Fascismo-Antifascismo

Per domani più organizzazioni neofasciste si preparano a celebrare a Milano il centenario della fondazione dei Fasci di combattimento. Già da mesi Casa Pound ha promosso un concerto commemorativo nazi-rock (in un dancing, lo Space 25 di via Toffetti, periferia sud-est di Milano), con l’esibizione di diverse band musicali, in primis gli Zetazeroalfa in cui canta lo stesso leader di Casa Pound Gianluca Iannone. L’orario d’inizio non a caso è stato fissato per le 19 e 19. Sono attese delegazioni anche straniere, segnatamente dalla Francia, e folte rappresentanze dalla Lombardia, dal Lazio e da Trieste. Da diversi giorni sui muri di alcuni quartieri milanesi sono stati affissi manifesti per propagandare l’evento. Sono attese circa 2mila persone.

Sempre il 23 marzo, al mattino, vorrebbero sfilare al Cimitero Monumentale, fino alla cripta dei «martiri della rivoluzione fascista» fatta erigere da Mussolini nel 1925, le diverse espressioni del neofascismo milanese, da Forza nuova a Lealtà azione, da Casa Pound alla Fiamma tricolore, sotto l’egida dei reduci repubblichini e dell’associazione degli Arditi d’Italia. Nessun divieto è stato posto alla manifestazione.

Per contrastarla l’Anpi, l’Aned e il Comitato antifascista hanno dato appuntamento alle 9.30 al cimitero davanti al monumento al deportato.

Il sacrario fu inaugurato agli inizi del regime fascista per raccogliere le salme di alcuni squadristi morti in scontri di strada. Tutta gente che bastonò e assassinò con ferocia operai, contadini e dirigenti politici delle sinistre, assaltò le Camere del lavoro e le sedi dei partiti democratici. L’opera, tra il liberty e l’art déco, si componeva originariamente di tre statue raffiguranti tre giovinetti in posa eroica, uno dei quali con in braccio un fascio littorio sormontato da un’aquila, e di una cripta sottostante. Finita la guerra il fascio e l’aquila furono asportati, così la targa commemorativa. Tra le tredici spoglie ospitate, la più famosa è quella di Ugo Pepe, il figlio ventunenne dell’ammiraglio Gaetano Pepe, autore di diverse spedizioni punitive tra il Veneto e Milano (tentò anche, nel luglio del 1921, di far saltare a Treviso con tubi di gelatina la sede centrale del partito repubblicano). Ferito mortalmente nel capoluogo lombardo la sera del 23 aprile 1922 da due revolverate nei pressi di Porta Romana, spirò all’ospedale. I funerali si tennero al cimitero Monumentale, il 26 successivo, alla presenza di Mussolini e centinaia di squadristi lombardi, liguri e veneti.

Ma diversi altri potrebbero essere gli appuntamenti. A settembre si è costituito a Roma il «Comitato Pro centenario 1919-1922», con lo scopo di «riunire e coordinare su tutto il territorio nazionale le manifestazioni» promosse per celebrare la nascita del movimento fascista. Tra i promotori Serafino Di Luia e Mario Merlino, ex di Avanguardia nazionale, Gabriele Adinolfi, Maurizio Murelli (assassinò nel 1973 un poliziotto a Milano con una bomba a mano) e Piero Puschiavo fondatore del Veneto fronte skinheads. Era anche prevista, poi vietata dal prefetto, una manifestazione domani pomeriggio a Milano, in piazza San Sepolcro, dove nel 1919, nella sede del Circolo per gli interessi industriali, commerciali e agricoli, si riunirono, guidati da Mussolini, 200 fra ex combattenti della Prima guerra mondiale, «arditi» e futuristi, che fondarono i Fasci di combattimento.

Una seconda manifestazione è stata comunque programmata per il 15 aprile in via San Damiano, per «commemorare» quanto avvenne solo tre settimane dopo piazza San Sepolcro, quando gruppi di fascisti e «arditi» prima sciolsero a revolverate e bombe a mano, in piazza Mercanti, un corteo di anarchici e socialisti (venne uccisa un’operaia diciannovenne e seriamente ferite almeno 30 persone), poi si diressero in corteo alla sede de l’Avanti!, in via San Damiano, dove travolsero il cordone dei soldati e dettero alle fiamme la redazione. Un soldato e due socialisti rimasero uccisi. Alcuni «cimeli», tra cui l’insegna in legno divelta all’ingresso de l’Avanti!, vennero poi donati da Filippo Tommaso Marinetti a Mussolini nella redazione de Il Popolo d’Italia.

