Senza categoria

AVIGLIANA (VAL DI SUSA). «Non in mio nome». Un cartello si alza sopra le teste dei manifestanti che attraversano Avigliana per protestare contro il decreto sicurezza firmato da Salvini. E dice tutto in quattro parole. No a una legge che calpesta i diritti e la Costituzione, no a una legge che crea «insicurezza», come riporta lo striscione tenuto dai sindaci valsusini sul palco di piazza Conte Rosso, a fine corteo.

Ieri, ad Avigliana, all’imbocco della Val di Susa, sono scese in piazza cinquemila persone. E non è un caso che sia successo qui. Perché storicamente è una valle di transito e di frontiera, ma anche di accoglienza. Lo è stata con gli italiani che arrivano dal Sud, con gli albanesi e gli jugoslavi che fuggivano dai loro Paesi negli anni Novanta. E lo è ai giorni nostri per tutti quelli che fuggono dalle guerre e dalla povertà in Africa. Lo è essendo un modello di integrazione con il progetto di micro accoglienza diffusa (Mad), che da tre anni coinvolge diversi comuni e migranti. Anche loro in corteo contro una legge che discrimina gli uomini e le donne in base ai luoghi dove sono nati. «Ma discrimina anche gli italiani, essendoci una norma repressiva nei confronti dei assembramenti, che lede il diritto a manifestare», ha detto, dal palco, uno degli organizzatori, Enzo Merini, sindaco di Vaie, che ha promosso l’iniziativa ed elaborato un documento, approvato dai sindaci valsusini, «contro questo decreto anticostituzionale».

«Questa piazza – ha sottolineato il sindaco di Avigliana, Andrea Archinà – è la testimonianza di una nuova umanità che pone l’accoglienza di chi ha bisogno al centro del proprio agire. E mette al centro pure la pace, perché prima di tutto dobbiamo restare umani». Alla vigilia della Giornata della memoria, l’Anpi ha listato a lutto la propria bandiera: «In questi tempi cupi sentivamo la necessità di ritrovarci e manifestare il nostro dissenso. Il mio pensiero va alle persone ancora in balia delle onde a bordo della Sea Watch», ha dichiarato Daniela Molinero, presidente locale dell’associazione partigiani.
Una legge che impedisce il rinnovo della protezione umanitaria, per chi ne aveva diritto, produrrà decine di migliaia di irregolari e tanti problemi. «Si decide di spostare altrove i fondi per l’accoglienza seminando odio», ha precisato Lucrezia Riccardi, responsabile del progetto Mad, che consente di accogliere nei paesi valsusini, 152 richiedenti asilo: 100 in bassa valle, in 20 comuni, e 52 in alta valle, in 16 comuni.

In corteo anche i componenti del «Coro moro», la band di rifugiati che cantano esclusivamente in piemontese. Provengono da Gambia, Ghana, Costa d’Avorio e Senegal; il coro era nato nel 2014 nelle Valli di Lanzo. Hanno sfilato, inoltre, l’assessore regionale Monica Cerutti, l’europarlamentare del Pd Daniele Viotti e il presidente del consiglio regionale Nino Boeti. E, poi, la comunità cattolica e valdese. Sparse tra la folla, le bandiere dei No Tav, del Prc, dell’Arci, di Libera e della Cgil.

Non pervenuti i Cinque stelle, che di questa Valle avevano fatto un fortino. O, almeno, così credevano. Ieri, il loro alleato di governo, Matteo Salvini, ha ripreso a esternare sul Tav, neanche ventiquattro ore dopo aver detto di essere in possesso di un contro dossier che smonterebbe il lavoro della Commissione incaricata dal ministro Danilo Toninelli a elaborare l’analisi costo-benefici sull’opera. «Stiamo lavorando a un progetto che come da contratto di governo tagli sprechi, opere sovrastimate. Se uno vuole un’Italia che cresce e aiutare le imprese e difendere l’ambiente deve togliere i Tir e le macchine dalle strade e dalle autostrade e far viaggiare merci e uomini in treno e quindi non è un derby sì o no». La prossima settimana il vicepremier leghista, padre del decreto contestato ad Avigliana, sarà a Chiomonte, non si sa con quale divisa, per visitare il cantiere dell’alta velocità: «Perché l’Italia sia collegata con il resto del mondo», ha concluso.

* Fonte: Mauro Ravarino,IL MANIFESTO

 

****

Genova accogliente, in 10mila in corteo

Corteo in solidarietà con i migranti. In piazza scout, giuristi, medici, scuole. Megu Chionetti: tutti insieme per smantellare le leggi di Salvini. La galassia delle inziative verso “people-prima le persone”, la manifestazione a Milano il 2 marzo

* Fonte: IL MANIFESTO

TRIESTE. In un insolito sabato d’autunno, Trieste si è svegliata progressivamente blindata e in alcuni tratti deserta. I commercianti hanno abbassato le serrande e tra i cittadini circolava un certo malcontento. Nel primo pomeriggio la città si riempita di due anime contrapposte, mentre il Comune invitava a rimanere «in casa fino alle 20».

Da un lato, in pieno centro, Largo Riborgo ospitava il raduno nazionale di Casapound. Tra la folla, ancora limitata a qualche centinaio di persone, dominava il colore nero. Al balcone di un palazzo era appesa la scritta «Trieste Pro Patria» e, da lassù, alcuni esponenti del partito neofascista hanno salutato la folla, sventolando le loro bandiere. A breve sono arrivati alcuni bus che trasportavano altri militanti provenienti da diverse parti d’Italia: in tutto meno di 2000, alla faccia della «mobilitazione nazionale». Il corteo di Casapound era pronto a partire, accompagnato dalla musica di Wagner.

DALL’ALTRO LATO, in cima al colle di san Giacomo, anche il corteo antifascista si stava preparando. L’atmosfera era più variopinta. Singoli, famiglie e diverse istanze sociali. Più di 10.000 secondo i promotori. Riccardo Laterza, in rappresentanza della rete Trieste Antifascista e Antirazzista che aveva organizzato la manifestazione, ha aperto con un intervento. «Viste le tante presenze anche internazionali, chiederei un favore a chi ne è in grado: provate a riportare ai vostri vicini queste parole, che dopo di me saranno lette anche in sloveno, in più lingue possibili: facciamo in modo che questa sia una manifestazione di tutte e di tutti».

PRESENTI, nel lungo serpentone antifascista, il mondo culturale italiano e sloveno, il mondo sindacale, il mondo laico e cattolico, il mondo femminista e il mondo Lgbt della città.

«Prendo posizione contro questa scelta infelice sia da parte del sindaco che del prefetto – ha dichiarato lo scrittore Pino Roveredo – Sono sollevato perché ci sono molti giovani e vuol dire che c’è una presa di coscienza». Stefania Grimaldi, presidente della Cooperativa La Collina di Trieste, ha così motivato la sua presenza: «Noi rappresentiamo un pezzo della cooperazione sociale, crediamo nei valori della convivenza, dell’inclusione e dell’uguaglianza».

