Fascismo-Antifascismo

L’estrema destra cresce cambiando di segno al conflitto: orizzontale invece che tra le classi

Il riemergere di partiti e movimenti di estrema destra in Europa ed il convergere su di essi di porzioni consistenti di consenso popolare, sia empatico che elettorale, se da un lato ha configurato nella sfera pubblica un processo di «neocittadinanza» di istanze regressive quando non esplicitamente razziste, dall’altro ha finora sostanzialmente prodotto un dibattito sul tema del «ritorno del fascismo» che sembra avere come unico approdo quello di esorcizzare, attraverso la demonizzazione del sintomo, l’individuazione delle cause sostanziali che hanno determinato il fenomeno ed il suo manifestarsi.

SIANO ESSE di natura sociale (la crisi economica e la questione dei flussi migratori) o politico-valoriale (crisi dell’impianto ideale della politica) le linee di frattura entro cui è stato possibile per le forze dell’estrema destra incistare le comunità contemporanee sembrano far capo alle nozioni tanto della disgregazione quanto dei raggiunti limiti espansivi del sistema di riproduzione della ricchezza nelle società «mature».
I termini disgreganti emersi in rapida sequenza in questi ultimi anni in seno alla comunità internazionale hanno portato alla consunzione di sistemi politici consolidati ed alla fine materiale di forze e partiti politici che avevano caratterizzato il primo quindicennio della società globale post-89.

OGGI LE CANCELLERIE di tutta Europa, e con esse la stessa Unione, attraversano una crisi strutturale. In tutti i paesi pur nelle differenze di eredità storica e composizione politico-sociale sono emersi corpi di rappresentanza regressiva, di estrema destra e non solo, capaci di propagandare una divisione della società su base categoriale (migranti/cittadini; occupati/disoccupati; uomini/donne; garantiti/precari) e di distorcere le forme del conflitto, spostandolo dalle sue fisiologiche linee verticali (la contrapposizione tra classi subalterne e ceti dirigenti che ha garantito in termini storici il progresso) a quelle orizzontali che artificiosamente ne rovesciano il senso contrapponendo gruppi sociali nelle stesse condizioni e con gli stessi interessi e problemi.

Su questo terreno si colloca la necessità dell’antifascismo nella società contemporanea, non solo come valore o paradigma ideale ma come nesso di relazione storica con ciò che esso materialmente rappresentò in termini di risposta internazionale al movimento politico fascista. L’antifascismo rappresentò in Europa ed in modo peculiare in Italia una teoria dello Stato che, incarnata in una lotta reale delle giovani generazioni, fu capace di informare alla radice la rifondazione costituzionale dei paesi e delle società del continente.

Dopo l’esperienza internazionale della lotta antifascista tutti gli assetti politico-istituzionali post-bellici fecero i conti con l’eredità della Resistenza il cui portato valoriale e di diritti riformulò inclusivamente il perimetro delle cittadinanze e delle uguaglianze, a partire da quelle delle donne e delle classi popolari.

INSIEME ALLE GRANDI VISIONI politiche e ideali come il «Manifesto di Ventotene» l’antifascismo espresse, come ci ha insegnato Claudio Pavone, una nuova «moralità» che divenne patrimonio delle classi popolari al punto di farne un tratto connaturato alla loro identità sociale nonché saldato alla trasmissione della propria memoria storica individuale e collettiva. Al termine di decenni in cui quegli stessi ceti popolari si sono visti relegati nelle periferie urbane, culturali, sociali e politiche della società; hanno dovuto scontare sulla pelle le sofferenze e le umiliazioni della crisi economica; hanno assistito alla cancellazione dei loro diritti e quindi delle radici storiche da cui essi provenivano, il compito dell’antifascismo sembra di nuovo essere quello di restituire ruolo e identità nella sfera pubblica a quella parte così ampia della popolazione che oggi la cosiddetta «classe dirigente», ovvero i principali responsabili dei processi disgregativi, non esita a rappresentare come espressione di insane e primitive manifestazioni di populismo e sovranismo plebeo.

È IN QUESTA TEMPERIE che l’antifascismo diviene un programma. Ancora una volta chiaro e unitario, storicamente fondato, socialmente inclusivo, politicamente e orgogliosamente schierato. Di nuovo, come sempre, indispensabile.

* Fonte: Davide Conti, IL MANIFESTO

MILANO. Avanguardia nazionale fu sciolta per decreto, sulla base della Legge Scelba, per ricostituzione del partito fascista l’8 giugno 1976, tre soli giorni dopo la sentenza della settima sezione penale del Tribunale di Roma che aveva condannato 31 “avanguardisti” a 26 anni complessivi di reclusione. Due furono gli anni comminati al fondatore Stefano Delle Chiaie. Non si attese la conclusione dell’iter giudiziario che comunque sia in appello, nel 1981, che in Cassazione, nel novembre 1982, confermò le condanne.

Il ruolo di Avanguardia nazionale negli attentati del 12 dicembre 1969, segnatamente nella strage di piazza Fontana, è stato spesso sottovalutato. In primo piano, infatti, dal punto di vista giudiziario, finirono gli uomini di Ordine nuovo, a partire dalla cellula padovana di Franco Freda e Giovanni Ventura. Eppure alcuni fatti dimostrerebbero la centralità di questa organizzazione.

