Apparati statali & Repressioni

«È impossibile dire che non ci sia un nesso di causalità tra il pestaggio e la morte» di Stefano Cucchi. È la prima tessera del puzzle che il pm Giovanni Musarò ricostruisce a dieci anni di distanza dalla morte del giovane geometra romano pronunciando, nell’aula bunker di Rebibbia, l’ultima parte della sua requisitoria del processo bis. Perciò alla Corte d’Assise di Roma il magistrato chiede di condannare a 18 anni di reclusione Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, due dei tre carabinieri che lo arrestarono la notte del 15 ottobre 2009, per omicidio preterintenzionale. Reato che, secondo la pubblica accusa, vede estraneo il testimone chiave Francesco Tedesco, il militare che ha rivelato i dettagli del pestaggio e per il quale la procura chiede la condanna per falso a 3 anni e 6 mesi. Ma è il maresciallo Roberto Mandolini (all’epoca comandante della Stazione Appia) colui che si prende la maggiore responsabilità delle falsificazioni e dei depistaggi. Per lui Musarò chiede 8 anni di carcere. Mentre cade per prescrizione il reato di calunnia nei confronti degli agenti penitenziari, assolti in via definitiva; motivo per il quale il pm invita al «non luogo a procedere» per il carabiniere Vincenzo Nicolardi, e per gli stessi Tedesco e Mandolini.

«I PERITI PARLANO di multifattorialità per la morte di Cucchi. Ma tutti i fattori hanno un unico denominatore: sono connessi al pestaggio, al trauma subito», ricorda il pubblico ministero. «Un pestaggio violentissimo», lo definisce. «Sono due le persone che aggrediscono l’arrestato, colpito quando era già a terra con calci in faccia», e per di più «in uno stato di minorata difesa» dovuta alla magrezza del ragazzo morto sei giorni dopo l’arresto.

Però, si badi bene, la condizione fisica del 31enne romano era voluta, perché Stefano si allenava quasi tutti i giorni in palestra per poter partecipare a incontri di pugilato della categoria peso più bassa. E in ospedale, al Pertini, Cucchi rifiutò cibo e cure perché fu colpito da «un chiarissimo sintomo da “disturbo post traumatico da stress” a causa del pestaggio subito, come dichiarato dal professore Vigevano».

«SI È SPECULATO sulla sua magrezza», tanto da farla diventare «il cavallo di battaglia di tutte le difese, pure in questo processo». Ma «il capolavoro dei capolavori», come lo chiama Musarò, è il depistaggio architettato nel giro di quattro giorni e poi spacciato al Paese addirittura tramite una informativa al Parlamento dell’allora ministro Angelino Alfano, inconsapevole, che leggerà «l’appunto del 30 ottobre 2009 del comando del gruppo di Roma», partorito appena quattro giorni dopo che Patrizio Gonnella e Luigi Manconi avevano denunciato il caso.

«Cucchi aveva detto che soffriva di celiachia, anemia ed epilessia. La registrazione di quella deposizione l’abbiamo sentita cento volte, ma nella trascrizione diventano epilessia, anoressia, e sieropositività. Fino a due anni fa, tutti, compreso me – continua il magistrato – pensavamo che Cucchi fosse “tossicodipendente in fase avanzata”, perché questa verità è stata spacciata in tutto il Paese. Il ministro ha letto proprio questa frase. Cucchi invece era uscito dalla tossicodipendenza da un anno, stava bene, lavorava e si allenava tutti i giorni».

«MA SE IL MINISTRO va in aula a riferire su una questione che interessa tutto il Paese e dichiara il falso, è di una gravità inaudita». Depistaggi che hanno «toccato picchi da film dell’orrore». Ecco perché il magistrato dell’antimafia chiede alla giuria non pene esemplari, ma pene giuste», specificando che «questo non è un processo all’Arma dei Carabinieri, ma è un processo contro cinque esponenti dell’Arma che nel 2009 violarono il giuramento di fedeltà alle leggi e alla Costituzione, tradendo innanzitutto l’Istituzione di cui facevano e fanno parte». Musarò infatti definisce di «straordinaria importanza la costituzione di parte civile del Comando Generale dei Carabinieri nel cosiddetto processo dei depistaggi» che è scaturito da questo dibattimento e si aprirà il 12 novembre.

Eppure una cosa va detta, anche se scomoda, lampante agli occhi di tutti, forse anche del pm: in quell’aula di giustizia, a processo c’è anche l’impunità pretesa da una certa sottocultura ancora viva e vegeta all’interno delle nostre forze dell’ordine. Forse per questo Ilaria Cucchi (che ha raccontato questi dieci anni in un libro a quattro mani con l’avvocato Fabio Anselmo, Il coraggio e l’amore, in uscita per Rizzoli il 22 ottobre) commenta: «Questo processo riavvicina i cittadini e lo Stato. Io non avrei mai creduto di trovarmi in un’aula di giustizia e respirare un’aria così diversa. Se ci fossero magistrati come il dottor Musarò non ci sarebbe bisogno di cosiddetti eroi o della sorella della vittima che sacrifica dieci anni della sua vita per portare avanti sulle sue spalle quella che è diventata la battaglia della vita».

* Fonte: Eleonora Martini, il manifesto

CAGLIARI. Mentre arriva la notizia della ripresa, il 12 ottobre, delle esercitazioni militari a Capo Frasca, nel sud della Sardegna, il movimento antimilitarista sardo è scosso da una clamorosa iniziativa della procura della Repubblica di Cagliari: cinque militanti cagliaritani sono accusati di «associazione con finalità di terrorismo o eversione all’ordine democratico» nell’ambito dell’inchiesta sulle manifestazioni contro le basi militari in Sardegna organizzate tra il 2014 e 2017, alcune delle quali sfociate in scontri tra antimilitaristi e forze dell’ordine. Gli avvisi di chiusura delle indagini preliminari, compiute dalla Digos della Questura di Cagliari su delega della Direzione distrettuale antiterrorismo (Dda) del capoluogo sardo, sono stati notificati l’altro ieri complessivamente a 45 persone, tra i quali appunto i cinque antimilitaristi. Gli altri 40 sono accusati di reati minori che vanno – a vario titolo – dai danneggiamenti alla resistenza, dalle lesioni alla partecipazione a manifestazione non autorizzata.

Secondo le anticipazioni fornite ieri dal quotidiano l’Unione sarda, le indagini si basano sull’attività svolta dalla questura di Cagliari dopo le manifestazioni avvenute davanti al poligono di Capo Frasca, del Salto di Quirra e di Decimomannu tra il 2014 e il 2017, ma anche presunti episodi di danneggiamento contro Poste italiane, banche e Rwm, la fabbrica di armamenti di Domusnovas. L’inchiesta coinvolge molti personaggi di spicco dell’antimilitarismo sardo. I reati più gravi vengono contestati Roberto Bonadeo e Valentina Maoret, 32 e 36 anni, ritenuti dal sostituto procuratore Guido Pani promotori di «un’associazione con finalità di terrorismo o eversione dell’ordine democratico che si propone il compito gli atti di violenza».

