Anni 70 – Italia

Quando si tenne a Roma, il 29 novembre 1969, la manifestazione nazionale dei metalmeccanici comparve un cartello: «Saragat, operai 171, poliziotti 1». Si ricordava polemicamente in questo modo al Presidente della Repubblica la lunga lista dei lavoratori uccisi dal 1947 in scontri con le forze dell’ordine.
Il poliziotto menzionato era invece morto solo pochi giorni prima, il 19 novembre a Milano, nel corso degli incidenti scoppiati durante lo sciopero generale per la casa indetto da Cgil-Cisl e Uil, la prima manifestazione unitaria dal 1948, cui aderì quasi il 95% dei lavoratori italiani. Si chiamava Antonio Annarumma di soli 22 anni, originario di Monteforte Irpino, una delle aree più povere d’Italia. Di «azione criminosa di un dimostrante» parlò il ministro dell’Interno Franco Restivo, mentre il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, in un telegramma divenuto famoso, sentenziò che si era trattato di un «barbaro assassinio». Da qui il cartello.
La ricostruzione di quella tragica vicenda, a distanza di cinquant’anni, la dobbiamo ora al libro del giornalista Cesare Vanzella, già direttore di «Polizia e Democrazia», Il caso Annarumma. La rivolta delle caserme e l’inizio della strategia della tensione (Castelvecchi, pp.160, euro 17.50), intenzionato a superare narrazioni precedenti e verità ufficiali basandosi scrupolosamente sull’analisi dei fatti, gli atti giudiziari disponibili e il recupero fondamentale di inedite testimonianze.

IN QUEL NOVEMBRE si era in pieno «autunno caldo». I lavoratori rivendicavano assieme miglioramenti complessivi, una maggior democrazia nei luoghi di lavoro e contare di più nella vita di fabbrica e nel Paese. La richiesta di riforme andava dalle pensioni, da agganciare ai salari, alla riforma sanitaria incentrata sulla prevenzione, alla casa, da cui lo sciopero generale del 19 novembre.
A fronte di queste grandi lotte di massa i fascisti, veri e propri manovali del padronato più retrivo, si scatenarono in aggressioni e violenze. In quel 1969 si conteranno alla fine ben 145 attentati, quasi tutti di riconosciuta marca fascista. La «strategia della tensione» andava prendendo corpo.
Giorgio Benvenuto, all’epoca segretario della Uilm, in una delle due introduzioni al libro (l’altra è di Mario Capanna), ricorda ancora con angoscia quando fu convocato subito dopo il 19 novembre, insieme ai segretari di Fiom e Fim, dal ministro del Lavoro Carlo Donat-Cattin. «Siamo alla vigilia dell’ora X» – disse loro – «Il golpe è alle porte, bisogna mettere un coperchio sulla pentola che bolle».
Si riferiva quanto accaduto nell’aprile del 1967 in Grecia con la presa del potere da parte dei colonnelli e alla necessità di firmare immediatamente il contratto dei metalmeccanici. La strage di piazza Fontana arriverà il 12 dicembre successivo.
Già a partire dal pomeriggio del 19 novembre scoppiò letteralmente una rivolta in due caserme di Milano, dove centinaia di agenti tentarono di varcare i cancelli per farsi «giustizia» da soli. Dovettero schierarsi alcuni reparti di carabinieri per impedirlo. La morte di Annarumma aveva fatto da innesco a un malumore profondo e diffuso dovuto ai turni massacranti, a una disciplina ferrea, nonché a condizioni di vita davvero misere in alloggi scadenti, con vitto mediocre e paghe bassissime. Annarumma percepiva una retribuzione netta di 82.630 lire mensili. La repressione fu durissima con trasferimenti punitivi e allontanamenti dal corpo. Da qui comunque si svoltò, almeno sul piano di alcune iniziative di natura economica per le forze di polizia. La smilitarizzazione e il sindacato di polizia arriveranno solo molto dopo, nel 1981.

I FUNERALI di Antonio Annarumma si svolsero venerdì 21 novembre. Una gran folla, stimata in cinquantamila persone, si radunò nel centro di Milano. I fascisti colsero l’occasione per riprendersi la piazza. A centinaia, organizzati in squadre, scatenarono la caccia ai «rossi», magari individuati solo per l’abbigliamento o i capelli lunghi. A farne le spese furono in diversi, ma soprattutto Mario Capanna, il leader del Movimento studentesco che si era recato alle esequie. Rischiò il linciaggio. Venne salvato a stento da alcuni funzionari di polizia che in compenso lo ammanettarono.
Per la morte di Annarumma non fu mai individuato chi avrebbe colpito con una sbarra il poliziotto alla guida del gippone. Tredici furono invece gli imputati per i disordini. Otto di loro furono assolti e cinque ebbero pene minime. Chi era accanto ad Annarumma testimoniò di non ricordare nulla. Fu il festival delle amnesie. Il professor Vittorio Staudacher, primario del Policlinico, mise in dubbio che l’agente fosse stato colpito da una sbarra. L’autore di un filmato amatoriale dichiarò di aver «ripresi due gipponi che si scontravano e un agente che moriva».
La conclusione di Cesare Vanzella è amara: nessuno ha mai cercato «una verità accettabile», tanto meno la polizia. «La sensazione» è che «Annarumma debba restare ancora, e forse per sempre, una storia da non raccontare».

* Fonte: Saverio Ferrari, il manifesto

Domenica scorsa centocinquanta persone hanno riempito la sotterranea sala concerti del pub Elav Circus di Bergamo per ascoltare riflessioni e testimonianze dei protagonisti del gruppo del manifesto a cinquant’anni dalla sua nascita.

L’evento, organizzato e promosso dall’associazione “Bergamoracconta” e dalla Biblioteca Di Vittorio (centro di documentazione sindacale della Cgil di Bergamo), aveva l’intento di portare alla luce lo stretto rapporto tra la nascita del gruppo politico e la città di Bergamo. Tanto più che esattamente 49 anni fa, 30 settembre 1970, metà federazione del Pci bergamasco uscì dal partito per aggregarsi al manifesto.

Ha aperto la discussione Aldo Garzia, ex manifesto giornale, ricordando la centralità culturale della figura di Lucio Magri e il suo tentativo di allargare la prospettiva comunista alle altre forme di critica sociale e politica che animavano i movimenti sociali dell’epoca.

Bergamo era in quegli anni un laboratorio politico: papa Giovanni XIII era bergamasco, il dialogo tra comunisti e cattolici nacque a Bergamo dove Togliatti tenne nel 1963 un importante discorso sul tema introdotto da Eliseo Milani (tra i fondatori del Manifesto gruppo e rivista), le lotte operaie erano radicali.

Lidia Campagnano, anche lei ex manifesto giornale, ha invece posto l’attenzione sulla capacità delle donne del manifesto di porre in questione i rapporti di potere tra i generi all’interno dell’organizzazione. Ha raccontato la dirompenza dell’istanza femminista, nonché la sua sconfitta e conseguente dispersione negli anni successivi.

Massimo Serafini, manifestino fin dall’inizio, ha raccontato le esperienze del Collettivo operai-studenti di Bologna che lo portarono ad aderire al gruppo politico.

A seguire hanno preso parola esponenti del gruppo bergamasco (Luciano Ongaro, Evaristo Agnelli, Bruno Ravasio, Vittorio Armanni), che hanno svelato la specificità della vicenda del manifesto a Bergamo, vale a dire la forte connotazione operaia e il forte radicamento nell’industria, in una stagione che ha segnato, oltre agli aumenti salariali, un inedito avanzamento del controllo operaio all’interno delle fabbriche bergamasche nei primi anni Settanta.

«Noi operai volevamo il potere, volevamo decidere come produrre – ha raccontato Evaristo Agnelli – e riuscivamo a ottenerlo. Lo strumento dei consigli di fabbrica fece la differenza».

