Fascismo-Antifascismo

Cosenza. Quando gli è stata notificata dalla Questura pensava ad uno scherzo e non ci credeva. Ma era tutto tremendamente vero. Il fiore del partigiano, deposto il 25 aprile come ogni anno nel giorno della Liberazione, costa alla presidente dell’Anpi di Cosenza, Maria Pina Iannuzzi, una multa salata di 400 euro. Mentre la destra neofascista, prima, durante e dopo la pandemia, fa impunemente quel che vuole, l’associazione dei Partigiani viene sanzionata per un nobile gesto, tradizionale, effettuato in piena sicurezza, seguendo tutti i crismi di legge.

«Anche ai tempi del Covid abbiamo ritenuto opportuno – ci dice Iannuzzi – portare dei fiori in un luogo simbolico: il Largo dei Partigiani, nella città vecchia, di fronte a quel carcere giudiziario luogo di prigionia e di sofferenza per tanti antifascisti cosentini come Paolo Cappello, il muratore socialista ucciso dal piombo fascista nel 1924, cui è intitolata la nostra sezione. Dopo una visita nella sede della Associazione Terra di Piero – che insieme ad altre strutture cosentine ha portato ogni giorno pasti caldi, aiuto e assistenza ai bisognosi – nel pomeriggio mi sono recata nel piazzale per l’omaggio ai partigiani. Ogni anno portiamo il fiore alle 9 del mattino dando inizio alle celebrazioni. Quest’anno sarebbe stato l’unico gesto rituale della giornata».

Insieme a lei si erano radunati gli altri rappresentanti delle realtà antifasciste cittadine. Una foto in particolare ritrae i partecipanti schierati e distanti l’uno dall’altro, con indosso mascherine, guanti e quanto previsto dalle misure di contenimento. E invece Iannuzzi si è vista recapitare la sanzione «perchè il 25 aprile 2020 violava le prescrizioni atte al contenimento del rischio epidemiologico Covid-19 lasciando la propria abitazione senza giustificato motivo, non ricorrendo i casi previsti dal D.L. 19/2020 e partecipando ad assembramento e manifestazione in luogo pubblico, composta da 18 persone alle ore 14.57 del 25.4.2020 in Largo dei Partigiani di Cosenza». Peraltro «il giustificato motivo» c’era, eccome. Era stata la presidenza del Consiglio dei ministri a metterlo nero su bianco il giorno prima: «Le associazioni partigiane e combattentistiche potranno partecipare alle celebrazioni per il 75esimo anniversario della Liberazione in forme compatibili con l’attuale emergenza».

Ed è la stessa foto (tratta dai social e neanche scattata dai verbalizzanti) utilizzata dalla questura per il riconoscimento a fugare ogni dubbio. Iannuzzi indossava i dispositivi di protezione e si trovava distanziata dagli altri partecipanti. Il ricorso al prefetto, ovviamente, è pronto. Ma l’Anpi si appella al Viminale affinchè la sanzione sia ritirata d’ufficio. «Depositare dei fiori in memoria di uomini e donne caduti nell’atto di liberarci dal nazifascismo è per noi un irrinunciabile esercizio di memoria. Punirlo non è degno di un paese democratico».

* Fonte: Silvio Messinetti, il manifesto

Sabato 22 febbraio a Roma è successo un evento piuttosto eccezionale per chi in genere derubrica la partecipazione di piazza come civismo o come desiderio di politica. Per il quarantennale della morte di Valerio Verbano nelle strade di Montesacro c’è stato un corteo da via Monte Bianco e un concerto a piazza Sempione andato avanti fino a notte. Di fatto: nove ore di mobilitazione, che ha messo insieme istituzioni, movimenti, spazi sociali, abitanti del municipio e di tutta Roma – 6mila persone (per il corteo) e 5mila (per il concerto) –, preceduta da più di cinquanta iniziative in città su Verbano tra gennaio e febbraio.

SIAMO ABITUATI AI FLASHMOB, ai presìdi sull’emergenza che durano qualche ora, alle piazze senza bandiere e senza canti, alle dichiarazioni impettite di chi vuole le piazze meno connotate possibile. E invece.
Daniele Conti, 18 anni, rappresentante del liceo Archimede, lo stesso di Verbano, nel coordinamento «fieramente antifascista» delle scuole superiori del terzo municipio (rinato dopo più di un decennio), a metà concerto è intervenuto per dire: «Voglio chiamarvi compagni e compagne. Nonostante sia una parola abbandonata e sottovalutata dalla sinistra, dall’antifascismo istituzionale, non c’è parola più bella, perché vuol dire essere uniti nella lotta». Poi ha aggiunto una frase solo in apparenza sorprendente: «Valerio Verbano è il manifesto politico di una generazione». Ha solo 18 anni ma ha ragione: questo manifesto ha un’evidente potenza, che va squadernata.

