Fascismo-Antifascismo

Casa Pound

È successo poco prima delle 17 di ieri: gli account di CasaPound e di Forza Nuova sono spariti da Facebook e da Instagram, i due social network che fanno capo a Mark Zuckerberg. «Le persone o le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base della loro identità non trovano posto su Facebook e Instagram – spiegano da Facebook – Gli account che abbiamo rimosso violano la nostra policy», affermano secchi dagli uffici del colosso digitale. La presidente dell’Anpi Carla Nespolo esulta: «Siamo molto contenti, nei social network non può essere consentita la violazione della Costituzione».

La tempistica non stupisce quelli che conoscono Facebook e ne studiano il funzionamento. Ieri era lunedì, e pare che sia in questo il giorno della settimana che i dirigenti di Facebook fanno il punto sulle novità in termini di policy e regole da rispettare. Di solito, dal pomeriggio parte la cancellazione dei contenuti considerati inconciliabili con il social network. Così si spiegherebbe la coincidenza del provvedimento con la manifestazione di piazza Montecitorio durante la quale destre ed estreme destre hanno contestato la fiducia al governo Conte.

Il colpo di spugna sulla propaganda delle organizzazioni neofasciste da parte di Facebook non è inedito: solo qualche mese fa era toccato a gruppi neonazisti statunitensi, prima ancora era stata la volta Alba Dorata in Grecia o il British National Party in Inghilterra.

Da CasaPound lamentano la chiusura a strascico delle pagine di centinaia di militanti. Tra quelle rimosse ci sono quelle dello storico leader di CasaPound Gianluca Iannone e del segretario Simone Di Stefano. Sono state rimosse anche le pagine di organizzazioni collaterali ai partiti neofascisti, che si presentano come operanti nel volontariato o nel settore della protezione civile. La pagina di CasaPound Italia aveva circa 250 mila seguaci. I dati di un anno fa elaborati da Patria Indipendente, rivista dell’Anpi, svelano alcune caratteristiche delle pagine rimosse. Ne emerge che attorno a CasaPound e Forza fino al 2018 ruotavano circa 800 pagine a organizzazione, che corrispondono a circa 450 mila post totali diffusi nel primo caso e 380 mila nel secondo. Per il ricercatore Elia Rosati, che a CasaPound ha dedicato un libro, «Facebook è uno strumento essenziale per il radicamento territoriale».

Di solito l’insediamento in un nuovo contesto non viene annunciato online direttamente dal logo con la tartaruga stilizzata ma appunto da pagine collaterali di utenti privati o organizzazioni giovanili quali Blocco Studentesco. «Abbiamo attivato i nostri avvocati. Qualcuno ha dato l’ordine di farci fuori», dichiara il consigliere municipale di Ostia Luca Marsella di CasaPound, che era solito usare lo streaming Facebook per lanciare le sue invettive. Ultimamente ce l’aveva coi migranti che vivono nell’ex Colonia Vittorio Emanuele. «Risponderemo con più piazza e più reclutamento», dice il fondatore di Forza Nuova Roberto Fiore invocando un ritorno alle vecchie maniere. Ma ormai è quasi impossibile tracciare un confine netto tra reale e virtuale, tra le mobilitazioni per strada e la loro amplificazione via social, come si è visto in occasione delle campagne contro l’assegnazione di casa popolari ai migranti. Bastava qualche militante per una foto e dei video da diffondere. Adesso sarà un po’ più complicato.

* Fonte: Giuliano Santoro, il manifesto

LISBONA. L’estrema destra europea fatica a superare il confine con il Portogallo, un muro che, al momento sembra invalicabile. Eppure i tentativi per fare breccia non mancano, è il caso della conferenza di carattere internazionale organizzata per oggi da Mario Machado del gruppo Nova Ordem Social (Nos).

Oltre a Machado parteciperanno Josele Sanchez (La Tribuna de España – Spagna), Adrianna Gasiorek (Narodowo – Radykalny Obóz- Polonia), Blagovest Asenov (National Resistence – Bulgaria), Francesca Rizzi (Autonomia Nazionalista – Italia), Mattias Deyda (Die Rechte – Germania) e Yvan Benedetti (Œuvre française – Francia).

All’annuncio della conferenza una sessantina di gruppi antifascisti, perlopiù di sinistra ma di varia estrazione, si sono immediatamente mobilitati per evitare che la cosa passasse inosservata ed hanno presentato una petizione nella quale si chiede a tutti i partiti e alle Istituzioni di prendere posizione e, allo stesso tempo, hanno convocato in concomitanza una contromanifestazione.

L’estrema destra lusitana si è mostrata fino ad adesso debole e litigiosa. Molto schematicamente due sono i macro-gruppi: l’area più mainstream – Chega (1,5% alle scorse elezioni europee), Aliança (2%) e per certi aspetti Iniciativa Liberal – e i neo-para-proto fascisti.

L’estrema destra mainstream, potenzialmente più pericolosa perché con maggiori capacità di costruire consensi, cerca di seguire in larga misura quanto sta succedendo in Brasile, Italia e Stati uniti. La strategia è quella di approfittare della profonda crisi del Partido Social Democrata (Psd) e del Centro Democrata Social Partido Popular (Cds/Pp), entrambi di centro-destra, e di proporsi come unica alternativa alle elezioni politiche del prossimo ottobre.

A sua volta il secondo gruppo è costituito da tre formazioni: il Partido Nazional Renovador (Pnr), Nos, e Escudo Identitário (Ei), quest’ultimo abbastanza vicino a CasaPound. È una galassia molto minoritaria che fino ad adesso ha faticato a mobilitare grossi numeri. Il Pnr, tra i tre il più nostalgico, è l’unico ad avere un ridottissimo sostegno elettorale (0,49% e 16 mila voti alle ultime elezioni europee).

Certamente Nos, Pnr e Ei sono molto simili tra di loro, ma pur mettendo tutti e tre al centro della propria ideologia la questione della sostituzione etnica, la declinano con sfumature e tonalità differenti, anche se poi in realtà il risultato cambia poco.