Fu proprio il legame con l’esperienza consiliare a favorire l’ingresso del manifesto delle fabbriche, con un grado di penetrazione in molti casi superiore a quello del Pci. Tutti i relatori hanno ricordato come le basi per l’incontro del manifesto con il mondo operaio furono gettate negli anni precedenti la nascita del gruppo, grazie anche al lavoro di alcune importanti figure della storia comunista bergamasca, in particolare Eliseo Milani, sul quale si è concentrato l’intervento di Ravasio.

Luciana Castellina ha raccolto e sintetizzato la discussione, riportando il tutto alla attuale disarticolazione della sinistra e alla sua sconnessione con la sua base di classe, che si intreccia con altri processi di ristrutturazione – geografica, organizzativa e proprietaria – dei processi produttivi, da un lato, e con l’indebolimento della democrazia parlamentare e rappresentativa dall’altro.

Il problema di trovare nuove forme di ricomposizione, per quanto urgente, chiede una riflessione sul medio periodo, che vada oltre l’inseguimento delle dinamiche del consenso elettorale. È apparso chiaro, nell’intervento di Castellina, che il problema non è aver perso le elezioni, ma aver perso la società.

La drammaticità della situazione attuale, unitamente alla concretezza delle esperienze operaie raccontate, ha impedito ogni deriva nostalgica. Nulla a che vedere con le commemorazioni cerimoniali che lungo il 2018 hanno celebrato l’anniversario del Sessantotto.

Il Sessantanove operaio, per la sua connessione con le contraddizioni passate e presenti del modo di produzione capitalistico, non lascia spazio ad alcun reducismo o compiacimento. Nessun lieto fine né pacificazione al termine, se non nella bella voce di Giusi Pesenti, cantante country-jazz bergamasca, che, in chiusura, ha offerto ai presenti una rilettura originale di alcune canzoni implicitamente operaie del secolo breve americano.

* Fonte: Michele Dal Lago, il manifesto

Il manifesto ha 50 anni, cominciò a uscire nel giugno 1969. Nel maggio del ’68 con Rossana e Magri andammo a Parigi. Del progetto si cominciò a parlare allora. All’epoca, giravamo l’Italia in lungo e in largo. Poi, dopo l’uscita del primo numero, iniziarono le iniziative pubbliche

L’idea covava da molto tempo, fin dagli esiti dell’XI congresso del Pci, che si era svolto nell’ultima settimana del gennaio 1966. Quello in cui fu reso esplicito, con l’intervento di Pietro Ingrao, un punto di vista notevolmente critico della linea politica e della piattaforma programmatica ormai prevalse dopo la morte di Togliatti. Covava, ma senza forma precisa, nei pensieri di pochi compagni che avevano preso parte a quella battaglia, e ne erano usciti sconfitti e poi emarginati. Mi riferisco principalmente a Rossana Rossanda, Lucio Magri, Luigi Pintor, Luciana Castellina, Valentino Parlato.

Poi, dopo un paio di anni, una volta entrati in quella straordinaria stagione mondiale che fu il ’68, quel lavorìo delle menti cambiò ritmo, fino a sbocciare nella determinazione di fondare una rivista. La prima volta che ne sentii parlare fu nel maggio del ’68, quando con Rossana e Lucio Magri andammo insieme a Parigi, e lì ci fermammo una ventina di giorni per osservare da vicino la novità di quel singolare sommovimento. L’ho ricordato recentemente, e con più dettagli. nella prefazione alla ristampa – edita da manifestolibri – delle Considerazioni sui fatti di maggio, il saggio che Lucio Magri scrisse all’epoca, appena tornammo in Italia. Già prima del Natale dello stesso anno il gruppetto dei promotori – arricchitosi nel frattempo del valore e dell’autorevolezza del compagno Aldo Natoli – si mise d’impegno a lavorare al progetto, in tutte le sue articolazioni. Ma il passaggio dalla semplice ipotesi alla concretezza avvenne alla metà del febbraio ’69, considerati assai deludenti i risultati del XII congresso di Bologna, relativamente ai punti che si chiedeva di mettere in discussione.

In partenza si convenne tutti che la direzione era da affidare a Rossana e a Lucio. Si passò quindi alla ricerca di un editore. Il primo tentativo lo facemmo con Einaudi, che però ci rispose negativamente. Ci rivolgemmo allora a Diego De Donato, l’editore barese che aveva pubblicato da poco sia il già citato libro di Lucio, sia un altro di Rossana, intitolato L’anno degli studenti. Inoltre ci era amico, tanto da averci prestato, a loro due e a me, la Giulia Alfa Romeo con la quale avevamo fatto il viaggio in Francia sopra ricordato. Purtroppo anche De Donato ci disse di no, che non aveva la struttura editoriale, trattandosi non di libri ma di un periodico. Sospettammo che entrambi, più o meno sollecitati dal Pci con cui erano in buoni rapporti, vollero evitare di fargli uno sgarbo. Dovevamo dunque cercare altrove, ma non certo in campi lontani dalla sinistra. Mi venne in aiuto un carissimo amico di Bari, Antonio Mallardi, che a quel tempo era il rappresentante di Einaudi per le librerie di quasi mezza Italia, dall’Abruzzo a tutto il Meridione.

Informato dei rifiuti, Antonio mi consigliò di rivolgermi, anche a nome suo, a Raimondo Coga, un editore-stampatore anch’egli barese (ah, quanti rivoli dell’école barisienne!), che già pubblicava numerosi periodici politico-culturali, tra cui la Monthly Review. Dopo una breve consultazione con il sodalizio, feci tutto alla velocità del fulmine: viaggio a Bari, incontro con Coga, rapida intesa sulle nostre finalità e sulla conseguente totale autonomia circa contenuti e testi. Facile anche la contrattazione economica. La tiratura sarebbe stata sufficiente a distribuire il mensile non soltanto in libreria, ma anche in edicola, con copertura territoriale quasi completa. I costi di produzione tecnica andavano interamente a carico della Dedalo. Direzione e redazione avrebbero provveduto ai loro. Ma l’editore si impegnò a stampare 5000 copie in più da destinare gratuitamente alle nostra organizzazione per la vendita militante e le campagne abbonamenti. Firmato l’accordo, rompemmo gli indugi e partimmo nel mese di giugno 1969. Esattamente cinquant’anni fa.

Con tali ricavi e qualche sottoscrizione di amici simpatizzanti e meno squattrinati di noi (i primi che mi vengono i mente: Paolo Volponi, Ulisse Guzzi, Cesare Musatti, Gian Maria Volonté, Yves Montand e Simone Signoret, ecc., ecc.), riuscivamo a coprire bene i costi redazionali. Alla fine dell’anno, dopo la radiazione dal Pci di novembre, si aggiunsero anche gli utilissimi e soprattutto costanti contributi dei compagni parlamentari, di importo pari a quanto prima davano al partito. Massima oculatezza sulle spese. Di norma si riducevano all’affitto (basso, per fortuna) della sede di piazza del Grillo; ai viaggi e soggiorni a Bari per i due di noi che ci andavano a terminare il lavoro in tipografia e dare il «si stampi» per ogni numero; e alle varie riunioni in giro per l’Italia, per rispondere all’enorme interesse che avevamo suscitato, raccogliere fondi e altre attività promozionali. Quanto agli stipendi, fin dall’inizio legati a quelli degli operai di quinto livello, si limitavano ai tre che ci lavoravamo a tempo pieno: Lucio Magri, io e Ornella Barra, la bravissima segretaria di redazione, che proveniva dalla esperienza simile vissuta a Botteghe Oscure, nella redazione di Critica marxista, diretta allora da Romano Ledda.

