Revisionismo storico

Come cittadino, come storico del nazismo e soprattutto come triestino sono rimasto sconcertato, amareggiato e disgustato dalle dichiarazioni del Presidente Mattarella sulla questione delle foibe.

Avevo otto anni quando i partigiani di Tito, il 1 maggio del 1945, proprio sotto casa mia fermarono la loro avanzata per non esporsi al tiro della guarnigione tedesca, asseragliata nel Castello di San Giusto. Erano scesi dall’altipiano del Carso in due colonne, una si era diretta all’edificio del Tribunale dove i tedeschi avevano installato il Comando e l’altra al Castello di San Giusto, dove il vescovo Santin svolgeva il ruolo di mediatore tirando le trattative per le lunghe in modo da dare il tempo ai neozelandesi, avanguardia dell’esercito alleato, di arrivare ed evitare in tal modo che la resa venisse consegnata nelle sole mani dell’esercito di liberazione yugoslavo. Così la guarnigione tedesca si arrese il 2 maggio, presenti anche gli anglo-americani, giunti a marce forzate dalla litoranea. Ma sul Carso, a vista d’occhio dalla città, si combatteva ancora. La cosiddetta “battaglia di Opicina” è costata molti morti, in gran maggioranza tedeschi, e si sarebbe conclusa solo il 3 maggio.

Secondo certe ricostruzioni (Leone Veronese, 1945. La battaglia di Opicina, Luglio Editore, 2015) i primi a essere gettati nelle cavità carsiche furono soldati dell’esercito tedesco, fucilati dopo la resa. La versione secondo cui gli infoibati sarebbero stati in maggioranza cittadini inermi che avevano il solo torto di essere italiani è falsa. La grande maggioranza di quelli che poi furono gettati nelle foibe erano membri dell’apparato repressivo nazifascista, in mezzo ci saranno state anche persone che non avevano commesso particolari crudeltà ma c’erano anche quelli che avevano torturato o scortato i treni che portavano ebrei e combattenti antifascisti nei campi di sterminio. Così come non regge la versione che vorrebbe la città di Trieste sottoposta a una dittatura sanguinaria durante i 40 giorni dell’occupazione yugoslava. Se non altro per la presenza delle truppe anglo-americane.

Peggiori delle false ricostruzioni sono le amnesie. Infatti si dimentica (o si ignora) che l’apparato repressivo nazifascista a Trieste non era di ordinaria amministrazione, aveva un suo carattere di eccezionalità perché ne facevano parte personaggi che hanno avuto un ruolo centrale nella politica di sterminio di Hitler. Christian Wirth era uno di questi. Si legga il curriculum terrificante di questo individuo su Wikipedia: responsabile del programma di eutanasia, prelevava le vittime dalle prigioni, dagli ospedali psichiatrici, tra gli zingari. Comandante del lager di Belzec, riorganizzatore di quello di Treblinka, di Sobibor, fu il primo a usare il monossido di carbonio per gasare i deportati. Arriva a Trieste nel 1943. Un anno dopo i partigiani lo individuano e lo uccidono (non è vero, come scrive Wikipedia, che fu ucciso in combattimento presso Fiume, il suo certificato di morte è apparso in rete non più tardi del 2017, dice: von Banditen erschossen, morto in un agguato organizzato dai partigiani mentre passava su una macchina scoperta, nei pressi di Erpelle (Hrpelje) a pochi chilometri da Trieste). Ma ce n’erano altri di personaggi dalla pasta criminale analoga a Wirth, che si erano fatti i galloni nei peggiori Lager del Reich e venivano a Trieste dove gente importante li accoglieva a braccia aperte e dove trovavano anche il modo di non perdere certe abitudini, visto che a portata di mano avevano la Risiera di San Sabba, un forno crematorio che la mia città ha avuto la vergogna di ospitare. Proprio a Opicina la salma di Wirth ricevette gli onori militari.

Trieste e zone circostanti, assurte a provincia del Reich, erano diventate un ricettacolo di criminali di guerra, l’angolo di un continente dove la risacca della storia aveva deposto i suoi rifiuti più immondi. I partigiani di Tito hanno liberato l’umanità da alcuni di questi individui, hanno spento quel forno crematorio. Dovremmo essere loro grati per questo, pensando quale tributo di sangue è stato da essi versato per compiere quella missione. Ora però vengono ricordati come un’orda di barbari assetati di sangue, non di sangue nemico, no, di sangue di povera gente inerme che non aveva alzato un dito contro di loro.

Ciò che accadde in quelle tragiche giornate di aprile/maggio 1945 impedì alla memoria storica di mettersi subito al lavoro. Quello che sarebbe stato l’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia si costituì senza i comunisti. Enzo Collotti diede un contributo fondamentale all’impostazione della ricerca e l’Istituto divenne uno dei luoghi dove cominciai a capire in che razza d’inferno ero cresciuto. Il primo periodo d’attività fu dedicato a “mettere in sicurezza”, come si dice in termine aziendale, la storia dei movimenti di liberazione nella regione, storia tormentata e perciò fonte di drammatiche divisioni (un esempio per tutti l’eccidio di Porzus, ripreso anche nell’ampia pubblicazione, Atlante storico della lotta di liberazione nel Friuli Venezia Giulia. Una resistenza di confine 1943-1945, 2005). Tra tutti gli Istituti della Resistenza italiani quello di Trieste fu l’unico dove la presenza comunista o fu assente o svolse un ruolo decisamente secondario. Del resto il comunismo è finito ormai da 30 anni e i suoi seguaci di allora sono in genere i più accaniti nell’infierire sul suo cadavere, ma a leggere certe vaneggianti uscite di quotidiani come “Il Giornale” o “Libero Quotidiano” nel Giorno della Memoria  sembra che orde di “trinariciuti” riescano ancora a dettare legge in Italia.

Negli Anni ’90 la dissoluzione dell’ex Yugoslavia ha investito in pieno il senso d’identità nazionale di croati, sloveni, serbi, macedoni; i nazionalismi hanno fatto a pezzi l’esperienza socialista, la guerra di liberazione non è stata più l’epopea fondativa dello Stato federale, l’immagine di Tito è stata strappata dal piedestallo e se si voleva trovare gente che gettava fango sulla sua figura e sul suo ruolo la si trovava soprattutto tra i suoi compatrioti. L’orrore di quella guerra degli anni Novanta, che così bene Paolo Rumiz ha decodificato nei suoi meccanismi oscuri, ha cancellato ogni traccia di orgoglio per l’eroica ribellione alla dittatura nazifascista. Le falsità, le deformazioni, le mistificazioni che oggi dilagano avrebbero potuto diventare communis opinio in quel contesto, invece gli storici triestini legati all’Istituto colsero l’occasione dell’apertura di certi archivi per intensificare la ricerca della verità.

Perché questo va detto con forza: le ispezioni nelle cavità carsiche, le esumazioni, le ricerche per dare un nome ai morti, il recupero e l’attento esame dei registri, di qualunque documento in grado di fare luce sulle circostanze, sulle vittime e sui carnefici, tutto questo lavoro ingrato e difficile fu opera di storici che si riconoscevano pienamente nei valori della Resistenza posti alla base della nostra Costituzione, come Roberto Spazzali, Raoul Pupo e molti altri. Sono loro che hanno dimostrato rispetto per gli infoibati, che hanno contestualizzato quegli avvenimenti, mentre alla canea revanscista e neofascista il destino di quei morti non interessava per nulla, era solo pretesto, strumento, per aggredire gli avversari politici di turno e oggi per fare pura e semplice apologia del fascismo. Come mai nel Giorno della Memoria un Presidente della Repubblica invece di rivolgersi ai primi per impostare un discorso con un minimo di rigore storico si rivolge ai secondi?

 

Si legga anche la seguente documentazione (da Angelo Del Boca, Italiani brava gente)

Fonte: Sergio Bologna, Volerelaluna

Dal «fascismo di frontiera» degli anni ’20, dai crimini dell’Italia in Jugoslavia, dai 100.000 jugoslavi deportati e internati, alle violenze jugoslave del settembre ’43 e maggio ’45, fino all’esodo italiano

Ripubblichiamo questo articolo dello storico Giacomo Scotti, pubblicato per la prima volta sul manifesto del 5 febbraio 2014, vista la sua scottante attualità.

