Addii & Ricordi

Lapo Berti fa parte dei tanti militanti che hanno dedicato la propria vita alla ricerca della verità (nel senso di «parresia») – una compagine oramai rara ai giorni nostri, così presi della performatività dell’apparire. Ha partecipato ai principali avvenimenti della rottura culturale degli anni Sessanta in Classe Operaia e in Potere Operaio, dopo) fino gli anni Novanta. È stato uno degli animatori della rivista Primo Maggio, ha partecipato al gruppo di studio sulla Moneta, con Christian Marazzi, Roberto Convenevole, Franco Gori e Sergio Bologna e più avanti Riccardo Bellofiore. Ha prodotto analisi sull’idea che la creazione di moneta – come moneta credito – fosse in ultima analisi, nonostante il monopolio di emissione della Banca Centrale, un fattore endogeno alla dinamica dell’economia capitalistica. Ha partecipato al seminario sulla Moneta animato nei tardi anni Settanta da Augusto Graziani con Marcello Messori, Roberto Convenevole, Riccardo Farina, Lilia Constabile, contribuendo allo sviluppo della Teoria del circuito monetario (insieme alla teoria de la régulation francese, le uniche capaci di creare una teoria economica in grado di essere un antidoto all’egemonia monetarista dell’epoca).

È STATO uno studioso dei classici, in primo luogo Marx, e poi Schumpeter. Dal primo ha divulgato l’idea che la moneta non è altro che un rapporto sociale, ovvero strumento del dominio del capitale sul lavoro. Dal secondo, ci ha tramandato (oltre alla traduzione di Teoria dello sviluppo economico – Sansoni, 1971 (nuova edizione 2013 per Rizzoli), la seminale, ma parziale, traduzione dell’opera schumpeteriana più misconosciuta – Das Wesen des Geldes (L’essenza del denaro) il ruolo di discriminazione che è insito nel potere del denaro. Concetti che oggi, nell’era del capitalismo cognitivo finanziarizzato, sono più che mai confermati. Ha inoltre curato l’edizione di Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione di  Ludwig von Mises, L’equilibrio monetario di Gunnar Myrdal e ha tradotto la Teoria economica del credito di L. Albert Hahn, tutti testi che contribuirono negli anni Ottanta alla discussione sulle teorie monetarie eterodosse.

HA LAVORATO poi all’Antitrust, denunciando le storture del mercato come luogo di concentrazione del potere economico, in controtendenza con l’idea neo-liberale del mercato come luogo di pari opportunità. Negli anni Novanta si è interessato alle trasformazioni del processo di valorizzazione nella fase del capitalismo post-fordista. È stato membro della redazione di Altreragioni, primo ambito di rivitalizzazione del pensiero economico operaista di fronte alle nuove forme di organizzazione del lavoro e della globalizzazione, un passaggio cruciale per cogliere lo sviluppo dellItalian thought di oggi. Non è un caso che è in quell’ambito che vengono sviluppate le prime analisi critiche da parte del pensiero dell’Autonomous marxism sul processo di costruzione dell’Unione Monetaria Europea, riflessione che vedono la luce, oltre che sul n. 2 di Altreragioni, nel volume collettaneo L’Antieuropa delle monete (Manifestolibri, 1992).

FONTE: Andrea Fumagalli, IL MANIFESTO

È morto uno dei padri del ’68 e della contestazione studentesca. Luigi Bobbio, il più grande dei tre figli del filosofo Norberto Bobbio, è deceduto l’altra notte. Aveva 73 anni. Docente dell’ateneo torinese, era esperto di analisi delle politiche sociali. Il mondo accademico è in lutto e con Luigi Bobbio se ne va anche una parte della storia più recente di Torino e non solo quella.

 

Fra poco più di un mese, il 27 novembre, ricorrono infatti i 50 anni dell’occupazione di Palazzo Campana da cui nacque il Sessantotto. «Da qui cominciò tutto» commenta commosso l’amico Giovanni De Luna, a sua volta tra i protagonisti di quei giorni. Luigi Bobbio fu tra i principali leader del movimento studentesco e poi fondatore ed esponente di Lotta Continua: «Il movimento guidato da Adriano Sofri e del quale fu l’unico, tranne più recentemente Aldo Cazzullo con il suo I ragazzi che volevano fare la rivoluzione, a scrivere la storia, nel ’79, con Savelli editore: Lotta Continua. Storia di un’organizzazione rivoluzionaria», ricorda Steve Della Casa, critico cinematografico con un passato in Lc.

 

«L’idea di questo giornale», scrivevano Bobbio e Guido Viale sul primo numero di Lotta Continua nel novembre ’69, «è quella di trovare i nessi per saldare le lotte operaie con le lotte degli studenti, dei tecnici, dei proletari più in generale, in una prospettiva rivoluzionaria». Ricorda ancora Della Casa: «Luigi era Lotta Continua: per molti anni la Sip dell’epoca lo perseguitò per il pagamento delle bollette dell’utenza telefonica di corso San Maurizio 27, sede di Lc, che risultava intestata a suo nome».

 

L’occupazione di Palazzo Campana, che a quel tempo era la sede delle facoltà umanistiche, diede il via alla ribellione anche negli altri atenei italiani anticipando il Maggio francese. La scintilla fu la notizia che si volevano trasferire le facoltà nel parco della Mandria, quello che circonda la Reggia di Venaria. Gli studenti fecero irruzione nel senato accademico e nel consiglio di amministrazione, «rompendo quella sacralità del potere accademico», come ricordò De Luna nel trentacinquesimo anniversario dell’occupazione, che significava anche dover raggiungere con le pattine la scrivania di Giovanni Getto, il cui ufficio aveva un lucidissimo parquet, per sostenere l’esame e magari venire bocciati perché le si abbandonava prima di arrivare alla scrivania del docente.

 

Tra quei professori c’erano Norberto Bobbio e Alessandro Galante Garrone, che si trovarono contestati dai propri figli. In realtà, tornando alla rievocazione fatta 15 anni fa da De Luna, il rapporto tra gli studenti e i due docenti fu molto dialettico. Alcuni, come Guido Quazza, si schierarono con gli allievi senza riserve, mentre altri, ad esempio Franco Venturi e Aldo Garosci, azionisti come Bobbio e Galante Garrone, ebbero invece un rapporto più conflittuale con i giovani contestatori.

 

Luigi Bobbio si laureò in Giurisprudenza nel 1972 con 110 lode e nel 1988 conseguì il dottorato di ricerca in sociologia con una dissertazione dal titolo Gli interventi sul patrimonio culturale tra Stato e Regione. Analisi di una politica pubblica. Autore e ricercatore di scienze politiche, come professore di scienza politica dell’Università torinese Luigi Bobbio è stato un esperto di analisi delle politiche pubbliche, del rapporto tra amministrazione locale e statale e di processi decisionali dell’apparato statale. Dal 2000 ha insegnato come professore associato e dal 2005 come ordinario.