Si sarà capito che in quel periodo, in particolare nella prima fase, tutti noi del gruppo iniziale giravamo per l’Italia in lungo e in largo senza fermarci un attimo. Le richieste di incontri e riunioni con piccoli gruppi erano molte e poi, subito dopo l’uscita del primo numero (un successo enorme rispetto alle attese, con vendita tra le 45 e le 50 mila copie!) cominciarono anche le iniziative pubbliche. Per tutta la sinistra, in primo luogo comunista, ma pure ben oltre, furono mesi e mesi di straordinario esercizio democratico, di confronti sulle grandi questioni come su quelle di breve termine, di discussioni appassionate su se stessi, piccole monadi, e sul gigantesco mondo. Mesi vissuti da una parte in allarme, per il timore del pericolo grave che si riteneva stesse correndo l’unità del partito, il bene supremo; e invece dall’altra, la nostra, con la convinzione (esagerata?) di star provando a dare un contributo utile ad arrestare e invertire il processo di corrompimento, in cui correvano il rischio di inabissarsi pratiche e potenza ideale del socialismo (oggi, dopo 50 anni, possiamo ben dire: solo il rischio?). Sarebbe interessante ricostruire da storici quella stagione. Interessante ma anche molto difficile, perché temo che non esistano più luoghi che conservino i relativi materiali, sufficientemente eloquenti.

Per dare almeno un’idea di quel frenetico correre da una regione all’altra, accennerò in conclusione a un infinitesimo numero di riunioni a cui partecipai. Peraltro lo spazio e la minore nettezza dei ricordi non mi consentono di dire degli altri compagni impegnati nel lancio della rivista.

In qualche città ci recammo in due. Per esempio: a Padova, dove andai con Lucio, e insieme a lui ci incontrammo con una decina di compagni, perlopiù docenti universitari e da tempo dissidenti, ma metà già fuori dal partito e metà ancora dentro; e a Perugia, dove Luigi Pintor parlò a una affollatissima assemblea alla Sala dei Notari nel Palazzo dei Priori, con un dibattito protrattosi per ore. In quella occasione avemmo il primo contatto con alcuni compagni di Bologna, che vennero col proposito di dimostrarci che non erano equivoci personaggi, come in precedenti colloqui telefonici loro capirono che noi temevamo, per ragioni (sbagliate, ovviamente) che qui sarebbe troppo lungo spiegare. Erano Stefano Bonilli, Paolo Passarini e Massimo Serafini, che in seguito fondarono e condussero a lungo il Centro di iniziativa del manifesto a Bologna e dopo qualche anno si trasferirono tutt’e tre a Roma, i primi due per lavorare al giornale e il terzo all’organizzazione politica.

A Venezia la riunione ebbe luogo alla Giudecca, in casa di Luigi Nono e di sua moglie Nuria Schönberg, e già questa accoglienza fu per me un onore, oltre che un piacere. Tra i diversi compagni della Federazione locale, che comprendeva una consistente minoranza vicina alle posizioni di Ingrao, c’erano Nico Luciani e Cesco Chinello, un ex operaio di forte intuito politico e altrettanta capacità di leggere nei processi sociali. E c’era anche Massimo Cacciari, venticinquenne, che allora dirigeva con Asor Rosa la rivista Contropiano, intelligentemente operaista. Non sono certo che in quel periodo fosse iscritto al Pci, ma ricordo bene che in quell’occasione fu molto polemico nei miei confronti, non essendo per nulla convinto della battaglia condotta fino a quel punto da chi stava per promuovere il manifesto.

A Milano ci andai per incontrare solo una persona, ma di gran peso. Ci vedemmo all’Università cattolica, dove mi pare che tenesse un corso. Era Lidia Menapace, che negli anni successivi fu una colonna portante prima del movimento politico legato al manifesto e poi del Pdup. Le intenzioni che le esposi devono esserle apparse parecchio interessanti dal suo punto di vista di cattolica del dissenso, se il rapporto con noi si intensificò con una certa rapidità.

A Torino il primo appuntamento lo ebbi con Sergio Garavini, che conoscevo già da tempo. Sergio era a quel tempo segretario della Cgil e membro del Comitato centrale del Pci, perciò preferì non esporsi pubblicamente in favore del nascente manifesto (ma alla riunione finale che decise la radiazione dei suoi esponenti – alla quale non poté essere presente – inviò una lettera per notificare il suo voto contrario). Mi mise comunque in contatto con un nutrito gruppo di sindacalisti della provincia di Novara, in particolare a Borgomanero, che sapeva molto sensibili ai temi che noi intendevamo introdurre e sostenere nel dibattito politico. E infatti la loro disponibilità ad aiutarci si tradusse presto nella raccolta di molti abbonamenti in tutta la provincia, comprensiva anche del Verbanese.

A Pisa mi incontrai con due studenti della Scuola Normale, che mi erano stati indicati come i meno «ortodossi» della Fgci locale. Il cognome di uno dei due mi sorprese, perché del padre Giuseppe, deputato del Pci, che avevo conosciuto quando lavoravo con Rossana Rossanda a Botteghe Oscure, e che mi era sinceramente simpatico, non avevo mai notato segni di simpatia per le posizioni ingraiane e per chi le aveva condivise. Mi aumentò pertanto la curiosità di conoscere Massimo D’Alema, benché non fosse il primo caso al mondo di divergenza di opinioni tra padre e figlio. Ignoravo invece nome e cognome dell’altro studente, che con l’andare del tempo diventò, ed è rimasto, un notissimo personaggio politico. Ma prima ancora di questi sviluppi, già dai mesi immediatamente successivi alla nostra chiacchierata , si era distinto per coraggiosa autonomia. In quanto delegato della Fgci poteva partecipare, con diritto anche di voto, alle riunioni del Comitato centrale del partito dei «grandi», pur non facendone parte. Ebbene, giunti al dunque nella giornata decisiva del novembre ‘69, Fabio Mussi si associò a Garavini, Lombardo Radice e Luporini e dette anche lui voto contrario alla radiazione di Natoli, Pintor, Rossanda e Magri. La conversazione in piazza dei Cavalieri durò poco. Non ci fu bisogno di illustrare le nostre intenzioni. D’Alema e Mussi sapevano già tutto, mostrando di seguire con interesse gli eventi. Ma senza dare evidenza a particolare condivisione. Promisero tuttavia di darsi da fare per raccogliere sottoscrizioni in forma di abbonamenti. Che infatti arrivarono, contribuendo a far vivere il mensile fino a tutto il 1970. Quando decidemmo di trasformarlo in quotidiano.

Trascorso ormai mezzo secolo, un ricordo di quelle vicende appare – come vedete, cari lettori – su un giornale che si chiama il manifesto. Purtroppo non esistono più né il partito, né il suo glorioso quotidiano, l’Unità, che allora lo dichiararono incompatibile. Col risultato che ora stiamo tutti peggio.

* Fonte: Filippo Maone, IL MANIFESTO

Mostra di Pesaro 55. Tutto Grifi al centro Arti Visive – Pescheria, 40 ore di materiali video analogici

Ci sono almeno due cose che Alberto Grifi avrebbe voluto vedere realizzate da vivo, due tra milioni di altre, data la curiosità ed ecletticità del soggetto in questione, ma queste in particolare sono legate alla sua stessa sopravvivenza fisica ed artistica: la cura per l’epatite C, trovata qualche anno dopo la sua morte ed ora distribuita gratuitamente ai tanti che ne sono affetti, che gli avrebbe salvato la vita; e la realizzazione della macchina «lavanastri» che avrebbe salvato i suoi film e non solo i suoi.