VALERIO VERBANO NON È più solo il ragazzo antifascista, il militante di Autonomia operaia, massacrato davanti ai genitori inermi da un commando squadrista il 22 febbraio del 1980; è ancor meno riducibile a un martire della mattanza politica degli anni settanta e primi ottanta. Attraverso sia la memoria di Carla, la madre, e Sardo, il padre, sia della comunità che allora gli era intorno, è diventato prima l’ispirazione e oggi il modello di un insieme di pratiche che sono la politica sul territorio del terzo municipio, compresa la giunta municipale, che era in prima fila al corteo e ha deciso di dedicare a Carla Verbano la casa dei diritti e delle differenze. I simboli sono stati risignificati, e illuminano diversamente anche quella memoria.

LA PALESTRA POPOLARE Valerio Verbano non ha soltanto un bel graffito di Valerio all’interno, non è solo un dopolavoro per militanti, ma un luogo di educazione a un agonismo differente. La scuola popolare Carla Verbano è un progetto dello spazio occupato Puzzle contro l’abbandono scolastico. Sono due pezzi di welfare, non solo sussidiario ma esemplare.

QUESTO È POSSIBILE PERCHÉ alla militanza si è cominciato a dare negli ultimi anni una postura diversa. È stato possibile nel marzo 2011, quando CasaPound prova a aprire nel terzo municipio una sede occupando la scuola Parini vicino casa di Valerio. Nelle strade di Montesacro, Tufello e Conca D’oro c’è una sommossa di quartiere: militanti e gente comune, comitive dei bar e dei muretti. Carla Verbano scende anche lei per strada. La prefettura tenta prima una soluzione velenosamente bipartisan che prevede lo sgombero dei fascisti e quello del Laboratorio Puzzle, poi caccia CasaPound riconoscendo la comunità tutta.

ED È STATO POSSIBILE, va riconosciuto non solo per gratitudine ma per intelligenza politica, grazie alle donne e alle compagne femministe. Che la memoria di Valerio sia associata indissolubilmente a quella di Carla ha significato che il corteo fosse aperto dal coordinamento delle madri antifasciste. Haidi Giuliani ha ricordato che a Genova ci sono 50 persone sotto processo per aver protestato contro Casapound; Stefania, madre di Renato Biagetti – ucciso dai fascisti a Focene nel 2003 – ha fatto strame delle retoriche tossiche sulla memoria condivisa, ricordando quando l’ex sindaco Veltroni le propose per ricordare il figlio l’intitolazione di strade. Lei rispose che preferiva che chiudesse Foro 753 e Casapound. «Mi disse: non posso, perché voi ne avete tanti, loro solo due. Dalla sua risposta capii il senso dello sdoganamento dei gruppi neofascisti. Rigettiamo la sua equidistanza, la sua memoria condivisa. Nel privato i dolori per i lutti sono ovviamente uguali, ma le idee sono differenti: da una parte si parla di odio e sopraffazione, dall’altra di di accoglienza e di solidarietà».

VALERIO VERBANO È UN manifesto generazionale, per più di una generazione, che ha ripensato l’essere militanti dentro le comunità senza per forza apparire marziani; la radicalità, contro ogni grammatica movimentista, non per forza fa rima con marginalità. Il rischio di fare politica a Roma, soprattutto nelle borgate, sta nel rimanere schiacciati.

DA UNA PARTE VA rivendicata una differenza di atteggiamenti che ci contraddistingue come compagni e compagne: la nostra attitudine socialista alla vita, l’antifascismo come pratica costante, il femminismo come nuovo modello relazionale: una dichiarazione di differenza ti pone fuori dal sentire comune, ma rischia di costruire bellissime oasi in cui rintanarsi coi propri simili. E rimanere puri in un mondo guasto è perdere il senso di quest’impegno. Dall’altra parte la tentazione speculare è pensare che sei tu che devi cambiare, che per avvicinarti devi scendere a compromessi. E allora tutto sommato la battuta sugli zingari ci sta, accetti che dove fai colazione «puttana» sia usato come intercalare, che un po’ di cocaina serve a fare gruppo. Sei entrato, non sei più un marziano. Sei nel mondo, e hai perso ugualmente.

C’è un equilibrio possibile tra queste due attitudini? Sì, ma non facile. Non è facile perché bisogna fare verso le proprie comunità uno sforzo di amore: verso le contraddizioni che le abitano. È uno sforzo faticoso perché la crisi economica, sociale, culturale e una lunga stagione dell’antipolitica ha educato alla frustrazione e rabbia; il razzismo è servito col caffè, l’ignoranza diventa valore.

LA STORIA DEL TUFELLO, di tutto il terzo municipio, si incarna soprattutto nella vita delle persone che sono rimaste vicine al popolo cercando di mantenere intatta la propria la propria vocazione politica originaria. Grazie a queste resistenze nei bar, nei muretti, nei centri antiviolenza, nelle scuole, nelle biblioteche, nei sert, nelle piscine, la comunità militante ha costruito le strutture politiche di base che oggi conosciamo. Queste strutture, spesso abusive e occupate, hanno sempre avuto un’ispirazione: il nostro centro sociale è il quartiere. Tutto. Se nel cortile davanti al centro sociale non hai la stessa agibilità che hai dentro stai sbagliando qualcosa.