Fonte: BEPPE MINELLO, La Stampa

Resistenza

Laura Seghettini, morta a Pontremoli lunedì scorso a 95 anni, era una maestra elementare, partigiana nella brigata intitolata a Guido Picelli, e poi in seguito comandante di distaccamento nella XII brigata Garibaldi di Parma. Una donna coraggiosa e indomabile che seppe tenere insieme i valori della sua militanza politica e il rispetto della verità, da affermare oltre ogni convenienza politica.

NEL «NUOVO CORRIERE» del 6 settembre 1945 si poteva leggere un articolo così titolato:«Drammatico rapimento a Pontremoli. Un capo dei partigiani catturato da una banda capitanata da una donna». La donna era Laura Seghettini, il capo dei partigiani era Antonio Cabrelli, colui che aveva processato e condannato a morte Dante Castellucci (Facio), comandante partigiano e compagno di Laura.
Laura e gli amici di Facio portarono Cabrelli a Parma, lo consegnarono alla giustizia, perché fosse giudicato per quella uccisione, per aver intentato e presieduto sui monti di Zeri il processo farsa che portò alla sua fucilazione. Facio era un giovane di 25 anni, colto e curioso, approdato ai monti del parmense e della Lunigiana da Sant’Agata d’Esaro, in Calabria. Suonava il violino. Amava disegnare e dipingere. Leggeva di filosofia. Aveva occhi ridenti e un volto gentile. E si innamorò, ricambiato, di Laura, la maestra diventata combattente, salita in montagna per evitare l’arresto da parte della polizia fascista.

CE N’ERA ABBASTANZA per suscitare irritazione nei tipi come Cabrelli, più anziano di lui e determinato a diventare il capo effettivo delle Divisione Ligure che si stava organizzando, unificando le bande e le brigate nate spontaneamente, e in cui era in corso un confronto per l’egemonia fra i comunisti e gli azionisti. Cabrelli utilizzò questo scontro per emergere, presentandosi, si scoprì poi la falsità dei suoi accrediti, come l’interprete più fedele della ortodossia comunista. Facio, con la sua autonomia, popolarità, umanità e capacità organizzativa, era un ostacolo. E proprio su quelle doti fece leva per alimentare i sospetti su di lui.
L’occasione per la resa dei conti fu un lancio alleato conteso fra le varie brigate. Fu processato senza che potesse nemmeno nominare un difensore. E ucciso poche ore dopo, avendo passato una notte con Laura e un gruppo di partigiani più che disposti a farlo scappare. Ma Facio non lo fece. «Sono fuggito dalle prigioni fasciste – disse a Laura che lo assisteva – non scappo dai compagni, anche se mi accusano ingiustamente». Un po’ come Socrate, e un po’ come i comunisti russi che accettavano in nome della loro fede incrollabile le condanne inflitte loro dal regime di Stalin.

LA STORIA DI FACIO E LAURA ci ha insegnato che l’orrore può crescere anche nelle file dei giusti, e che l’ortodossia ideologica può ospitare tranquillamente i personalismi e gli interessi più ignobili. E che rilevare questa contraddizione, senza ipocrisie e opportunismi, è onorare la memoria della Resistenza. Un capolavoro di ipocrisia è stato il modo in cui si è pensato di riabilitare Facio. Conferendogli la medaglia d’argento al valor militare per essere eroicamente caduto sotto il fuoco nemico. Pensando così di sistemare ogni cosa. Facio eroe, la Resistenza senza macchie, e Cabrelli e i suoi complici liberi di fare la loro vita e le loro carriere.

CABRELLI È MORTO tanti anni fa. Ora se n’è andata anche Laura Seghettini, attorniata dall’affetto di tanta parte del popolo della Lunigiana, e dai giovani che da lei hanno imparato ad amare la Resistenza e la verità. Due bei libri, uno della stessa partigiana, Il vento del Nord, e l’altro Il piombo e l’argento, di uno storico calabrese, Spartaco Capogreco, sono a disposizione di chi vuol ripercorrerne la storia.

FONTE: Andrea Ranieri, IL MANIFESTO

Sapevo, sapevamo tutti, che Stefano era malato da tempo. Ma poiché, sebbene non con la frequenza di sempre, continuava a scrivere e a partecipare, alla fine abbiamo pensato – o ci siamo lasciati illudere dall’idea – che la cosa non fosse grave.

Qualche settimana fa era seduto nella fila davanti a me al teatro Argentina per vedere l’ultima opera di Mario Martone. Non posso credere, non ci riesco, che non sia più con noi.

Come parlare di Stefano Rodotà, come ricordarlo, spiegarlo ai giovanissimi che certo lo conoscevano di fama, ma che non possono capire il significato della sua presenza politica in questo ultimo mezzo secolo, nel quale ha giocato un ruolo qualitativamente diverso da ogni atro protagonista di questo tempo, assolvendo ad una funzione essenziale? Una funzione storica. Mi spiego: Stefano Rodotà non era comunista, aveva una formazione diversa da quella del Pci e dalla nostra de Il Manifesto; ma di sinistra. Qualcuno ha sempre detto di lui che era un liberal democratico, non lo so se era così, era certo un grande giurista ma io/noi l’abbiamo sempre sentito compagno, nel senso più pieno che occorre dare a questa parola. Era entrato nelle nostre vite attraverso quella speciale figura che il Pci nella sua epoca migliore aveva inventato: gli eletti nelle proprie liste non appartenenti all’organizzazione,i c.d. «indipendenti di sinistra». Fu una grande idea, perchè molti di loro ci portarono una folata di nuova e utile cultura. Ma con Stefano fu diverso: ci portò un contributo essenziale alla correzione del nostro modo di essere comunisti. Perché non risultò esterno, fu subito parte di noi, la sua diversità fu quella che Eduard Said ha chiamato «un aiuto fondamentale alla critica di se stessi».

Dovremo, vorrei io stessa, scrivere e spiegare molto di più su chi sia stato per noi tutti Stefano Rodotà. Non posso certo farlo ora perché si tratta di una riflessione storica che non può svilupparsi nei 30 minuti che dall’annuncio della sua scomparsa mi sono dati ora per scrivere. Non posso non aggiungere, tuttavia, il ricordo personale di un percorso che mi ha dato il privilegio di lavorare con Stefano gomito a gomito.

