Fascismo-Antifascismo

Domenica scorsa si è concluso il week-end dell’«internazionale nera» a Kiev. Una vera e propria adunata di gruppi neofascisti europei che ormai da qualche anno hanno individuato «nell’avamposto ucraino» la base per progettare un continente «etnicamente bianco», «antimondialista» e «free-gay». Alla iniziativa lanciata dal braccio politico del famigerato battaglione Azov «NazKorp» e sostenuta dagli altri due partiti neonazisti ucraini Pravy Sektor e Svoboda, hanno aderito anche formazioni di Francia, Svezia, Danimarca, Svizzera, Germania, Polonia e Bielorussia. A rappresentare l’Italia in questa pericolosa accolita di rottami politici, Casa Pound Italia.

L’INIZIATIVA aveva preso il via già due giorni prima quando si era tenuto un primo seminario del «Intermarium Support Group» una sorta di ong neofascista, o come l’hanno definita gli organizzatori una «rete per la promozione di progetti per la cooperazione regionale nei settori della difesa, dell’economia e della cooperazione» . Tante giacche e cravatte e tante hostess in tailleur per mostrare l’immagine «in doppiopetto» del fascismo del XXI secolo. Tra gli invitati anche gli ustascia croati e i neofascisti lituani.

Il giorno seguente il 14 ottobre in occasione del 76esimo anniversario della fondazione dell’Esercito Insurrezionale Ucraino di Stepan Bandera – il leader dei collaborazionisti filo nazisti – diventato da qualche anno festa nazionale, i convenuti hanno partecipato alla lugubre marcia del nazionalismo neofascista ucraino a cui, secondo i dati della polizia, hanno partecipato 20mila persone e che si è conclusa con un concerto in piazza di gruppi suprematisti metal.

DOMENICA, infine, si è tenuta – a porte chiuse – la vera e propria conferenza. Un blogger ucraino è riuscito comunque a partecipare all’«evento» e a fornire qualche dettaglio. «Special guests» come li hanno definiti gli organizzatori, «The Gold One» pseudonimo di Marcus Follin un body builder svedese fascista che invita nei suoi video all’odio per i neri e a rinunciare ai dolci e al porno, ma soprattutto Greg Johnson, l’ideologo nazista americano autore del «Manifesto del Nazionalismo Bianco» in cui si teorizza una società bianca ripulita e separata dalle altre.

L’UCRAINA, detto di passata, è ormai l’unico paese europeo che concede l’ingresso a Greg Johnson: lo scorso anno persino il governo ungherese lo invitato a sloggiare da Budapest giudicandolo «persona non grata».
Nella sua relazione Johnson ha enfatizzato come «con l’ascesa di Trump, Salvini e Kurz, il vento sia cambiato e questo è qualcosa che dovremo saper utilizzare», operando per giungere alla «fondazione di un pan-euperismo e universalismo di destra».

Un punto di vista simile è stato espresso da Alberto Palladino di Casa Pound nella sua relazione «Il movimento rivoluzionario e le elezioni», per il quale al governo M5s-Lega non andrebbe fatta una opposizione di principio ma si deve accompagnare il corso per quanto riguarda il tema dell’immigrazione .

LE CONCLUSIONI sono state affidate alla «primula nera» del fascismo ucraino Olena Semenyaka. Secondo la relatrice, Kiev può diventare «il punto di forza e il quartier generale dei patrioti dell’Europa dell’Est e dell’Ovest». Tale progetto sarebbe sorto a Kiev nel 2014 «con la rivoluzione a Kiev (il movimento di Piazza Maidan, ndr.), l’annessione della Crimea e la guerra in Donbass… che hanno fatto rivivere la tradizione della resistenza anticomunista prima e durante la seconda guerra mondiale per fermare il bolscevismo». Una resistenza e un’organizzazione che deve unire oggi «tutti i veri nazionalisti nella parola d’ordine “Oggi in Ucraina, domani in Russia e in tutta Europa!”».

* Fonte: Yurii Colombo, IL MANIFESTO

Oggi manifestazioni in Francia e in Europa a sostegno della nave umanitaria che è rimasta senza bandiera su pressione italiana

Manifestazioni di sostegno, oggi, in una trentina di città francesi (e anche in Europa) per Sos Méditerranée, l’ong che assieme a Médecins sans frontières, gestisce la nave Aquarius. Le manifestazioni erano già previste, in seguito alla perdita della “bandiera” che permette di navigare, ritirata dal Panama sotto pressione italiana. Ma ora c’è una ragione in più: ieri, verso le ore 14, un commando di una ventina di militanti di Génération identitaire, un gruppo di estrema destra, ha preso d’assalto a Marsiglia la sede dell’organizzazione umanitaria. Le persone che erano presenti sono state spinte fuori dall’edificio. Ventidue violenti sono stati fermati. “Il personale è sano e salvo – ha precisato Sos Méditerranée – ma sotto choc”. Génération identitaire, che già si è manifestata violentemente contro i migranti a varie occasioni, anche in val Roya (al confine con l’Italia), ha dispiegato uno striscione: “la nostra azione vuole denunciare la complicità di questa ong che, sotto copertura <umanitaria>, collabora con i passeurs di clandestini”.  Gli estremisti di destra chiedono il “sequestro” dell’Aquarius. Destra e estrema destra appoggiano il commando di Génération indentitaire. Per il Rassemblement national (ex Fn), “è finita l’ora dell’impunità. Bravi!”. Il Ps ha denunciato l’azione: “vergogna”.

