia nei confronti degli autobus a noleggio che stavano cercando di raggiungere la manifestazione antirazzista di Roma provenienti tanto da Sud quanto da Nord.

«Sì, abbiamo avuto decine di segnalazioni di blocchi – dice Stefano di Melting Pot, dell’organizzazione e tra promotori del corteo – tutti i mezzi dei centri sociali del Nord Est sono stati fermati al casello, con fotosegnalamento dei passeggeri e lo stesso è successo a quelli delle Marche, ma anche da Firenze, da Torino, da Pisa». La manifestazione era già partita e ancora mancavano all’appello due pullman provenienti da La Spezia, fermati a lungo. Nella maggior parte dei casi – hanno raccontato – ai passeggeri è stato ordinato di esibire il documento, la carta d’identità o il permesso di soggiorno, e di portarlo vicino al volto per essere poi fotografati così.

Simone del centro sociale Sisma di Macerata racconta che la polizia ha tentato di sequestrargli lo striscione della storica manifestazione antirazzista del febbraio scorso con la scusa che aveva i pali e potevano essere usati per chissà cosa. La Questura di Roma dice di aver sequestrato 400 aste di legno e che i controlli erano stati disposti per «facilitare l’accesso al luogo della manifestazione onde evitare possibili criticità».

Sui blocchi stradali e le fotosegnalazioni preventive protestano sia Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista, sia Nicola Fratoianni, coordinatore nazionale di Sinistra italiana. «Immagino – scrive, sferzante, Fraioianni – che l’8 dicembre i pullman che porteranno a Roma i militanti leghisti subiranno il medesimo trattamento, con il controllo certosino di striscioni, magliette, documenti, con i bus bloccati in campagna alle porte della capitale, come è successo ai pullman della manifestazione antirazzista». «Il governo riferisca in Parlamento perché da quel che appare ci troviamo di fronte ad una grave limitazione delle libertà democratiche» , protesta il senatore di LeU Francesco Laforgia. E Roberto Speranza, deputato di Leu e coordinatore di Mdp, si associa, giudicando i blocchi «un fatto molto grave che non si può sottovalutare».

* Fonte: Rachele Gonnelli, IL MANIFESTO

Gli ultimi sviluppi del caso Cucchi dovrebbero spingerci a mettere a fuoco due fenomeni emersi dal 2001 in poi: da una parte l’attitudine delle nostre forze dell’ordine, in determinate circostanze, a mentire e falsificare gli atti.

Dall’altra la sistematica tendenza a fare muro contro le richieste di trasparenza. Il G8 di Genova in questo senso è all’origine di tutte le più recenti degenerazioni. Spiace doverlo ricordare, ma le giornate del 20, 21 e 22 luglio 2001 sono state una fiera del falso in atto pubblico e della calunnia, una caporetto dell’etica pubblica. Innumerevoli persone furono arrestate per strada ricorrendo a verbali fotocopia, con false accuse di violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Nell’immediato la maggior parte di quegli strani arresti non fu convalidata dai Gip genovesi e negli anni seguenti la magistratura civile ha inflitto numerose condanne al ministero degli Interni per gli abusi compiuti: non abbiamo mai saputo se qualcuno avesse dato un’imbeccata dall’alto o se la pratica dei verbali fasulli sia sgorgata spontaneamente in seno alla truppa…

Il caso Diaz andrebbe poi fatto studiare nelle scuole di polizia, se davvero si volesse introdurre un antidoto al veleno immesso a piene mani nel 2001 nel cuore degli apparati. Basti dire che il comunicato con il quale si tentò di giustificare agli occhi del mondo la singolare operazione, mentre decine di persone erano in ospedale e le altre nella caserma delle torture a Bolzaneto, è risultato falso dalla prima all’ultima parola: dalle molotov piazzate ad arte e attribuite agli arrestati, alla tesi delle ferite pregresse, fino al finto accoltellamento d’un agente. Potremmo continuare, ma basti dire che nei processi Diaz e Bolzaneto i principali reati che hanno portato alle condanne di decine di agenti (in gran parte coperte dalla prescrizione) sono stati falso e calunnia.

