Addii & Ricordi

Ha attraversato la seconda metà del Novecento assistendo alla conferma e alla smentita delle sue tesi sullo sviluppo ineguale che lo hanno reso noto a livello mondiale. La tendenza e la voracità capitalistica planetaria, scriveva già agli inizi degli anni Sessanta Samir Amin, dovevano tuttavia aver bisogno della permanenza di economie non capitaliste per consentire alle merci del centro dell’impero di avere sbocchi di vendita, permettendo l’accesso predatorio alle risorse naturali del Sud del pianeta attraverso politiche neocoloniali e imperialiste.

QUESTO SCRIVEVA Samir Amin, morto ieri nella capitale francese a 87 anni, dopo la laurea parigina, l’esperienza nel Consiglio per lo sviluppo egiziano durante il breve e intenso periodo nasseriano, il ruolo di Ministro dello Sviluppo economico nel Mali. A quel punto di vista rimase sempre fedele, con la capacità tuttavia, di modificarlo, aggiornarlo e articolarlo alla luce delle trasformazioni del capitalismo dopo la risacca del movimento dei paesi non allineati, il crollo del socialismo reale, la sconfitta dell’ipotesi maoista di un socialismo diverso da quello sovietico, la globalizzazione.

Samir Amin nasce al Cairo nel 1931 da padre egiziano e madre francese. Si trasferisce a Parigi per frequentare l’università. Nella sua autobiografia ha descritto gli anni universitari come un intenso periodo bohemienne durante il quale ha stabilito rapporti con intellettuali provenienti da tutto il mondo. Quelli di Parigi sono anche gli anni della militanza politica, prima nel Partito comunista francese e poi nei primi gruppi «cinesi». Feroce, dopo la scelta maoista, la sua critica all’espansionismo sovietico e alla convinzione terzointernazionalista che lo sviluppo economico doveva necessariamente passare attraverso una intensiva industrializzazione.

IL RITORNO AL CAIRO è qualificato come una tappa fondamentale nella sua educazione sentimentale alla politica. Aderisce al panarabismo per poi prenderne le distanze. Tutto lascia prevedere una sua carriera istituzionale nel sottobosco ministeriale egiziano. La scelta di trasferirsi in Mali e di accettare il posto di Ministro dell’Economia è però una smentita di chi lo vede già parte della nomenklatura egiziana.

Sono gli anni in cui Samir Amin entra in contatto con quel gruppo di economisti, sociologici, filosofi che affronta il rapporto fortemente conflittuale tra sviluppo e sottosviluppo. André Gunter Frank, Emmanuel Arghiri, Immanule Wallerstein, Giovanni Arrighi, lo stesso Amin costituiscono, presi nel loro insieme, un laboratorio teorico e politico che accumula materiali e proposte da mettere a disposizione delle esperienze politiche nazionaliste e antimperialiste che ha come rispecchiamento politico la Cina maoista, ovviamente, ma anche tutte quelle forme politiche che in Europa, Asia e Africa puntano a intraprendere vie inedite allo sviluppo economico, tra le sirene capitaliste di Scilla e quelle sovietiche di Cariddi.

Lo sviluppo capitalista esercita una vocazione egemonica che punta a disegnare il mondo a sua immagine e somiglianza, ma la persistenza di forme economiche non capitalistiche può costituire il porto di imbarco per modi di produzione sperimentali. Samir Amin è uno dei teorici più impegnati su questa scommessa politica. È l’unico che sceglie di lavorare e vivere nel Sud del mondo. Partecipa attivamente ai lavori del Forum del terzo mondo, tessendo una rete di rapporti e relazioni intellettuali e politiche sopravvissute anche dopo la sconfitta del movimento dei paesi non allineati.

NEGLI ANNI OTTANTA, arriva a teorizzare la necessità di un de-linking, uno sganciamento cioè delle economie nazionali dalle interdipendenze di una capitalismo sempre più globale. La sua è una posizione rispettata, ma minoritaria anche in campo marxista. Solo negli anni d’oro della globalizzazione neoliberista il suo punto di vista incontrerà l’interesse degli attivisti del movimento noglobal nel Sud del mondo.

IL VOLTO SORRIDENTE, cordiale, glamour di Samir Amin diventerà una presenza costante nei forum sociali di Porto Alegre. È una delle voci più ascoltate tanto in Asia che in America latina, anche per le sue analisi sulla crisi del capitalismo. A differenza di molti altri critici dello sviluppo, Amin è infatti convinto che la crisi del capitalismo non è un fatto accidentale, ma strutturale e che il doppio legame tra sviluppo e sottosviluppo era necessario proprio per gestire le crisi da sovrapproduzione, finanziarie e di «composizione organica del capitale» che caratterizzano l’economia mondiale.

Negli ultimi anni, il non più bohemienne Samir Amin era diventato consapevole che la distinzione tra primo, secondo e terzo mondo non funzionava più. Talvolta introduceva un tema che nel suo schema analitico non era mai stato previsto: cioè che lo sviluppo capitalistico non prevedeva più un «dentro» e un «fuori» e che lo «sganciamento» dal capitalismo era la mission impossible che richiedeva un surplus di intelligenza politica della quale non c’era traccia nel mondo dominato dal pensiero unico. Accenni di un possibile nuovo percorso di ricerca mai decollato.

IN UNO DEGLI ULTIMI SCRITTI ha difeso il modello cinese, sostenendo che la trasformazione della Cina in «fabbrica del mondo» non era espressione di un capitalismo governato dallo Stato, ma una contraddittoria esperienza di un socialismo di mercato che poteva costituire una alternativa al moloch della globalizzazione neoliberista. Una speranza, la sua, non proprio espressione di un principio di realtà di un intellettuale militante del lungo Novecento.