LA RIUNIONE DI PADOVA

Come noto gli inquirenti che si occuparono della “pista nera” indicarono come momento di svolta nell’escalation degli attentati del 1969, la riunione di Padova del 18 aprile. Quella in cui si decise di colpire in «luoghi chiusi» con ordigni potenziati posti in «contenitori metallici» che li avrebbero resi particolarmente micidiali. Dalle intercettazioni disposte dall’allora Procuratore della Repubblica Aldo Fais, si scoprì che a questa riunione di Ordine nuovo, era atteso «il camerata Pino». L’identità dell’ospite verrà svelata tre anni dopo da uno dei partecipanti, Marco Pozzan. Si trattava di Pino Rauti, il capo riconosciuto di Ordine nuovo. Ma insieme a Rauti arrivò un secondo personaggio, che Freda, rispondendo alle insistenze di Pozzan,confidò « È un uomo del Sid». Che a questa riunione avesse partecipato «un collaboratore del Sid», lo confermò anni dopo il generale Gianadelio Maletti. Si trattava di Guido Giannettini, reclutato fin dal 1966 dal Servizio informazione della difesa. A quell’incontro, dissero alcuni, vi intervenne anche come emissario di Stefano Delle Chiaie. D’altro canto nei documenti della Questura di Roma Giannettini era in quegli anni segnalato come «elemento di rilievo di Avanguardia nazionale».

«DELLE CHIAIE ERA PRESENTE!»

Sarà però Giovanni Ventura, il 17 marzo 1973, in un lunghissimo interrogatorio di undici ore, nel carcere di Monza, che confessò che alla riunione di Padova era invece presente in prima persona Delle Chiaie. Lo ribadì il 2 novembre in un confronto con lo stesso Freda: «Il Delle Chiaie a quella riunione» – disse – «era venuto». Era da anni amico di Freda e si era più volte incontrato con lui. Vuotando il sacco a metà, Ventura, parlò anche dei finanziamenti che venivano «con prevalenza assoluta» proprio «da Stefano Delle Chiaie».

Il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio non gli credette giungendo alla conclusione che Delle Chiaie non poteva essere stato a Padova, avendo subito la mattina successiva una perquisizione domiciliare a Roma. Ma non andò a fondo. Un errore, visto che il commissario di polizia che eseguì quella perquisizione la effettuò alle 11 della mattina. Orari ferroviari alla mano, Delle Chiaie avrebbe potuto benissimo partire da Padova dopo mezzanotte ed essere nella sua abitazione prima delle 10. Lo sostenne, inascoltato, l’avvocato Odoardo Ascari al processo che si tenne nel 1978 a Catanzaro.

LE BOMBE DI ROMA

Ordine nuovo e Avanguardia nazionale a Padova decisero anche di spartirsi il territorio per le azioni terroristiche da compiere: l’organizzazione di Rauti al Nord e quella di Delle Chiaie al Centro-Sud. An, tra il settembre e il dicembre 1968 aveva già compiuto a Roma ben undici attentati, quattro con bombe. Ora si doveva alzare il tiro. Puntare alla strage.

Nel giorno in cui a Milano, alle 16.37, scoppiò la bomba in piazza Fontana, a Roma ne scoppiarono altre tre: una in un corridoio sotterraneo della Banca nazionale del lavoro (tra via Veneto e via di San Basilio) e due all’Altare della Patria. Alcuni testimoniarono di aver visto uomini di Avanguardia nazionale aggirarsi da quelle parti. Diversi furono anche gli esponenti neofascisti che nel corso degli anni addebitarono ad An quegli attentati. Qualcuno (Alfredo Sestili) fece anche il nome di Mario Merlino.

ANCORA GLI STESSI

Avanguardia nazionale si è ormai ricostituita da quasi tre anni nella più assoluta indifferenza istituzionale. Un’organizzazione a tutti gli effetti fuori legge. Il simbolo è rimasto lo stesso, l’Odal, una lettera dell’alfabeto runico a forma di rombo con i lati inferiori incrociati, espressione della continuità della stirpe, a suo tempo utilizzata anche da una divisione delle Waffen-SS. Anche i dirigenti sono rimasti gli stessi, a partire da Delle Chiaie, il capo incontrastato. Tra gli altri figura ancora lo stesso Mario Merlino, l’“agente provocatore” che si infiltrò tra gli anarchici. L’idea è quella di aprire sedi e mettersi a disposizione delle nuove leve del neofascismo. Già accade a Brescia dove si intimidisce chi denuncia la loro attività e dove, tra un saluto romano e l’altro, alle riunioni si sono fatti fotografare la candidata sindaca di Azione sociale/Forza nuova alle ultime elezioni amministrative e i leader dei comitati più attivi nel minacciare i profughi e chi li accoglie.

* Fonte: Saverio Ferrari, IL MANIFESTO

Moltissime le espressioni di solidarietà e sostegno agli animatori della palestra. «Da domani ripartiranno le attività e saremo ancora più forti grazie all’ondata di solidarietà che stiamo ricevendo – ha spiegato Luca Blasi del centro sociale Astra – Abbiamo lanciato un crowdfunding per riparare i danni subiti e continueremo a fare in modo che il Tufello resti una zona in cui per i fascisti non c’è posto»

Un attacco incendiario ha colpito la palestra popolare Valerio Verbano, nel quartiere romano del Tufello. Intorno alle 23.30 di lunedì, ignoti hanno dato alle fiamme del gasolio in tre punti diversi dell’edificio: porta, retro e caldaia elettrica. Fosse stata a gas sarebbe diventata una bomba.

«SONO VENUTI DI NOTTE, perché qui di giorno non si affacciano. Ma non sono riusciti a dare fuoco all’edificio» ha esordito Giulio Bartolini, responsabile del progetto, nella conferenza stampa organizzata ieri pomeriggio. «L’azione si inserisce in una fase politica nuova in cui i fascisti sono sdoganati dal governo – ha detto Luca Blasi, del vicino centro sociale Astra – Questo gesto vigliacco è indirizzato contro tutto il laboratorio politico nato in questo pezzo di città».

Durante l’iniziativa sono intervenuti esponenti del III municipio. Christian Raimo, assessore alla cultura: «È stato un attacco fascista, diciamo le cose come stanno. Qui oltre a fare ginnastica si impara la storia di Verbano, si incontrano gli attivisti del quartiere e si apprendono i valori dell’impegno e della solidarietà. È una palestra per gli antifascisti di domani». Claudia Pratelli, assessora alla scuola e allo sport: «Ci sentiamo colpiti in quanto comunità politica. Sono qui come cittadina e come rappresentante istituzionale per dire che risponderemo insieme a ciò che hanno fatto». Già in mattinata avevano espresso vicinanza Giovanni Caudo, presidente del III municipio, Massimiliano Smeriglio, vicepresidente della regione Lazio, e Marta Bonafoni, consigliera regionale.

