Addii & Ricordi

«Soy poeta, sacerdote y revolucionario» così si era definito recentemente Ernesto Cardenal, scomparso domenica scorsa a 95 anni in Nicaragua; dopo che poco più di una anno fa papa Francesco, al capezzale di quello che anzitempo si suppose fosse il suo letto di morte, gli revocò la sospensione a divinis che gli aveva comminato papa Wojtyla nei primi anni ’80, per essere ministro della cultura del governo rivoluzionario.
Ernesto Cardenal era nato da una ricca famiglia nella cittadina coloniale di Granada nel 1925. Studiò lettere a Managua, Città del Messico, New York. E girò l’Europa prima di essere ordinato sacerdote a quarant’anni a Cuernavaca in Messico. Per poi far ritorno nel suo paese.

IL NICARAGUA era allora un paese dell’istmo centramericano a noi pressoché sconosciuto. Una banana republic che aveva fatto parlare di sé per il terremoto del ’72 (che rase al suolo la capitale) ma soprattutto per la comunità contemplativa di Solentiname che il padre Ernesto, su ispirazione del poeta e religioso Thomas Merton (di cui era stato discepolo), aveva fondato nel 1966 nell’omonimo incontaminato arcipelago nel Grande Lago Cocibolca; con i suoi taller di poesia e dove nacque la pittura primitivista. Una comunità che nel ‘77 la guardia somocista distrusse uccidendo molti dei suoi attivisti. Mentre i superstiti si integrarono nella guerriglia del Fronte Sandinista (cui aderì anche Ernesto) che due anni più tardi, il 19 luglio del ’79, rovesciava la dinastia dei Somoza.

Allora padre Cardenal era già assai conosciuto come poeta per i suoi Epigramas, Salmos e Oración a Marilyn Monroe. Era un antisistema, dedito al riscatto dalle ingiustizie; soprattutto delle popolazioni originarie del subcontinente. Il culmine della sua opera letteraria è probabilmente Canto Cosmico del 1992, che lo ha proiettato fra i più grandi poeti della storia dell’America Latina. Non è un caso che, oltre a varie onorificenze letterarie, nel 2012 gli sia stato attribuito a Madrid il Premio Reina Sofia per la Poesia Iberoamericana.

Ernesto Cardenal è stato, dopo Ruben Darío e insieme alla nicaraguense-salvadoregna Claribel Alegría (che a sua volta nel 2018 è stata insignita del Premio Reina Sofia) il capostipite di un popolo di scrittori e poeti di questo paese: Coronel Urtecho, Martinez Rivas, Pablo Antonio Cuadra, Fernando Silva, Michelle Najils, Daysi Zamora, Vidaluz Menes, Gioconda Belli…; per arrivare a Sergio Ramirez, premio Cervantes per la letteratura nel 2018.

LA SCOMPARSA del grande poeta Cardenal costituisce al contempo (suo malgrado) un simbolo del compimento di un tragico ciclo nella storia recente del Centroamerica e della Chiesa Cattolica; che aveva suscitato agli esordi grandi aspettative in tutto il mondo. I più ricorderanno la storica foto del pontefice polacco che redarguisce col dito puntato sul ministro di cultura Ernesto, inginocchiatosi di fronte a lui (e levatosi l’abituale basco), quella fatidica mattina del 4 marzo 1983 (noi eravamo lì a pochi passi) quando passò in rassegna il governo rivoluzionario al suo arrivo all’aeroporto Augusto Cesar Sandino. Per poi lasciare furioso e precipitosamente il tardo pomeriggio stesso il Nicaragua, dopo la clamorosa contestazione subita in piena messa nella Plaza 19 de julio.

ERANO ALLORA QUATTRO i preti-ministri: suo fratello Fernando Cardenal, gesuita, coordinatore della Campagna di Alfabetizzazione e della Gioventù Sandinista, e successivamente ministro dell’educazione; padre Miguel d’Escoto, agli esteri; ed Edgar Parrales alla famiglia (poi spretatosi).

Del resto durante la Rivoluzione Sandinista vigeva lo slogan «entre cristianismo y revolución no hay contradicción»; e padre Ernesto era un grande sostenitore della Teología de la Liberación, con al centro la «opción preferencial para los pobres»; al centro di molte sue opere. Teologia che non era stata un’invenzione di chicchessia, bensì l’avanguardia nell’applicazione del Concilio Vaticano II nell’America Latina di allora, in balia delle dittature militari (a perpetuazione dello schema oligarchico coloniale, ereditato dagli Usa).

Ebbene, in pochissimi anni Giovanni Paolo II la estirpò dal subcontinente più cattolico del pianeta, senza rendersi conto che così avrebbe spianato la strada ai predicatori delle sette fondamentaliste che Washington stava organizzando già dalla presidenza Nixon e poi con Reagan, per non perdere il controllo del «cortile di casa».

C’è voluto dunque il primo papa latinoamericano per risarcire di quell’ammonimento il padre Cardenal, e consentirgli di tornare a celebrare messa.

Ma se Ernesto aveva già subito la repressione ai tempi del somocismo, tanto da essere costretto all’esilio, gli è toccato pure il paradosso di essere il sandinista più anziano e duramente perseguitato dal regime di Daniel Ortega, ridiventato presidente nel 2007. Cardenal aveva già denunciato dagli anni ’90 la deriva personalistica e messianica del «fu» comandante guerrigliero. Che dall’aprile del 2018 si è convertito in tiranno sanguinario con il massacro e la carcerazione di centinaia di giovani studenti (oltre all’autoesilio di 80mila nicaraguensi in Costarica) che si erano ribellati alla dittatura orteguista, alleatasi all’oligarchia storica impresariale, con l’avvallo del Fondo Monetario e di Washington.

E IL COLMO è che Rosario Murillo, consorte di Ortega, nonché vicepresidente e di fatto primo ministro, abbia decretato per la scomparsa di Ernesto un lutto nazionale di tre giorni. Lei, anch’essa poetessa, che fece di tutto per essere ministro della cultura al suo posto durante la rivoluzione.

* Fonte: Gianni Beretta, il manifesto

ph by Montesbradley / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

Da anni Benedetto era intento a morire nel modo più alacre che si possa immaginare: studiando, scrivendo pagine non futili (cioè: non introverse), detestando gli intellettuali con i mocassini e facendo comunella con quelli dai piedi scalzi (era uno di loro, del resto), censendo con buonumore i sintomi di rivolte prossime venture, soccorrendo generosamente coloro che cercavano di soccorrerlo. Una morte pubblica, gremita di voci, mai priva di solidarietà nei confronti di chi resta e vorrà parlarne. Poiché lo scemare del suo tempo è diventato, esso pure, un episodio della prassi sovversiva, agli amici veniva da pensare che Benedetto sarebbe durato indefinitamente. È la sola eternità che noi materialisti possiamo concederci.

HO CONOSCIUTO Benedetto nel 1988, quando cominciai a lavorare alle pagine culturali de il manifesto. Non era ancora un redattore, Benedetto, ma un tecnico informatico. Lo divenne poco dopo, timido e circospetto, vorace di libri e di idee. Sapeva di non appartenere alla tribù degli happy few, dei letterati «felici pochi» che spacciano citazioni come eroina tagliata pur di scansare qualsivoglia pensiero, sempre pronti a rifugiarsi in un soave borgo campagnolo quando l’epoca ruggisce.

DOTATO DELLE QUALITÀ, e anche della durezza, degli unhappy many, degli «infelici molti» di cui è composto il proletariato moderno che lavora con il linguaggio, Benedetto capì in fretta come orientarsi nel corso della grande trasformazione del modo di produzione capitalistico, delle forme di vita, dei gerghi e delle tonalità emotive. Cercammo e trovammo insieme nomi provvisori, a volte maldestri, per designare quella trasformazione e la sovversione che essa covava in seno: lavoro cognitivo, intellettualità di massa, rivoluzione come esodo, democrazia non rappresentativa.

Ricordo Benedetto nei seminari parigini degli anni Novanta, da cui nascerà la rete politica e intellettuale chiamata Euronomade. La sua curiosità. L’emozione accuratamente celata quando conobbe Toni Negri e gli altri esuli, insomma i bersagli viventi del pogrom contro la sinistra rivoluzionaria. Fu allora che Benedetto inciampò, per così dire, nel concetto cui avrebbe dedicato le sue energie fino a ieri: il general intellect, l’«intelletto generale» di cui parla Marx come dell’autentico pilone della produzione sociale. Il pensiero, il sapere, il linguaggio messi al lavoro, fonte eminente del profitto: d’accordo, disse Benedetto, ma in che modo, per quali vie, mediante quali procedure? Le sue riflessioni sulla rete informatica, contenute in innumerevoli articoli e in due libri pregevoli, sono un tentativo di rispondere a questi quesiti di gran peso, serenamente ignorati da una sinistra raccapricciante o patetica.

