Apparati statali & Repressioni

Francia . All’inizio della settimana, interrogato in parlamento il ministro degli Interni, Gérard Collomb, accusato di aver “mentito”

PARIGI. Un affare di stato o una serie di tragici errori di valutazione all’Eliseo? Macron è preso nella tempesta del “Benallagate”. Ieri, Alexandre Benalla, guardia del corpo di Macron, è stato posto in stato di fermo, assieme a quello che fino a due mesi fa era il suo superiore, il gendarme riservista Vincent Crase. Fermati anche tre poliziotti, che appena lo scandalo è esploso, questo mercoledi’, hanno fatto pervenire a Benalla il video che lo incrimina: la guardia del corpo, con un casco della polizia, aggredisce violentemente un manifestante in place de la Contrescarpe la sera del 1° maggio. Dopo tre giorni di polemiche, l’Eliseo ha deciso di aprire una “procedura di licenziamento” contro Benalla, che da poche settimane era anche alloggiato in un immobile di proprietà dell’Eliseo. Il direttore di gabinetto dell’Eliseo, Patrick Strzoda, è stato interrogato ieri come “testimone”. Sul caso sono state aperte tre inchieste: giudiziaria, interna alla polizia e parlamentare. L’opposizione denuncia lo scandalo, che contraddice in flagrante la promessa di Macron di uno stato “senza macchia”. La France Insoumise parla di “affare di stato”. Il Ps e l’ex candidato Benoît Hamon chiedono le dimissioni del ministro degli Interni, Gérard Collomb, che dovrà rendere conto del caso di fronte all’Assemblée all’inizio della prossima settimana, accusato di aver “mentito”.

Il Benallagate è iniziato il 1° maggio. Alexandre Benalla, 26 anni, fa chiedere dall’Eliseo alla polizia di poter partecipare alle operazioni di mantenimento dell’ordine come “osservatore”. E’ una pratica che esiste, riservata a giornalisti o specialisti (più strano per qualcuno che fa la guardia del corpo). Il guardiaspalle, il cui nome non compare nell’organico ufficiale dell’Eliseo, è filmato mentre picchia un manifestante (comportamento evidentemente proibito a un “osservatore” e anche alla polizia): c’è qui una chiara usurpazione di funzione, di cui Benalla è chiamato a rispondere alla giustizia. Bentalla è uno stretto collaboratore di Macron, che ha “protetto” durante la campagna elettorale e poi all’Eliseo (prima aveva svolto questa funzione anche con  i socialisti Martine Aubry e Arnaud Montebourg). Infine, c’è il tentativo – smascherato – di soffocare lo scandalo. E’ coinvolto l’Eliseo, fino al gabinetto del presidente, ma anche il ministro Collomb, che era stato informato dei fatti della Contrescarpe già il 2 maggio e non aveva denunciato Bentalla, come dovuto secondo l’articolo 40.

Il governo e l’Eliseo hanno solo pensato che i fatti potevano passare sotto silenzio? Oppure c’è dell’altro? Benalla è un’intoccabile? E’ questo sospetto che ha sollevato la menzogna iniziale. Il portavoce di Macron ha spiegato giovedi’ che Benalla era stato punito, con una sospensione di 15 giorni senza stipendio, “una sanzione mai vista prima”, ma cosi’ blanda che la guardia del corpo era di nuovo all’opera persino per la protezione dei Bleus sui Champs-Elysées. L’inchiesta parlamentare e quella giudiziaria dovranno chiarire la situazione (quella interna alla polizia, le complicità di cui ha goduto il guardiaspalle).

* Fonte: Anna Maria Merlo, IL MANIFESTO

Sono state in totale 19 le misure cautelari per altrettanti esponenti di Askatasuna che la polizia ha eseguito nelle prime ore di ieri mattina per gli scontri avvenuti a Torino il primo maggio 2017. In quella occasione i militanti in corteo avevano provato a forzare il blocco che impediva l’accesso a piazza San Carlo, dove le autorità parlavano sul palco. La polizia lo aveva impedito con durezza, creando tafferugli che erano durati una mezz’ora e che in seguoto erano stati oggetto di ampio dibattito in Municipio, dove alcuni consiglieri comunali avevo preso le parti dei militanti.
Le misure cautelari di ieri sono state firmate dal pubblico ministero Antonio Rinaudo, sono 9 arresti domiciliari e sei obblighi di firma.
Durante l’operazione di ieri la polizia è entrata sia nel centro sociale Askatasuna di corso Regina Margherita, sia nell’adiacente spazio popolare Neruda. Sui social network è subito partita una mobilitazione in sostegno degli arrestati.

Il linciaggio mediatico e sui social network, le indagini e, ieri, il licenziamento dalla scuola. È l’esito della persecuzione che ha colpito la docente torinese Lavinia Flavia Cassaro, filmata dalle telecamere di Matrix mentre inveiva contro le forze dell’ordine a seguito di una carica contro una manifestazione contro un comizio di Casapound in un albergo di Torino il 22 febbraio scorso. L’Ufficio Scolastico Regionale le ha notificato il 7 giugno scorso il provvedimento, con decorrenza primo marzo, quando Cassaro è stata sospesa dall’insegnamento e messa a mezzo stipendio in attesa di giudizio. Per quelle immagini, riprese in una manifestazione dove sono stati usati gas lacrimogeni ed idranti, e non durante l’esercizio delle sue funzioni, la docente è stata inquisita per istigazione a delinquere, oltraggio a pubblico ufficiale e minacce.

Ma è sul lavoro, e nella vita, che Cassaro ha ricevuto il massimo della pena. Nella storia della scuola repubblicana non si ricorda un caso di licenziamento avvenuto per fatti legati alle opinioni politiche, e al modo in cui sono espresse, in un luogo che non è quello del lavoro. È accaduto alla maestra torinese, colpevole di essere stata ripresa dalle telecamere in una trasmissione dove l’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi disse: «Che schifo, una professoressa che augura la morte ai poliziotti andrebbe licenziata su due piedi».

«PARE EVIDENTE che se Lavinia non fosse stata intercettata da giornalisti affamati di notizie e se, subito dopo, il premier della “Buona scuola” non avesse ceduto alla tentazione di individuare una “cattiva maestra”, il caso Cassaro non ci sarebbe mai stato» ha sottolineato il Coordinatore Nazionale Cub Scuola, Cosimo Scarinzi che si è detto pronto a «dimostrare l’inconsistenza della contestazione di addebito mossa alla maestra».

Un caso di «democrazia autoritaria», «un altro capro espiatorio sull’altare della società dello spettacolo». La Cub ha definito il licenziamento «una sanzione sproporzionata» e continuerà a garantire la tutela legale e quella sindacale alla maestra anche nei prossimi gradi di giudizio. Gianni Tonelli, parlamentare leghista, e già segretario del Sap, all’epoca dei fatti firmatario di una querela nei confronti dell’insegnante, ha definito quello di Cassaro «un atteggiamento deplorevole, che andava severamente punito perché incompatibile con il ruolo di educatore».