PRESENTE anche Antonio Parisi della comunità Lgbt di Trieste. «Sono qui per accogliere nella maniera più refrattaria possibile l’idea (e non tanto le persone) che gruppi fascisti possano prendere in mano la città», spiega. Un unico momento di tensione si è registrato quando alcuni esponenti di Potere al Popolo hanno contestano i rappresentanti del Partito democratico, presente a livello comunale, regionale e nazionale.

Dall’opposizione in Comune sono scesi in piazza alcuni consiglieri, tra cui Sabrina Morena di Sel. «Sono qui per difendere i valori della Costituzione e dell’antifascismo e trovo indecente che si commemori così la prima guerra mondiale: con un corteo fascista nel centro della città, al quale è stata data più visibilità di quello antifascista», con una critica esplicita al ruolo del Comune guidato dalla destra. Nel frattempo Casapound è sembrata rallentare ma poi ha proseguito tagliando perpendicolarmente via Carducci, luogo più vicino all’altro corteo. Non si è sentita più la musica e i passi dei manipoli neofascisti hanno continuato silenziosi e ordinatissimi, diretti verso il Giardino pubblico. Ma nessuno ha più parlato del concerto previsto per la serata a Fiume (Croazia).

NEL TARDO pomeriggio, Simone di Stefano di Casapound ha dato il via al suo provocatorio e delirante comizio. «Di certo noi oggi non siamo venuti qui per prendere voti… Siamo venuti qui semplicemente per onorare il sacrificio di 600.000 e più italiani che erano i nostri nonni e i nostri bisnonni che nella grande guerra si sono battuti come leoni scrivendo col sangue i confini di questa nostra nazione. Noi oggi siamo qui per celebrare una vittoria».

Qualche centinaio di metri più in là, risuonava una voce opposta. «Mi chiamo Lidia, nome di battaglia Bruna e ho fatto la staffetta partigiana a Novara – ha raccontato Lidia Menapace- Io credo che il successo di questa straordinaria giornata viene dal fatto che non siamo tutti in cattedra a raccontare grandi valori, giudizi ed eroismi ma siamo davvero popolo, tutti e tutte, giovani e meno giovani».

* Fonte: Emily Menguzzato, IL MANIFESTO

A luglio ho deciso di tornare in Italia, assalita dal bisogno di capire. Da Parigi, dove vivevo da dodici anni, seguivo Salvini in tv e mi prendeva vergogna per quel che vedevo. “È anche colpa mia, colpa della nostra parte”, mi ripetevo. Avevo passato la vita a fare politica e reputavo la mia lontananza come un abbandono del campo. Mio marito è scomparso tre anni fa, non avevo più nessuno in Francia, qui a Roma i compagni di una vita non ci sono più, Lucio Magri, Luigi Pintor, Valentino Parlato sono tutti morti, e anche io sono molto vecchia ormai».
Rossana Rossanda, 94 anni, giornalista, scrittrice, partigiana, “la ragazza del secolo scorso”, come titolò la sua famosa autobiografia, sta sfogliando nel salotto di casa i primi numeri della collezione de il manifesto, il giornale da lei fondato nel 1969. «Voglio rileggermi le cronache delle lotte operaie di allora, i lavoratori si sono battuti per i loro diritti e hanno vinto».
Che Italia ha trovato?
«Un Paese irriconoscibile, senza spina dorsale. Mi fa paura vedere quel che sta diventando».
Le fa più paura Salvini o Di Maio?
«Salvini, perché sa quello che vuole, Di Maio è sempre lì che ride».
Cosa la spaventa in Salvini?
«La prepotenza. Ho studiato a fondo il decreto sulla sicurezza, non capisco come Mattarella abbia potuto firmarlo».
Le sembra razzista?
«Lo è. Il migrante è visto soltanto come un potenziale criminale».
Che potere è questo al governo?
«È la deriva razzista del populismo. Di Maio e Salvini sono entrambi populisti, ma in maniera diversa, perché nel governo prevalgono soprattutto le idee del leghista. I Cinquestelle non riesco a prenderli sul serio».
Hanno avuto il 32 per cento, come fa a dire che non vanno presi sul serio?
«Forse è un modo sbagliato di dire. Voglio dire: non riesco a capirli. Mi dicono che molti di sinistra hanno votato per loro, ma i Cinquestelle di sinistra non hanno proprio niente».
Moltissimi ex extraparlamentari hanno votato per l’M5s. Come lo spiega? Con una proposta di radicalità che la sinistra riformista non offriva più?
«Mi sembra evidente. Hanno cercato un cambiamento vendicativo dopo che le loro speranze sono andate deluse».
Cosa ci dice questo della sinistra italiana?
«Milioni di persone votavano a sinistra perché nel suo Dna c’era la difesa dei più deboli. Questo non lo pensa più nessuno».
Questa mutazione quando avviene?
«Direi che inizia con il cambio del nome di Occhetto. Cambiare nome significa mutare la propria identità. Da allora di nomi ne hanno cambiati tre o quattro e ogni volta si sono allontanati un pezzetto dalla loro base. Veltroni è arrivato a dire che non era mai stato comunista».
Lei è ancora comunista?
«Io sì».
Per chi voterebbe oggi?
«Non saprei. Prenda i candidati segretari del Pd: Zingaretti, Minniti, Martina, Boccia, Richetti. Non li distinguo. Mi dicono che Delrio è bravo. Non dubito. Ma qual è la sua visione del mondo? Quando ero giovane a Milano ho conosciuto bene la sinistra dc, quella di Marcora e Granelli: le loro voci si distinguevano nettamente da quelle delle altre correnti.
Prenda il democristiano Fiorentino Sullo, le sue battaglie contro le speculazioni edilizie si ricordano ancora adesso».
È stupita che gli operai votino per la Lega?
«Quella è un’altra storia, più vecchia. Succedeva già 15 anni fa. Tessera Cgil e voto per la Lega».
Perché è accaduto?
«La Lega forniva spiegazioni semplici. “Se perdi il lavoro te l’ha portato via l’immigrato, e prima ancora il meridionale, il terun. Non è colpa tua. Non è colpa del sistema”. Si è offerto allo stesso tempo un nemico e una consolazione».
Lei è preoccupata dello spread?
«In sé non mi pare un’indicazione di rovina, mi pare più grave fare una manovra che non porterà alcuna crescita, non porterà lavoro».
È favorevole al reddito di cittadinanza?
«In linea di principio sì, è giusto sostenere i poveri, ma poi cosa resterà? Bisogna creare lavoro. E qui sono d’accordo con quel proverbio cinese che dice: dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno, insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita».
Come si schiererà alle Europee?
«Darò un voto pro Europa, contro i pericoli fascisti che vedo in giro. Il fascismo me lo ricordo bene, perciò mi fa paura».
Ma che strade restano alla sinistra stretta tra populismo e austerità?
«A quelli che dicono che non ci sono alternative, dico guardate Sanchez e Podemos in Spagna o il piccolo Portogallo: fate come loro».
È colpita dalla semplificazione del dibattito politico?
«Sono colpita dalla volgarità.
L’altro giorno ho visto in tv una trasmissione dove tutti ripetevano “non me ne frega un cazzo”, se parlavo così mio padre mi mollava come minimo una sberla».
Rimpiange di non avere avuto figli?
«Sì. Adesso mi sentirei meno sola e soprattutto avrei la percezione di avere tramandato qualcosa di me».
Perché non li ha avuti?
«Avevo molto da fare».
Come sono stati i suoi due matrimoni?
«Grandi amori. Erano entrambi molto simpatici. C’era sempre tra noi la voglia di stare assieme, non c’è niente di più bello, non trova?».
Come guarda al futuro?
«So che non ne ho più molto e in fondo non mi dispiace. Ho avuto una vita molto fortunata, ho conosciuto gente interessante».
Le figure più importanti?
«Mio suocero, il mio maestro Antonio Banfi, Sartre».
Com’era Sartre?
«Un raro caso di francese disponibile, aperto. Veniva a Roma tutti gli anni, amava l’Italia, era curioso, la de Beauvoir era più rigida».
Qual è l’ultimo libro letto?
« Le assaggiatrici di Rosella Postorino, interessante. Vorrei leggere Scurati su Mussolini».
Non sta sui social?
«Li detesto. Voglio passare all’altro mondo senza aver dato un solo euro a Zuckerberg».
Nel bilancio della sua vita prevalgono più le ragioni o i torti?
«Ho cercato di fare prevalere le ragioni, ma ho avuto grandi torti, del resto chi può negare di sé di non averne avuti».
Qual è il torto più grande?
«Non glielo dico. Lo dico con fatica anche a me stessa».

