Addii & Ricordi

«Ci vuole una vita per capire cosa significa essere donna». «È tutto un lavoro, una prescrizione, un dubbio. Ti avvertono, te lo comandano». Sono frasi della Ragazza del secolo scorso, la ben conosciuta autobiografia di Rossana Rossanda.

In Le altre, il libro pubblicato più di 40 anni fa come raccolta delle trasmissioni di Radio 3 che Enzo Forcella, il suo grande direttore di allora – il 1978 – le aveva affidato per illustrare attraverso 10 parole essenziali il rapporto donne/politica non si disegna solo un quadro del dibattito che coinvolge il neonato movimento femminista italiano, si racconta, meglio di ogni altro scritto, il percorso compiuto da Rossana per capirsi come donna. Percorso politico e umano, perché per ogni donna la politica non può esser disgiunta dalla riflessione su sé stessa, è necessario ci metta il corpo; e l’anima.

Le altre torna ora con la manifestolibri – e proprio oggi, anniversario della scomparsa di Rossana – con l’aggiunta di una preziosa prefazione di Lidia Campagnano che allora aveva collaborato con lei alle trasmissioni di Rai3. Una buona iniziativa perché ci aiuta molto a conoscere un suo pezzo di vita, via via diventato sempre più importante e tuttavia per molti della stessa area Manifesto-Pdup, poco conosciuto: il percorso attraverso il quale approda al femminismo.

Mi piacerebbe avere il modo di parlarne più in dettaglio, perché come lei stessa ricorda in queste pagine, molti dei momenti più difficili affrontati in quel viaggio accidentato li abbiamo vissuti assieme: tutte e due, per generazione, educate all’«emancipazione», vale a dire all’idea che fosse necessario assomigliare il più possibile al maschio per liberarsi dell’«handicap» cui il nostro sesso ci aveva condannato e così poter accedere alla cerchia di quelli cui era dato il diritto e il potere di occuparsi delle sorti del mondo. Io un po’ più disponibile verso il nuovo femminismo, perché per ragioni in gran parte fortuite nei tanti anni di milizia Pci ero finita a lavorare negli aborriti settori separati destinati alle donne – prima la sezione femminile diretta da Nilde Iotti, poi all’Udi – mentre Rossana era rimasta una delle pochissime donne ad esser esentata da questa «umiliazione».

La sua naturale autorevolezza l’aveva esonerata, ma certamente la privò – e spesso mi ha poi detto quanto se ne rammaricasse – di una presenza diretta nel travaglio che accompagnò la scoperta del femminismo che investì in pieno la storica Udi, le cui dirigenti ebbero il coraggio, negli anni ’80, di procedere al suo scioglimento nel movimento.

Anche da noi l’incontro non fu affatto indolore, sebbene il Manifesto sia stata la prima rivista di sinistra a pubblicare già nei suoi primi numeri uno scritto femminista (firmato Cigarini, Pellegrini, Rasi) e poi il solo gruppo della nuova sinistra ad appoggiare pienamente le loro prime manifestazioni, fino anche a cedere loro a Roma una delle nostre sedi, poi divenuta famosa: via Pomponazzi. Ciononostante, le femministe cominciarono ad andarsene dal Partito.

Nel ’76 sul giornale viene pubblicata una pagina intera scritta dal collettivo di Bologna, titolo Le femministe se ne vanno: annuncia che non restituiscono la tessera del partito perché «il Pdup è un buon partito e sembrerebbe un gesto polemico», ma non la rinnoveranno perché sono giunte alla convinzione che «la nostra pratica politica non è conciliabile con la vostra». Risponde Rossana scrivendo sulla stessa pagina: «Penso abbiate torto. Il rischio è che l’Italia diventi come il resto del mondo cancellando l’esistenza di un grande movimento di massa di donne che è stata l’esperienza italiana e che restino solo sussulti di coscienza separati dal movimento di classe».

In un seminario a Bellaria era previsto che uno dei gruppi di lavoro in cui avrebbe dovuto articolarsi fosse dedicato al femminismo. Avrei dovuto coordinarlo io, le donne presenti nel partito erano ancora molte. Ma all’appuntamento ci ritrovammo in 4: io e 3 uomini! Le femministe non si presentarono. Un modo per farci intendere che non erano interessate a discutere con noi «maschi», ma a capire sé stesse. E infatti i gruppi di autocoscienza in cui le compagne si riversarono si moltiplicarono, diventando un necessario momento di autoinchiesta.