Nel 1980, nel tempo della crisi del compromesso storico e prima del pieno dispiegarsi del craxismo, come risultato di un appello firmato da Claudio Napoleoni e Lucio Magri, nasce Pace e guerra, prima mensile e poi settimanale, con l’intento di dar voce ad un’area di sinistra che tentò ancora un’incontro fra sinistra socialista, comunisti critici del Pci e area della cosidetta “nuova sinistra”,il Pdup innanzitutto. Direttori di Pace e Guerra furono Claudio Napoleoni, Stefano Rodotà e la sottoscritta ( più tardi anche Michelangelo Notarianni). Con Stefano in particolare abbiamo lavorato insieme quotidianamente per quasi cinque anni, con una redazione fantastica di cui voglio ricordare fra i tanti nomi solo qualcuno che oggi sembra più eterogeneo: Gianni Ferrara ma anche Paolo Gentiloni, Massimo Cacciari, Giuliana Sgrena e Aldo Garzia. ( Ma anche Carla Rodotà, contributo prezioso al nostro lavoro). E una inedita, larghissima partecipazione della socialdemocrazia europea che in quegli anni vide la prevalenza di una splendide leadership di sinistra. Il nostro tentativo fu sconfitto. Sappiamo tutti come e perché. Ma continuo a credere non inutile. Anche se il Pci, sciogliendosi in malo modo, e il Psi con l’avventura craxiana, seppellirono quel tentativo di alternativa.

Ho ricordato Pace e Guerra perché quella esperienza non è per me e per molti compagni solo un ricordo molto importante, ma perché a quel tentativo politico Stefano Rodotà ha coerentemente lavorato per tutta la vita, nelle sedi in cui si è via via trovato ad operare ( non ultima, per importanza, la «nostra» Fondazione Basso, di cui è stato Presidente). Non era utopia, illusione.

Era un obiettivo possibile.

Anche recentemente: non ci siamo mai arrabbiati abbastanza per il fatto che la sua candidatura a presidente della Repubblica sostenuta dai Cinque Stelle ( per una volta non ambigua) e da SeL sia stata fatta cadere dal Pd.

Ho la massima stima di Mattarella, ma Stefano Rodotà, proprio per la sua storia e la sua personalità, e nonostante i limitati poteri del Qurinale, avrebbe forse potuto contribuire ad evitare il disastro attuale della sinistra.

Ciao Stefano, siamo molto tristi. Un abraccio a Carla e a Maria Laura.

FONTE: Luciana Castellina, IL MANIFESTO

FIRENZE. La Firenze solidale e antirazzista piange Lorenzo Bargellini, anima del Movimento di lotta per la casa, strappato alla vita a soli 58 anni. A tradirlo è stato il cuore, e sì che «Mao» ce l’aveva enorme, tanto da agire – lui, benestante nipote del sindaco dell’alluvione Piero Bargellini – in una realtà sempre attiva per dare un tetto sulla testa ai tantissimi che ne avevano bisogno. Anche a costo di interminabili trattative con le autorità, e di decine di denunce per occupazione abusiva.

Con i conseguenti processi, e anche con le condanne che lo avevano costretto perfino all’«affidamento in prova». Come fosse un malvivente, invece che un uomo al quale la sua città avrebbe dovuto dare, da tempo, un riconoscimento al valor civile.

La tragica notizia si è propagata in un lampo, per un motivo incontrovertibile: «Non è da tutti – annota la Rifondazione fiorentina – avere la forza di dire che è giusto che chi ha di più rinunci ad un pezzetto della sua rendita a favore di chi non ha nulla, e di denunciare l’azione dei grandi gruppi fondiari e bancari che hanno acquistato gli immobili di mezza Firenze, per poi speculare sul prezzo degli affitti».

Toccante il ricordo della redazione di Controradio, che veniva avvertita in tempo reale delle occupazioni del Movimento, in modo da far aprire subito una vertenza politica, e mettendo all’angolo l’allarme per il cosiddetto «ordine pubblico», che pure veniva sbandierato dalle destre (e non solo dalle destre) che allignano in città: «Senza di lui saremmo stati tutti più in difficoltà con la nostra coscienza – ha osservato una commossa Chiara Brilli – con le emergenze che per decenni si è accollato, ogni santo giorno, ogni santa estate, ogni santo sabato di picchettaggio, di corteo, di blocco di uno sfratto, di denunce, di presidi, di diritti da fare rispettare.

Nessuno avrebbe voluto essere lui, posizione troppo scomoda quella dell’illegalità necessaria, della ‘guerra a bassa intensità’ come la chiamava lui, quella della lotta sulla strada, quella del dare risposte agli ultimi, quella del non nascondere la testa sotto la sabbia, quella del dire le cose come stanno ma sopratutto cercando di cambiarle».

L’ultima mancanza di rispetto nei suoi confronti è arrivata proprio da Palazzo Vecchio, che non ha voluto ricordarlo in consiglio comunale.

A nulla sono valse le proteste di Firenze a Sinistra (i consiglieri Grassi, Verdi, Trombi), mentre fra i mille messaggi di cordoglio arrivavano quelli di Tommaso Fattori e Paolo Sarti, che con i Medici per i diritti umani lavorava con il Movimento per la casa nell’assistenza ai migranti.

«L’insegnamento più importante che ci lascia – scrivono gli attivisti del Movimento – è che contro l’ingiustizia di questo mondo non bastano le belle parole, e lui non si è mai accontentato di ‘chiacchierare’. Fino all’ultimo respiro ha fatto di tutto perché il fuoco delle lotte non si spegnesse. E non si spegnerà».

Nel giorno del suo funerale ci sarà un grande corteo in Santa Croce, nel quartiere tanto amato da Lorenzo.

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L’abbraccio ai familiari di almeno tre generazioni di giornalisti, intellettuali e lettori del manifesto. La sindaca Virginia Raggi: «Massimi onori a un grande uomo»

ROMA. Forse «si sarebbe nascosto sotto il tappeto» (immagine di Luciana Castellina), certamente avrebbe ascoltato con attenzione tutti, ma dalla terrazza, dove avrebbe potuto non smettere di fumare e ammirare con gusto la splendida vista sui Fori Imperiali. Quasi sicuramente si sarebbe concesso qualche break “cordiale” al bar, per liberare meglio il suo spirito ironico. E avrebbe sorriso, pensando anche lui, come Emanuele Macaluso, che il suo funerale almeno era servito a «vedere di nuovo riunita la sinistra» (con qualche incursione dei Cinque Stelle, però). Ma in fondo – ne è sicuro suo figlio Matteo – avrebbe apprezzato: «Questa sala gli sarebbe piaciuta». Anche se non si può che condividere il pensiero dei giornalisti Iaia Vantaggiato e Andrea Colombo che hanno salutato così il loro compagno, mentore, amico e direttore di una vita: «Avrebbe preso poco sul serio perfino la sua stessa scomparsa».

E invece la bara con le spoglie di Valentino Parlato è lì, al centro della sala della Protomoteca del Campidoglio, attorniata di fiori (anche la corona della sindaca di Roma) e coperta in parte perfino dalle bandiere arcobaleno pacifiste (a cui era poco avvezzo, a dire il vero) con cui qualcuno ha inteso salutarlo.

