Apparati statali & Repressioni

Il 20 settembre 1989 il 22enne José Antonio Cardosa morì a causa dell’esplosione di un pacchetto che si accingeva a consegnare ad un indirizzo di Orereta, comune operaio della cintura industriale di San Sebastiàn.

L’attentato, diretto contro un noto militante locale di Herri Batasuna, non fu rivendicato ma non rappresentò un fatto isolato. L’omicidio del giovane postino rimase impunito, uno dei tanti episodi di cui è costellata la “guerra sporca” condotta dagli apparati spagnoli contro gli ambienti politici vicini all’ETA. Nello stesso periodo anche il deputato navarro Patxi Erdozain ricevette un pacco-bomba, così come il dirigente di Herri Batasuna, Iñaki Esnaola, poi ferito in un attentato compiuto da un gruppuscolo di estrema destra che causò la morte del deputato Josu Muguruza.

L’inchiesta sulla morte del giovane postino fu affidata a Baltasar Garzón, il controverso magistrato che negli anni seguenti arrivò a mettere fuori legge la stessa Herri Batasuna, oltre a quotidiani, radio e varie associazioni ritenute un’estensione dell’organizzazione armata. L’inchiesta però non portò a nulla e nel 2000 fu archiviata.

A 32 anni da quel tragico evento, i sospetti di allora potrebbero essere confermati da una conversazione pubblicata nei giorni scorsi dal quotidiano spagnolo – di destra – Abc.

La documentazione alla quale ha avuto accesso il giornale fa parte dell’archivio segreto realizzato da Emilio Alonso Manglano, direttore del Cesid – i servizi segreti di Madrid – dal 1981 al 1995. Si tratta di una conversazione privata, registrata nella sede dei servizi, tra lo stesso Manglano e Antonio Asunción, Ministro degli Interni socialista tra il novembre 1993 e il maggio 1994, dimessosi dopo la fuga dell’ex direttore generale della Guardia Civil e militante socialista Luìs Roldán, poi arrestato a Bangkok e condannato in Spagna a 31 anni per truffa, frode fiscale e malversazione.

In alcune dichiarazioni Roldàn – la cui vicenda è stata trattata da Manuel Vázquez Montalbán nel romanzo “Luìs Roldán né vivo né morto” – parlò del coinvolgimento di alcuni alti esponenti degli apparati di sicurezza con la “guerra sucia” e in particolare con l’attività terroristica dei “Gal”, gli squadroni della morte creati durante il governo di Felipe González e composti da esponenti delle forze dell’ordine e da estremisti di destra dediti all’omicidio di reali o presunti militanti o fiancheggiatori dell’Eta. La pista indicata, però, non venne seriamente battuta dagli inquirenti.

Nella conversazione pubblicata da Abc e risalente al 22 dicembre 1994, invece, Asunción rivelò al direttore del Cesid che dietro l’invio dei pacchi bomba a militanti della sinistra basca c’era il suo predecessore al dicastero degli Interni tra il 1988 e il 1993, José Luis Corcuera, anch’egli dirigente del Psoe.

Descrivendo la morte del postino come un “incidente” – la lettera esplose perché il postino la piegò in due tentando di farla entrare nella cassetta del destinatario – Asunción spiega che il suo predecessore sarebbe stato a capo di un ristretto team interno agli apparati di sicurezza.

Interpellato da Abc, ovviamente Corcuera ha negato ogni responsabilità ma Eh Bildu, la coalizione della sinistra indipendentista basca che sostiene dall’esterno il governo di Pedro Sànchez, ha preteso che l’ex ministro degli Interni e quello attuale, Fernando Grande-Marlaska, vengano ascoltati dal Congresso per fornire spiegazioni. Una richiesta appoggiata dal Partito Nazionalista Basco e da Elkarrekin Podemos.

Il problema è che sia Asunción sia Manglano sono morti, ed è probabile che il testo pubblicato da Abc non produca conseguenze sul piano giudiziario. Anche perché in molti accusano il giornale di aver solo voluto pompare, col proprio scoop, il successo editoriale de “El libro de los espias”, basato proprio sull’archivio segreto dell’ex direttore del Cesid.

* Fonte: Marco Santopadre, il manifesto

TORINO. Questa è una di quelle volte in cui letteralmente la realtà supera l’immaginazione. In cui si disarciona il «patto narrativo» che fonda tutta la comunicazione letteraria e un pezzo di romanzo viene considerato un’aggravante per imporre una sorveglianza speciale della durata di due anni per supposta «pericolosità sociale». Succede a Marco Boba, militante anarchico torinese, una lunga storia nei movimenti, autore di Io non sono come voi, romanzo uscito nel 2015 per Eris Edizioni. Ed è proprio la frase riportata nel retro copertina del libro a essere finita nella richiesta di misure preventive mossa dalla Procura di Torino.

«Troviamo davvero pericoloso e allarmante che in questi atti ci sia finito un romanzo», afferma Anna Matilde Sali di Eris Edizioni. «Non possiamo accettare che diventi una prassi, se no qualsiasi libro potrebbe diventare un’aggravante. Questa volta è capitato in ambito di movimento, domani chissà». La frase «incriminata», estrapolata dal romanzo «per far capire a chi si ritroverà il libro in mano qual è il cuore della storia, il mood, l’atmosfera, lo stile narrativo», è quella riferita dal protagonista del libro in un dialogo: «Io odio. Dentro di me c’è solo voglia di distruggere, le mie sono pulsioni nichiliste. Per la società, per il sistema, sono un violento, ma ti assicuro che per indole sono una persona tendenzialmente tranquilla, la mia violenza è un centesimo rispetto alla violenza quotidiana che subisco, che subisci tu o gli altri miliardi di persone su questo pianeta».

Un virgolettato che per ellissi viene, nella richiesta giudiziaria, fatto passare per pensiero dell’autore. La casa editrice precisa: «Parliamo di un romanzo di finzione, con un protagonista di finzione. Il romanzo è scritto in prima persona, al presente, scelta tra l’altro fatta non in origine dall’autore, ma dopo un lungo confronto tra autore ed editore. Editing, normale editing». La narrazione letteraria d’altronde è di per sé sottesa a quel patto sintetizzato da Umberto Eco in Lector in Fabula a proposito del ruolo dell’autore che, all’inizio di un testo, stabilisce questo: «Voi non credete a quello che vi racconto e io so che voi non ci credete, ma una volta stabilito questo, seguitemi con buona volontà cooperativa, come se io stessi dicendovi la verità».

Il 21 aprile ci sarà l’udienza in Tribunale per discutere dell’applicazione della misura. «Ho iniziato a fare politica a 15 anni ora ne ho 53 anni – racconta Marco Boba – e non mi sono mai ravveduto. Ed è quello che mi viene imputato nella richiesta di sorveglianza speciale, che mi pare quasi un reato di opinione. Ero, sono e resto anarchico. La Procura mette insieme di tutto e di più, le mie condanne e denunce, la mia partecipazione a Radio Blackout e altro». La sorveglianza sociale di cui fanno le spese attivisti No Tav o quelli andati in Siria con le Ypg curde è un provvedimento che colpisce le persone al di là di uno specifico fatto ma per un «comportamento generale».

«A noi – spiega Eris Edizioni – sembra davvero pericoloso che una finzione possa diventare una prova, che le opinioni o le azioni di un personaggio di finzione lo possano diventare, che una frase scelta dall’editore, per promuovere al meglio un libro, possa diventare un’aggravante e che una questura o una procura si possano occupare di una materia che dovrebbe restare appannaggio di chi fa critica letteraria. In questi anni più volte si è invocato il reato d’opinione.

Dalla vicenda di Erri De Luca, assolto dall’accusa di istigazione a delinquere per essersi espresso a favore dei sabotaggi contro la Tav, alla studentessa accusata di aver partecipato attivamente a delle azioni No Tav solo per aver utilizzato il “noi partecipativo” nella sua tesi di laurea in Antropologia culturale sul movimento stesso». Il libro di Marco Boba è, lo racconta lui stesso, «la storia di un ragazzo inquieto e disilluso a cui sta stretto il contesto di vita e che fugge a Filicudi. È una storia di amore e rabbia».