Dopo il salvataggio degli ultimi 58 profughi (30mila salvati negli anni di attività) poi sbarcati al largo della Valletta, l’Aquarius è ora a Marsiglia, il suo porto di base, in attesa di una chiarificazione sulla sua situazione legale. Sos Méditerranée ha chiesto all’Europa e alla Francia di intervenire e di sostituirsi al Panama per poter continuare l’opera di salvataggio dei naufraghi nel Mediterraneo. Il presidente di Sos Méditerranée, l’armatore Francis Vallat, ha denunciato l’attacco alla ong, iniziato con Salvini: “una vergogna, un attacco fondamentale dl nostro diritto del mare,  è cosi’ che si criminalizzano le ong”. Per Vallat “ogni migrante che annega trascina un po’ dei nostri valori e della nostra anima in fondo al Mediterraneo”.

* Fonte: Anna Maria Merlo, IL MANIFESTO

Trenta militanti di Casa Pound identificati E la polizia carica chi protestava contro la Lega. Martedì prossimo presidio in piazza Prefettura

Per una notte Bari è tornata agli anni ‘70, quando gli scontri di piazza tra rossi e neri erano all’ordine del giorno. Sino a culminare la sera del 28 novembre del 1978 con l’omicidio di un operaio diciottenne, comunista, Benedetto Petrone. Che morì con il ventre squarciato da una coltellata, assassinato in un agguato di squadristi del Fronte della Gioventù.

Venerdì sera, nel quartiere Libertà in via Crisanzio, si è sfiorata una nuova tragedia. Quando un gruppo di persone aderenti a Casa Pound ha deciso di aggredire con spranghe, cinghie e tirapugni, un gruppo di persone che avevano da poco terminato di sfilare nel corteo antirazzista «Bari non si Lega», organizzato dalla rete Mai con Salvini.

Due i feriti più gravi: Antonio Berillo, 36 anni, napoletano, militante di Alternativa Comunista e assistente parlamentare dell’eurodeputata Eleonora Forenza, eletta con la lista ‘L’Altra Europa con Tsipras’ ed esponente di Potere al Popolo, e Giacomo Petrelli di Alternativa Comunista, che hanno riportato lesioni alla testa e al volto medicate con punti di sutura.

Oltre a loro due, hanno fatto ricorso alle cure dei medici la stessa Forenza per stato d’ansia e Claudio Riccio, già candidato di Leu e aderente a Sinistra Italiana, colpito da una cinghiata al viso parata con le mani.

L’aggressione è avvenuta nello stesso quartiere che, una settimana fa, ha ospitato il ministro dell’Interno Matteo Salvini (che ha condannato l’episodio di ieri sera) e dove un gruppo di residenti, capeggiati da Luigi Cipriani responsabile del movimento Riprendiamoci il futuro, aveva avviato una raccolta firme per «cacciare gli immigrati irregolari che hanno invaso il nostro quartiere» sostenuta anche dagli esponenti locali del Carroccio.

Ieri mattina è stata trasmessa in Procura un’informativa con una prima ricostruzione dei fatti e i nomi di circa trenta militanti di Casa Pound identificati nella notte: almeno otto dei quali avrebbero partecipato attivamente all’aggressione. Sono in corso di acquisizione, inoltre, i filmati di una telecamera posta a pochi metri dal luogo dello scontro. Stando a quanto lasciato trapelare da fonti investigative, un primo gruppo di manifestanti, dopo il corteo, sarebbe passato davanti alla sede di Casa Pound urlando «fascisti di m…».

I militanti di estrema destra a quel punto avrebbero reagito prendendosela, però, con un secondo gruppo di manifestanti che passava di lì tornando a casa. Versione molto simile a quella fornita dai militanti di Casa Pound, che hanno dichiarato di aver agito per ‘difendere’ la loro sede di via Eritrea, da un attacco di un gruppo di manifestanti dei centri sociali.

Completamente diversa invece la versione dei fatti fornita dal gruppo dei manifestanti, in primis dell’europarlamentare Forenza, che hanno dichiarato di essere stati inseguiti e aggrediti dai militanti di destra all’improvviso, alle spalle, senza apparente motivo.

L’eurodeputato ha infatti dichiarato che mentre ritornavano verso le loro autovetture, si sono fermati per assistere una donna eritrea in compagnia di un’amica e di una bambina piccola, impaurite dal dover attraversare via Crisanzio, presidiata da un gruppo di persone di Casa Pound. Dal quale a un certo punto si sono staccati 4-5 persone che hanno prima aggredito verbalmente e poi colpito violentemente l’eurodeputato e le persone presenti in quel momento con lei.

Subito dopo l’aggressione, diverse decine di attivisti e militanti antifascisti si sono ritrovati in via Crisanzio, scortati da polizia e carabinieri in assetto antisommossa che, per disperdere i manifestanti, hanno anche tentato una carica di alleggerimento. Tra cori e striscioni la tensione è poi durata fino a mezzanotte inoltrata.

Il giorno dopo, sono tantissime le prese di posizione sull’accaduto.

«L’aggressione fascista di cui è stato vittima ieri sera un gruppo di manifestanti antirazzisti a Bari suscita sdegno e seria preoccupazione. Con metodo già visto tristemente in passato, gli aggressori hanno preso di mira alcuni manifestanti isolati. I picchiatori hanno agito indisturbati, usando i loro locali come base di partenza e di rientro, e palesemente preparati visto che hanno adoperato oggetti contundenti come mazze e cinghie. Va accertato e severamente sanzionato il comportamento delle forze dell’ordine assenti durante l’agguato nelle vicinanze della sede di Casa Pound e quindi non impedendo l’aggressione e il ferimento dei pacifici manifestanti» afferma in una nota il Coordinamento Antifascista Provinciale e Regionale, di cui fanno parte Anpi, Arci Bari, Arci Puglia, Cgil Bari, Cgil Puglia, Libera Puglia, Link Bari, Rete della Conoscenza Bari – Zona Franka, Rete della Conoscenza Puglia, Unione degli Studenti Bari, Unione degli Studenti Puglia.

Che ha convocato per martedì un presidio antifascista in piazza Prefettura. Proprio dove morì Petrone.

