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AMERICANA. IL ROMANZO IN CUI GUTHRIE CANTÒ L’APOCALISSE DI VENTO E POLVERE

Dopo settant’anni emerge “Una casa di terra”, un libro del celebre folk-singer che è stato accostato alle opere di London e Steinbeck. E che è in linea con quella lunga e profonda corrente narrativa che ha formato la coscienza sociale degli Stati Uniti
Dopo settant’anni emerge “Una casa di terra”, un libro del celebre folk-singer che è stato accostato alle opere di London e Steinbeck. E che è in linea con quella lunga e profonda corrente narrativa che ha formato la coscienza sociale degli Stati Uniti

Come al solito tutto comincia con l’apocalisse. Domenica delle Palme, 1935. Corrono alla mente gli uragani che anche oggi o ieri si mangiano un pezzo dell’America, ma quell’anno è una specie di tempesta di sabbia, un’immensa nube di polvere — le chiamavano Dust Bowl — a mangiarsi un pezzo delle pianure del Texas, come era già successo in Kansas, Nebraska, Oklahoma, Nuovo Messico. La gente si mette stracci bagnati davanti alla bocca per non morire asfissiata, c’è chi non riesce a vedere «un decino nelle proprie tasche, il piatto che ha sotto il naso». Il bestiame è decimato, strangolato dal terriccio che gli intasa naso e gola, i terreni coltivabili diventano deserti, i vecchi muoiono, come le mosche, di “polmonite da polvere”, il cielo è nero. I più colpiti sono, ovvio dirlo, quelli che meno hanno, già stremati dalla Grande Depressione. «Quelli che son rimasti spellati», come avrebbe detto anni prima Jack London.
Le apocalissi abitano spesso la letteratura americana, si sa. Questa qui (grande o piccola che sia, dipende dai punti di vista) è all’origine di
Una casa di terra, l’unico romanzo — fino a quest’anno inedito e completamente sconosciuto — di Woody Guthrie: sì, quello di This Land is Your Land, la stella polare di tutti i folk singer, il padre nobile di una tradizione che va dall’ultimo degli hobo — i girovaghi poi mitizzati dalla Beat Generation — a Bruce Springsteen, passando ovviamente da Pete Seeger a Bob Dylan, senza considerare i migliaia di epigoni contemporanei. Ebbene, oggi l’America viene a sapere che Guthrie è stato anche un notevolissimo romanziere: ma forse non c’è tanto da stupirsi, visto che il mare magnum dello storytelling a stelle e strisce in cui affondava le mani è così strettamente intrecciato con la coscienza che l’America ha di sé. Come non bastasse, sinanche il ritrovamento di questo libro è una storia strepitosamente americana: il manoscritto è stato scoperto quasi per miracolo dallo storico Douglas Brinkley che ne aveva trovato un accenno tra le carte del musicologo Alan Lomax mentre era al lavoro su una biografia dedicata all’inevitabile Dylan. Poi, pubblicato all’inizio dell’anno negli Stati Uniti come primo titolo in assoluto della Infinitum Nihil (che è, strano a dirsi, la casa editrice dell’attore Johnny Depp), per Una casa di terra sono stati scomodati i nomi di Steinbeck e di D. H. Lawrence (quest’ultimo viene chiamato in causa per le pagine dense di torrida ed esplicita sessualità, forse troppo esplicita, per i tempi): eppure il libro era rimasto a languire nell’abisso degli scaffali dell’Università di Tulsa per oltre sette decadi, nonostante che nel frattempo Guthrie — al ritmo di una chitarra “che uccide fascisti” — fosse diventato una pietra angolare della storia musicale americana, come colui che per primo, e dal profondo delle viscere degli Stati Uniti, era riuscito a cantare quel pezzo di umanità che si sporca le mani, che suda, quella che soffre, quella che perde quasi sempre, quella su cui le luci di Hollywood non si erano posate mai. Insomma, “il popolo”, quello trasformato in icona dalla Costituzione americana e lì cristallizzato.
