Apparati statali & Repressioni

Genova. Centinaia di persone furono picchiate come il cronista di Repubblica per strada senza motivo e spesso anche arrestate

Il pestaggio di giovedì ci consegna una polizia di stato vittima dei suoi antichi fantasmi, ancora a disagio con i limiti tipici delle democrazie più sane. Siamo ancora distanti dal voltare pagina

Con una semplice operazione di taglia e incolla potremmo prendere le sequenze del pestaggio inflitto a Genova al giornalista di Repubblica Stefano Origone e inserirle in uno dei tanti documentari sul G8 di Genova 2001.

Decine, forse centinaia di persone furono picchiate come lui per strada senza motivo e spesso anche arrestate. Fra tanti episodi, documentati anche in tribunale, potremmo ricordare i pestaggi di piazza Manin, poco lontano dal luogo dell’aggressione al cronista di Repubblica: numerosi attivisti della Rete Lilliput furono aggrediti, picchiati, portati via.

Di fronte all’ipotetico taglia e incolla non ci accorgeremmo del trucco, perché trucco in fondo non c’è. Se nel 2019 assistiamo a scene che sembrano del 2001 è perché la polizia di stato non ha mai davvero considerato con vergogna e quindi rinnegato la polizia di Genova G8.

Perciò non possiamo sorprenderci troppo di fronte alla vicenda del cronista di Repubblica e semmai dovremmo domandarci se ci sarebbe stata altrettanta eco mediatica se al posto di Origone ci fosse stata un’altra persona, un anonimo cittadino senza tessera dell’ordine dei giornalisti.

Ce lo dovremmo chiedere anche per le incredibili – letteralmente non credibili – affermazioni lette sui giornali, cioè che il pestaggio sarebbe stato fermato da un vicequestore perché questi avrebbe riconosciuto il giornalista. Non può essere andata così; se tale ricostruzione fosse vera, significherebbe che il pestaggio di un uomo a terra, già ridotto all’impotenza, sarebbe proseguito se si fosse trattato di una persona comune, fuori dalle conoscenze del vicequestore.

Il quadro sarebbe anche più grave di come appare, ma siamo certi che il cronista e il vicequestore smentiranno davanti ai magistrati questa ricostruzione. Allarma tuttavia che essa sia fatta propria da media, politici e osservatori vari, come se l’atto di fermare un brutale pestaggio fosse comprensibile solo in caso di riconoscimento della vittima come persona perbene e innocente.

Le cronache dicono che il questore di Genova ha visitato il giornalista in ospedale, chiesto scusa e assicurato un’inchiesta rapida ed efficace: è un gesto certamente apprezzabile, ma non possiamo dimenticare che le parole di scuse possono forse bastare a risolvere una lite, un diverbio, anche un incidente violento fra privati cittadini, ma non sono sufficienti in caso di relazioni asimmetriche, di abusi di potere, di azioni sbagliate compiute in nome della collettività.

Le scuse, in questi casi, devono essere accompagnate da gesti concreti, a tutela della dignità e credibilità dell’istituzione: il questore dovrebbe insomma dimettersi e con lui il capo della squadra mobile. Dopo un gesto del genere, si potrebbe aprire una discussione seria sullo stato di salute democratica della polizia di stato; potremmo indagare davvero su quel filo nero che lega il disastro del 2001 ai fatti del 2019.

Scopriremmo probabilmente che il filo non si è mai spezzato per l’atteggiamento tenuto in questi anni dai vertici della polizia di stato, che hanno rifiutato, appoggiati da governi e maggioranze di ogni colore, di assumersi piena responsabilità dei fatti e di accettare fino in fondo le sentenze della magistratura, incluse quelle della Corte europea dei diritti umani, che prescrivevano fra l’altro l’introduzione dei codici di riconoscimento sulle divise e l’esclusione dalla polizia dei funzionari condannati nel processo Diaz, oltre che una legge sulla tortura.

L’Italia, come sappiamo, ha scelto la via della fuga dalle responsabilità: una legge sulla tortura è stata sì approvata, ma scritta in modo da renderla inefficace e sostanzialmente inutile, o forse peggio che inutile; i codici di riconoscimento e l’esclusione dei condannati sono stati bellamente ignorati, accampando fasulle motivazioni tecnico-giuridiche.

Alla fine possiamo dire che il caso di Stefano Origone (al quale va la mia piena e sentita solidarietà; credo di sapere, memore della notte dei manganelli alla Diaz, che cosa intenda quando dice: “ho avuto paura di morire”), il pestaggio genovese, dicevo, ci consegna una polizia di stato vittima dei suoi antichi fantasmi, ancora a disagio con le regole, i limiti, le norme di trasparenza tipici delle democrazie più sane.

Genova 2001 ha insegnato poco e siamo ancora distanti dal voltare pagina: è questo l’amaro messaggio che ci arriva dai manganelli abbattuti sul corpo di un malcapitato cronista.

*Comitato Verità e Giustizia per Genova

Fonte: Lorenzo Guadagnucci, IL MANIFESTO

 

I vertici delle forze dell’ordine si scusano. Scarcerati i due manifestanti. Polemiche per l’autorizzazione agli estremisti di destra

Il giorno dopo la grande mobilitazione che ha assediato il comizio elettorale di Casapound, a Genova e nel resto del paese si tirano le somme dell’ennesima provocazione neofascista autorizzata dalle istituzioni. La procura ha aperto due fascicoli di indagine: uno contro i manifestanti e un altro contro gli agenti, per il pestaggio del cronista di Repubblica Stefano Origone. Intanto, i due antifascisti arrestati durante le proteste sono stati liberati con obbligo di firma fino al 19 luglio, quando inizierà il processo. Si tratta di un operaio portuale di 52 anni e di un giovane di 31. Le accuse iniziali di resistenza e lesioni in concorso sono state derubricate alla sola resistenza a pubblico ufficiale. La città, comunque, non ha digerito la scelta di concedere una piazza agli estremisti di destra. I video delle violenze della polizia hanno fatto il resto.

