Revisionismo storico

Lo sguardo sugli anniversari che ricorrono a 80 anni dalla Liberazione di Roma, città medaglia d’oro al valor militare, aiuta a raccontare molto dell’uso pubblico del passato, al tempo del governo degli eredi del Msi, e della traiettoria della memoria storica in Italia

 

Lo sguardo sugli anniversari che ricorrono a 80 anni dalla Liberazione di Roma, città medaglia d’oro al valor militare, aiuta a raccontare molto dell’uso pubblico del passato, al tempo del governo degli eredi del Msi, e della traiettoria della memoria storica in Italia.

Il 24 gennaio 1944, in piena occupazione nazista, due antifascisti condannati a morte evasero dal carcere di Regina Coeli grazie ad una straordinaria operazione della Resistenza socialista. Erano Alessandro Pertini e Giuseppe Saragat e sarebbero divenuti entrambi presidenti della Repubblica, incarnando la catarsi antifascista dell’Italia dopo gli anni del regime.

Dal Quirinale, nel nome della comune esperienza partigiana, i due costruirono un rapporto di amicizia e rispetto con Josip Broz Tito, a sua volta comandante della Resistenza jugoslava, l’unica in Europa a liberare da sola il proprio Paese dall’occupazione nazifascista.

In ragione della necessità di instaurare buoni rapporti tra i due Stati (dopo l’aggressione fascista ed i crimini di guerra perpetrati dal regio esercito italiano nei Balcani) e della strategica collocazione geopolitica tra i «non allineati» di Belgrado nel quadro della Guerra Fredda, Tito venne insignito da Saragat della Gran Croce al Merito della Repubblica italiana il 2 ottobre 1969.

L’avversione dell’estrema destra fu assai vivace e culminò con i due attentati dinamitardi contro la scuola slovena di Trieste e al cippo confinario a Gorizia in occasione del viaggio di Stato di Saragat a Belgrado del 2-6 ottobre 1969. A compierli fu la cellula veneta del gruppo Ordine Nuovo, la stessa che il 12 dicembre successivo realizzò la strage di Piazza Fontana. Nei luoghi dove vennero rinvenute le bombe i neofascisti lasciarono dei volantini firmati da un sedicente Fronte anti-slavo che recitavano «no al viaggio di Saragat in Jugoslavia» e «no alle foibe».

Oggi è il partito Fratelli d’Italia a rivendicare l’intenzione di revocare il riconoscimento a Tito disconoscendo l’operato del primo Presidente partigiano.

La politica di amicizia italo-jugoslava proseguì e, ancora dal Quirinale, fu Alessandro Pertini ad incontrare Tito nell’ottobre 1979 e poi a recarsi in visita ufficiale per i suoi funerali l’anno seguente. Una presenza che scatenò, di nuovo, la reazione scomposta dell’estrema destra la cui eco è risuonata qualche tempo fa attraverso un falso propalato da stampa e social-media che rappresentarono la foto del Pertini affranto ai funerali di Enrico Berlinguer, piegato sulla bara del segretario del Pci, spacciandola per un omaggio al capo di Stato jugoslavo nel giorno delle sue esequie.

Già rivelato dalla scelta del 10 febbraio come data celebrativa (anniversario del Trattato di Pace di Parigi del 1947), in Italia l’uso strumentale della storia praticato dalla destra nel giorno del ricordo (che dovrebbe rievocare le violenze delle foibe insieme alla «più complessa vicenda del confine orientale») finisce per richiamare non solo il passato remoto del fascismo storico, con il suo corollario di crimini di guerra in Jugoslavia rimasti impuniti in ragione della realpolitik della Guerra Fredda anticomunista, ma anche il passato prossimo dell’Italia repubblicana che mantenne nel suo seno un’estrema destra sempre ostile alla Costituzione ed alla sua radice fondativa: la Resistenza.

Dopo aver attraversato la catarsi antifascista negli anni di Saragat e Pertini oggi assistiamo, per mano degli eredi del Msi, ad una rivalsa che disconosce ciò che dal vertice della Repubblica i due presidenti partigiani avevano costruito.

Così l’annunciato museo delle foibe assume le sembianze dell’ennesimo tentativo di riscrittura del passato finalizzata al governo del presente, che trasforma il tempo in cui l’Italia è stata aggressore in un ricordo vittimistico che cancella responsabilità ed eredità del regime fascista. Un passo che allinea sempre più la nostra contemporaneità al disarmo culturale volto a spogliare la Repubblica del suo vestito antifascista e a relegare la discussione pubblica sulla riemersione odierna delle peggiori istanze regressive (largamente presenti nel corpo della società) a un vacuo dibattito sull’applicazione della misura giudiziario/penale della sanzione al neofascismo.

Un approccio che, in tempi di crisi della democrazia, disperde e cancella dalla sfera pubblica quel patrimonio di analisi politico-culturale che permise di individuare le ragioni storiche alla base (in Italia prima di ogni altro luogo) della nascita, dello sviluppo e dell’ascesa di un regime reazionario di massa.

Una lettura dei caratteri di fondo di quel fenomeno che fu il lascito di figure come Piero Gobetti («il fascismo come autobiografia della nazione»), Antonio Gramsci («il sovversivismo delle classi dirigenti») e Aldo Moro («la radice del totalitarismo fascista affonda nel corpo sociale della nazione, là dove sono privilegi che non vogliono cedere il passo alla giustizia»). Eredità storiche, queste sì, da ricordare

* Fonte/autore: Davide Conti, il manifesto

Si tace dell’occupazione della Jugoslavia e della sciagurata annessione della provincia di Lubiana al Regno d’Italia, e su rappresaglie e repressioni simili ai crimini nazisti

 

Non era difficile prevedere che collocare la Giornata del ricordo, per onorare le vittime delle foibe, a dieci-quindici giorni dal Giorno della memoria in ricordo della Shoah, avrebbe significato dare ai fascisti e ai postfascisti la possibilità di urlare la loro menzogna-verità per oscurare la risonanza dei crimini nazisti e fascisti e omologare in una indecente e impudica par condicio della storia tragedie incomparabili, che hanno come unico denominatore comune l’appartenere tutte all’esplosione, sino allora inedita, di violenze e sopraffazioni che hanno fatto del secondo conflitto mondiale un vero e proprio mattatoio della storia.

Nella canea, soprattutto mediatica, suscitata intorno alla tragedia delle foibe dagli eredi di coloro che ne sono i massimi responsabili, la cosa più sorprendente è l’incapacità dei politici della sinistra di dire con autorevolezza ed energia: giù le mani dalle foibe! Come purtroppo è già avvenuto in altre circostanze, l’incapacità di rileggere la propria storia, ammettendo responsabilità ed errori compiuti senza per questo confondersi di fatto con le ragioni degli avversari e degli accusatori di comodo, cadendo in un facile ed ambiguo pentitismo, non contribuisce a fare chiarezza intorno a un nodo reale della nostra storia che viene brandito come manganello per relativizzare altri e più radicali crimini.

A parte la incomparabilità dei numeri – poche migliaia contro sei milioni – sono la logica e la storia che rendono incomparabili i due fenomeni. Fenomeno locale le foibe, fenomeno universale la Shoah. Anche dal punto di vista temporale il problema foibe si esaurì nel giro di poche settimane, al di là del perdurare della memoria, la Shoah si consumò nel corso degli anni della Seconda guerra mondiale, annullando confini ed ambiti territoriali, distanze sociali e stabilendo nuove gerarchie nazionali e sociali.

Continuare a deprecare le foibe senza porsi l’obiettivo di contestualizzarne l’accaduto contribuisce a fare della retorica, ad alimentare il vittimismo e a offendere ulteriormente la memoria di chi è stato coinvolto in una atroce vicenda e soprattutto di chi ha pagato, innocente, per responsabilità altrui. La vicenda delle foibe ha molte ascendenze, ma certamente la più rilevante è quella che ci riporta alle origini del fascismo nella Venezia Giulia. È una storia nota e arcinota, su cui hanno lavorato storici della mia generazione, (…), con posizioni diverse tra loro ma tutti impegnati a costruire le linee interpretative di un passato storico che, tenendo conto della complessità della situazione di un’area crocevia di culture diverse, contribuisca a creare una nuova cultura politica capace di fare uscire i comportamenti politici e culturali dalle secche dello scontro frontale fra gli opposti nazionalismi, la cui cecità si alimenta a vicenda delle speculari pretese di esclusione.

