Revisionismo storico

La risoluzione del Parlamento europeo, fondata sulla equiparazione tra nazifascismo e comunismo, rappresenta insieme un mostro storico e una bestialità politica. Ma è anche una clamorosa conferma della superfluità “esistenziale” di questo organismo.

Se davvero si vuole una Europa unita, e se la si vuole come si dovrebbe, rifare a fundamentis, il Parlamento europeo sarà semplicemente da eliminare. Un gruppo di signori, godenti di privilegi, che hanno poco o nulla da fare nella vita, sono riusciti a formulare un testo basato su un modesto imparaticcio scolastico, senza capo né coda, un documento lunghissimo, farcito di premesse, di riferimenti interni alla legislazione eurounitaria, ma ahinoi, purtroppo, anche con una serie di ragguagli che pretendono di essere storici, ma sono un esempio di revisionismo ideologico all’ennesima potenza: insomma, il mai abbastanza vituperato «rovescismo», fase suprema del revisionismo, ed è il frutto finale di un lungo lavorio culturale, che dalle accademie è trapassato nel dibattito pubblico, tra giornalismo e politica professionistica.

Il rovescismo riesce a produrre esiti a cui il revisionismo tradizionale non ha avuto il coraggio di spingersi: questo documento è un esempio preclaro di questi esiti.

La linea di fondo, che il rovescismo ha raggiunto, e di cui in Italia abbiamo avuto numerose manifestazioni, è il rovesciamento della verità storica, sulla base di un equivoco parallelismo, che ha illustri precedenti nella filosofia politica, tra fascismo e comunismo, tra fascismo e antifascismo, tra partigiani e repubblichini (per concentrarsi sul nostro Paese): e questo sulla base della nefasta teoria delle memorie condivise, nel documento “europeo” riproposta al singolare, come fonte della “identità” del Continente, a cui l’organo legislativo di una sua parte, sebbene numerosa, pretende di sovrapporsi. L’Unione europea, sarà opportuno ricordare, non è l’Europa, e il Parlamento della Ue non esprime sentimenti, pensieri, sensibilità e, aggiungo, volontà, di alcune centinaia di milioni di cittadini e cittadine dei 27 Stati aderenti.

Ciò detto, la risoluzione, con temerario sprezzo della verità, attribuisce paritariamente la responsabilità della Seconda Guerra mondiale alla Germania nazista e alla Russia sovietica, e in particolare sarebbe la «conseguenza immediata» del Patto Ribbentrov-Molotov, e avendo sottolineato, di nuovo con un esempio di grottesca violenza alla realtà fattuale, che l’istanza unitaria nel Vecchio Continente nasce come risposta alla «tirannia nazista» e «all’espansione dei regimi totalitari e antidemocratici», si richiama alla legislazione di alcuni Paesi membri, che ha già provveduto a «vietare le ideologie comuniste e naziste», e invita gli Stati dell’Ue a prenderli ad esempio.

Curiosamente il documento di questi nuovi analfabeti della storia, usa l’espressione «revisionismo storico» per riferirsi esclusivamente al nazismo, e al progetto genocidario insito in esso, e presenta la posizione a cui si ispira come corretta e indubitabile, al punto da pretendere di diventare legge. E la proposta cui giunge questo mirabile esempio di menzogna storica, e insieme di miseria politica e di bassezza morale, quale è mai? La sollecitazione agli Stati membri a provvedere a condannare i «crimini dei regimi totalitari comunisti e dal regime nazista», e di conseguenza a «formulare una valutazione chiara», che traduca praticamente questa raccomandazione. Ossia, evitare la diffusione e la presenza e la circolazione nei relativi Paesi di ideologie e simboli che richiamino nazismo e comunismo.

Insomma, è una Europa polonizzata e magiarizzata e ucrainizzata: l’Europa che dimentica il ruolo fondamentale della Russia, a cui viene sì attribuito l’etichetta di Paese martire, ma non certo quello, confermato da ogni ricerca storica, di barriera al nazifascismo. E il documento, che pare ispirato direttamente da tedeschi polacchi e ungheresi, si apre a parole di dolce accoglienza nel seno della famiglia dell’Europa “democratica” dei Paesi liberatisi dal giogo sovietico. E, incredibilmente, si precisa: «adesione all’Ue e alla Nato», con una inaccettabile confusione di europeismo e atlantismo.

Ebbene, questo documento è stato approvato con i voti della destra di Orbán e soci, ma anche dei popolari e dei “socialisti”, ivi compresi gli esponenti del Pd. Che con questo atto ha segnato la sua definitiva fuoruscita dal campo della sinistra internazionale, ma altresì dal campo della decenza e della dignità.

* Fonte: Angelo d’Orsi, il manifesto

Le nostre date civili sono e restano altre, l’8 settembre del ’43 e il 25 aprile del ’45 (aggiungerei anche il 2 giugno del ’46)

E dunque il revanscismo avanza. Oggi 12 settembre, alle ore 12, a Trieste verrà inaugurata la contestata statua a D’Annunzio, nel centenario esatto dell’ingresso di Gabriele d’Annunzio a Fiume, alla testa di una banda di coloro che poi vennero chiamati «legionari». La Fondazione del Vittoriale degli Italiani, sotto la presidenza di Giordano Bruno Guerri, in accordo con l’amministrazione di destra della città di Trieste, incuranti delle proteste sono andati avanti.
Il connubio tra giornalisti con il vizio della storia e amministratori con il vizio della politica, gli uni e gli altri sotto le insegne della mistificazione e della banalizzazione, segnano un altro punto a favore del revisionismo.

ABBIAMO GIÀ PARLATO sul manifesto della mostra inaugurata qualche tempo fa, sempre sotto l’ovvia direzione di Guerri, che in quella occasione si era esibito in una cabarettistica conferenza pseudostorica.