Con loro sono indagati per lo stesso reato – anche se non sono ritenuti gli organizzatori – Gianluca Berutti (39 anni), Marco Desogus (25) e Davide Serra (26). Tra i 40 indagati per reati minori, c’è il 63enne Giuliano Deroma, ex brigatista, finito nel fascicolo della Digos di Cagliari con altre trenta persone, in particolare per gli scontri avvenuti durante una manifestazione organizzata davanti alla base di Decimomannu l’11 giugno 2015.

La chiusura dell’inchiesta sulle manifestazioni contro le basi militari arriva a poche settimane dalla ripresa delle esercitazioni militari nell’isola, prevista per il 12 ottobre nel poligono di Capo Frasca. Per quella data il movimento antimilitarista sardo ha indetto una manifestazione «contro l’occupazione militare della Sardegna», confermata ieri dalle quaranta sigle di associazioni, movimenti e comitati che compongono il fronte antibasi.Con una dichiarazione rilasciata al sito di informazione on line Sardiniapost, gli avvocati dei militanti antimilitaristi rispondono alla procura: «I soggetti interessati sono appartenenti a svariate aree politiche ma tutti accomunati dall’impegno contro l’occupazione militare della Sardegna – commentano i legali dall’associazione Libertade -. Le gravi contestazioni mosse dal pubblico ministero assumono una portata molto preoccupante, in quanto riferite a condotte poste in essere dagli indagati nella legittima, pacifica e meritoria attività politica di sensibilizzazione e riconoscimento delle gravi conseguenze ambientali e alla salute provocate dalle esercitazioni militari svolte all’interno dei poligoni sardi».

Secondo i legali, le accuse riguardano l’organizzazione di «manifestazioni (avvenute nel 2014, 2015, 2016 e 2017) che si svolsero in maniera assolutamente pacifica; di aver organizzato campeggi definiti antimilitaristi, nei quali vengono svolte attività di informazione e approfondimento del tema; di resistenza ai pubblici ufficiali, benché sia noto che in quelle occasioni furono le forze dell’ordine a rinchiudere i manifestanti, tra cui donne e bambini, all’interno di cordoni ingiustificati». «Impossibile non notare che l’apertura di procedimenti penali relativi a fatti di quattro anni fa arrivi a pochi giorni dalla nuova manifestazione di Capo Frasca – sottolinea, sempre su Sardiniapost, l’avvocata Giulia Lai, anche lei dell’associazione Libertade -. I quarantacinque indagati appartengono a sigle e gruppi diversi nel variegato mondo di chi si oppone alla presenza delle basi militari in Sardegna, difficile capire come nel provvedimento che li riguarda si voglia pensare a un’organizzazione comune. Crediamo che l’intento sia quello di cercare di frenare le persone coinvolte nell’inchiesta e magari di spingere i cittadini a non partecipare alle iniziative del movimento per paura di ripercussioni».

* Fonte: Costantino Cossu, il manifesto

Adesso potrebbe tornare in libertà (vigilata) in attesa della sentenza definitiva

«Grazie alla mobilitazione popolare e al lavoro della difesa abbiamo evitato che Vincenzo Vecchi fosse estradato in Italia oggi stesso. Adesso confidiamo nella sua scarcerazione fino alla sentenza definitiva», afferma l’avvocato Maxime Tessier, uno dei due legali del 46enne italiano arrestato l’8 agosto scorso in Francia per gli strascichi delle vicende giudiziarie legate al G8 di Genova del 2001.

IERI POMERIGGIO si è tenuta a Rennes, nella regione nordoccidentale della Bretagna, la seconda udienza per l’ultimo manifestante riuscito a fuggire dalle pesantissime condanne rese esecutive dalla Cassazione il 13 luglio 2012. A Vecchi erano stati inflitti 12 anni e mezzo. Insieme a lui altri nove manifestanti, tutti giudicati colpevoli di «devastazione e saccheggio» per un totale di oltre 100 anni di carcere. Una sentenza che in tanti hanno definito una «vendetta di Stato».

DOPO LA SENTENZA l’uomo si era reso irreperibile, al pari di Jimmy Puglisi e Luca Finotti arrestati rispettivamente nel 2013 e nel 2017 in Spagna e Svizzera. In passato Vecchi aveva ricevuto anche un’altra condanna con lo stesso capo d’imputazione per gli scontri avvenuti durante un corteo antifascista a Milano, l’11 marzo 2006. In quel caso, era stato arrestato in flagranza di reato, ma tra la prigione preventiva, alcune misure cautelari e un successivo indulto ha di fatto scontato la sua pena. La latitanza dell’uomo è finita due settimane fa nel piccolo comune di Rochefort en Terre, dove viveva da circa otto anni.

«LA CORTE ha accettato la richiesta di integrazione di informazioni presentata dalla difesa nella precedente udienza del 14 agosto – continua l’avvocato Tessier – Nel mandato d’arresto europeo ci sono diverse lacune e manca perfino la sentenza definitiva sui fatti di Genova. Inoltre la giustizia italiana deve chiarire se quella condanna è ancora esecutiva ed eventualmente quali condizioni di detenzione affronterebbe Vecchi. Ha tempo fino a ottobre». Un’altra mezza buona notizia è arrivata rispetto all’istanza di scarcerazione. «Il giudice non ha detto sì, ma non l’ha neanche rifiutata», afferma Tessier. Nei prossimi giorni il ministero della Giustizia francese effettuerà dei controlli nel paesino in cui risiedeva Vecchi, per verificare le garanzie di alloggio offerte da numerosi amici e la possibilità di utilizzare il braccialetto elettronico per la sua sorveglianza. Su questo punto la decisione dovrebbe arrivare il 24 settembre.

FUORI DAL TRIBUNALE di Rennes si sono radunate circa 200 persone, come durante la prima udienza, che hanno accolto positivamente le novità presentate dagli avvocati. Tanti gli striscioni e i cartelli agitati dai manifestanti riuniti con lo slogan: «Né estradizione, né prigione». Subito dopo le comunicazioni, la piazza ha intonato forte il coro: «Libérez Vincenzo». Un piccolo presidio di solidarietà si è tenuto in contemporanea anche a Milano, mentre in diverse città, tra cui Parigi e Morlaix, sono stati appesi striscioni che chiedono la liberazione dell’uomo.

LA MOBILITAZIONE è alimentata dal comitato «Soutien Vincenzo» nato immediatamente dopo l’arresto che ha scioccato la tranquilla comunità di Rochefort en Terre. Nel comune vivono poco più di 600 abitanti e la notizia che uno di loro era stato prelevato da numerosi agenti di polizia la mattina presto, mentre andava a lavoro, è corsa rapidamente di bocca in bocca. Prima gli amici, poi i conoscenti e tanti altri compaesani si sono organizzati per dare sostegno a Vecchi, stabilendo il loro quartier generale nel Café de la pente, uno spazio associativo e solidale. Proprio qui l’uomo partecipava a numerose attività culturali e sociali che lo hanno reso un membro apprezzato della comunità locale. I portavoce del comitato lo descrivono come una persona pacifica e cordiale, immagine ben lontana da quella fornita dai giudici italiani nelle carte dei processi che lo hanno visto coinvolto.

