Anni 70 – Italia

MILANO. Cos’è stato il ’68? Mah, chi può dirlo davvero. I documenti lo possono spiegare bene, a saperli leggere, e intanto ci vuole qualcuno che li raccolga, come sta facendo Emiliano Sisto, 44 anni, uno che non c’era ma ha la passione di raccattare e catalogare volantini e manifesti, libri e opuscoli, e persino dischi, tipo Gli sfruttati e Padroni ci volete spaventare, «due canzoni sindacali di Franco Rusnati» edite da “I dischi del Sole”, il coro era degli operai della Breda di Sesto San Giovanni, e chissà se qualcuno ne ha altri in cantina.

Se qualcuno ne ha, e francamente non sa più che farsene, potrebbe contattare Sisto, che da un anno ha messo su una pagina Facebook che si chiama Lunga Rabbia e lì ha cominciato a pubblicare tutto quello negli anni ha comprato, o trovato, o avuto in regalo, come «la cassa di documenti che mi è arrivata da Napoli, era roba del capo ufficio propaganda del coordinamento dei comitati di lotta operaia, tra Napoli, Secondigliano e dintorni, dal ’67 fino al 1973, un pezzo di storia». Il suo è un archivio privato — 10mila pezzi circa — tra politica e controcultura, conservato in uno studio che si affaccia sul soggiorno di casa, dove una moglie paziente sopporta un leggero odore di muffa, tutta roba che arriva da cantine e robivecchi, o librerie antiquarie che di colpo si trovano davanti anziché una cinquecentina, un libretto che si intitola Eni — Petrolio e lotta di classe, a cura “del collettivo Eni”. Che farsene? E poi: quanto può valere? Sisto può dare un suo parere, forte della esperienza che si è fatta negli anni, studiando molto e rubando molto tempo al lavoro — settore finanza — ma da quando ha aperto la pagina Facebook è stato tutto un «ti mando delle cose, non so più che farmene», oppure «che peccato, mio figlio ha appena buttato via tutto».
Venticinquemilacinquecento followers, non è poca roba, uno scrive «non ho mai condiviso le idee, ma è un’autentica pagina di storia, mi riporta indietro nel tempo, in quella Milano che nei filmati oggi si vede solo in bianco e nero, ma noi giovani di allora la sapevamo dipingere con i nostri ideali, le nostre diversità, e quella voglia di vivere che nella generazione di oggi stento a trovare».
Non c’è solo Milano, naturalmente. Nei volantini, fogli sparsi, ciclostilati, numeri unici, giornali e riviste (tutta Lotta Continua, tutto Re Nudo, e anche A/ traverso, la rivista dell’ala creativa dell’autonomia bolognese) e foto, sono rappresentati i movimenti di contestazione della sinistra rivoluzionaria dal 1965 al 1980, «ossia il lungo ’68 italiano». Un «flash sugli anni 70», scrive una lettrice, si presume ragazza in quegli stessi anni di lotte e occupazioni, scioperi e manifestazioni, cortei, arresti e voglia di esserci — quando la parola impegno non era casuale — di partecipare, «cosa che purtroppo oggi non vedo più succedere», dice Sisto. Lui non c’era, essendo nato nel ’73, ma figlio di un «papà che ha fatto il ‘68 a Pisa nel movimento studentesco, poi entrato nel gruppo Fiat, dirigente della Magneti Marelli a Sesto San Giovanni», uno che raccontava cose interessanti, da lì è nata la passione per un’epoca «secondo me poco studiata, e con molte ricostruzioni ideologiche. Non sono uno storico e nemmeno un archivista, ma ho capito che nella storia d’Italia c’è una specie di buco, ad un certo punto si passa dalla Seconda Guerra Mondiale all’oggi, e sembra che di quegli anni non si voglia parlare». Delle carte di allora, essendo Internet ancora lontano, «molto è andato distrutto, o semplicemente perso.
Qualcosa salta fuori nei mercatini delle pulci o dalle cantine sgomberate», dove talvolta affiora anche molto altro, non solo ricordi del tempo che fu. «Molto arriva da ex militanti, una signora del movimento studentesco di Scienze e Chimica di Palermo mi ha mandato i documenti sulle richieste degli studenti, anni ‘68-‘69, le matrici originali per il ciclostile». Da Cinisi sono arrivati i volantini che Democrazia Proletaria stampò per la morte di Peppino Impastato, era il 1978. Molte foto, come quelle di Dino Fracchia al Parco Lambro, alcune addirittura a colori, molte dell’archivio Farabola, si vedono i funerali delle vittime di piazza Fontana, davanti al Duomo tutto nero di gente in piedi. E il funerale del commissario Calabresi, il furgone che passa per via Fatebenefratelli tra altrettanta gente, muta. Ci sono le immagini di Dario Bellini, i disordini a Campo de’ Fiori lo stesso giorno in cui morì Giorgiana Masi. Scatti mai visti, spesso, foto degli scontri di via De Amicis a Milano, ragazzi che corrono, striscioni: “Il governo che licenzia e uccide”, “Siamo noi donne che dobbiamo gestire il nostro corpo”, “La casa è un diritto”, e poi un tizio con un elegante loden che vende Senza tregua.
Poi, c’è il terrorismo. Sisto custodisce pezzi rari, come Nuova Resistenza, due soli numeri, aprile e maggio 1971.
Nella redazione ci sono Franceschini, Curcio, Cagol, il gruppo fondante delle Brigate rosse (pezzi trovati in un mercatino di Milano). «Mi affascina sapere e capire perché persone normali, e anche intelligenti, finirono per prendere le armi», dice lui, che ha una curiosità solo storica, non ideologica, e la capacità di stupirsi ancora, nonostante i molti libri studiati. «Il mio obbiettivo è preservare questo materiale dalla distruzione, utilizzarlo per divulgarlo, per farne cultura», e chissà che non ci riesca davvero.
* Fonte: BRUNELLA GIOVARA, LA REPUBBLICA

Tano D’Amico, fotografo, e Roby Schirer, lui pure fotografo ma in questo caso curatore della mostra di D’Amico «Le immagini e i senza potere», appartengono più o meno alla stessa generazione creativa, autori nati e cresciuti con e dopo il Sessantotto. Una generazione che ha iniziato a fotografare nella strada, nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche, seguendo le manifestazioni e le lotte che in quegli anni erano una pratica quasi quotidiana. Alla Galleria Bel Vedere Schirer presenta 40 opere di D’Amico, omaggio a un compagno di strada ma anche la prima mostra importante che Milano dedica a un grande fotografo.

La sintetica biografia di Tano D’Amico racconta che è nato a Filicudi nel 1942 e ancora bambino è «approdato sul continente», ha studiato a Milano e a Roma e quindi è diventato fotografo. L’interesse di Tano D’Amico nasce dalla militanza, dal bisogno di partecipare alla vita politica di quegli anni e suo malgrado la fotografia diventa lo strumento che gli consente di essere sempre davanti, in prima linea. Dall’inizio degli anni Settanta collabora con un’agenzia milanese e romana, la DFP, punto di riferimento per la fotografia militante di quegli anni ed è allo stesso tempo il fotografo della redazione romana di «Lotta Continua», quotidiano allora diretto da Enrico Deaglio. Sono anni intensi, nei quali D’Amico realizza immagini straordinarie entrate, nonostante il disinteresse della stampa ufficiale, a fa parte della storia. Quando la realtà politica italiana cambia, quando gli eventi diventano altri, D’amico e la sua fotografia non cambiano. Con estrema e coerente lucidità rimane a fianco di quelli che lui stesso definisce «i senza potere». Dopo le battaglie di studenti e operai, quelle delle donne e di occupa le case, entra nelle carceri, nelle caserme e nei manicomi, segue la vita di diverse comunità rom e recentemente dei migranti a Roma. La sua è una fotografia diretta, coinvolta, attenta sempre e comunque a denunciare ma anche a cogliere la bellezza o l’ironia di un gesto, di uno sguardo. Una per tutte la straordinaria immagine di un’occupante romana, del 1977, che circondata dalle amiche gesticola di fronte alla polizia schierata.