A GENOVA un comizio neofascista non era mai stato autorizzato. Nel 1960 i missini provarono a convocare il VI congresso nazionale ma imponenti manifestazioni e un’intera giornata di scontri, il 30 giugno, impedirono la riunione dei nostalgici del regime e contribuirono a far cadere il governo democristiano guidato da Fernando Tambroni. Questa volta l’incontro si è tenuto, ma il risultato è stato grottesco. «Negozi chiusi, residenti perquisiti, buste della spesa passate al setaccio, cassonetti rimossi, la zona rossa e un enorme dispiegamento di polizia sono serviti a proteggere 16 militanti di un partito neofascista che ha scelto di chiudere la campagna elettorale in una città medaglia d’oro alla resistenza solo per sfidarla», afferma Domenico Chionetti, della Comunità di San Benedetto al Porto, tra le realtà promotrici della mobilitazione antifascista.

INTORNO AL «COMIZIO» oltre 2mila persone hanno fatto sentire in modi diversi il rifiuto per quel corpo estraneo alla storia di Genova. «Le persone sono rimaste in piazza fino a quando i militanti di Casapound sono andati via, nascosti in alcune macchine – racconta Lucio, del centro sociale Aut Aut – A volte quando ci sono tensioni c’è chi critica e se ne va. Stavolta non si è mosso nessuno. Era una piazza molto bella perché composita e intergenerazionale. C’erano tanti giovani e poi bambini nel passeggino affianco ad anziani ultra settantenni. Questi ultimi hanno mantenuto il loro posto anche mentre venivano sparati i lacrimogeni».

LE VIOLENZE DELLA POLIZIA hanno sollevato un polverone. L’attenzione si è concentrata sul grave pestaggio di Origone, scaraventato a terra e colpito con calci e manganellate da diversi agenti. Ma non si è trattato di un caso isolato. Nello stesso video si vede una ragazza inseguita e colpita ripetutamente da un celerino. Un quindicenne ha riportato ferite alla testa e una giovane alla coscia, a causa di un lacrimogeno sparato in basso. I gas sono stati usati in maniera indiscriminata. «Da queste parti non si vedeva dal G8», ha detto un manifestante. Un candelotto si è scontrato sull’insegna dello storico Bar Mangini, in piazza Corvetto, situato sul lato opposto al presidio: avrebbe potuto colpire qualsiasi passante.

IL PROCURATORE CAPO Francesco Cozzi e il questore Vincenzo Ciarambino si sono scusati con il giornalista picchiato dalla polizia. «Se c’è qualcuno che sbaglia, paga» ha detto Cozzi riferendosi sia agli agenti che ai manifestanti. «Non bastano le dovute scuse da parte dei vertici delle forze dell’ordine, è necessario e urgente che sia messo l’identificativo sui caschi dei poliziotti» ha affermato Nicola Fratoianni, de La Sinistra. Anche Amnesty International, che da anni conduce una campagna sul tema, ha ribadito l’urgenza di «mettere fine all’assenza di codici identificativi per gli operatori delle forze di polizia in servizio di ordine pubblico».

COME AL SOLITO, il ministro dell’Interno Matteo Salvini se l’è presa con i centri sociali. «Ogni volta che sono in piazza succede il caos – ha detto il leader della Lega – studieremo qualcosa per evitarlo». Il sindaco del capoluogo ligure Marco Bucci, eletto con una coalizione di centro-destra, ha difeso la scelta di concedere l’autorizzazione a Casapound: «Probabilmente rivedremo le aree. Ma se c’è un partito legale, non gli si può negare di fare un comizio». Genova, evidentemente, non la pensa così.

* Fonte: Giansandro Merli, IL MANIFESTO

BOLOGNA. Sono bastati due petardi e un paio di cartelli lanciati dall’altra parte delle barriere protettive alte tre metri per fare scattare gli agenti in assetto antisommossa. Una carica con abbondanti manganellate, poi una seconda con tanto di manifestante fermata a terra e portata via (poi rilasciata in serata). Non è durato più di cinque minuti ieri pomeriggio il contatto tra le forze dell’ordine a difesa del comizio di Forza Nuova e i manifestanti antifascisti bolognesi, decisi a impedire il raduno elettorale del partito di Roberto Fiore. «I fascisti non passeranno», è stato il messaggio lanciato dalla rete antifascista cittadina. Centri sociali, collettivi, militanti dell’Anpi e della sinistra hanno raccolto l’appello. In tutto circa duemila le persone in piazza per dire ‘no’ al comizio di Forza Nuova.

Giorni fa il Comune giorni fa aveva già detto di no alle richieste degli estremisti di destra, negando loro la possibilità di montare il palco e di allacciare la corrente elettrica per l’amplificazione. Merito del regolamento comunale che chiede a tutti di certificare la propria fede antifascista, e che i militanti di Forza Nuova hanno rifiutato di sottoscrivere. Divieto che non è però scattato per la piazza, concessa a Forza Nuova in quanto forza politica regolarmente in corsa per le europee. «Questore non hai autorizzato una manifestazione, ma un reato», si è letto su un cartello di Coalizione Civica, la rete della sinistra cittadina. E il reato, si intende, è l’apologia di fascismo. «Al Salone del libro chi si è professato dichiaratamente vicino al fascismo e al nazismo è stato escluso», ha ricordato la consigliera dem Simona Lembi. «I fascisti negano la democrazia e la Costituzione e per questo non possono riorganizzarsi. La giornata di oggi significa questo e basta: a Bologna la loro presenza è un insulto, una offesa ai democratici di ogni parte politica», ha invece dichiarato il sindaco Virginio Merola.

