Apparati statali & Repressioni

Nel mio libro Miccia corta c’è anche un apparato iconografico. Una delle fotografie lì contenute, e qui riportata, mostra un corteo sindacale della fine del 1969, successivo alla morte in piazza dell’agente della celere Antonio Annarumma, rimasto accidentalmente ucciso (in uno scontro tra due jeep della polizia, secondo filmati e testimoni) durante scontri tra polizia e manifestanti. Nell’immagine, un operaio tiene alto un cartello che ricorda all’allora presidente della Repubblica: «Saragat! Operai 171, poliziotti 1».

Dopo la morte di Annarumma si scatenò una virulenta campagna politico-mediatica contro operai in lotta, sindacati e partiti di sinistra, che allora facevano il proprio dovere, cioè sostenevano le classi sociali più deboli e denunciavano, nelle aule parlamentari e fuori, le malefatte dei governi democristiani, talvolta sorretti dai voti del partito neofascista. Quel partito si chiamava Movimento Sociale Italiano, aveva come fondatore e segretario Giorgio Almirante, già capo di gabinetto del ministero della Cultura durante il regime fascista, nonché capo redazione de “La difesa della razza”, rivista antisemita e razzista dell’epoca. In quel partito militarono anche alcuni di coloro che sono attualmente al governo in Italia. E che, naturalmente, sono quelli che più forte strillano in questi giorni, dopo gli scontri di Torino alla manifestazione di protesta per la chiusura di Askatasuna.

A quel partito neofascista si rivolgevano anche le simpatie e si convogliavano i voti di una cospicua parte dei poliziotti e carabinieri dell’epoca. Così come di capi eversivi e di generali golpisti (tra di loro Ciccio Franco e Vito Miceli) poi regolarmente eletti e portati in Parlamento proprio dall’MSI per salvarli dalle rare e sempre inconcludenti indagini giudiziarie, invece molto solerti ed efficienti nella repressione contro operai, studenti e militanti della sinistra extraparlamentare. Pure una parte non marginale della magistratura, infatti, era esplicitamente conservatrice quando non di estrema destra. Del resto, molti dei vertici delle polizie, dei servizi segreti e della magistratura ancora provenivano dai ranghi del regime mussoliniano, essendo stati provvidenzialmente salvati e prontamente reintegrati dalle ripetute amnistie e mancate epurazioni dopo la Liberazione. Epurazioni che, invece, colpirono ed emarginarono i partigiani.

Quelle 171 vittime non hanno mai ottenuto alcuna giustizia. E neppure le vittime della legge Reale: varata nel maggio del 1975 (con l’opposizione del PCI, che però successivamente si schierò contro il referendum abrogativo) limitava il diritto di manifestare e rendeva non perseguibile qualsiasi eccesso o uso improprio delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine; in sostanza una repressione del dissenso e uno scudo penale simile a quello che vuole ora imporre il governo Meloni strumentalizzando gli scontri avvenuti a Torino.

Dall’entrata in vigore di quella legge al 1989 le forze dell’ordine provocarono 254 morti e 371 feriti, un terzo dei quali in assenza di qualsivoglia reato. Uccisioni e ferimenti rimasti regolarmente impuniti. Così come i tanti altri, prima e dopo, avvenuti a opera di uomini e apparati dello Stato.

Erano anni di piombo, ma non nel senso fraudolento divenuto comune, bensì in quello originario del film di Margarethe von Trotta. Successivamente, le polizie, ormai non più controllate e “calmierate” dai partiti della sinistra e da una stampa non asservita, hanno consolidato la propria facoltà di violenza sproporzionata e gratuita in piazza contro manifestanti e dissenzienti, la pretesa di impunità e i propri riferimenti ideologici e politici.

Chi si ricorda dei coretti a Genova quando, dopo aver ucciso Carlo Giuliani in piazza Alimonda, dopo la “macelleria messicana” alla Scuola Diaz, dopo aver rastrellato manifestanti feriti negli ospedali e averli portati alla caserma di Bolzaneto, mentre li torturavano, carabinieri e celerini cantavano: «uno, due, tre viva Pinochet, quattro, cinque, sei morte agli ebrei, sette, otto, nove il negretto non commuove»?

Come del resto nessuno in precedenza aveva chiesto la cacciata o almeno il prepensionamento di quel “professor De Tormentis”, al secolo questore Nicola Ciocia, messo a capo di una squadra di poliziotti torturatori voluta dal ministero dell’Interno contro i militanti della lotta armata, un signore che si faceva intervistare con un busto di Mussolini sulla scrivania e si dichiarava orgogliosamente «fascista mussoliniano».

Non erano né gli anni Cinquanta né più i Settanta: era il 2001. Al governo, con Silvio Berlusconi, vi erano quelli stessi eredi del neofascismo italiano che si erano fatti le ossa nelle sezioni del MSI e che in quei momenti di “democrazia sospesa” (e mai più ripresasi, viene da dire), mentre i massacri e le torture erano in corso, in veste di ministri e di vicepresidenti del Consiglio arringavano e sostenevano le polizie direttamente nella sala operativa della questura e del comando dei carabinieri di Genova e nella stessa caserma di Bolzaneto.