Rossana, originariamente la più diffidente, ebbe l’intelligenza – e la curiosità – di impegnarsi a capirle e da allora lesse, scrisse, diede vita a non poche pubblicazioni di preziosa riflessione, con un femminismo che nel frattempo si era andato articolando in molteplici correnti. Lo ha fatto mettendosi in gioco, sottoponendosi lei stessa all’autocoscienza, che vuol dire scoperta del proprio corpo, del proprio sesso, di cosa significa. Senza mai perdere un suo costante punto di vista, quello che è rimasto fondante in tutta la sua elaborazione politica: la centralità della classe operaia, il suo ruolo anche in questo campo, anche se oggi così diversa a quella che era stata.

Perché Rossana ha continuato a porre il problema della ricomposizione di un’identità nuova ma comune, che implica ricostruire anche quella del maschio e le donne devono imparare a pensarlo, perché non possono imporgli la propria visione del mondo. Per cui ci vuole una rivoluzione comune, non due separate, quella che mette in discussione la struttura sociale, che non è secondaria per le donne, e quella che investe la persona.

Che però è molto più difficile: il «privato – ammette Rossana – non è così immediatamente politico, deve fare i conti con un potere invisibile e millenario che ha reso la donna proiezione del maschio, pensata solo attraverso la sua griglia»; e per questo nessuna rivoluzione, neppure quella più radicale dell’Ottobre ’17, ha smosso il potere dell’uomo sulla donna. Perché nella donna il personale ha una dimensione infinitamente più ampia e se non si investe questo campo il rapporto fra i sessi non può modificarsi, «non si può sciogliere – scrive Rossana nel suo meraviglioso linguaggio – il groviglio di vipere che è stato annodato dalla nostra civiltà».

Sarebbe bello poterne discutere ancora con Rossana. Potremmo comunque almeno riflettere insieme fra noi sulle tante, ricchissime sue considerazioni su un femminismo che continua a cambiare e ogni giorno ripropone interrogativi. Io vorrei prevalesse finalmente la convinzione che fondamentale è contestare l’imbroglio dell’uguaglianza dei diritti, tutti ancorati a un soggetto neutro che non esiste, e che però, sia pure con tutti i distinguo, continua a imperare.

* Fonte: Luciana Castellina, il manifesto

Ci ha lasciato a 79 anni il compagno «uccello» Paolo Ramundo dopo una malattia inesorabile. È con dolore che apprendiamo la notizia. «Noto architetto» dicono le agenzie, ma su questo lui avrebbe qualcosa da ridire con il suo sorriso sornione. Lo abbiamo incontrato molte volte dal 1968 alla fine degli anni Settanta, tutte le volte che l’attività politica del Manifesto si è intrecciata alla sua e a quella di Lotta Continua di cui era dirigente, e infine per la sua nuova invenzione, quella di una straordinaria cooperativa agricola, la Cobragor.

A inizi del ’68 fu tra i protagonisti dell’atto creativo fondante – «l’immaginazione al potere – del movimento di rivolta degli studenti. Fu infatti tra i fondatori a Roma de “Gli Uccelli”, con contestazioni e denunce assolutamente originali, sempre non-violente e nelle forme più teatralizzate. Fuori dalle fumose assemblee dell’Università preferivano “praticare obiettivi”, arrampicarsi sugli alberi. Il 19 febbraio del 1968, sostenuti dal professor Portoghesi, si arrampicò insieme a Martino Branca e Gianfranco Moltedo, sul campanile di Sant’Ivo alla Sapienza e restarono lì per un giorno e mezzo. Iniziava il corso creativo del movimento. Durò poco. A marzo ci fu subito un diverso bagno di realtà, gli scontri di Valle Giulia.

Poi lo abbiamo incontrato di nuovo nella rivolta di San Basilio del 1974, nel movimento di occupazioni delle case con altri compagni allora di Lotta Continua come Agostino Bevilacqua, Paolo Liguori “Straccio” e lo straordinario fotografo Tano D’Amico. Dicono che Paolo Ramundo fosse l’anima di Lotta Continua a Roma. Era di più, era la testa pensante: si chiedeva sempre quali erano gli spazi del movimento, guardava al futuro. E dalla diaspora di Lotta Continua uscì nel 1977 con un approccio anche stavolta originale – ci sembrò vicino alle Leghe dei disoccupati che costruiva il Pdup – da vero architetto del territorio: lanciò una occupazione di terre appena dietro l’ospedale San Filippo Neri a Monte Mario, a ridosso del quartiere di Monte Mario, fondando con un gruppo di disoccupati la Cooperativa Agricola Co.Br.Ag.Or. che esiste ancora dopo 44 anni; diventando anche dirigente della Federbraccianti Cgil.