* Fonte: Giovanni Stinco, IL MANIFESTO

Dopo il G8 di Genova erano le polizie italiane ad essere considerate le più violente d’Europa occidentale. Ma da allora un po’ tutte le polizie hanno adottato modalità, tecniche e mezzi sempre più violente. Non affronto qui una comparazione con gli altri casi limitandomi ad osservare che da quanto si sa dei casi tedesco, spagnolo, italiano e inglese si può constatare che in alcuno di essi (almeno sinora) sono stati adottati il flashball, le granate di désencerclement (dispersione), le griglie per spezzare i cortei e le “esfiltrazioni” da parte di tanti agenti in civile spalleggiati da quelli in divisa, più l’evidente incitamento a “dare una lezione( come fu per il G8 di Genova). Forse incide anche il fatto che è in Francia che sono cominciate per prima le esercitazioni di low intensity conflict allo scopo di formare e addestrare (a Saint-Astier) un corpo poliziesco-militare (eurogendfor) adatto ai conflitti urbani del XXI secolo[1] (le “guerre a bassa intensità” che alcuni prevedono anche rispetto allo “spettro” che angoscia i dominanti che prospettano la tanatopolitica[2]).

La deriva verso pratiche violente da parte della polizia francese comincia con Sarkozy. Ciò appare evidente grazie ai diversi contributi al libro diretto da Laurent Mucchielli, La frénésie sécuritaire, in particolare di Christian Mouhanna, Serge Slama e Mathieu Rigouste, che è anche autore di La domination policière, une violence industrielle, in cui mostra la genealogia coloniale dei BAC (le famigerate brigate che nelle banlieues massacrano i giovani).

Ma, è soprattutto con Valls e dopo con Collomb-Castaner-Macron che si sviluppa la deriva «muscolosa» della polizia francese versione XXI secolo. In particolare, il primo episodio flagrante di tale escalation violenta fu il 1° Maggio 2016. C’ero e ho visto, all’altezza del metro Ledru Rollin, la polizia penetrare violentemente la manifestazione per spezzare il corteo con delle griglie di più di 4 metri d’altezza e della larghezza della strada, lanciando anche granate di désencerclement (dispersione), lacrimogeni e manganellate anche a donne anziane. Un’azione che da tempo era inimmaginabile durante una manifestazione del 1° maggio e che ha scioccato ancor più il 1° Maggio 2019 con l’attacco diretto contro la stessa testa del corteo della CGT.

Dopo i primi actes dei gilets gialli (le manifestazioni di ogni sabato da novembre del 2018) s’è vista anche l’escalation della virulenza poliziesca, l’abuso dei queste nuove armi, notoriamente il flashball provocando centinaia di feriti anche gravi, la bastonatura sistematica anche di manifestanti assolutamente pacifici, di giornalisti, e l’azione di sbirri in civile sino al quasi assassinio di una giovane à Marsiglia (peraltro neanche coinvolta in “scontri” e in una stradina secondaria dopo la manifestazione).

 

Secondo qualche commentatore la polizia francese non sarebbe ancora assai formata/allenata alla gestione delle manifestazioni e perciò farebbe un uso «maldestro» dei mezzi di cui è da poco dotata e per i quali non sarebbe ancora abbastanza addestrata. Sempre secondo queste opinioni l’azione poliziesca rivelerebbe l’improvvisazione e la confusione difronte a una mobilitazione inedita quale quella dei gilets gialli che spesso si mescolano coi black bloc o adottano modalità d’azione di questa componente di tante manifestazioni (sin da Seattle e anche prima). Peraltro, si fa notare anche che la dotazione dei flashball così come delle pistole tazer è stata adottata per evitare il ricorso alle armi da fuoco, cioè per evitare morti. È vero sinora, ma al prezzo di un numero ormai impressionante di feriti gravi.

I pochi esperti francesi di polizia che hanno spesso espresso le loro valutazioni a tale proposito (in particolare in MédiapartLe MondeLibératione altrove) non sembrano aver dato spiegazioni convincenti (in particolare Jobard e De Maillard).

In un articolo che propone più punti di vista sulle violenze poliziesche si evoca anche lo stesso Difensore dei diritti Jacques Toubon, che nel suo rapporto del 10/1/2018, aveva “preconizzato” il divieto dei flashball (LBD40) durante la gestione dell’ordine, dice: “Annulliamo il rischio di pericolosità di queste armi sospendendone l’uso … prevenire piuttosto che curare (i feriti)”. È noto che la «polizia delle polizie (l’IGPN), dall’inizio del movimento dei gilets gialli ha ricevuto centinaia di segnalazioni di atti molto violenti e di feriti gravi da parte della polizia. Ma i risultati di tali inchieste non promettono nulla che possa frenare la deriva in corso. E anche le inchieste giudiziarie non promettono nulla di pacificante viste le condanne ingiuste o chiaramente reazionarie dei manifestanti classificati come violenti.

L’abbiamo già ricordato: le modalità dell’azione poliziesca un po’ dappertutto nei paesi cosiddetti democratici mostrano una ibridazione delle pratiche poliziesche e militari; per esempio, l’uso del flashball come arma con un calibro da guerra che però è considerata «non letale». Siamo nella congiuntura dell’inflazione degli ossimori («guerre umanitarie», «azione proattiva» che giustificherebbe il ricorso all’azione muscolosa per prevenire o anche per «garantire la libertà di manifestare»).

Secondo alcuni la polizia sarebbe stata costretta al ricorso alla violenza perchè i manifestanti di oggi sarebbero più violenti: la sociologa Isabelle Sommier (in Libération) cita la cifra che solo 5% dei manifestanti erano violenti negli anni 80-90 (nella mania di dare cifre qualsiasi elucubrazione cifrata passa per fonte affidabile…).