La mostra presenta dunque immagini diventate celeberrime e qualche inedita fotografia realizzata negli ultimi due anni, raccolte con il titolo «Guerra ai poveri». In un’intervista di Stefano Di Michele qualche tempo fa Tano D’Amico aveva dichiarato: «Ho sempre amato le persone cui va stretto il mondo e che cercano anche con la postura, con i loro volti, con la loro bellezza, con i loro sorrisi, di farne intravedere uno diverso». E per quasi cinquant’anni D’Amico ha invece costruito un suo mondo, camminando ai margini, dando voce a chi non ne ha, a chi vuole gridare o a chi deve tacere, a chi vive con fatica o a chi lotta con gioia. Un mondo ricchissimo di emozioni e di passioni, che la fotografia conserva, a testimonianza anche di un impegno costante e generoso.

FONTE: Giovanna Calvenzi, CORRIERE DELLA SERA

 

La Galleria Belvedere si trova a Milano allo spazio miFAC in via Santa Marta 18, Milano, aperta da martedì a sabato dalle 15.30 alle 19.30. La mostra è aperta sino al 10 giugno, ingresso libero

Dieci anni di movimento politico in Italia in 72 minuti, visione veloce in sintonia con i tempi contemporanei, da Potere studentesco a Parco Lambro. Non ci sarà mai un film che possa raccontare lo spirito di quegli anni che non sia il cinema underground: il racconto televisivo, la narrazione con personaggi e intrecci appartengono a un’altra epoca, quella precedente o quella molto successiva che ha cercato di catturarne qualche elemento.

Una società come questa dalle immagini tanto frammentate ci sembra in sintonia il film di Munzi che è andato alla ricerca dei materiali meno manipolati dai commenti, il più possibile girati dagli stessi cineasti che partecipavano al movimento. Utilizza senza voce fuori campo, materiali spesso inediti del Movimento operaio e democratico, Luce, Cineteca di Bologna o della Fondazione Alberto Grifi per il Parco Lambro (girati in videotape) e delle teche Rai che lì aveva i suoi operatori. Potrebbe sembrare impossibile raccontare dieci anni di movimento in un’ora di montaggio, ma i diversi spettatori ne possono fare un uso differente, dal ricordare i volti conosciuti o quelli scomparsi, a collegare le scene mancanti a stupirsi di fronte a tanto fervore oggi che domina il disgusto per la politica. Elenco sale: www.cinecitta.com

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Non una di meno. E questa volta non è un (bello) slogan che grida al mondo quanto nauseabondo sia il furor patriarcale contro le donne che diventa sfregio e assassinio, cattivo atavismo incistato ora più che mai nelle neo case chiuse dei social media così apparentemente «aperti». Non una di meno sarebbe potuto essere il titolo della mostra di Tano d’Amico, La lotta delle donne, che si inaugura oggi alla Torre del Castello dei vescovi di Luni, promossa dall’Assessorato alla cultura del comune di Castelnuovo Magra, curata dal collettivo Archivi della Resistenza Circolo Edoardo Bassignani, gestore del museo audiovisivo della Resistenza di Fosdinovo, anch’esso partner dell’iniziativa.
Bella sinergia, un museo della Resistenza e le foto di Tano sulle donne: quasi un richiamo a quelle presenze forti e meno celebrate, storiograficamente, che hanno saputo essere decisiva sabbia negli ingranaggi misogini, razzisti e nazifascisti, tra il ’43 e il ’45, e anche prima. Non una di meno, nel senso che questa palpitante raccolta fotografica che ti cerca gli occhi, e ti costringe a guardare e riguardare, e a far provvista di energie vive, non potrebbe tollerare la sottrazione di una sola di queste immagini di donne forti, vere e non allineate. Che raccontano con la forza diretta della realtà, per tratti e scarti e paesaggi, urbani soprattutto, diversi decenni della storia di tutti. Ma dalla parte delle donne, colte dall’obiettivo di Tano che, da vero fotografo dell’innesco della memoria non cerca l’astrattezza oleografica dell’«evento», ma la vita che dà segni da incamerare e memorizzare.

DICONO I CORIFEI della scomparsa delle ideologie (ipotesi che, come raccontava in una vignetta il nostro Biani, ha un preciso e rivoltante sentore d’ideologia invece ben presente e vincente: quella neoliberista che non fa prigionieri) che non è più il tempo delle piazze, delle collettività e dell’azione pubblica. Strana civitas, quella dove i cives possono farsi vedere solo in pixel digitali. I corpi veri danno fastidio, hanno un pressante segno di gravità terrestre, sono imperfetti e bellissimi, nel non essere mai adeguati ai canoni dell’estetica pubblicitaria che fa vendere le merci: specialmente i corpi delle donne. Che quando sono assieme tendono, ancor più fastidiosamente, a mostrare l’evidenza di un pendolo che sfugge al mondo degli uomini: una leggerezza uranica quando ridono e ballano e – grande scandalo – sfidano l’autorità costituita, una tellurica sicurezza e coscienza di essere parte cosciente della terra, e ben ancorate a essa. Umiltà, in fondo, deriva da humus, terra. E una donna che ride e che balla, in un cerchio, magari lasciando a sorridere il bambino su provvisoria sedia dentro il cerchio di un istante bello da vivere, non fuori, è un frammento di dea mediterranea che ritorna a dar consiglio e far lezione di vita.
Il cerchio è una delle foto di Tano D’Amico, è stata scattata in un’occasione che più lontana dalla manualistica etnografica e antropologica non potrebbe essere: un fotogramma del 1972, acchiappa e restituisce la festa delle donne per l’occupazione delle case della Magliana. E ce n’è un’altra tra le foto di donne, infinitamente disturbante, non conciliata e non conciliabile, per chi vede il mondo come una serie di caselle fisse costruite con le scorie tossiche dei ruoli e dei poteri (maschili). È lo scatto di Tano D’Amico che riprende, dal basso, le detenute in rivolta sui tetti di Rebibbia, nel 1973.

L’EFFETTO, MAESTOSO e irriverente assieme, è quello di statue su un frontone di tempio greco. Nessuna pruderie possibile, per quei corpi diversi perlopiù in mutande e reggiseno, i volti sorridenti, a bersi un sole ritrovato. E la grazia del saluto alla gente della donna sulla sinistra ha la fatata leggerezza di un movimento di Carla Fracci. Lo fanno notare Simona Mussini e Alessio Giannanti, che firmano la parte più densa dell’introduzione del catalogo edito da ETS. L’altro intervento che troverete è quello di Maurizio Maggiani, scrittore di queste terre della mostra, di queste storie e di queste donne. Racconta, per gli scatti in bianco e nero di Tano: «Guarderanno e vedranno che siamo avvenuti, le vite non sono oggetti».