* Fonte: Giansandro Merli, IL MANIFESTO

C’è un altro motivo, oltre al «tradimento» sull’Alta velocità, destinato ad allontanare ancora di più il movimento No Tav dal M5S: il fatto che i pentastellati hanno condiviso con la Lega il decreto sicurezza bis entrato in vigore il 15 giugno e che – a giudizio di molti giuristi – rappresenta un pericolo per la libertà di manifestare. A partire dai cortei contro la Tav in Val di Susa.

I primi a farne le spese potrebbero essere i 48 manifestanti denunciati il 27 luglio scorso al termine della manifestazione durante la quale è stato manomesso il cancello di Giaglione. Per ora la contestazione riguarda solo la violazione dell’ordinanza prefettizia che dal 2011 vieta l’accesso ai terreni limitrofi al cantiere, ma non è detto che nuove accuse non possano arrivare al termine delle indagini. E in tal caso i conti andrebbero fatti con le nuove norme licenziate lunedì dal Senato. Ecco cosa prevedono.

USO DEL CASCO Inasprite le pene per chi, nel corso di una manifestazione, fa uso del casco o di qualunque altro mezzo che renda difficoltoso il riconoscimento. Le nuove pene prevedono la reclusione da due a tre anni e un’ammenda da 2.000 a 6.000 euro.

USO DI BASTONI E BENGALA Reclusione da uno a quattro anni per chi, nel corso di una manifestazione, lancia o utilizza illegittimamente razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi, strumenti per l’emissione di fumo o di gas visibile o in grado di nebulizzare gas contenenti principi urticanti. ma anche per chi utilizza bastoni, mazze, oggetti contundenti o comunque atti a offendere.

RESISTENZA E OLTRAGGIO Diventa un’aggravante il reato di violenza o minaccia, resistenza o violenza a pubblico ufficiale.

DANNEGGIAMENTO Pene da uno a cinque anni per chiunque nel corso di una manifestazione distrugga, disperda o comunque danneggi beni mobili o immobili altri.

* Fonte: IL MANIFESTO

Epaminondas Korkoneas, il poliziotto che il 6 dicembre 2008 sparò e uccise Alexis Grigoropoulos (15 anni) nel quartiere ateniese di Exarchia, è tornato in libertà. Lunedì 29 maggio il tribunale d’appello di Lamìa ha trasformato l’ergastolo emesso in primo grado in una condanna a 13 anni. Il pubblico ministero ne aveva chiesti 15. Grazie a uno sconto di pena per attività lavorative svolte durante gli 11 anni di detenzione, l’uomo è stato scarcerato il giorno seguente. Assolto completamente Vasilis Saraliotis, il collega che si trovava con Korkoneas al momento dell’omicidio. In primo grado era stato condannato a 10 anni. Ne ha scontato solo uno. In base alla legge greca, l’appello alla Corte suprema sarà possibile solo se richiesto dal Pm.

«Questa sentenza armerà le mani dei prossimi Korkoneas», ha dichiarato alla stampa Zoe Kostantopoulou, presidente del parlamento greco durante il primo governo Syriza e legale della famiglia Grigoropoulos insieme al padre Nikos. «Era chiaro che sarebbe andata così – dice al manifesto Yorgos Thalassis, preside della scuola frequentata dal ragazzo e testimone al processo – L’atteggiamento dei giudici è stato inequivocabile sin dall’inizio. È un segnale di impunità a tutte le forze dell’ordine».

Il governo di Nea Demokratìa, insediatosi il 9 luglio scorso, ha attribuito le responsabilità della decisione al nuovo codice penale votato dal precedente esecutivo di Alexis Tsipras ed entrato in vigore un mese fa. La normativa è frutto di un lungo lavoro portato avanti negli anni da giuristi di diverse ispirazioni politiche con lo scopo di abbassare le pene, che per alcuni reati erano le più alte in Europa, e garantire maggiori tutele a indagati e condannati. Dopo la riforma, il reato di omicidio volontario è punito con un massimo di 15 anni di carcere se l’autore del crimine è incensurato e ha condotto una vita onesta ed esemplare fino al fatto.

«Quest’attenuante esisteva anche nel vecchio codice penale, ma in primo grado non era stata riconosciuta – continua Thalassis – Il nodo è un altro: averla concessa a un poliziotto che dai colleghi era chiamato Rambo. Dopo aver ucciso Alexis, Korkoneas ha telefonato a casa sua e ha detto: “È successo qualcosa, tornerò tardi”. Era sicuro dell’impunità. Pensava di aver colpito un ragazzo dei quartieri poveri che non sarebbe stato difeso da nessuno. Invece la famiglia del 15enne ha avuto la possibilità di pagare perizie balistiche e spese legali e smontare le menzogne diffuse dalla polizia».

L’omicidio del ragazzo scatenò un’ondata di rivolte che ebbero come epicentro il quartiere di Exarchia, entrato così nella mitologia dei movimenti radicali europei, e da lì si diffusero in tutta la Grecia. Furono occupate scuole e università quasi ovunque. Insieme alla rabbia e alla violenza dei cortei più determinati esplose una grande creatività tra i giovani greci e si moltiplicarono le forme di autorganizzazione e le reti di solidarietà. «È stata un’esperienza cruciale per i movimenti contro l’austerity che sono nati negli anni successivi – racconta Yorgos Maniatis, attivista della Rete per i diritti politici e sociali – È strano ripensarci con una prospettiva storica: quelle enormi mobilitazioni preludevano a qualcosa che stava per accadere in tutta Europa, ma sono avvenute quando la crisi economica ancora non c’era».

Alle 20 locali di ieri i gruppi del movimento greco si sono dati appuntamento all’incrocio tra via Tzavella e Messologiou, sul luogo dell’omicidio. Nonostante il caldo afoso, oltre mille persone hanno sfilato in corteo, nella prima mobilitazione dall’insediamento del governo di Nea Dimokratìa.

* Fonte: Giansandro Merli, IL MANIFESTO

E’ questa la conclusione che possiamo e dobbiamo trarre a tanta distanza dai fatti, se consideriamo che la polizia reale non ha mai rinnegato gli atti e i fatti della Diaz

 

Mauro Biani l’altro giorno ha ricordato sul Manifesto Andrea Camilleri, appena scomparso, con una vignetta che cita un brano del suo romanzo, il settimo dedicato alla serie del commissario Montalbano, «Il giro di boa», uscito nel 2003.