Ricordiamo solo che negli anni Settanta e anche dopo si sono avuti in Italia e in altri paesi cosiddetti democratici manifestazioni ancora più violente di oggi (con manifestanti che arrivavano a sottrarre armi da fuoco ad agenti di polizia … e non erano gruppi armati). Questo lo ricorda anche Christian Mouhanna (intervistato qui). Da notare anche che l’indurimento dell’azione poliziesca corrisponde alla preoccupazione del potere di mostrare che difende i quartieri dei ricchi che de tanto tempo si credevano “santuarizzati” e inviolabili da parte del «popolino pericoloso». Ma s’è visto che il risultato di tale azione non ha per nulla protetto le boutique dei ricchi. Tuttavia Castaner-Macron hanno insistito a ripetere e aizzare lo stesso dispiegamento enorme di forze, mezzi e la stessa pratica, fallimentare rispetto a ciò che sarebbe lo scopo dell’azione repressiva. In realtà, come é stato sottolineato da tanti, il movimento dei gilets gialli e ancor di più i black bloc hanno evidentemente messo in scacco la modalità tradizionale dell’azione repressiva della polizia perchè non sono strutturati, non hanno leader che vanno a negoziare con la polizia, né la modalità delle manifestazioni con corteo inquadrato ecc.

Ma qualche esperto di polizia insiste interrogandosi sulla legittimità o l’illegittimità della violenza poliziesca pensando che sia dovuta alla mancanza di negoziazione tra manifestanti e polizia dovuta anche all’attitudine negativa del governo. Ma uno degli obiettivi principali che il governo pretendeva raggiungere, come dice Mouhanna, era di utilizzar il disordine poliziesco e le bastonate allo scopo dissuasivo: vedete cosa succede a chi va a manifestare? E’ pericoloso. Allora i manifestanti hanno capito che il governo non intende ascoltarli e usa strumentalmente la (repressione della) polizia per non negoziare.

Contrariamente all’illusione che la dottrina di mantenimento dell’ordine detta di “de-escalation” (che mira a cercare di minimizzare le violenze collaterali, inutili o pericolose e quindi cerca il dialogo permanente con la folla” -come ricordano gli esperti di polizia e proteste, Fillieule et Jobard, Castaner-Macron hanno puntato sul dispiegamento di un abnorme numero di agenti peraltro per 2/3 neanche addestrati alla gestione dell’ordine di piazza, nella quale anche quelli addestrati hanno agito maldestramente (dal punto di vista del professionalissimo repressivo).

Al di là delle specificità e particolarità del contesto francese, come si può dedurre dai diversi reportage e dossier da mesi pubblicati da Médiapart.fr, appare evidente che il problema non è che la gestione Castaner-Macron e della polizia non siano dotati di un sapere e di mezzi appropriati per la gestione dell’ordine. Il fatto politico è che questo governo ha scelto il «MURO», la negazione di ogni negoziazione e concessione, il che è evidente nell’ultimo discorso con cui Macron pretendeva chiudere la storia dei gilets gialli e la commedia del suo preteso ascolto della gente (non ha assolutamente voluto concedere l’istituzione di una tassa sui “grandi fortune”, cioè sui ricchi né a scalare, ma ha sollecitato donazioni milionarie per ricostruire Notre Dame).

Ciò era ben prevedibile non solo perché questo governo crede di tenere senza rischio il «coltello dalla parte del manico» con la maggioranza assoluta di cui dispone in Parlamento e il sostegno di tutti i grandi e piccoli dominanti. La scelta del governo è propria alla logica liberista che usa e abusa della forza dello Stato al servizio delle lobby pronte a far tutto per sostenerlo. Una logica che esclude precisamente la negoziazione e che vuole erodere e anche far sparire i sindacati e le opposizioni (come lo mostra materialmente l’attacco alla testa del corteo della CGT, ed è stupefacente che i dirigenti di tale sindacato non si rendano conto che questo è il liberismo).

La questione non è che si è di fronte a une deriva autoritaria o che si va verso uno “Stato di polizia” o d’eccezione. Autoritarismo e pseudo-democrazia, eccezione e gestione pacifica dei conflitti che i dominanti provocano, coesistono sempre. Basta chiedere ai giovani delle banlieues o alla gente della Zad (come ai NOTAV) e alle altre vittime delle grandi opere e di tutti i mali e innanzitutto di una mortalità dovuta agli inquinamenti e che quando reagiscono sono massacrati o trattati come dei terroristi, cioè nemici dello Stato. Siamo nel contesto che già in passato si chiamava «fascismo democratico», ma che passa senza bisogno di colpo di Stato o d’involuzione con parate poliziesche-militari. E ciò ancora di più oggi perché è consustanziale alla ascesa dello pseudo sovranismo-populista. Le popolazioni dei paesi detti democratici saranno costrette a scegliere tra i Macron e altri pseudo-democratici o i Trump, i Le Pen, i Salvini, cioè fra due facce della stessa medaglia.

Come mostra l’Histoire populaire de la France di Gérard Noiriel, così come tutta la storia dell’umanità, si susseguono sempre congiunture di sconfitte delle lotte e resistenze dei lavoratori e in generale dei dominati, e qualche loro vittoria, ma effimere. Tuttavia, l’istinto stesso di sopravvivenza e la violenza del potere non possono che spingere alla rivolta e alla resistenza. La tendenza dei dominanti ad approfittare dell’asimmetria di potere a loro favore e rifiutare ogni negoziazione e concessione ai dominati non potrà che spingere a rivolte sempre più dure ed è probabile che la modalità black bloc sarà generalizzata in tutte le rivolte. E, purtroppo, non ci si dovrà meravigliare se in futuro si vedrà risorgere anche il ricorso alle armi da fuoco da parte delle polizie e anche da parte dei manifestanti.

Salvatore (Turi) Palidda

ps: questo testo è stato pubblicato prima in francese qui: https://blogs.mediapart.fr/salvatore-palidda/blog/040519/pourquoi-la-police-francaise-est-devenue-la-plus-violente-d-europe-occidentale il 4 maggio 2019 poco prima dell’appello Nous Accusons (che condivido totalmente) : https://blogs.mediapart.fr/les-invites-de-mediapart/blog/040519/nous-accusons-0

Note:

[1] Si veda il documento a cura di “Nonostante Milano” qui: https://fucina62.noblogs.org/files/2013/12/Nonostante-Milano-Eserciti-nelle-strade.pdfLow Intensity Conflict (LIC) è la definizione di “uno spazio ambiguo tra la pace e la guerra”.