In quella sede ieri si è svolta la camera ardente per salutarlo. E a settembre i suoi compagni promettono ancora un nuovo «bel ricordo». Alla sua compagna Francesca, a tutti quelli che lo hanno amato l’abbraccio del collettivo de il manifesto.

* Fonte: Tommaso Di Francesco, il manifesto

Ritratti individuali e collettivi di un addio commosso. Il saluto a Rossana Rossanda che si è tenuto il 24 settembre a Roma è stato immortalato dall’amico e fotografo Marco Cinque. Una serie di scatti che intrecciano storie, umori, generazioni diverse. Al centro al figura di una donna straordinaria. Protagonista di una grande storia.

foto:  Filippo Maone  © Marco Cinque

* Fonte: Marco Cinque, il manifesto

È stato tramite Louis Althusser, di cui fu amica fedele nel periodo più difficile e interlocutrice senza concessioni negli anni di crisi del comunismo occidentale, che ho incontrato Rossana Rossanda, poco dopo il «convegno di Venezia» su «Potere e opposizione nelle società post-rivoluzionarie» del 1978.

Presto la nostra relazione divenne più personale, coinvolgendo altri compagni e amici, alcuni dei quali sono ancora in vita e non hanno rinunciato alle speranze che convividevamo : « trasformare il mondo» e «cambiare la vita». Ho rispettato in lei una persona più anziana, un’ispiratrice, una guida ad un tempo esperta e benevola.

Ho imparato da lei a tenere assieme, nei limiti del possibile, il rigore di una posizione di partito e l’apertura alle novità della storia, a tutte le sorprese buone e cattive del mondo contemporaneo.

Con lei e alcuni altri, ho cercato «controcorrente» di immaginare un’Europa dei lavoratori emancipati dallo sfruttamento, donne e uomini in cerca di autonomia e eguaglianza, della solidarietà tra i cittadini di una nazione e gli stranieri che la abitano, un’Europa che resiste a tutti i populismi, in breve un’Europa comunista.

Non siamo sempre stati d’accordo al 100% – e per fortuna ! – ma credo che abbiamo coltivato il rispetto, l’ascolto reciproco, la fiducia intellettuale, cose così rare nelle lande della politica, a cui continuerò ad ispirarmi con lei e in sua memoria.

* Fonte: Étienne Balibar, il manifesto

«Un ricordo di studi ormai lontani mi ha fatto sempre diffidare della parola verità e del suo uso, specie quando riguarda la conoscibilità della verità della persona, soprattutto in quell’intrico di calcolo, emozioni, passione che è l’atto trasgressivo. E così complessa è la verità della persona che, in fondo, può apparire che la verità processuale sia la più semplice perché sorretta da un sistema convenzionale come quello delle procedure».

Rossana parlava, in quell’occasione di più di trent’anni fa di verità processuale – era un confronto su tale tema con alcuni magistrati, giuristi e parlamentari organizzato da Antigone – e di come attorno ai diversi tentativi di appropriarsi della presunta verità si giocasse un ruolo tutto stretto all’interno di ricostruzioni o giudiziarie o complottistiche.

Ricostruzioni che perdevano comunque lo spessore politico e collettivo di azioni, che però solo attraverso tale dimensione potevano essere inquadrate. La verità diveniva solo quella processuale e vite, aspirazioni, progetti sparivano, portando con sé, in tale dissolversi, anche la riflessione doverosa sugli errori commessi e sulle loro conseguenze, spesso gravi.

PROPRIO IL RISCHIO di una lettura della complessità con la sola lente delle ipotesi investigative e il prevalere di una tendenza a rileggere una storia come mero «romanzo criminale» aveva portato Rossana e uno stretto drappello di persone a esaminare sin dall’inizio le conseguenze delle ricostruzioni delle procure e le prassi processuali indotte da misure di emergenza adottate alla fine degli anni Settanta.Una riflessione che, affiancandosi a quella sulle radici e sugli snodi che avevano indotto settori del vasto movimento degli anni precedenti a imboccare la via della lotta armata, apriva anche all’analisi delle regole e alle garanzie. Tema, questo, certamente non usuale nel pensiero e nella tradizione comunista, ma che proprio perché non scisso dall’altro relativo all’analisi dei processi che si erano sviluppati nella complessità sociale, non rischiava di concedersi al pensiero liberale. Al contrario, apriva un nuovo fronte di rifondazione di un garantismo non formalista, ma attento ai mutamenti normativi, ai processi, ai rischi che l’eccezione diventasse normalità, a che una presunta ragione politica prendesse il sopravvento sull’ordinamento.