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27 ore di registrazione e 3 ore di 16 mm colore sul festival del proletariato giovanile svoltosi a Parco Lambro di Milano nel giugno del 1976, organizzato dalla rivista «Re Nudo», presenti 150 mila persone. Girato, su richiesta degli organizzatori della festa, con 4 videoregistratori (…) . Inizialmente il lavoro era stato finanziato dai discografici che puntavano alla realizzazione di un film-concerto, ma successivamente il film registra la contestazione da parte dei giovani proletari degli spettacoli musicali e di tutte le merci che gli organizzatori contavano di vendere, birra, libri e dischi «di sinistra». I 3 mila contestatori formano cortei interni, chiedono l’abbassamento dei prezzi, discutono in assemblea della lotta, fermano i concerti, aprono con la forza i camion e distribuiscono a tutti gelati, patatine e polli.
Nessun leader politico riesce a prendere la parola, per la prima volta in Italia, durante tutta la manifestazione. Era l’anno in cui i gruppi di Autonomia Operaia agirono per la prima volta apertamente. Nessun produttore ha voluto rischiare una lira per trasformare questi nastri in pellicola. Per «Anna» avevo detto che non è un film, che la regia ha girato sul tema della disobbedienza. È, al contrario, la rivolta degli attori e delle maestranze contro l’organizzazione gerarchica del film, a dispetto della regia. A quelli che hanno messo su il festival del Lambro, è successo qualcosa di molto simile, ma ingigantito.

Il guru che ti ingura

Era la primavera del 1976 a Milano. Il fim sul Parco Lambro, più che un documento politico è uno psicodramma ad alta temperatura sulle insurrezioni giovanili degli anni ’70 chiuse nel ghetto di un festival. E’ considerata l’unica testimonianza registrata «dal vero» minuto per minuto, dall’interno delle problematiche di quella generazione nell’ottica dei disagi, dei tentativi di organizzazione politica e, contemporaneamente, ben al di là della politica; laddove nascevano nuovi desideri e bisogni, cambiamenti di comportamento lontani dalla lotta armata e fuori dai ruoli stabiliti dalla logica del vecchio potere che precedettero gli «anni di piombo». È proprio una metafora inquietante e di nuovo molto attuale sui meccanismi di controllo con cui i giovani e i loro funzionari tentano di tenere buone le masse e su come le masse tentano di sollevarsi.
Questo film è del tutto inedito. Gli autori non lo hanno mai voluto cedere alla Rai o ad altre emittenti per impedire che divenisse oggetto di grossolane manipolazioni politiche. Durante l’assemblea durata due giorni e due notti che seguì l’esproprio proletario di gelati, patatine e polli provocato dai «compagni poveri» a danno dei «compagni ricchi», sul palcoscenico dal quale a furor di popolo furono tirati giù i cantautori, si dibattè se quel gesto fosse stato un giusto esproprio ai «nuovi padroni della sinistra» o piuttosto un vile saccheggio ai danni dei «compagni» che avevano organizzato il festival del proletariato giovanile. (…) Le trattative per ribassare i prezzi erano arroventate e andavano per le lunghe: i più affamati pensarono bene di forzare le serrature dei camion frigoriferi e distribuire surgelati al popolo in festa. Quell’esproprio che una volta tanto aveva sfamato gratis le masse, fu celebrato con danze collettive che facevano pensare ai riti pagani dell’antichità, durante le quali si liberarono completamente dei vestiti, aveva generato in gran parte dei giovani che si erano radunati lassù l’illusione che la giustizia sociale realizzata con la violenza avesse reso reale il grande sogno di tutti, la Rivoluzione. Mentre centinaia di espropriatori finalmente sazi si succedevano ai microfoni proclamando infinite ed euforiche teorie sulle trasformazioni posrivoluzionarie del mondo, gli espropriati, cioè i discografici e i guru della sinistra che avevano organizzato quel Megafestival si davano da fare per spiegare al «popolo» che i prezzi alti del cibo avevano il fine di finanziare i progetti politici e il Movimento. Ma ai contestatori non fu difficile apprendere che panini e birra costavano così cari per compensare la tassa che proprio gli organizzatori avevano imposto agli stand alimentari di Stella Rossa, degli Anarchici e così via. Il «guru che t’ingura» e i manager dei cantanti di sinistra avevano inventato, già nel 1976, la tangente extraparlamentare.

* dal catalogo di Roberto Silvestri «Il cinema contro di Alberto Grifi», 1993

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«In questo semestre non ancora concluso gli attentati contro persone o cose sono stati 1487. Il mese peggiore è stato gennaio con 372 attentati violenti. Poi c’è stata una diminuzione». «Dopo il rapimento di Aldo Moro?». «Sì, esatto». È un brano di una conversazione fra Ugo Pecchioli, responsabile della Sezione Problemi dello Stato del Pci, e Antonio Sanna, «funzionario disciplinato, fedele e deciso». Si svolge durante una riunione del «gruppo antiterrorismo» di Botteghe Oscure, un organismo composto dai dirigenti considerati «i maggiori esperti del fenomeno eversivo» allo scopo di monitorare con attenzione millimetrica le mosse della «violenza eversiva». Siamo nell’estate del 1978. Dialoghi come questi sono riprodotti con un robusto tasso di verosimiglianza ne L’Infiltrato(Nutrimenti, 190 pp., 15 euro). L’autore Vindice Lecis sceglie un episodio poco noto della storia del Pci e dell’Italia recente per il suo romanzo, un noir ad alta tensione politica ma soprattutto la storia (vera) di un’operazione clandestina rimasta a lungo segreta: l’infiltrazione di un militante del Pci in un gruppo della galassia della lotta armata sotto la direzione di Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il racconto si apre con la strepitosa scena dell’incontro fra il generale e il comunista Pecchioli al casello autostradale Settebagni, fuori Roma. Il primo: «Ho bisogno della vostra collaborazione, dell’aiuto del Partito comunista. A patto che lei mi risparmi la tiritera che siete i più fedeli alla Repubblica. Lo so già da almeno trent’anni». L’altro: «Non esageri, la nostra vigilanza democratica non può essere scambiata per una propensione all’impegno poliziesco».

Sanna invece è un personaggio di fantasia, incarnazione delle mille azioni della «vigilanza democratica» del Pci. E anche nello sviluppo della trama c’è qualche altra concessione alla fiction. Ma è il minimo sindacale di libertà quello che si prende Lecis, che da trentacinque anni fa il cronista nel Gruppo L’Espresso e si è già dimostrato accurato autore di romanzi su altri episodi della nostra storia recente.
Per scrivere questo suo ultimo ha consultato il Fondo Pecchioli conservato all’Istituto Gramsci (e consultabile in rete su Archivi on-line del Senato) ed ha parlato con fonti dell’epoca che comprensibilmente ancora oggi chiedono riserbo. Della vicenda però si trova una traccia nel libro di Gianni Cipriani Lo stato invisibile, (Sperling&Kupfer, 2002) e una recente solida conferma in Tutti gli uomini del generale di Fabiola Paterniti (Melampo, 2016), in cui l’infiltrato che alla fine contribuisce «a dare una mazzata decisiva alla colonna romana della Br» viene descritto da Umberto Bonaventura, l’uomo di Dalla Chiesa che lo «gestì».