* Fonte: Mauro Ravarino, il manifesto

Censura della posta per evitare una possibile propaganda all’interno del carcere. È successo a Dana Lauriola, attivista No Tav attualmente detenuta alle Vallette di Torino. «Un grave tentativo punitivo», denuncia il movimento valsusino, fortunatamente, poi, scongiurato dal magistrato di sorveglianza che ha rigettato, per mancanza di fatti aderenti, la richiesta della direttrice della casa circondariale, Rosaria Marino. Come ha raccontato la stessa Dana, in una precisa lettera inviata al movimento, la direttrice aveva, infatti, chiesto «l’emissione di un provvedimento restrittivo, tipico dell’alta sorveglianza (articolo 18 ter ordinamento penitenziario), ossia la richiesta di controllo (e selezione) della mia corrispondenza epistolare e telegrafica, la cosiddetta censura».

Tutto è successo a margine dello sciopero della fame di Dana e di altre tre detenute, a fine gennaio, per chiedere, il ripristino delle ore di colloquio, anche in videochiamata, ingiustamente dimezzate e l’inserimento dei detenuti nella campagna vaccinale Covid, da cui erano esclusi. Protesta che non è stata vana, «anzi i risultati si sono dimostrati da subito concreti e tutte noi stiamo finalmente godendo dei nostri pieni diritti per quanto riguarda i contatti con i nostri familiari», racconta la No Tav. Ma, forse, ha toccato alcuni nervi scoperti.

«Si è trattato di un vano ma preoccupante tentativo – sostiene l’avvocata Valentina Colletta, uno dei due difensori di Lauriola – di comprimere diritti costituzionalmente garantiti in capo a soggetti già ampiamente deprivati, ma ai quali non può né deve essere negato anche il diritto alla libera manifestazione del pensiero e ad una quantomeno minima agibilità politica».

«Mi chiedo se sia finita qui oppure siano vere le voci che circolano circa un mio futuro trasferimento» si chiede, infine, nella lettera Dana Lauriola, che deve scontare una pena di due anni di detenzione per un episodio avvenuto nel 2012 durante un’azione dimostrativa pacifica sulla A32, quando al megafono spiegava le ragioni della manifestazione. Una condanna sproporzionata come sottolineato da Amnesty International.

Sulla tentata censura delle lettere dell’attivista No Tav è intervenuto Marco Grimaldi, capogruppo di Liberi Verdi e Uguali in consiglio regionale: «Riteniamo quella richiesta un atto gravissimo. Negare un diritto fondamentale di una donna è molto grave, farlo in assenza di fatti aderenti, come ha stabilito il giudice, è viltà».

* Fonte: Mauro Ravarino, il manifesto

Nel 1968 all’indomani di violenze di polizia contro il movimento studentesco, Giancarlo Pajetta dichiarò: «Quelli che hanno ordinato l’attacco contro gli studenti, che li hanno fatti bastonare, che li hanno portati in questura, non sono uomini nuovi. Sono quelli del 1964, quelli del 1960. Un generale dei carabinieri che preparava campi di concentramento adesso comanda un po’ di più; un generale di brigata è diventato generale di divisione; il generale che ha falsificato i documenti perché il processo andasse com’è andato, quello è stato promosso ha ricevuto una stella di più. Una stella al merito della menzogna».

Anche le tante promozioni, succedutesi nei venti anni che ci separano dal G8 di Genova, di funzionari delle forze dell’ordine condannati in via definitiva interessano non «uomini nuovi» ma figure di lungo corso.  Uno è diventato vice direttore del Cesis; uno è stato assunto in Finmeccanica dal suo ex-capo in Polizia che intanto ne era salito al vertice; uno è andato a guidare l’antiterrorismo e la Divisione anticrimine e un altro ancora il Centro operativo della Polizia stradale a Roma, prima di diventare vicequestore. La lista si allunga di anno in anno senza che i cambi di governi siano in grado di arrestare quella «procedura amministrativa obbligata» posta a giustificazione ufficiale di tali avanzamenti.

La continuità dello Stato, fatta di rimozione del passato e persistenza negli apparati, è questione che interroga il corpo e la materia costituente del Leviatano di Hobbes e ritrae la capacità di «riproduzione nell’immutabilità» delle istituzioni e delle sue prassi. Claudio Pavone insegna che «continuità non è sinonimo di immobilismo» e analizzarne la dinamicità e la sua ricaduta nel tempo consegna strumenti interpretativi per agire sugli assetti del presente.

La transizione dal fascismo alla democrazia (mancata Norimberga italiana e fallimento dell’epurazione) non solo consentì il mantenimento degli uomini di Mussolini (a metà anni Sessanta in Italia venivano dal regime 62 prefetti di prima classe su 64; 64 prefetti di seconda classe su 64; 241 viceprefetti; 7 ispettori generali di Ps su 10; 120 questori su 135; 139 vicequestori su 139 mentre su 1642 commissari e vicecommissari solo 34 avevano vaghi legami con la Resistenza) ma costò fino al 1954, nella relazione democrazia-ordine pubblico 62 morti; 3126 feriti; 92169 arresti; 19306 condannati tra operai e contadini impegnati nelle lotte per lavoro e terra. Erano gli anni in cui nella Sicilia della strage di Portella della Ginestra si alternarono a capo dell’Ispettorato di Ps gli ex questori fascisti di Lubiana Ettore Messana (accusato di crimini di guerra) e Ciro Verdiani, già capo-zona dell’Ovra a Zagabria e questore di Roma nel 1946.

Negli anni Sessanta rapidi furono gli avanzamenti di carriera dei militari coinvolti nel «Piano Solo» del generale De Lorenzo: il colonnello Mario de Julio, incaricato di emettere l’ordine d’arresto contro dirigenti di Pci e Psi, fu promosso comandante della Legione di Livorno; Dino Mingarelli, capo di Stato Maggiore della Divisione Pastrengo di Milano, responsabile degli ordini d’assedio delle zone operaie della città, diverrà direttore della scuola sottufficiali prima di essere condannato per il depistaggio della strage di Peteano del 1972; il colonnello Romolo Dalla Chiesa capo di Stato Maggiore della Divisione Ogaden di Napoli divenne comandante della Legione Lazio.

Negli anni Settanta la torsione democratica deflagrò con lo stragismo e con l’immutabile regola delle promozioni sul campo. Ecco, dunque, l’ex-direttore del confino fascista di Ventotene Marcello Guida gestire l’ordine pubblico a Torino e poi, sempre nel 1969, da questore di Milano accogliere dopo la strage di Piazza Fontana il presidente della Camera Pertini, suo ex-detenuto; Silvano Russomanno repubblichino arruolato nella Luftwaffe nazista divenire numero due dell’Ufficio Affari Riservati negli anni di stragi e golpe; gli agenti Pietro Mucilli, Vito Panessa, Carlo Mainardi e il carabiniere Savino Lograno tutti promossi e presenti al momento della morte di Giuseppe Pinelli in questura a Milano; Giuseppe Pièche, ai vertici del SIM fascista e uomo di fiducia di Mussolini diventare referente del ministro dell’Interno Scelba e poi essere indagato, e assolto, per il golpe Borghese del 1970 mentre il figlio Augusto, nel 1968, organizzava il viaggio dei neofascisti italiani nella Grecia dei colonnelli.

La continuità giunge così fino a noi con i protagonisti del 2001 penalmente salvati dall’assenza del reato di tortura nel nostro codice (introdotto nel 2017) e poi promossi.  Ad essere danneggiate nella loro credibilità sono le istituzioni, in un momento storico in cui le stesse dispongono Stati d’emergenza da affidare ai loro uomini.  «Tutto ciò poteva essere evitato solo destituendo i funzionari», si legge nelle spiegazioni ufficiali, ma tale «scelta non fu intrapresa dall’Amministrazione». Su quella scelta si misura la stato della nostra democrazia

* Fonte: Davide Conti, il manifesto

Due funzionari di polizia condannati per fatti relativi al G8 di Genova del 2001 sono stati recentemente promossi a vicequestori. La notizia, fatta circolare lunedì da Amnesty International, ha immediatamente sollevato polemiche politiche.