SEMPRE negli anni Novanta, Benedetto partecipò a una rivista durata soltanto quattro numeri, meno effimera però di testate universitarie che si trascinano per decenni: «Luogo comune». Le riunioni di redazione furono, talvolta, adrenaliniche, certamente mai squisite di quella squisitezza letale di cui si beano gli scrutatori di anime. In quella rivista è stato detto quasi tutto l’essenziale sul tempo che viene. Coloro che vi hanno messo mano, anche quando si sono persi di vista, mantengono la tacita intesa di chi è affratellato da comuni scoperte. Con Benedetto, su certi temi e certi eventi, bastava un sorriso complice: che te lo dico a fare, amico mio?

* Fonte: Paolo Virno, il manifesto

E’ scomparso questa mattina Benedetto Vecchi, del manifesto, responsabile delle pagine culturali e a lungo presidente della cooperativa. Lo ha annunciato stamane il collettivo del quotidiano

Noi vogliamo ricordarne l’impegno e la grande statura culturale e politica con l’intervista, raccolta da Massimo Franchi, che avevamo pubblicato nel  16° Rapporto sui diritti globali 2018 . Il volume si titolava Un mondo alla rovescia. Oggi, senza Benedetto, è anche un mondo un po’ più povero di intelligenze critiche

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I big data, il complesso militare digitale e la democrazia

Intervista a Benedetto Vecchi

(a cura di Massimo Franchi)

Dal caso Cambridge Analytica agli ultimi dibattiti sulla “post verità” e il web come “bene comune”, Benedetto Vecchi – uno dei massimi esperti in Italia di questi temi – sostiene che la rete può essere uno strumento a disposizione di tutti solo se ognuno di noi si impegnerà a conoscerne strutture e funzionamento, difendendo così anche la propria privacy.

 

Rapporto Diritti Globali: Il caso Cambridge Analytica ha messo a fuoco le possibili dirompenti conseguenze della vendita dei big data da parte dei social network. Abbiamo visto già tutto o dobbiamo attenderci nuovi scandali?

Benedetto Vecchi: Cambridge Analytica è solo la punta dell’iceberg. Il caso ha occupato lo spazio mediatico perché era coinvolta Facebook, cioè la società di Mark Zuckerberg, ed era evidente l’influenza, meglio la manipolazione dell’opinione pubblica da parte dei social network e di quella rete di imprese globali che sono raccolte sotto l’espressione big data, cioè di chi raccoglie dati personali, li elabora, li impacca e vende a società che li possono usare per aggressive campagne pubblicitarie personalizzate o a chi vuol influenzare un referendum – quello inglese sulla Brexit – o elezioni generali o presidenziali, come è accaduto in alcuni Paesi europei e negli Stati Uniti. Non c’è giorno che in Rete non venga pubblicata notizia di uno scandalo o della condanna di un’impresa o il rifiuto di un tribunale di dare corso a una denuncia da parte di un singolo o di un gruppo di utenti che intravedono nell’operato di questa o quell’impresa una violazione dei propri diritti individuali. Negli USA, ma se ne cominciano a intravedere echi anche in Europa, ci sono class action contro Uber o Airbnb perché hanno sfruttato economicamente i loro dati. Oppure ci sono molte amministrazioni cittadine che intraprendono progetti per costruire piattaforme digitali dove è rigorosamente rispettata la privacy individuale e i dati non possono essere sfruttati economicamente. In altri termini, è rispettato il diritto all’oblio, cioè quella clausola voluta nelle leggi nazionali e internazionali da molti giuristi – in Italia il paladino è stato Stefano Rodotà – in base alla quale dopo un certo numero di anni (generalmente due) i dati vanno automaticamente cancellati; oppure il fatto che in ogni momento il singolo possa chiedere la loro cancellazione senza avere nessuna penalizzazione nell’uso della piattaforma digitale.

I big data sono dunque sempre più qualificati come un’“arma di distrazione di massa”, che mette in discussione la democrazia e la capacità dei singoli di autodeterminare la propria vita. Come si può intuire siamo dentro una critica che trae forza dal paradigma liberale della modernità. La democrazia è sempre espressione di individui autodeterminati, cioè che recidono i propri legami sociali e relazionali per poi stringere un patto dove cedono allo Stato, o all’impresa, parte della propria autonomia e libertà. Chi rivolge ai social network una critica liberale non ha fatto tesoro di quella dialettica dell’illuminismo che mette in discussione l’assunto che una persona informata sia capace di prendere decisioni razionali e dunque non prigioniere da passioni o interessi egoistici. I big data e la Rete costringono semmai a guardare alla formazione dell’opinione pubblica e alla costruzione di una soggettività collettiva come un assetto produttivo, cioè una fabbrica tesa a produrre consenso alla società data e dunque ai rapporti sociali e di potere dominanti.

Questa premessa è indispensabile per comprendere appieno come è potuto accadere Cambridge Analytica o, per molti versi, aiuta a comprendere l’impatto delle rilevazioni di Julian Assange o Edward Snowden. Se lo scandalo della Cambridge Analytica coinvolge in fondo alcune imprese private e spregiudicati leader politici, le rivelazioni di Snowden sulla gestione da parte del Pentagono e della National Security Agency della Rete per monitorare e spiare le conversazioni on line dei cittadini mette a fuoco l’esistenza di un complesso militare digitale che può nuocere alla democrazia alla stessa maniera dei big data.

Dunque, la Rete come fabbrica del consenso, per usare una fortunata espressione di Noam Chomsky. E questa fabbrica ha un’organizzazione produttiva, delle gerarchie, un modo di produzione ormai abbastanza indagato. Dunque: c’è un modello di business dominante che vede uno scambio tra servizi gratuiti – posta elettronica, mappe del territorio, possibilità di usare software più o meno sofisticato – e cessione dei dati personali. Quando si sottoscrive un account con Gmail, Facebook, Amazon, Apple, Microsoft, Uber, Airbnb si accetta sempre una policy che dice che i tuoi dati possono essere usati dall’impresa che li raccoglie, impegnandosi a garantire l’anonimato, anche se non è sempre così. La cosa certa è che i tuoi dati diventano di sua proprietà. Ormai questo modello viene qualificato come capitalismo delle piattaforme, perché ogni impresa funziona come una piattaforma che estrae la propria materia prima – informazioni – per poi elaborarle, modificarle. Qui subentra un altro aspetto della fabbrica del consenso, cioè i rapporti di lavoro e i diritti dei lavoratori. Se vediamo da vicino come funziona Amazon, Facebook, Apple troviamo uno strato più o meno numeroso di knowledge worker molto qualificati, che accedono alle stock option (cioè la possibilità di poter acquistare in maniera privilegiata azioni della società), che usufruiscono dei piani assicurativi e pensionistici. Il loro salario è alto rispetto magari a compagni di lavoro che svolgono le stesse mansioni ma che sono temp, cioè lavoratori a tempo determinato. Sono cioè precari, che non hanno stock option, né piani assicurativi e pensionistici. Esemplari sono i racconti di molti “schiavi della Rete” statunitensi, che hanno un salario basso, che svolgono lavori certo qualificati ma tutto sommato ripetitivi e che possono essere cacciati dal giorno alla mattina. Accanto a questo dualismo, nei knowledge workers c’è l’esercito in divenire di chi svolge lavori di pulizia, di logistica. Un esercito precario, intermittente, con bassi salari. Molti studiosi parlano di taylorismo digitale, per segnalare la dequalificazione, il lavoro ripetitivo, una gerarchia soffocante che controlla ogni loro movimento e gesto attraverso una raccolta di dati favorita da badge e dispositivi digitali usati per documentare spostamenti di oggi. Il caso più noto e clamoroso è quello di Amazon, che ha attirato l’attenzione per il clima da caserma e da prigione in molti suoi stabilimenti americani, tedeschi, francesi, spagnoli e nell’Est europeo. Qualche timida denuncia è stata fatta anche per l’Italia.

Dunque, un modello di business rodato che però comincia a manifestare qualche scricchiolio, qualche messa in discussione. Da una parte, ci sono dunque gli utenti dei social network o chi acquista merci on line, affitta taxi per spostarsi in città o appartamenti per spostamenti di lavoro o per week end di svago e divertimento; dall’altra, le imprese, che hanno bisogno tuttavia di verificare continuamente l’indice di gradimento dei servizi offerti. I feed back degli utenti sono dunque indispensabili. Sono cioè materia prima per produrre innovazione di processo e di prodotto, per usare un lessico economico. Si tratta in realtà di lavoro “donato gratuitamente” alle imprese. Qui si cominciano a incontrare resistenza, poca collaborazione e una richiesta da parte dei singoli di vederci chiaro su come sono usati i loro dati e di come può essere tutelata la loro privacy.