Questa seconda «invenzione» fu la sua ossessione negli ultimi anni, ne aveva costruito un prototipo funzionante e poi dovette ricominciare tutto daccapo perché uno dei solventi essenziali per l’operazione fu messo fuorilegge. Poco prima di morire lavorò ad un secondo tentativo in un capannone industriale tra Torino e Milano sottoponendosi a chissà quali vapori chimici, che, secondo me, gli hanno ulteriormente accorciato l’esistenza. Pochi anni dopo la sua morte il suo metodo è stato adottato per restaurare i nastri dei primi videotape e funziona. Non posso fare a meno di pensare che se avesse resistito ancora un po’ adesso Alberto sarebbe qui a giocare con le immagini, formare nuovi gruppi di videoteppisti per rimontarle, concentrato e felice. Sono passati già 12 anni da quando se ne è andato e fortunatamente, grazie all’impegno congiunto dell’Associazione Culturale Alberto Grifi e del CSC-Cineteca Nazionale, il suo lavoro è stato resuscitato.

Adesso è visibile un archivio di circa 40 ore di nastri completamente digitalizzato nel 2017.

È la seconda volta che «Parco Lambro» va a Pesaro. La prima, in versione assai ridotta ma proiettata negli stessi luoghi di quest’anno, il Centro Arti Visive Pescheria, fu nel 2006. Ho sotto gli occhi un libricino piccolo ma molto ben fatto che fu stampato per l’occasione intitolato: «Parco Lambro 1976/2006 il festival del proletariato giovanile nelle immagini di Alberto Grifi», c’è lo stesso incipit di Lu Xun che rileggo nel programma di quest’anno che termina con queste parole: «…anche se non sarò io verrà un tempo in cui saranno ricordati, in cui si parlerà di loro.» In questo caso «loro» sono quei ribelli del movimento degli anni ’70.

Nel loop di immagini che verranno proiettate torneranno a vivere, parlare, discutere, cantare, suonare, danzare, fumare, spogliarsi, espropriare polli congelati e patatine, i giovani studenti, proletari e sottoproletari arrabbiati, anarchici, ladri, drogati visionari, compagni, femministe, omosessuali, musicisti, teatranti, filmakers, artisti, desideranti, di quarantatre anni fa; e chiunque potrà cogliere liberamente ciò che vuole nel flusso continuo delle proiezioni. Le immagini non sono tutte di Grifi ma girate in coregia con un nutrito gruppo di videoteppisti da lui formato, modalità che continuerà a praticare ogni volta che ne avrà occasione.

L’elenco è lungo: Flavio Vida, Luciana Meazza, Enza Jannuni, Carla Tiziana, Alberto Romero, Flavia Geronazzo, Fabio Leonardis, Annamaria D’Anna, Alberto Giunti, Sandro Vannucci, Vito Zagarrio, Giorgio Patrono, Elisabetta Cassio, Renzo Costantini, Klaus Rath, Angelo Marzullo, Pezzella Dimitrios Makris, Luciano Colombo. Oltre a Parco Lambro verranno proiettati altri documenti molto interessanti di quegli anni: L’occupazione degli autoriduttori del convegno sulla follia, 1976, coregia di Franco Barbero, Claudio Caligari; Contestazione al concerto di Antonello Venditti, 1976, coregia di Franco Barbero, Claudio Caligari; Festa del COM nella casa occupata di via Morigi a Milano, autunno 1976, coregia di Franco Barbero, Claudio Caligari; L’occupazione dell’Università La Sapienza, 1977, coregia di Renzo Costantini; Sconvegno svoltosi presso la Fabbrica di comunicazione e Macondo a Milano 24-26 novembre 1977 in contrapposizione al convegno sul tema «La violenza» organizzato dal collettivo semiotica e psicanalisi dello psicanalista Armando Verdiglione, 1977, coregia di Franco Barbero, Claudio Caligari.

A proposito del materiale girato a Parco Lambro da 4 troupe di videoteppisti e 3 di cinematografari che non lo vollero mai cedere alla RAI e che quindi non fu mai veramente montato Grifi scrive: «È considerato l’unica testimonianza registrata, «dal vero», minuto per minuto, dall’interno delle problematiche di quella generazione, nell’ottica dei disagi, dei tentativi di organizzazione politica e contemporaneamente ben al di là della politica; laddove nascevano nuovi desideri e bisogni, cambiamenti di comportamento lontani dalla lotta armata e fuori dai ruoli stabiliti dalla logica del vecchio potere, che precedettero gli anni di piombo».

Io di quella generazione ho fatto parte e mi rivedo tra quei ragazzi un po’ straccioni, selvaggi, sconclusionati e pieni di utopie, sogni e desideri, convinti di fare una rivoluzione, forse di averla esistenzialmente già fatta, di poter cambiare il mondo, ricostruirlo a propria immagine, fragili e forti , ironici e ideologici, sfrontati e ingenui nello stesso tempo, una gioventù troppo blasfema, insopportabile per l’ipocrisia moralista e reazionaria del tempo, una generazione che dopo pochi anni da quel festival ha conosciuto lutti e sconfitte, di cui la parte migliore, quella che non ha voluto cedere, quella che ha rifiutato di sottoporsi al trattamento della «normalina» (altro film di Grifi girato a Milano in quegli anni), come Alberto, fino alla fine non vuole mollare, cedere alla cupezza del presente. Spero che questo flusso di idee sia di stimolo per i giovani di adesso, che possano riconoscere in quei volti e in quei corpi il pressante, allegro, vitale, utopistico desiderio, che spero e auguro abbiano anche loro, di cambiare il mondo. Nell’ultima pagina del libricino del 2006 c’è un appello al comune di Roma del comitato UNA CASA

PER GRIFI firmato da tantissime persone, Alberto cercava uno spazio per il suo immenso archivio più che per sé stesso, ma non lo ebbe in vita, sono contenta e credo lo sarebbe anche lui moltissimo di questa megaproiezione.

* Fonte: Alessandra Vanzi, IL MANIFESTO

foto: Festa del proletariato di Alberto Grifi

Un bel libro questo: L’Autonomia operaia vicentina. Dalla rivolta di Valdagno alla repressione di Thiene, quinto volume della collana «Gli Autonomi» (DeriveApprodi, pp.256, euro 19). Ne è l’autore Donato Tagliapietra.

È un libro vero, per taluni versi eccezionale, e racconta la storia singolare di uno di quei cento centri autonomi di iniziativa comunista che negli anni ’70 agirono nelle fabbriche e nei territori italiani, affermando contropotere operaio e conquistando salario e diritti.

OGNUNO DI QUESTI CENTRI è un’esperienza unica, l’insieme un episodio rivoluzionario. Il racconto, degli operai e dei militanti vicentini, mostra la confluenza di un movimento sociale sgorgato dal ’68 e di una comunità generazionale di ragioni e di affetti politici, che rende in maniera esemplare l’irripetibile qualità del fare politica dell’Autonomia di quegli anni. Questo mondo lo si può prendere dunque da due lati, quello della lotta di classe e quello generazionale, ma questi due lati non si separano mai. Ogni pagina la si può leggere come racconto del modo in cui una fascia d’età d’operai e studenti s’è trovata a mettere in questione, in maniera radicale, l’ordinamento di fabbrica e sociale e come ciascun gruppo di compagni abbia voluto vivere questa rottura e ci abbia messo del suo per fabbricarla.
«Destino e libertà», si potrebbe dire filosoficamente. Ma detto in veneto, con un accento e una decisione tanto dure quanto fu allora la costrizione al lavoro salariato contro una generazione di giovani, già definitasi come intellettualità di massa in formazione.
Il libro è costruito quasi esclusivamente da documenti prodotti dall’organizzazione – i Collettivi Politici Veneti dell’alto vicentino – e da interviste con i militanti d’allora. E segue l’espansione straordinaria delle lotte, incentivate e/o organizzate dai collettivi di paese, dalla rivolta della Marzotto di Valdagno dell’aprile ’68 fino alla repressione degli inizio degli anni ’80. Dall’inizio alla fine di questo periodo si determina una concentrazione organizzativa sempre più estesa sul territorio e sempre più incisiva.

