Fascismo-Antifascismo

Proprio di fronte al palco su cui sfilavano i campioni dell’onda nera, era srotolato un lungo striscione con su scritto «Restiamo umani». Sullo stesso balcone uno Zorro in perfetto costume disegnava nell’aria a colpi di fioretto. Era la sintesi dell’alternativa che c’è, e cresce nel Paese: umanità e ironia.

In Piazza Duomo a Milano ieri è andata in scena la rappresentazione fisica dell’«onda nera». All’insegna della peggior forma di comunicazione politica: la blasfemia e la menzogna. Blasfema è infatti l’immagine di Matteo Salvini con la corona del rosario in mano.

Che così si affida «al cuore immacolato di Maria che ci porterà alla vittoria»: una vittoria che, se ottenuta, significherebbe la chiusura dell’Europa al resto del genere umano sofferente e minacciato («Se fate di noi il primo partito europeo la nostra politica sui migranti la portiamo in tutta Europa e non entra più nessuno» ha detto testualmente).

Blasfema è la menzogna con cui ha risposto polemicamente a papa Francesco che ancora una volta invocava la «necessità di ridurre il numero dei morti nel Mediterraneo» e che si è sentito rispondere che questo è già stato fatto, da lui, «con spirito cristiano», con la chiusura dei porti, la persecuzione delle Ong che salvano e i patti scellerati con i tagliagole libici, come se eliminare i testimoni scomodi e lasciar crepare le persone nei lager di Tripoli e Bengasi significasse risparmiare vite umane. Blasfemo, infine, è il tentativo di sfidare il papa in carica (fischiato dalla piazza) con l’evocazione apologetica dei suoi predecessori, Ratzinger e Woytila, nel tentativo di allargare a colpi d’ascia la spaccatura della Chiesa.

Menzognera è, d’altra parte, l’immagine apparentemente rassicurante che nel contempo il Capitano ha voluto dare, negando che su quel palco sfilasse la «destra radicale» europea («qui non c’è l’ultradestra, c’è la politica del buonsenso») quando era del tutto evidente, dai nomi dei convenuti e dai toni dei loro discorsi, che così non era.

Che lì erano stati convocati i leader di un estremismo di destra del Terzo millennio che, ognuno a casa propria, lavorano per scardinare il sistema di valori che la modernità democratica aveva elaborato, dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo alle Carte costituzionali dei principali paesi occidentali, per sostituirli con una visione del mondo egoista e feroce, suprematista e razzista, ostile ai principii di eguaglianza e solidarietà.

C’erano un po’ tutti i campioni di questo nuovo credo inumano, dalla Marine Le Pen («la nostra Europa non è quella nata sessanta anni fa») all’olandese Geert Wilders («Basta immigrazione, basta barconi», punto!), dai tedeschi di Alternative fur Deutschland (sempre più aperti alle frange neonaziste dopo la rottura con la precedente leader) a quelli dell’Ukip (con cui lo stesso Farage ha rotto a causa delle loro eccessive simpatie fascistoidi). Mancava l’austriaco Strache, è vero, ma solo perché travolto dallo scandalo che l’ha coinvolto direttamente. Peccato, perché sarebbe stato interessante sentire cosa aveva da dire sull’idea del suo collega italiano di sforare il limite del 3% del debito, vista la posizione ferocemente ostile appena espressa dal suo premier.

E questo ci introduce a una seconda riflessione: la sostanziale fragilità di quel fronte andato in scena sul palco nero di Milano, in qualche modo direttamente proporzionale alla sua aggressività. Uniti nei confronti dei più deboli, quei muscolari esponenti dell’ultradestra continentale sono in intimo, inevitabile conflitto tra loro quando si tratta di ascoltare le ragioni l’uno dell’altro, sia che siano in gioco le dimensioni del debito (e il nostro è enorme) o la redistribuzione per quote dei migranti.

Ognuno, appunto, padrone a casa propria, e prima i rispettivi «nostri». È la maledizione che colpisce ogni populismo sovranista, per sua natura segnato da una forte carica di nazionalismo che gli rende impossibile ogni forma di reale cooperazione politica e finisce per riprodurre la logica amico/nemico verso chi dovrebbe essere un proprio alleato. Non è un fattore rassicurante, vorrei essere chiaro, perché storicamente questa maledizione ha portato alla guerra. Ma ci dice quanto velleitario ed effimero sia il fronte presentato a Milano in una giornata di pioggia.

Proprio di fronte al palco su cui sfilavano i campioni dell’onda nera, era srotolato un lungo striscione con su scritto «Restiamo umani». Sullo stesso balcone uno Zorro in perfetto costume disegnava nell’aria a colpi di fioretto. Era la sintesi dell’alternativa che c’è, e cresce nel Paese: umanità e ironia. Lo si è visto nella bella – colorata e viva – contro-manifestazione parallela che ha messo in campo una generazione antropologicamente refrattaria al cupo contagio nazional-populista.

Se un futuro c’è, è rappresentato da loro.

* Fonte: Marco Revelli, IL MANIFESTO

 

 

Roma. Studentesse e studenti guidano la mobilitazione antifascista e scortano Lucano fino all’Aula I di Lettere. Messaggio al governo

ROMA. Alla fine Mimmo Lucano alla Sapienza di Roma è entrato, ha parlato e lo ha fatto davanti a una folla trepidante. Le minacce e le intimidazioni dei fascisti di Forza Nuova, che nei giorni scorsi avevano promesso di impedire la lezione dell’ex sindaco di Riace, hanno prodotto l’effetto opposto a quello desiderato.