LA PALESTRA Valerio Verbano nasce nel 2006 con l’occupazione di un vecchio locale caldaie dell’Ater. L’edificio è abbandonato, pieno di siringhe e rifiuti. Per trasformarlo in un centro sportivo occorrono 60mila euro. Parte delle risorse necessarie sono raccolte con iniziative in quartiere e negli spazi sociali. Per quello che manca, alcuni ragazzi della zona accendono due mutui, ipotecando le case dei parenti.
Il 7 ottobre 2008 iniziano le attività sportive, che oggi coinvolgono 250 atleti. Dal lunedì al venerdì si svolgono corsi di capoeira, kick boxing, pre-pugilistica, karate e ginnastica artistica. In quest’ultima disciplina si esercitano 94 bambine del quartiere. Alcune erano presenti alla conferenza stampa.

IL PROGETTO sportivo e sociale porta il nome di Valerio Verbano, militante di Autonomia operaia ucciso il 22 febbraio 1980 a poche centinaia di metri. Aveva solo 19 anni. Gli assassini appartenevano a un commando fascista rimasto senza nome. La madre di Valerio, Carla, è stata tra le più accese sostenitrici della palestra, fino alla sua scomparsa nel giugno 2012. Ci teneva ad avere ogni anno la tessera numero uno. «Da domani ripartiranno le attività e saremo ancora più forti grazie all’ondata di solidarietà che stiamo ricevendo – ha concluso Blasi – Abbiamo lanciato un crowdfunding per riparare i danni subiti e continueremo a fare in modo che il Tufello resti una zona in cui per i fascisti non c’è posto».

* Fonte: Giansandro Merli, IL MANIFESTO

TRIESTE. In un insolito sabato d’autunno, Trieste si è svegliata progressivamente blindata e in alcuni tratti deserta. I commercianti hanno abbassato le serrande e tra i cittadini circolava un certo malcontento. Nel primo pomeriggio la città si riempita di due anime contrapposte, mentre il Comune invitava a rimanere «in casa fino alle 20».

Da un lato, in pieno centro, Largo Riborgo ospitava il raduno nazionale di Casapound. Tra la folla, ancora limitata a qualche centinaio di persone, dominava il colore nero. Al balcone di un palazzo era appesa la scritta «Trieste Pro Patria» e, da lassù, alcuni esponenti del partito neofascista hanno salutato la folla, sventolando le loro bandiere. A breve sono arrivati alcuni bus che trasportavano altri militanti provenienti da diverse parti d’Italia: in tutto meno di 2000, alla faccia della «mobilitazione nazionale». Il corteo di Casapound era pronto a partire, accompagnato dalla musica di Wagner.

DALL’ALTRO LATO, in cima al colle di san Giacomo, anche il corteo antifascista si stava preparando. L’atmosfera era più variopinta. Singoli, famiglie e diverse istanze sociali. Più di 10.000 secondo i promotori. Riccardo Laterza, in rappresentanza della rete Trieste Antifascista e Antirazzista che aveva organizzato la manifestazione, ha aperto con un intervento. «Viste le tante presenze anche internazionali, chiederei un favore a chi ne è in grado: provate a riportare ai vostri vicini queste parole, che dopo di me saranno lette anche in sloveno, in più lingue possibili: facciamo in modo che questa sia una manifestazione di tutte e di tutti».

PRESENTI, nel lungo serpentone antifascista, il mondo culturale italiano e sloveno, il mondo sindacale, il mondo laico e cattolico, il mondo femminista e il mondo Lgbt della città.

«Prendo posizione contro questa scelta infelice sia da parte del sindaco che del prefetto – ha dichiarato lo scrittore Pino Roveredo – Sono sollevato perché ci sono molti giovani e vuol dire che c’è una presa di coscienza». Stefania Grimaldi, presidente della Cooperativa La Collina di Trieste, ha così motivato la sua presenza: «Noi rappresentiamo un pezzo della cooperazione sociale, crediamo nei valori della convivenza, dell’inclusione e dell’uguaglianza».

PRESENTE anche Antonio Parisi della comunità Lgbt di Trieste. «Sono qui per accogliere nella maniera più refrattaria possibile l’idea (e non tanto le persone) che gruppi fascisti possano prendere in mano la città», spiega. Un unico momento di tensione si è registrato quando alcuni esponenti di Potere al Popolo hanno contestano i rappresentanti del Partito democratico, presente a livello comunale, regionale e nazionale.

Dall’opposizione in Comune sono scesi in piazza alcuni consiglieri, tra cui Sabrina Morena di Sel. «Sono qui per difendere i valori della Costituzione e dell’antifascismo e trovo indecente che si commemori così la prima guerra mondiale: con un corteo fascista nel centro della città, al quale è stata data più visibilità di quello antifascista», con una critica esplicita al ruolo del Comune guidato dalla destra. Nel frattempo Casapound è sembrata rallentare ma poi ha proseguito tagliando perpendicolarmente via Carducci, luogo più vicino all’altro corteo. Non si è sentita più la musica e i passi dei manipoli neofascisti hanno continuato silenziosi e ordinatissimi, diretti verso il Giardino pubblico. Ma nessuno ha più parlato del concerto previsto per la serata a Fiume (Croazia).

NEL TARDO pomeriggio, Simone di Stefano di Casapound ha dato il via al suo provocatorio e delirante comizio. «Di certo noi oggi non siamo venuti qui per prendere voti… Siamo venuti qui semplicemente per onorare il sacrificio di 600.000 e più italiani che erano i nostri nonni e i nostri bisnonni che nella grande guerra si sono battuti come leoni scrivendo col sangue i confini di questa nostra nazione. Noi oggi siamo qui per celebrare una vittoria».

