Addii & Ricordi

Lutti. La morte a 89 anni del grande regista, scrittore, attore. L’onda del ’68 lo contagiò quando girò il film dove gli stessi operai collaborarono alla sceneggiatura e interpretarono i vari ruoli

Gregoretti aveva il dono della simpatia, a cominciare dalla famosa risposta che dava a chi gli chiedeva: come sei entrato in Rai? «Per raccomandazione» rispondeva sorridendo. Ragazzo della Roma bene, aristocratico studente del Massimo, la celebre scuola dei gesuiti quando era ancora nei pressi della Stazione Termini, inizia ad esplorare il mondo della sinistra avendo già alle spalle un Prix Italia per «La Sicilia del Gattopardo» e una avviata carriera di cineasta parallela a quella di padre di quattro figli: I nuovi angeli (’62) selezionato alla Semaine de la Critique di Cannes, Omicron (’63), Rogopag (’63), Le belle famiglie (’65). I Nuovi angeli è stato un film inchiesta innovativo, senza sceneggiatura, sui giovani che costituivano la scoperta mediatica dell’epoca (i giovani e l’amore, i giovani e il lavoro) realizzato nello stesso periodo di Accattone (prodotti entrambi da Bini), un raro film di fantascienza nel panorama italiano fu Omicron con Renato Salvatori che istiga gli operai a scioperare; Rogopag, film a episodi, con il titolo criptico a indicare i registi che li firmarono (Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti) un altro tipo di film inchiesta anche questo, sulle tendenze, le idiosincrasie, i peccati dell’epoca, con i toni religiosi supercensurati di Pasolini, uno sguardo al costume di Rossellini, il tocco apocalittico di Godard e lo sberleffo con sterzata noir finale di Gregoretti autore dell’episodio «Il pollo ruspante» dove si prendeva in giro il nuovo consumismo.

REALIZZA una serie di episodi anche in Le belle famiglie, tono di commedia con Totò e Sandra Milo, Adolfo Celi e Annie Girardot, sguardo sui comportamenti amorosi di personaggi di varie classi sociali. Ma si avvicinava il ’68 e lui che si definiva un borghese progressista («mi liberai finalmente del sarto su misura» scrive nella sua autobiografia Finale aperto) inizia a incuriosirsi dei testi di base (quelli più semplici, diceva con il suo solito understatement) e arriva perfino alla Mostra di Pesaro nell’anno degli scontri con i fascisti e lo stesso anno è tra i contestatori della Mostra di Venezia.

A DICEMBRE inizia a girare il celebre film militante che fece il giro di tutte le università: Apollon, una fabbrica occupata le vicende della lotta dei trecento operai di una tipografia romana occupata da un anno, dal ’67 alla fine del ’68 per difendere il posto di lavoro, contro il padrone che voleva chiudere e vendere il terreno. Con la voce narrante di Gian Maria Volonté, la colonna sonora di Mario Schiano, la partecipazione di Zavattini e di un gruppo di cineasti, con una sceneggiatura a cui parteciparono gli stessi operai, anche questa un procedimento innovativo, mai adottato prima.

L’AUTUNNO caldo è scandito da Contratto (1970) documentario che sintetizza le lotte operaie del 1969. Televisione, opera, partecipazione attiva alla vita politica: nei film di Sordi e di Scola, di Gianni Amelio, di Francesco Laudadio lo vediamo talvolta apparire con la sua grazia e ironia inimitabile, una caratteristica d’altri tempi, difficile oggi da trovare.

* Fonte: Silvana Silvestri, IL MANIFESTO

foto: Una scena da Omicron (’63) di Ugo Gregoretti

Ritratti. La scomparsa a Verona di un editore audace e profondamente «politico»

L’editore e attivista politico Giorgio Bertani, che negli anni ’70 e ’80 pubblicò migliaia di titoli importanti e fondamentali, è morto a Verona sabato scorso. Ebbe un grande fiuto editoriale e anche l’intelligenza di scegliere validi collaboratori – primo fra tutti il giovane Franco Rella.

NEL SUO CATALOGO troviamo, infatti, autori italiani e stranieri che prima della pubblicazione con la Bertani editore erano poco o nulla conosciuti: Una tomba per Edipo di Guattari (tradotto da una giovane Luisa Muraro), Nietzschedi Deleuze, Leggere il Capitale di Althusser, Posizioni di Derrida, Del marxismo di Geymonat, e poi ancora Rosa Luxemburg, Luciana Castellina, Bataille, Nizan, Bifo, Adelino Zanini, Sebastiano Timpanaro, Ugo Dessy, Baudrillard, Jean Fallot, Daniel Guérin, Luciano e Ivan Della Mea, Antonio Prete, Vittorino Andreoli, Lanfranco Binni, Lucien Goldmann, Horst Fantazzini e molti altri.

Giorgio Bertani è stato il primo editore di Dario Fo e pubblicò tutti i titoli (da Mistero buffo a Guerra di popolo in Cile) del premio Nobel fino agli anni ’80. Scelse di dare alle stampe anche un libro essenziale della storia dei movimenti: Bologna marzo 1977 fatti nostri, autori molti compagni, c’era scritto in copertina, ma tra i redattori c’erano – oltre a Maurizio Torrealta – Carlo Rovelli, poi divenuto fisico di importanza internazionale e Enrico Palandri, affermato romanziere e teorico della letteratura. Fra le riviste che diffuse ci fu L’arma propria, che con Gianni Scalia aveva in redazione il giovane Marco Belpoliti.

DA SEGNALARE è la sua attenzione sempre viva ai movimenti rivoluzionari nel mondo: dal Cile all’Uruguay, fino alla Palestina e alle proteste cinesi. Socialista rivoluzionario fin da ragazzo, nel 1962 fece parte del gruppo che rapì il vice-console spagnolo in Italia per protestare contro la condanna a morte di tre giovani antifranchisti; l’azione ebbe un forte impatto nell’opinione pubblica e contribuì a salvare i tre militanti.
Eretico e polemico, basco rosso in testa, in bicicletta, immancabile a ogni manifestazione (fino all’ultima di Nonunadimeno, in occasione del Congresso delle famiglie), Giorgio Bertani ha sempre partecipato alle battaglie politiche fuori e dentro le istituzioni (è stato consigliere comunale dei Verdi) accanto ai gruppi antagonisti, antirazzisti e pacifisti di Verona, dal Cesar K alla Chimica, dal Domaschi al Pink e a tanti altri, portando sempre con sé il sapere della cultura che aveva pubblicato.