Torniamo ora al gruppo di compagni scelti fra i più affidabili di Botteghe Oscure che analizzano «il fenomeno terrorista», e che lavorano alacremente a uno studio «che nemmeno il ministero possiede». Il Pci della solidarietà nazionale però non vuole essere una banca dati. Combatte la sua guerra contro brigatisti, terroristi ed eversori; svolge un’azione di intelligence parallela a quella dei servizi e delle forze dell’ordine; denuncia i sospetti nelle università e nelle fabbriche con zelo da primo della classe per dimostrarsi rocciosamente «fedele alla Repubblica». Fin dal 1974 è in corso una «collaborazione attiva» fra il partito e il ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani per combattere il comune nemico del terrorismo, come racconterà nel ’97 lo stesso ministro alla Commissione Stragi. Gli amari frutti di questa politica e degli anni dell’emergenza sarebbero tutta un’altra storia.
La storia dell’Infiltrato invece si dipana tutta dentro l’orizzonte ideologico piccista, nel suo modello culturale, dei suoi tic. Dopo l’omicidio Moro il partito si sente stretto «in una tenaglia di ferro e di piombo»: dopo l’avanzamento elettorale del 75 e 76 ripiega sull’appoggio al governo Andreotti. Ma è in mezzo a due fuochi. Da destra arrivano gli attacchi della propaganda Dc, blandi in realtà, che lo considera la matrice dei brigatisti (di «album di famiglia» parlerà Rossana Rossanda nel marzo ’78, provocando ruvide reazioni dal Pci); dalla sua sinistra piovono critiche durissime (e azioni) dei movimenti e delle fazioni armate, nemici giurati del compromesso storico e della politica berlingueriana.

In questo contesto matura il salto di qualità operativo, e cioè la scelta di infiltrare Vasco (nome di fantasia) in un’organizzazione armata quando Dalla Chiesa diventa «coordinatore delle forze di polizia e degli agenti informativi per la lotta contro il terrorismo» e decide l’attacco al cuore delle Br con l’utilizzo degli infiltrati. In questo chiede «aiuto» al Pci per «esperienza, dedizione, capacità di mantenere fermezza senza troppe tattiche», perché possiede «ancora il retaggio della clandestinità» ed è «occhiuto quanto una caserma dei carabinieri di un piccolo paese». Il Pci, al massimo livello, avalla l’operazione chiedendo garanzie sulla vita di Vasco. L’operazione parte.

Seguendo Sanna, il tramite fra partito e infiltrato, attraversiamo due anni della storia italiana, il 78 e il 79. Gli anni dell’omicidio di Guido Rossa, dell’attività dei gruppi extraparlamentari, dell’ostilità del Pcus alla crescente autonomia di Berlinguer. Il protagonista li racconta dal suo punto di vista. «Calogero era un coraggioso», riflette a proposito del giudice del Processo 7 aprile, architettato sulla base di un teorema costruito ad hoc per dimostrare la partecipazione di Autonomia operaia alla lotta armata, teorema poi crollato. Ma questo punto di vista senza dubbi consente di illuminare le scelte del Pci sin nelle pieghe più buie e contraddittorie. E riportare il lettore di oggi agli interrogativi brucianti aperti in quegli anni: la «potenza geometrica» del fuoco brigatista ha modificato in senso difensivo, e se sì quanto, la politica del Pci e quella del paese? Ovvero quali sono state le concrete conseguenze della lotta armata nella storia della sinistra italiana oltre – si fa per dire – al drammatico tributo di sangue versato da ogni parte in causa? Il libro di Lecis ha il pregio di riportarci lì, in quell’incrocio di strade possibili. E a ripercorrere quelle realmente imboccate dai protagonisti. Come è finita la storia è noto, come finisce la storia di Vasco lo lasciamo scoprire al lettore e alla lettrice.

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Gasparazzo

C’è un disco che da fine febbraio naviga nei mari sempre difficili della musica indipendente. Un bel disco di suoni reggae e rock con nuvole di folk. Titolo, Forastico. A dopo la traduzione. Il brano numero uno si intitola Gasparazzo 3D, e recita così «Sistemàti il cielo e la terra/ L’ottavo giorno l’Etna eruttò/ Ne venne fuori la famiglia Gasparazzo/ che masticava la miseria più amara/ Rivoluzione! Brontolava Bronte/ Come brucian bene/ Le case dei signori/ L’Unità alle porte/ Ma il popolano disperato resta/ Gasparazzo si diede alla macchia/ Gasparazzo carbonaro…/ Il treno va/ Attraversa lo stivale da sud a nord/ Stipati in corridoio/ Capitalismo cannibale/ Le auto in serie simbolo del boom economico/ Roberto e la matita/ Raccontano la vita/ di un divertente personaggio in catena di montaggio/ Gasparazzo anni settanta/ Gasparazzo operaio/ Gasparazzo Lotta Continua/ Gasparazzo operaio/ Ora in Emilia compone musica/ un manipolo di suonatori… Gasparazzo banda bastarda/ Gasparazzo bandabam».

Un nome a tre dimensioni. La prima è quella di un personaggio storico, Calogero Ciraldo Gasparazzo, carbonaro divenuto giocoforza fuori legge, protagonista della rivolta popolare di Bronte, Sicilia, scoppiata il 2 agosto del 1860 contro la latifondista Ducea di Nelson. L’Unità d’Italia veniva prima di tutto, non scevra da interessi e accordi economici per il suo futuro, e dunque il Comitato di Guerra creato da Giuseppe Garibaldi e Antonio Crispi diede incarico a Nino Bixio di annientare senza pietà gli insorti. Il battaglione di garibaldini al comando di Bixio scatenò una caccia all’uomo che si concluse con sedici morti e un processo farsa a centocinquanta presunti rivoltosi. L’avvocato Nicolò Lombardo, accusato senza prove di essere il capo di tutto, venne fucilato insieme ad altri quattro ‘colpevoli’. I cadaveri rimasero esposti giorni e giorni sul terreno. Da quei fatti, Florestano Vancini trasse un film, ‘Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato’, 1972. Il 10 giugno dello stesso anno, sulle pagine del quotidiano Lotta Continua facevano la loro comparsa le prime strisce a fumetti che vedevano protagonista l’operaio Fiat Gasparazzo a rappresentare le migliaia di emigrati dal Meridione d’Italia in cerca di un futuro meno nero. Ignoto l’autore, poiché nessuno, per decisione redazionale, firmava gli articoli e i contributi. Soltanto sei mesi dopo se ne saprà il nome, Roberto Zamarin. Al suo ricordo, l’edizione di Lotta Continua del 22 dicembre dedicava due pagine. Roberto, trentadue anni, si era schiantato sull’autostrada del Sole, nella notte tra il 19 e il 20, all’altezza di Arezzo. Dentro il bagagliaio dell’auto, le copie del giornale che stava portando a Nord per tappare le voragini distributive. ‘Gasparazzo non c’è più’ il titolo della notizia il giorno della morte. Sono storie, queste, chiamate a torto “minori”. E in quanto tali, destinate a scivolare nel buio, a divenire ricordo dei pochi che le hanno vissute in prima persona. Se cerchi sull’onnisciente Wikipedia, di Zamarin compare soltanto una stringata biografia. E solo un articolo di Claudio Grassi su Liberazione del 20 dicembre 2002 ne ha fatto riemergere la figura umana e professionale a trent’anni dalla morte. Se però interroghi Google digitando Gasparazzo, allora compaiono strisce, copertine di libri, tavole. Come dire: il personaggio inventato è sopravvissuto al suo creatore. Non è cosa rara. Ma nel caso dell’operaio Gasparazzo/Zamarin il fatto sorprende, perché questa duplice vita aveva compiuto il suo breve corso, sei mesi appena, sulla carta di un giornale ‘di confine’ e nella collana di un editore, Samonà e Savelli, sempre in sospetto di sovversione. Sembrava, Gasparazzo/Zamarin, voce perduta nel grande e complicato archivio degli anni ’70 italiani. E invece…

