Fascismo-Antifascismo

neofascisti

Dopo i manifesti affissi in tutta la città che invitano a non fare l’elemosina ai mendicanti, iniziativa del vicesindaco leghista Pierpaolo Roberti, per la prima volta nel consiglio comunale della città entra Forza Nuova. Dal gruppo misto arriva, a far parte della compagine di Roberto Fiore, Fabio Tuiach.

L’ex boxeur è stato campione italiano pesi massimi leggeri nel 2007, lavoratore portuale, con un passato un po’ burrascoso, è entrato in consiglio nelle liste della Lega. Ha cominciato a farsi notare nel 2015 cavalcando la querelle sui topolini, i bagni-piattaforma di cui si servono i triestini per godersi il mare. Secondo una certa stampa locale erano occupati da gang balcaniche di giovani teppisti. Il classico caso montato da un piccolo episodio che ha dato da scrivere per diversi giorni e che ha dato molto spazio all’ennesimo «uomo forte». Tuiach ha chiamato alle armi (in realtà delle spugnette) e alla presenza numerosa per dissuadere le fantomatiche bande di pericolosi teen-ager dall’occupare questi baluardi della «giovine triestinità».

E tutta la destra locale si è aggregata attorno a Tuiach – i cui proclami a difesa dell’ordine e dell’identità vengono diffusi ad ogni episodio di cronaca – sostenendolo in iniziative come una ronda per controllare la stazione dopo che un uomo aveva simulato un’aggressione da parte di cinque stranieri per nascondere di essere stato colpito in realtà dalla moglie. Il suo principio base, sembra anche l’unico, è la contrapposizione fisica al pericolo, a difesa del suolo patrio e delle «nostre donne». Tra le sparate, si annotano quelle contro i gay oltre a «il femminicidio non esiste» e «Maometto è un pedofilo». Ha coinvolto il cantante Povia, col quale si trova assolutamente in sintonia, in una iniziativa a «tutela della famiglia tradizionale».

Quando esce dalla Lega, cacciato proprio per la sparata sul femminicidio, si accomoda nel gruppo misto e comincia a flirtare con Forza Nuova. Di lì il salto al consiglio comunale come viatico a quello regionale, attraverso le elezioni. Purtroppo, anche se potrebbe sembrare mero folklore, il bombardamento quotidiano ha aumentato la popolarità di Tuiach. È stato sul cammino di Santiago de Compostela che ha avuto la folgorazione per la fede e scelto di fare politica. Ha chiamato il figlio Jesus e si è tatuato la Madonna su una mano. Dalla difesa dei topolini, le piattaforme che danno sul mare, al consiglio comunale: un passaggio non da poco. Eppure già nell’estate 2015 un post su Giap, il blog dei Wu Ming, dal titolo «Spugnette a nord est», avvertiva del pericolo che oggi si va concretizzando.

Ma non c’è solo Trieste. Un’altra città dove questo vento di destra continua a spirare è Gorizia. A seguito della manifestazione Humanity Welcome di sabato scorso non sono mancate le parole ostili del sindaco, Rodolfo Ziberna, contro chi predica e pratica l’accoglienza. Ha accusato tutti i promotori del corteo di «essere degli irresponsabili e di aver creato un grosso disagio ai commercianti, proprio nel weekend prima di Natale e di aver messo a repentaglio lo shopping natalizio». Medici Senza Frontiere ha messo a disposizione una tensostruttura aperta dalle 19 alle 9 del mattino, gestita dalla Caritas, che offre riparo a una sessantina di persone che prima si rifugiavano nella galleria Bombi, ora chiusa. Attacchi anche contro di loro.

E paradossalmente succede che nel consiglio comunale di Gorizia, dove non ci sono di consiglieri di gruppi di chiara connotazione fascista come Forza Nuova, non manchi mai un saluto romano. Platealmente esibito dal consigliere di Forza Italia Fabio Gentile, che a ogni chiamata ha una reazione incondizionata che lo porta ad alzare il braccio destro teso e salutare romanamente.

FONTE: Ivan Grozny Compasso, IL MANIFESTO

Vengono in mente lontane parole di Carlo Levi guardando alcune immagini della manifestazione di Como, con quei volti di ragazzi: « Uomini nuovi, giovani nuovi ripensano nuovi pensieri che sono i nostri » . Sono parole del luglio del 1960 e naturalmente non vi è un rapporto immediato con l’oggi: Levi commentava così l’appassionata e inaspettata partecipazione di migliaia di giovani alle manifestazioni antifasciste contro il congresso nazionale del Movimento sociale italiano. Un partito che si richiamava anche nel nome alla Repubblica sociale italiana del 1943- 45 e dava allora un sostegno determinante al governo guidato da Fernando Tambroni, intriso di tentazioni autoritarie. Quel congresso si sarebbe dovuto tenere a Genova, medaglia d’oro della Resistenza, e in quella città la mobilitazione iniziò con un vibrante comizio di Sandro Pertini: l’antifascismo scese in piazza compatto ma fu quella inaspettata partecipazione a segnare quelle giornate in tutta Italia. Chi sono — si chiedeva ancora Levi — quei giovani che « in questi giorni hanno cambiato, inattesi, le vicende, messo in moto una realtà che sembrava stagnante, corrotta, senza uscite né speranze? » . C’era davvero di che stupirsi, e per capirlo basta dare uno sguardo alle fotografie delle manifestazioni: in molte di esse, affollate da operai, ex partigiani, militanti comunisti e socialisti, risaltavano con forza anche le “magliette a strisce” allora di moda fra i giovani. I giovani di un’Italia che cambiava, l’Italia del “miracolo economico”.