In una Verona divenuta negli ultimi decenni laboratorio della collaborazione di tutti i gruppi fondamentalisti e reazionari, Bertani ha continuato a rivendicare la sua provenienza familiare proletaria e antifascista, sicuro che – come disse recentemente – «a Verona come nel mondo, al vento disumano che soffia sapremo rispondere con intelligenza, cultura e con una ribellione creativa e gioiosa».

* Fonte: Marc Tibaldi, IL MANIFESTO

Nanni Balestrini. Un intellettuale e militante profondamente laico, che disdegnava l’utopia e vantava la propria amoralità

Dai tempi di Potere Operaio con Nanni ne abbiamo fatte tante… non solo di riviste. Sono stordito, ora, alla notizia della sua morte. Mi chiedono un ricordo, qualcosa come un necrologio. Non credo che Nanni ne abbia mai scritti. È contrario al suo carattere… e anche al mio. E poi, come fa a morire la Signorina Richmond?
Che classe, quel Nanni! I poeti attorno a lui lo temevano perché era il solo che aveva lasciato l’anima accanto, fuori dalla poesia; i critici e i teoretici, con i quali conviveva, anch’essi lo temevano perché Nanni metteva quel po’ di razionalità che la poesia non gli rubava, a disposizione del fare, della politica, dei compagni.

ASSEMBLARE I PEZZI
Eccolo dunque, Nanni, organizzatore di cultura sovversiva, produttore di riviste politiche. Quelle cose, quelle macchine non erano mai «sue» ma appunto «dei compagni». Non ho mai avuto notizia né esperienza di un bisticcio fra Nanni e i responsabili di un qualsiasi lavoro politico che lui avesse nelle sue mani di editore. Metteva i compagni a lavoro, la sua generosità era vincente, sempre, il suo lavoro quello di un’impresa comunista. Qualche tempo fa, lavorando su Assemblea, e discutendo con Michael Hardt la figura di una nuova proposta teorica, quella dell’«imprenditore politico della moltitudine», mi sono venute in mente le esperienze di Nanni negli anni ’70. Come definire un imprenditore della moltitudine? Come un «meccanico» che assembla i pezzi di una macchina, meglio, per stare nella letteratura, come un autore che trasforma il «volgare» in lingua. Non è un inventore, ma qualcuno che recupera quanto fa parte dell’esperienza comune, in essa collaudato, e ne fa cosa praticabile, una nuova macchina. Ecco l’opera di Nanni messa in luce, questa sua capacità di far diventare «arte» il mettere insieme cose ed eventi, linguaggi ed emozioni politiche e di trasformare pallide avanguardie comuniste in macchine da guerra.
Nanni, il meccanico, non ha mai sognato orizzonti gloriosi nel comunismo realizzato. Nanni ha sempre vissuto la realtà quotidiana del lavoro militante. Disdegnava radicalmente l’utopia e vantava la propria amoralità: naturaliter comunista. Non pensava al futuro ma già viveva nell’avvenire. Ci ho pensato tanto a questa capacità di Nanni di farti sentire «naturale» nelle situazioni più avventurose e a confronto del pensiero critico. Talvolta ho ritenuto si trattasse di una qualità tipica del «provinciale», quale anch’io, come Nanni, sono. Attratti dalle metropoli, Milano, Roma, Parigi, Berlino… ma presto ci stavano stretti i comportamenti e le discipline metropolitane. Invece del rifiuto, tuttavia, costruivamo allora, e con loro vivevamo, lì nella metropoli, gruppi di amici che replicavano la forza dei provinciali, togliendone la solitudine e costruendo semplificazioni creative delle complesse mediazioni metropolitane e dando afflato collettivo ad ogni lavoro. La Feltrinelli anni ’60, dove crebbe Nanni, quella dei due premi Nobel, fu davvero una macchina siffatta. Nanni aveva lì imparato ad agire. Ma appunto si trattava di un nuovo movimento – e così capisci quel bisogno di produrre politicamente insieme che divenne epidemico fra i ’60 e i ’70 – un movimento che unì, nel fare politica, la generazione prodotta dal ’68 e molteplici comunità di ragioni e di affetti, nel segno del comunismo. Nanni ne fu prodotto e motore, quintessenza di quel vivere.
Era così semplice stare assieme, fare le cose assieme. Io, Nanni, l’ho davvero amato. Mi ci ritrovavo, con lui, in quel suo «fare» senza troppo pensarci su, perché era più importante pensare facendo, costruendo. Il criterio, la misura stavano nel fare. La laicità di Nanni era tutta qui: una laicità sovversiva, un piacere della «superficie» in tumulto, alla Deleuze, alla Guattari (con i quali da vicino l’avrebbe poi condiviso), un’allegria della singolarità, dell’immanenza, senza il problema (o l’ossessione) di negare quel che non c’era o non valeva, come la trascendenza o l’autorità.

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IL NUOVO MECCANO
Laicità perché è una condizione ottima, ci si sta bene, un comportamento degno del Momus di Leon Battista Alberti: «Destinato farsescamente alla formazione del principe, il Momus si rivela come l’antiprincipe, un libro della distruzione di ogni ordine e di ogni potere. In attesa che nel suo humus, o nella camera oscura della storia, prenda forma la nuova immagine di un nuovo Principe, quello che sulla trasgressione fonderà il suo potere» (così si definisce Nanni nella Prefazione del libro).
Siamo stati bene, passando le notti a comporre PotOp, o a discutere senza costrutto su come riempire Compagni Virgola. Abbiamo girato l’Italia per contattare amici intellettuali dispersi e mezz’Europa alla ricerca di un Osvaldo furioso, abbiamo lavorato insieme (un nuovo «meccano» balestriniano) a costruire AR&A – una piattaforma logistica, oggi si direbbe, per le mille imprese editoriali della moltitudine autonoma. Alfabeta nascerà anch’essa di lì. Calogero trasformò presto questa iniziativa in «associazione di malfattori», in delinquenza organizzata.
Poi vennero Rebibbia, Fossombrone, Palmi, Trani, per me. Per Nanni, Parigi, e poi Aix-en-Provence. Che cosa avrebbe fatto, isolato da quel suo Heimat che aveva costruito? Ce lo chiedevamo, ritenendo che il poeta fosse più in difficoltà dei suoi rozzi compagni. E invece, con Giairo a lato, Nanni associò gli intellettuali attorno a Deleuze e a Faye in «trasversali» letterarie e politiche – Change International – che permisero alla sinistra sovversiva di togliere spazio e fortuna (comunque di resistere) all’ennesima invasione dei Rosacroce, all’irrazionalismo reazionario dei nouveaux philosophes.