Qualche centinaio di metri più in là, risuonava una voce opposta. «Mi chiamo Lidia, nome di battaglia Bruna e ho fatto la staffetta partigiana a Novara – ha raccontato Lidia Menapace- Io credo che il successo di questa straordinaria giornata viene dal fatto che non siamo tutti in cattedra a raccontare grandi valori, giudizi ed eroismi ma siamo davvero popolo, tutti e tutte, giovani e meno giovani».

* Fonte: Emily Menguzzato, IL MANIFESTO

Domenica scorsa si è concluso il week-end dell’«internazionale nera» a Kiev. Una vera e propria adunata di gruppi neofascisti europei che ormai da qualche anno hanno individuato «nell’avamposto ucraino» la base per progettare un continente «etnicamente bianco», «antimondialista» e «free-gay». Alla iniziativa lanciata dal braccio politico del famigerato battaglione Azov «NazKorp» e sostenuta dagli altri due partiti neonazisti ucraini Pravy Sektor e Svoboda, hanno aderito anche formazioni di Francia, Svezia, Danimarca, Svizzera, Germania, Polonia e Bielorussia. A rappresentare l’Italia in questa pericolosa accolita di rottami politici, Casa Pound Italia.

L’INIZIATIVA aveva preso il via già due giorni prima quando si era tenuto un primo seminario del «Intermarium Support Group» una sorta di ong neofascista, o come l’hanno definita gli organizzatori una «rete per la promozione di progetti per la cooperazione regionale nei settori della difesa, dell’economia e della cooperazione» . Tante giacche e cravatte e tante hostess in tailleur per mostrare l’immagine «in doppiopetto» del fascismo del XXI secolo. Tra gli invitati anche gli ustascia croati e i neofascisti lituani.

Il giorno seguente il 14 ottobre in occasione del 76esimo anniversario della fondazione dell’Esercito Insurrezionale Ucraino di Stepan Bandera – il leader dei collaborazionisti filo nazisti – diventato da qualche anno festa nazionale, i convenuti hanno partecipato alla lugubre marcia del nazionalismo neofascista ucraino a cui, secondo i dati della polizia, hanno partecipato 20mila persone e che si è conclusa con un concerto in piazza di gruppi suprematisti metal.

DOMENICA, infine, si è tenuta – a porte chiuse – la vera e propria conferenza. Un blogger ucraino è riuscito comunque a partecipare all’«evento» e a fornire qualche dettaglio. «Special guests» come li hanno definiti gli organizzatori, «The Gold One» pseudonimo di Marcus Follin un body builder svedese fascista che invita nei suoi video all’odio per i neri e a rinunciare ai dolci e al porno, ma soprattutto Greg Johnson, l’ideologo nazista americano autore del «Manifesto del Nazionalismo Bianco» in cui si teorizza una società bianca ripulita e separata dalle altre.

L’UCRAINA, detto di passata, è ormai l’unico paese europeo che concede l’ingresso a Greg Johnson: lo scorso anno persino il governo ungherese lo invitato a sloggiare da Budapest giudicandolo «persona non grata».
Nella sua relazione Johnson ha enfatizzato come «con l’ascesa di Trump, Salvini e Kurz, il vento sia cambiato e questo è qualcosa che dovremo saper utilizzare», operando per giungere alla «fondazione di un pan-euperismo e universalismo di destra».

Un punto di vista simile è stato espresso da Alberto Palladino di Casa Pound nella sua relazione «Il movimento rivoluzionario e le elezioni», per il quale al governo M5s-Lega non andrebbe fatta una opposizione di principio ma si deve accompagnare il corso per quanto riguarda il tema dell’immigrazione .

LE CONCLUSIONI sono state affidate alla «primula nera» del fascismo ucraino Olena Semenyaka. Secondo la relatrice, Kiev può diventare «il punto di forza e il quartier generale dei patrioti dell’Europa dell’Est e dell’Ovest». Tale progetto sarebbe sorto a Kiev nel 2014 «con la rivoluzione a Kiev (il movimento di Piazza Maidan, ndr.), l’annessione della Crimea e la guerra in Donbass… che hanno fatto rivivere la tradizione della resistenza anticomunista prima e durante la seconda guerra mondiale per fermare il bolscevismo». Una resistenza e un’organizzazione che deve unire oggi «tutti i veri nazionalisti nella parola d’ordine “Oggi in Ucraina, domani in Russia e in tutta Europa!”».

* Fonte: Yurii Colombo, IL MANIFESTO

Oggi manifestazioni in Francia e in Europa a sostegno della nave umanitaria che è rimasta senza bandiera su pressione italiana

Manifestazioni di sostegno, oggi, in una trentina di città francesi (e anche in Europa) per Sos Méditerranée, l’ong che assieme a Médecins sans frontières, gestisce la nave Aquarius. Le manifestazioni erano già previste, in seguito alla perdita della “bandiera” che permette di navigare, ritirata dal Panama sotto pressione italiana. Ma ora c’è una ragione in più: ieri, verso le ore 14, un commando di una ventina di militanti di Génération identitaire, un gruppo di estrema destra, ha preso d’assalto a Marsiglia la sede dell’organizzazione umanitaria. Le persone che erano presenti sono state spinte fuori dall’edificio. Ventidue violenti sono stati fermati. “Il personale è sano e salvo – ha precisato Sos Méditerranée – ma sotto choc”. Génération identitaire, che già si è manifestata violentemente contro i migranti a varie occasioni, anche in val Roya (al confine con l’Italia), ha dispiegato uno striscione: “la nostra azione vuole denunciare la complicità di questa ong che, sotto copertura <umanitaria>, collabora con i passeurs di clandestini”.  Gli estremisti di destra chiedono il “sequestro” dell’Aquarius. Destra e estrema destra appoggiano il commando di Génération indentitaire. Per il Rassemblement national (ex Fn), “è finita l’ora dell’impunità. Bravi!”. Il Ps ha denunciato l’azione: “vergogna”.