Eppure, allora, pur se non si arrivò a istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta, le opposizioni di sinistra e i media, magari in parte, con prudenze, autocensure e timidezze, contribuirono a fare conoscere la verità dei fatti, a denunciare l’accaduto. Il finale non è stato granché diverso, poiché diversi responsabili in divisa della mattanza genovese furono persino promossi.

Adesso, invece, come mostrano le cronache e il dibattito dopo Torino, il doppio standard e gli strabismi nel giudizio politico e morale sulla violenza si sono fatti senso comune, la torsione della verità è divenuta tanto più spudorata quanto più incontrastata.

Con la memoria, ci è stata infine tolta anche la voce e la volontà di stare dalla parte del torto, quella degli oppressi, delle vittime del potere e della repressione.

Non c’è più nessuno, se non minoranze marginali senza più ascolto, che abbia il coraggio di gridare ad alta voce: «Mattarella! Manifestanti 171, poliziotti 1».

Anche perciò quando, dopo Askatasuna, verranno a prendere pure voi – e state pur certi che verranno, perché il fascismo è come lo scorpione dell’apologo – non ci sarà più nessuno a difendervi.

Sergio Segio

La Fabrique, che pubblica libri impegnati, è generalmente identificata con la sinistra della sinistra. In Francia è già stata presa di mira dalla lotta antiterrorismo nel cosiddetto «caso Tarnac»

 

La legislazione antiterrorismo britannica ha permesso l’arresto a Londra di un rappresentante francese di una casa editrice di sinistra, La Fabrique. L’arbitrarietà finisce per superare le frontiere: chiunque può essere arrestato senza autorizzazione.

Lo Stato attacca i libri, e quindi la libertà di opinione. In nome della democrazia, l’antiterrorismo diventa un’arma contro la democrazia.

Oggi tocca agli editori, a chi toccherà domani? C’è del marcio nel regno di Emmanuel Macron. E questa piaga antidemocratica si estende oltre i confini della Francia. L’arresto di Ernest M., avvenuto il 17 aprile 2023 mentre lasciava l’Eurostar per recarsi alla Fiera del Libro di Londra, ne è un esempio. Una legge antiterrorismo del 2000 consente questa operazione in Gran Bretagna, anche in assenza di sospetti. Per essersi rifiutato di dare accesso al suo computer e al suo telefono, questo editore è ora accusato di aver ostacolato un’indagine sul terrorismo.

Il problema è che rappresenta La Fabrique. Questa casa editrice, che pubblica libri impegnati, è generalmente identificata con la sinistra della sinistra. In Francia è già stata presa di mira dalla lotta antiterrorismo nel cosiddetto «caso Tarnac». Un collettivo con sede a Tarnac, appunto, un piccolo villaggio della Corrèze, è infatti stato sospettato nel 2008 di aver sabotato una linea Tgv. Si trattava di un’offensiva politica contro quella che il governo di allora definiva «l’ultrasinistra». Per dieci anni, la giustizia francese si è accanita contro alcuni dei suoi membri, in particolare Julien Coupat e la sua compagna Yildune Lévy, che sono stati perseguiti per terrorismo.

Il fiasco giudiziario si è concluso nel 2018 con l’assoluzione, poiché l’accusa ha rinunciato a presentare appello. Il presidente del tribunale ha concluso che «il gruppo di Tarnac era una finzione». Resta il fatto che questo gruppo è associato al Comitato invisibile, autore collettivo (e anonimo) di alcuni libri pubblicati da La FabriqueL’Insurrection qui vient nel 2007, À nos amis nel 2014 e Maintenant nel 2017.

Questi libri hanno avuto un’accoglienza significativa da parte della sinistra radicale. Dal 2014, le pubblicazioni settimanali del sito web Lundimatin ne sono un’estensione intellettuale e politica. La retorica antiterroristica del governo si è quindi spostata: le accuse ora non si riferiscono più a presunti fatti, ma a presunti effetti, ovvero, all’influenza.

È di questo che La Fabrique è accusata: le domande poste a Ernest M. durante la sua detenzione riguardavano i suoi libri e i loro autori. Questo attacco alla libertà di opinione si inserisce ormai in una vera e propria campagna politica anti-intellettuale: dopo l’attacco all’ultrasinistra, con Emmanuel Macron si assiste ora a una campagna contro gli universitari, riprendendo la retorica mobilitata dall’estrema destra contro la cosiddetta «islamosinistra» (islamogauchisme).

Nel 2020, pochi giorni dopo la decapitazione dell’insegnante Samuel Paty, il ministro dell’Istruzione, Jean-Michel Blanquer, non ha esitato a denunciare una «complicità intellettuale con il terrorismo». L’arresto di Ernest M. si inserisce quindi nel processo politico che viene condotto oggi contro le idee e i libri. La radicalizzazione del governo viene presentata come una reazione contro la radicalizzazione dei movimenti sociali che gli intellettuali legittimerebbero.

In realtà, è piuttosto vero il contrario: l’esasperazione che ha preso voce nelle recenti manifestazioni è una reazione alla deriva antidemocratica del potere in Francia, confermata peraltro dal trattamento repressivo che ricevono. Certo, c’è la violenza della polizia che colpisce indiscriminatamente. Ma ci sono anche, per fare solo un esempio, i divieti di «pentolate» che accompagnano i viaggi del governo, ancora una volta con la scusa della lotta contro il terrorismo. Ironia della sorte: le autorità non fanno che dare ragione agli autori de La Fabrique. L’antiterrorismo è oggi, in nome della democrazia, un’arma contro la democrazia.

