Apparati statali & Repressioni

Una condanna pesantissima – 3 anni e 10 mesi – quella inflitta in primo grado a Nunzio D’Erme, ex consigliere comunale al Campidoglio e storico attivista dei movimenti capitolini e del centro sociale «Corto Circuito», per i disordini scoppiati il 21 maggio 2014, quando in un convegno sul bullismo omofobico nella sede del VII Municipio fecero irruzione alcuni esponenti del movimento ultracattolico di Militia Christi. Ci furono disordini e un agente della Digos venne ferito alla testa, motivo per il quale D’Erme venne arrestato il 24 settembre 2014 e scontò tre mesi di carcere preventivo prima che una controperizia accertasse la sua estraneità al ferimento dell’agente. Nella sentenza del 5 novembre, il Tribunale di Roma ha condannato anche due attivisti del centro sociale «Spartaco», Marco Bucci a 16 mesi e Marco Liodino a 18 mesi.

I carabinieri fanno cenno all’autista di deviare nell’area dell’autogrill, tutti i passeggeri del pullman vengono fatti scendere e in fila devono mostrare il contenuto di borse e zaini. «Ma ci sono solo panini..», fa una signora con i capelli bianchi e un fazzoletto annodato al collo, «guardi che c’è il diritto di manifestare ancora in questo Paese, sa?». «Roba da matti, non mi era mai successo in tanti anni..», fa un’altra. Non finisce qui. I passeggeri vengono filmati da una telecamera portata in spalla da un carabiniere che appoggiato davanti alla porta del pullman, li filma tutti mentre risalgono, identificati e schedati. «Spudorati – dice un signore – neanche si nascondono».

È ciò che si vede in un video fatto con il telefonino che documenta uno dei blocchi che hanno interessato ieri decine e decine di pullman fin dal mattino, messi in atto dalle forze di polizia nei confronti degli autobus a noleggio che stavano cercando di raggiungere la manifestazione antirazzista di Roma provenienti tanto da Sud quanto da Nord.

«Sì, abbiamo avuto decine di segnalazioni di blocchi – dice Stefano di Melting Pot, dell’organizzazione e tra promotori del corteo – tutti i mezzi dei centri sociali del Nord Est sono stati fermati al casello, con fotosegnalamento dei passeggeri e lo stesso è successo a quelli delle Marche, ma anche da Firenze, da Torino, da Pisa». La manifestazione era già partita e ancora mancavano all’appello due pullman provenienti da La Spezia, fermati a lungo. Nella maggior parte dei casi – hanno raccontato – ai passeggeri è stato ordinato di esibire il documento, la carta d’identità o il permesso di soggiorno, e di portarlo vicino al volto per essere poi fotografati così.

Simone del centro sociale Sisma di Macerata racconta che la polizia ha tentato di sequestrargli lo striscione della storica manifestazione antirazzista del febbraio scorso con la scusa che aveva i pali e potevano essere usati per chissà cosa. La Questura di Roma dice di aver sequestrato 400 aste di legno e che i controlli erano stati disposti per «facilitare l’accesso al luogo della manifestazione onde evitare possibili criticità».

Sui blocchi stradali e le fotosegnalazioni preventive protestano sia Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista, sia Nicola Fratoianni, coordinatore nazionale di Sinistra italiana. «Immagino – scrive, sferzante, Fraioianni – che l’8 dicembre i pullman che porteranno a Roma i militanti leghisti subiranno il medesimo trattamento, con il controllo certosino di striscioni, magliette, documenti, con i bus bloccati in campagna alle porte della capitale, come è successo ai pullman della manifestazione antirazzista». «Il governo riferisca in Parlamento perché da quel che appare ci troviamo di fronte ad una grave limitazione delle libertà democratiche» , protesta il senatore di LeU Francesco Laforgia. E Roberto Speranza, deputato di Leu e coordinatore di Mdp, si associa, giudicando i blocchi «un fatto molto grave che non si può sottovalutare».

* Fonte: Rachele Gonnelli, IL MANIFESTO

Gli ultimi sviluppi del caso Cucchi dovrebbero spingerci a mettere a fuoco due fenomeni emersi dal 2001 in poi: da una parte l’attitudine delle nostre forze dell’ordine, in determinate circostanze, a mentire e falsificare gli atti.

Dall’altra la sistematica tendenza a fare muro contro le richieste di trasparenza. Il G8 di Genova in questo senso è all’origine di tutte le più recenti degenerazioni. Spiace doverlo ricordare, ma le giornate del 20, 21 e 22 luglio 2001 sono state una fiera del falso in atto pubblico e della calunnia, una caporetto dell’etica pubblica. Innumerevoli persone furono arrestate per strada ricorrendo a verbali fotocopia, con false accuse di violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Nell’immediato la maggior parte di quegli strani arresti non fu convalidata dai Gip genovesi e negli anni seguenti la magistratura civile ha inflitto numerose condanne al ministero degli Interni per gli abusi compiuti: non abbiamo mai saputo se qualcuno avesse dato un’imbeccata dall’alto o se la pratica dei verbali fasulli sia sgorgata spontaneamente in seno alla truppa…

Il caso Diaz andrebbe poi fatto studiare nelle scuole di polizia, se davvero si volesse introdurre un antidoto al veleno immesso a piene mani nel 2001 nel cuore degli apparati. Basti dire che il comunicato con il quale si tentò di giustificare agli occhi del mondo la singolare operazione, mentre decine di persone erano in ospedale e le altre nella caserma delle torture a Bolzaneto, è risultato falso dalla prima all’ultima parola: dalle molotov piazzate ad arte e attribuite agli arrestati, alla tesi delle ferite pregresse, fino al finto accoltellamento d’un agente. Potremmo continuare, ma basti dire che nei processi Diaz e Bolzaneto i principali reati che hanno portato alle condanne di decine di agenti (in gran parte coperte dalla prescrizione) sono stati falso e calunnia.