Quando Lucano arriva a piazzale Aldo Moro sono circa le 15. Da alcune ore l’università più grande d’Europa è presidiata da almeno 2mila persone. La mobilitazione è guidata da studentesse e studenti, che hanno chiamato a raccolta le forze antifasciste della città di Roma e del quartiere di San Lorenzo. «Siamo tutti Mimmo Lucano» è il coro intonato forte per dare il benvenuto. Il comizio improvvisato davanti ai manifestanti è più volte interrotto dagli applausi e dalla commozione dell’ex primo cittadino. «Sono emozionato – dice Lucano – Non pensavo che un giorno avrei parlato davanti a tanta gente. Io ho fatto solo cose semplici credendo in un sogno di umanità. Siamo l’onda rossa che contrasta quella nera che sta oscurando il nostro orizzonte».

L’IMMAGINE PIÙ FORTE è l’ingresso fisico in università. Lucano varca i cancelli letteralmente scortato da un fiume antifascista, mentre una parte del presidio rimane a controllare la strada da cui potrebbero giungere provocazioni e una folla incontenibile riempie già la grande Aula I e tutto il piano terra della facoltà di Lettere. Per tenere i fascisti lontano dall’università studentesse e studenti si sono convocati presto. Intorno alle 11 è partito un corteo interno molto partecipato che si è andato ingrossando durante il percorso.

NUTRITA LA PARTECIPAZIONE di docenti, ricercatori e dottorandi. In apertura lo striscione: «Il fascismo non è un’opinione». Sulla stessa linea i cartelli tenuti in alto da ragazze e ragazzi: «La libertà di opinione inizia dove non ci sono i fascisti», «La cultura è sempre antifascista». «Siamo mobilitate da giorni per garantire la presenza di Mimmo Lucano in questa università, che è nostra ma anche sua – dice Isabella Karasz, dell’assemblea di Scienze politiche – La Sapienza deve essere un luogo aperto e solidale. Non permetteremo mai che un gruppo di fascisti metta bocca su quello che accade qua dentro».

Grazie alla pressione dei manifestanti, il corteo riesce a uscire dalle mura della città universitaria e si riversa in piazzale Aldo Moro, imponendo che Lucano passi per quell’entrata e non da un ingresso laterale, come avrebbe preferito la questura. Intorno alle 14 arrivano in piazza anche sindacati, associazioni e comitati di quartiere. «Qui si applica la Costituzione nata dalla Resistenza – afferma Valerio Bruni, della presidenza romana dell’Anpi – perché viene accolto Lucano, uno dei pochi ad aver reso effettivi i valori di solidarietà e accoglienza previsti dalla Carta. Questa mobilitazione fa valere la XII disposizione transitoria che prevede di non concedere alcuno spazio alle organizzazioni fasciste».

POCO PRIMA DELL’ARRIVO di Lucano si è diffusa la notizia che il gruppuscolo di militanti di Forza Nuova che si era ritrovato alla metro Castro Pretorio, di fronte alla Biblioteca Nazionale, è stato autorizzato a muoversi. Sono poco più di una ventina. In testa Roberto Fiore, ex membro dell’organizzazione eversiva Terza Posizione, e alcuni militanti dotati di bastoni nascosti dal tricolore. Il «corteo» percorre poche centinaia di metri, quasi sempre sul marciapiede, prima di tornare indietro al grido di «Boia chi molla». Nel frattempo, il presidio antifascista prova a muoversi in direzione degli estremisti di destra ma le camionette della polizia gli sbarrano la strada. Per proteggere i fascisti sono schierati: un idrante, più di venti tra blindati e jeep, decine di agenti in assetto antisommossa.

SU FACEBOOK, intanto, il vicepremier Luigi Di Maio scrive: «Vedo e sento molto nervosismo in Italia. Alla Sapienza oggi sono tornate le camionette delle Forze dell’Ordine come non accadeva da tempo. C’è una tensione sociale palpabile, non solo a Roma, come non si avvertiva da anni. Nelle piazze è tornata una divisione tra estremismi che non credo faccia bene a nessuno». «Tensione nelle piazze? L’unica novità negativa sono le decine di minacce di morte contro il ministro Salvini» rispondono dalla Lega. Minacce di morte no, ma messaggi diretti all’esecutivo e soprattutto al ministro dell’Interno ne arrivano tanti da questa piazza. Proprio il leader della Lega aprì la stagione degli attacchi all’uomo simbolo di Riace affermando: «È uno zero». Era il 3 giugno scorso, ben prima che le traballanti inchieste della magistratura costringessero Lucano a lasciare il suo paese.

«LA NOSTRA MOBILITAZIONE è in continuità con le contestazioni al Salone del Libro e con la risposta antifascista di Casal Bruciato – conclude Isabella – In queste settimane si inizia a vedere che opporsi a chi legittima i gruppi neofascisti e vota politiche razziste e sessiste è possibile».

* Fonte: Giansandro Merli, IL MANIFESTO

CATANZARO. Nelle stesse ore in cui Matteo Salvini fa il suo solito, noioso, show elettorale a Catanzaro, in mezzo a proteste di piazza e balconi poco accoglienti, Mimmo Lucano torna nel suo esilio di Caulonia Marina, dopo aver ricevuto il 9 maggio a Cinisi il premio Musica e Cultura Peppino Impastato «per aver costruito un modello di economia alternativa che ha messo al centro l’Essere Umano». E proprio oggi il sindaco sospeso avrebbe voluto tornare nella sua Riace, dopo tanti mesi di restrizione coatta, per presentare la Fondazione «È stato il vento», insieme a molti artisti di quei 123 che hanno promosso e firmato «l’Appello della musica per Riace». Ma, nonostante avesse presentato regolare istanza per ricevere la deroga temporanea al divieto di dimora, e nonostante il parere favorevole del pm, i giudici del tribunale di Locri hanno rigettato la richiesta, «in quanto non si ravvisano motivi per derogare alla restrizione stante la fase in cui si trova il processo a suo carico».

