Addii & Ricordi

In occasione della scomparsa di Filippo Maone, storico editore e tra i fondatori del manifesto, ripubblichiamo l’articolo che scrisse in occasione dei 50 anni del giornale. Un racconto appassionato dei primi passi della rivista e del quotidiano

 

Nel ricco supplemento che accompagnava il manifesto nel giorno del suo cinquantenario, lo scorso 28 aprile, Luciana Castellina ha ben riferito dei ragionamenti che portarono il gruppo promotore dell’intera impresa politica alla scelta, unanime, di porre termine alla pubblicazione dell’originario mensile nato nel giugno 1969 e di fondare un omonimo quotidiano. Che iniziò a vivere, appunto, nell’aprile del 1971.

Un netto e molto impegnativo cambio di passo. Non c’è dunque bisogno di tornare alle informazioni già date ai lettori, per cui mi limiterò a rievocare solo alcuni passaggi salienti del lavoro che mi toccò di svolgere.

LA MESSA A PUNTO del progetto in ogni sua parte prese avvio nel novembre del ’70. A prendersene carico furono, tutti insieme, i componenti del piccolo gruppo che ormai possiamo definire storico. Da cui ricevetti il graditissimo segno di stima d’avermi voluto aggregare.

A me fu chiesto di impostare la struttura editoriale, sia dal lato produttivo sia da quello diffusionale, con la costante attenzione al bilancio e alla salute economica della cooperativa. Materie delle quali non avevo alcuna esperienza, ma si fece conto su qualche mia precedente dimostrazione di sapermela cavare come organizzatore, e scommettendo che mi spuntasse pure la necessaria capacità di apprendimento veloce.

Mentre per l’amministrazione vera e propria si pensò a Giuseppe Crippa, suggerito e supergarantito da Eliseo Milani, che lo aveva potuto valutare alla prova di una similare funzione alla Federazione del Pci bergamasco, di cui lui era segretario.

Per il grosso della redazione si fu tutti orientati a un generale ringiovanimento, fatto salvo il prestigioso e fondamentale gruppetto dei maturi compagni che, fin dal ’69, avevano condiviso tutto il nostro percorso (mi riferisco a Ninetta Zandigiacomi, Marcello Cini, Lidia Menapace, e pochi altri). Ma era un’epoca di gioventù prorompente, portatrice di fermenti che ci interessava fare entrare nelle nostre stanze redazionali.

Solo la fortissima carica di motivazioni che ci animava permise a ognuno di noi di sopportare la fatica di quei mesi. In primis ci buttammo tutti a raccogliere sottoscrizioni per almeno 50 milioni di lire, indispensabili per non bloccarci prima dell’uscita in edicola.

Non fu facilissimo, ma neanche tanto difficile. Ai modesti versamenti dei compagni già impegnati nei circoli sparsi per l’Italia, che raramente superavano le 10 mila lire, cercammo di aggiungerne altri più sostanziosi da ambienti meno squattrinati.

OLTRE AI DUE MILIONI (uno a testa) ricevuti da Simone Signoret e Yves Montand, arrivammo a metterne insieme un’altra ventina da ben più di venti generosi donatori.

Ne cito due molto noti, entrambi del mondo del cinema. Uno fu Gian Maria Volonté, che ebbi la faccia tosta di avvicinare per puntare subito al sodo, ricevendone in cambio un convinto milione di auguri.

L’altro mi fu indicato dal regista Elio Petri, con l’assicurazione d’averlo già «preparato». A casa sua Ugo Tognazzi mi accolse molto gentilmente, scambiammo due chiacchiere e infine mi dette una busta dicendomi con un sorriso: «Mi spiace di non poter fare di più». L’assegno era di un milione (oggi sarebbero circa 9mila euro, ndr).

Per tutto il periodo preparatorio lavorai ininterrottamente a stretto contatto con Luigi Pintor. Fu lui ad aprirmi alcune strade decisive. In primo luogo mi fece conoscere il massimo esperto di diffusione a l’Unità, che in via riservata gli aveva confidato di condividere in pieno la nostra battaglia. Quel compagno, di cui ora mi sfugge il nome, e me ne spiace molto, mi insegnò tutto ciò che c’era da imparare del mestiere.

Inoltre Luigi, attraverso Giorgio Bocca, che allora lavorava a Il Giorno – e con il consenso del direttore Italo Pietra, partigiano socialista – mi rese agevole la stipula di un contratto per associare il manifesto al loro capillare sistema di trasporti mediante autoveicoli, in tutto il Nord, con base a Milano. Dove il nostro quotidiano sarebbe arrivato in aereo con un volo postale (purtroppo in orario assai anticipato rispetto alla partenza delle macchine e dei camioncini, con la conseguenza d’essere obbligati a «chiudere» il giornale alle 18, senza le notizie della serata).

Medesima combinazione, compreso il disagio degli orari, attivammo anche per Calabria, Sicilia e Sardegna, ma appoggiandoci al Corriere dello Sport. Fu sempre Luigi a facilitare un’analoga intesa, anche se di minore ampiezza, con il Corriere della Sera.

Telefonò al direttore Piero Ottone, gli chiese di ricevermi e mi fissò un appuntamento. Quando arrivai a via Solferino, una volta eseguite le classiche formalità dei palazzi importanti, vidi comparire in cima alla breve scala di entrata, alla base della quale io sostavo in attesa, un uomo claudicante che, scendendo lentamente, mi faceva cenno con la mano di non andargli incontro, finché non mi raggiunse. Soltanto allora abbassò la mano per tendermela e stringere la mia più a lungo del normale. Era, inconfondibile, Piero Ottone.