Inizio con tre brani di un discorso pronunciato al Teatro Ciscutti di Pola da Benito Mussolini il 20 settembre 1920, dando inizio alle brutali violenze contro le popolazioni della Venezia Giulia: «Qual è la storia dei Fasci? Essa è brillante! Abbiamo incendiato l’Avanti! di Milano, lo abbiamo distrutto a Roma. Abbiamo revolverato i nostri avversari nelle lotte elettorali. Abbiamo incendiato la casa croata di Trieste, l’abbiamo incendiata a Pola…»…«Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini italiani devono essere il Brennero, il Nevoso e le (Alpi) Dinariche. Dinariche, sì, le Dinariche della Dalmazia dimenticata!… Il nostro imperialismo vuole raggiungere i giusti confini segnati da Dio e dalla natura, e vuole espandersi nel Mediterraneo. Basta con le poesie. Basta con le minchionerie evangeliche».

05inchiesta foibe Proclama degli squadristi di Dignano vicino a Pola

Dopo quel discorso, l’Istria fu messa a ferro e fuoco. Venti anni dopo quel discorso le truppe di Mussolini invasero Dalmazia, Slovenia e Montenegro, dando inizio a nuove stragi in nome della civiltà italiana.Dalle terre annesse all’Italia dopo la prima guerra mondiale – cioè all’ampliamento ad est dei territori di Trieste e di Gorizia, all’Istria intera, alla provincia di Fiume detta del Quarnaro ed all’enclave dalmata di Zara – le violenze fasciste e la snazionalizzazione forzata costrinsero ad andarsene più di 80.000 sloveni, croati, tedeschi e ungheresi, ma anche alcune migliaia di italiani antifascisti

Nel 1939, un anno prima che l’Italia fosse gettata nella seconda guerra mondiale, le autorità fasciste della Venezia Giulia attuarono in segreto un censimento della popolazione di quelle terre annesse venti anni prima, accertando che in esse vivevano 607.000 persone, delle quali 265.000 italiani e cioè il 44%, e 342.000 slavi detti allogeni, ovvero il 56%.

Una cifra notevole nonostante l’esodo degli ottantamila, nonostante che agli slavi fossero stati italianizzati i cognomi, fosse stato vietato di parlare la loro lingua, fossero state tolte le scuole e qualsiasi diritto nazionale.

Nonostante le persecuzioni subite, nonostante che migliaia di loro fossero finiti nelle carceri o al confino, e che alcuni dei loro esponenti – Vladimir Gortan, Pino Tomazic ed altri – fossero stati fucilati in seguito a condanne del Tribunale speciale fascista oppure uccisi dalle squadre d’azione fasciste a Pola (Luigi Scalier), a Dignano (Pietro Benussi), a Buie (Papo), a Rovigno (Ive) e in altre località istriane.

Emblematici di queste persecuzioni contro slavi e antifascisti italiani in Istria e Venezia Giulia sono i sistemi coercitivi per inviare i contadini al lavoro nelle miniere di carbone di Arsia-Albona dove, per duplicare la produzione senza però adeguate protezioni dei minatori sui posti di lavoro, nel 1938 ci fu una tragedia (allora taciuta dalla stampa) in cui persero la vita 180 minatori, lasciando oltre mille vedove ed orfani. Emblematica di quel periodo in Istria è anche una canzoncina cantata dei gerarchi che diceva:

A Pola xe l’Arena/ la Foiba xe aPisin: butaremo zo in quel fondo/ chi ga certo morbin.

E alludendo alle foibe, un’altra poesiola minacciava chi si opponeva al regime:

… la pagherà/ in fondo alla Foiba finir el dovarà.

APRILE 1941, L’AGGRESSIONE

Nell’aprile del Quarantuno, infine, si arrivò all’aggressione alla Jugoslavia senza dichiarazione di guerra, seguita dall’occupazione di larghe regioni della Slovenia e della Croazia, dall’intero Montenegro e del Kosovo, infine dall’annessione al Regno d’Italia di una grossa fetta della Slovenia ribattezzata Provincia di Lubiana, di una lunga fascia della costa croata che formò il Governatorato della Dalmazia con tre provincie da Zara fino alle Bocche di Cattaro, e la creazione della nuova provincia allargata di Fiume detta “Provincia del Quarnaro e dei Territori annessi della Kupa” comprendente tutta la parte montana della Croazia alle spalle del Quarnero più le isole di Veglia ed Arbe che si univano a quelle di Cherso e Lussino.

Così l’Italia incorporò nel proprio territorio nazionale regioni abitate al 99% da sloveni e croati con una popolazione di oltre mezzo milione di persone che si aggiungevano al 342.000 “allogeni” già assoggettati all’Italia ed al fascismo italiano da due decenni. Il Montenegro intero fu trasformato a sua volta in un Governatorato italiano. Il Kosovo, territorio della Macedonia, fu annesso invece alla cosiddetta Grande Albania che già dal ’39 era una colonia dell’Italia.

Le violenze contro i civili dei territori annessi o occupati furono compiuti in base a “una ben ponderata politica repressiva” come ci rivela una ben nota circolare del generale Roatta del marzo 1942 nella quale si legge: “il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato nella formula dente per dente, ma bensì da quella testa per dente”.

A sua volta il generale Robotti, ordinando rastrellamenti a tappeto nel giugno e agosto 1942, indicava queste soluzioni alle truppe dell’XI Corpo d’Armata: “internamento di tutti gli sloveni per rimpiazzarli con gli italiani” e per “far coincidere le frontiere razziali e politiche”: “esecuzione di tutte le persone responsabili di attività comunista o sospettate tali”. Infine, “Si ammazza troppo poco!”.

Mi limiterò a un piccolo territorio alle spalle di Fiume e ad un solo mese, luglio del 1942. Nelle borgate di Castua, Marcegli, Rubessi, Viskovo e Spincici furono incendiate centinaia di case e fucilate decine di persone come «avvertimento». Nel Comune di Grobnik, il villaggio di Podhum fu completamente raso al suolo per ordine del prefetto Temistocle Testa.

All’alba del 13 luglio, per “vendicare” due fascisti scomparsi il giorno prima da quel villaggio, furono dapprima saccheggiate e poi incendiate 484 case, portati via mille capi di bestiame grosso e 1300 pecore, deportati nei campi di concentramento in Italia 889 persone (412 bambini, 269 donne e 208 uomini anziani) e fucilate altre 108 persone. Uno sterminio.

I fascisti italiani, passati al servizio del tedeschi dopo il settembre 1943, continuarono a battersi “per l’italianità” dei territori ceduti al Terzo Reich. Fra tanti sia ricordato l’episodio di Lipa (30 aprile 1944) dove 269 vecchi, donne e bambini sorpresi quel giorno in paese, furono sterminati: parte fucilati, parte rinchiusi in un edificio e dati alle fiamme. Di tali eccidi ce ne furono a centinaia in Istria, nel territorio quarnerino, in Slovenia, in Dalmazia, in Montenegro, ovunque arrivarono i militari fascisti e le altre formazioni inviate da Mussolini.

Nei miei scritti ho documentato lo sterminio di 340.000 civili slavi fucilati e massacrati dall’aprile 1941 all’inizio di settembre 1943 nel corso dei cosiddetti “rastrellamenti” ed operazioni di rappresaglia contro le forze partigiane insorte. Ho anche scritto, ma non sono stato il solo in Italia, di altri 100.000 civili montenegrini, croati e sloveni deportati nei capi di concentramento approntati dalla primavera all’estate del 1942 dall’esercito italiano per rinchiudervi vecchi, donne e bambini colpevoli unicamente di essere congiunti e parenti dei “ribelli”. In quei campi disseminati dalle isole di Molat e Rab/Arbe in Dalmazia fino a Gonars nel Friuli ed altri in tutto lo Stivale, morirono di fame, di stenti e di epidemie circa 16.000 persone nel giro di poco più di un anno di deportazione.

Tutto questo viene taciuto nella Giornata del Ricordo che si celebra in Italia da una decina d’anni.

Si ricordano soltanto le nostre perdite: il dolore dei nostri connazionali costretti a lasciare le terre concesse all’Italia dopo la prima guerra mondiale, il dolore delle famiglie degli infoibati nel settembre 1943 in Istria e nel maggio 1945 a Trieste, Gorizia e Fiume subito dopo l’ingresso delle truppe di Tito.