Nel caso Cucchi, secondo le cronache, abbiamo avuto ben 7 interventi di manipolazione di carte ufficiali. Il secondo punto – il rifiuto di agire per accertare subito e senza sconti le responsabilità – non è meno grave del primo. Anche questa è una storia che viene da lontano. I pm nel processo Diaz, Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, parlarono con molte ragioni di omertà, condotta che ritorna nel processo Cucchi. Di fronte a ogni vicenda estrema – dal G8 di Genova alla morte di persone sottoposte a custodia di polizia, come Aldrovandi, Magherini e altri – abbiamo assistito all’applicazione del medesimo schema, ossia la chiusura degli apparati a qualsiasi sguardo esterno, come se si trattasse di panni sporchi da lavare in casa e non di fatti gravi, potenzialmente criminosi, sui quali è necessario fare subito e bene chiarezza, nell’interesse dei cittadini e degli stessi corpi di sicurezza. Proviamo a pensare alle storie appena citate e a quel che sarebbero state se polizia e carabinieri avessero agito con trasparenza e collaborando con chi cercava solo verità, ossia le famiglie e i magistrati. Quante sofferenze risparmiate, quanta credibilità recuperata.

Nel caso Diaz c’è un dettaglio che dice tutto: il verbale d’arresto, poi risultato falso e calunnioso, fu sottoscritto da 14 funzionari e dirigenti, tutti indagati e condannati tranne uno, mai identificato perché la grafia era illeggibile e perché gli altri tredici non hanno mai fatto il suo nome. Ecco in che modo è stata concepita la collaborazione con la magistratura inquirente ed ecco spiegate le durissime critiche allo Stato italiano scritte nelle sentenze di condanna subite dal nostro paese alla Corte per i diritti umani di Strasburgo – già dimenticate e pochissimo lette. Nel caso Cucchi la denuncia-confessione di uno dei carabinieri imputati ha spezzato la consegna (o forse imposizione) del silenzio che ha caratterizzato tutti i procedimenti simili avviati in questi anni, a cominciare da Genova G8. Se vogliamo dare un senso a quanto sta accadendo sotto i nostri occhi e nell’intento di frenare la rovinosa caduta di credibilità degli apparati, è lecito chiedere qualcosa al legislatore e a chi riveste ruoli di responsabilità: si collabori lealmente con la magistratura in tutti i procedimenti penali in corso e si sospendano gli indagati lungo l’intera catena di comando, fino ai massimi livelli; si trasferiscano ad altri ministeri i funzionari di polizia condannati nei processi per reati attinenti l’abuso di potere e la tortura; si introduca l’obbligo di indossare codici di riconoscimento sulle divise; si istituisca un organismo indipendente di controllo sull’operato delle forze dell’ordine, avviando contestualmente un’indagine conoscitiva a vasto raggio: l’Italia non può più farne a meno.

Infine, non meno importante, si chieda scusa, ma davvero, accompagnando le scuse con atti concreti, per quanto hanno dovuto sopportare in questi anni le vittime degli abusi, i loro familiari, i cittadini tutti.

 

* Fonte: Lorenzo Guadagnucci, IL MANIFESTO

* Comitato Verità e Giustizia per Genova

TORINO. Il Tribunale di Torino ha condannato sedici attivisti del movimento No Tav a oltre trenta anni di carcere. Tre, invece, sono stati assolti dall’accusa di resistenza aggravata, lesioni, lancio di artifizi pirotecnici e materiale esplodente. Le condanne vanno dai 4 mesi ai 3 anni e 10 mesi. Pene pesanti ma largamente attese dal movimento, che percepisce da qualche mese un acuirsi della pressione giudiziaria. I fatti risalgono al luglio del 2015, quando in occasione del quarto anniversario dello sgombero della «Libera repubblica della Maddalena» si svolse una manifestazione di massa.

In una torrida giornata d’estate oltre trentamila persone, in arrivo da tutta Italia, partirono dal forte di Exilles, e dopo aver percorso diversi chilometri lungo la statale della val Susa raggiunsero il margine del cantiere di Chiomonte. Un gruppo discese verso le recinzioni esterne, distanti un paio di chilometri dal tunnel geognostico in costruzione, che vennero arpionate e fatte cadere. Lancio di petardi e lacrimogeni, gli scontri durarono qualche minuto al mattino, e l’apice si ebbe nel pomeriggio quando circa duecento manifestanti raggiunsero il confine esterno del cantiere, presidiato da ingenti forze di polizia.

Per quei fatti il giudice Antonio Rinaudo, ormai prossimo alla pensione, aveva domandato pene per oltre settanta anni di carcere. Il giudice Diamente Minnucci ha dimezzato l’ammontare delle richieste di condanna: Nicoletta Dosio, 73 anni, fondatrice con pochi altri del movimento No Tav negli anni ottanta, nonché del liceo Norberto Rosa di Bussoleno, è stata condannata a 1 anno e 8 mesi.