Una bibliografia

Il primo libro di Samir Amin pubblicato in Italia è stato «Lo sviluppo ineguale». (Einaudi, 1977). Bisogna attendere molti anni prima che la casa editrice Asterios pubblichi «Il capitalismo nell’era della globalizzazione» (1997), seguito da «Il virus liberale. La guerra permanente e l’americanizzazione del mondo» (Punto rosso, 2004), «La crisi. Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi?» (Punto rosso, 2009). Suoi sono anche «Per un mondo multipolare» (Punto rosso, 2006), «Il mondo arabo. Sfide sociali, prospettive mediterranee» (Punto Rosso, 2004), «Il mondo arabo nella Storia e oggi» (Punto Rosso, 2012). «Ottobre ’17: ieri e domani» (MarxVentuno) è il titolo del suo dialogo con Andrea Catone sul centenario della Rivoluzione russa.

* Fonte: Benedetto Vecchi, IL MANIFESTO

Graziella Mascia si è spenta all’alba di domenica 11 marzo. Se ne è andata un’amica, una compagna, una sorella. Così è stata Graziella per me ma anche per tante e tanti che l’hanno conosciuta.

Militante e dirigente della sinistra politica, prima nel Pci e poi in Rifondazione comunista, instancabile nelle lotte a sostegno dei diritti di chi ne era escluso. La sua esperienza parlamentare è stata la prova di come Graziella intendeva agire una politica di servizio. È stata la prima ad andare con una delegazione del Prc a Porte Alegre al Forum mondiale per gridare un altro mondo è possibile quando sembrava di nuovo essere tornata la primavera e poi a Genova a fianco di tutti e tutte i giovani e le giovani anche quando la primavera non fu più.

Non a caso dopo il massacro della Diaz e la morte di Carlo Giuliani indagò con passione e dedizioni i fatti avvenuti conducendo un lavoro prezioso per il comitato parlamentare di indagine sul G8 ancora oggi molto utile per chi vuole capire gli orrori avvenuti.

Terminato il mandato parlamentare volle dar seguito al suo impegno per costruire e irrobustire una coscienza civile e fondò l’associazione Altra Mente di cui fu presidente fino a quando passò a me il testimone. Amava studiare e ha continuato a farlo fino alla fine.

Intellettualmente curiosa leggeva i fatti del mondo con lente critica. Operava così anche quando fu eletta vicepresidente della Sinistra europea, sempre inclusiva e aperta al confronto con le tante anime europee.

Graziella credeva nei giovani a partire dalle sue figlie e da suo nipote che amava con assoluto trasporto.

Il male l’ha colpita improvvisamente cogliendola in contropiede. Propria lei tifosissima interista aveva un varco aperto da dove si è insinuata la malattia. Ha affrontato il male, il dolore, le cure con una pazienza certosina sapendo che non poteva sconfiggere il cancro ma non gli si è abbandonata.

È stata una guerriera come lo è stata sempre nella vita attiva, strappando giorno dopo giorno momenti felici alla malattia.

Non ci ha trasmesso paura, solo grande coraggio scevro da retorica. Ha continuato a operare per Altramente, a curare i suoi interessi, a parlare e discutere di politica e di calcio fino a qualche giorno fa.

Graziella continuerà a stare con noi. Cammineremo nel suo ricordo ancora insieme .

A Roma la ricorderemo martedì 20 alle 15.30 presso lo spazio Altramente in via Laparelli 60.

FONTE: Patrizia Sentinelli, IL MANIFESTO

Carla Gobetti ci ha lasciato, e con lei se ne va un pezzo grande della nostra storia e della nostra vita. Era nata nel 1929 a Torino, in Borgo San Paolo (il padre, operaio Fiat, comunista, aveva pagato il suo antifascismo, lei ancora adolescente aveva dovuto aiutare la famiglia col lavoro da sarta). Nel 1950 aveva sposato Paolo Gobetti, giovanissimo partigiano GL, orfano di Piero Gobetti, e insieme avevano fatto parte della redazione dell’Unità da comunisti ribelli quali erano, anche contro la linea del partito. E infatti ne erano usciti nel ’56, senza però cessare la militanza sociale e culturale. Nel 1961 fondano, insieme a Ada Gobetti (la vedova di Piero) e a un gruppo di intellettuali torinesi il Centro Studi Piero Gobetti, custode e motore della cultura democratica antifascista. Nel 1962 realizzano il film Scioperi a Torino, eccezionale documento sulla lotta degli operai Lancia, prodromo del risveglio operaio nella capitale dell’auto (con la collaborazione di giovani come Goffredo Fofi e lo straordinario testo di Franco Fortini).

Carla lavora fianco a fianco con uomini come Norberto Bobbio, Franco Antonicelli, Giorgio Agosti, Alessandro Galante Garrone, fornendo loro supporto organizzativo – è l’anima concreta del gruppo – ma anche spingendoli sempre oltre le loro naturali prudenze e collocazioni sociali, aiutandoli a schierare il Centro ogni volta sul fronte più avanzato, che si trattasse dell’appoggio alla resistenza clandestina nella Spagna di Franco o della guerra anticoloniale algerina, del Sessantotto naturalmente (a cui il figlio Andrea partecipò attivamente) e del Vietnam come della battaglia per la democratizzazione della scuola. La ricordiamo infaticabile cacciatrice di archivi, consapevole com’era che la memoria senza il sostegno delle carte è labile. E tenace cultrice dei testimoni (la galleria di memorie degli «amici di Piero» raccolte e presentate nel film Racconto interrotto ne conserva la prova). Epica fu la battaglia che condusse per difendere e valorizzare il fondo contenente le bandiere delle organizzazioni operaie sequestrate dai fascisti e poi sepolte in un sottoscala d’archivio: le ordinò, ripulì, catalogò, perseguitando ogni decisore pubblico (inseguì il presidente Pertini fin nelle sale del Quirinale) finché non ottenne infine per quei reperti un posto d’onore al Museo del Risorgimento.

Sapeva stare senza timori reverenziali a fianco di Presidenti della Repubblica (Saragat, Pertini) e di ministri in visita ufficiale, forte della sua storia e del suo nome, mantenendo sempre il distacco che la cultura gobettiana prescrive nei confronti del potere ma anche la consapevolezza del peso che le istituzioni pubbliche hanno per l’identità di una nazione. Finché le forze l’hanno sostenuta ci ha accompagnato nella visita annuale, ogni mese di febbraio, al cimitero parigino del Pére Lachaise, sulla tomba di Piero Gobetti, muta testimonianza di quanto questo Paese debba ai propri padri eretici, costretti a morire in esilio. Ci mancherà immensamente.