Ma se oggi Una casa di terra (che in Italia vede la luce con Mondadori, pagg. 198, euro 17,50) ha le stimmate del tesoro ritrovato, ai suoi tempi le caratteristiche del “grande romanzo americano” le aveva già tutte: la parabola drammatica ed epica di Tike ed Ella May che lottano contro la povertà, i capitalisti rapaci e il Dust Bowl e che, soprattutto, resistono a tutto fino alla propria consunzione, è un vortice di visioni e di parole, un fiume lavico in cui si specchia un’umanità vibrante e dolente come non ne capitano tutti i giorni. «Non ho mai chiesto di diventar padrona di qualcosa, né di comandare né di dominare sulla terra e sulla vita delle persone. Non ho mai aspirato a niente, se non ad avere un lavoro dignitoso da fare e una casa dignitosa dove abitare… Perché non possiamo, Tike?». Non è un caso se Dylan (il quale, come si sa, giovanissimo andò ad omaggiare il Guthrie a lungo morente in ospedale) l’abbia definito «geniale»: in fondo è un’immensa ballata, una specie di Desolation Row della Grande Depressione. Ma, soprattutto, la storia di Tike ed Ella May e della loro disperata fedeltà alla “casa di terra” (ossia costruita con mattoni di “adobe”, unico materiale capace di resistere al vento distruttore del Texas) è strettamente imparentata con le storie di scrittori come Sherwood Anderson, Jack London, Upton Sinclair: quelli, insomma, che nel primo pezzo del secolo scorso hanno messo nero su bianco la nascente e convulsa coscienza sociale dell’America dentro e fuori l’immaginario prepotente ma falsato dell’american dream.
Qui siamo alla puntata della narrazione americana che precede Woody Guthrie, un altro scorcio di storia che — come l’uragano di sabbia di cui sopra — si rivolge a noi direttamente. «La crisi economica mondiale che stiamo vivendo, con i suoi alti e i suoi bassi, le illusorie ripresine e i tonfi improvvisi e devastanti, e i tassi di disoccupazione che crescono ovunque, ha indotto a riavvolgere la pellicola della nostra storia di quasi un secolo, fino agli anni trenta del Novecento: alla Grande Depressione statunitense»: così scrive Mario Maffi nella nuova prefazione al suo
La giungla e il grattacielo, memorabile saggio che uscì la prima volta nel 1981 e che ora Odoya pubblica in una nuova versione, ampliata e rimaneggiata. Non solo incursioni in un realismo epico, vicende di lavoratori delle miniere di carbone alle prese con il loro primo sciopero, ma pagine spesso anche profetiche, come quelle di Petrolio!, di Upton Sinclair, con quella lunga corsa in automobile per le strade californiane che anticipa tanti road movies nonché un’infinità di canzoni del “Boss” (considerate che siamo nel 1927), strade lungo le quali si schierano «parecchi alberghetti dall’aria malconcia e cadente e lunghe file di casupole fatte solo di assi… c’era persino qualche pietoso tentativo di orto o di giardino, ma ceneri e fumo bruciavano ogni cosa».
Un viaggio alle origini di quel «ricco repertorio di parole, immagini, trame, personaggi, scenari, vicende personali e collettive », come dice l’americanista Maffi, dal quale riaffiorano libri che l’ingenerosità della storia rischiava di gettare nel dimenticatoio: gli scritti statunitensi di John Reed, per esempio, e poi ancora Winston Churchill (l’omonimo e popolarissimo scrittore “anti-novecentesco” americano, non il premier britannico col sigaro) o pagine come quelle di Uomini in marcia di Sherwood Anderson, dove è l’industrialismo alienante a strappare la gente dai campi e privarli del passato in nome di un futuro che arricchisce solo gli altri. E ancora, le metropoli dolenti di Theodore Dreiser o l’incredibile
Popolo degli abissi di Jack London: «Uomini, donne, bambini, in stracci e cenci, cupe feroci intelligenze senza più sembianze divine, facce pallide cui la società-vampiro aveva succhiato ogni linfa vitale, feccia e schiuma della vita, un’orda infuriata, urlante, convulsa, diabolica». Come si vede, si chiude con l’apocalisse, come si era iniziato, e forse non è un caso.

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