Gli artisti e i musicisti ci saranno ugualmente nelle vie del borgo, lui no. «Trasite e favorite», sarà lo slogan. Entrate e favorite, come si usa dire in Calabria. Solo Lucano, dunque, non potrà entrare per decisione, reiterata, del tribunale. Con lui la legge è impietosa, lo tratta come il peggiore dei mafiosi. Quanta durezza con lui, e quanta «dolcezza» invece, con i fascisti che portano impuniti il terrore nelle periferie, vomitano odio e razzismo contro gli ultimi della terra e minacciano bellamente ad ogni occasione lo stesso «sindaco dell’accoglienza». Era già accaduto a metà gennaio a Crotone dove un’imponente manifestazione in suo favore era stata disturbata e, persino, messa in forse da un manipolo di militanti di Forza Nuova che, con l’inaudito beneplacito della prefettura, avevano inscenato un corteo. Quattro mesi dopo i fascisti di Forza Nuova ci riprovano. Stesso protagonista, Lucano, atteso lunedì prossimo all’Università la Sapienza di Roma per una lezione alla facoltà di Lettere e Filosofia, stessi provocatori di professione, i forzanovisti. «Siamo pronti a bloccare la conferenza del sindaco indagato con un comizio del nostro segretario nazionale Roberto Fiore in piazzale Moro», blaterano in rete. Segue il consueto bagaglio di propaganda xenofoba: «Diremo no al modello Riace, no alla sostituzione etnica, no al business dell’accoglienza. Non possiamo tollerare che questo nemico dell’Italia salga in cattedra». La replica di Lucano è immediata: «Io nemico dell’Italia? Un’assurdità. La loro protesta non mi spaventa e non mi interessa. Ci avevano già provato invano a Crotone tempo fa. Mi interessa, piuttosto, parlare agli studenti che sono il futuro della nostra società. In Italia viviamo un momento difficile in cui ci viene detto che deve prevalere la disumanità, si è creato un clima d’odio, di forte contrapposizione sociale. Ed è inutile girarci intorno: c’è una deriva fascista».

La reazione delle forze politiche e sindacali è stata netta: dal Pd a La Sinistra, dalla Cgil ai sindacati di base, si chiede in coro il divieto della manifestazione. «Quella dei neofascisti è un’intimidazione e una provocazione che non può essere tollerata – dice Maurizio Acerbo, segretario del Prc – e il questore ha il dovere di vietare questa iniziativa che fa tornare alla memoria le pagine più nere della storia. Questi tetri figuri minacciano Lucano in quanto simbolo dei valori della Costituzione nata dalla Resistenza. Non è accettabile che un uomo come lui debba trovare ad accoglierlo all’Università di Roma i nipotini di Hitler e Mussolini. Proponiamo a tutte gli antifascisti, alle forze democratiche, di ritrovarci in massa davanti alla facoltà di Lettere per accogliere Mimmo con abbracci e applausi». «Sono certo che le forze dell’ordine, il prefetto e la questura garantiranno la libertà di espressione all’interno della Sapienza», dichiara il leader del Pd, Nicola Zingaretti. Visti i tempi (e i precedenti) è tutto da dimostrare.

* Fonte: Silvio Messinetti, IL MANIFESTO

Lo scandalo più grande, non è solo lo sfregio che lo stand fascista porta a Torino, ma quello, enormemente più grave, rappresentato da un ministro che da quell’editore filo-fascista e filo-nazista pubblica

La presenza fascista nella più importante manifestazione editoriale italiana non è un «fatto culturale». È un oltraggio alla cultura. Chiedere alle vittime e ai loro eredi di condividere lo stesso spazio con i loro carnefici (e i loro eredi) non è atto voltairiano di libertà di pensiero.

Ma un gesto di disumanità e di apatia morale intollerabile. Hanno ragione i rappresentanti del Museo di Auschwitz quando richiamano le istituzioni «proprietarie» dell’evento – il Governatore del Piemonte e la Sindaca di Torino in primis – alle loro responsabilità per rimediare alla precedente pilatesca passività. Così come ha ragione – mille volte ragione – quella parte del mondo della cultura che si mobilita di fronte all’oltraggio a quella che è la (residua) dignità degli intellettuali, lacerandosi, certo, dividendosi tra posizioni che hanno, a mio modo di vedere, pari dignità, tra chi intende esprimere la propria indignazione con il rifiuto della propria partecipazione (con l’idea che questa suonerebbe come accettazione). E chi invece intende esserci con la propria combattiva presenza (con l’idea che non esserci significherebbe lasciare agli altri libero il campo). Entrambi con la consapevolezza della portata della sfida in corso: della minaccia, inedita, che la falla aperta dallo sdoganamento di ciò che la fine della seconda guerra mondiale aveva condannato (si pensava definitivamente) si trasformi in apocalissi culturale, e poi politica, e sociale se una forma di relativismo rinunciatario aprisse il campo al trionfo del disumano. Gli uni e gli altri, cioè, consci dell’enorme responsabilità che pesa su ognuno di noi, se nel qui e ora che viviamo restassimo in silenzio.