P.S.: Questo arresto ha provocato manifestazioni di solidarietà a Parigi e a Londra. Il 2 maggio 2023 è stata pubblicata sul giornale Le Monde una dichiarazione collettiva firmata da quasi ottanta autori e autrici de La Fabrique.

Traduzione dal francese di Massimo Prearo

* Fonte/autore: Éric Fassin, il manifesto

Sette anni fa mise nero su bianco il vocabolo più scottante del caso Diaz: tortura. Stavolta scrive la parola fine su una vicenda che occupa già un posto di rilievo nella poco brillante storia delle nostre forze di polizia.

La Corte europea per i diritti umani ha respinto l’ultimo ricorso pendente, e chissà se Gilberto Caldarozzi, Francesco Gratteri, Giovanni Luperi e gli  altri funzionari condannati in via definitiva per la “notte dei manganelli” al G8 di Genova del 2001 speravano davvero di spuntarla così, all’ultimo tuffo, invocando la lesione del principio dell’equo processo, per la mancata riconvocazione in appello dei testimoni.

La Corte europea, in sintonia con valutazioni già consolidate in Cassazione, ha respinto il ricorso, ma c’è qualcosa di ironico in tutto ciò, se pensiamo che al processo Diaz quasi tutti gli imputati (compresi i ricorrenti) scelsero di non testimoniare, avvalendosi – pur ricoprendo, alcuni di loro, incarichi di altissimo rango nella polizia di stato – della facoltà concessa a tutti gli imputati di non rispondere alle domande dei pm.

Il processo Diaz – non dimentichiamolo – è stato  difficile e tormentato per gli evidenti risvolti politici e istituzionali; un processo apertamente ostacolato dai vertici di polizia, con un’omertà di fondo  (indicata a chiare lettere nella requisitoria dei pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini) e comportamenti a dir poco irriguardosi:

  • l’invio di fotografie degli agenti pressoché inutilizzabili per eventuali tentativi di riconoscimento personale;
  • la mancata decifrazione della quattordicesima firma (dalla grafia illeggibile) in calce al verbale d’arresto, risultato interamente falso;
  • l’inopinata distruzione delle due bombe molotov – una fonte di prova nel processo (le avevano portate i poliziotti ma erano state attribuite agli occupanti della scuola, a pestaggio avvenuto) – affidate in custodia alla questura di Genova;
  • la mancata identificazione dell’agente coi capelli a coda di cavallo ripreso da una telecamera mentre picchiava qualcuno all’interno della scuola Diaz e poi risultato – ma troppo tardi per processarlo – un agente in servizio alla questura di Genova e addirittura presente in aula fra il pubblico  alle udienze del processo…

La Corte di Strasburgo ha chiuso definitivamente il caso, ma se avessimo voglia di leggere tutte le sue sentenze – e in Italia, in seno alle istituzioni, questa voglia non c’è – scopriremmo che alcune questioni sono tuttora aperte.

Qualcuno ricorda la sentenza Cestaro del 2015? E’ la sentenza che scosse per un attimo sia i grandi media sia il Palazzo: i giudici europei dicevano che alla scuola Diaz era stata praticata la tortura, che la polizia di stato aveva ostacolato le indagini giudiziarie senza tuttavia essere sanzionata, che la giustizia italiana aveva inflitto pene troppo lievi ai responsabili gerarchici  del blitz alla Diaz e che gli autori materiali delle violenze erano sfuggiti a ogni conseguenza legale.

La sentenza prescriveva all’Italia di destituire i condannati in via definitiva, di introdurre nell’ordinamento il crimine di tortura e di obbligare gli agenti in servizio di ordine pubblico a indossare codici di riconoscimento sulle divise.

La Corte chiedeva insomma all’Italia di fare i conti con la sua dimostrata, strutturale incapacità di rendere giustizia ai propri cittadini privati di diritti umani fondamentali.

Sappiamo com’è andata a finire: il rumore causato dalla sentenza del 2015 e dalle sue dure considerazioni ha prodotto una (mediocre) legge sulla tortura e nient’altro.

Le forze di polizia, in questi ventuno anni, hanno dimostrato in innumerevoli occasioni di non avere affatto elaborato la “lezione di Genova”, confermando indirettamente quanto fossero sensate e fondate le dure parole dei giudici europei.

Il caso Diaz è tecnicamente chiuso, ma il caso Genova G8 è politicamente, socialmente e professionalmente aperto: la “polizia di Genova” non è il passato, ma il nostro imbarazzante presente.

* L’autore fa parte del Comitato Verità e Giustizia per Genova

Fonte/autore: Lorenzo Guadagnucci, il manifesto

Il 20 settembre 1989 il 22enne José Antonio Cardosa morì a causa dell’esplosione di un pacchetto che si accingeva a consegnare ad un indirizzo di Orereta, comune operaio della cintura industriale di San Sebastiàn.