FONTE: Marco Revelli, IL MANIFESTO

Lapo Berti fa parte dei tanti militanti che hanno dedicato la propria vita alla ricerca della verità (nel senso di «parresia») – una compagine oramai rara ai giorni nostri, così presi della performatività dell’apparire. Ha partecipato ai principali avvenimenti della rottura culturale degli anni Sessanta in Classe Operaia e in Potere Operaio, dopo) fino gli anni Novanta. È stato uno degli animatori della rivista Primo Maggio, ha partecipato al gruppo di studio sulla Moneta, con Christian Marazzi, Roberto Convenevole, Franco Gori e Sergio Bologna e più avanti Riccardo Bellofiore. Ha prodotto analisi sull’idea che la creazione di moneta – come moneta credito – fosse in ultima analisi, nonostante il monopolio di emissione della Banca Centrale, un fattore endogeno alla dinamica dell’economia capitalistica. Ha partecipato al seminario sulla Moneta animato nei tardi anni Settanta da Augusto Graziani con Marcello Messori, Roberto Convenevole, Riccardo Farina, Lilia Constabile, contribuendo allo sviluppo della Teoria del circuito monetario (insieme alla teoria de la régulation francese, le uniche capaci di creare una teoria economica in grado di essere un antidoto all’egemonia monetarista dell’epoca).

È STATO uno studioso dei classici, in primo luogo Marx, e poi Schumpeter. Dal primo ha divulgato l’idea che la moneta non è altro che un rapporto sociale, ovvero strumento del dominio del capitale sul lavoro. Dal secondo, ci ha tramandato (oltre alla traduzione di Teoria dello sviluppo economico – Sansoni, 1971 (nuova edizione 2013 per Rizzoli), la seminale, ma parziale, traduzione dell’opera schumpeteriana più misconosciuta – Das Wesen des Geldes (L’essenza del denaro) il ruolo di discriminazione che è insito nel potere del denaro. Concetti che oggi, nell’era del capitalismo cognitivo finanziarizzato, sono più che mai confermati. Ha inoltre curato l’edizione di Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione di  Ludwig von Mises, L’equilibrio monetario di Gunnar Myrdal e ha tradotto la Teoria economica del credito di L. Albert Hahn, tutti testi che contribuirono negli anni Ottanta alla discussione sulle teorie monetarie eterodosse.

HA LAVORATO poi all’Antitrust, denunciando le storture del mercato come luogo di concentrazione del potere economico, in controtendenza con l’idea neo-liberale del mercato come luogo di pari opportunità. Negli anni Novanta si è interessato alle trasformazioni del processo di valorizzazione nella fase del capitalismo post-fordista. È stato membro della redazione di Altreragioni, primo ambito di rivitalizzazione del pensiero economico operaista di fronte alle nuove forme di organizzazione del lavoro e della globalizzazione, un passaggio cruciale per cogliere lo sviluppo dellItalian thought di oggi. Non è un caso che è in quell’ambito che vengono sviluppate le prime analisi critiche da parte del pensiero dell’Autonomous marxism sul processo di costruzione dell’Unione Monetaria Europea, riflessione che vedono la luce, oltre che sul n. 2 di Altreragioni, nel volume collettaneo L’Antieuropa delle monete (Manifestolibri, 1992).

FONTE: Andrea Fumagalli, IL MANIFESTO

È morto uno dei padri del ’68 e della contestazione studentesca. Luigi Bobbio, il più grande dei tre figli del filosofo Norberto Bobbio, è deceduto l’altra notte. Aveva 73 anni. Docente dell’ateneo torinese, era esperto di analisi delle politiche sociali. Il mondo accademico è in lutto e con Luigi Bobbio se ne va anche una parte della storia più recente di Torino e non solo quella.

 

Fra poco più di un mese, il 27 novembre, ricorrono infatti i 50 anni dell’occupazione di Palazzo Campana da cui nacque il Sessantotto. «Da qui cominciò tutto» commenta commosso l’amico Giovanni De Luna, a sua volta tra i protagonisti di quei giorni. Luigi Bobbio fu tra i principali leader del movimento studentesco e poi fondatore ed esponente di Lotta Continua: «Il movimento guidato da Adriano Sofri e del quale fu l’unico, tranne più recentemente Aldo Cazzullo con il suo I ragazzi che volevano fare la rivoluzione, a scrivere la storia, nel ’79, con Savelli editore: Lotta Continua. Storia di un’organizzazione rivoluzionaria», ricorda Steve Della Casa, critico cinematografico con un passato in Lc.

 

«L’idea di questo giornale», scrivevano Bobbio e Guido Viale sul primo numero di Lotta Continua nel novembre ’69, «è quella di trovare i nessi per saldare le lotte operaie con le lotte degli studenti, dei tecnici, dei proletari più in generale, in una prospettiva rivoluzionaria». Ricorda ancora Della Casa: «Luigi era Lotta Continua: per molti anni la Sip dell’epoca lo perseguitò per il pagamento delle bollette dell’utenza telefonica di corso San Maurizio 27, sede di Lc, che risultava intestata a suo nome».

 

L’occupazione di Palazzo Campana, che a quel tempo era la sede delle facoltà umanistiche, diede il via alla ribellione anche negli altri atenei italiani anticipando il Maggio francese. La scintilla fu la notizia che si volevano trasferire le facoltà nel parco della Mandria, quello che circonda la Reggia di Venaria. Gli studenti fecero irruzione nel senato accademico e nel consiglio di amministrazione, «rompendo quella sacralità del potere accademico», come ricordò De Luna nel trentacinquesimo anniversario dell’occupazione, che significava anche dover raggiungere con le pattine la scrivania di Giovanni Getto, il cui ufficio aveva un lucidissimo parquet, per sostenere l’esame e magari venire bocciati perché le si abbandonava prima di arrivare alla scrivania del docente.