Oltre a questa riottosità crescente dei singoli, ci sono le campagne di denuncia sulla manipolazione appunto dell’opinione pubblica. Cambridge Analytica è solo la punta più visibile del problema, perché la raccolta di dati è una attività in continua espansione. Senza fare analisi sul futuro, già adesso sono all’opera progetti di investimento per applicare l’intelligenza artificiale al fine di rendere più fluido il flusso e l’appropriazione privata dei dati personali. È un modo neanche tanto velato di aggirare le resistenze degli utenti e dei conflitti di lavoro che cominciano a manifestarsi nel settore della logistica. Sarebbe dunque auspicabile che gli attivisti dei diritti civili nella Rete stabilissero rapporti di coordinamento e di “alleanza” con i sindacati che operano in questo settore al fine di un mutuo soccorso. Una strada in salita, certo, ma che andrebbe comunque percorsa.

 

RDG: La tutela della privacy on line è sempre più richiesta dagli utenti. Ma senza una normativa globale i giganti del web possono aggirare i controlli degli Stati. Come risolvere il problema?

BV: I giganti del web non vedrebbero male una normativa globale alla luce dei rapporti di forza attuali. Sotto molti aspetti già esiste ed è qualificata come norme sulla proprietà intellettuale, che sono tutte a favore delle imprese. Se cedi i tuoi dati all’impresa quelli automaticamente possono essere e sono considerati proprietà intellettuale. Cioè tu rinunci alla proprietà di un tuo dato. Una volta fatto questo, la privacy diventa un optional, una possibilità che è a discrezione delle imprese. Questo non significa che va abbandonato il campo. Ci sono proposte di alfabetizzazione informatica e di autorganizzazione digitale per difendere la privacy. Ci sono corsi di autodifesa digitale organizzati, in alcuni casi, come in Inghilterra o Spagna, dal sindacato. Ci sono poi le campagne per stabilire norme sovranazionali sulla riservatezza. In Europa e all’ONU ci sono personalità politiche, funzionari, una rete di organizzazioni non governative, un pulviscolo agguerrito e preparato tecnicamente e teoricamente di mediattivisti che si battono per un’adeguata normativa sovranazionale, perché la Rete non ha confini e ciò che viene raccolto in Italia può dunque essere elaborato oltre frontiera.

C’è un “però” che va tenuto conto. Finora abbiamo sempre rappresentato la Rete come uno spazio pubblico sovranazionale. C’è tuttavia qualcosa che sta cambiando e che va analizzato con attenzione. Il riferimento è all’esercizio della sovranità digitale da parte di alcuni Stati. La Cina, gli Stati Uniti, la Russia, ma anche l’Iran e altri Paesi non democratici dicono apertamente che vogliono esercitare un potere di controllo e di gestione della Rete. Ovviamente lo fanno per preservare l’integrità dei dati personali messi in pericolo dalle imprese private. Più realisticamente, tanta passione per il sovranismo digitale è dovuta al fatto che vogliono controllare e censurare la comunicazione on line sia per esigenza di sicurezza nazionale che per repressione del dissenso. Ma c’è anche un altro aspetto che va messo in conto. Così come c’è una fabbrica del consenso, comincia a delinearsi una fabbrica della privacy.

Ci sono ormai imprese che forniscono programmi informatici per avere il proprio diritto all’oblio, affinché la propria navigazione in rete non sia tracciata. Insomma, per diventare invisibile. Allo stesso tempo, gli Stati nazionali raccolgono già una massa ingente di dati personali. In questo vogliono agire come uno Stato imprenditore, cioè che si mette a produrre i propri big data, facendoli diventare un settore economico. È questa una tendenza neoliberista dello Stato imprenditore, che svolge un doppio movimento: è una tecnologia del controllo sociale, dunque ha una funzione di “governo della vita” per usare il linguaggio dei politici della vita sia conservatori che progressisti; ma lo Stato si pone sul mercato. Il complesso militare digitale è il contesto dove maturano, sono sviluppati progetti imprenditoriali che vedono una partnership tra privato e pubblico all’interno di una logica tipicamente capitalistica. Qui non c’è privacy che tenga quando è lo Stato ha doverla gestire direttamente. Dunque, occorre non cadere in facili entusiasmi quando si parla di sovranismo digitale. Mi sembra che questo alluda soprattutto a un mutamento di quel modello di affari alla base dei big data dove è lo Stato a gestirlo direttamente, all’interno però di un patto sociale e politico che lo legittima. È l’intero sistema democratico che viene messo in discussione. Questo per dire che la battaglia per la difesa della privacy non ha nulla di antico o di inattuale, ma che investe proprio il funzionamento della fabbrica del consenso. E dunque riguarda anche i rapporti sociali di produzione. Esistono segnali in questo senso, come la liceità o meno delle aziende di spiare i propri dipendenti mentre lavorano con un computer, monitorando così la loro produttività e controllando i loro comportamenti. Insomma, la privacy è sì roba da grande o piccolo fratello, ma anche di governo del lavoro vivo.

 

RGD: La riforma europea dei copyright informatici è molto discussa. C’è il rischio che favorisca le big company?

BV: Direi di distinguere tra copyright dei contenuti video, musicali, delle idee e il copyright relativo ai media. Nel primo caso, c’è una complessa procedura che vede i trattati internazionali della WTO (Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights, TRIPS), le norme sovranazionali guida definite dalla World Intellectual Propriety Organization (WIPO) dell’ONU, le norme europee e le leggi nazionali. Nel corso del tempo c’è stata un’armonizzazione tra tutto ciò che ha rafforzato il potere delle imprese sulla produzione dei contenuti, ma anche lasciato degli spiragli per azioni di riappropriazione dal basso o nazionali della proprietà intellettuale.

La WIPO ha, per esempio, caldeggiato la costituzione di un sistema misto tra logica proprietaria e, scusate il tecnicismo, e logica open source, cioè di contenuti che possono essere usati da tutti senza però che la loro rielaborazione possa essere sottoposta invece a copyright, a brevetti o alla logica del brand. Anche la potente WTO è stata messa sovente in difficoltà attraverso l’articolo 27 dei TRIPS, che stabilisce la possibilità di non rispettare i trattati internazionali in base a forti necessità nazionali. Un grimaldello, questo, usato dal Sud Africa per produrre farmaci per la cura dell’AIDS senza pagare le royalties all’industria farmaceutica multinazionale. Oppure che, in maniera meno eclatante, hanno usato alcuni Paesi per i farmaci salva vita. Questo è un terreno dove il conflitto tra la nozione di bene comune e logica proprietaria privata è più aspro. E non sempre le Big company ne escono bene, almeno a livello di immagine. Su questo aspetto una revisione radicale dei TRIPS andrebbe perseguita non solo dai governi nazionali ma anche dai movimenti sociali. Sarebbe certo espressione di un “riformismo dal basso” che non fa la rivoluzione, ma uomini e donne vivrebbero meglio per quanto riguarda l’accesso ai farmaci o la possibilità di accedere ai contenuti intellettuali, musicali, cinematografici a prezzi più sostenibili dai quelli attuali.

C’è poi l’aspetto del copyright per i media. Qui si apre un capitolo dove i problemi sono numerosi e i protagonisti della scena pubblica sono molteplici e contraddittori nei loro comportamenti. La violazione sistematica del copyright non viene certo dal ragazzo o dalla ragazza che si costruisce la propria playlist di brani musicali o della famigliola che si scarica le serie televisive dal web senza pagare nulla. I violatori massicci del copyright sono imprese come Google, attraverso YouTube o altri media, che piratano contenuti prodotti dai loro concorrenti. In questo caso, si delinea un conflitto tra modelli di affari diversi. Da una parte, le piattaforme digitali; dall’altra, i colossi in difficoltà dei media e dell’entertainment. Finora le modifiche delle norme sul copyright hanno teso a riequilibrare il potere tra old media e capitalismo delle piattaforme. C’è però il terzo incomodo, che è il pubblico della Rete, che pervicacemente continua a pensare che l’accesso ai contenuti debba essere gratuito e che si inventa di tutto e di più per aggirare ostacoli software e hardware che impediscono l’accesso gratuito a musica, film, tv e libri.

 

RDG: Il mondo del giornalismo è invece diviso su un’altra norma di questa riforma: la cosiddetta link tax. Remunerare il lavoro giornalistico senza aumentare quello dei giganti del web è possibile?