Attorno al feretro si sono riuniti, riempiendo all’inverosimile l’ampio salone e occupando anche parte della Scalinata del Vignola, almeno tre generazioni di parenti, amici, compagni, giornalisti, politici, intellettuali, lavoratori, lettori del manifesto. Si sono ritrovati quasi tutti coloro che sono transitati in 48 anni nelle stanze di via Tomacelli prima e di via Bargoni poi. Si sono strette mani che non si stringevano da anni. E a fianco al regista Citto Maselli sono apparsi i big del giornalismo: Corradino Mineo, Michele Santoro, Furio Colombo… E prima di Piero Fassino, Massimo D’Alema, Livia Turco, Rosa Calipari, Stefano Fassina, Fausto Bertinotti, Giulio Marcon o Fabio Mussi a rendere omaggio al fondatore del manifesto è arrivato perfino il presidente dell’Assemblea capitolina a Cinque Stelle Marcello De Vito, con tanto di fascia ufficiale.

NON A CASO, PERCHÉ quel comunista tanto ortodosso quanto eretico, sognatore e pragmatico, aveva confessato ultimamente di aver votato, al ballottaggio, per la sindaca del Movimento 5 Stelle. E Virginia Raggi non lo ha dimenticato: si è materializzata intorno alle 17,30, poco prima dell’inizio della cerimonia laica, e ha preso la parola, ringraziata dalla moglie di Valentino, Delfina Bonada, e dai figli Matteo, Enrico e Valentina.
Parole che emozionano Matteo Parlato, che però da degno figlio di Valentino sorride e sdrammatizza. Ricorda quel padre, quell’uomo, «che raccoglieva qualità antitetiche tra loro: sognatore e razionale; grande scrittore, cintura nera della sintesi, e allo stesso tempo ammiratore del lavoro manuale». Valentino era «capace di rinunciare a tutto, fuorché alle sigarette», ça va sans dire, ma sapeva anche apprezzare il lusso della vita. «Mi ha sempre colpito quanto sapesse avere a che fare con i soldi, che cercava sempre per il manifesto, senza che questi gli rimanessero attaccati alle mani. Una volta – ricorda ancora Matteo – gli ho chiesto come facesse. Mi ha risposto “omnia munda mundis“, tutto è pulito per chi è pulito». Di certo, come afferma Aldo Tortorella, «con Valentino e col manifesto nessun banchiere ha mai avuto da guadagnare neppure una lira».«Oggi l’amministrazione capitolina, Roma tutta, vuole tributare i massimi onori a un grande uomo che ha combattuto battaglie per rendere l’Italia un Paese migliore. – scandisce solenne la sindaca Raggi – L’ultima: l’anno scorso (intendendo la sua elezione, ndr). Ci ha insegnato a lottare. Solo una cosa voglio dire: grazie, grazie. Questo dice Roma».

Tortorella nota che «la sua dolcezza e la finezza del suo animo diventavano con gli anni più vive e più struggenti», mentre Norma Rangeri, con la voce rotta dalla commozione, evoca la sua «semplicità» che era alla base della sua «grande umanità». «Dissacrante, perché profondo e sapiente, ha seminato il virus della competenza e dello studio – aggiunge la direttrice del manifesto – interlocutore di più generazioni, un uomo che apparteneva un po’ a tutti noi».

ANCHE GABRIELE POLO, ex direttore di questo giornale, che con Valentino aveva stretto negli ultimi tempi un rapporto perfino più intenso di prima, ricorda come fosse «facile essere suo amico e compagno, facile lavorarci insieme. Facile litigarci. Discussioni però che si dissolvevano sempre con un abbraccio politico». Come Rangeri, anche Polo ricorda il «rigore» di un uomo che «ha frequentato il potere, lo ha studiato ma non lo ha mai voluto. E quando lo ha avuto, lo ha esercitato controvoglia». «È stato bello e facile – conclude Polo -. Il difficile viene adesso».

Adesso che la famiglia comunista (e il manifesto) è più sola di prima. Perché «Valentino era un comunista non pentito», come testimonia il suo caro amico, Emanuele Macaluso, che invita «chi vuole capire cosa è stato il comunismo italiano» a farlo attraverso «le biografie di coloro che aderirono» a quel movimento ideale. Così, guardando ad una vita «impegnata a costruire una cultura di massa, che è il motore della democrazia» (soprattutto attraverso quella «forma originale della politica» che è questo quotidiano comunista), diventa chiaro perché «Valentino non sia stato solo un militante e una colonna del manifesto, ma – conclude Macaluso – è stato innanzitutto una colonna della democrazia italiana».

«PARLATO A FEBBRAIO si era iscritto a Sinistra Italiana», racconta il segretario Nicola Fratoianni, motivando questa scelta con una frase: «In contrasto con la mia attuale tendenza a dimettermi da tutto».

Perché era così, Valentino: critico e autocritico, curioso. «Anziché abbandonarsi alla sfiducia, lui continuava a cercare», conferma Luciana Castellina. «L’unico tra noi a non aver mai avuto una carica pubblica – aggiunge colei con la quale Parlato ha fondato il manifesto, insieme a Luigi Pintor, Rossana Rossanda e Aldo Natoli – Non per timidezza o per scarsa autostima, ma al contrario per sana sicurezza di sé. Perché non aveva bisogno di valutazioni esterne». «E la bella ricchezza generazionale che c’è qui oggi – conclude Castellina – dimostra che Valentino è rimasto vivo. Fino alla fine».

PUR NELLA SUA COERENZA intellettuale e morale, pur nella sua partigianeria, Valentino Parlato mancherà a tutti soprattutto per la sua sensibilità, per la sua capacità di comprendere anche l’altra faccia della medaglia. Certo, come dice sua figlia Valentina, «per parlare con lui bisognava avere idee, altrimenti si annoiava». Però al manifesto – lo ricorda Matteo Parlato – aveva affisso un cartello con un aforisma di Groucho Marx: «Questi sono i miei princìpi, e se non vi piacciono ne ho degli altri».

