Fascismo-Antifascismo

ROMA. La marcetta su Roma il prossimo 28 ottobre, a 95 anni da quella che servì come forzatura a Mussolini per imporsi al governo e che dette avvio al Ventennio fascista, ci sarà. Il leader di Forza Nuova ha risposto ieri sera, dalla sua bacheca Facebook, al divieto imposto dal Viminale, ribadendo che la manifestazione resta confermata, anche senza autorizzazione della questura di Roma.

LA RICHIESTA della piazza per la verità non era ancora arrivata ieri, quando il ministro dell’Interno Marco Minniti ha preventivamente dato disposizioni perché non fosse concessa alcuna autorizzazione. «Le dichiarazioni di Minniti dimostrano una volontà anti-storica e anti-italiana tipica di un governo sulla via del tramonto», ha risposto Roberto Fiore.

Lo stesso Fiore, in una specie di auto-intervista postata sempre sulla sua bacheca Fb, spiega anche che in ogni caso la sfilata del 28, inizialmente convocata «per dire no allo ius soli e fermare gli stupri degli immigrati», non doveva essere letta come una protesta contro il titolare degli Interni. «Non è contro Minniti ma piuttosto contro Soros», precisava, intendendo il miliardario George Soros accusato dai neofascisti di finanziare le ong umanitarie che fanno soccorsi a mare di migranti nel Mediterraneo.

FORZA NUOVA ha leggermente cambiato la motivazione della chiamata a raccolta. Prima aveva detto che non si trattava di una marcia «filofascista o nostalgica ma solo patriottica», ora, dopo il divieto, dice che sfilerà all’Eur «per la libertà d’espressione». L’appuntamento è per le 15, con partenza alle 16 da piazzale Pier Luigi Nervi, nel quartiere dell’Eur, costruito dal regime e ancora pieno di fasci littori e simboli fascisti, con recente scandalo della rivista più «cool» della Grande Mela, il New Yorker, che proponeva di abbatterli.

I forzanuovisti sostengono di aver già organizzato una cinquantina di pullman da altre città, che dovrebbero convergere a Roma nella data prefissata, scimmiottando così la pagliacciata di Mussolini e dei suoi ras più sanguinari, che quasi un secolo fa utilizzarono i treni, quasi tutti fermati fuori dalla capitale. Tenuti fuori dal centro storico e dai palazzi del potere dove si stavano concludendo le manovre giolittiane per dare l’incarico di formazione del nuovo esecutivo a Benito Mussolini, i camerati si sfogarono sul quartiere rosso e operaio di San Lorenzo, messo a ferro e fuoco, dove i morti della resistenza furono almeno quattro.

L’ANPI nazionale per il prossimo 28 ottobre rievocherà quei trascorsi con una lezione di storia nell’aula Giulio Cesare del Campidoglio alla quale parteciperà la prima cittadina Virginia Raggi insieme a esponenti di varie forze politiche. Mentre Pippo Civati di Possibile torna a chiedere lo scioglimento di Forza Nuova come organizzazione parafascista e quindi che viola «la Costituzione, la legge Scelba e la legge Mancino».

Anche Emanuele Fiano, deputato Pd, padre del ddl, approvato finora in prima lettura alla Camera, che allarga le fattispecie punibili per il reato di apologia del fascismo, ha definito la marcia convocata da Forza Nuova «una provocazione, offensiva e pericolosa».

LA SINDACA Raggi con un twitter aveva già dichiarato che la marcia «non può e non deve ripetersi». Nicola Fraoianni, segretario di Sinistra Italiana, dice di «prendere atto delle parole del ministro dell’Interno sulla possibile manifestazione neofascista del 28 ottobre a Roma» e aggiunge che il suo partito verificherà «se le parole di Minniti diventeranno atti concreti» .

Non è ancora chiaro se singole sezioni romane dell’Anpi o gruppi antifà organizzeranno nei prossimi giorni una contro manifestazione.

FONTE: Rachele Gonnelli, IL MANIFESTO

ROMA. Prendete l’ingresso di una palazzina popolare in una periferia qualunque di Roma, trasformatelo in un non-luogo, avulso da ogni relazione sociale e ogni tipo di contesto, e fatene il set di uno teatrino razzista: «Roma ai romani», «Tolgono le case agli italiani per darle agli stranieri», «Il popolo italiano finalmente si ribella». Una cosa del genere è accaduta qualche giorno fa in via Giovanni Porzio, al Trullo, nel quadrante sud-ovest della capitale, quando un manipolo di estremisti di destra ha impedito che una casa popolare venisse consegnata alla famiglia che ne era legittima assegnataria. Tra di essi compariva Giuliano Castellino, volto noto del neofascismo romano con qualche inciampo nella droga (un paio d’anni fa nella sella del suo scooter venne ritrovato un etto di cocaina) e il tentato abboccamento nella destra di governo (c’era lui dietro l’operazione de Il Popolo di Roma, che all’epoca di Gianni Alemanno doveva costituire la base militante della scalata dell’allora sindaco al potere).