[2] http://effimera.org/aporie-demo-politiche-approdo-delleuropa-alla-tanatopolitica-salvatore-palidda/

Fonte: Osservatorio Repressione 

Non passeranno una Pasqua tranquilla, gli otto carabinieri indagati dal pm Giovanni Musarò per l’insabbiamento e il depistaggio della verità sulla morte di Stefano Cucchi. Entro la settimana prossima, infatti, la procura di Roma depositerà la richiesta di rinvio a giudizio per i componenti della catena di comando dell’Arma, tra i quali il generale Alessandro Casarsa, responsabile secondo gli inquirenti di quel «muro insormontabile» di cui ha parlato ieri in udienza il vicebrigadiere Francesco Tedesco, imputato e testimone chiave del processo bis.

Davanti alla I Corte d’Assise, il militare che il 15 ottobre 2009 arrestò il giovane geometra romano, morto una settimana dopo all’ospedale Pertini, ha ripetuto quanto già ammesso negli interrogatori del pm e sottoscritto in una denuncia presentata in procura il 20 giugno 2018. Ha confermato tutto, parola per parola.

Dal violento pestaggio avvenuto nella stanzetta del fotosegnalamento della caserma Casilina, dove i suoi commilitoni e coimputati Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro infierirono sull’inerme Stefano Cucchi perfino con un calcio in faccia anche quando era già caduto in terra, dopo i primi calci e schiaffi, sbattendo violentemente il coccige e la testa. Fino alla scomparsa dell’annotazione di servizio con la quale, dopo aver saputo della morte dell’arrestato, aveva deciso di denunciare tutto ai suoi superiori.

E soprattutto ha raccontato dei verbali fatti modificare per ordine superiore, delle minacce subite, del mobbing continuo, delle umiliazioni. «Non ho parlato in tutti questi anni – ha affermato Tedesco prima di rispondere alle domande, chiedendo scusa alla famiglia Cucchi e ai poliziotti penitenziari ingiustamente accusati nel precedente processo (ma dei quali non ricorda il nome) – perché avevo paura, stavo male ma per me era un muro insormontabile».

Un monolite che ha cominciato a sgretolarsi quando Tedesco ha preso coraggio, ispirato dai carabinieri Riccardo Casamassima e sua moglie Maria Rosati, che denunciarono per primi il pestaggio, del quale avevano sentito parlare in caserma. Ma solo successivamente, il vicebrigadiere imputato decise di svuotare il sacco: «Mi ha colpito molto la lettura del mio capo d’imputazione (che lo accusa di omicidio preterintenzionale, ndr) perché descrive i fatti come sono avvenuti, e perché stabilisce il nesso tra il pestaggio e la morte di Cucchi». Spiega Tedesco che in precedenza invece si era fatto «condizionare dei media» e aveva creduto che Stefano fosse stato pestato in un secondo momento anche dalla polizia penitenziaria.

Di sicuro ieri il militare appariva a tutti molto più rilassato del solito, probabilmente anche grazie alla promessa fatta dal generale Giovanni Nistri alla famiglia Cucchi quando, un mese fa (ma la notizia è stata data solo ieri a Repubblica), nel far recapitare loro una lettera di solidarietà e di condivisione della richiesta di verità e giustizia, il comandante generale ha assicurato che l’Arma si costituirà parte civile al processo, nel caso se ne riscontrino le condizioni.

E ieri sera, finita l’udienza forse più importante del processo che si sta celebrando ai primi cinque carabinieri imputati, il premier Giuseppe Conte, precisando di parlare «a nome del governo», ha riferito che il Ministero della Difesa «è favorevole a costituirsi parte civile». Mentre il ministro Luigi Di Maio ha ringraziato il generale Nistri «per il suo gesto».

Troppo vergognosa, infatti, per le istituzioni dello Stato, la verità che è emersa ieri per la prima volta in un’Aula di tribunale, dopo quasi dieci anni non solo di depistaggi ma anche di macchina del fango contro la figura di Stefano Cucchi e la sua famiglia. Non è vero, per esempio, che il giovane arrestato per spaccio in via Lemonia fu aggressivo con i carabinieri: «Quando con Di Bernardo iniziarono a battibeccare Stefano fece il gesto di dargli uno schiaffo, ma solo il gesto, tipo scacciare una mosca», racconta Tedesco. E ancora: «Se non li avessi fermati avrebbero continuato a pestarlo, D’Alessandro stava già per partire con il secondo calcio quando io gli ho dato una spinta». Se ce ne siano stati altri, di pestaggi, Tedesco non lo sa, perché tornati alla caserma Appia, il carabiniere ha perso di vista per un po’ il ragazzo.

Dopo le violenze Cucchi non parla, «si tira il cappuccio sulla testa» e tace. «Io ero sotto shock e lui peggio di me». «Ho chiamato il maresciallo Mandolini (in quel frangente comandante della caserma Appia, oggi imputato per falso, ndr) e gli ho raccontato tutto». Ma «D’Alessandro e Di Bernardo erano i pupilli di Mandolini, tanto che consentiva loro di uscire in borghese e fare arresti anche con la loro auto personale». E infatti il comandante della stazione Appia, che secondo Tedesco era tanto potente e «aveva molti contatti in Vaticano», gli ordina di firmare un «verbale di arresto già redatto» (dove non c’è scritto del mancato fotosegnalamento) poche ore prima di portare Cucchi in tribunale per l’udienza di convalida del fermo.

Non solo: nei giorni successivi – dopo che la nuova annotazione di servizio di Tedesco contenente la verità era sparita dall’archivio della caserma, e il numero di protocollo relativo era stato cancellato – Mandolini gli fa sentire la sua pressione. Davanti a lui «come se non esistessi, ordina di correggere le annotazioni dei carabinieri di Tor Sapienza», riferisce il teste.