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Lettere di amici e compagni per Valentino

Tante volte ti ho incontrato nel corso degli anni qui a Roma, al giornale o nelle assemblee e iniziative politiche, specie nel periodo del social forum e delle manifestazioni contro la
guerra. Una volta durante una assemblea fatta per salvare Il manifesto da una delle sue crisi, ti vidi fuori a fumare con un’espressione triste. Allora ti dissi. «Valentino non ti abbacchiare», e tu con battuta fulminante: «Ma io sono un abbacchio arrosto». Mi lanciasti uno sguardo d’intesa coi tuoi begli occhi luminosi e ironici e questo diceva tutto, che eri tenace, che non accettavi la sconfitta, che non ti arrendevi mai. Che bella persona! Grazie, Valentino, come quella volta ti mando un bacio con la mano.
Nella Ginatempo 

Quando t’incontravo, ti salutavo con una stretta di mano dicendoti semplicemente: Valentino, è sempre un piacere vederti. Come si fa per un caro amico. Domani ti saluterò per l’ultima volta e mi mancherai tanto. Ciao Valentino.
Gianni Mereu 

Caro Valentino, quante volte mi hai invitato e non sono riuscito a venire a trovarti. Anche stavolta non ci riesco. Ti ricordo sempre come un maestro di vita e di giornalismo, di signorilità e di ironia. Fumiamoci ancora una sigaretta insieme… Un compagno eretico come te, con grande affetto
Riccardo De Sanctis 

La separazione da Valentino Parlato lascia un vuoto terribile in me e in tanti altri amici de il manifesto. Ho sempre apprezzato il gruppo fondatore, le loro capacità, le loro idee, il modo di porle, il modo di raccontare ciò che vedevano, anche quando vedevano situazioni non presenti ma che lo sarebbero state di li a qualche anno. Le analisi di Valentino sono tuttora importanti e necessarie. leggerle è ancora un arricchimento. E non dimentico che il manifesto ha avuto vita più lunga del Pci che li radiò. Il gruppo fondatore ha avuto successi e sconfitte, mi auguro che il gruppo di compagni che porta avanti il giornale sia all’altezza di chi li ha preceduti.
Io ho fiducia in loro. Ciao Valentino e grazie per tutto ciò che hai fatto per la sinistra e per questo giornale.
Flavio Gori

Voglio esprimere le mie più sincere condoglianze alla famiglia di Valentino Parlato. Un compagno vero e sempre in prima linea per il bene della sinistra. Uomini come lui, Ingrao e Berlinguer difficilmente torneranno ad affacciarsi sulla scena politica della sinistra. La sinistra riparta da Parlato e dai suoi insegnamenti. Un abbraccio.
Giampiero Zuccaro 

Ciao Valentino e grazie. Trovare tutti i giorni in edicola il manifesto per tutti questi anni è fantastico.
Daniele Leardini Rimini

Valentino Parlato è morto. È morto un comunista che non si è arreso fino all’ultimo dei suoi giorni, nonostante il disastro che viviamo a sinistra. Mai interrotto l’impegno a ragionare su come uscire dalla crisi di valori, di prospettive per la sinistra, credo che a lui bene si possa applicare la frase di Gramsci: «La parola d’ordine: – Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà, deve essere la parola d’ordine di ogni comunista consapevole degli sforzi e dei sacrifici che sono domandati a chi volontariamente si è assunto un posto di militante nelle file della classe operaia». Oltre ogni altro merito, io lo ringrazio per averci regalato il quotidiano Il manifesto, decenni di impegno, intelligenza e speranza per il futuro. P.S.: ti posso chiedere un favore personale? salutami tanto Luigi Pintor. Ciao Valentino, che la terra ti sia lieve.
Francesco Giordano 

Da giovane ho avuto l’onore di conoscere Valentino, e ho avuto il privilegio di «crescere» seguendo le orme di persone rare. Il mio primo voto fu per Luciana Castellina. Quello che mi dispiace è che i giovani oggi non hanno persone di tale grandezza a cui far riferimento.
Annamaria Palo

La Flc Cgil Vercelli e Valsesia apprende con dolore la notizia della perdita del compagno Valentino Parlato e si stringe in un abbraccio alla redazione del manifesto. Scompare l’uomo, rimane l’esempio del compagno e del giornalista.

La commozione suscitata dalla morte di Valentino Parlato dovrebbe indurci a riflettere. Forse non si tratta solo di un altro pezzo della sinistra del Novecento che ci lascia; piuttosto sono proprio intellettuali come lui che hanno contribuito a loro modo ad aprire una stagione politica nuova, di cui siamo ancora poco consapevoli.

Una stagione nuova della sinistra, certo; difficilmente situabile, tuttavia, «più» o «meno» a sinistra, nel senso «geometrico» della parola. Come alimentare il «sogno» senza le riforme? Come dar forza alle riforme senza un orizzonte che si sposti di continuo, tale da contenere le aspirazioni e le «utopie» di ciascuno e di ciascuna?

Ecco: la dimensione utopica e quella riformatrice del pensiero e dell’azione politica paiono a tratti potersi ricongiungere, al di là di vecchi steccati. Consideriamo per un istante la parola «possibilità»: essa non delimita solo un campo, quello delle cose possibili; non si limita a escludere, a «chiudere».

Anzi: apre scenari inediti, lascia intravedere ciò che ancora non c’è, ricomprende risorse quali l’immaginazione e la creatività nello spazio pubblico e politico («il possibile contro il probabile», affermava Marco Pannella). Lungo tale solco si collocano testi come «Non c’è alternativa – Falso!», dedicato a Giorgio Napolitano, di un autore liberalriformista come Salvatore Veca. E sentii citare per la prima volta il libro «Guasto è il mondo» del compianto Tony Judt da un altro riformista, Giuliano Amato. Ecco: forse non si tratta ormai di «eresie», in quanto non vi sono «ortodossie» da difendere.

Si tratta semmai dell’espressione di un anelito di libertà, di una ricerca interminabile di condizioni di vita più umane.
Danilo Di Matteo

Mi chiamavi “vecchia bestia” … ora sommessamente urlo. Per me si sei, sempre.
Salvatore Polidoro

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Si è spento ieri notte, colpito da un malore improvviso, Valentino Parlato, il nostro amico e compagno più vicino, uno dei fondatori del gruppo del Manifesto e di questo giornale assieme ad Aldo Natoli, Lucio Magri, Luigi Pintor, Luciana Castellina, Eliseo Milani e chi scrive.

Del giornale è stato parecchi anni direttore, e soprattutto vigile amico del suo destino, salvatore nelle situazioni di emergenza, oltre che naturalmente collaboratore per lungo tempo.

Valentino era nato in Libia e la sua entrata nel giornalismo italiano è stata la stessa cosa della sua adesione al Partito comunista italiano, finché non fu vittima anche egli della cacciata di tutto il gruppo del Manifesto per non essere d’accordo con la linea imperante fra gli anni sessanta e settanta. Aveva cominciato a collaborare a Rinascita assieme a Luciano Barca ed Eugenio Peggio, in quello che fu forse il più interessante periodo della politica economica e sindacale comunista, e il culmine della polemica sulle «cattedrali nel deserto», ma negli stessi anni tenne uno stretto collegamento con Federico Caffè e Claudio Napoleoni.

Tuttavia non si può limitare la sua cultura alla scienza economica; nutrito di letture settecentesche, si considerò sempre un allievo di Giorgio Colli e di Carlo Dionisotti. Portò questa sua molteplice cultura nella fattura del manifesto e nel propiziargli i collaboratori, della cui generosità si è sempre potuto vantare.