Nel caso Cucchi, secondo le cronache, abbiamo avuto ben 7 interventi di manipolazione di carte ufficiali. Il secondo punto – il rifiuto di agire per accertare subito e senza sconti le responsabilità – non è meno grave del primo. Anche questa è una storia che viene da lontano. I pm nel processo Diaz, Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, parlarono con molte ragioni di omertà, condotta che ritorna nel processo Cucchi. Di fronte a ogni vicenda estrema – dal G8 di Genova alla morte di persone sottoposte a custodia di polizia, come Aldrovandi, Magherini e altri – abbiamo assistito all’applicazione del medesimo schema, ossia la chiusura degli apparati a qualsiasi sguardo esterno, come se si trattasse di panni sporchi da lavare in casa e non di fatti gravi, potenzialmente criminosi, sui quali è necessario fare subito e bene chiarezza, nell’interesse dei cittadini e degli stessi corpi di sicurezza. Proviamo a pensare alle storie appena citate e a quel che sarebbero state se polizia e carabinieri avessero agito con trasparenza e collaborando con chi cercava solo verità, ossia le famiglie e i magistrati. Quante sofferenze risparmiate, quanta credibilità recuperata.

Nel caso Diaz c’è un dettaglio che dice tutto: il verbale d’arresto, poi risultato falso e calunnioso, fu sottoscritto da 14 funzionari e dirigenti, tutti indagati e condannati tranne uno, mai identificato perché la grafia era illeggibile e perché gli altri tredici non hanno mai fatto il suo nome. Ecco in che modo è stata concepita la collaborazione con la magistratura inquirente ed ecco spiegate le durissime critiche allo Stato italiano scritte nelle sentenze di condanna subite dal nostro paese alla Corte per i diritti umani di Strasburgo – già dimenticate e pochissimo lette. Nel caso Cucchi la denuncia-confessione di uno dei carabinieri imputati ha spezzato la consegna (o forse imposizione) del silenzio che ha caratterizzato tutti i procedimenti simili avviati in questi anni, a cominciare da Genova G8. Se vogliamo dare un senso a quanto sta accadendo sotto i nostri occhi e nell’intento di frenare la rovinosa caduta di credibilità degli apparati, è lecito chiedere qualcosa al legislatore e a chi riveste ruoli di responsabilità: si collabori lealmente con la magistratura in tutti i procedimenti penali in corso e si sospendano gli indagati lungo l’intera catena di comando, fino ai massimi livelli; si trasferiscano ad altri ministeri i funzionari di polizia condannati nei processi per reati attinenti l’abuso di potere e la tortura; si introduca l’obbligo di indossare codici di riconoscimento sulle divise; si istituisca un organismo indipendente di controllo sull’operato delle forze dell’ordine, avviando contestualmente un’indagine conoscitiva a vasto raggio: l’Italia non può più farne a meno.

Infine, non meno importante, si chieda scusa, ma davvero, accompagnando le scuse con atti concreti, per quanto hanno dovuto sopportare in questi anni le vittime degli abusi, i loro familiari, i cittadini tutti.

 

* Fonte: Lorenzo Guadagnucci, IL MANIFESTO

* Comitato Verità e Giustizia per Genova

TORINO. Il Tribunale di Torino ha condannato sedici attivisti del movimento No Tav a oltre trenta anni di carcere. Tre, invece, sono stati assolti dall’accusa di resistenza aggravata, lesioni, lancio di artifizi pirotecnici e materiale esplodente. Le condanne vanno dai 4 mesi ai 3 anni e 10 mesi. Pene pesanti ma largamente attese dal movimento, che percepisce da qualche mese un acuirsi della pressione giudiziaria. I fatti risalgono al luglio del 2015, quando in occasione del quarto anniversario dello sgombero della «Libera repubblica della Maddalena» si svolse una manifestazione di massa.

In una torrida giornata d’estate oltre trentamila persone, in arrivo da tutta Italia, partirono dal forte di Exilles, e dopo aver percorso diversi chilometri lungo la statale della val Susa raggiunsero il margine del cantiere di Chiomonte. Un gruppo discese verso le recinzioni esterne, distanti un paio di chilometri dal tunnel geognostico in costruzione, che vennero arpionate e fatte cadere. Lancio di petardi e lacrimogeni, gli scontri durarono qualche minuto al mattino, e l’apice si ebbe nel pomeriggio quando circa duecento manifestanti raggiunsero il confine esterno del cantiere, presidiato da ingenti forze di polizia.

Per quei fatti il giudice Antonio Rinaudo, ormai prossimo alla pensione, aveva domandato pene per oltre settanta anni di carcere. Il giudice Diamente Minnucci ha dimezzato l’ammontare delle richieste di condanna: Nicoletta Dosio, 73 anni, fondatrice con pochi altri del movimento No Tav negli anni ottanta, nonché del liceo Norberto Rosa di Bussoleno, è stata condannata a 1 anno e 8 mesi.

LA PROSSIMA SETTIMANA vi sarà una nuova tornata di sentenze – secondo grado – inerenti le denunce della manifestazione «oggi paga Monti», quando nel 2012 alcuni attivisti per protesta alzarono le sbarre dei caselli dell’autostrada del Frejus, facendo transitare gratis gli automobilisti.