«Ho saputo – aggiunge – che D’Alessandro e Di Bernardo sono stati ascoltati da un alto grado gerarchico, io non sono mai stato convocato». E soprattutto, quando, il 7 novembre 2009, viene richiamato urgentemente da un breve periodo di ferie perché doveva essere di nuovo sentito dall’allora pm Vincenzo Barba, Tedesco chiede a Mandolini come avrebbe dovuto comportarsi, e si sente rispondere: «Tu devi seguire la linea dell’Arma, se vuoi continuare a fare il carabiniere».

* Fonte: Eleonora Martini, IL MANIFESTO

TORINO. La tensione successiva allo sgombero dell’Asilo Occupato, centro sociale anarchico del quartiere Aurora a Torino, non è ancora calata dopo oltre un mese. Il riverbero di quella «liberazione» ha raggiunto due sere fa un massiccio gruppo di ciclisti che stava partecipando alla Critical Mass, pacifica ciclo occupazione delle strade cittadine, evento ormai semi istituzione che vuole sensibilizzare sulla mobilità sostenibile attraverso l’uso delle due ruote.

Circa duecento ciclo cittadini hanno raggiunto un ampio slargo che congiunge due importati arterie del centro città, e qui hanno iniziato a girare in tondo per alcuni minuti. La manifestazione, annunciata da settimane, nel corso degli anni ha stemperato gli eccessi originari, ma non ha perduto la sua vena provocatoria.

L’altra sera qualcosa è andato storto perché i ciclisti sono stati raggiunti da un reparto della polizia che in assetto anti sommossa ha liberato l’incrocio con metodi ruvidi.

Alcuni manifestanti si sono sdraiati per terra e sono stati spostati con la forza, il tutto tra urla e spintoni: il parapiglia è durato qualche minuto ed ha bloccato il traffico.

La questura di Torino sostiene che la maggior parte dei manifestanti fossero appartenenti ai centri sociali torinesi, accorsi, par di capire, per fomentare le tensioni in città e preparare il terreno per la manifestazione anarchica prevista per il 30 marzo, in occasione della «Biennale della democrazia» che si svolgerà nel quartiere Aurora, a poca distanza dall’Asilo sgomberato.

Ma, solitamente, queste manifestazioni sono partecipate in larghissima misura da cittadini comuni, e gli stessi ciclisti presenti l’altra sera testimoniavano di una «critical mass totalmente pacifica come da tradizione».

Quattro persone sono state denunciate, uno farebbe parte dell’Asilo, per resistenza a pubblico ufficiale.

Gli insoliti scontri tra ciclisti e polizia intersecano le vicende di una Torino dove la giunta pentastellata ha aperto fronti su fronti, dagli anarchici ai commercianti, passando per gli automobilisti bloccati, i fruitori della movida notturna, gli industriali che vogliono il Tav.

Ciclisti urbani e M5S si trovano dalla stessa parte della barricata, in questi giorni, relativamente alla battaglia sulla nuova «Zona a traffico limitato» in centro città, che sta provocando la dura contestazione dei commerciati che minacciano serrate.

Le immagini dello sgombero dei ciclisti e delle loro bici hanno provocato la reazione del gruppo consigliare del M5s in Comune, che ha definito la gestione dell’ordine pubblico da parte della Questura «sconcertante». Non è la prima volta che l’M5S di Torino critica aspramente le operazioni di ordine pubblico in città.

La capogruppo in Comune, Valentina Sganga, ieri precisava: «Nessun attacco alle Forze dell’ordine. La città sta affrontando molti nodi ignorati da decenni, collaboriamo tutti affinché la tensione che questo genera cali: ragioniamo insieme, non usiamo i muscoli».

* Fonte: IL MANIFESTO

La procura di Roma chiude le indagini sull’insabbiamento della verità. Atto notificato ad otto carabinieri tra i quali l’ex comandante dei Corazzieri

Inizia alla fine dell’ottobre 2009, si ripete nel 2014 e nel 2015, e si protrae fino ai nostri giorni, la lunga serie di azioni volte a depistare e insabbiare quanto accadde la sera del 15 ottobre 2009 nella caserma Casilina di Roma, dove Stefano Cucchi venne accompagnato dai tre carabinieri della stazione Appia che lo avevano arrestato (Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, accusati di omicidio preterintenzionale nel processo bis), per l’obbligo del fotosegnalamento.

Soprattutto quel filo nero del depistaggio si dipana dal piantone al graduato, stando a quanto avrebbero ricostruito il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il pm Giovanni Musarò che ieri hanno notificato l’atto di chiusura di indagini a otto militari, che ora rischiano il processo. Un filo nero che risale tutta una catena gerarchica, fino all’allora comandante del Gruppo Roma, Alessandro Casarsa, che nel frattempo è diventato generale ed ha rivestito fino al 10 gennaio scorso l’importante ruolo di comandante dei Corazzieri del Quirinale. Casarsa, chiamato come testimone al processo bis, ha preferito non rispondere.Caserma dalla quale invece il geometra 31enne – ex tossicodipendente ma in buono stato di salute, palestrato e praticante di boxe, anche se di bassa statura, esile di costituzione e magrissimo – ne uscì non fotosegnalato (il registro venne sbianchettato), ma con la colonna vertebrale fratturata in due punti e con un trauma cranico che gli costarono la vita, sette giorni dopo.

PROPRIO DA LUI, asserisce la procura, sarebbe partita la catena di comandi che ha permesso la falsificazione di una nota di servizio, post-datata 26 ottobre 2009, sullo stato di salute di Stefano Cucchi. Motivo per il quale Casarsa è accusato di falso ideologico, insieme al colonnello Francesco Cavallo (all’epoca dei fatti tenente colonnello, capoufficio del comando del Gruppo Roma), al maggiore Luciano Soligo (allora comandante della Compagnia Montesacro), al luogotenente Massiliano Colombo Labriola (comandante della stazione di Tor Sapienza) e al carabiniere Francesco Di Sano (ai tempi in servizio a Tor Sapienza).