 

Tra quei professori c’erano Norberto Bobbio e Alessandro Galante Garrone, che si trovarono contestati dai propri figli. In realtà, tornando alla rievocazione fatta 15 anni fa da De Luna, il rapporto tra gli studenti e i due docenti fu molto dialettico. Alcuni, come Guido Quazza, si schierarono con gli allievi senza riserve, mentre altri, ad esempio Franco Venturi e Aldo Garosci, azionisti come Bobbio e Galante Garrone, ebbero invece un rapporto più conflittuale con i giovani contestatori.

 

Luigi Bobbio si laureò in Giurisprudenza nel 1972 con 110 lode e nel 1988 conseguì il dottorato di ricerca in sociologia con una dissertazione dal titolo Gli interventi sul patrimonio culturale tra Stato e Regione. Analisi di una politica pubblica. Autore e ricercatore di scienze politiche, come professore di scienza politica dell’Università torinese Luigi Bobbio è stato un esperto di analisi delle politiche pubbliche, del rapporto tra amministrazione locale e statale e di processi decisionali dell’apparato statale. Dal 2000 ha insegnato come professore associato e dal 2005 come ordinario.

Fonte: BEPPE MINELLO, La Stampa

Resistenza

Laura Seghettini, morta a Pontremoli lunedì scorso a 95 anni, era una maestra elementare, partigiana nella brigata intitolata a Guido Picelli, e poi in seguito comandante di distaccamento nella XII brigata Garibaldi di Parma. Una donna coraggiosa e indomabile che seppe tenere insieme i valori della sua militanza politica e il rispetto della verità, da affermare oltre ogni convenienza politica.

NEL «NUOVO CORRIERE» del 6 settembre 1945 si poteva leggere un articolo così titolato:«Drammatico rapimento a Pontremoli. Un capo dei partigiani catturato da una banda capitanata da una donna». La donna era Laura Seghettini, il capo dei partigiani era Antonio Cabrelli, colui che aveva processato e condannato a morte Dante Castellucci (Facio), comandante partigiano e compagno di Laura.
Laura e gli amici di Facio portarono Cabrelli a Parma, lo consegnarono alla giustizia, perché fosse giudicato per quella uccisione, per aver intentato e presieduto sui monti di Zeri il processo farsa che portò alla sua fucilazione. Facio era un giovane di 25 anni, colto e curioso, approdato ai monti del parmense e della Lunigiana da Sant’Agata d’Esaro, in Calabria. Suonava il violino. Amava disegnare e dipingere. Leggeva di filosofia. Aveva occhi ridenti e un volto gentile. E si innamorò, ricambiato, di Laura, la maestra diventata combattente, salita in montagna per evitare l’arresto da parte della polizia fascista.

CE N’ERA ABBASTANZA per suscitare irritazione nei tipi come Cabrelli, più anziano di lui e determinato a diventare il capo effettivo delle Divisione Ligure che si stava organizzando, unificando le bande e le brigate nate spontaneamente, e in cui era in corso un confronto per l’egemonia fra i comunisti e gli azionisti. Cabrelli utilizzò questo scontro per emergere, presentandosi, si scoprì poi la falsità dei suoi accrediti, come l’interprete più fedele della ortodossia comunista. Facio, con la sua autonomia, popolarità, umanità e capacità organizzativa, era un ostacolo. E proprio su quelle doti fece leva per alimentare i sospetti su di lui.
L’occasione per la resa dei conti fu un lancio alleato conteso fra le varie brigate. Fu processato senza che potesse nemmeno nominare un difensore. E ucciso poche ore dopo, avendo passato una notte con Laura e un gruppo di partigiani più che disposti a farlo scappare. Ma Facio non lo fece. «Sono fuggito dalle prigioni fasciste – disse a Laura che lo assisteva – non scappo dai compagni, anche se mi accusano ingiustamente». Un po’ come Socrate, e un po’ come i comunisti russi che accettavano in nome della loro fede incrollabile le condanne inflitte loro dal regime di Stalin.

LA STORIA DI FACIO E LAURA ci ha insegnato che l’orrore può crescere anche nelle file dei giusti, e che l’ortodossia ideologica può ospitare tranquillamente i personalismi e gli interessi più ignobili. E che rilevare questa contraddizione, senza ipocrisie e opportunismi, è onorare la memoria della Resistenza. Un capolavoro di ipocrisia è stato il modo in cui si è pensato di riabilitare Facio. Conferendogli la medaglia d’argento al valor militare per essere eroicamente caduto sotto il fuoco nemico. Pensando così di sistemare ogni cosa. Facio eroe, la Resistenza senza macchie, e Cabrelli e i suoi complici liberi di fare la loro vita e le loro carriere.

CABRELLI È MORTO tanti anni fa. Ora se n’è andata anche Laura Seghettini, attorniata dall’affetto di tanta parte del popolo della Lunigiana, e dai giovani che da lei hanno imparato ad amare la Resistenza e la verità. Due bei libri, uno della stessa partigiana, Il vento del Nord, e l’altro Il piombo e l’argento, di uno storico calabrese, Spartaco Capogreco, sono a disposizione di chi vuol ripercorrerne la storia.

FONTE: Andrea Ranieri, IL MANIFESTO

Sapevo, sapevamo tutti, che Stefano era malato da tempo. Ma poiché, sebbene non con la frequenza di sempre, continuava a scrivere e a partecipare, alla fine abbiamo pensato – o ci siamo lasciati illudere dall’idea – che la cosa non fosse grave.

Qualche settimana fa era seduto nella fila davanti a me al teatro Argentina per vedere l’ultima opera di Mario Martone. Non posso credere, non ci riesco, che non sia più con noi.