Durante la conferenza stampa di ieri mattina, successiva alla lettura delle sentenze, alcuni esponenti del movimento No Tav hanno annunciato che il 20 ottobre in val Susa vi sarà una iniziativa pubblica. La prima del tempo politico leghista pentastellato. Gli animi in val Susa sono quindi nuovamente accesi in virtù della latitanza del governo e di una nuova ondata di restrizioni: oltre un centinaio di denunce in procura, una ventina di fogli di via, sedici avvisi orali, tutto in due mesi.

«È un attacco preciso contro di noi del movimento No Tav quello portato avanti nelle ultime settimane dalla questura e dalla prefettura di Torino»: queste le parole degli attivisti pronunciate durante la conferenza stampa di ieri sotto la Prefettura.

«LE RESPONSABILITÀ penali per quello che facciamo o non facciamo – hanno poi aggiunto – dovrebbero essere individuali. Tutti questi provvedimenti, presi ’a pioggia’ in assenza di accuse specifiche, dimostrano però che siamo bersagliati per quello che siamo, per il solo fatto di essere No Tav. L’ultimo atto, davvero emblematico, è stata la revoca della patente a un simpatizzante per ’indegnità morale’». Secondo il movimento No Tav vi sarebbe una manovra per forzare la mano del potere politico, chiamato nelle prossime settimane a prendere una decisione definitiva sulle sorti del tunnel di base: «Non siamo qui a piangere per fogli di via, denunce e condanne. Abbiamo dimostrato in questi anni che sappiamo che quando infrangiamo la legge lo facciamo consapevolmente. Qui invece ci troviamo in una situazione paradossale: procura, questura e prefettura si sono sostituti a chi dovrebbe decidere se e come fare questa opera».

MA DA ROMA non giunge alcun segnale: sarebbe in corso la «valutazione costi benefici», che entro fine mese dovrebbe giungere a conclusione.
Chi dovrà decidere, il governo, è quindi oggetto in questi giorni di una fitta corrispondenza. La scorsa settimana il presidente del Piemonte Chiamparino, probabilmente stufo del silenzio del ministro Toninelli, ha scritto direttamente al primo ministro Giuseppe Conte. Nella missiva il governatore piemontese domanda «certezze per le grandi opere del Piemonte». Anche il premier, che probabilmente sa solo che i suoi due padri politici hanno idee opposte sulla Torino-Lione, al momento non ha ancora risposto.

Certezze chiedono anche i No Tav, che dopo la «Conferenza dei territori contro le opere inutili», organizzata a Firenze lo scorso fine settimana, hanno inviato al ministro delle infrastrutture, e per conoscenza anche a buona parte dell’esecutivo, una lettera aperta in cui chiedono «al governo del cambiamento di mantenere fede agli impegni elettorali e bloccare le decisioni sfasciste del passato» nonché «un segno di cambiamento rispetto la rotta finora tenuta».

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

Non se lo aspettavano neppure gli avvocati difensori: le rivelazioni del pm Giovanni Musarò in apertura dell’udienza di ieri del processo bis per la morte di Stefano Cucchi che vede alla sbarra, a vario titolo, cinque carabinieri, sono un terremoto. Un salubre scuotimento che rompe finalmente il muro di omertà e silenzio all’interno dell’Arma durato nove anni. «Il 20 giugno 2018 – riferisce il pubblico ministero rendendo nota un’attività integrativa di indagine – l’imputato Francesco Tedesco ha presentato una denuncia contro ignoti in cui dice che quando ha saputo della morte di Cucchi ha redatto una notazione di servizio.

In successive dichiarazioni ha poi chiamato in causa gli altri imputati: Mandolini, da lui informato; D’Alessandro e Di Bernardo, quali autori del pestaggio; Nicolardi quando si è recato in Corte d’Assise, già sapeva tutto». La procura, ha spiegato Musarò alla Corte d’Assise di Roma, successivamente ha potuto verificare che effettivamente «è stata redatta una notazione di servizio, che è stata sottratta e il comandante di stazione dell’epoca (il maresciallo Roberto Mandolini, appunto, ndr) non ha saputo spiegare la mancanza». Il documento «assolutamente importante per la ricostruzione dei fatti, è stato sottratto» dalla stazione Appia dove era depositato e, ha aggiunto il pm, non ve n’è più traccia.

NEI TRE INTERROGATORI a cui è stato sottoposto a Piazzale Clodio (vedi articolo della pagina a fianco), Tedesco ha poi raccontato agli inquirenti i particolari del pestaggio di Stefano Cucchi a cui, a suo dire, avrebbe assistito. Pestaggio durante il quale ad infierire sul ragazzo caduto a terra violentemente, e preso a calci e pugni anche sulla testa e in faccia, sarebbero stati i suoi due colleghi e co-imputati, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, accusati con lo stesso Tedesco di omicidio preterintenzionale e di abuso di autorità.

La nuova attività di indagine integrativa formalmente non fa ancora parte del fascicolo dibattimentale ma dovrebbe entrarvi dopo che, in una prossima udienza, il pm avanzerà formalmente la richiesta di acquisizione di tutti gli atti e di altre nuove prove testimoniali. Ma nel nuovo fascicolo aperto dalla procura di Roma sulla morte di Stefano Cucchi compaiono altri carabinieri indagati, accusati di falso ideologico. Tra loro ci sarebbe Francesco Di Sano, il militare che aveva redatto due annotazioni di servizio nell’ottobre 2009 e già aveva ammesso di essere stato invitato a ritoccare il verbale. Di Sano infatti inizialmente aveva scritto: «Cucchi riferiva di avere dei dolori al costato e tremore dovuto al freddo e di non poter camminare, veniva comunque aiutato a salire le scale…».