BV: Mi sembra che dietro questa domanda ci sia un equivoco. Chi lavora in un giornale o in una televisione sa benissimo che cede il proprio diritto d’autore a quel giornale o tv, anche se è un freelance, anzi questi ultimi sono meno tutelati dei giornalisti strutturati. Certo, poi ci sono i livelli di negoziazione individuali dovuti alla fama o all’accreditamento professionale. A seconda del contesto vige il principio dell’individualizzazione del rapporto di lavoro, come nel caso degli Stati Uniti, Australia e Inghilterra; oppure all’esistenza di un contratto nazionale di lavoro che risponde però al principio del mestiere o della professione. Quando subentra la negoziazione, un giornalista o una giornalista possono chiedere, in base al proprio potere contrattuale, un ritorno del copyright entrato nelle casse della propria testata. Ma sono casi limite, un’eccezione rispetto alla regola che il diritto d’autore è quello ceduto all’impresa che ne diviene proprietaria. Quella in discussione nell’Unione Europea è dunque solo una norma che accoglie le richieste degli old media rispetto a chi ha fatto profitti, eludendo anche le tasse, attraverso la libera circolazione dei contenuti. È un conflitto che non dovrebbe vedere uno schieramento con l’uno o l’altro fronte. Si tratta sempre di grandi imprese globali sia che si chiamino Google o gruppo Murdoch, Facebook o Vivendi, senza nominare i colossi dell’entertainment asiatici o africani che si sono affacciati sul mercato mondiale. Bisognerebbe affermare il principio che i contenuti sono un bene comune, perché prodotto dal nostro stare in società. Capisco che può risultare forse astratto, ma produciamo libri, musica, immagini in base alle relazioni sociali che abbiamo. Respiriamo lo stesso spirito del tempo e lo elaboriamo. Quando scriviamo un articolo, un romanzo, un saggio, un jingle attingiamo a un sapere comune diffuso che non può essere privatizzato. Questa è la battaglia che va condotta.

 

RDG: La rivoluzione digitale sta riducendo la discussione politica a pura propaganda e cura dei profili personali dei politici stessi. Come invertire la tendenza?

BV: La propaganda c’è sempre stata. E la politica spesso è stata solo propaganda. Quello che mi sembra stia emergendo non è il dominio della propaganda, ma quello che filosofi e neuroscienziati chiamano il mondo della “post verità”. Cioè tutto diventa interpretazione, tutto è verosimile, tutto può essere vero o falso. Sono cioè crollate tutte le gerarchie del sapere e della conoscenza del mondo. È questa la realtà con la quale fare i conti. Inoltre, c’è una metafora usata per descrivere i comportamenti in Rete. È quella dello sciame che si forma in base a un obiettivo da raggiungere, alla condivisione di un modo di essere, di un sentimento o di un risentimento. Si forma e si dissolve una volta che l’obiettivo è stato raggiunto o il sentimento si stempera, fino a dissolversi. Dunque, la politica nel web deve tenere conto dei flame, degli scontri aspri, degli insulti, perché viene meno l’intermediazione classica del partito, del sindacato, delle associazioni degli interessi. L’opinione pubblica è cioè soggetta a fluttuazioni, flussi di idee che non trovano mai verifica. Per alcune forze politiche, la rete sarebbe il regno della democrazia diretta che può fare a meno di ogni forma istituzionale. È una baggianata. La democrazia diretta si fonda sulla discussione, sulla messa in campo di opzioni collettive condivise e messe in tensione e in conflitto con altre opzioni, punti di vista. È questo quel che avviene nel web? C’è da dubitarne. Funziona così quando c’è un linkage tra ciò che accade fuori e quello che accade dentro la Rete. Ma quando c’è assenza del fuori, la Rete diviene il fondo limaccioso della post verità. Come affrontare questa situazione? Tornando al passato? No, ma attrezzandosi per acquisire strumenti – tecnici e culturali – per demolire le post verità che vengono proposte. Può sembrare una riduzione del danno, ma significa fare leva sulla crescita di consapevolezza dei singoli, sulla loro capacità di stabilire cooperazione sociale. Insomma, occorre rompere la visione del navigatore della rete come una monade senza legami o come un individuo proprietario che ragiona solo in termini di interessi individuali. È la concezione neoliberista dominante, che ha anche una versione tecno-progressista, che va sovvertita, cambiata, affermando che la natura umana è sociale. Senza le nostre relazioni umane, affettive, professionali non saremmo nulla. Per questo serve fare politica dentro e fuori la rete. In fondo siamo animali sociali. E politici come diceva Aristotele.

 

RGD: Il web può essere considerato un “bene comune”? E, se sì, come tutelarlo?

BV: Evgenij Morozov, un eccentrico studioso della netculture bielorusso che da collaboratore di George Soros si è nel tempo radicalizzato teoricamente e politicamente, propone una socializzazione dei mezzi di produzione della Rete. Una provocazione la sua, che contiene tuttavia una indicazione politica che non va respinta. Il web è un bene comune perché prodotto dalle nostre relazioni umane. Poco importa se gli investimenti iniziali siano stati statali, militari, universitari. Era usato per comunicare, cioè per quell’attività che è una caratteristica della nostra specie animale. C’è poi qualcuno che se ne è appropriato. C’è stata una accumulazione primitiva e un’espropriazione da parte di imprese private. Bene, l’unico modo per difenderlo è arduo, ma dovrebbe costituire l’orizzonte delle iniziative politiche tese a una riappropriazione di ciò che le imprese e gli Stati nazionali hanno espropriato.

 

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Benedetto Vecchi: è giornalista e stato presidente della cooperativa del quotidiano “il manifesto”, di cui dirige le pagine culturali. Ha pubblicato numerosi saggi sui problemi di Internet in riviste specializzate e ha curato con Zygmunt Bauman il volume Intervista sull’identità (Laterza 2009). Per la manifestolibri ha pubblicato La rete dall’utopia al mercato (2015) e Il capitalismo delle piattaforme (2017).

Qualche ruga, certo, e il segno degli acciacchi della vecchiaia, ma ancora bellissima, come quando l’avevo conosciuta negli anni ’50. Così ho visto due anni fa per l’ultima volta il Grand’Ufficiale Marisa Ombra (così è stata decorata),in occasione del ricevimento al Quirinale che il Presidente della Repubblica riserva l’8 marzo alle donne che, per una ragione o per l’altra, rientrano nella categoria di quelle che, chi più chi meno, hanno segnato la storia del nostro paese. La sola occasione dove non sono, come ormai sempre, la più vecchia.

ANCHE RISPETTO a Marisa ero più giovane, sia pure di poco più di un paio d’anni. Quel poco di maggiore anzianità, ma innanzitutto uno straordinario coraggio, che le hanno consentito di aver fatto davvero la storia di Italia, la sua pagina più bella: la Resistenza. Come giovanissima staffetta partigiana in una delle zone dove più intensa e diffusa fu l’azione delle Brigate Garibaldi, le Langhe.

A BATTERE A MACCHINA su una vecchia Remington giornali e volantini, poi riprodotti al ciclostile, Marisa – appena quindicenne – l’aveva imparato da suo padre prima ancora dell’8 settembre, perché è nella cucina della loro casa di Asti che si stampavano artigianalmente i fogli necessari a preparare i grandi scioperi antifascisti del ‘marzo ’43. Arrestato il padre, poi liberato dalla prigione e da allora nei reparti partigiani, Marisa la madre e la sorella si rifugiarono nelle Langhe per sfuggire alla rappresaglia fascista.

Ma tutte e tre restarono coinvolte nella battaglia, un esempio significativo di quel che lo storico Roberto Battaglia ha scritto a proposito della Resistenza, che chiama “società partigiana” per sottolineare che non fu solo lotta dei reparti armati ma autorganizzazione di una società che si voleva “altra”, che coinvolse donne vecchi ragazze in un impegno solidale. È in questo contesto che prende le mosse il primo embrione di quello che diventerà poi il femminismo: i “Gruppi di difesa della donna”, in cui Marisa fu subito attiva. Il titolo era sbagliato, perché le donne già difendevano sé stesse e gli altri, non erano solo chi doveva esser difeso. E infatti proprio quell’associazione – come ebbe a scriverne Marisa molto tempo dopo – aprì la strada alla presa di coscienza dei diritti delle donne.

Marisa ne fu consapevole da allora, una maturazione cresciuta nelle lunghe marce fra la neve, di notte in qualche stalla di contadini amici, o all’addiaccio nelle vigne, trattenendo il respiro ad ogni rumore, pronta a recitare la parte di una sfollata per nascondere le carte che recava e che l’avrebbero, se scovate, sottoposta alla tortura delle brigate fasciste o delle pattuglie tedesche.