Tra queste comunque la linea adottata da Nos è certamente la più radicale e prossima al neo-nazismo. Mario Machado, leader negli anni novanta del movimento Hammerskins, è stato condannato a dieci anni di prigione per reati di vario tipo tra cui 5 anni per essere stato coinvolto nell’omicidio del capoverdiano Alcino Monteiro.

Differenze più di forma che di sostanza, tuttavia sufficienti a tenere quel mondo diviso. È questo il contesto in cui dev’essere inserita la conferenza organizzata da Machado. L’obiettivo implicito è quello di egemonizzare il campo più legato all’area del neo-fascismo. I media soffiano sul fuoco, un po’ perché la cosa fa crescere l’audience, un po’ per cercare di contrastare l’estrema sinistra favorendo indirettamente le formazioni di centro. Era già successo pochi mesi fa quando l’esposizione mediatica attribuita all’inesistente movimento dei Coletes Amarelos (una riedizione dei gilets jaunes più decisamente spostato a destra) si rivelava essere sproporzionata rispetto ai numeri effettivi.

La debolezza dell’estrema destra è in parte anche conseguenza del fatto che contrariamente a quanto succede in altri paesi e nonostante siano passati quasi 50 anni dal 25 de Abril del 1974 e dalla fine della lunga dittatura, la Rivoluzione dei Garofani mantiene intatta la sua capacità di mito unificatore. Il presidio della piazza – la cui immagine più eloquente è quella del capitano Salgueiro Maia e del suo Chaimite nella Praça do Comercio – è elemento fondamentale del conflitto politico. Il ricordo di quello che è stato e la voglia di contrastare nostalgie aggrega partiti e una società civile viva e dinamica. Fino ad adesso gli anticorpi contro la peste in Portogallo, per parafrasare Albert Camus, sono stati resistenti così come inalterato rimane, per il momento, lo stigma contro la discriminazione e la xenofobia.

* Fonte: Goffredo Adinolfi, IL MANIFESTO

Proseguono le indagini sui moderni arsenali scoperti in Piemonte, Lombardia e Toscana, di chiara matrice neonazista come dimostrano le croci uncinate e le citazioni di Hitler trovate insieme alle armi. Resta però senza risposta la domanda: si tratta di qualche nostalgico del nazismo, collezionista di armi, oppure siamo di fronte a qualcosa di ben più pericoloso? Gli inquirenti – riferisce il Corriere della Sera – hanno indagato su «estremisti di destra vicini al battaglione Azov», ma non hanno scoperto «nulla di utile». Eppure vi sono da anni ampie e documentate prove sul ruolo di questa e altre formazioni armate ucraine, composte da neonazisti addestrati e impiegati nel putsch di piazza Maidan nel 2014 sotto regia Usa/Nato e nell’attacco ai russi di Ucraina nel Donbass.

Va chiarito anzitutto che l’Azov non è più un battaglione (come lo definisce il Corriere) di tipo paramilitare, ma è stato tasformato in reggimento, ossia in unità militare regolare di livello superiore.
Il battaglione Azov venne fondato nel maggio 2014 da Andriy Biletsky, noto come il «Führer bianco» in quanto sostenitore della «purezza razziale della nazione ucraina, impedendo che i suoi geni si mischino con quelli di razze inferiori», svolgendo così «la sua missione storica di guida della Razza Bianca globale nella sua crociata finale per la sopravvivenza».

Per il battaglione Azov Biletsky reclutò militanti neonazisti già sotto il suo comando quale capo delle operazioni speciali di Pravy Sektor. L’Azov si distinse subito per la sua ferocia negli attacchi alle popolazioni russe di Ucraina, in particolare a Mariupol. Nell’ottobre 2014 il battaglione fu inquadrato nella Guardia nazionale, dipendente dal Ministero degli interni, e Biletsky fu promosso a colonnello e insignito dell’«Ordine per il coraggio». Ritirato dal Donbass, l’Azov è stato trasformato in reggimento di forze speciali, dotato dei carrarmati e dell’artiglieria della 30a Brigata meccanizzata. Ciò che ha conservato in tale trasformazione è l’emblema, ricalcato da quello delle SS Das Reich, e la formazione ideologica delle reclute modellata su quella nazista. Quale unità della Guardia nazionale, il reggimento Azov è stato addestrato da istruttori Usa e da altri della Nato.
«Nell’ottobre 2018 – si legge in un testo ufficiale – rappresentanti dei Carabinieri italiani hanno visitato la Guardia nazionale ucraina per discutere l’espansione della cooperazione in differenti direzioni e firmare un accordo sulla cooperazioe bilaterale tra le istituzioni». Nel febbraio 2019 il reggimento Azov è stato dislocato in prima linea nel Donbass.

L’Azov è non solo una unità militare, ma un movimento ideologico e politico. Biletsky – che ha creato nell’ottobre 2016 un proprio partito, «Corpo nazionale» – resta il capo carismatico in particolare per l’organizzazione giovanile che viene educata, col suo libro «Le parole del Führer bianco», all’odio contro i russi e addestrata militarmente. Contemporaneamente, Azov, Pravy Sektor e altre organizzazioni ucraine reclutano neonazisti da tutta Europa (Italia compresa) e dagli Usa. Dopo essere stati addestrati e messi alla prova in azioni militari contro i russi del Donbass, vengono fatti rientrare nei loro paesi, mantenendo evidentemente legami con i centri di reclutamento e addestramento.

Ciò avviene in Ucraina, paese partner della Nato, di fatto già suo membro, sotto stretto comando Usa. Si capisce quindi perché l‘inchiesta sugli arsenali neonazisti in Italia non potrà andare fino in fondo. Si capisce anche perché coloro che si riempono la bocca di antifascismo restano muti di fronte al rinascente nazismo nel cuore dell’Europa.