Fu detto un no alto e forte al neofascismo, in quelle giornate, e dovette dimettersi il governo che aveva sfidato le manifestazioni e insanguinato le piazze ( dieci furono le vittime). Quei giovani poco sapevano del regime mussoliniano — i programmi scolastici si fermavano alla prima guerra mondiale — ma nei mesi successivi iniziarono ad affollare i corsi di storia sul ventennio e sulla Resistenza che si tennero nelle principali città italiane, animati da moltissimi storici e testimoni ( e quelle lezioni confluirono in libri a lungo preziosi).

Ovviamente, come s’è detto, non è possibile nessun paragone con l’oggi ma non va dimenticato che quei giovani erano inizialmente apparsi alla sinistra del tempo tanto incomprensibili quanto le appaiano ora. Altrettanto sconosciuti e inconoscibili, cresciuti con altre culture e immagini: sempre più « nutriti sulle strisce dei fumetti, imbottiti di comunicazioni visive a scapito della pagina stampata», per dirla con Umberto Eco. E fu appunto Eco a farci capire che quelle culture non erano necessariamente strumento di “integrazione”, come si diceva, nel sistema dominante.

“ Perché così giovani”, titolava allora l’Espresso, e si chiedeva «come mai la gioventù è oggi pronta a scendere in piazza». Sono insorti anche contro le miserie dei nostri giorni, osservava, contro «la voracità e l’inefficienza della classe dirigente», e non era molto diversa l’analisi di una stimolante rivista di allora, Passato e Presente (animata da Antonio Giolitti, Luciano Cafagna, Alberto Caracciolo, Claudio Pavone e altri): «Si sono battuti soprattutto per la libertà» ma «più per una libertà da conquistare che da difendere ».

Sta qui la chiave centrale, e così è stato in tutte le occasioni in cui i giovani hanno “riscoperto” l’antifascismo rinnovandone i contenuti e le ragioni. E proprio il luglio del 1960 ci fa capire meglio le drammatiche difficoltà dell’oggi: la difficoltà a “ricostruire conoscenza” evocata su queste pagine da Umberto Gentiloni ma anche la difficoltà o l’assoluta incapacità della sinistra di ridisegnare un futuro possibile. Di proporre quella “libertà da conquistare” e quella “ società da costruire” che furono sempre, sin dal 1943-45, il cemento più solido dell’antifascismo. Se a questo si pensa ci appaiono ancor più gravi e irresponsabili l’afasia e l’incapacità di progettare il futuro di quel che resta della sinistra, il suo essersi profondamente deformata. Il suo aver smarrito la propria vera ragione d’essere.

Nel luglio del 1960 un giovane che aveva partecipato alla manifestazione romana di Porta San Paolo, duramente attaccata dalle jeep della polizia e dai carabinieri a cavallo, rispondeva così a un giornalista comunista che gliene chiedeva le ragioni: « Sono antifascista perché sono moderno » . Ci rifletta almeno per un attimo la sinistra vecchia o precocemente invecchiata, arcaica e rancorosa dell’oggi: le sorti in gioco non sono solo le sue.

 

Fonte: Guido Crainz, LA REPUBBLICA

Guido Crainz ha insegnato Storia contemporanea all’Università di Teramo. Il suo ultimo libro è “Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi” (Donzelli Editore, 2016)

C’è anche Renzi, ma il bagno di folla non è per lui. E dal palco arrivano le critiche alle politiche migratorie del governo

COMO. «Un radicale cambiamento della politica del governo italiano e dell’Unione Europea a proposito delle migrazioni» lo ha invocato dal palco Annamaria Francescato, portavoce della rete Como Senza Frontiere, rivolgendosi ieri alle migliaia di persone presenti alla manifestazione sul lungolago di Como contro le violenze e le intimidazioni neofasciste.

LA PAROLA È POI PASSATA ai ragazzi che hanno letto alcune testimonianze di condannati a morte della Resistenza e di deportati nei campi di sterminio. Ultima a parlare la vittima dell’aggressione di Ostia, il giornalista della trasmissione Rai Nemo Daniele Piervincenzi che ha letto le parole del presidente Pertini.

CONVOCATA DAL PARTITO Democratico (su suggerimento di Walter Veltroni) immediatamente dopo l’irruzione dei militanti del Veneto Fronte Skinhead alla riunione della rete antirazzista comasca, la mobilitazione «contro ogni fascismo e ogni intolleranza» ha portato a Como lo stato maggiore del Pd, con il segretario Matteo Renzi, vari ministri e deputati democratici, la presidente della Camera Boldrini, la leader Cgil Camusso e tanti iscritti al Pd, ai sindacati, all’Anpi e alle varie sigle della sinistra istituzionale. Tutti presenti, a sinistra. Come confermato subito dal primo intervento, serpeggiavano i malumori verso le politiche migratorie del Pd. Dal palco infatti, Annamaria Francescato, presente anche durante l’irruzione neofascista, ha rivendicato l’impegno della rete Como Senza Frontiere nel «cambiare radicalmente la percezione del fenomeno migratorio», criticando le politiche che subappaltano la gestione dei flussi a regimi del terrore e il «tentativo di criminalizzare le organizzazioni non governative». In risposta alle intimidazioni squadriste, la portavoce si è scagliata contro la «propaganda fascista, nazista e razzista» perché «negazione delle idee, dei fondamenti stessi della Repubblica Italiana e più in generale della democrazia». A conclusione del suo intervento, un minuto di silenzio in memoria delle vittime innocenti nel Mediterraneo, finito con un fragoroso applauso.