QUESTO 22 FEBBRAIO HA semplicemente dato un palco a questo processo quotidiano. Nei numeri, nell’agibilità sul territorio, nella presenza di tantissimi studenti. Quel palco è evidentemente uno spazio politico. Il quarantennale per Valerio Verbano lascia a tutti una responsabilità e un destino. Occorre un lavoro enorme su Roma, per ridefinire dei codici di condotta, per ricostruire un’egemonia culturale fatta di buone e radicali pratiche. Sarà difficile ma sarà anche una gioia.

* Fonte: Christian Raimo, Luca Blasi,  il manifesto

Foiba rossa. Norma Cossetto, storia di un’italiana. Questo è il titolo del fumetto che l’Assessorato piemontese all’Istruzione guidato da Elena Chiorino, esponente di FdI, ha intenzione di distribuire in 540 Istituti superiori della Regione (6000 euro la spesa prevista) come «iniziativa culturale per costruire una memoria condivisa». A contestare, per primo, questa operazione è stato Marco Grimaldi, capogruppo di Liberi Uguali Verdi, sostenendo che «questo testo ha due ordini di problemi uno formale e uno di aderenza storica dei fatti raccontati: il fumetto è pubblicato da Ferrogallico, casa editrice vicinissima all’estrema destra.

Gli autori inoltre sono Beniamino Delvecchio ed Emanuele Merlino, figlio di Mario Merlino, nome notissimo del neofascismo italiano». «Il secondo problema – afferma il consigliere – è la scarsissima aderenza storica, dal passato mitico puramente italico dell’Istria, con la presenza slava, pur millenaria, completamente rimossa, o la riproduzione di una falsa ordinanza di pulizia etnica anti-italiana firmata dall’imperatore austriaco Francesco Giuseppe e a un falso ordine di Tito che avrebbe ordinato di cacciare gli italiani dall’Istria». Queste sono alcune delle motivazioni di merito che stanno destando indignazione per l’iniziativa «revisionista» contestata anche dai ragazzi del «Treno della Memoria» che, per questo, hanno annunciato di voler distribuire, gratuitamente, davanti alle scuole superiori «La Rosa Bianca» fumetto che ha come protagonisti degli studenti dell’Università di Monaco che tra il ‘42 e il ‘43, tentarono di opporsi in maniera non violenta al regime nazista e che, per questo, vennero decapitati.

L’iniziativa dell’Assessorato piemontese si inserisce nei nuovi legami che il partito di Giorgia Meloni sta riannodando con l’estrema destra. L’assessora Chiorino è una fedelissima del deputato di FdI Andrea Delmastro, uno degli anelli di congiunzione a livello nazionale tra la destra «istituzionale» post missina e il neofascismo extraparlamentare, in previsione della strutturazione di un’area «identitaria» in quel partito. La ricostruzione di questo legame la si già potuta vedere, giovedì, all’Università di Torino dove il Fuan (universitari di destra) hanno contestato un convegno sulle foibe provocando la reazione dei collettivi universitari di sinistra e l’intervento della polizia.

* Fonte: Roberto Pietrobon, il manifesto

MONDOVÌ. La «casa di un ebreo» che non è tale, ha una piccola cucina in cui dalla stufa a legna proviene un lieve tepore. Soffitto a cassettoni tenuto in piedi da un trave di quercia secolare, muri spessi e un grosso tavolo intorno al quale si è seduta la storia.

Si entra attraverso una piccola porta, si gira a sinistra ed è come fare un passo in un sacrario: «su quelle due poltrone di pelle, ormai consumata, mamma si sedeva con Primo Levi».

SONO LE PAROLE di Aldo Rolfi, figlio della staffetta partigiana e deportata politica Lidia Rolfi. Undici mesi di lager, venduta da una compaesano mentre portava rifornimenti ai partigiani della XI divisione Garibaldi, XV brigata Saluzzo. Sulla porta di casa ieri mattina una anonima mano ha tracciato con una bomboletta spray nera una stella di David sovrastata dalla scritta «Juden hier», locuzione che rimanda direttamente al 9 e 10 novembre, quando nella Germania Nazista si scatenò la Reichkristallnacht.

«PRIMO LEVI telefonava a mamma e le chiedeva se poteva venire a respirare l’aria del campo», scandisce il figlio Aldo mentre il piccolo Ludo, un cane pastore australiano da poco adottato, pietisce carezze saltando intorno al tavolo. «Sedevano lì, dove siete voi, e parlavano per ore».

Mondovì: piccola cittadina che gronda benessere, ieri è finita nel ciclone del tempo. Una via centrale ricca, portici in cui si susseguono boutiques e oreficerie, la parte alta del paese raggiungibile con una spettacolare teleferica: tutto scaraventato dentro una oscura storia di antisemitismo che si mischia ad ignoranza e intolleranza.

EPISODI DEL PASSATO che anticipavano l’esplosione? Un paio di svastiche poco distante dal monumento ai caduti: minimo sindacale di questi tempi. Poi il tran tran di queste colline spettacolari ai piedi del Monviso viene bruscamente interrotto da un articolo scritto da Aldo Rolfi, figlio della partigiana deportata Lidia, morta nel 1996 dopo una vita spesa a diffondere fieramente la voce dell’inferno: mezza pagina pubblicata su un giornale locale, in cui vengono ripresi passi della madre che intrecciano con la lugubre attualità politica.

