Anni ’20 in rivista. La terza dimensione del lavoro culturale

Come notano Gian Carlo Ferretti e Stefano Guerriero nella Storia dell’informazione culturale in Italia, le diverse testate nate tra il ’20 e il ’30 oscillano tra i freni imposti dal regime e un fervore di attività . Fra le altre il «Convegno», in mostra ora a Milano 

Come notano Gian Carlo Ferretti e Stefano Guerriero nella Storia dell’informazione culturale in Italia, le diverse testate nate tra il ’20 e il ’30 oscillano tra i freni imposti dal regime e un fervore di attività . Fra le altre il «Convegno», in mostra ora a Milano 
«Il nostro posto era in penombra, tra libri da leggere e da scrivere». In quello spazio, definito da una ideale quiete letteraria, Enzo Ferrieri ha fondato una rivista e una casa editrice, una libreria e un circolo culturale, un teatro e un cineclub. Di fantasioso affollamento, piuttosto che di propensione alla penombra, ha in effetti parlato, da testimone, Carlo Linati evocando tratti tipici non solo del «Convegno» (che fu appunto, tra il 1920 e il 1940, rivista, casa editrice, libreria e circolo aperto a letteratura, cinema e teatro), ma del suo stesso animatore: «Pareva talvolta che un che di dilettantesco permeasse il Convegno. Ma oggi mi viene il sospetto che quello fosse proprio il suo bello, che quella sarabanda emergeva intera dalla personalità ricca e tumultuosa di Enzo Ferrieri». Oltre che di letteratura, si occupava di teatro: Ferrieri e i suoi 600 testi è il titolo, appena venato d’ironia, di un omaggio che, nel 1958, il mensile «Sipario» dedica alla sua carriera trentennale di regista, che ha realizzato centinaia di messe in scena, spesso sperimentando lo stesso testo in teatro, alla radio e, più tardi, in televisione. E poi, la radio. Che, negli anni venti, era appena agli inizi, e dove Ferrieri (direttore letterario dell’Eiar tra il 1930 e il ’32) fu tra i primi a parlare di libri a un pubblico che ancora si contava in poche centinaia di migliaia di ascoltatori. Le sue conversazioni erano brillanti: Giacomo Debenedetti scrisse che avevano iniziato un genere nuovo, «sostenuto e amabile, intelligente e agevole, facile senza transazioni». Attento a ogni forma di comunicazione culturale com’era, di linguaggio radiofonico Ferrieri si è occupato anche in sede teorica, con il saggio La radio come forza creativa (vent’anni dopo, nel 1953, anche Carlo Emilio Gadda avrebbe dedicato uno scritto allo stesso tema: il titolo di Gadda, Norme per la redazione di un testo radiofonico, è emblematico non meno di quello di Ferrieri, orientati l’uno alla fiducia nel nuovo, l’altro alla consolazione minuziosa delle regole).
A dar conto degli interessi diversi, Ferrieri aveva organizzato il suo archivio in tre filoni: rivista, teatro, radio. Quello stesso archivio, dopo la sua morte, è stato in parte donato, nel 1991, a Maria Corti per il Centro Manoscritti dell’Università di Pavia, in parte affidato in deposito, nel 2007, alla Fondazione Mondadori che, completato il riordino, organizza ora, fino al 3 luglio, una mostra alla Biblioteca Braidense di Milano: Enzo Ferrieri rabdomante della cultura. Teatro, letteratura, cinema e radio a Milano dagli anni venti agli anni cinquanta. A Pavia, erano state destinate soprattutto le carte, di interesse letterario, legate al «Convegno», e in particolare la corrispondenza tra il direttore e i suoi autori (tra gli epistolari più significativi, quelli con Bacchelli, Linati, Bonsanti, Bontempelli, Montale, Buzzati, Comisso, Piovene…).
Aperture all’Europa
Alla Fondazione Mondadori si raccolgono invece documenti relativi a tutte le attività di Ferrieri, essenziali dunque per ricostruire una storia di interessi culturali a tutto tondo, che si misura con media diversi, e lavora sull’integrazione tra esperienze e linguaggi. Il profilo che ne emerge è quello di un uomo che praticava la cultura (umanistica: Ferrieri, così curioso delle commistioni, fu disinteressato a ogni forma di sapere scientifico) per divulgare e condividere, prensile con tratti di voracità, capace di aggregare idee e persone. In mostra si vedono copioni annotati (il settore più consistente del lascito), foto di scena, bozzetti (Ferrieri lavorò con Fortunato Depero, Giò Ponti, Adolphe Appia) e di costumi (belli, tra gli altri, quelli di Pier Luigi Pizzi per una Venexiana). E, naturalmente, lettere: di scrittori, di artisti, di musicisti, di critici, di editori, di gente di teatro.
Al centro ideale di questo crocevia di voci e di progetti, Ferrieri smista, sceglie, organizza. Ma oltre a restituire la centralità del suo ruolo di impresario, le carte hanno il merito di mostrare un micro-sistema letterario e artistico nella sua forma di intenzione, percorso e approssimazione. Non solo i testi, come filologia insegna, possono essere pensati come oggetti in divenire, definiti da tentativi, rifacimenti, inversioni di rotta: anche le imprese culturali hanno una storia prenatale, dove le intenzioni, i disaccordi e gli errori concorrono al risultato finale non meno dei passaggi diretti e degli obiettivi realizzati. Per questo l’archivio di Ferrieri, e il fatto che sia reso disponibile al pubblico degli studiosi, è importante. Perché mostra il lavoro della cultura, ne restituisce lo spessore, la terza dimensione.