Il Centro di documentazione sulla legislazione d’emergenza che avviammo insieme in quel periodo, con alcuni altri e sostenuti dal sapere giuridico di Papi Bronzini, Luigi Ferrajoli, Gianni Palombarini, si mosse nella direzione di esaminare i primi processi e darne sul manifesto un resoconto diverso dal coro che caratterizzava l’informazione.

TROVÒ POI TERRENO di sviluppo quando il 7 aprile 1979 l’inchiesta padovana e quella successiva romana resero evidente l’urgenza di opporsi a ricostruzioni onnivore e distruttive di soggettività e pensiero. Tutte le udienze del processo che si tenne anni dopo, vennero da me seguite accanto a un’attenta Rossanda e alla lettura della sentenza di appello che smantellò quell’impianto non gioimmo perché pezzi importanti di vita erano stati fatti trascorrere in carcere, per molti.

IN QUEGLI ANNIil manifesto giocò un ruolo importante: era la voce non soltanto dissenziente rispetto al coro, ma la più documentata. Per questo, si avviò l’iniziativa della rivista Antigone che portava nel suo sottotitolo Bimestrale di critica dell’emergenza. Era la metà degli anni Ottanta e la necessità di ricercare una soluzione politica che non abbandonasse un periodo all’oblio e non destinasse una generazione al dissolvimento del proprio futuro portò a elaborare ipotesi che facessero uscire dalla secca alternativa tra la collaborazione attiva e l’irriducibile conflitto armato con lo Stato.

NEL PRIMO NUMERO della rivista, proprio Rossanda scrisse attorno alla mancata risposta da parte delle istituzioni alla richiesta di uscita di chi prendeva atto del venir meno delle presunte condizioni iniziali del proprio agire. Il primo numero di Antigone venne presentato in un giorno triste: la fatale coincidenza con un grave omicidio da parte di gruppi residui della lotta armata attuato pochi giorni prima. E ciò consentì a Repubblica – che pure oggi sembra aver trovato un residuo di apprezzamento di quelle riflessioni e di quel dibattito – di titolare l’uscita della rivista in modo infamante: «Ma Antigone non uccideva».

Il manifesto è stato da solo nella costruzione di un pensiero che riuscisse a leggere le ferite di quel periodo per capire, non per giustificare, ma per evitare la rimozione secondo le due linee prevalenti: una qualche eterodirezione o una storia solo di competenza giudiziaria.

PER QUESTO TUTTE le facili ricostruzioni sono state sottoposte al criterio della possibile falsificazione, inglobando in questo garantismo critico strutturalmente ancorato ai principi costituzionali, anche l’attenzione a inchieste che riguardavano l’ambito politico culturalmente e operativamente avverso.

Accanto, l’attenzione che Rossana ha sempre avuto ai destini individuali: di chi era in carcere e di chi aveva ricostruito una vita lontano. Quando negli anni trasformammo le iniziali conoscenze costruite attorno al tema settoriale della detenzione dell’emergenza in attenzione alla totalità della detenzione stessa, dando luogo ad Antigone, non più rivista, ma associazione, Rossana mantenne il punto di un’attenzione specifica del manifesto al carcere chiedendo sempre che si coniugassero la funzione del diritto penale, la sua regolazione e la sua materialità.

Nei nostri incontri parigini, nel mio periodo a Strasburgo, mi interrogava su come il carcere riproponesse nella sua composizione sociale e nella sua quotidianità le asimmetrie classiste della società esterna e subito il pensiero era: «questo il giornale deve riportarlo perché solo il nostro giornale ha la capacità di dirlo»

* Fonte: Mauro Palma, il manifesto

Nello spazio breve che identifica il respiro di un amico, se n’è andato da questo mondo Luis, Lucho Sepúlveda.
Falciato via da quella che è la peste del nostro secolo.

Ho voluto bene all’uomo, ma non posso fare a meno di piangere l’intellettuale che aveva partecipato alle lotte per il riscatto dell’America Latina con il coraggio e la forza che hanno solo i visionari, i romantici, i pazzi.