La terza dimensione di Gasparazzo, quella del brano cantato a colpi di ballata reggae, ha l’identità fisica e il nome di una band emiliana, Gasparazzo e i Banda Bastarda. Ce n’è abbastanza per incuriosirsi e lasciare agli interrogativi di un’intervista il giusto spazio. Domanda di esordio, quanti anni avete. Risponde Generoso Pierascenzi detto Gino, voce e chitarre, che lui, con quarantasei primavere, è il più vecchio. L’età degli altri va da vent’anni neppure troppo suonati a trenta e qualcosa di più. Nel 2007, anno di formazione della band, Gino era un bambino di due anni, gli altri strimpellavano o percuotevano seduti sulle nuvole. Che ne sapete, perciò, di Gasparazzo? «Nel nostro giro la cultura del fumetto, molto viva e diffusa, ci ha portato a conoscere storie e autori al di fuori delle grandi firme nazionali e internazionali. È così che abbiamo incontrato la figura di Gasparazzo, quella giusta per diventare il nome che cercavamo». In che cosa vi siete riconosciuti ? «Prima di tutto nel fatto di essere emigrati dall’Abruzzo all’Emilia. E, seppur in un contesto sociale e in un modo molto distanti da quei tempi, di aver vissuto, come l’operaio siciliano di Zamarin, la compressione tra società del Nord e società del Sud; il suo carico di contraddizioni, entusiasmi, speranze, debolezze; di avere forti, nella nostra fabbrica della musica, il senso della solidarietà, della lotta alle ingiustizie, delle battaglie civili. Tutto questo ci ha portato a suonare in Saharawi, in Albania, in Germania nelle manifestazioni contro il neonazismo, nelle geografie sovente più lontane dell’Italia». Mettersi nella salopette di Gasparazzo significa far propri i dubbi e l’ironia che ne erano tratti fondamentali, essere contro e allo stesso tempo sapersi interrogare, non nascondere ingenuità e smarrimento «Direi che anche in questo c’è somiglianza, empatia con il personaggio di Zamarin. Qualcuno ci ha definiti un po’naif. Amiamo andare a briglie sciolte, assecondare la nostra tendenza ad essere istintivi e il nostro lato selvatico». Selvatico, cioè forastico, titolo all’ultimo album della band «È un aggettivo abruzzese ‘versatile’. La traduzione più immediata è appunto selvatico. Ma identifica anche uno che ha scelto di stare ai margini non da cattivo, ma perché timoroso di aprirsi agli altri, di venir coinvolto in un sistema che cerca di addomesticarti. Gasparazzo, secondo noi, è un po’così. Nei nostri tour ci è capitato di incontrare i forastici, ad esempio quando abbiamo tenuto un concerto all’interno di un carcere tedesco. L’inizio è stato duro, i detenuti guardavano male noi e i nostri vestiti stravaganti, non reagivano alla musica, sembravano stare lì per forza. Poi tutto si è sciolto in un applauso finale interminabile, in giri di abbracci tra amici e risate».

Nel 1973, per le Edizioni di Lotta Continua, esce ‘S’avanza uno strano soldato’, a firma di Guido Viale, dirigente dell’organizzazione, in carcere a Torino dal 28 gennaio dello stesso anno. Il libro raccoglie alcuni suoi scritti pubblicati sul quotidiano, sui Quaderni Piacentini, negli atti di convegni. La copertina porta una vignetta di Gasparazzo che marcia, chiave inglese in mano, verso gli uffici della direzione Fiat indicati da un cartello. Ha la faccia incazzata e nella nuvola del fumetto dichiara «Io sono una ‘forza lavoro’ e sono ‘variabile’». Viale era stato arrestato il 27 gennaio al termine di una conferenza stampa che spiegava quanto era successo poche ore prima, durante una manifestazione indetta nel capoluogo piemontese contro le aggressioni e i pestaggi dei neofascisti e delle forze dell’ordine. In piazza della Repubblica gruppi di picchiatori del Movimento Sociale Italiano avevano ferito alcuni studenti e un operaio. Parte del corteo si era spostata davanti alla sede del Movimento Sociale. Qui polizia e carabinieri avevano sparato lacrimogeni ma non solo. Eleonora Aromando e Luigi Manconi, di Lotta Continua, riportarono ferite da armi da fuoco. I mandati di cattura furono venticinque, l’arresto di Viale scattò con l’accusa di tentato omicidio plurimo aggravato.

Un’accusa assurda, cui risposero piazze e fabbriche chiedendo la scarcerazione di Viale. Che verrà prosciolto quattro mesi dopo per ‘Assoluta mancanza di indizi’. Le adesioni di politici e intellettuali portavano i nomi di Revelli, Pintor, Pasolini, Volontè, Trentin, Bobbio, Rossanda, Calvino, Pontecorvo, Parlato, Lama…

