CONTRORIVOLUZIONE ARABA

È possibile scegliere tra la peste e il colera? Era questa la drammatica domanda che si ponevano gli algerini dopo la vittoria elettorale degli islamisti nel 1991. È possibile scegliere oggi tra i militari e i fondamentalisti religiosi? Le rivolte/rivoluzioni arabe sembravano aver dato una risposta: tra le dittature e gli islamisti esiste un’altra via, quella della libertà  e della democrazia.

È possibile scegliere tra la peste e il colera? Era questa la drammatica domanda che si ponevano gli algerini dopo la vittoria elettorale degli islamisti nel 1991. È possibile scegliere oggi tra i militari e i fondamentalisti religiosi? Le rivolte/rivoluzioni arabe sembravano aver dato una risposta: tra le dittature e gli islamisti esiste un’altra via, quella della libertà  e della democrazia. La tenaglia era stata spezzata da tanti giovani, donne, lavoratori, disoccupati che avevano vinto la paura e avevano messo in fuga quei dittatori che avevano soffocato per anni, decenni, la voglia di libertà. Finalmente il tappo era saltato con un’esplosione di diversità. Ma la spontaneità di quei movimenti, che erano riusciti a superare la censura con internet, che avevano fatto della non violenza la loro scelta di lotta, dell’assenza di partiti il loro vanto, della mancanza di leader un segno della democrazia, della laicità e della rivendicazione della parità di genere il segno della loro modernità, ecco che da ricchezza si è trasformata in debolezza.
Quelli che potevano essere cento fiori, o gelsomini, sono stati calpestati dalle forze più organizzate, intolleranti, che stanno schiacciando le rivoluzioni e le loro conquiste.
Perché una rivoluzione richiede tempo, come dimostra la storia delle rivoluzioni borghesi. Così come non c’è stata la presa di un palazzo d’inverno o un’organizzazione in grado di imporre tutti i cambiamenti, ammesso che fosse giusto e auspicabile. I tempi sono cambiati.
Ma perché se la rivoluzione nei paesi arabi l’hanno fatta i laici le elezioni le hanno vinte gli islamisti? La risposta, una delle risposte, è molto semplice e allo stesso tempo drammatica: hanno vinto le forze più organizzate – gli islamisti, anche se fuori legge, hanno sempre mantenuto l’organizzazione attraverso le moschee – con più soldi (provenienti dal Golfo) e con il supporto di una televisione satellitare come al Jazeera. Inoltre, un regime dittatoriale ma sostanzialmente laico, ha dato argomenti agli islamisti per sconfiggere i fautori della democrazia basata sulla separazione tra religione e stato, con l’equazione laicità uguale corruzione. Saltato il tappo dal vaso di Pandora sono usciti i sentimenti più arcaici, le voglie di vendetta, le divisioni religiose, etniche e claniche. Ancora più laceranti dove la rivolta è diventata solo lotta per il potere con il supporto delle bombe della Nato che ha desertificato ogni sogno di libertà e di democrazia come è avvenuto in Libia. E come rischia di succedere in Siria.
Ma in Tunisia la storia era stata diversa, i militari si erano ritirati, il processo sembrava poter avere un buon esito. In Egitto la situazione era più complessa e oggi lo è ancor di più dopo lo scioglimento del parlamento appena eletto e la conferma della partecipazione al ballottaggio del candidato dell’ex regime, Shafiq.
Non basta una primavera per scardinare poteri, interessi, ben radicati e sedimentati. È l’ora delle controrivoluzioni: le forze reazionarie, siano esse residui dei vecchi regimi o espressione di movimenti islamisti fustigatori, vogliono fare tornare indietro l’orologio della storia.
E se lo potranno fare sarà anche perché l’occidente è passato dall’appoggio ai vecchi dittatori a quello garantito ai nuovi padroni, ancorché islamisti, ma fautori del liberismo economico, senza colpo ferire. Nell’indifferenza del mondo, anche il nostro che per un momento aveva sentito soffiare sulle nostre coste l’aria africana e visto i giovani (precari sulle due sponde del Mediterraneo) contagiati da una indignazione comune.
Torneremo ad occuparci di quella primavera che nel frattempo si è trasformato in «autunno arabo» solo quando arriveranno scialuppe di disperati in cerca d’aiuto. Per lo meno a Lampedusa troveranno un sindaco più accogliente.

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