Ma la responsabilità che grava sul mondo della Cultura è poca cosa – una briciola – rispetto al macigno che pesa sul mondo della Politica. Lo scandalo più grande, quello veramente sconvolgente nell’Italia di oggi, potremmo dire «il vero scandalo», non è solo lo sfregio che lo stand fascista porta al Salone del Libro di Torino, ma quello, enormemente più grave e intollerabile, all’intero Paese, rappresentato da un ministro della repubblica che da quell’editore filo-fascista e filo-nazista pubblica. Sta lì il bandolo della matassa che dal colle del Viminale scende fino ai padiglioni del Lingotto, e ne inquina il clima e l’anima. Sta in quella presenza, nel cuore del Governo della nazione, ciò che oggi suona come intollerabile. Fino a ieri impensabile. Oggi esibito come un trofeo. E se il mondo della cultura si muove, si tormenta e si mobilita, colpisce l’irenica apatia del mondo della politica. L’ignavia, diciamolo pure, quella da Antinferno, che percorre trasversalmente l’arco politico, con chi dovrebbe vigilare sull’ordine costituzionale e langue invece assopito nei fatti propri, a guardare gli intellettuali agitarsi come se la cosa non lo riguardasse. Ci si aspetterebbe che le opposizioni insorgessero chiedendo le immediate dimissioni di quel ministro fedifrago che pur avendo giurato sulla Costituzione nata dalla Resistenza pubblica le proprie esternazioni in casa dei nemici dell’umanità. Che minacciassero un nuovo Aventino o in alternativa l’occupazione delle aule parlamentari finché Matteo Salvini non lascia il suo Ministero. Insomma, che quegli assonnati democratici quantomeno di nome uscissero dal loro mortifero letargo, consci del vulnus grave portato alla dignità repubblicana con quello sciagurato contratto editoriale che assomiglia tanto a un pactum sceleris. E con l’indecente connubio tra un’organizzazione come Casa Pound, che a norma di legge dovrebbe essere sciolta e messa al bando e il capo del Ministero a cui dovrebbe competere la vigilanza sulla legalità repubblicana.

Per ora gli «intellettuali» che a Torino s’indignano, ognuno con le proprie forme di espressione, svolgono un ruolo di supplenza assai prezioso anche se parziale. Ma fino a quando una democrazia può sopravvivere all’ignavia dei suoi custodi istituzionali?

* Fonte: Marco Revelli, IL MANIFESTO

Il saloon del libro. La presenza di una casa editrice dichiaratamente fascista tra gli stand della kermesse ha scatenato la discussione a sinistra

Un merito a Christian Raimo bisogna riconoscerlo. Ha lacerato il velo di ipocrisia che nel corso degli anni ha avvolto l’appuntamento più importante dell’editoria italiana, ovvero il Salone del libro di Torino.

CON UN POST, POI CANCELLATO, inviato sulla sua bacheca di Facebook lo scrittore italiano ha compiuto quell’atto semplice difficile a farsi. Ha scritto che l’antifascismo è una discriminante che non ha perso valore con il trascorrere del tempo da quando partigiani hanno chiamato il popolo italiano all’insurrezione contro il regime della Repubblica sociale italiana e l’occupazione nazista. Raimo, oltre a dispiacersi della presenza di una casa editrice che non nasconde la sua nostalgia per il ventennio mussoliniano, ha puntato l’indice anche contro chi, nel governo, fa quotidiano esercizio di razzismo e xenofobia.

Tutto è nato con l’annuncio che al Salone del libro edizione 2019 sarà presente la casa editrice Altaforte, una specie di megafono editoriale di Casa Pound, che ha recentemente pubblicato un libro intervista a Matteo Salvini. D’altronde il capo della casa editrice, Francesco Polacchi, è anche il produttore delle pacchiane felpe indossate dal ministro degli interni nelle sue apparizioni dove dispendia a piene mani il fiele di «prima gli italiani».

Christian Raimo ha detto che gli intellettuali, gli scrittori e persino i giornalisti non possono chiudere gli occhi su questa marea montante di xenofobia e indifferenza verso vecchio e nuovo fascismo. Apriti cielo. È iniziato subito il fuoco a parole incrociate contro la direzione del Salone del libro. Il sottosegretario ai beni culturali Lucia Borgonzoni ha chiesto a Nicola Lagioia di dissociarsi dalla parole scandalose di un suo consulente, come era fino a qualche giorno fa Christian Raimo.

INVECE DI MANTENERE IL PUNTO, lo scrittore italiano ha preferito inviare un altro post annunciando le sue dimissioni da consulente del Salone del Libro, motivandole con l’intenzione di non arrecare danno all’appuntamento torinese.

Per Nicola Lagioia una gatta da pelare in meno. L’antifascismo è salvo (a parole), ma soprattutto salva è l’amicizia e la stima che lega i due intellettuali italiani. Ieri, infine nuova esternazione di Raimo: lui al Salone ci andrà come scrittore, italiano, cittadino democratico. La polemica poteva finire qui, dato che tutto era ritornato nell’ordine di una iniziativa che nel corso degli anni non ha scontentato mai nessuno. Ottimo palco per scrittori, saggisti, casa editrici. Autori mainstream e controcorrente hanno potuto parlare dei loro libri in una manifestazione che ha visto crescere il pubblico anno dopo anno. Lieto sarà il capo di Altaforte, che mai avrebbe sperato in così tanto clamore per un libro che altrimenti avrebbe appassionato solo la claque plaudente della Lega.

NEL FRATTEMPO hanno preso parola altri intellettuali, a partire dal collettivo Wu Ming che ha annunciato che non sarà a Torino. Sullo stesso tenore le dichiarazioni dello storico Carlo Ginzburg, di Francesca Mannocchi, autrice di libri e reportage sulla guerra a bassa intensità dichiarata dall’Italia e dalla fortezza Europa contro i migranti e di Zerocalcare. Di diverso tenore invece la presa di parola di Michela Murgia, che invita a presidiare in massa il Salone del libro e togliere così spazio ai fascisti. La partecipazione di una casa editrice della destra radicale è un incidente di percorso, dicono i soliti commentatori protagonisti per le loro banalità nelle tempeste in un bicchier d’acqua. C’è da dire che il velo di ipocrisia squarciato, ma subito rammendato da Christian Raimo fa emergere una realtà più articolata e meno rosea di quella dipinta da coloro che guardano al programma del Salone come un esempio di radicalità teorica e di costituzione di una sfera pubblica non omologata.