L’attentato, diretto contro un noto militante locale di Herri Batasuna, non fu rivendicato ma non rappresentò un fatto isolato. L’omicidio del giovane postino rimase impunito, uno dei tanti episodi di cui è costellata la “guerra sporca” condotta dagli apparati spagnoli contro gli ambienti politici vicini all’ETA. Nello stesso periodo anche il deputato navarro Patxi Erdozain ricevette un pacco-bomba, così come il dirigente di Herri Batasuna, Iñaki Esnaola, poi ferito in un attentato compiuto da un gruppuscolo di estrema destra che causò la morte del deputato Josu Muguruza.

L’inchiesta sulla morte del giovane postino fu affidata a Baltasar Garzón, il controverso magistrato che negli anni seguenti arrivò a mettere fuori legge la stessa Herri Batasuna, oltre a quotidiani, radio e varie associazioni ritenute un’estensione dell’organizzazione armata. L’inchiesta però non portò a nulla e nel 2000 fu archiviata.

A 32 anni da quel tragico evento, i sospetti di allora potrebbero essere confermati da una conversazione pubblicata nei giorni scorsi dal quotidiano spagnolo – di destra – Abc.

La documentazione alla quale ha avuto accesso il giornale fa parte dell’archivio segreto realizzato da Emilio Alonso Manglano, direttore del Cesid – i servizi segreti di Madrid – dal 1981 al 1995. Si tratta di una conversazione privata, registrata nella sede dei servizi, tra lo stesso Manglano e Antonio Asunción, Ministro degli Interni socialista tra il novembre 1993 e il maggio 1994, dimessosi dopo la fuga dell’ex direttore generale della Guardia Civil e militante socialista Luìs Roldán, poi arrestato a Bangkok e condannato in Spagna a 31 anni per truffa, frode fiscale e malversazione.

In alcune dichiarazioni Roldàn – la cui vicenda è stata trattata da Manuel Vázquez Montalbán nel romanzo “Luìs Roldán né vivo né morto” – parlò del coinvolgimento di alcuni alti esponenti degli apparati di sicurezza con la “guerra sucia” e in particolare con l’attività terroristica dei “Gal”, gli squadroni della morte creati durante il governo di Felipe González e composti da esponenti delle forze dell’ordine e da estremisti di destra dediti all’omicidio di reali o presunti militanti o fiancheggiatori dell’Eta. La pista indicata, però, non venne seriamente battuta dagli inquirenti.

Nella conversazione pubblicata da Abc e risalente al 22 dicembre 1994, invece, Asunción rivelò al direttore del Cesid che dietro l’invio dei pacchi bomba a militanti della sinistra basca c’era il suo predecessore al dicastero degli Interni tra il 1988 e il 1993, José Luis Corcuera, anch’egli dirigente del Psoe.

Descrivendo la morte del postino come un “incidente” – la lettera esplose perché il postino la piegò in due tentando di farla entrare nella cassetta del destinatario – Asunción spiega che il suo predecessore sarebbe stato a capo di un ristretto team interno agli apparati di sicurezza.

Interpellato da Abc, ovviamente Corcuera ha negato ogni responsabilità ma Eh Bildu, la coalizione della sinistra indipendentista basca che sostiene dall’esterno il governo di Pedro Sànchez, ha preteso che l’ex ministro degli Interni e quello attuale, Fernando Grande-Marlaska, vengano ascoltati dal Congresso per fornire spiegazioni. Una richiesta appoggiata dal Partito Nazionalista Basco e da Elkarrekin Podemos.

Il problema è che sia Asunción sia Manglano sono morti, ed è probabile che il testo pubblicato da Abc non produca conseguenze sul piano giudiziario. Anche perché in molti accusano il giornale di aver solo voluto pompare, col proprio scoop, il successo editoriale de “El libro de los espias”, basato proprio sull’archivio segreto dell’ex direttore del Cesid.

* Fonte: Marco Santopadre, il manifesto

TORINO. Questa è una di quelle volte in cui letteralmente la realtà supera l’immaginazione. In cui si disarciona il «patto narrativo» che fonda tutta la comunicazione letteraria e un pezzo di romanzo viene considerato un’aggravante per imporre una sorveglianza speciale della durata di due anni per supposta «pericolosità sociale». Succede a Marco Boba, militante anarchico torinese, una lunga storia nei movimenti, autore di Io non sono come voi, romanzo uscito nel 2015 per Eris Edizioni. Ed è proprio la frase riportata nel retro copertina del libro a essere finita nella richiesta di misure preventive mossa dalla Procura di Torino.

«Troviamo davvero pericoloso e allarmante che in questi atti ci sia finito un romanzo», afferma Anna Matilde Sali di Eris Edizioni. «Non possiamo accettare che diventi una prassi, se no qualsiasi libro potrebbe diventare un’aggravante. Questa volta è capitato in ambito di movimento, domani chissà». La frase «incriminata», estrapolata dal romanzo «per far capire a chi si ritroverà il libro in mano qual è il cuore della storia, il mood, l’atmosfera, lo stile narrativo», è quella riferita dal protagonista del libro in un dialogo: «Io odio. Dentro di me c’è solo voglia di distruggere, le mie sono pulsioni nichiliste. Per la società, per il sistema, sono un violento, ma ti assicuro che per indole sono una persona tendenzialmente tranquilla, la mia violenza è un centesimo rispetto alla violenza quotidiana che subisco, che subisci tu o gli altri miliardi di persone su questo pianeta».