L’ASSOCIAZIONE DEI GIURISTI democratici ha invece evidenziato il contenuto politico della vicenda: «Ciò che ha segnato la costituzionalizzazione del rapporto di lavoro è la sua contrattualizzazione – hanno scritto in un comunicato in cui auspicavano la sospensione del provvedimento disciplinare – il lavoratore non vende più se stesso ma solo le attività indicate nel contratto e nell’orario ivi previsto, restando irrilevante la sua vita extra-lavorativa.

«Cassaro, in una situazione di esasperazione, si è lasciata andare a un non condivisibile sfogo rabbioso: se verrà rilevato in ciò una condotta giuridicamente rilevante, ne risponderà all’esito del relativo processo. Licenziarla significherebbe invece solo mediaticamente segnare un’equidistanza tra fascismo e antifascismo, tra chi spara e chi grida a volto scoperto e mani nude, e questo non è accettabile».

A SOSTEGNO DELLA MAESTRA sono intervenuti, tra gli altri, il movimento femminista «Non Una di Meno»: «Attaccando questa maestra si ribadisce un modello di scuola patriarcale e sessista a cui le insegnanti, come missionarie, dovrebbero aderire in ogni momento della propria vita. Siamo solidali con lei e tutte le insegnanti che si vorrebbe ridurre al silenzio sotto il ricatto di un lavoro sottopagato e precario. Questo è un attacco a tutti i lavoratori pubblici. Li vogliono avvisare: quanto fanno nella vita extra-lavorativa peserà nella valutazione del loro lavoro».

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

MIRTO CROSIA (CS). Aveva 30 anni, Vincenzo Sapia, pesava 130 chili, era in cura da tempo al Centro di Igiene mentale di Rossano Calabro. Era affetto da disturbi schizo-affettivi. Periodicamente soffriva di allucinazioni, manie di persecuzione e deliri, prima dell’insorgere della fase depressiva. Il 24 maggio del 2014 stava cercando di forzare una porta nel centro di Mirto Crosia, l’antica Krusion, ai piedi della vallata dell’antico Traes, teatro nel 510 a.C. della battaglia decisiva nella guerra tra Crotone e Sibari. In questo territorio mitologico, affastellato tra mare e colline, si è dipanata la dolorosa esistenza di Vincenzo Sapia.

Sempre a spasso con il suo cane, credeva, in quella notte di fine maggio, che dentro quella casa ci fosse proprio il suo cane. Sapia voleva riprenderselo. Intervennero i carabinieri che gli chiesero i documenti. Lui prese a spogliarsi di fronte ai militari per dimostrare che ne fosse sprovvisto. Scoppiò una colluttazione, pare che Sapia, preso dal panico, abbia messo a segno un paio di cazzotti per poi essere bloccato. Venne preso per il collo, avvinghiato da dietro. Anche il sindaco del paese, passato di lì, a un certo punto provò a calmarlo, così è scritto nell’ordinanza di allora.

Ma il ragazzo riuscì a scappare. Pochi metri e la sua corsa ebbe fine sull’asfalto per via dello sgambetto di un terzo carabiniere. Fu trattenuto per il collo e per i capelli, bloccato dal torace e dalle gambe. Prima un ginocchio e poi un piede sulla schiena. Riuscirono anche ad ammanettarlo solo per una mano. A quel punto Sapia non faceva più resistenza, venne allertato invano il 118. Un medico che passava per caso dichiarava il decesso di Vincenzo Sapia.

I magistrati inquirenti, al termine delle indagini preliminari, metteranno nero su bianco che la morte sarebbe stata determinata «da alterazioni elettriche al cuore in un soggetto con il cuore messo male da coronosclerosi, coagulopatia, ipertrofia cardiaca, trombosi coronarica e minato dagli psicofarmaci». Tutto ciò per escludere l’asfissia da manovre violente. Insomma, un infarto, una morte improvvisa con relativa richiesta di archiviazione.

Ma la gip di Castrovillari, Letizia Benigno, non si adeguò alla richiesta del pm: i carabinieri non rispettarono le regole nel trattamento di una persona in stato di disagio psichico. «Diversi sono gli aspetti meritevoli di approfondimento che non consentono un pacificante accoglimento della richiesta di archiviazione». C’era da chiarire se l’azione fosse avvenuta secondo quei protocolli operativi che prevedono comportamenti prudenziali nei casi di arresto e fermo di persone in condizioni di disagio psichico.

Tra le regole di ingaggio quella di «evitare di invadere lo spazio della persona in stato di agitazione mantenendosi a una distanza utile, stabilire un dialogo, dimostrare di comprendere lo stato d’animo dell’interlocutore, evitando di ingenerare sensi di colpa». Ancora: «Evitare l’immobilizzazione a terra e in posizione prona, trattenerlo possibilmente in piedi; sia l’arresto che l’eventuale ricovero dovranno avvenire in posizione seduta o sdraiata su un fianco evitando in ogni caso posture che comportino qualsiasi forma di compressione toracica».

I tre carabinieri indagati furono, così, rinviati a giudizio e il processo è in corso a Castrovillari da un anno. Prossima udienza il 5 giugno. La famiglia Sapia, con la battagliera sorella di Vincenzo, Caterina, si è affidata agli avvocati Fabio Anselmo e Alessandra Pisa, legali di Ferrara che seguono parecchi casi simili. «Abbiamo fiducia nell’operato della magistratura. Ci aspettiamo chiarezza e giustizia per nostro fratello», spiega Caterina Sapia. Cucchi, Budroni, Magherini, Aldrovandi, vicende che in Italia hanno acceso i riflettori dell’opinione pubblica verso gli abusi in divisa.

Drammi come quello di Andrea Soldi, anch’egli sofferente di problemi psichici, per la cui morte avvenuta durante un Trattamento sanitario obbligatorio due giorni fa sono stati condannati in primo grado i tre vigili urbani e lo psichiatra che lo immobilizzarono, testimoniano tutta l’inadeguatezza degli agenti chiamati ad intervenire. Soggetti spesso privi di formazione, preparati solo ad un uso della forza che in alcuni casi può sfociare in tragedia.

FONTE: Claudio Dionesalvi, Silvio Messinetti, IL MANIFESTO

caso Uva

La Corte d’Appello di Milano ha assolto ieri gli otto uomini in divisa imputati nel processo per la morte, il 14 giugno saranno dieci anni, di Giuseppe Uva. Varesino, 43 anni, operaio, Uva viene prelevato mentre sta spostando delle transenne in mezzo a una strada e portato in caserma.

Ai due carabinieri intervenuti sul posto si aggiungono sei poliziotti. Tutte le forze di pattugliamento della città si occupano di Uva quella notte, lui morirà in ospedale la mattina seguente.

Parlare di storie come questa fa affiorare alla mente sempre gli stessi interrogativi. È davvero possibile che un cittadino entri vivo in una caserma, in un carcere, in un posto di polizia, e ne esca morto? Per quale motivo, quando questo succede, è così difficile per le famiglie chiedere e avere verità e giustizia?