LA COMUNITÀ DI LOTTA è anche una comunità di vita: questa verità trasuda dal racconto. Liberarsi dalla miseria del lavoro salariato, vendere a caro prezzo la propria forza-lavoro costituirono un modo di costruire una vita diversa. Gli scioperi in fabbrica e le ronde contro il lavoro nero andavano con la conquista dei concerti gratuiti, con la lotta contro gli affitti e l’occupazione di case e la generosa appropriazione di beni nei supermercati. Illegalità di massa, sì, ma anche invenzione di un modo di vita che rifiutava la povertà dei corpi e la miseria dello spirito. Una generazione di giovani si propose, con grande maturità, il progetto di una vita libera.

COM’È DIFFICILE narrarlo oggi a chi finge di essere libero. Eppure la lettura di questo racconto risveglia nel fondo di ogni animo quell’imperfetta coscienza della falsità e della illibertà che la volgarità del vivere sotto padrone determina: non a tutti è dato di trasformare quel risveglio in un atto di rottura. Poiché siamo soli. Di contro, quei ragazzi di Thiene e dei paesi attorno, fino a Schio, fino a Bassano, fino a Vicenza avevano rotto ogni destino di solitudine: erano insieme, si sentivano forti, diedero un esempio di dignità. Insieme, tutti insieme.
Lo scontro con il potere fu violentissimo. Come in tutto il Veneto, d’altronde, dove fra i ’60 e i ’70 si dettero alcune delle più importanti esperienze massificate di organizzazione ribelle, nelle grandi fabbriche prima e poi nella fabbrica diffusa, ed in contemporanea nelle scuole e nelle università. Perché nel Veneto la lotta di classe divenne tanto dura? Perché – come questo libro mostra – la rivolta non avvenne solo contro il padrone ma, data l’arretratezza delle discipline sociali di sfruttamento, fu uno scontro sulla vita: fu un salto nel nuovo ed una scoperta del comune, un associarsi radicale nella lotta e la volontà di costruire una nuova società.

DURISSIMO FU APPUNTO lo scontro con la repressione. Eppure anche negli episodi di lotta armata in risposta alla repressione, la linea dei Collettivi fu sempre quella della tenuta dei territori dell’«operaio sociale» e non fu mai assassina, bensì rivolta alla costruzione di comunità libere. Non a caso non ci furono infami né pentiti quando la repressione vinse. Quando dopo la tragedia dell’11 aprile del ’79, quando tre compagni morirono mentre si preparavano a rispondere al blitz del 7 aprile, e quando un quarto compagno fu assassinato in carcere, l’opera al nero dei repressori, di Calogero e di Dalla Chiesa, fu feroce. Negli anni successivi, alla galera per molti, si aggiunse l’eroina per moltissimi.
Questo libro è dedicato ad Antonietta Berna, Lorenzo Bortoli, Angelo Dal Santo e Alberto Graziani, ai quattro caduti di quell’aprile maledetto, in maniera amara, non luttuosa tuttavia, bensì esclamando orgogliosamente quanto quella vita di uomini liberi assassinata fosse vera ed esemplare.

* Fonte: Toni Negri, IL MANIFESTO

Accusati per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana di “insurrezione armata contro i poteri dello stato”

Il 7 aprile 1979 decine di militanti (che diventeranno centinaia nel corso dell’inchiesta) dell’area dell’Autonomia furono arrestati, in esecuzione di un duplice mandato di cattura emesso dai giudici Pietro Calogero e Achille Gallucci delle procure di Padova e Roma, con l’accusa di associazione sovversiva, banda armata e partecipazione a diciannove omicidi, fra i quali spiccava quello di Aldo Moro. L’accusa era di aver costituito una organizzazione segreta che dirigeva dietro le quinte ogni possibile formazione armata: come scriverà l’Unità due giorni dopo, «un unico filo, insomma, percorrerebbe tutte le formazioni terroristiche, dalla nebulosa del “terrorismo diffuso” alla perfezione militare delle Br. La mano che questo filo tira e manovra sarebbe quella dell’Autonomia», organizzazione nata dopo lo scioglimento di Potere Operaio e poi cresciuta nel corso degli anni Settanta, ovvero quella di Toni Negri, per il quale il giudice Calogero ricorre, prima volta nella storia dell’Italia repubblicana all’articolo 284 del codice penale «per aver promosso una insurrezione armata contro i poteri dello Stato e commesso fatti diretti a suscitare la guerra civile nel territorio dello Stato».

L’operazione 7 aprile svolge un ruolo nevralgico nello scontro sociale che si è consumato negli anni Settanta, un decennio eccezionale dal punto di vista delle lotte sociali e del protagonismo operaio. La sostenne un battage giornalistico impressionante. Nel giro di pochi giorni l’Italia apprendeva l’esistenza di una sorta di Spectre nostrana, la cui esistenza si affermava con certezza essere comprovata da solidi elementi e testimoni inconfutabili: fra questi un uomo del generale Dalla Chiesa e un brigatista pentito padovano. In particolare, era l’Unità a distinguersi nel distillare, giorno per giorno, le rivelazioni provenienti dalla procura di Padova: Negri era ideatore dei primi sequestri di persona effettuati dalle Br, membro della direzione Br sin dalla metà del ’73, il telefonista che comunicava con la famiglia Moro durante il sequestro del leader Dc, ma anche, con estrema versatilità, l’uomo che «insegnava la tecnica di costruzione delle bottiglie molotov». E, si insinuava, mandante dell’omicidio del giudice Emilio Alessandrini (ucciso da Prima Linea, una organizzazione armata distinta dalle Br), che, avendo condiviso una cena con Negri in casa del giudice Antonio Bevere, avrebbe riconosciuto la sua voce come quella del telefonista Br, il dottor Nicolai, che chiamava casa Moro. Per quanto incredibile sembri, ci vorrà la perizia linguistica di Tullio De Mauro per certificare la differenza fra l’evidente cadenza marchigiana del “dottor Nicolai” (che poi si sarebbe scoperto essere Mario Moretti) e quella padovana di Negri.

L’impianto accusatorio costruito da Calogero e Gallucci si configurava come l’applicazione di leggi speciali di fatto, che aggirando la lettera del diritto si collegavano, in qualche caso anticipandole, alla “legislatura d’emergenza” che costituì per anni una vera e propria sospensione dei diritti della difesa: lo spezzettamento dell’inchiesta in tre processi metteva infatti gli imputati in condizione di essere accusati a Roma di aver costituito un’organizzazione armata (la misteriosa “O”), a Padova dei reati che costituivano la sostanza della “O”, e a Milano del carattere tentacolare della “O” in concorso con altre sigle. Come in un paradosso, a Roma i reati erano dati per presupposti, a Padova e Milano era data per presupposta l’organizzazione. Al tempo stesso, col passare del tempo e il cadere dei primi capi di imputazione, sostituiti da nuove accuse scaturite dai diversi “pentiti” – dapprima Carlo Fioroni, in seguito Marco Barbone – venivano emessi mandati sostitutivi che aggiravano nei fatti il limite della custodia cautelare fissato dalla “legge Valpreda” (legge 773/1972). Gli imputati vennero così sottoposti al regime delle carceri speciali – come se fosse già comprovata la loro colpevolezza – fino alla sentenza di primo grado, quasi sempre senza avere un confronto con i pentiti che li accusavano, a volte (come nel caso di Negri) senza mai incontrare il giudice istruttore. Carceri speciali nelle quali si costituiva un ulteriore elemento di tortura psicologica la coabitazione con i “boia delle carceri” brigatisti, che li consideravano traditori cui promettere un esplicito “colpo di grazia”; né va dimenticato che il duro regime carcerario avrà effetti devastanti sul fisico di alcuni di loro (come Ferrari Bravo, Vesce, Serafini), che patiranno una morte prematura.