Guido Viale, la scelta di mettere Gasparazzo su quella copertina e sotto un titolo eloquente, stava a significare che gli operai di Lotta Continua si identificavano con l’eroe imperfetto di Roberto Zamarin? «La nostra organizzazione non si poteva definire molto acculturata. Era però molto legata a delle istanze di base che provenivano direttamente dalla condizione sociale. Gli operai che erano di Lotta Continua riconobbero subito se stessi, la loro condizione, la loro vita quotidiana in questa figura, nella sua ingenuità, nella sua rabbia, nella sua spontaneità. Gasparazzo, poi, era anche molto spiritoso, si prendeva in giro prima di prendere in giro gli altri, compresi, naturalmente, coloro che si chiamavano studenti, e che in parte lo erano e in parte non». La nostra ‘lettura’ dell’operaio di Zamarin, nei pochi mesi della sua esistenza, fu di un personaggio non privo di incertezze rispetto a ciò in cui credeva e alla possibilità di realizzarlo, di concretizzarlo «Sì, questo faceva parte del genio di Roberto: raccontare l’operaio reale, che non aveva davanti a sé un percorso ben definito. E quindi era fragile nei confronti della situazione, della complessità dei problemi con cui doveva misurarsi. Teniamo presente che la maggior parte di questi ragazzi erano alla loro prima esperienza fuori casa, in una città diversa da quella in cui erano nati e cresciuti. Avevano trovato in Lotta Continua un punto di appoggio sul piano esistenziale prima ancora che politico. Stavano costruendo un percorso di acculturazione, di politicizzazione, di auto educazione difficile e pieno di incognite. Zamarin lo aveva compreso, colto in maniera immediata. Non affidandosi ai discorsi, ma creando le storie di Gasparazzo». Se a Torino l’immagine per eccellenza della vita in fabbrica era l’uomo berretto e salopette, fuori dai confini piemontesi, più o meno negli stessi anni, si trovò a spartire la popolarità con altre immagini di operai, una in particolare. Ricorda Viale «Il Cipputi di Altan aveva un radicamento molto più solido e possedeva una maggior sicurezza rispetto a Gasparazzo, cui univa una forte dose di auto ironia. La sua figura rappresenta già gli anni della sconfitta; la nostalgia per una condizione, un ruolo, un peso politico in via di disfacimento, che Cipputi sapeva interpretare molto bene. È importante vedere in un rapporto diacronico questi due personaggi che hanno un po’segnato la storia e la parabola della classe operaia nell’Italia degli anni ’70». Una band di musicisti allora bambini piccolissimi o non ancora nati, decide nel 2007 di chiamarsi Gasparazzo. Un nome e una scelta: far camminare insieme musica e impegno sociale. Quarant’anni dopo, Gasparazzo è ancora ‘contro’. La stupisce? «Zamarin ci ha lasciato un personaggio che possiede la caratteristica di collocarsi fuori dal tempo, pur se riferito a un periodo preciso. Ed è la ragione per cui chi, anche oggi, si sente sradicato, non ha alcuna difficoltà a riflettersi in lui». Viale, può aiutarci a riempire i vuoti in cui galleggia la memoria di Roberto Zamarin, lei lo ha conosciuto? «Abbiamo vissuto nella stessa casa di Roma, dove era arrivato lasciando un lavoro garantito per animare con le sue vignette il quotidiano di Lotta Continua. Era una persona di grande generosità, nella vita privata e nell’impegno rispetto al giornale. Le copie uscivano dalla tipografia troppo tardi per arrivare ad alcuni distributori regionali. Così Roberto, dopo aver finito di disegnare Gasparazzo, le caricava in auto e le consegnava di persona, viaggiando tutta la notte”. Ha scritto Pablo Neruda in Poesie di amore e di vita “Lentamente muore chi non capovolge il tavolo/ chi è infelice sul lavoro/ chi non rischia la certezza/ per l’incertezza di inseguire un sogno/ chi non si permette almeno una volta nella vita/ di fuggire ai consigli sensati”. Se ne è andato in fretta, Roberto Zamarin. Ma prima ha saputo capovolgere, rischiare, inseguire, rifuggire. Lasciandoci un testimone. Un operaio di nome Gasparazzo.

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BOX

Forastico, per l’etichetta New Model Label (newmodellabel.com), segue ad altri cinque album pubblicati dai Gasparazzo Banda Bastarda tra il 2007 e il 2010: Tiro di classe (Terra Calda/ Self), Fonostorie (Goodfellas). Obiettivo sensibile (Autonomix/Venus) Esiste Chi Resiste (New Model Label/ Audioglobe), Mo’ Mo (New Model Label/ Audioglobe). Dei nove brani, registrati in presa diretta al Teatro Vittoria di Pennabilli, Rimini, quattro sono in dialetto abruzzese. Omaggio alle origini della band e del titolo. Le musiche di Generoso Pierascenzi e i testi di Alessandro Caporossi danno sostanza a un lavoro che miscela l’acustica pura di batteria, contrabbasso, fisarmonica, alle sonorità elettriche anni ’60 delle chitarre. Al forastico Gasparazzo 3D, tengono ottima compagnia Vito il pistolero, Il maestro del tajine, il mariachi Pedro. Cadenze da ballata avviluppano reggae e rap fino a renderli, succede in Lu lupe, simili a canti popolari rituali. Ironia con punte sparse di veleno, citazioni e richiami si confermano consuetudine cara ai cinque emigrati di Reggio Emilia

Funaro

L’esperienza di Rosso, il gruppo politico e la rivista attiva negli anni Settanta, le lotte autonome, l’altro movimento operaio nel racconto di uno dei protagonisti, Chicco Funaro in un video di officinamultimediale

Le guerre negano la memoria dissuadendoci dall’indagare sulle loro radici, finché non si è spenta la voce di chi può raccontarle. Allora ritornano, con un altro nome e un altro volto, a distruggere quel poco che avevano risparmiato.
Carlos Ruiz Zafón

bellini

Alberto Asor Rosa nel recente Scrittori e massa (contenuto nella nuova edizione di Scrittori e popolo, Einaudi 2015), nel capitolo dedicato ai Wu Ming, sostiene che “la Storia è una risorsa formidabile, come sanno i letterati italiani di tutti i tempi; ma impone rigide regole all’invenzione e al rapporto con il pubblico. C’è in questa scelta […] una decisa – in mille modi motivata – «dislocazione dal presente». Se si parla del passato, significa che è più importante del presente, ovvero che del presente, non si può parlare come si vorrebbe. La New Italian Epic, per andare incontro al futuro, come dichiara di voler fare, dovrebbe chiarire meglio se la Storia è una scelta o un obbligo insuperabile, e in ambedue i casi perché”.

In questo momento storico sembra un’esortazione valida non solo per Wu Ming e gli scrittori in genere, ma anche per i movimenti che si prefiggono una mutazione dell’esistente. L’uscita della nuova edizione di La banda Bellini (200 pag, 14 euro, Agenzia X, 2015) di Marco Philopat, ci consente di ragionare indirettamente su questi temi e intorno a scrittura, masse, popoli e rivoluzioni.

Quali sono le modifiche e le aggiunte di questa nuova edizione di La banda Bellini e perché le hai fatte?

È stato un lavoro lunghissimo quello su La banda Bellini, partito addirittura all’inizio degli anni Novanta. Per la redazione della rivista “Decoder”, mi occupavo di movimenti controculturali, a quei tempi cercavo di capire meglio gli anni settanta, un periodo storico che avevo solo sfiorato da ragazzino. Così mi appassionai alle fabulazioni di Andrea Bellini che erano straordinarie. Ascoltavo quei racconti soprattutto al Bar Rattazzo che stava di fronte alla Calusca, la libreria di Primo Moroni. Qualche anno più tardi presi l’incarico di trascrivere quei suoi racconti per la rubrica “Vent’anni dopo”, sulla rivista bimestrale NN Figli di nessuno, redatta dai reduci della banda del Casoretto. Nel 1997, uscì Costretti a sanguinare, il mio romanzo autobiografico sul punk, che riscosse un inaspettato successo, tanto da spingere il collettivo della Shake a lasciarmi tempo per realizzare un nuovo libro. Ripresi quindi in mano le rubriche uscite su NN, e mi concentrai a intervistare Andrea, continuando il lavoro di scrittura fino al 2001. Uscì nel 2002 per la Shake e fu ristampato da Einaudi nel 2007 con lo stesso testo. In questa edizione ci sono aggiunte sostanziali, nuovi aneddoti sparsi nel corso del testo e un capitolo intero nella parte finale. Durante gli anni, nel corso delle moltissime presentazioni fatte in giro per l’Italia, ho appuntato molti episodi che Andrea recuperava dalla sua memoria.

In particolare hai voluto inserire due momenti significativi e simbolici di quegli anni.

Sì, il festival del proletariato giovanile al Parco Lambro (giugno 1976) e la manifestazione del 14 marzo 1977, in cui venne ucciso l’appuntato Custra, che non avevo potuto raccontare nelle edizioni precedenti perché erano ancora in corso dei processi. Quel giorno, costituisce un momento importante nella vita di Bellini e nell’economia del racconto, rappresenta la sua più corretta parabola. Anche il capitolo finale è stato riscritto perché ho avuto la fortuna di ritrovare la registrazione originale e mi sono accorto che quell’invettiva rabbiosa di Andrea meritava una trascrizione più fedele.