Un virgolettato che per ellissi viene, nella richiesta giudiziaria, fatto passare per pensiero dell’autore. La casa editrice precisa: «Parliamo di un romanzo di finzione, con un protagonista di finzione. Il romanzo è scritto in prima persona, al presente, scelta tra l’altro fatta non in origine dall’autore, ma dopo un lungo confronto tra autore ed editore. Editing, normale editing». La narrazione letteraria d’altronde è di per sé sottesa a quel patto sintetizzato da Umberto Eco in Lector in Fabula a proposito del ruolo dell’autore che, all’inizio di un testo, stabilisce questo: «Voi non credete a quello che vi racconto e io so che voi non ci credete, ma una volta stabilito questo, seguitemi con buona volontà cooperativa, come se io stessi dicendovi la verità».

Il 21 aprile ci sarà l’udienza in Tribunale per discutere dell’applicazione della misura. «Ho iniziato a fare politica a 15 anni ora ne ho 53 anni – racconta Marco Boba – e non mi sono mai ravveduto. Ed è quello che mi viene imputato nella richiesta di sorveglianza speciale, che mi pare quasi un reato di opinione. Ero, sono e resto anarchico. La Procura mette insieme di tutto e di più, le mie condanne e denunce, la mia partecipazione a Radio Blackout e altro». La sorveglianza sociale di cui fanno le spese attivisti No Tav o quelli andati in Siria con le Ypg curde è un provvedimento che colpisce le persone al di là di uno specifico fatto ma per un «comportamento generale».

«A noi – spiega Eris Edizioni – sembra davvero pericoloso che una finzione possa diventare una prova, che le opinioni o le azioni di un personaggio di finzione lo possano diventare, che una frase scelta dall’editore, per promuovere al meglio un libro, possa diventare un’aggravante e che una questura o una procura si possano occupare di una materia che dovrebbe restare appannaggio di chi fa critica letteraria. In questi anni più volte si è invocato il reato d’opinione.

Dalla vicenda di Erri De Luca, assolto dall’accusa di istigazione a delinquere per essersi espresso a favore dei sabotaggi contro la Tav, alla studentessa accusata di aver partecipato attivamente a delle azioni No Tav solo per aver utilizzato il “noi partecipativo” nella sua tesi di laurea in Antropologia culturale sul movimento stesso». Il libro di Marco Boba è, lo racconta lui stesso, «la storia di un ragazzo inquieto e disilluso a cui sta stretto il contesto di vita e che fugge a Filicudi. È una storia di amore e rabbia».

* Fonte: Mauro Ravarino, il manifesto

Censura della posta per evitare una possibile propaganda all’interno del carcere. È successo a Dana Lauriola, attivista No Tav attualmente detenuta alle Vallette di Torino. «Un grave tentativo punitivo», denuncia il movimento valsusino, fortunatamente, poi, scongiurato dal magistrato di sorveglianza che ha rigettato, per mancanza di fatti aderenti, la richiesta della direttrice della casa circondariale, Rosaria Marino. Come ha raccontato la stessa Dana, in una precisa lettera inviata al movimento, la direttrice aveva, infatti, chiesto «l’emissione di un provvedimento restrittivo, tipico dell’alta sorveglianza (articolo 18 ter ordinamento penitenziario), ossia la richiesta di controllo (e selezione) della mia corrispondenza epistolare e telegrafica, la cosiddetta censura».

Tutto è successo a margine dello sciopero della fame di Dana e di altre tre detenute, a fine gennaio, per chiedere, il ripristino delle ore di colloquio, anche in videochiamata, ingiustamente dimezzate e l’inserimento dei detenuti nella campagna vaccinale Covid, da cui erano esclusi. Protesta che non è stata vana, «anzi i risultati si sono dimostrati da subito concreti e tutte noi stiamo finalmente godendo dei nostri pieni diritti per quanto riguarda i contatti con i nostri familiari», racconta la No Tav. Ma, forse, ha toccato alcuni nervi scoperti.

«Si è trattato di un vano ma preoccupante tentativo – sostiene l’avvocata Valentina Colletta, uno dei due difensori di Lauriola – di comprimere diritti costituzionalmente garantiti in capo a soggetti già ampiamente deprivati, ma ai quali non può né deve essere negato anche il diritto alla libera manifestazione del pensiero e ad una quantomeno minima agibilità politica».

«Mi chiedo se sia finita qui oppure siano vere le voci che circolano circa un mio futuro trasferimento» si chiede, infine, nella lettera Dana Lauriola, che deve scontare una pena di due anni di detenzione per un episodio avvenuto nel 2012 durante un’azione dimostrativa pacifica sulla A32, quando al megafono spiegava le ragioni della manifestazione. Una condanna sproporzionata come sottolineato da Amnesty International.

Sulla tentata censura delle lettere dell’attivista No Tav è intervenuto Marco Grimaldi, capogruppo di Liberi Verdi e Uguali in consiglio regionale: «Riteniamo quella richiesta un atto gravissimo. Negare un diritto fondamentale di una donna è molto grave, farlo in assenza di fatti aderenti, come ha stabilito il giudice, è viltà».