E ALLORA CONVIENE FARSELO, un giro al Trullo, per scoprire che quello della borgata in preda alla «guerra tra poveri», via di mezzo tra la legge della giungla e il codice del ghetto, è soltanto uno stereotipo. Tanto per cominciare, di Trullo ce ne stanno almeno due. Da una parte c’è la collina di Monte Cucco, dove sorgono le palazzine in cortina dell’Ater, teatro del raid xenofobo dell’altro giorno. Da qui, scorgendo oltre qualche ettaro di agro romano, si vede il «colosseo quadrato» dell’Eur. Il Palazzo della Civiltà italiana che si erge in mezzo alla zona residenziale e degli affari che per conformazione sociale e tradizione politica poco ha a che fare con la Roma popolare. «Pare un pezzo di Roma Nord catapultato da queste parti», dicono gli abitanti. Monte Cucco viene a sua volta percepito come un luogo a parte, circostanza abbastanza frequente nella Roma scollata e disunita frutto di decenni di urbanistica dissennata.

Nell’arcipelago di enclave che a volte pare essere diventata la città, la protuberanza di Monte Cucco viene percepita da alcuni come separata dal resto del Trullo, dove vive la maggioranza dei 30 mila abitanti. Più in basso, oltrepassati prima gli orti urbani che conducono alle palazzine popolari e poi la frontiera immaginaria rappresentata proprio dall’asse di via del Trullo, si dipana l’altra zona, quella di Monte delle Capre. È da queste parti che nel dopoguerra venne edificata la Rectaflex, la prima fabbrica italiana di macchine fotografiche Reflex. La fabbrica oggi ospita diverse attività per il quartiere. Al posto della sala saldature c’è un piccolo teatro. Dove sorgevano gli uffici e l’officina, una biblioteca di quartiere retta dall’attività di volontari.

«Un paio di anni fa circa – raccontano – veniva qui a prendere dei libri una donna eritrea. Anche lei aveva avuto la casa da quella parte». «Da quella parte» significa Monte Cucco. «Quella donna era molto spaventata – prosegue la nostra interlocutrice – raccontava di aver trovato un ambiente ostile, di aver dovuto mettere le grate alla finestra perché le entravano in casa al solo scopo di intimidirla». Come è andata a finire? «Deve essere andata via – ci dicono – perché non l’abbiamo più vista da queste parti, non è più venuta in biblioteca».

«ADESSO SI PARLERÀ soltanto dei razzisti, pareva che con la storia dei poeti e dei pittori fossimo riusciti a dargli un’altra immagine, a ‘sto quartiere», dicono al mercato, mentre si fa la spesa sotto il sole d’inizio autunno. Pare strano che Benito Mussolini, come si racconta, giusto in una giornata di ottobre di 77 anni fa, vedendo le case popolari, esclamò: «Sembrano caserme più che abitazioni». Quello che all’epoca si chiamava ancora Villaggio Costanzo Ciano, aveva il pregio strategico di trovarsi a ridosso della linea ferroviaria che da Roma conduceva a Civitavecchia. Ecco perché vi venne insediata una fabbrica di filo spinato, merce di cui doveva esserci grande richiesta nel periodo tra la Prima guerra mondiale e il fascismo. I «poeti e pittori» sono gli artisti metropolitani che hanno rilanciato la lingua del Belli scrivendo sui muri, e che hanno decorato il quartiere tempestandolo di graffiti.

Le periferie romane covano rabbia sotto la cenere lasciata dal fuoco di paglia dei proclami elettorali. L’altro giorno il leader di Forza Nuova Roberto Fiore ha annunciato che i quartieri in cui la sua formazione «riempie il vuoto lasciato dal Movimento 5 Stelle, che ormai ha perso totalmente consenso» sono Monte Cucco, Tor Bella Monaca, Magliana, Tor San Lorenzo, Tiburtino III e il Tufello, disegnando con precisione millimetrica la mappa dei luoghi della città teatro negli ultimi mesi di lugubri «marce per la sicurezza», minacce a centri di accoglienza, aggressioni. «Stiamo diventando egemoni», dice Fiore.

Si tratta di esagerazioni mitomaniache tipiche del personaggio, ma appare certo che dopo la valanga di voti che tutte le periferie romane hanno consegnato a Virginia Raggi, accerchiando letteralmente gli unici due municipi del centro storico in cui ha vinto il Pd, sono in cerca di un senso di fronte ai vuoti della nuova amministrazione. Ma la propaganda ha le gambe corte: al Tiburtino III è bastato che i comitati di abitanti, quelli veri non infiltrati da neofascisti, si organizzassero per far emergere la verità.

AFFACCIA SUL MERCATO del Trullo, in cima ad una scalinata, lo storico centro sociale Ricomincio dal Faro, che prende origine dall’occupazione di un cinema di ormai trent’anni fa e che assieme alla palestra popolare della ex scuola Baccelli in via Orciano Pisani costituisce un nodo di solidarietà del quartiere. Si trova proprio a Monte Cucco, «da quella parte», di fronte all’appartamento presidiato da Forza Nuova. «Certo che nel nostro territorio ci sono delle contraddizioni – raccontano – ma i razzisti come quelli dell’altro giorno vengono da altrove, qui non li conosce nessuno, fanno interventi spot, mordi e fuggi e poi vanno via. Noi abbiamo piena legittimità nel quartiere, ci muoviamo senza problemi. Proprio nello scorso mese di luglio in quel posto abbiamo fatto una festa popolare».