Pietro Troiani e Salvatore Gava parteciparono all’irruzione nella scuola Diaz la sera del 21 luglio. Il primo introdusse due molotov nell’edificio e il secondo ne accertò il «ritrovamento». Per questo furono condannati a 3 anni e 8 mesi e all’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Il 28 ottobre scorso la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e il capo della polizia Franco Gabrielli li hanno promossi entrambi a vicequestori.

I fatti della Diaz sono ricordati come la «macelleria messicana». L’espressione fu utilizzata nel 2007 in un’aula di tribunale da Michelangelo Fournier, che partecipò all’irruzione come vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma. Quella notte nell’edificio dormivano manifestanti legati al Genoa Social Forum. L’operazione portò all’arresto di 93 persone. Di queste 63 finirono in ospedale. Tra loro c’era anche il giornalista inglese Mark Covell, che ci arrivò in coma.

Il «ritrovamento» delle molotov servì a giustificare l’intervento, che si configurò come una vera e propria mattanza. Per quella vicenda la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia in due diverse occasioni, nel 2015 e 2017, stabilendo che le forze dell’ordine avevano commesso veri e propri atti di tortura. Il regista Daniele Vicari ha ricostruito l’episodio nel film-denuncia «Don’t Clean Up This Blood» (2012).

«Desta sconcerto che funzionari di polizia condannati per violazioni dei diritti umani restino in servizio e, anzi, vengano promossi a ulteriori incarichi», ha dichiarato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia.

La decisione ha provocato reazioni tra gli esponenti di diversi partiti politici. «Lamorgese e Gabrielli revochino la promozione – ha detto il senatore del Movimento 5 Stelle Gianluca Ferrara – Chi è stato condannato per reati così gravi dovrebbe essere radiato». Di «insulto allo stato di diritto e alle tante persone che hanno subito la brutale violenza poliziesca» ha parlato Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista, partito che prese parte alle proteste.

«Questa incomprensibile promozione non può che minare la fiducia già precaria verso lo Stato», hanno scritto in una nota Massimiliano Iervolino e Giulia Crivellini, dei Radicali italiani. Per il parlamentare di Liberi e Uguali Erasmo Palazzotto: «È grave che siano concesse promozioni e avanzamenti a membri delle forze dell’ordine già condannati per violazione dei diritti umani. Serve introdurre i codici identificativi per le forze dell’ordine». L’esponente di LeU presenterà un’interrogazione parlamentare alla ministra Lamorgese

* Fonte: Giansandro Merli, il manifesto

Dana Lauriola, educatrice torinese che lavora con i senza dimora, è stata prelevata ieri mattina nella sua abitazione di Bussoleno da un massiccio apparato di forze dell’ordine che, per qualche attimo, si è scontrato con gli amici e compagni che presidiavano la casa dell’attivista No Tav. Epilogo non scontato di una storia iniziata otto anni fa, quando Dana Lauriola, insieme a molti militanti del movimento, entrò in autostrada per una protesta pacifica: venne alzato uno sbarramento, al fine di non creare imbuti pericolosi, e fu srotolato uno striscione. Alcuni parlarono da un megafono, tra questi era presente la militante Notav.

Delle centinaia di manifestazioni che hanno costellato la ventennale storia della Torino-Lione, la protesta in autostrada viene ricordata tra le più innocue e pacifiche. Un blitz che si risolse in breve tempo, ma che è già costato diverse condanne. Ieri è stata la volta della portavoce, una delle molte, del movimento, a cui non sono state riconosciute pene alternative alla carcerazione.

Da diversi giorni era stato approntato un presidio «protettivo», che però nulla ha potuto di fronte ai reparti mobili giunti per tradurre in carcere la militante Notav. Una carica ha fatto indietreggiare i manifestanti, mentre la Lauriola veniva prelevata e portata nel carcere Lorusso-Cotugno di Torino. Posto agli arresti domiciliari anche un altro volto storico del movimento Notav, Stefano Milanesi, anch’egli di Bussoleno. Dovrà scontare cinque mesi nella sua abitazione, in quanto condannato per resistenza a pubblico ufficiale.

Nicoletta Dosio, condannata per la stessa manifestazione della Lauriola e uscita dal carcere lo scorso inverno a causa dell’emergenza sanitaria, commenta: «Provo una agitazione insostenibile perché rivivo i passi dolorosi di quel mio viaggio verso il carcere: immagino e non posso che star male. Un’ingiustizia enorme, perpetrata contro una ragazza buona e solidale, la riprova del fatto che questo mondo sta perdendo il senso della misura, cieco di fronte all’abisso dove stiamo precipitando. Son tempi duri, in cui si viene mandati in carcere per ciò che si è e non per cosa si fa. È lo sfascio dell’etica e del diritto. Che senso ha accanirsi contro una donna come Dana, da parte dello Stato? In questi giorni in cui si spostano montagne di rosmarino da un punto all’altro della valle, sorvolando su ogni regola che viene piegata alla pura volontà, la rigidità della legge rivela la debolezza di un mondo privo di ragioni».

Alle otto e mezza di ieri sera il movimento Notav ha sfilato per le vie di Bussoleno impugnando centinaia di fiaccole. La prima manifestazione di solidarietà per la militante rinchiusa nel carcere di Torino. Ieri mattina, presso il Tribunale di Torino, gli imputati del maxi processo ai No Tav – secondo grado inerente gli importanti scontri del 2011 che coinvolsero decine di migliaia di persone – hanno letto un comunicato di solidarietà a Dana Lauriola, in cui hanno sottolineato che «l’unica colpa dei militanti del movimento è quella di continuare nella lotta»

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, il manifesto

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Da George Floyd a Piacenza, gli abusi commessi da parte delle forze dell’ordine hanno conquistato la ribalta pubblica. Il dibattito che ne è seguito si articola in due direzioni: alcuni insistono sull’integrità dell’operato di poliziotti e Cc, rifugiandosi nella formula delle poche mele marce.
Questa posizione mira a liquidare sbrigativamente un problema che si connota come un fiume carsico della vita pubblica italiana, e, per rimanere nella storia recente, da Carlo Giuliani a Riccardo Magherini, ha rivelato l’inadeguatezza delle forze di polizia italiana a rapportarsi con la complessità sociale contemporanea.

Altri, sull’onda di quanto è successo a Minneapolis, propongono di smantellare le forze di polizia. Anche questa posizione, per quanto prospetticamente valida, mostra le sue evidenti lacune. Innanzitutto, perché sorvola sulle specificità del contesto statunitense. In secondo luogo, perché i tagli alla polizia, in UK e negli Usa, sono parte del pacchetto neoliberista. Ad esempio, dal 2010, quando i Tories sono tornati al potere, i tagli alle forze di polizia si attestano al 30%, con la cancellazione di esperienze come le Female Units, vere e proprie unità di supporto per le donne vittime di violenze, composte da poliziotte, assistenti sociali e counsellors.
All’interno della cornice neoliberista, privatizzare la polizia significa affidarsi a gruppi equivoci, come è successo in Francia e in UK, con società che facevano capo ai neofascisti a gestire i centri di permanenza e gli hotspot. Come vorrebbe fare la Lega con le ronde padane.

La questione di una polizia all’altezza di una società democratica, multiculturale e, possibilmente, inclusiva, rimane in tutta la sua attualità. I police studies, sviluppatisi nei paesi anglosassoni, dimostrano, per dirla col criminologo inglese Maurice Punch, che non si tratta di poche mele marce, bisogna andare a vedere il frutteto. Da un lato, le forze di polizia non sono asettiche rispetto alla società in cui operano, bensì ne riflettono gli umori, le percezioni e le pulsioni.