VERSO I COLLAGE
Mancò solo Foucault a quell’appuntamento, in un momento di crisi del suo pensiero, che di lì a poco si riaprì – quale powerful effectiveness – a quelle nuove resistenze. Intanto Nanni ad Aix metteva insieme una banda (letteralmente, non solo leggevano poesie ma le suonavano e cantavano) attorno a Roubaud, un forte poeta dell’ultimo Novecento francese. Una nuova primavera, questa, per Nanni, che nella fuga dalla repressione feroce dei Calogero, dei Dalla Chiesa, del «compromesso storico» ritrovava il senso del gioco e dell’avventura. I collage cominciano allora. Un’incredibile agilità dell’epico e dell’ironico si combinano dentro questo nuovo meccano. Quei giornali che aveva organizzato, ora Nanni comincia (e lo farà tanto più rientrando in Italia alla fine degli ’80) a ritagliarli e a ricostruire figure e manifesti di un’avventura già repressa, ma sempre di nuovo risorgente e sempre più radicalmente sovversiva! Un insegnamento deleuziano: quanto rivoluzionarie potevano essere, quanto potenti quei semplici frammenti di materia varia, in superficie danzanti.
In Italia intanto il potere e i letterati del Corriere della Sera puntavano sull’oblio di Vogliamo tutto. Non c’è intervista fatta a Nanni in quei tempi nella quale, benevolmente e ipocritamente, non gli si chiedesse se non era pentito di aver scritto Vogliamo tutto, quel capolavoro della letteratura operaista che resta, ad oggi, uno dei più bei romanzi del Novecento. Bisognava dimenticarlo, cancellarlo quel romanzo che cantava una rivoluzione operaia – che se non era stata vincente nella società, aveva comunque distrutto quell’indecente luogo di sfruttamento che era la fabbrica fordista.

L’EPICA DEGLI INVISIBILI
Quel libro era uno sfregio alla casa Agnelli, in quel tempo regnante, e ai sudditi plaudenti (i quarantamila?). Era la voce dei duecentomila rivoltosi di Mirafiori e aveva meritato a Nanni di essere incluso nella grande repressione del 7 aprile ’79. Bene, Nanni replica con quell’altro bellissimo racconto che è Gli invisibili. Vogliamo tutto è il ’69 in fabbrica, Gli invisibili sta fra il ’77, l’autonomia sociale e la galera di quella nuova generazione. L’epico diventa resistente. Questo lavoro di Nanni dura per anni, fino a L’orda d’oro, scritta con un altro fratello, Primo Moroni, formidabile documento ed apologia delle lotte dell’autonomia operaia e sociale – di quei Settanta che avevano rifondato speranza, cultura e vita politica in Italia – e che, repressi, l’hanno mandata all’inferno.
Questo ha vissuto Nanni, il secolo steso fra la luce di una rivoluzione possibile e la più infame restaurazione, senza mai staccare l’impegno militante dalla riflessione politica. Dicevamo della deleuziana «superficialità» di Nanni. Da non confondere, ricordavamo, con indifferenza ma da comporre piuttosto con passione sovversiva. Il meccano di Balestrini vive in questa tensione. Che vuol dire che i ’70 sono finiti solo per i persecutori, che invece l’odio per i padroni (non più del vapore ma della finanza e di tutto il resto) vien fuori ancora e sempre più forte. Cresce la resistenza tenendo viva la speranza che Nanni ci ha lasciato. Così nell’ultimo suo scritto, nell’estate parigina del 2018: «Lo scarto fra la nostra immaginazione e le nostre aspettative nutrì quei lunghi//giorni d’estate quando fantasticavamo di viaggiare in posti esotici//e di combattere contro le malefatte degli imperialisti nel mondo//cavalli cervi cinghiali rossi e neri si agitano//che c’era da leggere nella grotta che venne scoperta//che nessuno ha completamente svelato il segreto//si deve poter fare tutto non esistono limiti//sarebbe stato un inizio una rivoluzione//però era troppo tardi era già tutto finito». Non è rassegnazione: «Non c’era nulla//poi all’improvviso arriva qualcosa». Il Bisonte di Altamira, l’odio accumulato nei secoli contro la prepotenza dei padroni, la nostra liberazione: Nanni scrive di ciò senza nulla concedere al futuro perché siamo vissuti nell’avvenire.
Nell’ultimo periodo, Nanni stava male, entrava e usciva dall’ospedale, mi aveva telefonato, con la voce suadente e maliziosa che gli conoscevo, chiedendomi: sei pronto che facciamo una bella rivista? Sì, Nanni, sempre ai tuoi ordini.

* Fonte: Toni Negri, IL MANIFESTO

Se ne va all’età di 84 anni. Poliedrico, irriverente pioniere, poeta, artista visivo, maestro nel collage di immagini e parole, narratore, militante da Potere Operaio ad Autonomia. La sua figura di organizzatore culturale e animatore editoriale, ha segnato generazioni di intellettuali

Ce n’è per tutti è un titolo, fra gli ultimi di Nanni Balestrini, che vale come il suo più fedele autoritratto «pratico». Artista renitente alle poetiche quanto uomo su di sé riservato, nei rendiconti infittitisi negli ultimi anni (se non altro per l’incombenza uggiosa degli anniversari; per non parlare degli epicedi, a lui tanto discari), Balestrini preferiva scrivere una nuova opera, quando si trovava nell’incombenza di commentarne un’altra, propria o altrui. Ce n’è per tutti s’intitolano i collage del 2017 in coda al terzo volume dei suoi Omnia poetici (Caosmogonia e altro, uscito l’anno scorso da DeriveApprodi dopo i precedenti Come si agisce e altri procedimenti del 2015 e Le avventure della signorina Richmond e Blackout del 2016); e lo stesso titolo ha dato Nanni alla sua ultima mostra, a Bologna lo scorso gennaio.