La «storia» piace così, a certi amministratori. I quali, peraltro, non esitano a servirsi dello studioso di turno, meglio se si tratti di un dilettante, più che un professionista della ricerca, per portare acqua al mulino delle «ricadute turistiche» sui propri feudi. Il turismo, il commercio, conta almeno quanto, se non di più dell’ideologia. Che viene opportunamente conformata, per giustificare spese folli, iniziative culturalmente claudicanti, imprese politicamente pericolose come questo ritorno di fiamma per il dannunzianesimo politico. Gli amministratori triestini hanno un bell’insistere sul D’Annunzio letterato, ma celebrano l’ideologo, e se glielo si fa notare, replicano identificando l’avventura fiumana, vera chiave d’accesso all’eversione fascista di tre anni più tardi, nel carattere progressivo della Carta del Carnaro, ossia la Costituzione elaborata sostanzialmente da Alceste De Ambris, una interessante figura di anarco-sindacalista per Fiume (poi morto in esilio in Francia da antifascista), un confuso documento, peraltro mai reso concreto, tanto più che furono i nazionalisti, guidati da Giovanni Giuriati, a diventare gli sponsor della Fiume dannunziana, emarginando la componente anarcosindacalista.

PURTROPPO LA STORIA, nelle mani di amministratori e di mestieranti, può diventare un oggetto pericoloso. In una intervista al giornalista Stefano Lusa, l’assessore alla Cultura di Trieste riesce a fornire una serie di grottesche strampalerie, con un D’Annunzio campione liberale, maestro della libertà di pensiero, e Fiume faro che getta la sua luce rivoluzionaria sull’avvenire, sotto il segno dell’uguaglianza.

Una rivoluzione che «non tagliava le teste», «come quelle che si sono sviluppate dopo», bensì una rivoluzione «del pensiero e della cultura». E la Carta del Carnaro (che sarebbe stata una delle fonti di Giuseppe Bottai, nel 1927, per la sua Carta del lavoro!), diventa «un documento avveniristico», e ancora, «un atto illuminante che prospettava una civiltà del futuro».

E, dulcis in fundo, scopriamo che D’Annunzio è stato «un precursore di quello che dovrebbe essere un mondo migliore, una civiltà migliore, una democrazia migliore».

PER FORTUNA DELLA VERITÀ storica e della decenza politica non tutti si sono bevuti a Trieste queste favole, e in contemporanea all’inaugurazione della scultura, a Ronchi dei Legionari (che è stato già ribattezzata come Ronchi dei Partigiani!) hanno organizzato una contromanifestazione, ribadendo le ragioni del No, anche in concordanza con le reiterate prese di posizione del sindaco di Rijeka (Fiume), Vojko Obersnel, che invano ha protestato contro l’ondata di stolto revanscismo dalmata-giuliano. Nel documento diffuso dai gruppi triestini di «Resistenza storica» si ricorda il lascito nazionalista dannunziano-fiumano, che fu una delle grandi matrici del fascismo, persino, va detto, al di là del confuso pensiero politico del «Vate». La violenta «snazionalizzazione» di terre slave, la persecuzione della popolazione indigena, che avrebbe preparato gli orrori dell’occupazione della Jugoslavia nella Seconda guerra mondiale, e così via- E si ricorda che certamente il 12 settembre del ’19 non richiama una data da festeggiare, tutt’altro.

LE NOSTRE DATE CIVILI sono e restano altre, l’8 settembre del ’43 e il 25 aprile del ’45 (aggiungerei anche il 2 giugno del ’46). E che operazioni come quella messa in essere dall’amministrazione triestina con la volenterosa complicità del Vittoriale degli Italiani, sono culturalmente sbagliate e politicamente inquietanti.

Forse gli storici di mestiere qualche domanda dovrebbero porsela, sulla loro scarsa e lenta reattività rispetto all’uso e soprattutto all’abuso pubblico della storia, che produce mostricciattoli (in ogni senso) come la mostra su Fiume e il monumento a D’Annunzio.

O vogliamo aspettare inerti il prossimo passo? Magari la celebrazione del 28 ottobre 1922, quando un’altra marcia, quella su Roma, modellata sull’esempio dannunziano, portò al potere un certo Mussolini…

* Fonte: Angelo D’Orsi, il manifesto

Negli anni Novanta, quando giocava alla secessione, la Lega era solita sostituire i nomi delle vie che avevano riferimenti nazionali con quelli leghisti. Il più classico era la sostituzione di via Roma con via Padania o via Lega Lombarda.

Lo fecero anche a Erba, nel comasco, dove oggi la Lega «non più Nord», insieme a Forza Italia e liste civiche del sindaco, vorrebbe intitolare una via a un podestà fascista che collaborò con i nazisti e partecipò alla Repubblica Sociale Italiana: Alberto Airoldi. Tutto parte da un appello ospitato a inizio luglio dal quotidiano locale La Provincia dove l’autore, lo scenografo Ezio Frigerio, propone di intitolare una via al podestà fascista. Il motivo è culturale: Alberto Airoldi ha contribuito a fondare nel 1923 il teatro Licinium di Erba, ha animato la rivista Brianza e si è affermato come poeta brianzolo.

Ma per questi meriti Erba lo ha già omaggiato anni fa intitolandogli il cippo al teatro Licinium, un omaggio esclusivamente culturale. A nessuno era venuto in mente di celebrare in altro modo e in altri ambiti colui che fu sì un personaggio della cultura locale, ma soprattutto un fascista che collaborò coi nazisti nella persecuzione degli ebrei.