DIETRO LA PARTECIPAZIONE di una casa editrice di destra estrema alla kermesse torinese c’è un nodo che rischia di diventare un nodo scorsoio al pensiero critico. A essere messa in discussione da decenni è la presunta egemonia della sinistra nella produzione culturale, un fantasma che si aggira tra chi vuol archiviare l’antifascismo come dato fondante della Repubblica nata dalla Resistenza; e tra chi, sulle colonne dei maggiori quotidiani italiani, da oltre un ventennio agisce come un agit prop del decisionismo, del riduzionismo nelle procedure democratiche e di chi guarda all’individuo proprietario come il faro che dovrebbe guidare la riflessione sulla modernità più o meno liquida del neoliberismo.

IL PENSIERO CRITICO deve cioè essere ridotto a fabula tra le tante, variazione sul tema ossequioso del potere costituito basato su quella postverità che costituisce ormai l’asse portante della discussione pubblica. Per costoro vale ricordare la riflessione di Enzo Traverso sul vecchio e nuovo fascismo (il manifesto, 24 aprile 2019).

Il fascismo di oggi ha punti di contatto ma significative differenze con quello storico. Compito del pensiero critico è individuare le une e le altre. Altro discorso è se c’è un pericolo fascista alle porte. Siamo cioè come quella scena descritta da Ian McEwan in Cani neri: nel momento del trionfo della democrazia liberale, possono danzare sulle macerie del Muro di Berlino neonazisti impenitenti. Peccato che il Muro di Berlino sia caduto ormai da trenta anni.

Più realisticamente va affermato che montante è semmai l’ideologia di chi vuole cancellare l’antifascismo senza per questo auspicare necessariamente un regime fascista. Infine, un dato viene spesso dimenticato. Il Salone del libro è da anni lo spazio pubblico dove scorre il sotterraneo conflitto teso ad addomesticare la produzione culturale. Più che programma radicale, quello dell’edizione 2019, come quello degli anni passati, è un programma politicamente corretto, buono per tutti i palati.

NELL’ULTIMO BIENNIO, Nicola Lagioia ha dovuto fronteggiare la competizione di imprenditori culturali che volevano far diventare Milano il centro nevralgico dell’editoria italiana, allorquando hanno pensato di allestire una fiera del libro alternativa a quella torinese. Con intelligenza, il direttore del Salone lo ha riqualificato, sottraendolo innanzitutto al gorgo di corruzione, affari poco chiari che alcune iniziative spregiudicate rischiavano di trascinare a fondo. Così Torino è tornato ad essere l’appuntamento più importante dell’editoria italiana. Con il rischio però di una forte riduzione della bibliodiversità. Ormai essere presente ala Lingotto costa molto.

E se le grandi case editrici possono permetterselo, le piccole e gli «indipendenti» hanno difficoltà ad affittare stand, pagare le trasferte di dipendenti spesso con contratti precari, al punto che negli anni passati gli immensi spazi dell’ex stabilimento Fiat sono stati teatro di contestazioni, cortei interni organizzati da precari che volevano mettere in evidenza come spesso i libri sono frutto di bassi salari, diritti ridotti al lumicino e sfruttamento a tempo indeterminato. Anche la disposizione spaziale, geografica degli editori riflette il potere di mercato.

Gli edifici centrali del Lingotto sono infatti saldamente presidiati dai grandi editori; gli altri sono spesso relegati in «periferia». Il Salone non riesce cioè ad essere il contraltare di quella concentrazione oligopolistica della produzione, distribuzione e vendita che caratterizza, in Italia come nel mondo, l’editoria (a quando la polemica contro Amazon?). Chi ne soffre sono gli indipendenti e i piccoli. Questo è il panorama che si impone al visitatore, una macchina organizzativa che mobilita centinaia di uomini e donne e che alimenta un indotto economico che fattura milioni e milioni di euro.

Che l’antifascismo sia una discriminante non è qui messo in dubbio. Fa bene chi ne attualizza il valore. Il modo migliore per farlo vivere, rompendo la gabbia di una logora retorica dove è stato richiuso, è però fare i conti con quella concentrazione nelle mani di pochi editori della produzione di contenuti basata sulla svalorizzazione del lavoro culturale.

* Fonte: Benedetto Vecchi, IL MANIFESTO

 

Photo: Rinina25 e Twice25 Twice25 [CC BY-SA 2.5 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5)]

 

Protestano i consiglieri del Pd: «Messaggio aberrante e pericoloso»

VERONA. Il comune di Verona ha approvato l’ordine del giorno presentato da alcuni consiglieri di maggioranza in occasione del 29 aprile, giorno in cui, nel 1975, morì il non ancora 19enne Sergio Ramelli in seguito ad un’aggressione attribuita a un gruppo di militanti di estrema sinistra. Sarà dunque comprato e distribuito in tutte le scuole superiori della Provincia il fumetto Sergio Ramelli.

Quando uccidere un fascista non era reato, scritto da Marco Carucci, disegnato da Paola Ramella ed edito da Ferrogallico, la stessa casa editrice che ha pubblicato Foiba Rossa, già distribuito, sempre su iniziativa dell’attuale amministrazione, in tutte le scuole veronesi e già oggetto di critiche. L’autore Carucci è stato addetto stampa della sezione milanese di Forza Nuova, mentre la casa editrice diretta da Federico Goglio – in arte Skoll, rappresentante di spicco del cosiddetto «rock identitario» italiano, ovvero di quelle formazioni musicali di ultradestra vicino a Lealtà e Azione – può vantare, fra i pochi titoli già a catalogo, anche Il rogo di Primavalle, 1919 L’alba della rivoluzione fascista e La mia guerra, tratto dai diari di Benito Mussolini.

