Fascismo-Antifascismo

Torino. Quello che sembrava il capo è sceso con passo marziale dalla Peugeot e si è diretto sicuro verso l’uomo politico: «Lei è francese?». «No, sono italiano » . « Che cosa ci fa qui? » . « Sono un parlamentare europeo » . « Di destra o di sinistra? » . « Di sinistra » . « Lei ha un minuto di tempo per togliersi dalle scatole, chiaro? » . « Solo quando è arrivata un’auto della gendarmerie, racconta Daniele Valle parlamentare Pd, «la situazione si è calmata. I neofascisti francesi presidiavano la strada che sale al colle. Ma con loro, nella divisa azzurra, c’erano anche estremisti italiani venuti da Torino e dal Veneto».

Ieri mattina, mentre al colle della Scala, sei chilometri da Bardonecchia, in cima alla val di Susa, i militanti di Generation Identitarie stendevano una rete arancione da cantiere eleggendola a baluardo «contro l’invasione degli immigrati » , sul versante italiano alcune centinaia di No Tav organizzavano la reazione « all’assalto dei fascisti alle nostre montagne » . Su quei monti, al confine tra Italia e Francia, nell’agosto del 1944 le camicie nere trucidarono un gruppo di partigiani che rientravano verso Torino. Settantaquattro anni dopo gli antifascisti italiani vanno a riprendersi le montagne. Il colle della Scala è chiuso per neve. Lo hanno attraversato in migliaia, nell’inverno, uomini donne e bambini siriani e magrebini, calpestando il ghiaccio con i piedi nudi infilati nei sandali. Dopo il disgelo tutti prevedono che il flusso aumenterà. Il confine, quello che Annibale attraversò con i suoi elefanti in senso inverso, sarà un nodo cruciale per le rotte dell’immigrazione. L’alta val di Susa potrebbe diventare la Lesbo del 2018.

La marcia dei No Tav incontra i gendarmi francesi al colle del Monginevro. Tensione. Scoppiano i primi tafferurgli. Spintoni contro gli scudi. Poi i militari francesi lasciano passare il corteo che scende dal Monginevro verso Briancon, la prima città francese. Nella confusione, dietro i militanti dei centri sociali torinesi, prendono un passaggio verso la Francia una decina di migranti che si conquistano la meta del loro lungo viaggio e si dileguano rapidamente. Il tafferuglio del fine settimana potrebbe essere il primo di una serie di episodi simili. I militanti di Generation Identitaire arrotolano il loro confine simbolico a metà giornata e si allontanano con la rete arancione sotto il braccio evitando lo scontro con i No Tav italiani. Ma l’episodio preoccupa. In Francia scoppia la polemica. Il prefetto della zona, garantisce che «le forze dell’ordine seguono con attenzione e vigilanza lo svolgimento delle operazioni » . La deputata di sinistra Valerie Rabault accusa: « Lo Stato non può permettersi di “ seguire” iniziative inammissibili con lo stato di diritto » . In serata il ministro dell’Interno Collomb annuncia « rinforzi per evitare provocazioni ed incidenti garantendo il rispetto del controllo di frontiera».

Sul versante italiano la vicenda crea imbarazzo nell’estrema destra. Che se fosse francese approverebbe con entusiasmo l’operato degli impavidi montatori di reti di plastica ma che essendo italiana è costretta ad attaccarli: « I ragazzi di Generation Identitaire sembrano solo gli scagnozzi del presidente Macron e dei suoi gendarmi», si indigna Augusta Montaruli, deputata di Fratelli d’Italia. Per una volta tocca all’estrema destra nostrana trovarsi dalla parte sbagliata del muro: « Non ci stiamo all’idea che il confine dell’Europa siano le Alpi e l’Italia sia considerato un Paese dell’Africa».

Tra un mese, quando il disgelo aprirà al transito tutti i valichi dell’alta val di Susa, immigrazione e scontri ideologici potranno creare una miscelta esplosiva. Se nell’inverno i modi rudi della gendarmeria francese ( donne incinte trascinate giù dai treni, altre bloccate per ore in auto) dovevano scoraggiare questo scenario, hanno in realtà finito per crearne i presupposti. Ad aiutare i migranti sono arrivate sul confine le organizzazioni umanitarie. A contrastarli i neofascisti francesi e ad opporsi a questi ultimi i No Tav. « I francesi mi hanno promesso che torneranno a bloccare il confine » , riferisce l’eurodeputato Viotti. L’estate sarà calda.

Fonte: Paolo Griseri, LA REPUBBLICA

Il caso. «Negli anni Trenta fascisti e nazisti marchiavano i negozi degli ebrei. Oggi i neofascisti marchiano le case dei cittadini che si sono espressi contro il fascismo». 400 sindaci invitati a denunciare lo squadrismo e esporre l’adesivo nei municipi

L’intimidazione fascista è stata consumata durante la notte di due giorni fa. Sui citofoni, i cancelli e i portoni di casa di alcuni attivisti sono stati attaccati gli adesivi: «Qui abita un anti-fascista». Sull’immagine era stampato il simbolo del coordinamento civico «Rete Antifascista». La denuncia dell’attacco fascista è partita sui social network, quando le vittime hanno denunciato l’accaduto.