* Fonte: Gianmario Leone, IL MANIFESTO

GENOVA. Quella scritta comparsa sul muro di una chiesa di La Spezia — “Anna Frank non l’ha fatta Frank” — accompagnata da una svastica, poi le altre nei pressi di un centro per migranti sono state il filo rosso che ha portato i carabinieri del Ros a imbattersi su un gruppo di foreign fighter italiani, finiti a combattere per Vladimir Putin contro l’Ucraina. Il resto l’hanno fatto i social network, dove alcuni soggetti, tutti vicini all’ultradestra e alla Lega Nord, hanno postato le loro foto sui campi di battaglia, imbracciando mitra, accanto ai guerriglieri filo russi. Tant’è che la Procura di Genova ha indagato dieci persone. La magistratura al momento contesta il reato di arruolamento illecito di guerra al servizio di uno stato estero. Per la legge italiana sono mercenari. Per le autorità di Kiev, che hanno dato mandato al loro ambasciatore a Roma di presentare una denuncia, sarebbero almeno 25: una lista redatta dai servizi segreti ucraini.

Neofascisti italiani che scelgono di andare a combattere nell’esercito del Donbass, la regione che si è staccata dall’Urss ma la cui popolazione è ad alta percentuale russa e vorrebbe tornare sotto Mosca, tanto che la situazione politica ha portato alla guerra civile. Tra loro Andrea Palmeri, di 38 anni, storico capo degli ultrà della Lucchese. Già condannato in contumacia a due anni di carcere dalla Corte di Appello di Firenze per associazione a delinquere, latitante, sul suo profilo Facebook si definisce neo- fascista e posta le foto del Duce, perciò complimentato dagli amici. Per il pm Federico Manotti (pool antiterrorismo) e per il procuratore capo Francesco Cozzi sarebbe l’uomo su cui ruota il gruppo finito sul fronte Ucraino- Russo. Nella curva della Lucchese lo chiamano “Il Generalissimo”, per i magistrati genovesi sarebbe l’arruolatore dei foreign italiani e l’anello di collegamento tra questi ed i Lupi di Putin.
Nel fascicolo genovese, come ha raccontato l’Espresso lo scorso anno, oltre Palmieri sono finiti altri due combattenti italiani e un ucraino. Si tratta di Antonio Cataldo, di 33 anni, nato a Nola, in Campania, e Gabriele Carugati, trentenne di Cairate. Quest’ultimo è un’ex guardia giurata di un centro commerciale lombardo e sua mamma è l’ex segretaria della Lega Nord della cittadina comasca. Sui social, oltre alle foto del radunodi Pontida 2015, pubblica anche la sua in tuta mimetica; dice di trovarsi a Donetsk, una delle due città più importanti della regione ( patria della squadra di calcio Shaktar).
Cataldo è invece un ex militare che vanta esperienze di guerra in Libia, sul suo profilo Facebook dice di essersi addestrato in Russia e di avere scelto il fronte separatista filorusso per soldi. In ambienti nazifascisti italiani si parla di 50mila euro per l’arruolamento in prima linea. La Procura di Napoli tempo addietro lo aveva indagato per terrorismo, ma poi ha archiviato il caso con una motivazione che esclude le finalità eversive.
Tra chi è finito sotto indagine dalla Procura e dal Ros vi è pure il moldavo Vladimir Verbitchii, nome di battaglia ” Parma”. Per un certo periodo ha abitato nella città emiliana e sostiene di aver partecipato come paracadutista ad addestramenti in Emilia Romagna, condotti da militari italiani.
L’inchiesta genovese potrebbe sembrare il culmine di un percorso investigativo iniziato tempo fa. In realtà è solo l’inizio: «Nelle prossime ore ci saranno altri importanti sviluppi», si è limitato a dire ieri il procuratore capo Cozzi.

* Fonte: giuseppe filetto e marco lignana, LA REPUBBLICA

ROMA. Roma, sabato primo luglio. È notte. Tre ragazzi studiano per gli esami universitari prima delle vacanze. Sono alla sezione del Pd Subaugusta in via Giuseppe Chiovenda, quartiere Don Bosco. Verso l’una cominciano a sentire rumori strani. Sentono colpi alla porta e voci che deridono e minacciano. Urlano di venire fuori. Non si muovono. «La porta blindata della sezione li ha protetti dal peggio», racconta Rosa Ferraro, segretaria dei Giovani democratici nel settimo municipio.

Le minacce vanno avanti per una ventina di minuti, poi gli aggressori levano le tende. I ragazzi nel frattempo hanno chiamato Rosa e la polizia, che arrivano poco dopo seguiti da Digos e scientifica. Una volta fuori trovano l’ingresso della sezione imbrattato di scritte e di simboli fascisti, una bomboletta di vernice in terra. A compiere il raid sono stati in quattro. Uno di loro è stato riconosciuto e poi denunciato. È un militante di Forza Nuova, il movimento di stampo neofascista fondato da Roberto Fiore e Massimo Morsello nel 1997 che sconta la concorrenza spietata di Casapound Italia.

FORZA NUOVA STA PROVANDO a rianimarsi attraverso movimenti collaterali. Come “Roma ai Romani” il cui leader Giuliano Castellino è incappato in numerose peripezie giudiziarie, l’ultima un’accusa di frode al Sistema sanitario nazionale per oltre un milione di euro.

Il primo luglio i fascisti non si dedicano solo ai giovani democratici. Nella stessa notte gli aggressori colpiscono il centro sociale Corto Circuito a seicento metri dalla sezione Subaugusta, il centro sociale Spartaco vicino Cinecittà, la biblioteca autogestita Bam a Centocelle, la sede di Potere al Popolo. «Un’azione su vasta scala» la definisce Fabio Pari della sezione dell’Anpi del settimo municipio di Roma, «contro luoghi che sono attivi sul territorio e dichiaratamente antifascisti».