In altre parole, il razzismo, il sessismo e il classismo, in una società che ha fatto della domanda di sicurezza la sua cifra politica, si pone come un elemento strutturale delle forze dell’ordine. Dall’altro lato, lo spirito di corpo, l’identità professionale, l’esercizio di funzioni repressive, rendono i poliziotti più lenti a recepire i mutamenti sociali.
È stato così nell’Inghilterra dei primi anni Ottanta, coi bobbies ad agire verso gli afrocaraibici sull’onda del pregiudizio verso i lavoratori ospiti, senza tenere conto che si trovavano di fronte a cittadini britannici di nascita e di cultura. È così nell’Italia di oggi, dove Ps e Cc si ostinano a utilizzare categorie moraliste come «drogato» nei confronti del popolo della notte, fino a provocare tragedie come quella di Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini.

Nel caso italiano, inoltre, troviamo l’afflato etico delle polizie continentali, che pretendono di esercitare un presidio di tipo morale sui valori fondativi della vita associata, e si credono di conseguenza al di sopra della legge. È proprio questo il nodo da sciogliere, ovvero quello dell’accountability. Lo scarto tra le pratiche di polizia, ad orientamento contenitivo, e il flusso delle relazioni sociali, può essere colmato attraverso l’istituzione di meccanismi e procedure che tutelino i cittadini, e rendano le forze dell’ordine responsabili dei loro comportamenti.

Ad esempio, in UK esiste l’Independent Office for Police Conduct, a cui ci si può rivolgere nel caso si ritenga di essere stati vittime di abusi, che dispone del sostegno personale e legale a favore dei ricorrenti, e ogni anno presenta una relazione al Parlamento. Un organismo di questo tipo sostituirebbe le attuali procedure di inchiesta, che al momento, in Italia, sono interne alle singole forze di polizia. L’obbligatorietà del numero di matricola costituirebbe la seconda misura da implementare, in modo da rendere identificabili i poliziotti e di facilitare l’avvio di eventuali inchieste.

Altri aspetti riguardano la formazione e il reclutamento. A partire dalla rivolta afrocaraibica di Brixton del 1981, la polizia britannica si è adoperata per reclutare tra le sue fila membri delle minoranze razziali, fino ad espandere il discorso inclusivo verso il reclutamento di poliziotti Lgbtqi. Tali misure vanno di pari passo a una formazione orientata verso il rispetto delle diversità. Ovviamente, se i rapporti di forza rimarranno orientati a destra, queste misure non basteranno a cambiare positivamente l’operato delle forze di polizia. Costituirebbero comunque un passo avanti in un paese in cui nessuno, neppure la Lega, vuole smilitarizzare i Carabinieri.

* Fonte: Vincenzo Scalia, il manifesto

Da oltre due decenni si assiste a una continua riproduzione di violenze razziste e persino assassinii da parte di agenti delle polizie[i]. Non è casuale che questi fatti siano particolarmente frequenti negli Stati Uniti ma anche nelle banlieues francesi, in Inghilterra e sebbene con meno frequenza anche in Italia, Spagna, Belgio e laddove la presenza di neri, ispanici, nordafricani e immigrati di diverse origini si configura come oggetto di violenza del dominio liberista neocoloniale.

Questa escalation delle violenze poliziesche è la conseguenza di un processo di militarizzazione della polizia statunitense che comincia come reazione ai movimenti per i diritti civili, poi, ancora di più nella strategia di counterinsurgency sviluppata negli anni 60 e 70 perneutralizzare il Black Power movement e continua con la Revolution in Military Affairs (RMA) lanciata nel periodo di Reagan[ii]. Questa “rivoluzione” è la traduzione di quella liberista che ha instaurato la conversione militare del poliziesco e quella poliziesca del militare, il continuum fra le guerre permanenti su scala mondiale e la guerra sicuritaria all’interno di ogni paese. Da allora c’è stata una gigantesca recrudescenza dell’azione repressiva delle polizie con modalità da guerra contro immigrati, marginali, manifestanti e in generale oppositori al trionfo liberista (da Seattle al G8 di Genova e poi ancora sino alle mobilitazioni contro i summit del G7 o G20 così come contro le grandi opere vedi in Italia casi TAV, TAP ecc.).

Alcuni osservatori e ricercatori hanno provato a spiegare la recrudescenza di violenze razziste negli Stati Uniti con la deriva che ha caratterizzato la cosiddetta guerra allo spaccio di droghe (tesi in parte alimentata anche da alcune serie tv fra le quali The Wire[iii]). Questa spiegazione appare assai parziale e in definitiva insoddisfacente anche perché non tutti i controlli di polizia connotati da razzismo e che hanno avuto esito mortale per i controllati sono connessi alla repressione dello spaccio. Anzi, in questa “categoria” dell’azione di polizia ci sono meno vittime perché lo scopo è soprattutto quello di tenere sotto controllo la diffusione delle droghe e anche perché diversi agenti finiscono per essere corrotti e complici di parte degli spacciatori se non addirittura fornitori di questi (sul totale detenuti in tutte le carceri statunitensi solo il 20% è accusato di reati per droga, nella maggioranza dei casi piccoli spacciatori recidivi).

Un’altra lettura è quella che interpreta la perpetuazione delle violenze razziste come ascesa del suprematismo bianco, ossia volontà dei bianchi di riaffermare il loro dominio senza limiti di alcuna sorta; insomma una sorta di radicalizzazione simmetrica rispetto a quella attribuita ai pseudo-islamisti o dovuta alla paura dei bianchi di soccombere difronte alla diffusione della presenza nera, ispanica e immigrata in generale. Non deve stupire che l’accanimento repressivo razzista sia comune sia a poliziotti bianchi sia a poliziotti neri o ispanici; infatti, gli operatori di polizia di origine “etnica” funzionano come una sorta di gurkha (i nepalesi usati dagli inglesi per massacrare le etnie più refrattarie alla colonizzazione, così come i nordafricani assoldati dalle truppe coloniali francesi in Senegal e in Algeria). In altre parole il poliziotto nero o ispanico finisce per interiorizzare totalmente l’ideologia, gli atteggiamenti e comportamenti dei bianchi, e vuol anche dimostrare a questi una solerzia razzista per dar prova della sua dedizione alla causa bianca e per meritare plauso e odia i soggetti classificati come devianti perché ha il loto stesso colore di pelle che disprezza appunto perché alienato.

Un’altra possibile lettura vede nella diffusione della violenza razzista il supporto alla volontà di assoggettare il nero e in genere l’altro alla condizione di inferiorizzazione; ne consegue che la criminalizzazione razzista appare funzionale al neocolonialismo, notoriamente per ciò che riguarda la riduzione degli immigrati in condizioni di neo-schiavitù[iv]. Questo processo s’è palesemente configurato proprio a seguito dello sviluppo liberista che è anche e appunto massimizzazione del profitto attraverso la riduzione o l’annullamento di ogni sorta di diritto da parte del subalterno. Contro l’apparente paradosso questo liberismo che punta al “meno stato più mercato” rafforza invece lo stato e i suoi apparati militari e di polizia perché sono utili al dominio del privato (con le guerre permanenti che difendono gli interessi e la libertà di agire delle multinazionali e delle diverse lobby e con le guerre sicuritarie all’interno di ogni paese per imporre sia il disciplinamento sociale “postmoderno” sia la neo-schiavizzazione degli “altri” (compresa una parte di nazionali senza alcuna protezione -vedi braccianti o manovali ecc.). E’ qui che sta una delle principali spiegazioni dell’escalation delle violenze poliziesche sin dalla RMA. Nelle polizie di tutti i paesi e in particolare di quelli NATO è stato imposto un reclutamento riservato solo a giovani che hanno svolto il servizio militare in missioni di guerre permanenti; inoltre, tutte queste polizie sono state dotate di dispositivi, mezzi, risorse e addestramento che appunto è di tipo militare-poliziesco[v]. Un esempio di questo, sebbene non ancora del tutto “compiuto”, lo si è potuto osservare al G8 di Genova e ancora nelle modalità operative della polizia francese contro i gilets gialli. Si tratta qui di una modalità che è anche alquanto simile a quella in uso da parte israeliana contro i Palestinesi (per esempio fare tanti feriti anche gravi e ogni tanto ammazzarne qualcuno). Nel caso della polizia francese il riadattamento di quella che era la polizia coloniale in uso durante la guerra d’Algeria anche a Parigi ha portato alla proliferazione dei BAC (Brigade Anti Criminalité) che si sono scatenate nelle banlieues (vedi Rigouste[vi]). Come segnala Antonio Mazzeo[vii]:

“Le immagini di Minneapolis sono del tutto identiche a quelle che vengono registrate quotidianamente a Gerusalemme, West Bank, Gaza, Golan, Libano, ecc., dove impunemente operano le forze di polizia e i militari israeliani nel “contenimento” delle proteste e nella repressione di ogni forma di opposizione alla violenza strutturale del regime sionista di occupazione. La rassomiglianza dei corpi schiacciati sotto scarponi, pistole e mimetiche non è casuale, purtroppo. Si tratta infatti di tecniche d’intervento apprese negli stessi centri di “formazione” dagli stessi “addestratori”: le scuole di polizia e delle forze armate dello Stato d’Israele e le innumerevoli agenzie-aziende private sorte ovunque con investimenti e personale-veterano provenienti dal complesso militare-industriale israeliano… “La polizia nazionale, i militari e i servizi d’intelligence israeliani hanno addestrato la Polizia di Baltimora al controllo della folla, all’uso della forza e alla sorveglianza”, lo scriveva Amnesty International. “Gli ufficiali e gli agenti di polizia di Baltimora, insieme a centinaia di altri provenienti dalla Florida, dal New Jersey, dalla Pennsylvania, dalla California, dal Connecticut, da New York, dal Massachusetts, dal North Carolina, dalla Georgia, dallo Stato di Washington così come la polizia della capitale, si sono recati in Israele per attività addestrative. Migliaia di altri poliziotti sono stati addestrati da ufficiali israeliani negli Stati Uniti. Molti di questi viaggi sono stati finanziati con fondi pubblici mentre altri da privati. A partire del 2002, l’Anti-Defamation League, l’American Jewish Committee’s Project Interchange e il Jewish Institute for National Security Affairs hanno pagato la formazione in Israele e nei Territori occupati dei capi della polizia e dei sottoposti. Amnesty International, altre organizzazioni dei diritti umani e lo stesso Dipartimento di Stato hanno citato la polizia israeliana per aver eseguito esecuzioni extragiudiziarie e altri omicidi illegali, utilizzato trattamenti disumani e la tortura (anche contro bambini), soppresso la libertà di espressione ed associazione ed ecceduto nell’uso della forza contro pacifici manifestanti” (vedi in nota link alle fonti[viii]).

La cooperazione poliziesca con Israele per l’addestramento alla “gestione dell’ordine pubblico” di unità d’élite e di polizia coinvolge anche numerosi paesi latinoamericani fra i quali il Brasile, il Cile e la Colombia. L’Italia è anche essa uno storico partner politico-strategico d’Israele fra l’altro per i mini-droni e sofisticate tecnologie di videosorveglianza, di intelligence e informatiche, tutti prodotti nei distretti industriali e accademici israeliani. Fra Italia e Israele esiste un Accordo in materia di pubblica sicurezza, sottoscritto a Roma il 2 dicembre 2013 e ratificato dalle Camere con voto bipartisan il 19 maggio 2017; esso copre un ampio spettro di attività di interscambio e collaborazione tra le forze di polizia dei due stati. Da notare che questo accordo dovrebbe riguardare anche la lotta alla criminalità, aspetto assai imbarazzante visto che il capo del governo Netanyahu è sospettato anche in Francia di attività della mafia israeliana (vedi vari reportage di Médiapart[ix]).

Come segnala bene Mairav Zonszein il legame fra le pratiche delle polizie dei paesi NATO e l’addestramento israeliano conferma anche il carattere neocoloniale di tali pratiche[x].

Nella riedizione del suo libro sulla polizia negli Stati Uniti (Our Enemies in Blue), Kristian Williams mostra che “la brutalità della polizia non è un’anomalia, ma è incorporata nel significato stesso che hanno le forze dell’ordine negli Stati Uniti. Dagli schiavi di due secoli fa ai giovani disarmati di oggi che vengono fucilati per le strade, i peace keepers hanno sempre usato la forza per modellare il comportamento, reprimere il dissenso e difendere i potenti”[xi].

Secondo un altro ricercatore statunitense, Alex S. Vitale: “Il problema non sta nell’addestramento, nella diversificazione o nei metodi, sta nella natura della stessa polizia moderna. Le pratiche derivanti dalla pseudo-teoria delle “finestre rotte”, la militarizzazione delle forze dell’ordine e la drammatica espansione del ruolo della polizia negli ultimi quarant’anni hanno creato un mandato per gli ufficiali che deve essere abolito[xii]. In questo libro come in quello di Franklyn Zimring, di Kristian Williams e di Mattew Horace emerge una descrizione delle polizie statunitensi che ne fa dei corpi di abbrutiti, ignoranti, capaci solo di accanirsi sui deboli e marginali, ma anche ben reverenti nei confronti delle persone considerate perbene e dei loro illegalismi. Insomma delle polizie che anziché assicurare tutela ai più deboli li perseguita in nome di un ordine economico e sociale che è quello liberista statunitense[xiii].

Qualified immunity cioè la garanzia dell’impunità del libero arbitrio poliziesco

Un aspetto emblematico riguarda la cosiddetta “immunità qualificata” concessa alle forze di polizia nel 1967 dalla Corte Suprema degli Stati Uniti[xiv]. In base a questa norma la polizia non può essere perseguita se dimostra “buona fede” nel violare un diritto garantito. Quindici anni dopo, la Corte Suprema decise che spetta alla vittima dimostrare le violazioni della polizia. Ovviamente tale possibilità è spesso inesistente tranne nei rari casi recenti in cui qualche testimone riesca a filmare la scena come è successo per l’assassinio di George Floyd e in qualche altro caso. Ma nella stragrande maggioranza dei casi non ci sono testimoni o se ci sono non riescono a raccogliere prove anche perché spesso minacciati da agenti di polizia o per paura di ritorsioni da parte di questi (vedi i racconti degli autori prima citati). Anche laddove non c’è l’“immunità qualificata”, l’impunità delle polizie è di fatto garantita per la stessa asimmetria totale che c’è fra la vittima e le polizie rispetto al procedimento giudiziario[xv] (si pensi ai diversi casi noti in Italia come in Francia e altrove[xvi]). E l’impunità favorisce lo scivolamento della discrezionalità verso il libero arbitrio e persino la tortura e l’assassinio.

Dalla culla alla prigione. L’aumento vertiginoso della criminalizzazione e immancabilmente degli abusi.

La proliferazione gigantesca delle brutalità della polizia corrisponde all’aumento vertiginoso della criminalizzazione persino dei bambini che si registra proprio dal 1990 negli Stati Uniti e praticamente in tutti i paesi del mondo[xvii]. Il sistema giudiziario americano tiene in carcere quasi 2,3 milioni di persone in 1.833 prigioni statali, 110 carceri federali, 1.772 strutture di correzione minorile, 3.134 carceri locali, 218 strutture di detenzione per immigrazione e 80 carceri di nativi, nonché in prigioni militari, centri di impegno civile, stato ospedali psichiatrici e prigioni nei territori degli Stati Uniti[xviii]. Negli anni Novanta si è arrivati a oltrepassare i 15 milioni di arresti in un solo anno[xix]; nonostante il calo corrispondente anche alla netta diminuzione di reati presunti o effettivi, nel 2020 si hanno ancora 10,3 milioni di arresti, oltre 7 milioni di persone soggette a misure detentive (anche domiciliari) di cui 2,3 milioni incarcerati (1.291.000 nelle carceri dei singoli Stati, 631.000 nelle carceri locali, 226.000 nelle carceri federali[xx]).  Nella classifica degli Stati dell’OCSE in base al tasso di incarcerati (vedi in nota link alla lista completa[xxi]) gli Stati Uniti sono nettamente in testa con 655 detenuti per 100 mila abitanti, seguono la Turchia (344), Israele (234) ecc. l’Italia ha un tasso di quasi 100, il Regno Unito 135, la Francia 104 e la Germania 77. Com’è noto il tasso di carcerizzazione dei neri è circa 7 volte superiore a quello dei bianchi e quello degli ispanici 4 volte (vedi anche Razzismo democratico).