Camminando verso il suo ufficio mi volle spiegare il motivo del suo comportamento: d’aver voluto attenersi a un’antica tradizione – non ricordo più di quale origine – che consisteva nel misurare il gradimento di un ospite da quanti gradini il padrone di casa scendeva per accoglierlo. E lui, quella volta, non me ne aveva lasciato neanche uno da salire.

Trovo l’episodio un po’ divertente, ma anche significativo della considerazione in cui venivamo tenuti noi, un’accolita di marxisti e comunisti, da una buona fetta del mondo liberal-democratico. Ne trassi beneficio già al momento, stringendo con il dirigente del relativo reparto un buon accordo, finalizzato ad arrivare nelle edicole di piccole e medie cittadine del Nord, non incluse nel contratto firmato a Il Giorno.

RESTA DA DIRE QUALCOSA su come risolvemmo il problema dei macchinari necessari alla redazione e quello della produzione materiale del giornale, cioè la stampa. Sul primo punto oso dire che, per fortuna, considerata la magrezza dei nostri conti correnti, all’epoca non c’erano ancora i costosi «sistemi editoriali», composti da computer per ciascun redattore, tutti contemporaneamente collegati a una centralina a sua volta in linea col reparto grafico e con la tipografia.

CI BASTARONO le modeste macchine da scrivere, che per circa la metà arrivarono dalle case di chi ce l’aveva, e per il resto trovammo di seconda mano. Ma le telescriventi, indispensabili per ricevere le notizie dalle principali agenzie, le dovemmo comprare.

Siccome le produceva la Olivetti, pensai di rivolgermi allo scrittore Paolo Volponi, che conoscevo bene da parecchio tempo, e che all’epoca lavorava proprio in quella speciale azienda come capo del personale. Fu una mossa giusta, perché Volponi ci fece ottenere le quattro telescriventi che ci occorrevano con uno sconto stratosferico.

Quanto alla questione della stampa va detto che ci trovammo ad attraversare in pochi anni un travolgente sviluppo tecnologico (come peraltro in tutti i settori attinenti). Dal sistema a piombo, che comportava la ribattitura dei testi – dattiloscritti e consegnati dai redattori – da parte dei linotypisti, si passò a quello chiamato offset. Che annullava definitivamente quel passaggio, e impose perciò la riqualificazione di quei tipografi per mansioni diverse nel ciclo produttivo, oltre che un radicale cambiamento nella preparazione delle matrici da applicare alla rotativa. Influendo notevolmente sul lavoro della redazione, chiamata alla modifica di consolidate abitudini nell’incontro con l’invenzione digitale.

Il tutto coincise con un guaio molto serio, che mise in crisi tutto l’impianto della nostra distribuzione. Avvenne che i voli postali furono cancellati per alcuni mesi e spostati d’orario per gli altri, ma verso la piena notte, in direzione inversa a quanto ci sarebbe servito. Ci trovavamo, più o meno, alla metà degli anni ’70.

DIPESE DA QUESTI FATTI l’operazione più ardita che si decise di affrontare entro il tempo delle mie attribuzioni, che poi durò fino alla fine del 1982.

Procedemmo in tre fasi. Già sapevo che due quotidiani, unici in Italia, stavano sperimentando l’uso di una macchina in grado di scannerizzare e trasmettere a distanza, per mezzo di linee telefoniche dedicate, le matrici delle loro pagine.

Lo scopo era di dividere l’intera tiratura in due o più punti di stampa, anche molto lontani tra di loro. I giornali erano La Stampa e Avvenire. Con una grossa differenza, però, tra l’uno e l’altro: il tempo di trasmissione di una pagina di Avvenire era addirittura di 27-28 minuti, che scendevano a soli 3 (ancora troppi alla luce dei progressi odierni) per La Stampa. A cui dovette arrivare la voce che l’argomento ci interessava, giacché nel giro di pochi giorni ricevetti una telefonata dall’ingegnere che si occupava di innovazioni in quel campo, il quale mi disse che il loro apparecchio era un prototipo Siemens, e che erano disposti a cederlo per acquistarne due o tre in corso di produzione e un po’ più perfezionati, anche se quello che stavano provando funzionava benissimo.

Gli chiesi di osservarlo all’opera e concordammo di incontrarci a Torino. Lì mi resi conto che il grosso trasmettitore era in grado di soddisfare in pieno le nostre esigenze. E fui anche attirato sia dal prezzo che mi proposero – portato a 15 milioni, con rateazione lunga, dai 50 del listino – sia, quasi di più, dalla promessa di una loro ufficiale garanzia triennale.

LA SECONDA TAPPA fu quella di convincere Lanzara, il proprietario della tipografia di Roma dove si stampava tutta la tiratura del giornale, a impiantare una rotativa anche a Milano, nel grandissimo scantinato che da tempo avevamo preso in affitto per dare una sede fissa alla squadra redazionale del Nord.

Il piano andò in porto abbastanza presto, e il problema degli aerei si risolse in radice, determinando una situazione perfino migliore della precedente, tenendo conto che da quel momento il manifesto poté allungare la giornata lavorativa, e non privarsi più del flusso di notizie fino allo stesso orario degli altri quotidiani.