* Fonte: Saverio Ferrari, IL MANIFESTO

Unica concessione del Comitato per l’ordine e la sicurezza, il via libera alla manifestazione dell’Anpi in piazza delle Carceri, che si annuncia gigantesca

PRATO. Al peggio non c’è fine. E se l’Anpi nazionale si stupiva del mancato intervento delle autorità, ora che prefetta e questore di Prato hanno dato il via libera alla manifestazione di sabato di Forza Nuova, servirà tutta l’intelligenza di una intera città per evitare altri disastri, dopo quello di una manifestazione sulla quale valgono le parole dell’istituzione più alta in grado della regione, quella del presidente toscano Enrico Rossi: “Trovo sconcertante che si possa autorizzare nei fatti la celebrazione dei cento anni del fascismo. Trovo questo inaccettabile. Prato, città medaglia d’argento della Resistenza, non può essere teatro di una manifestazione dove troveranno spazio richiami al fascismo e al razzismo”.
Unica “concessione” fatta dalla prefetta Rosalba Scialla, e dal questore Alessio Cesareo, è stata quella di dare il via libera alla contro-manifestazione indetta in contemporanea dall’Anpi pratese in piazza delle Carceri (ore 14.30), iniziativa che aveva avuto subito il patrocinio del Comune ma che restava senza autorizzazione delle autorità. Una manifestazione che si annuncia fin d’ora gigantesca, “perché tutti sappiano che fascisti, xenofobi, sovranisti, razzisti, violenti, non sono i benvenuti nella città di Prato e in Toscana”.
Per giustificare la loro più che contestabile decisione nel Comitato per l’ordine e la sicurezza, prefetta e questore l’hanno messa così: “Abbiamo applicato la legge, e abbiamo garantito i diritti sanciti dalla Costituzione di manifestare e di esprimere la propria opinione. Il motivo per cui ci risulta sia stato indetto il corteo, agli atti, non è la celebrazione del centenario del fascio ma la lotta all’immigrazione clandestina”. Con una nota della Prefettura è stato poi puntualizzato: “Nel corso della riunione è stata richiamata la necessità di far riferimento alla collaborazione e al senso di responsabilità di tutti, istituzioni e società civile, nel rispetto della legalità e dei principi di libertà di riunione e di libera manifestazione del pensiero, sanciti dagli articoli 17 e 21 della Costituzione”.
Queste sono state le due gocce che hanno fatto traboccare un vaso già colmo, visto che nel volantino di presentazione dell’iniziativa, titolata “Salvare l’Italia contro l’invasione dei migranti”, quelli di Fn hanno inserito un bel “100” circondato da alloro in basso al centro, per ricordare che il 23 marzo del 1919 si costituivano i Fasci di combattimento. Quanto agli articoli della Costituzione, una indignata Anpi ha subito replicato: “Si ignora consapevolmente la XII/a disposizione finale della Costituzione che vieta la ricostituzione sotto qualsiasi forma del partito fascista, e le leggi Mancino e Scelba”.
Il sindaco dem Matteo Biffoni è uscito dal Comitato furibondo: “Il giorno scelto, la celebrazione del fascismo ricordata in ogni comunicazione dei forzanovisti, i toni violenti e la tensione che in questi giorni è andata aumentando, sono secondo me violazioni della legge e rischi per l’ordine pubblico in città”. Una città che è arrivata a raccogliere 20mila firme su una petizione, firmata fra gli altri da Anpi, Arci, Libera e Cgil, “per fermare la manifestazione fascista”.
Non meno sferzanti le reazioni di Cgil Cisl e Uil toscane: “Il comitato per l’ordine pubblico di Prato non ha trovato nulla in contrario a che in città si svolga una manifestazione fascista nell’anniversario della fondazione dei fasci di combattimento, nonostante la forte contrarietà del sindaco e di una arco vastissimo di forze politiche e sociali. Doveva essere vietata perché contraria alle norme e allo spirito della nostra Carta costituzionale. Prefetto e Questore con il loro nulla osta si assumono una grande responsabilità, alla loro responsabilità avrebbero dovuto pensare prima di appellarsi a quella di tutti gli altri”. Anche perché la prefettura di Milano, ad esempio, dopo due o tre provocazioni (mal)tollerate in questi mesi, è passata alla linea dura, vietando una analoga iniziativa di Casa Pound proprio per sabato 23 marzo.

* Fonte: Riccardo Chiari, IL MANIFESTO

Passato e presente. All’epoca, il nesso totalitario passava attraverso uno spostamento di accento: l’offerta della lotta all’eguaglianza dei diritti attraverso il rimando all’uniformità delle appartenenze

Quale fosse quel dispositivo culturale che faceva del regime fascista un esercizio di totalitarismo imperfetto ed incompiuto, tra velleritarismi spinti, enfatiche autorappresentazioni ma anche aspirazioni a dare spessore a una nazionalizzazione degli italiani in chiave seccamente autoritaria, lo si desume già nel giugno del 1925, quando Mussolini pronuncia il famoso discorso «sull’intransigenza assoluta». La crisi generata dall’assassinio di Giacomo Matteotti era oramai alle spalle e il «duce del fascismo» poteva guardare con un certo respiro ai progetti per il futuro a venire. Il discorso, rivolto alla platea congressuale del suo partito, costituiva una vera e propria piattaforma programmatica, ancorché priva di uno spessore programmatico che non fosse quello dell’adesione emotiva ad una falsa idealità, basata sulla fusione delle identità e sull’immagine seduttiva di una catarsi nazionale.