A ROMA LE AGGRESSIONI di stampo neofascista e neonazista non sono una novità. Sulla mappa interattiva realizzata dal 2014 dal collettivo antifascista bolognese Infoantifa Ecn, che monitora le aggressioni più violente su tutto il territorio nazionale, nella capitale se ne possono contare 27, oltre a una miriade di azioni minori.

Ma i fatti del primo luglio spostano l’attenzione sul settimo municipio che si estende da Piazzale Appio fino a Ciampino e conta oltre 300mila abitanti. Qui la presenza «nera» si percepisce. Una scritta a Porta Metronia recita: «Benvenuti a San Giovanni feudo dei fascisti di Forza Nuova». E i muri dei palazzi sono tappezzati da croci celtiche, simboli di Forza Nuova, frasi incitanti l’odio razziale. I licei e gli istituti di zona sono luoghi di reclutamento per Lotta Studentesca, l’organizzazione giovanile di Fn, e Blocco Studentesco l’omologa di Casapound. Incitano alla difesa della scuola pubblica e della tradizione italiana e alle «passeggiate notturne» per la sicurezza nelle strade.

QUEST’ANNO la commemorazione della strage di Acca Larenzia che richiama tutti gli anni la destra romana a Colli Albani per ricordare i due militanti del Fronte della Gioventù, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, uccisi di fronte alla sede del Msi in Via Acca Larentia, non è stato un semplice raduno per nostalgici ma una sorta di «Pride» fascista. «C’è stata una massiccia partecipazione, la più alta degli ultimi anni. I partecipanti ostentavano più del solito l’adesione al fascismo» racconta Valeria Vitrotti, capogruppo del Pd al consiglio del settimo.

A MAGGIO DELL’ANNO SCORSO Fn ha occupato cinque locali commerciali dello stabile di Via Taranto 57, di proprietà dell’Ater, l’ente che si occupa dell’edilizia residenziale. «Purtroppo la denuncia del gruppo Pd al municipio e all’Ater non ha ancora sortito effetto» spiega Vitrotti. Casapound a sua volta ha occupato una ex sede dell’Inps in Via Assisi. «Queste realtà vengono lasciate tranquille mentre altre, come il centro di aggregazione giovanile “Batti il tuo tempo” a Cinecittà, vengono chiuse» denuncia Pari.

L’OCCUPAZIONE DI SEDI da parte di organizzazioni neofasciste risponde a una strategia di radicamento territoriale già in atto nella zona dell’Appio Latino, dove la destra romana è sempre stata forte. Ma invece è una novità nella zona dell’ex X municipio dove è sempre stata presente la sinistra radicale (nel 2001 fu eletto presidente del municipio Sandro Medici).

IL TENTATIVO DI INFILTRAZIONE in una zona tradizionalmente rossa ha a che vedere con la progressiva debolezza dei luoghi di aggregazione di sinistra, come quelli aggrediti a luglio, nati anche loro in spazi occupati ma che nel tempo sono stati in grado di diventare veri presidi sul territorio. «Le normative comunali sono divenute più stringenti e chiedono a chi occupa un contributo da versare, cosa che alla lunga chi è a corto di risorse non può sostenere. È questo che fiacca l’iniziativa sul territorio, rende il rischio sgombero più concreto e svuota i quartieri di punti di riferimento e di aggregazione sociale», spiega Vitrotti.

Nel novembre scorso un’inchiesta dell’Espresso sulle società legate a CasaPound e quelle legate a Forza Nuova (dal marchio di abbigliamento Pivert agli interessi commerciali in Inghilterra dello stesso Roberto Fiore) ha ricostruito quanto invece quelle organizzazioni possano avere le risorse per mantenere una presenza sul territorio.

«L’AMMINISTRAZIONE comunale a 5 stelle non vede differenze tra destra e sinistra e si concentra sull’approccio legalitario senza guardare a cosa fa per territorio chi occupa gli spazi abbandonati». spiega ancora Vitrotti. «Mettono sullo stesso piano le palestre popolari a prezzi accessibili per tutti e chi riempie i muri con manifesti che invitano a dare cibo prima agli italiani. Se fai passare questo messaggio indebolisci le prime per rafforzare le seconde che si sentono più legittimate e più aggressive».

PER QUESTO dopo l’occupazione di Via Taranto l’anno scorso è nato il «coordinamento antifascista del settimo municipio». Hanno aderito rappresentanti di tante anime della sinistra, dal Pd a Potere al Popolo, dall’Anpi alla Libera di don Ciotti. Il battesimo del coordinamento è una manifestazione a Piazza Re di Roma l’11 novembre. A fine mese la sezione di San Giovanni del Pd invita la giornalista Federica Angeli e il deputato Emanuele Fiano, autore di una legge contro l’apologia di fascismo. Durante il dibattito la sede viene assediata da militanti di Fn e i partecipanti sono costretti a restare dentro i locali fino a quando gli assedianti non si allontanano. Pochi giorni dopo la sezione viene coperta di scritte inneggianti al fascismo. Episodi del genere, più o meno cruenti, si ripetono con una certa frequenza. A maggio del 2018 la storica sezione del Pd Alberone in via Appia Nuova imbrattata.

A FINE GIUGNO AL CONSIGLIO municipale del settimo viene presentata una mozione dal Pd aiutato dal coordinamento antifascista, con la quale si impegna il presidente e la giunta, visti i gravi fatti avvenuti, a verificare che la partecipazione ai bandi municipali sia vietata a chi viola la XII disposizione transitoria della Costituzione che vieta la ricostituzione del partito fascista. E a non rilasciare i nulla osta per manifestazioni organizzate dai neofascisti, e infine «a mettere in atto ogni forma di collaborazione con le tutte le autorità competenti e le forze di polizia nel costante monitoraggio dei fenomeni criminosi».

LA MOZIONE VIENE BOCCIATA da un’inedita alleanza tra la maggioranza 5 Stelle e i consiglieri di opposizione di Fratelli d’Italia. A pochi giorni dalle aggressioni del primo luglio.