«ECCO COSA SUCCEDE quando si lasciano i neofascisti liberi di aprire sedi, fare manifestazioni e presentarsi alle elezioni, lasciando impunite le loro aggressioni squadriste – scrive Alessandro Caiani – Sciogliere subito CasaPound e Forza Nuova. A chi negherà l’esistenza del problema come successo di fronte a episodi ben più gravi e a chi penserà “se l’è cercata sicuramente”. No genietti, non me la sono cercata: sono i fascisti che vengono a cercarti prima o poi se li si lascia fare. Il fascismo è questo. P.S. l’adesivo intimidatorio “qui ci abita un antifascista” che hanno attaccato sul mio cancello l’ho lasciato lì perché, a differenza dei fascisti, posso non provare vergogna di quello che sono».

NEL MIRINO ANCHE l’Anpi. Luca Casarotti, vicepresidente del circolo “Onorina Pesce Brambilla” scrive su Twitter che “anche un componente del comitato della mia sezione Anpi ha trovato sulla porta di casa l’adesivo con la scritta sbarrata “qui ci abita un antifascista”. Lo stesso altri compagni, membri di organizzazioni o attivisti per proprio conto». «Non si perdono le vecchie abitudini» – si legge sulla pagina del circolo Anpi – un gesto che evoca i peggiori ricordi della Germania nazifascista. Non ci facciamo spaventare da questa intimidazione che è l’ennesima conferma del clima violento che sta crescendo anche a Pavia. Vicini e solidali con le compagne ed i compagni violati. Ora e sempre resistenza».

«SONO TORNATO A CASA e ho trovato l’adesivo attaccato al citofono. È un atto squadrista e chiaramente intimidatorio. Come amministratore pubblico dico che non dobbiamo lasciarci intimidire e dobbiamo continuare a dire a voce alta che siamo antifascisti» ha sostenuto l’assessore pavese alla Cultura, Giacomo Galazzo a cui è arrivata la telefonata di solidarietà e sostegno della presidente della Camera, Laura Boldrini, oggi in Liberi e Uguali, in città la sera prima del blitz per partecipare a uno degli eventi di chiusura della campagna elettorale.

«MI FA PARTICOLARMENTE piacere la telefonata della presidente Boldrini che non può intervenire pubblicamente a causa del silenzio elettorale, ma ha voluto esprimere la sua condanna contro questo gesto» ha spiegato l’assessore. «Vi serviranno troppi adesivi per appenderli a tutti i campanelli di Pavia – ha commentato il sindaco della città lombarda Massimo Depali.

«NEGLI ANNI TRENTA fascisti e nazisti marchiavano i negozi degli ebrei. Negli anni 2000 i neofascisti marchiano le case dei cittadini che si sono espressi pubblicamente contro il fascismo. Evidentemente le cattive abitudini non passano. Anche perché, sono gli stessi di allora, solo se la prendono con soggetti diversi – ha scritto Gabriele Duci sul suo profilo Facebook – Questo adesivo me lo sono meritato perché’ mi sono espresso pubblicamente, anche su questo gruppo, contro il fascismo. E continuerò a farlo più forte di prima, perché’ e’ il dovere di ogni cittadino democratico».

ALESSIO PASCUCCI, sindaco di Cerveteri e coordinatore de L’Italia in Comune, il partito dei sindaci nato il 3 dicembre 2017 che raccoglie oltre 400 tra sindaci e amministratori locali di tutto il paese parla «di un ennesimo atto di violenza da parte di chi oggi a Pavia ha riproposto immagini drammatiche con la ghettizzazione degli antifascisti». Pascucci ha deciso «di marchiare anche il mio comune con l’adesivo qui c’è un sindaco antifascista» e ha invitato io suoi colleghi sindaci a fare la stessa cosa nei loro comuni.

«SIAMO CONVINTI – sostiene – che l’antifascismo sia un principio cardine, un valore non negoziabile custodito nella Costituzione italiana che va difeso con forza dalle inaccettabili violenze di una frangia sempre più pericolosa che intende rievocare uno dei periodi più bui della nostra storia». Pascucci ha detto di avere ricevuto una telefonata da parte del presidente del Senato, e leader di LeU Pietro Grasso: «Si è complimentato per l’affissione alla porta del Municipio di Cerveteri della scritta “Qui c’è un sindaco antifascista”» ha detto.

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

MILANO. Così tanti fascisti tutti insieme nel centro città forse Milano non li vedeva dagli anni settanta. La Lega in piazza Duomo, Forza Nuova in corso Buenos Aires, Fratelli d’Italia in via Padova, Casapound in largo Cairoli.

AGLI ANTIFASCISTI PERÒ è stato impedito di muoversi in corteo. Se lo sono dovuti conquistare dopo una carica, i lacrimogeni sparati in mezzo al presidio e due ore di blocco in largo La Foppa.
Gli organizzatori puntano il dito contro il ministro dell’Interno Minniti. «Nonostante accordi su un percorso presi con lo Digos milanese è arrivato lo stop da Roma», dice chi ha trattato in piazza con i funzionari della Questura. Che comandasse la gestione romana su quella milanese era nell’aria, ma la rigidità con cui è stata gestita questa piazza ha lasciato sorprese e perplesse tutte le realtà che hanno partecipato all’iniziativa.
Verso le 15.45, quando i manifestanti hanno provato ad avanzare verso la parte opposta alla piazza di Casapound, sono stati bloccati dopo pochi metri dai manganelli e dai lacrimogeni della polizia.