Perché Lucho le battaglie non le aveva scansate, le aveva affrontate per davvero. Era un prototipo di scrittore e guerrigliero. Sempre coerente.

Ero stato a casa sua e della sua adorata moglie, la poetessa Carmen Yanez, per due compleanni nei quali aveva riunito i suoi numerosi figli e i suoi amici sparsi in tutto il mondo. Sono state giornate indimenticabili.

Mi sento più solo, ma ho l’ingenua certezza che adesso lui è ritornato a fare la guardia del corpo al suo amato Presidente Allende. Ciao Lucho, mi mancherai, sapendo con certezza che mi è impossibile ogni lenimento

* Fonte: Gianni Minà, il manifesto

Un intervento dello scrittore uscito originariamente sul manifesto del 6 gennaio 2005.  Ora la tenue luce della giustizia si lascia vedere fra il fumo della Moneda in fiamme

Solo poche ore fa stavo accomiatandomi da mio figlio Sebastián all’aeroporto di Gijón. Come sempre cercavo di mascherare la tristezza dell’addio dietro un paio di battute, e ho visto che il mio giovanotto di vent’anni, per mano con la sua fanciulla, mi mandava dei segnali prima di entrare nella sala d’imbarco. Come sempre, dal momento che l’uomo è un animale di costumi protettivi per assurdi che essi appaiano, sono rimasto lì finché l’aereo è decollato. Come sempre, ho fatto il conto dei giorni e delle ore passati insieme e mi sono soffermato sul ricordo di una camminata sulla spiaggia solitaria mentre lui mi chiedeva di parlargli del mio ultimo viaggio in Cile.

Emozionato, gli ho raccontato che era stato un bel viaggio, che mi ero incontrato con i miei vecchi amici, con i miei cari compagni della guardia del presidente Allende, e che lentamente cominciavo a pensare al mio ritorno.

MIO FIGLIO esibiva con orgoglio una maglietta del Forum sociale cileno, il bel disegno di Federica Matta risplendeva nella luce marina. «Quell’animale è sempre lì, senza che nessuno lo tocchi?», mi ha chiesto all’improvviso. Sì, l’animale, il criminale, l’assassino, il ladro era sempre in Cile, protetto dalla più odiosa impunità. Staremo bene in Cile. Avrò un paio di cavalli, ho risposto per allontanare quella presenza vergognosa.

Quando l’aereo di mio figlio era sparito dal pannello delle partenze, sono ritornato alla macchina, ho acceso il motore e allora il miracolo della radio mi ha regalato la notizia più attesa: la Corte suprema di giustizia aveva respinto il ricorso presentato dalla difesa dell’animale, del criminale, dell’assassino, del ladro, e lui dovrà affrontare il processo che aspetta la società cilena, i cileni che vivono fra la cordigliera e il mare, quelli che vivono nella diaspora, quelli che sono nati sotto altri cieli e sono cresciuti con il nostro amore per il lontano paese disseminato di isole.

Confesso di aver creduto che questo giorno così atteso non sarebbe mai arrivato, e non per sfiducia nella giustizia, bensì in quelli incaricati di amministrarla. Quante vite si sarebbero salvate se i tribunali cileni avessero accettato i ricorsi presentati dai familiari dei desaparecidos, degli assassinati nei centri di detenzione e di tortura, degli sgozzati di notte e nelle ore in cui solo i criminali potevano muoversi per le strade del Cile?

Fra il 1973 e il 1989 furono presentati migliaia di ricorsi d’urgenza, i familiari arrivavano con testimoni che avevano assistito alle detenzioni, ai sequestri, ai furti di persone, e nessuno fu accolto perché la giustizia era nelle mani di prevaricatori, di complici del dittatore.

NON CREDEVO che questo giorno fosse possibile, però allo stesso tempo, poiché conosco e ammiro la storia civile del mio paese, ho sempre cercato di convincermi che il processo contro Pinochet è cominciato quando l’ultimo difensore del palazzo della Moneda sparò l’ultimo colpo in difesa della costituzione e della legalità.

Non sarà giudicato per tutti i suoi crimini, ma solo per alcuni, comunque tanto selvaggi e bestiali come tutti quelli che ordinò dalla sua codardia di satrapo, dalla sua viltà di essere mediocre e ottuso, dal fetore del suo tradimento. Però sarà giudicato, con tutte le garanzie che noi non avemmo, e ci rallegra che sia così perché noi crediamo nella giustizia.