«Abbiamo il dovere morale di far conoscere ai giovani la tragicità degli anni di piombo, pagine di storia d’Italia», sostiene l’assessora regionale all’Istruzione Elena Donazzan, difendendo l’iniziativa del comune. L’ordine del giorno è stato fortemente voluto da Andrea Bacciga, l’esponente di Battiti (il partito che ha sostenuto la candidatura dell’attuale sindaco Federico Sboarina) celebre a Verona per alcune iniziative che hanno fatto brillare gli occhi ai sostenitori dell’ultradestra scaligera.

A cominciare dal famoso saluto romano rivolto alle femministe di Non una di meno che protestavano contro una serie di mozioni antiabortiste dello stesso comune, e dai libri regalati alla Biblioteca Civica (incentrati su temi cari all’estrema destra); per continuare con la mozione per l’abolizione della Legge Mancino e quella, più recente, che chiede di investire i fondi (circa 5mila euro) per le celebrazioni del 25 aprile nella promozione di «convegni storici che analizzino in modo più possibile imparziale e oggettivo la guerra civile avvenuta prima del 25 aprile 1945 e gli eccidi avvenuti anche in seguito a tale data».

Nei giorni scorsi, infine, Bacciga ha postato sul suo profilo Facebook una foto in cui, di spalle, ammira la corona a forma di croce celtica che ha deposto in via Ramelli, vicino alla targa commemorativa del ragazzo appartenente al Fronte della Gioventù. «Il fumetto su Sergio Ramelli che il comune di Verona vuole mettere nelle mani degli studenti è prodotto con l’intento dichiarato non di educare alla pace e al confronto democratico le nuove generazioni, non di condannare l’uso della violenza in politica, ma di riscattare e celebrare i morti di parte delle violenze degli anni di Piombo», protesta il gruppo consiliare del Pd veronese, composto da Elisa La Paglia, Federico Benini e Stefano Vallani.

Per i consiglieri «si tratta di un messaggio aberrante e pericoloso, non degno di un comune della Repubblica italiana, perché finisce per legittimare il clima di quella stagione buia. Scopo inconfessabile di questa iniziativa – concludono – è evidentemente un altro: undici anni fa nella notte tra il 30 aprile e l’1 maggio, cominciava l’agonia di Nicola Tommasoli, un ragazzo qualunque, non un militante politico, aggredito per futili motivi da un gruppo di estremisti di destra che si sentivano in diritto di spadroneggiare in città».

* Fonte: Aureliano Paradiso, IL MANIFESTO

L’intervento. Penso che oggi, più di quanto non fosse nel 1994, sarebbe necessaria un’iniziativa assolutamente chiara e decisiva, per finirla con questo miagolio inutile, se non peggio. Proporrei che il giornale si facesse promotore di un appello al Presidente della Repubblica e al capo del governo perché intervengano in modo formale sulla situazione e dicano con chiarezza che le parole di Salvini sono inaccettabili

Non dimenticheremo facilmente questo 25 aprile nel quale abbiamo assistito a un rigurgito di presenze fasciste, culminate con la cerimonia di Predappio, nonché con la decisione di un vice primo ministro Salvini a non assistere a quello che ha definito un derby tra fascisti e nazisti (intendendo assimilare i comunisti al nazismo).

Mi sono trovata definita nazista dunque anche io, regolarmente iscritta fra i partigiani di Como. Non avrei mi creduto che arrivassimo a questo punto. Il bravo Zingaretti non ha mosso ciglio.

Ma non possiamo dimenticare che questo sfogo ripugnante dei fascisti di ogni tipo è stato preparato da diversi mesi di presenze fasciste, alle quali gli antifascisti o cosiddetti tali hanno perlopiù obiettato, con la più grande mitezza che: “Beh, non esageriamo, non è il fascismo, non perdiamo la testa”.

Non sono mai stata d’accordo con questo atteggiamento, che è proprio anche di chi dovrebbe essere il garante della vita politica e del governo, i Mattarella e i Conte.

Non a caso mi aveva molto interessato il libro di Antonio Scurati, M. Il figlio del secolo, perché indica appunto il percorso, pieno di se e di ma, che ha facilitato l’avvento del fascismo in Italia. Da allora in poi ci sono state nientemeno che la guerra e la resistenza, ma il vizio è rimasto, tanto più che è ormai in uso dichiarare che tutto sommato i veri mascalzoni sono stati solo i nazisti, gli italiani continuando a essere “brava gente”, che in quale modo sarebbero stati trascinati sia in guerra sia nelle leggi razziali sia nei vari aspetti del totalitarismo più feroce.

Penso che oggi, più di quanto non fosse nel 1994, sarebbe necessaria un’iniziativa assolutamente chiara e decisiva, per finirla con questo miagolio inutile, se non peggio. Proporrei che il giornale si facesse promotore di un appello al Presidente della Repubblica e al capo del governo perché intervengano in modo formale sulla situazione e dicano con chiarezza che le parole di Salvini sono inaccettabili.

Forse sarebbe anche l’ora di mettere in chiaro che va rifiutata la tendenza delle nostre “anime belle e democratiche”, secondo le quali una destra anche estrema ma non dichiaratamente fascista sia una cosa ottima, e dovrebbe anzi essere incoraggiata di più in Italia. Come se tutti gli studi che sono stati fatti sulle profonde radici europee del fascismo, compreso Eco, non avessero più senso. Io avevo 14 anni al momento delle leggi razziali e ricordo molto bene come è andata. Non vorrei rivivere la situazione né affidarmi all’andare all’altro mondo per evitarla.

* Fonte: Rossana Rossanda, IL MANIFESTO

Nel mirino un servizio del TgR Emilia Romagna. Camicie nere e saluti romani. Il Pd: «È questa l’informazione pubblica?»