Come parlare di Stefano Rodotà, come ricordarlo, spiegarlo ai giovanissimi che certo lo conoscevano di fama, ma che non possono capire il significato della sua presenza politica in questo ultimo mezzo secolo, nel quale ha giocato un ruolo qualitativamente diverso da ogni atro protagonista di questo tempo, assolvendo ad una funzione essenziale? Una funzione storica. Mi spiego: Stefano Rodotà non era comunista, aveva una formazione diversa da quella del Pci e dalla nostra de Il Manifesto; ma di sinistra. Qualcuno ha sempre detto di lui che era un liberal democratico, non lo so se era così, era certo un grande giurista ma io/noi l’abbiamo sempre sentito compagno, nel senso più pieno che occorre dare a questa parola. Era entrato nelle nostre vite attraverso quella speciale figura che il Pci nella sua epoca migliore aveva inventato: gli eletti nelle proprie liste non appartenenti all’organizzazione,i c.d. «indipendenti di sinistra». Fu una grande idea, perchè molti di loro ci portarono una folata di nuova e utile cultura. Ma con Stefano fu diverso: ci portò un contributo essenziale alla correzione del nostro modo di essere comunisti. Perché non risultò esterno, fu subito parte di noi, la sua diversità fu quella che Eduard Said ha chiamato «un aiuto fondamentale alla critica di se stessi».

Dovremo, vorrei io stessa, scrivere e spiegare molto di più su chi sia stato per noi tutti Stefano Rodotà. Non posso certo farlo ora perché si tratta di una riflessione storica che non può svilupparsi nei 30 minuti che dall’annuncio della sua scomparsa mi sono dati ora per scrivere. Non posso non aggiungere, tuttavia, il ricordo personale di un percorso che mi ha dato il privilegio di lavorare con Stefano gomito a gomito.

Nel 1980, nel tempo della crisi del compromesso storico e prima del pieno dispiegarsi del craxismo, come risultato di un appello firmato da Claudio Napoleoni e Lucio Magri, nasce Pace e guerra, prima mensile e poi settimanale, con l’intento di dar voce ad un’area di sinistra che tentò ancora un’incontro fra sinistra socialista, comunisti critici del Pci e area della cosidetta “nuova sinistra”,il Pdup innanzitutto. Direttori di Pace e Guerra furono Claudio Napoleoni, Stefano Rodotà e la sottoscritta ( più tardi anche Michelangelo Notarianni). Con Stefano in particolare abbiamo lavorato insieme quotidianamente per quasi cinque anni, con una redazione fantastica di cui voglio ricordare fra i tanti nomi solo qualcuno che oggi sembra più eterogeneo: Gianni Ferrara ma anche Paolo Gentiloni, Massimo Cacciari, Giuliana Sgrena e Aldo Garzia. ( Ma anche Carla Rodotà, contributo prezioso al nostro lavoro). E una inedita, larghissima partecipazione della socialdemocrazia europea che in quegli anni vide la prevalenza di una splendide leadership di sinistra. Il nostro tentativo fu sconfitto. Sappiamo tutti come e perché. Ma continuo a credere non inutile. Anche se il Pci, sciogliendosi in malo modo, e il Psi con l’avventura craxiana, seppellirono quel tentativo di alternativa.

Ho ricordato Pace e Guerra perché quella esperienza non è per me e per molti compagni solo un ricordo molto importante, ma perché a quel tentativo politico Stefano Rodotà ha coerentemente lavorato per tutta la vita, nelle sedi in cui si è via via trovato ad operare ( non ultima, per importanza, la «nostra» Fondazione Basso, di cui è stato Presidente). Non era utopia, illusione.

Era un obiettivo possibile.

Anche recentemente: non ci siamo mai arrabbiati abbastanza per il fatto che la sua candidatura a presidente della Repubblica sostenuta dai Cinque Stelle ( per una volta non ambigua) e da SeL sia stata fatta cadere dal Pd.

Ho la massima stima di Mattarella, ma Stefano Rodotà, proprio per la sua storia e la sua personalità, e nonostante i limitati poteri del Qurinale, avrebbe forse potuto contribuire ad evitare il disastro attuale della sinistra.

Ciao Stefano, siamo molto tristi. Un abraccio a Carla e a Maria Laura.

FONTE: Luciana Castellina, IL MANIFESTO

FIRENZE. La Firenze solidale e antirazzista piange Lorenzo Bargellini, anima del Movimento di lotta per la casa, strappato alla vita a soli 58 anni. A tradirlo è stato il cuore, e sì che «Mao» ce l’aveva enorme, tanto da agire – lui, benestante nipote del sindaco dell’alluvione Piero Bargellini – in una realtà sempre attiva per dare un tetto sulla testa ai tantissimi che ne avevano bisogno. Anche a costo di interminabili trattative con le autorità, e di decine di denunce per occupazione abusiva.

Con i conseguenti processi, e anche con le condanne che lo avevano costretto perfino all’«affidamento in prova». Come fosse un malvivente, invece che un uomo al quale la sua città avrebbe dovuto dare, da tempo, un riconoscimento al valor civile.

La tragica notizia si è propagata in un lampo, per un motivo incontrovertibile: «Non è da tutti – annota la Rifondazione fiorentina – avere la forza di dire che è giusto che chi ha di più rinunci ad un pezzetto della sua rendita a favore di chi non ha nulla, e di denunciare l’azione dei grandi gruppi fondiari e bancari che hanno acquistato gli immobili di mezza Firenze, per poi speculare sul prezzo degli affitti».

Toccante il ricordo della redazione di Controradio, che veniva avvertita in tempo reale delle occupazioni del Movimento, in modo da far aprire subito una vertenza politica, e mettendo all’angolo l’allarme per il cosiddetto «ordine pubblico», che pure veniva sbandierato dalle destre (e non solo dalle destre) che allignano in città: «Senza di lui saremmo stati tutti più in difficoltà con la nostra coscienza – ha osservato una commossa Chiara Brilli – con le emergenze che per decenni si è accollato, ogni santo giorno, ogni santa estate, ogni santo sabato di picchettaggio, di corteo, di blocco di uno sfratto, di denunce, di presidi, di diritti da fare rispettare.