* Fonte: Mauro Ravarino, il manifesto

Nel 1968 all’indomani di violenze di polizia contro il movimento studentesco, Giancarlo Pajetta dichiarò: «Quelli che hanno ordinato l’attacco contro gli studenti, che li hanno fatti bastonare, che li hanno portati in questura, non sono uomini nuovi. Sono quelli del 1964, quelli del 1960. Un generale dei carabinieri che preparava campi di concentramento adesso comanda un po’ di più; un generale di brigata è diventato generale di divisione; il generale che ha falsificato i documenti perché il processo andasse com’è andato, quello è stato promosso ha ricevuto una stella di più. Una stella al merito della menzogna».

Anche le tante promozioni, succedutesi nei venti anni che ci separano dal G8 di Genova, di funzionari delle forze dell’ordine condannati in via definitiva interessano non «uomini nuovi» ma figure di lungo corso.  Uno è diventato vice direttore del Cesis; uno è stato assunto in Finmeccanica dal suo ex-capo in Polizia che intanto ne era salito al vertice; uno è andato a guidare l’antiterrorismo e la Divisione anticrimine e un altro ancora il Centro operativo della Polizia stradale a Roma, prima di diventare vicequestore. La lista si allunga di anno in anno senza che i cambi di governi siano in grado di arrestare quella «procedura amministrativa obbligata» posta a giustificazione ufficiale di tali avanzamenti.

La continuità dello Stato, fatta di rimozione del passato e persistenza negli apparati, è questione che interroga il corpo e la materia costituente del Leviatano di Hobbes e ritrae la capacità di «riproduzione nell’immutabilità» delle istituzioni e delle sue prassi. Claudio Pavone insegna che «continuità non è sinonimo di immobilismo» e analizzarne la dinamicità e la sua ricaduta nel tempo consegna strumenti interpretativi per agire sugli assetti del presente.

La transizione dal fascismo alla democrazia (mancata Norimberga italiana e fallimento dell’epurazione) non solo consentì il mantenimento degli uomini di Mussolini (a metà anni Sessanta in Italia venivano dal regime 62 prefetti di prima classe su 64; 64 prefetti di seconda classe su 64; 241 viceprefetti; 7 ispettori generali di Ps su 10; 120 questori su 135; 139 vicequestori su 139 mentre su 1642 commissari e vicecommissari solo 34 avevano vaghi legami con la Resistenza) ma costò fino al 1954, nella relazione democrazia-ordine pubblico 62 morti; 3126 feriti; 92169 arresti; 19306 condannati tra operai e contadini impegnati nelle lotte per lavoro e terra. Erano gli anni in cui nella Sicilia della strage di Portella della Ginestra si alternarono a capo dell’Ispettorato di Ps gli ex questori fascisti di Lubiana Ettore Messana (accusato di crimini di guerra) e Ciro Verdiani, già capo-zona dell’Ovra a Zagabria e questore di Roma nel 1946.

Negli anni Sessanta rapidi furono gli avanzamenti di carriera dei militari coinvolti nel «Piano Solo» del generale De Lorenzo: il colonnello Mario de Julio, incaricato di emettere l’ordine d’arresto contro dirigenti di Pci e Psi, fu promosso comandante della Legione di Livorno; Dino Mingarelli, capo di Stato Maggiore della Divisione Pastrengo di Milano, responsabile degli ordini d’assedio delle zone operaie della città, diverrà direttore della scuola sottufficiali prima di essere condannato per il depistaggio della strage di Peteano del 1972; il colonnello Romolo Dalla Chiesa capo di Stato Maggiore della Divisione Ogaden di Napoli divenne comandante della Legione Lazio.

Negli anni Settanta la torsione democratica deflagrò con lo stragismo e con l’immutabile regola delle promozioni sul campo. Ecco, dunque, l’ex-direttore del confino fascista di Ventotene Marcello Guida gestire l’ordine pubblico a Torino e poi, sempre nel 1969, da questore di Milano accogliere dopo la strage di Piazza Fontana il presidente della Camera Pertini, suo ex-detenuto; Silvano Russomanno repubblichino arruolato nella Luftwaffe nazista divenire numero due dell’Ufficio Affari Riservati negli anni di stragi e golpe; gli agenti Pietro Mucilli, Vito Panessa, Carlo Mainardi e il carabiniere Savino Lograno tutti promossi e presenti al momento della morte di Giuseppe Pinelli in questura a Milano; Giuseppe Pièche, ai vertici del SIM fascista e uomo di fiducia di Mussolini diventare referente del ministro dell’Interno Scelba e poi essere indagato, e assolto, per il golpe Borghese del 1970 mentre il figlio Augusto, nel 1968, organizzava il viaggio dei neofascisti italiani nella Grecia dei colonnelli.

La continuità giunge così fino a noi con i protagonisti del 2001 penalmente salvati dall’assenza del reato di tortura nel nostro codice (introdotto nel 2017) e poi promossi.  Ad essere danneggiate nella loro credibilità sono le istituzioni, in un momento storico in cui le stesse dispongono Stati d’emergenza da affidare ai loro uomini.  «Tutto ciò poteva essere evitato solo destituendo i funzionari», si legge nelle spiegazioni ufficiali, ma tale «scelta non fu intrapresa dall’Amministrazione». Su quella scelta si misura la stato della nostra democrazia

* Fonte: Davide Conti, il manifesto

Due funzionari di polizia condannati per fatti relativi al G8 di Genova del 2001 sono stati recentemente promossi a vicequestori. La notizia, fatta circolare lunedì da Amnesty International, ha immediatamente sollevato polemiche politiche.