Dalle parole dell’appello ai fatti, la Lega e il resto del centrodestra hanno preso la palla al balzo e scritto una mozione che presenteranno il 15 luglio in consiglio comunale. «Il podestà Alberto Airoldi amava Erba e i suoi concittadini che ha sempre tutelato e difeso», ha detto il deputato leghista e consigliere comunale Eugenio Zoffili.

«Me l’hanno raccontato i nostri anziani e chi l’ha conosciuto di persona. Per la Lega non ci sono dubbi: è doveroso dedicargli una piazza della nostra città, ma anche organizzare incontri culturali e iniziative nelle nostre scuole per farlo conoscere ai nostri ragazzi. Chi a sinistra è contrario perché era fascista, o chi tentenna e fa il democristiano manca di rispetto a Erba che ricorda la sua storia per crescere forte nel futuro con l’esempio di persone come Alberto Airoldi di cui siamo tutti orgogliosi».

Tra gli anziani con cui Zoffili ha parlato non devono esserci stati gli anziani della famiglia Usiglio o delle altre di origine ebraica segnalate da Airoldi al ministero degli Interni fascista. «Al di là delle sue posizioni e delle sue scelte politiche, Airoldi è stato il protagonista indiscusso di una stagione esaltante di rinascita culturale per la città», ha detto la vicesindaca leghista Erica Rivolta.

Il podestà applicò le leggi razziali in modo scrupoloso e secondo alcune ricostruzioni si spinse anche oltre. A Radio Popolare Manuel Guzzone dell’Anpi di Como, che ha studiato la figura di Airoldi, ha raccontato che nel 1939 il podestà scrisse un opuscolo dal titolo «Elenco di cognomi ebraici», dove elencò famiglie ebraiche del territorio comasco fuori dai confini del comune di sua competenza, Erba.

«In un certo senso aiutò chi venne dopo di lui, i nazisti, nei rastrellamenti. Molte di quelle famiglie avevano lasciato Milano per oltrepassare il confine comasco verso la Svizzera. Lui non solo approvò le leggi razziali, ma diede un ulteriore aiuto ai nazisti indicando le famiglie ebraiche del territorio».

Fu coinvolto nel processo al Primo partigiano della resistenza brianzola Giancarlo Puecher, fucilato il 23 dicembre 1943 a Erba. «Il ruolo di Airoldi fu determinate – racconta Guzzon – C’è un ulteriore particolare che risuona particolarmente inopportuno. La via che cambierà di nome dovrebbe essere un tratto di via Crotto Rosa, la stessa dove al civico 5 aveva vissuto per un periodo un componente della famiglia Usiglio, una delle famiglie ebraiche di Erba segnalate da Airoldi».

La mozione che arriverà in consiglio comunale il 15 luglio è sostenuta da Lega, Forza Italia, lista civica Il Buonsenso e lista civica del sindaco Veronica Airoldi, nipote del podestà: un grande omaggio al nonno.
Nel comune comasco, a solida maggioranza di destra, in tanti non ci stanno e lunedì manifesteranno dalle ore 20 fuori dal consiglio comunale.

«Le adesioni stanno crescendo», dicono dall’Anpi di Monguzzo. Ci saranno Cgil, Cisl, Uil e delegazioni da alcune fabbriche del territorio, come il cementificio Holcim.

E poi il Pd, Rifondazione, Sinistra italiana e una ventina di associazioni. «Non è sufficiente esibire meriti culturali per cancellare una macchia indelebile come la complicità attiva nel regime fascista; persino Hermann Goering, numero due del nazismo, aveva meriti culturali ed era uno dei più grandi collezionisti d’arte, ma nessuno in Germania si sognerebbe mai di intitolargli una via», scrive l’Anpi nell’appello. Una piccola storia locale, un podestà a cui verrà intitolata una via, ma che racconta come avviene la normalizzazione del fascismo.

* Fonte: Roberto Maggioni, IL MANIFESTO

Ecco un altro Signor Nessuno giunto ai disonori della cronaca, stavolta a Vicenza, comune in mano ad una Giunta di destra (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e liste civiche). Il cui vice-sindaco, Matteo Tosetto (professione immobiliarista), ha avuto il becco di raccontare in una conferenza stampa le motivazioni con cui l’Amministrazione della città ha deciso di cambiare una lapide commemorativa di uno dei peggiori eccidi nazisti in Italia.
Ebbene, a leggerle c’è davvero da rimanere di stucco, davanti a tanta ignoranza, tanta protervia e tanta stupida insolenza. Dunque lo zelante amministratore, ha spiegato che l’intervento lapideo relativo ai fatti del 9 novembre 1944, è stata fatto in nome della «memoria condivisa». Si è trattato di una semplice «correzione» del testo della lapide, dove sono scomparse due parole significative: «nazifascisti», ossia gli autori della strage (sostituiti da un pudico «truppe di occupazione»!), e «Resistenza», eliminata come parola eretica ed evitanda, sostituita con quella che è apparsa più tollerabile (a mala pena, ritengo) di «Costituzione». Ma avremmo oggi l’una, la Carta costituzionale, senza ciò che chiamiamo «Resistenza», ossia l’azione di uomini e donne tra il ’43 e il 45, si batterono contro i nazifascisti?

Il sindaco, Vincenzo Rucco, confermando le parole del suo vice, ha aggiunto che l’operazione è stata compiuta «nel rispetto di tutte le vittime», anche quelle dell’altra parte, insomma. Non ha spiegato però quali siano state le vittime dell’altra parte, e non avrebbe potuto in quanto non vi furono. Quel 9 novembre un’azione partigiana aveva fatto saltare un ponte sulla ferrovia che serviva al trasporto di truppe germaniche: un attentato utile alla causa della Resistenza, che non produsse vittima alcuna, tra tedeschi e repubblichini, ma ne scatenò la vendetta: dieci giovani e giovinetti, partigiani o sospetti partigiani, detenuti nel carcere padovano, furono fucilati per rappresaglia.