MANGANELLATE SULLE PRIME file e un lancio di lacrimogeni fin dentro al presidio. «Io e la mia compagna incinta di quattro mesi ci siamo messi buoni buoni dietro gli strumentisti a chiacchierare con un signore dell’Anpi quando a neanche quattro metri ci è arrivato un lacrimogeno e siamo dovuti scappare via. Io non capisco, era tutto tranquillo, perché hanno lanciato lacrimogeni così?», dice un ragazzo a margine del corteo. Era un presidio misto, c’erano i centri sociali ma anche le associazioni storiche dell’antifascismo milanese, come Memoria Antifascista. C’erano decine di fazzoletti dell’Anpi, c’era Potere al Popolo, Liberi e Uguali, anche qualche consigliere comunale di centro sinistra. L’ordine pubblico però è stato gestito come se in piazza ci fossero manifestanti con caschi e bastoni. La chiusura è stata totale fino alle 17,30 quando i manifestanti si sono mossi a passo veloce verso la stazione Centrale, luogo simbolo dell’accoglienza dei migranti che arrivano a Milano. A quel punto la polizia ha lasciato andare.

PER GLI ORGANIZZATORI l’ordine da Roma è stato quello non far muovere gli antifascisti. «Prima ci hanno detto fino al termine del comizio di Casapound, poi è diventato fino al termine della manifestazione della Lega in piazza Duomo», dice Luciano Muhlbauer, storico esponente della sinistra milanese che ha seguito l’organizzazione della giornata. «Immaginavamo che l’ultima parola l’avesse il ministro Minniti, ma non ci aspettavamo questa rigidità». Entrambe le piazze, Lega e Casapound, erano anche geograficamente distanti dal presidio antifascista. «Ci hanno detto che siamo partiti cinque minuti prima del previsto», dice ancora Muhlbauer. «Poi però ci hanno tenuti fermi per tutto il pomeriggio». È anche una questione di rapporti di fiducia e specificità territoriali. Milano è una città dove le ultime manifestazioni si sono svolte senza problemi di ordine pubblico, la città dei 20 mila in corteo il 10 febbraio scorso dopo i fatti di Macerata. Ieri però la gestione è stata più rigida che mai e non c’è stata nessuna apertura verso i manifestanti antifascisti. 1.500 persone che sono rimaste in piazza fino alla fine, fino a quando a passo svelto il presidio è riuscito a muoversi verso stazione Centrale. Lo striscione di apertura diceva “Mai più razzismo e fascismo” con le foto dei migranti schiavi in Libia. “Chiudere i covi neri” era su scritto su un cartello, “odia la Lega” su un altro. Buona parte delle persone under 30, tanti gli studenti.

NEGLI STESSI MINUTI da piazza Duomo la Lega mostrava la sua nuova platea, sovranista e nazionalista. In piazza Duomo sono comparse bandiere leghiste con la fiamma tricolore. Un ragazzo con la spilla delle SS naziste, altri con i cappellini di Donald Trump: «Make America great again». La Lega è lo spazio politico a disposizione delle nuove destre, Salvini ha compiuto la mutazione da movimento secessionista a nazionalista. «Prima gli italiani», lo slogan scippato agli amici/rivali di Casapound. Questa del resto è l’Italia oggi, la campagna elettorale di questo 2018 tutta spostata a destra, con due partiti fascisti in competizione, Forza Nuova e Casapound, e uno razzista, la Lega, che ospita e diffonde il pensiero della destra più estrema. In tutti gli spazi a disposizione: media, banchetti, piazze. Oggi questo affollamento fascista era tutto elettorale, la destra vuole stare in Parlamento. Qualcuno al corteo antifascista diceva: «Loro si prendono i voti, noi le denunce».

FONTE: Roberto Maggioni, IL MANIFESTO

BRESCIA. Un vetro sfondato, libri buttati nel centro della stanza, pioggia di benzina sui mobili ed infine le fiamme. Erano circa le 3 del mattino di venerdì quando la libreria/enoteca del CSA Magazzino 47 di Brescia è andata in fumo a causa di un incendio doloso.

Non ci sono dubbi secondo i vigili del fuoco che si trattai di un atto doloso. Non hanno dubbi attiviste e attivisti del centro sociale che le mani responsabili dell’attacco siano fasciste, come sono state mani fasciste quelle che, una decina di giorni fa sempre a Brescia, hanno lanciato bombe carta dentro e fuori le casette occupate di via Gatti e che hanno dato fuoco a quattro macchine, oltre che tentare di bruciare diversi furgoni, al campo Sinti di via Orzinuovi. E non ci sono neppure dubbi che siano «gli stessi che inneggiano a Luca Traini, autore dell’attentato razzista di Macerata« come sostiene in un comunicato il Magazzino 47.

L’incendio non si è propagato oltre perché un attivista che dormiva all’interno dello spazio è stato svegliato dai latrati del suo cane ed è riuscito, prontamente, a dare l’allarme chiamando i pompieri. E non è nemmeno la prima volta che il centro sociale bresciano subisce attacchi incendiari, nel 2006 furono tre molotov a darlo alle fiamme e furono tre neofascisti, all’epoca militanti di Forza Nuova, ad essere condannati.

L’escalation di violenza razzista e fascista nella seconda città della Lombardia è in continuità con ciò che sta accadendo lungo tutta la penisola dove formazioni neo-fasciste si macchiano di aggressioni e provocazioni quasi quotidianamente. «I seminatori d’intolleranza e razzismo che hanno attaccato il centro sociale sono legittimati da chi governando crea un clima di paura nel paese e strumentalizza le azioni dei neofascisti, alimentando l’antica retorica dello scontro tra opposti estremisti, per poi attaccare e reprimere chi difende i valori dell’antifascismo e antirazzismo» dice Michele Borra del Magazzino47.

