Anni 70 – Italia

Un bel libro questo: L’Autonomia operaia vicentina. Dalla rivolta di Valdagno alla repressione di Thiene, quinto volume della collana «Gli Autonomi» (DeriveApprodi, pp.256, euro 19). Ne è l’autore Donato Tagliapietra.

È un libro vero, per taluni versi eccezionale, e racconta la storia singolare di uno di quei cento centri autonomi di iniziativa comunista che negli anni ’70 agirono nelle fabbriche e nei territori italiani, affermando contropotere operaio e conquistando salario e diritti.

OGNUNO DI QUESTI CENTRI è un’esperienza unica, l’insieme un episodio rivoluzionario. Il racconto, degli operai e dei militanti vicentini, mostra la confluenza di un movimento sociale sgorgato dal ’68 e di una comunità generazionale di ragioni e di affetti politici, che rende in maniera esemplare l’irripetibile qualità del fare politica dell’Autonomia di quegli anni. Questo mondo lo si può prendere dunque da due lati, quello della lotta di classe e quello generazionale, ma questi due lati non si separano mai. Ogni pagina la si può leggere come racconto del modo in cui una fascia d’età d’operai e studenti s’è trovata a mettere in questione, in maniera radicale, l’ordinamento di fabbrica e sociale e come ciascun gruppo di compagni abbia voluto vivere questa rottura e ci abbia messo del suo per fabbricarla.
«Destino e libertà», si potrebbe dire filosoficamente. Ma detto in veneto, con un accento e una decisione tanto dure quanto fu allora la costrizione al lavoro salariato contro una generazione di giovani, già definitasi come intellettualità di massa in formazione.
Il libro è costruito quasi esclusivamente da documenti prodotti dall’organizzazione – i Collettivi Politici Veneti dell’alto vicentino – e da interviste con i militanti d’allora. E segue l’espansione straordinaria delle lotte, incentivate e/o organizzate dai collettivi di paese, dalla rivolta della Marzotto di Valdagno dell’aprile ’68 fino alla repressione degli inizio degli anni ’80. Dall’inizio alla fine di questo periodo si determina una concentrazione organizzativa sempre più estesa sul territorio e sempre più incisiva.

LA COMUNITÀ DI LOTTA è anche una comunità di vita: questa verità trasuda dal racconto. Liberarsi dalla miseria del lavoro salariato, vendere a caro prezzo la propria forza-lavoro costituirono un modo di costruire una vita diversa. Gli scioperi in fabbrica e le ronde contro il lavoro nero andavano con la conquista dei concerti gratuiti, con la lotta contro gli affitti e l’occupazione di case e la generosa appropriazione di beni nei supermercati. Illegalità di massa, sì, ma anche invenzione di un modo di vita che rifiutava la povertà dei corpi e la miseria dello spirito. Una generazione di giovani si propose, con grande maturità, il progetto di una vita libera.

COM’È DIFFICILE narrarlo oggi a chi finge di essere libero. Eppure la lettura di questo racconto risveglia nel fondo di ogni animo quell’imperfetta coscienza della falsità e della illibertà che la volgarità del vivere sotto padrone determina: non a tutti è dato di trasformare quel risveglio in un atto di rottura. Poiché siamo soli. Di contro, quei ragazzi di Thiene e dei paesi attorno, fino a Schio, fino a Bassano, fino a Vicenza avevano rotto ogni destino di solitudine: erano insieme, si sentivano forti, diedero un esempio di dignità. Insieme, tutti insieme.
Lo scontro con il potere fu violentissimo. Come in tutto il Veneto, d’altronde, dove fra i ’60 e i ’70 si dettero alcune delle più importanti esperienze massificate di organizzazione ribelle, nelle grandi fabbriche prima e poi nella fabbrica diffusa, ed in contemporanea nelle scuole e nelle università. Perché nel Veneto la lotta di classe divenne tanto dura? Perché – come questo libro mostra – la rivolta non avvenne solo contro il padrone ma, data l’arretratezza delle discipline sociali di sfruttamento, fu uno scontro sulla vita: fu un salto nel nuovo ed una scoperta del comune, un associarsi radicale nella lotta e la volontà di costruire una nuova società.

DURISSIMO FU APPUNTO lo scontro con la repressione. Eppure anche negli episodi di lotta armata in risposta alla repressione, la linea dei Collettivi fu sempre quella della tenuta dei territori dell’«operaio sociale» e non fu mai assassina, bensì rivolta alla costruzione di comunità libere. Non a caso non ci furono infami né pentiti quando la repressione vinse. Quando dopo la tragedia dell’11 aprile del ’79, quando tre compagni morirono mentre si preparavano a rispondere al blitz del 7 aprile, e quando un quarto compagno fu assassinato in carcere, l’opera al nero dei repressori, di Calogero e di Dalla Chiesa, fu feroce. Negli anni successivi, alla galera per molti, si aggiunse l’eroina per moltissimi.
Questo libro è dedicato ad Antonietta Berna, Lorenzo Bortoli, Angelo Dal Santo e Alberto Graziani, ai quattro caduti di quell’aprile maledetto, in maniera amara, non luttuosa tuttavia, bensì esclamando orgogliosamente quanto quella vita di uomini liberi assassinata fosse vera ed esemplare.

* Fonte: Toni Negri, IL MANIFESTO

Accusati per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana di “insurrezione armata contro i poteri dello stato”

Il 7 aprile 1979 decine di militanti (che diventeranno centinaia nel corso dell’inchiesta) dell’area dell’Autonomia furono arrestati, in esecuzione di un duplice mandato di cattura emesso dai giudici Pietro Calogero e Achille Gallucci delle procure di Padova e Roma, con l’accusa di associazione sovversiva, banda armata e partecipazione a diciannove omicidi, fra i quali spiccava quello di Aldo Moro. L’accusa era di aver costituito una organizzazione segreta che dirigeva dietro le quinte ogni possibile formazione armata: come scriverà l’Unità due giorni dopo, «un unico filo, insomma, percorrerebbe tutte le formazioni terroristiche, dalla nebulosa del “terrorismo diffuso” alla perfezione militare delle Br. La mano che questo filo tira e manovra sarebbe quella dell’Autonomia», organizzazione nata dopo lo scioglimento di Potere Operaio e poi cresciuta nel corso degli anni Settanta, ovvero quella di Toni Negri, per il quale il giudice Calogero ricorre, prima volta nella storia dell’Italia repubblicana all’articolo 284 del codice penale «per aver promosso una insurrezione armata contro i poteri dello Stato e commesso fatti diretti a suscitare la guerra civile nel territorio dello Stato».

L’operazione 7 aprile svolge un ruolo nevralgico nello scontro sociale che si è consumato negli anni Settanta, un decennio eccezionale dal punto di vista delle lotte sociali e del protagonismo operaio. La sostenne un battage giornalistico impressionante. Nel giro di pochi giorni l’Italia apprendeva l’esistenza di una sorta di Spectre nostrana, la cui esistenza si affermava con certezza essere comprovata da solidi elementi e testimoni inconfutabili: fra questi un uomo del generale Dalla Chiesa e un brigatista pentito padovano. In particolare, era l’Unità a distinguersi nel distillare, giorno per giorno, le rivelazioni provenienti dalla procura di Padova: Negri era ideatore dei primi sequestri di persona effettuati dalle Br, membro della direzione Br sin dalla metà del ’73, il telefonista che comunicava con la famiglia Moro durante il sequestro del leader Dc, ma anche, con estrema versatilità, l’uomo che «insegnava la tecnica di costruzione delle bottiglie molotov». E, si insinuava, mandante dell’omicidio del giudice Emilio Alessandrini (ucciso da Prima Linea, una organizzazione armata distinta dalle Br), che, avendo condiviso una cena con Negri in casa del giudice Antonio Bevere, avrebbe riconosciuto la sua voce come quella del telefonista Br, il dottor Nicolai, che chiamava casa Moro. Per quanto incredibile sembri, ci vorrà la perizia linguistica di Tullio De Mauro per certificare la differenza fra l’evidente cadenza marchigiana del “dottor Nicolai” (che poi si sarebbe scoperto essere Mario Moretti) e quella padovana di Negri.