È giusto, è doveroso ricordare foibe ed esodo, le nostre vittime, i nostri dolori, ma non si dovrebbero tacere il contesto storico, le colpe del fascismo che portarono alla sconfitta ed alla perdita di quelle regioni. Non si dovrebbero tacere o volutamente ignorare le vittime delle popolazioni slave oppresse, martoriate e decimate dapprima nel ventennio fascista in Istria ed a Zara, ma soprattutto nella seconda guerra mondiale.

Sulla bilancia e nel contesto storico vanno messi, dunque, anche i dolori che noi abbiamo arrecato agli altri.

LA RETORICA E LA CANEA MEDIATICA

In un saggio sul Giorno del Ricordo pubblicato nel 2007, l’autorevole storico italiano Enzo Collotti scrisse sull’argomento parole da non dimenticare, denunciando l’enfatizzazione di «una retorica che non contribuisce ad alcuna lettura critica del nostro passato, né ad elevare il nostro senso civile, ma – cito – alimenta ulteriormente il vittimismo nazionale», dando «ai fascisti e postfascisti la possibilità di urlare la loro menzogna-verità per oscurare la risonanza dei crimini nazisti e fascisti ed omologare in una indecente e impudica par condicio della storia tragedie incomparabili». Collotti condanna in particolare la «canea, soprattutto mediatica, suscitata intorno alla tragedia delle foibe dagli eredi di coloro che ne sono i massimi responsabili», che non permette di «fare chiarezza intorno a un modo reale della nostra storia che viene brandito come manganello per relativizzare altri e più radicali crimini» compiuti dai fascisti.

Per Colotti, le vicende delle foibe e dell’esodo ci riportano «alle origini del fascismo nella Venezia Giulia», una regione definita italianissima da chi non vuole accettare la realtà di un territorio multietnico e «trasformato in un’area di conflitto interetnico dai vincitori» della prima guerra mondiale, «incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali diversi», anzi decisi ad estirpare anche con lo spargimento di sangue qualsiasi presenza non italiana.

Calpestando le tradizioni della cultura italiana, il fascismo impose alle nuove terre – così come tentò di fare nei territori balcanici occupati nella seconda guerra mondiale – «una italianità sopraffattrice», rivelando il suo volto criminale, suscitando la legittima rivolta di quei popoli e trascinando l’Italia nel dramma della sconfitta. Un dramma di cui non fu vittima, ma protagonista. «I paladini del nuovo patriottismo d’oggi, fondato sul vittimismo delle foibe – cito sempre Collotti – farebbero bene a rileggersi i fieri propositi dei loro padri tutelari, quelli che parlavano della superiorità della civiltà e della superiore razza italica». «Che cosa tuttora sa la maggioranza degli italiani sulla politica di sopraffazione del fascismo contro le minoranze slovena e croata… addirittura da prima dell’avvento al potere: della brutale sua generalizzazione (…) come parte di un progetto di distruzione dell’identità nazionale e culturale delle minoranze?».

E della sciagurata annessione al regno d’Italia di una parte della Slovenia e della Dalmazia, con il seguito di rappresaglie e repressioni che poco hanno da invidiare ai crimini nazisti? Che cosa sanno degli ultranazionalisti italiani che nel loro odio antislavo fecero causa comune con i nazisti insediatisi nel cosiddetto Litorale adriatico, sullo sfondo dei forni crematori della Risiera di Trieste e degli impiccati di via Ghega sempre a Trieste, delle stragi in Istria, nel Quarnero, a Pisino e altrove?

I «LEMBI DELLA PATRIA»

Poco sanno gli italiani perché da dieci anni, nelle scuole e fuori si parla soltanto di foibe e di esodi, di crimini compiuti dagli «slavi», e nulla dei crimini compiuti dai fascisti italiani la cui documentazione è tuttora chiusa negli «armadi della vergogna», insieme ai documenti delle conseguenze pesanti di una guerra scellerata, di una guerra perduta. Lo scotto fu pagato dalle popolazioni delle provincie del confine orientale, le più esposte sui cosiddetti «lembi della Patria».

La verità non chiede nulla, soltanto il coraggio di trovarla e dirla. Ma ora per impedirla si chiede una legge che condanni al carcere gli storici indicati da essi come riduzionisti e negazionisti, definiti tali solo perché si battono per far conoscere tutta la verità, insorgendo anche contro chi – con le menzogne – getta il fango sulle stesse vittime italiane – e mi riferisco agli infoibati ed esodati dalle terre perdute per colpa di Mussolini. bisognerebbe smetterla di gonfiare all’infinito, col volgari falsità, il numero di queste nostre vittime e di speculare politicamente oggi sulle tragedie vissute dai nostri fratelli dell’Istria, di Fiume e di Zara.

Sì, dico Zara perché in Dalmazia di terra concessa all’Italia nel 1920, c’era soltanto l’enclave di Zara e non tutta la Dalmazia. Perché parlare oggi di Dalmazia italiana? Va bene se si ricorda la cultura italiana seminata da Venezia dal Quattro al Settecento, ma se si vuole alludere alla Dalmazia occupata e annessa da Mussolini dall’aprile 1941 al settembre 1943, allora no, quella non era terra italiana, altrimenti non sarebbe stata messa a ferro e fuoco per spezzarne la resistenza.

Basta con l’esaltazione del colonialismo fascista!

Basta con le menzogne e le speculazioni sulle tragedie dei nostri fratelli di Zara, di Fiume, del Quarnero ed Istria, senza nascondere le vittime croate, slovene, montenegrine, cioè di quei popoli che, da sempre nostri vicini di casa, vogliono essere nostri amici nell’Unione Europea, con i quali dobbiamo commerciare, costruire ponti comuni, un mondo senza guerre e senza rancori.

Basta con le omissioni, con le ricostruzione disinvolte dei fatti letteralmente inventati dalla destra neofascista che sta costruendo una specie di controstoria da tramandare per coprire la vergogna del fascismo, e per rinfocolare le pretese territoriali sulla costa orientale dell’Adriatico.

L’«ERA» MUSSOLINI

Il mio sogno, che non è soltanto il mio, è l’istituzione di una Giornata dei Ricordi, al plurale, nella quale poter unire nei loro dolori italiani e slavi, indicando nel fascismo e nel nazionalismo di ambedue le parti i veri colpevoli delle guerre, delle distruzioni, degli eccidi, delle vendette, e degli esodi del passato, additando in essi i pericoli che incombono sul comune futuro di amicizia e cooperazione.

Oggi, quando l’Italia, Slovenia e Croazia stanno insieme nell’Unione europea, quando i confini sono caduti. Ricordiamo che in Slovenia e Croazia vivono ancora trentamila italiani sui quali non devono cadere l’ombra e il peso degli odi del passato.

Perché essi, in gran parte discendenti da matrimoni misti e adusi ormai da settant’anni alla convivenza, al plurilinguismo e al multiculturalismo, vanno considerati l’anello che unisce le due sponde dell’Adriatico; essi svolgono e ancor più in futuro sono chiamati a svolgere il doppio ruolo di conservare la cultura e la lingua italiana nella regione istro-quarnerina e di esercitare la funzione di cordone ombelicale fra i paesi confinanti o dirimpettai.

Riposta ogni rivendicazione territoriale da parte italiana su Capodistria, Pola, Fiume, Zara eccetera, condannate le colpe dell’imperialismo fascista e le velleità revansciste, ma anche le colpe di coloro che nei giorni burrascosi del settembre 1943 e dell’immediato dopoguerra degli anni Quaranta del secolo scorso scrissero le vergognose pagine delle foibe; ricordando sempre che l’esodo degli italiani dalle terre perdute fu conseguenza di una guerra voluta e perduta dal fascismo, oggi i figli degli esuli e dei rimasti si ritrovano per quello che sempre furono: fratelli.

Ma non basta.

Gli italiani rimasti sulla sponda orientale dell’Adriatico, per lunghi anni accusati dall’estrema destra italiana di tradimento, indicati come titoisti, potranno restare nel cuore di tutti gli italiani dello Stivale soltanto se si coltiverà l’amicizia con i popoli in mezzo ai quali essi vivono e se saranno rispettati e riconosciuti il loro ruolo e il loro merito di aver mantenuto vive le radici in quelle terre quali cittadini della Slovenia e della Croazia, perpetuando la lingua materna e coltivando l’amore per la madrepatria.