L’assalto al CSA arriva a poche ore dalla mobilitazione antifascista prevista per questa mattina alle ore 8 contro la provocatoria presenza di un banchetto di Forza Nuova nel quartiere interculturale del Carmine, che come ricorda il Consiglio di quartiere centro storico nord, con un comunicato stampa, è «abitato, vissuto e frequentato da molti migranti e con una certa sensibilità sociale e antifascista». Decine e decine di persone sono accorse al centro sociale sin dalle prime ore della mattina e sono arrivati centinaia di attestati di solidarietà da realtà autogestite della penisola, associazioni, case editrici indipendenti, autori, autrici e musicisti, così come da rappresentanti della politica istituzionale e partitica. La CGIL cittadina e il Sindaco Emilio del Bono, Partito democratico, condannano fermamente l’accaduto e richiamano alla necessità di «mantenere il confronto democratico». I militanti e le militanti del centro sociale hanno deciso di lasciare per alcuni giorni la libreria così come è stata ritrovata dopo l’intervento dei vigili del fuoco per mostrare il volto della violenza fascista a tutti i frequentatori dello spazio di via Industriale 10.

Per oggi, sabato, oltre alla manifestazione antifascista della mattinata è previsto anche il corteo delle comunità Sinti e Rom, ore 14.00 in Piazza Loggia, per denunciare l’aggressione da loro subita. Una manifestazione antirazzista, supportata da tante realtà cittadine tra le quali anche il CSA Magazzino47. L’anima antifascista di Brescia è subito chiamata ad una risposta chiara.

FONTE: Andrea Cegna, IL MANIFESTO

L’Italia antifascista va in piazza oggi in un clima pesante. «Clima di violenza», recitano i media mainstream, falsando ancora una volta lo scenario, come se si trattasse di violenza simmetrica. Di opposte minoranze estremiste, ugualmente intolleranti, quando invece la violenza a cui si è assistito non solo in queste ultime settimane, ma negli ultimi mesi e negli ultimi anni è una violenza totalmente asimmetrica, distribuita lungo un rosario di intimidazioni, intrusioni, aggressioni sempre dalla stessa parte, per opera degli stessi gruppi, con le stesse divise, gli stessi rituali, gli stessi simboli e tatuaggi: Casa Pound e Forza nuova con i rispettivi indotti. E sempre col medesimo disegno politico: occupare parti di territorio fino a ieri off limits per l’estrema destra.

Periferie metropolitane e piccoli centri, aree in cui la marginalizzazione e il declassamento sociale hanno creato disagio e rabbia, con lo scopo “strategico” di diventare referenti politici di quel disagio e di quella rabbia.

Vicofaro, il 27 di agosto dello scorso anno. Roma, Tiburtino III, il 6 di settembre. Como, il 28 novembre. Sono solo le tappe principali di un percorso che culmina nell’atto estremo di terrorismo razzista a Macerata, il 3 febbraio. Dall’altra parte un solo episodio, quello di Palermo, che per odioso che possa essere considerato – ed è atto odioso il pestaggio di una persona legata, incompatibile con i valori dell’antifascismo quale che ne sia l’idea dei suoi autori -, non può certo mutare il profilo di un quadro politico estremamente preoccupante.

Per fortuna, c’è stato il 10 febbraio a Macerata: quei 30.000 che hanno capito da subito qual’era “la cosa giusta”.

E per fortuna c’è la mobilitazione di oggi, la piazza romana e le tante piazze italiane. Proprio perché pensiamo che minimizzare la minaccia di questa destra orribile e spudorata sia un atto suicida per una democrazia già lesionata. E restiamo convinti che dichiarare il fascismo “morto e sepolto”, come ha fatto il ministro di polizia Marco Minniti, o invitare a sdrammatizzare e abbassare i toni per non turbare una campagna elettorale in salita, sia prova di cinismo e irresponsabilità. Proprio perché sappiamo che dall’onda nera che attraversa l’Europa non è immune l’Italia, anzi! Proprio per questi motivi crediamo che ogni persona in più oggi in piazza sia una vittoria.

Non si tratta qui di rivendicare primogeniture, o giocare al frusto gioco del rinfacciamento. L’antifascismo non è un’arma leggera da portarsi nella battaglia elettorale per contendere qualche decimo di punto. Si tratta di saper vedere il pericolo che incombe. E quel pericolo è grande, inquietante, per certi versi inedito. Non stiamo oggi vivendo una riedizione in sedicesimo dei conflitti degli anni Settanta, quando le bande nere colpivano duro, al servizio di padroni più o meno occulti, di servizi deviati e di agenzie internazionali, ma non avevano un seguito di massa. Il neofascismo di oggi – ma forse sarebbe meglio chiamarlo neonazismo – intuisce (per ora), annusa e avverte un’opportunità nuova di un inedito radicamento “popolare”, per così dire. Di poter attingere a nuovi serbatoi dell’ira.