ALL’ASSEMBLEA CAPITOLINA Giulia Tempesta, consigliera comunale Pd, chiede al Comune di Roma di costituirsi parte civile nel caso di rinvio a giudizio nel processo contro gli aggressori di via Chiovenda. Stavolta invece la mozione viene approvata il 19 luglio all’unanimità. «La solidarietà di tutta l’assemblea è un bel segnale» dichiara Tempesta. Un segnale che potrebbe correggere la rotta del Campidoglio a 5 stelle dopo la sbandata sulla via intitolata a Giorgio Almirante e il mancato appoggio alla mozione in settimo municipio.

Il Coordinamento Antifascista intanto tiene alta la ’vigilanza’ nelle strade del settimo, e con fatica, data la stagione. E prepara un’iniziativa popolare per il prossimo autunno. Si intitolerà Bella Ciao.

* Fonte: Ruggero Scotti, IL MANIFESTO

Dio, patria, famiglia e pugni. La nuova estetica dell’Italia di destra passa anche da un match di boxe.

Succede se a salire sul ring, dove è diventato campione italiano dei pesi massimi, è un pugile neofascista, «patriota» e «ultracattolico». Uno che dice che «Maometto è un pedofilo» e il femminicidio «un’invenzione della sinistra»; uno che alla finale dei Mondiali ha tifato ancor più convintamente Croazia dopo che «un camionista croato mi ha detto che i migranti loro li mandano all’ospedale…». Uno che sui gay ha chiosato: «Il nostro Dio ha ucciso i sodomiti perché si amavano senza vaselina ma ora che l’hanno inventata non c’è più problema!».
Lui si chiama Fabio Tuiach, 38 anni, lavoratore portuale con due passioni: politica e pugilato. La prima lo vede impegnato come consigliere comunale di Forza Nuova a Trieste (a dicembre è passato dalla Lega, che considerava «troppo moscia», al partito di Fiore), un’attività chedeclina tra campagne anti-migranti e spot intrisi di nazionalismo xenofobo. La seconda passione, la “nobile arte”, lo ha portato a (ri)conquistare domenica sera il titolo italiano dei massimi. L’incontro è andato in scena a Sequals, paese natale di Primo Carnera.
Tuiach ha sconfitto ai punti Sergio Romano, casertano e – ironia del caso – ex assessore comunale di centrosinistra. Motivo per cui alla vigilia del match il pugile triestino si è caricato alla sua maniera: «Per me vincere il titolo è una missione spirituale oltre che politica. Dalla mia parte il Signore degli eserciti, quello della tradizione che ha guidato i cattolici per secoli, dall’altra quello moderno bergogliano degli arcobaleni che ci vuole tutti senza differenze ma preferibilmente atei, gay e comunisti», ha scritto in un post.
E così la sfida di domenica è diventata una ribalta all’insegna della propaganda dell’ultradestra: a sostenere l’atleta-politico a bordo ring, insieme a decine di militanti in maglietta nera con la scritta Forza Nuova, era presente lo stato maggiore del partito con il capo Roberto Fiore che si è fatto fotografare con il vincitore e ha postato le immagini sulla pagina Fb. I social hanno fatto da cassa di risonanza: il successo di Tuiach che ha il volto di Gesù tatuato sulla mano destra – è stato celebrato con slogan sciovinisti e nostalgici: «Una vittoria dei patrioti», «il nazionalismo paga», «a noi!», «onore al camerata guerriero».
Un’enfasi che vorrebbe richiamare – in scala ovviamente minore – la storia del “campione in camicia nera”, Primo Carnera, unico italiano campione mondiale dei pesi massimi divenuto un eroe nazionale e un modello utile al regime di Benito Mussolini.
Il duce lo fece affacciare dal balcone di Piazza Venezia e per l’occasione il “gigante di Sequals” indossò l’uniforme della milizia fascista. Un’operazione di marketing a cui fece da contraltare la cancellazione, da parte dello stesso Mussolini, della memoria di un altro campione del ring: quel Leone Jacovacci, mulatto, romano, beniamino del pubblico di mezza Europa ma che il capo del regime silenziò in nome del mito della razza.
Sarà l’attuale clima politico, sarà lo sdoganamento e la caduta della pregiudiziale sul fascismo, sta di fatto che mai come oggi l’ultradestra “spinge” senza più imbarazzi i suoi atleti.
Sono per lo più pugili, o comunque sportivi impegnati in discipline da combattimento e arti marziali. Molti hanno il corpo tatuato di simboli inequivocabili.
Forza Nuova, Casa Pound Italia, Lealtà Azione e i Do.Ra., neonazisti di Varese, vantano atleti-militanti inseriti nei circuiti professionistici o dilettantistici.
Sabato sera, a Trieste, è salito sul palco un altro pugile, anche lui, come Tuiach, portacolori dell’Ardita Trieste: Michele Broili, classe 1993.
Dopo avere sconfitto l’avversario, il marocchino Abdallah Lahlou, ha esibito davanti ai propri sostenitori e a qualche saluto romano i suoi tatuaggi: tra gli altri, il numero 88 tatuato sul petto (nel codice dell’estrema destra l’88 sta per l’acronimo SS) e la scritta “Ritorno a Camelot”, festival neonazista che va in scena da anni a settembre in Veneto.

* Fonte: PAOLO BERIZZI, LA REPUBBLICA

Torino. Quello che sembrava il capo è sceso con passo marziale dalla Peugeot e si è diretto sicuro verso l’uomo politico: «Lei è francese?». «No, sono italiano » . « Che cosa ci fa qui? » . « Sono un parlamentare europeo » . « Di destra o di sinistra? » . « Di sinistra » . « Lei ha un minuto di tempo per togliersi dalle scatole, chiaro? » . « Solo quando è arrivata un’auto della gendarmerie, racconta Daniele Valle parlamentare Pd, «la situazione si è calmata. I neofascisti francesi presidiavano la strada che sale al colle. Ma con loro, nella divisa azzurra, c’erano anche estremisti italiani venuti da Torino e dal Veneto».