* Fonte: CONCETTO VECCHIO, LA REPUBBLICA

L’articolo di Erri De Luca che segue apre una nuova campagna contro l’obbligo di obbedienza, a difesa dei cinque licenziati di Pomigliano che culminerà il 30 settembre con un evento (convegno-spettacolo) al Maschio Angioino con la partecipazione del sindaco Luigi De Magistris, di Ascanio Celestini, Moni Ovadia, Franca Fornerio, Erri De Luca, Daniela Padoan, Paolo Maddalena, alcuni dei quali prenderanno parte allo spettacolo (oltre che al convegno) insieme ai cinque operai licenziati. Sarà un grande evento.

Il 6 giugno 2018 la Cassazione ha stabilito l’obbligo di fedeltà dei dipendenti nei confronti del datore di lavoro, anche fuori del turno e del luogo. La sentenza riguarda cinque operai della Fiat di Pomigliano D’Arco, che in appello avevano prevalso sull’azienda che li aveva licenziati.
L’obbligo di fedeltà spetta ai cani e alle altre specie animali addomesticate.
La specie umana si distingue per il conquistato diritto alla libertà di opera e parola.
La storia sacra narra l’esordio della coppia prototipo, piantata in un giardino del quale potevano disporre. Una sola pianta era esclusa dalla loro portata. Proprio da quella vanno a cogliere il frutto e che frutto: la conoscenza di bene e male.
La conoscenza: si spalancano i loro occhi, s’ingrandisce la loro facoltà di percepire, si accorgono di essere nudi. Nessuna specie vivente ha questa notizia. La coppia prototipo si è staccata dal resto delle creature, inaugurando le piste desertiche e inesplorate del libero arbitrio.
La loro libertà inizia dall’infedeltà non solo a un obbligo, ma al legislatore di quell’obbligo, la divinità in persona.
Alla Cassazione spetta l’ultima parola di un procedimento giudiziario. Vuole essere tombale e definitiva. Ma si sa che le lapidi mentono spesso. Perciò dissento. Questa sentenza della Cassazione va ridotta a penultima parola. L’obbligo di fedeltà di chiunque riporta indietro alla storia di un giardino, di una pianta proibita e di un ammutinamento.
Se quella coppia non avesse forzato l’obbligo di fedeltà, la specie umana starebbe ancora imbambolata e nuda nel giardino incantato dell’infanzia.
Sottolineo che l’iniziativa spettò alla donna. Lei osò l’impensabile, imitata da Adàm dopo aver visto che in seguito all’assaggio non era morta, anzi era più bella.
La coscienza civile di questo paese ha oggi il compito di cassare la Cassazione, sentenza del 6/6/2018.
Fuori dall’aula a porte chiuse di una corte, all’aria aperta delle piazze e delle assemblee si casserà l’obbligo di fedeltà, che va contro natura e civiltà.
Nella specie umana inalienabile è il diritto al dissenso, alla critica, allo spirito di contraddizione verso i poteri pubblici e privati. Ne siamo confermati dall’articolo 21 della Carta Costituzionale.
Aggiungo a conclusione del diritto della specie umana all’ammutinamento, che per me e per chi esercita quest’attività di pubblica parola si tratta anche di un dovere.

Per leggere e sottoscrivere l’appello “Obbligo di fedeltà: per la libertà di parola e l’eguaglianza di fronte alla legge”qui 

oppure inviare mail a: ellugio@tin.it

* Fonte: Erri De Luca, IL MANIFESTO

Per la prima volta i ciclo-fattorini che lavorano per le piattaforme digitali parteciperanno in maniera organizzata al primo maggio a Milano, Torino e Bologna. A Milano i «rider» del sindacato sociale che opera in città – Deliverance Milano – apriranno il corteo del pomeriggio, a Bologna la «Riders Union» faranno una critical mass al mattino e una festa al pomeriggio. E anche a Torino i rider si stanno organizzando.

Le rivendicazioni, ribadite domenica scorsa nella prima assemblea nazionale a Làbas a Bologna, sono: riconoscimento dello status di lavoratori mentre oggi sono considerati «freelance»; abolizione della paga a cottimo e dei sistemi di valutazione aziendale; riconoscimento di un’assicurazione per la salute e contro gli incidenti; dotazione di biciclette e di attrezzatura aziendale come gli elmetti.

Il primo maggio dell’«orgoglio Rider» sarà anche europeo. Negli ultimi due anni, infatti, con lo sviluppo tumultuoso delle piattaforme digitali nel settore della consegna a domicilio sono emerse le prime lotte e i tentativi di auto-organizzazione del nuovo lavoro digitale dei fattorini. La connessione europea tra i gruppi e i sindacati auto-organizzati, dalla Spagna all’Italia fino all’Inghilterra, potrebbe essere uno degli obiettivi della giornata. Tra le ipotesi discusse nell’assemblea bolognese c’è anche «CoopCycle», una piattaforma francese di consegna utilizzabile dalle cooperative di ciclo-fattorini. Al momento è in fase di prova e la si può testare sull’omonimo sito. Si tratta di «un bene comune digitale». Diversamente dagli algoritmi proprietari che oggi eterodirigono le prestazione dei rider per conto delle aziende private (Deliveroo, Foodora ecc) CoopCycle apparterrebbe a tutti coloro che vi contribuiscono (sviluppatori) e che la utilizzano (corrieri, ristoratori). Il software è concesso dalla Peer-to-peer Foundation e il suo uso commerciale è limitato alle cooperative di lavoratori.

A Bologna il comune ha siglato con la «Riders Union» e i sindacati confederali una «Carta dei diritti del lavoro digitale nel contesto urbano». In questi giorni sta contattando le piattaforme per sottoscrivere il documento. Vedremo quante e quali aderiranno al primo esperimento di «negoziazione metropolitana» nella «gig-economy» in Italia. Per il primo maggio i rider bolognesi stanno studiando varie forme di astensione dal lavoro.