Ma poi cambiò il testo così: «Cucchi – scrisse – riferiva di essere dolorante alle ossa sia per la temperatura freddo/umida che per la rigidità della tavola del letto (priva di materasso e cuscino) ove comunque aveva dormito per poco tempo, dolenzia accusata anche per la sua accentuata magrezza».

SULL’«ECCESSIVA MAGREZZA» come concausa di morte del giovane romano, arrestato per spaccio il 16 ottobre 2009 e deceduto il 22 ottobre nel reparto penitenziario dell’ospedale Pertini, insiste molto la linea difensiva di tutti gli imputati. Un assunto che si sgretola nel pubblico dibattimento, udienza dopo udienza. Ieri, per esempio, la testimonianza di Tareq, un altro detenuto che era ricoverato all’ospedale Pertini insieme a Cucchi, ha rivelato come Stefano patisse fortissimi dolori alla schiena, fin dalla notte in cui venne ricoverato, tali da impedirgli di camminare correttamente, e da imporgli di dormire a pancia in giù. «Urlava per i dolori – ha riferito alla Corte – e quando gli abbiamo chiesto cosa gli fosse successo ci ha detto: “Ho preso tante botte dai carabinieri per tutta la notte”». Dunque, il pestaggio a cui Tedesco ha assistito potrebbe non essere stato l’unico, come ha ammesso lo stesso carabiniere “pentito”.

UNA «CONFESSIONE DIROMPENTE», quella di Tedesco, come l’ha chiamata l’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, che ha fatto il giro del mondo. Scrive su Facebook Ilaria, la sorella di Stefano: «Ore 11.21. Il muro è stato abbattuto. Ora sappiamo, e saranno in tanti a dover chiedere scusa a Stefano e alla famiglia Cucchi. Lo Stato deve chiederci scusa».

Naturalmente c’è sempre chi non si mostra all’altezza di saper chiedere scusa, come l’ex senatore Giovanardi che ieri ha ripetuto: «Perché dovrei farlo? La prima causa di morte di Cucchi è stata la droga». Il ministro Matteo Salvini invece tiene un profilo istituzionale: «Sorella e parenti sono i benvenuti al Viminale», dichiara, e l’invito viene subito raccolto con cortesia da Ilaria Cucchi. «Eventuali reati o errori di pochissimi uomini in divisa devono essere puniti con la massima severità – aggiunge il vicepremier – ma questo non può mettere in discussione la professionalità e l’eroismo quotidiano delle forze dell’ordine». Un abbraccio alla famiglia «con grande affetto» viene invece dalla ministra della Difesa, Elisabetta Trenta: «Chi si è macchiato di questo reato pagherà, ve lo assicuro – afferma –

Lo voglio io, lo vuole questo governo e lo vuole tutta l’Arma dei Carabinieri, che merita rispetto». Mostra infine sconcerto il presidente della Camera, Roberto Fico, che twitta: « Una morte che non può avvenire in un Paese civile».

* Fonte: Eleonora MartiniIL MANIFESTO

Da ieri una settantina di agenti in dodici città per i prossimi tre mesi (Milano, Napoli, Bologna, Torino, Firenze, Palermo, Genova, Catania, Padova, Caserta, Reggio Emilia, Brindisi) avranno in dotazione una pistola che spara scariche elettriche. La pistola è comunemente chiamata Taser dal nome della prima ditta produttrice (che però oggi si chiama Axon Enterprise).

L’ESPERIENZA statunitense, fortemente contestata da Amnesty International, dall’American Civil Liberties Union, dai gruppi di advocacy americani Truth Not Tasers e Fatal Encounters, ha evidenziato come quest’arma a partire dal 2000 negli Usa sia stata potenzialmente mortale. Essa non è stata usata come alternativa meno violenta rispetto alle tradizionali pistole che sparano pallottole ma come più facile e meno faticosa alternativa alla parola, alle manette, all’opposizione fisica.

STRAORDINARIA per cura e ampiezza è la ricerca dei giornalisti della Reuters che la scorsa estate ha pubblicato sul web un’inchiesta approfondita sui danni collaterali da Taser. L’indagine giornalistica è stata costruita a seguito della visione di documenti giudiziari, rapporti di polizia, autopsie, certificati medico-legali e notizie di stampa locali. Dunque in un arco di tempo pari a circa sedici anni, oltre mille sarebbero state le persone morte negli Stati Uniti in scontri con la Polizia a causa dell’uso dell’elettroshock. In ben 153 casi la Reuters ha scoperto che i medici legali hanno esplicitamente citato la pistola Taser come causa della morte. In 442 casi di uso improprio della Taser sono state presentate denunce da parte dei parenti delle vittime che per ora sono costate, in termini di risarcimenti alle istituzioni o alle assicurazioni, ben 172 milioni di dollari.

QUESTO ACCADE perché con la pistola che spara scariche elettriche si colpiscono non persone armate pericolose (in questo caso nessuno farebbe a meno delle più tradizionali pallottole), ma uomini o donne giudicati agitati, che si muovono scompostamente, che si oppongono al fermo. Dunque va chiarito che il Taser è un’arma usata contro persone non armate.