Sin quando si continuerà a voler parlare della Venezia Giulia come di una regione italiana senza accettarne la realtà di un territorio abitato da diversi gruppi nazionali e trasformato in area di conflitto interetnico dai vincitori del 1918, incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi, si continuerà a perpetuare la menzogna dell’italianità offesa e a occultare (e non solo a rimuovere) la realtà dell’italianità sopraffattrice. Non si tratta di evitare di parlare delle foibe, come ci sentiamo ripetere quando ragioniamo nelle scuole del giorno della memoria e della Shoah, ma di riportare il discorso alla radice della storia, alla cornice dei drammi che hanno lacerato l’Europa e il mondo e nei quali il fascismo ha trascinato, da protagonista non da vittima, il nostro Paese.

Ma che cosa sa tuttora la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo nei confronti delle minoranze slovena e croata (…), addirittura da prima dell’avvento al potere? Della brutale snazionalizzazione (proibizione di uso della propria lingua, chiusura delle scuole, chiusura delle amministrazioni locali, boicottaggio nell’esercizio del culto, imposizione di cognomi italianizzati e cambiamento di toponimi) come parte di un progetto di distruzione dell’identità nazionale e culturale delle minoranze e della distruzione della loro memoria storica? I paladini del nuovo patriottismo fondato sul vittimismo delle foibe farebbero bene a rileggersi i fieri propositi dei loro padri tutelari, quelli che parlavano della superiorità della civiltà e della razza italica, che vedevano un nemico e un complottardo in ogni straniero (…) Che cosa sanno dell’occupazione e dello smembramento della Jugoslavia e della sciagurata annessione della provincia di Lubiana al Regno d’Italia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti? Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti insediati nel Litorale Adriatico, sullo sfondo della Risiera di San Sabba e degli impiccati di via Ghega?

Ecco che cosa significa parlare delle foibe: chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell’arco di un ventennio con l’esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in particolare nei cinque anni della fase più acuta della Seconda guerra mondiale. È qui che nascono le radici del l’odio, delle foibe, dell’esodo dall’Istria. Nella storia non vi sono scorciatoie per amputare frammenti di verità, mezze verità, estraendole da un complesso di eventi in cui si intrecciano le ragioni e le sofferenze di molti soggetti. (…) Da sempre nella lotta politica, soprattutto a Trieste e dintorni, il Movimento sociale un tempo e i suoi eredi oggi usano e strumentalizzano il dramma delle foibe e dell’esodo per rinfocolare l’odio antislavo; rintuzzare questo approccio può sembrare oggi una battaglia di retroguardia, ma in realtà è l’unico modo serio per non fare retrocedere i modi e il linguaggio stesso della politica agli anni peggiori dello scontro nazionali stico e della guerra fredda.

I profughi dall’Istria hanno pagato per tutti la sconfitta dell’Italia (da qui bisogna partire ma anche da chi ne è stato responsabile), ma come ci esorta Guido Crainz (in un prezioso libretto: Il dolore e l’esilio. L’Istria e le memorie divise d’Europa, Donzelli, 2005) bi sogna sapere guardare alle tragedie di casa nostra nel vissuto delle tragedie dell’Europa. Non esiste alcuna legge di compensazione di crimini e di ingiustizie, ma non possiamo indulgere neppure al privilegiamento di determinate categorie di vittime. Fu dura la sorte dei profughi dall’Istria, ma l’Italia del dopoguerra non fu sorda soltanto al loro dolore. Che cosa dovrebbero dire coloro che tornava no (i più fortunati) dai campi di concentramento, di sterminio, che rimasero per anni muti o i cui racconti non venivano ascoltati? E gli ex internati militari – centinaia di migliaia – che tornavano da una prigionia in Germania al limite della deportazione? La storia della società italiana dopo il fascismo non è fatta soltanto del silenzio (vero o supposto) sulle foibe, è fatta di molti silenzi e di molte ri mozioni. Soltanto uno sforzo di riflessione complessivo, mentre tutti si riempiono la bocca d’Europa, potrà farci uscire dal nostro nazionalismo e dal nostro esasperato provincialismo.

* Questo testo del grande storico italiano che ci ha lasciato da meno di un anno – legato profondamente alla storia del Manifesto e nostro prezioso collaboratore per decenni – è parte dell’introduzione al libro “Dossier Foibe” di Giacomo Scotti, uscito per Manni editori – che ringraziamo – nel 2022 (con sua introduzione e post-fazione di Tommaso Di Francesco).

Fonte/autore: Enzo Collotti, il manifesto

 

 

 

ph by Roberta F., CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

Ieri la conferenza stampa in Parlamento – insieme all’Anpi – delle Associazioni dei familiari delle vittime delle stragi di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia e di Bologna

 

La proposta di Fratelli d’Italia di istituire una «commissione parlamentare d’inchiesta sulla violenza politica negli anni 1970-1989» rappresenta l’ennesimo tentativo di ricerca di catarsi repubblicana dei post-fascisti al governo. Un irricevibile e maldestro tentativo di riscrittura della storia del Paese finalizzato a riabilitare una destra impresentabile che porta con sé tutto il peso dei fatti di cui fu protagonista in negativo in quei decenni.

Se da un lato, con la conferenza stampa tenuta ieri in Parlamento congiuntamente all’Anpi, le Associazioni dei familiari delle vittime delle stragi si sono già mobilitate per contestare tale commissione (nel fondato timore che intralci lavoro e risultati raggiunti dalle ultime inchieste per gli eccidi di Piazza della Loggia e della stazione di Bologna) dall’altro non si può non sottolineare come decenni di rimozione, vuota retorica celebrativa e narrazioni qualunquistiche bipartisan abbiano dissodato il terreno in favore della malapianta revisionista.

L’USO CONTINUATO di una grammatica storica sbilenca ha consentito di eliminare significato e ragione dei fatti. Su questo la formula della «violenza politica» riveste una funzione distorsiva e fuorviante e per questo da scomporre. La violenza operaia emerse nel 1969 dentro il processo produttivo, ovvero come forza di massa in opposizione al regime tayloristico di fabbrica ed al modello di sviluppo su questo centrato.

La violenza studentesca, successiva e non contestuale alla nascita di un movimento nato come urto all’autoritarismo del processo formativo, si manifestò come difesa sia dalla gestione aggressiva dell’ordine pubblico sia dallo squadrismo fascista. La violenza dei gruppi extraparlamentari di sinistra si espresse in origine come forma di rottura di fronte alla crisi dei partiti e della rappresentanza tradizionale, tentando di intercettare l’autonomia operaia e sociale dei soggetti conflittuali emergenti.

Un’impostazione che, nel gennaio 1970, sarà criticata come «spontaneistica, restrittiva e superficiale» dal periodico del Collettivo Politico Metropolitano da cui nacquero le Brigate Rosse.
LA VIOLENZA NEOFASCISTA si sviluppò come reazione contro i movimenti sociali, in un processo che per gruppi come Ordine Nuovo sarebbe deflagrato nello stragismo ovvero nella contrapposizione paramilitare allo spostamento a sinistra degli assetti del Paese.

Dall’uso strumentale della «violenza politica» emerse -come disse nel 1974 il ministro della Difesa Luigi Gui- il «grande equivoco» della «aberrante» formula degli «opposti estremismi» che, per la sua intrinseca ambiguità, fu contestata dalle sinistre e da Aldo Moro ed in ultimo disconosciuta dai suoi stessi teorici.

Paolo Emilio Taviani ricorda nelle sue memorie: «la strategia degli opposti estremismi sbagliava, perché poneva sullo stesso piano da un lato le efferate azioni delle Br incapaci di generare una svolta dittatoriale di sinistra e dall’altra la galassia dell’estrema destra che -al contrario- rischiava di portare realmente a una svolta autoritaria. La strategia degli opposti estremismi prolungò gli anni di piombo». Acceso fautore dell’uso della «violenza politica» come declinazione degli «opposti estremismi» fu il capo dell’Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno, Federico Umberto D’Amato. L’ultima inchiesta lo indica, in compagnia dei neofascisti, come responsabile della strage di Bologna del 2 agosto 1980.

I POST-FASCISTI invitano a studiare chi critica la loro proposta e allora riportiamo alcuni dati. Uno studio dell’Istituto Cattaneo (Della Porta-Rossi) sugli anni 1969-1975 indica 2.528 episodi di violenza di cui 196 con matrice di sinistra e 1.671 di destra, mentre di 1.708 attentati non rivendicati 175 sono riconducibili alla sinistra e 1.339 alla destra.