Dai massimi vertici negli ultimi tre anni, è stato dato l’esempio da seguire, a cominciare dal vertice dei presidenti sloveno, croato e italiano avvenuto a Trieste nel 2010. Con l’incontro dei presidenti italiano e croato, Napolitano e Josipovic, all’Arena di Pola, nel 2011.

Ci sono stati nel 2013 altri due vertici: gli incontri fra Josipovic e Napolitano alla fine di giugno a Zagabria e all’inizio di dicembre a Roma. Napolitano ha auspicato il «superamento di un passato che ha portato purtroppo ingiustizie e sofferenze alle popolazioni dei nostri due Paesi»; Josipovic ha ricordato a sua volta la frattura apertasi nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, che, coinvolgendo italiani esuli e rimasti insieme ai croati (e sloveni), si può considerare ormai rimarginata: «Con il presidente Napolitano – ha detto ancora – abbiamo riconosciuto le sofferenze di entrambi. Ora i nostri rapporti sono diversi». Hanno sempre partecipato i massimi esponenti dell’Unione Italiana, e cioè degli italiani d’oltre confine, i «rimasti» appunto.

Per concludere: i circoli della destra filofascista in Italia devono smettere di manipolare la storia per rinfocolare odi e rancori.

Basta con le accuse degli estremisti al cosiddetto «sanguinario conquistatore» croato, sloveno e slavo in genere, perché non furono quei popoli ad aggredire e invadere l’Italia nel Quarantuno, né ad occupare larghe fette dell’Italia come fecero le truppe di Mussolini in Jugoslavia fino al settembre 1943.

Basta con il fascismo di frontiera, antislavo da sempre, ieri come oggi. Basta con il negazionismo aggressivo del neofascismo che cerca di nascondere i crimini della cosiddetta «era» di Mussolini, il periodo peggiore subito dagli istriani, dai fiumani e dai dalmati.

Vogliamo rispetto per quelle terre e per le loro popolazioni che ci insegnano la convivenza basata sul reciproco rispetto delle sofferenze passate e sulla reciproca volontà di costruire un migliore futuro comune.

Non possiamo accettare atteggiamenti rancorosi di chiusure al futuro, né cedere a un camuffato neoimperialismo – anche culturale – di ritorno che cerca di essere amnistiato con il Giorno del Ricordo delle foibe e dell’esodo delle terre perdute.

Auspico che in avvenire, in una plurale Giornata dei Ricordi non si insista sulla contabilità falsata di esodati e vittime, ma si consideri tutto il male del passato, e si agisca perché non si ripeta in futuro in queste terre e nella stessa Italia quella barbarie che ha fatto parte del lungo «secolo breve» qual è stato il Novecento.

* Fonte: Giacomo Scotti, il manifesto

TRIESTE. C’era stato il grande Concerto dell’Amicizia con il maestro Muti in Piazza Unità a Trieste, con il presidente Napolitano fianco a fianco, per la prima volta, con i presidenti di Slovenia e Croazia. Assieme, avevano voluto testimoniare «la ferma volontà di far prevalere quel che oggi ci unisce su quel che ci ha dolorosamente diviso in un tormentato periodo storico». Era il 2010 e sembrava che finalmente tutti avessero capito che questa è una terra mistilingue dove si vuole, e si può, vivere in pace. La frontiera è luogo privilegiato di scambi, di commistioni, di arricchimento reciproco: questo andrebbe ricordato e tutelato sempre. Invece, anno dopo anno e con furia crescente, in Italia si è cominciato a tentare di riscrivere la storia e di rialzare i muri.

NON C’È CONTESTO, non c’è rispetto per la storia ma è un canto di sirene che sta diventando mainstream. Il risultato è che sono sempre di più quei connazionali che non sanno nulla di cosa sono state le guerre di occupazione italiane, dalle colonie alle conquiste “imperiali” fino alla Jugoslavia, quelli che pensano che nei campi di sterminio sono stati mandati soltanto gli ebrei e soltanto da quei pazzi dei nazisti tedeschi e sempre di più quelli che cominciano a dare per scontato che nelle foibe del Carso ci siano davvero i resti violati di decine di migliaia di «italiani solo perché italiani» e che tutti gli italiani d’Istria siano dovuti scappare per non essere infoibati dalle orde slavo-comuniste. Finisce così che non solo si tradisce la verità ma si fanno crescere nostalgiche ideologie revansciste pericolose per ogni vivere civile, come il secolo breve dovrebbe avere insegnato.

MA VALLO A SPIEGARE a chi pensa di costruirsi un successo politico gridando «Italia!» mentre guarda verso Fiume con la mano appoggiata sulla testa della statua di D’Annunzio messa in una delle più belle piazze di Trieste (architettonicamente proprio asburgica, se si volesse guardare). E adesso, alle cerimonie per il «giorno del ricordo» lunedì prossimo, con l’effetto scenografico del Sacrario alla foiba di Basovizza, arriva a Trieste un tris d’assi: Maurizio Gasparri, Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Difficile non immaginare che si sentirà odore di intolleranza e contrapposizione interetnica, il contrario di quel che sarebbe necessario e giusto.

SAREBBE NECESSARIO chiedersi perché quando si onorano le vittime del nazifascismo si pensa al superamento dei conflitti e alla pace mentre le vittime delle foibe sono onorate con tricolori teschiati, saluti romani e tutto l’armamentario tipico del suprematismo da sempre guerrafondaio. Meglio non si potrebbe fare per far suonare un nuovo campanello d’allarme in Slovenia e in Croazia. Meglio non si potrebbe scegliere per ferire ancora una volta gli sloveni, ma anche quei triestini che qui vivono da sempre.

INTANTO IN CONSIGLIO regionale la maggioranza leghista propone una legge che affida la diffusione della conoscenza delle foibe e dell’esodo istriano esclusivamente alla Lega Nazionale, al Comitato 10 febbraio e a un paio di associazioni degli esuli istriani (si accettano scommesse per quale rappresenta con maggior vigore la destra nazionalista). Come dire che solo l’oste può dichiarare la bontà del proprio vino. Il massimo che riesce a fare l’opposizione piddina è chiedere che si possa aggiungere qualcuno che di mestiere studia e insegna la storia ma i sodali di Fedriga sono irremovibili.

SULLA TORTA DI QUESTO 10 febbraio del ricordo, a 75 anni dalla fine della guerra, c’è una ulteriore ciliegina, non bastasse il terzetto di parlamentari presenti a Basovizza, inevitabilmente attorniati da molteplici divise e gonfaloni, compreso quello della X Mas che ormai da mesi fa la spola tra Trieste e Gorizia. Il Comune del capoluogo giuliano ha pensato bene di patrocinare un Convegno che presenterà un vero scoop: il Narodni Dom, la casa degli sloveni dei croati e dei cechi di Trieste che ospitava in un unico grande edificio l’albergo Balkan, le banche, le sedi delle associazioni e delle organizzazioni sportive e culturali, la biblioteca ecc, incendiato dai fascisti capeggiati da Francesco Giunta nel luglio del 1920, in realtà sarebbe stato dato alle fiamme … dagli sloveni.

Non c’è limite allo scempio. Ma questa iniziativa, ospitata in una sala pubblica e pubblicizzata dalle locandine fatte pubblicare dal Comune, è proprio paradossale: il 13 luglio prossimo, a cento anni esatti dall’incendio, alla presenza del nostro presidente della Repubblica Mattarella e del presidente Sloveno Borut Pahor si terrà la cerimonia di restituzione alla comunità slovena dell’edificio, per diritto di proprietà e per correttezza storica «viste le ottime relazioni bilaterali ed i forti legami sul piano politico economico e culturale e le amichevoli relazioni contraddistinte da un elevato livello di cooperazione», come recita il comunicato ufficiale.

EFFETTIVAMENTE È da un bel po’ che a questo confine orientale d’Italia sarebbe il caso di prestare attenzione perché vien da pensare che c’è qualcuno che rimesta nel torbido.

* Fonte: Marinella Salvi,  il manifesto

Memoria e ricordo . La contestazione al seminario organizzato dall’Anpi esprime in modo visibile l’emersione di un fenomeno che le «politiche memoriali», organizzate attorno all’istituzione di leggi ad hoc finalizzate all’uso pubblico della storia, hanno finito progressivamente per alimentare fino alla sua tracimazione nel discorso pubblico

Si è tenuto ieri un seminario, presso la Sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato della Repubblica, con storici di rigore e professionalità, riconosciuti a livello nazionale e internazionale.