L’impianto accusatorio costruito da Calogero e Gallucci si configurava come l’applicazione di leggi speciali di fatto, che aggirando la lettera del diritto si collegavano, in qualche caso anticipandole, alla “legislatura d’emergenza” che costituì per anni una vera e propria sospensione dei diritti della difesa: lo spezzettamento dell’inchiesta in tre processi metteva infatti gli imputati in condizione di essere accusati a Roma di aver costituito un’organizzazione armata (la misteriosa “O”), a Padova dei reati che costituivano la sostanza della “O”, e a Milano del carattere tentacolare della “O” in concorso con altre sigle. Come in un paradosso, a Roma i reati erano dati per presupposti, a Padova e Milano era data per presupposta l’organizzazione. Al tempo stesso, col passare del tempo e il cadere dei primi capi di imputazione, sostituiti da nuove accuse scaturite dai diversi “pentiti” – dapprima Carlo Fioroni, in seguito Marco Barbone – venivano emessi mandati sostitutivi che aggiravano nei fatti il limite della custodia cautelare fissato dalla “legge Valpreda” (legge 773/1972). Gli imputati vennero così sottoposti al regime delle carceri speciali – come se fosse già comprovata la loro colpevolezza – fino alla sentenza di primo grado, quasi sempre senza avere un confronto con i pentiti che li accusavano, a volte (come nel caso di Negri) senza mai incontrare il giudice istruttore. Carceri speciali nelle quali si costituiva un ulteriore elemento di tortura psicologica la coabitazione con i “boia delle carceri” brigatisti, che li consideravano traditori cui promettere un esplicito “colpo di grazia”; né va dimenticato che il duro regime carcerario avrà effetti devastanti sul fisico di alcuni di loro (come Ferrari Bravo, Vesce, Serafini), che patiranno una morte prematura.

Al termine di una vicenda giudiziaria durata anni (la sentenza di secondo grado è dell’8 giugno 1987), dopo che il processo padovano aveva fatto giustizia dell’impianto accusatorio e il pm Giovanni Palombarini aveva smentito e confutato Calogero, gli imputati, in primo grado condannati a pene pesantissime, furono assolti da quasi tutte le accuse, e le loro pene quasi sempre ridotte a misura della carcerazione preventiva già patita. Ma ormai si era entrati in quei lunghi anni Ottanta.

Questa raffinata macchinazione giudiziaria era al servizio di un disegno generale, che prese il nome di “teorema Calogero” e che pretendeva di ricondurre un movimento di critica e sovversione dello stato di cose presenti a un’associazione criminale eterodiretta da un pugno di “cattivi maestri”. Il teorema si basava su tre presupposti: che non fosse possibile un movimento autonomo e spontaneo; che il suo carattere molteplice e plurale costituisse una semplice variazione rispetto a una sostanziale uniformità che appiattiva sul terrorismo brigatista ogni manifestazione di  antagonismo e lotta di classe; che la lotta di classe dovesse essere depurata da ogni espressione di violenza, a dispetto della storia e tradizione degli oppressi – da cui la necessità di una direzione politica e sindacale del conflitto sociale, che non poteva ammettere alcuna obiezione.

Il “teorema Calogero”, insomma, nasceva come emanazione (esplicita o meno che fosse) di quel Partito comunista che si attribuiva l’incarico di rappresentare e dirigere «la classe operaia che si fa Stato», e come tale si incaricava, illudendosi, di porre rimedio alla crisi dello Stato-piano. Il conflitto sociale che, non solo in Italia, promanava dal ’68 metteva in crisi i fondamenti stessi della dottrina keynesiana dello Stato sociale che, operando una certa redistribuzione del reddito, manteneva entro confini accettabili l’antagonismo sociale, al prezzo di qualche buona riforma. La crisi economica globale aveva mostrato in tutta la sua nudità questo buon sovrano, e messo all’ordine del giorno il suo superamento. Il Pci, prigioniero delle politiche del compromesso storico e impegnato a dimostrare l’affidabilità nella gestione della crisi, rispondeva invece con la politica dei sacrifici sancita sul piano sindacale dalla “svolta dell’Eur”, la scelta della Cgil di accettare il taglio del salario per favorire la ripresa economica e su quello governativo dal piano Pandolfi del 1978 con cui il governo Andreotti varò un generale taglio alla spesa pubblica: i costi della crisi (in primo luogo gli alti tassi di disoccupazione) venivano scaricati sui lavoratori, ai quali si chiedeva di accettare le politiche di licenziamento, di mettere in secondo piano le proprie rivendicazioni (scaglionamento dei miglioramenti contrattuali, revisione «da cima a fondo» del meccanismo di Cassa integrazione), e di accettare l’idea che il salario dovesse essere considerato una «variabile dipendente». Pci e sindacato non riuscivano a comprendere che il declino della pianificazione statale si traduceva nell’uso politico della crisi; non coglievano il significato di quelle politiche di ristrutturazione capitalistica – allungamento delle linee di produzione, automazione, delocalizzazione – che già alludevano al capitalismo di fine secolo, ed anzi le assecondavano; e non comprendevano il mutamento profondo della composizione sociale dei movimenti cui alludeva il dislocamento del conflitto dalla fabbrica all’intero territorio metropolitano – e dunque dalla giornata lavorativa alla qualità dell’intera vita.

Che fosse concepibile una vita liberata dal dominio del lavoro salariato e dalle determinazioni economiche; che ci fosse vita, oltre l’orizzonte della fabbrica; che questa vita venisse non solo teorizzata, ma praticata in stili di condotta collettivi e comunitari; che nuovi soggetti sociali producessero forme di lotta innovative e trasversali; che a tutto questo si accompagnasse una riflessione teorica all’altezza della sfida: questo, il partito di Berlinguer, il sindacato di Lama e la procura di Calogero non potevano accettarlo, e neanche concepirlo. Emblematica era la riduzione a scena indiziaria di un futuro crimine la cena nella quale era presente, assieme a Bevere (fondatore e direttore della rivista Critica del diritto), Toni Negri (che con Critica del diritto collaborava) e sua moglie Paola, e il giudice Alessandrini. Ai giornalisti de l’Unità, non passò per la mente che attorno a una rivista che praticava la critica del diritto magistrati e militanti che avevano a cuore le lotte in fabbrica e i conflitti sociali potessero incontrarsi e discuterne, socializzando conoscenze e punti di vista – magari a partire dalla comune lettura di Boris Pasukanis, il giurista sovietico che ha analizzato l’interazione tra diritto e capitalismo. Interpretare quelle discussioni conviviali come paralipomena dei Demoni di Dostoevskij è una chiave di lettura più comoda e ammiccante, efficace se si vuol credere che ogni manifestazione di conflitto radicale – condivisibili o meno che fossero – sia causata da alieni e non sia riconosciuta come originata da una storia comune: persino quando, come nel caso di una delle componenti del brigatismo, i marziani provenivano dallo stesso album di famiglia del Pci e ne conservavano le peggiori tare terzinternazionaliste, senza neanche far la fatica di tagliarsi i baffoni.