«Ad assaltare quella scuola, la Diaz», osserva il commissario Montalbano, «e a fabbricare prove false non è stato qualche agente ignorante e violento, c’erano questori e vicequestori, capi della mobile e compagnia bella». Biani titola la vignetta «Quando Montalbano provò a salvare l’onore della polizia, dello stato», e in effetti proprio di questo si è trattato: un tentativo nobile, quanto destinato all’insuccesso. Del resto, come poteva un poliziotto immaginario compiere simile impresa, al cospetto dell’indifferenza e dell’arroganza della polizia reale?

Camilleri inizia il romanzo con il commissario che ascolta al telegiornale la notizia in arrivo da Genova: la procura, dice la giornalista, si è convinta, anzi si è fatta «pirsuasa», per citare letteralmente Camilleri, «che le due bombe molotov, trovate nella scuola, erano state portate lì dagli stessi poliziotti per giustificare l’irruzione».

Segue la reazione del commissario, nella quale si condensa la denuncia di Camilleri. Montalbano, scrive lo scrittore, era restato «assittato» sulla poltrona, «privo della capacità di pinsari, scosso da un misto di raggia e di vrigogna, assammarato di sudore».

Camilleri affida a Montalbano il compito di esprimere lo sdegno di un poliziotto onesto e leale che rigetta non solo le violenze gratuite della Diaz ma anche e soprattutto le menzogne organizzate per occultare i fatti e negare le responsabilità. Montalbano per Camilleri incarna la polizia come dovrebbe essere e come in quel frangente non fu. Il commissario ci dorme sopra, poi parla al telefono con Livia e le annuncia: «Mi dimetto. Domani vado dal questore e gli presento le dimissioni. Bonetti-Alderighi ne sarà contento».

Si può dire che questo dirompente avvio de «Il giro di boa» è al tempo stesso una testimonianza e un atto d’accusa. Testimonianza di quella polizia democratica e consapevole che Montalbano è chiamato a rappresentare, un atto d’accusa verso i vertici del corpo, che il gesto delle dimissioni, in quel momento dovute secondo decenza ed etica costituzionale, si guardarono bene dal compiere.

«Il giro di boa» prosegue con Montalbano che si lascia convincere dai collaboratori più stretti a non lasciare il campo, dopo un breve scambio con Mimì Augello, che gli ricorda le violenze di Napoli nel marzo 2001, in epoca di centrosinistra, e spinge Montalbano a replicare: «Credi che non ci abbia riflettuto, Mimì? Vuol dire che tutta la faccenna è assai più grave. Che questa lurdia è dintra di noi». «E fai questa bella scoperta solo oggi?», replica Mimì. «Tu che hai leggiuto tanto? Se te ne vuoi andare, vattene. Ma non ora».

Montalbano non se ne va, naturalmente, e la storia prosegue, ma ne deriva una constatazione amara e al tempo stesso illuminante: Montalbano, in quella fase delicata delle inchieste, è l’unico poliziotto in vista a prendere pubblicamente la parola e dire la verità.

A indicare la via maestra: ammettere le proprie responsabilità, collaborare con la magistratura, dimettersi. Nel 2003, anno di uscita del romanzo, non sono ancora cominciati i processi, l’inchiesta, tecnicamente parlando, è ancora in divenire: la sentenza di primo grado nel processo Diaz è del 2008, quella di appello del 2010, il giudizio definitivo della Cassazione del 2012.

Montalbano è l’unico poliziotto importante a dire la verità per la precisa ragione che è un poliziotto inesistente: è questa la conclusione che possiamo e dobbiamo trarre a tanta distanza dai fatti, se consideriamo che la polizia reale non ha mai rinnegato gli atti e i fatti della Diaz (il menzognero verbale d’arresto, per dire, non è mai stato ritirato né sconfessato ufficialmente); nessuno, fra gli imputati, ha davvero ammesso le proprie responsabilità; nessuno, fra gli alti dirigenti di polizia, ha mai espresso uno sdegno paragonabile a quello di Montalbano.

Il quadro è desolante e la vignetta di Mauro Biani ce lo ricorda per contrasto: da un lato la reazione forte e leale del poliziotto immaginario, dall’altro la miseria della realpolitik nella polizia di stato, assai lontana dai canoni morali del commissario di Vigàta.

Nella prefazione al libro «L’eclisse della democrazia» che il sottoscritto pubblicò nel 2011 con Vittorio Agnoletto, Camilleri annotò che tutti i condannati in secondo grado erano rimasti al loro posto: «Tutto questo – scrisse – perché in Italia vige sì la presunzione di innocenza, ma non vige la presunzione dell’imbarazzo, della vergogna nel venire smascherati e continuare a occupare lo stesso posto». Alla fine l’imbarazzo e la vergogna, con Montalbano e Camilleri, sono i sentimenti che proviamo tutti noi, semplici cittadini e testimoni di questa vicenda, di fronte agli uomini di potere.

*Comitato Verità e Giustizia per Genova

* Fonte: Lorenzo Guadagnucci,  IL MANIFESTO

Foto: La vignetta di Mauro Biani dal manifesto

Premessa

Questo testo riprende l’intervento alla Giornata di studio e di confronto su “Lo stato penale di polizia: modello di gestione dell’ordine sociale e programma politico in atto”, del 19 luglio 2019 al CAP di Genova (organizzata da Haidi Giuliani e Italo di Sabato di Osservatorio Repressione in occasione del 18 anniversario del G8 di Genova)[1]. Pur condividendo la maggior parte degli interventi dei diversi relatori, si propone qui un rovesciamento del discorso oggi dominante quindi dell’approccio[2] per un efficace smascheramento del pseudo sovranismo-populismo che agita false insicurezze per nascondere quelle che colpiscono la maggioranza della popolazione e di cui è corresponsabile.