Come Giovanni De Luna, Franco Ceccotti e Anna Maria Vinci e Marta Verginella, e che, per il solo motivo di essersi svolto, è stato «contestato» da esponenti dell’estrema destra italiana che lo hanno definito «un oltraggio agli esuli istriani e dalmati infoibati vittime dell’odio comunista» ed un’iniziativa «dal chiaro obbiettivo negazionista». L’episodio esprime in modo visibile l’emersione di un fenomeno che le «politiche memoriali», organizzate attorno all’istituzione di leggi ad hoc finalizzate all’uso pubblico della storia, hanno finito progressivamente per alimentare fino alla sua tracimazione nel discorso pubblico: il populismo storico. Esso ha progressivamente preso corpo in tutte le società democratiche del continente, ne è esempio la Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre scorso sui totalitarismi, e rappresenta il superamento del revisionismo e una sua manifestazione a base «di massa», cioè non più chiusa entro il solo perimetro del dibattito storiografico o pubblico-divulgativo. Sul piano della comunicazione nella società il populismo storico è organizzato su una reciprocità dialettica con ciò che si definisce «senso comune». Il suo impatto mediatico e la diffusione dei suoi rovesciamenti storiografici si alimentano della capacità di «ritorno» che questi ultimi producono sull’opinione pubblica, trasformata in fonte di forza e ispirazione per spinte, sempre più oltranziste, verso il ribaltamento del senso della storia.

Presentato dai suoi animatori come espressione di novità e liberazione antidogmatica dalla cosiddetta «storia ufficiale» (vale a dire dall’esercizio metodologico della disciplina e dalla trasmissione del sapere scientifico) il populismo storico ricava le proprie istanze dall’uso del più vecchio e consunto degli armamentari ideologici quello della negazione, dell’autoassoluzione e della memoria selettiva. In questo quadro la «complessa vicenda del confine orientale» richiamata nell’articolo 1 della stessa legge istitutiva del giorno del ricordo viene sistematicamente elusa dal dibattito pubblico. Sono in questo modo cancellati dalla memoria nazionale «il fascismo di frontiera» (lo squadrismo delle camice nere contro le popolazioni jugoslave prima della marcia su Roma), la guerra di aggressione scatenata dal regime di Mussolini il 6 aprile 1941; i crimini di guerra contro civili e partigiani compiuti dalle truppe del regio esercito e dalle milizie fasciste in Jugoslavia; l’impunità garantita alle migliaia di «presunti» criminali di guerra inseriti nelle liste delle Nazioni Unite per essere processati in una «Norimberga italiana» mai celebrata in ragione degli equilibri geopolitici della «Guerra Fredda». Correlata a questo si porrebbe anche la questione della «continuità dello Stato» nel quadro della transizione dal nazifascismo alla democrazia in Italia, nonché la scabrosa vicenda dei risarcimenti, dovuti e non pagati, ai familiari delle vittime delle stragi nazifasciste in Europa.

La strumentalizzazione che la destra politica compie attorno alla vicenda delle foibe riassume i caratteri nazionali di un Paese che non avendo fatto i conti col proprio passato cerca di superarlo riscrivendolo. La contestazione dei «populisti storici» agli storici, e alla storia stessa, si incardina così in quello «spirito dei tempi» che la società contemporanea si trova a vivere oggi, nel pieno di una delle sue crisi più profonde.

La funzione della storia rimane quella di organizzare un «orizzonte di senso» rispetto al tempo trascorso attraverso il metodo scientifico ovvero un processo in grado di comporre una relazione di significati il più possibile precisa che connetta le vite diverse di generazioni di persone, popoli e società. La storia, in sostanza, non solo spiega da dove veniamo e rende visibili le radici d’origine ed i processi d’impianto delle nostre società ma soprattutto ci mostra le ragioni e gli sviluppi attraverso cui siamo diventati ciò che siamo, nel bene e nel male.

Enucleata dall’onere specifico e dirimente di offrire una «resa di complessità» la storia finisce per essere rappresentata attraverso forme monodimensionali o retorico-celebrative che ne impoveriscono il portato culturale o la trasfigurano in strumento propagandistico della debole politica dei giorni nostri come forma di regolazione e controllo selettivo della memoria collettiva, finalizzato al governo del presente. Su questo terreno diviene indispensabile la resistenza della cultura e delle coscienze.

* Fonte: Davide Conti, il manifesto

Proteste per la decisione del gip di archiviare l’apologia del fascismo

GORIZIA. L’Anpi aveva denunciato per apologia del fascismo la manifestazione tenuta dalla X Mas, nel 2018, ospite del Comune di Gorizia. Due giorni fa il gip del Tribunale ha provveduto ad archiviare tutto con motivazioni che la Segreteria Nazionale dell’Anpi ha definito «inconcepibili».

Secondo il gip di Gorizia «L’inno della X Mas non contiene alcun riferimento al movimento fascista o a ideologie razziste o totalitarie» e, ancora: «La commemorazione dei caduti della X Mas non può certo essere ritenuta una manifestazione fascista, nel senso inteso dalla legge Scelba, trattandosi di una riunione autorizzata, finalizzata unicamente a rendere omaggio a dei soldati morti in battaglia oltre settant’anni fa».

Il riferimento è a quella battaglia di Tarnova di fine gennaio 1945 che, nella retorica neofascista, viene raccontata come un fatto epico: diversi battaglioni della X Mas avrebbero fermato “le orde slavo-comuniste” che volevano occupare Gorizia. Ma è solo uno dei più eclatanti esempi di revisionismo storico.

La X Mas, al comando di Junio Valerio Borghese, era arrivata sul confine orientale alla fine del 1944 per affiancare l’occupatore tedesco contro la forte resistenza partigiana (meglio: per obbedire ai nazisti, alla faccia della sbandierata italianità, visto che si era nell’Adriatisches Küstenland). A seguito di un rastrellamento, i partigiani erano stati costretti a trovare rifugio nella inaccessibile selva di Tarnova, zona ben protetta dall’esterno ma con condizioni climatiche proibitive, soprattutto in quel gelido inverno di inizio ’45: senza rifornimenti, avevano tentato di aprirsi un corridoio di collegamento con la valle del Vipacco e decisero di sfondare proprio in uno dei punti di presidio della X Mas, nel paesino di Tarnova, dove travolsero il battaglione “Fulmine” e quanti, tedeschi e domobranci (sloveni filonazisti), erano arrivati in soccorso. Ai partigiani, allora, non passava proprio nella mente di buttarsi tra le braccia dei tedeschi a Gorizia: la battaglia di Tarnova fu un esempio di goffaggine e velleitarismo scontratosi con reparti partigiani in cerca di una via di uscita.

«La X Mas, responsabile di indicibili crimini» scrive l’Anpi «combatté a fianco e a sostegno dei nazisti, assieme ad altre formazioni fasciste, contro i partigiani sloveni e italiani che lottavano per la liberazione di quel territorio dall’occupazione militare tedesca. Fu il caso italiano più eclatante e spregevole di collaborazionismo con Hitler». Secondo l’Anpi, dunque, la motivazione della sentenza di archiviazione del gip goriziano appare quanto meno pretestuosa.

La X Mas, in queste terre, è ben ricordata per la crudeltà, per le torture perpetrate su partigiani ma anche su persone inermi, per la Caserma Piave, a Palmanova, sede di sevizie indicibili contro i rastrellati della zona e, comunque, anche per la vanagloria con cui riuscì a inimicarsi persino l’alleato tedesco che, proprio dopo la battaglia di Tarnova, la fece addirittura allontanare dal territorio.

Ciò non toglie che ieri, di nuovo, la X Mas si è ripresentata a Gorizia, accolta ufficialmente da un assessore nel palazzo settecentesco – blindatissimo per l’occasione – che ospita il Municipio: il labaro blu con il teschio è entrato scortato da altri tricolori con aquile e fasci littori per una cerimonia che, sembra, sia stata questa volta silenziosa, senza inni e saluti romani (che comunque il gip goriziano ha appena dichiarato «gesti folcloristici»). E a fine cerimonia, tutti dentro la sede di CasaPound a pochi metri dal Comune, per un brindisi collettivo.