* Fonte: Manlio Dinucci, IL MANIFESTO

Un fiorente traffico internazionale di armi, di provenienza incerta, che coinvolge estremisti della destra italiana. In un primo momento sembrava che l’operazione anti terrorismo di ieri avesse scoperchiato inquietanti relazioni tra mercenari italiani, decine in partenza da tutta Italia fin dal 2014, e la guerra del Donbass in Ucraina. Ma gli inquirenti hanno successivamente escluso questa ipotesi, riconducendo l’indagine al traffico d’armi internazionale.

IL QUADRO CHE LA DIGOS di Torino sta tracciando grazie a un serie di operazioni condotte da forze speciali in tutta Italia risulta inquietante per quanto riguarda potenza e qualità organizzativa dell’eversione nera in Italia. Dopo un’operazione simile condotta due settimane fa nel nord ovest, ieri un blitz concluso da squadre anti terrorismo ha portato al sequestro di armi da guerra e comuni. Sono stati trovati nove fucili d’assalto, una pistola mitragliatrice, tre fucili da caccia, sette pistole, sei parti di armi da guerra, venti baionette, circa mille munizioni nonché una variegata collezione di bandiere e cartelli con simbologia naziste. In un hangar nei pressi dell’aeroporto di Rivanazzano Terme, in provincia di Pavia, è stato rinvenuto persino un missile, alto circa tre metri e dal peso di otto quintali, perfettamente funzionante previa riarmatura. Di produzione francese, proveniva dal Qatar.

L’intero arsenale era in vendita al miglior offerente: il razzo a un prezzo di circa mezzo milione di euro ed era già stato oggetto di interesse.
Tra gli arrestati Fabio Del Bergiolo, 60 anni, colui che deteneva l’arsenale: nella sua casa di Gallarate è stato trovato un ingente quantitativo di armi, per lo più di fabbricazione austriaca, tedesca e statunitense, oltre che diversi stemmi e cartelli con simboli e slogan nazisti. Già ispettore delle dogane specializzato nell’antifrode, Del Bergiolo fu un militante di Forza Nuova nonché candidato al senato nei primi anni duemila. Prese nove voti.
Alessandro Monti, 42 anni, svizzero, è invece il titolare della società che possiede l’hangar vicino a Voghera dove è stato trovato il missile. Il terzo finito in manette è Fabio Bernardi, 51 anni.

IL QUESTORE DI TORINO Giuseppe De Matteis ha definito l’operazione «un sequestro con pochi precedenti per la qualità delle armi e per il loro potenziale violento». «Non risultano collegamenti tra le persone coinvolte e soggetti combattenti a fianco delle milizie di estrema destra in Ucraina», ha poi aggiunto il questore. Precisazione che ha fermato le prime ricostruzioni che tendevano un filo tra eversione di destra in Italia, Ucraina e Russia.
Gli investigatori hanno sottolineato che «al momento non esistono elementi che facciano pensare a progettualità eversive», aggiungendo che sono «risaliti esclusivamente ai destinatari delle misure cautelari, intermediari nella vendita di armi da piazzare sul mercato nero».

L’OPERAZIONE DI IERI segue quella del nove luglio a Torino quando furono perquisite dieci case di militanti della destra oltranzista appartenenti a Legio subalpina, Forza Nuova e Rebel firm, a Ivrea, trovando materiale di stampo fascista e proiettili da guerra. In precedenza, il 20 giugno, fu denunciato il coordinatore piemontese di Forza Nuova Luigi Cortese per apologia di fascismo, mentre e alcuni ultras riconducibili alla curva della Juventus e del Torino subirono delle perquisizioni.

* Fonte: Maurizio Pagliassotti, IL MANIFESTO

Dal 2014 a oggi 187 episodi, raccolti in una mappa interattiva da Infoantifa Ecn. Quasi uno su tre negli ultimi 18 mesi

«Ringrazio tutti per la solidarietà, sono appena uscito dalla sala operatoria per l’intervento al setto nasale. Non appena mi dimetteranno andrò subito a sporgere denuncia e lo farò indossando la maglietta del Cinema America». Ha scritto così nel pomeriggio di ieri David Habib, uno dei quattro ragazzi aggrediti sabato notte nel quartiere romano di Trastevere. «Avete la maglietta del Cinema America, siete antifascisti. Toglietevela» avrebbero gridato i 10 aggressori prima di scatenarsi con testate, calci, pugni e colpi di bottiglia. Insieme al messaggio comparso sulla pagina Facebook del progetto nato dall’occupazione della storica sala di via Natale del Grande e poi, dopo lo sgombero, continuato con le proiezioni di film in diverse piazze della capitale, la foto del giovane con naso fasciato e pugno chiuso. Sotto, commenti di solidarietà e richieste di acquisto delle magliette bordeaux con la scritta gialla. Un modo per indossare la solidarietà contro la violenza fascista.

UNA RISPOSTA IMMEDIATA c’era stata già all’indomani dell’aggressione. Domenica sera migliaia di persone hanno affollato piazza di San Cosimato, al centro dello storico quartiere adiacente al fiume che attraversa Roma. Alla presentazione del film di Bernardo Bertolucci Io ballo da sola in tanti si sono presentati con la t-shirt del Cinema America, organizzatore dell’evento. Tra loro Jeremy Irons, attore britannico premio Oscar nel 1991, giunto a Roma per l’omaggio al regista italiano scomparso a novembre scorso. «Dobbiamo fare attenzione quando andiamo a votare, ma soprattutto dobbiamo ricordarci della nostra umanità in modo tale che ciò che è accaduto 70 anni fa non torni a gettare i suoi semi» ha detto Irons al microfono.