FONTE: roberto ciccarelli, IL MANIFESTO

Le mois dernier, nous publiions un appel parisien aux « amis dispersés de par le monde ». Il s’agissait d’une proposition pour fêter dignement le cinquantenaire de mai 1968. Nous venons de nous signaler cet écho paru sur le site Les Pavés en trois langues.

Télécharger le document
(En anglais et en allemand.

UNE EFFERVESCENCE RÉVOLUTIONNAIRE

Aujourd’hui, certains journalistes, intellectuels, artistes et politiciens souhaitent commémorer l’année 68 et ses révoltes, qu’ils présentent comme animées uniquement par le désir de démocratie capitaliste, de plaisir individualiste et libéral. Une fois encore, il s’agit de vendre, de l’audimat, des torchons littéraires et des bulletins de vote ; il s’agit en fait de neutraliser et de mettre à distance ce qui a pu se jouer de politique lors de l’une des années les plus subversives, violentes et offensives de l’après-guerre. Analyser l’histoire pour marteler sa fin, évoquer la fougue et la révolte d’une génération pour mieux enfermer et pacifier la suivante.

Les étudiants parisiens entament le mois de mai en occupant la Sorbonne, les revendications singulières explosent, le refus d’un monde s’exprime sur les murs des villes et s’incarne dans les barricades nocturnes. Les ouvriers rentrent rapidement dans la danse et déclenchent une grève générale sauvage qui paralyse le pays. En deux semaines, le gouvernement plie et accorde des concessions sociales historiques, concessions rejetées par les grévistes…

A Mexico, pendant plusieurs mois, un mouvement pour la liberté d’organisation et contre la répression politique alterne manifestations de centaines de milliers de personnes, occupations des universités et lycées, et affrontements de rue. L’État mexicain achèvera le mouvement en assassinant plus de deux cents personnes lors du massacre de Tlatelolco.

Derrière le rideau de fer, un nouveau gouvernement lance un processus de libéralisation politique, soutenu par le peuple qui accélère sa mise en œuvre : liberté d’expression et de réunion, fin de la censure, ouverture des frontières vers l’Ouest, limitation du pouvoir de la surêté d’État. Il faudra que des chars investissent les places pour mettre fin au printemps de Prague.

Les Viêt-Congs lancent l’offensive du Têt contre les principales villes du Sud. Si les assaillants sont globalement repoussés après quelques semaines, cette offensive montre au monde les capacités de l’armée populaire vietnamienne, annonçant les débuts de la défaite américaine.

En Italie, le mouvement étudiant entre dans sa deuxième année. Partant d’une critique du système universitaire, de son autoritarisme et de sa fonction capitaliste, le mouvement déborde ce cadre, se mêle de politique internationale et de questions domestiques, enchaîne les grèves, quitte les campus pour se fondre dans les villes, et connaît ses premiers affrontements victorieux contre les flics. L’année 68 s’inscrit dans les débuts de la longue séquence rouge italienne, douze années d’expérimentations et de conflits politiques, d’occupations, de grèves, d’émeutes, de lutte armée, de radios pirates, d’expropriations, de quartiers en rébellion. Un bouleversement de tous les aspects de la vie…

Ailleurs aussi, au Japon, aux Etats-Unis, en Allemagne, au Sénégal, un mouvement d’émancipation sans précédent secoue la planète : libérations sexuelle et politique, luttes contre toutes les formes d’autorité, mouvement féministe et dissidence politique ; refus du travail, du monde de l’économie et de ses diktats ; vies communautaires et illégalismes ; naissance de l’écologie radicale et rejet du système académique, réappropriation de savoirs ; rébellion contre l’impérialisme, l’institution militaire et les guerres coloniales.

Les femmes et les hommes qui ont porté ces luttes en ont payé le prix fort, des dizaines de milliers de blessés et de morts, de prisonniers et d’exilés. Mais ils ont aussi connu des victoires et des puissances nouvelles, expérimenté des formes de vie et de combats inédites ; fissurer le monde pour en faire émerger d’autres, inconnus et fous… Partout, ce sont des alliances entre ouvriers et étudiants, entre hommes et femmes, entre immigrés et citoyens nationaux qui ont forgé l’ampleur et l’intensité de ces mouvements, l’altérité comme puissance commune, une manière de désarçonner l’adversaire, de se réinventer, d’apprendre à se battre, et à gagner.

ILS COMMÉMORENT, ON RECOMMENCE

Malgré toutes ces tentatives révolutionnaires, le régime capitaliste a continué sur sa lancée, de mutations en récupérations, de pics de croissance en crises mondiales, le monde est plus malade qu’il ne l’a jamais été :

Les citoyens européens sont supposés être au sommet de la liberté, leurs vies regorgent de choix palpitants. Le choix de liker ou pas, le choix de cette marchandise de merde, ou de la suivante, le choix de ce parti ou d’un autre, qui mèneront de toute façon la même politique, et, évidemment, le choix du type de cancer qui nous fera crever… Une abondance de trajectoires vides de sens pour nous faire oublier notre absence de destin, voilà ce que le capitalisme offre aux « privilégiés » de notre époque. Quant aux autres, les millions de migrants fuyant les guerres, la pauvreté ou les destructions climatiques, ils sont condamnés à l’errance et à la mort aux portes de l’Europe, ou, lorsqu’ils arrivent à passer, à devenir la main d’œuvre exploitée du patronat, ainsi que la chair à canon sur laquelle les polices occidentales expérimentent leurs techniques répressives.

Sur le plan de l’égalité, certaines femmes blanches et cultivées peuvent aujourd’hui devenir des managers comme les autres, et même parfois les dirigeantes de grandes puissances mondiales. Mais le nombre de viols et de féminicides ne diminue pas pour autant, et les femmes racisées continuent à être le ciment inavouable de nos sociétés : laver, soigner, assembler, éduquer, et surtout rester invisibles.

Le travail est plus que jamais imposé comme la valeur cardinale de notre société. Les chômeurs sont traqués, méprisés et éradiqués. Uber, Amazon et leurs armées de managers « créatifs » entreprennent de ré-inventer le fordisme et un mode d’être au monde où chaque seconde est comptée et contrôlée : le culte de l’instant, un présent perpétuel ne laissant aucune place au passé ni à l’avenir…

Au niveau global, on ne peut plus compter le nombre d’espèces animales disparues ou en voie de disparition, pas plus que le nombre d’écosystèmes détruits ou le degré de pollution des océans. Le monde de l’économie continue d’imposer toujours plus la domination de la planète, et la destruction de toutes les formes de vie.

Dans cet univers merveilleux émergent heureusement une forme de conscience lucide, des tentatives de subversions et de confrontations. Un peu partout, la désertion progresse, le capitalisme vert et les politiciens professionnels ne font plus rêver que les idiots ou les salauds. Des alliances se tissent, des migrants occupent des places et des bâtiments, rendent visibles leurs existences et leurs expériences, des femmes s’organisent ensemble pour faire valoir leurs droits, leurs voix et leurs vies. A une échelle plus large, des réformes politiciennes ou des meurtres policiers peuvent entraîner des éruptions politiques massives et inattendues, des grands projets d’infrastructure donnent parfois naissance à des communes libres et à des transformations sensibles de territoires entiers, certaines réunions des dirigeants de ce monde finissent par la mise en échec de milliers de policiers et le saccage en règle de métropoles hyper-sécurisées.