Al termine di una vicenda giudiziaria durata anni (la sentenza di secondo grado è dell’8 giugno 1987), dopo che il processo padovano aveva fatto giustizia dell’impianto accusatorio e il pm Giovanni Palombarini aveva smentito e confutato Calogero, gli imputati, in primo grado condannati a pene pesantissime, furono assolti da quasi tutte le accuse, e le loro pene quasi sempre ridotte a misura della carcerazione preventiva già patita. Ma ormai si era entrati in quei lunghi anni Ottanta.

Questa raffinata macchinazione giudiziaria era al servizio di un disegno generale, che prese il nome di “teorema Calogero” e che pretendeva di ricondurre un movimento di critica e sovversione dello stato di cose presenti a un’associazione criminale eterodiretta da un pugno di “cattivi maestri”. Il teorema si basava su tre presupposti: che non fosse possibile un movimento autonomo e spontaneo; che il suo carattere molteplice e plurale costituisse una semplice variazione rispetto a una sostanziale uniformità che appiattiva sul terrorismo brigatista ogni manifestazione di  antagonismo e lotta di classe; che la lotta di classe dovesse essere depurata da ogni espressione di violenza, a dispetto della storia e tradizione degli oppressi – da cui la necessità di una direzione politica e sindacale del conflitto sociale, che non poteva ammettere alcuna obiezione.

Il “teorema Calogero”, insomma, nasceva come emanazione (esplicita o meno che fosse) di quel Partito comunista che si attribuiva l’incarico di rappresentare e dirigere «la classe operaia che si fa Stato», e come tale si incaricava, illudendosi, di porre rimedio alla crisi dello Stato-piano. Il conflitto sociale che, non solo in Italia, promanava dal ’68 metteva in crisi i fondamenti stessi della dottrina keynesiana dello Stato sociale che, operando una certa redistribuzione del reddito, manteneva entro confini accettabili l’antagonismo sociale, al prezzo di qualche buona riforma. La crisi economica globale aveva mostrato in tutta la sua nudità questo buon sovrano, e messo all’ordine del giorno il suo superamento. Il Pci, prigioniero delle politiche del compromesso storico e impegnato a dimostrare l’affidabilità nella gestione della crisi, rispondeva invece con la politica dei sacrifici sancita sul piano sindacale dalla “svolta dell’Eur”, la scelta della Cgil di accettare il taglio del salario per favorire la ripresa economica e su quello governativo dal piano Pandolfi del 1978 con cui il governo Andreotti varò un generale taglio alla spesa pubblica: i costi della crisi (in primo luogo gli alti tassi di disoccupazione) venivano scaricati sui lavoratori, ai quali si chiedeva di accettare le politiche di licenziamento, di mettere in secondo piano le proprie rivendicazioni (scaglionamento dei miglioramenti contrattuali, revisione «da cima a fondo» del meccanismo di Cassa integrazione), e di accettare l’idea che il salario dovesse essere considerato una «variabile dipendente». Pci e sindacato non riuscivano a comprendere che il declino della pianificazione statale si traduceva nell’uso politico della crisi; non coglievano il significato di quelle politiche di ristrutturazione capitalistica – allungamento delle linee di produzione, automazione, delocalizzazione – che già alludevano al capitalismo di fine secolo, ed anzi le assecondavano; e non comprendevano il mutamento profondo della composizione sociale dei movimenti cui alludeva il dislocamento del conflitto dalla fabbrica all’intero territorio metropolitano – e dunque dalla giornata lavorativa alla qualità dell’intera vita.

Che fosse concepibile una vita liberata dal dominio del lavoro salariato e dalle determinazioni economiche; che ci fosse vita, oltre l’orizzonte della fabbrica; che questa vita venisse non solo teorizzata, ma praticata in stili di condotta collettivi e comunitari; che nuovi soggetti sociali producessero forme di lotta innovative e trasversali; che a tutto questo si accompagnasse una riflessione teorica all’altezza della sfida: questo, il partito di Berlinguer, il sindacato di Lama e la procura di Calogero non potevano accettarlo, e neanche concepirlo. Emblematica era la riduzione a scena indiziaria di un futuro crimine la cena nella quale era presente, assieme a Bevere (fondatore e direttore della rivista Critica del diritto), Toni Negri (che con Critica del diritto collaborava) e sua moglie Paola, e il giudice Alessandrini. Ai giornalisti de l’Unità, non passò per la mente che attorno a una rivista che praticava la critica del diritto magistrati e militanti che avevano a cuore le lotte in fabbrica e i conflitti sociali potessero incontrarsi e discuterne, socializzando conoscenze e punti di vista – magari a partire dalla comune lettura di Boris Pasukanis, il giurista sovietico che ha analizzato l’interazione tra diritto e capitalismo. Interpretare quelle discussioni conviviali come paralipomena dei Demoni di Dostoevskij è una chiave di lettura più comoda e ammiccante, efficace se si vuol credere che ogni manifestazione di conflitto radicale – condivisibili o meno che fossero – sia causata da alieni e non sia riconosciuta come originata da una storia comune: persino quando, come nel caso di una delle componenti del brigatismo, i marziani provenivano dallo stesso album di famiglia del Pci e ne conservavano le peggiori tare terzinternazionaliste, senza neanche far la fatica di tagliarsi i baffoni.

D’altro canto, la messa in relazione, in comune, delle pratiche era un tratto costitutivo di quel movimento: con buona pace di Nadia Urbinati, che si è figurata «una visione liberale e individualista», peraltro contraddetta dalle sue stesse citazioni dei giornali di movimento. Che la dimensione orizzontale di quel movimento fosse reticolare e comunicativa, informativa e territorializzante, lo avevano purtroppo ben presente le procure e le forze della repressione, che nei mesi seguenti, anche grazie alle diversamente spontanee e veritiere “confessioni” dei pentiti, riuscirono a disarticolare quelle reti: basti ricordare la distruzione del circuito delle librerie Punti Rossi, delle quali furono imprigionati – individuati con chirurgica precisione – i responsabili locali, ma gli stessi lettori (la sola Libreria Calusca di Milano nel giro di un anno si trovò ad avere in rubrica, 681 arrestati), la chiusura della Cooperativa Ar&a di Primo Moroni e Nanni Balestrini, una struttura editoriale che riuniva tante realtà editrici autogestite in grado di contrapporsi alla grande distribuzione editoriale, la fine del circuito musicale che ruotava attorno alla Cramps Records.

Negli anni di carcere preventivo, prima ancora che il processo fosse non solo celebrato ma istruito e che i capi d’accusa venissero formulati con precisione, i detenuti del 7 aprile costituivano in carcere quell’esperienza di messa in comune dei saperi che fu  la “Università di Rebibbia”, tesa fra L’anomalia selvaggia di Negri e Convenzione e materialismo di Paolo Virno, due fra i testi più importanti (certamente i due più inattuali) degli anni Ottanta, attraverso i quali l’esperienza dell’autonomia e del (post-)operaismo si è prolungata fino ad oggi. Ha un valore non solo simbolico che nel quarantennale di quella persecuzione sia tradotto in Italia Assemblea di Negri e Hardt – a riprova che il tentativo di impedire a quel cervello collettivo di pensare è fallito.