D’altro canto, la messa in relazione, in comune, delle pratiche era un tratto costitutivo di quel movimento: con buona pace di Nadia Urbinati, che si è figurata «una visione liberale e individualista», peraltro contraddetta dalle sue stesse citazioni dei giornali di movimento. Che la dimensione orizzontale di quel movimento fosse reticolare e comunicativa, informativa e territorializzante, lo avevano purtroppo ben presente le procure e le forze della repressione, che nei mesi seguenti, anche grazie alle diversamente spontanee e veritiere “confessioni” dei pentiti, riuscirono a disarticolare quelle reti: basti ricordare la distruzione del circuito delle librerie Punti Rossi, delle quali furono imprigionati – individuati con chirurgica precisione – i responsabili locali, ma gli stessi lettori (la sola Libreria Calusca di Milano nel giro di un anno si trovò ad avere in rubrica, 681 arrestati), la chiusura della Cooperativa Ar&a di Primo Moroni e Nanni Balestrini, una struttura editoriale che riuniva tante realtà editrici autogestite in grado di contrapporsi alla grande distribuzione editoriale, la fine del circuito musicale che ruotava attorno alla Cramps Records.

Negli anni di carcere preventivo, prima ancora che il processo fosse non solo celebrato ma istruito e che i capi d’accusa venissero formulati con precisione, i detenuti del 7 aprile costituivano in carcere quell’esperienza di messa in comune dei saperi che fu  la “Università di Rebibbia”, tesa fra L’anomalia selvaggia di Negri e Convenzione e materialismo di Paolo Virno, due fra i testi più importanti (certamente i due più inattuali) degli anni Ottanta, attraverso i quali l’esperienza dell’autonomia e del (post-)operaismo si è prolungata fino ad oggi. Ha un valore non solo simbolico che nel quarantennale di quella persecuzione sia tradotto in Italia Assemblea di Negri e Hardt – a riprova che il tentativo di impedire a quel cervello collettivo di pensare è fallito.

Se un’immagine deve suggellare l’interezza di questa oscena storia di inquisizioni e “colonne infami”, valga allora ricordare, attraverso uno dei suoi attori, cosa significava la libertà per quei militanti: il 12 giugno 1984 Luciano Ferrari Bravo, «mentre attendeva, dopo cinque anni e mezzo di galera preventiva, una sentenza che avrebbe potuto condannarlo a decine di anni di reclusione, invece di farsi tradurre in catene al tribunale, restò a Rebibbia, sereno di una serenità filosofica, a giocare una serissima partita a tennis» (Sandro Chignola, Foucault oltre Foucault, DeriveApprodi, 2014, p. 189). Testimone socratico della verità, Ferrari Bravo non poteva allora sapere che proprio in quella primavera Foucault aveva concluso i suoi corsi, mentre la morte si approssimava, parlando del coraggio della verità e della filosofia cinico-stoica come militanza filosofica «nel mondo e contro il mondo […]: la vita vera come vita altra, come una vita di lotta, per un mondo cambiato».

*Girolamo De Michele lavora nella scuola come insegnante e coordina lo spazio politico letterario Il Povero Yorick su www.euronomade.info. Ha curato i due volumi dell’autobiografia di Toni Negri.

Fonte: Jacobin Italia

MILANO. Cos’è stato il ’68? Mah, chi può dirlo davvero. I documenti lo possono spiegare bene, a saperli leggere, e intanto ci vuole qualcuno che li raccolga, come sta facendo Emiliano Sisto, 44 anni, uno che non c’era ma ha la passione di raccattare e catalogare volantini e manifesti, libri e opuscoli, e persino dischi, tipo Gli sfruttati e Padroni ci volete spaventare, «due canzoni sindacali di Franco Rusnati» edite da “I dischi del Sole”, il coro era degli operai della Breda di Sesto San Giovanni, e chissà se qualcuno ne ha altri in cantina.

Se qualcuno ne ha, e francamente non sa più che farsene, potrebbe contattare Sisto, che da un anno ha messo su una pagina Facebook che si chiama Lunga Rabbia e lì ha cominciato a pubblicare tutto quello negli anni ha comprato, o trovato, o avuto in regalo, come «la cassa di documenti che mi è arrivata da Napoli, era roba del capo ufficio propaganda del coordinamento dei comitati di lotta operaia, tra Napoli, Secondigliano e dintorni, dal ’67 fino al 1973, un pezzo di storia». Il suo è un archivio privato — 10mila pezzi circa — tra politica e controcultura, conservato in uno studio che si affaccia sul soggiorno di casa, dove una moglie paziente sopporta un leggero odore di muffa, tutta roba che arriva da cantine e robivecchi, o librerie antiquarie che di colpo si trovano davanti anziché una cinquecentina, un libretto che si intitola Eni — Petrolio e lotta di classe, a cura “del collettivo Eni”. Che farsene? E poi: quanto può valere? Sisto può dare un suo parere, forte della esperienza che si è fatta negli anni, studiando molto e rubando molto tempo al lavoro — settore finanza — ma da quando ha aperto la pagina Facebook è stato tutto un «ti mando delle cose, non so più che farmene», oppure «che peccato, mio figlio ha appena buttato via tutto».
Venticinquemilacinquecento followers, non è poca roba, uno scrive «non ho mai condiviso le idee, ma è un’autentica pagina di storia, mi riporta indietro nel tempo, in quella Milano che nei filmati oggi si vede solo in bianco e nero, ma noi giovani di allora la sapevamo dipingere con i nostri ideali, le nostre diversità, e quella voglia di vivere che nella generazione di oggi stento a trovare».
Non c’è solo Milano, naturalmente. Nei volantini, fogli sparsi, ciclostilati, numeri unici, giornali e riviste (tutta Lotta Continua, tutto Re Nudo, e anche A/ traverso, la rivista dell’ala creativa dell’autonomia bolognese) e foto, sono rappresentati i movimenti di contestazione della sinistra rivoluzionaria dal 1965 al 1980, «ossia il lungo ’68 italiano». Un «flash sugli anni 70», scrive una lettrice, si presume ragazza in quegli stessi anni di lotte e occupazioni, scioperi e manifestazioni, cortei, arresti e voglia di esserci — quando la parola impegno non era casuale — di partecipare, «cosa che purtroppo oggi non vedo più succedere», dice Sisto. Lui non c’era, essendo nato nel ’73, ma figlio di un «papà che ha fatto il ‘68 a Pisa nel movimento studentesco, poi entrato nel gruppo Fiat, dirigente della Magneti Marelli a Sesto San Giovanni», uno che raccontava cose interessanti, da lì è nata la passione per un’epoca «secondo me poco studiata, e con molte ricostruzioni ideologiche. Non sono uno storico e nemmeno un archivista, ma ho capito che nella storia d’Italia c’è una specie di buco, ad un certo punto si passa dalla Seconda Guerra Mondiale all’oggi, e sembra che di quegli anni non si voglia parlare». Delle carte di allora, essendo Internet ancora lontano, «molto è andato distrutto, o semplicemente perso.
Qualcosa salta fuori nei mercatini delle pulci o dalle cantine sgomberate», dove talvolta affiora anche molto altro, non solo ricordi del tempo che fu. «Molto arriva da ex militanti, una signora del movimento studentesco di Scienze e Chimica di Palermo mi ha mandato i documenti sulle richieste degli studenti, anni ‘68-‘69, le matrici originali per il ciclostile». Da Cinisi sono arrivati i volantini che Democrazia Proletaria stampò per la morte di Peppino Impastato, era il 1978. Molte foto, come quelle di Dino Fracchia al Parco Lambro, alcune addirittura a colori, molte dell’archivio Farabola, si vedono i funerali delle vittime di piazza Fontana, davanti al Duomo tutto nero di gente in piedi. E il funerale del commissario Calabresi, il furgone che passa per via Fatebenefratelli tra altrettanta gente, muta. Ci sono le immagini di Dario Bellini, i disordini a Campo de’ Fiori lo stesso giorno in cui morì Giorgiana Masi. Scatti mai visti, spesso, foto degli scontri di via De Amicis a Milano, ragazzi che corrono, striscioni: “Il governo che licenzia e uccide”, “Siamo noi donne che dobbiamo gestire il nostro corpo”, “La casa è un diritto”, e poi un tizio con un elegante loden che vende Senza tregua.
Poi, c’è il terrorismo. Sisto custodisce pezzi rari, come Nuova Resistenza, due soli numeri, aprile e maggio 1971.
Nella redazione ci sono Franceschini, Curcio, Cagol, il gruppo fondante delle Brigate rosse (pezzi trovati in un mercatino di Milano). «Mi affascina sapere e capire perché persone normali, e anche intelligenti, finirono per prendere le armi», dice lui, che ha una curiosità solo storica, non ideologica, e la capacità di stupirsi ancora, nonostante i molti libri studiati. «Il mio obbiettivo è preservare questo materiale dalla distruzione, utilizzarlo per divulgarlo, per farne cultura», e chissà che non ci riesca davvero.
* Fonte: BRUNELLA GIOVARA, LA REPUBBLICA