I vari processi per la morte di Uva sono l’emblema di tutto questo: tra testimoni mai ascoltati per anni, imputazioni coatte e sanzioni del Consiglio superiore della magistratura nei confronti dei primi magistrati inquirenti, questa vicenda ha subito lunghe pause e varie battute d’arresto.

La difficoltà a indagare appartenenti alle forze dell’ordine è nota, e la sentenza di ieri merita, almeno su un primissimo punto, una riflessione. Se il trattenimento di Uva non poteva fondarsi sulla necessità di identificarlo – era infatti già noto ai carabinieri -, nessun magistrato è stato avvisato, non sono stati compilati né verbali di arresto né di fermo, su quali basi è stato privato della libertà personale? Questa sentenza, pur senza conoscerne ancora le motivazioni, sembra affermare un principio pericoloso. E, cioè, che degli uomini di legge possono detenere a loro piacimento un cittadino al di fuori di ogni garanzia prevista dalla legge.

La Cassazione ci dirà se la decisione della Corte d’Appello potrà essere confermata. Nel frattempo rimane la grande amarezza di non esser riusciti a capire, nemmeno questa volta, cosa sia stato a provocare la morte di una persona che si trovava nella custodia di uomini dello Stato.

Dall’altra parte però la giornata di ieri ci consegna l’ennesimo esempio di coraggio e fiducia nelle istituzioni, e come sempre a farsi portatrice di parole così importanti è una di quelle donne, madri, mogli o sorelle, che negli ultimi anni hanno sostenuto queste battaglie. La sorella di Giuseppe Uva, Lucia, ha commentato così la sentenza: «Il solo fatto che per la prima volta in dieci anni un procuratore della repubblica abbia richiesto delle condanne è per me una vittoria». Come a dire che si è sentita un po’ meno sola, che almeno questa volta non si è dovuta assumere tutto il carico di difendere la memoria di suo fratello, la sua famiglia, la legittima richiesta di sapere cos’è accaduto quella notte.

Ancora non sappiamo cosa sia successo a Giuseppe Uva, però possiamo sperare che quanto fatto da Lucia in questi anni non verrà sprecato. È un patrimonio collettivo, a disposizione di ognuno di noi. E per il quale tutti dovremmo ringraziare.

FONTE: Luigi Manconi e Valentina Calderone, IL MANIFESTO

morti carcere italia
Giuseppe Uva, artigiano 43enne morto a giugno 2008 dopo un fermo.

Il 17 maggio 2018 Rudra Bianzino, figlio di Aldo Bianzino, morto nel carcere di Perugia nel 2007, ha lanciato una petizione online per chiedere la riapertura delle indagini sulla morte di suo padre, ma anche la creazione di una Commissione d’inchiesta parlamentare sui casi di presunti abusi da parte delle forze dell’ordine.

“Sembra giusto, se non imprescindibile, allargare la mia battaglia a sostegno di tutte quelle persone che stanno lottando per avere verità e giustizia, in particolar modo quando sono le stesse istituzioni ad essere chiamate in causa”, ha scritto Rudra in un post.

TPI ha raccolto le storie di persone morte in carcere in circostanze sospette o mai pienamente chiarite, oltre a quella di Aldo Bianzino, che vi abbiamo già raccontato qui.

Aldo Scardella

Il 24enne Aldo Scardella viene arrestato alla fine del 1985 con l’ accusa di omicidio a scopo di rapina.

Il suo arresto avviene a seguito della rapina che aveva portato alla morte di Giovanni Battista Pinna, titolare dell’ emporio Bevimarket di Cagliari, sulla quale però il giovane si dichiara ripetutamente innocente.

Secondo la ricostruzione di ACAD (Associazione Contro gli Abusi in Divisa), ad Aldo viene impedito di incontrare anche l’avvocato scelto dalla sua famiglia per difenderlo e non viene mai neppure interrogato dal giudice istruttore.

Il 2 luglio 1986 Aldo si impicca nel carcere di Buoncammino, dopo sei mesi di isolamento, ribadendo la sua estraneità al delitto. Accanto al suo corpo un biglietto con scritto “Muoio innocente”. Nel 2002 vengono incarcerati i veri responsabili dell’omicidio.

Mario Scrocca

Mario Scrocca è un infermiere di 27 anni, padre di un bambino di tre anni. Viene arrestato il 30 aprile 1987 e accusato di un pluriomicidio avvenuto nel 1978, quando due ragazzi di destra erano stati uccisi a colpi di pistola a via Acca Larenzia, a Roma.

Il giovane aveva espressamente richiesto durante l’interrogatorio di essere sottoposto a vigilanza a vista.

La sera del primo maggio, approfittando di un momento in cui la guardia carceraria di turno si era allontanata, Mario si toglie la vita impiccandosi nel carcere di Regina Coeli.

Secondo ACAD, nel caso di Scrocca ci sono state “irregolarità nella carcerazione, nella morte del giovane e nei referti autoptici”.

“Nessuno ha mai dato risposte se il giovane sia “stato suicidato” o se sia stato istigato al suicidio, reato che all’epoca non esisteva”, scrive l’associazione sul suo sito.

Riccardo Boccaletto

Arrestato per reati legati alla droga, Riccardo Boccaletto muore nel carcere di Velletri il 24 luglio 2007.

“Dopo il suo ingresso in carcere ha cominciato ad accusare inappetenza, vomito, astenia e progressivo peggioramento anoressico, arrivando a perdere oltre 30 chili di peso in pochi mesi”, denuncia l’associazione ACAD. “Nonostante le sue scadenti e precarie condizioni di salute, nei suoi confronti non sono state approntati tutti quegli interventi specialistici che il grave e disperato quadro clinico avrebbe richiesto”.

Le indagini dei familiari hanno fatto emergere che la causa del decesso è “la diretta conseguenza di un’acuta insufficienza cardiocircolatoria da verosimile aritmia cardiaca in un soggetto con sindrome del QT lungo”. Questa sindrome tuttavia non era stata segnalata nel corso della visita cardiologia effettuata in carcere il 18 aprile 2007, quindi Riccardo non aveva ricevuto l’assistenza che occorreva dato il suo stato di salute.

Giuseppe Uva

L’artigiano 43enne Giuseppe Uva non muore in carcere, ma all’ospedale di Circolo di Varese, dopo essere stato fermato dai militari Stefano Dal Bosco e Paolo Righetto mentre cercava di spostare delle transenne dal centro della città insieme a un amico.

È il giugno 2008. Uva viene portato in caserma e infine trasportato all’ospedale, dove muore la mattina successiva.

La corte d’assise di Varese, il 15 aprile 2016, ha assolto i 6 poliziotti e 2 carabinieri accusati di averlo picchiato.

Lo scorso 16 maggio il sostituto pg di Milano Massimo Gaballo ha chiesto di condannare a 13 anni i due carabinieri e a 10 anni e 6 mesi i sei agenti imputati nel processo di appello.