Atteggiandosi a filosofo liberale, il succitato vice-sindaco, venditore di case, ha sentenziato: «Non ci accapigliamo su chi abbia più titolo per parlare di libertà, che invece ha un valore assoluto». Dimenticando che la libertà ce l’hanno data proprio quei dieci ragazzi, e le centinaia di migliaia di italiani che come loro hanno gettato le loro vite su di un piatto della bilancia della storia, coscienti dei rischi che correvano, mentre sull’altro c’era appunto il valore della libertà. Che evidentemente a quegli «sconsiderati» doveva apparire un bene più importante delle stesse loro vite. E dall’altra parte, accanto alle «truppe di occupazione» operavano, sovente coprendosi il volto onde evitare che i compaesani li riconoscessero, gli adepti della Rsi, fascisti italiani che agivano di concerto con i tedeschi nazisti.

Oggi, Vicenza, il cui territorio molto ha dato alla lotta di Liberazione, con un gesto maramaldesco, ad opera della maggioranza che guida il Comune, dà un colpo di spugna sui fatti, sulle vittime, sui carnefici, tutto annegando nella ineffabile memoria condivisa. I guasti prodotti dal revisionismo storiografico, precipitato via via dai De Felice ai Pansa, in un processo inquietante, si stanno manifestando giorno dopo giorno, ovunque. Abbiamo commentato su queste pagine, solo pochi giorni fa, la proposta di sostituire al 25 Aprile (e al 2 Giugno), il 4 Novembre, una ricorrenza «nazionale» che sarebbe appunto da considerare «condivisa», mentre quelle date che hanno segnato le tappe della storia della Nuova Italia, sarebbero «divisive».

I segnali in questa stessa direzione sono innumerevoli. Oltre all’Anpi (da cui è arrivata una immediata reazione in sede locale: attendiamo quella nazionale), il mondo intellettuale, in particolare la comunità degli storici, non ha nulla da obiettare? Non siamo forse giunti ai segnali di una inaccettabile «riscrittura» della storia?

* Fonte: Angelo d’Orsi, IL MANIFESTO

Il revisionismo ha compiuto una lunga marcia, a partire dagli anni Sessanta, tra Francia, Germania, Italia, essenzialmente. In Italia ha riscosso notevole fortuna, e ha riguardato essenzialmente la vicenda del comunismo e del fascismo: alla squalificazione del primo, ha corrisposto, in contemporanea, il recupero del secondo.

Il processo ricevé una formidabile accelerazione con «la caduta del Muro», e l’immediata sentenza di morte autoinflittasi dal Partito comunista, quando si accettò non soltanto il terreno dell’avversario ma la sua tesi di fondo: la intima natura maligna, del comunismo.

Tale revisionismo estremistico toccò punte clamorose dopo l’avvento di Berlusconi, e lo «sdoganamento» della destra «postfascista» e il suo ingresso in area governativa.

Il giudizio riduttivo sulla Resistenza, la banalizzazione e la successiva demonizzazione del partigianato, in specie comunista, l’equiparazione tra repubblichini e combattenti per la libertà, la retorica della memoria condivisa, e così via, condussero alla celebrazione del «sangue dei vinti».

Il revisionismo giungeva così alla sua fase estrema, il «rovescismo». E qui si pone la «questione foibe», lanciata da un programma televisivo nei primi anni ‘90.

Una vicenda drammatica della storia dell’Europa che tentava di risollevarsi dalla catastrofe della guerra scatenata dal nazifascismo, finiva in show ma, nella disattenzione degli apparati culturali della democrazia, generava rilevanti esiti politici e persino giuridici.

Da capitolo della storia la foiba diventava un marchio propagandistico: il luogo, il simbolo, la bandiera da agitare in ogni situazione, come in passato si fece con l’Ungheria del 1956, o la Cecoslovacchia del 1968. La foiba fu il nome del martirio subìto da centinaia, migliaia, decine di migliaia (l’andamento delle cifre è grottesco) di italiani «colpevoli solo di essere italiani».

Non si vuole sottovalutare la questione dell’esodo forzoso dei connazionali dalle terre del Nord-Est, che comunque va tenuta distinta da quella delle foibe.

In passato, studiosi come Enzo Collotti e Giovanni Miccoli ci misero in guardia però dalla necessità di non sottovalutare il nesso tra foibe e risposta ai crimini del fascismo. Ma già da allora apparve difficile opporsi all’«operazione foibe». La foiba diventò un tabù: l’invito a riconsiderare scientificamente il problema veniva bollato con l’etichetta di «negazionismo».

E nelle foibe venivano affossate le colpe della nazione italiana, che anzi ne usciva con una sorta di lavacro che le restituiva l’innocenza. La foiba diventava, al contrario, il trionfale verdetto sulle irredimibili colpe del comunismo.

La storia, invece, che ci dice? Che il 1945, con le sue tragedie e le sue atrocità, fu la conseguenza di una politica italiana all’insegna di un razzismo antislavo (la «barbarie» di quella gente), fin dalla stessa origine del Regno dei serbocroati e degli sloveni, verso la fine della Grande guerra.

Nell’Italia dannunziana la «Vittoria mutilata», l’impresa fiumana, furono base culturale dell’ondata antislava, che giunto Mussolini al potere, sedimentò nella pretesa di sottoporre la Jugoslavia al «protettivo» controllo italiano, tanto meglio se si fosse potuto frammentare l’unità di quei popoli faticosamente raggiunta.

Il fascismo non arretrò davanti alla pulizia etnica, che nella Seconda guerra assunse le tinte fosche di una violenza inaudita, nella quale gli italiani fascisti non furono inferiori ai tedeschi nazisti. Noi fingiamo di dimenticarlo, o semplicemente lo ignoriamo; ma come si poteva pretendere che quei popoli dimenticassero?