  1. Il banale ma assassino gioco del pseudo sovranismo-populismo

Appare innanzitutto necessario precisare che il cosiddetto sovranismo-populismo non ha nulla di sovranismo e gioca solo su un populismo sfacciatamente demagogico che aizza le aspettative o la difesa dei privilegi neocoloniali di una parte degli abitanti dei paesi dominanti. Questo sovranismo è del tutto fasullo perché totalmente subordinato alle logiche liberiste quindi agli interessi e strategie delle lobby e multinazionali che non sono per nulla nazionali e assoggettano gli stati a tali logiche. L’esempio più eloquente è l’accanito sostegno di Salvini alle grandi opere così come alle scelte NATO e in genere alle richieste delle lobby e delle multinazionali, orientamento che lo accomuna all’ex-sinistra (PD) che quindi non può proporsi come alternativa all’attuale governo. Ricordiamo che il nazismo e il fascismo erano sovranisti nel senso che lavoravano innanzitutto per i grandi gruppi capitalisti allora nazionali e il loro populismo consisteva nel promettere benessere attraverso la conquista del dominio su scala europea e mondiale, così come peraltro fecero gli Stati Uniti partecipando alla Ia e soprattutto alla IIa guerra mondiale. Il gioco dei pseudo sovranisti-populisti di oggi assomiglia a quello dei power-brokers, ossia gli intermediari di potere che oggi cercano di negoziare la loro subalternità alle strategie liberiste transnazionali in cambio di una relativa autonomia di gestione della società nazionale/locale. È il gioco che da sempre hanno praticato le classi dominanti locali spesso di tipo mafioso ed è in tale contesto che si spiega il mercanteggio che cercano di praticare i vari Erdogan o Salvini con le principali potenze dominanti cioè Stati Uniti, Russia e Cina, in assenza di un’Europa politica che però è dominante sul piano finanziario-monetario insieme al FMI e la Banca Mondiale, la troika comunque fortemente condizionata dalle lobby mondiali. Rischia anche di essere fuorviante dire che con i sovranisti-populisti c’è passaggio a uno stato penale o stato di polizia o al fascismo: pseudo-democrazia e fascismo o stato d’eccezione autoritario coesistono sempre! Come segnala J. Davis (1989)[3] la criminalizzazione con l’uso dei fogli di via è una vecchia pratica che si usava con persino con gli immigrati dell’interno nei periodi di recessione e come ricorda Simonetta Crisci nel suo intervento questo uso riguardava anche i solidali per esempio i giovani che erano andati a soccorrere i terremotati dell’Irpinia nel 1981 (sulla criminalizzazione dei NOTAV vedi Novaro[4], su quella dei NO-MUOS vedi Mazzeo). Nel suo intervento Novaro -giustamente- non condivide il discorso sul diritto penale del nemico, che secondo lui riguarda casi come quello della Palestina, mentre nel caso della criminalizzazione dei presunti sovversivi no-grandi opere bastano le modalità che permettono l’anamorfosi dello stato di diritto[5], ossia la possibilità di modificare a piacimento lo stesso quadro normativo e anche quella di passare dal legale all’illegale e viceversa. Peraltro, basta osservare che nella stessa città alla stessa ora dello stesso giorno, in qualche caso operatori delle polizie arrivano a praticare violenze e persino torture mentre in un’altra parte della città altri loro colleghi sono paternalisti o persino antirazzisti o antifascisti. Lo stesso vale per quanto riguarda il sistema elettorale o il governo per decreti, tutte misure adottate in continuità dall’ex-sinistra e dalle destre. Il liberismo ha ancora di più accentuato il carattere fasullo del cosiddetto stato di diritto democratico che non a caso possono invocare tutti i partiti … a piacimento.

Un populismo per garantire benefici alle cerchie sociali dominanti sulla pelle di chi non ha tutele

Il populismo degli attuali pseudo sovranisti è del tutto fasullo proprio perché non possono offrire effettive tutele alla popolazione nazionale: il liberismo, cioè gli interessi delle lobby che difendono, è antitetico a queste tutele. E ciò appare evidente non appena si mettono a fuoco le insicurezze ignorate (ignorate anche da chi -come noi stessi- da decenni lavora alla critica anche radicale del sicuritarismo, della tolleranza zero e della riproduzione delle guerre permanenti). Le principali insicurezze ignorate sono nascoste nella mortalità da malattie da contaminazioni tossiche, incidenti sul lavoro e condizioni di lavoro e di vita prive di tutele indispensabili quali quelle dei lavoratori  (italiani e stranieri) delle economie sommerse costretti alla neoschiavitù.

 Di cosa si muore?

Secondo le statistiche ufficiali[6], ogni anno in tutto il mondo muoiono oltre 53 milioni di persone (probabilmente 60 milioni) di cui 115.449 in guerre, 34.871 per terrorismo, 390.794 per omicidi e 52.675.000 (il 99%) per malattie da contaminazioni, malnutrizione, assenza cure, incidenti sul lavoro, disastri ambientali ecc. Nei paesi dell’Europa occidentale non si hanno morti per guerre e pochi per terrorismo e per omicidi e disastri ambientali; si ha più o meno lo stesso tasso di mortalità annuo che è di circa 1000 per 100 mila abitanti, mentre nei paesi dell’Est si arriva a 1500. In Italia nel 2017 sono state registrati 649.061 decessi (dato Istat) in maggioranza dovuti a malattie da contaminazioni tossiche (si vive più a lungo ma da malati come appunto vogliono le lobby farmaceutiche e della sanità privata) [7]. Anche nei vecchi paesi dell’Europa occidentale e in Italia la maggioranza dei decessi è dovuta a malattie da contaminazioni o incidenti sul lavoro. In altre parole si tratta di vittime di reati sanitari-ambientali ed economici che non sono per nulla né prevenuti né perseguiti. Tutti i governi di destra e anche dell’ex-sinistra e in particolare i signori Minniti e Salvini si sono ben guardati dall’orientare le agenzie di prevenzione e controllo e le forze di polizia verso il contrasto di queste insicurezze ignorate.  Nei fatti nessun partito osa farlo perché una rilevante parte dell’elettorato trae benefici da tali reati (si stima a circa 10 milioni di elettori). Si tratta quindi dei cosiddetti illegalismi tollerati a beneficio degli elettori che sanno farsi tutelare le loro pratiche illegali, cosa che permette gli illegalismi ben più criminali dei dominanti. Il gioco di Minniti prima e di Salvini ora è sfacciatamente quello della distrazione di massa: si parla di insicurezze attribuite a marginali o ultrà o presunti sovversivi (soprattutto se disturbano le grandi opere) oppure al “nemico di turno” più facile, cioè gli immigrati e si nascondono così le gravi responsabilità delle lobby, dello stato e dei dominanti che fanno morire per condizioni di lavoro e di vita soggette a contaminazioni tossiche o disastri sanitari-ambientali o incidenti sul lavoro (per non inficiare la produttività). In Italia fra precariato e lavoro semi-nero o del tutto nero o da neo-schiavi si contano circa otto milioni di persone (italiani e immigrati) e nella maggioranza dei casi le economie sommerse stanno al nord, cioè nella pianura padana, feudo leghista e prima in parte del PD. Eppure si sa che si tratta non solo di supersfruttamento e neoschiavitù (da anni ci sono persino tanti video-documentari -emblematico quello sulla Valle della gomma su youtube) ma anche di evasione contributiva e fiscale e di collusioni con la criminalità organizzata oltre che spesso di corruzione di operatori delle agenzie di prevenzione e controllo (ispettorati del lavoro e ASL ecc.) e di operatori delle forze di polizia e delle amministrazioni locali (vedi nota 7). Salvini sa bene che buona parte dei suoi elettori si nutrono di queste economie sommerse che schiavizzano immigrati e ottiene consensi perché di fatto auspica immigrati senza diritti, cioè usa-e-getta a piacimento.  È appunto l’ideale neocoloniale che fa sognare a una parte degli italiani e degli europei come degli americani più privilegi e profitti a danno di chi non ha alcuna tutela (così come avviene per gli immigrati negli Emirati e in Arabia Saudita). È qui che si svela l’impostura di Salvini e dei sovranisti: altro che “prima gli italiani”! Lavorano solo per chi trae benefici da un regime che lascia morire chi non fa parte delle cerchie sociali alle quali sono concesse gli illegalismi tollerati. Per questo Salvini ha anche detto che garantisce “mani libere alle polizie” per perseguire chi si ribella o cerca di sottarsi al supersfruttamento e neoschiavitù e persino chi è solidale con le vittime delle insicurezze ignorate, dei soprusi e angherie di caporali e padroncini padani e meridionali.