Il «Rapporto sull’eversione e sul terrorismo di estrema destra» redatto nel 1982 dal SISDE riferisce di 176 morti e 577 feriti causati dai neofascisti e si aggiunge alle relazioni pubblicate dalle Giunte regionali di Lazio, Lombardia e Piemonte che censirono le migliaia di violenze perpetrate dai gruppi dell’estrema destra negli anni 1969-1975.
CON TALI DATI SI POTREBBE affrontare la questione della correlazione tra violenza e consenso elettorale al Msi. Infatti «fra il 1969 ed il 1972 -ha scritto il politologo Marco Tarchi- l’aumento della violenza di piazza e la crescita della predisposizione al voto missino è strettissima».

Tutto questo al netto delle stragi neofasciste degli anni 1969-1980 realizzate con il decisivo apporto di apparati militari, ceti proprietari e parti affatto marginali della classe politica.
L’INIZIATIVA degli eredi missini rappresenta un fine esplicito di uso pubblico della storia finalizzato al governo di un presente che si vuole proteso al superamento delle radici resistenziali della Repubblica cui i post-fascisti sono estranei. «La teoria degli opposti estremismi -insegna lo storico Enzo Santarelli- costituisce una precisa deformazione dello spirito e della lettera della Costituzione mirando ad un continuo riaggiustamento dell’equilibrio di un potere di classe e di rapporti sociali disuguali che nulla hanno a che vedere con l’antifascismo».

* Fonte/autore: Davide Conti, il manifesto

GORIZIA. Un convegno per rivendicare l’antifascismo, la ricerca storica, l’esigenza di non approfittare di una giornata che dovrebbe essere dedicata alla storia drammatica del confine orientale e che da subito, invece, è stata occasione per rinfocolare divisioni, propagandare il nazionalismo più odioso ammiccando a nostalgie irredentistiche e addirittura riabilitando il fascismo storico. La Giornata del Ricordo celebrata in Italia come memoria di una sola parte che si autoassolve nonostante sia stata origine e protagonista di quelle tragedie.
«L’Italia è un Paese che ancora non è capace di confrontarsi seriamente con il proprio passato» ha detto Gianfranco Pagliarulo, presidente dell’Anpi e promotore di una grossa iniziativa ieri a Gorizia assieme al suo omologo sloveno Marijan Krizman, presidente della ZZB-NOB.
«La storia insieme» il bel titolo del convegno tenutosi al Kinemax davanti a cento persone, basato sulla relazione della Commissione mista storico-culturale italo-slovena che per anni aveva visto lavorare assieme personalità autorevoli italiane e slovene per raggiungere una sintesi condivisa su quale fosse stato il rapporto storico fra i due popoli e quali drammi erano maturati nel trasformarsi di questa zona di confine da punto di incontro tra culture diverse – tedesche, slave, italiane – a punto di scontro sanguinoso con l’avanzare dei nazionalismi.

Al Convegno hanno partecipato anche alcuni dei membri di quella Commissione: Nevenka Troha, Gorazd Bajc, Fulvio Salimbeni, concordi nel sottolineare la fatica e la puntigliosità della loro ricerca e del loro confrontarsi, sicuri di avere ottenuto un risultato importante, di avere stilato un documento inconfutabile che pensavano diventasse una pietra miliare per la conoscenza della Storia ma anche per l’amicizia tra i popoli. Un documento che, invece, è rimasto nascosto ai più mentre cresceva una narrazione distorta che esagerava, quando non inventava, soltanto episodi legati alle foibe e all’esodo dall’Istria e dalla Dalmazia, decontestualizzando e strumentalizzando una storia complessa che andrebbe invece vista e compresa senza ignorare “l’altra parte”. «Non una storia delle guerre» ha ricordato il Prof. Salimbeni «ma una storia delle culture e delle civiltà che hanno fatto l’Europa».

Il lavoro della Commissione era stato voluto dai Ministri degli Esteri di entrambi i Paesi, la nostra Camera dei deputati aveva chiesto unanimemente la pubblicazione della relazione finale ma tutto è rimasto sottotraccia, quasi non si trattasse di un atto ufficiale condiviso da due Stati. «La politica che l’aveva voluta» ha detto Eric Gobetti, molto applaudito «l’ha subito dimenticata. Poi l’istituzione del Giorno del Ricordo, una legge che non pensava alla pacificazione, che di ignora, che incentra tutto su un proprio ruolo di vittima. Chi ha votato quella legge evidentemente aveva come obiettivo solo una pacificazione interna: quella tra ex fascisti ed ex comunisti». Resta che nei libri di testo scolastici, oggi, c’è mezza pagina per le stragi naziste in Italia, mezza per le foibe e l’esodo e nessuno studente sa che l’Italia ha invaso la Jugoslavia nel 1941.

Forte, sentito, lungo, l’intervento finale di Gianfranco Pagliarulo che, nel ribadire la ferma determinazione dell’Anpi a continuare sulla strada dell’incontro e di una memoria integrata, ha annunciato una prossima iniziativa con le associazioni di ex partigiani croati, sull’isola di Rab dove, in un campo di concentramento per sloveni, croati e serbi, i fascisti italiani occupanti fecero morire di stenti centinaia di donne e bambini slavi, una «razza inferiore» per nazisti e fascisti.

 

* Fonte/autore: Marinella Salvi, il manifesto

Si è svolto oggi alle 18 ad Affile (Roma) un flash mob promosso dall’ANPI – con la presenza del Presidente nazionale Gianfranco Pagliarulo e del Presidente dell’ANPI provinciale di Roma Fabrizio De Sanctis – in occasione dell’84esimo anniversario della strage di Debra Libanos (Etiopia).
Dal 21 al 29 maggio 1937 nel monastero di Debra Libanos furono trucidati monaci, diaconi, pellegrini ortodossi, più di 2.000, per opera degli uomini del generale Pietro Maletti, dietro ordine di Rodolfo Graziani, viceré d’Etiopia. Ad Affile è situato un monumento dedicato proprio a Graziani.
In un passaggio del suo intervento così si è espresso Pagliarulo:
“Siamo qui per denunciare una grande ignominia: un monumento intitolato non al soldato affilano più rappresentativo, come incautamente affermato, ma all’uomo delle carneficine, delle impiccagioni, dei gas letali. Perché questo fu Rodolfo Graziani. E le due parole sulla pietra del monumento, Patria e Onore, suonano come il più grande oltraggio alla Patria e all’Onore. Onore è parola che significa dignità morale e sociale. Quale onore in un uomo che sottomette un altro popolo in un’orgia di sangue? Patria. La nostra patria è l’Italia. La parola Italia è nominata nella Costituzione due sole volte: L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, L’Italia ripudia la guerra. Tutto il contrario di un Paese fondato sul razzismo imperiale. Perché, vedete, le stragi di Graziani furono certo l’operato di un criminale di guerra, e non fu certo l’unico. Ma furono anche stragi dello Stato fascista, di una macchina di violenza e di costrizione verso l’altro “.
Era presenta anche una delegazione dell’Associazione della Comunità etiopica di Roma.

 

* Fonte: il manifesto, Ufficio stampa Anpi

Nella vicinanza di date, intenzionale, voluta dalla destra, dal giorno della Memoria in ricordo della Shoah, gli italiani sono stati chiamati dalle autorevoli parole del presidente Mattarella a celebrare con il giorno del Ricordo l’orrore e la tragedia delle Foibe. Vale la pena sottolineare che nei due casi gli italiani furono vittime non innocenti. Se nello sterminio degli ebrei furono complici dei nazisti, per le foibe furono coinvolti da un insieme di circostanze più complesse, che solo la memoria corta della politica e l’ipocrisia di buona parte della classe dirigente hanno espulso dalla memoria collettiva.

Stavolta c’è un motivo di rammarico in più. Il presidente Mattarella nel suo discorso di ieri sembra avere dimenticato perfino la sua stessa iniziativa istituzionale, quando solo nell’estate scorsa ha sentito il bisogno di riparare ad una visione nazional-unilaterale della tragedia, andando in Slovenia a celebrare i martiri del fascismo, stavolta dimenticati – insieme al presidente sloveno Pahor. Che senso ha augurarsi «il reciproco riconoscimento, il dialogo e l’amicizia…» se non vengono denunciati ogni volta anche i crimini commessi dagli italiani? Quale futuro condiviso si può costruire se la memoria sui crimini non è condivisa? E come si può affermare che «i crimini contro l’umanità scatenati in quel conflitto non si esaurirono con la liberazione dal nazifascismo, ma proseguirono nella persecuzione e nelle violenze perpetrate da un altro regime autoritario, quello comunista»?