PAROLE NETTE che hanno fatto inferocire qualcuno, offeso da quei ricordi, dalle parole della deportata e staffetta, parole che resistono e diventano sempre più insopportabili. Tanto basta per armare una mano che nella notte tra giovedì e venerdì entra nella piccola via buia e si accosta ad una piccola porta da cui sono passati i giganti della storia.

«ME L’ASPETTAVO, quella scritta. Non è stata una sorpresa: sono tempi così, in cui l’odio viene sparato come formazione permanente dalle televisioni e non solo. Persino la scuola non riesce a resistere a questa spinta», commenta Aldo Rolfi.

Che prosegue: «In fondo siamo di fronte al compimento di quanto scrisse mia mamma nel 1996, in uno dei suoi ultimi articoli riflessione. Diceva: “La violenza non è morta l’otto maggio del 1945, non è morta all’apertura del lager, la violenza continua. E molto spesso certi tipi di violenza, vedi quello che sta avvenendo oggi in Europa e nel mondo, è molto vicina a quella violenza ideologica e fisica del lager. Quindi vuol dire che certe situazione, anche se diverse, possono comunque ripetersi. E allora è bene che la gente sappia come difendersi o ne sappia capire le prime avvisaglie”».

Parole che oggi, dopo quasi trent’anni, sono finite al centro dell’eco mondiale in prossimità dell’anniversario della liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa nel 1945. Nei bar dove le televisioni al mattino picchiano come fabbri sui tasti della paura e dell’odio, ci si domanda chi possa essere stato: «Una ragazzata, che però è scappata di mano». Nessuno crede che a Mondovì possa esistere un vero rigurgito nazi fascista, ma molti rimandano, come una ridondanza, al clima che si respira ovunque, sopratutto in virtù delle elezioni regionali di domenica prossima. La scritta viene coperta dai carabinieri nel pomeriggio da un grosso cartone marrone che fa pendant con il colore della porta: Juden Hier e la stella di David finiscono sotto una patina di pudore perché la sera, questa la spiegazione ufficiale, è prevista una fiaccolata di solidarietà. «Io l’avrei lasciata», dice Aldo Rolfi

Ma accanto al cartone marrone che paradossalmente fa spiccare ancor più la portata del gesto, qualche mano lascia altre scritte, vergate su post it gialli: «anche io sono ebrea», seguiti dalla firma. Aldo Rolfi li raccoglie e li porta in cucina, poco distante dal tavolo dove i partigiani cantavano canzoni negli anni del dopo guerra.

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, il manifesto

Durava da due anni l’indagine che ha dato origine a 19 decreti di perquisizione domiciliare emessi dalla procura di Caltanissetta con la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo nei confronti di altrettanti estremisti di destra indagati per costituzione e partecipazione ad associazione eversiva ed istigazione a delinquere. L’operazione «Ombre nere» segue quella che solo pochi giorni fa ha consentito di scoprire esplosivo e un sodalizio neofascista nel senese. Questa volta è partita dal monitoraggio di un militante neofascista della provincia di Enna autore di un aggressione. Seguendo i suoi contatti, gli inquirenti sono risaliti a una rete più estesa, persone residenti in Lombardia, Veneto, Toscana e Piemonte tenute insieme da «fanatismo ideologico» e intenzionate a «costituire un movimento d’ispirazione apertamente filonazista, xenofoba e antisemita denominato ‘Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori’». Con tanto di dichiarazione programmatica: 25 pagine di delirio neonazista e suprematista.

Sembrerebbe un’aggregazione marginale e grottesca, frutto della mitomania da social newtork, se non fosse che ripropone in forme estreme discorsi razzisti e parole d’ordine neofasciste che sembrano tracimare dal discorso pubblico di tutti i giorni. Alcuni degli accusati avrebbero in più occasioni fatto riferimento alla disponibilità di armi ed esplosivi: sembra pianificassero attacchi ad alcune sedi Anpi. Le indagini parlano anche dell’esistenza di una chat riservata, denominata «Militia», che aveva lo scopo di formare i militanti. In qualità di addestratore, e questo è l’elemento che ha fatto drizzare le antenne degli investigatori, figurerebbe un pluripregiudicato calabrese esponente di spicco della ‘ndrangheta che vantava presso i propri camerati «esperienza militare» e «canali sicuri e riservati». Una volta pentito e divenuto collaboratore di giustizia, il personaggio in questione è diventato uno dei referenti di Forza Nuova per il ponente ligure. La formazione avrebbe tentato di accreditarsi in diversi circuiti neonazisti internazionali avviando contatti con i Combat 18, sigla espressione del circuito neonazista Blood & Honour, e con il partito d’estrema destra portoghese Nova ordem social. Esponenti del gruppo avevano partecipato nello scorso mese di agosto, a Lisbona, ad una conferenza alla quale avevano partecipato neonazisti portoghesi, spagnoli e francesi.