Vengono in mente i personaggi pluriprospettivisti della narrativa modernista, come lo Jakob Abs delle Congetture di Uwe Johnson (uno dei libri «eroici» della nuova Germania, che segnarono la «sua» Feltrinelli nei primi Sessanta; di lì era originaria la sua famiglia materna, e dai protocolli del Gruppo 47 prese ispirazione per quelli del nostrano 63) o il Charles Foster Kane del Quarto potere di Orson Welles, o ancora i ritratti cubisti di Picasso e, forse meglio, quelli post-tali di Francis Bacon (da sue frasi icastiche, oltre che di John Cage e Jean-Luc Godard, aveva tratto le parole dei tre magnifici poemetti dell’ultima raccolta Caosmogonia, pubblicata nel 2010). O magari soprattutto – considerando il sorriso sempre sulle sue labbra – il Figaro di Rossini (che in Beaumarchais, si ricorderà, è un eroe rivoluzionario): il «factotum» che è «pronto a far tutto» e «la notte e il giorno sempre d’intorno in giro sta».

L’individuo non è ineffabile per l’insondabile sua supposta interiorità (come nella tradizione umanistica e idealistica); viceversa è tale per come è tutto rivolto all’esterno – scuoiato ed eviscerato, come in una certa terribile poesia del maestro Sanguineti –, diffratto ed «esploso» in tutte le direzioni: in quella che Lacan definiva estimità. Ricordo che quando avevo azzardato un parallelo fra il cut-up dai giornali, nei collage verbali che da molto presto sono stati il suo metodo di composizione preferito, e l’attrazione che per lo stesso materiale aveva avuto Andy Warhol, Nanni mi disse che di lui gli era sempre piaciuta una frase tra le più provocatorie ma anche, a suo modo, fra le più vere: «Guardate semplicemente la superficie delle mie opere. Lì sono io. Dietro non c’è nulla».

È ineffabile, l’individuo, perché non lo si può appunto vedere quale individuo. Perché è uno, nessuno e centomila. Sicché ciascuno si trovi nei pressi, di quell’esplosione centrifuga, si trova a essere investito da uno dei suoi aspetti, fra loro diversi e anche contraddittori. Oggi dunque si dovrà ricordare anzitutto il poeta, che nell’adolescenza acerba sottopone i primi tentativi all’altro maestro Luciano Anceschi, capitatogli un certo anno scolastico dei primi Cinquanta, e poi non ha più smesso; ma anche l’artista visivo, maestro nel collage di immagini non meno che di parole; e poi il narratore «furioso» che, a partire da Vogliamo tutto del ’71, imprime alla sua opera una svolta «politica» tanto discussa quanto seminale; nonché appunto il militante, da Potere Operaio ad Autonomia, che dalle conseguenze del teorema del «7 aprile» di giusto quarant’anni fa si salva (come mitobiograficamente si legge in quello che è forse il suo capolavoro, Blackout del 1980) sciando a valle verso la Francia: dove resterà esule sino all’assoluzione, cinque anni dopo, in contumacia. In questa peripezia c’è tutto Nanni: la souplesse di ogni suo gesto, la sprezzatura dandistica, la soavità con la quale pronunciava le frasi più sferzanti; scivolare fra luce e buio nella primavera frizzante, librarsi a valle sfruttando e negando il proprio stesso peso, slittare verso una béance tanto più dolce quanto più peritosa.

C’è infine un quinto Balestrini, a lungo il più considerato (dai più, per ridurre la portata degli altri). Parlo dell’organizzatore culturale, del redattore editoriale, dell’artefice instancabile di riviste ed eventi: «oggetti» che hanno modificato in profondità il paesaggio del secondo Novecento e dei primi due decenni del nuovo secolo. È il Balestrini che ha contato in misura decisiva – posso testimoniare – nella formazione e nella crescita di almeno tre generazioni di giovani intellettuali.

Ma questo Balestrini «relazionale» non può essere considerato, avrebbe detto un filosofo d’antan, «allotrio». Perché è quello che tiene insieme tutti gli altri. Nell’ultimo suo libro, il poemetto dedicato al ’68 e intitolato proprio L’esplosione (pubblicato lo scorso febbraio dalle Edizioni del «verri»), si legge che «non c’è un’immagine ci sono solo rapporti tra», perché è appunto la «relazione fisica / tra esseri sensibili e coscienti» la natura effettiva della nostra condizione umana. In ogni situazione, politica o artistica (ove poi, viste in questo modo, tali sfere possano essere disgiunte), essenziale è vedere «non le cose ma quello che c’è tra le cose». Solo così gli individui possono uscire dal carcere di sé, lasciare Vuota la Gabbia dei ruoli e delle identità.

Per questo «ogni storia appartiene a tutti»; e per questo, quando più scura appare la tenebra in cui siamo gettati, «l’importante è sentire di esistere / poi all’improvviso arriva qualcosa / prima non c’è nulla poi all’improvviso».

* Fonte: Andrea Cortellessa, IL MANIFESTO

La camera ardente per Tina si terrà venerdì 22 marzo presso la Casa della Memoria e della Storia di Roma

Tina Costa è scomparsa ieri a 94 anni. È stata una donna che ha scelto ed è stata partigiana lungo tutto il corso della sua vita. Nata nel 1925, anno terzo della dittatura fascista, faceva parte di quella generazione che nelle intenzioni di Mussolini sarebbe stata allevata al «culto del littorio» garantendo fedeltà cieca al regime. Al contrario, come amava spesso ripetere con un sorriso vispo e beffardo, «aveva succhiato un altro latte».

L’estrazione politica e sociale della sua famiglia romagnola, padre socialista, madre e fratelli comunisti, richiama quell’antifascismo della prima ora che non aspettò gli «errori in mezzo alle cose buone» della dittatura, come ancora oggi siamo costretti ad ascoltare da alti esponenti delle istituzioni, per opporvisi senza timore.

Durante la Resistenza, appena diciottenne, divenne staffetta del Partito (quello di cui non serviva specificare la qualifica politica) sul fronte di guerra della linea gotica, quello diviso tra le tante stragi ed i crimini nazifascisti da un lato e la lotta partigiana di Liberazione dall’altro.

Per significare il carattere popolare di un conflitto asimmetrico come la guerriglia, Tina raccontava sempre di quando durante una sua missione di collegamento venne salvata dalle donne riminesi che, «anche se fingevano di non sapere chi io fossi e cosa facessi mi avvertirono di una retata dei tedeschi a poca distanza e mi fecero tornare indietro».

Arrestata con un fratello e la madre a seguito della delazione di una spia italiana (che a partire dagli anni Novanta avrebbe dovuto chiamare «ragazzo di Salò» secondo la nuova linea dell’ex Partito) riuscì a fuggire durante un bombardamento Alleato mentre veniva deportata nel campo d’internamento di Fossoli.