Ecco che siamo ad un lascito di memoria che oscura gli attori della Liberazione, del resto in perfetta sintonia con la vergognosa risoluzione dell’Europarlamento che nel 2019 ha equiparato il comunismo al nazismo. Ma, signor presidente, perché non ricordare le violenze del nazifascismo stesso e la scia di sangue lasciata in quelle terre, come pure ha avuto il coraggio di fare il presidente della Camera Fico? Come dimenticare le responsabilità dello squadrismo e del regime fascista poi nella snazionalizzazione degli sloveni e dei croati che dopo il 1918 vennero a trovarsi entro i confini dello stato italiano?

Quest’anno poi, altra «piccola» sua dimenticanza, è l’80° anniversario dell’invasione nazifascista della Jugoslavia. Nel 1941 l’aggressione dell’Italia alla Jugoslavia e l’annessione violenta della provincia di Lubiana a Regno d’Italia contribuirono in modo decisivo alla dissoluzione dello stato Jugoslavo e alla apertura della fase storica che sfociò nella Jugoslavia di Tito. Ricorda lo storico Enzo Collotti: «In ciascuna di queste fasi le autorità politiche e militari italiane, al di là di ogni problema geopolitico, si mossero nel presupposto che le popolazioni slave rappresentassero, come ebbe a dire Mussolini, “una razza inferiore e barbara” nei cui confronti fosse possibile e lecito imporre il pugno duro e purificatore dei dominatori».

Quella occupazione, ricorda in lo storico Davide Conti, costò la vita a circa un milione e mezzo di persone travolte dalle misure draconiane della famigerata “Circolare 3C” che istruiva i soldati italiani alla repressione di civili e partigiani, firmata dal generale Roatta: perché questo crimine non «colpisce le nostre coscienze»? Le foibe si inseriscono in questo contesto.

Al di fuori di questo quadro non c’è la possibilità di comprendere le ragioni degli orrori dei quali parliamo e dei quali rischiamo di tornare a rimanere vittime. Nessuna menzogna potrebbe capovolgere questa realtà della storia o avvelenare la nostra memoria, impedendo la consapevolezza e le nefandezze di un passato che dovremmo considerare ormai alle nostre spalle. Se così non è, dobbiamo tornare a riflettere sulla superficialità con la quale i politici di turno si sono impossessati di una questione di forte impatto emotivo per alterare la storia e la memoria con la retorica patriottarda.

Il rischio, che ogni anno si perpetua, è che la questione delle foibe serva proprio a coprire il vuoto di consapevolezza sulla vera realtà della sconfitta del Paese, ma anche della capacità della popolazione di rialzare la testa e di affrontare i sacrifici che hanno consentito la ricostruzione. Mettere al centro dell’attenzione le foibe non serve a sottolineare le offese subite ma a perpetuare uno sterile vittimismo che non contribuisce a fare i conti mancati con il passato, né a consolidare il consenso a questa nostra democrazia minacciata da tante insidie. Una di queste è la negazione della verità.

L’enfatizzazione delle foibe ha ritardato la riconciliazione con le vicine popolazioni slave – che senso ha parlare di «aperture» a quel mondo se non si ricordano sempre le nostre responsabilità? – rendendo più difficile la cicatrizzazione delle ferite della guerra, oscurando i drammi veri delle popolazioni costrette a lasciare le loro case e la loro terra, le uniche che abbiano pagato, per tutti gli italiani. le malefatte di un regime criminale senza che ci siano stati gesti ufficiali da parte dello Stato democratico di rottura e di risarcimento verso un passato da condannare senza riserve.

La prassi tutta italiana di coprire con l’oblio passaggi storici che avrebbero meritato un forte impegno di autocritica e di verità, si è alleata alla rimozione di memorie scomode e alla loro banalizzazione.

Così, nel coro dei media, si ripete la litania del «silenzio» che sulle foibe ci sarebbe stato per responsabilità di una sinistra omissiva: in realtà nel 1945 vennero istituiti processi ed emesse condanne, ma ad evitare la riapertura di quella pagina furono i governi De Gasperi nella convinzione che sollevare la questione avrebbe comportato per l’Italia l’obbligo morale di rispondere sia per i crimini commessi in Jugoslavia (e nei Balcani) ma anche in Libia, Etiopia e Unione sovietica, sia per i risarcimenti economici previsti dal Trattato di Pace di Parigi del 1947. Così nessun criminale di guerra italiano è mai stato giudicato da nessuna Norimberga.

L’orrore delle foibe deve servire a richiamarci alle nostre responsabilità storiche. E certo non deve essere volta a volta strumentalizzato ai fini di corroborare, come in questi giorni, il clima politico unanimista in corso per il nuovo governo.

* Fonte: Tommaso Di Francesco, il manifesto

Come cittadino, come storico del nazismo e soprattutto come triestino sono rimasto sconcertato, amareggiato e disgustato dalle dichiarazioni del Presidente Mattarella sulla questione delle foibe.

Avevo otto anni quando i partigiani di Tito, il 1 maggio del 1945, proprio sotto casa mia fermarono la loro avanzata per non esporsi al tiro della guarnigione tedesca, asseragliata nel Castello di San Giusto. Erano scesi dall’altipiano del Carso in due colonne, una si era diretta all’edificio del Tribunale dove i tedeschi avevano installato il Comando e l’altra al Castello di San Giusto, dove il vescovo Santin svolgeva il ruolo di mediatore tirando le trattative per le lunghe in modo da dare il tempo ai neozelandesi, avanguardia dell’esercito alleato, di arrivare ed evitare in tal modo che la resa venisse consegnata nelle sole mani dell’esercito di liberazione yugoslavo. Così la guarnigione tedesca si arrese il 2 maggio, presenti anche gli anglo-americani, giunti a marce forzate dalla litoranea. Ma sul Carso, a vista d’occhio dalla città, si combatteva ancora. La cosiddetta “battaglia di Opicina” è costata molti morti, in gran maggioranza tedeschi, e si sarebbe conclusa solo il 3 maggio.

Secondo certe ricostruzioni (Leone Veronese, 1945. La battaglia di Opicina, Luglio Editore, 2015) i primi a essere gettati nelle cavità carsiche furono soldati dell’esercito tedesco, fucilati dopo la resa. La versione secondo cui gli infoibati sarebbero stati in maggioranza cittadini inermi che avevano il solo torto di essere italiani è falsa. La grande maggioranza di quelli che poi furono gettati nelle foibe erano membri dell’apparato repressivo nazifascista, in mezzo ci saranno state anche persone che non avevano commesso particolari crudeltà ma c’erano anche quelli che avevano torturato o scortato i treni che portavano ebrei e combattenti antifascisti nei campi di sterminio. Così come non regge la versione che vorrebbe la città di Trieste sottoposta a una dittatura sanguinaria durante i 40 giorni dell’occupazione yugoslava. Se non altro per la presenza delle truppe anglo-americane.

Peggiori delle false ricostruzioni sono le amnesie. Infatti si dimentica (o si ignora) che l’apparato repressivo nazifascista a Trieste non era di ordinaria amministrazione, aveva un suo carattere di eccezionalità perché ne facevano parte personaggi che hanno avuto un ruolo centrale nella politica di sterminio di Hitler. Christian Wirth era uno di questi. Si legga il curriculum terrificante di questo individuo su Wikipedia: responsabile del programma di eutanasia, prelevava le vittime dalle prigioni, dagli ospedali psichiatrici, tra gli zingari. Comandante del lager di Belzec, riorganizzatore di quello di Treblinka, di Sobibor, fu il primo a usare il monossido di carbonio per gasare i deportati. Arriva a Trieste nel 1943. Un anno dopo i partigiani lo individuano e lo uccidono (non è vero, come scrive Wikipedia, che fu ucciso in combattimento presso Fiume, il suo certificato di morte è apparso in rete non più tardi del 2017, dice: von Banditen erschossen, morto in un agguato organizzato dai partigiani mentre passava su una macchina scoperta, nei pressi di Erpelle (Hrpelje) a pochi chilometri da Trieste). Ma ce n’erano altri di personaggi dalla pasta criminale analoga a Wirth, che si erano fatti i galloni nei peggiori Lager del Reich e venivano a Trieste dove gente importante li accoglieva a braccia aperte e dove trovavano anche il modo di non perdere certe abitudini, visto che a portata di mano avevano la Risiera di San Sabba, un forno crematorio che la mia città ha avuto la vergogna di ospitare. Proprio a Opicina la salma di Wirth ricevette gli onori militari.