Secondo l’accusa, la morte di Uva è stata causata dalle “modalità particolarmente violente” dei carabinieri e poliziotti che lo avevano in custodia e che, sia in caserma che in ospedale, lo avrebbero colpito ripetutamente con “percosse e calci”. Al punto da suscitare in lui quella “situazione di stress” indicata dai periti come “fattore scatenante” della “fibrillazione ventricolare” che ha portato alla sua morte.

Niki Aprile Gatti

Il 24 giugno 2008 Niki Aprile Gatti, 26 anni, muore nel carcere di Sollicciano, a Firenze, apparentemente suicida.

Niki lavora per la Oscorp, un’azienda informatica di San Marino coinvolta, insieme ad altre società, nell’inchiesta Premium.

La mattina del 19 giugno Niki ha un colloquio con l’avvocato della Oscorp, Marcolini, e successivamente viene arrestato con l’accusa di frode informatica e portato nel carcere di Firenze.

La madre di Niki, Ornella Gemini, apprende fortuitamente dell’arresto del figlio, e prova a contattarlo ma viene a sapere che è in isolamento.

La signora Gemini inizia a questo punto a ricevere una serie di telefonate e pressioni, da parte di amici e colleghi del figlio, affinché si affidi a un altro avvocato, e non all’avvocato Marcolini.

Nel frattempo, nonostante Niki sia in isolamento, gli viene recapitato un telegramma, spedito dalla sua abitazione, in cui gli viene indicato un altro legale da nominare. Lui, che non sa della determinazione della madre, accetta il consiglio.

All’indomani dell’udienza di convalida dell’arresto, il 24 giugno, Niki Aprile Gatti muore. La ricostruzione ufficiale è che quella mattina, dopo l’ora d’aria, Niki tornato in cella avrebbe preso un paio di jeans, il laccio di una scarpa e si sarebbe impiccato.

Tuttavia emergono numerose contraddizioni sulla dinamica e sull’orario della presunta morte, con testimonianze discordanti (qui i dettagli nella ricostruzione dell’associazione A Buon Diritto). Ornella Gemini chiede la riapertura del caso insieme al Comitato Verità e Giustizia per Niki Aprile Gatti.

Stefano Brunetti

Arrestato dopo un tentativo di furto in un garage di Anzio l’8 settembre del 2008, Stefano Brunetti, 43enne, muore il giorno dopo all’ospedale di Velletri.

Ai medici racconta di essere stato picchiato dagli agenti.

Brunetti aveva prima aggredito il proprietario del garage che lo aveva sorpreso e poi gli agenti accorsi sul posto. Dopo essere stato portato in commissariato, avrebbe commesso atti di autolesionismo e sarebbe stato necessario l’intervento della guardia medica per sedarlo. Brunetti viene poi condotto in carcere.

Nel processo sulla sua morte, i poliziotti che lo ebbero in custodia sono stati assolti. Nel 2015 il procuratore generale ha chiesto alla Corte d’Assise d’appello la condanna a 10 anni di carcere per i due agenti.

Carmelo Castro

Carmelo Castro muore nel carcere di Piazza Lanza, a Catania, il 28 marzo del 2009. Ha appena 19 anni.

Era stato arrestato alcuni giorni prima per aver fatto il palo in una rapina.

Secondo la ricostruzione ufficiale si è suicidato legando un lenzuolo allo spigolo della sua branda, ma la madre Grazia La Venia è convinta che non sia andata così.

La sorella di Carmelo e alcune zie, infatti, recatesi alla caserma di Paternò, dove il ragazzo era stato condotto prima di essere portato in carcere, hanno detto di aver sentito “le urla e il pianto di Carmelo provenire dal piano di sopra” e di aver visto poi il ragazzo passare all’esterno con “diversi lividi e segni in faccia”.

La madre di Carmelo ha coinvolto l’associazione Antigone per chiedere che fosse fatta chiarezza. Il caso, però, è stato archiviato.

Stefano Frapporti

Stefano Frapporti muore il 21 luglio 2009 in una cella del carcere di Rovereto. Stava andando in giro in bicicletta quando è stato fermato da due carabinieri in borghese per un’infrazione stradale.

Portato in carcere perché sospettato di spaccio, viene trovato impiccato nella sua cella.

Familiari, amici, parenti e solidali si riuniscono in un’assemblea permanente e propongono una controinchiesta, ritenendo che non ci fossero gli estremi per un arresto.

Il 18 febbraio 2010 il caso è stato archiviato.

Stefano Cucchi

La storia di Stefano Cucchi è probabilmente la più nota tra quelle riguardanti i presunti abusi delle forze dell’ordine in carcere, grazie alla battaglia portata avanti dalla sorella Ilaria (TPI l’ha intervistata qui).

Il geometra romano Stefano Cucchi è morto il 22 ottobre 2009, sei giorni dopo essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti.

La famiglia di Cucchi ha vissuto ben sette anni di processi, che hanno visto oltre 40 udienze, insieme a perizie, maxi perizie, centinaia di testimoni e decine di consulenti tecnici ascoltati.

Lo scorso 15 maggio, il maresciallo dei carabinieri Riccardo Casamassima, principale testimone nel processo contro cinque carabinieri, tre dei quali accusati della morte del geometra romano, ha ribadito in aula le sue accuse ai colleghi.

Simone La Penna

Il 26 novembre 2009 Simone La Penna, 32enne di Viterbo,  è morto di anoressia nel carcere Regina Coeli di Roma, dove stava scontando una condanna per droga.

Simone è morto dopo aver perso più di quaranta chili. Sono stati condannati in primo grado per omicidio colposo due medici del carcere che lo ebbero in cura.

Carlo Saturno

Carlo Saturno ha 22 anni quando nell’aprile del 2011 viene trovato agonizzante in una cella del carcere di Bari. Muore dopo una settimana di coma, il 7 aprile.

Era stato arrestato per furto ed era finito in isolamento dopo uno scontro con gli agenti, degenerato probabilmente in un pestaggio.

Saturno si era costitutito parte civile nel processo contro 9 poliziotti del carcere minorile di Lecce, accusati di aver compiuto violenze sui detenuti tra il 2003 e il 2005.

La terza richiesta di archiviazione al gip per l’inchiesta sulla sua morte è arrivata a luglio 2016. Per i fratelli di Carlo, Anna e Ottavio Saturno, il ragazzo potrebbe essere stato istigato o, addirittura, potrebbe non essere stato lui a togliersi la vita.

Cristian De Cupis

Cristian de Cupis viene trovato morto in un letto nel reparto protetto dell’ospedale Belcolle di Viterbo il 12 novembre 2011. Aveva 36 anni.

Tre giorni prima era stato arrestato dalla Polizia ferroviaria alla stazione Termini di Roma, dopo aver aggredito degli agenti.