AFFERMAVA MUSSOLINI al riguardo: «abbiamo portato la lotta sopra un terreno così netto, che bisogna essere di qua o di là. Non solo: ma quella che viene definita la nostra feroce volontà totalitaria sarà perseguita con ancora maggiore ferocia: diventerà, veramente, l’assillo e la preoccupazione dominante della nostra attività. Vogliamo, insomma, fascistizzare la Nazione, tanto che domani italiano e fascista, come presso a poco italiano e cattolico, siano la stessa cosa. Solo avendo un grande ideale si può parlare di rivoluzione, si può impiegare questa magica e tremenda parola!». Al netto dell’autoincensamento e della retorica ipnotizzante, proseguiva poi affermando che il fascismo doveva diventare un «modo di vita». Corredava e chiosava questo richiamo dichiarando che «portando nella vita tutto quello che sarebbe grave errore di confinare nella politica, noi creeremo, attraverso un’opera di selezione ostinata e tenace, la nuova generazione, e nella nuova generazione ognuno avrà un compito definito. Ed è attraverso questa selezione metodica che si creano le grandi categorie, le quali a loro volta creeranno l’impero».

Distinguere nelle fonti fasciste quanto sia manipolazione e mistificazione ideologica, così come autonarrazione mitografica, dal concreto succedersi dei fatti, ossia dai risultati effettivi, non è sempre cosa agevole. Poiché è parte dello stesso dispositivo totalitario, del suo dispiegarsi nel tempo, e quindi della sua capacità di sopravvivere alla scomparsa del regime medesimo, il riuscire prima a sovrapporre e poi a confondere realtà ad immaginazione, dato materiale a raffigurazione simbolica, evento ad impressione, quindi l’emozione con la ragione.

IL LUNGO CALCO del fascismo, nella storia del nostro Paese, riposa anche e soprattutto in questa dinamica di lungo corso, che intercetta il bisogno di un’identità condivisa, fondata tuttavia più sull’alimentare stati di aspettativa che non a offrire risposte concrete. L‘ideologia, in quanto vera e propria «fase suprema» della politica, ora rivolta alle «masse» indistinte, intese come autentici fasci fusionali, diveniva quindi il contenitore di questi bisogni simbolici, affettivi, relazionali basati sull’unione tra indistinti, sull’omologazione assoluta, sullo scambio tra libertà personale e protezione collettiva. Il modello ideologico fascista partiva da pochi assunti, legati al presupposto che l’azione politica dovesse essere intesa come la prosecuzione della guerra in tempo di pace. Il richiamo alla trincea e alle caserme come luoghi di costruzione e selezione caratteriale era l’alternativa al rimando all’astratta libertà dei mercati celebrata dalla società liberale.

L’IDEA DI RAFFIGURARE una lotta incessante, un permanente confronto vitalistico, gli era quindi connaturata e costituiva un forte elemento di legittimazione per l’epoca, neutralizzando il conflitto sociale attraverso il suo spostamento sul versante della contrapposizione etnonazionalista. All’antisocialismo si univa così, in una sorta di virtuosa saldatura, l’antiliberalismo: rifiuto delle collettività egualitarie, indistinta oclocrazia voluta dai mediocri, ma anche rigetto dell’individualismo «borghese», materialista e antispiritualista. La posta in gioco era quella della promessa di ripristinare l’armonia perduta, l’«ordine naturale» dettato dalla gerarchia degli spiriti superiori.

NON A CASO LA NATURALITÀ, intesa come imperio della veracità, dell’autenticità, della spontaneità ma anche della continuità nel tempo dei poteri legittimi (quelli infeudati e consacrati da un ordinamento senza tempo, come tale insindacabile), veniva contrapposta all’artificiosità delle relazioni meccaniche, dell’urbanesimo e della promiscuità tra individui diversi e razzialmente incompatibili. Alla confusione del presente, all’indecifrabilità del mutamento, all’angoscia per il cambiamento, veniva così contrapposta la lineare fusionalità di una comunione degli spiriti, completamente privati della loro soggettività.

L’IDEOLOGIA FASCISTA, come anche la sua produzione culturale, che fu tanto vivace quanto ossessivamente concentrata su pochi ed elementari motivi, tuttavia reiterati con costanza, richiamava l’offerta della lotta all’eguaglianza dei diritti attraverso il rimando all’uniformità delle appartenenze. Il nesso totalitario passava attraverso questo secco spostamento di accento, destinato – per l’appunto – a lasciare un segno tangibile tra gli italiani. Nei fatti, tutto ciò costituiva una cristallizzazione completa dei rapporti di forza vigenti, basata sull’occultamento delle radici dei conflitti di interessi così come della differenziazione dei ruoli sociali.