UN’IMPREVISTA OCCASIONE ci portò alla terza e conclusiva fase. Un giorno, all’improvviso, il proprietario dello scantinato ci disse seccamente: ho bisogno di liquido, o comprate voi il locale o devo sfrattarvi per metterlo in vendita. Cominciò una trattativa che si protrasse per un paio di mesi, alla fine dei quali arrivammo a strappare condizioni che ci parvero ottime. Prezzo: circa 60 milioni (tra 220 e 250 mq, non ricordo esattamente) da pagare in 3 anni, con tasso d’interesse più che ragionevole.

NON POSSO DIRE CHE FU una passeggiata, ma riuscimmo a superare agilmente le maggiori difficoltà. Al termine di questo tratto di cammino mi restò solo un rammarico: di non aver potuto portare a buon punto, e neanche almeno ad avviare, una operazione di medesimo significato, pur se ridotta nelle dimensioni, in una città strategica del Sud.

Ci trovammo così, pur senza averlo mai pensato come obiettivo, ad avere in patrimonio la proprietà di un immobile. Che in anni successivi ai miei incarichi si rese utile a ridurre gli effetti pesanti di situazioni difficili.

E qui mi fermo, avendo oltrepassato non di poco lo spazio a mia disposizione. Tra racconto di fatti accaduti, nel corso della nostra storia, e mie considerazioni sulla stessa, ne avrei di altre cose da dire. Prima o poi ce ne sarà l’occasione.

Errata corrige

Un frettoloso e maldestro uso del cursore, nel tentativo di correggere una frase mentre scrivevo l’articolo poi comparso su «il manifesto» dello scorso 28 maggio, intitolato “Così partì la macchina del giornale”, ha peggiorato le cose fino a ribaltarne addirittura il significato. Per facilitare il confronto, mi sento in dovere di riportare qui di seguito le poche righe che comprendono l’errore e, sotto, quelle corrette con esattezza. Scusandomi con i lettori e con il cinquantenne giornale.

Filippo Maone

—————————————————————-

Dal sistema a piombo si passò a quello chiamato offset, che comportava la ribattitura dei testi – dattiloscritti e consegnati dai redattori – da parte dei linotypisti, la loro riqualificazione per mansioni diverse nel ciclo produttivo, e un radicale cambiamento nella preparazione delle matrici da applicare alla rotativa.

Le righe sopra riportate si trovano nella parte finale della quarta colonna dell’articolo apparso nel giornale del 28/5 (pag. 16), e vanno sostituite con quelle sottostanti (nell’articolo on line è già stato fatto nel corpo del testo, ndr)

Dal sistema a piombo, che comportava la ribattitura dei testi – dattiloscritti e consegnati dai redattori – da parte dei linotypisti, si passò a quello chiamato offset.Che annullava definitivamente quel passaggio, e impose perciò la riqualificazione di quei tipografi per mansioni diverse nel ciclo produttivo, oltre che un radicale cambiamento nella preparazione delle matrici da applicare alla rotativa.

* Fonte/autore: Filippo Maone, il manifesto

Nei primi anni Ottanta l’estate la passavamo a San Nicola Arcella, in Calabria. C’erano Annalisa Di Nola, figlia dell’antropologo, che cantava nel coro di Giovanna Marini, la stessa Marini con Paolo Pietrangeli e Franco Bifo Berardi. La sera Paolo mi portava con se nei paesi vicini dove lo invitavano a cantare, innanzitutto “Contessa”, la colonna sonora del lontano Sessantotto. Non ne poteva più di quella canzone.

Ma era sempre contento di incontrare i contadini comunisti. A volte, sulla spiaggia, discutevamo della voce interiore, che non poteva essere registrata, quella che anch’io sentivo quando leggevo un libro, che era poi quella che dettava libri e canzoni. Paolo veniva spesso nella nostra casa che avevamo affittato da Cecilia Capuana, fumettista molto nota in Francia. Mi chiese di scrivere una canzone per lui, ma mi venne una poesia. A casa di Annalisa una sera, sul tardi, mentre era tutto un cantare con le chitarre, un mafioso del luogo ci sparò alla finestra, per ammutolirci. Mite e amichevole venne a trovarmi a Roma con la proposta di scrivere la sceneggiatura di un film tratto dal mio romanzo “Cattivi soggetti”. Lavorammo sodo ma alla fine aveva raggranellato solo metà dei soldi necessari e la chiudemmo lì. Non aveva simpatie per Berlusconi, nonostante lavorasse a Canale 5.

Gli raccontai la forte emozione che provai nell’autunno del Sessantotto a Campo de Fiori sotto il palco a ridosso de la statua di Giordano Bruno, da dove ascoltai per la prima volta rabbrividendo “Contessa”, dopo una violenta dimostrazione per il centro della Capitale. La stessa emozione mi dava “Valle Giulia” e “Il vestito di Rossini”. Il film che voleva fare era quello di un ex sessantottino che tornava da una città industriale americana e ripercorrendo i luoghi romani dell’anno maledetto scopriva una sua amica di allora fotografata su un cartellone pubblicitario. Rincontrando i suoi compagni avrebbe avvertito la brusca trasformazione del nostro paese.