Le foibe, di cui si è volutamente e grottescamente esagerato numero e portata, sono la risposta jugoslava: e i primi a servirsi di quelle cavità per i «nemici» peraltro furono gli italiani. E il più delle volte erano tombe naturali in cui in guerra si dava sepoltura ai morti, sia le vittime di combattimenti, sia persone giustiziate, accusate di crimini di guerra: in quella situazione vi furono probabilmente anche innocenti infoibati. Ma ridurre tutta la vicenda a questo è esempio di profonda disonestà intellettuale e di un pesante uso politico della storia, tanto meglio se i fatti vengono direttamente «adattati» all’obiettivo perseguito.

Che fu più chiaro, con l’istituzione, nel marzo 2004 (II governo Berlusconi), con voto condiviso dal centrosinistra, di una legge istitutiva del «Giorno del ricordo» («dell’esodo degli italiani dalle terre dalmato-giuliane dei “martiri delle foibe”»).

Sabato 10 febbraio ne discutiamo in un convegno a Torino.

In proposito mi limito qui a ricordare quanto scrisse un testimone d’eccezione, Boris Pahor, che giudicò che quella legge «monca, unilaterale, parla del ricordo italiano, tralascia il ricordo altrui», ossia della parte jugoslava, specificamente slovena, che ha subìto un’ampia gamma di crimini e nefandezze da parte italiana.

FONTE: Angelo d’Orsi, IL MANIFESTO

Aveva incominciato con la damnatio del «passato regime comunista», prosegue oggi con questo ultra-revisionismo «rovescistico»

Sicché è ufficiale: il Senato polacco ha approvato in via definitiva la legge 104, che punisce chi osi sostenere una qualche complicità o connivenza di cittadini e gruppi e istituzioni della Polonia con il Terzo Reich.

Come foglia di fico la legge (che peraltro attende la firma del presidente della Repubblica Duda), concede libertà di parola in ambito «accademico e artistico», lasciando nell’indeterminato entrambi. La Polonia avanza a grandi passi sulla strada del rifiuto della storia: aveva incominciato con la damnatio del «passato regime comunista», come una intollerabile macchia rossa sulla candida veste di un paese di immacolata purezza; un percorso che comprende atti punitivi retroattivi verso chi abbia avuto a che fare con quella Polonia (se davvero si volesse procedere quanti polacchi si salverebbero?). Negli scorsi decenni, specie sull’onda del «santo papa», il polacco Wojtyla, è emerso un rancido nazionalismo, una pesante intolleranza antimoderna, un asfissiante cattolicesimo oltranzista. Basti pensare alla reintroduzione del «Catechismo del bambino polacco», giustamente cancellato nella stagione socialista, e ora ritornato sui banchi delle scuole primarie: un indigesto e pericoloso centone di luoghi comuni cattolico-sciovinisti.

La legge, espressione di un ultra-revisionismo, sicuramente caratterizzabile come «rovescistico», presenta inquietanti elementi di carattere etnico: in realtà si riprende un’idea niente affatto nuova, tante volte circolata nei discorsi dei potenti, ossia, come ha scritto Moni Ovadia su queste pagine, il «concetto fondamentale di ontologica innocenza della propria gente. I colpevoli sono sempre gli altri». Infatti, i polacchi, mentre si dichiarano orgogliosamente estranei a ogni collaborazionismo con i tedeschi occupanti se la prendono, ex post, con gli ucraini. Fermo restando la complicità di questi con i nazisti, le cose in realtà sono un po’ più complesse e il collaborazionismo trovò ampio riscontro in un paese in cui il virus antisemita era ben operante e tuttora niente affatto spento. E suona grottesca la reazione del governo israeliano, subito spalleggiato dall’Amministrazione Usa, che tuona contro quello polacco, accusandolo del crimine di negazionismo, dopo che finora si era palesata una incredibile alleanza di fatto tra i due governi, con reciproco sostegno: contro i palestinesi, per quello israeliano, contro i comunisti (passati presenti e futuri), per quello polacco.

Siamo davvero in una brutta temperie. Sono tempi bui per la verità storica. Svilita, ridotta a opinione, persino negata nella sua stessa possibilità di esistere. Il postmodernismo culturale sta procedendo come un gentile rullo compressore. Gli storici vengono espunti dal dibattito pubblico, proprio quando vi sarebbe bisogno di una loro presenza forte, in difesa della scienza di Clio: essa, la Storia, prima è stata derubricata a doxa, dal pervasivo incedere dei media secondo l’immarcescibile modello Porta a Porta (ossia: «questa è la sua opinione, caro signore», dove il signore di turno è uno studioso titolato con decenni di lavoro di ricerca alle spalle, la cui «opinione» viene messa a confronto con quella dell’ospite di turno che immancabilmente esordisce: «non ne so nulla, ma penso che…»).

Poi la storia è divenuta campo di scorrerie di politici i quali pretendono di stabilire, con leggi apposite, quali debbano essere le «verità» concesse, quelle negate, quella improferibili, e quelle al contrario meritevoli di essere affermate, codice penale e leggi dello Stato alla mano, quali verità ufficiali. Le scellerate posizioni dei negazionisti, ossia di coloro che hanno preteso negare l’orrore sterminazionista dei lager nazisti, invece che a una robusta risposta corale, sul piano scientifico e culturale, hanno prodotto una pericolosa risposta giuridico-penalistica. Sempre di più di qua e di là dell’Atlantico sono i Parlamenti a decidere i limiti della libertà di ricerca e di dibattito, e si affermano grottesche, asserite «verità di Stato», che nulla hanno a che fare con la verità della storia, ma sono mere espressioni di rapporti di forza. Mentre i dirigenti israeliani minacciano sfracelli contro i colleghi polacchi, il parlamento di Tel Aviv sta approvando a sua volta una incredibile legge liberticida che punisce con pesanti pene detentive chi neghi o «minimizzi» la Shoah. E nel dibattito interno si arriva ad accusare i palestinesi di complicità con il nazismo, mentre si nega il loro status di vittime di una occupazione coloniale, e di una quotidiana oppressione.