In questa prospettiva quello che suona, dall’esterno, come un monologo (la rivista che parla ai suoi lettori) si trasforma in dialogo, o addirttura in intreccio di voci. E quanto appare pacifico rivela, sotto la superficie, increspature: il reperto forse più commovente uscito dal riordinamento delle carte è una lettera rotta e ingiallita che Pirandello scrisse a Eugenio Levi, uno degli animatori del «Convegno», per ringraziarlo di un’analisi, comparsa sulla rivista, dei Sei personaggi. Il bello viene quando, esauriti i convenevoli di rito, lo scrittore prende posizione, e propone un esercizio di interpretazione complementare e insieme alternativo a quello del critico («Ebbene no, caro Levi»), una vera e propria contro-lettura, consegnata però a una sede, in origine, privata.
Di riviste, intorno agli anni venti, in Italia ne sono nate tante, e diverse negli intenti. A partire dalla «Ronda», avviata nel 1919 da un gruppo di intellettuali che si dichiaravano lontani dai tumulti avanguardistici di una giovinezza ancora vicinissima («a trent’anni la vita è come un gran vento che si va calmando…»). Come Vincenzo Cardarelli, anche Ferrieri aveva una trentina d’anni quando fondò il «Convegno», e le sue intenzioni erano assai poco sperimentali (voleva offrire a tutti «l’immagine ordinata, onesta e decorosa della nostra vita letteraria»).
Subito dopo, il panorama si popola e si fa variegato: «La Fiera letteraria» (1925) a Milano, «il Baretti» (1924) a Torino, «L’Italiano» (1926) a Bologna, «Solaria» (1926) e «Pegaso» (1929) a Firenze. E si potrebbe continuare. Tutte testate che, come ricorda ora un panorama utilissimo, la Storia dell’informazione letteraria in Italia dalla terza pagina a internet (1925-2009) di Gian Carlo Ferretti e Stefano Guerriero (Feltrinelli), oscillano tra vivacità di iniziative e freni imposti dal regime, tra ripiegamento sulla bella pagina e nuova tensione narrativa, tra curiosità per la cultura d’oltralpe e sentori di campanile. Di apertura all’Europa in particolare, ne parlano un po’ tutti magari anche solo per rivendicare, come fa, con qualche acrobazia concettuale, Giovan Battista Angioletti su «L’Italia letteraria», che «l’europeismo, come l’intendevo io, non esclude, anzi presuppone la italianità più genuina».
Anche Ferrieri si destreggia: le incursioni nelle letterature straniere si fanno, al «Convegno» ma, dichiara il direttore, quasi di malavoglia, mettendoci «quello stesso gusto che mettiamo nei viaggi per davvero, cioè poco e pigro». Sarà. Però il «Convegno» fa la sua parte: propone una serie di numeri monografici sullo stato della letteratura nei diversi paesi (La letteratura islandese moderna, per esempio; e poi Il teatro francese contemporaneo, e ancora La letteratura russa contemporanea) o su singoli autori (Joyce, Thomas Mann, Rilke), e porta in Italia testi importanti, tra i quali Esuli di Joyce, nella traduzione di Carlo Linati (la pièce, pubblicata nel 1918, appare sul «Convegno» nel ’20); la casa editrice introduce a sua volta scritti nuovi, per esempio, Il risveglio di primavera di Franz Wedekind nella traduzione di Giacomo Prampolini (un testo del 1891, ma i 40 anni di distanza parlano del provincialismo della cultura italiana); il circolo, infine, presenta ospiti come SteFan Zweig, Rainer Maria Rilke, Paul Valéry. Il «Convegno», insomma, come avrebbe ricordato la germanista Lavinia Mazzucchetti, «era un porto franco con arrivi non troppo controllati di svariatissime merci, un punto di approdo senza divieti e senza rigidi schemi ideologici».
Relazioni di quartiere
Locale e globale. Perché in effetti il «Convegno», che ebbe fra i collaboratori tutti i nomi italiani che contavano, giovani e vecchi (Montale e Ungaretti, Comisso e Pirandello, Cesare Angelini e Giacomo Debenedetti, Piovene e Bacchelli, Rebora e Sbarbaro) fu anche radicatissimo nella cultura milanese. Una geografia tutta chiusa entro pochi isolati, in un sistema di relazioni addirittura di quartiere, tra la libreria, in via Montenapoleone, e il circolo, in via Borgospesso.
A due passi, guardacaso, c’erano la «Fiera letteraria», in via della Spiga, e la galleria-libreria di Enrico Somarè. Lì, nel 1926, era approdato Comisso. Esperienza memorabile per un giovane provinciale inurbato di fresco, tutto teso a captare le correnti di energia del nuovo ambiente: «Attiguo vi era il Convegno, dove fino dai primi giorni fui presentato a Enzo Ferrieri che lo dirigeva. Oltre alla rivista vi era il teatrino dove si tenevano conferenze e spettacoli d’eccezione. Nella sala del Convegno quando v’era qualche riunione si poteva trovare la migliore società di Milano che si appassionava invero all’arte».
Qualcosa in effetti, a Milano, stava cambiando, e se ne erano accorti in tanti. All’inizio dell’avventura di Ferrieri, Massimo Bontempelli scriveva sul «Mondo»: «La letteratura milanese d’oggi non va più cercata nei trivii: si raduna tutta in due istituzioni novissime: il Convegno e la Bottega di Poesia».

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