Dopo il 4 marzo non ci aspetta una tiepida primavera, piuttosto un gelido inverno fuori stagione. L’Europa ha già battuto il suo colpo. Nessuna franchigia prolungata. Un establishment europeo in via di dissoluzione e un’Unione dissestata nei suoi equilibri si preparano a riservare, a un’Italia attardata da un debito insostenibile, un trattamento forse non troppo diverso da quello imposto – nel silenzio di tutti – alla Grecia quasi tre anni or sono. Con una differenza sostanziale: che al governo là c’era saldamente una forza esplicitamente di sinistra come Syriza, che ha salvato il salvabile negli strati più fragili della popolazione, e ha costruito una solida barriera contro la sfida di Alba dorata (che è arretrata da allora).

Qui no, ci sarà o un governo debolissimo, o una destra tanto arrogante quanto divisa: le condizioni per una ulteriore depressione sociale di grandi dimensioni, che amplierà l’esercito della rabbia, del rancore e del risentimento. Alle promesse smodate della campagna elettorale non potrà che seguire la doccia fredda di un’ulteriore deprivazione, col seguito di senso di abbandono, tradimento, solitudine, spirito di vendetta da parte di chi avverte di essere sul versante sbagliato del piano inclinato. L’acqua ideale in cui si preparano a nuotare gli squali che del rancore e della frustrazione si alimentano.

Per questo è da considerare prova d’irresponsabilità grave la decisione del ministero dell’Interno di ammettere alle elezioni le formazioni esplicitamente ispirate al fascismo, contrariamente a quanto era accaduto, correttamente, per le regionali in Sicilia. E assume sempre più rilevanza politica programmatica la richiesta di una rapida, legittima, messa al bando di organizzazioni come Forza Nuova e Casa Pound , con la loro sola presenza, un fattore di disordine e di violenza.

FONTE: Marco Revelli, IL MANIFESTO

TORINO. La notte antifascista di Torino inizia alle otto di sera di fronte alla stazione di Porta Nuova, distante due chilometri dal lussuoso hotel dove si tiene l’incontro di Casa Pound e del suo capo, Simone Di Stefano. Sotto una pioggia battente che a tratti si trasforma in grossi fiocchi di neve, circa mille manifestanti giungono dopo pochi minuti di cammino in corteo allo sbarramento in largo re Umberto, dove ad attenderli è schierato un ingente apparato di polizia e carabinieri in assetto anti sommossa. Sono presenti autonomi riconducibili al centro sociale Askatasuna, anarchici, alcuno Notav e alcuni candidati di Potere al Popolo.

Il corteo si apre con uno striscione recante la scritta «Torino antifascista, ora e sempre resistenza»: giunti allo sbarramento i manifestanti vengono respinti da alcune cariche e dall’apertura degli idranti.

«Da Torino a Palermo scateniamo l’inferno. Non è solo uno slogan ma una promessa. Quello che è stato fatto a Palermo all’esponente di Forza Nuova è una concreta azione di antifascismo ed è legittima perché attaccare i fascisti è una difesa popolare»: queste le parole scandite dai manifestanti mentre marciavano lungo corso Vittorio, accompagnati dalle strofe de «la Rage», la canzone nata nelle periferie parigine di Keny Arkana.

Dopo il contatto, breve, una ragazza si staccava dal corteo e affrontava da sola l’imponente schieramento di poliziotti e carabinieri. Dietro di lei i manifestanti assistevano alla sfuriata della giovane donna che accusava le forze dell’ordine di proteggere i fascisti di Casa Pound. I quali, poco distante, portavano avanti il loro incontro.

A sovraccaricare gli animi, nella notte precedente vi erano state alcune perquisizioni ai danni di una decina di militanti dei centro sociali torinesi, una della quali si concludeva con un arresto per detenzione di prodotti chimici aggressivi.

Caricati più volte, i manifestanti hanno abbandonato lo scontro frontale con le truppe, e hanno iniziato a girare per le vie del centro cittadino, seguiti – non senza difficoltà data l’ingombranza dei mezzi – dalle forze dell’ordine.

In questo modo giungevano a poca distanza dall’hotel, dove poi costruivano alcune barricate con i cassoni dell’immondizia: la polizia ha reagito con un fitto lancio di lacrimogeni che ha disperso momentaneamente la folla

FONTE: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

PERUGIA. Stavano attaccando i manifesti elettorali di Potere al popolo a Ponte Felcino, periferia di Perugia, quando intorno alle 22.30 di martedì sera due attivisti sono stati accerchiati e aggrediti con bastoni e un coltello. Sull’episodio le indagini sono in corso, ma sembra con ogni probabilità un’aggressione di stampo fascista.

Da quanto riferito dalle vittime alle forze dell’ordine, gli aggressori erano in 4 e dopo aver raggiunto i due militanti davanti alla plancia dei manifesti elettorali li hanno prima picchiati con i bastoni, poi hanno usato il coltello, per fuggire poco dopo in macchina.

Mario Pasquino, 37 anni, ex militante di Sel e attivista di Potere al Popolo, è finito in ospedale con due coltellate alla coscia e una alla schiena, che non lo ha ferito solo perché attutita dalla robusta giacca indossata. L’altro aggredito ha riportato una contusione sulla fronte per una bastonata.

Sull’identità degli aggressori non si sa ancora nulla, ma i sospetti sono ricaduti su Casapound. La formazione politica di estrema destra, con un post su Facebook del suo responsabile regionale, Antonio Ribecco, dichiara tuttavia: «gli aggrediti sono i militanti di Casa Pound Italia, che si sono limitati a difendersi, come i video della telecamera presente sul luogo dimostreranno».