EPPURE quando il fondatore della società Taser, Rick Smith, lanciò il prodotto nel mercato pazzo dell’America neo-liberale lo definì un prodotto sicuro, con rischi minimi. Ma le sue affermazioni sulla sicurezza non avevano alcun avallo scientifico. Il punto non è l’uso dell’arma su persone sane, ma su persone con pregressi problemi cardiaci o neurologici. E in tali casi che il rischio diventa letale. Douglas Zipes è un cardiologo che, come ricorda la Reuters, ha testimoniato in decine di cause contro l’azienda Taser. Ha ricordato come i test e le sperimentazioni scientifiche effettuate erano state del tutto inadeguate. Nel 2009 lo stesso Smith, dopo un decennio e una sperimentazione su cavie animali con problemi cardiologici, dovette ammettere che il Taser era potenzialmente letale.

MA LA SBORNIA SECURITARIA è cieca, dunque nel mondo sono state messe in commercio circa un milione di pistole Taser. L’azienda continua a sostenere che la sua arma sia alla stregua di uno spray orticante e ha fatto di tutto, sempre secondo i giornalisti della Reuters, per condizionare la scienza medica.

DUNQUE ORA anche in Italia c’è un’arma in più nelle nostre città. Obiettivamente non ce ne era bisogno, visti gli usi e abusi avvenuti in America. C’è inoltre chi nel Governo (Salvini, ovviamente) e tra i sindacati autonomi di Polizia Penitenziaria ne ha evocato l’uso anche negli istituti di pena.

IL TASER NELLE CARCERI è inutile, pericoloso, nonché vietato dagli organismi internazionali. In carcere ci vogliono pazienza, dialogo, esperienza, comunicazione e non scariche elettriche. La gran parte degli operatori ha straordinarie capacità professionali e i conflitti li risolve senza aver bisogno del Taser che invece andrebbe ad aumentare i conflitti. In carcere bisognerebbe avere più operatori sociali, più psicologi, più mediatori, più medici, più direttori. Finanche più giovani poliziotti. Ma meno armi. Questa è l’idea costituzionale della pena.

INFINE speriamo proprio che il Taser non sia l’ennesimo strumento di dissuasione contro chi legittimamente protesta nelle piazze. Lo spazio democratico va preservato dall’elettroshock.

* Fonte: Patrizio Gonnella, IL MANIFESTO

Tre milioni per i risarcimenti pagati ai torturati (incluso il sottoscritto), 5 per i danni d’immagine: tanto vale, per il pm della Corte dei Conti, la bella impresa compiuta il 21 luglio 2001 dalla nostra polizia alla scuola Diaz.

Non si può invece contabilizzare la lesione inferta al corpo della democrazia, mai risarcita a causa della condotta tenuta negli anni dai vertici di polizia e dai ministri degli interni, che in nessun momento hanno pensato di schierarsi dalla parte dei cittadini sottoposti a tortura e quindi di operare per fare chiarezza e pulizia a beneficio del bene pubblico. Così lo stato si trova a fare i conti con l’eredità di Genova G8 solo in senso letterale, contando gli euro da recuperare.

Non è granché ed è successo lo stesso con la vicenda di Bolzaneto, quartiere genovese passato alla storia come il Garage Olimpo dei generali argentini, con la sua caserma di polizia divenuta sinonimo nazionale di tortura: per la Corte dei conti (sentenza dell’aprile scorso) l’ordalia di violenze fisiche e psicologiche inflitte a decine di malcapitati nella palazzina chiamata amichevolmente «Auschwitz» vale 6 milioni di euro, a carico di 28 agenti e sanitari penitenziari. Le cifre, in casi del genere, sono ben poca cosa, ma parlano anch’esse. Ad esempio dicono che i danni d’immagine, secondo i pm, valgono più di quelli patrimoniali, lasciando intendere che il tema della credibilità (perduta) delle forze dell’ordine è ben più importante di quanto si pensi a Palazzo. Non può sfuggire, sotto questo profilo, che fra i 25 funzionari chiamati a risarcire lo stato per il caso Diaz figurano personaggi che sono rientrati in polizia dopo aver scontato i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, nonostante la Corte europea per i diritti umani prescriva nelle sue sentenze, per i casi di tortura (l’Italia è stata condannata sia per la Diaz sia per Bolzaneto), la destituzione dei funzionari condannati.

Insomma, da qualsiasi parte si affronti l’eredità di Genova G8, ci si trova di fronte a un disastro: professionale, morale, politico, economico. Eppure poteva andare diversamente. Proviamo a immaginare un’altra storia. Un capo della polizia e un ministro dell’interno che il giorno dopo il disastroso blitz nella scuola aprono un’inchiesta interna, sospendono tutti i funzionari e chiedono il licenziamento di quelli maggiormente responsabili (fra parentesi,è quanto suggerì Pippo Micalizio, dirigente inviato dal capo della polizia per un’inchiesta lampo, in una relazione rimasta chiusa in un cassetto).

Contestualmente, continuiamo a immaginare, capo della polizia e ministro si dimettono, con il preciso scopo di tutelare la dignità e la credibilità del corpo e dello stato. I loro sostituti a quel punto collaborano con i magistrati, chiedono solennemente scusa e si impegnano a far sì che niente del genere possa mai più ripetersi. Il parlamento, intanto, avvia una riforma delle forze di polizia: regole di trasparenza, codici sulle divise, legge sulla tortura (una vera legge, naturalmente, non quella fasulla approvata l’estate scorsa e già bocciata da istituzioni come il Consiglio d’Europa e il Comitato Onu contro la tortura).

Un sogno, un’utopia? Forse, per una «democrazia reale» qual è la nostra, incapace di fare i conti con gli abusi di stato, ma un’ovvietà per una democrazia normale.