Dopo il salvataggio degli ultimi 58 profughi (30mila salvati negli anni di attività) poi sbarcati al largo della Valletta, l’Aquarius è ora a Marsiglia, il suo porto di base, in attesa di una chiarificazione sulla sua situazione legale. Sos Méditerranée ha chiesto all’Europa e alla Francia di intervenire e di sostituirsi al Panama per poter continuare l’opera di salvataggio dei naufraghi nel Mediterraneo. Il presidente di Sos Méditerranée, l’armatore Francis Vallat, ha denunciato l’attacco alla ong, iniziato con Salvini: “una vergogna, un attacco fondamentale dl nostro diritto del mare,  è cosi’ che si criminalizzano le ong”. Per Vallat “ogni migrante che annega trascina un po’ dei nostri valori e della nostra anima in fondo al Mediterraneo”.

* Fonte: Anna Maria Merlo, IL MANIFESTO

Trenta militanti di Casa Pound identificati E la polizia carica chi protestava contro la Lega. Martedì prossimo presidio in piazza Prefettura

Per una notte Bari è tornata agli anni ‘70, quando gli scontri di piazza tra rossi e neri erano all’ordine del giorno. Sino a culminare la sera del 28 novembre del 1978 con l’omicidio di un operaio diciottenne, comunista, Benedetto Petrone. Che morì con il ventre squarciato da una coltellata, assassinato in un agguato di squadristi del Fronte della Gioventù.

Venerdì sera, nel quartiere Libertà in via Crisanzio, si è sfiorata una nuova tragedia. Quando un gruppo di persone aderenti a Casa Pound ha deciso di aggredire con spranghe, cinghie e tirapugni, un gruppo di persone che avevano da poco terminato di sfilare nel corteo antirazzista «Bari non si Lega», organizzato dalla rete Mai con Salvini.

Due i feriti più gravi: Antonio Berillo, 36 anni, napoletano, militante di Alternativa Comunista e assistente parlamentare dell’eurodeputata Eleonora Forenza, eletta con la lista ‘L’Altra Europa con Tsipras’ ed esponente di Potere al Popolo, e Giacomo Petrelli di Alternativa Comunista, che hanno riportato lesioni alla testa e al volto medicate con punti di sutura.

Oltre a loro due, hanno fatto ricorso alle cure dei medici la stessa Forenza per stato d’ansia e Claudio Riccio, già candidato di Leu e aderente a Sinistra Italiana, colpito da una cinghiata al viso parata con le mani.

L’aggressione è avvenuta nello stesso quartiere che, una settimana fa, ha ospitato il ministro dell’Interno Matteo Salvini (che ha condannato l’episodio di ieri sera) e dove un gruppo di residenti, capeggiati da Luigi Cipriani responsabile del movimento Riprendiamoci il futuro, aveva avviato una raccolta firme per «cacciare gli immigrati irregolari che hanno invaso il nostro quartiere» sostenuta anche dagli esponenti locali del Carroccio.

Ieri mattina è stata trasmessa in Procura un’informativa con una prima ricostruzione dei fatti e i nomi di circa trenta militanti di Casa Pound identificati nella notte: almeno otto dei quali avrebbero partecipato attivamente all’aggressione. Sono in corso di acquisizione, inoltre, i filmati di una telecamera posta a pochi metri dal luogo dello scontro. Stando a quanto lasciato trapelare da fonti investigative, un primo gruppo di manifestanti, dopo il corteo, sarebbe passato davanti alla sede di Casa Pound urlando «fascisti di m…».

I militanti di estrema destra a quel punto avrebbero reagito prendendosela, però, con un secondo gruppo di manifestanti che passava di lì tornando a casa. Versione molto simile a quella fornita dai militanti di Casa Pound, che hanno dichiarato di aver agito per ‘difendere’ la loro sede di via Eritrea, da un attacco di un gruppo di manifestanti dei centri sociali.

Completamente diversa invece la versione dei fatti fornita dal gruppo dei manifestanti, in primis dell’europarlamentare Forenza, che hanno dichiarato di essere stati inseguiti e aggrediti dai militanti di destra all’improvviso, alle spalle, senza apparente motivo.

L’eurodeputato ha infatti dichiarato che mentre ritornavano verso le loro autovetture, si sono fermati per assistere una donna eritrea in compagnia di un’amica e di una bambina piccola, impaurite dal dover attraversare via Crisanzio, presidiata da un gruppo di persone di Casa Pound. Dal quale a un certo punto si sono staccati 4-5 persone che hanno prima aggredito verbalmente e poi colpito violentemente l’eurodeputato e le persone presenti in quel momento con lei.

Subito dopo l’aggressione, diverse decine di attivisti e militanti antifascisti si sono ritrovati in via Crisanzio, scortati da polizia e carabinieri in assetto antisommossa che, per disperdere i manifestanti, hanno anche tentato una carica di alleggerimento. Tra cori e striscioni la tensione è poi durata fino a mezzanotte inoltrata.

Il giorno dopo, sono tantissime le prese di posizione sull’accaduto.

«L’aggressione fascista di cui è stato vittima ieri sera un gruppo di manifestanti antirazzisti a Bari suscita sdegno e seria preoccupazione. Con metodo già visto tristemente in passato, gli aggressori hanno preso di mira alcuni manifestanti isolati. I picchiatori hanno agito indisturbati, usando i loro locali come base di partenza e di rientro, e palesemente preparati visto che hanno adoperato oggetti contundenti come mazze e cinghie. Va accertato e severamente sanzionato il comportamento delle forze dell’ordine assenti durante l’agguato nelle vicinanze della sede di Casa Pound e quindi non impedendo l’aggressione e il ferimento dei pacifici manifestanti» afferma in una nota il Coordinamento Antifascista Provinciale e Regionale, di cui fanno parte Anpi, Arci Bari, Arci Puglia, Cgil Bari, Cgil Puglia, Libera Puglia, Link Bari, Rete della Conoscenza Bari – Zona Franka, Rete della Conoscenza Puglia, Unione degli Studenti Bari, Unione degli Studenti Puglia.