In attesa di capire se e cosa dicano i video in questione, va sottolineato che le dichiarazioni dei «fascisti del terzo millennio», oltre che con il racconto degli aggrediti, stridono anche con la testimonianza di una signora residente in zona, che racconta alla testata locale Umbria 24 di aver visto gli aggressori arrivare «sbattendo bastoni» per poi fuggire in macchina dopo l’agguato con secchi e scope (classici arnesi dell’attacchinaggio elettorale, ndr).

«Aspettiamo che la giustizia faccia il suo corso – dice il portavoce dei Giovani Comunisti e capolista in Umbria di Potere al popolo, Andrea Ferroni, amico degli aggrediti – ma è praticamente certo che i quattro aggressori fossero lì per attaccare manifesti di Casapound. Abbiamo segnalato per anni al ministero dell’Interno la presenza di organizzazioni fasciste che andrebbero sciolte ma – prosegue – al contrario viene loro permesso di partecipare alle elezioni, così da poter sfruttare il malcontento creato dalle politiche di austerity».

Immediata la solidarietà delle due Camere del lavoro dell’Umbria, Perugia e Terni, della Fiom – che invita alla manifestazione di sabato a Roma – della sinistra politica e di numerose rappresentanze sindacali aziendali, così come di alcuni parlamentari umbri del Pd.

Il segretario generale della Cgil Umbria, Vincenzo Sgalla, invoca una «risposta immediata e compatta all’ennesima aggressione di chiaro stampo fascista», precisando che questo episodio arriva dopo «svariate altre provocazioni».

Il riferimento, neanche troppo velato, è a quanto accade ultimamente in Umbria.

Nel cuore di Perugia, all’indomani dell’attentato di Macerata, sotto al riquadro commemorativo del poeta e intellettuale perugino di sinistra Paolo Vinti, molto conosciuto in città, è infatti comparsa la scritta «Macerata non è che l’inizio», su cui sono in corso le indagini dei carabinieri e della digos.

Venerdì, in una frazione di Spoleto (Pg), è stata devastata la canonica di Don Giancarlo Formenton, noto per le sue prediche antirazziste e per aver affisso fuori dalla sua chiesa un cartello con scritto: «In questa chiesa è vietato l’ingresso ai razzisti: tornate a casa vostra!».

Ieri pomeriggio, a Perugia c’è stato un presidio antifascista convocato da Potere al popolo, a cui hanno preso parte diverse centinaia di persone in un freddo polare. Il grido unanime della piazza è stato «non lasciamoli soli». La risposta che serviva.

FONTE: Marco Vulcano, IL MANIFESTO

L’aggressione a Massimiliano Ursino. La polizia è sulle tracce di altri due componenti del gruppo, in totale otto persone che avrebbe circondato e pestato il dirigente di Fn. L’accusa è di tentato omicidio

PALERMO. Il pestaggio di Massimiliano Ursino, dirigente di forza nuova malmenato e legato all’uscita da un supermercato davanti a tanti passanti, arriva al culmine di un clima di tensione che imperversa da tempo a Palermo. Per l’aggressione la Digos ieri sera ha fermato due giovani, Carlo Mancuso, 25 anni, e Giovanni Marco Codraro, 27 anni, accusati di tentativo di omicidio. Gli agenti sono risaliti ai due grazie alle immagini di una videocamera che ha ripreso il raid; denunciate altre quattro persone, tra cui una ragazza che ha ripreso l’aggressione con un telefonino, il filmato è finito su youtube. La polizia ha perquisito diverse abitazioni di soggetti legati agli ambienti della sinistra antagonista e dello studentato «Malarazza». E sono sulle tracce di altri due componenti del gruppo, in totale otto persone che avrebbe circondato e pestato il dirigente di Fn.

Codraro, uno dei due ragazzi fermati, era stato arrestato tre anni fa per i disordini avvenuti durante una manifestazione dei centri sociali a Cremona organizzata per protestare contro il ferimento, avvenuto sei giorni prima, di un attivista di sinistra da parte di esponenti di Casapound; lo studente di ingegneria fu accusato di devastazione e saccheggio, all’epoca faceva parte del collettivo autonomo di Palermo. Fu assolto, un anno dopo, dal gup di Cremona dall’accusa di devastazione e saccheggio, mentre fu condannato per resistenza a pubblico ufficiale a nove mesi e 23 giorni di reclusione, pena sospesa.

Anche la vittima, Massimiliano Ursino, ha precedenti specifici. Venne arrestato nel luglio 2006 per aver rapinato e picchiato due migranti del Bangladesh, di fronte al teatro Massimo. Dopo aver subito la rapina, una borsa e articoli di bigiotteria, le due vittime inseguirono Ursino e due suoi complici, anche loro di Forza nuova, ma questi avrebbero tirato fuori delle spranghe e picchiato a sangue i venditori ambulanti. L’esponente di estrema destra venne condannato in primo grado a due anni e mezzo di carcere. Ma quello con i due migranti non è stato l’unico episodio violento e a sfondo razzista. Nel giugno 2005, Ursino sempre con altri due complici, aggredì con pugni e bastonate un nigeriano e un altro giovane originario di Siracusa in via Candelai, sempre nel centro di Palermo. I tre vennero rinviati a giudizio per lesioni aggravate per aver agito in base a «motivi razziali». Nel 2008 partecipò al confezionamento e alla spedizione dei pacchi choc inviati a varie redazioni giornalistiche, contenenti una bambola sporcata con sangue e interiora di animale per la campagna di Forza Nuova contro la legge sull’aborto. Qualche settimana fa si fece fotografare con altri militanti a bordo di alcuni autobus pubblici, ronde, a suo dire, per «la sicurezza dei passeggeri».