AI RAGAZZI AGGREDITI sono arrivati numerosi attestati di solidarietà da esponenti istituzionali, sindacati e mondo dello spettacolo. «Aspettiamo le necessarie verifiche ma se i fatti fossero confermati sarebbe un episodio gravissimo, aggravato dall’intolleranza ideologica» ha affermato il premier Giuseppe Conte. «Piena solidarietà ai ragazzi del Cinema America – ha scritto su twitter la sindaca di Roma Virginia Raggi – Un atto vile e barbaro, che bisogna condannare fermamente. Roma è una città aperta e inclusiva». Al trend si è accodato anche il ministro dell’Interno Matteo Salvini, dagli Usa. «Noi combattiamo contro ogni genere di violenza, che siano comunisti o fascisti. Del resto io faccio il ministro che reprime la violenza» ha detto il leader della Lega, derogando al principio di generalizzazione delle responsabilità che utilizza ogni volta che a delinquere è un cittadino immigrato. «Una cosa gravissima, un’aggressione fascista che va combattuta e non sottovalutata nel modo più assoluto. Credo sia necessario reagire» ha dichiarato il segretario della Cgil Maurizio Landini. «Facciamo così. La prossima volta prendetevela con me» è il messaggio twittato da Edoardo Leo, protagonista della saga Smetto quando voglio, insieme a un selfie con indosso la maglietta del Cinema America.

L’AGGRESSIONE DI SABATO scorso ha fatto giustamente scalpore, ma non si tratta di un episodio isolato. Nella mappa in costante aggiornamento realizzata dal progetto Infoantifa Ecn sono stati raccolti e classificati 187 episodi di violenza compiuti da estremisti di destra dal 2014 a oggi. Ben 58, quasi uno su tre, si sono verificati negli ultimi 18 mesi: uno ogni dieci giorni. Gli episodi sono di natura diversa e vanno dalle minacce verbali alle aggressioni fisiche, dagli attentati incendiari a spazi sociali alle bombe carta contro centri di accoglienza, dalle violenze sessuali agli omicidi. Come quelli di matrice razzista di Idy Diene a Firenze (04/03/2018) ed Emmanuel Chidi Namdi a Fermo (06/07/2016) o il femminicidio di Anna Carusone in provincia di Caserta (22/01/2018), per citare i più recenti.

LA VIOLENZA COLPISCE soggetti diversi: omosessuali, migranti, donne, antifascisti, chi esprime solidarietà agli stranieri o chi professa una fede diversa. La mappa riconduce 22 episodi a Forza Nuova e 70 a Casapound. Proprio il partito collegato alla casa editrice Altaforte con cui il «ministro che reprime la violenza» ha recentemente pubblicato il libro-intervista Secondo Matteo.

foto: dalla pagina facebook I ragazzi del Cinema America

Proprio di fronte al palco su cui sfilavano i campioni dell’onda nera, era srotolato un lungo striscione con su scritto «Restiamo umani». Sullo stesso balcone uno Zorro in perfetto costume disegnava nell’aria a colpi di fioretto. Era la sintesi dell’alternativa che c’è, e cresce nel Paese: umanità e ironia.

In Piazza Duomo a Milano ieri è andata in scena la rappresentazione fisica dell’«onda nera». All’insegna della peggior forma di comunicazione politica: la blasfemia e la menzogna. Blasfema è infatti l’immagine di Matteo Salvini con la corona del rosario in mano.

Che così si affida «al cuore immacolato di Maria che ci porterà alla vittoria»: una vittoria che, se ottenuta, significherebbe la chiusura dell’Europa al resto del genere umano sofferente e minacciato («Se fate di noi il primo partito europeo la nostra politica sui migranti la portiamo in tutta Europa e non entra più nessuno» ha detto testualmente).

Blasfema è la menzogna con cui ha risposto polemicamente a papa Francesco che ancora una volta invocava la «necessità di ridurre il numero dei morti nel Mediterraneo» e che si è sentito rispondere che questo è già stato fatto, da lui, «con spirito cristiano», con la chiusura dei porti, la persecuzione delle Ong che salvano e i patti scellerati con i tagliagole libici, come se eliminare i testimoni scomodi e lasciar crepare le persone nei lager di Tripoli e Bengasi significasse risparmiare vite umane. Blasfemo, infine, è il tentativo di sfidare il papa in carica (fischiato dalla piazza) con l’evocazione apologetica dei suoi predecessori, Ratzinger e Woytila, nel tentativo di allargare a colpi d’ascia la spaccatura della Chiesa.

Menzognera è, d’altra parte, l’immagine apparentemente rassicurante che nel contempo il Capitano ha voluto dare, negando che su quel palco sfilasse la «destra radicale» europea («qui non c’è l’ultradestra, c’è la politica del buonsenso») quando era del tutto evidente, dai nomi dei convenuti e dai toni dei loro discorsi, che così non era.

Che lì erano stati convocati i leader di un estremismo di destra del Terzo millennio che, ognuno a casa propria, lavorano per scardinare il sistema di valori che la modernità democratica aveva elaborato, dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo alle Carte costituzionali dei principali paesi occidentali, per sostituirli con una visione del mondo egoista e feroce, suprematista e razzista, ostile ai principii di eguaglianza e solidarietà.

C’erano un po’ tutti i campioni di questo nuovo credo inumano, dalla Marine Le Pen («la nostra Europa non è quella nata sessanta anni fa») all’olandese Geert Wilders («Basta immigrazione, basta barconi», punto!), dai tedeschi di Alternative fur Deutschland (sempre più aperti alle frange neonaziste dopo la rottura con la precedente leader) a quelli dell’Ukip (con cui lo stesso Farage ha rotto a causa delle loro eccessive simpatie fascistoidi). Mancava l’austriaco Strache, è vero, ma solo perché travolto dallo scandalo che l’ha coinvolto direttamente. Peccato, perché sarebbe stato interessante sentire cosa aveva da dire sull’idea del suo collega italiano di sforare il limite del 3% del debito, vista la posizione ferocemente ostile appena espressa dal suo premier.

E questo ci introduce a una seconda riflessione: la sostanziale fragilità di quel fronte andato in scena sul palco nero di Milano, in qualche modo direttamente proporzionale alla sua aggressività. Uniti nei confronti dei più deboli, quei muscolari esponenti dell’ultradestra continentale sono in intimo, inevitabile conflitto tra loro quando si tratta di ascoltare le ragioni l’uno dell’altro, sia che siano in gioco le dimensioni del debito (e il nostro è enorme) o la redistribuzione per quote dei migranti.