IN UNO DEI SUOI LIBRI del dopoguerra racconta che il 25 aprile, quando il conflitto finisce, sentì, nonostante la gioia per la vittoria e la pace, una qualche malinconia: era finita quella straordinaria trasgressione che era stata per le donne la partecipazione alla Resistenza.

Marisa non tardò a ritrovare l’impegno politico e fu funzionaria del Pci per molto tempo. Ne fu allontanata per via di qualche dissenso politico manifestato nel ’56, ma anche, credo, perché si era unita a un compagno, poi mio collega a Paese Sera, già sposato. Il divorzio non c’era ancora e il Pci temeva che, specie nelle zone rurali più conservatrici, ci fosse incomprensione e fiorissero le accuse democristiane ai comunisti di essere “di facili costumi”.

E così ci trovammo con Marisa all’Udi, che, in quegli anni, accoglieva le compagne disubbidienti, come lei e anche me dopo l’XI congresso del Pci, quando tutti gli “ingraiani” furono mandati a lavorare fuori dal sacro palazzo delle Botteghe Oscure. L’Udi era organizzazione di massa, condivisa come molte altre allora con le socialiste, e dunque in qualche modo zona franca. Debbo dire che sono grata a questo esilio che mi fu imposto perché l’Udi è stata una gran bella esperienza e luogo di incontro con donne straordinarie cui sono rimasta molto legata: fra queste Marisa Ombra.

IN UN ANGOLO dei saloni del Quirinale, quell’8 marzo di due anni fa, restammo a chiacchierare a lungo con Marisa. Era parecchio che non ci incontravamo. Mi raccontò della sua più recente esperienza come vicepresidente dell’Anpi, un ruolo che si meritava ed è stato importante per l’Associazione perché Marisa Ombra ha reso più evidente il contributo delle donne alla Resistenza. Tornammo anche a riparlare della Bolognina, perché anche lei, allora, non era entrata nel partito che era succeduto al Pci.

Ricordo quell’8 marzo al Quirinale anche per un’altra ragione: per la risposta data da Lidia Menapace a una giornalista che l’intervistava, presentandola come «ex partigiana». E lei rispose: «Scusi, io sono ancora partigiana». Un bella risposta, valevole per molte partigiane, rimaste partigiane. Così era anche Marisa, fiera e combattiva.

* Fonte: Luciana Castellina, il manifesto

Piero Terracina tiene in mano il microfono. Attorno a lui ci stanno i ragazzi delle scuole di Roma. È l’autunno del 2005 e in Polonia fa caldo come in Italia. In quello che fu il campo di sterminio Auschwitz II ci stanno i camosci. Oppure i daini. Non mi ricordo.
Però ho in mente le facce degli studenti. Uno che era tanto militante, uno di sinistra che mi ricordava come ero io alla sua età. Tanta voglia di leggere i libri che non consigliano mai a scuola, voglia di fare politica, poca voglia di studiare latino e greco.

Un altro che dice di essere di destra e poi mi hanno detto che è diventato buddista. Una ragazzina che parla con lo slang delle borgate, ma si commuove quando dice «mamma mi ha messo in valigia il maglione pesante. Adesso fa un caldo che schiumi, ma a quel tempo si congelavano». E chissà cosa la commuove. Il freddo o la madre che gli internati non avevano più. «Quando so’ arrivata a Auschwitz me so detta: me sa’ che sarà una pezza, ‘na cosa parecchio pesante». E il ragazzo di destra: «non credevo che mi avrebbe toccato così tanto. Pensavo: vabbè, vai là e senti storie, ti informi. Però alla fine è stata ‘na cosa troppo particolare, davvero forte».

E quello di sinistra dopo di lei: «lo immaginavo che era come passare un’esame, una cosa da arrivarci preparato. E poi è stato di più. Non basta la preparazione. Prima di arrivare qui o ci credi o non ci credi. Però poi lo vedi quello che è stato e allora è proprio più forte. E soprattutto perché ci stanno loro».

E loro sono i deportati che raccontano come hanno vissuto l’internamento nel campo di sterminio. Quell’anno parlano Shlomo Venezia, Andra e Tatiana Bucci, Sami Modiano, Enzo Camerino e Piero Terracina.
Quest’ultimo posa il microfono e i ragazzi cominciano a chiacchierare tra di loro.

Il giovane di destra pensa al nonno col tumore «magari stai a cena con la famiglia, pensi che lui adesso sta bene e invece devi chiamare l’ambulanza e portarlo all’ospedale». Il nazismo è come una malattia che non ti lascia mai in pace. Questo gli viene in mente. E poi un altro giovane dice che lo «colpisce il discorso che ha fatto Terracina perché è proprio verso i ragazzi…». E infatti Piero aveva 15 anni quando il 22 maggio del ‘44 è arrivato sulla Bahnrampe di Auschwitz.

«Eravamo 64 persone in un vagone e 64 persone non ci stanno. Era cominciato, ormai anzi era già in fase avanzata l’annullamento totale dell’essere umano. Mio padre lo portavano via e salutava col braccio. Mia madre ci benedice e poi: andate andate, andate via. Poi aggiunse qualche parola che io lì per lì non la capii. Dico a mio fratello: ma che cosa ha detto?
Aveva detto mia madre che aveva capito tutto. Disse: non vi vedrò più.

Ci portarono in una baracca chiamata sauna. Ci portano via per toglierci i vestiti, i capelli, i peli. Chiedo a uno sventurato come me: Dove sono i miei genitori? E lui mi fa: Vedi quel fumo del camino? Sono già usciti da lì».
«Ci venne tolto il nome» aggiunge. Così mi viene in mente quello che racconta Tatiana Bucci. Appena possibile la madre la raggiungeva nella sua baracca per bambini e le ricordava il nome. «Tu ti chiami Tatiana – diceva – e tu ti chiami Andra» aggiungeva parlando alla sorellina. «Molti bambini dimenticavano il nome» dicono. E su questo torno al discorso di Piero quando ci ricorda che: «Non si capivano le parole, si capiva soltanto il linguaggio del bastone. Il mio nome è 5506. Un numero molto semplice, ma imparate un po’ a dirlo in tedesco. E poi in quanti modi si può dire? Si può dire cinquemilacinquecentosei, cinquantacinque zero sei, cinque cinquantasei. Le SS lo dicevano così come gli capitava e bisognava capirlo senno saremmo stati puniti. Bastonati dai nostri compagni».

Quando comincia la prima lezione a scuola si fa l’appello. Da ragazzo mi sembrava una cerimonia inutile. Non è così. Alla stessa cerimonia ogni anno puoi assisterci alle Fosse Ardeatine quando si pronunciano i nomi dei 335 ammazzati dai nazisti. Il nome è importante. E ad Auschwitz è la prima cosa che venne cancellata. Ricordiamone almeno uno. Terracina Piero.

* Fonte: Ascanio Celestini, il manifesto

Ha plasmato un paio di generazioni di persone che lavorano qui dentro all’idea che la radio fosse un modo di comunicare una tensione morale, civile, politica, quasi esistenziale attraverso una serie di molteplici linguaggi, modalità, toni, suoni

Il giornalismo democratico italiano ha perso una delle sue figure di riferimento e Radio Popolare ha perduto la persona che 43 anni fa la fondò. Piero Scaramucci è morto dopo un mese di ricovero ospedaliero a seguito di un aneurisma. Aveva 82 anni e non aveva perso neppure un’oncia della sua capacità di guardare con approccio critico, quasi radicale, ma sempre profondamente lucido ai fatti del mondo. La sua visione del giornalismo come vero guardiano del potere, come strumento per dare voce a chi non ne ha, la sua idea dei mezzi di comunicazione come strumenti di servizio pubblico, hanno caratterizzato tutta la sua carriera dentro e fuori la Rai e hanno determinato il Dna di Radio Popolare.

Negli anni ’60 e ’70 Piero Scaramucci, in una Rai paludata e di regime, era riuscito a dare la sua impronta di giornalista democratico in inchieste come quella sulla morte di Enrico Mattei, sulla strage di Piazza Fontana, sul processo di Catanzaro. Qualche anno dopo avrebbe scritto con la vedova di Pino Pinelli, Licia, il libro – intervista «Una storia quasi soltanto mia» in cui si raccontavano gli anni della strategia della tensione. Negli anni ’80 per le rubriche del TG1 aveva svolto inchieste e reportage, come quelle della guerra Iran-Iraq e il primo reportage dalla Cambogia del dopo Pol Pot. Nel 1987 ha seguito per il TG2 l’alluvione in Valtellina, facendo arrabbiare l’allora ministro della protezione civile Remo Gasparri per un’intervista molto incalzante sulla cattiva gestione della tracimazione. E’ stato inviato della trasmissione Samarcanda con dirette dai luoghi critici della mafia.