* Fonte: Giuliano Santoro, il manifesto

Casa Pound

È successo poco prima delle 17 di ieri: gli account di CasaPound e di Forza Nuova sono spariti da Facebook e da Instagram, i due social network che fanno capo a Mark Zuckerberg. «Le persone o le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base della loro identità non trovano posto su Facebook e Instagram – spiegano da Facebook – Gli account che abbiamo rimosso violano la nostra policy», affermano secchi dagli uffici del colosso digitale. La presidente dell’Anpi Carla Nespolo esulta: «Siamo molto contenti, nei social network non può essere consentita la violazione della Costituzione».

La tempistica non stupisce quelli che conoscono Facebook e ne studiano il funzionamento. Ieri era lunedì, e pare che sia in questo il giorno della settimana che i dirigenti di Facebook fanno il punto sulle novità in termini di policy e regole da rispettare. Di solito, dal pomeriggio parte la cancellazione dei contenuti considerati inconciliabili con il social network. Così si spiegherebbe la coincidenza del provvedimento con la manifestazione di piazza Montecitorio durante la quale destre ed estreme destre hanno contestato la fiducia al governo Conte.

Il colpo di spugna sulla propaganda delle organizzazioni neofasciste da parte di Facebook non è inedito: solo qualche mese fa era toccato a gruppi neonazisti statunitensi, prima ancora era stata la volta Alba Dorata in Grecia o il British National Party in Inghilterra.

Da CasaPound lamentano la chiusura a strascico delle pagine di centinaia di militanti. Tra quelle rimosse ci sono quelle dello storico leader di CasaPound Gianluca Iannone e del segretario Simone Di Stefano. Sono state rimosse anche le pagine di organizzazioni collaterali ai partiti neofascisti, che si presentano come operanti nel volontariato o nel settore della protezione civile. La pagina di CasaPound Italia aveva circa 250 mila seguaci. I dati di un anno fa elaborati da Patria Indipendente, rivista dell’Anpi, svelano alcune caratteristiche delle pagine rimosse. Ne emerge che attorno a CasaPound e Forza fino al 2018 ruotavano circa 800 pagine a organizzazione, che corrispondono a circa 450 mila post totali diffusi nel primo caso e 380 mila nel secondo. Per il ricercatore Elia Rosati, che a CasaPound ha dedicato un libro, «Facebook è uno strumento essenziale per il radicamento territoriale».

Di solito l’insediamento in un nuovo contesto non viene annunciato online direttamente dal logo con la tartaruga stilizzata ma appunto da pagine collaterali di utenti privati o organizzazioni giovanili quali Blocco Studentesco. «Abbiamo attivato i nostri avvocati. Qualcuno ha dato l’ordine di farci fuori», dichiara il consigliere municipale di Ostia Luca Marsella di CasaPound, che era solito usare lo streaming Facebook per lanciare le sue invettive. Ultimamente ce l’aveva coi migranti che vivono nell’ex Colonia Vittorio Emanuele. «Risponderemo con più piazza e più reclutamento», dice il fondatore di Forza Nuova Roberto Fiore invocando un ritorno alle vecchie maniere. Ma ormai è quasi impossibile tracciare un confine netto tra reale e virtuale, tra le mobilitazioni per strada e la loro amplificazione via social, come si è visto in occasione delle campagne contro l’assegnazione di casa popolari ai migranti. Bastava qualche militante per una foto e dei video da diffondere. Adesso sarà un po’ più complicato.

* Fonte: Giuliano Santoro, il manifesto

LISBONA. L’estrema destra europea fatica a superare il confine con il Portogallo, un muro che, al momento sembra invalicabile. Eppure i tentativi per fare breccia non mancano, è il caso della conferenza di carattere internazionale organizzata per oggi da Mario Machado del gruppo Nova Ordem Social (Nos).

Oltre a Machado parteciperanno Josele Sanchez (La Tribuna de España – Spagna), Adrianna Gasiorek (Narodowo – Radykalny Obóz- Polonia), Blagovest Asenov (National Resistence – Bulgaria), Francesca Rizzi (Autonomia Nazionalista – Italia), Mattias Deyda (Die Rechte – Germania) e Yvan Benedetti (Œuvre française – Francia).

All’annuncio della conferenza una sessantina di gruppi antifascisti, perlopiù di sinistra ma di varia estrazione, si sono immediatamente mobilitati per evitare che la cosa passasse inosservata ed hanno presentato una petizione nella quale si chiede a tutti i partiti e alle Istituzioni di prendere posizione e, allo stesso tempo, hanno convocato in concomitanza una contromanifestazione.

L’estrema destra lusitana si è mostrata fino ad adesso debole e litigiosa. Molto schematicamente due sono i macro-gruppi: l’area più mainstream – Chega (1,5% alle scorse elezioni europee), Aliança (2%) e per certi aspetti Iniciativa Liberal – e i neo-para-proto fascisti.