FONTE: Angelo d’Orsi, IL MANIFESTO

ZAGABRIA. Da qualche giorno Zagabria non ha più Piazza maresciallo Tito che esisteva dal 1946, subito dopo la liberazione da parte dei partigiani. Dopo una lunga seduta del Consiglio comunale conclusa all’una di notte, su proposta e per volontà dell’estrema destra, il nome di Tito è stato tolto dalla seconda piazza più grande della capitale.
La cancellazione era annunciata da due mesi, da quando il partito neoustascia di Zlatko Hasanbegovic, ex ministro della cultura nella scorsa legislatura dei nazionalisti dell’Hdz, ha posto come conditio sine qua non per l’ appoggio alla giunta del sindaco uscente ed entrante Milan Bandic, il cambiamento del nome della piazza. Bandic allora, ha deciso di intitolarla alla «Repubblica di Croazia», nonostante le manifestazioni di protesta e il parere contrario della Circoscrizione.

MA «PIAZZA della Repubblica» è un nome mutuato da un’altra storia: è esistita a Zagabria fino al 1990, cioè quando la piazza principale è stata ridedicata al Bano Jelacic, il cerbero sanguinario delle rivoluzioni del 1848 a servizio degli Asburgo. Così, dopo 27 anni, non si vede la fine del revisionismo storico iniziato da Tudjman negli anni ‘90. La falsificazione della storia da lui inaugurata sotto la copertura dell’ideologia della «pacificazione nazionale», in realtà non è stata che un modo per eguagliare le vittime del regime ustascia ai propri carnefici.

In Croazia, questo stratagemma preso dall’arsenale ideologico del Caudillo di Spagna, nella recente ondata di populismo neofascista dell’Europa dell’Est, è entrato in una nuova fase, ancora più radicale. Se negli anni ‘90 sono scomparse vie e piazze dedicate alle Brigate partigiane e proletarie, con Hasanbegovic, probabile assessore alla cultura, rischiano di scomparire anche quelle che indirettamente rimandano allo jugoslavismo, di tradizione liberale o, non sia mai, al socialismo.

Insomma, secondo la vecchia ricetta ustascia – i fascisti croati di Ante Pavelic al seguito di Hitler e Mussolini – i nemici non sono solo i comunisti, ma anche i liberali filojugoslavi, i serbi e gli ebrei. Infatti, Hasanbegovic non ha problemi nel difendere l’Handžar division, la divisione musulmana delle SS che collaborò con Hitler in Jugoslavia. Per capire di più il «teatrino» nel Consiglio e i traffici tra Bandic e Hasanbegovic, ne parlo con Mate Kapovic, un giovane professore di linguistica dell’Ateneo di Zagabria, consigliere comunale del partito RF (Fronte operaio). Infatti, se c’è qualcosa di positivo nelle recenti elezioni comunali, è che per la prima volta dal 1990, sono stati eletti quattro consiglieri veramente di sinistra.

SEDUTI NEL BAR del Teatro Nazionale sulla piazza che sta per cambiare il nome, gli chiedo di quell’assemblea. «È stata una discussione assurda, la destra estrema non ha quasi partecipato al dibattito, né ha difeso le sue posizioni». E allora, l’ accanimento contro il nome di una piazza? «L’estrema destra che ha promosso questo cambiamento si caratterizza per quello che chiamerei culturfascismo, cioè loro non vogliono, almeno in questa fase, mobilitare le masse direttamente, ma ottenere i loro scopi con guerre pseudoculturali».

Così la guerra contro Tito e il socialismo torna di nuovo in primo piano. «La ragione è semplice – risponde – L’attacco della destra a Tito è in realtà un attacco simbolico all’eredità della Federazione jugoslava, al socialismo e ai suoi successi.

È una battaglia decisiva per la destra, deve distogliere l’attenzione dal disastro sociale croato. Con il Pil più basso che negli anni ’80 e gli stipendi reali più bassi di 40 anni fa. Inoltre, negli ultimi 27 anni è stata distrutta la sanità pubblica e anche la scuola e sono stati cancellati i diritti dei lavoratori. In sintesi, la battaglia simbolica sul passato, rappresenta la lotta ideologica per il presente e il futuro». Intanto il sindaco Bandic regala ingenti somme alla Chiesa cattolica. «Gli edifici della Chiesa – dice Mate Kapovic – sono i principali beneficiari del programma di donazioni per i lavori pubblici. Si tratta di migliaia di euro dei contribuenti, con cui si fanno lavori per la chiesa. È impossibile capire esattamente quanti, poiché queste spese non sono indicate in modo trasparente nel bilancio».

DUNQUE LA MORTE dell’ideologia è solo una storiella menzognera, mentre il patriottismo è l’ultima risorsa dei farabutti nazionalisti che abusano della revisione della Storia. Così, mentre Bandic, assieme ai neofascisti, cancella dagli spazi pubblici ogni riferimento alla lotta antifascista, falsando il rapporto tra comunismo e antifascismo, il Governo da mesi non ha il coraggio di togliere una lapide commemorativa all’Hos (la forza paramilitare fascista degli anni ‘90), messa abusivamente a Jasenovac, l’«Auschwitz croata», che contiene il saluto nazifascista degli ustascia, vietato dalla legge.