Al TG3 nel 1991 ha condotto l’edizione della notte nel periodo della prima guerra del Golfo. Fu impegnato nel sindacato, tra i fondatori del Gruppo di Fiesole e dirigente della Federazione Nazionale della Stampa. Nel 1992 ritornò alla sua creatura, a Radio Popolare. Amava molto questa radio. Gli ha dato la sua impronta Glocal, globale e locale, un mezzo di comunicazione che riesce a guardare con la stessa intensità e profondità ai fatti della città e del mondo.

E’ stato il maestro di giornalismo di decine di noi, ma non è caduto mai nel tranello di pensare che Radio Popolare fosse solo giornalismo. Ha plasmato un paio di generazioni di persone che lavorano qui dentro all’idea che la radio fosse un modo di comunicare una tensione morale, civile, politica, quasi esistenziale attraverso una serie di molteplici linguaggi, modalità, toni, suoni. Ha insegnato a tutti quanti noi ad essere orgogliosi della nostra indipendenza e a difendere con le unghie questo valore. Il suo ritorno nel 1992 aveva dato alla Radio un’ambizione e un orizzonte nazionale, l’aveva spronata a superare i confini fino ad allora conosciuti. Per questo venne costruito il network con tante altre radio italiane.

Il lavoro in quegli anni fu intenso, pieno di iniziative speciali. Ricordo due tra tutte: la grande diretta di quasi 20 ore della manifestazione del 25 aprile del 1994 da cui Nanni Balestrini trasse il libro «Una mattina ci siam svegliati» e le giornate intere in diretta dal G8 di Genova. Rimase alla guida della radio per più di 10 anni.

Poi lasciò. Ma in realtà, per tutti quanti noi, ma anche per le migliaia di persone che lo hanno seguito, alla fine, Piero è sempre rimasto il Diretur, con la D maiuscola, come lo chiamavamo in redazione. Negli ultimi anni il suo impegno era dedicato soprattutto all’Anpi. Era uno degli animatori della Sezione Almo Colombo, del quartiere Isola di Milano. Alla compagna Mimosa Burzio e alla figlia Marianna un abbraccio nostro e di tutti gli ascoltatori della radio.

* Fonte: Michele Migone (Radio Popolare), il manifesto

Lutti. La morte a 89 anni del grande regista, scrittore, attore. L’onda del ’68 lo contagiò quando girò il film dove gli stessi operai collaborarono alla sceneggiatura e interpretarono i vari ruoli

Gregoretti aveva il dono della simpatia, a cominciare dalla famosa risposta che dava a chi gli chiedeva: come sei entrato in Rai? «Per raccomandazione» rispondeva sorridendo. Ragazzo della Roma bene, aristocratico studente del Massimo, la celebre scuola dei gesuiti quando era ancora nei pressi della Stazione Termini, inizia ad esplorare il mondo della sinistra avendo già alle spalle un Prix Italia per «La Sicilia del Gattopardo» e una avviata carriera di cineasta parallela a quella di padre di quattro figli: I nuovi angeli (’62) selezionato alla Semaine de la Critique di Cannes, Omicron (’63), Rogopag (’63), Le belle famiglie (’65). I Nuovi angeli è stato un film inchiesta innovativo, senza sceneggiatura, sui giovani che costituivano la scoperta mediatica dell’epoca (i giovani e l’amore, i giovani e il lavoro) realizzato nello stesso periodo di Accattone (prodotti entrambi da Bini), un raro film di fantascienza nel panorama italiano fu Omicron con Renato Salvatori che istiga gli operai a scioperare; Rogopag, film a episodi, con il titolo criptico a indicare i registi che li firmarono (Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti) un altro tipo di film inchiesta anche questo, sulle tendenze, le idiosincrasie, i peccati dell’epoca, con i toni religiosi supercensurati di Pasolini, uno sguardo al costume di Rossellini, il tocco apocalittico di Godard e lo sberleffo con sterzata noir finale di Gregoretti autore dell’episodio «Il pollo ruspante» dove si prendeva in giro il nuovo consumismo.

REALIZZA una serie di episodi anche in Le belle famiglie, tono di commedia con Totò e Sandra Milo, Adolfo Celi e Annie Girardot, sguardo sui comportamenti amorosi di personaggi di varie classi sociali. Ma si avvicinava il ’68 e lui che si definiva un borghese progressista («mi liberai finalmente del sarto su misura» scrive nella sua autobiografia Finale aperto) inizia a incuriosirsi dei testi di base (quelli più semplici, diceva con il suo solito understatement) e arriva perfino alla Mostra di Pesaro nell’anno degli scontri con i fascisti e lo stesso anno è tra i contestatori della Mostra di Venezia.

A DICEMBRE inizia a girare il celebre film militante che fece il giro di tutte le università: Apollon, una fabbrica occupata le vicende della lotta dei trecento operai di una tipografia romana occupata da un anno, dal ’67 alla fine del ’68 per difendere il posto di lavoro, contro il padrone che voleva chiudere e vendere il terreno. Con la voce narrante di Gian Maria Volonté, la colonna sonora di Mario Schiano, la partecipazione di Zavattini e di un gruppo di cineasti, con una sceneggiatura a cui parteciparono gli stessi operai, anche questa un procedimento innovativo, mai adottato prima.

L’AUTUNNO caldo è scandito da Contratto (1970) documentario che sintetizza le lotte operaie del 1969. Televisione, opera, partecipazione attiva alla vita politica: nei film di Sordi e di Scola, di Gianni Amelio, di Francesco Laudadio lo vediamo talvolta apparire con la sua grazia e ironia inimitabile, una caratteristica d’altri tempi, difficile oggi da trovare.

* Fonte: Silvana Silvestri, IL MANIFESTO

foto: Una scena da Omicron (’63) di Ugo Gregoretti

Ritratti. La scomparsa a Verona di un editore audace e profondamente «politico»

L’editore e attivista politico Giorgio Bertani, che negli anni ’70 e ’80 pubblicò migliaia di titoli importanti e fondamentali, è morto a Verona sabato scorso. Ebbe un grande fiuto editoriale e anche l’intelligenza di scegliere validi collaboratori – primo fra tutti il giovane Franco Rella.

NEL SUO CATALOGO troviamo, infatti, autori italiani e stranieri che prima della pubblicazione con la Bertani editore erano poco o nulla conosciuti: Una tomba per Edipo di Guattari (tradotto da una giovane Luisa Muraro), Nietzschedi Deleuze, Leggere il Capitale di Althusser, Posizioni di Derrida, Del marxismo di Geymonat, e poi ancora Rosa Luxemburg, Luciana Castellina, Bataille, Nizan, Bifo, Adelino Zanini, Sebastiano Timpanaro, Ugo Dessy, Baudrillard, Jean Fallot, Daniel Guérin, Luciano e Ivan Della Mea, Antonio Prete, Vittorino Andreoli, Lanfranco Binni, Lucien Goldmann, Horst Fantazzini e molti altri.

Giorgio Bertani è stato il primo editore di Dario Fo e pubblicò tutti i titoli (da Mistero buffo a Guerra di popolo in Cile) del premio Nobel fino agli anni ’80. Scelse di dare alle stampe anche un libro essenziale della storia dei movimenti: Bologna marzo 1977 fatti nostri, autori molti compagni, c’era scritto in copertina, ma tra i redattori c’erano – oltre a Maurizio Torrealta – Carlo Rovelli, poi divenuto fisico di importanza internazionale e Enrico Palandri, affermato romanziere e teorico della letteratura. Fra le riviste che diffuse ci fu L’arma propria, che con Gianni Scalia aveva in redazione il giovane Marco Belpoliti.

DA SEGNALARE è la sua attenzione sempre viva ai movimenti rivoluzionari nel mondo: dal Cile all’Uruguay, fino alla Palestina e alle proteste cinesi. Socialista rivoluzionario fin da ragazzo, nel 1962 fece parte del gruppo che rapì il vice-console spagnolo in Italia per protestare contro la condanna a morte di tre giovani antifranchisti; l’azione ebbe un forte impatto nell’opinione pubblica e contribuì a salvare i tre militanti.
Eretico e polemico, basco rosso in testa, in bicicletta, immancabile a ogni manifestazione (fino all’ultima di Nonunadimeno, in occasione del Congresso delle famiglie), Giorgio Bertani ha sempre partecipato alle battaglie politiche fuori e dentro le istituzioni (è stato consigliere comunale dei Verdi) accanto ai gruppi antagonisti, antirazzisti e pacifisti di Verona, dal Cesar K alla Chimica, dal Domaschi al Pink e a tanti altri, portando sempre con sé il sapere della cultura che aveva pubblicato.