Iscritta al Pci dal 1944, la prima tessera le venne consegnata da Pietro Ingrao, ha continuato la sua lotta nell’Italia libera e repubblicana sempre nel solco ideale e valoriale tracciato dalla Resistenza, identificata come radice d’origine della nostra fragile e complessa democrazia post-bellica e come eredità di vincolo rispetto alla conquista dell’uguaglianza sostanziale delle classi e dei ceti popolari dai cui proveniva e che aveva sempre rappresentato in seno al sindacato della Cgil.

L’opposizione irriducibile alla costruzione ideologica della società categoriale e razzista voluta dal fascismo e strutturata sulla base della discriminazione «per legge» dei diritti delle donne, degli omosessuali, dei dissidenti politici e degli ebrei è sempre stata il punto centrale del suo messaggio storico-politico. Ed il riemergere di istanze regressive nel cuore della nostra modernità venivano da lei identificate prima ancora che con un «eterno ritorno» del fascismo come una profonda crisi della democrazia.

È dentro questa dimensione interpretativa della crisi democratica e delle torsioni divisive che la attraversano che il carattere storico dell’antifascismo riassume una centralità reale che non si limita all’opposizione ideale al riemergere dell’estrema destra in Italia ed in Europa ma come «teoria dello Stato» intesa come risposta storica democratica e pluralista alla complessità del presente, in grado di stabilire una relazione diretta e reale con quelle periferie sociali, culturali e politiche che la crisi internazionale del sistema economico ha spinto verso la paura del «diverso» e verso un sordo egoismo sociale di sopravvivenza.

È lungo questo crinale che l’eredità di Tina Costa e della Resistenza assume il senso di istanza del presente e non di retorica celebrativa del passato. Attraverso la sua grammatica partigiana la dirigente dell’Anpi sottolineava, soprattutto ai tanti giovani incontrati quotidianamente nelle scuole, la necessità del sapere critico e della conoscenza della storia come vaccini indispensabili in una società che tutto cancella nel breve volgere di un giorno esponendoci ai gravi pericoli connessi ad un vissuto senza passato.

Il suo «bisogno di memoria» mal si acconciava alle cerimonie ufficiali riecheggiando piuttosto le parole di Piero Calamandrei che nel 1953 davanti al ritorno nel Parlamento dei deputati neofascisti evocava i caduti della Resistenza per ammonire i vivi dell’Italia democratica «Non rammaricatevi dai vostri cimiteri di montagna se giù al piano nell’aula ove fu giurata la Costituzione murata col vostro sangue sono tornati da remote caligini i fantasmi della vergogna, troppo presto li avevamo dimenticati».

La camera ardente per Tina si terrà venerdì 22 marzo dalle 10,00 alle 15,00 presso la Casa della Memoria e della Storia, Via San Francesco di Sales 5 a Roma

* Fonte: Davide Conti, IL MANIFESTO

Bergamo è da sempre considerata terra bianca, di tradizioni conservatrici, influenzata da una forte presenza clericale. Ma, a suo modo, è una città, per certi versi, anomala. Come per reazione a questa chiusura ha infatti prodotto, nella storia, fenomeni di segno opposto. Malgrado nei secoli della dominazione veneziana Bergamo fosse la terra più fedele alle tradizioni della Serenissima, la prima repubblica napoleonica, prima della Repubblica Cisalpina, fu proprio la Repubblica Bergamasca.

Come è noto fu poi la terra bergamasca a fornire il maggior numero di partecipanti alla spedizione dei Mille di Garibaldi, tanto che alla città fu conferito il titolo di «Città dei Mille». Anche in seguito la terra bergamasca dimostrerà la propria capacità di reagire al prevalente clima tradizionalista. Con la seconda metà degli anni Sessanta sorgono importanti fenomeni politici e sociali nell’ambito del mondo studentesco e operaio.

Poi, con la radiazione del gruppo del Manifesto dal Partito comunista italiano, dalla sonnacchiosa federazione di Bergamo se ne andrà buona parte del gruppo dirigente, con il segretario provinciale e unico deputato, Eliseo Milani. La reazione alla cappa perbenista ha peraltro prodotto anche fenomeni negativi: basti dire che a Bergamo, nel periodo dei cosiddetti «anni di piombo», si riscontrarono forti presenze di organizzazioni terroristiche e, in particolare, di Prima linea.

In questo contesto attutito, può accadere che un giovane, come si dice, «di buona famiglia», con un buon lavoro, una moglie e due figli adolescenti, possa decidere di partire per la Siria a combattere il cosiddetto Stato islamico a fianco del popolo curdo. Una scelta dalla parte giusta, certo, ma forse un po’ estrema, difficile da spiegare, anche se oggi in molti vi si cimentano.

Giovanni Francesco Asperti era figlio di Piero Asperti, storico compagno del Manifesto e poi del Pdup, e della sorella di Giuseppe Chiarante, più volte parlamentare comunista. Iniziato alla politica nella Democrazia cristiana bergamasca (era stato anche presidente dell’Azione cattolica), Piero Asperti, con Lucio Magri, Giuseppe Chiarante, Carlo Leidi, costituì presto un gruppo di opposizione interno al partito, che poi abbandonò per aderire al partito comunista.

L’occasione fu data da un forte conflitto sindacale in corso presso la Dalmine, nell’ambito del quale, con Eliseo Milani, venne convocata la prima conferenza operaia comunista, centrata sull’analisi delle innovazioni intervenute nell’organizzazione del lavoro. Cosa che indusse molti operai della fabbrica ad aderire al Pci. Con la radiazione del Manifesto da parte del Pci, Magri, Leidi e Asperti rappresenteranno un nucleo portante del nuovo movimento.

Piero Asperti faceva il medico presso il Centro provinciale antitubercolare. Ma anche in quel campo la politica era la sua ispirazione. Anzitutto la scelta della medicina pubblica. Era quello che si può definire, nella tradizione gramsciana, l’intellettuale «organico alla classe operaia». Era convinto non solo della insufficienza, ma anche della funzione «classista» di un sapere scientifico separato dalle condizioni materiali di vita degli uomini e delle donne.

Da qui, il suo forte protagonismo nel campo della medicina del lavoro, la sua direzione della Commissione Salute del Pdup, il suo lavoro come medico dell’Inca (il patronato della Cgil) e al dispensario di Ponte San Pietro, lo straordinario impegno nella inchiesta sulle morti per tumore alla vescica fra i lavoratori della Sbic di Seriate.