“Dopo alcune ore in cui viene trattenuto in stato di fermo al posto della Polfer, Cristian viene portato al pronto soccorso dell’ospedale Santo Spirito”, si legge sul sito dell’associazione A Buon Diritto. “In effetti, il giovane presentava sul corpo diverse escoriazioni, a detta degli agenti causate dal tentativo violento di sottrarsi all’arresto. Ai medici del pronto soccorso, però, de Cupis riferisce di essere stato vittima di un pestaggio durante il fermo”.

Cristian viene trasferito nel reparto protetto dell’ospedale Belcolle di Viterbo, collegato al carcere Mammagialla, dove viene sottoposto a una serie di esami clinici, tra cui una Tac. Le sue condizioni di salute appaiono discrete.

Dopo la convalida del suo arresto e la disposizione del gip, che prevede il trasferimento ai domiciliari, il 12 novembre alle 5 del mattino, Cristian viene trovato morto.

Francesco Smeragliuolo

Il ventiduenne Francesco Smeragliuolo era stato arrestato il 1° maggio 2013 per una rapina. Dopo aver perso 16 chili, è morto nel carcere di Monza sabato 8 giugno 2013.

Nel suo caso è stata esclusa l’ipotesi del suicidio, dal momento che in una lettera alla fidanzata scriveva dei futuri progetti insieme.

Dall’autopsia risulta che la sua morte è avvenuta per un arresto cardiocircolatorio, ma la madre del ragazzo, Giovanna D’Aiello, sostiene che suo figlio stava bene e vuole vederci chiaro.

Fonte: TPI

caso Uva

C’è un procuratore, a Milano. Che per la prima volta vede ciò che finora sembrava invisibile. Ed è l’unica consolazione per la famiglia di Giuseppe Uva, il gruista 43enne morto il 14 giugno 2008 dopo essere stato trattenuto per una notte all’interno della caserma di via Saffi a Varese, che chiede da dieci anni verità e giustizia.

«Anche a prescindere dalle eventuali percosse subite e dalle lesioni riscontrate sul suo corpo», Giuseppe Uva è morto «a causa di un’aritmia provocata dalla violenta manomissione sulla sua persona col trasferimento coatto in caserma». È quanto ha sostenuto ieri durante la requisitoria, davanti alla Corte d’Assise d’Appello, il pg di Milano Massimo Gaballo che, in opposizione alla sentenza di primo grado che ha assolto tutti gli imputati, ha chiesto di condannare a 13 anni di reclusione i due carabinieri, e a 10 anni e 6 mesi i sei agenti di polizia accusati di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona aggravato.

A prescindere dalla loro colpevolezza – il processo riprenderà il prossimo 23 maggio e la sentenza è prevista per fine mese – è comunque la prima volta che la magistratura inquirente non assume su questo caso solo il punto di vista di polizia e carabinieri. A cominciare dall’illegittimità di quel trasferimento in caserma per identificare due persone già note alle forze dell’ordine cittadine: la vittima e il suo amico Alberto Bigioggero che quella notte, ubriachi, stavano trascinando alcune transenne al centro di una strada.

Diverso il giudizio anche sulla testimonianza di Bigioggero, cui la Corte d’Assise di Varese non ha dato alcuna credibilità. L’uomo, che ha problemi psichiatrici, aveva riferito le parole che sarebbero state pronunciate da uno dei due carabinieri nel momento in cui, scendendo dall’auto di servizio, riconobbe Giuseppe Uva: «Proprio te stavamo cercando, questa non te la faccio passare». Parole che secondo il pg Gaballo erano dettate dalla «presunta storia di Uva con la moglie di un carabiniere». «Lui si vantava di questa relazione – ricostruisce il sostituto procuratore – Una vanteria che era più che sufficiente per una punizione, per persone che non si fanno nessuno scrupolo a piegare i propri poteri istituzionali a interessi personali». E invece di ascoltare il testimone, secondo il Pg, i pm interrogarono Biggioggero «con modalità barbare», «in violazione del codice penale e del rispetto della libertà di auto-determinazione».

Ma soprattutto, il procuratore generale di Milano cerca una spiegazione a quella serie di ferite riscontrate sul corpo di Uva sulle quali la sentenza di primo grado sorvolava: «Ematomi che non possono essere il frutto di autolesionismo, così come affermato dagli imputati nel tentativo di giustificarsi». («Il collega frapponeva il suo stivale tra il pavimento e la testa di Uva, per evitare che questi si facesse più male urtando contro la superficie dura del pavimento», riferivano i militari per giustificare il Trattamento sanitario obbligatorio con il quale venne ricoverato quella notte Giuseppe Uva, poco prima di morire).

Una vicenda, questa, che ha alcune similitudini con la morte di Aldo Bianzino, avvenuta il 14 ottobre 2007 nel carcere di Perugia Capanne e in relazione alla quale è stato condannato in via definitiva, per omissione di soccorso, un poliziotto penitenziario. Secondo la ricostruzione processuale, la morte del falegname arrestato per qualche piantina di marijuana sarebbe stata causata da un aneurisma. Questa mattina però, nella sala Nassirya del Senato, il figlio Rudra, l’associazione A buon diritto e i senatori Zanda e Manconi presenteranno la nuova perizia medico legale autorizzata dal Gip che potrebbe riaprire il caso.

FONTE: Eleonora Martini, IL MANIFESTO

Giustizia.  Agli imputati furono inflitti pene pesantissime per complessivi 130 anni di reclusione

TORINO. L’inizio estate del 2011 in Val di Susa fu bollente. Prima lo sgombero del «fortino», la cosiddetta Libera repubblica della Maddalena, il 27 giugno, poi l’assedio al cantiere Tav di Chiomonte, il 3 luglio.

Furono giornate di scontri a cui seguì un maxi-processo con una sentenza in appello, nel 2016, di condanna nei confronti di 38 attivisti con pene sino a 4 anni e 6 mesi di carcere. In tutto 130 anni di reclusione.

Ieri, colpo di scena, la Cassazione ha annullato il tutto: dovrà essere, infatti, rifatto il processo di appello a carico dei militanti No Tav coinvolti nei tafferugli che si verificarono in Valle tra il giugno e il luglio di sette anni fa.

Nello specifico l’appello bis riguarderà 27 imputati, per altri sette i giudici della Suprema Corte hanno confermato le responsabilità ma eliminando alcuni capi di imputazione, anche per loro ci sarà un nuovo giudizio per la determinazione delle pene che saranno, ovviamente, ridotte.

Un imputato, Fabrizio Perottino, difeso da Roberto Lamacchia, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Per un altro imputato la Cassazione ha confermato la condanna, ma annullato le «statuizioni civili».

«La Cassazione – ha sottolineato Gianluca Vitale, legale di alcuni No Tav – per quanto riguarda i fatti del 27 giugno 2011 ha messo in discussione il reato di lesioni e ha disposto che venga rivista la pena per gli imputati mentre per i fatti del 3 luglio ha rinviato a un nuovo processo. Non sappiamo al momento quali siano le motivazioni ma sicuramente quella che era l’ipotesi della procura torinese non ha retto».