Se un’immagine deve suggellare l’interezza di questa oscena storia di inquisizioni e “colonne infami”, valga allora ricordare, attraverso uno dei suoi attori, cosa significava la libertà per quei militanti: il 12 giugno 1984 Luciano Ferrari Bravo, «mentre attendeva, dopo cinque anni e mezzo di galera preventiva, una sentenza che avrebbe potuto condannarlo a decine di anni di reclusione, invece di farsi tradurre in catene al tribunale, restò a Rebibbia, sereno di una serenità filosofica, a giocare una serissima partita a tennis» (Sandro Chignola, Foucault oltre Foucault, DeriveApprodi, 2014, p. 189). Testimone socratico della verità, Ferrari Bravo non poteva allora sapere che proprio in quella primavera Foucault aveva concluso i suoi corsi, mentre la morte si approssimava, parlando del coraggio della verità e della filosofia cinico-stoica come militanza filosofica «nel mondo e contro il mondo […]: la vita vera come vita altra, come una vita di lotta, per un mondo cambiato».

*Girolamo De Michele lavora nella scuola come insegnante e coordina lo spazio politico letterario Il Povero Yorick su www.euronomade.info. Ha curato i due volumi dell’autobiografia di Toni Negri.

Fonte: Jacobin Italia

MILANO. Cos’è stato il ’68? Mah, chi può dirlo davvero. I documenti lo possono spiegare bene, a saperli leggere, e intanto ci vuole qualcuno che li raccolga, come sta facendo Emiliano Sisto, 44 anni, uno che non c’era ma ha la passione di raccattare e catalogare volantini e manifesti, libri e opuscoli, e persino dischi, tipo Gli sfruttati e Padroni ci volete spaventare, «due canzoni sindacali di Franco Rusnati» edite da “I dischi del Sole”, il coro era degli operai della Breda di Sesto San Giovanni, e chissà se qualcuno ne ha altri in cantina.

Se qualcuno ne ha, e francamente non sa più che farsene, potrebbe contattare Sisto, che da un anno ha messo su una pagina Facebook che si chiama Lunga Rabbia e lì ha cominciato a pubblicare tutto quello negli anni ha comprato, o trovato, o avuto in regalo, come «la cassa di documenti che mi è arrivata da Napoli, era roba del capo ufficio propaganda del coordinamento dei comitati di lotta operaia, tra Napoli, Secondigliano e dintorni, dal ’67 fino al 1973, un pezzo di storia». Il suo è un archivio privato — 10mila pezzi circa — tra politica e controcultura, conservato in uno studio che si affaccia sul soggiorno di casa, dove una moglie paziente sopporta un leggero odore di muffa, tutta roba che arriva da cantine e robivecchi, o librerie antiquarie che di colpo si trovano davanti anziché una cinquecentina, un libretto che si intitola Eni — Petrolio e lotta di classe, a cura “del collettivo Eni”. Che farsene? E poi: quanto può valere? Sisto può dare un suo parere, forte della esperienza che si è fatta negli anni, studiando molto e rubando molto tempo al lavoro — settore finanza — ma da quando ha aperto la pagina Facebook è stato tutto un «ti mando delle cose, non so più che farmene», oppure «che peccato, mio figlio ha appena buttato via tutto».
Venticinquemilacinquecento followers, non è poca roba, uno scrive «non ho mai condiviso le idee, ma è un’autentica pagina di storia, mi riporta indietro nel tempo, in quella Milano che nei filmati oggi si vede solo in bianco e nero, ma noi giovani di allora la sapevamo dipingere con i nostri ideali, le nostre diversità, e quella voglia di vivere che nella generazione di oggi stento a trovare».
Non c’è solo Milano, naturalmente. Nei volantini, fogli sparsi, ciclostilati, numeri unici, giornali e riviste (tutta Lotta Continua, tutto Re Nudo, e anche A/ traverso, la rivista dell’ala creativa dell’autonomia bolognese) e foto, sono rappresentati i movimenti di contestazione della sinistra rivoluzionaria dal 1965 al 1980, «ossia il lungo ’68 italiano». Un «flash sugli anni 70», scrive una lettrice, si presume ragazza in quegli stessi anni di lotte e occupazioni, scioperi e manifestazioni, cortei, arresti e voglia di esserci — quando la parola impegno non era casuale — di partecipare, «cosa che purtroppo oggi non vedo più succedere», dice Sisto. Lui non c’era, essendo nato nel ’73, ma figlio di un «papà che ha fatto il ‘68 a Pisa nel movimento studentesco, poi entrato nel gruppo Fiat, dirigente della Magneti Marelli a Sesto San Giovanni», uno che raccontava cose interessanti, da lì è nata la passione per un’epoca «secondo me poco studiata, e con molte ricostruzioni ideologiche. Non sono uno storico e nemmeno un archivista, ma ho capito che nella storia d’Italia c’è una specie di buco, ad un certo punto si passa dalla Seconda Guerra Mondiale all’oggi, e sembra che di quegli anni non si voglia parlare». Delle carte di allora, essendo Internet ancora lontano, «molto è andato distrutto, o semplicemente perso.
Qualcosa salta fuori nei mercatini delle pulci o dalle cantine sgomberate», dove talvolta affiora anche molto altro, non solo ricordi del tempo che fu. «Molto arriva da ex militanti, una signora del movimento studentesco di Scienze e Chimica di Palermo mi ha mandato i documenti sulle richieste degli studenti, anni ‘68-‘69, le matrici originali per il ciclostile». Da Cinisi sono arrivati i volantini che Democrazia Proletaria stampò per la morte di Peppino Impastato, era il 1978. Molte foto, come quelle di Dino Fracchia al Parco Lambro, alcune addirittura a colori, molte dell’archivio Farabola, si vedono i funerali delle vittime di piazza Fontana, davanti al Duomo tutto nero di gente in piedi. E il funerale del commissario Calabresi, il furgone che passa per via Fatebenefratelli tra altrettanta gente, muta. Ci sono le immagini di Dario Bellini, i disordini a Campo de’ Fiori lo stesso giorno in cui morì Giorgiana Masi. Scatti mai visti, spesso, foto degli scontri di via De Amicis a Milano, ragazzi che corrono, striscioni: “Il governo che licenzia e uccide”, “Siamo noi donne che dobbiamo gestire il nostro corpo”, “La casa è un diritto”, e poi un tizio con un elegante loden che vende Senza tregua.
Poi, c’è il terrorismo. Sisto custodisce pezzi rari, come Nuova Resistenza, due soli numeri, aprile e maggio 1971.
Nella redazione ci sono Franceschini, Curcio, Cagol, il gruppo fondante delle Brigate rosse (pezzi trovati in un mercatino di Milano). «Mi affascina sapere e capire perché persone normali, e anche intelligenti, finirono per prendere le armi», dice lui, che ha una curiosità solo storica, non ideologica, e la capacità di stupirsi ancora, nonostante i molti libri studiati. «Il mio obbiettivo è preservare questo materiale dalla distruzione, utilizzarlo per divulgarlo, per farne cultura», e chissà che non ci riesca davvero.
* Fonte: BRUNELLA GIOVARA, LA REPUBBLICA

Tano D’Amico, fotografo, e Roby Schirer, lui pure fotografo ma in questo caso curatore della mostra di D’Amico «Le immagini e i senza potere», appartengono più o meno alla stessa generazione creativa, autori nati e cresciuti con e dopo il Sessantotto. Una generazione che ha iniziato a fotografare nella strada, nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche, seguendo le manifestazioni e le lotte che in quegli anni erano una pratica quasi quotidiana. Alla Galleria Bel Vedere Schirer presenta 40 opere di D’Amico, omaggio a un compagno di strada ma anche la prima mostra importante che Milano dedica a un grande fotografo.