Era stato aiuto regista anche di Visconti di “Morte a Venezia” e della “ROMA” di Fellini. Tentò più volte di farsi eleggere nel parlamento italiano, una volta con Rifondazione comunista e poi recentemente con “Potere al popolo” senza esito positivo. Bello il suo documentario su G8 di Genova.

Si ammalò di nostalgia, di quando non scappavamo più dinanzi alla polizia di Valle Giulia. Ci ha lasciato a 76 anni. Su Facebook c’è una scia impressionante di post. Appaiono le foto di Paolo nella bagarre di Valle Giulia, quelle di quando, affollato di giovani, cantò “Il vestito di Rossini”. Giovanissimo, adulto invecchiato, anche quelle con il suo cane enorme e quando era insieme a Mariangela Melato. I commenti sono tutti di gente addolorata, di età diverse, dai più giovani a chi lo aveva ascoltato al Folk Studio. Paolo ha attraversato molte generazioni, che lo hanno ascoltato con lo stesso entusiasmo. A ben vedere il Sessantotto che traspariva nelle sue canzoni più note, era visionario, pieno di poesia e d’amore per gli ultimi e odio sincero verso i padroni e la borghesia che li sosteneva.

* Fonte: il manifesto

«Ci vuole una vita per capire cosa significa essere donna». «È tutto un lavoro, una prescrizione, un dubbio. Ti avvertono, te lo comandano». Sono frasi della Ragazza del secolo scorso, la ben conosciuta autobiografia di Rossana Rossanda.

In Le altre, il libro pubblicato più di 40 anni fa come raccolta delle trasmissioni di Radio 3 che Enzo Forcella, il suo grande direttore di allora – il 1978 – le aveva affidato per illustrare attraverso 10 parole essenziali il rapporto donne/politica non si disegna solo un quadro del dibattito che coinvolge il neonato movimento femminista italiano, si racconta, meglio di ogni altro scritto, il percorso compiuto da Rossana per capirsi come donna. Percorso politico e umano, perché per ogni donna la politica non può esser disgiunta dalla riflessione su sé stessa, è necessario ci metta il corpo; e l’anima.

Le altre torna ora con la manifestolibri – e proprio oggi, anniversario della scomparsa di Rossana – con l’aggiunta di una preziosa prefazione di Lidia Campagnano che allora aveva collaborato con lei alle trasmissioni di Rai3. Una buona iniziativa perché ci aiuta molto a conoscere un suo pezzo di vita, via via diventato sempre più importante e tuttavia per molti della stessa area Manifesto-Pdup, poco conosciuto: il percorso attraverso il quale approda al femminismo.

Mi piacerebbe avere il modo di parlarne più in dettaglio, perché come lei stessa ricorda in queste pagine, molti dei momenti più difficili affrontati in quel viaggio accidentato li abbiamo vissuti assieme: tutte e due, per generazione, educate all’«emancipazione», vale a dire all’idea che fosse necessario assomigliare il più possibile al maschio per liberarsi dell’«handicap» cui il nostro sesso ci aveva condannato e così poter accedere alla cerchia di quelli cui era dato il diritto e il potere di occuparsi delle sorti del mondo. Io un po’ più disponibile verso il nuovo femminismo, perché per ragioni in gran parte fortuite nei tanti anni di milizia Pci ero finita a lavorare negli aborriti settori separati destinati alle donne – prima la sezione femminile diretta da Nilde Iotti, poi all’Udi – mentre Rossana era rimasta una delle pochissime donne ad esser esentata da questa «umiliazione».

La sua naturale autorevolezza l’aveva esonerata, ma certamente la privò – e spesso mi ha poi detto quanto se ne rammaricasse – di una presenza diretta nel travaglio che accompagnò la scoperta del femminismo che investì in pieno la storica Udi, le cui dirigenti ebbero il coraggio, negli anni ’80, di procedere al suo scioglimento nel movimento.

Anche da noi l’incontro non fu affatto indolore, sebbene il Manifesto sia stata la prima rivista di sinistra a pubblicare già nei suoi primi numeri uno scritto femminista (firmato Cigarini, Pellegrini, Rasi) e poi il solo gruppo della nuova sinistra ad appoggiare pienamente le loro prime manifestazioni, fino anche a cedere loro a Roma una delle nostre sedi, poi divenuta famosa: via Pomponazzi. Ciononostante, le femministe cominciarono ad andarsene dal Partito.

Nel ’76 sul giornale viene pubblicata una pagina intera scritta dal collettivo di Bologna, titolo Le femministe se ne vanno: annuncia che non restituiscono la tessera del partito perché «il Pdup è un buon partito e sembrerebbe un gesto polemico», ma non la rinnoveranno perché sono giunte alla convinzione che «la nostra pratica politica non è conciliabile con la vostra». Risponde Rossana scrivendo sulla stessa pagina: «Penso abbiate torto. Il rischio è che l’Italia diventi come il resto del mondo cancellando l’esistenza di un grande movimento di massa di donne che è stata l’esperienza italiana e che restino solo sussulti di coscienza separati dal movimento di classe».

In un seminario a Bellaria era previsto che uno dei gruppi di lavoro in cui avrebbe dovuto articolarsi fosse dedicato al femminismo. Avrei dovuto coordinarlo io, le donne presenti nel partito erano ancora molte. Ma all’appuntamento ci ritrovammo in 4: io e 3 uomini! Le femministe non si presentarono. Un modo per farci intendere che non erano interessate a discutere con noi «maschi», ma a capire sé stesse. E infatti i gruppi di autocoscienza in cui le compagne si riversarono si moltiplicarono, diventando un necessario momento di autoinchiesta.