Tano D’Amico, fotografo, e Roby Schirer, lui pure fotografo ma in questo caso curatore della mostra di D’Amico «Le immagini e i senza potere», appartengono più o meno alla stessa generazione creativa, autori nati e cresciuti con e dopo il Sessantotto. Una generazione che ha iniziato a fotografare nella strada, nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche, seguendo le manifestazioni e le lotte che in quegli anni erano una pratica quasi quotidiana. Alla Galleria Bel Vedere Schirer presenta 40 opere di D’Amico, omaggio a un compagno di strada ma anche la prima mostra importante che Milano dedica a un grande fotografo.

La sintetica biografia di Tano D’Amico racconta che è nato a Filicudi nel 1942 e ancora bambino è «approdato sul continente», ha studiato a Milano e a Roma e quindi è diventato fotografo. L’interesse di Tano D’Amico nasce dalla militanza, dal bisogno di partecipare alla vita politica di quegli anni e suo malgrado la fotografia diventa lo strumento che gli consente di essere sempre davanti, in prima linea. Dall’inizio degli anni Settanta collabora con un’agenzia milanese e romana, la DFP, punto di riferimento per la fotografia militante di quegli anni ed è allo stesso tempo il fotografo della redazione romana di «Lotta Continua», quotidiano allora diretto da Enrico Deaglio. Sono anni intensi, nei quali D’Amico realizza immagini straordinarie entrate, nonostante il disinteresse della stampa ufficiale, a fa parte della storia. Quando la realtà politica italiana cambia, quando gli eventi diventano altri, D’amico e la sua fotografia non cambiano. Con estrema e coerente lucidità rimane a fianco di quelli che lui stesso definisce «i senza potere». Dopo le battaglie di studenti e operai, quelle delle donne e di occupa le case, entra nelle carceri, nelle caserme e nei manicomi, segue la vita di diverse comunità rom e recentemente dei migranti a Roma. La sua è una fotografia diretta, coinvolta, attenta sempre e comunque a denunciare ma anche a cogliere la bellezza o l’ironia di un gesto, di uno sguardo. Una per tutte la straordinaria immagine di un’occupante romana, del 1977, che circondata dalle amiche gesticola di fronte alla polizia schierata.

La mostra presenta dunque immagini diventate celeberrime e qualche inedita fotografia realizzata negli ultimi due anni, raccolte con il titolo «Guerra ai poveri». In un’intervista di Stefano Di Michele qualche tempo fa Tano D’Amico aveva dichiarato: «Ho sempre amato le persone cui va stretto il mondo e che cercano anche con la postura, con i loro volti, con la loro bellezza, con i loro sorrisi, di farne intravedere uno diverso». E per quasi cinquant’anni D’Amico ha invece costruito un suo mondo, camminando ai margini, dando voce a chi non ne ha, a chi vuole gridare o a chi deve tacere, a chi vive con fatica o a chi lotta con gioia. Un mondo ricchissimo di emozioni e di passioni, che la fotografia conserva, a testimonianza anche di un impegno costante e generoso.

FONTE: Giovanna Calvenzi, CORRIERE DELLA SERA

 

La Galleria Belvedere si trova a Milano allo spazio miFAC in via Santa Marta 18, Milano, aperta da martedì a sabato dalle 15.30 alle 19.30. La mostra è aperta sino al 10 giugno, ingresso libero

Dieci anni di movimento politico in Italia in 72 minuti, visione veloce in sintonia con i tempi contemporanei, da Potere studentesco a Parco Lambro. Non ci sarà mai un film che possa raccontare lo spirito di quegli anni che non sia il cinema underground: il racconto televisivo, la narrazione con personaggi e intrecci appartengono a un’altra epoca, quella precedente o quella molto successiva che ha cercato di catturarne qualche elemento.

Una società come questa dalle immagini tanto frammentate ci sembra in sintonia il film di Munzi che è andato alla ricerca dei materiali meno manipolati dai commenti, il più possibile girati dagli stessi cineasti che partecipavano al movimento. Utilizza senza voce fuori campo, materiali spesso inediti del Movimento operaio e democratico, Luce, Cineteca di Bologna o della Fondazione Alberto Grifi per il Parco Lambro (girati in videotape) e delle teche Rai che lì aveva i suoi operatori. Potrebbe sembrare impossibile raccontare dieci anni di movimento in un’ora di montaggio, ma i diversi spettatori ne possono fare un uso differente, dal ricordare i volti conosciuti o quelli scomparsi, a collegare le scene mancanti a stupirsi di fronte a tanto fervore oggi che domina il disgusto per la politica. Elenco sale: www.cinecitta.com

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Non una di meno. E questa volta non è un (bello) slogan che grida al mondo quanto nauseabondo sia il furor patriarcale contro le donne che diventa sfregio e assassinio, cattivo atavismo incistato ora più che mai nelle neo case chiuse dei social media così apparentemente «aperti». Non una di meno sarebbe potuto essere il titolo della mostra di Tano d’Amico, La lotta delle donne, che si inaugura oggi alla Torre del Castello dei vescovi di Luni, promossa dall’Assessorato alla cultura del comune di Castelnuovo Magra, curata dal collettivo Archivi della Resistenza Circolo Edoardo Bassignani, gestore del museo audiovisivo della Resistenza di Fosdinovo, anch’esso partner dell’iniziativa.
Bella sinergia, un museo della Resistenza e le foto di Tano sulle donne: quasi un richiamo a quelle presenze forti e meno celebrate, storiograficamente, che hanno saputo essere decisiva sabbia negli ingranaggi misogini, razzisti e nazifascisti, tra il ’43 e il ’45, e anche prima. Non una di meno, nel senso che questa palpitante raccolta fotografica che ti cerca gli occhi, e ti costringe a guardare e riguardare, e a far provvista di energie vive, non potrebbe tollerare la sottrazione di una sola di queste immagini di donne forti, vere e non allineate. Che raccontano con la forza diretta della realtà, per tratti e scarti e paesaggi, urbani soprattutto, diversi decenni della storia di tutti. Ma dalla parte delle donne, colte dall’obiettivo di Tano che, da vero fotografo dell’innesco della memoria non cerca l’astrattezza oleografica dell’«evento», ma la vita che dà segni da incamerare e memorizzare.