Nella stragrande maggioranza dei casi gli arresti sono dovuti a infrazioni o reati di dubbio rilievo penale (per esempio guida senza patente, eccesso di velocità o comportamento non adeguato alla morale, al decoro e all’igiene così come sono intesi dai benpensanti oppure a solo piccoli tentativi di furto da parte di homeless o giovani marginali).

Negli Usa 230mila bambini sotto i 12 anni sono stati arrestati fra il 2013 e il 2017, fra essi quasi 30mila bambini al di sotto dei 10 anni. Secondo le statistiche annuali sulla criminalità per l’anno 2018 pubblicate dall’FBI, limitate a solo 28 tipi di reato, l’arresto dei minori sarebbe diminuito dell’11% dal 2017, ma il numero di arresti di persone di età inferiore ai 18 anni è ancora di 718.962 bambini e giovani. Questo numero comprende 3.500 bambini di età inferiore a 10 anni, oltre 38.000 bambini di età compresa tra 10 e 12 anni e oltre 355.000 ragazzi di età compresa tra 13 e 16 anni[xxii]. Ma secondo una pagina del 2010 del sito del governo (vedi link in nota[xxiii]) “durante un singolo anno, si stimano a 2,1 milioni i giovani sotto i 18 anni arrestati negli Stati Uniti”, insomma una criminalizzazione di bambini e giovani rivelatrice della democrazia statunitense che con l’amministrazione Clinton accentuò la repressione razzista. Infatti, si legge sul sito: “i giovani appartenenti a minoranze sono sovra-rappresentati all’interno e trattati in modo diverso dal sistema di giustizia minorile rispetto ai loro pari bianchi e hanno maggiori probabilità di essere detenuti rispetto ai bianchi non ispanici”. In particolare: “i giovani afroamericani hanno i più alti tassi di coinvolgimento rispetto ad altri gruppi razziali, sono il 16 percento di tutti i giovani della popolazione generale, ma il 30 percento dei rinviati a giudizio fra i minori, il 38 percento dei giovani in residenza, e il 58% dei giovani nelle carceri di stato degli adulti” (ibidem).

Particolarmente scioccanti gli arresti nelle scuole che peraltro nella maggior parte dei casi riguardano reazioni di bambini con difficoltà. Nel 2018 un funzionario delle risorse scolastiche ha ammanettato un ragazzo autistico di 10 anni bloccandolo a terra perché s’era nascosto in un armadietto. Un bambino di 7 anni in pianto è stato ammanettato per essersi rifiutato di recarsi nell’ufficio del preside. Numerosi sono i casi di bambini sedati con psicofarmaci. Spesso i genitori non sono neanche avvisati. Le notizie dei media sugli abusi di poliziotti inflitti ai bambini piccoli sono infinite. Va da sé che la maggioranza dei bambini e giovani vittime di questa violenza sono neri e ispanici. In altre parole è sin da piccoli che la polizia mostra loro cosa sarà la loro sorte da grandi.

Questo aumento della criminalizzazione molto spesso razzialmente connotata è un fenomeno comune a tutti i paesi (vedi Razzismo democratico) con periodi di maggiore o minore recrudescenza che approda negli assassinii da parte di operatori delle polizie. Negli ultimi anni è evidente che la Francia sia diventata il paese con la polizia più violenta d’Europa[xxiv] sia nei confronti dei gilets gialli sia nei confronti di manifestazioni sindacali e soprattutto nei confronti dei giovani delle banlieues in particolare neri. Non stupisce quindi che le più grandi manifestazioni a fianco degli antifa e dei militanti del Black Lives Matter statunitensi si siano avute a Parigi e Londra. E’ peraltro in questi paesi che la pandemia ha provocato molte più vittime proprio fra la popolazione nera ed “etnica”. Esplode così la rivolta contro delle polizie che spesso si configurano come il braccio armato di un dominio liberista che ha rilanciato il neocolonialismo e quindi una violenza razzista che come osservano alcune autrici attente all’intersezionalità si confonde anche con quella fascista e sessista (vedi in particolare Gines Belle e Maboula Soumahoro[xxv]). Appare allora sconcertante la pretesa liberal di considerare gli Stati Uniti il paese del compimento della democrazia anziché dell’eterogenesi di questa, questione che la stessa H. Arendt rifiutava di capire[xxvi].

PS:

Nel corso del movimento che s’è sviluppato negli Stati Unito dopo l’assassinio di Floyd è emerso un dibattito molto vivace in corso negli Stati Uniti fra le diverse componenti del movimento Black Lives Matter e altri di diverse comunità locali sugli obiettivi e percorsi per cambiare la polizia, ridimensionarla, controllarla o per abolirla: vedi qui alcuni articoli assai interessanti; sebbene il movimento sia importante anche in Francia e nel Regno Unito questo tipo di dibattito in Europa sembra oggi inimmaginabile.

– Power Over the Police di Olúfẹ́mi O. Táíwò ▪ June 12, 2020 :https://www.dissentmagazine.org/online_articles/power-over-the-police?utm_source=Dissent+Newsletter&utm_campaign=490d06bac4-EMAIL_CAMPAIGN_The_First_Democratic_Debates_COPY_0&utm_medium=email&utm_term=0_a1e9be80de-490d06bac4-101858653

– The Best Way to “Reform” the Police Is to Defund the Police, An interview with Alex S. Vitale by Meagan Day 7 Giugno 2020: https://www.jacobinmag.com/2020/06/defund-police-reform-alex-vitale

– Protesters’ Demands in Response to Police Brutality Have Come a Long Way Since the 1992 LA Rebellion, By Tamara K. Nopperhttps://jacobinmag.com/2020/06/police-brutality-protests-demands-1992-defund;

– Peut-on abolir la police ? La question fait débat aux États-Unis by Gwenola Ricordeau : https://theconversation.com/peut-on-abolir-la-police-la-question-fa


[i] Sulla storia di oltre 400 anni di razzismo e schiavizzazione vedi qui l’intervista di Noam Chomsky : https://ilmanifesto.it/noam-chomsky-lamerica-fondata-sulla-schiavitu-i-neri-repressi-da-400-anni/. Fra altri vedi anche “No justice no peace. George Floyd e la rivolta sociale: gli Stati Uniti al Redde Rationem?”di Elisabetta Grande:http://temi.repubblica.it/micromega-online/no-justice-no-peace-george-floyd-e-la-rivolta-sociale-gli-stati-uniti-al-redde-rationem/

[ii] Vedi Conflict, Security and the Reshaping of Society: The Civilisation of War, London: Routledge, 2010, scaricabile gratis qui: http://www.oapen.org/search?identifier=391032; ivi in particolare capitol di Alain Joxe

[iii]  https://it.wikipedia.org/wiki/The_Wire_(serie_televisiva)

[iv] Vedi Douglas A. Blackmon, Slavery by other name. The Re-Enslavement of Black Americans from the Civil War to World War II, Anchor Books, 2008, citato anche da Noam Chomsky (https://ilmanifesto.it/noam-chomsky-lamerica-fondata-sulla-schiavitu-i-neri-repressi-da-400-anni/). Sulla condizione economica dei neri prima e dopo la pandemia e sulla storia dell’inferiorizzazione razzista in particolare nel Minnesota vedi : https://frontierenews.it/2020/06/floyd-minneapolis-e-noi-i-numeri-di-una-sconfitta-collettiva/;  Vedi anche Razzismo democratico: Agenzia X, 2009, scaricabile gratis qui: http://www.agenziax.it/wp-content/uploads/2013/03/razzismo-democratico.pdf

[v] “Polizie, sicurezza e insicurezze ignorate, in particolare in Italia”, Revista Crítica Penal y Poder
2017, n. 13,
Ottobre, pp.233-259, http://revistes.ub.edu/index.php/CriticaPenalPoder/article/download/20385/22504

[vi] M. Rigouste, La domination policière. Une violence industrielle, La Fabrique, 2012.