Rossana, originariamente la più diffidente, ebbe l’intelligenza – e la curiosità – di impegnarsi a capirle e da allora lesse, scrisse, diede vita a non poche pubblicazioni di preziosa riflessione, con un femminismo che nel frattempo si era andato articolando in molteplici correnti. Lo ha fatto mettendosi in gioco, sottoponendosi lei stessa all’autocoscienza, che vuol dire scoperta del proprio corpo, del proprio sesso, di cosa significa. Senza mai perdere un suo costante punto di vista, quello che è rimasto fondante in tutta la sua elaborazione politica: la centralità della classe operaia, il suo ruolo anche in questo campo, anche se oggi così diversa a quella che era stata.

Perché Rossana ha continuato a porre il problema della ricomposizione di un’identità nuova ma comune, che implica ricostruire anche quella del maschio e le donne devono imparare a pensarlo, perché non possono imporgli la propria visione del mondo. Per cui ci vuole una rivoluzione comune, non due separate, quella che mette in discussione la struttura sociale, che non è secondaria per le donne, e quella che investe la persona.

Che però è molto più difficile: il «privato – ammette Rossana – non è così immediatamente politico, deve fare i conti con un potere invisibile e millenario che ha reso la donna proiezione del maschio, pensata solo attraverso la sua griglia»; e per questo nessuna rivoluzione, neppure quella più radicale dell’Ottobre ’17, ha smosso il potere dell’uomo sulla donna. Perché nella donna il personale ha una dimensione infinitamente più ampia e se non si investe questo campo il rapporto fra i sessi non può modificarsi, «non si può sciogliere – scrive Rossana nel suo meraviglioso linguaggio – il groviglio di vipere che è stato annodato dalla nostra civiltà».

Sarebbe bello poterne discutere ancora con Rossana. Potremmo comunque almeno riflettere insieme fra noi sulle tante, ricchissime sue considerazioni su un femminismo che continua a cambiare e ogni giorno ripropone interrogativi. Io vorrei prevalesse finalmente la convinzione che fondamentale è contestare l’imbroglio dell’uguaglianza dei diritti, tutti ancorati a un soggetto neutro che non esiste, e che però, sia pure con tutti i distinguo, continua a imperare.

* Fonte: Luciana Castellina, il manifesto

Ci ha lasciato a 79 anni il compagno «uccello» Paolo Ramundo dopo una malattia inesorabile. È con dolore che apprendiamo la notizia. «Noto architetto» dicono le agenzie, ma su questo lui avrebbe qualcosa da ridire con il suo sorriso sornione. Lo abbiamo incontrato molte volte dal 1968 alla fine degli anni Settanta, tutte le volte che l’attività politica del Manifesto si è intrecciata alla sua e a quella di Lotta Continua di cui era dirigente, e infine per la sua nuova invenzione, quella di una straordinaria cooperativa agricola, la Cobragor.

A inizi del ’68 fu tra i protagonisti dell’atto creativo fondante – «l’immaginazione al potere – del movimento di rivolta degli studenti. Fu infatti tra i fondatori a Roma de “Gli Uccelli”, con contestazioni e denunce assolutamente originali, sempre non-violente e nelle forme più teatralizzate. Fuori dalle fumose assemblee dell’Università preferivano “praticare obiettivi”, arrampicarsi sugli alberi. Il 19 febbraio del 1968, sostenuti dal professor Portoghesi, si arrampicò insieme a Martino Branca e Gianfranco Moltedo, sul campanile di Sant’Ivo alla Sapienza e restarono lì per un giorno e mezzo. Iniziava il corso creativo del movimento. Durò poco. A marzo ci fu subito un diverso bagno di realtà, gli scontri di Valle Giulia.

Poi lo abbiamo incontrato di nuovo nella rivolta di San Basilio del 1974, nel movimento di occupazioni delle case con altri compagni allora di Lotta Continua come Agostino Bevilacqua, Paolo Liguori “Straccio” e lo straordinario fotografo Tano D’Amico. Dicono che Paolo Ramundo fosse l’anima di Lotta Continua a Roma. Era di più, era la testa pensante: si chiedeva sempre quali erano gli spazi del movimento, guardava al futuro. E dalla diaspora di Lotta Continua uscì nel 1977 con un approccio anche stavolta originale – ci sembrò vicino alle Leghe dei disoccupati che costruiva il Pdup – da vero architetto del territorio: lanciò una occupazione di terre appena dietro l’ospedale San Filippo Neri a Monte Mario, a ridosso del quartiere di Monte Mario, fondando con un gruppo di disoccupati la Cooperativa Agricola Co.Br.Ag.Or. che esiste ancora dopo 44 anni; diventando anche dirigente della Federbraccianti Cgil.

In quella sede ieri si è svolta la camera ardente per salutarlo. E a settembre i suoi compagni promettono ancora un nuovo «bel ricordo». Alla sua compagna Francesca, a tutti quelli che lo hanno amato l’abbraccio del collettivo de il manifesto.