Trieste e zone circostanti, assurte a provincia del Reich, erano diventate un ricettacolo di criminali di guerra, l’angolo di un continente dove la risacca della storia aveva deposto i suoi rifiuti più immondi. I partigiani di Tito hanno liberato l’umanità da alcuni di questi individui, hanno spento quel forno crematorio. Dovremmo essere loro grati per questo, pensando quale tributo di sangue è stato da essi versato per compiere quella missione. Ora però vengono ricordati come un’orda di barbari assetati di sangue, non di sangue nemico, no, di sangue di povera gente inerme che non aveva alzato un dito contro di loro.

Ciò che accadde in quelle tragiche giornate di aprile/maggio 1945 impedì alla memoria storica di mettersi subito al lavoro. Quello che sarebbe stato l’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia si costituì senza i comunisti. Enzo Collotti diede un contributo fondamentale all’impostazione della ricerca e l’Istituto divenne uno dei luoghi dove cominciai a capire in che razza d’inferno ero cresciuto. Il primo periodo d’attività fu dedicato a “mettere in sicurezza”, come si dice in termine aziendale, la storia dei movimenti di liberazione nella regione, storia tormentata e perciò fonte di drammatiche divisioni (un esempio per tutti l’eccidio di Porzus, ripreso anche nell’ampia pubblicazione, Atlante storico della lotta di liberazione nel Friuli Venezia Giulia. Una resistenza di confine 1943-1945, 2005). Tra tutti gli Istituti della Resistenza italiani quello di Trieste fu l’unico dove la presenza comunista o fu assente o svolse un ruolo decisamente secondario. Del resto il comunismo è finito ormai da 30 anni e i suoi seguaci di allora sono in genere i più accaniti nell’infierire sul suo cadavere, ma a leggere certe vaneggianti uscite di quotidiani come “Il Giornale” o “Libero Quotidiano” nel Giorno della Memoria  sembra che orde di “trinariciuti” riescano ancora a dettare legge in Italia.

Negli Anni ’90 la dissoluzione dell’ex Yugoslavia ha investito in pieno il senso d’identità nazionale di croati, sloveni, serbi, macedoni; i nazionalismi hanno fatto a pezzi l’esperienza socialista, la guerra di liberazione non è stata più l’epopea fondativa dello Stato federale, l’immagine di Tito è stata strappata dal piedestallo e se si voleva trovare gente che gettava fango sulla sua figura e sul suo ruolo la si trovava soprattutto tra i suoi compatrioti. L’orrore di quella guerra degli anni Novanta, che così bene Paolo Rumiz ha decodificato nei suoi meccanismi oscuri, ha cancellato ogni traccia di orgoglio per l’eroica ribellione alla dittatura nazifascista. Le falsità, le deformazioni, le mistificazioni che oggi dilagano avrebbero potuto diventare communis opinio in quel contesto, invece gli storici triestini legati all’Istituto colsero l’occasione dell’apertura di certi archivi per intensificare la ricerca della verità.

Perché questo va detto con forza: le ispezioni nelle cavità carsiche, le esumazioni, le ricerche per dare un nome ai morti, il recupero e l’attento esame dei registri, di qualunque documento in grado di fare luce sulle circostanze, sulle vittime e sui carnefici, tutto questo lavoro ingrato e difficile fu opera di storici che si riconoscevano pienamente nei valori della Resistenza posti alla base della nostra Costituzione, come Roberto Spazzali, Raoul Pupo e molti altri. Sono loro che hanno dimostrato rispetto per gli infoibati, che hanno contestualizzato quegli avvenimenti, mentre alla canea revanscista e neofascista il destino di quei morti non interessava per nulla, era solo pretesto, strumento, per aggredire gli avversari politici di turno e oggi per fare pura e semplice apologia del fascismo. Come mai nel Giorno della Memoria un Presidente della Repubblica invece di rivolgersi ai primi per impostare un discorso con un minimo di rigore storico si rivolge ai secondi?

 

Si legga anche la seguente documentazione (da Angelo Del Boca, Italiani brava gente)

Fonte: Sergio Bologna, Volerelaluna

Dal «fascismo di frontiera» degli anni ’20, dai crimini dell’Italia in Jugoslavia, dai 100.000 jugoslavi deportati e internati, alle violenze jugoslave del settembre ’43 e maggio ’45, fino all’esodo italiano

Ripubblichiamo questo articolo dello storico Giacomo Scotti, pubblicato per la prima volta sul manifesto del 5 febbraio 2014, vista la sua scottante attualità.

Inizio con tre brani di un discorso pronunciato al Teatro Ciscutti di Pola da Benito Mussolini il 20 settembre 1920, dando inizio alle brutali violenze contro le popolazioni della Venezia Giulia: «Qual è la storia dei Fasci? Essa è brillante! Abbiamo incendiato l’Avanti! di Milano, lo abbiamo distrutto a Roma. Abbiamo revolverato i nostri avversari nelle lotte elettorali. Abbiamo incendiato la casa croata di Trieste, l’abbiamo incendiata a Pola…»…«Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini italiani devono essere il Brennero, il Nevoso e le (Alpi) Dinariche. Dinariche, sì, le Dinariche della Dalmazia dimenticata!… Il nostro imperialismo vuole raggiungere i giusti confini segnati da Dio e dalla natura, e vuole espandersi nel Mediterraneo. Basta con le poesie. Basta con le minchionerie evangeliche».

05inchiesta foibe Proclama degli squadristi di Dignano vicino a Pola

Dopo quel discorso, l’Istria fu messa a ferro e fuoco. Venti anni dopo quel discorso le truppe di Mussolini invasero Dalmazia, Slovenia e Montenegro, dando inizio a nuove stragi in nome della civiltà italiana.Dalle terre annesse all’Italia dopo la prima guerra mondiale – cioè all’ampliamento ad est dei territori di Trieste e di Gorizia, all’Istria intera, alla provincia di Fiume detta del Quarnaro ed all’enclave dalmata di Zara – le violenze fasciste e la snazionalizzazione forzata costrinsero ad andarsene più di 80.000 sloveni, croati, tedeschi e ungheresi, ma anche alcune migliaia di italiani antifascisti

Nel 1939, un anno prima che l’Italia fosse gettata nella seconda guerra mondiale, le autorità fasciste della Venezia Giulia attuarono in segreto un censimento della popolazione di quelle terre annesse venti anni prima, accertando che in esse vivevano 607.000 persone, delle quali 265.000 italiani e cioè il 44%, e 342.000 slavi detti allogeni, ovvero il 56%.

Una cifra notevole nonostante l’esodo degli ottantamila, nonostante che agli slavi fossero stati italianizzati i cognomi, fosse stato vietato di parlare la loro lingua, fossero state tolte le scuole e qualsiasi diritto nazionale.

Nonostante le persecuzioni subite, nonostante che migliaia di loro fossero finiti nelle carceri o al confino, e che alcuni dei loro esponenti – Vladimir Gortan, Pino Tomazic ed altri – fossero stati fucilati in seguito a condanne del Tribunale speciale fascista oppure uccisi dalle squadre d’azione fasciste a Pola (Luigi Scalier), a Dignano (Pietro Benussi), a Buie (Papo), a Rovigno (Ive) e in altre località istriane.

Emblematici di queste persecuzioni contro slavi e antifascisti italiani in Istria e Venezia Giulia sono i sistemi coercitivi per inviare i contadini al lavoro nelle miniere di carbone di Arsia-Albona dove, per duplicare la produzione senza però adeguate protezioni dei minatori sui posti di lavoro, nel 1938 ci fu una tragedia (allora taciuta dalla stampa) in cui persero la vita 180 minatori, lasciando oltre mille vedove ed orfani. Emblematica di quel periodo in Istria è anche una canzoncina cantata dei gerarchi che diceva:

A Pola xe l’Arena/ la Foiba xe aPisin: butaremo zo in quel fondo/ chi ga certo morbin.

E alludendo alle foibe, un’altra poesiola minacciava chi si opponeva al regime:

… la pagherà/ in fondo alla Foiba finir el dovarà.