FONTE: Luka Bogdanic, IL MANIFESTO

ROMA «Non ci vedo nulla di scandaloso e di politico. Sto semplicemente facendo per Filettino un parco per i bambini». Paolo De Meis, primo cittadino di Filettino, non si scompone nonostante abbia appena ricevuto un finanziamento di 285 mila euro da parte della Regione Lazio per la ristrutturazione di un parco intitolato al «maresciallo d’Italia» Rodolfo Graziani, personaggio di spicco del regime mussoliano.

Sindaco, scherza o sostiene per davvero che non sia almeno discutibile dedicare un parco a un fascista?

«Non sta succedendo nulla di grave, si sta semplicemente sollevando un polverone inutile per riempire le pagine dei giornali. Io non c’entro niente con il fascismo. Sono tutte stupidaggini».

Però il parco ricorda Rodolfo Graziani, simbolo del ventennio.

«Sono sempre stato di sinistra. Ho seguito tutto il percorso che dal Pci ha condotto al Pd. Salvo poi candidarmi nel 2013 con una lista di civica ma collocata nel centrosinistra. Resto dunque un uomo di sinistra».

Non sarebbe opportuno cambiare nome a questo spazio dedicato ai bambini?

«Io certamente non avrei dato quel nome. Mi sono informato. Quel parco venne dedicato a Rodolfo Graziani nel 1938. A quei tempi c’era il podestà Domenico Pontesilli. Siamo nel periodo fascista. Però mi faccia dire una cosa».

Cosa?

«Io non sto dedicando un mausoleo o una tomba a un simbolo del fascismo. Non sto organizzando una manifestazione in ricordo di Graziani. Non faccio apologia del fascismo».

E allora cosa fa?

«Sto cercando di ristrutturare un parco che sarà tutto per i bambini di Filettino e che sarà disponibile entro la fine del mese».

I bambini però leggeranno sulla targa il nome di Rodolfo Graziani e si domanderanno chi è.

«Non si può cancellare la storia d’Italia con un tratto di penna. Questa persona è esistita. I bimbi troveranno quel nome, ma non ci sarà scritto né eroe né maresciallo d’Italia».

FONTE: Giuseppe Alberto Falci, CORRIERE DELLA SERA

Anno dopo anno lo slogan più ripetuto per la manifestazione del 25 Aprile, festa della Liberazione, è stato «ora e sempre Resistenza». Non è solo e tanto un afflato enfatico per sentirsi parte di un evento a cui la grande maggioranza di chi sfila oggi non partecipò.

Quelle parole hanno un valore ed un peso precisi: impegnano le generazioni a venire a battersi contro ogni oppressione, contro ogni tirannia sotto qualunque cielo essa si manifesti e operi mettendo genti e uomini gli uni contro gli altri. La lotta antifascista fu fenomeno italiano, europeo, ma anche extraeuropeo. La cultura germinata dell’impegno militante ed ideale delle Resistenze ha generato una Weltanschauung da cui è uscita una nuova umanità che ha voluto riconoscersi come integra, titolare di diritti universali per ogni essere umano. La vittoria contro la barbarie nazifascista ha fatto fiorire alcune scritture sacrali pur nella loro originaria laicità. Fra queste ci sono la Costituzione della Repubblica Italiana e la Carta dei diritti universali dell’Uomo.

MA A DISPETTO DI QUESTO immenso patrimonio che delinea un mondo di pace e di uguaglianza, vi sono importanti movimenti che profondono intense energie per restituire legittimità alle ideologie dell’odio, del razzismo, della xenofobia, magari con il pretesto di tributare onore a combattenti caduti in guerra, spesso sotto la compiaciuta indifferenza di istituzioni ed autorità di paesi che si vogliono orgogliosamente democratici. La giustificazione a tale invereconda ipocrisia sarebbe che i morti sono uguali. I morti caduti per servizio nel portare guerre, stermìni, deportazioni, schiavismo, secondo questi becchini sarebbero uguali ai caduti per la libertà. Ma non sono solo i nostalgici o i cultori dei fascismi a cercare di corrompere il senso autentico dell’antifascismo, negli ultimi lustri ci si sono messi revisionismi a vario titolo che senza avere il coraggio di negare i fondamenti della Resistenza hanno fatto di tutto per infangarne memoria e magistero. Ma negli anni più recenti un nuovo fenomeno sta mettendo a rischio il valore integro dell’antifascismo e del suo ammaestramento. Alcuni esponenti della sinistra moderata, in occasione dell’ultimo referendum per la riforma Renzi-Boschi della Costituzione sostenitori del sì, hanno rivendicato di essere gli autentici eredi dei partigiani e hanno accusato i sostenitori del no (segnatamente l’Anpi) di avere pervertito l’eredità dei partigiani veri (sic!). Lo stesso a loro modo hanno fatto esponenti istituzionali delle comunità ebraiche, in particolare quella romana, rifiutandosi di partecipare alla sfilata ufficiale di cui dovrebbero fare parte per definizione, rivolgendo a chi permette ad esponenti del popolo palestinese di partecipare alla manifestazione del 25 Aprile con la propria bandiera di tradire l’autenticità della giornata della Liberazione.

AFFERMANDO CHE quella bandiera richiama il Gran Muftì di Gerusalemme che fu in carica per un breve periodo nel tempo della II guerra mondiale e che era filonazista (Una provocazione. Magari tacendo il legame profondo e ben più recente tra Stato d’Israele e il regime razzista dell’apartheid in Sudafrica). I dirigenti del Pd romano quest’anno, sospettiamo per ritorsione al no dell’Anpi in occasione del Referendum costituzionale, hanno scelto di aderire alla protesta dei leader comunitari degli ebrei romani. Con tale decisione il Pd romano ratifica il giudizio che i rappresentanti del popolo palestinese siano solo gli «eredi» del Gran Muftì filonazista di Gerusalemme di 80 anni fa e non i figli di un popolo oppresso che vive sotto occupazione militare da 50 anni.