Lasciar morire (tanatopolitica) e neanche più lasciar vivere (la tradizionale biopolitica)

Come suggeriva Foucault, da sempre i dominanti hanno governato usando sia la tanatopolitica che biopolitica (questa per riprodurre manodopera, cittadini che pagano le tasse e carne da macello da mandare in guerra). Ma nel contesto attuale appare sempre più evidente che tende a prevalere la tanatopolitica sia perchè il liberismo non vuol concedere alcun diritto e punta all’esasperata massimizzazione dei profitti, sia perché pensa di sfruttare il cosiddetto aumento incontrollato della popolazione mondiale e le migrazioni disperate che sussumono tutti i disastri sanitari-ambientali ed economici provocati dalle lobby e multinazionali, dalla troika e dal gioco delle guerre permanenti alimentate da un aumento perpetuo della produzione e del commercio di armamenti che spesso alimenta terrorismi e le pseudo guerre locali[8]. L’ideale liberista e anche dei pseudo-sovranisti-populisti alla Salvini e Trump è di poter fare qualsivoglia uso degli “umani a perdere” (siano essi anche loro connazionali e ancora meglio se immigrati). E non mancano militari e esperti di geo-ingegneria che lavorano a “guerre climatiche” (camuffate come guerre stellari) che dovrebbero poter eliminare qualche miliardo di umani[9]. La morte dei migranti durante i loro tentativi di migrare e anche dopo fa parte del quasi genocidio in corso a livello mondiale (vedi sopra dati sulla mortalità). Le migrazioni di oggi sono disperate perché scappano da territori diventati invivibili proprio a causa delle devastazioni provocate dalle lobby e multinazionali o a causa diretta e indiretta delle pseudo guerre locali alimentate dai paesi dominanti (fra i quali anche l’Arabia Saudita e gli Emirati).

La moltiplicazione delle resistenze

  Come suggerito da alcuni interventi a questa giornata di studio, per capire meglio il senso delle modalità repressive odierne occorre passare in rassegna tutte le diverse pratiche adottate da polizie e magistratura (vedi in particolare gli interventi di Crisci e Novaro); non si tratta di una facile neutralizzazione dell’antagonismo e delle solidarietà dovuta alla frammentazione delle lotte. Questa frammentazione è propria alla molteplicità delle azioni criminali dei dominanti (dalle grandi opere, alle economie sommerse, dal lasciar morire gli immigrati alla violenza contro i solidali ecc.). Ma per capire le tendenze occorre anche guardare alle esperienze in altri paesi e in particolare in Francia dove s’ è ormai imposta la polizia più violenta d’Europa[10].  Già prima di Macron di fronte ai gilet gialli, nella sua corsa a superare Sarkozy, Valls aveva innescato la deriva violenta della polizia francese persino in occasione del 1° Maggio del 2015[11]. Di fronte ai gilets gialli il regime Macron ha scelto modalità particolarmente violente che hanno ridotto al minimo gli ammazzati dalla polizia in piazza ma hanno provocato una quantità abnorme di feriti gravi con conseguenze invalidanti a vita (si veda il dossier compilato da Médiapart: https://www.mediapart.fr/journal/france/dossier/notre-dossier-gilets-jaunes-la-revolte-des-oublies). Ciò adottando sia agenti provocatori in “borghese” e soprattutto nuove tecnologie fra le quali flashball, bombe lacrimogene di dispersione ecc. (80% degli operatori di polizia responsabili di violenze contro i gilets jaunes sono di estrema destra: https://www.facebook.com/SyndicatFrancePolice/posts/2208141939304248?comment_id=2209385749179867&comment_tracking=%7B%22tn%22%3A%22R%22%7D)   Di fronte a tali violenze i gilets gialli hanno finito per difendersi con modalità che si confondono con quelle abitualmente attribuite ai black bloc. Comme hanno detto tanti gilets gialli, l’unico modo per farsi ascoltare da un potere che vuole assolutamente rifiutare di concedere le loro rivendicazioni è quello di agire come i black bloc (cfr. https://www.mediapart.fr/journal/france/160319/gilets-jaunes-et-black-blocs-relancent-la-bataille-des-champs?onglet=full). Una tendenza che s’è imposta vista l’incapacità dei sindacati e della sinistra francese -in particolare del fallimentare Mélenchon- di capire e stare veramente con i gilet gialli (https://www.la-croix.com/Economie/France/syndicats-interpelles-vague-gilets-jaunes-2019-02-04-1201000182) e vista l’ignobile genuflessione degli intellettuali francesi che sono andati a farsi sermonare da un Macron che si prende per un neo-re di Francia (https://www.mediapart.fr/journal/france/190319/macron-et-les-intellos-le-charme-discret-de-la-courtisanerie?onglet=full). In altre parole non si tratta più di essere pro o contro i black bloc, è la modalità di questi che sembra imporsi di fronte a un dominio liberista che nega ogni effettiva negoziazione (si vedano alcuni articoli su https://lundi.am/). E’ una prospettiva che probabilmente prima o poi si generalizzerà in tutti i paesi, fra tutte le Resistenze al violento dominio liberista che pensa di poter abusare dell’asimmetria di potere a suo vantaggio (http://effimera.org/lo-spettro-del-xxi-secolo-sulla-repressione-del-corteo-parigino-del-primo-maggio-vittorio-sergi-salvatore-palidda/).

Note:

[1] Sono intervenuti Livio Pepino, Gianluca Vitale, Cesare Antetomaso, Simonetta Crisci, Marco Lucentini, Francesco Romeo (da confermare), Giovanni Russo Spena, Arturo Salerni, nella prima sessione e nella seconda: Caterina Calia, Maria Luisa D’Addabbo, Salvatore Palidda, Alessandra Ballerini, Sandra Berardi, Ornella Favero, Eleonora Forenza, Luca Greco, Luisa Mondo.

[2] Per rovesciamento del discorso dominante alludo qui al lavoro di decostruzione del discorso dei dominanti che suggerisce Foucault

[3] J. Davis Legge e ordine. Autorità e conflitti dal 1790 al 1900, F. Angeli, 1989

[4] C. Novaro, “Repressione giudiziaria e movimenti. Gli anarchici, i processi, le regole”, https://volerelaluna.it/societa/2019/07/09/repressione-giudiziaria-e-movimenti-gli-anarchici-i-processi-le-regole/.