Sulla piazza di Como a prevalere erano le bandiere del Pd e quelle tricolori dell’Anpi accanto a quelle rosse di Sinistra italiana, Rifondazione comunista e Cgil, che sventolavano vicino a qualche cartello contro il ministro Minniti. Hanno aderito anche Liberi e uguali e Campo progressista.

«SIAMO OLTRE 10MILA», hanno stimato gli organizzatori. «È una bellissima giornata. Siamo qua contro ogni forma di intolleranza», ha commentato Renzi. Prima di raggiungere la piazza, la presidente della Camera Boldrini ha sottolineato: «Ci sono ambienti nel nostro paese che hanno sempre voluto essere indulgenti nei confronti del fascismo, parlando di un fascismo buono e un nazismo cattivo. Ma non ci sono sconti possibili» e «essere qui è un dovere di tutte le forze democratiche». E Camusso ha ricordato: «Nella Costituzione c’è il divieto della ricostruzione del partito fascista. Li si è lasciati crescere e presentare alle elezioni, si è continuato a dire ’sono ragazzate’ mentre siamo di fronte a un fenomeno di intimidazione diffuso».Insomma una folla variegata ha risposto così alle provocazioni della sezione comasca di Forza Nuova che ha dovuto rinunciare al concomitante contro-presidio. I suoi militanti si sono radunati presso l’hotel Palace in riva al lago, presidiato durante tutta la mattinata dai blindati della polizia.

ASSENTI INVECE sia il sindaco di Como Mario Landriscina, eletto con una civica di centrodestra, sia il Movimento 5 Stelle. Luigi Di Maio ha tagliato corto: «Abbiamo già espresso la nostra condanna, non c’è bisogno di partecipare a quella la manifestazione, è una strumentalizzazione del Pd».

FONTE: Alessandro Pirovano, IL MANIFESTO

Tutti in corteo oggi a Como per dire no a ogni forma di intolleranza e nuovo fascismo. Alla manifestazione «È questo è il fiore» (un verso di Bella ciao), nata dopo un blitz contro le associazioni di aiuto ai migranti di Veneto Fronte Skinheads, hanno aderito Pd, Mdp, Campo progressista, Liberi e uguali, insolitamente insieme in piazza. Ci saranno anche singoli esponenti di altri partiti, Anpi (con la presidente nazionale Carla Nespoli), Anci, Arci, associazioni, sindacati ( la Cgil con in testa la segretaria Susanna Camusso). Ci sarà anche Matteo Renzi, ed è anche per questo che M5s diserta l’appuntamento: «È una strumentalizzazione del Pd». Presente anche Laura Boldrini e il governo al gran completo: i ministri Martina, Madia, Pinotti, Fedeli, Delrio e Orlando. Vietata la «contropiazza» di Forza Nuova che si riunirà in un hotel in mattinata.

FONTE: IL MANIFESTO

Un’aggressione compiuta per intimidire un mezzo di informazione. E’ quanto ha fatto ieri pomeriggio una dozzina di militanti di Forza Nuova che, mascherati e con in mano dei fumogeni, hanno inscenato un blitz sotto la redazione romana di Repubblica. Il gruppetto, che sventolava una bandiera di Forza Nuova, ha letto un volantino e intimidito giornalisti e dipendenti del quotidiano. Alcuni manifestanti hanno esposto uno striscione con scritto «Boicotta Repubblica e l’Espresso». Un redattore del giornale che stava entrando in redazione ha sfidato i fascisti a mostrare la faccia, invito raccolto solo da una ragazza subito richiamata all’ordine dagli altri. «Oggi è stato solo il primo attacco contro chi diffonde il verbo immigrazionista, serve gli interessi delle Ong, coop e mafie varie. Roma e l’Italia si difendono con l’azione spalla a spalla, se necessario a calci e pugni», ha rivendicato più tardi Forza Nuova con un post sul suo sito. Parole confermate anche dal leader della formazione fascista Roberto Fiore, per il quale quello di ieri è «il primo atto di una guerra politica contro il gruppo Espresso e contro il Pd. Stanno portando avanti un’opera di mistificazione e criminalizzazione che vuole mettere fuori gioco Forza Nuova».

In un comunicato i Cdr di Repubblica e dell’Espresso parlano di «un gravissimo e inaccettabile atto contro la libertà di stampa», mentre attestati di solidarietà al giornale sono arrivati dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e dal ministro egli Interni Minniti. «Quel passato non tornerà», ha twittato invece il segretario del Pd Matteo Renzi, mentre condanna per quanto avvenuto è stata espressa anche da esponenti di Forza Italia. Solidarietà ai colleghi di Repubblica anche dal manifesto.