Pietro Troiani e Salvatore Gava parteciparono all’irruzione nella scuola Diaz la sera del 21 luglio. Il primo introdusse due molotov nell’edificio e il secondo ne accertò il «ritrovamento». Per questo furono condannati a 3 anni e 8 mesi e all’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Il 28 ottobre scorso la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e il capo della polizia Franco Gabrielli li hanno promossi entrambi a vicequestori.

I fatti della Diaz sono ricordati come la «macelleria messicana». L’espressione fu utilizzata nel 2007 in un’aula di tribunale da Michelangelo Fournier, che partecipò all’irruzione come vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma. Quella notte nell’edificio dormivano manifestanti legati al Genoa Social Forum. L’operazione portò all’arresto di 93 persone. Di queste 63 finirono in ospedale. Tra loro c’era anche il giornalista inglese Mark Covell, che ci arrivò in coma.

Il «ritrovamento» delle molotov servì a giustificare l’intervento, che si configurò come una vera e propria mattanza. Per quella vicenda la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia in due diverse occasioni, nel 2015 e 2017, stabilendo che le forze dell’ordine avevano commesso veri e propri atti di tortura. Il regista Daniele Vicari ha ricostruito l’episodio nel film-denuncia «Don’t Clean Up This Blood» (2012).

«Desta sconcerto che funzionari di polizia condannati per violazioni dei diritti umani restino in servizio e, anzi, vengano promossi a ulteriori incarichi», ha dichiarato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia.

La decisione ha provocato reazioni tra gli esponenti di diversi partiti politici. «Lamorgese e Gabrielli revochino la promozione – ha detto il senatore del Movimento 5 Stelle Gianluca Ferrara – Chi è stato condannato per reati così gravi dovrebbe essere radiato». Di «insulto allo stato di diritto e alle tante persone che hanno subito la brutale violenza poliziesca» ha parlato Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista, partito che prese parte alle proteste.

«Questa incomprensibile promozione non può che minare la fiducia già precaria verso lo Stato», hanno scritto in una nota Massimiliano Iervolino e Giulia Crivellini, dei Radicali italiani. Per il parlamentare di Liberi e Uguali Erasmo Palazzotto: «È grave che siano concesse promozioni e avanzamenti a membri delle forze dell’ordine già condannati per violazione dei diritti umani. Serve introdurre i codici identificativi per le forze dell’ordine». L’esponente di LeU presenterà un’interrogazione parlamentare alla ministra Lamorgese

* Fonte: Giansandro Merli, il manifesto

Dana Lauriola, educatrice torinese che lavora con i senza dimora, è stata prelevata ieri mattina nella sua abitazione di Bussoleno da un massiccio apparato di forze dell’ordine che, per qualche attimo, si è scontrato con gli amici e compagni che presidiavano la casa dell’attivista No Tav. Epilogo non scontato di una storia iniziata otto anni fa, quando Dana Lauriola, insieme a molti militanti del movimento, entrò in autostrada per una protesta pacifica: venne alzato uno sbarramento, al fine di non creare imbuti pericolosi, e fu srotolato uno striscione. Alcuni parlarono da un megafono, tra questi era presente la militante Notav.

Delle centinaia di manifestazioni che hanno costellato la ventennale storia della Torino-Lione, la protesta in autostrada viene ricordata tra le più innocue e pacifiche. Un blitz che si risolse in breve tempo, ma che è già costato diverse condanne. Ieri è stata la volta della portavoce, una delle molte, del movimento, a cui non sono state riconosciute pene alternative alla carcerazione.

Da diversi giorni era stato approntato un presidio «protettivo», che però nulla ha potuto di fronte ai reparti mobili giunti per tradurre in carcere la militante Notav. Una carica ha fatto indietreggiare i manifestanti, mentre la Lauriola veniva prelevata e portata nel carcere Lorusso-Cotugno di Torino. Posto agli arresti domiciliari anche un altro volto storico del movimento Notav, Stefano Milanesi, anch’egli di Bussoleno. Dovrà scontare cinque mesi nella sua abitazione, in quanto condannato per resistenza a pubblico ufficiale.

Nicoletta Dosio, condannata per la stessa manifestazione della Lauriola e uscita dal carcere lo scorso inverno a causa dell’emergenza sanitaria, commenta: «Provo una agitazione insostenibile perché rivivo i passi dolorosi di quel mio viaggio verso il carcere: immagino e non posso che star male. Un’ingiustizia enorme, perpetrata contro una ragazza buona e solidale, la riprova del fatto che questo mondo sta perdendo il senso della misura, cieco di fronte all’abisso dove stiamo precipitando. Son tempi duri, in cui si viene mandati in carcere per ciò che si è e non per cosa si fa. È lo sfascio dell’etica e del diritto. Che senso ha accanirsi contro una donna come Dana, da parte dello Stato? In questi giorni in cui si spostano montagne di rosmarino da un punto all’altro della valle, sorvolando su ogni regola che viene piegata alla pura volontà, la rigidità della legge rivela la debolezza di un mondo privo di ragioni».