[5] Palidda, https://www.academia.edu/33997534/Lanamorphose_de_lEtat_de_droit.pdfhttps://www.alfabeta2.it/2016/05/29/12960/

[6] Da notare che da sempre le istituzioni preposte a questo scopo adottano una modalità palesemente volta a mascherare l’impressionante portata di queste statistiche cioè per nascondere le responsabilità del 99% dei decessi: Così si danno sempre dati scomposti per “cause” della mortalità che apparentemente possono sembrare non dovute a contaminazioni tossiche o a conseguenze di condizioni di vita e di lavoro che uccidono; si sa per esempio che le malattie cardiovascolari o di respirazione o anche il Parkinson e la demenza senile o l’Alzheimer e tante altre sono conseguenza di contaminazioni tossiche e dell’assenza di tutele vedi https://ourworldindata.org/causes-of-death; per quanto riguarda l’UE (https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/-/DDN-20180314-1?inheritRedirect=true). Nei paesi della vecchia Comunità europea (cioè quelli occidentali) si ha più o meno lo stesso tasso di mortalità annuo che è di circa 1000 per 100 mila abitanti mentre nei paesi dell’Est si arriva a 1500. In Italia nel 2017 sono state registrati 649.061 decessi (dato Istat). Anche nei vecchi paesi dell’Europa occidentale la maggioranza dei decessi è dovuta a malattie da contaminazioni o incidenti sul lavoro e in genere ad assenza di tutele.

[7] Vedi Resistenze ai disastri sanitari-ambientali ed economici in Mediterraneo

[8] http://effimera.org/la-guerra-alle-migrazioni-ovvero-la-sussunzione-tutti-disastri-della-deriva-neo-liberista-politico-totale-salvatore-palidda/

[9] Vedi «James Lovelock : “Dieci anni fa ero certo che le emissioni di CO2 e il global warming non ci avrebbero dato scampo”, Rebubblica, 02/10/2016; in francese: http://terredecompassion.com/2016/11/04/rechauffement-climatique-james-lovelock-nest-plus-inquiet/#_ftn2http://effimera.org/aporie-demo-politiche-approdo-delleuropa-alla-tanatopolitica-salvatore-palidda/ e anche Rosalie Bertell, Planet EarthThe Newest Weapon of War, 2010; A. Mazzeo, 2012 : L’arma perfetta per i conflitti del XXI secolo; e https://www.youtube.com/watch?v=GYvN4C6QdVM

[10] http://www.osservatoriorepressione.info/perche-la-polizia-francese-diventata-la-piu-violenta-europa-occidentale/

[11] La similitudine fra la continuità di Sarkozy e Valls e ora Castagner e quella fra Minniti e Salvini è emblematica

 

* Fonte: Salvatore Palidda, Osservatorio repressione

Genova. Centinaia di persone furono picchiate come il cronista di Repubblica per strada senza motivo e spesso anche arrestate

Il pestaggio di giovedì ci consegna una polizia di stato vittima dei suoi antichi fantasmi, ancora a disagio con i limiti tipici delle democrazie più sane. Siamo ancora distanti dal voltare pagina

Con una semplice operazione di taglia e incolla potremmo prendere le sequenze del pestaggio inflitto a Genova al giornalista di Repubblica Stefano Origone e inserirle in uno dei tanti documentari sul G8 di Genova 2001.

Decine, forse centinaia di persone furono picchiate come lui per strada senza motivo e spesso anche arrestate. Fra tanti episodi, documentati anche in tribunale, potremmo ricordare i pestaggi di piazza Manin, poco lontano dal luogo dell’aggressione al cronista di Repubblica: numerosi attivisti della Rete Lilliput furono aggrediti, picchiati, portati via.

Di fronte all’ipotetico taglia e incolla non ci accorgeremmo del trucco, perché trucco in fondo non c’è. Se nel 2019 assistiamo a scene che sembrano del 2001 è perché la polizia di stato non ha mai davvero considerato con vergogna e quindi rinnegato la polizia di Genova G8.

Perciò non possiamo sorprenderci troppo di fronte alla vicenda del cronista di Repubblica e semmai dovremmo domandarci se ci sarebbe stata altrettanta eco mediatica se al posto di Origone ci fosse stata un’altra persona, un anonimo cittadino senza tessera dell’ordine dei giornalisti.

Ce lo dovremmo chiedere anche per le incredibili – letteralmente non credibili – affermazioni lette sui giornali, cioè che il pestaggio sarebbe stato fermato da un vicequestore perché questi avrebbe riconosciuto il giornalista. Non può essere andata così; se tale ricostruzione fosse vera, significherebbe che il pestaggio di un uomo a terra, già ridotto all’impotenza, sarebbe proseguito se si fosse trattato di una persona comune, fuori dalle conoscenze del vicequestore.

Il quadro sarebbe anche più grave di come appare, ma siamo certi che il cronista e il vicequestore smentiranno davanti ai magistrati questa ricostruzione. Allarma tuttavia che essa sia fatta propria da media, politici e osservatori vari, come se l’atto di fermare un brutale pestaggio fosse comprensibile solo in caso di riconoscimento della vittima come persona perbene e innocente.

Le cronache dicono che il questore di Genova ha visitato il giornalista in ospedale, chiesto scusa e assicurato un’inchiesta rapida ed efficace: è un gesto certamente apprezzabile, ma non possiamo dimenticare che le parole di scuse possono forse bastare a risolvere una lite, un diverbio, anche un incidente violento fra privati cittadini, ma non sono sufficienti in caso di relazioni asimmetriche, di abusi di potere, di azioni sbagliate compiute in nome della collettività.

Le scuse, in questi casi, devono essere accompagnate da gesti concreti, a tutela della dignità e credibilità dell’istituzione: il questore dovrebbe insomma dimettersi e con lui il capo della squadra mobile. Dopo un gesto del genere, si potrebbe aprire una discussione seria sullo stato di salute democratica della polizia di stato; potremmo indagare davvero su quel filo nero che lega il disastro del 2001 ai fatti del 2019.

Scopriremmo probabilmente che il filo non si è mai spezzato per l’atteggiamento tenuto in questi anni dai vertici della polizia di stato, che hanno rifiutato, appoggiati da governi e maggioranze di ogni colore, di assumersi piena responsabilità dei fatti e di accettare fino in fondo le sentenze della magistratura, incluse quelle della Corte europea dei diritti umani, che prescrivevano fra l’altro l’introduzione dei codici di riconoscimento sulle divise e l’esclusione dalla polizia dei funzionari condannati nel processo Diaz, oltre che una legge sulla tortura.

L’Italia, come sappiamo, ha scelto la via della fuga dalle responsabilità: una legge sulla tortura è stata sì approvata, ma scritta in modo da renderla inefficace e sostanzialmente inutile, o forse peggio che inutile; i codici di riconoscimento e l’esclusione dei condannati sono stati bellamente ignorati, accampando fasulle motivazioni tecnico-giuridiche.

Alla fine possiamo dire che il caso di Stefano Origone (al quale va la mia piena e sentita solidarietà; credo di sapere, memore della notte dei manganelli alla Diaz, che cosa intenda quando dice: “ho avuto paura di morire”), il pestaggio genovese, dicevo, ci consegna una polizia di stato vittima dei suoi antichi fantasmi, ancora a disagio con le regole, i limiti, le norme di trasparenza tipici delle democrazie più sane.