Che ha convocato per martedì un presidio antifascista in piazza Prefettura. Proprio dove morì Petrone.

* Fonte: Gianmario Leone, IL MANIFESTO

GENOVA. Quella scritta comparsa sul muro di una chiesa di La Spezia — “Anna Frank non l’ha fatta Frank” — accompagnata da una svastica, poi le altre nei pressi di un centro per migranti sono state il filo rosso che ha portato i carabinieri del Ros a imbattersi su un gruppo di foreign fighter italiani, finiti a combattere per Vladimir Putin contro l’Ucraina. Il resto l’hanno fatto i social network, dove alcuni soggetti, tutti vicini all’ultradestra e alla Lega Nord, hanno postato le loro foto sui campi di battaglia, imbracciando mitra, accanto ai guerriglieri filo russi. Tant’è che la Procura di Genova ha indagato dieci persone. La magistratura al momento contesta il reato di arruolamento illecito di guerra al servizio di uno stato estero. Per la legge italiana sono mercenari. Per le autorità di Kiev, che hanno dato mandato al loro ambasciatore a Roma di presentare una denuncia, sarebbero almeno 25: una lista redatta dai servizi segreti ucraini.

Neofascisti italiani che scelgono di andare a combattere nell’esercito del Donbass, la regione che si è staccata dall’Urss ma la cui popolazione è ad alta percentuale russa e vorrebbe tornare sotto Mosca, tanto che la situazione politica ha portato alla guerra civile. Tra loro Andrea Palmeri, di 38 anni, storico capo degli ultrà della Lucchese. Già condannato in contumacia a due anni di carcere dalla Corte di Appello di Firenze per associazione a delinquere, latitante, sul suo profilo Facebook si definisce neo- fascista e posta le foto del Duce, perciò complimentato dagli amici. Per il pm Federico Manotti (pool antiterrorismo) e per il procuratore capo Francesco Cozzi sarebbe l’uomo su cui ruota il gruppo finito sul fronte Ucraino- Russo. Nella curva della Lucchese lo chiamano “Il Generalissimo”, per i magistrati genovesi sarebbe l’arruolatore dei foreign italiani e l’anello di collegamento tra questi ed i Lupi di Putin.
Nel fascicolo genovese, come ha raccontato l’Espresso lo scorso anno, oltre Palmieri sono finiti altri due combattenti italiani e un ucraino. Si tratta di Antonio Cataldo, di 33 anni, nato a Nola, in Campania, e Gabriele Carugati, trentenne di Cairate. Quest’ultimo è un’ex guardia giurata di un centro commerciale lombardo e sua mamma è l’ex segretaria della Lega Nord della cittadina comasca. Sui social, oltre alle foto del radunodi Pontida 2015, pubblica anche la sua in tuta mimetica; dice di trovarsi a Donetsk, una delle due città più importanti della regione ( patria della squadra di calcio Shaktar).
Cataldo è invece un ex militare che vanta esperienze di guerra in Libia, sul suo profilo Facebook dice di essersi addestrato in Russia e di avere scelto il fronte separatista filorusso per soldi. In ambienti nazifascisti italiani si parla di 50mila euro per l’arruolamento in prima linea. La Procura di Napoli tempo addietro lo aveva indagato per terrorismo, ma poi ha archiviato il caso con una motivazione che esclude le finalità eversive.
Tra chi è finito sotto indagine dalla Procura e dal Ros vi è pure il moldavo Vladimir Verbitchii, nome di battaglia ” Parma”. Per un certo periodo ha abitato nella città emiliana e sostiene di aver partecipato come paracadutista ad addestramenti in Emilia Romagna, condotti da militari italiani.
L’inchiesta genovese potrebbe sembrare il culmine di un percorso investigativo iniziato tempo fa. In realtà è solo l’inizio: «Nelle prossime ore ci saranno altri importanti sviluppi», si è limitato a dire ieri il procuratore capo Cozzi.

* Fonte: giuseppe filetto e marco lignana, LA REPUBBLICA

ROMA. Roma, sabato primo luglio. È notte. Tre ragazzi studiano per gli esami universitari prima delle vacanze. Sono alla sezione del Pd Subaugusta in via Giuseppe Chiovenda, quartiere Don Bosco. Verso l’una cominciano a sentire rumori strani. Sentono colpi alla porta e voci che deridono e minacciano. Urlano di venire fuori. Non si muovono. «La porta blindata della sezione li ha protetti dal peggio», racconta Rosa Ferraro, segretaria dei Giovani democratici nel settimo municipio.

Le minacce vanno avanti per una ventina di minuti, poi gli aggressori levano le tende. I ragazzi nel frattempo hanno chiamato Rosa e la polizia, che arrivano poco dopo seguiti da Digos e scientifica. Una volta fuori trovano l’ingresso della sezione imbrattato di scritte e di simboli fascisti, una bomboletta di vernice in terra. A compiere il raid sono stati in quattro. Uno di loro è stato riconosciuto e poi denunciato. È un militante di Forza Nuova, il movimento di stampo neofascista fondato da Roberto Fiore e Massimo Morsello nel 1997 che sconta la concorrenza spietata di Casapound Italia.

FORZA NUOVA STA PROVANDO a rianimarsi attraverso movimenti collaterali. Come “Roma ai Romani” il cui leader Giuliano Castellino è incappato in numerose peripezie giudiziarie, l’ultima un’accusa di frode al Sistema sanitario nazionale per oltre un milione di euro.