Insomma, il verdetto, emesso il 17 novembre 2016 dalla Corte d’appello di Torino, è stato bocciato.

Sono stati rimodulati anche i risarcimenti: come richiesto nella requisitoria dal procuratore generale, Roberto Aniello, sono stati annullati quelli in favore dei sindacati di polizia («il sindacato non esplica a tutto campo la tutela dei lavoratori rispetto a fatti commessi da terzi. In nessun processo per resistenza ho mai visto i sindacati parte civile»), confermati, invece, nei confronti dei ministeri della Difesa, dell’Economia e dell’Interno.

Esprimono soddisfazione i No Tav: «La sentenza della Cassazione annulla buona parte dell’impianto accusatorio della procura di Torino. Ci sono diverse assoluzioni per capi d’imputazione e risarcimenti non confermati. È la dimostrazione di quanto i due gradi di giudizio si basassero sulla vendetta politica», hanno scritto sul sito notav.info.

«La Corte d’appello – spiega il movimento No Tav – aveva assolto alcuni imputati per alcune contestazioni e dichiarato la prescrizione per reati minori. Aveva inoltre ridimensionato diverse pene inflitte, concedendo agli incensurati, per le pene inferiori ai due anni, la sospensione condizionale. Era però rimasto in piedi l’impianto accusatorio della Procura che il tribunale di Torino aveva fatto proprio respingendo ogni tesi difensiva.

La Cassazione ha accolto diverse tesi dei difensori (per verificare in che termini è necessario attendere le motivazioni) con la conseguenza che per tutti gli imputati sono stati accolti in tutto o in parte i motivi di ricorso, tant’è che nessuno si vede confermare la stessa sentenza di condanna».

«Sicuramente sono molto soddisfatto, credo che l’impianto accusatorio contenuto nella sentenza sia stato fortemente intaccato», ha dichiarato Claudio Novaro, avvocato di nove attivisti. «Adesso occorrerà attendere le motivazioni – spiega Novaro – ma sul piano processuale per le difese è un’ottima notizia». Francesca Frediani, capogruppo M5s in Regione Piemonte ha affermato:

«Finalmente buone notizie dai tribunali. Una ventata d’aria fresca, una vera rivincita per il movimento No Tav. Il processo a Torino si era svolto in aula bunker, il luogo dei maxiprocessi alla mafia. Le udienze erano state sempre molto partecipate. La solidarietà agli imputati è stata grande dall’inizio fino alla durissima sentenza. Oggi (ieri, ndr) si ristabilisce l’ordine in quello che più volte ho definito il mondo alla rovescia».

Dopo il deposito delle motivazioni, la Cassazione invierà gli atti a Torino, dove si svolgerà il processo d’appello bis.

FONTE: Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

Usata negli Stati uniti soprattutto in strada e in carcere, non è un’alternativa alle armi da fuoco, ma può provocare la morte. Vedi i dati dell’inchiesta Reuters

Il 20 marzo il ministero degli Interni, Direzione anticrimine, ha diramato una circolare diretta a sei questure italiane di grandi città Brindisi, Caserta, Catania, Milano, Padova e Reggio Emilia autorizzandole a una sperimentazione all’uso della pistola Taser.

PARTIAMO DAL NOME. Perché le pistole si chiamano Taser? Taser International Incorporation è un’azienda americana che ha sede a Scottosdale in Arizona e produce per l’appunto le pistole Taser (per la precisione Taser X26 ECD) che non sparano proiettili ma usano l’elettroshock. Con la pistola Taser vengono sparate scariche elettriche. Negli Usa è almeno dal 2000 che la pistola Taser viene usata da polizie locali e statali. Come sempre gli Stati uniti fanno da apripista rispetto all’Europa e all’Italia sulle politiche di sicurezza, anche quelle più ardite.

Prima di tutto va sgomberato il campo da un equivoco interpretativo. Come l’esperienza statunitense e canadese insegna, la pistola Taser non è utilizzata nella pratica di polizia come alternativa meno pericolosa rispetto all’arma da fuoco, bensì come alternativa più incisiva rispetto all’uso di altri mezzi coercitivi come manette o manganelli non elettrificati. Chiunque sia esperto in ordine pubblico o in operazioni di polizia investigativa potrebbe ben confermare come non si userà mica la pistola Taser di fronte a una persona armata che potrebbe sparare (o che ha una pistola in pugno) in occasione di una rapina, di un sequestro, di un’aggressione o per neutralizzare un terrorista che sta per far esplodere una bomba o che sta per uccidere persone a caso per strada. In questo caso la polizia userà armi da fuoco tradizionali. La pistola Taser sarà invece più probabilmente utilizzata per bloccare persone che fanno resistenza non armata, nelle manifestazioni di piazza, preventivamente contro chi si agita o chi protesta scompostamente. Dunque, come detto, è e sarà un’alternativa al manganello e non alla pistola.

SOFFERMIAMOCI ORA sulle analisi medico-scientifiche: dati ma anche documenti istituzionali sull’uso, l’abuso, i danni e i decessi derivati dall’utilizzo della pistola Taser. C’è un lungo dibattito internazionale con prese di posizione da parte di organismi istituzionali sia in sede di Nazioni Unite che di Consiglio d’Europa. E ci sono inchieste di organizzazioni non governative e di grandi agenzie di informazione straniera.

28soc1_taser-pistola-elettrica-

PARTIAMO DA DUE STORIE per capire in quale contesto vengono usate le pistole taser negli Usa. Natasha McKenna, come ci ha raccontato Vice, nel febbraio del 2015, era in carcere in Virginia. Era affetta da schizofrenia e molto magra. Si rifiutava di essere trasferita in altra prigione. I poliziotti incaricati del trasporto non si limitano ad ammanettarla, ma di fronte alla sua resistenza, le sparano quattro scosse elettriche. Muore in ospedale e l’autopsia certifica «un delirio associato alla restrizione fisica con l’utilizzo di dispositivi conduttori di elettricità e il contributo della schizofrenia e del disturbo bipolare». Negli Stati uniti la pistola Taser si usa molto nelle prigioni e nell’ordine pubblico per strada. Nel giugno del 2015 un uomo afro-americano nello Stato di New York muore dopo essere stato colpito con la pistola Taser perché si sarebbe rifiutato, dopo essere andato fuori strada, di uscire dalla sua auto.Secondo un’indagine condotta da Amnesty International sarebbero stati tra il 2001 e il 2012 più di 500 le persone morte negli Usa a causa dell’uso della pistola Taser. Altri dati li fornisce l’inchiesta dei giornalisti investigativi della Reuters, che hanno letto centinaia di certificati autoptici: dal 2000 (quando la pistola Tasers ha iniziato a essere usata dalla polizia negli Stati uniti) fino al 2017 più di 1.000 persone negli Usa sarebbero morte dopo che la polizia le avrebbe stordite con la pistola Taser.