Tutti avrebbero confezionato un falso «con l’aggravante – scrivono i magistrati – di volere procurare l’impunità dei carabinieri della stazione Appia, responsabili di avere cagionato a Cucchi le lesioni che nei giorni successivi gli determinarono il decesso».

Nell’elenco dei destinatari dell’avviso di chiusura indagini (art. 415 bis cpp) risulta anche il colonnello Lorenzo Sabatino (ex capo del reparto operativo della capitale), accusato di concorso in omessa denuncia, come Tiziano Testarmata (allora comandante della IV sezione del Nucleo investigativo), chiamato a rispondere pure di favoreggiamento. I due, nel novembre 2015, pur avendo scoperto l’esistenza di annotazioni falsificate avrebbero omesso di riportare quanto accertato e di presentare denuncia.

INFINE, GLI INQUIRENTI contestano il falso ideologico e la calunnia anche ad un carabiniere, Luca De Cianni, per aver redatto, soltanto il 18 ottobre scorso, una nota di polizia giudiziaria nella quale – «attestando il falso» – aveva attribuito al collega Riccardo Casamassima, uno dei testimoni chiave grazie ai quali è venuta a galla, dopo nove anni, la verità dei fatti, una serie di false dichiarazioni: «Casamassima gli aveva riferito – è scritto nel capo di imputazione – che alcuni carabinieri della stazione Appia avevano colpito con schiaffi Stefano Cucchi ma che non si era trattato di un pestaggio; che Cucchi si era procurato le lesioni più gravi compiendo gesti di autolesionismo; e che lo stesso Casamassima avrebbe chiesto una somma di denaro a Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, e in cambio avrebbe fornito all’autorità giudiziaria dichiarazioni gradite alla stessa sorella». Affermazioni che il 2 novembre scorso, scrivono i pm, De Cianni avrebbe ribadito davanti agli agenti della squadra mobile, «accusando implicitamente Casamassima, sapendolo innocente, del reato di false informazioni al pm, falsa testimonianza e di calunnia».

Eppure la verità era stata confermata appena pochi giorni prima, l’11 ottobre scorso, quando il pm Musarò aveva riferito in Corte d’Assise della denuncia presentata il 20 giugno 2018 dallo stesso imputato Francesco Tedesco al fine di accusare del pestaggio i suoi colleghi Di Bernardo e D’Alessandro (i cui nomi non vennero trascritti nel verbale di arresto di Cucchi). Tedesco durante gli interrogatori riferì agli inquirenti che anche il maresciallo Roberto Mandolini, allora a capo della caserma Appia, e il carabiniere Vincenzo Nicolardi erano a conoscenza di quanto accaduto. Entrambi infatti siedono alla sbarra del processo bis accusati a diverso titolo di falso e calunnia.

A PARTIRE DALLA CONFESSIONE di Tedesco, il pm Musarò ha aperto l’inchiesta integrativa, chiusa ieri, grazie alla quale sono stati scovati «documenti di straordinaria importanza che per la prima volta fanno luce su quanto avvenne». Per esempio le due annotazioni di Di Sano: nella prima il carabiniere scriveva che «Cucchi riferiva di avere dei dolori al costato e tremore dovuto al freddo, e di non poter camminare; veniva comunque aiutato a salire le scale». Nella seconda Di Sano cambiò il testo affermando che «Cucchi riferiva di essere dolorante alle ossa sia per la temperatura freddo/umida che per la rigidità della tavola del letto (priva di materasso e cuscino) ove comunque aveva dormito per poco tempo, dolenzia accusata anche per la sua accentuata magrezza».

Anche al carabiniere Gianluca Colicchio, il giorno dopo, venne ordinato di firmare una falsa dichiarazione. È lui stesso a raccontarlo in udienza riferendo che a chiederglielo fu il suo superiore: «Per quello che percepii io – ha riferito Colicchio alla Corte d’Assise – il maggiore Luciano Soligo non si trovava in una situazione molto diversa dalla nostra, nel senso che anche lui stava dando esecuzione ad ordini provenienti dalla sua gerarchia. La “regia” in quel momento veniva dal Gruppo di Roma».

Forse gli otto militari potrebbero essere chiamati a giudizio, ma ciò che appare chiaro fin d’ora è che – a prescindere dalle responsabilità individuali – come ha affermato il pm Musarò «qui si è giocata una partita truccata sulle spalle di una famiglia. E ora è in gioco la credibilità di un sistema».

* Fonte: Eleonora Martini, IL MANIFESTO

Immagine di Barbara Bonanno di Pixabay

g8 di Genova

Si dice spesso che il G8 di Genova del 2001 non finisca mai. Né per una generazione che si è vista massacrare in piazza, in una scuola e in una caserma, né per i tanti che hanno subito violenze e che hanno visto la giustizia procedere in modo ondivago. Ieri però è arrivata ancora una condanna per i 24 tra dirigenti, ispettori tuttora in servizio o ex, responsabili durante il G8 del 2001 a Genova delle brutali violenze alla scuola Diaz e di falso e calunnia per avere fabbricato false prove e osteggiato in diversi modi le indagini.

Stavolta a pronunciarsi è stata la Corte dei Conti che impone ai responsabili di rimborsare spese legali e provvisionali per un totale di 2 milioni e 800 mila euro.

I poliziotti dovranno rifondere ai ministeri dell’Interno e di Grazia e Giustizia le spese legali dei tre gradi di giudizio, le provvisionali stabilite come risarcimento alle decine di manifestanti massacrati di botte e arrestati sulla base di prove fabbricate ad arte e ripagare gli avvocati del gratuito patrocinio delle parti civili.