* Fonte: Tommaso Di Francesco, il manifesto

Ritratti individuali e collettivi di un addio commosso. Il saluto a Rossana Rossanda che si è tenuto il 24 settembre a Roma è stato immortalato dall’amico e fotografo Marco Cinque. Una serie di scatti che intrecciano storie, umori, generazioni diverse. Al centro al figura di una donna straordinaria. Protagonista di una grande storia.

foto:  Filippo Maone  © Marco Cinque

* Fonte: Marco Cinque, il manifesto

È stato tramite Louis Althusser, di cui fu amica fedele nel periodo più difficile e interlocutrice senza concessioni negli anni di crisi del comunismo occidentale, che ho incontrato Rossana Rossanda, poco dopo il «convegno di Venezia» su «Potere e opposizione nelle società post-rivoluzionarie» del 1978.

Presto la nostra relazione divenne più personale, coinvolgendo altri compagni e amici, alcuni dei quali sono ancora in vita e non hanno rinunciato alle speranze che convividevamo : « trasformare il mondo» e «cambiare la vita». Ho rispettato in lei una persona più anziana, un’ispiratrice, una guida ad un tempo esperta e benevola.

Ho imparato da lei a tenere assieme, nei limiti del possibile, il rigore di una posizione di partito e l’apertura alle novità della storia, a tutte le sorprese buone e cattive del mondo contemporaneo.

Con lei e alcuni altri, ho cercato «controcorrente» di immaginare un’Europa dei lavoratori emancipati dallo sfruttamento, donne e uomini in cerca di autonomia e eguaglianza, della solidarietà tra i cittadini di una nazione e gli stranieri che la abitano, un’Europa che resiste a tutti i populismi, in breve un’Europa comunista.

Non siamo sempre stati d’accordo al 100% – e per fortuna ! – ma credo che abbiamo coltivato il rispetto, l’ascolto reciproco, la fiducia intellettuale, cose così rare nelle lande della politica, a cui continuerò ad ispirarmi con lei e in sua memoria.

* Fonte: Étienne Balibar, il manifesto

«Un ricordo di studi ormai lontani mi ha fatto sempre diffidare della parola verità e del suo uso, specie quando riguarda la conoscibilità della verità della persona, soprattutto in quell’intrico di calcolo, emozioni, passione che è l’atto trasgressivo. E così complessa è la verità della persona che, in fondo, può apparire che la verità processuale sia la più semplice perché sorretta da un sistema convenzionale come quello delle procedure».

Rossana parlava, in quell’occasione di più di trent’anni fa di verità processuale – era un confronto su tale tema con alcuni magistrati, giuristi e parlamentari organizzato da Antigone – e di come attorno ai diversi tentativi di appropriarsi della presunta verità si giocasse un ruolo tutto stretto all’interno di ricostruzioni o giudiziarie o complottistiche.

Ricostruzioni che perdevano comunque lo spessore politico e collettivo di azioni, che però solo attraverso tale dimensione potevano essere inquadrate. La verità diveniva solo quella processuale e vite, aspirazioni, progetti sparivano, portando con sé, in tale dissolversi, anche la riflessione doverosa sugli errori commessi e sulle loro conseguenze, spesso gravi.

PROPRIO IL RISCHIO di una lettura della complessità con la sola lente delle ipotesi investigative e il prevalere di una tendenza a rileggere una storia come mero «romanzo criminale» aveva portato Rossana e uno stretto drappello di persone a esaminare sin dall’inizio le conseguenze delle ricostruzioni delle procure e le prassi processuali indotte da misure di emergenza adottate alla fine degli anni Settanta.Una riflessione che, affiancandosi a quella sulle radici e sugli snodi che avevano indotto settori del vasto movimento degli anni precedenti a imboccare la via della lotta armata, apriva anche all’analisi delle regole e alle garanzie. Tema, questo, certamente non usuale nel pensiero e nella tradizione comunista, ma che proprio perché non scisso dall’altro relativo all’analisi dei processi che si erano sviluppati nella complessità sociale, non rischiava di concedersi al pensiero liberale. Al contrario, apriva un nuovo fronte di rifondazione di un garantismo non formalista, ma attento ai mutamenti normativi, ai processi, ai rischi che l’eccezione diventasse normalità, a che una presunta ragione politica prendesse il sopravvento sull’ordinamento.

Il Centro di documentazione sulla legislazione d’emergenza che avviammo insieme in quel periodo, con alcuni altri e sostenuti dal sapere giuridico di Papi Bronzini, Luigi Ferrajoli, Gianni Palombarini, si mosse nella direzione di esaminare i primi processi e darne sul manifesto un resoconto diverso dal coro che caratterizzava l’informazione.

TROVÒ POI TERRENO di sviluppo quando il 7 aprile 1979 l’inchiesta padovana e quella successiva romana resero evidente l’urgenza di opporsi a ricostruzioni onnivore e distruttive di soggettività e pensiero. Tutte le udienze del processo che si tenne anni dopo, vennero da me seguite accanto a un’attenta Rossanda e alla lettura della sentenza di appello che smantellò quell’impianto non gioimmo perché pezzi importanti di vita erano stati fatti trascorrere in carcere, per molti.

IN QUEGLI ANNIil manifesto giocò un ruolo importante: era la voce non soltanto dissenziente rispetto al coro, ma la più documentata. Per questo, si avviò l’iniziativa della rivista Antigone che portava nel suo sottotitolo Bimestrale di critica dell’emergenza. Era la metà degli anni Ottanta e la necessità di ricercare una soluzione politica che non abbandonasse un periodo all’oblio e non destinasse una generazione al dissolvimento del proprio futuro portò a elaborare ipotesi che facessero uscire dalla secca alternativa tra la collaborazione attiva e l’irriducibile conflitto armato con lo Stato.