In una Verona divenuta negli ultimi decenni laboratorio della collaborazione di tutti i gruppi fondamentalisti e reazionari, Bertani ha continuato a rivendicare la sua provenienza familiare proletaria e antifascista, sicuro che – come disse recentemente – «a Verona come nel mondo, al vento disumano che soffia sapremo rispondere con intelligenza, cultura e con una ribellione creativa e gioiosa».

* Fonte: Marc Tibaldi, IL MANIFESTO

Nanni Balestrini. Un intellettuale e militante profondamente laico, che disdegnava l’utopia e vantava la propria amoralità

Dai tempi di Potere Operaio con Nanni ne abbiamo fatte tante… non solo di riviste. Sono stordito, ora, alla notizia della sua morte. Mi chiedono un ricordo, qualcosa come un necrologio. Non credo che Nanni ne abbia mai scritti. È contrario al suo carattere… e anche al mio. E poi, come fa a morire la Signorina Richmond?
Che classe, quel Nanni! I poeti attorno a lui lo temevano perché era il solo che aveva lasciato l’anima accanto, fuori dalla poesia; i critici e i teoretici, con i quali conviveva, anch’essi lo temevano perché Nanni metteva quel po’ di razionalità che la poesia non gli rubava, a disposizione del fare, della politica, dei compagni.

ASSEMBLARE I PEZZI
Eccolo dunque, Nanni, organizzatore di cultura sovversiva, produttore di riviste politiche. Quelle cose, quelle macchine non erano mai «sue» ma appunto «dei compagni». Non ho mai avuto notizia né esperienza di un bisticcio fra Nanni e i responsabili di un qualsiasi lavoro politico che lui avesse nelle sue mani di editore. Metteva i compagni a lavoro, la sua generosità era vincente, sempre, il suo lavoro quello di un’impresa comunista. Qualche tempo fa, lavorando su Assemblea, e discutendo con Michael Hardt la figura di una nuova proposta teorica, quella dell’«imprenditore politico della moltitudine», mi sono venute in mente le esperienze di Nanni negli anni ’70. Come definire un imprenditore della moltitudine? Come un «meccanico» che assembla i pezzi di una macchina, meglio, per stare nella letteratura, come un autore che trasforma il «volgare» in lingua. Non è un inventore, ma qualcuno che recupera quanto fa parte dell’esperienza comune, in essa collaudato, e ne fa cosa praticabile, una nuova macchina. Ecco l’opera di Nanni messa in luce, questa sua capacità di far diventare «arte» il mettere insieme cose ed eventi, linguaggi ed emozioni politiche e di trasformare pallide avanguardie comuniste in macchine da guerra.
Nanni, il meccanico, non ha mai sognato orizzonti gloriosi nel comunismo realizzato. Nanni ha sempre vissuto la realtà quotidiana del lavoro militante. Disdegnava radicalmente l’utopia e vantava la propria amoralità: naturaliter comunista. Non pensava al futuro ma già viveva nell’avvenire. Ci ho pensato tanto a questa capacità di Nanni di farti sentire «naturale» nelle situazioni più avventurose e a confronto del pensiero critico. Talvolta ho ritenuto si trattasse di una qualità tipica del «provinciale», quale anch’io, come Nanni, sono. Attratti dalle metropoli, Milano, Roma, Parigi, Berlino… ma presto ci stavano stretti i comportamenti e le discipline metropolitane. Invece del rifiuto, tuttavia, costruivamo allora, e con loro vivevamo, lì nella metropoli, gruppi di amici che replicavano la forza dei provinciali, togliendone la solitudine e costruendo semplificazioni creative delle complesse mediazioni metropolitane e dando afflato collettivo ad ogni lavoro. La Feltrinelli anni ’60, dove crebbe Nanni, quella dei due premi Nobel, fu davvero una macchina siffatta. Nanni aveva lì imparato ad agire. Ma appunto si trattava di un nuovo movimento – e così capisci quel bisogno di produrre politicamente insieme che divenne epidemico fra i ’60 e i ’70 – un movimento che unì, nel fare politica, la generazione prodotta dal ’68 e molteplici comunità di ragioni e di affetti, nel segno del comunismo. Nanni ne fu prodotto e motore, quintessenza di quel vivere.
Era così semplice stare assieme, fare le cose assieme. Io, Nanni, l’ho davvero amato. Mi ci ritrovavo, con lui, in quel suo «fare» senza troppo pensarci su, perché era più importante pensare facendo, costruendo. Il criterio, la misura stavano nel fare. La laicità di Nanni era tutta qui: una laicità sovversiva, un piacere della «superficie» in tumulto, alla Deleuze, alla Guattari (con i quali da vicino l’avrebbe poi condiviso), un’allegria della singolarità, dell’immanenza, senza il problema (o l’ossessione) di negare quel che non c’era o non valeva, come la trascendenza o l’autorità.

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IL NUOVO MECCANO
Laicità perché è una condizione ottima, ci si sta bene, un comportamento degno del Momus di Leon Battista Alberti: «Destinato farsescamente alla formazione del principe, il Momus si rivela come l’antiprincipe, un libro della distruzione di ogni ordine e di ogni potere. In attesa che nel suo humus, o nella camera oscura della storia, prenda forma la nuova immagine di un nuovo Principe, quello che sulla trasgressione fonderà il suo potere» (così si definisce Nanni nella Prefazione del libro).
Siamo stati bene, passando le notti a comporre PotOp, o a discutere senza costrutto su come riempire Compagni Virgola. Abbiamo girato l’Italia per contattare amici intellettuali dispersi e mezz’Europa alla ricerca di un Osvaldo furioso, abbiamo lavorato insieme (un nuovo «meccano» balestriniano) a costruire AR&A – una piattaforma logistica, oggi si direbbe, per le mille imprese editoriali della moltitudine autonoma. Alfabeta nascerà anch’essa di lì. Calogero trasformò presto questa iniziativa in «associazione di malfattori», in delinquenza organizzata.
Poi vennero Rebibbia, Fossombrone, Palmi, Trani, per me. Per Nanni, Parigi, e poi Aix-en-Provence. Che cosa avrebbe fatto, isolato da quel suo Heimat che aveva costruito? Ce lo chiedevamo, ritenendo che il poeta fosse più in difficoltà dei suoi rozzi compagni. E invece, con Giairo a lato, Nanni associò gli intellettuali attorno a Deleuze e a Faye in «trasversali» letterarie e politiche – Change International – che permisero alla sinistra sovversiva di togliere spazio e fortuna (comunque di resistere) all’ennesima invasione dei Rosacroce, all’irrazionalismo reazionario dei nouveaux philosophes.

VERSO I COLLAGE
Mancò solo Foucault a quell’appuntamento, in un momento di crisi del suo pensiero, che di lì a poco si riaprì – quale powerful effectiveness – a quelle nuove resistenze. Intanto Nanni ad Aix metteva insieme una banda (letteralmente, non solo leggevano poesie ma le suonavano e cantavano) attorno a Roubaud, un forte poeta dell’ultimo Novecento francese. Una nuova primavera, questa, per Nanni, che nella fuga dalla repressione feroce dei Calogero, dei Dalla Chiesa, del «compromesso storico» ritrovava il senso del gioco e dell’avventura. I collage cominciano allora. Un’incredibile agilità dell’epico e dell’ironico si combinano dentro questo nuovo meccano. Quei giornali che aveva organizzato, ora Nanni comincia (e lo farà tanto più rientrando in Italia alla fine degli ’80) a ritagliarli e a ricostruire figure e manifesti di un’avventura già repressa, ma sempre di nuovo risorgente e sempre più radicalmente sovversiva! Un insegnamento deleuziano: quanto rivoluzionarie potevano essere, quanto potenti quei semplici frammenti di materia varia, in superficie danzanti.
In Italia intanto il potere e i letterati del Corriere della Sera puntavano sull’oblio di Vogliamo tutto. Non c’è intervista fatta a Nanni in quei tempi nella quale, benevolmente e ipocritamente, non gli si chiedesse se non era pentito di aver scritto Vogliamo tutto, quel capolavoro della letteratura operaista che resta, ad oggi, uno dei più bei romanzi del Novecento. Bisognava dimenticarlo, cancellarlo quel romanzo che cantava una rivoluzione operaia – che se non era stata vincente nella società, aveva comunque distrutto quell’indecente luogo di sfruttamento che era la fabbrica fordista.