Ieri mattina, mentre al colle della Scala, sei chilometri da Bardonecchia, in cima alla val di Susa, i militanti di Generation Identitarie stendevano una rete arancione da cantiere eleggendola a baluardo «contro l’invasione degli immigrati » , sul versante italiano alcune centinaia di No Tav organizzavano la reazione « all’assalto dei fascisti alle nostre montagne » . Su quei monti, al confine tra Italia e Francia, nell’agosto del 1944 le camicie nere trucidarono un gruppo di partigiani che rientravano verso Torino. Settantaquattro anni dopo gli antifascisti italiani vanno a riprendersi le montagne. Il colle della Scala è chiuso per neve. Lo hanno attraversato in migliaia, nell’inverno, uomini donne e bambini siriani e magrebini, calpestando il ghiaccio con i piedi nudi infilati nei sandali. Dopo il disgelo tutti prevedono che il flusso aumenterà. Il confine, quello che Annibale attraversò con i suoi elefanti in senso inverso, sarà un nodo cruciale per le rotte dell’immigrazione. L’alta val di Susa potrebbe diventare la Lesbo del 2018.

La marcia dei No Tav incontra i gendarmi francesi al colle del Monginevro. Tensione. Scoppiano i primi tafferurgli. Spintoni contro gli scudi. Poi i militari francesi lasciano passare il corteo che scende dal Monginevro verso Briancon, la prima città francese. Nella confusione, dietro i militanti dei centri sociali torinesi, prendono un passaggio verso la Francia una decina di migranti che si conquistano la meta del loro lungo viaggio e si dileguano rapidamente. Il tafferuglio del fine settimana potrebbe essere il primo di una serie di episodi simili. I militanti di Generation Identitaire arrotolano il loro confine simbolico a metà giornata e si allontanano con la rete arancione sotto il braccio evitando lo scontro con i No Tav italiani. Ma l’episodio preoccupa. In Francia scoppia la polemica. Il prefetto della zona, garantisce che «le forze dell’ordine seguono con attenzione e vigilanza lo svolgimento delle operazioni » . La deputata di sinistra Valerie Rabault accusa: « Lo Stato non può permettersi di “ seguire” iniziative inammissibili con lo stato di diritto » . In serata il ministro dell’Interno Collomb annuncia « rinforzi per evitare provocazioni ed incidenti garantendo il rispetto del controllo di frontiera».

Sul versante italiano la vicenda crea imbarazzo nell’estrema destra. Che se fosse francese approverebbe con entusiasmo l’operato degli impavidi montatori di reti di plastica ma che essendo italiana è costretta ad attaccarli: « I ragazzi di Generation Identitaire sembrano solo gli scagnozzi del presidente Macron e dei suoi gendarmi», si indigna Augusta Montaruli, deputata di Fratelli d’Italia. Per una volta tocca all’estrema destra nostrana trovarsi dalla parte sbagliata del muro: « Non ci stiamo all’idea che il confine dell’Europa siano le Alpi e l’Italia sia considerato un Paese dell’Africa».

Tra un mese, quando il disgelo aprirà al transito tutti i valichi dell’alta val di Susa, immigrazione e scontri ideologici potranno creare una miscelta esplosiva. Se nell’inverno i modi rudi della gendarmeria francese ( donne incinte trascinate giù dai treni, altre bloccate per ore in auto) dovevano scoraggiare questo scenario, hanno in realtà finito per crearne i presupposti. Ad aiutare i migranti sono arrivate sul confine le organizzazioni umanitarie. A contrastarli i neofascisti francesi e ad opporsi a questi ultimi i No Tav. « I francesi mi hanno promesso che torneranno a bloccare il confine » , riferisce l’eurodeputato Viotti. L’estate sarà calda.

Fonte: Paolo Griseri, LA REPUBBLICA

Il caso. «Negli anni Trenta fascisti e nazisti marchiavano i negozi degli ebrei. Oggi i neofascisti marchiano le case dei cittadini che si sono espressi contro il fascismo». 400 sindaci invitati a denunciare lo squadrismo e esporre l’adesivo nei municipi

L’intimidazione fascista è stata consumata durante la notte di due giorni fa. Sui citofoni, i cancelli e i portoni di casa di alcuni attivisti sono stati attaccati gli adesivi: «Qui abita un anti-fascista». Sull’immagine era stampato il simbolo del coordinamento civico «Rete Antifascista». La denuncia dell’attacco fascista è partita sui social network, quando le vittime hanno denunciato l’accaduto.

«ECCO COSA SUCCEDE quando si lasciano i neofascisti liberi di aprire sedi, fare manifestazioni e presentarsi alle elezioni, lasciando impunite le loro aggressioni squadriste – scrive Alessandro Caiani – Sciogliere subito CasaPound e Forza Nuova. A chi negherà l’esistenza del problema come successo di fronte a episodi ben più gravi e a chi penserà “se l’è cercata sicuramente”. No genietti, non me la sono cercata: sono i fascisti che vengono a cercarti prima o poi se li si lascia fare. Il fascismo è questo. P.S. l’adesivo intimidatorio “qui ci abita un antifascista” che hanno attaccato sul mio cancello l’ho lasciato lì perché, a differenza dei fascisti, posso non provare vergogna di quello che sono».