Ognuno, appunto, padrone a casa propria, e prima i rispettivi «nostri». È la maledizione che colpisce ogni populismo sovranista, per sua natura segnato da una forte carica di nazionalismo che gli rende impossibile ogni forma di reale cooperazione politica e finisce per riprodurre la logica amico/nemico verso chi dovrebbe essere un proprio alleato. Non è un fattore rassicurante, vorrei essere chiaro, perché storicamente questa maledizione ha portato alla guerra. Ma ci dice quanto velleitario ed effimero sia il fronte presentato a Milano in una giornata di pioggia.

Proprio di fronte al palco su cui sfilavano i campioni dell’onda nera, era srotolato un lungo striscione con su scritto «Restiamo umani». Sullo stesso balcone uno Zorro in perfetto costume disegnava nell’aria a colpi di fioretto. Era la sintesi dell’alternativa che c’è, e cresce nel Paese: umanità e ironia. Lo si è visto nella bella – colorata e viva – contro-manifestazione parallela che ha messo in campo una generazione antropologicamente refrattaria al cupo contagio nazional-populista.

Se un futuro c’è, è rappresentato da loro.

* Fonte: Marco Revelli, IL MANIFESTO

 

 

Roma. Studentesse e studenti guidano la mobilitazione antifascista e scortano Lucano fino all’Aula I di Lettere. Messaggio al governo

ROMA. Alla fine Mimmo Lucano alla Sapienza di Roma è entrato, ha parlato e lo ha fatto davanti a una folla trepidante. Le minacce e le intimidazioni dei fascisti di Forza Nuova, che nei giorni scorsi avevano promesso di impedire la lezione dell’ex sindaco di Riace, hanno prodotto l’effetto opposto a quello desiderato.

Quando Lucano arriva a piazzale Aldo Moro sono circa le 15. Da alcune ore l’università più grande d’Europa è presidiata da almeno 2mila persone. La mobilitazione è guidata da studentesse e studenti, che hanno chiamato a raccolta le forze antifasciste della città di Roma e del quartiere di San Lorenzo. «Siamo tutti Mimmo Lucano» è il coro intonato forte per dare il benvenuto. Il comizio improvvisato davanti ai manifestanti è più volte interrotto dagli applausi e dalla commozione dell’ex primo cittadino. «Sono emozionato – dice Lucano – Non pensavo che un giorno avrei parlato davanti a tanta gente. Io ho fatto solo cose semplici credendo in un sogno di umanità. Siamo l’onda rossa che contrasta quella nera che sta oscurando il nostro orizzonte».

L’IMMAGINE PIÙ FORTE è l’ingresso fisico in università. Lucano varca i cancelli letteralmente scortato da un fiume antifascista, mentre una parte del presidio rimane a controllare la strada da cui potrebbero giungere provocazioni e una folla incontenibile riempie già la grande Aula I e tutto il piano terra della facoltà di Lettere. Per tenere i fascisti lontano dall’università studentesse e studenti si sono convocati presto. Intorno alle 11 è partito un corteo interno molto partecipato che si è andato ingrossando durante il percorso.

NUTRITA LA PARTECIPAZIONE di docenti, ricercatori e dottorandi. In apertura lo striscione: «Il fascismo non è un’opinione». Sulla stessa linea i cartelli tenuti in alto da ragazze e ragazzi: «La libertà di opinione inizia dove non ci sono i fascisti», «La cultura è sempre antifascista». «Siamo mobilitate da giorni per garantire la presenza di Mimmo Lucano in questa università, che è nostra ma anche sua – dice Isabella Karasz, dell’assemblea di Scienze politiche – La Sapienza deve essere un luogo aperto e solidale. Non permetteremo mai che un gruppo di fascisti metta bocca su quello che accade qua dentro».

Grazie alla pressione dei manifestanti, il corteo riesce a uscire dalle mura della città universitaria e si riversa in piazzale Aldo Moro, imponendo che Lucano passi per quell’entrata e non da un ingresso laterale, come avrebbe preferito la questura. Intorno alle 14 arrivano in piazza anche sindacati, associazioni e comitati di quartiere. «Qui si applica la Costituzione nata dalla Resistenza – afferma Valerio Bruni, della presidenza romana dell’Anpi – perché viene accolto Lucano, uno dei pochi ad aver reso effettivi i valori di solidarietà e accoglienza previsti dalla Carta. Questa mobilitazione fa valere la XII disposizione transitoria che prevede di non concedere alcuno spazio alle organizzazioni fasciste».

POCO PRIMA DELL’ARRIVO di Lucano si è diffusa la notizia che il gruppuscolo di militanti di Forza Nuova che si era ritrovato alla metro Castro Pretorio, di fronte alla Biblioteca Nazionale, è stato autorizzato a muoversi. Sono poco più di una ventina. In testa Roberto Fiore, ex membro dell’organizzazione eversiva Terza Posizione, e alcuni militanti dotati di bastoni nascosti dal tricolore. Il «corteo» percorre poche centinaia di metri, quasi sempre sul marciapiede, prima di tornare indietro al grido di «Boia chi molla». Nel frattempo, il presidio antifascista prova a muoversi in direzione degli estremisti di destra ma le camionette della polizia gli sbarrano la strada. Per proteggere i fascisti sono schierati: un idrante, più di venti tra blindati e jeep, decine di agenti in assetto antisommossa.