Genova 2001 ha insegnato poco e siamo ancora distanti dal voltare pagina: è questo l’amaro messaggio che ci arriva dai manganelli abbattuti sul corpo di un malcapitato cronista.

*Comitato Verità e Giustizia per Genova

Fonte: Lorenzo Guadagnucci, IL MANIFESTO

 

I vertici delle forze dell’ordine si scusano. Scarcerati i due manifestanti. Polemiche per l’autorizzazione agli estremisti di destra

Il giorno dopo la grande mobilitazione che ha assediato il comizio elettorale di Casapound, a Genova e nel resto del paese si tirano le somme dell’ennesima provocazione neofascista autorizzata dalle istituzioni. La procura ha aperto due fascicoli di indagine: uno contro i manifestanti e un altro contro gli agenti, per il pestaggio del cronista di Repubblica Stefano Origone. Intanto, i due antifascisti arrestati durante le proteste sono stati liberati con obbligo di firma fino al 19 luglio, quando inizierà il processo. Si tratta di un operaio portuale di 52 anni e di un giovane di 31. Le accuse iniziali di resistenza e lesioni in concorso sono state derubricate alla sola resistenza a pubblico ufficiale. La città, comunque, non ha digerito la scelta di concedere una piazza agli estremisti di destra. I video delle violenze della polizia hanno fatto il resto.

A GENOVA un comizio neofascista non era mai stato autorizzato. Nel 1960 i missini provarono a convocare il VI congresso nazionale ma imponenti manifestazioni e un’intera giornata di scontri, il 30 giugno, impedirono la riunione dei nostalgici del regime e contribuirono a far cadere il governo democristiano guidato da Fernando Tambroni. Questa volta l’incontro si è tenuto, ma il risultato è stato grottesco. «Negozi chiusi, residenti perquisiti, buste della spesa passate al setaccio, cassonetti rimossi, la zona rossa e un enorme dispiegamento di polizia sono serviti a proteggere 16 militanti di un partito neofascista che ha scelto di chiudere la campagna elettorale in una città medaglia d’oro alla resistenza solo per sfidarla», afferma Domenico Chionetti, della Comunità di San Benedetto al Porto, tra le realtà promotrici della mobilitazione antifascista.

INTORNO AL «COMIZIO» oltre 2mila persone hanno fatto sentire in modi diversi il rifiuto per quel corpo estraneo alla storia di Genova. «Le persone sono rimaste in piazza fino a quando i militanti di Casapound sono andati via, nascosti in alcune macchine – racconta Lucio, del centro sociale Aut Aut – A volte quando ci sono tensioni c’è chi critica e se ne va. Stavolta non si è mosso nessuno. Era una piazza molto bella perché composita e intergenerazionale. C’erano tanti giovani e poi bambini nel passeggino affianco ad anziani ultra settantenni. Questi ultimi hanno mantenuto il loro posto anche mentre venivano sparati i lacrimogeni».

LE VIOLENZE DELLA POLIZIA hanno sollevato un polverone. L’attenzione si è concentrata sul grave pestaggio di Origone, scaraventato a terra e colpito con calci e manganellate da diversi agenti. Ma non si è trattato di un caso isolato. Nello stesso video si vede una ragazza inseguita e colpita ripetutamente da un celerino. Un quindicenne ha riportato ferite alla testa e una giovane alla coscia, a causa di un lacrimogeno sparato in basso. I gas sono stati usati in maniera indiscriminata. «Da queste parti non si vedeva dal G8», ha detto un manifestante. Un candelotto si è scontrato sull’insegna dello storico Bar Mangini, in piazza Corvetto, situato sul lato opposto al presidio: avrebbe potuto colpire qualsiasi passante.

IL PROCURATORE CAPO Francesco Cozzi e il questore Vincenzo Ciarambino si sono scusati con il giornalista picchiato dalla polizia. «Se c’è qualcuno che sbaglia, paga» ha detto Cozzi riferendosi sia agli agenti che ai manifestanti. «Non bastano le dovute scuse da parte dei vertici delle forze dell’ordine, è necessario e urgente che sia messo l’identificativo sui caschi dei poliziotti» ha affermato Nicola Fratoianni, de La Sinistra. Anche Amnesty International, che da anni conduce una campagna sul tema, ha ribadito l’urgenza di «mettere fine all’assenza di codici identificativi per gli operatori delle forze di polizia in servizio di ordine pubblico».

COME AL SOLITO, il ministro dell’Interno Matteo Salvini se l’è presa con i centri sociali. «Ogni volta che sono in piazza succede il caos – ha detto il leader della Lega – studieremo qualcosa per evitarlo». Il sindaco del capoluogo ligure Marco Bucci, eletto con una coalizione di centro-destra, ha difeso la scelta di concedere l’autorizzazione a Casapound: «Probabilmente rivedremo le aree. Ma se c’è un partito legale, non gli si può negare di fare un comizio». Genova, evidentemente, non la pensa così.

* Fonte: Giansandro Merli, IL MANIFESTO

BOLOGNA. Sono bastati due petardi e un paio di cartelli lanciati dall’altra parte delle barriere protettive alte tre metri per fare scattare gli agenti in assetto antisommossa. Una carica con abbondanti manganellate, poi una seconda con tanto di manifestante fermata a terra e portata via (poi rilasciata in serata). Non è durato più di cinque minuti ieri pomeriggio il contatto tra le forze dell’ordine a difesa del comizio di Forza Nuova e i manifestanti antifascisti bolognesi, decisi a impedire il raduno elettorale del partito di Roberto Fiore. «I fascisti non passeranno», è stato il messaggio lanciato dalla rete antifascista cittadina. Centri sociali, collettivi, militanti dell’Anpi e della sinistra hanno raccolto l’appello. In tutto circa duemila le persone in piazza per dire ‘no’ al comizio di Forza Nuova.

Giorni fa il Comune giorni fa aveva già detto di no alle richieste degli estremisti di destra, negando loro la possibilità di montare il palco e di allacciare la corrente elettrica per l’amplificazione. Merito del regolamento comunale che chiede a tutti di certificare la propria fede antifascista, e che i militanti di Forza Nuova hanno rifiutato di sottoscrivere. Divieto che non è però scattato per la piazza, concessa a Forza Nuova in quanto forza politica regolarmente in corsa per le europee. «Questore non hai autorizzato una manifestazione, ma un reato», si è letto su un cartello di Coalizione Civica, la rete della sinistra cittadina. E il reato, si intende, è l’apologia di fascismo. «Al Salone del libro chi si è professato dichiaratamente vicino al fascismo e al nazismo è stato escluso», ha ricordato la consigliera dem Simona Lembi. «I fascisti negano la democrazia e la Costituzione e per questo non possono riorganizzarsi. La giornata di oggi significa questo e basta: a Bologna la loro presenza è un insulto, una offesa ai democratici di ogni parte politica», ha invece dichiarato il sindaco Virginio Merola.

* Fonte: Giovanni Stinco, IL MANIFESTO

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