L’Italia ha scelto la via che conosciamo, lastricata di falsi e menzogne, una via che lascia sul corpo della polizia di stato lo stigma della tortura e sulla sua dirigenza il tratto dell’ambiguità, nonostante i lodevoli ma insufficienti sforzi dell’attuale capo Franco Gabrielli, anche lui rimasto invischiato nel pantano creato attorno a Genova G8. È la polizia che è stata consegnata ai nuovi uomini di potere. Oggi al Viminale siede un esponente della destra radicale che su questi temi ha sempre sposato le posizioni più arretrate e più oltranziste emerse in seno alla polizia. Non è il momento di improvvisarsi Cassandre e vaticinare chissà quali futuri eventi, ma se a volte capita di fare cattivi pensieri è (anche) perché siamo coscienti che dopo l’estate del 2001 non è stato fatto quanto necessario – tutt’altro… – per voltare pagina e garantire una seria opera di prevenzione.

* Comitato Verità e Giustizia per Genova

* Fonte: Lorenzo Guadagnucci,  IL MANIFESTO

LIVORNO. Sono le 1.30 della notte di mercoledì 1 agosto, notte inaugurale di Effetto Venezia, la festa estiva che si svolge da 33 anni nel quartiere storico di Livorno. Le spallette dei fossi livornesi e gli scali si svuotano piano piano, ma c’è ancora gente di fronte al palazzo del Refugio, lo spazio autogestito e antifascista che da 10 anni organizza la propria manifestazione, Effetto Refugio, una risposta critica alla grande festa cittadina. Compagni, amici e gli ultimi passanti si godono quel poco fresco che solo la notte fonda può procurare. Dalla vicina piazza dei Domenicani si affaccia il camion gru dei pompieri, accompagnato da due unità di reparto celere a piedi.

L’obiettivo è rimuovere lo striscione a tema sociale affisso sul muro dell’adiacente carcere dei Domenicani, che quest’anno recita uno slogan antirazzista contro il governo: “Effetto Pd e Lega-Stelle, 11 aggressioni in 50 giorni: il vostro razzismo è emergenza. Il vero cambiamento: casa, lavoro e reddito per tutti. Lega illegale”.

Lo striscione è un’usanza consolidata ormai, visto che in quelle poche linee, da 10 anni, Effetto Refugio concentra il proprio dissenso e la contestazione secondo un criterio di emergenza, e come quasi tutti gli anni, già nel pomeriggio ai militanti era stato suggerito da alcuni agenti della Digos di non appendere lo striscione, ma loro si erano sentiti in qualche modo rassicurati dalle parole della vicesindaco Stella Sorgente (M5S), che gli agenti a lasciar perdere e a concentrarsi sulla festa del Livorno Calcio, evento di punta della serata.

La notte di Effetto Refugio era così iniziata senza intoppi, tra dibattiti e concerti, e si stava per concludere, quando il camion dei pompieri e la celere si sono presentati con l’ordine immediato di rimozione, senza possibilità di replica emesso dal neo questore Lorenzo Suraci, che ha preso servizio proprio mercoledì. Nessuna spiegazione sui reati contestati, solo qualche minuto di tensione, poi la carica a freddo, e infine la rimozione del tanto contestato striscione.

Filippo, uno degli occupanti del palazzo dichiara: «Ci siamo mossi a difesa dello striscione, ma la polizia spingeva contro di noi con gli scudi per liberare lo spazio necessario al camion per issare la scala. Stavamo con le mani alzate, ma dopo pochi minuti di pressione, ha iniziato a usare i manganelli».

Solo molte ore più tardi il sindaco di Livorno Filippo Nogarin (M5S) ha condannato la violenza della notte dichiarandola inammissibile da entrambe le parti e individuando in modo erroneo e contraddittorio le cause della carica sia nell’aggressione della vicaria del questore, che ha riportato una frattura al polso con una prognosi di 30 giorni, sia nella supposta affissione di uno striscione ancora più offensivo.

Nel comunicato emesso giovedì pomeriggio da Effetto Refugio, il movimento ci tiene a precisare che la vicaria è rimasta ferita durante le pressioni dello stesso reparto di cui era a capo e che lo striscione non è mai cambiato. Tra i presenti anche il video reporter Andrea Vignali e il fotografo Giacomo Sini, simpatizzanti dello spazio.

Ci sono almeno una quindicina di feriti, e la tristezza e la rabbia si fanno sentire: era già capitato che lo striscione creasse dibattito per la proverbiale carica critica, ma nelle stesse parole del sindaco si tratta di una “manifestazione di dissenso ampiamente prevista e che non deve spaventare nessuno”. Al massimo dovrebbe far riflettere, così come ci auguriamo che succeda di fronte a questa repressione violenta in odore di censura, che spazza via ogni voce critica. Il rischio, indicato nella chiusura del comunicato, è che si “accetti la pratica del manganello e che questa venga sdoganata in qualsivoglia ambito”.

 Mentre arriva il comunicato di solidarietà dell’Usb dei vigili del fuoco di Livorno, che “riconosce la bontà e il valore sociale del diritto alla critica e al dissenso in forme pacifiche”, oggi, il nuovo, laconico striscione, esposto nella notte durante il concerto degli Zen Circus nella piazza principale recita “Emergenza razzismo, repressione, censura. La verità fa paura”.

* Fonte: Virginia Tonfoni, IL MANIFESTO

Macronia, terra di Francia: dal mito della “Start up nation” alle violenze contro i manifestanti. Il caso di Alexandre Benalla, vigilante privato e mazziere cooptato nel primo cerchio del presidente della Repubblica francese Macron,  mostra il lato oscuro della rivoluzione digitale. Macron, che si pregia di avere studiato con Paul Ricoeur, filosofo dell’interpretazione, della mimesi e della narrazione, non l’aveva previsto, l’ha prima coperto, ora dice: “E’ tutta mia la responsabilità”. Il racconto di un affare di stato che parla di molte cose, anche del progetto di trasformare la Francia in un distretto della Silicon Valley.