Lo ricordo nel Pdup come uno dei dirigenti più autorevoli, per quanto un po’, per così dire, «ruvido». Non parlava spesso, ma non faceva mai, come altri, interventi prolissi o inconcludenti. Insomma, quando parlava lo si ascoltava. In silenzio. Quando mi sono iscritto al Pdup, giovane procuratore legale, non sapevo come mi avrebbero accolto, figlio di un ex sindaco democristiano. Qualche diffidenza in fondo me la potevo aspettare. Invece non ci fu da parte di nessuno. E Piero, che faceva parte del gruppo degli «anziani», con Carlo Leidi, Giuseppe Taino, Alberto Paganoni, mi accolse subito con simpatia. Mi fece sentire «a casa». Ho poi sempre ricordato questo suo atteggiamento amichevole nei miei confronti.

Anche in anni successivi, dopo la confluenza del Pdup nel Pci, abbiamo avuto occasione di rivederci. Quando, con altri compagni di avventura, fondammo un giornaletto chiamato «Settegiorni a Bergamo e altrove» e girammo tra le conoscenze sensibili per chiedere sostegno finanziario, Piero fu subito convinto dell’impresa e contribuì generosamente. Nel 2014, a dieci anni dalla morte, il comune di Ponteranica, dove ha sempre vissuto, gli ha dedicato una piazza.

Non si può dire fosse un carattere mite; anzi, era piuttosto un tipo sanguigno. Tuttavia credo che difficilmente si potesse aspettare un figlio che sceglie di sacrificare la vita per la libertà di un altro popolo, in un’altra parte del mondo.

* Fonte: Carlo Simoncini, IL MANIFESTO

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Giovanni Francesco Asperti, una scelta dalla parte giusta

Italia/Siria. Un ricordo di Hîwa Bosco dal gruppo del manifesto e dall’ex gruppo dirigente del Pdup di BergamoCarlo Simoncini ha raccontato di Piero Asperti, un ricordo in cui noi tutti che lo abbiamo conosciuto bene ci riconosciamo, perché Piero è stato davvero un pezzo della nostra storia, quella particolarissima del Manifesto e del Partito di Unità proletaria per il comunismo (Pdup) di Bergamo che, non a caso, abbiamo sempre un po’ considerato la capitale della nostra avventura politica.

Quando alla tv abbiamo sentito quel cognome attribuito a un italiano, Francesco, andato a combattere in Siria col nome di «Hiwa Bosco» a fianco dei curdi del Rojava contro lo Stato islamico, abbiamo sussultato: parente di Piero, il nostro straordinario compagno medico; nipote di Beppe Chiarante, amico-fratello di Lucio Magri; fratello di Stefano, docente alla facoltà di lettere alla Sapienza che tutt’ora chi di noi sta a Roma incontra a casa di Sara, la vedova di Bebbe? Sì, non solo parente, ma figlio, il più piccolo di quattro.

Francesco aveva solo 52 anni, parecchio più giovani anche dei più giovani fra noi, e nessuno lo conosceva. Non abbiamo dunque alcun elemento per capire la sua scelta. Sappiamo però che, per quanto discutibile è stata una scelta dalla parte giusta, per combattere a fianco dei curdi, contro l’Isis ma anche contro tutti i dittatori che quel popolo cercano di sterminare e che però non sono mai riusciti a piegare, una popolazione cui Francia e Gran Bretagna, alla caduta dell’Impero ottomano, negarono il diritto di diventare una nazione, perché nel loro territorio c’era molto petrolio ma anche molta popolazione evoluta che ne avrebbe rivendicato il controllo; e che per questo motivo fu divisa fra quattro stati satelliti.

A Francesco Asperti vogliamo prestare onore, ed essere vicini a tutti i suoi familiari

L’ex gruppo dirigente del Pdup di Bergamo: Gabrio Vitali, Arialdo Ciribelli, Bruno Ravasio, Angelo Bendotti, Gian Gabriele Vertova, Sandro Pedercini, Sergio Cisani,Agostino Agostinelli, Mario Mangili, Gilberto Montanelli, Maria Teresa Cortinovis,Giorgio Zenoni, Carlo Simoncini, Vittorio Armani
E da Roma, Tommaso Di Francesco, Luciana Castellina, Rossana Rossanda

Toronto, 11 settembre 2001. Erano all’incirca le 8 del mattino e stavo consumando una frettolosa colazione in albergo prima di correre a una riunione ( erano i tempi in cui ero presidente dell’Agenzia per il cinema italiano ed ero in Canada per uno dei più importanti festival/ mercato di film del mondo ), quando, guardando distrattamente lo schermo sempre acceso della TV in un angolo della sala, vidi le immagini di un incidente aereo. Nelle vicinanze delle altissime torri costruite da poco a New York. Mi alzai senza dar troppo peso a quella notizia, di incidenti aerei ce ne sono tanti. Fu Bernardo Bertolucci – anche lui a Toronto per il Festival – che, poco dopo, mentre nessuno aveva ancora capito cosa era accaduto e io stavo tranquillamente raggiungendo la mia riunione, ad avvertirmi che, forse, non si trattava di un comune incidente. Era infatti accaduto l’«11/9», una svolta epocale.
Passai insieme a Bernardo e a sua moglie Claire l’intera giornata appiccicati allo schermo TV della loro stanza ascoltando e guardando per ore le notizie e le immagini in diretta che arrivavano da New York, stesso fuso orario di dove noi ci trovavamo.

SE NON FOSSE stato per lo sbigottimento e l’orrore della vicenda che ci si snocciolava dinanzi agli occhi, e soprattutto per le terribili conseguenze che quell’evento ha poi prodotto, potrei dire che quella giornata è stata per me una straordinaria esperienza. Ore e ore a discutere del mondo insieme a Bernardo, vale a dire a qualcuno che del mondo era stato un interprete lucidissimo e assai precoce. Per questo, assistere con lui allo stravolgimento che si annunciava aveva un valore particolarissimo.

DELLA INSORGENZA che quest’anno che celebriamo per via del suo cinquantenario, il ’68, e che – quali che siano le interpretazioni riduttive che ne hanno dato i media del potere e qualche protagonista pentito – non ha vinto ma ha fatto sì che il mondo, dopo, non fosse più lo stesso, Bernardo aveva capito con anticipo la portata storica. Aveva intuito cosa stava covando nella società e ne aveva dato atto con i suoi primi film, mai direttamente politici, ma capaci di illuminare la politica solo che fosse disposta a capire.