La sintetica biografia di Tano D’Amico racconta che è nato a Filicudi nel 1942 e ancora bambino è «approdato sul continente», ha studiato a Milano e a Roma e quindi è diventato fotografo. L’interesse di Tano D’Amico nasce dalla militanza, dal bisogno di partecipare alla vita politica di quegli anni e suo malgrado la fotografia diventa lo strumento che gli consente di essere sempre davanti, in prima linea. Dall’inizio degli anni Settanta collabora con un’agenzia milanese e romana, la DFP, punto di riferimento per la fotografia militante di quegli anni ed è allo stesso tempo il fotografo della redazione romana di «Lotta Continua», quotidiano allora diretto da Enrico Deaglio. Sono anni intensi, nei quali D’Amico realizza immagini straordinarie entrate, nonostante il disinteresse della stampa ufficiale, a fa parte della storia. Quando la realtà politica italiana cambia, quando gli eventi diventano altri, D’amico e la sua fotografia non cambiano. Con estrema e coerente lucidità rimane a fianco di quelli che lui stesso definisce «i senza potere». Dopo le battaglie di studenti e operai, quelle delle donne e di occupa le case, entra nelle carceri, nelle caserme e nei manicomi, segue la vita di diverse comunità rom e recentemente dei migranti a Roma. La sua è una fotografia diretta, coinvolta, attenta sempre e comunque a denunciare ma anche a cogliere la bellezza o l’ironia di un gesto, di uno sguardo. Una per tutte la straordinaria immagine di un’occupante romana, del 1977, che circondata dalle amiche gesticola di fronte alla polizia schierata.

La mostra presenta dunque immagini diventate celeberrime e qualche inedita fotografia realizzata negli ultimi due anni, raccolte con il titolo «Guerra ai poveri». In un’intervista di Stefano Di Michele qualche tempo fa Tano D’Amico aveva dichiarato: «Ho sempre amato le persone cui va stretto il mondo e che cercano anche con la postura, con i loro volti, con la loro bellezza, con i loro sorrisi, di farne intravedere uno diverso». E per quasi cinquant’anni D’Amico ha invece costruito un suo mondo, camminando ai margini, dando voce a chi non ne ha, a chi vuole gridare o a chi deve tacere, a chi vive con fatica o a chi lotta con gioia. Un mondo ricchissimo di emozioni e di passioni, che la fotografia conserva, a testimonianza anche di un impegno costante e generoso.

FONTE: Giovanna Calvenzi, CORRIERE DELLA SERA

 

La Galleria Belvedere si trova a Milano allo spazio miFAC in via Santa Marta 18, Milano, aperta da martedì a sabato dalle 15.30 alle 19.30. La mostra è aperta sino al 10 giugno, ingresso libero

Dieci anni di movimento politico in Italia in 72 minuti, visione veloce in sintonia con i tempi contemporanei, da Potere studentesco a Parco Lambro. Non ci sarà mai un film che possa raccontare lo spirito di quegli anni che non sia il cinema underground: il racconto televisivo, la narrazione con personaggi e intrecci appartengono a un’altra epoca, quella precedente o quella molto successiva che ha cercato di catturarne qualche elemento.

Una società come questa dalle immagini tanto frammentate ci sembra in sintonia il film di Munzi che è andato alla ricerca dei materiali meno manipolati dai commenti, il più possibile girati dagli stessi cineasti che partecipavano al movimento. Utilizza senza voce fuori campo, materiali spesso inediti del Movimento operaio e democratico, Luce, Cineteca di Bologna o della Fondazione Alberto Grifi per il Parco Lambro (girati in videotape) e delle teche Rai che lì aveva i suoi operatori. Potrebbe sembrare impossibile raccontare dieci anni di movimento in un’ora di montaggio, ma i diversi spettatori ne possono fare un uso differente, dal ricordare i volti conosciuti o quelli scomparsi, a collegare le scene mancanti a stupirsi di fronte a tanto fervore oggi che domina il disgusto per la politica. Elenco sale: www.cinecitta.com

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Non una di meno. E questa volta non è un (bello) slogan che grida al mondo quanto nauseabondo sia il furor patriarcale contro le donne che diventa sfregio e assassinio, cattivo atavismo incistato ora più che mai nelle neo case chiuse dei social media così apparentemente «aperti». Non una di meno sarebbe potuto essere il titolo della mostra di Tano d’Amico, La lotta delle donne, che si inaugura oggi alla Torre del Castello dei vescovi di Luni, promossa dall’Assessorato alla cultura del comune di Castelnuovo Magra, curata dal collettivo Archivi della Resistenza Circolo Edoardo Bassignani, gestore del museo audiovisivo della Resistenza di Fosdinovo, anch’esso partner dell’iniziativa.
Bella sinergia, un museo della Resistenza e le foto di Tano sulle donne: quasi un richiamo a quelle presenze forti e meno celebrate, storiograficamente, che hanno saputo essere decisiva sabbia negli ingranaggi misogini, razzisti e nazifascisti, tra il ’43 e il ’45, e anche prima. Non una di meno, nel senso che questa palpitante raccolta fotografica che ti cerca gli occhi, e ti costringe a guardare e riguardare, e a far provvista di energie vive, non potrebbe tollerare la sottrazione di una sola di queste immagini di donne forti, vere e non allineate. Che raccontano con la forza diretta della realtà, per tratti e scarti e paesaggi, urbani soprattutto, diversi decenni della storia di tutti. Ma dalla parte delle donne, colte dall’obiettivo di Tano che, da vero fotografo dell’innesco della memoria non cerca l’astrattezza oleografica dell’«evento», ma la vita che dà segni da incamerare e memorizzare.

DICONO I CORIFEI della scomparsa delle ideologie (ipotesi che, come raccontava in una vignetta il nostro Biani, ha un preciso e rivoltante sentore d’ideologia invece ben presente e vincente: quella neoliberista che non fa prigionieri) che non è più il tempo delle piazze, delle collettività e dell’azione pubblica. Strana civitas, quella dove i cives possono farsi vedere solo in pixel digitali. I corpi veri danno fastidio, hanno un pressante segno di gravità terrestre, sono imperfetti e bellissimi, nel non essere mai adeguati ai canoni dell’estetica pubblicitaria che fa vendere le merci: specialmente i corpi delle donne. Che quando sono assieme tendono, ancor più fastidiosamente, a mostrare l’evidenza di un pendolo che sfugge al mondo degli uomini: una leggerezza uranica quando ridono e ballano e – grande scandalo – sfidano l’autorità costituita, una tellurica sicurezza e coscienza di essere parte cosciente della terra, e ben ancorate a essa. Umiltà, in fondo, deriva da humus, terra. E una donna che ride e che balla, in un cerchio, magari lasciando a sorridere il bambino su provvisoria sedia dentro il cerchio di un istante bello da vivere, non fuori, è un frammento di dea mediterranea che ritorna a dar consiglio e far lezione di vita.
Il cerchio è una delle foto di Tano D’Amico, è stata scattata in un’occasione che più lontana dalla manualistica etnografica e antropologica non potrebbe essere: un fotogramma del 1972, acchiappa e restituisce la festa delle donne per l’occupazione delle case della Magliana. E ce n’è un’altra tra le foto di donne, infinitamente disturbante, non conciliata e non conciliabile, per chi vede il mondo come una serie di caselle fisse costruite con le scorie tossiche dei ruoli e dei poteri (maschili). È lo scatto di Tano D’Amico che riprende, dal basso, le detenute in rivolta sui tetti di Rebibbia, nel 1973.

L’EFFETTO, MAESTOSO e irriverente assieme, è quello di statue su un frontone di tempio greco. Nessuna pruderie possibile, per quei corpi diversi perlopiù in mutande e reggiseno, i volti sorridenti, a bersi un sole ritrovato. E la grazia del saluto alla gente della donna sulla sinistra ha la fatata leggerezza di un movimento di Carla Fracci. Lo fanno notare Simona Mussini e Alessio Giannanti, che firmano la parte più densa dell’introduzione del catalogo edito da ETS. L’altro intervento che troverete è quello di Maurizio Maggiani, scrittore di queste terre della mostra, di queste storie e di queste donne. Racconta, per gli scatti in bianco e nero di Tano: «Guarderanno e vedranno che siamo avvenuti, le vite non sono oggetti».

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