TUTTAVIA, MOSTRAVA una forte capacità di attrazione e quindi di fidelizzazione. In questa cornice, ciò che il fascismo storico (poi ripreso dai neofascismi europei) andava ulteriormente ripetendo, era il carattere morale dell’unione tra identici: l’appartenenza ad un «popolo», ad una «nazione», poi soprattutto ad una «razza» erano gli indici rassicuranti della capacità di governare gli spazi e di dare un indirizzo di senso al tempo collettivo. Se lasciati a sé, luoghi e individui, storie ed esperienze rischiavano altrimenti di deragliare nel delirio babelico della contaminazione delle diversità, nell’alterità che si faceva alterazione.

Il fascismo si proponeva quindi sia in quanto blocco d’ordine che nella sua natura di vettore della costruzione di un carattere nazionale, esemplificato dalla figura dell’«uomo nuovo» dedito alla lotta, al sacrificio di sé, alla milizia, senza il quale un’etica pubblica non avrebbe potuto avere corso. Quanto di rassicurante in ciò, per gli italiani del tempo, dovette esserci, laddove lo scambio era tra libertà personale e protezione «padronale» esercitata dal regime, lo può testimoniare solo la durata ventennale del medesimo. Il quale tracollò in una crisi irrimediabile proprio quanto perse quel carattere securitario, miscela di autoritarismo spinto, paternalismo sociale, azione liberticida e intervento nella sfera privata della collettività, su cui aveva invece cercato di costruire durevoli fortune.

IL CARATTERE LABORATORIALE, ancorché novecentesco poiché legato ad una fase industrialista e fordista delle società, delle tematizzazione fasciste rimane inalterato. Non può essere liquidato come una parentesi. Ma neanche come un processo continuo (l’«autobiografia della nazione»), destinato quindi a ripetersi. Semmai, gli interrogativi debbono esercitarsi sulla profondità del calco e, soprattutto, sul bisogno di adagiarsi in esso che certuni di nuovo avvertono come risposta alle crisi dettate dalle trasformazioni globali.

* Fonte: Claudio Vercelli, IL MANIFESTO

Una dozzina di esponenti dell’organizzazione denominata «Blocco studentesco», una sorta di branca giovanile di «Casapound», ha fatto irruzione ieri mattina nel liceo Giordano Bruno, in zona Casal Boccone a Roma.

Il gruppetto avrebbe voluto impedire l’intervento dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi) in un’iniziativa sulle vicende del confine giuliano-dalmata durante la seconda guerra mondiale e intorno alla liberazione dal nazifascismo. L’incontro faceva parte del progetto «Italia-Jugoslavia. Per non dimenticare» promosso dal Comune di Roma.

«Nonostante il dibattito sia stato momentaneamente disturbato dall’irruzione di un gruppo di estranei è positivamente proseguito come previsto» fanno sapere dalla scuola. Gli esponenti del Blocco hanno srotolato una striscione e urlato degli slogan al megafono. Avrebbero anche dato dell’«assassino» al relatore che in quel momento stava intervenendo.

«Tali personaggi, con fare aggressivo e intimidatorio – afferma l’Anpi – volevano impedire la continuazione dell’iniziativa per imporre la loro distorta e irreale visione della storia. Si ringraziano gli studenti, i docenti, i relatori e il dirigente scolastico che con fermezza e intelligenza hanno isolato i fascisti e li hanno costretti ad allontanarsi dalla scuola».

Sull’aggressione è intervenuta anche Claudia Pratelli, assessore Scuola e pari opportunità del III municipio: «Solo due giorni fa al liceo Benedetto da Norcia due ragazzi erano stati malmenati dalla stessa organizzazione di estrema destra. La scelta del governo di tollerare l’occupazione di Casapound suona come un’ambiguità inaccettabile. Per quanto ci riguarda sia chiaro che non c’è spazio né tolleranza alcuna nelle nostre scuole e in questo territorio per atti di violenza o per le organizzazioni fasciste».

Il riferimento è alla notizia dei giorni scorsi secondo cui il ministro dell’Economia e delle Finanze (Mef) Giovanni Tria avrebbe scritto una lettera a Virginia Raggi sostenendo che la liberazione della sede dei «fascisti del terzo millennio» non è una priorità, in quanto non è a rischio crollo e non presenta problemi dal punto di vista igienico-sanitario. Tria ha poi smentito di aver inviato questa missiva, sostenendo che il Mef ha richiesto lo sgombero ma è la Prefettura, che come è noto dipende dal ministero dell’Interno, a decidere.

«Mentre discutevamo sono entrati questi ragazzi con fare squadrista – racconta un docente presente al’iniziativa – Gli abbiamo detto di andarsene, che lì non potevano stare, ma si sono trattenuti comunque una decina di minuti. Alcuni studenti sono sembrati spaventati, c’erano anche dei minori, mentre altri volevano reagire. Dei colleghi li hanno trattenuti invitandoli a mantenere la calma. Alla fine anche alcuni alunni che potevano avere simpatie di destra non hanno apprezzato l’arroganza. Credo che l’irruzione abbia ottenuto l’effetto opposto a quello desiderato».