L’estrema destra mainstream, potenzialmente più pericolosa perché con maggiori capacità di costruire consensi, cerca di seguire in larga misura quanto sta succedendo in Brasile, Italia e Stati uniti. La strategia è quella di approfittare della profonda crisi del Partido Social Democrata (Psd) e del Centro Democrata Social Partido Popular (Cds/Pp), entrambi di centro-destra, e di proporsi come unica alternativa alle elezioni politiche del prossimo ottobre.

A sua volta il secondo gruppo è costituito da tre formazioni: il Partido Nazional Renovador (Pnr), Nos, e Escudo Identitário (Ei), quest’ultimo abbastanza vicino a CasaPound. È una galassia molto minoritaria che fino ad adesso ha faticato a mobilitare grossi numeri. Il Pnr, tra i tre il più nostalgico, è l’unico ad avere un ridottissimo sostegno elettorale (0,49% e 16 mila voti alle ultime elezioni europee).

Certamente Nos, Pnr e Ei sono molto simili tra di loro, ma pur mettendo tutti e tre al centro della propria ideologia la questione della sostituzione etnica, la declinano con sfumature e tonalità differenti, anche se poi in realtà il risultato cambia poco.

Tra queste comunque la linea adottata da Nos è certamente la più radicale e prossima al neo-nazismo. Mario Machado, leader negli anni novanta del movimento Hammerskins, è stato condannato a dieci anni di prigione per reati di vario tipo tra cui 5 anni per essere stato coinvolto nell’omicidio del capoverdiano Alcino Monteiro.

Differenze più di forma che di sostanza, tuttavia sufficienti a tenere quel mondo diviso. È questo il contesto in cui dev’essere inserita la conferenza organizzata da Machado. L’obiettivo implicito è quello di egemonizzare il campo più legato all’area del neo-fascismo. I media soffiano sul fuoco, un po’ perché la cosa fa crescere l’audience, un po’ per cercare di contrastare l’estrema sinistra favorendo indirettamente le formazioni di centro. Era già successo pochi mesi fa quando l’esposizione mediatica attribuita all’inesistente movimento dei Coletes Amarelos (una riedizione dei gilets jaunes più decisamente spostato a destra) si rivelava essere sproporzionata rispetto ai numeri effettivi.

La debolezza dell’estrema destra è in parte anche conseguenza del fatto che contrariamente a quanto succede in altri paesi e nonostante siano passati quasi 50 anni dal 25 de Abril del 1974 e dalla fine della lunga dittatura, la Rivoluzione dei Garofani mantiene intatta la sua capacità di mito unificatore. Il presidio della piazza – la cui immagine più eloquente è quella del capitano Salgueiro Maia e del suo Chaimite nella Praça do Comercio – è elemento fondamentale del conflitto politico. Il ricordo di quello che è stato e la voglia di contrastare nostalgie aggrega partiti e una società civile viva e dinamica. Fino ad adesso gli anticorpi contro la peste in Portogallo, per parafrasare Albert Camus, sono stati resistenti così come inalterato rimane, per il momento, lo stigma contro la discriminazione e la xenofobia.

* Fonte: Goffredo Adinolfi, IL MANIFESTO

Proseguono le indagini sui moderni arsenali scoperti in Piemonte, Lombardia e Toscana, di chiara matrice neonazista come dimostrano le croci uncinate e le citazioni di Hitler trovate insieme alle armi. Resta però senza risposta la domanda: si tratta di qualche nostalgico del nazismo, collezionista di armi, oppure siamo di fronte a qualcosa di ben più pericoloso? Gli inquirenti – riferisce il Corriere della Sera – hanno indagato su «estremisti di destra vicini al battaglione Azov», ma non hanno scoperto «nulla di utile». Eppure vi sono da anni ampie e documentate prove sul ruolo di questa e altre formazioni armate ucraine, composte da neonazisti addestrati e impiegati nel putsch di piazza Maidan nel 2014 sotto regia Usa/Nato e nell’attacco ai russi di Ucraina nel Donbass.

Va chiarito anzitutto che l’Azov non è più un battaglione (come lo definisce il Corriere) di tipo paramilitare, ma è stato tasformato in reggimento, ossia in unità militare regolare di livello superiore.
Il battaglione Azov venne fondato nel maggio 2014 da Andriy Biletsky, noto come il «Führer bianco» in quanto sostenitore della «purezza razziale della nazione ucraina, impedendo che i suoi geni si mischino con quelli di razze inferiori», svolgendo così «la sua missione storica di guida della Razza Bianca globale nella sua crociata finale per la sopravvivenza».