IO CHE CREDO profondamente alle parole «ora e sempre Resistenza», nell’intento di fare rinsavire Matteo Orfini e i suoi mi servirò delle parole pronunciate all’assemblea delle Nazioni Unite il 16 ottobre 2016 da Hagai El-Ad, direttore esecutivo del gruppo israeliano per i diritti umani Bet’Tselem:

«Ho parlato alle Nazioni Unite contro l’occupazione perché sono israeliano. Non ho un altro Paese. Non ho un’altra cittadinanza né un altro futuro. Sono nato e cresciuto qui e qui sarò sepolto: mi sta a cuore il destino di questo luogo, il destino del suo popolo e il suo destino politico, che è anche il mio. E alla luce di tutti questi legami, l’occupazione è un disastro. (…)Ho parlato alle Nazioni Unite contro l’occupazione perché i miei colleghi di B’Tselem ed io, dopo così tanti anni di lavoro, siamo arrivati ad una serie di conclusioni. Eccone una: la situazione non cambierà se il mondo non interviene. Sospetto che anche il nostro arrogante governo lo sappia, per cui è impegnato a seminare la paura contro un simile intervento. (…) Non ci sono possibilità che la società israeliana, di sua spontanea volontà e senza alcun aiuto, metta fine all’incubo. Troppi meccanismi nascondono la violenza che mettiamo in atto per controllare i palestinesi. (…) Non capisco cosa il governo voglia che facciano i palestinesi. Abbiamo dominato la loro vita per circa 50 anni, abbiamo fatto a pezzi la loro terra. Noi esercitiamo il potere militare e burocratico con grande successo e stiamo bene con noi stessi e con il mondo. Cosa dovrebbero fare i palestinesi? Se osano fare manifestazioni, è terrorismo di massa. Se chiedono sanzioni, è terrorismo economico. Se usano mezzi legali, è terrorismo giudiziario. Se si rivolgono alle Nazioni Unite, è terrorismo diplomatico. Risulta che qualunque cosa faccia un palestinese, a parte alzarsi la mattina e dire “Grazie, Raiss” – “Grazie, padrone” – è terrorismo. Cosa vuole il governo, una lettera di resa o che i palestinesi spariscano? Non possono sparire».

È VERO, i palestinesi non possono sparire e hanno la piena titolarità per rivendicare i loro diritti, ovunque. E la loro liberazione ci riguarda.

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Rovina o museo della memoria? Continuano a dividere le sorti del Memoriale italiano ad Auschwitz ed il suo trasferimento l’anno scorso, dalla fredda Polonia all’Auditorium Ex3 di Gavinana  a Firenze. Da una parte la proprietà ovvero l’Aned (Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti) che assieme al Comune di Firenze e la Regione Toscana, nell’ex auditorium fiorentino hanno in progetto di realizzare un Museo della memoria. Dall’altra l’accademico di Brera prof. Sandro Scarrocchia che senza mezzi termini indica lo spostamento come la rovina della memoria. Che le esigenze della memoria e le forze che le formano siano tutt’altro che statiche, lo dimostra proprio il Memoriale. Quando venne realizzato nel 1980, simbolo in Auschwitz della memoria italiana della deportazione e dello sterminio, i contorni della narrazione italiana corrispondevano con le esigenze di quella polacca e si caratterizzavano per uno spirito di fratellanza politica e ideologica. Anche oggi le due narrative nazionali concordano ma questa volta per la sua chiusura. Entrambe ritengono inopportuni infatti ( in Polonia sono considerati fuori legge) i richiami artistici al comunismo quali il volto di Gramsci, la falce e il martello, l’Armata Rossa volutamente inseriti nel memoriale realizzato dallo scrittore Primo Levi, sopravvissuto di Auschwitz, Lodovico Belgiojoso, architetto e sopravvissuto di Mauthausen, Pupino Samonà, pittore, Luigi Nono, musicista, Nelo Risi, poeta e regista. La dichiarazione con la quale la Direzione del Museo di Auschwitz-Birkenau ne ha decretato la chiusura, declassandolo a opera d’arte priva di qualsivoglia valore didattico-pedagogico, cozza brutalmente con l’appello firmato da numerosi accademici, artisti, architetti nonché importanti esponenti del mondo ebraico, col quale chiedevano che l’opera rimanesse in Polonia. Un appello rivolto al governo polacco ma anche a quello italiano che a sua volta non ha fatto alcuna resistenza, da Prodi a Renzi, al revisionismo storico polacco.
Chi il giorno della memoria dovesse recarsi ad Auschwitz dunque anche quest’anno troverà solo una porta sbarrata. L’accademia di Brera lo scorso dicembre ha proposto uno workshop sul tema ” Memoria del memoriale” come riflessione sul rapporto tra memoria ed arte. Tra i protagonisti il prof. Sandro Scarrocchia, accademico di Brera, che per anni si è battuto strenuamente contro lo spostamento del Memoriale, promuovendo appelli sottoscritti da Università, istituzioni e personalità della cultura italiana e internazionali ” Il Memoriale a Cavigana costituisce la rovina della memoria. Un controsenso maggiore non si poteva avere – dichiara – badiamo bene il problema non è Cavigana, sarebbe stato uguale se fosse stato spostato a Milano o a Palermo. Con la estromissione del Memoriale da Auschwitz, ora questo monumento è diventato vicario di se stesso. Non è più qualcosa di originale: dal memoriale il visitatore avrebbe dovuto guardare dalle finestre ciò che resta di Auschwitz. Cosa guarderà ora da Gavinana? La periferia di Firenze? “.

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