FONTE: Giuliano Santoro, IL MANIFESTO

ROMA. «Andate via zozzoni» urla agitando le braccia una donna con una felpa blu. «Te devi coprì la testa come al paese tuo», grida accanto a lei un energumeno rivolto a una donna che si allontana scortata da agenti in tenuta antisommossa. I due scalmanati non lo sanno, e sicuramente neanche gli interessa, ma il paese della donna contro la quale si accaniscono è il loro stesso paese, l’Italia. La sua colpa sarebbe però quella di essere di origine eritrea, come il marito e la bambina che sono con lei e che, come lei, adesso camminano terrorizzati da quanto li circonda in mezzo a due ali di poliziotti.

La Roma che è forse più ignorante che razzista si è svegliata ancora una volta, aizzata da una trentina di aderenti a Forza nuova che ieri mattina hanno impedito a una famiglia italo eritrea di entrare nell’alloggio popolare dell’Ater che gli era stato regolarmente assegnato. Un appartamento al Trullo, periferia della città occupato abusivamente da tre anni da una ragazza con il suo un bambino. Per impedire ai nuovi assegnatari di entrare nella casa, il manipolo fascista ha iniziato una sassaiola che ha provocato il ferimento di tre agenti. Alla fine degli scontri cinque persone sono state fermate, tra le quali anche Giuliano Castellino, leader della formazione di estrema destra «Roma ai romani». Tutti sono accusati di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale, mentre le immagini registrate dalla polizia scientifica durante gli scontri sono adesso al vaglio degli inquirenti per individuare altri eventuali responsabili. Almeno per ora, invece, la famiglia di origine eritrea ha dovuto rinunciare alla sua casa.

Le stesse scene si erano viste il 6 dicembre scorso in un’altra periferia romana, San Baslio, dove gli abitanti si era rivoltati contro l’arrivo di una famiglia di origine marocchina, e a gennaio sempre al Trullo. E ogni volta a dar man forte c’erano come oggi gruppi di neofascisti.

Solidarietà alla famiglia italo-eritrea è stata espressa da Virginia Raggi. «Roma no farà mai nessun passo indietro davanti alla violenza neofascista, è inaccettabile», ha detto la sindaca che si è anche detta vicina agli agenti feriti. «Siamo fermamente convinti – ha proseguito – che l’inclusione sociale e la legalità siano la strada da pecorrere per non cadere nel buio dell’intolelranza».

Sempre più spesso ormai esponenti di movimenti di destra danno vita a iniziative nella periferia romana che poi sfociano in disordini. Gli ultimi, in ordine di tempo, si sono avuti questa estate al Tiburtino III davanti a un centro di accoglienza di migranti.

A scatenare la rivolta è stata la denuncia – poi rivelatasi falsa – di una donna che ha detto di essere stata aggredita da un eritreo.

FONTE: Marina Della Croce, IL MANIFESTO

In un post il sindaco di Milano ribadisce la sua linea. Crisi rientrata con l’Anpi: “Non si cancella la storia”

MILANO. Aveva detto «mai più». Ed è questo che Beppe Sala è tornato a ribadire. Nessuna «ambiguità». Nessuna «confusione » tra la «pietà che è per tutti» e «il giudizio sul valore delle scelte compiute da ciascuno ».

E soprattutto: «Nessuna corona al Campo 10». Parole decise, quelle del sindaco di Milano, per mettere fine alle polemiche create dalla proposta della sua assessora alla Sicurezza, la dem Carmela Rozza, che per il 2 novembre avrebbe voluto, in nome della «pacificazione » e, appunto, della «pietas per i morti», mettere “un’unica corona» per tutti i caduti del cimitero Maggiore della città. Tutti. Sia coloro che hanno combattuto per la Liberazione e riposano al Campo della Gloria, sia i repubblichini che sono sepolti al Campo 10.

Quando Carmela Rozza ha avanzato la sua proposta al termine di una riunione di giunta, lui non c’era. Era a Lima per una missione che ha assegnato la sessione del Cio del 2019 a Milano. Una festa, insomma. Oscurata almeno in parte dal dibattito riaperto ancora una volta — e per di più riacceso dall’uscita di una sua assessora — sul ricordo del 2 novembre.

Un’idea, della corona unica, che è stata respinta con «sconcerto » dai partigiani dell’Anpi, bollata come «offensiva» dall’associazione dei deportati dell’Aned, che ha spaccato la stessa giunta milanese e fatto insorgere la sinistra della coalizione. Ma che, adesso, appena rientrato in Europa, il sindaco archivia. «Non vedo nessun buon motivo per cambiare idea rispetto alla riflessione che avevo già fatto, in maniera approfondita, un anno fa», dice.

Tradotto, non si aggiungerà nessun gesto unificatore e, semmai, rompendo una «tradizione » che dura da 25 anni, il Comune non invierà nessun fiore al Campo 10.