LA PROSSIMA SETTIMANA vi sarà una nuova tornata di sentenze – secondo grado – inerenti le denunce della manifestazione «oggi paga Monti», quando nel 2012 alcuni attivisti per protesta alzarono le sbarre dei caselli dell’autostrada del Frejus, facendo transitare gratis gli automobilisti.

Durante la conferenza stampa di ieri mattina, successiva alla lettura delle sentenze, alcuni esponenti del movimento No Tav hanno annunciato che il 20 ottobre in val Susa vi sarà una iniziativa pubblica. La prima del tempo politico leghista pentastellato. Gli animi in val Susa sono quindi nuovamente accesi in virtù della latitanza del governo e di una nuova ondata di restrizioni: oltre un centinaio di denunce in procura, una ventina di fogli di via, sedici avvisi orali, tutto in due mesi.

«È un attacco preciso contro di noi del movimento No Tav quello portato avanti nelle ultime settimane dalla questura e dalla prefettura di Torino»: queste le parole degli attivisti pronunciate durante la conferenza stampa di ieri sotto la Prefettura.

«LE RESPONSABILITÀ penali per quello che facciamo o non facciamo – hanno poi aggiunto – dovrebbero essere individuali. Tutti questi provvedimenti, presi ’a pioggia’ in assenza di accuse specifiche, dimostrano però che siamo bersagliati per quello che siamo, per il solo fatto di essere No Tav. L’ultimo atto, davvero emblematico, è stata la revoca della patente a un simpatizzante per ’indegnità morale’». Secondo il movimento No Tav vi sarebbe una manovra per forzare la mano del potere politico, chiamato nelle prossime settimane a prendere una decisione definitiva sulle sorti del tunnel di base: «Non siamo qui a piangere per fogli di via, denunce e condanne. Abbiamo dimostrato in questi anni che sappiamo che quando infrangiamo la legge lo facciamo consapevolmente. Qui invece ci troviamo in una situazione paradossale: procura, questura e prefettura si sono sostituti a chi dovrebbe decidere se e come fare questa opera».

MA DA ROMA non giunge alcun segnale: sarebbe in corso la «valutazione costi benefici», che entro fine mese dovrebbe giungere a conclusione.
Chi dovrà decidere, il governo, è quindi oggetto in questi giorni di una fitta corrispondenza. La scorsa settimana il presidente del Piemonte Chiamparino, probabilmente stufo del silenzio del ministro Toninelli, ha scritto direttamente al primo ministro Giuseppe Conte. Nella missiva il governatore piemontese domanda «certezze per le grandi opere del Piemonte». Anche il premier, che probabilmente sa solo che i suoi due padri politici hanno idee opposte sulla Torino-Lione, al momento non ha ancora risposto.

Certezze chiedono anche i No Tav, che dopo la «Conferenza dei territori contro le opere inutili», organizzata a Firenze lo scorso fine settimana, hanno inviato al ministro delle infrastrutture, e per conoscenza anche a buona parte dell’esecutivo, una lettera aperta in cui chiedono «al governo del cambiamento di mantenere fede agli impegni elettorali e bloccare le decisioni sfasciste del passato» nonché «un segno di cambiamento rispetto la rotta finora tenuta».

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

Non se lo aspettavano neppure gli avvocati difensori: le rivelazioni del pm Giovanni Musarò in apertura dell’udienza di ieri del processo bis per la morte di Stefano Cucchi che vede alla sbarra, a vario titolo, cinque carabinieri, sono un terremoto. Un salubre scuotimento che rompe finalmente il muro di omertà e silenzio all’interno dell’Arma durato nove anni. «Il 20 giugno 2018 – riferisce il pubblico ministero rendendo nota un’attività integrativa di indagine – l’imputato Francesco Tedesco ha presentato una denuncia contro ignoti in cui dice che quando ha saputo della morte di Cucchi ha redatto una notazione di servizio.

In successive dichiarazioni ha poi chiamato in causa gli altri imputati: Mandolini, da lui informato; D’Alessandro e Di Bernardo, quali autori del pestaggio; Nicolardi quando si è recato in Corte d’Assise, già sapeva tutto». La procura, ha spiegato Musarò alla Corte d’Assise di Roma, successivamente ha potuto verificare che effettivamente «è stata redatta una notazione di servizio, che è stata sottratta e il comandante di stazione dell’epoca (il maresciallo Roberto Mandolini, appunto, ndr) non ha saputo spiegare la mancanza». Il documento «assolutamente importante per la ricostruzione dei fatti, è stato sottratto» dalla stazione Appia dove era depositato e, ha aggiunto il pm, non ve n’è più traccia.