FONTE: IL MANIFESTO

E così anche i naziskin del Veneto Fronte Skinhead hanno avuto i loro 15 minuti di celebrità, prendendosi le prime pagine di siti, giornali, radio e Tv. Non per aver spaccato qualche testa, abitudine ancora di casa come testimonierebbero alcune aggressioni recenti come quella dell’agosto scorso a Mantova con il pestaggio di un ragazzo di sinistra fuori da un bar. I naziskin si sono visti rilanciare il loro monologo contro immigrazione e integrazione con un blitz dentro la sede di «Como Senza Frontiere», associazione che di immigrazione e integrazione si occupa. In una città, Como, che si è riscoperta città di frontiera con il blocco dei migranti da parte della Svizzera.

I naziskin hanno fatto irruzione durante la riunione settimanale del gruppo, presenti soprattutto donne e over 50. Sono entrati, li hanno circondati e hanno imposto la lettura del loro documento. «Nessun rispetto per voi traditori della patria» hanno detto agli impauriti volontari. Che non hanno reagito, spiazzati e bloccati. «Sì abbiamo avuto paura, ci siamo sentiti smarriti» racconta Annamaria Francescato, portavoce di «Como Senza Frontiere». «Siamo persone pacifiche e non violente, ci hanno colti di sorpresa. Poco dopo le 21.30 abbiamo sentito dei rumori, pensavamo fosse qualcuno di noi in ritardo e invece erano le teste rasate con i bomber neri».

I militanti skinhead, una quindicina, saranno denunciati per violenza privata. Quattro sono già stati identificati, sono comaschi vicini anche alla curva del Como e noti alla polizia. Non sarà difficile identificare anche gli altri vista l’abbondanza di foto e video fatti sia dai volontari dell’associazione, sia dai naziskin stessi che hanno capito come funzionano propaganda e comunicazione nel 2017. A inizio novembre hanno aperto la pagina Facebook «VFS – associazione culturale» e iniziato la loro campagna pubblica fatta in un primo momento di striscioni contro le Ong impegnate nel salvataggio dei migranti e ora con blitz nelle sedi di associazioni che si occupano di immigrazione.

Per intimidire e accreditarsi nel penoso dibattito pubblico nazionale. Il circo mediatico non aspetta altro e li insegue come fossero, appunto, una novità. Una volta con le loro sigle ufficiali, un’altra mascherati da associazione di cittadini indignati. Fenomeni da indagare, su cui fare inchiesta, non da rincorrere per fare audience. L’altra mattina il rappresentante dei naziskin era ospite in Rai a «Uno Mattina» dove ha spiegato cosa pensa di immigrazione, integrazione e Ius Soli. I gruppi neofascisti, complice questo sdoganamento mediatico, diffondono le loro strategie comunicative e la loro propaganda. In un paese impazzito, dove il pensiero fascista è in diverse forme ogni giorno in radio e Tv. Così i loro temi, da minoranza sono diventati mainstream, popolari, uno su tutti la sostituzione etnica dei popoli europei con quelli africani, una follia dimenticata dalla storia fino a qualche anno fa e oggi sdoganata a reti unificate da Matteo Salvini.

A differenza di Casapound, Lealtà e Azione e Forza Nuova, i naziskin del Veneto Fronte Skinhead hanno intenzione di restare extraparlamentari e non si intravedono movimenti elettorali. A Como il sindaco di centro destra molto vicino alla Lega, Mario Landricini, sta zitto. Un mese fa si era reso protagonista di una brutta vicenda dichiarando il lutto cittadino per la morte tragica di alcuni bimbi stranieri solo a poche ore dai funerali e dopo le proteste di associazioni, del quotidiano locale «La Provincia» di Como e del centrosinistra.

È vero, fanno paura i nazisti col bomber e la testa rasata, ma ne fanno altrettanta i politici imprenditori della paura, che stanno nei consigli comunali, fanno i sindaci, i parlamentari e gonfiano i loro consensi sulla paura e il razzismo. E fanno paura quegli italiani disponibili ad accettare questa narrazione. Gli antifascisti si ritrovano soli e sempre più isolati e la barriera dell’antifascismo, picconata per anni anche da certa sinistra, è quasi venuta giù.

FONTE: Roberto Maggioni, IL MANIFESTO

casa pound

Relazioni pericolose. All’indomani del voto «Il Tempo» ha aperto con un titolo che proclamava «la marcia su Ostia»

Il «caso Ostia» non rappresenta solo l’inquietante prospettiva che in un territorio segnato dall’abbandono da parte della politica, e dalla contemporanea presenza di una sorta di welfare malavitoso, l’estrema destra possa fare significativamente breccia. C’è un altro indizio importante che è arrivato dal voto del litorale romano e che non riguarda tanto la condizione di marginalità sociale che si vive nelle periferie e le conseguenze che tutto ciò può avere in termini di rappresentanza locale, quanto piuttosto l’esito politico più generale che può produrre.

I POCO MENO DI 6000 VOTI che Casa Pound ha raccolto domenica scorsa, molti dei quali arrivati dalle case popolari di Nuova Ostia e di Acilia, potrebbero infatti risultare decisivi nel ballottaggio che il 19 novembre vedrà contrapposte la candidata del M5S Giuliana Di Pillo e quella del centrodestra, in quota Fratelli d’Italia, Monica Picca, distanziate al primo turno di soli 2309 consensi. Del resto, al di là delle schermaglie che hanno accompagnato la vigilia delle elezioni nel X municipio della capitale, con i «fascisti del terzo millennio» impegnati a sfidare in particolare la lista che si rifà a Giorgia Meloni, proprio per una rischiosa, in termini di consensi, contiguità ideologica, su temi quali immigrazione, rom e «preferenza nazionale», «destra» e «estrema destra» hanno agitato slogan e argomenti del tutto sovrapponibili.