DICONO I CORIFEI della scomparsa delle ideologie (ipotesi che, come raccontava in una vignetta il nostro Biani, ha un preciso e rivoltante sentore d’ideologia invece ben presente e vincente: quella neoliberista che non fa prigionieri) che non è più il tempo delle piazze, delle collettività e dell’azione pubblica. Strana civitas, quella dove i cives possono farsi vedere solo in pixel digitali. I corpi veri danno fastidio, hanno un pressante segno di gravità terrestre, sono imperfetti e bellissimi, nel non essere mai adeguati ai canoni dell’estetica pubblicitaria che fa vendere le merci: specialmente i corpi delle donne. Che quando sono assieme tendono, ancor più fastidiosamente, a mostrare l’evidenza di un pendolo che sfugge al mondo degli uomini: una leggerezza uranica quando ridono e ballano e – grande scandalo – sfidano l’autorità costituita, una tellurica sicurezza e coscienza di essere parte cosciente della terra, e ben ancorate a essa. Umiltà, in fondo, deriva da humus, terra. E una donna che ride e che balla, in un cerchio, magari lasciando a sorridere il bambino su provvisoria sedia dentro il cerchio di un istante bello da vivere, non fuori, è un frammento di dea mediterranea che ritorna a dar consiglio e far lezione di vita.
Il cerchio è una delle foto di Tano D’Amico, è stata scattata in un’occasione che più lontana dalla manualistica etnografica e antropologica non potrebbe essere: un fotogramma del 1972, acchiappa e restituisce la festa delle donne per l’occupazione delle case della Magliana. E ce n’è un’altra tra le foto di donne, infinitamente disturbante, non conciliata e non conciliabile, per chi vede il mondo come una serie di caselle fisse costruite con le scorie tossiche dei ruoli e dei poteri (maschili). È lo scatto di Tano D’Amico che riprende, dal basso, le detenute in rivolta sui tetti di Rebibbia, nel 1973.

L’EFFETTO, MAESTOSO e irriverente assieme, è quello di statue su un frontone di tempio greco. Nessuna pruderie possibile, per quei corpi diversi perlopiù in mutande e reggiseno, i volti sorridenti, a bersi un sole ritrovato. E la grazia del saluto alla gente della donna sulla sinistra ha la fatata leggerezza di un movimento di Carla Fracci. Lo fanno notare Simona Mussini e Alessio Giannanti, che firmano la parte più densa dell’introduzione del catalogo edito da ETS. L’altro intervento che troverete è quello di Maurizio Maggiani, scrittore di queste terre della mostra, di queste storie e di queste donne. Racconta, per gli scatti in bianco e nero di Tano: «Guarderanno e vedranno che siamo avvenuti, le vite non sono oggetti».

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27 ore di registrazione e 3 ore di 16 mm colore sul festival del proletariato giovanile svoltosi a Parco Lambro di Milano nel giugno del 1976, organizzato dalla rivista «Re Nudo», presenti 150 mila persone. Girato, su richiesta degli organizzatori della festa, con 4 videoregistratori (…) . Inizialmente il lavoro era stato finanziato dai discografici che puntavano alla realizzazione di un film-concerto, ma successivamente il film registra la contestazione da parte dei giovani proletari degli spettacoli musicali e di tutte le merci che gli organizzatori contavano di vendere, birra, libri e dischi «di sinistra». I 3 mila contestatori formano cortei interni, chiedono l’abbassamento dei prezzi, discutono in assemblea della lotta, fermano i concerti, aprono con la forza i camion e distribuiscono a tutti gelati, patatine e polli.
Nessun leader politico riesce a prendere la parola, per la prima volta in Italia, durante tutta la manifestazione. Era l’anno in cui i gruppi di Autonomia Operaia agirono per la prima volta apertamente. Nessun produttore ha voluto rischiare una lira per trasformare questi nastri in pellicola. Per «Anna» avevo detto che non è un film, che la regia ha girato sul tema della disobbedienza. È, al contrario, la rivolta degli attori e delle maestranze contro l’organizzazione gerarchica del film, a dispetto della regia. A quelli che hanno messo su il festival del Lambro, è successo qualcosa di molto simile, ma ingigantito.

Il guru che ti ingura

Era la primavera del 1976 a Milano. Il fim sul Parco Lambro, più che un documento politico è uno psicodramma ad alta temperatura sulle insurrezioni giovanili degli anni ’70 chiuse nel ghetto di un festival. E’ considerata l’unica testimonianza registrata «dal vero» minuto per minuto, dall’interno delle problematiche di quella generazione nell’ottica dei disagi, dei tentativi di organizzazione politica e, contemporaneamente, ben al di là della politica; laddove nascevano nuovi desideri e bisogni, cambiamenti di comportamento lontani dalla lotta armata e fuori dai ruoli stabiliti dalla logica del vecchio potere che precedettero gli «anni di piombo». È proprio una metafora inquietante e di nuovo molto attuale sui meccanismi di controllo con cui i giovani e i loro funzionari tentano di tenere buone le masse e su come le masse tentano di sollevarsi.
Questo film è del tutto inedito. Gli autori non lo hanno mai voluto cedere alla Rai o ad altre emittenti per impedire che divenisse oggetto di grossolane manipolazioni politiche. Durante l’assemblea durata due giorni e due notti che seguì l’esproprio proletario di gelati, patatine e polli provocato dai «compagni poveri» a danno dei «compagni ricchi», sul palcoscenico dal quale a furor di popolo furono tirati giù i cantautori, si dibattè se quel gesto fosse stato un giusto esproprio ai «nuovi padroni della sinistra» o piuttosto un vile saccheggio ai danni dei «compagni» che avevano organizzato il festival del proletariato giovanile. (…) Le trattative per ribassare i prezzi erano arroventate e andavano per le lunghe: i più affamati pensarono bene di forzare le serrature dei camion frigoriferi e distribuire surgelati al popolo in festa. Quell’esproprio che una volta tanto aveva sfamato gratis le masse, fu celebrato con danze collettive che facevano pensare ai riti pagani dell’antichità, durante le quali si liberarono completamente dei vestiti, aveva generato in gran parte dei giovani che si erano radunati lassù l’illusione che la giustizia sociale realizzata con la violenza avesse reso reale il grande sogno di tutti, la Rivoluzione. Mentre centinaia di espropriatori finalmente sazi si succedevano ai microfoni proclamando infinite ed euforiche teorie sulle trasformazioni posrivoluzionarie del mondo, gli espropriati, cioè i discografici e i guru della sinistra che avevano organizzato quel Megafestival si davano da fare per spiegare al «popolo» che i prezzi alti del cibo avevano il fine di finanziare i progetti politici e il Movimento. Ma ai contestatori non fu difficile apprendere che panini e birra costavano così cari per compensare la tassa che proprio gli organizzatori avevano imposto agli stand alimentari di Stella Rossa, degli Anarchici e così via. Il «guru che t’ingura» e i manager dei cantanti di sinistra avevano inventato, già nel 1976, la tangente extraparlamentare.