L’affaire Alexandre Benalla, vigilante privato di 26 anni portato da Macron all’Eliseo e messo a capo della sua sicurezza personale, non è molto conosciuto in Italia. Ci sono tagli piccoli di giornali, articoli paludati e distratti, ma potrebbe essere la storia dell’estate. Non si vuole sgualcire troppo il mito del Macron “alternativa ai populisti”, santino della “start up” nation, campione di quel paradiso degli eccelsi che è l’Ena, la scuola che sforna un centinaio di tecnocrati all’anno, e di cui Macron è la concrezione miracolosa nel passaggio dal pubblico al privato. E viceversa.

La storia del mazziere Benalla, a capo della sicurezza personale del presidente francese, non è solo une histoire de flic, e nemmeno di un “complotto”. E’ un affare di stato in quella che il giovane presidente ha definito “la repubblica inalterabile”. Lo ha detto ai giornalisti mentre discuteva con la direttrice di una rivista di filatelia.

Un affare di stato sollevato dal principale giornale del “centro-sinistra” in Francia: Le Monde, il 17 luglio scorso, ha rivelato l’identità di Benalla. Ora la “repubblica” non sembra più “inalternabile”. Lo ridiventerà.

Il primo maggio 2018 è stato un giorno di manifestazioni e scontri a Parigi. Negli ultimi tre anni in Francia esiste una costante mobilitazione contro le leggi di riforma del mercato del lavoro, le violenze e le morti causate dalla polizia. Ecco il primo maggio è stato un altro giorno, molto duro. Dalle ricostruzioni Benalla prende un “permesso” e da “osservatore” ha ricevuto un casco usato dalla Bac (agenti in borghese), una radio della polizia, è stato ripreso da molti video in cui picchiava un manifestante e malmenava una ragazza.

A due mesi di distanza, qualcuno ha detto a Le Monde, che si trattava proprio di Benalla (sarebbe interessante capire chi e perché) che ha accompagnato Macron in campagna elettorale e ora è all’Eliseo. L’Eliseo era a conoscenza di tutto, ha comminato solo 15 giorni di sospensione. Benalla ha continuato a farsi vedere nelle riunioni con il prefetto di Parigi. Ha accompagnato Macron mentre festeggiava la nazionale francese vincitrice del campionato del mondo di calcio.

Non uno qualsiasi, Benalla, vigilante privato di 26 anni, ora licenziato, in stato di fermo, e sotto processo.

Ora il ministro dell’Interno Collomb è in scacco, agenti e responsabili si contraddicono nelle audizioni parlamentari (in Francia sono immediate), il parlamento è fermo, la riforma costituzionale rinviata.

Dopo giorni di silenzio, Macron ha detto: “L’unico responsabile sono io”. Nel frattempo sta emergendo una realtà parallela: Benalla non è un caso isolato, è conosciuto dalla prefettura, partecipa alle riunioni al massimo livello, insieme ad altri soggetti della sicurezza del partito di Macron arresta persone, dopo averle picchiate in piazza. Sui giornali emergono allusioni alla formazione di una “milizia parallela” di base all’Eliseo.

I testimoni dei fatti di place de la Contrescarpe del primo maggio hanno ricostruito gli avvenimenti. Era stato convocato un “aperitivo militante” dopo la manifestazione, a cui hanno partecipato poche decine di persone. Sono arrivati i molossi in antisommossa, c’era Benalla. Sono arrivati gli arresti, probabilmente una rappresaglia dopo che nel pomeriggio erano state diffuse le immagini di un principio di incendio di “un ristorante di cibo spazzatura”.

L’anomalia Benalla sta nel fatto che il più vicino al presidente della repubblica non è un agente di polizia o dei servizi segreti, ma un uomo di fiducia i cui rapporti con il presidente sono personali. Per capire la situazione, e lo scandalo che sta producendo, è necessario riferirsi alla filosofia della “start up” e della “disruption” evocata da Macron – due concetti della rivoluzione digitale e della Silicon Valley.

Il capo dello stato si considera un manager, a capo di un’azienda. In Italia è una costante dal 1994 quando Berlusconi arrivò in politica. L’affaire Benalla rivela un’articolazione dell’ideologia manageriale. Il “capo” nomina personalmente una persona, al di là delle gerarchie esistenti, obbligandole ad adattarsi alla sua presenza. A sua volta Benalla è il manager della legge e dell’ordine che sente di agire in nome del “Capo”. Non si sa se si è autocandidato, o svolge una funzione esplicita e programmata. Oppure entrambe.

Ciò che conta è l’’informalità, all’interno e oltre le gerarchie che conoscevano il personaggio che ha svolto un ruolo ricorrente. La sua posizione all’interno e all’esterno delle gerarchie di polizia indica la funzione della “disruption” adattata non al mercato dei servizi, alla concorrenza, ma alla gestione di un evento di piazza come di altri piani sociali. Il metodo è il pragmatismo, la brutalità e l’efficienza. L’ “innovazione” non può aspettare, né essere spiegata. Deve agire.

E’ un cortocircuito rispetto alla narrativa consensuale, centrista, suadente e moderata, a suo modo “esemplare” usata per convincere, e mostrare la strada ai perplessi o agli irretiti. La violenza, riprodotta milioni di volte su Youtube, e oggi su tutti i media, rimanda al retroterra di questa postura.