Il raid punitivo è stato rivendicato con un comunicato via mail a diversi organi di informazione. «A pochi giorni dall’arrivo in città di Roberto Fiore – si legge – Massimo Ursino è stato colpito in modo esemplare. È stato bloccato, immobilizzato e legato con del nastro adesivo, poi lasciato a terra senza possibilità di fuggire. Chi afferma che esista una ‘minaccia fascista’, a Palermo come in tutta la Sicilia dovrà ricredersi: questi uomini di poco conto appartenenti a formazioni neofasciste, che fanno di razzismo e discriminazioni il loro manifesto politico nonché la costruzione della loro identità forte e battagliera, si sgretolano in men che non si dica sotto i colpi ben assestati dell’antifascismo».

Ursino risponde dopo l’aggressione dal suo profilo Facebook rifiutando «condanne ipocrite»: «Né elemosiniamo la presa di posizione di alcuno o la condanna ipocrita di quelle autorità politiche che almeno moralmente hanno le mani sporche di sangue».

«Solidarietà» ai fermati arriva dai centri sociali Anomalia e San Basilio. «Avranno noi al proprio fianco e supporto legale. Noi stiamo con gli antifascisti», dice il portavoce Giorgio Martinico. Si teme per sabato prossimo: a Palermo è atteso Roberto Fiore, leader di Fn. Il comizio è ancora in forse: un cartello di associazioni, tra cui l’Anpi, l’Arci, i Cobas e il centro Santa Chiara che accoglie i migranti, hanno chiesto al prefetto, al questore e al comune di vietare la manifestazione. Alla richiesta si sono unite la Cgil, LeU e Prc, che condannano la violenza.

FONTE: Alfredo Marsala, IL MANIFESTO

Casa Pound

NAPOLI. «L’arroganza, la protervia di un gruppo di manigoldi che hanno bloccato un punto centrale di Napoli lascia un livello di inquietudine. C’è una strategia mirata per colpire le forze dell’ordine». È il commento del questore di Napoli, Antonio De Jesu, domenica sera dopo le ripetute cariche delle forze dell’ordine contro il corteo antifascista sceso in strada per protestare contro l’iniziativa elettorale di Casa Pound, con il leader nazionale Simone Di Stefano ospite d’onore all’hotel Ramada.

L’albergo era protetto da reti e camionette, droni e idranti, praticamente irraggiungibile. Oltre 200 tra poliziotti e carabinieri schierati dalle 14. Il corteo (circa 400 manifestanti) ha evitato in ogni modo il contatto con i reparti, sfilando per il Vasto e attraversando piazza Garibaldi. Arrivati all’hotel Terminus, il corteo ha seminato il dispositivo di sicurezza e, imboccato un vicolo, è sbucato nello slargo che si biforca: a destra la strada che porta al Ramada, a sinistra corso Lucci, entrambi bloccati da reparti e camionette.

Una delegazione si è mossa per contrattare il passaggio proprio da corso Lucci ma a gestire l’ordine c’era il vicequestore Maurizio Fiorillo: protagonista delle cronache sul G8 di Genova 2001 mentre a settembre 2015, in occasione della visita di Matteo Renzi a Napoli, i manifestanti hanno raccontato che avrebbe urlato a più di uno «ti sparo in testa!». Domenica ha replicato: «Vi faccio vedere io come ve ne andate». Così è partita a freddo la carica che ha colpito il corteo alla testa e alla coda. Chi è scappato verso la Stazione centrale è stato bloccato contro il muro perimetrale e fermato manganelli alla mano.

Una decina i feriti, in tre hanno avuto bisogno di cure mediche: due per i colpi alla testa e uno per sospetta lesione ai tendini della mano. I manifestanti sono stati tenuti per un’ora in fila, in piedi faccia al muro e perquisiti, scene da dittatura. In 24 sono stati portati in questura (tre i minori), 23 i denunciati. I manifestanti si sono radunati all’ingresso della questura e sono stati caricati ancora. Le numerose immagini diffuse in rete mostrano la natura pacifica del corteo: «Nessuna molotov come qualcuno ha scritto – raccontano – e neppure provocazioni. Gli unici petardi esplosi sono stati quelli dopo la carica per cercare di rallentare la caccia all’uomo».

Mentre l’imponente servizio d’ordine sigillava ogni accesso al Ramada, Di Stefano arringava i suoi seguaci con «faremo volare le sedie in Parlamento» e «siamo i gloriosi eredi del fascismo italiano» con tanto di standing ovation. Il sindaco, Luigi de Magistris, ha commentato: «È una cosa aberrante, si sta ponendo un crinale in cui si equiparano fascismo e antifascismo». Ieri i manifestanti si sono riuniti in assemblea e poi sono andati in corteo sotto la sede del Pd.

FONTE: IL MANIFESTO

BOLOGNA. La Prefettura aveva garantito che a tutti sarebbe stato permesso di manifestare, e così è stato. A Bologna ieri sera il numero di Forza Nuova Roberto Fiore ha potuto predicare la sua «rivolta nazionale» e presentare i suoi candidati alle elezioni politiche. Trenta camerati trenta ad ascoltarlo nella centralissima piazza Galvani – e si è visto anche qualche saluto fascista – centinaia di agenti schierati a difendere la libertà di parola del leader di un partito che ha difeso e giustificato l’attentatore fascista di Macerata Luca Traini.