SU FACEBOOK, intanto, il vicepremier Luigi Di Maio scrive: «Vedo e sento molto nervosismo in Italia. Alla Sapienza oggi sono tornate le camionette delle Forze dell’Ordine come non accadeva da tempo. C’è una tensione sociale palpabile, non solo a Roma, come non si avvertiva da anni. Nelle piazze è tornata una divisione tra estremismi che non credo faccia bene a nessuno». «Tensione nelle piazze? L’unica novità negativa sono le decine di minacce di morte contro il ministro Salvini» rispondono dalla Lega. Minacce di morte no, ma messaggi diretti all’esecutivo e soprattutto al ministro dell’Interno ne arrivano tanti da questa piazza. Proprio il leader della Lega aprì la stagione degli attacchi all’uomo simbolo di Riace affermando: «È uno zero». Era il 3 giugno scorso, ben prima che le traballanti inchieste della magistratura costringessero Lucano a lasciare il suo paese.

«LA NOSTRA MOBILITAZIONE è in continuità con le contestazioni al Salone del Libro e con la risposta antifascista di Casal Bruciato – conclude Isabella – In queste settimane si inizia a vedere che opporsi a chi legittima i gruppi neofascisti e vota politiche razziste e sessiste è possibile».

* Fonte: Giansandro Merli, IL MANIFESTO

CATANZARO. Nelle stesse ore in cui Matteo Salvini fa il suo solito, noioso, show elettorale a Catanzaro, in mezzo a proteste di piazza e balconi poco accoglienti, Mimmo Lucano torna nel suo esilio di Caulonia Marina, dopo aver ricevuto il 9 maggio a Cinisi il premio Musica e Cultura Peppino Impastato «per aver costruito un modello di economia alternativa che ha messo al centro l’Essere Umano». E proprio oggi il sindaco sospeso avrebbe voluto tornare nella sua Riace, dopo tanti mesi di restrizione coatta, per presentare la Fondazione «È stato il vento», insieme a molti artisti di quei 123 che hanno promosso e firmato «l’Appello della musica per Riace». Ma, nonostante avesse presentato regolare istanza per ricevere la deroga temporanea al divieto di dimora, e nonostante il parere favorevole del pm, i giudici del tribunale di Locri hanno rigettato la richiesta, «in quanto non si ravvisano motivi per derogare alla restrizione stante la fase in cui si trova il processo a suo carico».

Gli artisti e i musicisti ci saranno ugualmente nelle vie del borgo, lui no. «Trasite e favorite», sarà lo slogan. Entrate e favorite, come si usa dire in Calabria. Solo Lucano, dunque, non potrà entrare per decisione, reiterata, del tribunale. Con lui la legge è impietosa, lo tratta come il peggiore dei mafiosi. Quanta durezza con lui, e quanta «dolcezza» invece, con i fascisti che portano impuniti il terrore nelle periferie, vomitano odio e razzismo contro gli ultimi della terra e minacciano bellamente ad ogni occasione lo stesso «sindaco dell’accoglienza». Era già accaduto a metà gennaio a Crotone dove un’imponente manifestazione in suo favore era stata disturbata e, persino, messa in forse da un manipolo di militanti di Forza Nuova che, con l’inaudito beneplacito della prefettura, avevano inscenato un corteo. Quattro mesi dopo i fascisti di Forza Nuova ci riprovano. Stesso protagonista, Lucano, atteso lunedì prossimo all’Università la Sapienza di Roma per una lezione alla facoltà di Lettere e Filosofia, stessi provocatori di professione, i forzanovisti. «Siamo pronti a bloccare la conferenza del sindaco indagato con un comizio del nostro segretario nazionale Roberto Fiore in piazzale Moro», blaterano in rete. Segue il consueto bagaglio di propaganda xenofoba: «Diremo no al modello Riace, no alla sostituzione etnica, no al business dell’accoglienza. Non possiamo tollerare che questo nemico dell’Italia salga in cattedra». La replica di Lucano è immediata: «Io nemico dell’Italia? Un’assurdità. La loro protesta non mi spaventa e non mi interessa. Ci avevano già provato invano a Crotone tempo fa. Mi interessa, piuttosto, parlare agli studenti che sono il futuro della nostra società. In Italia viviamo un momento difficile in cui ci viene detto che deve prevalere la disumanità, si è creato un clima d’odio, di forte contrapposizione sociale. Ed è inutile girarci intorno: c’è una deriva fascista».

La reazione delle forze politiche e sindacali è stata netta: dal Pd a La Sinistra, dalla Cgil ai sindacati di base, si chiede in coro il divieto della manifestazione. «Quella dei neofascisti è un’intimidazione e una provocazione che non può essere tollerata – dice Maurizio Acerbo, segretario del Prc – e il questore ha il dovere di vietare questa iniziativa che fa tornare alla memoria le pagine più nere della storia. Questi tetri figuri minacciano Lucano in quanto simbolo dei valori della Costituzione nata dalla Resistenza. Non è accettabile che un uomo come lui debba trovare ad accoglierlo all’Università di Roma i nipotini di Hitler e Mussolini. Proponiamo a tutte gli antifascisti, alle forze democratiche, di ritrovarci in massa davanti alla facoltà di Lettere per accogliere Mimmo con abbracci e applausi». «Sono certo che le forze dell’ordine, il prefetto e la questura garantiranno la libertà di espressione all’interno della Sapienza», dichiara il leader del Pd, Nicola Zingaretti. Visti i tempi (e i precedenti) è tutto da dimostrare.

* Fonte: Silvio Messinetti, IL MANIFESTO

Lo scandalo più grande, non è solo lo sfregio che lo stand fascista porta a Torino, ma quello, enormemente più grave, rappresentato da un ministro che da quell’editore filo-fascista e filo-nazista pubblica

La presenza fascista nella più importante manifestazione editoriale italiana non è un «fatto culturale». È un oltraggio alla cultura. Chiedere alle vittime e ai loro eredi di condividere lo stesso spazio con i loro carnefici (e i loro eredi) non è atto voltairiano di libertà di pensiero.