È dovere di tutti vegliare perché non gli capiti nulla, perché la sua salute si conservi, perché non gli manchi niente, e se è necessario fare una colletta pubblica per tenerlo vivo, facciamola. Quanto dobbiamo pagare?

Quel che importa è che mio figlio, i figli di tutti quelli che hanno sofferto, e le vedove e i genitori che seppellirono i loro figli, e le fidanzate dai corredi frustrati, e le nonne che si ritrovarono senza i destinatari delle loro carezze vedano l’animale fascista, il criminale venduto, l’assassino di sogni, il ladro di vite e di beni, fotografato di fronte e di profilo, con il suo numero da delinquente sotto la mascella, lasciando le impronte digitali delle sue grinfie nell’inchiostro nero del la vergogna. È questo che importa.

MENTRE SCRIVO queste righe, mio figlio Sebastián vola verso la Germania e io ricordo la passeggiata sulla spiaggia deserta. Quando gli ho raccontato del mio ritorno a El Cañaveral, quel luogo sacro fra i monti dove il Dispositivo di sicurezza del presidente Allende, il Gap, si preparava a difendere la vita dei nostri dirigenti, di coloro che si erano fatti carico di realizzare il più bel sogno collettivo della mia generazione. Là, insieme a «Patán», «Galo», «El Pelao» e altri dei migliori, dei più coraggiosi compagni che abbia mai conosciuto e la cui amicizia è il mio grande orgoglio, ricordavamo senza retorica quel sogno pieno di aneddoti e di gioventù.

So che loro condividono la serena allegria per questo giorno, per questo giorno tanto atteso, in cui la tenue luce della giustizia si lascia vedere fra il fumo della Moneda in fiamme, fra i volti luminosi di tutti i compagni del Gap che caddero e che non sono mai scomparsi dalla nostra memoria.

* Fonte: Luis Sepúlveda, il manifesto

ph by Joson / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)

È morto Manolis Glezos. Nel maggio 1941 con un amico, Apostolis Santas, si arrampicò sulle pendici dell’Acropoli e tolse la bandiera nazista dando vita al movimento di resistenza greco. Arrestato durante l’occupazione nazista, riuscì a fuggire dalla prigione, impegnandosi poi nella Resistenza. Figura mitica, riferimento della sinistra greca, anche negli anni recenti, quando venne eletto al parlamento europeo con Syriza. Da cui presto si dimise, preferendo lottare nelle strade assieme al suo popolo contro lo strangolamento della Grecia da parte della Troika e contro il Memorandum che, denunciò, «rende schiavi i greci per interi decenni» (peraltro, lo stesso destino che qualcuno vorrebbe imporre all’Italia nel prossimo futuro).

È stato un personaggio emblematico del miglior Novecento. Tutti i media, giustamente, ora ne ricorderanno tratti di vita. Io voglio ricordarne uno su cui tutti o quasi tutti sicuramente sorvoleranno. Risale all’ottobre del 1977, allorché anche lui, assieme a non moltissimi altri, circondati, controllati e rastrellati da schiere di poliziotti, partecipò alle esequie di Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan Carl Raspe, i militanti della RAF tedesca, la Rote Armee Fraktion, trovati morti nelle celle di Stammheim. Nell’occasione Manolis ammonì a non sottovalutare la rinascita del nazismo nella RFT e nell’intera Europa di quel tempo. E certamente lui di nazismo se ne intendeva, avendolo combattuto tutta la vita.

Sergio Segio

«Soy poeta, sacerdote y revolucionario» così si era definito recentemente Ernesto Cardenal, scomparso domenica scorsa a 95 anni in Nicaragua; dopo che poco più di una anno fa papa Francesco, al capezzale di quello che anzitempo si suppose fosse il suo letto di morte, gli revocò la sospensione a divinis che gli aveva comminato papa Wojtyla nei primi anni ’80, per essere ministro della cultura del governo rivoluzionario.
Ernesto Cardenal era nato da una ricca famiglia nella cittadina coloniale di Granada nel 1925. Studiò lettere a Managua, Città del Messico, New York. E girò l’Europa prima di essere ordinato sacerdote a quarant’anni a Cuernavaca in Messico. Per poi far ritorno nel suo paese.