Sempre per il manifesto seguì le grandi questioni della produzione italiana (rimase celebre la sua inchiesta sul problema della casa); ma quello che lo caratterizzò in anni nei quali alle prese fondamentali di posizione nella politica del paese si accompagnarono spesso dolorose rotture, fu la grande apertura alle idee altrui, una generosità mai spenta, un vero e proprio modo di essere e di pensare che lo avrebbe accompagnato per tutta la sua attività nel giornalismo.

L’aver militato per diversi anni in Puglia con Alfredo Reichlin lo aveva legato per sempre alla questione del Mezzogiorno.

Ma Valentino è stato soprattutto una specie di nume protettore del giornale, chiamato a salvarlo in ogni situazione di emergenza, pronto a lunghe attese per essere ricevuto nelle stanze ministeriali al fine di ottenere le avare sovvenzioni sulle quali il giornale ha potuto fondarsi.
La sua presenza e capacità mancheranno a chi lo ha conosciuto, qualche volta perfino impazientendosi della sua benevola tolleranza per chi non la pensava come lui e come noi. Tutti gli incidenti che potevano occorrere a un’impresa avventurosa e senza precedenti come la nostra ebbero in lui un dirigente e un mediatore saggio.

Del gruppo iniziale siamo rimasti molto pochi nel giornale mentre più vasta è stata la seminagione nei rari settori della Sinistra sopravvissuta alla crisi di questi anni.

Anche sotto questo profilo la perdita di Valentino Parlato sarà assai dura. Per non parlare del venir meno della sua amicizia ed affetto per chi, come noi, cerca ancora di stare sulla breccia.

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Piergiorgio Tiboni, che abbiamo salutato mercoledì 22 marzo al cimitero di Lambrate, è stato leader della Fim, del sindacato milanese operaio e di base. Fondatore della Cub. Un sindacalista con grandi intuizioni e capacità di sintesi. Fondò, con risorse umane e finanziarie della Fim Milanese, Radio Popolare e la rivista Azimut che si avvalse degli straordinari scatti di Uliano Lucas sulla realtà operaia e sociale dell’epoca.

È stato un sindacalista seguito e stimato dai Consigli dei delegati degli anni 70-80, e la sua lungimiranza politica lo portò a guardare oltre il mondo operaio per collegarsi e coinvolgere quello della comunicazione, dell’università, della sociologia e dell’economia, fino a collegare le vicende italiane a quelle internazionali.

Anche a Torino, inizialmente in sede Cisl, prese voce una Radio Popolare. Da quelle due radio iniziarono i primi passi giornalisti che si affermarono poi in Rai e in quotidiani nazionali. Radio Popolare e Azimut creavano controinformazione e cultura alternativa al pensiero dominante.

Giorgio è stato un sindacalista che riduceva ai minimi i margini della delega; lo ricordo come un tenace negoziatore, esperto e documentato nell’applicazione delle nuove regole del processo del lavoro. Un trascinatore, a volte spigoloso ma mai offensivo, aveva seguito perché possedeva chiare idee e coraggio infinito, pronto ad osare anche nelle situazioni più difficili. È stato un riferimento per molti.

Possiamo ricordarlo come una roccia d’uomo che non ha lesinato la sua vita nello spendersi per gli altri, un sindacalista controcorrente sempre a contatto con la propria base e diffidente con quel sindacato dell’immagine e del politicamente corretto che prendeva piede scordando le origini.

Quando il vento decisamente cambiò negli anni ‘80, Tiboni non seguì il nuovo corso sindacale perché non concepiva la «trattativa e l’accordo in peius, ossia firmare intese con rinunce alle conquiste frutto di accordi e lotte (fase 1) in cambio di futuribili accordi sull’occupazione (fase due).

Non certo per principio: per le tante discussioni (e anche divergenze) che ho avuto con lui, ho sempre creduto che la sua diffidenza ad accordi di scambio fosse conseguente al deterioramento del gentlemen agreement con le controparti, che Giorgio sintetizzava così «…quelli scrivono gli impegni della fase due con l’inchiostro simpatico». La storia gli ha dato ragione.

Così nella vertenza Alfa-Lancia (da ricordare che fu un acquisto sottocosto dell’Alfa da parte Fiat, che sbarrò la strada alla straniera Ford) Tiboni si mise a fianco di chi si schierò per il No al referendum sindacale. Quella vicenda dell’accordo Alfa-Lancia (1987) maturò la drammatica rottura tra la Fim Milanese e la Fim Nazionale, che prima ottenne – dai probiviri nazionali – la sospensione per 8 mesi di Tiboni e dopo il suo ritorno procedette al commissariamento.

I capi di accusa? Per la sospensione l’aver offeso l’onorabilità dei dirigenti (un manifesto ironico degli operai Alfa), una sorta di «lesa maestà» che, ieri come oggi nel sindacato e nei partiti, vale per mettere a tacere il senso critico, annientare il valore del dissenso, con l’avallo di probiviri o di garanti di ultimo conio. Per il commissariamento gli fu contestato l’utilizzo improprio delle risorse del sindacato per Radio Popolare e Azimut!

Sarebbe interessante ripercorrere più compiutamente le vicende di allora alla luce di quanto avvenuto (il dossier sul caso Tiboni è sul n.36-37 di Azimut 1987), e avviene ai giorni nostri. La battaglia di Giorgio Tiboni è sempre attuale, ha ben vissuto la sua vita.

* Adriano Serafino, già segretario generale della Fim-Cisl e Flm Torinese e segretario della Cisl Torinese

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La commozione di Gerry Adams, suo principale compagno di lotta: «Non ha mai scelto di andare a combattere: si è ritrovato la guerra in casa»
Intorno alle sei di ieri mattina un triste tweet di Gerry Adams annunciava la morte del suo principale compagno di lotte e braccio destro nel movimento repubblicano, Martin McGuinness. Gli augurava in gaelico di riposare assieme agli eroi irlandesi, accompagnato dalla ballata Song for Ireland, di cui alcuni versi recitano: «Sognando di notte, ho visto una terra in cui nessuno doveva combattere».

MCGUINNESS È STATO, negli anni del conflitto, una figura chiave della Provisional Ira. Durante il Bloody Sunday del 30 gennaio 1972, in cui parà inglesi spararono su una folla pacifica in piazza per i diritti civili causando 14 vittime, era il vice-comandante dell’Ira a Derry. In seguito ha dato il suo contributo principalmente all’interno di Sinn Féin, impegnandosi, soprattutto da metà anni ’80, sulla difficile strada della pacificazione. Cruciale il suo ruolo nel convincere l’Ira ad abbandonare definitivamente la lotta armata nel 2005.