* dal catalogo di Roberto Silvestri «Il cinema contro di Alberto Grifi», 1993

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«In questo semestre non ancora concluso gli attentati contro persone o cose sono stati 1487. Il mese peggiore è stato gennaio con 372 attentati violenti. Poi c’è stata una diminuzione». «Dopo il rapimento di Aldo Moro?». «Sì, esatto». È un brano di una conversazione fra Ugo Pecchioli, responsabile della Sezione Problemi dello Stato del Pci, e Antonio Sanna, «funzionario disciplinato, fedele e deciso». Si svolge durante una riunione del «gruppo antiterrorismo» di Botteghe Oscure, un organismo composto dai dirigenti considerati «i maggiori esperti del fenomeno eversivo» allo scopo di monitorare con attenzione millimetrica le mosse della «violenza eversiva». Siamo nell’estate del 1978. Dialoghi come questi sono riprodotti con un robusto tasso di verosimiglianza ne L’Infiltrato(Nutrimenti, 190 pp., 15 euro). L’autore Vindice Lecis sceglie un episodio poco noto della storia del Pci e dell’Italia recente per il suo romanzo, un noir ad alta tensione politica ma soprattutto la storia (vera) di un’operazione clandestina rimasta a lungo segreta: l’infiltrazione di un militante del Pci in un gruppo della galassia della lotta armata sotto la direzione di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il racconto si apre con la strepitosa scena dell’incontro fra il generale e il comunista Pecchioli al casello autostradale Settebagni, fuori Roma. Il primo: «Ho bisogno della vostra collaborazione, dell’aiuto del Partito comunista. A patto che lei mi risparmi la tiritera che siete i più fedeli alla Repubblica. Lo so già da almeno trent’anni». L’altro: «Non esageri, la nostra vigilanza democratica non può essere scambiata per una propensione all’impegno poliziesco».

Sanna invece è un personaggio di fantasia, incarnazione delle mille azioni della «vigilanza democratica» del Pci. E anche nello sviluppo della trama c’è qualche altra concessione alla fiction. Ma è il minimo sindacale di libertà quello che si prende Lecis, che da trentacinque anni fa il cronista nel Gruppo L’Espresso e si è già dimostrato accurato autore di romanzi su altri episodi della nostra storia recente.
Per scrivere questo suo ultimo ha consultato il Fondo Pecchioli conservato all’Istituto Gramsci (e consultabile in rete su Archivi on-line del Senato) ed ha parlato con fonti dell’epoca che comprensibilmente ancora oggi chiedono riserbo. Della vicenda però si trova una traccia nel libro di Gianni Cipriani Lo stato invisibile, (Sperling&Kupfer, 2002) e una recente solida conferma in Tutti gli uomini del generale di Fabiola Paterniti (Melampo, 2016), in cui l’infiltrato che alla fine contribuisce «a dare una mazzata decisiva alla colonna romana della Br» viene descritto da Umberto Bonaventura, l’uomo di Dalla Chiesa che lo «gestì».

Torniamo ora al gruppo di compagni scelti fra i più affidabili di Botteghe Oscure che analizzano «il fenomeno terrorista», e che lavorano alacremente a uno studio «che nemmeno il ministero possiede». Il Pci della solidarietà nazionale però non vuole essere una banca dati. Combatte la sua guerra contro brigatisti, terroristi ed eversori; svolge un’azione di intelligence parallela a quella dei servizi e delle forze dell’ordine; denuncia i sospetti nelle università e nelle fabbriche con zelo da primo della classe per dimostrarsi rocciosamente «fedele alla Repubblica». Fin dal 1974 è in corso una «collaborazione attiva» fra il partito e il ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani per combattere il comune nemico del terrorismo, come racconterà nel ’97 lo stesso ministro alla Commissione Stragi. Gli amari frutti di questa politica e degli anni dell’emergenza sarebbero tutta un’altra storia.
La storia dell’Infiltrato invece si dipana tutta dentro l’orizzonte ideologico piccista, nel suo modello culturale, dei suoi tic. Dopo l’omicidio Moro il partito si sente stretto «in una tenaglia di ferro e di piombo»: dopo l’avanzamento elettorale del 75 e 76 ripiega sull’appoggio al governo Andreotti. Ma è in mezzo a due fuochi. Da destra arrivano gli attacchi della propaganda Dc, blandi in realtà, che lo considera la matrice dei brigatisti (di «album di famiglia» parlerà Rossana Rossanda nel marzo ’78, provocando ruvide reazioni dal Pci); dalla sua sinistra piovono critiche durissime (e azioni) dei movimenti e delle fazioni armate, nemici giurati del compromesso storico e della politica berlingueriana.

In questo contesto matura il salto di qualità operativo, e cioè la scelta di infiltrare Vasco (nome di fantasia) in un’organizzazione armata quando Dalla Chiesa diventa «coordinatore delle forze di polizia e degli agenti informativi per la lotta contro il terrorismo» e decide l’attacco al cuore delle Br con l’utilizzo degli infiltrati. In questo chiede «aiuto» al Pci per «esperienza, dedizione, capacità di mantenere fermezza senza troppe tattiche», perché possiede «ancora il retaggio della clandestinità» ed è «occhiuto quanto una caserma dei carabinieri di un piccolo paese». Il Pci, al massimo livello, avalla l’operazione chiedendo garanzie sulla vita di Vasco. L’operazione parte.

Seguendo Sanna, il tramite fra partito e infiltrato, attraversiamo due anni della storia italiana, il 78 e il 79. Gli anni dell’omicidio di Guido Rossa, dell’attività dei gruppi extraparlamentari, dell’ostilità del Pcus alla crescente autonomia di Berlinguer. Il protagonista li racconta dal suo punto di vista. «Calogero era un coraggioso», riflette a proposito del giudice del Processo 7 aprile, architettato sulla base di un teorema costruito ad hoc per dimostrare la partecipazione di Autonomia operaia alla lotta armata, teorema poi crollato. Ma questo punto di vista senza dubbi consente di illuminare le scelte del Pci sin nelle pieghe più buie e contraddittorie. E riportare il lettore di oggi agli interrogativi brucianti aperti in quegli anni: la «potenza geometrica» del fuoco brigatista ha modificato in senso difensivo, e se sì quanto, la politica del Pci e quella del paese? Ovvero quali sono state le concrete conseguenze della lotta armata nella storia della sinistra italiana oltre – si fa per dire – al drammatico tributo di sangue versato da ogni parte in causa? Il libro di Lecis ha il pregio di riportarci lì, in quell’incrocio di strade possibili. E a ripercorrere quelle realmente imboccate dai protagonisti. Come è finita la storia è noto, come finisce la storia di Vasco lo lasciamo scoprire al lettore e alla lettrice.