IL NICARAGUA era allora un paese dell’istmo centramericano a noi pressoché sconosciuto. Una banana republic che aveva fatto parlare di sé per il terremoto del ’72 (che rase al suolo la capitale) ma soprattutto per la comunità contemplativa di Solentiname che il padre Ernesto, su ispirazione del poeta e religioso Thomas Merton (di cui era stato discepolo), aveva fondato nel 1966 nell’omonimo incontaminato arcipelago nel Grande Lago Cocibolca; con i suoi taller di poesia e dove nacque la pittura primitivista. Una comunità che nel ‘77 la guardia somocista distrusse uccidendo molti dei suoi attivisti. Mentre i superstiti si integrarono nella guerriglia del Fronte Sandinista (cui aderì anche Ernesto) che due anni più tardi, il 19 luglio del ’79, rovesciava la dinastia dei Somoza.

Allora padre Cardenal era già assai conosciuto come poeta per i suoi Epigramas, Salmos e Oración a Marilyn Monroe. Era un antisistema, dedito al riscatto dalle ingiustizie; soprattutto delle popolazioni originarie del subcontinente. Il culmine della sua opera letteraria è probabilmente Canto Cosmico del 1992, che lo ha proiettato fra i più grandi poeti della storia dell’America Latina. Non è un caso che, oltre a varie onorificenze letterarie, nel 2012 gli sia stato attribuito a Madrid il Premio Reina Sofia per la Poesia Iberoamericana.

Ernesto Cardenal è stato, dopo Ruben Darío e insieme alla nicaraguense-salvadoregna Claribel Alegría (che a sua volta nel 2018 è stata insignita del Premio Reina Sofia) il capostipite di un popolo di scrittori e poeti di questo paese: Coronel Urtecho, Martinez Rivas, Pablo Antonio Cuadra, Fernando Silva, Michelle Najils, Daysi Zamora, Vidaluz Menes, Gioconda Belli…; per arrivare a Sergio Ramirez, premio Cervantes per la letteratura nel 2018.

LA SCOMPARSA del grande poeta Cardenal costituisce al contempo (suo malgrado) un simbolo del compimento di un tragico ciclo nella storia recente del Centroamerica e della Chiesa Cattolica; che aveva suscitato agli esordi grandi aspettative in tutto il mondo. I più ricorderanno la storica foto del pontefice polacco che redarguisce col dito puntato sul ministro di cultura Ernesto, inginocchiatosi di fronte a lui (e levatosi l’abituale basco), quella fatidica mattina del 4 marzo 1983 (noi eravamo lì a pochi passi) quando passò in rassegna il governo rivoluzionario al suo arrivo all’aeroporto Augusto Cesar Sandino. Per poi lasciare furioso e precipitosamente il tardo pomeriggio stesso il Nicaragua, dopo la clamorosa contestazione subita in piena messa nella Plaza 19 de julio.

ERANO ALLORA QUATTRO i preti-ministri: suo fratello Fernando Cardenal, gesuita, coordinatore della Campagna di Alfabetizzazione e della Gioventù Sandinista, e successivamente ministro dell’educazione; padre Miguel d’Escoto, agli esteri; ed Edgar Parrales alla famiglia (poi spretatosi).

Del resto durante la Rivoluzione Sandinista vigeva lo slogan «entre cristianismo y revolución no hay contradicción»; e padre Ernesto era un grande sostenitore della Teología de la Liberación, con al centro la «opción preferencial para los pobres»; al centro di molte sue opere. Teologia che non era stata un’invenzione di chicchessia, bensì l’avanguardia nell’applicazione del Concilio Vaticano II nell’America Latina di allora, in balia delle dittature militari (a perpetuazione dello schema oligarchico coloniale, ereditato dagli Usa).

Ebbene, in pochissimi anni Giovanni Paolo II la estirpò dal subcontinente più cattolico del pianeta, senza rendersi conto che così avrebbe spianato la strada ai predicatori delle sette fondamentaliste che Washington stava organizzando già dalla presidenza Nixon e poi con Reagan, per non perdere il controllo del «cortile di casa».

C’è voluto dunque il primo papa latinoamericano per risarcire di quell’ammonimento il padre Cardenal, e consentirgli di tornare a celebrare messa.