APRILE 1941, L’AGGRESSIONE

Nell’aprile del Quarantuno, infine, si arrivò all’aggressione alla Jugoslavia senza dichiarazione di guerra, seguita dall’occupazione di larghe regioni della Slovenia e della Croazia, dall’intero Montenegro e del Kosovo, infine dall’annessione al Regno d’Italia di una grossa fetta della Slovenia ribattezzata Provincia di Lubiana, di una lunga fascia della costa croata che formò il Governatorato della Dalmazia con tre provincie da Zara fino alle Bocche di Cattaro, e la creazione della nuova provincia allargata di Fiume detta “Provincia del Quarnaro e dei Territori annessi della Kupa” comprendente tutta la parte montana della Croazia alle spalle del Quarnero più le isole di Veglia ed Arbe che si univano a quelle di Cherso e Lussino.

Così l’Italia incorporò nel proprio territorio nazionale regioni abitate al 99% da sloveni e croati con una popolazione di oltre mezzo milione di persone che si aggiungevano al 342.000 “allogeni” già assoggettati all’Italia ed al fascismo italiano da due decenni. Il Montenegro intero fu trasformato a sua volta in un Governatorato italiano. Il Kosovo, territorio della Macedonia, fu annesso invece alla cosiddetta Grande Albania che già dal ’39 era una colonia dell’Italia.

Le violenze contro i civili dei territori annessi o occupati furono compiuti in base a “una ben ponderata politica repressiva” come ci rivela una ben nota circolare del generale Roatta del marzo 1942 nella quale si legge: “il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato nella formula dente per dente, ma bensì da quella testa per dente”.

A sua volta il generale Robotti, ordinando rastrellamenti a tappeto nel giugno e agosto 1942, indicava queste soluzioni alle truppe dell’XI Corpo d’Armata: “internamento di tutti gli sloveni per rimpiazzarli con gli italiani” e per “far coincidere le frontiere razziali e politiche”: “esecuzione di tutte le persone responsabili di attività comunista o sospettate tali”. Infine, “Si ammazza troppo poco!”.

Mi limiterò a un piccolo territorio alle spalle di Fiume e ad un solo mese, luglio del 1942. Nelle borgate di Castua, Marcegli, Rubessi, Viskovo e Spincici furono incendiate centinaia di case e fucilate decine di persone come «avvertimento». Nel Comune di Grobnik, il villaggio di Podhum fu completamente raso al suolo per ordine del prefetto Temistocle Testa.

All’alba del 13 luglio, per “vendicare” due fascisti scomparsi il giorno prima da quel villaggio, furono dapprima saccheggiate e poi incendiate 484 case, portati via mille capi di bestiame grosso e 1300 pecore, deportati nei campi di concentramento in Italia 889 persone (412 bambini, 269 donne e 208 uomini anziani) e fucilate altre 108 persone. Uno sterminio.

I fascisti italiani, passati al servizio del tedeschi dopo il settembre 1943, continuarono a battersi “per l’italianità” dei territori ceduti al Terzo Reich. Fra tanti sia ricordato l’episodio di Lipa (30 aprile 1944) dove 269 vecchi, donne e bambini sorpresi quel giorno in paese, furono sterminati: parte fucilati, parte rinchiusi in un edificio e dati alle fiamme. Di tali eccidi ce ne furono a centinaia in Istria, nel territorio quarnerino, in Slovenia, in Dalmazia, in Montenegro, ovunque arrivarono i militari fascisti e le altre formazioni inviate da Mussolini.

Nei miei scritti ho documentato lo sterminio di 340.000 civili slavi fucilati e massacrati dall’aprile 1941 all’inizio di settembre 1943 nel corso dei cosiddetti “rastrellamenti” ed operazioni di rappresaglia contro le forze partigiane insorte. Ho anche scritto, ma non sono stato il solo in Italia, di altri 100.000 civili montenegrini, croati e sloveni deportati nei capi di concentramento approntati dalla primavera all’estate del 1942 dall’esercito italiano per rinchiudervi vecchi, donne e bambini colpevoli unicamente di essere congiunti e parenti dei “ribelli”. In quei campi disseminati dalle isole di Molat e Rab/Arbe in Dalmazia fino a Gonars nel Friuli ed altri in tutto lo Stivale, morirono di fame, di stenti e di epidemie circa 16.000 persone nel giro di poco più di un anno di deportazione.

Tutto questo viene taciuto nella Giornata del Ricordo che si celebra in Italia da una decina d’anni.

Si ricordano soltanto le nostre perdite: il dolore dei nostri connazionali costretti a lasciare le terre concesse all’Italia dopo la prima guerra mondiale, il dolore delle famiglie degli infoibati nel settembre 1943 in Istria e nel maggio 1945 a Trieste, Gorizia e Fiume subito dopo l’ingresso delle truppe di Tito.

È giusto, è doveroso ricordare foibe ed esodo, le nostre vittime, i nostri dolori, ma non si dovrebbero tacere il contesto storico, le colpe del fascismo che portarono alla sconfitta ed alla perdita di quelle regioni. Non si dovrebbero tacere o volutamente ignorare le vittime delle popolazioni slave oppresse, martoriate e decimate dapprima nel ventennio fascista in Istria ed a Zara, ma soprattutto nella seconda guerra mondiale.

Sulla bilancia e nel contesto storico vanno messi, dunque, anche i dolori che noi abbiamo arrecato agli altri.

LA RETORICA E LA CANEA MEDIATICA

In un saggio sul Giorno del Ricordo pubblicato nel 2007, l’autorevole storico italiano Enzo Collotti scrisse sull’argomento parole da non dimenticare, denunciando l’enfatizzazione di «una retorica che non contribuisce ad alcuna lettura critica del nostro passato, né ad elevare il nostro senso civile, ma – cito – alimenta ulteriormente il vittimismo nazionale», dando «ai fascisti e postfascisti la possibilità di urlare la loro menzogna-verità per oscurare la risonanza dei crimini nazisti e fascisti ed omologare in una indecente e impudica par condicio della storia tragedie incomparabili». Collotti condanna in particolare la «canea, soprattutto mediatica, suscitata intorno alla tragedia delle foibe dagli eredi di coloro che ne sono i massimi responsabili», che non permette di «fare chiarezza intorno a un modo reale della nostra storia che viene brandito come manganello per relativizzare altri e più radicali crimini» compiuti dai fascisti.

Per Colotti, le vicende delle foibe e dell’esodo ci riportano «alle origini del fascismo nella Venezia Giulia», una regione definita italianissima da chi non vuole accettare la realtà di un territorio multietnico e «trasformato in un’area di conflitto interetnico dai vincitori» della prima guerra mondiale, «incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi», anzi decisi ad estirpare anche con lo spargimento di sangue qualsiasi presenza non italiana.

Calpestando le tradizioni della cultura italiana, il fascismo impose alle nuove terre – così come tentò di fare nei territori balcanici occupati nella seconda guerra mondiale – «una italianità sopraffattrice», rivelando il suo volto criminale, suscitando la legittima rivolta di quei popoli e trascinando l’Italia nel dramma della sconfitta. Un dramma di cui non fu vittima, ma protagonista. «I paladini del nuovo patriottismo d’oggi, fondato sul vittimismo delle foibe – cito sempre Collotti – farebbero bene a rileggersi i fieri propositi dei loro padri tutelari, quelli che parlavano della superiorità della civiltà e della superiore razza italica». «Che cosa tuttora sa la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo contro le minoranze slovena e croata… addirittura da prima dell’avvento al potere: della brutale sua generalizzazione (…) come parte di un progetto di distruzione dell’identità nazionale e culturale delle minoranze?».

E della sciagurata annessione al regno d’Italia di una parte della Slovenia e della Dalmazia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti? Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti insediatisi nel cosiddetto Litorale adriatico, sullo sfondo dei forni crematori della Risiera di Trieste e degli impiccati di via Ghega sempre a Trieste, delle stragi in Istria, nel Quarnero, a Pisino e altrove?

I «LEMBI DELLA PATRIA»

Poco sanno gli italiani perché da dieci anni, nelle scuole e fuori si parla soltanto di foibe e di esodi, di crimini compiuti dagli «slavi», e nulla dei crimini compiuti dai fascisti italiani la cui documentazione è tuttora chiusa negli «armadi della vergogna», insieme ai documenti delle conseguenze pesanti di una guerra scellerata, di una guerra perduta. Lo scotto fu pagato dalle popolazioni delle provincie del confine orientale, le più esposte sui cosiddetti «lembi della Patria».