Ciò che profondamente inquieta Macronia, terra di Francia, è che esista un legame diretto – di cui lo stesso presidente ora si dice “responsabile” – tra chi pensa le “riforme” e chi provvede a contrastare fisicamente il dissenso. E’ l’esplicitazione, imprevedibile, di un non detto, molto spesso oggetto di denunce, ma diluito nei meccanismi impersonali delle gerarchie, nascosto dalle procedure anonime della burocrazia.  Benalla non è un eccesso ma la logica stessa della “start up nation” dispiegata per strada, contro i suoi contestatori.

Macron non l’aveva calcolato, lui che sembra avere studiato da presidente sin da quando correggeva le bozze dei libri del filosofo Paul Ricoeur, famoso per una teoria dell’interpretazione, della mimesi e del racconto.

* Fonte: il manifesto, blog di Roberto Ciccarelli

La commissione d’inchiesta dell’Assemblea ha interrogato il ministro degli Interni Collomb e il Prefetto di polizia Delpuech: entrambi scaricano la patata bollente sull’organizzazione dell’Eliseo. France Insoumise e Hamon chiedono l’audizione del presidente

PARIGI. Sarà l’Eliseo a dover chiarire in prima persona e tentare di spegnere l’incendio che divampa da mercoledì scorso sul caso di Alexandre Benalla, il guardiaspalle di Emanuelle Macron filmato mentre picchiava due manifestanti in place de la Contrescarpe verso le ore 20 del 1° maggio scorso. Ormai, ci sono tre inchieste in corso: giudiziaria (4 incriminati), di polizia e parlamentare. Le due vittime di Benalla si sono costituite parte civile. Ieri mattina, la commissione parlamentare dell’Assemblée nationale ha interrogato il ministro degli Interni, Gérard Collomb, e poi nel primo pomeriggio il prefetto di polizia, Michel Delpuech. In serata era atteso l’interrogatorio del direttore dell’ordine pubblico della Prefettura, Alain Gibelin. Ma dopo le dichiarazioni della giornata, si dovrà aspettare l’interrogatorio – di fronte alla commissione d’inchiesta del Senato, parallela a quella dell’Assemblée – del segretario generale dell’Eliseo, Alexis Kohler, giovedì. Dovrà anche essere sentito il capogabinetto, Patrick Stzoda, già interrogato dalla polizia come “testimone”. Collomb e Delpuech hanno scaricato la patata bollente sulla struttura organizzativa dell’Eliseo: entrambi si sono giustificati, affermando che, benché informati dei fatti (e del video) già il 2 maggio, non hanno ritenuto opportuno andare più a fondo, perché Benalla non era alle loro dirette dipendenze. L’Eliseo, del resto, era stato informato. Macron, all’inizio di maggio, era in Australia, in viaggio ufficiale. La France Insoumise e Benoît Hamon (ex candidato Ps alla presidenza) chiedono un’audizione di Macron: «Nulla impedisce di farlo nella nostra Costituzione» (alcuni costituzionalisti sono d’accordo), «ne va della salute della nostra democrazia». Macron, messo alle corde, ha annullato la presenza al Tour de France, prevista questo mercoledì.

Ieri, gli avvocati di Benalla, che è stato incriminato per violenze e usurpazione di funzione dopo essere stato licenziato, hanno diffuso un comunicato dove dichiarano che il loro cliente è “stupefatto” per le ricadute della vicenda che cerca di «nuocere al presidente della Repubblica». La République en Marche accusa l’opposizione si essere saltata sul caso con l’intenzione di fare ostruzione e bloccare la discussione in parlamento della riforma costituzionale (che prevede una riduzione del numero dei deputati, una limitazione del numero dei mandati, una dose di proporzionale alle legislative ecc.), a cui si oppongono. L’esame della riforma costituzionale è stato rimandato a settembre.

L’unica cosa certa è che c’è stato un “disfunzionamento”. Lo ha ammesso anche Macron, in una prima reazione alla riunione che si è tenuta domenica sera all’Eliseo, con la partecipazione di Gérard Collomb, del primo ministro Edouard Philippe, del portavoce Benjamin Grivaux e del ministro delle relazioni con il Parlamento, Castaner. Macron ha condannato un «comportamento scioccante» e promesso che «non ci sarà impunità per nessuno». Intanto, questa vicenda ha già mostrato alcune cose. C’è stato un deplorevole fatto di cronaca, la violenza contro i manifestanti, che è gonfiato fino a diventare un caso politico che l’opposizione chiama «affare di stato», perché il potere ha creduto di poterlo nascondere. Ci sono state protezioni non chiarite. Ma chi è risultato senza protezione è proprio Macron: il presidente appare solo, circondato da un circolo ristretto che ha dato segni di impreparazione. Benalla era onnipresente, anche in luoghi dove non avrebbe dovuto esserci. Ma ministri e prefetti sembrano averlo sopportato solo perché era “vicino” a Macron. Per il momento, non c’è nessuna prova che esista una “polizia parallela”, come ce ne sono state ai tempi di De Gaulle con il Sac – Servizio di azione civica – e di Mitterrand, con la cellula antiterrorista: in entrambi i casi l’esperimento era finito molto male (implicazione di uomini del Sac nel sequestro e scomparsa dell’oppositore marocchino Ben Barka, nell’82 ci sono i presunti terroristi irlandesi di Vincennes e le intercettazioni telefoniche illegali per nascondere l’esistenza della figlia segreta del presidente, Mazarine).

* Fonte: Anna Maria Merlo, IL MANIFESTO

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