Ma se Ernesto aveva già subito la repressione ai tempi del somocismo, tanto da essere costretto all’esilio, gli è toccato pure il paradosso di essere il sandinista più anziano e duramente perseguitato dal regime di Daniel Ortega, ridiventato presidente nel 2007. Cardenal aveva già denunciato dagli anni ’90 la deriva personalistica e messianica del «fu» comandante guerrigliero. Che dall’aprile del 2018 si è convertito in tiranno sanguinario con il massacro e la carcerazione di centinaia di giovani studenti (oltre all’autoesilio di 80mila nicaraguensi in Costarica) che si erano ribellati alla dittatura orteguista, alleatasi all’oligarchia storica impresariale, con l’avvallo del Fondo Monetario e di Washington.

E IL COLMO è che Rosario Murillo, consorte di Ortega, nonché vicepresidente e di fatto primo ministro, abbia decretato per la scomparsa di Ernesto un lutto nazionale di tre giorni. Lei, anch’essa poetessa, che fece di tutto per essere ministro della cultura al suo posto durante la rivoluzione.

* Fonte: Gianni Beretta, il manifesto

ph by Montesbradley / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

Da anni Benedetto era intento a morire nel modo più alacre che si possa immaginare: studiando, scrivendo pagine non futili (cioè: non introverse), detestando gli intellettuali con i mocassini e facendo comunella con quelli dai piedi scalzi (era uno di loro, del resto), censendo con buonumore i sintomi di rivolte prossime venture, soccorrendo generosamente coloro che cercavano di soccorrerlo. Una morte pubblica, gremita di voci, mai priva di solidarietà nei confronti di chi resta e vorrà parlarne. Poiché lo scemare del suo tempo è diventato, esso pure, un episodio della prassi sovversiva, agli amici veniva da pensare che Benedetto sarebbe durato indefinitamente. È la sola eternità che noi materialisti possiamo concederci.

HO CONOSCIUTO Benedetto nel 1988, quando cominciai a lavorare alle pagine culturali de il manifesto. Non era ancora un redattore, Benedetto, ma un tecnico informatico. Lo divenne poco dopo, timido e circospetto, vorace di libri e di idee. Sapeva di non appartenere alla tribù degli happy few, dei letterati «felici pochi» che spacciano citazioni come eroina tagliata pur di scansare qualsivoglia pensiero, sempre pronti a rifugiarsi in un soave borgo campagnolo quando l’epoca ruggisce.

DOTATO DELLE QUALITÀ, e anche della durezza, degli unhappy many, degli «infelici molti» di cui è composto il proletariato moderno che lavora con il linguaggio, Benedetto capì in fretta come orientarsi nel corso della grande trasformazione del modo di produzione capitalistico, delle forme di vita, dei gerghi e delle tonalità emotive. Cercammo e trovammo insieme nomi provvisori, a volte maldestri, per designare quella trasformazione e la sovversione che essa covava in seno: lavoro cognitivo, intellettualità di massa, rivoluzione come esodo, democrazia non rappresentativa.

Ricordo Benedetto nei seminari parigini degli anni Novanta, da cui nascerà la rete politica e intellettuale chiamata Euronomade. La sua curiosità. L’emozione accuratamente celata quando conobbe Toni Negri e gli altri esuli, insomma i bersagli viventi del pogrom contro la sinistra rivoluzionaria. Fu allora che Benedetto inciampò, per così dire, nel concetto cui avrebbe dedicato le sue energie fino a ieri: il general intellect, l’«intelletto generale» di cui parla Marx come dell’autentico pilone della produzione sociale. Il pensiero, il sapere, il linguaggio messi al lavoro, fonte eminente del profitto: d’accordo, disse Benedetto, ma in che modo, per quali vie, mediante quali procedure? Le sue riflessioni sulla rete informatica, contenute in innumerevoli articoli e in due libri pregevoli, sono un tentativo di rispondere a questi quesiti di gran peso, serenamente ignorati da una sinistra raccapricciante o patetica.

SEMPRE negli anni Novanta, Benedetto partecipò a una rivista durata soltanto quattro numeri, meno effimera però di testate universitarie che si trascinano per decenni: «Luogo comune». Le riunioni di redazione furono, talvolta, adrenaliniche, certamente mai squisite di quella squisitezza letale di cui si beano gli scrutatori di anime. In quella rivista è stato detto quasi tutto l’essenziale sul tempo che viene. Coloro che vi hanno messo mano, anche quando si sono persi di vista, mantengono la tacita intesa di chi è affratellato da comuni scoperte. Con Benedetto, su certi temi e certi eventi, bastava un sorriso complice: che te lo dico a fare, amico mio?

* Fonte: Paolo Virno, il manifesto

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