* Fonte: Giansandro Merli, IL MANIFESTO

La sede romana di CasaPound Italia – «i fascisti del Terzo Millennio», come amano definirsi loro stessi – va sgomberata immediatamente. È quanto dispone una mozione approvata ieri a stragrande maggioranza dal Consiglio comunale capitolino (30 sì; solo 4 i voti contrari, quelli di Lega, Fi e FdI) che impegna la sindaca Raggi ad «attivarsi presso gli Organi competenti affinché sia predisposto lo sgombero immediato dello stabile sito in Via Napoleone III illegalmente occupato da CasaPound».

Una mozione vale quel che vale (poco, si sa) ma il testo presentato dal Pd e votato anche dl M5S – anzi, tengono a precisare i pentastellati che Virginia Raggi l’ha più volte sollecitato -, se da un lato punta a mettere in imbarazzo il ministro Salvini nella speranza di porlo davanti alla scelta di rallentare la corsa delle sue ruspe oppure di travolgere anche i suoi ex alleati neofascisti, dall’altro lato potrebbe diventare invece un’arma a doppio taglio per tutte le occupazioni romane.

Non che sia lecito porle sullo stesso piano, naturalmente. Le differenze sono evidenti, come fa notare la stessa mozione che porta la prima firma del consigliere dem Giovanni Zannola: «Non è tollerabile che Casapound possa protrarre la propria occupazione in un edificio di pregio per svolgere attività che alimentano un clima di tensione in città, rifacendosi alle ideologie fasciste e alle politiche di Benito Mussolini, violando le normative che non consentono tali comportamenti».

O come sottolinea anche Alessio Pascucci, sindaco di Cerveteri e consigliere della Città Metropolitana, che già ad agosto 2018 aveva posto la questione dello sgombero di CasaPound al Prefetto Basilone, alla sindaca e al ministro dell’Interno, «senza alcuna risposta», e ora si rallegra dell’iniziativa dei consiglieri. Con una precisazione: «Sono assolutamente contrario allo sgombero dei centri sociali, ma un conto è occupare uno spazio abbandonato, recuperarlo e restituirlo alla cittadinanza, altro conto è un partito politico che occupa un immobile pubblico».

La mozione spiega anche che l’immobile, di proprietà del Demanio, è occupato dal 2003 ma che «solo nel 2008 viene costituita l’associazione di promozione sociale CasaPound Italia». E che «ad oggi non è possibile escludere, anzi è probabile, che gli appartamenti all’interno della sede di CasaPound vengano affittati a terzi». Finora, prosegue il testo, «nessuna amministrazione e nessuna istituzione si è occupata di stabilire il danno erariale prodotto da questa occupazione», e invece bisogna «proseguire il percorso di permuta dell’immobile finalizzato alla sua riqualificazione, avviando un confronto con la cittadinanza e le istituzioni territoriali per deciderne l’utilizzo futuro».

I grillini romani rivendicano la scelta di aver votato la mozione del Pd, spiegando che «la legalità non ha colore politico». Un’affermazione neutra? Non proprio: «Diamo un segnale – rilancia il consigliere di Noi con Salvini, Maurizio Politi – votiamo tutti insieme un odg per chiedere lo sgombero di tutti gli edifici occupati in città, fuori dalla propaganda politica».

«Che cosa farà ora Salvini?», provoca il gruppo consiliare del Pd. «Noi non siamo alleati di Salvini dal 2015, quindi il ministro è libero di comportarsi come meglio crede», ribatte il leader di CasaPound Simone Di Stefano che nega che la sede del loro partito sia in Via Napoleone III, e avverte: «Se pensa di venire qui e buttare i bambini in mezzo alla strada troverà una ferma opposizione». La questione dunque è tutta e solo politica.

* Fonte: Gilda Maussier, IL MANIFESTO

Già strumento della «maggioranza silenziosa», l’arcipelago nero lancia ora la sfida per rappresentare le vittime della crisi

È una sfida tutta attuale quella che Claudio Vercelli delinea in Neofascismi (Edizioni del Capricorno, pp. 188, euro 16,00), una storia della destra radicale italiana che dall’epilogo sanguinoso della Rsi conduce fino all’odierna «emergenza» di Casa Pound. Un libro che Vercelli, docente presso l’Università Cattolica di Milano, autore di opere significative sulla nascita di Israele e sul negazionismo, ha costruito con il rigore dell’indagine storica, attingendo ad un’ampia e articolata documentazione, ma dal quale traspare la volontà di intervenire sul tema con un linguaggio e uno stile agili, rispondendo con ciò implicitamente anche ad «un’urgenza» di carattere civile.

A TRACCIARE LA ROTTA della ricerca è infatti la consapevolezza, espressa chiaramente dall’autore, che in gioco nel nostro paese oggi non vi sia tanto il «ritorno del passato», «essendo il regime mussoliniano un’esperienza unica, destinata a non ripetersi», quanto piuttosto «la capacità dei movimenti e dei temi neofascisti di diventare parte della discussione pubblica, dell’agenda politica, magari rivestendo panni di apparente rispettabilità».