NEL MIRINO ANCHE l’Anpi. Luca Casarotti, vicepresidente del circolo “Onorina Pesce Brambilla” scrive su Twitter che “anche un componente del comitato della mia sezione Anpi ha trovato sulla porta di casa l’adesivo con la scritta sbarrata “qui ci abita un antifascista”. Lo stesso altri compagni, membri di organizzazioni o attivisti per proprio conto». «Non si perdono le vecchie abitudini» – si legge sulla pagina del circolo Anpi – un gesto che evoca i peggiori ricordi della Germania nazifascista. Non ci facciamo spaventare da questa intimidazione che è l’ennesima conferma del clima violento che sta crescendo anche a Pavia. Vicini e solidali con le compagne ed i compagni violati. Ora e sempre resistenza».

«SONO TORNATO A CASA e ho trovato l’adesivo attaccato al citofono. È un atto squadrista e chiaramente intimidatorio. Come amministratore pubblico dico che non dobbiamo lasciarci intimidire e dobbiamo continuare a dire a voce alta che siamo antifascisti» ha sostenuto l’assessore pavese alla Cultura, Giacomo Galazzo a cui è arrivata la telefonata di solidarietà e sostegno della presidente della Camera, Laura Boldrini, oggi in Liberi e Uguali, in città la sera prima del blitz per partecipare a uno degli eventi di chiusura della campagna elettorale.

«MI FA PARTICOLARMENTE piacere la telefonata della presidente Boldrini che non può intervenire pubblicamente a causa del silenzio elettorale, ma ha voluto esprimere la sua condanna contro questo gesto» ha spiegato l’assessore. «Vi serviranno troppi adesivi per appenderli a tutti i campanelli di Pavia – ha commentato il sindaco della città lombarda Massimo Depali.

«NEGLI ANNI TRENTA fascisti e nazisti marchiavano i negozi degli ebrei. Negli anni 2000 i neofascisti marchiano le case dei cittadini che si sono espressi pubblicamente contro il fascismo. Evidentemente le cattive abitudini non passano. Anche perché, sono gli stessi di allora, solo se la prendono con soggetti diversi – ha scritto Gabriele Duci sul suo profilo Facebook – Questo adesivo me lo sono meritato perché’ mi sono espresso pubblicamente, anche su questo gruppo, contro il fascismo. E continuerò a farlo più forte di prima, perché’ e’ il dovere di ogni cittadino democratico».

ALESSIO PASCUCCI, sindaco di Cerveteri e coordinatore de L’Italia in Comune, il partito dei sindaci nato il 3 dicembre 2017 che raccoglie oltre 400 tra sindaci e amministratori locali di tutto il paese parla «di un ennesimo atto di violenza da parte di chi oggi a Pavia ha riproposto immagini drammatiche con la ghettizzazione degli antifascisti». Pascucci ha deciso «di marchiare anche il mio comune con l’adesivo qui c’è un sindaco antifascista» e ha invitato io suoi colleghi sindaci a fare la stessa cosa nei loro comuni.

«SIAMO CONVINTI – sostiene – che l’antifascismo sia un principio cardine, un valore non negoziabile custodito nella Costituzione italiana che va difeso con forza dalle inaccettabili violenze di una frangia sempre più pericolosa che intende rievocare uno dei periodi più bui della nostra storia». Pascucci ha detto di avere ricevuto una telefonata da parte del presidente del Senato, e leader di LeU Pietro Grasso: «Si è complimentato per l’affissione alla porta del Municipio di Cerveteri della scritta “Qui c’è un sindaco antifascista”» ha detto.

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

MILANO. Così tanti fascisti tutti insieme nel centro città forse Milano non li vedeva dagli anni settanta. La Lega in piazza Duomo, Forza Nuova in corso Buenos Aires, Fratelli d’Italia in via Padova, Casapound in largo Cairoli.

AGLI ANTIFASCISTI PERÒ è stato impedito di muoversi in corteo. Se lo sono dovuti conquistare dopo una carica, i lacrimogeni sparati in mezzo al presidio e due ore di blocco in largo La Foppa.
Gli organizzatori puntano il dito contro il ministro dell’Interno Minniti. «Nonostante accordi su un percorso presi con lo Digos milanese è arrivato lo stop da Roma», dice chi ha trattato in piazza con i funzionari della Questura. Che comandasse la gestione romana su quella milanese era nell’aria, ma la rigidità con cui è stata gestita questa piazza ha lasciato sorprese e perplesse tutte le realtà che hanno partecipato all’iniziativa.
Verso le 15.45, quando i manifestanti hanno provato ad avanzare verso la parte opposta alla piazza di Casapound, sono stati bloccati dopo pochi metri dai manganelli e dai lacrimogeni della polizia.

MANGANELLATE SULLE PRIME file e un lancio di lacrimogeni fin dentro al presidio. «Io e la mia compagna incinta di quattro mesi ci siamo messi buoni buoni dietro gli strumentisti a chiacchierare con un signore dell’Anpi quando a neanche quattro metri ci è arrivato un lacrimogeno e siamo dovuti scappare via. Io non capisco, era tutto tranquillo, perché hanno lanciato lacrimogeni così?», dice un ragazzo a margine del corteo. Era un presidio misto, c’erano i centri sociali ma anche le associazioni storiche dell’antifascismo milanese, come Memoria Antifascista. C’erano decine di fazzoletti dell’Anpi, c’era Potere al Popolo, Liberi e Uguali, anche qualche consigliere comunale di centro sinistra. L’ordine pubblico però è stato gestito come se in piazza ci fossero manifestanti con caschi e bastoni. La chiusura è stata totale fino alle 17,30 quando i manifestanti si sono mossi a passo veloce verso la stazione Centrale, luogo simbolo dell’accoglienza dei migranti che arrivano a Milano. A quel punto la polizia ha lasciato andare.