È sempre accaduto. Anche se Giuliano Pisapia, a differenza dei suoi predecessori Gabriele Albertini e Letizia Moratti che si recavano in questo pezzo di cimitero togliendosi la fascia tricolore, non è mai andato. Una storia nella storia. Per un luogo della discordia diventato sempre più un teatro nero e, dove, non più tardi dello scorso aprile, nonostante il divieto della prefettura, un centinaio di estremisti di destra hanno inscenato un saluto romano di gruppo.

E la pietà per i morti? «Voglio ricordare che all’ingresso del cimitero di Musocco l’amministrazione depone già una corona a suffragio di tutti i defunti », dice Sala. Ma senza nessun riferimento specifico a partigiani e repubblichini.

La posizione di Sala fa rientrare la crisi aperta con l’Anpi: «Siamo molto soddisfatti — dice il presidente provinciale, Roberto Cenati — perché il sindaco ha recepito la nostra contrarietà netta nei confronti della proposta dell’assessora Rozza che sostanzialmente avrebbe equiparato chi ha combattuto per la libertà e chi si è schierato con i nazisti. Non è tirando fuori la pietas che si cancella la storia ». Il messaggio del sindaco è condiviso anche da Emanuele Fiano, “padre” della legge contro l’apologia del fascismo, perché «pur nel rispetto dei sentimenti individuali sceglie di non mescolare pietà e tributo storico alle persone».

Fonte: ALESSIA GALLIONE, LA REPUBBLICA

 

neofascisti

La sindaca di Roma Virginia Raggi: «La Marcia su Roma non può e non deve ripetersi». Un’interrogazione parlamentare del Pd chiede lo scioglimento di Forza Nuova. Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio: «Insulto e farsa ridicola». Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana): «Oltraggio alla Costituzione». Maurizio Acerbo (Rifondazione Comunista): «Intollerabile»

Vietare la «marcia dei patrioti» il prossimo 28 ottobre a Roma – 95esimo anniversario dalla marcia sulla Capitale dei fascisti di Mussolini nel 1922 – e sciogliere Forza Nuova. È la reazione dal Pd alle sinistre (Mdp, Sinistra Italiana, Possibile e Rifondazione), all’iniziativa annunciata dal gruppo di estrema destra a cui nella serata di ieri si è unita anche la sindaca di Roma, Virginia Raggi:«La Marcia su Roma non può e non deve ripetersi» ha scritto su Twitter.

Da parte del partito democratico è stata una presa di posizione costituzionale decisa, dopo che il suo segretario Renzi ha evocato più volte lo slogan famigerato, e di destra, dell’«aiutiamoli a casa loro», riferendosi ai migranti e ai rifugiati. «Una provocazione offensiva e pericolosa che va fermata – ha detto Donatella Ferranti (Pd), presidente della commissione Giustizia della Camera – Inutile girarci attorno, si tratta di una manifestazione di chiara impronta neofascista. Il fascismo nelle sue manifestazioni attuali non ha nulla di nostalgico o folkloristico, è puro incitamento all’intolleranza, al razzismo e all’odio».

In un’interrogazione, presentata tra gli altri da Laura Puppato (Pd), si chiede al ministro dell’Interno Marco Minniti se la manifestazione «si configuri come un’evidente, ulteriore provocazione alla nostra Costituzione, alla storia e ai valori della Repubblica, rievocando un evento che ha segnato l’ascesa al potere del Partito nazionale fascista».

In un’altra interrogazione, presentata da Emanuele Fiano e da altri 45 deputati Pd, si è chiesto a Minniti le iniziative che intende adottare «per impedire che l’iniziativa dell’estrema destra». Segue la richiesta di sciogliere il movimento politico in base alla legge Mancino.

Anche Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione Comunista, chiede al governo «una risposta politica netta: la tolleranza verso organizzazioni come questa è intollerabile. I rigurgiti nazifascisti vanno combattuti, senza se e senza ma. Le organizzazioni neofasciste vanno sciolte».

«La Marcia su Roma fu una tragedia. Rifarla oggi sarebbe, oltre che un insulto, una farsa ridicola» ha twittato il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti (Pd). Per Nicola Fratoianni, leader di Sinistra Italiana, «la marcia sarebbe un oltraggio alla Costituzione». Stefano Fassina (Sinistra per Roma) presenterà oggi un ordine del giorno in consiglio comunale a Roma per chiedere alla sindaca Raggi di impedire lo svolgimento della «marcia». «È un dovere – ha detto – per contrastare chi oggi ripropone un’ideologia di violenza verso l’altro, a cominciare dai migranti. Il patriottismo o è costituzionale o è fascismo».

Ieri sera non era ancora stata presentato in Questura a Roma il preavviso di manifestazione che, di solito, si presenta da un mese fino a tre giorni prima delle iniziative. In una nota il questore della Capitale Guido Marino ha detto che, quando lo sarà, saranno «valutate le condizioni dell’ordine pubblico e la concomitanza di altre iniziative». In compenso ha vietato un’altra manifestazione, pubblicizzata sul profilo Facebook del movimento politico «Roma ai Romani», prevista per le ore 20 di venerdì 8 settembre con itinerario, non precisato, lungo le vie del Tiburtino III. Il quartiere dove un rifugiato eritreo di 4o anni è stato aggredito e una donna è stata accusata di lesioni aggravate dall’utilizzo di arma, senza contestazione dell’aggravante dell’odio razziale. La decisione è stata presa considerando le condizioni di «ordine pubblico».