A riprova dell’estrema e inquietante attualità del tema, l’intera vicenda storica della destra radicale del secondo dopoguerra, viene letta come una sorta di «reciproco inverso» rispetto a quella della repubblica nata dalla Resistenza. Fino ad indicare come il «fascismo dopo il fascismo» abbia costruito le ragioni della sua costante presenza nel panorama politico nazionale modellandosi in qualche modo lungo le linee di crisi e le fratture conosciute dalla nostra società. Si tratta ovviamente, per questa via, di ricostruire innanzitutto le ragioni di questa «permanenza» dopo la sconfitta fascista del 1945. Vercelli ne indica prioritariamente tre.

PRIMA DI TUTTO, la considerazione che «come mentalità diffusa, presente in diversi strati della popolazione», il fascismo non si potesse esaurire con la fine del Ventennio o la caduta di Salò. Quindi, il tema della «continuità dello Stato», vale a dire la determinazione di «quello stesso circuito di soggetti che vent’anni prima aveva permesso l’accesso dei fascisti al potere», ad identificare nella destra radicale un possibile argine contro la presenza comunista, nell’ambito del nuovo scenario che aveva visto emergere la contrapposizione tra Est e Ovest. Da qui consegue come «nel secondo dopoguerra l’epurazione di coloro che erano compromessi con il regime mussoliniano fu prima occasionale, poi claudicante e infine venne di fatto neutralizzata». Infine, il fatto che, specie negli anni Sessanta e Settanta, il neofascismo seppe presentarsi come «blocco d’ordine», intercettando così il consenso e il sostegno di quella parte più conservatrice dell’opinione pubblica, sebbene spesso anche estranea al nostalgismo tout-court, che vide in esso uno strumento per cercare di fermare o rallentare i cambiamenti in corso nel Paese.

NELLA VASTA RICOSTRUZIONE delle traiettorie politiche e organizzative che hanno caratterizzato via via il mondo neofascista, passando, solo per citare alcuni dei capitoli più significativi della vicenda, dalla figura del «comandante» Borghese al pensiero di Evola, dalla «strategia della tensione» all’esperienza di Terza Posizione, dallo «spontaneismo armato» al percorso «metapolitico» della cosiddetta Nuova Destra culturale, Vercelli si sofferma inoltre su alcuni «nodi» tematici centrali. Da un lato, il tema del ricorso alla forza che lungi dall’essere un semplice corollario dell’esperienza neofascista, ne rappresenta «un aspetto ineludibile», attraverso l’evocazione del «valore etico della violenza come strumento di purificazione della società dal disordine generato dal decadimento imputabile ai tempi moderni».

QUINDI, LA CREAZIONE di una «dimensione ideologica», di una cultura, un linguaggio e un immaginario che hanno per certi versi attraversato le generazioni, conoscendo una certa, seppur minima, dose di innovazione ma anche una continuità sorprendente, fino a riemergere dalla ridotte del neofascismo per assumere nell’attuale «stagione della crisi» visibilità e credito ben più larghi. Si pensi anche soltanto alle letture «complottiste» e identitarie dei fenomeni migratori o al ritorno in auge della geopolitica. Infine, la presenza di uno «stile neofascista», vale a dire «l’insieme di atteggiamenti, parole, pensieri, modi di vestire, luoghi d’incontro e di socializzazione» che non ha solo preservato fin qui «la comunità nera», ma si presenta oggi, specie alle giovani generazioni, come una risposta articolata alla crisi della militanza politica.

Vercelli invita perciò a «prendere sul serio» il neofascismo, vale a dire a leggerne l’intreccio e la contaminazione crescenti con il dilagante «fenomeno populista» e «sovranista», come il tentativo di costruire un nuovo radicamento dentro la crisi sociale di questi anni.

DOPO AVER RAPPRESENTATO per più di mezzo secolo un sostegno, e uno strumento anche violento per le «maggioranze silenziose», la destra radicale ambisce infatti ora «a rappresentare il territorio sociale dell’esclusione», vale a dire quelle parti della nostra società che lamentano la loro marginalizzazione dai processi di cambiamento in atto. Un percorso che si articola attraverso l’indicazione di «cause di disagio immediatamente condivisibili: immigrazione, “poteri forti”, furto del lavoro e del territorio, complotti».

La forza del radicalismo di destra, conclude lo storico, è del resto «direttamente proporzionale alla crisi della democrazia sociale. Più indietreggia la seconda, maggiori sono gli spazi per il primo, presentandosi come falsa risposta a problemi e disagi invece reali e diffusi».

* Fonte: Guido Caldiron, IL MANIFESTO

Violenza neofascista contro i giornalisti dell’Espresso. Nel giorno in cui i militanti nostalgici del Duce ricordano i morti di Acca Larentia, il nostro collega, Federico Marconi e il fotografo Paolo Marchetti, sono stati violentemente aggrediti al cimitero del Verano. Tra gli assalitori c’era anche il capo romano di Forza Nuova Giuliano Castellino, che nonostante sia sottoposto al regime di sorveglianza speciale si trovava sul luogo infrangendo il divieto imposto.