«Siamo rimasti sconcertati nell’apprendere che in una sala pubblica, in una città medaglia d’oro della Resistenza, si possano cantare inni della X Mas» dichiara Anna Di Gianantonio, ricercatrice storica e Presidente dell’Anpi di Gorizia «ma questo ha rafforzato la nostra decisione di scendere in piazza per manifestare contro questa celebrazione». E infatti ieri a Gorizia c’erano tantissimi antifascisti, musica e bandiere, amarezza e determinazione. Dai muri della città sono spariti tutti quei manifesti che, per giorni, li avevano sfregiati con la scritta «Gorizia grida: mai più antifascismo». «Morte al fascismo – Libertà ai popoli» ha risposto la piazza con quello che è stato il grido dei partigiani del confine orientale.

* Fonte: Marinella Salvi, il manifesto

La risoluzione del Parlamento europeo, fondata sulla equiparazione tra nazifascismo e comunismo, rappresenta insieme un mostro storico e una bestialità politica. Ma è anche una clamorosa conferma della superfluità “esistenziale” di questo organismo.

Se davvero si vuole una Europa unita, e se la si vuole come si dovrebbe, rifare a fundamentis, il Parlamento europeo sarà semplicemente da eliminare. Un gruppo di signori, godenti di privilegi, che hanno poco o nulla da fare nella vita, sono riusciti a formulare un testo basato su un modesto imparaticcio scolastico, senza capo né coda, un documento lunghissimo, farcito di premesse, di riferimenti interni alla legislazione eurounitaria, ma ahinoi, purtroppo, anche con una serie di ragguagli che pretendono di essere storici, ma sono un esempio di revisionismo ideologico all’ennesima potenza: insomma, il mai abbastanza vituperato «rovescismo», fase suprema del revisionismo, ed è il frutto finale di un lungo lavorio culturale, che dalle accademie è trapassato nel dibattito pubblico, tra giornalismo e politica professionistica.

Il rovescismo riesce a produrre esiti a cui il revisionismo tradizionale non ha avuto il coraggio di spingersi: questo documento è un esempio preclaro di questi esiti.

La linea di fondo, che il rovescismo ha raggiunto, e di cui in Italia abbiamo avuto numerose manifestazioni, è il rovesciamento della verità storica, sulla base di un equivoco parallelismo, che ha illustri precedenti nella filosofia politica, tra fascismo e comunismo, tra fascismo e antifascismo, tra partigiani e repubblichini (per concentrarsi sul nostro Paese): e questo sulla base della nefasta teoria delle memorie condivise, nel documento “europeo” riproposta al singolare, come fonte della “identità” del Continente, a cui l’organo legislativo di una sua parte, sebbene numerosa, pretende di sovrapporsi. L’Unione europea, sarà opportuno ricordare, non è l’Europa, e il Parlamento della Ue non esprime sentimenti, pensieri, sensibilità e, aggiungo, volontà, di alcune centinaia di milioni di cittadini e cittadine dei 27 Stati aderenti.

Ciò detto, la risoluzione, con temerario sprezzo della verità, attribuisce paritariamente la responsabilità della Seconda Guerra mondiale alla Germania nazista e alla Russia sovietica, e in particolare sarebbe la «conseguenza immediata» del Patto Ribbentrov-Molotov, e avendo sottolineato, di nuovo con un esempio di grottesca violenza alla realtà fattuale, che l’istanza unitaria nel Vecchio Continente nasce come risposta alla «tirannia nazista» e «all’espansione dei regimi totalitari e antidemocratici», si richiama alla legislazione di alcuni Paesi membri, che ha già provveduto a «vietare le ideologie comuniste e naziste», e invita gli Stati dell’Ue a prenderli ad esempio.

Curiosamente il documento di questi nuovi analfabeti della storia, usa l’espressione «revisionismo storico» per riferirsi esclusivamente al nazismo, e al progetto genocidario insito in esso, e presenta la posizione a cui si ispira come corretta e indubitabile, al punto da pretendere di diventare legge. E la proposta cui giunge questo mirabile esempio di menzogna storica, e insieme di miseria politica e di bassezza morale, quale è mai? La sollecitazione agli Stati membri a provvedere a condannare i «crimini dei regimi totalitari comunisti e dal regime nazista», e di conseguenza a «formulare una valutazione chiara», che traduca praticamente questa raccomandazione. Ossia, evitare la diffusione e la presenza e la circolazione nei relativi Paesi di ideologie e simboli che richiamino nazismo e comunismo.

Insomma, è una Europa polonizzata e magiarizzata e ucrainizzata: l’Europa che dimentica il ruolo fondamentale della Russia, a cui viene sì attribuito l’etichetta di Paese martire, ma non certo quello, confermato da ogni ricerca storica, di barriera al nazifascismo. E il documento, che pare ispirato direttamente da tedeschi polacchi e ungheresi, si apre a parole di dolce accoglienza nel seno della famiglia dell’Europa “democratica” dei Paesi liberatisi dal giogo sovietico. E, incredibilmente, si precisa: «adesione all’Ue e alla Nato», con una inaccettabile confusione di europeismo e atlantismo.

Ebbene, questo documento è stato approvato con i voti della destra di Orbán e soci, ma anche dei popolari e dei “socialisti”, ivi compresi gli esponenti del Pd. Che con questo atto ha segnato la sua definitiva fuoruscita dal campo della sinistra internazionale, ma altresì dal campo della decenza e della dignità.

* Fonte: Angelo d’Orsi, il manifesto

Le nostre date civili sono e restano altre, l’8 settembre del ’43 e il 25 aprile del ’45 (aggiungerei anche il 2 giugno del ’46)

E dunque il revanscismo avanza. Oggi 12 settembre, alle ore 12, a Trieste verrà inaugurata la contestata statua a D’Annunzio, nel centenario esatto dell’ingresso di Gabriele d’Annunzio a Fiume, alla testa di una banda di coloro che poi vennero chiamati «legionari». La Fondazione del Vittoriale degli Italiani, sotto la presidenza di Giordano Bruno Guerri, in accordo con l’amministrazione di destra della città di Trieste, incuranti delle proteste sono andati avanti.
Il connubio tra giornalisti con il vizio della storia e amministratori con il vizio della politica, gli uni e gli altri sotto le insegne della mistificazione e della banalizzazione, segnano un altro punto a favore del revisionismo.

ABBIAMO GIÀ PARLATO sul manifesto della mostra inaugurata qualche tempo fa, sempre sotto l’ovvia direzione di Guerri, che in quella occasione si era esibito in una cabarettistica conferenza pseudostorica.

La «storia» piace così, a certi amministratori. I quali, peraltro, non esitano a servirsi dello studioso di turno, meglio se si tratti di un dilettante, più che un professionista della ricerca, per portare acqua al mulino delle «ricadute turistiche» sui propri feudi. Il turismo, il commercio, conta almeno quanto, se non di più dell’ideologia. Che viene opportunamente conformata, per giustificare spese folli, iniziative culturalmente claudicanti, imprese politicamente pericolose come questo ritorno di fiamma per il dannunzianesimo politico. Gli amministratori triestini hanno un bell’insistere sul D’Annunzio letterato, ma celebrano l’ideologo, e se glielo si fa notare, replicano identificando l’avventura fiumana, vera chiave d’accesso all’eversione fascista di tre anni più tardi, nel carattere progressivo della Carta del Carnaro, ossia la Costituzione elaborata sostanzialmente da Alceste De Ambris, una interessante figura di anarco-sindacalista per Fiume (poi morto in esilio in Francia da antifascista), un confuso documento, peraltro mai reso concreto, tanto più che furono i nazionalisti, guidati da Giovanni Giuriati, a diventare gli sponsor della Fiume dannunziana, emarginando la componente anarcosindacalista.

PURTROPPO LA STORIA, nelle mani di amministratori e di mestieranti, può diventare un oggetto pericoloso. In una intervista al giornalista Stefano Lusa, l’assessore alla Cultura di Trieste riesce a fornire una serie di grottesche strampalerie, con un D’Annunzio campione liberale, maestro della libertà di pensiero, e Fiume faro che getta la sua luce rivoluzionaria sull’avvenire, sotto il segno dell’uguaglianza.

Una rivoluzione che «non tagliava le teste», «come quelle che si sono sviluppate dopo», bensì una rivoluzione «del pensiero e della cultura». E la Carta del Carnaro (che sarebbe stata una delle fonti di Giuseppe Bottai, nel 1927, per la sua Carta del lavoro!), diventa «un documento avveniristico», e ancora, «un atto illuminante che prospettava una civiltà del futuro».