L’allarme provocato dall’iniziativa romana ha trovato un’eco anche a Pisa dove Forza Nuova sostiene di presidiare la stazione per una «passeggiata per la sicurezza» in chiave anti-immigrati. In un comunicato ha inoltre annunciato la presenza di «ultras, pugili, semplici cittadini». Il sindaco della città toscana, Marco Filippeschi (Pd), ha definito il comunicato del gruppo di estrema destra «aberrante». Si tratta della prima manifestazione di questo genere a Pisa. « Promuovere ronde e squadracce di picchiatori, è illegale, come praticare azioni di razzismo – sostiene Filippeschi – Pisa reagirà isolando i provocatori».

Per Roberto Fiore di Forza Nuova la «marcia» è stata indetta contro George Soros «colpevole» di finanziare le Ong e non contro Minniti. Per Fiore quella del 28 ottobre non sarebbe una manifestazione « filo-fascista o nostalgica», ma «patriottica».

FONTE: Roberto Ciccarelli, IL MANIFESTO

Ci sono uomini che ricapitolano, nelle proprie esistenze, la Storia, con la maiuscola. Che hanno avuto in sorte di traversare un secolo incrociandone gli snodi decisivi, trovandosi sempre nel fuoco degli eventi, e dovendo prendere, a ogni snodo, una decisione. Che spesso era quella giusta. Giovanni Zaretti era uno di questi uomini. Se n’è andato a 96 anni, il partigiano Zara, lasciandoci una storia che è una icona potentissima del Novecento. Un filo rosso lungo un secolo.

«DEVI AVER PAZIENZA, ma queste gambe hanno fatto 3500 chilometri!», così mi aveva detto la prima volta che lo incontrai mentre scendeva lentamente dall’automobile per andare nel centro di Domodossola, a bere un caffè. E poi raccontava della Russia e della Repubblica dell’Ossola, ridendosela di gusto, con la stupefazione di un bambino. Quel bambino, figlio di un operaio ossolano fuoriuscito per sfuggire alle persecuzioni dei fascisti, era cresciuto a Parigi, aveva fatto il liceo classico e si era iscritto alla Jeunesse Communiste, ospitando nella sua cameretta dirigenti fuoriusciti come Amendola o Grieco. Poi era tornato in Italia e non era più potuto venirsene via, essendo giudicato abile e arruolato.

COSÌ, QUANDO SCOPPIA la guerra, viene mandato prima sulla frontiera francese, e poi in Russia. «Fino a Rykovo siamo arrivati con i camion, poi tutto a piedi, sempre a piedi – anche perché, prima che venisse il gelo a cinquanta sottozero, c’era il fango, e i camion si infangavano e non andavano più. Fino al Don. Stavo nel plotone esploratori del battaglione. In Russia, dove tutti si congelavano, io mi beccai la malaria sul Don, pensa un po’».
Poi il ritorno in Italia – dove, grazie alla malaria, torna sull’ultimo treno disponibile – l’8 settembre, il rientro a Ossola, l’adesione al Pci, e poi la lotta partigiana. Giovanni prese il nome di Zara, e fu a capo di una banda che diede vita all’insurrezione di Villadossola l’8 novembre, che segnò l’inizio della Resistenza partigiana nella valle; poi, da maggio del ’44, fu commissario politico nella brigata Garibaldi del comandante Barbis, e allora l’attacco ai tedeschi al ponte di Ribesca, e la calata su Domodossola che inaugurò la meravigliosa impresa della Repubblica dell’Ossola, quei quaranta giorni di libertà che ancora dopo più di settant’anni rifulgono di bellezza. E poi la ritirata in valle Antrona, e la Svizzera, e il 25 aprile a Milano, e Bella ciao.

DOPO LA GUERRA la militanza nel partito, l’attentato a Togliatti di cui accompagna la convalescenza, la lunga esperienza nel sindacato dei chimici e poi nella Fiom, il suo libro – il primo – sulla Repubblica dell’Ossola. Ma come fare a condensare in così poche righe la densità di cose e di eventi che costellarono la sua vita? Mi ci vollero molte pagine per farlo, quando scrissi Eravamo come voi, dove la storia di Zara era non a caso la più lunga e articolata di tutte le storie partigiane che raccontavo.

ERA IMPOSSIBILE non voler bene a Giovanni Zaretti. Per la sua forza, la sua autenticità, la sua generosità. E per la sua risata, quando raccontava, quel riso che ti rendeva presenti e vive tutte le sue mille e mille storie, che ascoltavi per ore, immergendoti in un ethos che fatichi a incontrare, in questi tempi così mutati, tempi che Zara non riusciva più a riconoscere. Ma che non rinunciava a voler comprendere, e a immaginarne la trasformazione. Perché uomini come lui ci dicono questo, è questo ci lasciano in eredità: sapere che un tempo non è mai chiuso su se stesso, e che tocca a noi tenere gli occhi aperti, per vedere nuovi inneschi, e nuovi inizi.