[vii] Vedi “Da Minneapolis alle piazza italiane, la longa manus della polizia d’Israele”, di Antonio Mazzeohttps://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2020/06/da-minneapolis-alle-piazza-italiane-la.html

[viii] Corte di giustizia Usa che ha originato l’intervento di Amnesty: https://www.justice.gov/opa/pr/justice-department-announces-findings-investigation-baltimore-police-department e qui testo Amnesty: https://www.amnestyusa.org/with-whom-are-many-u-s-police-departments-training-with-a-chronic-human-rights-violator-israel/

[ix] https://www.mediapart.fr/journal/international/060616/mafia-du-c02-le-suspect-francais-qui-menace-netanyahou?onglet=full

[x] Vedi “Gli Stati Uniti, come Israele, esercitano la violenza di una potenza occupante”diMairav Zonszein (tratto da: rete Italiana ISM): http://www.bocchescucite.org/gli-stati-uniti-come-israele-esercitano-la-violenza-di-una-potenza-occupante/

* l’articolo è originariamente pubblicato in francese qui: https://blogs.mediapart.fr/salvatore-palidda/blog/090620/lescalade-de-la-brutalite-raciste-des-forces-de-police

[xi] Kristian Williams, Our Enemies in Blue, AK Press, 2015 (1° ed. 2004)

[xii] A.S. Vitale, The end of policing, Verso, 2017, l’autore mostra come la polizia persegue solo comportamenti o condotte considerate non conformi a quelli dei benpensanti, a piccole infrazioni e piccoli reati, mentre chiude gli occhi rispetto agli illegalismi dei ricchi

[xiii] Per una descrizione delle pratiche violente delle polizie si veda fra altri: Franklyn Zimring, When Police Kill, Harvard University Press, 2017; Jeff Pegues, Black and Blue: Inside the Divide between the Police and Black America, Prometheus Books, 2017; Mattew Horace & Ron Harris, The Black and the Blue: A Cop Reveals the Crimes, Racism, and Injustice in America’s Law Enforcement, Hachette Books, 2018

[xiv] https://www.npr.org/2020/06/08/870165744/supreme-court-weighs-qualified-immunity-for-police-accused-of-misconduct?t=1591709590144; aspetto segnalato anche da Danilo Tosarelli.

[xv] https://www.aclu.org/sites/default/files/field_document/rfk_iachr_hearing_written_submission_rfkhr_final.pdf

[xvi] Vedi S. Santorso & C. Peroni (curatori) Per uno stato che non tortura, Mimesis, 2015

[xvii] https://www.prisonpolicy.org/reports/pie2020.html; fra altri vedi J. Simon, Il governo della paura. Guerra alla criminalità e democrazia in America, Cortina, 2008; De Giorgi, A. & Fleury-Steiner, Ben (eds.) (2017) Neoliberal Confinements: Social Suffering in the Shadows of the Carceral State. (special issue of Social Justice: A Journal of Crime, Conflict & World Order); De Giorgi, A. 2017, “Five Theses on Mass Incarceration”, Social Justice: A Journal of Crime, Conflict & World Order 42(2): 5-30;

[xviii] Wendy Sawyer & Peter Wagner, “Mass Incarceration: The Whole Pie 2020”: https://www.prisonpolicy.org/reports/pie2020.html

[xix] https://www.statista.com/statistics/191261/number-of-arrests-for-all-offenses-in-the-us-since-1990/

[xx] https://www.prisonpolicy.org/reports/pie2020.html

[xxi] https://www.statista.com/statistics/300986/incarceration-rates-in-oecd-countries/

[xxii] https://www.wsws.org/en/articles/2019/10/01/poli-o01.html

[xxiii] https://youth.gov/youth-topics/juvenile-justice/youth-involved-juvenile-justice-system

[xxiv] http://www.osservatoriorepressione.info/perche-la-polizia-francese-diventata-la-piu-violenta-europa-occidentale/

[xxv] Gines Belle, Hannah Arendt and the Negro Question, Indiana University Press, 2014; Maboula Soumahoro, Le Triangle et l’Hexagone. Réflexions sur une identité noire, La Découverte, 2020 e anche la sua eccezionale intervista qui: https://ehko.info/la-race-structure-tout-interview-de-maboula-soumahoro/

[xxvi] “L’eterna “Negro Question” che anche Hannah Arendt non aveva capito”, in Historia Magistra, giugno 2020

A qualcuno non va proprio giù che la gente abbia voglia di festeggiare il 25 Aprile, nemmeno a distanza. Ieri mattina, nei dintorni di via Padova e via Democrito a Milano, un piccolo gruppo di ragazzi, meno di dieci, di un centro sociale percorre una strada in bicicletta, mezzo che persino un bambino sa che non permette di stare appiccicati sennò si cade. I giovani indossano mascherine, guanti, portano qualche bandiera rossa e stanno andando a mettere fiori sulle lapidi del quartiere che ricordano i partigiani caduti. Improvvisamente da una via laterale sbucano poliziotti che in pochi minuti bloccano con alcune auto la strada e i ragazzi che protestano dicendo: «Non abbiamo fatto niente di male. Stiamo andando a ricordare i partigiani». I poliziotti non gradiscono, buttano le biciclette sull’asfalto, trascinano alcuni giovani per la strada, altri li sbatacchiano sulle auto o li bloccano a forza al suolo, una ragazza che grida «Ma cosa state facendo?» si prende un manrovescio che la butta per terra. La gente si affaccia, filma, qualcuno scende in strada, si mette a cantre Bella ciao, gli strattonamenti continuano finché i ribelli sono chiusi in un angolo. I video sono stati pubblicati da Milanotoday.it che, sentita la questura, riporta la loro versione che parla di «semplici controlli per i decreti sul coronavirus».

Ah, questo coronavirus viene davvero buono per un sacco di cose, tipo permettere di valutare la distanza inter personale con due pesi e due misure a seconda dell’estro: è ammessa se si sta fermi e ligi quando si è in coda al supermercato o alla farmacia, diventa sovversiva e sospetta se si va in bicicletta il 25 Aprile. Nel corpo a corpo ingaggiato dai poliziotti, che indossavano la regolare mascherina, è stato messo in atto un tale pigia pigia che, se qualcuno avesse il virus, lo ha di sicuro spalmato attorno. Tenere le mani a posto e lasciar pedalare quei ragazzi non sarebbe stata una cattiva idea, anche perché stavano solo andando a ricordare chi, morendo, ha garantito la libertà di espressione, ma non di botte, anche a quelli che indossano la divisa.

* Fonte: Mariangela Mianiti, il manifesto

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Fobocrazia e manganelli selvaggi

Habemus Corpus. Che Paese è quello in cui, mentre si canta Bella ciao dai balconi, alcuni esponenti delle forze dell’ordine scaricano in una strada di periferia la smania di disciplina su ragazzi in bicicletta armati solo di fiori?

«Manganelli agitati minacciosi nell’aria, gambe divaricate pronte all’attacco, guanti neri, violenza e botte nel 25 aprile della polizia a Milano». Inizia così, come una sequenza cinematografica, la lettera inviataci da Luca, milanese e lettore de il manifesto che ha voluto mandarci alcune riflessioni su quanto accaduto sabato scorso a Milano fra viale Padova e via Democrito, dove alcune volanti della polizia hanno chiuso una strada per bloccare pochissimi giovani che, in bicicletta e mascherina, andavano a deporre fiori sulle lapidi del quartiere dedicate ai partigiani morti.