NEI TRE INTERROGATORI a cui è stato sottoposto a Piazzale Clodio (vedi articolo della pagina a fianco), Tedesco ha poi raccontato agli inquirenti i particolari del pestaggio di Stefano Cucchi a cui, a suo dire, avrebbe assistito. Pestaggio durante il quale ad infierire sul ragazzo caduto a terra violentemente, e preso a calci e pugni anche sulla testa e in faccia, sarebbero stati i suoi due colleghi e co-imputati, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, accusati con lo stesso Tedesco di omicidio preterintenzionale e di abuso di autorità.

La nuova attività di indagine integrativa formalmente non fa ancora parte del fascicolo dibattimentale ma dovrebbe entrarvi dopo che, in una prossima udienza, il pm avanzerà formalmente la richiesta di acquisizione di tutti gli atti e di altre nuove prove testimoniali. Ma nel nuovo fascicolo aperto dalla procura di Roma sulla morte di Stefano Cucchi compaiono altri carabinieri indagati, accusati di falso ideologico. Tra loro ci sarebbe Francesco Di Sano, il militare che aveva redatto due annotazioni di servizio nell’ottobre 2009 e già aveva ammesso di essere stato invitato a ritoccare il verbale. Di Sano infatti inizialmente aveva scritto: «Cucchi riferiva di avere dei dolori al costato e tremore dovuto al freddo e di non poter camminare, veniva comunque aiutato a salire le scale…».

Ma poi cambiò il testo così: «Cucchi – scrisse – riferiva di essere dolorante alle ossa sia per la temperatura freddo/umida che per la rigidità della tavola del letto (priva di materasso e cuscino) ove comunque aveva dormito per poco tempo, dolenzia accusata anche per la sua accentuata magrezza».

SULL’«ECCESSIVA MAGREZZA» come concausa di morte del giovane romano, arrestato per spaccio il 16 ottobre 2009 e deceduto il 22 ottobre nel reparto penitenziario dell’ospedale Pertini, insiste molto la linea difensiva di tutti gli imputati. Un assunto che si sgretola nel pubblico dibattimento, udienza dopo udienza. Ieri, per esempio, la testimonianza di Tareq, un altro detenuto che era ricoverato all’ospedale Pertini insieme a Cucchi, ha rivelato come Stefano patisse fortissimi dolori alla schiena, fin dalla notte in cui venne ricoverato, tali da impedirgli di camminare correttamente, e da imporgli di dormire a pancia in giù. «Urlava per i dolori – ha riferito alla Corte – e quando gli abbiamo chiesto cosa gli fosse successo ci ha detto: “Ho preso tante botte dai carabinieri per tutta la notte”». Dunque, il pestaggio a cui Tedesco ha assistito potrebbe non essere stato l’unico, come ha ammesso lo stesso carabiniere “pentito”.

UNA «CONFESSIONE DIROMPENTE», quella di Tedesco, come l’ha chiamata l’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, che ha fatto il giro del mondo. Scrive su Facebook Ilaria, la sorella di Stefano: «Ore 11.21. Il muro è stato abbattuto. Ora sappiamo, e saranno in tanti a dover chiedere scusa a Stefano e alla famiglia Cucchi. Lo Stato deve chiederci scusa».

Naturalmente c’è sempre chi non si mostra all’altezza di saper chiedere scusa, come l’ex senatore Giovanardi che ieri ha ripetuto: «Perché dovrei farlo? La prima causa di morte di Cucchi è stata la droga». Il ministro Matteo Salvini invece tiene un profilo istituzionale: «Sorella e parenti sono i benvenuti al Viminale», dichiara, e l’invito viene subito raccolto con cortesia da Ilaria Cucchi. «Eventuali reati o errori di pochissimi uomini in divisa devono essere puniti con la massima severità – aggiunge il vicepremier – ma questo non può mettere in discussione la professionalità e l’eroismo quotidiano delle forze dell’ordine». Un abbraccio alla famiglia «con grande affetto» viene invece dalla ministra della Difesa, Elisabetta Trenta: «Chi si è macchiato di questo reato pagherà, ve lo assicuro – afferma –

Lo voglio io, lo vuole questo governo e lo vuole tutta l’Arma dei Carabinieri, che merita rispetto». Mostra infine sconcerto il presidente della Camera, Roberto Fico, che twitta: « Una morte che non può avvenire in un Paese civile».

* Fonte: Eleonora MartiniIL MANIFESTO

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