I funerali di Giovanni Zaretti si svolgeranno oggi, secondo il rito civile, al cimitero di Villadossola, alle 14,30

FONTE: Marco Rovelli, IL MANIFESTO

L’Anpi protesta, arriva la condanna del partito regionale e lui si dimette

Catanzaro. Il vecchio camerata catanzarese Natale Giaimo può urlare la sua soddisfazione: «Finalmente è giunto il momento. Onoriamo degnamente uno dei padri nobili della comunità missina». Dal 13 agosto via Giuseppe Umberto Rauti (detto Pino) è nella toponomastica di Cardinale, borgo immerso nei colli che sovrastano Catanzaro, dove l’ex leader Msi nacque nel 1926. Da qui si trasferì a Roma per arruolarsi nel 1943 nella Rsi. Il resto è storia nota.

E domenica a Cardinale per la cerimonia c’erano tutti i Rauti, le figlie Alessandra e Isabella, il nipote emigrato in Toscana Antonio, c’era il sindaco della giunta di centrosinistra Giuseppe Marra (cugino di Rauti). E c’era anche un imbarazzato Umberto Marra, l’assessore ai Lavori Pubblici con delega alla toponomastica che ha la tessera del Pd in tasca, ed è persino segretario del circolo dem. Ha votato a favore della delibera, anzi, ha seguito personalmente la pratica istruita cinque anni orsono su istanza del segretario della sezione Msi, un altro che di cognome fa Marra, Sergio. Divisi, sulla carta e tessera alla mano, dalle idee politiche i Marra si sono trovati poi uniti e d’accordo sull’atto che ha formalizzato l’intitolazione della via. «Una strada vera dopo quella lastricata di sofferenze ma di inossidabile fede che l’ha accompagnato nella sua parabola terrena» ha commentato Francesco Storace sul Giornale d’Italia.

Le polemiche non si sono fatte attendere. A dar battaglia gli antifascisti. Già nei giorni scorsi Anpi, Cgil, Si, Pci, Rifondazione e Mdp avevano contestato la «deprecabile scelta». E anche la segreteria regionale del Pd aveva preso le distanze. «L’intitolazione di una strada a Pino Rauti, per quanto nel suo paese natale, rappresenta un fatto grave da condannare: per la prima volta in Italia si vuole celebrare una figura assolutamente controversa della storia del nostro Paese che nulla ha da condividere con i valori del nostro partito. Ci auguriamo che in tempi rapidi avvenga una chiara presa di distanza altrimenti saremo costretti ad assumere i necessari provvedimenti disciplinari».
Prima che arrivasse la sospensione dal partito, l’assessore dem ha deciso ieri di dimettersi da ogni incarico. «Ho commesso una leggerezza ed è giusto che mi faccia da parte. Sarò sempre un esponente del Pd, a meno che il direttivo regionale non mi spinga ad autosospendermi. Ma anche in questo caso continuerò a votare Pd». I partigiani, che già avevano bloccato l’intitolazione di una strada per Sergio Ramelli a Catanzaro, non si danno per vinti: «Ci opporremo in tutte le sedi anche rivolgendoci al prefetto. Quel che rattrista è constatare la debacle culturale, anche nel Pd, secondo cui l’antifascismo sarebbe un ferrovecchio, una roba superata» rileva Mario Vallone, presidente Anpi. Nel mentre, la Fiamma Tricolore festeggia: «Abbiamo vinto una battaglia che finalmente ha portato ad avere una via intitolata a Rauti».

FONTE: Silvio Messinetti, IL MANIFESTO

Generazione identitaria fa capo a un coordinamento europeo nato in Francia nel 2003 con sezioni in Austria, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Repubblica Ceca e Slovenia. In Italia è sbarcata ad aprile del 2015 con un’assemblea a Cinisello Balsamo. Il gruppo è impegnato nel progetto Defend Europe: comprare o affittare navi per ostacolare i soccorsi sulle rotte della migrazione, in Italia soprattutto. A giugno la campagna è stata presentata in varie città italiane, a Bolzano l’assemblea è stata organizzata dal locale Movimento dei giovani padani, suscitando qualche polemica anche all’interno della Lega.

Il loro simbolo (un triangolo) e lo stile grafico della comunicazione si richiamano a Sparta, in un’intervista al blog Ereticamente del 2016 hanno delineato i loro riferimenti teorici: «Julius Evola è uno degli autori che gli identitari prediligono in tutta Europa, assieme ad Alain de Benoist».

Da luglio navigano nelle acque del Mediterraneo con la nave C-Star: «Il nostro obiettivo è svelare il lato oscuro delle Ong – aveva spiegato prima della partenza Lorenzo Fiato, rappresentante italiano del movimento -. La nostra prima iniziativa è stata a maggio, quando abbiamo noleggiato un gommone con cui abbiamo infastidito la rotta della nave Aquarius (la nave di Sos Méditerranée ndr). Volevamo impedirle di partire ma siamo stati fermati dalla Guardia costiera poco fuori Catania». La C-Star, mercantile di 40 metri battente bandiera mongola, è stata noleggiata per 60mila euro da un simpatizzante britannico. L’armatore è la Maritime Global Service Ltd, società inglese con sede a Cardiff, rappresentante legale è lo svedese Sven Tomas Egerstrom, legato a società del settore della sicurezza specializzate nella difesa privata con impiego di ex militari russi e ucraini.