CON LA SCUSA che si trattava di «Semplici controlli per i decreti sul Coronavirus», i poliziotti hanno cominciato a menare le mani, pesantemente, come se quei ragazzi fossero un pericolo per la salute pubblica, dei virus loro stessi.
E lo hanno fatto «In strada – continua Luca – sotto gli occhi di persone alla finestra, come un’esibizione di pedagogica rilevanza. La storia non dice che proprio quei cittadini hanno lavorato molto nei giorni scorsi, per fare quello che le istituzioni non fanno abbastanza: aiutare chi ha bisogno. Giorni a fare spesa, in bici, a piedi, su e giù, su e giù. Solidarietà, soccorso ai deboli, i soli di sempre, perché intorno hai cose più ricche e importanti cui badare, come vogliono Confindustria, Sala, il governo e Fontana. Se ne vanno in via Padova per mettere un fiore, innocuo, gentile, primaverile e rosso fiore, sotto il nome scolpito di qualcuno che, prima e come loro, viveva nel dovere di credere a un mondo diverso da quello dei potenti. Mascherine e distanze, e sai che insubordinazione. Ora si andrà strada per strada a cercare e disciplinare chi sfugge al controllo? Sarà il manganello a spiegare gli ultimi com del nuovo decreto?».

CHE PAESE è questo? Che città è quella in cui, mentre si canta Bella ciao dai balconi, alcuni esponenti delle forze dell’ordine scaricano in una strada di periferia la smania di disciplina su ragazzi in bicicletta armati solo di fiori? E il 25 aprile per di più? Luca scrive: «È uno Stato che mostra così, se ce ne fosse ancora bisogno dopo Genova 2001 e la vicenda di Stefano Cucchi, la propria natura autoritaria, violenta e ostile alla libertà».
Qualcuno dirà che ci sono decreti da far rispettare, regole imposte per il bene comune e a cui la maggior parte dei cittadini obbedisce. Allora vuol dire che quei decreti potevano essere disattesi quando quei ragazzi assistevano persone bisognose, mentre sono diventati inappellabili nel momento in cui hanno voluto ricordare i partigiani caduti? Significa che andiamo bene per assistere chi è in difficoltà, ma non andiamo più bene se vogliamo uscire di casa per esprimere un’idea?
Sta in questa discrezionalità interpretativa il vulnus di quanto accaduto a Milano e il pericolo che riguarda il futuro di tutti quanti. D’accordo l’attenzione alla salute, ma stiamo attenti che questa attenzione non diventi smania di repressione perché la repressione puzza sempre di fascismo.
Concludo con un’esortazione di Luca: «Tocca a tutti noi, adesso, rispondere per dire qual è il nostro destino, se vogliamo libertà o un’autonomia condizionata dalla fobocrazia utile per gli interessi di pochi. Il controllo totale, ora anche biologico, imposto alle nostre esistenze dai comitati: di esperti, di manager, di sanitari. Come gli internati nelle istituzioni totali, possiamo ancora scegliere: lasciarci disciplinare rinunciando alla nostra identità di singoli per aderire al coerente programma previsto per noi, oppure tentare la via della resistenza, del no».

* Fonte: Mariangela Mianiti, il manifesto, 28 aprile 2020

A un anno dall’uccisione di Lorenzo Orsetti, accettata la tesi della Procura: pericolosità sociale perché politicamente attiva

La tempistica del Tribunale di sorveglianza di Torino è amarissima. Oggi cade il primo anniversario dall’uccisione di Lorenzo Orsetti, “Orso”, per mano dell’Isis mentre combatteva nel Rojava al fianco delle unità curde Ypg e Ypj; domani il secondo da quello della combattente britannica Anna Campbell.

Ieri la ex combattente italiana, Maria Edgarda Marcucci, Eddi, che con Orso e Anna ha condiviso l’identica scelta partigiana, si è vista comminare due anni di sorveglianza speciale come richiesto dalla Procura torinese.

Fino a poche ore prima sembrava che la decisione fosse stata sospesa a causa dell’emergenza coronavirus che impedisce lo svolgimento della normale attività giudiziaria. Invece no: nel pomeriggio è arrivata la notizia dell’applicazione della misura di grave limitazione della libertà personale (in assenza di reato e processo) per la sola Eddi.

«Liberati» dalla spada di Damocle di epoca fascista Jacopo Bindi e Paolo Andolina, che come lei attendevano il responso del Tribunale: la corte ha respinto, nel loro caso, la richiesta della pm Pedrotta, fondata sul legame tra attivismo politico in Italia e apprendimento all’uso delle armi in Siria.

Un legame esclusivamente politico e pericoloso per ogni attivista, secondo la Procura “dimostrato” dalla partecipazione a sit-in pacifici a Torino. In precedenza a non essere tacciati di pericolosità sociale erano stati Davide Grasso e Fabrizio Maniero, anche loro ex combattenti Ypg e anche loro minacciati dalla restrizione.

Maria Edgarda, che ha combattuto con l’unità femminile curda Ypj a difesa del cantone di Afrin nel 2018 (poi occupato da Turchia e gruppi islamisti), sarà sottoposta a sorveglianza speciale per due anni, con divieto di uscire di casa dalle 21 alle 7.

Non subirà il divieto di dimora nella sua città ma, come previsto dalla misura introdotta dal Codice Rocco, dovrà consegnare passaporto e patente, non potrà prendere parte a ritrovi con più di tre persone, né partecipare ad assemblee e presidi. Con sé avrà un libretto in cui la polizia annoterà ogni controllo a cui sarà sottoposta.

L’abbiamo raggiunta al telefono.

La misura ti è stata notificata dal Tribunale?

L’ho saputo dalla stampa, non mi è stata notificata. Né io né l’avvocato abbiamo saputo nulla dagli organi responsabili, eppure era stata depositata due giorni fa. La sorveglianza speciale è stata decisa solo per me, per due anni, senza divieto di dimora. Significa che posso restare a Torino, cioè che avrò obbligo di dimora qui.

Potrai fare appello?

Si può fare appello e lo farò, ma le attività dei tribunali ora sono ferme. L’appello richiede già i suoi tempi se depositato subito, con l’emergenza coronavirus ancora di più.

Quando entrerà in vigore la misura?

Come provvedimento è immediato, ma va attuato entro una settimana. Non so dire i tempi perché non ho avuto alcun contatto diretto con il Tribunale.

Perché pensi la sorveglianza speciale sia stata accettata solo per te?

Non lo so dire con certezza senza vedere gli atti. Ma nell’ultima udienza, lo scorso dicembre, abbiamo appreso che su di me pesava un’altra denuncia a carico per un’azione alla Camera di Commercio di Torino che, con il patrocinio della Regione Piemonte e la partecipazione del ministero della Difesa, a novembre era sponsor di una fiera di compravendita di apparati aerospaziali, principalmente bellici. Alla fiera c’era un panel dedicato ai rapporti tra Italia e Turchia, a poche settimane dal lancio dell’operazione militare turca contro il Rojava, mentre il ministro Di Maio parlava di sospensione della vendita di armi ad Ankara. Siamo entrati nella Camera di Commercio con uno striscione e abbiamo denunciato la complicità nel massacro. Un’azione assolutamente pacifica, tanto che il materiale usato dalla Procura veniva dalla nostra diretta Facebook. Mentre le nostre sorelle si prendevano le bombe, un intervento di sensibilizzazione a me e ad altre persone è sembrato il minimo.

Si tratta di una decisione estremamente pericolosa per chiunque sia politicamente attivo in Italia.  

E’ qualcosa di disgustoso. Per me non è tempo di indignarsi né di sorprendersi: queste sono persone che non hanno la lucidità necessaria a prendere alcuna decisione, se pensiamo che in carcere c’è una donna come Nicoletta Dosio. Non sono misure proporzionate ai fatti che queste persone devono giudicare. E’ importante dire che questi soggetti sono pericolosi perché hanno in mano la libertà di ognuno e ognuna di noi, è lo Stato italiano a essere pericoloso per tutti coloro che si trovano oggi sotto le sue bombe, per le persone in cassa integrazione, per i precari, pericoloso perché non requisisce la sanità privata a fronte di una simile crisi. La solidarietà tra popoli che avviene nel segno della rivoluzione fa paura. C’è da puntare il dito. Io non accetto nessuna forma di sorveglianza dalla Procura di Torino, non accetto nessuna limitazione della mia libertà. Queste persone vanno fermate quanto prima: quelle che mettono sotto sorveglianza speciale chi si è schierato con le Forze democratiche siriane sono le stesse persone che hanno tagliato miliardi alla sanità. Le stesse che difendono questo sistema.

* Fonte: Chiara Cruciati, il manifesto

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