Nessuno avrebbe voluto essere lui, posizione troppo scomoda quella dell’illegalità necessaria, della ‘guerra a bassa intensità’ come la chiamava lui, quella della lotta sulla strada, quella del dare risposte agli ultimi, quella del non nascondere la testa sotto la sabbia, quella del dire le cose come stanno ma sopratutto cercando di cambiarle».

L’ultima mancanza di rispetto nei suoi confronti è arrivata proprio da Palazzo Vecchio, che non ha voluto ricordarlo in consiglio comunale.

A nulla sono valse le proteste di Firenze a Sinistra (i consiglieri Grassi, Verdi, Trombi), mentre fra i mille messaggi di cordoglio arrivavano quelli di Tommaso Fattori e Paolo Sarti, che con i Medici per i diritti umani lavorava con il Movimento per la casa nell’assistenza ai migranti.

«L’insegnamento più importante che ci lascia – scrivono gli attivisti del Movimento – è che contro l’ingiustizia di questo mondo non bastano le belle parole, e lui non si è mai accontentato di ‘chiacchierare’. Fino all’ultimo respiro ha fatto di tutto perché il fuoco delle lotte non si spegnesse. E non si spegnerà».

Nel giorno del suo funerale ci sarà un grande corteo in Santa Croce, nel quartiere tanto amato da Lorenzo.

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L’abbraccio ai familiari di almeno tre generazioni di giornalisti, intellettuali e lettori del manifesto. La sindaca Virginia Raggi: «Massimi onori a un grande uomo»

ROMA. Forse «si sarebbe nascosto sotto il tappeto» (immagine di Luciana Castellina), certamente avrebbe ascoltato con attenzione tutti, ma dalla terrazza, dove avrebbe potuto non smettere di fumare e ammirare con gusto la splendida vista sui Fori Imperiali. Quasi sicuramente si sarebbe concesso qualche break “cordiale” al bar, per liberare meglio il suo spirito ironico. E avrebbe sorriso, pensando anche lui, come Emanuele Macaluso, che il suo funerale almeno era servito a «vedere di nuovo riunita la sinistra» (con qualche incursione dei Cinque Stelle, però). Ma in fondo – ne è sicuro suo figlio Matteo – avrebbe apprezzato: «Questa sala gli sarebbe piaciuta». Anche se non si può che condividere il pensiero dei giornalisti Iaia Vantaggiato e Andrea Colombo che hanno salutato così il loro compagno, mentore, amico e direttore di una vita: «Avrebbe preso poco sul serio perfino la sua stessa scomparsa».

E invece la bara con le spoglie di Valentino Parlato è lì, al centro della sala della Protomoteca del Campidoglio, attorniata di fiori (anche la corona della sindaca di Roma) e coperta in parte perfino dalle bandiere arcobaleno pacifiste (a cui era poco avvezzo, a dire il vero) con cui qualcuno ha inteso salutarlo.

Attorno al feretro si sono riuniti, riempiendo all’inverosimile l’ampio salone e occupando anche parte della Scalinata del Vignola, almeno tre generazioni di parenti, amici, compagni, giornalisti, politici, intellettuali, lavoratori, lettori del manifesto. Si sono ritrovati quasi tutti coloro che sono transitati in 48 anni nelle stanze di via Tomacelli prima e di via Bargoni poi. Si sono strette mani che non si stringevano da anni. E a fianco al regista Citto Maselli sono apparsi i big del giornalismo: Corradino Mineo, Michele Santoro, Furio Colombo… E prima di Piero Fassino, Massimo D’Alema, Livia Turco, Rosa Calipari, Stefano Fassina, Fausto Bertinotti, Giulio Marcon o Fabio Mussi a rendere omaggio al fondatore del manifesto è arrivato perfino il presidente dell’Assemblea capitolina a Cinque Stelle Marcello De Vito, con tanto di fascia ufficiale.

NON A CASO, PERCHÉ quel comunista tanto ortodosso quanto eretico, sognatore e pragmatico, aveva confessato ultimamente di aver votato, al ballottaggio, per la sindaca del Movimento 5 Stelle. E Virginia Raggi non lo ha dimenticato: si è materializzata intorno alle 17,30, poco prima dell’inizio della cerimonia laica, e ha preso la parola, ringraziata dalla moglie di Valentino, Delfina Bonada, e dai figli Matteo, Enrico e Valentina.
Parole che emozionano Matteo Parlato, che però da degno figlio di Valentino sorride e sdrammatizza. Ricorda quel padre, quell’uomo, «che raccoglieva qualità antitetiche tra loro: sognatore e razionale; grande scrittore, cintura nera della sintesi, e allo stesso tempo ammiratore del lavoro manuale». Valentino era «capace di rinunciare a tutto, fuorché alle sigarette», ça va sans dire, ma sapeva anche apprezzare il lusso della vita. «Mi ha sempre colpito quanto sapesse avere a che fare con i soldi, che cercava sempre per il manifesto, senza che questi gli rimanessero attaccati alle mani. Una volta – ricorda ancora Matteo – gli ho chiesto come facesse. Mi ha risposto “omnia munda mundis“, tutto è pulito per chi è pulito». Di certo, come afferma Aldo Tortorella, «con Valentino e col manifesto nessun banchiere ha mai avuto da guadagnare neppure una lira».«Oggi l’amministrazione capitolina, Roma tutta, vuole tributare i massimi onori a un grande uomo che ha combattuto battaglie per rendere l’Italia un Paese migliore. – scandisce solenne la sindaca Raggi – L’ultima: l’anno scorso (intendendo la sua elezione, ndr). Ci ha insegnato a lottare. Solo una cosa voglio dire: grazie, grazie. Questo dice Roma».

Tortorella nota che «la sua dolcezza e la finezza del suo animo diventavano con gli anni più vive e più struggenti», mentre Norma Rangeri, con la voce rotta dalla commozione, evoca la sua «semplicità» che era alla base della sua «grande umanità». «Dissacrante, perché profondo e sapiente, ha seminato il virus della competenza e dello studio – aggiunge la direttrice del manifesto – interlocutore di più generazioni, un uomo che apparteneva un po’ a tutti noi».