I neofascisti si sono ritrovati al cimitero romano perché qui c’è il mausoleo in memoria dei loro caduti. Alle 14.30 si erano riuniti membri del movimento neofascista Avanguardia Nazionale insieme a Forza Nuova e Fiamme Nere, per commemorare “tutti i camerati assassinati sulla via dell’onore”. Il riferimento è anche ai militanti del fronte della gioventù, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, del movimento sociale italiano uccisi davanti alla sede Acca Larentia il 7 gennaio 1978.

L’Espresso con estrema discrezione e rispetto per il luogo – il cimitero scelto dai neofascisti per la commemorazione – era sul posto per documentare una notizia: la manifestazione organizzata da un movimento, Avanguardia nazionale, già sciolto negli anni ’70 perché eversivo. Ma in Italia le cose funzionano così, la memoria è corta e anche Avanguardia può avere una seconda vita, e con arroganza ritagliarsi spazio nella galassia dell’estrema destra.

Il leader che ha ricostituito Avanguardia è sempre Stefano Delle Chiaie, il maestro di moltissimi giovani neofascisti. E anche oggi, sebbene Delle Chiaie non fosse presente, c’erano alcuni grandi vecchi capi del movimento eversivo.

Ma torniamo ai fatti. Intorno all’ora di pranzo il nostro cronista e il fotografo si trovavano a piazzale del Verano. Dopo il “presente” di rito dei camerati al Mausoleo alcuni esponenti dell’estrema destra si sono avvicinati a Marchetti. Con spinte e pesanti minacce gli hanno intimato di consegnargli la scheda di memoria della macchina fotografica. L’hanno ottenuta ma non contenti, gli hanno chiesto il documento per identificarlo, senza che le forze dell’ordine intervenissero.

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Al grido «L’Espresso è peggio delle guardie», un altro gruppo ha accerchiato il nostro giornalista Federico Marconi. Tra questi il capo di Forza Nuova Roma, Giuliano Castellino, incredibilmente libero di muoversi come se nulla fosse nonostante sia sorvegliato speciale. E’ probabilmente questa la causa dell’aggressione. Perché avremmo documentato la piena violazione della restrizione. Castellino si è avvicinato al nostro cronista e lo ha preso per il collo. Altri lo hanno spintonato, tirandogli anche un calcio sulle gambe e una serie di schiaffi. E ancora il capo di Forza Nuova insieme a uno vecchio militante di Avanguardia Nazionale ha preso al giornalista il cellulare e il portafoglio per identificarlo. Dal telefono hanno cancellato foto e video della giornata. Effetti personali che non gli hanno restituito fino a quando non sono intervenute le forze dell’ordine che seguivano a distanza l’aggressione.

La redazione dell’Espresso non si lascerà certo intimidire da queste azioni fasciste, vili e vergognose. Una violenza indegna di uno Stato democratico, che non può accettare la presenza di gruppi politici come Forza Nuova, CasaPound e Avanguardia Nazionale che si rifanno sfacciatamente al Ventennio. E ora come giornalisti e come cittadini  ci aspettiamo una dura reazione del Viminale  che vada ben oltre la semplice dichiarazione di Matteo Salvini. Il ministro dell’Interno all’agenzia Dire alle 18.48 ha detto: «Il posto giusto per chi mena le mani è la galera. Cercheremo di capire perché uno di loro, che è sottoposto a un regime di sorveglianza speciale, era in libertà»

* Fonte: Giovanni Tizian, L’Espresso

BERLINO. Gilet rossi, più neri che mai, schierati di notte nelle strade per impedire le «violenze degli stranieri». Nazisti conclamati, travestiti da ronda per la sicurezza, a caccia di immigrati che si avventurano in centro-città oltre l’ora del coprifuoco. Una «milizia cittadina» pianificata, da ieri operativa per stabilire «Safe zone» in aree ripulite anzitutto etnicamente.

SUCCEDE AD AMBERG, comune bavarese tra Ratisbona e Bayreuth, dove a Capodanno quattro giovani migranti di 17 e 19 anni ubriachi hanno ferito dodici persone. Tra lo «shock» del sindaco della Csu Michael Cerny sconvolto dall’iniziativa «senza precedenti» e la polizia locale che ha già messo nel mirino i gilet che risultano legati alla sezione di Norimberga della Npd: il partito neonazista tedesco.
Mentre da Berlino il ministro dell’Interno Horst Seehofer tuona contro la legge che impedisce la deportazione rapida dei richiedenti-asilo colpevoli di crimini, minacciando l’ennesimo pugno di ferro contro l’«intollerabile violenza di molti immigrati».

La polizia di Amberg, tuttavia, resta concentrata sulle ronde organizzate dalla Npd: «Respingiamo in modo categorico qualunque zona di protezione che possa incutere timore in parte della popolazione»; mentre risulta ufficialmente aperta l’indagine per stabilire i profili di reato collegati all’inquietante ronda neonazista. Annunciata, peraltro, da una mail anonima che martedì pomeriggio ha anticipato al sindaco Cerny la discesa in campo della milizia Npd, le cui foto sono in bella mostra sui social del partito.