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Gasparazzo

C’è un disco che da fine febbraio naviga nei mari sempre difficili della musica indipendente. Un bel disco di suoni reggae e rock con nuvole di folk. Titolo, Forastico. A dopo la traduzione. Il brano numero uno si intitola Gasparazzo 3D, e recita così «Sistemàti il cielo e la terra/ L’ottavo giorno l’Etna eruttò/ Ne venne fuori la famiglia Gasparazzo/ che masticava la miseria più amara/ Rivoluzione! Brontolava Bronte/ Come brucian bene/ Le case dei signori/ L’Unità alle porte/ Ma il popolano disperato resta/ Gasparazzo si diede alla macchia/ Gasparazzo carbonaro…/ Il treno va/ Attraversa lo stivale da sud a nord/ Stipati in corridoio/ Capitalismo cannibale/ Le auto in serie simbolo del boom economico/ Roberto e la matita/ Raccontano la vita/ di un divertente personaggio in catena di montaggio/ Gasparazzo anni settanta/ Gasparazzo operaio/ Gasparazzo Lotta Continua/ Gasparazzo operaio/ Ora in Emilia compone musica/ un manipolo di suonatori… Gasparazzo banda bastarda/ Gasparazzo bandabam».

Un nome a tre dimensioni. La prima è quella di un personaggio storico, Calogero Ciraldo Gasparazzo, carbonaro divenuto giocoforza fuori legge, protagonista della rivolta popolare di Bronte, Sicilia, scoppiata il 2 agosto del 1860 contro la latifondista Ducea di Nelson. L’Unità d’Italia veniva prima di tutto, non scevra da interessi e accordi economici per il suo futuro, e dunque il Comitato di Guerra creato da Giuseppe Garibaldi e Antonio Crispi diede incarico a Nino Bixio di annientare senza pietà gli insorti. Il battaglione di garibaldini al comando di Bixio scatenò una caccia all’uomo che si concluse con sedici morti e un processo farsa a centocinquanta presunti rivoltosi. L’avvocato Nicolò Lombardo, accusato senza prove di essere il capo di tutto, venne fucilato insieme ad altri quattro ‘colpevoli’. I cadaveri rimasero esposti giorni e giorni sul terreno. Da quei fatti, Florestano Vancini trasse un film, ‘Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato’, 1972. Il 10 giugno dello stesso anno, sulle pagine del quotidiano Lotta Continua facevano la loro comparsa le prime strisce a fumetti che vedevano protagonista l’operaio Fiat Gasparazzo a rappresentare le migliaia di emigrati dal Meridione d’Italia in cerca di un futuro meno nero. Ignoto l’autore, poiché nessuno, per decisione redazionale, firmava gli articoli e i contributi. Soltanto sei mesi dopo se ne saprà il nome, Roberto Zamarin. Al suo ricordo, l’edizione di Lotta Continua del 22 dicembre dedicava due pagine. Roberto, trentadue anni, si era schiantato sull’autostrada del Sole, nella notte tra il 19 e il 20, all’altezza di Arezzo. Dentro il bagagliaio dell’auto, le copie del giornale che stava portando a Nord per tappare le voragini distributive. ‘Gasparazzo non c’è più’ il titolo della notizia il giorno della morte. Sono storie, queste, chiamate a torto “minori”. E in quanto tali, destinate a scivolare nel buio, a divenire ricordo dei pochi che le hanno vissute in prima persona. Se cerchi sull’onnisciente Wikipedia, di Zamarin compare soltanto una stringata biografia. E solo un articolo di Claudio Grassi su Liberazione del 20 dicembre 2002 ne ha fatto riemergere la figura umana e professionale a trent’anni dalla morte. Se però interroghi Google digitando Gasparazzo, allora compaiono strisce, copertine di libri, tavole. Come dire: il personaggio inventato è sopravvissuto al suo creatore. Non è cosa rara. Ma nel caso dell’operaio Gasparazzo/Zamarin il fatto sorprende, perché questa duplice vita aveva compiuto il suo breve corso, sei mesi appena, sulla carta di un giornale ‘di confine’ e nella collana di un editore, Samonà e Savelli, sempre in sospetto di sovversione. Sembrava, Gasparazzo/Zamarin, voce perduta nel grande e complicato archivio degli anni ’70 italiani. E invece…

La terza dimensione di Gasparazzo, quella del brano cantato a colpi di ballata reggae, ha l’identità fisica e il nome di una band emiliana, Gasparazzo e i Banda Bastarda. Ce n’è abbastanza per incuriosirsi e lasciare agli interrogativi di un’intervista il giusto spazio. Domanda di esordio, quanti anni avete. Risponde Generoso Pierascenzi detto Gino, voce e chitarre, che lui, con quarantasei primavere, è il più vecchio. L’età degli altri va da vent’anni neppure troppo suonati a trenta e qualcosa di più. Nel 2007, anno di formazione della band, Gino era un bambino di due anni, gli altri strimpellavano o percuotevano seduti sulle nuvole. Che ne sapete, perciò, di Gasparazzo? «Nel nostro giro la cultura del fumetto, molto viva e diffusa, ci ha portato a conoscere storie e autori al di fuori delle grandi firme nazionali e internazionali. È così che abbiamo incontrato la figura di Gasparazzo, quella giusta per diventare il nome che cercavamo». In che cosa vi siete riconosciuti ? «Prima di tutto nel fatto di essere emigrati dall’Abruzzo all’Emilia. E, seppur in un contesto sociale e in un modo molto distanti da quei tempi, di aver vissuto, come l’operaio siciliano di Zamarin, la compressione tra società del Nord e società del Sud; il suo carico di contraddizioni, entusiasmi, speranze, debolezze; di avere forti, nella nostra fabbrica della musica, il senso della solidarietà, della lotta alle ingiustizie, delle battaglie civili. Tutto questo ci ha portato a suonare in Saharawi, in Albania, in Germania nelle manifestazioni contro il neonazismo, nelle geografie sovente più lontane dell’Italia». Mettersi nella salopette di Gasparazzo significa far propri i dubbi e l’ironia che ne erano tratti fondamentali, essere contro e allo stesso tempo sapersi interrogare, non nascondere ingenuità e smarrimento «Direi che anche in questo c’è somiglianza, empatia con il personaggio di Zamarin. Qualcuno ci ha definiti un po’naif. Amiamo andare a briglie sciolte, assecondare la nostra tendenza ad essere istintivi e il nostro lato selvatico». Selvatico, cioè forastico, titolo all’ultimo album della band «È un aggettivo abruzzese ‘versatile’. La traduzione più immediata è appunto selvatico. Ma identifica anche uno che ha scelto di stare ai margini non da cattivo, ma perché timoroso di aprirsi agli altri, di venir coinvolto in un sistema che cerca di addomesticarti. Gasparazzo, secondo noi, è un po’così. Nei nostri tour ci è capitato di incontrare i forastici, ad esempio quando abbiamo tenuto un concerto all’interno di un carcere tedesco. L’inizio è stato duro, i detenuti guardavano male noi e i nostri vestiti stravaganti, non reagivano alla musica, sembravano stare lì per forza. Poi tutto si è sciolto in un applauso finale interminabile, in giri di abbracci tra amici e risate».