Camicie nere che sfilano in silenzio lungo i viali del cimitero. Tricolori arrotolati in segno di lutto. Braccia tese che scattano nel saluto romano e che fanno da sfondo a interviste a 300 nostalgici del ventennio che domenica si sono riuniti a Predappio per commemorare il 74esimo anniversario della morte di Benito Mussolini. Il tutto condensato in due minuti di servizio del TgR Emilia Romagna andato in onda nell’edizione delle 19,30 di domenica. «Un servizio che nulla ha a che vedere con l’informazione e molto con quella che è apparsa come una vera e propria apologia del fascismo», accusa Michele Anzaldo, deputato dem e segretario della commissione vigilanza che ieri, dopo aver postato su Facebook il video, ha chiesto all’amministratore delegato Rai Fabrizio Salini «se questa è la nuova informazione» del servizio pubblico.

E’ una vera bufera politica quella che si è abbattuta ieri sulla Rai e in particolare sulla sede dell’Emilia Romagna. «Spero che l’amministratore delegato Salini intervenga perché certe stucchevoli apologie senza contraddittorio no debbano ripetersi», è il commento di Rita Borioni, uno dei consiglieri dei amministrazione della Rai. Posizione analoga anche da parte di un altro consigliere Rai, Riccardo Laganà.

Salini, in realtà sarebbe già intervenuto. Il servizio incriminato è finito ieri mattina sulla sua scrivania e dopo averlo visto ha chiesto una relazione «precisa e puntuale» al direttore della TgR Alessandro Casarin. Primo passo dell’avvio di una inchiesta interna che al momento è presto per dire dove porterà. Di sicuro dal servizio prendono le distanze tutti. Lo fa lo stesso Casarin ricordando come la linea editoriale dell’azienda «si basa sul principio di una informazione equilibrata, a garanzia di un contraddittorio in tutti i servizi, dalla politica alla cronaca». Critico anche il comitato di redazione del TgR Emilia Romagna, che si «dissocia» dai contenuti del servizio. «La Rai servizio pubblico – spiega l’organismo sindacale – trova il suo fondamento del contratto di servizio, che è strettamente ancorato alla Costituzione italiana, antifascista e antirazzista. Pertanto non è ammissibile qualunque servizio che esca da questa cornice o – peggio – una assurda presunta par condicio tra neofascismo e antifascismo». Il cdr ha poi ricordato come la decisione di mandare in onda il servizio sia stata presa dal caporedattore.

Oltre a mostrare le camicie nere sfilare inquadrate tra i viali del cimitero nel servizio si dà voce a più di un fascista, tra chi si definisce un «fedele» di Mussolini e chi invece teorizza l’esistenza di due tipi di democrazia: «Una anarchica che ha portato dissoluzione e quella organica che porta ordine e disciplina. E noi vogliamo quella, che Mussolini chiamava fascismo». Ma anche a una signora anziana, ex ausiliaria della Repubblica sociale italiana, convinta che durante il fascismo «tutte le cose funzionavano». Banalità, o peggio come ricorda Borrioni: «Una serie di dichiarazioni apologetiche da parte degli adoratori di un despota autore delle leggi razziali che esclusero liberi cittadini italiani da ogni ambito della vita nazionale. Ma non sarebbe stato il caso di ricordare anche tutto questo?», si chiede la consigliera Rai. «Un servizio grave e inaccettabile – sottolineano invece i senatori di Liberi e Uguali Vasco Errani e Loredana De Petris – per l’argomento trattato e per la totale assenza di una contestualizzazione».

A difesa del servizio giornalistico, si schiera invece il sindaco Pd di Predappio, Giorgio Frassineti, per il quale l’autore «ha fatto vedere quello che accade a Predappio tutti gli anni».

* Fonte: Leo Lancari, IL MANIFESTO

photo: Lovio at it.wikipedia [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]

Attentato nella notte a Roma. Distrutti la saracinesca e gli interni de «La Pecora Elettrica»

Si è sentito un boato in via delle Palme, nel quartiere romano di Centocelle. Siamo a sudest della capitale, tra la Prenestina e la Casilina. Qui i partigiani tennero comizi e volantinaggi prima ancora che il fascismo cadesse, proclamando una specie di repubblica autonoma. Il valore della lotta antifascista in questo territorio è stato riconosciuto ufficialmente poco meno di un anno fa, quando Centocelle ha ricevuto la medaglia al valore civile per il contributo dato alla Resistenza. Adesso in queste strade si consuma una strana forma di gentrification: locali alla moda aprono i battenti in mezzo ai palazzoni di un quadrante della città che nonostante tutto mantiene la sua identità popolare. Una partita a scacchi tra città pubblica e piccole speculazioni.

In questo contesto il boato. Che è divampato nel cuore della scorsa notte, quando il 25 aprile era iniziato da qualche ora, e quando è stata incendiata parte della libreria indipendente La Pecora Elettrica. Le fiamme hanno colpito uno dei posti del quartiere che hanno aperto proprio con l’intenzione di diffondere cultura indipendente. «La libreria vuole essere un luogo che, seppur radicato nel contesto sociale, sappia offrire esplicitamente la possibilità di sognare», si legge nelle linee programmatiche del progetto. Il fuoco è divampato insieme allo sconcerto. «Il locale ha subito ingenti danni – raccontano i gestori, sconvolti dall’accaduto – Al nostro arrivo la soglia in marmo era distrutta, le serrande divelte e all’interno una squadra di vigili del fuoco stava spegnendo le fiamme che hanno devastato gli spazi e bruciato i nostri preziosi libri. All’arrivo delle forze dell’ordine, il registratore di cassa è stato trovato aperto. Ma non è stato sottratto denaro né altro ad eccezione di un computer».