Come ti spieghi il successo del romanzo, questa tenuta nel corso degli anni?

Prima di tutto ha funzionato l’abilità di Andrea nel raccontare così bene i fatti di un periodo fondamentale per la storia dei movimenti rivoluzionari italiani, dove lui fu indubbiamente uno dei principali protagonisti di origine proletaria. L’ironia e la sua capacità di arrivare all’osso della questione, basandosi sui pilastri della storia della lotta di classe, da Spartaco a Che Guevara alla Resistenza, attraversando mitologie popolari come il film Mucchio Selvaggio, innescano un motore narrativo che non lascia indifferenti. Nell’elaborazione letteraria ho sovrapposto la costruzione del personaggio mitopoietico e nello stesso tempo la sua decostruzione, mostrando le sue più laceranti contraddizioni. Così se da una parte abbiamo un gruppo di ragazzi di periferia e figli di partigiani che combattono contro la polizia, ma anche contro i figli dei ricchi che frequentano i licei e l’università della Milano bene, dall’altra parte c’è il rapporto con le donne, soprattutto con le prime teorie e pratiche del femminismo, che mettono in crisi personale e politica tutti i componenti della banda. Infine c’è la questione spinosa del rapporto tra organizzazioni politiche extraparlamentari legate alla gestione della violenza durante i cortei. Questi credo siano i principali elementi del successo de La banda Bellini.

Negli ultimi anni stiamo assistendo a un recupero della narrazione storica e a una sorta di egemonia del vintage. Il recupero di stili dei decenni passati è forse una paralisi del pensiero che si rifiuta di creare e immaginare nuovi scenari. È un fenomeno che sottolinea la nostra incapacità a leggere e ad analizzare il presente. Rischiano di rimanere impigliati anche gli scrittori che raccontano e mitizzano figure di rivoluzionari e di movimenti del passato. Il tuo romanzo mi è sembrato fuori da questo rischio perché è un libro della memoria e del divenire e non delle radici e della rivendicazione. Un libro che rimane aperto come opera e come trasmissione dei saperi delle lotte. Non c’è traccia di cinismo, pessimismo, rinuncia… Come dice Toni Negri nella recensione del 2002 – che hai voluto come post-fazione – “la partita allora restava aperta e oggi è ancora aperta”.

Questa edizione è stata necessaria per le tantissime richieste che continuavamo a ricevere, l’Einaudi non lo ristampava da più da due anni. Interpreto questa attenzione al libro come un desiderio da parte delle nuove generazioni di conoscere quegli anni e confrontarli con il presente. Sì, è un libro che ci pone più domande che risposte, per questo rimane aperto. Quando ho iniziato il romanzo, alla Shake stavamo lavorando sulla tessitura del filo rosso che univa la storia del movimento operaio alla storia delle controculture, come ci avevano indicato i nostri maestri Cesare Bermani, Primo Moroni e Danilo Montaldi. Era necessario lavorare sulla cultura nostra, sulla cultura dei movimenti, che non ha niente a che vedere con l’indottrinamento universitario e con la storiografia ufficiale. È una storia che non verrà mai raccontata se non lo facciamo noi. In questo senso il romanzo è anche un’opera aperta, è un tassello della storia dei movimenti, tra passato e futuro. Ovviamente il testo è anche un romanzo, non solo storia orale e storia del movimento, e quindi ho tenuto conto dell’insegnamento che Nanni Balestrini ci ha mostrato con Vogliamo tutto, Gli invisibili, I furiosi, etc. C’è quindi un lavoro minuzioso sulla struttura, sul tessuto del linguaggio, sul confronto degli avvenimenti sociali del periodo preso in esame, realizzato consultando giornali, riviste, pubblicazioni.

Nel percorso dal ’68 al ’77, il romanzo attraversa i mutamenti economici e sociali (dall’operaio massa all’operaio sociale al rifiuto del lavoro), culturali ed esistenziali (il personale è politico, il femminismo, le culture alternative). Scrivevano nel 2012 i Wu Ming recensendo il romanzo: “Philopat, e la cosa non mancherà di suscitare polemiche, descrive con brutale onestà lo scontro tra l’immaginario della banda (epica combattente, solidarietà maschile nella battaglia) e quello del movimento femminista”. Questo libro può essere utile al presente?

Per una più corretta narrazione di quegli anni ho intervistato più persone, confrontando e valutando i punti di vista. In particolare le testimonianze delle donne che hanno fatto emergere alcuni dei nodi fondamentali dei piani di liberazione che in quegli anni si intrecciavano o si scontravano. Il disorientamento di Bellini di fronte a queste nuove emergenze è evidente, è un eroe-anti-eroe, che il racconto riesce a rendere simpatico grazie all’ironia e all’autoironia, che sarà una delle caratteristiche del movimento del ’77, proprio per disinnescare la paranoia militante e per lasciarsi attraversare dai piani di liberazione. Credo che l’attualità di questo romanzo sia duplice, considerato che viviamo in un momento di disorientamento totale, tra crisi economica e guerra che avanza. Una situazione di paranoia collettiva alimentata dalle scorie mediatiche di una società al collasso, dove è difficile trovare terreni comuni del confronto. Siamo in una fase in cui l’individuazione del respiro lungo della storia del movimento rivoluzionario è fondamentale.

Uno degli insegnamenti ancora validi degli anni Settanta è la ricerca di collegamenti e relazione tra varie istanze di liberazione in un desiderio di trasformazione generale. Come a dire: le lotte parziali scollegate da un piano di mutazione complessivo diventano reazionarie.

Sì, lo vediamo bene con ciò che sta accadendo oggi nel mondo. Una lettura della contemporaneità slegata dalla storia delle lotte di classe degli ultimi due secoli e nello stesso tempo delle modifiche del capitalismo è fuorviante. Questa interpretazione ce la indicava Primo quando parlava della necessità di prospettiva, di profondità storica e analitica. È quello che – secondo me – sta tentando di fare con determinazione Valerio Evangelisti nella trilogia Il sole dell’avvenire. Anche Andrea Bellini ha seguito questa direzione, decidendo di raccontare gli episodi del padre partigiano e del nonno “senza naso” antifascista e antistalinista.

Come risposta a un questionario sottopostogli nel 1968, Paul Celan scrive: “Io spero ancora e sempre in una trasformazione, in una svolta. Non saranno i sistemi proposti in ricambio a produrla, e la rivoluzione – quella allo stesso tempo sociale e antiautoritaria – è possibile solo partendo da quella trasformazione”. In politica, il concetto di rivoluzione – molto presente nel romanzo – non è più utilizzato da nessuno. Da cosa è stato sostituito il concetto di “rivoluzione”?

Rivoluzione, ribellione, rivolta, tumulto, insurrezione, disobbedienza… C’è un ripensamento necessario intorno a questi concetti, che credo continuerà a lungo. Io e il Duka, nel romanzo Rumble bee, sbagliando, pensavamo che l’onda delle rivoluzioni dei paesi del Maghreb potesse raggiungerci. Non è stato così, anzi quelle rivoluzioni si sono trasformate in altrettante trappole. Primo Moroni, lo cito ancora, sosteneva, già nei primi anni ottanta, che il capitale si era ristrutturato e che sarebbero stati necessari almeno venticinque anni prima che ci fossero risposte intelligenti da parte del movimento. Il respiro lungo, si diceva poc’anzi. Il capitalismo si è ristrutturato in maniera violenta e ha cancellato, azzerato, tutte le conquiste di almeno un secolo di lotte del movimento operaio. Eppure ci sono nel pianeta esperienze interessanti che vengono oscurate dalla disinformazione generale. Pensiamo alla Rojava e alle comuni “curde”, che poi non sono prettamente curde, perché non si fondano sulla dimensione etnica.