E, dulcis in fundo, scopriamo che D’Annunzio è stato «un precursore di quello che dovrebbe essere un mondo migliore, una civiltà migliore, una democrazia migliore».

PER FORTUNA DELLA VERITÀ storica e della decenza politica non tutti si sono bevuti a Trieste queste favole, e in contemporanea all’inaugurazione della scultura, a Ronchi dei Legionari (che è stato già ribattezzata come Ronchi dei Partigiani!) hanno organizzato una contromanifestazione, ribadendo le ragioni del No, anche in concordanza con le reiterate prese di posizione del sindaco di Rijeka (Fiume), Vojko Obersnel, che invano ha protestato contro l’ondata di stolto revanscismo dalmata-giuliano. Nel documento diffuso dai gruppi triestini di «Resistenza storica» si ricorda il lascito nazionalista dannunziano-fiumano, che fu una delle grandi matrici del fascismo, persino, va detto, al di là del confuso pensiero politico del «Vate». La violenta «snazionalizzazione» di terre slave, la persecuzione della popolazione indigena, che avrebbe preparato gli orrori dell’occupazione della Jugoslavia nella Seconda guerra mondiale, e così via- E si ricorda che certamente il 12 settembre del ’19 non richiama una data da festeggiare, tutt’altro.

LE NOSTRE DATE CIVILI sono e restano altre, l’8 settembre del ’43 e il 25 aprile del ’45 (aggiungerei anche il 2 giugno del ’46). E che operazioni come quella messa in essere dall’amministrazione triestina con la volenterosa complicità del Vittoriale degli Italiani, sono culturalmente sbagliate e politicamente inquietanti.

Forse gli storici di mestiere qualche domanda dovrebbero porsela, sulla loro scarsa e lenta reattività rispetto all’uso e soprattutto all’abuso pubblico della storia, che produce mostricciattoli (in ogni senso) come la mostra su Fiume e il monumento a D’Annunzio.

O vogliamo aspettare inerti il prossimo passo? Magari la celebrazione del 28 ottobre 1922, quando un’altra marcia, quella su Roma, modellata sull’esempio dannunziano, portò al potere un certo Mussolini…

* Fonte: Angelo D’Orsi, il manifesto

Negli anni Novanta, quando giocava alla secessione, la Lega era solita sostituire i nomi delle vie che avevano riferimenti nazionali con quelli leghisti. Il più classico era la sostituzione di via Roma con via Padania o via Lega Lombarda.

Lo fecero anche a Erba, nel comasco, dove oggi la Lega «non più Nord», insieme a Forza Italia e liste civiche del sindaco, vorrebbe intitolare una via a un podestà fascista che collaborò con i nazisti e partecipò alla Repubblica Sociale Italiana: Alberto Airoldi. Tutto parte da un appello ospitato a inizio luglio dal quotidiano locale La Provincia dove l’autore, lo scenografo Ezio Frigerio, propone di intitolare una via al podestà fascista. Il motivo è culturale: Alberto Airoldi ha contribuito a fondare nel 1923 il teatro Licinium di Erba, ha animato la rivista Brianza e si è affermato come poeta brianzolo.

Ma per questi meriti Erba lo ha già omaggiato anni fa intitolandogli il cippo al teatro Licinium, un omaggio esclusivamente culturale. A nessuno era venuto in mente di celebrare in altro modo e in altri ambiti colui che fu sì un personaggio della cultura locale, ma soprattutto un fascista che collaborò coi nazisti nella persecuzione degli ebrei.

Dalle parole dell’appello ai fatti, la Lega e il resto del centrodestra hanno preso la palla al balzo e scritto una mozione che presenteranno il 15 luglio in consiglio comunale. «Il podestà Alberto Airoldi amava Erba e i suoi concittadini che ha sempre tutelato e difeso», ha detto il deputato leghista e consigliere comunale Eugenio Zoffili.

«Me l’hanno raccontato i nostri anziani e chi l’ha conosciuto di persona. Per la Lega non ci sono dubbi: è doveroso dedicargli una piazza della nostra città, ma anche organizzare incontri culturali e iniziative nelle nostre scuole per farlo conoscere ai nostri ragazzi. Chi a sinistra è contrario perché era fascista, o chi tentenna e fa il democristiano manca di rispetto a Erba che ricorda la sua storia per crescere forte nel futuro con l’esempio di persone come Alberto Airoldi di cui siamo tutti orgogliosi».

Tra gli anziani con cui Zoffili ha parlato non devono esserci stati gli anziani della famiglia Usiglio o delle altre di origine ebraica segnalate da Airoldi al ministero degli Interni fascista. «Al di là delle sue posizioni e delle sue scelte politiche, Airoldi è stato il protagonista indiscusso di una stagione esaltante di rinascita culturale per la città», ha detto la vicesindaca leghista Erica Rivolta.

Il podestà applicò le leggi razziali in modo scrupoloso e secondo alcune ricostruzioni si spinse anche oltre. A Radio Popolare Manuel Guzzone dell’Anpi di Como, che ha studiato la figura di Airoldi, ha raccontato che nel 1939 il podestà scrisse un opuscolo dal titolo «Elenco di cognomi ebraici», dove elencò famiglie ebraiche del territorio comasco fuori dai confini del comune di sua competenza, Erba.

«In un certo senso aiutò chi venne dopo di lui, i nazisti, nei rastrellamenti. Molte di quelle famiglie avevano lasciato Milano per oltrepassare il confine comasco verso la Svizzera. Lui non solo approvò le leggi razziali, ma diede un ulteriore aiuto ai nazisti indicando le famiglie ebraiche del territorio».

Fu coinvolto nel processo al Primo partigiano della resistenza brianzola Giancarlo Puecher, fucilato il 23 dicembre 1943 a Erba. «Il ruolo di Airoldi fu determinate – racconta Guzzon – C’è un ulteriore particolare che risuona particolarmente inopportuno. La via che cambierà di nome dovrebbe essere un tratto di via Crotto Rosa, la stessa dove al civico 5 aveva vissuto per un periodo un componente della famiglia Usiglio, una delle famiglie ebraiche di Erba segnalate da Airoldi».

La mozione che arriverà in consiglio comunale il 15 luglio è sostenuta da Lega, Forza Italia, lista civica Il Buonsenso e lista civica del sindaco Veronica Airoldi, nipote del podestà: un grande omaggio al nonno.
Nel comune comasco, a solida maggioranza di destra, in tanti non ci stanno e lunedì manifesteranno dalle ore 20 fuori dal consiglio comunale.

«Le adesioni stanno crescendo», dicono dall’Anpi di Monguzzo. Ci saranno Cgil, Cisl, Uil e delegazioni da alcune fabbriche del territorio, come il cementificio Holcim.

E poi il Pd, Rifondazione, Sinistra italiana e una ventina di associazioni. «Non è sufficiente esibire meriti culturali per cancellare una macchia indelebile come la complicità attiva nel regime fascista; persino Hermann Goering, numero due del nazismo, aveva meriti culturali ed era uno dei più grandi collezionisti d’arte, ma nessuno in Germania si sognerebbe mai di intitolargli una via», scrive l’Anpi nell’appello. Una piccola storia locale, un podestà a cui verrà intitolata una via, ma che racconta come avviene la normalizzazione del fascismo.

* Fonte: Roberto Maggioni, IL MANIFESTO

Ecco un altro Signor Nessuno giunto ai disonori della cronaca, stavolta a Vicenza, comune in mano ad una Giunta di destra (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e liste civiche). Il cui vice-sindaco, Matteo Tosetto (professione immobiliarista), ha avuto il becco di raccontare in una conferenza stampa le motivazioni con cui l’Amministrazione della città ha deciso di cambiare una lapide commemorativa di uno dei peggiori eccidi nazisti in Italia.
Ebbene, a leggerle c’è davvero da rimanere di stucco, davanti a tanta ignoranza, tanta protervia e tanta stupida insolenza. Dunque lo zelante amministratore, ha spiegato che l’intervento lapideo relativo ai fatti del 9 novembre 1944, è stata fatto in nome della «memoria condivisa». Si è trattato di una semplice «correzione» del testo della lapide, dove sono scomparse due parole significative: «nazifascisti», ossia gli autori della strage (sostituiti da un pudico «truppe di occupazione»!), e «Resistenza», eliminata come parola eretica ed evitanda, sostituita con quella che è apparsa più tollerabile (a mala pena, ritengo) di «Costituzione». Ma avremmo oggi l’una, la Carta costituzionale, senza ciò che chiamiamo «Resistenza», ossia l’azione di uomini e donne tra il ’43 e il 45, si batterono contro i nazifascisti?