Il primo luglio i fascisti non si dedicano solo ai giovani democratici. Nella stessa notte gli aggressori colpiscono il centro sociale Corto Circuito a seicento metri dalla sezione Subaugusta, il centro sociale Spartaco vicino Cinecittà, la biblioteca autogestita Bam a Centocelle, la sede di Potere al Popolo. «Un’azione su vasta scala» la definisce Fabio Pari della sezione dell’Anpi del settimo municipio di Roma, «contro luoghi che sono attivi sul territorio e dichiaratamente antifascisti».

A ROMA LE AGGRESSIONI di stampo neofascista e neonazista non sono una novità. Sulla mappa interattiva realizzata dal 2014 dal collettivo antifascista bolognese Infoantifa Ecn, che monitora le aggressioni più violente su tutto il territorio nazionale, nella capitale se ne possono contare 27, oltre a una miriade di azioni minori.

Ma i fatti del primo luglio spostano l’attenzione sul settimo municipio che si estende da Piazzale Appio fino a Ciampino e conta oltre 300mila abitanti. Qui la presenza «nera» si percepisce. Una scritta a Porta Metronia recita: «Benvenuti a San Giovanni feudo dei fascisti di Forza Nuova». E i muri dei palazzi sono tappezzati da croci celtiche, simboli di Forza Nuova, frasi incitanti l’odio razziale. I licei e gli istituti di zona sono luoghi di reclutamento per Lotta Studentesca, l’organizzazione giovanile di Fn, e Blocco Studentesco l’omologa di Casapound. Incitano alla difesa della scuola pubblica e della tradizione italiana e alle «passeggiate notturne» per la sicurezza nelle strade.

QUEST’ANNO la commemorazione della strage di Acca Larenzia che richiama tutti gli anni la destra romana a Colli Albani per ricordare i due militanti del Fronte della Gioventù, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, uccisi di fronte alla sede del Msi in Via Acca Larentia, non è stato un semplice raduno per nostalgici ma una sorta di «Pride» fascista. «C’è stata una massiccia partecipazione, la più alta degli ultimi anni. I partecipanti ostentavano più del solito l’adesione al fascismo» racconta Valeria Vitrotti, capogruppo del Pd al consiglio del settimo.

A MAGGIO DELL’ANNO SCORSO Fn ha occupato cinque locali commerciali dello stabile di Via Taranto 57, di proprietà dell’Ater, l’ente che si occupa dell’edilizia residenziale. «Purtroppo la denuncia del gruppo Pd al municipio e all’Ater non ha ancora sortito effetto» spiega Vitrotti. Casapound a sua volta ha occupato una ex sede dell’Inps in Via Assisi. «Queste realtà vengono lasciate tranquille mentre altre, come il centro di aggregazione giovanile “Batti il tuo tempo” a Cinecittà, vengono chiuse» denuncia Pari.

L’OCCUPAZIONE DI SEDI da parte di organizzazioni neofasciste risponde a una strategia di radicamento territoriale già in atto nella zona dell’Appio Latino, dove la destra romana è sempre stata forte. Ma invece è una novità nella zona dell’ex X municipio dove è sempre stata presente la sinistra radicale (nel 2001 fu eletto presidente del municipio Sandro Medici).

IL TENTATIVO DI INFILTRAZIONE in una zona tradizionalmente rossa ha a che vedere con la progressiva debolezza dei luoghi di aggregazione di sinistra, come quelli aggrediti a luglio, nati anche loro in spazi occupati ma che nel tempo sono stati in grado di diventare veri presidi sul territorio. «Le normative comunali sono divenute più stringenti e chiedono a chi occupa un contributo da versare, cosa che alla lunga chi è a corto di risorse non può sostenere. È questo che fiacca l’iniziativa sul territorio, rende il rischio sgombero più concreto e svuota i quartieri di punti di riferimento e di aggregazione sociale», spiega Vitrotti.

Nel novembre scorso un’inchiesta dell’Espresso sulle società legate a CasaPound e quelle legate a Forza Nuova (dal marchio di abbigliamento Pivert agli interessi commerciali in Inghilterra dello stesso Roberto Fiore) ha ricostruito quanto invece quelle organizzazioni possano avere le risorse per mantenere una presenza sul territorio.

«L’AMMINISTRAZIONE comunale a 5 stelle non vede differenze tra destra e sinistra e si concentra sull’approccio legalitario senza guardare a cosa fa per territorio chi occupa gli spazi abbandonati». spiega ancora Vitrotti. «Mettono sullo stesso piano le palestre popolari a prezzi accessibili per tutti e chi riempie i muri con manifesti che invitano a dare cibo prima agli italiani. Se fai passare questo messaggio indebolisci le prime per rafforzare le seconde che si sentono più legittimate e più aggressive».

PER QUESTO dopo l’occupazione di Via Taranto l’anno scorso è nato il «coordinamento antifascista del settimo municipio». Hanno aderito rappresentanti di tante anime della sinistra, dal Pd a Potere al Popolo, dall’Anpi alla Libera di don Ciotti. Il battesimo del coordinamento è una manifestazione a Piazza Re di Roma l’11 novembre. A fine mese la sezione di San Giovanni del Pd invita la giornalista Federica Angeli e il deputato Emanuele Fiano, autore di una legge contro l’apologia di fascismo. Durante il dibattito la sede viene assediata da militanti di Fn e i partecipanti sono costretti a restare dentro i locali fino a quando gli assedianti non si allontanano. Pochi giorni dopo la sezione viene coperta di scritte inneggianti al fascismo. Episodi del genere, più o meno cruenti, si ripetono con una certa frequenza. A maggio del 2018 la storica sezione del Pd Alberone in via Appia Nuova imbrattata.