La verità non chiede nulla, soltanto il coraggio di trovarla e dirla. Ma ora per impedirla si chiede una legge che condanni al carcere gli storici indicati da essi come riduzionisti e negazionisti, definiti tali solo perché si battono per far conoscere tutta la verità, insorgendo anche contro chi – con le menzogne – getta il fango sulle stesse vittime italiane – e mi riferisco agli infoibati ed esodati dalle terre perdute per colpa di Mussolini. bisognerebbe smetterla di gonfiare all’infinito, col volgari falsità, il numero di queste nostre vittime e di speculare politicamente oggi sulle tragedie vissute dai nostri fratelli dell’Istria, di Fiume e di Zara.

Sì, dico Zara perché in Dalmazia di terra concessa all’Italia nel 1920, c’era soltanto l’enclave di Zara e non tutta la Dalmazia. Perché parlare oggi di Dalmazia italiana? Va bene se si ricorda la cultura italiana seminata da Venezia dal Quattro al Settecento, ma se si vuole alludere alla Dalmazia occupata e annessa da Mussolini dall’aprile 1941 al settembre 1943, allora no, quella non era terra italiana, altrimenti non sarebbe stata messa a ferro e fuoco per spezzarne la resistenza.

Basta con l’esaltazione del colonialismo fascista!

Basta con le menzogne e le speculazioni sulle tragedie dei nostri fratelli di Zara, di Fiume, del Quarnero ed Istria, senza nascondere le vittime croate, slovene, montenegrine, cioè di quei popoli che, da sempre nostri vicini di casa, vogliono essere nostri amici nell’Unione Europea, con i quali dobbiamo commerciare, costruire ponti comuni, un mondo senza guerre e senza rancori.

Basta con le omissioni, con le ricostruzione disinvolte dei fatti letteralmente inventati dalla destra neofascista che sta costruendo una specie di controstoria da tramandare per coprire la vergogna del fascismo, e per rinfocolare le pretese territoriali sulla costa orientale dell’Adriatico.

L’«ERA» MUSSOLINI

Il mio sogno, che non è soltanto il mio, è l’istituzione di una Giornata dei Ricordi, al plurale, nella quale poter unire nei loro dolori italiani e slavi, indicando nel fascismo e nel nazionalismo di ambedue le parti i veri colpevoli delle guerre, delle distruzioni, degli eccidi, delle vendette, e degli esodi del passato, additando in essi i pericoli che incombono sul comune futuro di amicizia e cooperazione.

Oggi, quando l’Italia, Slovenia e Croazia stanno insieme nell’Unione europea, quando i confini sono caduti. Ricordiamo che in Slovenia e Croazia vivono ancora trentamila italiani sui quali non devono cadere l’ombra e il peso degli odi del passato.

Perché essi, in gran parte discendenti da matrimoni misti e adusi ormai da settant’anni alla convivenza, al plurilinguismo e al multiculturalismo, vanno considerati l’anello che unisce le due sponde dell’Adriatico; essi svolgono e ancor più in futuro sono chiamati a svolgere il doppio ruolo di conservare la cultura e la lingua italiana nella regione istro-quarnerina e di esercitare la funzione di cordone ombelicale fra i paesi confinanti o dirimpettai.

Riposta ogni rivendicazione territoriale da parte italiana su Capodistria, Pola, Fiume, Zara eccetera, condannate le colpe dell’imperialismo fascista e le velleità revansciste, ma anche le colpe di coloro che nei giorni burrascosi del settembre 1943 e dell’immediato dopoguerra degli anni Quaranta del secolo scorso scrissero le vergognose pagine delle foibe; ricordando sempre che l’esodo degli italiani dalle terre perdute fu conseguenza di una guerra voluta e perduta dal fascismo, oggi i figli degli esuli e dei rimasti si ritrovano per quello che sempre furono: fratelli.

Ma non basta.

Gli italiani rimasti sulla sponda orientale dell’Adriatico, per lunghi anni accusati dall’estrema destra italiana di tradimento, indicati come titoisti, potranno restare nel cuore di tutti gli italiani dello Stivale soltanto se si coltiverà l’amicizia con i popoli in mezzo ai quali essi vivono e se saranno rispettati e riconosciuti il loro ruolo e il loro merito di aver mantenuto vive le radici in quelle terre quali cittadini della Slovenia e della Croazia, perpetuando la lingua materna e coltivando l’amore per la madrepatria.

Dai massimi vertici negli ultimi tre anni, è stato dato l’esempio da seguire, a cominciare dal vertice dei presidenti sloveno, croato e italiano avvenuto a Trieste nel 2010. Con l’incontro dei presidenti italiano e croato, Napolitano e Josipovic, all’Arena di Pola, nel 2011.

Ci sono stati nel 2013 altri due vertici: gli incontri fra Josipovic e Napolitano alla fine di giugno a Zagabria e all’inizio di dicembre a Roma. Napolitano ha auspicato il «superamento di un passato che ha portato purtroppo ingiustizie e sofferenze alle popolazioni dei nostri due Paesi»; Josipovic ha ricordato a sua volta la frattura apertasi nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, che, coinvolgendo italiani esuli e rimasti insieme ai croati (e sloveni), si può considerare ormai rimarginata: «Con il presidente Napolitano – ha detto ancora – abbiamo riconosciuto le sofferenze di entrambi. Ora i nostri rapporti sono diversi». Hanno sempre partecipato i massimi esponenti dell’Unione Italiana, e cioè degli italiani d’oltre confine, i «rimasti» appunto.

Per concludere: i circoli della destra filofascista in Italia devono smettere di manipolare la storia per rinfocolare odi e rancori.

Basta con le accuse degli estremisti al cosiddetto «sanguinario conquistatore» croato, sloveno e slavo in genere, perché non furono quei popoli ad aggredire e invadere l’Italia nel Quarantuno, né ad occupare larghe fette dell’Italia come fecero le truppe di Mussolini in Jugoslavia fino al settembre 1943.

Basta con il fascismo di frontiera, antislavo da sempre, ieri come oggi. Basta con il negazionismo aggressivo del neofascismo che cerca di nascondere i crimini della cosiddetta «era» di Mussolini, il periodo peggiore subito dagli istriani, dai fiumani e dai dalmati.

Vogliamo rispetto per quelle terre e per le loro popolazioni che ci insegnano la convivenza basata sul reciproco rispetto delle sofferenze passate e sulla reciproca volontà di costruire un migliore futuro comune.

Non possiamo accettare atteggiamenti rancorosi di chiusure al futuro, né cedere a un camuffato neoimperialismo – anche culturale – di ritorno che cerca di essere amnistiato con il Giorno del Ricordo delle foibe e dell’esodo delle terre perdute.

Auspico che in avvenire, in una plurale Giornata dei Ricordi non si insista sulla contabilità falsata di esodati e vittime, ma si consideri tutto il male del passato, e si agisca perché non si ripeta in futuro in queste terre e nella stessa Italia quella barbarie che ha fatto parte del lungo «secolo breve» qual è stato il Novecento.

* Fonte: Giacomo Scotti, il manifesto

TRIESTE. C’era stato il grande Concerto dell’Amicizia con il maestro Muti in Piazza Unità a Trieste, con il presidente Napolitano fianco a fianco, per la prima volta, con i presidenti di Slovenia e Croazia. Assieme, avevano voluto testimoniare «la ferma volontà di far prevalere quel che oggi ci unisce su quel che ci ha dolorosamente diviso in un tormentato periodo storico». Era il 2010 e sembrava che finalmente tutti avessero capito che questa è una terra mistilingue dove si vuole, e si può, vivere in pace. La frontiera è luogo privilegiato di scambi, di commistioni, di arricchimento reciproco: questo andrebbe ricordato e tutelato sempre. Invece, anno dopo anno e con furia crescente, in Italia si è cominciato a tentare di riscrivere la storia e di rialzare i muri.

NON C’È CONTESTO, non c’è rispetto per la storia ma è un canto di sirene che sta diventando mainstream. Il risultato è che sono sempre di più quei connazionali che non sanno nulla di cosa sono state le guerre di occupazione italiane, dalle colonie alle conquiste “imperiali” fino alla Jugoslavia, quelli che pensano che nei campi di sterminio sono stati mandati soltanto gli ebrei e soltanto da quei pazzi dei nazisti tedeschi e sempre di più quelli che cominciano a dare per scontato che nelle foibe del Carso ci siano davvero i resti violati di decine di migliaia di «italiani solo perché italiani» e che tutti gli italiani d’Istria siano dovuti scappare per non essere infoibati dalle orde slavo-comuniste. Finisce così che non solo si tradisce la verità ma si fanno crescere nostalgiche ideologie revansciste pericolose per ogni vivere civile, come il secolo breve dovrebbe avere insegnato.