Per il battaglione Azov Biletsky reclutò militanti neonazisti già sotto il suo comando quale capo delle operazioni speciali di Pravy Sektor. L’Azov si distinse subito per la sua ferocia negli attacchi alle popolazioni russe di Ucraina, in particolare a Mariupol. Nell’ottobre 2014 il battaglione fu inquadrato nella Guardia nazionale, dipendente dal Ministero degli interni, e Biletsky fu promosso a colonnello e insignito dell’«Ordine per il coraggio». Ritirato dal Donbass, l’Azov è stato trasformato in reggimento di forze speciali, dotato dei carrarmati e dell’artiglieria della 30a Brigata meccanizzata. Ciò che ha conservato in tale trasformazione è l’emblema, ricalcato da quello delle SS Das Reich, e la formazione ideologica delle reclute modellata su quella nazista. Quale unità della Guardia nazionale, il reggimento Azov è stato addestrato da istruttori Usa e da altri della Nato.
«Nell’ottobre 2018 – si legge in un testo ufficiale – rappresentanti dei Carabinieri italiani hanno visitato la Guardia nazionale ucraina per discutere l’espansione della cooperazione in differenti direzioni e firmare un accordo sulla cooperazioe bilaterale tra le istituzioni». Nel febbraio 2019 il reggimento Azov è stato dislocato in prima linea nel Donbass.

L’Azov è non solo una unità militare, ma un movimento ideologico e politico. Biletsky – che ha creato nell’ottobre 2016 un proprio partito, «Corpo nazionale» – resta il capo carismatico in particolare per l’organizzazione giovanile che viene educata, col suo libro «Le parole del Führer bianco», all’odio contro i russi e addestrata militarmente. Contemporaneamente, Azov, Pravy Sektor e altre organizzazioni ucraine reclutano neonazisti da tutta Europa (Italia compresa) e dagli Usa. Dopo essere stati addestrati e messi alla prova in azioni militari contro i russi del Donbass, vengono fatti rientrare nei loro paesi, mantenendo evidentemente legami con i centri di reclutamento e addestramento.

Ciò avviene in Ucraina, paese partner della Nato, di fatto già suo membro, sotto stretto comando Usa. Si capisce quindi perché l‘inchiesta sugli arsenali neonazisti in Italia non potrà andare fino in fondo. Si capisce anche perché coloro che si riempono la bocca di antifascismo restano muti di fronte al rinascente nazismo nel cuore dell’Europa.

* Fonte: Manlio Dinucci, IL MANIFESTO

Un fiorente traffico internazionale di armi, di provenienza incerta, che coinvolge estremisti della destra italiana. In un primo momento sembrava che l’operazione anti terrorismo di ieri avesse scoperchiato inquietanti relazioni tra mercenari italiani, decine in partenza da tutta Italia fin dal 2014, e la guerra del Donbass in Ucraina. Ma gli inquirenti hanno successivamente escluso questa ipotesi, riconducendo l’indagine al traffico d’armi internazionale.

IL QUADRO CHE LA DIGOS di Torino sta tracciando grazie a un serie di operazioni condotte da forze speciali in tutta Italia risulta inquietante per quanto riguarda potenza e qualità organizzativa dell’eversione nera in Italia. Dopo un’operazione simile condotta due settimane fa nel nord ovest, ieri un blitz concluso da squadre anti terrorismo ha portato al sequestro di armi da guerra e comuni. Sono stati trovati nove fucili d’assalto, una pistola mitragliatrice, tre fucili da caccia, sette pistole, sei parti di armi da guerra, venti baionette, circa mille munizioni nonché una variegata collezione di bandiere e cartelli con simbologia naziste. In un hangar nei pressi dell’aeroporto di Rivanazzano Terme, in provincia di Pavia, è stato rinvenuto persino un missile, alto circa tre metri e dal peso di otto quintali, perfettamente funzionante previa riarmatura. Di produzione francese, proveniva dal Qatar.

L’intero arsenale era in vendita al miglior offerente: il razzo a un prezzo di circa mezzo milione di euro ed era già stato oggetto di interesse.
Tra gli arrestati Fabio Del Bergiolo, 60 anni, colui che deteneva l’arsenale: nella sua casa di Gallarate è stato trovato un ingente quantitativo di armi, per lo più di fabbricazione austriaca, tedesca e statunitense, oltre che diversi stemmi e cartelli con simboli e slogan nazisti. Già ispettore delle dogane specializzato nell’antifrode, Del Bergiolo fu un militante di Forza Nuova nonché candidato al senato nei primi anni duemila. Prese nove voti.
Alessandro Monti, 42 anni, svizzero, è invece il titolare della società che possiede l’hangar vicino a Voghera dove è stato trovato il missile. Il terzo finito in manette è Fabio Bernardi, 51 anni.

IL QUESTORE DI TORINO Giuseppe De Matteis ha definito l’operazione «un sequestro con pochi precedenti per la qualità delle armi e per il loro potenziale violento». «Non risultano collegamenti tra le persone coinvolte e soggetti combattenti a fianco delle milizie di estrema destra in Ucraina», ha poi aggiunto il questore. Precisazione che ha fermato le prime ricostruzioni che tendevano un filo tra eversione di destra in Italia, Ucraina e Russia.
Gli investigatori hanno sottolineato che «al momento non esistono elementi che facciano pensare a progettualità eversive», aggiungendo che sono «risaliti esclusivamente ai destinatari delle misure cautelari, intermediari nella vendita di armi da piazzare sul mercato nero».