Alle otto e mezza di ieri sera il movimento Notav ha sfilato per le vie di Bussoleno impugnando centinaia di fiaccole. La prima manifestazione di solidarietà per la militante rinchiusa nel carcere di Torino. Ieri mattina, presso il Tribunale di Torino, gli imputati del maxi processo ai No Tav – secondo grado inerente gli importanti scontri del 2011 che coinvolsero decine di migliaia di persone – hanno letto un comunicato di solidarietà a Dana Lauriola, in cui hanno sottolineato che «l’unica colpa dei militanti del movimento è quella di continuare nella lotta»

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, il manifesto

https://www.facebook.com/watch/?v=755417551670823&extid=CPt8WtbMNPbpdPQm

Da George Floyd a Piacenza, gli abusi commessi da parte delle forze dell’ordine hanno conquistato la ribalta pubblica. Il dibattito che ne è seguito si articola in due direzioni: alcuni insistono sull’integrità dell’operato di poliziotti e Cc, rifugiandosi nella formula delle poche mele marce.
Questa posizione mira a liquidare sbrigativamente un problema che si connota come un fiume carsico della vita pubblica italiana, e, per rimanere nella storia recente, da Carlo Giuliani a Riccardo Magherini, ha rivelato l’inadeguatezza delle forze di polizia italiana a rapportarsi con la complessità sociale contemporanea.

Altri, sull’onda di quanto è successo a Minneapolis, propongono di smantellare le forze di polizia. Anche questa posizione, per quanto prospetticamente valida, mostra le sue evidenti lacune. Innanzitutto, perché sorvola sulle specificità del contesto statunitense. In secondo luogo, perché i tagli alla polizia, in UK e negli Usa, sono parte del pacchetto neoliberista. Ad esempio, dal 2010, quando i Tories sono tornati al potere, i tagli alle forze di polizia si attestano al 30%, con la cancellazione di esperienze come le Female Units, vere e proprie unità di supporto per le donne vittime di violenze, composte da poliziotte, assistenti sociali e counsellors.
All’interno della cornice neoliberista, privatizzare la polizia significa affidarsi a gruppi equivoci, come è successo in Francia e in UK, con società che facevano capo ai neofascisti a gestire i centri di permanenza e gli hotspot. Come vorrebbe fare la Lega con le ronde padane.

La questione di una polizia all’altezza di una società democratica, multiculturale e, possibilmente, inclusiva, rimane in tutta la sua attualità. I police studies, sviluppatisi nei paesi anglosassoni, dimostrano, per dirla col criminologo inglese Maurice Punch, che non si tratta di poche mele marce, bisogna andare a vedere il frutteto. Da un lato, le forze di polizia non sono asettiche rispetto alla società in cui operano, bensì ne riflettono gli umori, le percezioni e le pulsioni.

In altre parole, il razzismo, il sessismo e il classismo, in una società che ha fatto della domanda di sicurezza la sua cifra politica, si pone come un elemento strutturale delle forze dell’ordine. Dall’altro lato, lo spirito di corpo, l’identità professionale, l’esercizio di funzioni repressive, rendono i poliziotti più lenti a recepire i mutamenti sociali.
È stato così nell’Inghilterra dei primi anni Ottanta, coi bobbies ad agire verso gli afrocaraibici sull’onda del pregiudizio verso i lavoratori ospiti, senza tenere conto che si trovavano di fronte a cittadini britannici di nascita e di cultura. È così nell’Italia di oggi, dove Ps e Cc si ostinano a utilizzare categorie moraliste come «drogato» nei confronti del popolo della notte, fino a provocare tragedie come quella di Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini.

Nel caso italiano, inoltre, troviamo l’afflato etico delle polizie continentali, che pretendono di esercitare un presidio di tipo morale sui valori fondativi della vita associata, e si credono di conseguenza al di sopra della legge. È proprio questo il nodo da sciogliere, ovvero quello dell’accountability. Lo scarto tra le pratiche di polizia, ad orientamento contenitivo, e il flusso delle relazioni sociali, può essere colmato attraverso l’istituzione di meccanismi e procedure che tutelino i cittadini, e rendano le forze dell’ordine responsabili dei loro comportamenti.

Ad esempio, in UK esiste l’Independent Office for Police Conduct, a cui ci si può rivolgere nel caso si ritenga di essere stati vittime di abusi, che dispone del sostegno personale e legale a favore dei ricorrenti, e ogni anno presenta una relazione al Parlamento. Un organismo di questo tipo sostituirebbe le attuali procedure di inchiesta, che al momento, in Italia, sono interne alle singole forze di polizia. L’obbligatorietà del numero di matricola costituirebbe la seconda misura da implementare, in modo da rendere identificabili i poliziotti e di facilitare l’avvio di eventuali inchieste.

Altri aspetti riguardano la formazione e il reclutamento. A partire dalla rivolta afrocaraibica di Brixton del 1981, la polizia britannica si è adoperata per reclutare tra le sue fila membri delle minoranze razziali, fino ad espandere il discorso inclusivo verso il reclutamento di poliziotti Lgbtqi. Tali misure vanno di pari passo a una formazione orientata verso il rispetto delle diversità. Ovviamente, se i rapporti di forza rimarranno orientati a destra, queste misure non basteranno a cambiare positivamente l’operato delle forze di polizia. Costituirebbero comunque un passo avanti in un paese in cui nessuno, neppure la Lega, vuole smilitarizzare i Carabinieri.

* Fonte: Vincenzo Scalia, il manifesto

Sign In

Reset Your Password