Nel 1973, per le Edizioni di Lotta Continua, esce ‘S’avanza uno strano soldato’, a firma di Guido Viale, dirigente dell’organizzazione, in carcere a Torino dal 28 gennaio dello stesso anno. Il libro raccoglie alcuni suoi scritti pubblicati sul quotidiano, sui Quaderni Piacentini, negli atti di convegni. La copertina porta una vignetta di Gasparazzo che marcia, chiave inglese in mano, verso gli uffici della direzione Fiat indicati da un cartello. Ha la faccia incazzata e nella nuvola del fumetto dichiara «Io sono una ‘forza lavoro’ e sono ‘variabile’». Viale era stato arrestato il 27 gennaio al termine di una conferenza stampa che spiegava quanto era successo poche ore prima, durante una manifestazione indetta nel capoluogo piemontese contro le aggressioni e i pestaggi dei neofascisti e delle forze dell’ordine. In piazza della Repubblica gruppi di picchiatori del Movimento Sociale Italiano avevano ferito alcuni studenti e un operaio. Parte del corteo si era spostata davanti alla sede del Movimento Sociale. Qui polizia e carabinieri avevano sparato lacrimogeni ma non solo. Eleonora Aromando e Luigi Manconi, di Lotta Continua, riportarono ferite da armi da fuoco. I mandati di cattura furono venticinque, l’arresto di Viale scattò con l’accusa di tentato omicidio plurimo aggravato.

Un’accusa assurda, cui risposero piazze e fabbriche chiedendo la scarcerazione di Viale. Che verrà prosciolto quattro mesi dopo per ‘Assoluta mancanza di indizi’. Le adesioni di politici e intellettuali portavano i nomi di Revelli, Pintor, Pasolini, Volontè, Trentin, Bobbio, Rossanda, Calvino, Pontecorvo, Parlato, Lama…

Guido Viale, la scelta di mettere Gasparazzo su quella copertina e sotto un titolo eloquente, stava a significare che gli operai di Lotta Continua si identificavano con l’eroe imperfetto di Roberto Zamarin? «La nostra organizzazione non si poteva definire molto acculturata. Era però molto legata a delle istanze di base che provenivano direttamente dalla condizione sociale. Gli operai che erano di Lotta Continua riconobbero subito se stessi, la loro condizione, la loro vita quotidiana in questa figura, nella sua ingenuità, nella sua rabbia, nella sua spontaneità. Gasparazzo, poi, era anche molto spiritoso, si prendeva in giro prima di prendere in giro gli altri, compresi, naturalmente, coloro che si chiamavano studenti, e che in parte lo erano e in parte non». La nostra ‘lettura’ dell’operaio di Zamarin, nei pochi mesi della sua esistenza, fu di un personaggio non privo di incertezze rispetto a ciò in cui credeva e alla possibilità di realizzarlo, di concretizzarlo «Sì, questo faceva parte del genio di Roberto: raccontare l’operaio reale, che non aveva davanti a sé un percorso ben definito. E quindi era fragile nei confronti della situazione, della complessità dei problemi con cui doveva misurarsi. Teniamo presente che la maggior parte di questi ragazzi erano alla loro prima esperienza fuori casa, in una città diversa da quella in cui erano nati e cresciuti. Avevano trovato in Lotta Continua un punto di appoggio sul piano esistenziale prima ancora che politico. Stavano costruendo un percorso di acculturazione, di politicizzazione, di auto educazione difficile e pieno di incognite. Zamarin lo aveva compreso, colto in maniera immediata. Non affidandosi ai discorsi, ma creando le storie di Gasparazzo». Se a Torino l’immagine per eccellenza della vita in fabbrica era l’uomo berretto e salopette, fuori dai confini piemontesi, più o meno negli stessi anni, si trovò a spartire la popolarità con altre immagini di operai, una in particolare. Ricorda Viale «Il Cipputi di Altan aveva un radicamento molto più solido e possedeva una maggior sicurezza rispetto a Gasparazzo, cui univa una forte dose di auto ironia. La sua figura rappresenta già gli anni della sconfitta; la nostalgia per una condizione, un ruolo, un peso politico in via di disfacimento, che Cipputi sapeva interpretare molto bene. È importante vedere in un rapporto diacronico questi due personaggi che hanno un po’segnato la storia e la parabola della classe operaia nell’Italia degli anni ’70». Una band di musicisti allora bambini piccolissimi o non ancora nati, decide nel 2007 di chiamarsi Gasparazzo. Un nome e una scelta: far camminare insieme musica e impegno sociale. Quarant’anni dopo, Gasparazzo è ancora ‘contro’. La stupisce? «Zamarin ci ha lasciato un personaggio che possiede la caratteristica di collocarsi fuori dal tempo, pur se riferito a un periodo preciso. Ed è la ragione per cui chi, anche oggi, si sente sradicato, non ha alcuna difficoltà a riflettersi in lui». Viale, può aiutarci a riempire i vuoti in cui galleggia la memoria di Roberto Zamarin, lei lo ha conosciuto? «Abbiamo vissuto nella stessa casa di Roma, dove era arrivato lasciando un lavoro garantito per animare con le sue vignette il quotidiano di Lotta Continua. Era una persona di grande generosità, nella vita privata e nell’impegno rispetto al giornale. Le copie uscivano dalla tipografia troppo tardi per arrivare ad alcuni distributori regionali. Così Roberto, dopo aver finito di disegnare Gasparazzo, le caricava in auto e le consegnava di persona, viaggiando tutta la notte”. Ha scritto Pablo Neruda in Poesie di amore e di vita “Lentamente muore chi non capovolge il tavolo/ chi è infelice sul lavoro/ chi non rischia la certezza/ per l’incertezza di inseguire un sogno/ chi non si permette almeno una volta nella vita/ di fuggire ai consigli sensati”. Se ne è andato in fretta, Roberto Zamarin. Ma prima ha saputo capovolgere, rischiare, inseguire, rifuggire. Lasciandoci un testimone. Un operaio di nome Gasparazzo.

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BOX

Forastico, per l’etichetta New Model Label (newmodellabel.com), segue ad altri cinque album pubblicati dai Gasparazzo Banda Bastarda tra il 2007 e il 2010: Tiro di classe (Terra Calda/ Self), Fonostorie (Goodfellas). Obiettivo sensibile (Autonomix/Venus) Esiste Chi Resiste (New Model Label/ Audioglobe), Mo’ Mo (New Model Label/ Audioglobe). Dei nove brani, registrati in presa diretta al Teatro Vittoria di Pennabilli, Rimini, quattro sono in dialetto abruzzese. Omaggio alle origini della band e del titolo. Le musiche di Generoso Pierascenzi e i testi di Alessandro Caporossi danno sostanza a un lavoro che miscela l’acustica pura di batteria, contrabbasso, fisarmonica, alle sonorità elettriche anni ’60 delle chitarre. Al forastico Gasparazzo 3D, tengono ottima compagnia Vito il pistolero, Il maestro del tajine, il mariachi Pedro. Cadenze da ballata avviluppano reggae e rap fino a renderli, succede in Lu lupe, simili a canti popolari rituali. Ironia con punte sparse di veleno, citazioni e richiami si confermano consuetudine cara ai cinque emigrati di Reggio Emilia

Funaro

L’esperienza di Rosso, il gruppo politico e la rivista attiva negli anni Settanta, le lotte autonome, l’altro movimento operaio nel racconto di uno dei protagonisti, Chicco Funaro in un video di officinamultimediale

Le guerre negano la memoria dissuadendoci dall’indagare sulle loro radici, finché non si è spenta la voce di chi può raccontarle. Allora ritornano, con un altro nome e un altro volto, a distruggere quel poco che avevano risparmiato.
Carlos Ruiz Zafón

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