«Abbiamo raccolto oltre 160mila euro con il crowdfunding – ha spiegato ancora Fiato -, soldi che serviranno per sostenere la nostra missione che dovrebbe svolgersi lungo le coste libiche. Le autorità locali sono dalla nostra parte». I tre obiettivi campeggiano sui siti dei promotori del viaggio: monitorare le Ong; «distruggere le imbarcazioni vuote, così che non possano essere riutilizzate dagli scafisti delle mafie»; «se necessario, salvare migranti che rischiano di affogare» assicurandosi però che «arrivino al primo porto sicuro non europeo». Il giorno dopo il sequestro della nave Iuventa dell’organizzazione non governativa Jugend Rettet, sul profilo Facebook di Generazione identitaria è comparso il post: «Le Ong a esclusione di Save the Children non firmano il regolamento voluto dal governo. Avevamo ragione noi: Ong scafisti!». Interessante che citino solo Save the Children, visto che a firmare erano state anche Moas e Proactiva Open Arms. Citano solo la Ong su cui agivano i due uomini della Imi Security Service che hanno dato l’avvio alle indagini contro Iuventa. Società, per altro, in rapporti con Gian Marco Concas, uno dei portavoce di Generazione identitaria, come raccontato da Famiglia cristiana.

La navigazione della C-Star è molto tormentata: ha già subito un duplice stop, prima a Suez e poi a Cipro, e poi di nuovo a Creta, deve le autorità li hanno dichiarati ospiti non graditi. A Catania, dove pure minacciavano di sbarcare, ci sono state proteste con lo striscione «Il mare aperto ai migranti, ma chiuso invece a razzisti e fascisti». Iniziative di anti C-Star anche in Tunisia.

A Cipro il 26 luglio è scoppiato un vero e proprio caso: il comandante, il suo vice e sette componenti dell’equipaggio sono stati accusati di traffico di esseri umani e documenti falsi, poi scagionati, per la presenza a bordo di 20 srilankesi: 15 sono sbarcati e hanno fatto rientro a casa, 5 hanno chiesto asilo politico. Per le Ong sarebbero rifugiati che avrebbero pagato il «passaggio», per Generazione identitaria erano apprendisti marinai che facevano pratica.

FONTE: Adriana Pollice, IL MANIFESTO

 

Nel quadro dell’azione delle destre contro l’assistenza e la solidarietà verso chi fugge da fame e guerre, si stanno anche animando articolazioni pericolose come Gioventù identitaria, una sorta di coordinamento europeo nato in Francia nel 2003, con sezioni in Austria, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Repubblica Ceca e Slovenia, che punta ad armare navigli per respingere nel Mediterraneo i barconi dei migranti attraverso una criminale azione diretta.

Il progetto ha assunto il nome di «Defend Europe» e si ripropone di comprare o affittare navi per poi andare a ostacolare le operazioni di soccorso sulle rotte della migrazione che approdano in Europa, in Italia soprattutto. A tale scopo hanno lanciato una raccolta fondi che ha raggranellato in poco tempo oltre 64 mila euro, in buona parte attraverso PayPal, che ha subito congelato il conto dichiarando di non accettare versamenti a favore di «organizzazioni che predicano l’odio, la violenza o intolleranza razziale».

A maggio sono però riusciti ad impedire con una loro imbarcazione, messa di traverso nel porto di Catania, l’uscita per i soccorsi della nave francese Aquarius della Ong Sos Mediterraneé.

Ora è la volta di un altro tentativo con una nuova nave di 40 metri, la C-Star, affittata a Gibuti e, proprio in queste ore, diretta nel porto di Catania per imbarcare neofascisti italiani, francesi e tedeschi e successivamente spostarsi a largo della Libia per ostacolare i soccorsi.

Quelli di Generazione identitaria si definiscono «Patrioti», parlano di «amore per le proprie culture» e si scagliano contro chi alimenta «violenza e razzismo verso le nostre identità, con il chiaro intento di distruggerle». Le loro parole d’ordine sono: «terra, etnia e tradizione» e i loro nemici «tutti coloro che hanno deciso di supportare l’immigrazione di massa»: il mondo sindacale, la Chiesa Cattolica e l’antagonismo antifascista. Il simbolo adottato è quello che a suo tempo veniva inciso sugli scudi degli opliti spartani, la lambda, una sorta di triangolo verso l’alto che indicava il nome arcaico di Sparta.

Con il termine «Remigrazione», Generazione identitaria propone, tra l’altro, l’abolizione di qualsiasi tipologia di Ius Soli, il congelamento di tutti i processi di naturalizzazione, l’abolizione di qualsiasi tipo di ricongiungimento familiare, pene detentive per datori di lavoro che assumano immigrati non regolari, il divieto di costruzione di mosche e minareti e «lotta senza quartiere al razzismo anti-italiani».
Lorenzo Fiato, il loro segretario italiano, nello scorso mese di giugno, in una sorta di tour informativo, ha presentato il progetto di Defend Europe toccando città come Catania, Olbia, Brescia, Modena e, come ultima tappa Bolzano, dove ha tenuto una pubblica assemblea insieme alla Lega.