A contestare Fiore e il fascismo migliaia di persone in città, con due presidi differenti, un sit-in, un corteo e un’occupazione lampo della piazza dove Fiore ha poi parlato, un blitz antifascista finito con le manganellate dei poliziotti che hanno cacciato i manifestanti.

A risuonare in più parti della città è stata un’unica canzone, «Bella ciao».

Ha risposto così Bologna all’arrivo di Forza Nuova in città, con iniziative diverse che tutte hanno detto «no» al fascismo.

A cominciare dai manifestanti dei centri sociali cittadini (Xm24, Crash, Tpo, Làbas, Vag61) che alle 13 si sono presentati in un centinaio in Piazza Galvani, promettendo una resistenza ad oltranza per impedire l’arrivo di Fiore. «Vogliono far parlare Fiore? Gli spostino il comizio da un’altra parte», aveva suggerito qualcuno.

Le cose sono andate diversamente, la polizia si è presentata in forze e ha sgomberato la piazza a manganellate. Tra i manifestanti quattro feriti, tra gli agenti un contuso.

A far spostare il comizio elettorale di Fiore ci aveva provato anche il Comune, ma senza successo.

Altre manganellate sono arrivate nella serata, quando di nuovo il corteo dei centri sociali, in tutto quasi mille persone, ha cercato di avvicinarsi alla piazza dove Fiore stava parlando.

Sono entrati in funzione gli idranti della polizia, poi altre manganellate e i lacrimogeni mentre dalla pancia del corteo volavano petardi, bottiglie e altri oggetti verso gli agenti. Due i fermati (poi rilasciati) dopo la carica della polizia, lievi ferite per un agente e sei manifestanti.

«La Lega è complice dei teppisti fascisti» Virginio Merola

Nel pomeriggio sono state invece centinaia le persone che hanno risposto all’appello antifascista di Anpi, Arci, Cgil e Libera. A partecipare anche il Pd e Liberi e Uguali.

In piazza anche il sindaco Merola, che ha preso di mira il leghista Salvini: «Il suo partito è complice dei teppisti fascisti». Al presidio indetto sotto il Sacrario dei partigiani sono passati in tanti. Dai deputati Pd ai leader di Liberi e Uguali. «Abbiamo già visto tante volte come reagire a rigurgiti fascisti, fenomeni terroristici: lo abbiamo sempre fatto andando in piazza e andandoci tutti insieme. La strada è ancora quella», ha detto Pierluigi Bersani.

«Pensare di affrontare la questione democratica senza affrontare quella sociale è un errore serio. In ogni caso prima di dare la piazza a Forza Nuova bisogna pensarci due o tre volte» Pierluigi Bersani

Ma non basta, ha aggiunto Bersani, «perché c’è una destra regressiva e parafascista che sta raccogliendo consensi nel paese, laddove c’è rabbia e disagio. Bisogna che la sinistra vada lì, perché pensare di affrontare la questione democratica senza affrontare quella sociale è un errore serio. In ogni caso prima di dare le piazza a Forza Nuova bisogna pensarci due o tre volte».

A chiedere una legge per impedire a Forza Nuova di ripresentarsi di nuovo alle elezioni è stato invece Vasco Errani. «Parliamo di un partito chiaramente fascista e che non ha legittimità, né elettorale né di piazza». A chi gli chiedeva dello sgombero degli antifascisti Errani ha risposto così: «C’è qualcosa che non va».

Gli ultimi fuochi della giornata antifascista bolognese si sono visti alle 20, dopo le manganellate sul corteo antifascista un gruppo di studenti ha improvvisato un sit-in andato avanti fino alle 21.

A dividere il corteo dagli agenti guidato dai centri sociali una ventina di giovanissimi, alcuni liceali, altri iscritti al primo anno d’università. «Sono antifascista ma non accetto la violenza da nessuna parte», ha detto un ragazzo di 19 anni. «Gli agenti non ci devono fare paura – ha urlato una 17 enne – non importa che abbiano camionette e manganelli, siamo pacifici e non ci possono passare sopra».

A prendere la parola anche Insaf Dimassi, uno dei volti noti del movimento Italiani senza Cittadinanza, che ha lottato invano per l’approvazione della legge sullo ius soli. «Noi siamo dalla parte giusta, dobbiamo difendere la nostra democrazia».

«Faccio un appello a Bologna, non fatevi rappresentare da questi 20 figli di papà che non sono antifascisti» Matteo Salvini

A prendere la parola su quanto successo anche Salvini, bersaglio polemico di molti manifestanti che lo hanno accostato più volte a Forza Nuova e a Casa Pound. «Faccio un appello a Bologna, città dotta, dei poeti, dei cantautori, non fatevi rappresentare da questi 20 figli di papà che non sono antifascisti. Chi usa la violenza per fare politica è un fuorilegge», queste le parole del leader leghista.

A dare solidarietà alle forze dell’ordine tutta la destra inclusa Valentina Castaldini, alfaniana candidata nella lista Civica Popolare di Lorenzin e Casini, ora alleati di ferro del Partito democratico. «La retorica dell’antifascismo è solo una superata bandiera ideologica dietro cui collettivi e centri sociali nascondono la loro frustrazione», ha detto Castaldini, forse non accorgendosi delle migliaia di persone che a Bologna ieri hanno scelto di scendere in piazza.

FONTE: Giovanni Stinco, IL MANIFESTO

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