Dans le cadre de ces tentatives, un appel à se rendre à Paris pour un mois de mai sauvage a été lancé par des camarades français. Par ce texte, nous souhaitons répondre positivement à cette invitation, et la relayer auprès de tous nos complices et amies, en devenir ou éprouvées.

Nous nous rendrons à Paris parce que nous pensons que, tout autant que l’état du monde, les mots et l’histoire méritent eux aussi un combat. Il ne s’agit pas de fétichisme ou d’idéalisation d’une période révolue, mais de se nourrir, de rendre vivantes une mémoire, une histoire, des vies et des luttes, ainsi que les désirs et visées qui les ont traversés. Il y a cinquante ans, des milliers de compagnons se sont lancés à l’assaut du ciel. Qu’ils aient finalement échoué à abattre le capitalisme n’est pas l’important. Ce qui nous importe, ce sont les questionnements, les gestes et les élans qu’ils ont posés et comment leur faire écho, comment les respirer, les interroger, les réitérer peut-être. Comme le disent nos amis zapatistes, l’avenir est dans notre passé…

Nous nous rendrons également à Paris pour ce qui s’y joue actuellement, pour soutenir nos camarades français et présenter nos meilleurs vœux à Macron. Elu sur le rejet de la classe politique traditionnelle et se présentant comme « apolitique », Macron met en œuvre depuis un an une politique néolibérale à un rythme frénétique : destruction des droits sociaux, autoritarisme assumé, accroissement du contrôle étatique. Sa première erreur pourrait être de mener actuellement de front des réformes du baccalauréat, de l’accès à l’université et de la SNCF, tout en ayant rendu clair qu’il s’apprête à démolir le secteur public français. Les cheminots, connus comme étant les ouvriers les plus combatifs, ont initié un mouvement de grève qui affectera fortement les transports à partir de début avril. De nombreux lycéens et étudiantes ont commencé à bloquer et occuper leurs écoles et universités. Dans la fonction publique, les travailleurs comprennent que les cadences infernales et le management agressif auxquels ils sont soumis ne feront qu’empirer. Bien sûr le gouvernement double ses attaques politiques d’attaques médiatiques contre les cheminots et les fonctionnaires, alors que les occupations de lycées et d’universités font face à une répression policière et administrative féroce.

Mais la journée de grève et de manifestations du 22 mars 2018 a laissé voir une combativité et une détermination qu’on n’avait plus vu depuis le mouvement contre la loi travail de 2016 : 180 manifs dans toute la France, les systèmes ferroviaires et aérien durement touchés, des cortèges de tête massifs et offensifs. Personne ne peut dire comment ce début de mouvement évoluera dans les semaines à venir, mais il y aura un enjeu certain à créer des ponts, multiplier les rencontres et les mondes à partager : envahir les gares en manif, ouvrir les assemblées, occuper des lieux, trouver des cibles communes… Essayer de sentir et de combattre ensemble, pour que le printemps qui vient dépasse l’histoire et libère enfin un temps dont on s’éprenne.

Rien n’est fini, tout commence…

 

lundimatin

Il 28 marzo 1978, in pieno sequestro Moro, Rossana Rossanda pubblica sul manifesto un corsivo intitolato «Il discorso sulla dc» con la celebre (e incompresa) affermazione sull’«album di famiglia» e le Br.

Nei giorni successivi piovvero critiche, e rispose con questo articolo più lungo del 2 aprile successivo intitolato esplicitamente «L’album di famiglia». 

Non soltanto la politica e la lotta di classe sembrano fuori corso di questi tempi, ma perfino il buonsenso. Non avessi mai osservato che la requisitoria delle Br contro la dc, nel loro secondo messaggio, ricalca stilemi veterocomunisti, mirando a trovare consensi nello spazio lasciato aperto dalla cessazione d’una analisi seria e d’una seria lotta del partito comunista alla democrazia cristiana.

Su questo si sono gettati come leoni tutti i partiti dell’unità nazionale. Il Pci si è sentito offeso, chissà perché. I suoi nemici sono stati felici, chissà perché. L’uno e gli altri strumentalizzano e falsificano allegramente.

Vediamo.

Non parlerò del Giornale, perché sono una veterosettaria e voglio morire senza parlarne. Il Popolo mi fa dire che non solo è veterocomunismo, ma che «affonda le radici nelle trame internazionaliste del Cominform». Povero Cominform, fiacca e spiacevole larva della defunta internazionale: scommetterei che della dc non ebbe neppure tempo di accorgersi, nella breve vita impiegata ingloriosamente a cercare di abbattere Tito.

Il Corriere fa scrivere a Ronchey che l’abbandono da parte del Pci di quel giudizio sulla dc coincide con la fine del suo leninismo.

E perché? Intanto, va a vedere come, se, quando, e in che senso Togliatti abbandonò il leninismo davvero. E poi, perché Lenin dovrebbe essere il simbolo dello schematismo? I suoi giudizi politici sono lucidamente articolati. E quanto alla dc, solo una veggente avrebbe potuto informarlo di questo squisito e tardivo prodotto del secolo.

Soltanto Enzo Forcella sembra aver letto le nostre righe sull’album di famiglia, del resto poco originali, con la consueta lucidità.

il manifesto, fin dall’uccisione di Calabresi, ha negato che il «partito armato» possa trovare appigli nel bolscevismo

QUESTA È MANCATA davvero ai compagni comunisti. Lasciamo andare l’editoriale odierno di Tortorella, dove mi accusa nientemeno che di aver detto che il terrorismo è figlio di Marx, Lenin, Gramsci e Togliatti: qui siamo proprio nella polemica deliberatamente falsificatoria, giacché Tortorella sa benissimo che il manifesto ha, fin dall’uccisione di Calabresi, ricordato come esso sia una pratica veneranda della piccola borghesia, e più recentemente abbia negato che il «partito armato» possa trovare appigli nel bolscevismo.

Ma vediamo il lungo articolo di ieri del compagno Macaluso. «Non so quale album conservi RR. È certo che in esso non c’è la fotografia di Togliatti, né l’immagine di milioni di lavoratori e comunisti che hanno vissuto le lotte, travagli, contraddizioni di questi anni».

Che importa che io abbia scritto che non tutta la politica del Pci stava in quelle formule? Che fortunatamente c’era l’intuizione del partito nuovo, la lettura di Gramsci, una diversa pratica di massa, insomma la «doppiezza» di cui più tardi Togliatti avrebbe parlato? No. La Rossanda parla come il Giornale, come gli esponenti della Dc, come i redattori del Popolo.

Diavolo. Mi domando perché il Pci si sia tenuto in seno per quasi trent’anni un serpente come me.

Ma usciamo da una polemica miserevole e ragioniamo.

PERCHÉ IL PARTITO comunista è così agitato? Perché si sente sulla difensiva? Perché sembra volersi disperatamente scrollare di dosso una paternità dell’estremismo, che nessuno, in Italia, gli attribuisce?

Galloni non spara sulla segreteria o sulla linea comunista, ma se mai su una retrovia sociale, su una base operaia non cedevole, sul sindacato. Anche Carli, a suo tempo, cercò di individuare una continuità fra insorgenza operaia, nel senso di non accettazione del patto sociale, ed eversione.