ANCHE GABRIELE POLO, ex direttore di questo giornale, che con Valentino aveva stretto negli ultimi tempi un rapporto perfino più intenso di prima, ricorda come fosse «facile essere suo amico e compagno, facile lavorarci insieme. Facile litigarci. Discussioni però che si dissolvevano sempre con un abbraccio politico». Come Rangeri, anche Polo ricorda il «rigore» di un uomo che «ha frequentato il potere, lo ha studiato ma non lo ha mai voluto. E quando lo ha avuto, lo ha esercitato controvoglia». «È stato bello e facile – conclude Polo -. Il difficile viene adesso».

Adesso che la famiglia comunista (e il manifesto) è più sola di prima. Perché «Valentino era un comunista non pentito», come testimonia il suo caro amico, Emanuele Macaluso, che invita «chi vuole capire cosa è stato il comunismo italiano» a farlo attraverso «le biografie di coloro che aderirono» a quel movimento ideale. Così, guardando ad una vita «impegnata a costruire una cultura di massa, che è il motore della democrazia» (soprattutto attraverso quella «forma originale della politica» che è questo quotidiano comunista), diventa chiaro perché «Valentino non sia stato solo un militante e una colonna del manifesto, ma – conclude Macaluso – è stato innanzitutto una colonna della democrazia italiana».

«PARLATO A FEBBRAIO si era iscritto a Sinistra Italiana», racconta il segretario Nicola Fratoianni, motivando questa scelta con una frase: «In contrasto con la mia attuale tendenza a dimettermi da tutto».

Perché era così, Valentino: critico e autocritico, curioso. «Anziché abbandonarsi alla sfiducia, lui continuava a cercare», conferma Luciana Castellina. «L’unico tra noi a non aver mai avuto una carica pubblica – aggiunge colei con la quale Parlato ha fondato il manifesto, insieme a Luigi Pintor, Rossana Rossanda e Aldo Natoli – Non per timidezza o per scarsa autostima, ma al contrario per sana sicurezza di sé. Perché non aveva bisogno di valutazioni esterne». «E la bella ricchezza generazionale che c’è qui oggi – conclude Castellina – dimostra che Valentino è rimasto vivo. Fino alla fine».

PUR NELLA SUA COERENZA intellettuale e morale, pur nella sua partigianeria, Valentino Parlato mancherà a tutti soprattutto per la sua sensibilità, per la sua capacità di comprendere anche l’altra faccia della medaglia. Certo, come dice sua figlia Valentina, «per parlare con lui bisognava avere idee, altrimenti si annoiava». Però al manifesto – lo ricorda Matteo Parlato – aveva affisso un cartello con un aforisma di Groucho Marx: «Questi sono i miei princìpi, e se non vi piacciono ne ho degli altri».

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Lettere di amici e compagni per Valentino

Tante volte ti ho incontrato nel corso degli anni qui a Roma, al giornale o nelle assemblee e iniziative politiche, specie nel periodo del social forum e delle manifestazioni contro la
guerra. Una volta durante una assemblea fatta per salvare Il manifesto da una delle sue crisi, ti vidi fuori a fumare con un’espressione triste. Allora ti dissi. «Valentino non ti abbacchiare», e tu con battuta fulminante: «Ma io sono un abbacchio arrosto». Mi lanciasti uno sguardo d’intesa coi tuoi begli occhi luminosi e ironici e questo diceva tutto, che eri tenace, che non accettavi la sconfitta, che non ti arrendevi mai. Che bella persona! Grazie, Valentino, come quella volta ti mando un bacio con la mano.
Nella Ginatempo 

Quando t’incontravo, ti salutavo con una stretta di mano dicendoti semplicemente: Valentino, è sempre un piacere vederti. Come si fa per un caro amico. Domani ti saluterò per l’ultima volta e mi mancherai tanto. Ciao Valentino.
Gianni Mereu 

Caro Valentino, quante volte mi hai invitato e non sono riuscito a venire a trovarti. Anche stavolta non ci riesco. Ti ricordo sempre come un maestro di vita e di giornalismo, di signorilità e di ironia. Fumiamoci ancora una sigaretta insieme… Un compagno eretico come te, con grande affetto
Riccardo De Sanctis 

La separazione da Valentino Parlato lascia un vuoto terribile in me e in tanti altri amici de il manifesto. Ho sempre apprezzato il gruppo fondatore, le loro capacità, le loro idee, il modo di porle, il modo di raccontare ciò che vedevano, anche quando vedevano situazioni non presenti ma che lo sarebbero state di li a qualche anno. Le analisi di Valentino sono tuttora importanti e necessarie. leggerle è ancora un arricchimento. E non dimentico che il manifesto ha avuto vita più lunga del Pci che li radiò. Il gruppo fondatore ha avuto successi e sconfitte, mi auguro che il gruppo di compagni che porta avanti il giornale sia all’altezza di chi li ha preceduti.
Io ho fiducia in loro. Ciao Valentino e grazie per tutto ciò che hai fatto per la sinistra e per questo giornale.
Flavio Gori

Voglio esprimere le mie più sincere condoglianze alla famiglia di Valentino Parlato. Un compagno vero e sempre in prima linea per il bene della sinistra. Uomini come lui, Ingrao e Berlinguer difficilmente torneranno ad affacciarsi sulla scena politica della sinistra. La sinistra riparta da Parlato e dai suoi insegnamenti. Un abbraccio.
Giampiero Zuccaro 

Ciao Valentino e grazie. Trovare tutti i giorni in edicola il manifesto per tutti questi anni è fantastico.
Daniele Leardini Rimini