L’OPERAZIONE DI IERI segue quella del nove luglio a Torino quando furono perquisite dieci case di militanti della destra oltranzista appartenenti a Legio subalpina, Forza Nuova e Rebel firm, a Ivrea, trovando materiale di stampo fascista e proiettili da guerra. In precedenza, il 20 giugno, fu denunciato il coordinatore piemontese di Forza Nuova Luigi Cortese per apologia di fascismo, mentre e alcuni ultras riconducibili alla curva della Juventus e del Torino subirono delle perquisizioni.

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

Dal 2014 a oggi 187 episodi, raccolti in una mappa interattiva da Infoantifa Ecn. Quasi uno su tre negli ultimi 18 mesi

«Ringrazio tutti per la solidarietà, sono appena uscito dalla sala operatoria per l’intervento al setto nasale. Non appena mi dimetteranno andrò subito a sporgere denuncia e lo farò indossando la maglietta del Cinema America». Ha scritto così nel pomeriggio di ieri David Habib, uno dei quattro ragazzi aggrediti sabato notte nel quartiere romano di Trastevere. «Avete la maglietta del Cinema America, siete antifascisti. Toglietevela» avrebbero gridato i 10 aggressori prima di scatenarsi con testate, calci, pugni e colpi di bottiglia. Insieme al messaggio comparso sulla pagina Facebook del progetto nato dall’occupazione della storica sala di via Natale del Grande e poi, dopo lo sgombero, continuato con le proiezioni di film in diverse piazze della capitale, la foto del giovane con naso fasciato e pugno chiuso. Sotto, commenti di solidarietà e richieste di acquisto delle magliette bordeaux con la scritta gialla. Un modo per indossare la solidarietà contro la violenza fascista.

UNA RISPOSTA IMMEDIATA c’era stata già all’indomani dell’aggressione. Domenica sera migliaia di persone hanno affollato piazza di San Cosimato, al centro dello storico quartiere adiacente al fiume che attraversa Roma. Alla presentazione del film di Bernardo Bertolucci Io ballo da sola in tanti si sono presentati con la t-shirt del Cinema America, organizzatore dell’evento. Tra loro Jeremy Irons, attore britannico premio Oscar nel 1991, giunto a Roma per l’omaggio al regista italiano scomparso a novembre scorso. «Dobbiamo fare attenzione quando andiamo a votare, ma soprattutto dobbiamo ricordarci della nostra umanità in modo tale che ciò che è accaduto 70 anni fa non torni a gettare i suoi semi» ha detto Irons al microfono.

AI RAGAZZI AGGREDITI sono arrivati numerosi attestati di solidarietà da esponenti istituzionali, sindacati e mondo dello spettacolo. «Aspettiamo le necessarie verifiche ma se i fatti fossero confermati sarebbe un episodio gravissimo, aggravato dall’intolleranza ideologica» ha affermato il premier Giuseppe Conte. «Piena solidarietà ai ragazzi del Cinema America – ha scritto su twitter la sindaca di Roma Virginia Raggi – Un atto vile e barbaro, che bisogna condannare fermamente. Roma è una città aperta e inclusiva». Al trend si è accodato anche il ministro dell’Interno Matteo Salvini, dagli Usa. «Noi combattiamo contro ogni genere di violenza, che siano comunisti o fascisti. Del resto io faccio il ministro che reprime la violenza» ha detto il leader della Lega, derogando al principio di generalizzazione delle responsabilità che utilizza ogni volta che a delinquere è un cittadino immigrato. «Una cosa gravissima, un’aggressione fascista che va combattuta e non sottovalutata nel modo più assoluto. Credo sia necessario reagire» ha dichiarato il segretario della Cgil Maurizio Landini. «Facciamo così. La prossima volta prendetevela con me» è il messaggio twittato da Edoardo Leo, protagonista della saga Smetto quando voglio, insieme a un selfie con indosso la maglietta del Cinema America.

L’AGGRESSIONE DI SABATO scorso ha fatto giustamente scalpore, ma non si tratta di un episodio isolato. Nella mappa in costante aggiornamento realizzata dal progetto Infoantifa Ecn sono stati raccolti e classificati 187 episodi di violenza compiuti da estremisti di destra dal 2014 a oggi. Ben 58, quasi uno su tre, si sono verificati negli ultimi 18 mesi: uno ogni dieci giorni. Gli episodi sono di natura diversa e vanno dalle minacce verbali alle aggressioni fisiche, dagli attentati incendiari a spazi sociali alle bombe carta contro centri di accoglienza, dalle violenze sessuali agli omicidi. Come quelli di matrice razzista di Idy Diene a Firenze (04/03/2018) ed Emmanuel Chidi Namdi a Fermo (06/07/2016) o il femminicidio di Anna Carusone in provincia di Caserta (22/01/2018), per citare i più recenti.

LA VIOLENZA COLPISCE soggetti diversi: omosessuali, migranti, donne, antifascisti, chi esprime solidarietà agli stranieri o chi professa una fede diversa. La mappa riconduce 22 episodi a Forza Nuova e 70 a Casapound. Proprio il partito collegato alla casa editrice Altaforte con cui il «ministro che reprime la violenza» ha recentemente pubblicato il libro-intervista Secondo Matteo.

foto: dalla pagina facebook I ragazzi del Cinema America

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