QUEL PRESASSANTOTTO fu un tempo prezioso, un’epoca che aprì gli occhi ad una generazione che poco tempo dopo volle diventare soggetto di una lucida rivolta ma che potè esserlo perché in quegli anni la cultura un po’ bigotta, provinciale, della sinistra tradizionale, si era finalmente aperta alla contaminazione con altre culture non ortodosse, la sociologia americana, la scuola di Francoforte, la New Left inglese. E alla variegata assai creativa intellighenzia francese. Il cinema ebbe in questo contesto un ruolo decisivo, e infatti in quei primi anni ’60 si moltiplicarono ovunque i cineforum. In Italia sorsero come funghi e i film dei nuovi registi vennero visti persino negli scantinati o, come a Bologna, per via dell’iniziativa di quelli che poi fecero radio Alice, addirittura in una sala parrocchiale affittata. Bernardo Bertolucci di quella stagione è stato in Italia un protagonista, la sua scomparsa, per questo, colpisce oggi tutta intera una generazione.

RICORDARE quel tempo induce a riflettere sul ruolo che possono avere gli intellettuali o quello che invece non riescono ad assumere. Dipende da tante cose, non è colpa degli intellettuali italiani, e non solo, se si registra oggi un drammatico declino della loro funzione. Ma quel vuoto è pesante, è uno degli aspetti più gravi della debolezza della sinistra.
Dovrebbe far riflettere di più. Sarebbe stato bello farlo insieme a Bernardo ancora una volta. Purtroppo se ne è andato, dopo gli anni tristi di quella maledetta operazione alla schiena andata male che lo aveva costretto su una sedia a rotelle. Ciao Bernardo, grazie da un giornale, il manifesto, che ha cominciato a pensarsi proprio in quegli anni di cui ho parlato.

* Fonte: Luciana Castellina, IL MANIFESTO

Ieri, giovedì 30 agosto è morto Piero Del Giudice, scrittore, poeta, giornalista, insegnante, critico d’arte, nonché studioso di storia del lavoro. E, prima ancora e assieme, militante operaista, attivista politico e figura di riferimento intellettuale della sinistra, prima nel Circolo Lenin, poi in Lotta Continua, infine nell’area di Senza Tregua e dei CoCoRi (Comitati Comunisti Rivoluzionari), per i quali venne arrestato all’inizio del 1980 e giudicato nel maxiprocesso PL-CoCoRì, per essere poi scarcerato l’8 gennaio del 1986, allorché gli viene concessa la liberta’ provvisoria. E’ stato fortemente impegnato anche in campo sociale, sui temi della psichiatria, vicino all’esperienza di Trieste con Franco Rotelli e della solidarietà internazionale, con molte iniziative nella ex Jugoslavia.

Di Casalmaggiore, era ricoverato all’ospedale S. Giuseppe di Milano, città dove risiedeva con la moglie Adriana, dopo che sul finire di luglio era stato improvvisamente colpito da una grave polmonite, che si era complicata e ha portato all’esito nefasto.

Piero era nato nel 1940. È stato allievo di Francesco Arcangeli. Ha scritto e collaborato con numerosi quotidiani e riviste; ha collaborato con le maggiori riviste italiane, con radio e televisioni italiane e estere; è stato redattore centrale del mensile “Galatea” e presidente della Coop Suada Dilberovic con sede a Sarajevo.
Tra i suoi libri, Gli Impressionisti (Mondadori, 1962), L’evidente povertà dei mezzi (poesie, Guanda, 1978), Sarajevo! (Nicolodi, 2001); Morire per Sarajevo (Edizioni E, 1994), Oltre la merce (poesie, Shakespeare & Company, 1983), saggi sull’informale e la nuova immagine in pittura, ricerche storiche sul lavoro produttivo. Ha voluto e curato edizioni italiane dell’opera di Abdulah Sidran, Filip David e Marko Vesovic.

Sull’esperienza del carcere ha pubblicato Le nude cose. Lettere dallo “speciale” (Spirali, 1983)

qui è possibile leggere numerosi suoi articoli

Ha attraversato la seconda metà del Novecento assistendo alla conferma e alla smentita delle sue tesi sullo sviluppo ineguale che lo hanno reso noto a livello mondiale. La tendenza e la voracità capitalistica planetaria, scriveva già agli inizi degli anni Sessanta Samir Amin, dovevano tuttavia aver bisogno della permanenza di economie non capitaliste per consentire alle merci del centro dell’impero di avere sbocchi di vendita, permettendo l’accesso predatorio alle risorse naturali del Sud del pianeta attraverso politiche neocoloniali e imperialiste.

QUESTO SCRIVEVA Samir Amin, morto ieri nella capitale francese a 87 anni, dopo la laurea parigina, l’esperienza nel Consiglio per lo sviluppo egiziano durante il breve e intenso periodo nasseriano, il ruolo di Ministro dello Sviluppo economico nel Mali. A quel punto di vista rimase sempre fedele, con la capacità tuttavia, di modificarlo, aggiornarlo e articolarlo alla luce delle trasformazioni del capitalismo dopo la risacca del movimento dei paesi non allineati, il crollo del socialismo reale, la sconfitta dell’ipotesi maoista di un socialismo diverso da quello sovietico, la globalizzazione.

Samir Amin nasce al Cairo nel 1931 da padre egiziano e madre francese. Si trasferisce a Parigi per frequentare l’università. Nella sua autobiografia ha descritto gli anni universitari come un intenso periodo bohemienne durante il quale ha stabilito rapporti con intellettuali provenienti da tutto il mondo. Quelli di Parigi sono anche gli anni della militanza politica, prima nel Partito comunista francese e poi nei primi gruppi «cinesi». Feroce, dopo la scelta maoista, la sua critica all’espansionismo sovietico e alla convinzione terzointernazionalista che lo sviluppo economico doveva necessariamente passare attraverso una intensiva industrializzazione.

IL RITORNO AL CAIRO è qualificato come una tappa fondamentale nella sua educazione sentimentale alla politica. Aderisce al panarabismo per poi prenderne le distanze. Tutto lascia prevedere una sua carriera istituzionale nel sottobosco ministeriale egiziano. La scelta di trasferirsi in Mali e di accettare il posto di Ministro dell’Economia è però una smentita di chi lo vede già parte della nomenklatura egiziana.