L’EPICA DEGLI INVISIBILI
Quel libro era uno sfregio alla casa Agnelli, in quel tempo regnante, e ai sudditi plaudenti (i quarantamila?). Era la voce dei duecentomila rivoltosi di Mirafiori e aveva meritato a Nanni di essere incluso nella grande repressione del 7 aprile ’79. Bene, Nanni replica con quell’altro bellissimo racconto che è Gli invisibili. Vogliamo tutto è il ’69 in fabbrica, Gli invisibili sta fra il ’77, l’autonomia sociale e la galera di quella nuova generazione. L’epico diventa resistente. Questo lavoro di Nanni dura per anni, fino a L’orda d’oro, scritta con un altro fratello, Primo Moroni, formidabile documento ed apologia delle lotte dell’autonomia operaia e sociale – di quei Settanta che avevano rifondato speranza, cultura e vita politica in Italia – e che, repressi, l’hanno mandata all’inferno.
Questo ha vissuto Nanni, il secolo steso fra la luce di una rivoluzione possibile e la più infame restaurazione, senza mai staccare l’impegno militante dalla riflessione politica. Dicevamo della deleuziana «superficialità» di Nanni. Da non confondere, ricordavamo, con indifferenza ma da comporre piuttosto con passione sovversiva. Il meccano di Balestrini vive in questa tensione. Che vuol dire che i ’70 sono finiti solo per i persecutori, che invece l’odio per i padroni (non più del vapore ma della finanza e di tutto il resto) vien fuori ancora e sempre più forte. Cresce la resistenza tenendo viva la speranza che Nanni ci ha lasciato. Così nell’ultimo suo scritto, nell’estate parigina del 2018: «Lo scarto fra la nostra immaginazione e le nostre aspettative nutrì quei lunghi//giorni d’estate quando fantasticavamo di viaggiare in posti esotici//e di combattere contro le malefatte degli imperialisti nel mondo//cavalli cervi cinghiali rossi e neri si agitano//che c’era da leggere nella grotta che venne scoperta//che nessuno ha completamente svelato il segreto//si deve poter fare tutto non esistono limiti//sarebbe stato un inizio una rivoluzione//però era troppo tardi era già tutto finito». Non è rassegnazione: «Non c’era nulla//poi all’improvviso arriva qualcosa». Il Bisonte di Altamira, l’odio accumulato nei secoli contro la prepotenza dei padroni, la nostra liberazione: Nanni scrive di ciò senza nulla concedere al futuro perché siamo vissuti nell’avvenire.
Nell’ultimo periodo, Nanni stava male, entrava e usciva dall’ospedale, mi aveva telefonato, con la voce suadente e maliziosa che gli conoscevo, chiedendomi: sei pronto che facciamo una bella rivista? Sì, Nanni, sempre ai tuoi ordini.

* Fonte: Toni Negri, IL MANIFESTO

Se ne va all’età di 84 anni. Poliedrico, irriverente pioniere, poeta, artista visivo, maestro nel collage di immagini e parole, narratore, militante da Potere Operaio ad Autonomia. La sua figura di organizzatore culturale e animatore editoriale, ha segnato generazioni di intellettuali

Ce n’è per tutti è un titolo, fra gli ultimi di Nanni Balestrini, che vale come il suo più fedele autoritratto «pratico». Artista renitente alle poetiche quanto uomo su di sé riservato, nei rendiconti infittitisi negli ultimi anni (se non altro per l’incombenza uggiosa degli anniversari; per non parlare degli epicedi, a lui tanto discari), Balestrini preferiva scrivere una nuova opera, quando si trovava nell’incombenza di commentarne un’altra, propria o altrui. Ce n’è per tutti s’intitolano i collage del 2017 in coda al terzo volume dei suoi Omnia poetici (Caosmogonia e altro, uscito l’anno scorso da DeriveApprodi dopo i precedenti Come si agisce e altri procedimenti del 2015 e Le avventure della signorina Richmond e Blackout del 2016); e lo stesso titolo ha dato Nanni alla sua ultima mostra, a Bologna lo scorso gennaio.

Vengono in mente i personaggi pluriprospettivisti della narrativa modernista, come lo Jakob Abs delle Congetture di Uwe Johnson (uno dei libri «eroici» della nuova Germania, che segnarono la «sua» Feltrinelli nei primi Sessanta; di lì era originaria la sua famiglia materna, e dai protocolli del Gruppo 47 prese ispirazione per quelli del nostrano 63) o il Charles Foster Kane del Quarto potere di Orson Welles, o ancora i ritratti cubisti di Picasso e, forse meglio, quelli post-tali di Francis Bacon (da sue frasi icastiche, oltre che di John Cage e Jean-Luc Godard, aveva tratto le parole dei tre magnifici poemetti dell’ultima raccolta Caosmogonia, pubblicata nel 2010). O magari soprattutto – considerando il sorriso sempre sulle sue labbra – il Figaro di Rossini (che in Beaumarchais, si ricorderà, è un eroe rivoluzionario): il «factotum» che è «pronto a far tutto» e «la notte e il giorno sempre d’intorno in giro sta».

L’individuo non è ineffabile per l’insondabile sua supposta interiorità (come nella tradizione umanistica e idealistica); viceversa è tale per come è tutto rivolto all’esterno – scuoiato ed eviscerato, come in una certa terribile poesia del maestro Sanguineti –, diffratto ed «esploso» in tutte le direzioni: in quella che Lacan definiva estimità. Ricordo che quando avevo azzardato un parallelo fra il cut-up dai giornali, nei collage verbali che da molto presto sono stati il suo metodo di composizione preferito, e l’attrazione che per lo stesso materiale aveva avuto Andy Warhol, Nanni mi disse che di lui gli era sempre piaciuta una frase tra le più provocatorie ma anche, a suo modo, fra le più vere: «Guardate semplicemente la superficie delle mie opere. Lì sono io. Dietro non c’è nulla».

È ineffabile, l’individuo, perché non lo si può appunto vedere quale individuo. Perché è uno, nessuno e centomila. Sicché ciascuno si trovi nei pressi, di quell’esplosione centrifuga, si trova a essere investito da uno dei suoi aspetti, fra loro diversi e anche contraddittori. Oggi dunque si dovrà ricordare anzitutto il poeta, che nell’adolescenza acerba sottopone i primi tentativi all’altro maestro Luciano Anceschi, capitatogli un certo anno scolastico dei primi Cinquanta, e poi non ha più smesso; ma anche l’artista visivo, maestro nel collage di immagini non meno che di parole; e poi il narratore «furioso» che, a partire da Vogliamo tutto del ’71, imprime alla sua opera una svolta «politica» tanto discussa quanto seminale; nonché appunto il militante, da Potere Operaio ad Autonomia, che dalle conseguenze del teorema del «7 aprile» di giusto quarant’anni fa si salva (come mitobiograficamente si legge in quello che è forse il suo capolavoro, Blackout del 1980) sciando a valle verso la Francia: dove resterà esule sino all’assoluzione, cinque anni dopo, in contumacia. In questa peripezia c’è tutto Nanni: la souplesse di ogni suo gesto, la sprezzatura dandistica, la soavità con la quale pronunciava le frasi più sferzanti; scivolare fra luce e buio nella primavera frizzante, librarsi a valle sfruttando e negando il proprio stesso peso, slittare verso una béance tanto più dolce quanto più peritosa.

C’è infine un quinto Balestrini, a lungo il più considerato (dai più, per ridurre la portata degli altri). Parlo dell’organizzatore culturale, del redattore editoriale, dell’artefice instancabile di riviste ed eventi: «oggetti» che hanno modificato in profondità il paesaggio del secondo Novecento e dei primi due decenni del nuovo secolo. È il Balestrini che ha contato in misura decisiva – posso testimoniare – nella formazione e nella crescita di almeno tre generazioni di giovani intellettuali.

Ma questo Balestrini «relazionale» non può essere considerato, avrebbe detto un filosofo d’antan, «allotrio». Perché è quello che tiene insieme tutti gli altri. Nell’ultimo suo libro, il poemetto dedicato al ’68 e intitolato proprio L’esplosione (pubblicato lo scorso febbraio dalle Edizioni del «verri»), si legge che «non c’è un’immagine ci sono solo rapporti tra», perché è appunto la «relazione fisica / tra esseri sensibili e coscienti» la natura effettiva della nostra condizione umana. In ogni situazione, politica o artistica (ove poi, viste in questo modo, tali sfere possano essere disgiunte), essenziale è vedere «non le cose ma quello che c’è tra le cose». Solo così gli individui possono uscire dal carcere di sé, lasciare Vuota la Gabbia dei ruoli e delle identità.

Per questo «ogni storia appartiene a tutti»; e per questo, quando più scura appare la tenebra in cui siamo gettati, «l’importante è sentire di esistere / poi all’improvviso arriva qualcosa / prima non c’è nulla poi all’improvviso».

* Fonte: Andrea Cortellessa, IL MANIFESTO

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