In 153 di queste morti la pistola Taser ha causato direttamente il decesso o comunque ha contribuito. Nove su dieci persone stordite con la pistola Taser erano non armate e una su quattro soffriva di disturbi mentali o neurologici. Segno che viene usata principalmente con chi a causa dei disturbi psichici reagisce al fermo di polizia. 712 autopsie su oltre 1.000 visionate hanno documentato che c’è stato l’utilizzo della pistola Taser.

L’inchiesta dell’agenzia di stampa britannica è straordinaria. Andrebbe letta e tradotta in italiano. È dell’agosto del 2017. Consigliamo a tutti, compresi coloro che hanno deciso di avviarne la sperimentazione in Italia, di leggerla sul sito della Reuters.

LA PISTOLA ELETTRIFICATA dunque può ammazzare se usata contro persone che hanno pregressi problemi cardiaci o disturbi neurologici. Può essere letale per un bambino che è nel grembo della mamma. E non tutte le gravidanze, soprattutto nei primi mesi, sono visibili. Nessuno o nessuna viaggia per strada con scritto in fronte che è malato di cuore o che è in stato gravidanza.

La stessa azienda produttrice riconosce che esisterebbe un fattore di rischio pari allo 0,25%. E come se su un qualsiasi prodotto farmaceutico ci fosse scritto che ogni 400 persone che lo usano uno di loro rischia la morte. Quell’azienda farmaceutica, se lo scrivesse nel bugiardino, verrebbe messa fuori legge insieme al suo prodotto.

Uno studio dell’American Heart Association, pubblicato sulla rivista medico-scientifica Circulation, ha certificato ben otto morti da uso della pistola Taser X26 ECD. Il dottor Douglas Zipes, dell’Università dell’Indiana (Krannert Institute of Cardiology) afferma che lo shock da Taser può produrre arresto cardiaco.

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: ma cosa rappresentano così pochi morti determinati dalle pistole Taser rispetto al loro massiccio utilizzo quotidiano? Le morti certificate però non sono mica le morti reali, molte restano oscure, le cause non accertate e comunque anche una vita sola merita di essere salvata.

VENIAMO IN BREVE alle obiezioni e alle condanne degli organismi internazionali che si occupano di diritti umani e prevenzione della tortura.

Nel 2014 nel sostenere che vi sia stata una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea che proibisce la tortura determinata dall’uso di pistole con scariche elettriche, nel caso Anzhelo contro Bulgaria la Corte europea cita il Comitato di Strasburgo per la prevenzione della tortura che tra l’altro afferma che l’uso dell’elettroshock potrebbe aprire la porta a risposte sproporzionate. Anche il Comitato Onu contro la Tortura, a proposito del Portogallo che voleva introdurre l’uso delle pistole Taser nella propria legislazione, ha espresso la propria contrarietà per il rischio che l’utilizzo di questi strumenti degeneri in maltrattamenti.

È vero che la circolare si muove nel rispetto della legge 146 del 2014 che introduce la seguente disposizione: «Con decreto del ministro dell’Interno, da adottare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, l’Amministrazione della pubblica sicurezza avvia, con le necessarie cautele per la salute e l’incolumità pubblica e secondo principi di precauzione e previa intesa con il ministro della Salute, la sperimentazione della pistola elettrica Taser per le esigenze dei propri compiti istituzionali, nei limiti di spesa previsti dal comma 1, lettera a).». Come spesso avviene, lo sport diventa palestra di pratiche repressive che poi travalicano gli obiettivi di partenza.

IN CONCLUSIONE, essendoci concreti rischi mortali, sarebbe bene conoscere se c’è stato un decreto governativo, oltre che una circolare, e se il ministero della Salute ha prodotto una sua indagine. Bene sarebbe conoscere i confini della sperimentazione e come evitare che scariche elettriche colpiscano malati di cuore, bambini, donne incinta. Utile sarebbe anche conoscere i costi di tale operazione. Non sarebbe stato meglio e più utile investire quei soldi in formazione, autovetture e logistica non potenzialmente mortale?

FONTE: Patrizio Gonnella, IL MANIFESTO

È successo il 27 febbraio, quando la trasmissione Matrix, su Canale 5, ha mandato in onda le immagini registrate durante i tafferugli avvenuti a Torino in occasione di una protesta contro CasaPound, e tra queste, in particolare, quelle in cui compariva Lavinia Flavia Cassaro, maestra precaria presso una scuola elementare della periferia, ripresa in primo piano, sotto la pioggia, impegnata in una violenta invettiva contro la polizia: “Vigliacchi! Mi fate schifo…” E l’immancabile (in ogni rissa di tifoseria o studentesca) “Dovete morire…”. Da cui la reprimenda renziana, favorita da un assist di Nicola Porro: “Che schifo, una professoressa che augura la morte ai poliziotti andrebbe licenziata su due piedi“.

 

Detto fatto. A stretto giro arriva la dichiarazione della ministra della Pubblica istruzione in persona, Valeria Fedeli, che definendo “inaccettabile ascoltare dalla voce di una docente parole di odio e di violenza contro le Forze dell’Ordine”, annuncia che il Miur ha “avviato un procedimento disciplinare” proponendo appunto il licenziamento della propria dipendente. Arriva anche una nota – non petita ma indubbiamente manifesta – con cui l’Ufficio Scolastico Regionale “coglie l’occasione per esprimere piena solidarietà alle forze dell’ordine per l’insostituibile e gravoso impegno nella tutela della sicurezza dei cittadini e nella salvaguardia dei valori democratici della Repubblica”.

 

Arriva anche un’ondata digitale di volgarità e di improperi contro Lavinia Flavia Cassaro a commento delle fotografie che la ritraggono in rete (AdnKronos lo definisce l'”assalto alle foto della prof”): “Zozza comunista”, “esaltata”, “pazza”, “merda”, “zecca rossa” oltre, naturalmente, al simmetrico “devi morire” (come se il linguaggio della strada e quello dei social si rispecchiassero senza residui). E poi, nei circuiti più “elevati” della comunicazione cartacea, un volume davvero spropositato – e sproporzionato – di commenti “dotti”. Così Massimo Gramellini, sul Corriere, sotto il titolo originalissimo Cattiva maestra, scomoda (a sproposito) Ennio Flaiano, “in Italia i fascisti si dividono in fascisti e antifascisti” – con cui però Flaiano intendeva stigmatizzare gli ex fascisti che dopo la Liberazione si spacciavano per democratici – e qualifica la maestra di periferia come “la fascista perfetta, con gli occhi strabuzzati e la bocca sguaiata che bestemmia il buon senso e il senso dello Stato, farneticando di fucili partigiani come se fossimo ancora nella Repubblica di Salò anziché in quella di Gentiloni. La penso come Renzi (ogni tanto succede) – conclude dalla tazzina del suo Caffè –: quell’insegnante andrebbe licenziata in tronco“. Mentre Mattia Feltri, su La Stampa (titolo egualmente originale: Caro maestro), parla di “maestre antifasciste per passatempo che augurano la morte ai carabinieri nell’Italia gioconda d’oggi, in cui per fascismo la morte non la rischia nessuno, se non qualche immigrato” (sic). Per concludere col senatore Esposito, che dotto per la verità non è, ma molto loquace in rete e non solo, e che ha dichiarato: “Lavinia Flavia Cassaro è pluridenunciata, è vicina al centro sociale Askatasuna, uno dei più violenti d’Italia, ha augurato la morte ai poliziotti e non ha neanche chiesto scusa, anzi. Una così non può insegnare. Se non licenziamo lei…”.