A FINE GIUGNO AL CONSIGLIO municipale del settimo viene presentata una mozione dal Pd aiutato dal coordinamento antifascista, con la quale si impegna il presidente e la giunta, visti i gravi fatti avvenuti, a verificare che la partecipazione ai bandi municipali sia vietata a chi viola la XII disposizione transitoria della Costituzione che vieta la ricostituzione del partito fascista. E a non rilasciare i nulla osta per manifestazioni organizzate dai neofascisti, e infine «a mettere in atto ogni forma di collaborazione con le tutte le autorità competenti e le forze di polizia nel costante monitoraggio dei fenomeni criminosi».

LA MOZIONE VIENE BOCCIATA da un’inedita alleanza tra la maggioranza 5 Stelle e i consiglieri di opposizione di Fratelli d’Italia. A pochi giorni dalle aggressioni del primo luglio.

ALL’ASSEMBLEA CAPITOLINA Giulia Tempesta, consigliera comunale Pd, chiede al Comune di Roma di costituirsi parte civile nel caso di rinvio a giudizio nel processo contro gli aggressori di via Chiovenda. Stavolta invece la mozione viene approvata il 19 luglio all’unanimità. «La solidarietà di tutta l’assemblea è un bel segnale» dichiara Tempesta. Un segnale che potrebbe correggere la rotta del Campidoglio a 5 stelle dopo la sbandata sulla via intitolata a Giorgio Almirante e il mancato appoggio alla mozione in settimo municipio.

Il Coordinamento Antifascista intanto tiene alta la ’vigilanza’ nelle strade del settimo, e con fatica, data la stagione. E prepara un’iniziativa popolare per il prossimo autunno. Si intitolerà Bella Ciao.

* Fonte: Ruggero Scotti, IL MANIFESTO

Dio, patria, famiglia e pugni. La nuova estetica dell’Italia di destra passa anche da un match di boxe.

Succede se a salire sul ring, dove è diventato campione italiano dei pesi massimi, è un pugile neofascista, «patriota» e «ultracattolico». Uno che dice che «Maometto è un pedofilo» e il femminicidio «un’invenzione della sinistra»; uno che alla finale dei Mondiali ha tifato ancor più convintamente Croazia dopo che «un camionista croato mi ha detto che i migranti loro li mandano all’ospedale…». Uno che sui gay ha chiosato: «Il nostro Dio ha ucciso i sodomiti perché si amavano senza vaselina ma ora che l’hanno inventata non c’è più problema!».
Lui si chiama Fabio Tuiach, 38 anni, lavoratore portuale con due passioni: politica e pugilato. La prima lo vede impegnato come consigliere comunale di Forza Nuova a Trieste (a dicembre è passato dalla Lega, che considerava «troppo moscia», al partito di Fiore), un’attività chedeclina tra campagne anti-migranti e spot intrisi di nazionalismo xenofobo. La seconda passione, la “nobile arte”, lo ha portato a (ri)conquistare domenica sera il titolo italiano dei massimi. L’incontro è andato in scena a Sequals, paese natale di Primo Carnera.
Tuiach ha sconfitto ai punti Sergio Romano, casertano e – ironia del caso – ex assessore comunale di centrosinistra. Motivo per cui alla vigilia del match il pugile triestino si è caricato alla sua maniera: «Per me vincere il titolo è una missione spirituale oltre che politica. Dalla mia parte il Signore degli eserciti, quello della tradizione che ha guidato i cattolici per secoli, dall’altra quello moderno bergogliano degli arcobaleni che ci vuole tutti senza differenze ma preferibilmente atei, gay e comunisti», ha scritto in un post.
E così la sfida di domenica è diventata una ribalta all’insegna della propaganda dell’ultradestra: a sostenere l’atleta-politico a bordo ring, insieme a decine di militanti in maglietta nera con la scritta Forza Nuova, era presente lo stato maggiore del partito con il capo Roberto Fiore che si è fatto fotografare con il vincitore e ha postato le immagini sulla pagina Fb. I social hanno fatto da cassa di risonanza: il successo di Tuiach che ha il volto di Gesù tatuato sulla mano destra – è stato celebrato con slogan sciovinisti e nostalgici: «Una vittoria dei patrioti», «il nazionalismo paga», «a noi!», «onore al camerata guerriero».
Un’enfasi che vorrebbe richiamare – in scala ovviamente minore – la storia del “campione in camicia nera”, Primo Carnera, unico italiano campione mondiale dei pesi massimi divenuto un eroe nazionale e un modello utile al regime di Benito Mussolini.
Il duce lo fece affacciare dal balcone di Piazza Venezia e per l’occasione il “gigante di Sequals” indossò l’uniforme della milizia fascista. Un’operazione di marketing a cui fece da contraltare la cancellazione, da parte dello stesso Mussolini, della memoria di un altro campione del ring: quel Leone Jacovacci, mulatto, romano, beniamino del pubblico di mezza Europa ma che il capo del regime silenziò in nome del mito della razza.
Sarà l’attuale clima politico, sarà lo sdoganamento e la caduta della pregiudiziale sul fascismo, sta di fatto che mai come oggi l’ultradestra “spinge” senza più imbarazzi i suoi atleti.
Sono per lo più pugili, o comunque sportivi impegnati in discipline da combattimento e arti marziali. Molti hanno il corpo tatuato di simboli inequivocabili.
Forza Nuova, Casa Pound Italia, Lealtà Azione e i Do.Ra., neonazisti di Varese, vantano atleti-militanti inseriti nei circuiti professionistici o dilettantistici.
Sabato sera, a Trieste, è salito sul palco un altro pugile, anche lui, come Tuiach, portacolori dell’Ardita Trieste: Michele Broili, classe 1993.
Dopo avere sconfitto l’avversario, il marocchino Abdallah Lahlou, ha esibito davanti ai propri sostenitori e a qualche saluto romano i suoi tatuaggi: tra gli altri, il numero 88 tatuato sul petto (nel codice dell’estrema destra l’88 sta per l’acronimo SS) e la scritta “Ritorno a Camelot”, festival neonazista che va in scena da anni a settembre in Veneto.

* Fonte: PAOLO BERIZZI, LA REPUBBLICA

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