Neanche tanto nascosta la natura neofascista del gruppo. In un’intervista al blog «EreteicaMente» animato, tra gli altri, da Mario Merlino (ricordate? il provocatore di Avanguardia nazionale infiltratosi tra gli anarchici nel 1969), Generazione identitaria non ha disdegnato di indicare tra i propri principali riferimenti Julius Evola, il padre del neonazismo italiano.

FONTE: Saverio Ferrari, Marinella Mandelli, IL MANIFESTO

CHIOGGIA. Dai saluti romani e gli inni al regime, agli agenti della Digos tra gli ombrelloni. Dai comizi nostalgici e i cartelli con le immagini di Mussolini, alla polizia scientifica sull’arenile. È bufera sul caso di “Punta Canna”, la spiaggia fascista di Chioggia il cui titolare, Gianni Scarpa, esalta pubblicamente il Duce e fa propaganda in mezzo a centinaia di bagnanti del lido («qui vige il regime, la democrazia mi fa schifo, se non vi piace me ne frego!»). Dopo la denuncia di “Repubblica”, ieri questura e prefettura di Venezia si sono attivate sulla vicenda: Scarpa è stato denunciato per apologia di fascismo, la Procura della Repubblica di Venezia aprirà un fascicolo ed è probabile che all’imprenditore — su questo punto il pallino è in mano al Comune di Chioggia — verrà revocata la concessione della spiaggia.

Ma andiamo con ordine. Ieri mattina il questore, Vito Danilo Gagliardi, che ha definito il caso «raccapricciante», ha inviato a “Playa Punta Canna” i poliziotti della Digos e della scientifica per verificare la situazione e capire da quanto tempo e con quali modalità va avanti la singolare “politicizzazione estremista” dello stabilimento balneare: un lido posto tra le ultime dune di Sottomarina, verso la foce del Brenta, frequentato ogni giorno da oltre 650 clienti.

Gli agenti della questura hanno acquisito anche gli audio e le immagini pubblicate dal nostro giornale. In una registrazione si sente Scarpa che intrattiene i bagnanti con un discorso amplificato dalle casse in spiaggia: «A me la democrazia mi fa schifo… Io sono totalmente antidemocratico e sono per il regime. Ma non potendolo esercitare fuori da casa mia, lo esercito a casa mia. A casa mia si vive in totale regime… ». Poi, dopo un’intemerata contro Papa Francesco («lo rimandiamo a Buenos Aires con un ponte, visto che non vuole costruire i muri»), l’attacco ai tossicodipendenti («li sterminerei tutti”) e al «50% della popolazione mondiale che è merda e qui dentro non entra».

Parole choc gridate in un luogo pubblico (la spiaggia è in concessione ma resta demaniale), un posto arredato con cartelli che esaltano la “legge del fucile”, l’“uso del manganello sui denti” e le “camere a gas”.

«Storia sconcertante — commenta Noemi Di Segni, presidente delle comunità ebraiche italiane — Vi ringrazio per avere portato alla luce e denunciato questa vicenda, ma è preoccupante che lo debba fare il giornalismo e non le autorità, le istituzioni, la politica. Troppo spesso assenti. Dove sono, mi chiedo?».

Torniamo a Scarpa. Con i suoi inni a Mussolini, le foto dei saluti romani e i “me ne frego”, con i suoi comizi balneari che incitano alla violenza e alla discriminazione, il titolare di “Punta Canna” sfida due leggi del nostro ordinamento: la legge Scelba (che vieta l’apologia di fascismo) e la legge Mancino (sull’odio e la discriminazione razziale). «Il caso Chioggia è uno scandalo sul quale chiederemo al governo di riferire in aula», attacca Lele Fiano, deputato Pd.

La storia di “Punta Canna” ha suscitato indignazione sul web, nella politica (la presidente della Camera Laura Boldrini se ne è occupata personalmente) e tra le associazioni antifasciste. «È sconvolgente che ci sia stata tolleranza su quanto accadeva in un lido molto conosciuto e frequentato — dice Diego Collovini dell’Anpi veneto — Penso anche a chi ha concesso la spiaggia a questo signore». Le concessioni demaniali passano dal Comune. «Stiamo approfondendo per capire che cosa sia accaduto — assicura il vicesindaco di Chioggia, con delega al Demanio, Marco Veronese — Ci sono due temi: uno è quello della concessione, e ci siamo attivati. L’altro è penale: se è stato commesso un reato, va punito». Va giù duro il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni: «Porteremo la vicenda in Parlamento perché non è possibile che tutto sia avvenuto senza che nessuna autorità si sia accorta di nulla, e solo dopo l’inchiesta giornalistica di Repubblica qualcosa si sia mosso. Vogliamo che sia fatta chiarezza e che la concessione demaniale sia ritirata ».

Interrogazioni urgenti al ministro degli Interni, Marco Minniti, sono annunciate anche da Antonio Misiani del Pd, che parla di «vergogna intollerabile » («la spiaggia va chiusa, la simbologia nazifascista non è folklore»), e dalla senatrice di Articolo 1 Lucrezia Ricchiuti («continuo a denunciare il riorganizzarsi di gruppi neonazifascisti, spero che il ministro questa volta si attivi»).

Fonte: PAOLO BERIZZI, LA REPUBBLICA

 

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