È una vecchia trappola.

Il Pci non solo farebbe bene a rispondere per le rime a chi cerca di stabilire un filo fra terrorismo e lotta di massa, ma avrebbe anche facile gioco.

Glielo offrono sia le Br, che fanno il contrario d’una lotta operaia di massa sia la risposta operaia, che le isola.

Le Br fanno il contrario d’una lotta operaia di massa. Anzi gli operai le isolano

Che cosa fa imbarazzata la replica comunista, che cosa ne spinge due esponenti ad attaccare più noi che Galloni? Indebolisce il Pci l’incertezza della sua collocazione nei confronti della democrazia cristiana.

Questa «lo fa codardo» rispetto al mio e suo album di famiglia, che è un album niente affatto da buttare.

In esso sta (e non potrebbe essere diversamente) il variare della stessa definizione del nemico storico che si oppone al partito comunista fin dalla rottura dell’unità antifascista, e la democrazia cristiana.

Nella quale esso vide, giustamente, il fronte principale, anche rispetto al fascismo.

COMPAGNO MACALUSO, prendiamo un anno qualsiasi della collezione di Rinascita, per esempio il 1952.

Siamo in piena restaurazione capitalistica. Chi la dirige? La dc. Siamo in piena guerra fredda. Chi ne è lo strumento in Italia? La dc. Siamo in pieno tentativo di mutare la rappresentatività popolare nel paese. Chi ordisce la legge truffa? La dc.

In quella fase si attenua la complessità del giudizio togliattiano su De Gasperi e la sua scelta «democratica».

Felice Platone scrive che la fascistizzazione del tempo nostro sta nel tipo di società americana, e in quel particolare unanimismo bloccato, e che «l’americanizzazione » della vita italiana è il vero veicolo d’un pericolo fascista, e il veicolo dell’americanizzazione è la dc.

Togliatti torna, a proposito di Gramsci, due mesi dopo sullo stesso giudizio: «Non nei gruppi che vivono di nostalgia» ma nel maggiore partito di governo sta il pericolo più grave, «nei rapporti sociali non svecchiati, nelle oligarchie economiche risorgenti e risorte, nella tracotanza dei ceti privilegiati, nella prepotenza e corruzione» che esso garantisce. Poco dopo, una risoluzione del Comitato centrale contro il totalitarismo clericale afferma che la dc vuole fondare «un vero e proprio regime totalitario, in connessione con manovre internazionali, appoggiandosi a forme di eccezionalità».

Gli esempi possono moltiplicarsi, ma a che vale? Vale chiedersi se quel giudizio, che forse appiattisce una ricerca iniziata durante e subito dopo la resistenza, è negli anni cinquanta giusto o sbagliato. E perché si forma.

È giusto, io credo, anche se si giovò di qualche forzatura nella propaganda e nella formazione dei quadri; la denuncia che il partito comunista faceva della dc, anche mettendo da parte l’interrogativo sulla sua natura «popolare» che pur anche allora esisteva, bloccò una svolta reazionaria nel paese e in qualche modo costrinse la stessa democrazia cristiana a quella sempre imperfetta scelta «democratica», che avrebbe fatto precipitare con la crisi prima del centrismo, poi di Fanfani, poi di Tambroni, tutte le contraddizioni interne d’una borghesia che in una società mutata e in mutati rapporti di forza cercava la sua espressione politica.

Senza questa denuncia il movimento delle masse sarebbe gravemente arretrato.

PERCHÉ TORTORELLA si giustifica: «Fummo settari, ma difendemmo sempre la costituzione»? Dovrebbe dire «Fummo settari perché dovemmo a tutti i costi e in condizioni internazionali terribili difendere la costituzione e impedire la sconfitta del movimento».

E Macaluso dovrebbe riproporre le pagine di questo album all’Unità: sono state ingiallite da una storia che il Pci ha potentemente contribuito a fare, mutando realtà e quindi schemi di interpretazione, una grande storia.

Il giudizio sulla dc che allora si venne formando non mutò finché non mutarono la fase internazionale e i rapporti di classe interni, nella seconda metà degli anni cinquanta.

Ancora nel 1956 – dove Ronchey collocherebbe, penso, l’abbandono del leninismo – il giudizio sulla dc così suona nelle Tesi: «Cedendo alla duplice pressione (dell’imperialismo e dell’unità delle classi abbienti, ndr) il partito democristiano, presentatosi all’inizio con un programma di rinnovamento, diventò lo strumento politico d’un piano di conservazione sociale all’interno e di asservimento a interessi stranieri in campo internazionale».

Anzi, allora «la democrazia cristiana diventa partito politico dirigente della borghesia».

Sono definizioni del 1956, quando si lancia la via italiana al socialismo. Che per la prima volta, contraddittoriamente all’affermazione sicuramente forzata d’una avvenuta «totale clericalizzazione della società», aggiunge la questione della dc come partito popolare, e vede in questa sua natura un principio di possibile squilibrio.

In verità, lo squilibrio sarebbe venuto dalla impossibilità della vecchia dc di integrare, nello sviluppo capitalistico, il movimento operaio italiano e da tutto il rinnovamento del quadro, e della strategia, che ne deriva agli inizi degli anni sessanta.

Allora, anzi, la questione della dc diventa un perno della discussione nel partito comunista, luogo dove si confronta una visione «democratico-laicista» e una visione di classe, che mette l’accento e sui soggetti di dominio di classe e sul tipo di aggregazione sociale che il partito cattolico rappresenta; e vede in questa aggregazione una specificità del «caso italiano», il luogo su cui passare per una ricostruzione del blocco storico.

TUTTO QUESTO, nel corsivo che ha suscitato tanti allarmi, lo abbiamo ricordato, ma sta scritto nei testi di anni recenti.

Perché così accesi nervosismi, nella dirigenza comunista, al solo ricordarlo?

Il fatto, ho scritto e ripeto, che quella fu l’ultima analisi seria della democrazia cristiana che il Pci abbia compiuta. Con la morte di Togliatti cessa.

L’ambiziosa operazione del compromesso storico è partita su concetti approssimativi (le grandi correnti, i grandi filoni) separata da un’analisi appena complessa della collocazione della democrazia cristiana nel contesto delle forze politiche borghesi, italiane e non, e della sua impossibilità a separarsi dal ruolo di «partito di fiducia della borghesia».

È PARSA VICINA a perderlo qualche anno fa, perché per un momento la borghesia ha puntato altrove; ma la conversione di tendenza s’è subito verificata. Quando già era tornata ad esserlo in modo inequivocabile e centrale il Pci è andato – in piena crisi – a un accordo politico con un corpo sociale, storico, ideologico, clientelare che non sa più bene come definire, se avversario o amico.

Che non sa «leggere» più. Che non analizza più. Che spera «diverso».

Questa debolezza presente gli fa scrollare violentemente la criniera di fronte al ricordo del passato, gli fa gridare «al terrorista» contro chiunque dica che, sì, la democrazia cristiana era ed è il partito della borghesia italiana e che il Pci, smettendo di dirlo, porta una responsabilità anche dell’oscurarsi del fronte di lotta, dell’intorbidarsi della vita politica.