Nell’elenco figurano funzionari tutt’ora in servizio come il vicecapo della Dia Gilberto Caldarozzi e il capo della Polstrada di Roma Pietro Troiani. Ulteriore condanna a 5 milioni di euro per il danno di immagine dovrà essere valutata il 22 maggio dalla Corte Costituzionale

E di fronte a una sentenza che ha a che vedere con i poliziotti ( e che vede come vittime i manifestanti), non poteva mancare il commento dell’onnipresente Salvini: «La sentenza Diaz? Prima di commentarla vorrei leggerla. Io sto sempre e comunque con le forze dell’ordine, se uno su mille sbaglia, uno su mille paga». E per rimanere in scia ha specificato – dopo le contestazioni di ieri a Napoli – di essere «orgoglioso di come le forze dell’ordine affrontano ogni giorno problemi del genere».

* Fonte: IL MANIFESTO

g8 di Genova

Il giornalista inglese Mark William Covell aveva 33 anni quando nel 2001 venne trattato «come una palla da football» dagli uomini delle forze dell’ordine che fecero irruzione nella scuola Diaz durante il G8 di Genova, come raccontò egli stesso alla Bbc dall’ospedale dove venne ricoverato quando finalmente quell’incubo finì. A distanza di quasi vent’anni ha ancora i postumi di quella «mattanza» nella quale si impegnarono alcuni rappresentanti dello Stato che la Corte dei Conti definisce «barbari».

I giudici contabili della seconda sezione d’appello, infatti, hanno confermato la sentenza di primo grado emessa nel 2015 che condannava, a un risarcimento complessivo di 110 mila euro, i 16 ufficiali di polizia coinvolti a vario titolo nel tentato omicidio del giornalista inglese. Tra loro anche Gilberto Caldarozzi, condannato a 3 anni e otto mesi per aver creato prove false, ma malgrado questo promosso un anno fa a numero due della Direzione investigativa antimafia.

Nulla hanno potuto i ricorsi presentati dai poliziotti che sono stati già condannati in sede penale: la corte d’appello ha confermando la sentenza della sezione Liguria che aveva condannato al risarcimento di 40 mila euro l’allora comandante del VII nucleo antisommossa Michelangelo Fournier e a 60 mila euro l’allora comandante del primo reparto mobile di Roma Vicenzo Canterini.

Condannati, in solido, a un risarcimento di 10 mila euro: Francesco Gratteri, Gilberto Caldarozzi, Giovanni Luperi, Spartaco Mortola, Nando Dominici, Filippo Ferri, Fabio Ciccimarra, Carlo Di Sarro, Massimo Mazzoni, Davide Di Novi, Renzo Cerchi, Massimiliano Di Bernardini, Massimo Nucera e Maurizio Panzieri. In via transitoria, il Viminale lo aveva risarcito con 350 mila euro (340 per le lesioni subite e 10 mila per le calunnie).

* Fonte: IL MANIFESTO

Quattro mesi di reclusione con pena sospesa per «concorso in violazione di domicilio». La Corte d’appello di Torino ha confermato ieri la condanna emessa in primo grado contro Davide Falcioni, giornalista di fanpage.it.

L’episodio incriminato risale a oltre 6 anni fa. Nell’estate del 2012 Falcioni si trovava in Val Susa per realizzare un reportage sul movimento No Tav per il sito agoravox.it. Il 24 agosto seguì un’azione di alcuni attivisti che occuparono pacificamente la sede della Geovalsusa srl. «La contestazione di oggi ha diverse ragioni – scrissero in No Tav in un comunicato – la società è complice della militarizzazione e della devastazione del territorio che a partire del 27 giugno 2011 continuano a essere imposte alla Val di Susa».

A novembre dello stesso anno la Digos del capoluogo torinese condusse un’operazione di polizia eseguendo 17 misure cautelari contro alcuni cittadini che avevano partecipato alla protesta: 7 arresti domiciliari, 4 divieti di dimora e 6 obblighi di firma. Quello stesso giorno il reporter marchigiano pubblicò un lungo articolo dal titolo «Io ero con i No Tav arrestati. Vi racconto come sono andate veramente le cose». Nel testo ricostruiva le varie fasi dell’occupazione simbolica ed escludeva categoricamente che ci fossero stati episodi di violenza contro i dipendenti della società o danneggiamenti delle attrezzature degli uffici.

Due anni e mezzo dopo Falcioni espose le stesse argomentazioni in un’aula di tribunale, chiamato a testimoniare dalla difesa delle persone accusate a vario titolo di violazione di domicilio, danneggiamento informatico, furto e violenza privata. Durante il suo intervento fu interrotto dal pm che lo informò di una prossima indagine nei suoi confronti per reati analoghi a quelli dei manifestanti.

Nel 2016 il giornalista è stato rinviato a giudizio. La condanna di primo grado è stata pronunciata il 9 aprile del 2018. Secondo i giudici il cronista sarebbe dovuto rimanere all’esterno dell’edificio in cui si stava commettendo un reato e informarsi successivamente dalla questura. In appello persino l’accusa aveva chiesto l’assoluzione.

«Sono assolutamente sorpreso e deluso – ha detto Falcioni – penso sia una sentenza molto politica legata alle diverse posizioni in merito alla realizzazione dell’alta velocità in Val Susa. Si tratta di un tentativo fortissimo di limitare il diritto di cronaca e il dovere dei giornalisti di raccontare quello che vedono. Il nostro lavoro è questo, non certo passare le veline delle forze dell’ordine».

L’avvocato Gianluca Vitale, che difende Falcioni, si è detto «raggelato» dalla sentenza, annunciando un ricorso in Cassazione ed eventualmente anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo. La redazione di fanpage.it ha espresso piena solidarietà al collega: «Dopo il tentativo di revocare la scorta a Sandro Ruotolo, ci troviamo a denunciare con forte preoccupazione un altro attacco a un nostro giornalista condannato a quattro mesi di reclusione per aver semplicemente fatto il suo lavoro di cronista», spiega una nota della redazione. Anche la Federazione nazionale della Stampa italiana e l’Associazione stampa subalpina hanno commentato l’episodio: «Un giornalista che si trova in un luogo in cui si svolge un reato non può per questo essere accusato del reato medesimo».

* Fonte: Giansandro Merli, IL MANIFESTO

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