COSÌ NON STUPISCE che all’indomani dell’esito del voto, il quotidiano di destra della capitale, Il Tempo, abbia aperto con un titolo che riproducendo la grafica dei manifesti dei neofascisti, proclamava «la marcia su Ostia». E con una lunga lettera del leader di Cpi sul litorale, Luca Marsella – che ricordava anche le precedenti affermazioni elettorali degli estremisti, da Bolzano a Lucca passando per Todi – in provincia di Brescia, a Trenzano il sindaco 39enne Andrea Bianchi, eletto nel 2013 con il centrodestra ha appena aderito a Casa Pound.
Uno sviluppo che può essere considerato come un elemento preoccupante a se stante o come parte di una ulteriore deriva più complessiva in atto nel paese. Di cui l’estrema destra rischia di essere solo la componente più visibile. Ma potenzialmente decisiva.

CRESCIUTA NEGLI ANNI dell’egemonia culturale e politica del «centro-destra» guidato da Silvio Berlusconi, della cui prolungata affermazione si è giovata sia sul piano dei ripetuti tentativi di legittimazione storica che nello «sdoganamento» di un armamentario propagandistico aggressivo – dal revisionismo pop sul Ventennio mussoliniano fino all’imprenditorialità politica della xenofobia e del risentimento -, l’ultima stagione dell’estrema destra italiana si è in gran parte sviluppata all’ombra del «berlusconismo». Di cui ha finito per costituire, nella prospettiva di una «destra plurale» che è riuscita a trasformare le proprie apparenti contraddizioni nelle diverse facce di una medesima proposta di società, una sorta di avanguardia giovanile e sociale. Uno scenario già emerso nel recente passato, ma cui la crisi economica da un lato e la ritrovata unità della destra politica dall’altro, offrono una rinnovata attualità.
Nel caso specifico di Casa Pound, si è perso il conto della partecipazione di esponenti governativi della coalizione berlusconiana – seguiti a dire il vero fino ad oggi anche da diversi nomi della sinistra e del giornalismo indipendente – che hanno varcato il portone del palazzo di via Napoleone III, occupato dal 2003, per partecipare alle iniziative dei «fascisti del terzo millennio».

SUL PIANO PIÙ SQUISITAMENTE politico, nel 2005 gli ideatori dello «squadrismo mediatico» sostennero, al pari di tutto il centrodestra, la Lista Storace alle regionali del Lazio e in seguito entrarono a far parte del Movimento Sociale Fiamma Tricolore che nel 2006 appoggiava Berlusconi. Con il passare del tempo è però con la Lega, dopo la virata sovranista e filo Le Pen di Matteo Salvini, che Casa Pound stringerà una salda per quanto effimera alleanza. Nel 2014 i neofascisti sostengono la campagna elettorale europea, risultata vincente, del leghista Mario Borghezio. L’anno successivo, il numero 2 di Cpi, Simone Di Stefano, è sul palco di piazza del Popolo a Roma insieme a Salvini e Meloni al termine della manifestazione dei sovranisti contro Renzi e parla della nascita «di un nuovo fronte politico». «Condividiamo ogni singola parola del progetto di Salvini – presentato come l’unico vero leader della destra – e in particolare i tre capisaldi: no euro; stop immigrazione; prima gli italiani», dichiara Di Stefano.

OGGI, DOPO LO STRAPPO intervenuto in seguito con la Lega, lo stesso esponente di Cpi, in occasione della chiusura della campagna elettorale ad Acilia, ha attaccato Salvini chiedendosi «gli avete visto mai un tricolore in mano? No, perché la Lega è rimasta quella di un tempo…». Questo, malgrado i leghisti si siano in realtà spinti sempre più in là in direzione dell’estrema destra – tra l’altro eleggendo nel Municipio 8 di Milano Stefano Pavesi, del gruppo di Lealtà e Azione, nato come emanazione dei neonazisti Hammerskin.

Perciò, al di là delle querelle sulle bandiere, anche se non è ancora e forse non sarà mai la base per una coalizione elettorale, perlomeno in modo esplicito, è possibile che quel «prima gli italiani» sia già uno stendardo sufficientemente solido, e comune, per far confluire dalla stessa parte consensi raccolti in modo diverso. A cominciare da Ostia.

FONTE: Guido Caldiron, IL MANIFESTO

Estrema destra. Si è insediata pian piano da queste parti, dando corpo a quell’idea di «sindacato del popolo» che prende forma nella distribuzione di generi alimentari alle famiglie italiane ma anche nella continua denuncia delle malefatte di immigrati e rom

Chissà cosa avrebbe detto Pasolini. Lui che nel 1962, per rispondere a due lettori di Vie Nuove preoccupati della diffusione dell’estrema destra, scriveva «non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società». Chissà cosa avrebbe detto camminando oggi per le strade di Ostia, emblema non tanto dell’affermazione elettorale di Casa Pound – a vincere davvero nel municipio del litorale romano è stata l’astensione – quanto piuttosto della sua piena «normalizzazione».

Per una sorta di tragica ironia, proprio la strada da cui i fascisti del terzo millennio hanno dato l’assalto alla città-quartiere, via Pucci Boncampi, dove hanno aperto prima un pub e quindi una sede, si trasforma dopo qualche isolato in via dell’Idroscalo. E dai locali in cui si elogia «il buono del fascismo» conduce al monumento che ricorda l’assassinio del poeta, il 2 novembre del 1975, che lo scorso anno fu danneggiato da un’azione rivendicata da altri fascisti, quelli di Militia.