Sono verità sgradevoli. Non è detto che, nei momenti difficili, bisogna astenersi dal dirle.

da «il manifesto» del 2 aprile 1978, ripubblicato sull’edizione in edicola il 17 marzo 2018

FONTE: Rossana Rossanda, IL MANIFESTO

TORINO. Esplode dopo sette giorni di incubazione la polemica intorno alla figura di Lavinia Flavia Cassaro, l’insegnate che ha insultato e minacciato i poliziotti che proteggevano i militanti di CasaPound chiusi dentro un albergo torinese, dove tenevano un incontro politico.

La giovane donna, dopo il brevissimo contatto tra i manifestanti e le forze dell’ordine, si staccò dal corteo e avanzò circondata da almeno venti fotografi e cineoperatori: giunta a dieci metri dagli scudi dei poliziotti urlò, tra le altre cose: «Vigliacchi, assassini, dovete morire».
La scenata non durò pochi secondi ma diversi minuti, sempre in un contesto da set cinematografico, durante i quali l’insegnante, con toni alterati, accusò i poliziotti di proteggere i neofascisti che attentano alla Resistenza. Concetto che poi ha ripetuto in altre dichiarazioni nei giorni seguenti.
Pochi giorni fa presso la procura di Torino è stata depositata una segnalazione da parte dei funzionari della Digos, che ipotizzavano il reato di oltraggio a pubblico ufficiale. Il giudice Antonio Rinaudo ieri ha caricato le accuse, e ha iscritto Lavinia Flavia Cassaro nel registro degli indagati anche per istigazione a delinquere e minacce.
L’Ufficio scolastico regionale del Piemonte le ha inoltre notificato un secondo provvedimento disciplinare: l’insegnante torinese era già sospesa dal servizio. La sanzione, che potrebbe essere il licenziamento, è stata prospettata «in considerazione della gravità della condotta tenuta dalla docente – seppur non avvenuta all’interno dell’istituzione scolastica – che contrasta in maniera evidente con i doveri inerenti la funzione educativa, e arreca grave pregiudizio alla scuola, agli alunni, alle famiglie e all’immagine stessa della pubblica amministrazione».
Il primo a chiedere il licenziamento dell’insegnante torinese è stato Matteo Renzi, seguito dalla reprimenda – ma senza la richiesta esplicita della cessazione del rapporto di lavoro – della ministra Fedeli. Dal tourbillon mediatico fuori controllo emerge la figura del senatore Stefano Esposito, partito Democratico, in questi giorni a caccia della rielezione. Scovata una foto in cui si vede l’insegnante torinese cantare con Maura Paoli, consigliera comunale del M5s a Torino, concludeva che Cinque stelle e centri sociali sono la stessa cosa. Informato della fotografia, il candidato premier del M5s Luigi di Maio, “licenziava” la povera Paoli: «Credo che quella consigliera non sia più nel Movimento». Una formula ripetuta per ben due volte. Il licenziamento senza giusta causa della consigliera colpevole di “fotografia indebita” è stato ignorato dai cinque stelle torinesi, che riconducevano la sparata elettorale del loro capo a «stanchezza e confusione».
Lavinia Flavia Cassaro ieri sera ha partecipato al corteo organizzato dai centri sociali torinesi contro l’incontro organizzato da Roberto Fiore, capo di Forza Nuova: i manifestanti, circa trecento hanno raggiunto il sacrario partigiano dei Martiri del Martinetto.
Intanto la Polizia di Stato precisa che i poliziotti feriti durante gli scontri di una settimana fa furono colpiti da schegge di legno e non da chiodi o bulloni. Dunque nessuna «bomba di chiodi», come uscito sui molti media all’indomani dalla manifestazione e sostenuto dal ministro dell’interno Marco Minniti.

FONTE: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

Da diversi mesi la Valle di Susa, come altre terre di confine, si trova ad assistere a continui tentativi di passaggio di persone migranti verso la Francia. Spesso alle spalle si lasciano un futuro negato, dal sistema in cui viviamo, accompagnato da distruzione, miseria, guerre e traversate in mare passate miracolosamente indenni. Ad aspettarli, oltre alla rigidità dell’inverno alpino, c’è una pesante e spietata militarizzazione.

La barriera fisica delle montagne alla testata della vallata è resa selettiva dai governi, per le persone ma non per le merci. Per l’inutile e sovrastimato passaggio di queste ultime ci opponiamo come Movimento No Tav alla realizzazione di un’opera da miliardi di euro. Per il passaggio delle persone ci battiamo per la libertà di circolazione. Il Movimento No Tav è Antifascista, in quanto la nostra è una lotta contro le decisioni dall’alto che condizionano la vita delle persone ed è Antirazzista perché queste ultime devono avere eguali diritti. Scegliere dove costruirsi un futuro non deve implicare per forza intraprendere sentieri pericolosi con il rischio di morire sui nostri colli. Riteniamo inaccettabile l’utilizzo della montagna come strumento per l’arricchirsi di pochi, scavando un buco verso la Francia dall’inutilità conclamata. Allo stesso tempo rifiutiamo l’utilizzo di queste stesse montagne nel distruggere la vita delle persone che vi transitano.

Per questi motivi il Movimento No Tav aderisce alla marcia del 7 Gennaio 2018 da Claviere a Montegèvre organizzata dalla Rete di Solidarietà “Briser Le Frontières”: contro le frontiere, per muoversi liberamente.

L’11 dicembre prossimo, presso la Casa della Memoria di Milano, si sarebbe dovuta tenere la proiezione del documentario (peraltro in quel luogo girato e da quella amministrazione commissionato) This Arm | Disarm, sull’opera di Paolo Gallerani e firmato dal collettivo OfficinaMultimediale e da Maurizio “Gibo” Gibertini. Il 5 dicembre compare nell’edizione milanese (cartacea) del quotidiano “la Repubblica” un articolo dal titolo Casa della Memoria in programma un ex degli anni di piombo. Praticamente in contemporanea, il giornalista estensore dell’articolo inoltra a Gibertini una comunicazione scritta da una serie di associazioni e indirizzata all’assessore alla Cultura di Milano e a varie altre figure istituzionali, fra le quali il sindaco Sala. In questa comunicazione si chiede di vietare la proiezione. Al di là delle gravi inesattezze e falsità contenute nel testo in questione, rispetto alle quali “Gibo” valuterà di tutelarsi nelle forme e sedi che riterrà opportune, questo fatto ci impone nuovamente la necessità di una riflessione e di una presa di parola collettiva contro l’ennesimo caso in cui viene impedita la libertà di espressione a chi ha la “colpa” di aver militato nei movimenti di lotta degli anni Settanta in Italia.

Le polemiche e i “linciaggi” politici e mediatici che in questi ultimi anni hanno colpito diversi/e esponenti dei movimenti e delle organizzazioni della sinistra extraparlamentare e rivoluzionaria italiana negli anni Settanta del secolo scorso, “rei” di aver partecipato o di essere stati invitati ad una serie di iniziative pubbliche di tipo e segno diverso, danno la dimensione di come la “sindrome degli anni di piombo” sia ancora diffusa in ampi settori del mondo politico, giornalistico, associativo e delle forze dell’ordine di questo Paese. Non ci interessa qui discutere le scelte politiche o personali di ognuno di loro, né dei contesti e delle iniziative la cui partecipazione da parte di ex esponenti di organizzazioni rivoluzionarie (comprese quelle armate) attive quarant’anni fa è stata stigmatizzata.