I primi rilievi confermerebbero che l’incendio ha origine dolosa. Qualcuno avrebbe divelto la saracinesca per entrare nella libreria. I rilievi della scientifica stanno ricostruendo la dinamica dell’accaduto, ma par di capire che le fiamme siano state appiccate anche all’interno e da diversi punti. «Ne ha fatto le spese soprattutto il settore dedicato ai libri per bambini, cosa che a vedersi fa una certa impressione» racconta Danilo Ruggeri, uno dei gestori. Lui e i suoi soci non avevano ricevuto alcun tipo di intimidazione, neanche screzi coi clienti. Per questo non avrebbero mai immaginato una cosa del genere fin quando nel cuore della notte sono l’inquilino del primo piano, che abita proprio sopra i locali occupati dalla libreria e che si è accorto dell’incendio in corso, non ha dato l’allarme. «Non possiamo sapere se questo incendio ha una matrice politica – dice ancora Danilo – Di sicuro c’è questo: una cosa del genere è accaduta il 25 aprile. Ciò ha un significato politico».

* Fonte: Giuliano Santoro, IL MANIFESTO

Partigiano, testimone, scrittore. Dal futuro ci spiega che solo l’ascolto partecipe del popolo del dolore, permetterà di trovare la parola che libera. Che il 25 aprile comincia il 26

«Non sono i fascisti che ci preoccupano. I fascisti – lo grido ben forte, perché li ho visti con i miei occhi – non sono dei combattenti. I fascisti li temiamo e li odiamo, sottolineo li odiamo, perché arrivano sempre dopo le operazioni di guerra, arrivano sempre dopo i rastrellamenti, al seguito dei tedeschi. I fascisti sono feroci nelle rappresaglie contro la popolazione, contro gli inermi». Scriveva Nuto Revelli, morto quindici anni fa e nato cent’anni fa.

Le ricorrenze lasciano il tempo che trovano e trovano noi pronti a ripetere che Nuto non è solo il partigiano, il testimone, il memorialista, che già basterebbe, ma è soprattutto uno dei più grandi scrittori dei nostri tempi. Se per nostri si intende domani e dopodomani.

Nuto Revelli chi? Un giovanissimo alpino, sottotenente d’accademia che nel 1942 parte per il fronte orientale, insieme ad altri 230.000 soldati italiani, in quella che ancora oggi viene definita Campagna di Russia o Ritirata di Russia e mai per ciò che è veramente stata, una aggressione all’Unione Sovietica. Pianificata da Mussolini per accaparrare quello che vaneggia sarà il bottino di guerra e per far dimenticare l’umiliazione di non essere stato capace di invadere la Grecia. L’attacco avrà un risultato disastroso sia per i tedeschi sia per gli italiani, che in 90.000 non torneranno più. Rientrato nel 1943 Revelli, dopo l’8 settembre, partecipa alla formazione di bande partigiane nel cuneese, ne diventa comandante e si scontra duramente con fascisti e nazisti.

Terminata la guerra il geometra Revelli avvia l’attività di commerciante in ferro e contemporaneamente comincia a risarcire il debito di memoria per chi è rimasto nella steppa e per chi è tornato ammutolito e guasto.

Saranno tre straordinari libri di bianca allucinazione: La guerra dei poveri, La strada del davaiL’ultimo fronte. Verranno poi Il mondo dei vinti e L’anello forte, la contadina commedia di uomini e donne attraversati dalle turbolente trasformazioni del secolare paesaggio umano della montagna e della campagna. Sono anche l’epica dell’ascolto, messa al lavoro da Nuto, in solitudine quasi perfetta. Conosce la loro lingua, non solo nel senso che parla il medesimo dialetto aguzzo, ma soprattutto perché riconosce il loro mondo e il loro essere al mondo. Lo prende e lo trapianta in quel terreno che in Occidente abbiamo deciso di battezzare Letteratura.
Verranno poi ancora un inarrivabile tedesco buono, Il disperso di Marburg, e un prete non prete, Il prete giusto.
Nuto Revelli indaga gli archivi parlanti che sono le persone con cui dialoga, i vinti.

Vinti, gente vinta, dimenticata, non perché non ha saputo lottare, ma perché bastonata, colpita alle spalle. E se vieni colpito alle spalle non sai neppure a chi dare la colpa. Contro chi rivoltarti.
I vinti e gli anelli forti, le donne, cui Revelli dà la parola appartengono a generazioni passate, ma è come se fossero nati oggi, tanta è la distanza che prendono dal loro mondo e così forte il desiderio di uscirne, dalla notte del mondo.

Voglio che parlino gli emarginati di sempre, i sordomuti, i sopravvissuti al grande genocidio, come parlerebbero in una democrazia vera. È il mondo dei vinti che mi apre alla speranza, che mi carica di una rabbia giovane, che mi spinge a lottare contro la società sbagliata di oggi.

Non è che adesso manchino i vinti, è che hanno indossato la maschera di vincitori e, come tali, digrignano i denti nell’illusione che basti, aizzati da bellimbusti di governo e di opposizione, da trafficanti di retorica e di strepito, dal fascismo che non muore. Dal futuro Nuto Revelli ci spiega che solo l’ascolto partecipe del popolo del dolore, solo il riconoscimento della sofferenza personale e collettiva permetterà di trovare la parola che libera. Che il 25 aprile comincia il 26.

E noi così cominceremo. Infatti la scena di Ti ricordi, Nuto? si propone non a caso nei locali di una Società di Mutuo Soccorso d’ambo i sessi nata nel 1908 a cui la partecipazione è libera, laica, antifascista.
Oggi è la ballata scenica a rimescolare le carte e con la parola, la musica, la danza, le immagini, i silenzi, lascia che sia Nuto Revelli a commemorarci.

(* Ti ricordi, Nuto? Ballata scenica di Claudio Canal con Silvia A. Genta. Venerdì 3 maggio, ore 21,00 presso la Soms E.De Amicis, corso Casale 134, Torino)

* Fonte: Claudio Canal, IL MANIFESTO

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