Il sindaco, Vincenzo Rucco, confermando le parole del suo vice, ha aggiunto che l’operazione è stata compiuta «nel rispetto di tutte le vittime», anche quelle dell’altra parte, insomma. Non ha spiegato però quali siano state le vittime dell’altra parte, e non avrebbe potuto in quanto non vi furono. Quel 9 novembre un’azione partigiana aveva fatto saltare un ponte sulla ferrovia che serviva al trasporto di truppe germaniche: un attentato utile alla causa della Resistenza, che non produsse vittima alcuna, tra tedeschi e repubblichini, ma ne scatenò la vendetta: dieci giovani e giovinetti, partigiani o sospetti partigiani, detenuti nel carcere padovano, furono fucilati per rappresaglia.

Atteggiandosi a filosofo liberale, il succitato vice-sindaco, venditore di case, ha sentenziato: «Non ci accapigliamo su chi abbia più titolo per parlare di libertà, che invece ha un valore assoluto». Dimenticando che la libertà ce l’hanno data proprio quei dieci ragazzi, e le centinaia di migliaia di italiani che come loro hanno gettato le loro vite su di un piatto della bilancia della storia, coscienti dei rischi che correvano, mentre sull’altro c’era appunto il valore della libertà. Che evidentemente a quegli «sconsiderati» doveva apparire un bene più importante delle stesse loro vite. E dall’altra parte, accanto alle «truppe di occupazione» operavano, sovente coprendosi il volto onde evitare che i compaesani li riconoscessero, gli adepti della Rsi, fascisti italiani che agivano di concerto con i tedeschi nazisti.

Oggi, Vicenza, il cui territorio molto ha dato alla lotta di Liberazione, con un gesto maramaldesco, ad opera della maggioranza che guida il Comune, dà un colpo di spugna sui fatti, sulle vittime, sui carnefici, tutto annegando nella ineffabile memoria condivisa. I guasti prodotti dal revisionismo storiografico, precipitato via via dai De Felice ai Pansa, in un processo inquietante, si stanno manifestando giorno dopo giorno, ovunque. Abbiamo commentato su queste pagine, solo pochi giorni fa, la proposta di sostituire al 25 Aprile (e al 2 Giugno), il 4 Novembre, una ricorrenza «nazionale» che sarebbe appunto da considerare «condivisa», mentre quelle date che hanno segnato le tappe della storia della Nuova Italia, sarebbero «divisive».

I segnali in questa stessa direzione sono innumerevoli. Oltre all’Anpi (da cui è arrivata una immediata reazione in sede locale: attendiamo quella nazionale), il mondo intellettuale, in particolare la comunità degli storici, non ha nulla da obiettare? Non siamo forse giunti ai segnali di una inaccettabile «riscrittura» della storia?

* Fonte: Angelo d’Orsi, IL MANIFESTO

Il revisionismo ha compiuto una lunga marcia, a partire dagli anni Sessanta, tra Francia, Germania, Italia, essenzialmente. In Italia ha riscosso notevole fortuna, e ha riguardato essenzialmente la vicenda del comunismo e del fascismo: alla squalificazione del primo, ha corrisposto, in contemporanea, il recupero del secondo.

Il processo ricevé una formidabile accelerazione con «la caduta del Muro», e l’immediata sentenza di morte autoinflittasi dal Partito comunista, quando si accettò non soltanto il terreno dell’avversario ma la sua tesi di fondo: la intima natura maligna, del comunismo.

Tale revisionismo estremistico toccò punte clamorose dopo l’avvento di Berlusconi, e lo «sdoganamento» della destra «postfascista» e il suo ingresso in area governativa.

Il giudizio riduttivo sulla Resistenza, la banalizzazione e la successiva demonizzazione del partigianato, in specie comunista, l’equiparazione tra repubblichini e combattenti per la libertà, la retorica della memoria condivisa, e così via, condussero alla celebrazione del «sangue dei vinti».

Il revisionismo giungeva così alla sua fase estrema, il «rovescismo». E qui si pone la «questione foibe», lanciata da un programma televisivo nei primi anni ‘90.

Una vicenda drammatica della storia dell’Europa che tentava di risollevarsi dalla catastrofe della guerra scatenata dal nazifascismo, finiva in show ma, nella disattenzione degli apparati culturali della democrazia, generava rilevanti esiti politici e persino giuridici.

Da capitolo della storia la foiba diventava un marchio propagandistico: il luogo, il simbolo, la bandiera da agitare in ogni situazione, come in passato si fece con l’Ungheria del 1956, o la Cecoslovacchia del 1968. La foiba fu il nome del martirio subìto da centinaia, migliaia, decine di migliaia (l’andamento delle cifre è grottesco) di italiani «colpevoli solo di essere italiani».

Non si vuole sottovalutare la questione dell’esodo forzoso dei connazionali dalle terre del Nord-Est, che comunque va tenuta distinta da quella delle foibe.

In passato, studiosi come Enzo Collotti e Giovanni Miccoli ci misero in guardia però dalla necessità di non sottovalutare il nesso tra foibe e risposta ai crimini del fascismo. Ma già da allora apparve difficile opporsi all’«operazione foibe». La foiba diventò un tabù: l’invito a riconsiderare scientificamente il problema veniva bollato con l’etichetta di «negazionismo».

E nelle foibe venivano affossate le colpe della nazione italiana, che anzi ne usciva con una sorta di lavacro che le restituiva l’innocenza. La foiba diventava, al contrario, il trionfale verdetto sulle irredimibili colpe del comunismo.

La storia, invece, che ci dice? Che il 1945, con le sue tragedie e le sue atrocità, fu la conseguenza di una politica italiana all’insegna di un razzismo antislavo (la «barbarie» di quella gente), fin dalla stessa origine del Regno dei serbocroati e degli sloveni, verso la fine della Grande guerra.

Nell’Italia dannunziana la «Vittoria mutilata», l’impresa fiumana, furono base culturale dell’ondata antislava, che giunto Mussolini al potere, sedimentò nella pretesa di sottoporre la Jugoslavia al «protettivo» controllo italiano, tanto meglio se si fosse potuto frammentare l’unità di quei popoli faticosamente raggiunta.

Il fascismo non arretrò davanti alla pulizia etnica, che nella Seconda guerra assunse le tinte fosche di una violenza inaudita, nella quale gli italiani fascisti non furono inferiori ai tedeschi nazisti. Noi fingiamo di dimenticarlo, o semplicemente lo ignoriamo; ma come si poteva pretendere che quei popoli dimenticassero?

Le foibe, di cui si è volutamente e grottescamente esagerato numero e portata, sono la risposta jugoslava: e i primi a servirsi di quelle cavità per i «nemici» peraltro furono gli italiani. E il più delle volte erano tombe naturali in cui in guerra si dava sepoltura ai morti, sia le vittime di combattimenti, sia persone giustiziate, accusate di crimini di guerra: in quella situazione vi furono probabilmente anche innocenti infoibati. Ma ridurre tutta la vicenda a questo è esempio di profonda disonestà intellettuale e di un pesante uso politico della storia, tanto meglio se i fatti vengono direttamente «adattati» all’obiettivo perseguito.

Che fu più chiaro, con l’istituzione, nel marzo 2004 (II governo Berlusconi), con voto condiviso dal centrosinistra, di una legge istitutiva del «Giorno del ricordo» («dell’esodo degli italiani dalle terre dalmato-giuliane dei “martiri delle foibe”»).

Sabato 10 febbraio ne discutiamo in un convegno a Torino.

In proposito mi limito qui a ricordare quanto scrisse un testimone d’eccezione, Boris Pahor, che giudicò che quella legge «monca, unilaterale, parla del ricordo italiano, tralascia il ricordo altrui», ossia della parte jugoslava, specificamente slovena, che ha subìto un’ampia gamma di crimini e nefandezze da parte italiana.

FONTE: Angelo d’Orsi, IL MANIFESTO

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