NEL PRIMO NUMERO della rivista, proprio Rossanda scrisse attorno alla mancata risposta da parte delle istituzioni alla richiesta di uscita di chi prendeva atto del venir meno delle presunte condizioni iniziali del proprio agire. Il primo numero di Antigone venne presentato in un giorno triste: la fatale coincidenza con un grave omicidio da parte di gruppi residui della lotta armata attuato pochi giorni prima. E ciò consentì a Repubblica – che pure oggi sembra aver trovato un residuo di apprezzamento di quelle riflessioni e di quel dibattito – di titolare l’uscita della rivista in modo infamante: «Ma Antigone non uccideva».

Il manifesto è stato da solo nella costruzione di un pensiero che riuscisse a leggere le ferite di quel periodo per capire, non per giustificare, ma per evitare la rimozione secondo le due linee prevalenti: una qualche eterodirezione o una storia solo di competenza giudiziaria.

PER QUESTO TUTTE le facili ricostruzioni sono state sottoposte al criterio della possibile falsificazione, inglobando in questo garantismo critico strutturalmente ancorato ai principi costituzionali, anche l’attenzione a inchieste che riguardavano l’ambito politico culturalmente e operativamente avverso.

Accanto, l’attenzione che Rossana ha sempre avuto ai destini individuali: di chi era in carcere e di chi aveva ricostruito una vita lontano. Quando negli anni trasformammo le iniziali conoscenze costruite attorno al tema settoriale della detenzione dell’emergenza in attenzione alla totalità della detenzione stessa, dando luogo ad Antigone, non più rivista, ma associazione, Rossana mantenne il punto di un’attenzione specifica del manifesto al carcere chiedendo sempre che si coniugassero la funzione del diritto penale, la sua regolazione e la sua materialità.

Nei nostri incontri parigini, nel mio periodo a Strasburgo, mi interrogava su come il carcere riproponesse nella sua composizione sociale e nella sua quotidianità le asimmetrie classiste della società esterna e subito il pensiero era: «questo il giornale deve riportarlo perché solo il nostro giornale ha la capacità di dirlo»

* Fonte: Mauro Palma, il manifesto

Nello spazio breve che identifica il respiro di un amico, se n’è andato da questo mondo Luis, Lucho Sepúlveda.
Falciato via da quella che è la peste del nostro secolo.

Ho voluto bene all’uomo, ma non posso fare a meno di piangere l’intellettuale che aveva partecipato alle lotte per il riscatto dell’America Latina con il coraggio e la forza che hanno solo i visionari, i romantici, i pazzi.

Perché Lucho le battaglie non le aveva scansate, le aveva affrontate per davvero. Era un prototipo di scrittore e guerrigliero. Sempre coerente.

Ero stato a casa sua e della sua adorata moglie, la poetessa Carmen Yanez, per due compleanni nei quali aveva riunito i suoi numerosi figli e i suoi amici sparsi in tutto il mondo. Sono state giornate indimenticabili.

Mi sento più solo, ma ho l’ingenua certezza che adesso lui è ritornato a fare la guardia del corpo al suo amato Presidente Allende. Ciao Lucho, mi mancherai, sapendo con certezza che mi è impossibile ogni lenimento

* Fonte: Gianni Minà, il manifesto

Un intervento dello scrittore uscito originariamente sul manifesto del 6 gennaio 2005.  Ora la tenue luce della giustizia si lascia vedere fra il fumo della Moneda in fiamme

Solo poche ore fa stavo accomiatandomi da mio figlio Sebastián all’aeroporto di Gijón. Come sempre cercavo di mascherare la tristezza dell’addio dietro un paio di battute, e ho visto che il mio giovanotto di vent’anni, per mano con la sua fanciulla, mi mandava dei segnali prima di entrare nella sala d’imbarco. Come sempre, dal momento che l’uomo è un animale di costumi protettivi per assurdi che essi appaiano, sono rimasto lì finché l’aereo è decollato. Come sempre, ho fatto il conto dei giorni e delle ore passati insieme e mi sono soffermato sul ricordo di una camminata sulla spiaggia solitaria mentre lui mi chiedeva di parlargli del mio ultimo viaggio in Cile.

Emozionato, gli ho raccontato che era stato un bel viaggio, che mi ero incontrato con i miei vecchi amici, con i miei cari compagni della guardia del presidente Allende, e che lentamente cominciavo a pensare al mio ritorno.

MIO FIGLIO esibiva con orgoglio una maglietta del Forum sociale cileno, il bel disegno di Federica Matta risplendeva nella luce marina. «Quell’animale è sempre lì, senza che nessuno lo tocchi?», mi ha chiesto all’improvviso. Sì, l’animale, il criminale, l’assassino, il ladro era sempre in Cile, protetto dalla più odiosa impunità. Staremo bene in Cile. Avrò un paio di cavalli, ho risposto per allontanare quella presenza vergognosa.