L’Idroscalo è un punto di arrivo, all’estremità nord di un lungomare che da allora si è riempito di stabilimenti, ristoranti, locali. Neanche il porto turistico c’era ancora, a quell’epoca. Yacht e scafi da crociera ancorati e poche centinaia di metri dalla striscia rossiccia e ininterrotta delle case popolari dell’Ater costruite in mezzo alla campagna e dai palazzi di Nuova Ostia, quelli stretti intorno a piazza Gasparri, vuota, si direbbe quasi abbandonata, con i giardinetti malconci che montano la guardia al degrado. Lungo l’arco di un paio di chilometri qui Ostia si è rifatta il trucco e la movida un tempo vincolata alla riviera sud di quello che nel 1940 fu inaugurato come Pontile del Littorio, si è spalmata a pochi passi dalla battigia. All’interno però, poco o nulla è cambiato. Decine di migliaia di persone strette in un quadrilatero d’asfalto che corre parallelo al mare, quasi una città nella città, il cuore popolare del Lido.

«Noi, periferia di nessuno», ha scritto sui suoi depliant un candidato indipendente. E in effetti più che le periferie urbane della Tuscolana o della Casilina, questa parte di Ostia potrebbe far pensare a certi quartieri di Bari o di Pescara, forse di Napoli. Il «mare d’inverno» della canzone, quello dove «non viene mai nessuno a trascinarmi via».

Se il confine tra politica e malaffare è spesso molto sottile, qui a volte è scomparso del tutto, con il municipio sciolto per mafia, l’ex presidente Pd condannato in primo grado, e due clan, i Fasciani e gli Spada che stando alle cronache giudiziarie, hanno cercato di spartirsi i soldi facili arrivati con la gentrificazione. E proprio un membro della famiglia Spada alla vigilia del voto ha postato su facebook quello che aveva tutta l’aria di essere un messaggio di sostegno a Casa Pound.

Tra abbandono e crisi dei partiti tradizionali, qualcosa è però cambiato anche da queste parti. Lo si capisce subito percorrendo a ritroso le vie del quartiere dal centro verso l’Idroscalo. I «faccioni» di Luca Marsella, il candidato di Casa Pound a presidente del municipio, e di Carlotta Chiaraluce, capolista di Cpi, incartano letteralmente i muri del mercato popolare di via Orazio dello Sbirro. Lungo le strade del quartiere ci sono solo loro e lo sguardo di Pietro Malara, «nelle forze dell’ordine da oltre 20 anni» e candidato di Fratelli d’Italia che occhieggia con i suoi flyer da quasi tutte le cassette della posta.

Il comitato elettorale di Monica Picca, insegnante di Fiumicino e candidata-presidente per il partito di Giorgia Meloni, è lì a due passi, non lontano da un altro mercato dove gli ambulanti bengalesi vendono i cd dei neomelodici napoletani che spopolano anche qui. Picca andrà al ballottaggio con la candidata del M5S, ed è probabile che allora i voti raccolti da Marsella peseranno ancora di più. Del resto i punti di contatto tra «il centro-destra» e «l’estrema destra» non mancano. «Senza mafia, nomadi, immigrazione selvaggia e degrado», annuncia il programma di Picca, che promette di «fare altrove i centri d’accoglienza». «Penseremo prima agli italiani», «impediremo i mercatini rom abusivi e rimuoveremo ogni insediamento di stranieri», replica quello di Marsella.

Pressoché nel vuoto, Casa Pound si è insediata pian piano da queste parti, dando corpo a quell’idea di «sindacato del popolo» che prende forma nella distribuzione di generi alimentari alle famiglie italiane ma anche nella continua denuncia delle malefatte di immigrati e rom. Di questo modello, che si ispira esplicitamente ai greci di Alba Dorata, la chiusura della campagna elettorale ha però mostrato anche l’altro volto, quello che accompagna il «sociale».

In una piazza del Villaggio San Giorgio di Acilia, un agglomerato di case popolari sorto nel 1948 per accogliere gli esuli giuliano-dalmati e che nel frattempo è stato riacciuffato dalla città con una serie di casette a schiera costruite tutto intorno, dove al tramonto piccoli cani abbaiano nervosi dietro grandi cancelli, accanto ai candidati del X municipio c’era anche il «vicepresidente nazionale di Casa Pound» Simone Di Stefano. Dopo aver ammonito quelli che dipingono gli appartenenti al movimento come dei «mostri», Di Stefano ha lamentato la presunta disinformazione operata dalla stampa spiegando come «oggi sul Fatto c’è uno che racconta che quelli di Casa Pound gli menano ogni giorno… eppure è ancora vivo». Il tutto prima di annunciare come dopo Ostia Cpi guardi al parlamento. Per fare cosa? Più o meno questo: «Avere 10/15 eletti pronti a prendere per la cravatta i traditori della patria e cacciarli via a pedate».

Quando nel 2012 i deputati di Alba Dorata entrarono per la prima volta nel parlamento di Atene lo fecero marciando in formazione militare e ammonendo i presenti: «State attenti, stiamo arrivando. I traditori della patria devono cominciare ad aver paura».