PER GLI ORGANIZZATORI l’ordine da Roma è stato quello non far muovere gli antifascisti. «Prima ci hanno detto fino al termine del comizio di Casapound, poi è diventato fino al termine della manifestazione della Lega in piazza Duomo», dice Luciano Muhlbauer, storico esponente della sinistra milanese che ha seguito l’organizzazione della giornata. «Immaginavamo che l’ultima parola l’avesse il ministro Minniti, ma non ci aspettavamo questa rigidità». Entrambe le piazze, Lega e Casapound, erano anche geograficamente distanti dal presidio antifascista. «Ci hanno detto che siamo partiti cinque minuti prima del previsto», dice ancora Muhlbauer. «Poi però ci hanno tenuti fermi per tutto il pomeriggio». È anche una questione di rapporti di fiducia e specificità territoriali. Milano è una città dove le ultime manifestazioni si sono svolte senza problemi di ordine pubblico, la città dei 20 mila in corteo il 10 febbraio scorso dopo i fatti di Macerata. Ieri però la gestione è stata più rigida che mai e non c’è stata nessuna apertura verso i manifestanti antifascisti. 1.500 persone che sono rimaste in piazza fino alla fine, fino a quando a passo svelto il presidio è riuscito a muoversi verso stazione Centrale. Lo striscione di apertura diceva “Mai più razzismo e fascismo” con le foto dei migranti schiavi in Libia. “Chiudere i covi neri” era su scritto su un cartello, “odia la Lega” su un altro. Buona parte delle persone under 30, tanti gli studenti.

NEGLI STESSI MINUTI da piazza Duomo la Lega mostrava la sua nuova platea, sovranista e nazionalista. In piazza Duomo sono comparse bandiere leghiste con la fiamma tricolore. Un ragazzo con la spilla delle SS naziste, altri con i cappellini di Donald Trump: «Make America great again». La Lega è lo spazio politico a disposizione delle nuove destre, Salvini ha compiuto la mutazione da movimento secessionista a nazionalista. «Prima gli italiani», lo slogan scippato agli amici/rivali di Casapound. Questa del resto è l’Italia oggi, la campagna elettorale di questo 2018 tutta spostata a destra, con due partiti fascisti in competizione, Forza Nuova e Casapound, e uno razzista, la Lega, che ospita e diffonde il pensiero della destra più estrema. In tutti gli spazi a disposizione: media, banchetti, piazze. Oggi questo affollamento fascista era tutto elettorale, la destra vuole stare in Parlamento. Qualcuno al corteo antifascista diceva: «Loro si prendono i voti, noi le denunce».

FONTE: Roberto Maggioni, IL MANIFESTO

BRESCIA. Un vetro sfondato, libri buttati nel centro della stanza, pioggia di benzina sui mobili ed infine le fiamme. Erano circa le 3 del mattino di venerdì quando la libreria/enoteca del CSA Magazzino 47 di Brescia è andata in fumo a causa di un incendio doloso.

Non ci sono dubbi secondo i vigili del fuoco che si trattai di un atto doloso. Non hanno dubbi attiviste e attivisti del centro sociale che le mani responsabili dell’attacco siano fasciste, come sono state mani fasciste quelle che, una decina di giorni fa sempre a Brescia, hanno lanciato bombe carta dentro e fuori le casette occupate di via Gatti e che hanno dato fuoco a quattro macchine, oltre che tentare di bruciare diversi furgoni, al campo Sinti di via Orzinuovi. E non ci sono neppure dubbi che siano «gli stessi che inneggiano a Luca Traini, autore dell’attentato razzista di Macerata« come sostiene in un comunicato il Magazzino 47.

L’incendio non si è propagato oltre perché un attivista che dormiva all’interno dello spazio è stato svegliato dai latrati del suo cane ed è riuscito, prontamente, a dare l’allarme chiamando i pompieri. E non è nemmeno la prima volta che il centro sociale bresciano subisce attacchi incendiari, nel 2006 furono tre molotov a darlo alle fiamme e furono tre neofascisti, all’epoca militanti di Forza Nuova, ad essere condannati.

L’escalation di violenza razzista e fascista nella seconda città della Lombardia è in continuità con ciò che sta accadendo lungo tutta la penisola dove formazioni neo-fasciste si macchiano di aggressioni e provocazioni quasi quotidianamente. «I seminatori d’intolleranza e razzismo che hanno attaccato il centro sociale sono legittimati da chi governando crea un clima di paura nel paese e strumentalizza le azioni dei neofascisti, alimentando l’antica retorica dello scontro tra opposti estremisti, per poi attaccare e reprimere chi difende i valori dell’antifascismo e antirazzismo» dice Michele Borra del Magazzino47.

L’assalto al CSA arriva a poche ore dalla mobilitazione antifascista prevista per questa mattina alle ore 8 contro la provocatoria presenza di un banchetto di Forza Nuova nel quartiere interculturale del Carmine, che come ricorda il Consiglio di quartiere centro storico nord, con un comunicato stampa, è «abitato, vissuto e frequentato da molti migranti e con una certa sensibilità sociale e antifascista». Decine e decine di persone sono accorse al centro sociale sin dalle prime ore della mattina e sono arrivati centinaia di attestati di solidarietà da realtà autogestite della penisola, associazioni, case editrici indipendenti, autori, autrici e musicisti, così come da rappresentanti della politica istituzionale e partitica. La CGIL cittadina e il Sindaco Emilio del Bono, Partito democratico, condannano fermamente l’accaduto e richiamano alla necessità di «mantenere il confronto democratico». I militanti e le militanti del centro sociale hanno deciso di lasciare per alcuni giorni la libreria così come è stata ritrovata dopo l’intervento dei vigili del fuoco per mostrare il volto della violenza fascista a tutti i frequentatori dello spazio di via Industriale 10.

Per oggi, sabato, oltre alla manifestazione antifascista della mattinata è previsto anche il corteo delle comunità Sinti e Rom, ore 14.00 in Piazza Loggia, per denunciare l’aggressione da loro subita. Una manifestazione antirazzista, supportata da tante realtà cittadine tra le quali anche il CSA Magazzino47. L’anima antifascista di Brescia è subito chiamata ad una risposta chiara.

FONTE: Andrea Cegna, IL MANIFESTO

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