Quando l’aereo di mio figlio era sparito dal pannello delle partenze, sono ritornato alla macchina, ho acceso il motore e allora il miracolo della radio mi ha regalato la notizia più attesa: la Corte suprema di giustizia aveva respinto il ricorso presentato dalla difesa dell’animale, del criminale, dell’assassino, del ladro, e lui dovrà affrontare il processo che aspetta la società cilena, i cileni che vivono fra la cordigliera e il mare, quelli che vivono nella diaspora, quelli che sono nati sotto altri cieli e sono cresciuti con il nostro amore per il lontano paese disseminato di isole.

Confesso di aver creduto che questo giorno così atteso non sarebbe mai arrivato, e non per sfiducia nella giustizia, bensì in quelli incaricati di amministrarla. Quante vite si sarebbero salvate se i tribunali cileni avessero accettato i ricorsi presentati dai familiari dei desaparecidos, degli assassinati nei centri di detenzione e di tortura, degli sgozzati di notte e nelle ore in cui solo i criminali potevano muoversi per le strade del Cile?

Fra il 1973 e il 1989 furono presentati migliaia di ricorsi d’urgenza, i familiari arrivavano con testimoni che avevano assistito alle detenzioni, ai sequestri, ai furti di persone, e nessuno fu accolto perché la giustizia era nelle mani di prevaricatori, di complici del dittatore.

NON CREDEVO che questo giorno fosse possibile, però allo stesso tempo, poiché conosco e ammiro la storia civile del mio paese, ho sempre cercato di convincermi che il processo contro Pinochet è cominciato quando l’ultimo difensore del palazzo della Moneda sparò l’ultimo colpo in difesa della costituzione e della legalità.

Non sarà giudicato per tutti i suoi crimini, ma solo per alcuni, comunque tanto selvaggi e bestiali come tutti quelli che ordinò dalla sua codardia di satrapo, dalla sua viltà di essere mediocre e ottuso, dal fetore del suo tradimento. Però sarà giudicato, con tutte le garanzie che noi non avemmo, e ci rallegra che sia così perché noi crediamo nella giustizia.

È dovere di tutti vegliare perché non gli capiti nulla, perché la sua salute si conservi, perché non gli manchi niente, e se è necessario fare una colletta pubblica per tenerlo vivo, facciamola. Quanto dobbiamo pagare?

Quel che importa è che mio figlio, i figli di tutti quelli che hanno sofferto, e le vedove e i genitori che seppellirono i loro figli, e le fidanzate dai corredi frustrati, e le nonne che si ritrovarono senza i destinatari delle loro carezze vedano l’animale fascista, il criminale venduto, l’assassino di sogni, il ladro di vite e di beni, fotografato di fronte e di profilo, con il suo numero da delinquente sotto la mascella, lasciando le impronte digitali delle sue grinfie nell’inchiostro nero del la vergogna. È questo che importa.

MENTRE SCRIVO queste righe, mio figlio Sebastián vola verso la Germania e io ricordo la passeggiata sulla spiaggia deserta. Quando gli ho raccontato del mio ritorno a El Cañaveral, quel luogo sacro fra i monti dove il Dispositivo di sicurezza del presidente Allende, il Gap, si preparava a difendere la vita dei nostri dirigenti, di coloro che si erano fatti carico di realizzare il più bel sogno collettivo della mia generazione. Là, insieme a «Patán», «Galo», «El Pelao» e altri dei migliori, dei più coraggiosi compagni che abbia mai conosciuto e la cui amicizia è il mio grande orgoglio, ricordavamo senza retorica quel sogno pieno di aneddoti e di gioventù.

So che loro condividono la serena allegria per questo giorno, per questo giorno tanto atteso, in cui la tenue luce della giustizia si lascia vedere fra il fumo della Moneda in fiamme, fra i volti luminosi di tutti i compagni del Gap che caddero e che non sono mai scomparsi dalla nostra memoria.

* Fonte: Luis Sepúlveda, il manifesto

ph by Joson / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)

È morto Manolis Glezos. Nel maggio 1941 con un amico, Apostolis Santas, si arrampicò sulle pendici dell’Acropoli e tolse la bandiera nazista dando vita al movimento di resistenza greco. Arrestato durante l’occupazione nazista, riuscì a fuggire dalla prigione, impegnandosi poi nella Resistenza. Figura mitica, riferimento della sinistra greca, anche negli anni recenti, quando venne eletto al parlamento europeo con Syriza. Da cui presto si dimise, preferendo lottare nelle strade assieme al suo popolo contro lo strangolamento della Grecia da parte della Troika e contro il Memorandum che, denunciò, «rende schiavi i greci per interi decenni» (peraltro, lo stesso destino che qualcuno vorrebbe imporre all’Italia nel prossimo futuro).

È stato un personaggio emblematico del miglior Novecento. Tutti i media, giustamente, ora ne ricorderanno tratti di vita. Io voglio ricordarne uno su cui tutti o quasi tutti sicuramente sorvoleranno. Risale all’ottobre del 1977, allorché anche lui, assieme a non moltissimi altri, circondati, controllati e rastrellati da schiere di poliziotti, partecipò alle esequie di Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan Carl Raspe, i militanti della RAF tedesca, la Rote Armee Fraktion, trovati morti nelle celle di Stammheim. Nell’occasione Manolis ammonì a non sottovalutare la rinascita del nazismo nella RFT e nell’intera Europa di quel tempo. E certamente lui di nazismo se ne intendeva, avendolo combattuto tutta la vita.

Sergio Segio

Sign In

Reset Your Password