Sono gli anni in cui Samir Amin entra in contatto con quel gruppo di economisti, sociologici, filosofi che affronta il rapporto fortemente conflittuale tra sviluppo e sottosviluppo. André Gunter Frank, Emmanuel Arghiri, Immanule Wallerstein, Giovanni Arrighi, lo stesso Amin costituiscono, presi nel loro insieme, un laboratorio teorico e politico che accumula materiali e proposte da mettere a disposizione delle esperienze politiche nazionaliste e antimperialiste che ha come rispecchiamento politico la Cina maoista, ovviamente, ma anche tutte quelle forme politiche che in Europa, Asia e Africa puntano a intraprendere vie inedite allo sviluppo economico, tra le sirene capitaliste di Scilla e quelle sovietiche di Cariddi.

Lo sviluppo capitalista esercita una vocazione egemonica che punta a disegnare il mondo a sua immagine e somiglianza, ma la persistenza di forme economiche non capitalistiche può costituire il porto di imbarco per modi di produzione sperimentali. Samir Amin è uno dei teorici più impegnati su questa scommessa politica. È l’unico che sceglie di lavorare e vivere nel Sud del mondo. Partecipa attivamente ai lavori del Forum del terzo mondo, tessendo una rete di rapporti e relazioni intellettuali e politiche sopravvissute anche dopo la sconfitta del movimento dei paesi non allineati.

NEGLI ANNI OTTANTA, arriva a teorizzare la necessità di un de-linking, uno sganciamento cioè delle economie nazionali dalle interdipendenze di una capitalismo sempre più globale. La sua è una posizione rispettata, ma minoritaria anche in campo marxista. Solo negli anni d’oro della globalizzazione neoliberista il suo punto di vista incontrerà l’interesse degli attivisti del movimento noglobal nel Sud del mondo.

IL VOLTO SORRIDENTE, cordiale, glamour di Samir Amin diventerà una presenza costante nei forum sociali di Porto Alegre. È una delle voci più ascoltate tanto in Asia che in America latina, anche per le sue analisi sulla crisi del capitalismo. A differenza di molti altri critici dello sviluppo, Amin è infatti convinto che la crisi del capitalismo non è un fatto accidentale, ma strutturale e che il doppio legame tra sviluppo e sottosviluppo era necessario proprio per gestire le crisi da sovrapproduzione, finanziarie e di «composizione organica del capitale» che caratterizzano l’economia mondiale.

Negli ultimi anni, il non più bohemienne Samir Amin era diventato consapevole che la distinzione tra primo, secondo e terzo mondo non funzionava più. Talvolta introduceva un tema che nel suo schema analitico non era mai stato previsto: cioè che lo sviluppo capitalistico non prevedeva più un «dentro» e un «fuori» e che lo «sganciamento» dal capitalismo era la mission impossible che richiedeva un surplus di intelligenza politica della quale non c’era traccia nel mondo dominato dal pensiero unico. Accenni di un possibile nuovo percorso di ricerca mai decollato.

IN UNO DEGLI ULTIMI SCRITTI ha difeso il modello cinese, sostenendo che la trasformazione della Cina in «fabbrica del mondo» non era espressione di un capitalismo governato dallo Stato, ma una contraddittoria esperienza di un socialismo di mercato che poteva costituire una alternativa al moloch della globalizzazione neoliberista. Una speranza, la sua, non proprio espressione di un principio di realtà di un intellettuale militante del lungo Novecento.

Una bibliografia

Il primo libro di Samir Amin pubblicato in Italia è stato «Lo sviluppo ineguale». (Einaudi, 1977). Bisogna attendere molti anni prima che la casa editrice Asterios pubblichi «Il capitalismo nell’era della globalizzazione» (1997), seguito da «Il virus liberale. La guerra permanente e l’americanizzazione del mondo» (Punto rosso, 2004), «La crisi. Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi?» (Punto rosso, 2009). Suoi sono anche «Per un mondo multipolare» (Punto rosso, 2006), «Il mondo arabo. Sfide sociali, prospettive mediterranee» (Punto Rosso, 2004), «Il mondo arabo nella Storia e oggi» (Punto Rosso, 2012). «Ottobre ’17: ieri e domani» (MarxVentuno) è il titolo del suo dialogo con Andrea Catone sul centenario della Rivoluzione russa.

* Fonte: Benedetto Vecchi, IL MANIFESTO

Graziella Mascia si è spenta all’alba di domenica 11 marzo. Se ne è andata un’amica, una compagna, una sorella. Così è stata Graziella per me ma anche per tante e tanti che l’hanno conosciuta.

Militante e dirigente della sinistra politica, prima nel Pci e poi in Rifondazione comunista, instancabile nelle lotte a sostegno dei diritti di chi ne era escluso. La sua esperienza parlamentare è stata la prova di come Graziella intendeva agire una politica di servizio. È stata la prima ad andare con una delegazione del Prc a Porte Alegre al Forum mondiale per gridare un altro mondo è possibile quando sembrava di nuovo essere tornata la primavera e poi a Genova a fianco di tutti e tutte i giovani e le giovani anche quando la primavera non fu più.

Non a caso dopo il massacro della Diaz e la morte di Carlo Giuliani indagò con passione e dedizioni i fatti avvenuti conducendo un lavoro prezioso per il comitato parlamentare di indagine sul G8 ancora oggi molto utile per chi vuole capire gli orrori avvenuti.

Terminato il mandato parlamentare volle dar seguito al suo impegno per costruire e irrobustire una coscienza civile e fondò l’associazione Altra Mente di cui fu presidente fino a quando passò a me il testimone. Amava studiare e ha continuato a farlo fino alla fine.

Intellettualmente curiosa leggeva i fatti del mondo con lente critica. Operava così anche quando fu eletta vicepresidente della Sinistra europea, sempre inclusiva e aperta al confronto con le tante anime europee.

Graziella credeva nei giovani a partire dalle sue figlie e da suo nipote che amava con assoluto trasporto.

Il male l’ha colpita improvvisamente cogliendola in contropiede. Propria lei tifosissima interista aveva un varco aperto da dove si è insinuata la malattia. Ha affrontato il male, il dolore, le cure con una pazienza certosina sapendo che non poteva sconfiggere il cancro ma non gli si è abbandonata.

È stata una guerriera come lo è stata sempre nella vita attiva, strappando giorno dopo giorno momenti felici alla malattia.

Non ci ha trasmesso paura, solo grande coraggio scevro da retorica. Ha continuato a operare per Altramente, a curare i suoi interessi, a parlare e discutere di politica e di calcio fino a qualche giorno fa.

Graziella continuerà a stare con noi. Cammineremo nel suo ricordo ancora insieme .

A Roma la ricorderemo martedì 20 alle 15.30 presso lo spazio Altramente in via Laparelli 60.

FONTE: Patrizia Sentinelli, IL MANIFESTO

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