Ci preme invece evidenziare quanto ancora oggi il tema della violenza politica (ivi incluso quello della lotta armata) sia divenuto una specie di “passato che non passa” rispetto al quale l’azione della magistratura sembra essersi sostituita al silenzio degli storici (o alla marginalizzazione di quante e quanti coraggiosamente decidono di occuparsi seriamente di questo pezzo di storia repubblicana). Un fenomeno non da studiare e comprendere (cosa ben diversa per l’appunto dal giudicare), ma da sottoporre perennemente alle strumentalizzazioni della politica, costume tutto italiano (le cose vanno in modo ben diverso in altri Paesi europei, anche in quelli che hanno conosciuto fenomeni analoghi), che viene da lontano.

Senza contare che, di fronte a questi attacchi smodati, va a farsi benedire tutta la litania sulla “funzione rieducativa” del carcere (visto che si tratta di persone che hanno scontato le pene a cui sono state condannate): a nessuno di coloro che scagliano anatemi o distribuiscono censure interessa il merito di quello che dicono o fanno i censurati nelle attività alle quali vengono invitati (peraltro, come si è scritto sopra, quello del regista – non ex-terrorista – Gibertini  è un documentario che nulla ha a che vedere con gli anni Settanta), ciò che interessa è solo il concetto del “fine pena mai”, a maggior ragione se l’additato/a magari fa ancora attivismo nella società, nel mondo della cultura o dell’informazione (magari con posizioni “anti-sistema”, come scrivono i censori di “Gibo” istituendo un assurdo parallelismo tra opposizione politica e terrorismo), in spregio alle più elementari norme della convivenza e della trasparenza e, in altre parole, della Memoria stessa. Un “ergastolo” sociale e morale, con il quale si preferisce schiacciare tutto un periodo, gli anni Settanta, sotto la plumbea cappa della definizione “anni di piombo”, evitando di vedere in esso e nei movimenti sociali che lo hanno attraversato anche una occasione importante (sebbene non colta) per dare un futuro diverso a questo Paese. Il tutto senza scrupolo alcuno neppure per il fatto che la censura dell’opera di Gibertini sia, se possibile, aggravata da quella, risultante, della produzione artistica di Paolo Gallerani.

Sentiamo quindi la necessità di denunciare con un appello aperto a tutte e tutti il clima da “laica inquisizione” che caratterizza il dibattito e la riflessione sugli anni Settanta in Italia, colpisce perennemente coloro che hanno partecipato a quei movimenti e attenta gravemente alla libertà di espressione. Qui non è in discussione il “dolore dei parenti delle vittime”, come ha scritto l’assessore milanese alla Cultura (ma di qualsiasi vittima, aggiungiamo noi), che è sacro, attiene alla sfera più intima di chi lo subisce e va rispettato – giova ricordarlo: nel caso specifico di Gibertini non c’è alcuna vittima. Qui è in discussione una cultura punitiva che, nella società così come nel mondo della cultura ma anche della ricerca, che da una parte non vuole fare i conti fino in fondo con la storia recente di questo Paese e dall’altra vuole impedire qualsiasi spazio di parola e chi a questo pezzo di storia ha comunque partecipato, pagandone di persona il prezzo (in termini giudiziari, psicologici, familiari e di salute). Persone che per giorni o settimane si ritrovano sbattute come “mostri” sulle pagine dei giornali o nei servizi dei telegiornali, additate con disprezzo come “quelli/e degli anni di piombo” e che per questo vengono giudicate, e non per le attività (sociali, culturali, professionali) che svolgono oggi.

Una proiezione alternativa del documentario si terrà, alla presenza di Maurizio Gibertini e Paolo Gallerani, lunedì 11 dicembre a Piano Terra, in via Federico Confalonieri 3, Milano.

(Per aggiungere la propria adesione all’appello è possibile inviare una email a: francopalazzi93@gmail.com)

 

Alberto Pantaloni

Pietro Saitta

Andrea Fumagalli

Cristina Morini

Andrea Cegna

Alisa Del Re

Amelia Chiara Trombetta

Giuseppe Caccia

Adelino Zanini

Emanuele Landi

Emanuele Leonardi

Nicolas Martino

Gaetano Grasso

Dario Lovaglio

Mario Gamba

Francesca Coin

Cristina Roncari

Giuseppe Fabrizio

Giorgio Bonazzi

Tiziana Villani

Alessio Kolioulis

Cosimo Lisi

Paolo Gallerani

Nino Fabrizio

Simone De Simoni

Gabriele Battaglia

Lola Matamala

Carlo Vercellone

Francesco Maria Pezzulli

Gianni Giovannelli

Maurizio Teli

Federico Chicchi

Enzo Carbone

Salvatore Palidda

Giorgio Griziotti

Aldo Giannuli

Renzo Rossellini

Stefano Lucarelli

Maria Meriggi

Franco Palazzi

Cristina Balboni

Camilla Pin Montagnana

Flora Cappelluti

Claudia Melica

Luciano Ummarino

Alessandro Bernardi

Daniele Sepe

Roberto Scondino

Enrica Pennello

Luca Trada

Paola Rivetti

Nicoletta Masiero

Roberto Raineri

Andrea Brazzoduro

Marcello Cotogni

Maurizio Sicuro

Marco Assennato

Sandro Mezzadra

Marco Grispigni

Francesco Festa

Graziella Durante

Marco Bascetta

Lanfranco Caminiti

Giovanni Pedranghelu

Marco Spagnuolo

Donata Meneghelli

Italo Di Sabato

Mario Di Vito

Luca Casarotti

Federico Battistutta

Giuliana Peyronel

Carla Centioni

Claudio D’Aguanno

Mimmo Stolfi

Paola Tavella

Franco Oriolo

DeriveApprodi (casa editrice)

Docks società cooperativa

Adalgiso Amendola

Manuela Costa

Dinamo Press

Sergio Scorza

Roberto Vitelli

Luca Barreca

Gianni Maggi

Marco Bonfante

Francesco Gavilli

Carmela Pane

Paolo Barone

Sergio Braga

Gian Piero Di Folco

Corrado Gambi

Claudia Pinelli

Ubaldo Fadini

Osservatorio Repressione

Marco Sisi

Marina Nardi

Paolida Carli

Ignazio Brivio

Adalberto Massimo Mainardi

Vincenzo Robustelli

Giuseppe Manenti

Giorgio Martinico

Giusto Catania

Giulia Giletta

Mirco Bianchi

Milieu edizioni

Francesco Demitry

Emanuele Braga

Adriana Dzimidzik

Sergio Parini

Calogero Lo Piccolo

Marina Campanale

Roberto Ciccarelli

Maurizio Acerbo

Miguel Mellino

Paolo Hutter

Marco Sorellina

Alessandro Ippolito

Davide Lorenzon

Graziella Mascheroni

Riccardo Rosati

Giuseppe Natale

Barbara Del Mercato

Sign In

Reset Your Password