Valentino Parlato è morto. È morto un comunista che non si è arreso fino all’ultimo dei suoi giorni, nonostante il disastro che viviamo a sinistra. Mai interrotto l’impegno a ragionare su come uscire dalla crisi di valori, di prospettive per la sinistra, credo che a lui bene si possa applicare la frase di Gramsci: «La parola d’ordine: – Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà, deve essere la parola d’ordine di ogni comunista consapevole degli sforzi e dei sacrifici che sono domandati a chi volontariamente si è assunto un posto di militante nelle file della classe operaia». Oltre ogni altro merito, io lo ringrazio per averci regalato il quotidiano Il manifesto, decenni di impegno, intelligenza e speranza per il futuro. P.S.: ti posso chiedere un favore personale? salutami tanto Luigi Pintor. Ciao Valentino, che la terra ti sia lieve.
Francesco Giordano 

Da giovane ho avuto l’onore di conoscere Valentino, e ho avuto il privilegio di «crescere» seguendo le orme di persone rare. Il mio primo voto fu per Luciana Castellina. Quello che mi dispiace è che i giovani oggi non hanno persone di tale grandezza a cui far riferimento.
Annamaria Palo

La Flc Cgil Vercelli e Valsesia apprende con dolore la notizia della perdita del compagno Valentino Parlato e si stringe in un abbraccio alla redazione del manifesto. Scompare l’uomo, rimane l’esempio del compagno e del giornalista.

La commozione suscitata dalla morte di Valentino Parlato dovrebbe indurci a riflettere. Forse non si tratta solo di un altro pezzo della sinistra del Novecento che ci lascia; piuttosto sono proprio intellettuali come lui che hanno contribuito a loro modo ad aprire una stagione politica nuova, di cui siamo ancora poco consapevoli.

Una stagione nuova della sinistra, certo; difficilmente situabile, tuttavia, «più» o «meno» a sinistra, nel senso «geometrico» della parola. Come alimentare il «sogno» senza le riforme? Come dar forza alle riforme senza un orizzonte che si sposti di continuo, tale da contenere le aspirazioni e le «utopie» di ciascuno e di ciascuna?

Ecco: la dimensione utopica e quella riformatrice del pensiero e dell’azione politica paiono a tratti potersi ricongiungere, al di là di vecchi steccati. Consideriamo per un istante la parola «possibilità»: essa non delimita solo un campo, quello delle cose possibili; non si limita a escludere, a «chiudere».

Anzi: apre scenari inediti, lascia intravedere ciò che ancora non c’è, ricomprende risorse quali l’immaginazione e la creatività nello spazio pubblico e politico («il possibile contro il probabile», affermava Marco Pannella). Lungo tale solco si collocano testi come «Non c’è alternativa – Falso!», dedicato a Giorgio Napolitano, di un autore liberalriformista come Salvatore Veca. E sentii citare per la prima volta il libro «Guasto è il mondo» del compianto Tony Judt da un altro riformista, Giuliano Amato. Ecco: forse non si tratta ormai di «eresie», in quanto non vi sono «ortodossie» da difendere.

Si tratta semmai dell’espressione di un anelito di libertà, di una ricerca interminabile di condizioni di vita più umane.
Danilo Di Matteo

Mi chiamavi “vecchia bestia” … ora sommessamente urlo. Per me si sei, sempre.
Salvatore Polidoro

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Si è spento ieri notte, colpito da un malore improvviso, Valentino Parlato, il nostro amico e compagno più vicino, uno dei fondatori del gruppo del Manifesto e di questo giornale assieme ad Aldo Natoli, Lucio Magri, Luigi Pintor, Luciana Castellina, Eliseo Milani e chi scrive.

Del giornale è stato parecchi anni direttore, e soprattutto vigile amico del suo destino, salvatore nelle situazioni di emergenza, oltre che naturalmente collaboratore per lungo tempo.

Valentino era nato in Libia e la sua entrata nel giornalismo italiano è stata la stessa cosa della sua adesione al Partito comunista italiano, finché non fu vittima anche egli della cacciata di tutto il gruppo del Manifesto per non essere d’accordo con la linea imperante fra gli anni sessanta e settanta. Aveva cominciato a collaborare a Rinascita assieme a Luciano Barca ed Eugenio Peggio, in quello che fu forse il più interessante periodo della politica economica e sindacale comunista, e il culmine della polemica sulle «cattedrali nel deserto», ma negli stessi anni tenne uno stretto collegamento con Federico Caffè e Claudio Napoleoni.

Tuttavia non si può limitare la sua cultura alla scienza economica; nutrito di letture settecentesche, si considerò sempre un allievo di Giorgio Colli e di Carlo Dionisotti. Portò questa sua molteplice cultura nella fattura del manifesto e nel propiziargli i collaboratori, della cui generosità si è sempre potuto vantare.

Sempre per il manifesto seguì le grandi questioni della produzione italiana (rimase celebre la sua inchiesta sul problema della casa); ma quello che lo caratterizzò in anni nei quali alle prese fondamentali di posizione nella politica del paese si accompagnarono spesso dolorose rotture, fu la grande apertura alle idee altrui, una generosità mai spenta, un vero e proprio modo di essere e di pensare che lo avrebbe accompagnato per tutta la sua attività nel giornalismo.

L’aver militato per diversi anni in Puglia con Alfredo Reichlin lo aveva legato per sempre alla questione del Mezzogiorno.

Ma Valentino è stato soprattutto una specie di nume protettore del giornale, chiamato a salvarlo in ogni situazione di emergenza, pronto a lunghe attese per essere ricevuto nelle stanze ministeriali al fine di ottenere le avare sovvenzioni sulle quali il giornale ha potuto fondarsi.
La sua presenza e capacità mancheranno a chi lo ha conosciuto, qualche volta perfino impazientendosi della sua benevola tolleranza per chi non la pensava come lui e come noi. Tutti gli incidenti che potevano occorrere a un’impresa avventurosa e senza precedenti come la nostra ebbero in lui un dirigente e un mediatore saggio.

Del gruppo iniziale siamo rimasti molto pochi nel giornale mentre più vasta è stata la seminagione nei rari settori della Sinistra sopravvissuta alla crisi di questi anni.

Anche sotto questo profilo la perdita di Valentino Parlato sarà assai dura. Per non parlare del venir meno della sua amicizia ed affetto per chi, come noi, cerca ancora di stare sulla breccia.

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