Ma un gesto di disumanità e di apatia morale intollerabile. Hanno ragione i rappresentanti del Museo di Auschwitz quando richiamano le istituzioni «proprietarie» dell’evento – il Governatore del Piemonte e la Sindaca di Torino in primis – alle loro responsabilità per rimediare alla precedente pilatesca passività. Così come ha ragione – mille volte ragione – quella parte del mondo della cultura che si mobilita di fronte all’oltraggio a quella che è la (residua) dignità degli intellettuali, lacerandosi, certo, dividendosi tra posizioni che hanno, a mio modo di vedere, pari dignità, tra chi intende esprimere la propria indignazione con il rifiuto della propria partecipazione (con l’idea che questa suonerebbe come accettazione). E chi invece intende esserci con la propria combattiva presenza (con l’idea che non esserci significherebbe lasciare agli altri libero il campo). Entrambi con la consapevolezza della portata della sfida in corso: della minaccia, inedita, che la falla aperta dallo sdoganamento di ciò che la fine della seconda guerra mondiale aveva condannato (si pensava definitivamente) si trasformi in apocalissi culturale, e poi politica, e sociale se una forma di relativismo rinunciatario aprisse il campo al trionfo del disumano. Gli uni e gli altri, cioè, consci dell’enorme responsabilità che pesa su ognuno di noi, se nel qui e ora che viviamo restassimo in silenzio.

Ma la responsabilità che grava sul mondo della Cultura è poca cosa – una briciola – rispetto al macigno che pesa sul mondo della Politica. Lo scandalo più grande, quello veramente sconvolgente nell’Italia di oggi, potremmo dire «il vero scandalo», non è solo lo sfregio che lo stand fascista porta al Salone del Libro di Torino, ma quello, enormemente più grave e intollerabile, all’intero Paese, rappresentato da un ministro della repubblica che da quell’editore filo-fascista e filo-nazista pubblica. Sta lì il bandolo della matassa che dal colle del Viminale scende fino ai padiglioni del Lingotto, e ne inquina il clima e l’anima. Sta in quella presenza, nel cuore del Governo della nazione, ciò che oggi suona come intollerabile. Fino a ieri impensabile. Oggi esibito come un trofeo. E se il mondo della cultura si muove, si tormenta e si mobilita, colpisce l’irenica apatia del mondo della politica. L’ignavia, diciamolo pure, quella da Antinferno, che percorre trasversalmente l’arco politico, con chi dovrebbe vigilare sull’ordine costituzionale e langue invece assopito nei fatti propri, a guardare gli intellettuali agitarsi come se la cosa non lo riguardasse. Ci si aspetterebbe che le opposizioni insorgessero chiedendo le immediate dimissioni di quel ministro fedifrago che pur avendo giurato sulla Costituzione nata dalla Resistenza pubblica le proprie esternazioni in casa dei nemici dell’umanità. Che minacciassero un nuovo Aventino o in alternativa l’occupazione delle aule parlamentari finché Matteo Salvini non lascia il suo Ministero. Insomma, che quegli assonnati democratici quantomeno di nome uscissero dal loro mortifero letargo, consci del vulnus grave portato alla dignità repubblicana con quello sciagurato contratto editoriale che assomiglia tanto a un pactum sceleris. E con l’indecente connubio tra un’organizzazione come Casa Pound, che a norma di legge dovrebbe essere sciolta e messa al bando e il capo del Ministero a cui dovrebbe competere la vigilanza sulla legalità repubblicana.

Per ora gli «intellettuali» che a Torino s’indignano, ognuno con le proprie forme di espressione, svolgono un ruolo di supplenza assai prezioso anche se parziale. Ma fino a quando una democrazia può sopravvivere all’ignavia dei suoi custodi istituzionali?

* Fonte: Marco Revelli, IL MANIFESTO

Il saloon del libro. La presenza di una casa editrice dichiaratamente fascista tra gli stand della kermesse ha scatenato la discussione a sinistra

Un merito a Christian Raimo bisogna riconoscerlo. Ha lacerato il velo di ipocrisia che nel corso degli anni ha avvolto l’appuntamento più importante dell’editoria italiana, ovvero il Salone del libro di Torino.

CON UN POST, POI CANCELLATO, inviato sulla sua bacheca di Facebook lo scrittore italiano ha compiuto quell’atto semplice difficile a farsi. Ha scritto che l’antifascismo è una discriminante che non ha perso valore con il trascorrere del tempo da quando partigiani hanno chiamato il popolo italiano all’insurrezione contro il regime della Repubblica sociale italiana e l’occupazione nazista. Raimo, oltre a dispiacersi della presenza di una casa editrice che non nasconde la sua nostalgia per il ventennio mussoliniano, ha puntato l’indice anche contro chi, nel governo, fa quotidiano esercizio di razzismo e xenofobia.

Tutto è nato con l’annuncio che al Salone del libro edizione 2019 sarà presente la casa editrice Altaforte, una specie di megafono editoriale di Casa Pound, che ha recentemente pubblicato un libro intervista a Matteo Salvini. D’altronde il capo della casa editrice, Francesco Polacchi, è anche il produttore delle pacchiane felpe indossate dal ministro degli interni nelle sue apparizioni dove dispendia a piene mani il fiele di «prima gli italiani».

Christian Raimo ha detto che gli intellettuali, gli scrittori e persino i giornalisti non possono chiudere gli occhi su questa marea montante di xenofobia e indifferenza verso vecchio e nuovo fascismo. Apriti cielo. È iniziato subito il fuoco a parole incrociate contro la direzione del Salone del libro. Il sottosegretario ai beni culturali Lucia Borgonzoni ha chiesto a Nicola Lagioia di dissociarsi dalla parole scandalose di un suo consulente, come era fino a qualche giorno fa Christian Raimo.

INVECE DI MANTENERE IL PUNTO, lo scrittore italiano ha preferito inviare un altro post annunciando le sue dimissioni da consulente del Salone del Libro, motivandole con l’intenzione di non arrecare danno all’appuntamento torinese.