Forse un tentativo non riuscito c’è stato con il movimento globale di dei fine anni ’90 inizio 2000, però subito fallito sia a causa di inadeguatezze interne e progettuali, sia per la repressione (Genova 2001 e non solo), sia per un nuovo spostamento/trasformazione del capitalismo.Negli anni Settanta, Felix Guattari parlava già di Capitalismo Mondiale Integrato per definire l’assoluta continuità e contiguità autoritaria tra il capitalismo “occidentale” e il capitalismo di Stato sovietico. È una griglia interpretativa che forse può tornarci utile anche oggi, stritolati come siamo tra fascismo-democratico-capitalista e fascismo-capitalista-religioso.

Alla guerra che si va configurando in queste ultime settimane preferirei una rivoluzione. “Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale”, era il titolo di un documento dei surrealisti, ancora sostanzialmente valido. Ma in fondo stiamo vivendo questo momento come una sconfitta per l’incapacità di agire efficacemente. Bellini dice, a proposito della sconfitta del movimento: “in questi momenti di inesorabile sconfitta devi essere forte, devi tenerti dentro come un diamante le esperienze belle che hai vissuto e cercare di tramandarle in ogni maniera”. Andrea mi è riconoscente perché gli ho tirato fuori questo diamante che aveva nascosto dentro. Perché quello è il filo rosso che unisce la storia dei movimenti, che permette alle nuove generazioni di continuare a tessere la rete di relazioni e analisi comuni.

Marco Philopat è agitatore culturale e scrittore. Ha pubblicato: Costretti a sanguinare, I viaggi di Mel e Lumi di punk; assieme al Duka: Roma k.o. e Rumble bee; e ha partecipato a numerosi progetti editoriali.

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Found footage è il genere letterario di questo libro di Sergio Bianchi, Figli di nessuno (Milieu edizioni, euro 14,90), racconto parziale che il sottotitolo – Storia di un movimento autonomo – spiega di quale tutto. Materiali trovati, spuntati dai cassetti o dalla memoria (non per forza di un computer), già esistenti dunque e destinati ad altro che a pagine in brossura, riassemblati e rimontati per farne un oggetto, ad arte. E infatti tra gli antenati di questa tecnica ci sono Alberto Grifi e Marcel Duchamp. E infatti l’autore è finito anche per lavorare nel cinema, dopo aver preso parte a una delle scene di lotta di classe più estese e divertenti che l’Italia e forse non solo ancora ricordi: l’evasione di massa dalla società del lavoro. Poesie, volantini, abbracci e baci da un carcere speciale, fumetti porcellini e Miss Rand che brucia insieme alla sua casa, oltre ai documenti e a una parola sbobinata che conserva tracce di accento varesino anche quando è scritta.

Per raccontare cosa? Il volto di provincia e affatto marginale di un’insubordinazione operaia che a partire dal 1973 esprime, costruisce e diffonde la propria estraneità al regime di fabbrica, alla delega sindacale della gradualità delle conquiste e che guarda irridente agli arnesi della rappresentanza, del compromesso, delle varianti catto e comuniste nelle quali si declina la cultura e la vita dei paesi poco più in là dell’hinterland milanese. La storia di un movimento autonomo autonomo, che non nasce da costole dei gruppi extraparlamentari in disfacimento né da deviazioni eretiche di una sezione di partito, ancor meno da un’area più o meno organizzata con la «a» maiuscola. «Noi eravamo proprio nati come autonomi subito, non avevamo dietro una filiazione, non eravamo figli di alcuna tradizione e di alcuna esperienza precedente» precisa l’autore in un testo dal titolo Una nidiata di cattivi ragazzi.

Il sole che splende

Del resto il paesaggio generazionale di quegli anni non è estraneo all’esibizione di una certa «cattiveria» e ben prima di interpellare estremismo politico e scadenti maestri vale forse la pena ricordare quella che di poco l’aveva preceduta, i Blousons noirs ad esempio: equivoco di una generazione in rivolta che già il pamphlet Sulla miseria nell’ambiente studentesco aveva dissipato, mostrandone la natura di fenomeno di costume, di banda contro banda, l’atomismo individuale, la feroce gerarchia e dunque un destino segnato dall’alternativa o «coscienza rivoluzionaria» o «cieca obbedienza in fabbrica». Difficile dire che le voci che si mischiano in questo libro partono da una coscienza, di certo ribadiscono un rifiuto per il lavoro di fabbrica che spunta ben prima di metterci piede. Ed è forse ciò che colpisce di più di questo racconto corale: la descrizione di un’estraneità primitiva che è sì quella di un soggetto operaio, per provenienza sociale, ma che va a lavorare col disincanto di chi ha smesso di credere alla civiltà del lavoro. Un’estraneità che non ha niente di autoctono o della connotazione territoriale, e che pare il risultato dell’intreccio di svariati rifiuti: per la cultura oratoriale che cementa socialità e famiglie, per la povertà di un tempo di vita che si consuma nella nocività, per il paternalismo che è forma di governo del territorio e delle fabrichette, per il dialetto lingua ufficiale da parte degli immigrati del sud di seconda generazione, forse persino per la nebbia stando al titolo dello spettacolo teatrale che sconvolge il palinsesto delle parrocchie locali nel 1974, Il sole splende ancora.

A voler dare una dimensione terrena alla parola «ricomposizione» c’è da leggere questo libro, che certo descrive il passaggio dall’operaio massa all’operaio sociale nella fabbrica diffusa, ma più che altro dà conto di come delle vite incarnate in una generazione si sono date una forma, fuori dalla subordinazione del lavoro. Con la riappropriazione dei luoghi e degli spazi, con la loro risignificazione all’insegna di un legame sociale complice e solidale, col testare un corpo votato al godimento e non al dominio, col mettere insieme una società di diversi altrimenti destinati all’emarginazione, consentendo all’intelligenza sociale di correre per i propri rivoli, dunque: mettendo al mondo un mondo.

Epilogo del fallimento

L’età di questa vita sociale, anonima, mutevole e variegata sarebbe finita qualche anno dopo, col ripristino delle identità egotiche, dei profili individuati, delle biografie negli anni Ottanta. C’è da chiedersi se la controrivoluzione che ha reintrodotto le recinzioni dei soggetti con la quale tuttora siamo alle prese non sia passata da una figura precisa, ritagliata per rompere quelle relazioni che formavano un «noi» ben poco identitario e far riemergere un «sé» ben definito: quella del delatore. Un sé che si salva da sé. Su questo scoglio si apre e si chiude il libro di Sergio Bianchi, dichiarando fallito il tentativo dell’epoca. Epilogo del fallimento che si configura come un’eredità biografica che da parte nostra, altrettanto figli di nessuno, ci sentiamo di rifiutare. Preferendo la massima: «La vita è la facoltà che un essere ha di agire secondo le leggi della facoltà di desiderare». Non l’ha detta Franco Berardi Bifo all’apice dell’autonomia desiderante, ma Immanuel Kant. Talvolta spuntano padri improbabili.

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