L’apice del suo perscorso politico è stato l’aver occupato per quasi dieci anni la carica di co-primo ministro del governo misto nordirlandese, lavorando persino a fianco di uno dei suoi nemici storici e tra i rappresentanti più accalorati dell’unionismo, Ian Paisley, con il quale finì per stringere una solida amicizia. Risale poi a quasi cinque anni fa anche una stretta di mano con la regina Elisabetta durante un evento di beneficenza a Belfast: un gesto di avvicinamento che non pochi commentatori hanno visto con scetticismo e ironia, e che qualcuno nel fronte avverso ha tacciato indebitamente di opportunismo.

I rancori verso l’ex comandante sono ancora vivissimi, se è vero che nel commentare la notizia un ex ministro conservatore, Lord Nesbitt, ha avuto l’ardire di dire che McGuinness era un «codardo», un «pluri-assassino» che aveva scelto strategie pacifiche solo dopo aver capito che l’Ira era stata sconfitta con le infiltrazioni dell’intelligence britannica.

MCGUINNESS SAPEVA BENE, e lo ha dichiarato spesso, che l’Esercito repubblicano irlandese non era affatto stato battuto; ma era anche ben consapevole di come non fosse possibile avere la meglio sugli inglesi, e che l’unica strada per raggiungere gli obiettivi dei repubblicani era la politica.

Nel commentare la morte del compagno, Adams ha dichiarato: «McGuinness non ha mai scelto di andare a combattere: si è ritrovato la guerra in casa». Le principali motivazioni della resistenza irlandese avevano infatti in principio a che fare con la negazione di diritti civili fondamentali, e Adams è stato chiaro a riguardo: «Noi reclamavamo diritti civili, riforme basilari, e abbiamo ottenuto una risposta militaristica. I repubblicani sono stati censurati, internati, imprigionati».

La maggior parte delle reazioni alla morte di McGuinness sono state comunque di omaggio proprio alla sua capacità di gettarsi alle spalle un passato di violenza per intraprendere un percorso di dialogo. Il presidente d’Irlanda Michael D. Higgins ha parlato del suo «immenso contributo alla promozione della pace in Irlanda del Nord», mentre Bill Clinton lo descive come «un uomo che si è rifiutato di vivere nel passato».

ANCHE LA CONTROPARTE unionista, l’ex premier nordirlandese, Arlene Foster, che con McGuinness ha condiviso la carica più alta del governo fino al gennaio scorso, ha avuto parole di riconoscimento per lui: «Ha giocato un ruolo cruciale nel condurre il movimento repubblicano verso strategie pacifiche e democratiche».

Nel frattempo, è proprio la figura della Foster a occupare il dibattito attorno all’esito delle recenti elezioni che hanno visto un incredibile exploit di Sinn Féin. Il partito di Adams si rifiuta infatti di far parte di un governo da lei presieduto, in quanto il suo ruolo all’interno dello scandalo sulle fonti rinnovabili non è stato affatto chiarito. Sinn Féin si oppone poi al ritorno dello status quo, e ha avanzato la richiesta di bloccare ogni tentativo di concedere l’immunità ai soldati britannici colpevoli di delitti negli anni dei troubles, immunità richiesta dai conservatori britannici e caldeggiata proprio dagli unionisti.

LA MORTE DI MCGUINNESS fa calare un velo di silenzio su queste diatribe che hanno infiammato il dibattito politico fino all’altro ieri, ma è prevedibile che la situazione torni a scaldarsi presto. Al varco attende infatti la data fatidica del 27 marzo, in cui se non si sarà raggiunto un accordo tra i partiti, il rischio sarà di nuove elezioni o del ritorno all’amministrazione diretta di Londra.

Non basterà allora a placare le acque il ricordo del sorriso provato di Martin McGuinness nella sua ultima apparizione video a inizio gennaio, un sorriso debolmente sfoggiato quasi a ricordare le parole di Bobby Sands: «La nostra vendetta saranno le risate dei nostri bambini»

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Sorridente, con il vezzo incessante di usare l’amata pipa per dare ritmo alle parole delle quali non era avaro. Da ieri, lo sbuffo di fumo che accompagnava le conversazioni di Zygmunt Bauman non offuscherà più il suo volto. La sua morte è arrivata come un colpo in pancia, inaspettata, anche le sue condizioni di salute erano peggiorate negli ultimi mesi. E subito è stato apostrofato nei siti Internet come il teorico della società liquida, una tag che accoglieva con divertimento, segno di una realtà mediatica tendente alla semplificazione massima contro la quale invocava un rigore intellettuale da intellettuale del Novecento.

Spesso si inalberava. «Di liquido mi piace solo alcune cose che bevo», aveva affermato una volta, infastidito del suo accostamento ai teorici postmoderni o ai sociologi delle «piccole cose». La sua modernità liquida era una rappresentazione di una tendenza in atto, non una «legge» astorica che vale per l’eternità a venire. Per questo, rifiutava ogni lettura apocalittica del presente a favore di un lavoro certosino di aggiungere tassello su tassello a un puzzle sul presente, che avvertiva non sarebbe stato certamente lui a concludere. Bauman, infatti, puntava con disinvoltura a non far cadere nel fango la convinzione di poter pensare la società non come una sommatoria di frammenti o di sistemi autoreferenziali, come invece sostenevano gli eredi di Talcott Parson, studioso statunitense letto e anche conosciuto personalmente da Bauman a Varsavia nel pieno della guerra fredda.

OGNI VOLTA CHE PRENDEVA la parola in pubblico Bauman faceva sfoggio di quella attitudine alla chiarezza che aveva, non senza fatica, come ha più volte ricordato nelle sue interviste, acquisito negli anni di apprendistato alla docenza svolto nell’Università di Varsavia. Parlava alternando citazioni dei «grandi vecchi» della sociologia a frasi tratte dalle pubblicità, rubriche di giornali. Mettere insieme cultura accademica e cultura «popolare» era indispensabile per restituire quella dissoluzione della «modernità solida» sostituita da una «modernità liquida» dove non c’era punto di equilibrio e dove tutto l’ordine sociale, economico, culturale, politico del Novecento si era liquefatto alimentando un flusso continuo di credenze e immaginari collettivi che lo Stato nazionale non riusciva a indirizzarlo più in una direzione invece che in un’altra.

E teorico della società liquida Bauman è stato dunque qualificato. Un esito certo inatteso per un sociologo che rifiutava di essere accomunato a questa o quella «scuola», senza però rinunciare a considerare Antonio Gramsci e Italo Calvino due stelle polari della sua «erranza» nel secolo, il Novecento, delle promesse non mantenute.

Nato in Polonia nel 1925 da una famiglia ebrea assimilata, aveva dovuto lasciare il suo paese la prima volta all’arrivo delle truppe naziste a Varsavia. Era approdato in Unione Sovietica, entrando nell’esercito della Polonia libera.