Per Nicola Lagioia una gatta da pelare in meno. L’antifascismo è salvo (a parole), ma soprattutto salva è l’amicizia e la stima che lega i due intellettuali italiani. Ieri, infine nuova esternazione di Raimo: lui al Salone ci andrà come scrittore, italiano, cittadino democratico. La polemica poteva finire qui, dato che tutto era ritornato nell’ordine di una iniziativa che nel corso degli anni non ha scontentato mai nessuno. Ottimo palco per scrittori, saggisti, casa editrici. Autori mainstream e controcorrente hanno potuto parlare dei loro libri in una manifestazione che ha visto crescere il pubblico anno dopo anno. Lieto sarà il capo di Altaforte, che mai avrebbe sperato in così tanto clamore per un libro che altrimenti avrebbe appassionato solo la claque plaudente della Lega.

NEL FRATTEMPO hanno preso parola altri intellettuali, a partire dal collettivo Wu Ming che ha annunciato che non sarà a Torino. Sullo stesso tenore le dichiarazioni dello storico Carlo Ginzburg, di Francesca Mannocchi, autrice di libri e reportage sulla guerra a bassa intensità dichiarata dall’Italia e dalla fortezza Europa contro i migranti e di Zerocalcare. Di diverso tenore invece la presa di parola di Michela Murgia, che invita a presidiare in massa il Salone del libro e togliere così spazio ai fascisti. La partecipazione di una casa editrice della destra radicale è un incidente di percorso, dicono i soliti commentatori protagonisti per le loro banalità nelle tempeste in un bicchier d’acqua. C’è da dire che il velo di ipocrisia squarciato, ma subito rammendato da Christian Raimo fa emergere una realtà più articolata e meno rosea di quella dipinta da coloro che guardano al programma del Salone come un esempio di radicalità teorica e di costituzione di una sfera pubblica non omologata.

DIETRO LA PARTECIPAZIONE di una casa editrice di destra estrema alla kermesse torinese c’è un nodo che rischia di diventare un nodo scorsoio al pensiero critico. A essere messa in discussione da decenni è la presunta egemonia della sinistra nella produzione culturale, un fantasma che si aggira tra chi vuol archiviare l’antifascismo come dato fondante della Repubblica nata dalla Resistenza; e tra chi, sulle colonne dei maggiori quotidiani italiani, da oltre un ventennio agisce come un agit prop del decisionismo, del riduzionismo nelle procedure democratiche e di chi guarda all’individuo proprietario come il faro che dovrebbe guidare la riflessione sulla modernità più o meno liquida del neoliberismo.

IL PENSIERO CRITICO deve cioè essere ridotto a fabula tra le tante, variazione sul tema ossequioso del potere costituito basato su quella postverità che costituisce ormai l’asse portante della discussione pubblica. Per costoro vale ricordare la riflessione di Enzo Traverso sul vecchio e nuovo fascismo (il manifesto, 24 aprile 2019).

Il fascismo di oggi ha punti di contatto ma significative differenze con quello storico. Compito del pensiero critico è individuare le une e le altre. Altro discorso è se c’è un pericolo fascista alle porte. Siamo cioè come quella scena descritta da Ian McEwan in Cani neri: nel momento del trionfo della democrazia liberale, possono danzare sulle macerie del Muro di Berlino neonazisti impenitenti. Peccato che il Muro di Berlino sia caduto ormai da trenta anni.

Più realisticamente va affermato che montante è semmai l’ideologia di chi vuole cancellare l’antifascismo senza per questo auspicare necessariamente un regime fascista. Infine, un dato viene spesso dimenticato. Il Salone del libro è da anni lo spazio pubblico dove scorre il sotterraneo conflitto teso ad addomesticare la produzione culturale. Più che programma radicale, quello dell’edizione 2019, come quello degli anni passati, è un programma politicamente corretto, buono per tutti i palati.

NELL’ULTIMO BIENNIO, Nicola Lagioia ha dovuto fronteggiare la competizione di imprenditori culturali che volevano far diventare Milano il centro nevralgico dell’editoria italiana, allorquando hanno pensato di allestire una fiera del libro alternativa a quella torinese. Con intelligenza, il direttore del Salone lo ha riqualificato, sottraendolo innanzitutto al gorgo di corruzione, affari poco chiari che alcune iniziative spregiudicate rischiavano di trascinare a fondo. Così Torino è tornato ad essere l’appuntamento più importante dell’editoria italiana. Con il rischio però di una forte riduzione della bibliodiversità. Ormai essere presente ala Lingotto costa molto.

E se le grandi case editrici possono permetterselo, le piccole e gli «indipendenti» hanno difficoltà ad affittare stand, pagare le trasferte di dipendenti spesso con contratti precari, al punto che negli anni passati gli immensi spazi dell’ex stabilimento Fiat sono stati teatro di contestazioni, cortei interni organizzati da precari che volevano mettere in evidenza come spesso i libri sono frutto di bassi salari, diritti ridotti al lumicino e sfruttamento a tempo indeterminato. Anche la disposizione spaziale, geografica degli editori riflette il potere di mercato.

Gli edifici centrali del Lingotto sono infatti saldamente presidiati dai grandi editori; gli altri sono spesso relegati in «periferia». Il Salone non riesce cioè ad essere il contraltare di quella concentrazione oligopolistica della produzione, distribuzione e vendita che caratterizza, in Italia come nel mondo, l’editoria (a quando la polemica contro Amazon?). Chi ne soffre sono gli indipendenti e i piccoli. Questo è il panorama che si impone al visitatore, una macchina organizzativa che mobilita centinaia di uomini e donne e che alimenta un indotto economico che fattura milioni e milioni di euro.

Che l’antifascismo sia una discriminante non è qui messo in dubbio. Fa bene chi ne attualizza il valore. Il modo migliore per farlo vivere, rompendo la gabbia di una logora retorica dove è stato richiuso, è però fare i conti con quella concentrazione nelle mani di pochi editori della produzione di contenuti basata sulla svalorizzazione del lavoro culturale.

* Fonte: Benedetto Vecchi, IL MANIFESTO

 

Photo: Rinina25 e Twice25 Twice25 [CC BY-SA 2.5 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5)]

 

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