 

 

Ora, lungi da me l’intenzione di fare una difesa d’ufficio dell'”incriminata”, né di entrare nel merito dei fatti. Se ne occuperanno avvocati, giudici e funzionari ministeriali, ognuno per le proprie competenze. Lavinia Flavia Cassaro non è evidentemente né Augusto Monti né Umberto Cosmo (per restare ai torinesi): i professori costretti dal fascismo a lasciare la cattedra per il loro antifascismo. E i fatti accaduti in Corso Vittorio la sera del 22 febbraio non ci appartengono (quantomeno per le modalità con cui si sono svolti, a prescindere dalle possibili buone ragioni di quella mobilitazione). Ma qualche domanda ce la dobbiamo porre.

 

Intanto: perché tutto questo rumore? Questo coro che è cresciuto su se stesso, non partendo dal terreno dello scontro, ma dallo studio di una trasmissione televisiva (cinque giorni più tardi, “in differita” rispetto alla “cosa”)? Per l’effetto TV, certo. Per la sua potenza enfatizzante, è evidente. E per la dipendenza dei commentatori e degli stessi social da quel segnale-primo che dal video passa nel salotto e nella vita. E insieme per il suo incrocio con le ultime battute della campagna elettorale. Di una campagna elettorale brutta (la più brutta da sempre, è stata definita): in buona parte respingente e in qualche passaggio ripugnante. Un incrocio di linee calde che hanno determinato per Lavinia Flavia una sorta di “tempesta perfetta”… Ma poi – e insieme – continuando nelle domande: perché questa evidente a-simmetria? Questa folgorante velocità della macchina burocratica ministeriale, solitamente pigra, lenta, tendenzialmente sorda e grigia…

 

Quando nell’autunno di due anni fa un’insegnante fascistoide e xenofoba pubblicò su Facebook messaggi ferocemente razzisti, sguaiati e minacciosi, rivolti – allora – non a poliziotti ma a migranti, islamici, rifugiati, i riflessi della macchina governativa (e anche dell’opinione pubblica) furono ben più attardati. “Bisogna ucciderli tutti!!!” (con tre punti esclamativi) – scriveva la docente d’inglese del liceo Marco Polo di Venezia a proposito dei migranti – o anche “Vi odio maledetti vi brucerei tutti”, “Questa invasione di profughi è la peste del terzo millennio, mi dispiace sapere che qualcuno si salva”, “E poi ho torto quando dico che bisogna eliminare anche i bambini dei musulmani, tanto sono tutti futuri delinquenti?”. Alla notizia del malore che colse in quel periodo i fedeli nella moschea di Venezia commentava “Almeno morissero tutti”. E all’indirizzo di Laura Boldrini “Schifosa, puttana. Troia”… Non si mosse, allora, nessun Capo del Governo (c’era Renzi a Palazzo Chigi, che di Facebook se ne intende) né nessun ministro dal Miur annunciò licenziamenti. Dovettero fare un’interpellanza urgente due deputati di Sel per sollevare il caso, e la procedura amministrativa per sanzionare il comportamento dell’insegnante non finì col suo licenziamento, ma con la ricollocazione in altra funzione dell’apparato scolastico, senza ruoli didattici ma col posto garantito.

 

E quando nel 2015, in un piccolo comune del parmense, Traversetolo, un’insegnante fu denunciata dai genitori dei bambini per i suoi atteggiamenti discriminatori e razzisti (“tornatevene nella giungla da dove siete venuti, branco di scimmie ladre”, “Ma guarda se devo occuparmi di un bambino che ha la faccia colore della merda”), non si mosse nessuna autorità scolastica, tanto che la stessa dirigente della struttura fu indiziata dalla Procura per omissione. E per determinarne l’allontanamento dalle aule dovette intervenire la magistratura.

D’altra parte, sempre a proposito di asimmetrie – e per restare ai protagonisti del caso in questione: manifestanti e poliziotti –, non può non colpire l’asimmetria clamorosa, abissale, tra i fatti torinesi e quelli, ormai lontani nel tempo ma non nelle ferite tuttora aperte, della Genova del 2001. Della scuola Diaz e di Bolzaneto. Del trattamento che, da parte dello Stato, ottennero i colpevoli di allora: i funzionari e gli agenti di polizia, rei conclamati di uno dei reati più odiosi, quello di tortura. I responsabili di quella “macelleria messicana” vista pressoché in diretta da tutti, ma per i quali non si mosse nessun capo di governo per chiederne il licenziamento, anzi. Berlusconi, che allora ricopriva da poco la carica di Presidente del Consiglio, ne lodò l’operato. Come d’altra parte il suo immediato predecessore, Giuliano Amato.

 

Il responsabile in capo di tutto, l’allora capo della polizia Giovanni De Gennaro (Gianni per gli amici, e ne aveva tanti) era il beniamino di entrambi, che infatti fecero a gara per fargli far carriera, in tutte le branche dello Stato. Nel 2007, con Prodi, diventerà Capo di gabinetto del Ministero dell’Interno. Nel 2008, con Berlusconi, direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. Nel 2012, con Monti, Sottosegretario di Stato con la delega alla sicurezza. Nel 2013, con Letta, Presidente di Finmeccanica, posizione confermata da Renzi del ’14 e da Gentiloni nel ’17!  Tutto questo nonostante fosse stato condannato in secondo grado per “istigazione alla falsa testimonianza” (assolto poi in Cassazione). I principali condannati, buona parte dei 16 alti funzionari ritenuti colpevoli della mattanza e del tentativo di occultarne le responsabilità, sono stati quasi tutti reintegrati e in alcuni casi promossi. Uno di essi, Gilberto Caldirozzi, condannato a 3 anni e 8 mesi, è stato da poco nominato dal ministro Minniti numero due della Direzione Investigativa Antimafia. Immediatamente sopra di lui, come più alto in grado presente sulla piazza, c’era Francesco Gratteri, anch’egli condannato e promosso prefetto prima di andare in pensione.

È questa l’Italia che crocifigge Lavinia Flavia Cassaro, maestra precaria “con contratto triennale” e funzione di “compresenza in una classe” di un istituto “comprensivo” di Torino, a cui la sfortuna di essere incappata con le sue urla sconnesse in una telecamera nel finale di partita di una campagna elettorale crepuscolare è costata cara. Molto cara.

Fonte: Marco Revelli, Doppiozero

Sei ar

Sign In

Reset Your Password