A Ostia, come in tanti altri territori della crisi, il vecchio fascismo si veste del «prima gli italiani» per tentare di trasformarsi in senso comune. Forse Pasolini ci aveva visto giusto.

FONTE: Guido Caldiron, IL MANIFESTO

ROMA. La marcetta su Roma il prossimo 28 ottobre, a 95 anni da quella che servì come forzatura a Mussolini per imporsi al governo e che dette avvio al Ventennio fascista, ci sarà. Il leader di Forza Nuova ha risposto ieri sera, dalla sua bacheca Facebook, al divieto imposto dal Viminale, ribadendo che la manifestazione resta confermata, anche senza autorizzazione della questura di Roma.

LA RICHIESTA della piazza per la verità non era ancora arrivata ieri, quando il ministro dell’Interno Marco Minniti ha preventivamente dato disposizioni perché non fosse concessa alcuna autorizzazione. «Le dichiarazioni di Minniti dimostrano una volontà anti-storica e anti-italiana tipica di un governo sulla via del tramonto», ha risposto Roberto Fiore.

Lo stesso Fiore, in una specie di auto-intervista postata sempre sulla sua bacheca Fb, spiega anche che in ogni caso la sfilata del 28, inizialmente convocata «per dire no allo ius soli e fermare gli stupri degli immigrati», non doveva essere letta come una protesta contro il titolare degli Interni. «Non è contro Minniti ma piuttosto contro Soros», precisava, intendendo il miliardario George Soros accusato dai neofascisti di finanziare le ong umanitarie che fanno soccorsi a mare di migranti nel Mediterraneo.

FORZA NUOVA ha leggermente cambiato la motivazione della chiamata a raccolta. Prima aveva detto che non si trattava di una marcia «filofascista o nostalgica ma solo patriottica», ora, dopo il divieto, dice che sfilerà all’Eur «per la libertà d’espressione». L’appuntamento è per le 15, con partenza alle 16 da piazzale Pier Luigi Nervi, nel quartiere dell’Eur, costruito dal regime e ancora pieno di fasci littori e simboli fascisti, con recente scandalo della rivista più «cool» della Grande Mela, il New Yorker, che proponeva di abbatterli.

I forzanuovisti sostengono di aver già organizzato una cinquantina di pullman da altre città, che dovrebbero convergere a Roma nella data prefissata, scimmiottando così la pagliacciata di Mussolini e dei suoi ras più sanguinari, che quasi un secolo fa utilizzarono i treni, quasi tutti fermati fuori dalla capitale. Tenuti fuori dal centro storico e dai palazzi del potere dove si stavano concludendo le manovre giolittiane per dare l’incarico di formazione del nuovo esecutivo a Benito Mussolini, i camerati si sfogarono sul quartiere rosso e operaio di San Lorenzo, messo a ferro e fuoco, dove i morti della resistenza furono almeno quattro.

L’ANPI nazionale per il prossimo 28 ottobre rievocherà quei trascorsi con una lezione di storia nell’aula Giulio Cesare del Campidoglio alla quale parteciperà la prima cittadina Virginia Raggi insieme a esponenti di varie forze politiche. Mentre Pippo Civati di Possibile torna a chiedere lo scioglimento di Forza Nuova come organizzazione parafascista e quindi che viola «la Costituzione, la legge Scelba e la legge Mancino».

Anche Emanuele Fiano, deputato Pd, padre del ddl, approvato finora in prima lettura alla Camera, che allarga le fattispecie punibili per il reato di apologia del fascismo, ha definito la marcia convocata da Forza Nuova «una provocazione, offensiva e pericolosa».

LA SINDACA Raggi con un twitter aveva già dichiarato che la marcia «non può e non deve ripetersi». Nicola Fraoianni, segretario di Sinistra Italiana, dice di «prendere atto delle parole del ministro dell’Interno sulla possibile manifestazione neofascista del 28 ottobre a Roma» e aggiunge che il suo partito verificherà «se le parole di Minniti diventeranno atti concreti» .

Non è ancora chiaro se singole sezioni romane dell’Anpi o gruppi antifà organizzeranno nei prossimi giorni una contro manifestazione.

FONTE: Rachele Gonnelli, IL MANIFESTO

ROMA. Prendete l’ingresso di una palazzina popolare in una periferia qualunque di Roma, trasformatelo in un non-luogo, avulso da ogni relazione sociale e ogni tipo di contesto, e fatene il set di uno teatrino razzista: «Roma ai romani», «Tolgono le case agli italiani per darle agli stranieri», «Il popolo italiano finalmente si ribella». Una cosa del genere è accaduta qualche giorno fa in via Giovanni Porzio, al Trullo, nel quadrante sud-ovest della capitale, quando un manipolo di estremisti di destra ha impedito che una casa popolare venisse consegnata alla famiglia che ne era legittima assegnataria. Tra di essi compariva Giuliano Castellino, volto noto del neofascismo romano con qualche inciampo nella droga (un paio d’anni fa nella sella del suo scooter venne ritrovato un etto di cocaina) e il tentato abboccamento nella destra di governo (c’era lui dietro l’operazione de Il Popolo di Roma, che all’epoca di Gianni Alemanno doveva costituire la base militante della scalata dell’allora sindaco al potere).