MA VALLO A SPIEGARE a chi pensa di costruirsi un successo politico gridando «Italia!» mentre guarda verso Fiume con la mano appoggiata sulla testa della statua di D’Annunzio messa in una delle più belle piazze di Trieste (architettonicamente proprio asburgica, se si volesse guardare). E adesso, alle cerimonie per il «giorno del ricordo» lunedì prossimo, con l’effetto scenografico del Sacrario alla foiba di Basovizza, arriva a Trieste un tris d’assi: Maurizio Gasparri, Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Difficile non immaginare che si sentirà odore di intolleranza e contrapposizione interetnica, il contrario di quel che sarebbe necessario e giusto.

SAREBBE NECESSARIO chiedersi perché quando si onorano le vittime del nazifascismo si pensa al superamento dei conflitti e alla pace mentre le vittime delle foibe sono onorate con tricolori teschiati, saluti romani e tutto l’armamentario tipico del suprematismo da sempre guerrafondaio. Meglio non si potrebbe fare per far suonare un nuovo campanello d’allarme in Slovenia e in Croazia. Meglio non si potrebbe scegliere per ferire ancora una volta gli sloveni, ma anche quei triestini che qui vivono da sempre.

INTANTO IN CONSIGLIO regionale la maggioranza leghista propone una legge che affida la diffusione della conoscenza delle foibe e dell’esodo istriano esclusivamente alla Lega Nazionale, al Comitato 10 febbraio e a un paio di associazioni degli esuli istriani (si accettano scommesse per quale rappresenta con maggior vigore la destra nazionalista). Come dire che solo l’oste può dichiarare la bontà del proprio vino. Il massimo che riesce a fare l’opposizione piddina è chiedere che si possa aggiungere qualcuno che di mestiere studia e insegna la storia ma i sodali di Fedriga sono irremovibili.

SULLA TORTA DI QUESTO 10 febbraio del ricordo, a 75 anni dalla fine della guerra, c’è una ulteriore ciliegina, non bastasse il terzetto di parlamentari presenti a Basovizza, inevitabilmente attorniati da molteplici divise e gonfaloni, compreso quello della X Mas che ormai da mesi fa la spola tra Trieste e Gorizia. Il Comune del capoluogo giuliano ha pensato bene di patrocinare un Convegno che presenterà un vero scoop: il Narodni Dom, la casa degli sloveni dei croati e dei cechi di Trieste che ospitava in un unico grande edificio l’albergo Balkan, le banche, le sedi delle associazioni e delle organizzazioni sportive e culturali, la biblioteca ecc, incendiato dai fascisti capeggiati da Francesco Giunta nel luglio del 1920, in realtà sarebbe stato dato alle fiamme … dagli sloveni.

Non c’è limite allo scempio. Ma questa iniziativa, ospitata in una sala pubblica e pubblicizzata dalle locandine fatte pubblicare dal Comune, è proprio paradossale: il 13 luglio prossimo, a cento anni esatti dall’incendio, alla presenza del nostro presidente della Repubblica Mattarella e del presidente Sloveno Borut Pahor si terrà la cerimonia di restituzione alla comunità slovena dell’edificio, per diritto di proprietà e per correttezza storica «viste le ottime relazioni bilaterali ed i forti legami sul piano politico economico e culturale e le amichevoli relazioni contraddistinte da un elevato livello di cooperazione», come recita il comunicato ufficiale.

EFFETTIVAMENTE È da un bel po’ che a questo confine orientale d’Italia sarebbe il caso di prestare attenzione perché vien da pensare che c’è qualcuno che rimesta nel torbido.

* Fonte: Marinella Salvi,  il manifesto

Memoria e ricordo . La contestazione al seminario organizzato dall’Anpi esprime in modo visibile l’emersione di un fenomeno che le «politiche memoriali», organizzate attorno all’istituzione di leggi ad hoc finalizzate all’uso pubblico della storia, hanno finito progressivamente per alimentare fino alla sua tracimazione nel discorso pubblico

Si è tenuto ieri un seminario, presso la Sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato della Repubblica, con storici di rigore e professionalità, riconosciuti a livello nazionale e internazionale.

Come Giovanni De Luna, Franco Ceccotti e Anna Maria Vinci e Marta Verginella, e che, per il solo motivo di essersi svolto, è stato «contestato» da esponenti dell’estrema destra italiana che lo hanno definito «un oltraggio agli esuli istriani e dalmati infoibati vittime dell’odio comunista» ed un’iniziativa «dal chiaro obbiettivo negazionista». L’episodio esprime in modo visibile l’emersione di un fenomeno che le «politiche memoriali», organizzate attorno all’istituzione di leggi ad hoc finalizzate all’uso pubblico della storia, hanno finito progressivamente per alimentare fino alla sua tracimazione nel discorso pubblico: il populismo storico. Esso ha progressivamente preso corpo in tutte le società democratiche del continente, ne è esempio la Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre scorso sui totalitarismi, e rappresenta il superamento del revisionismo e una sua manifestazione a base «di massa», cioè non più chiusa entro il solo perimetro del dibattito storiografico o pubblico-divulgativo. Sul piano della comunicazione nella società il populismo storico è organizzato su una reciprocità dialettica con ciò che si definisce «senso comune». Il suo impatto mediatico e la diffusione dei suoi rovesciamenti storiografici si alimentano della capacità di «ritorno» che questi ultimi producono sull’opinione pubblica, trasformata in fonte di forza e ispirazione per spinte, sempre più oltranziste, verso il ribaltamento del senso della storia.

Presentato dai suoi animatori come espressione di novità e liberazione antidogmatica dalla cosiddetta «storia ufficiale» (vale a dire dall’esercizio metodologico della disciplina e dalla trasmissione del sapere scientifico) il populismo storico ricava le proprie istanze dall’uso del più vecchio e consunto degli armamentari ideologici quello della negazione, dell’autoassoluzione e della memoria selettiva. In questo quadro la «complessa vicenda del confine orientale» richiamata nell’articolo 1 della stessa legge istitutiva del giorno del ricordo viene sistematicamente elusa dal dibattito pubblico. Sono in questo modo cancellati dalla memoria nazionale «il fascismo di frontiera» (lo squadrismo delle camice nere contro le popolazioni jugoslave prima della marcia su Roma), la guerra di aggressione scatenata dal regime di Mussolini il 6 aprile 1941; i crimini di guerra contro civili e partigiani compiuti dalle truppe del regio esercito e dalle milizie fasciste in Jugoslavia; l’impunità garantita alle migliaia di «presunti» criminali di guerra inseriti nelle liste delle Nazioni Unite per essere processati in una «Norimberga italiana» mai celebrata in ragione degli equilibri geopolitici della «Guerra Fredda». Correlata a questo si porrebbe anche la questione della «continuità dello Stato» nel quadro della transizione dal nazifascismo alla democrazia in Italia, nonché la scabrosa vicenda dei risarcimenti, dovuti e non pagati, ai familiari delle vittime delle stragi nazifasciste in Europa.

La strumentalizzazione che la destra politica compie attorno alla vicenda delle foibe riassume i caratteri nazionali di un Paese che non avendo fatto i conti col proprio passato cerca di superarlo riscrivendolo. La contestazione dei «populisti storici» agli storici, e alla storia stessa, si incardina così in quello «spirito dei tempi» che la società contemporanea si trova a vivere oggi, nel pieno di una delle sue crisi più profonde.

La funzione della storia rimane quella di organizzare un «orizzonte di senso» rispetto al tempo trascorso attraverso il metodo scientifico ovvero un processo in grado di comporre una relazione di significati il più possibile precisa che connetta le vite diverse di generazioni di persone, popoli e società. La storia, in sostanza, non solo spiega da dove veniamo e rende visibili le radici d’origine ed i processi d’impianto delle nostre società ma soprattutto ci mostra le ragioni e gli sviluppi attraverso cui siamo diventati ciò che siamo, nel bene e nel male.

Enucleata dall’onere specifico e dirimente di offrire una «resa di complessità» la storia finisce per essere rappresentata attraverso forme monodimensionali o retorico-celebrative che ne impoveriscono il portato culturale o la trasfigurano in strumento propagandistico della debole politica dei giorni nostri come forma di regolazione e controllo selettivo della memoria collettiva, finalizzato al governo del presente. Su questo terreno diviene indispensabile la resistenza della cultura e delle coscienze.

* Fonte: Davide Conti, il manifesto

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