FINITA LA GUERRA, la prima scelta da fare: rimanere nell’esercito oppure riprendere gli studi interrotti bruscamente. Bauman fa suo il consiglio di un decano della sociologia polacca, Staninslaw Ossowski, e completa gli studi, arrivando in cattedra molto giovane. E nelle aule universitarie si manifesta il rapporto fatto di adesione e dissenso rispetto al nuovo potere socialista. Bauman era stato convinto che una buona società poteva essere costruita sulle macerie di quella vecchia. A Varsavia, la facoltà di sociologia era però un’isola a parte. Così le aule universitarie potevano ospitare teorici non certo amati dal regime. Talcott Parson fu uno di questi, ma a Varsavia arrivano anche libri eterodossi. Emile Durkheim, Theodor Adorno, Georg Simmel, Max Weber, Jean-Paul Sartre, Italo Calvino, Antonio Gramsci (questi due letti da Bauman in lingua originale). Quando le strade di Varsavia, Cracovia vedono manifestare un atipico movimento studentesco, Bauman prende la parola per appoggiarli.

È ORMAI UN NOME noto nell’Università polacca. Ha pubblicato un libro, tradotto con il titolo in perfetto stile sovietico Lineamenti di una sociologia marxista, acuta analisi del passaggio della società polacca da società contadina a società industriale, dove sono messi a fuoco i cambiamenti avvenuti negli anni Cinquanta e Sessanta. La secolarizzazione della vita pubblica, la crisi della famiglia patriarcale, la perdita di influenza della chiesa cattolica nell’orientare comportamenti privati e collettivi. Infine, l’assenza di una convinta adesione della classe operaia al regime socialista, elemento quest’ultimo certamente non salutato positivamente dal regime Ma quando, tra il 1968 e il 1970, il potere usa le armi dell’antisemitismo, la sua accorta critica diviene dissenso pieno. Gran parte degli ebrei polacchi era stata massacrata nei lager nazisti. Per Bauman, quel «mai più» gridato dagli ebrei superstiti non si limitava solo alla Shoah ma a qualsiasi forma di antisemitismo. La scelta fu di lasciare il paese per il Regno Unito.

Il primo periodo inglese fu per Bauman una resa dei conti teorici con il suo «marxismo sovietico». L’università di Leeds gli ha assicurato l’autonomia economica; Anthony Giddens, astro nascente della sociologia inglese, lo invita a superare la sua «timidezza». È in quel periodo che Bauman manda alle stampe un libro, Memorie di classe (Einaudi), dove prende le distanze dall’’idea marxiana del proletariato come soggetto della trasformazione. E se Gramsci lo aveva usato per criticare il potere socialista, Edward Thompson è lo storico buono per confutare l’idea che sia il partito-avanguardia il medium per instillare la coscienza di classe in una realtà dove predomina la tendenza a perseguire effimeri vantaggi.

TOCCA POI ALL’IDENTITÀ ebraica divenire oggetto di studio, lui che ebreo era per nascita senza seguire nessun precetto. La sua compagna era una sopravvissuta dei lager nazisti. E diviene la sua compagna di viaggio in quella sofferta stesura di Modernità e Olocausto (Il Mulino). Anche qui si respira l’aria della grande sociologia. C’è il Max Weber sul ruolo performativo della burocrazia, ma anche l’Adorno e il Max Horkheimer di Dialettica dell’illuminismo. La shoah scrive Bauman è un prodotto della modernità; è il suo lato oscuro, perché la pianificazione razionale dello sterminio ha usato tutti gli strumenti sviluppati a partire dalla convinzione che tutto può essere catalogato, massificato e governato secondo un progetto razionale di efficienza. Un libro questo, molto amato dalle diaspore ebraiche, ma letto con una punta di sospetto in Israele, paese dove Bauman vive per alcuni anni.

CAMMINARE NELLA CASA di Bauman era un continuo slalom tra pile di libri. Stila schede su saggi (Castoriadis e Hans Jonas sono nomi ricorrenti nei libri che scrive tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta del Novecento) e romanzi (oltre a Calvino, amava George Perec e il Musil dell’Uomo senza qualità). Compagna di viaggio, come sempre l’amata Janina, morta alcuni anni fa. Manda alle stampe un saggio sulla globalizzazione che suona come un atto di accusa verso l’ideologia del libero mercato. E forte è il confronto, in questo saggio, con il libro di Ulrich Beck sulla «società del rischio», considerata da Bauman un’espressione che coglie solo un aspetto di quella liquefazione delle istituzioni del vivere associato. La famiglia, i partiti, la chiesa, la scuola, lo stato sono stati definitavamente corrosi dallo sviluppo capitalistico. Cambia lo «stare in società». Tutto è reso liquido. E se il Novecento aveva tradito le promesse di buona società, il nuovo millennio non vede quella crescita di benessere per tutti gli abitanti del pianeta promessa dalle teste d’uovo del neoliberismo. La globalizzazione e la società liquida producono esclusione. L’unica fabbrica che non conosce crisi è La fabbrica degli scarti umani (Laterza), scrive in un crepuscolare saggio dopo la crisi del 2008.

SONO GLI ANNI dove l’amore è liquido, la scuola è liquida, tutto è liquido. Bauman sorride sulla banalizzazione che la stampa alimenta. E quel che è un processo inquietante da studiare attentamente viene ridotto quasi a chiacchiera da caffè. Scrolla le spalle l’ormai maturo Bauman. Continua a interrogarsi su cosa significhi la costruzione di identità patchwork (Intervista sull’identità, Laterza), costellata da stili di vita mutati sull’onda delle mode. Prova a spiegare cosa significhi l’eclissi del motto «finché morte non ci separi», vedendo nel rutilante cambiamento di partner l’eclissi dell’uomo (e donna) pubblico. La sua critica al capitalismo è agita dall’analisi del consumo, unico rito collettivo che continua a dare forma al vivere associato.

È MOLTO AMATO dai teorici cattolici per il suo richiamo all’ethos, mentre la sinistra lo considera troppo poco attento alle condizioni materiali per apprezzarlo. Eppure le ultime navigazioni di Bauman nel web restituiscono un autore che mette a fuoco come la dimensione della precarietà, della paura siano forti dispositivi di gestione del potere costituito, che ha nella Rete un sorprendente strumento per una sorveglianza capillare di comportamenti, stili di vita, che vengono assemblati in quanto dati per alimentare il rito del consumo.

BAUMAN NON AMAVA considerarsi un intellettuale impegnato. Guardava con curiosità i movimenti sociali, anche se la sua difesa del welfare state è sempre stata appassionata («la migliore forma di governo della società che gli uomini sono riusciti a rendere operativa»). Nelle conversazioni avute con chi scrive, parlava con amarezza degli opinion makers, novelli apprendisti stregoni dell’opinione pubblica, ma richiamava la dimensione etica e politica dell’intelelttuale specifico di Michel Foucault, l’unico modo politico per pensare la società senza cade in una arida tassonomia delle lamentazioni sulle cose che non vanno.

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