E ALLORA CONVIENE FARSELO, un giro al Trullo, per scoprire che quello della borgata in preda alla «guerra tra poveri», via di mezzo tra la legge della giungla e il codice del ghetto, è soltanto uno stereotipo. Tanto per cominciare, di Trullo ce ne stanno almeno due. Da una parte c’è la collina di Monte Cucco, dove sorgono le palazzine in cortina dell’Ater, teatro del raid xenofobo dell’altro giorno. Da qui, scorgendo oltre qualche ettaro di agro romano, si vede il «colosseo quadrato» dell’Eur. Il Palazzo della Civiltà italiana che si erge in mezzo alla zona residenziale e degli affari che per conformazione sociale e tradizione politica poco ha a che fare con la Roma popolare. «Pare un pezzo di Roma Nord catapultato da queste parti», dicono gli abitanti. Monte Cucco viene a sua volta percepito come un luogo a parte, circostanza abbastanza frequente nella Roma scollata e disunita frutto di decenni di urbanistica dissennata.

Nell’arcipelago di enclave che a volte pare essere diventata la città, la protuberanza di Monte Cucco viene percepita da alcuni come separata dal resto del Trullo, dove vive la maggioranza dei 30 mila abitanti. Più in basso, oltrepassati prima gli orti urbani che conducono alle palazzine popolari e poi la frontiera immaginaria rappresentata proprio dall’asse di via del Trullo, si dipana l’altra zona, quella di Monte delle Capre. È da queste parti che nel dopoguerra venne edificata la Rectaflex, la prima fabbrica italiana di macchine fotografiche Reflex. La fabbrica oggi ospita diverse attività per il quartiere. Al posto della sala saldature c’è un piccolo teatro. Dove sorgevano gli uffici e l’officina, una biblioteca di quartiere retta dall’attività di volontari.

«Un paio di anni fa circa – raccontano – veniva qui a prendere dei libri una donna eritrea. Anche lei aveva avuto la casa da quella parte». «Da quella parte» significa Monte Cucco. «Quella donna era molto spaventata – prosegue la nostra interlocutrice – raccontava di aver trovato un ambiente ostile, di aver dovuto mettere le grate alla finestra perché le entravano in casa al solo scopo di intimidirla». Come è andata a finire? «Deve essere andata via – ci dicono – perché non l’abbiamo più vista da queste parti, non è più venuta in biblioteca».

«ADESSO SI PARLERÀ soltanto dei razzisti, pareva che con la storia dei poeti e dei pittori fossimo riusciti a dargli un’altra immagine, a ‘sto quartiere», dicono al mercato, mentre si fa la spesa sotto il sole d’inizio autunno. Pare strano che Benito Mussolini, come si racconta, giusto in una giornata di ottobre di 77 anni fa, vedendo le case popolari, esclamò: «Sembrano caserme più che abitazioni». Quello che all’epoca si chiamava ancora Villaggio Costanzo Ciano, aveva il pregio strategico di trovarsi a ridosso della linea ferroviaria che da Roma conduceva a Civitavecchia. Ecco perché vi venne insediata una fabbrica di filo spinato, merce di cui doveva esserci grande richiesta nel periodo tra la Prima guerra mondiale e il fascismo. I «poeti e pittori» sono gli artisti metropolitani che hanno rilanciato la lingua del Belli scrivendo sui muri, e che hanno decorato il quartiere tempestandolo di graffiti.

Le periferie romane covano rabbia sotto la cenere lasciata dal fuoco di paglia dei proclami elettorali. L’altro giorno il leader di Forza Nuova Roberto Fiore ha annunciato che i quartieri in cui la sua formazione «riempie il vuoto lasciato dal Movimento 5 Stelle, che ormai ha perso totalmente consenso» sono Monte Cucco, Tor Bella Monaca, Magliana, Tor San Lorenzo, Tiburtino III e il Tufello, disegnando con precisione millimetrica la mappa dei luoghi della città teatro negli ultimi mesi di lugubri «marce per la sicurezza», minacce a centri di accoglienza, aggressioni. «Stiamo diventando egemoni», dice Fiore.

Si tratta di esagerazioni mitomaniache tipiche del personaggio, ma appare certo che dopo la valanga di voti che tutte le periferie romane hanno consegnato a Virginia Raggi, accerchiando letteralmente gli unici due municipi del centro storico in cui ha vinto il Pd, sono in cerca di un senso di fronte ai vuoti della nuova amministrazione. Ma la propaganda ha le gambe corte: al Tiburtino III è bastato che i comitati di abitanti, quelli veri non infiltrati da neofascisti, si organizzassero per far emergere la verità.

AFFACCIA SUL MERCATO del Trullo, in cima ad una scalinata, lo storico centro sociale Ricomincio dal Faro, che prende origine dall’occupazione di un cinema di ormai trent’anni fa e che assieme alla palestra popolare della ex scuola Baccelli in via Orciano Pisani costituisce un nodo di solidarietà del quartiere. Si trova proprio a Monte Cucco, «da quella parte», di fronte all’appartamento presidiato da Forza Nuova. «Certo che nel nostro territorio ci sono delle contraddizioni – raccontano – ma i razzisti come quelli dell’altro giorno vengono da altrove, qui non li conosce nessuno, fanno interventi spot, mordi e fuggi e poi vanno via. Noi abbiamo piena legittimità nel quartiere, ci muoviamo senza problemi. Proprio nello scorso mese di luglio in quel posto abbiamo fatto una festa popolare».

FONTE: Giuliano Santoro, IL MANIFESTO

Sign In

Reset Your Password