RESTA DA CAPIRE come sia stato possibile lasciare margini di manovra all’ultradestra ad Amberg a due giorni dalle aggressioni di Capodanno, dopo che il borgomastro Csu aveva ammonito di «non legare l’origine etnica degli autori con i fatti di violenza».

Tuttavia il messaggio mainstream in Germania rimane la lotta ai migranti che (esattamente come in Italia) assorbe l’attenzione del ministro dell’interno. Sul tavolo di Seehofer da ottobre è spalancato il piano che prevede la ripresa delle deportazioni in Siria dei criminali detenuti nelle carceri tedesche, non appena verrà dichiarata la fine della guerra. Fa il paio con il tentativo di revocare la moratoria sui rimpatri dei rifugiati siriani attualmente protetti dalla legge umanitaria. A Seehofer resta tuttavia da convincere i 16 Land della Repubblica federale che più volte in passato hanno respinto i suoi progetti in nome dell’autonomia statutaria prima ancora che politica.

ANCHE SE IN PARALLELO si muove la «macchina» che coinvolge l’intera Grande coalizione come dimostra l’attiva collaborazione del ministero degli esteri guidato da Heiko Maas della Spd, rapidissimo nel trasmettere alle massime autorità giudiziarie la memoria riservata sulla condizione in Siria che permetterà loro di riconsiderare le richieste di asilo alla luce della situazione «semi-sicura».

A PROPOSITO DI MEMORIA, in Germania comincia a diventare virale la clamorosa iniziativa culturale «a favore» dei fascio-populisti di Afd. Entrata libera al cinema «Cinexx» di Hachenburg (paese di 5.600 abitanti in Renania-Palatinato) per chi può esibire la tessera di Alternativa per la Germania. Le proiezioni nel multi-sala sono fissate per il 27 gennaio, il Giorno della Memoria; l’unico film in programmazione è Schindler’s List di Steven Spielberg. Conti alla mano, si tratta di 7 euro risparmiati per i militanti interessati a conoscere l’iter della xenofobia perseguita in giacca e cravatta da Afd al Bundestag e dai gilet rossi del partito neonazista nelle strade di Armberg.

* Fonte: Sebastiano Canetta, IL MANIFESTO

 

photo: xtranews.de [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons

Inizialmente la sigla Blood and Honour (Sangue e onore), uno dei motti delle SS, fu utilizzata nel 1979, agli albori del movimento naziskin in Inghilterra, sia come fanzine musicale sia come vero e proprio bollettino del movimento. Erano i tempi di Ian Stuart, già dirigente a Londra dello Young national front, l’organizzazione giovanile del National front, che riuscì con la sigla Rac (Rock against communism) nell’aprile 1983 ad organizzare il primo concerto nella zona orientale di Londra, a Stratford. A esibirsi i suoi Skrewdriver con Peter & The Wolves e The Ovalteens. Qui comparve anche per la prima volta la t-shirt con la scritta «White power», da una canzone di Stuart, divenuto l’inno del movimento. Nel primo numero di Blood and Honour l’editoriale fu dedicato a Rudolf Hess.Da qui il costituirsi di una ragnatela ben oltre la Gran Bretagna, in Belgio, Olanda, Germania, Italia, Spagna, Stati Uniti, Australia e perfino Giappone. In Italia fu il Veneto fronte skinheads a rappresentare la succursale di Blood and Honour. La Rac fonderà una propria etichetta discografica (la White pride records) e svilupperà un’intensa attività di merchandising per corrispondenza di poster, cartoline e bandiere (tra le altre con svastica e croce celtica), toppe e t-shirt (del tipo «Impicchiamo Nelson Mandela» e «Adolf Hitler aveva ragione»).

Blood and Honour (B&H), non più semplicemente una fanzine, si costituirà dunque progressivamente come un insieme di bande nazi-rock, case editrici e discografiche, negozi di abbigliamento, luoghi di ritrovo e organizzazioni politiche. A suo modo, in forme indubbiamente nuove, una nuova Internazionale nera.

La morte improvvisa per incidente stradale di Ian Stuart a soli 35 anni, il 24 settembre 1993, aprirà una stagione di divisioni nel movimento. Mentre forti contrasti si determineranno con la componente americana, in Uk sarà il gruppo Combat 18 ad assumere il controllo di B&H. Combat 18, in cui i numeri 1 e 8 stanno a indicare le lettere dell’alfabeto A e H, cioè le iniziali di Adolf Hitler, è stato ed è in realtà un gruppo terroristico e clandestino. In ambito europeo, specialmente in Germania, B&H andrà incontro anche a misure di forte contrasto istituzionale. Il 14 settembre 2000 la sua filiale tedesca, fondata a Berlino nel 1994, fu messa fuori legge unitamente alla sezione giovanile White youth.

Circa 240 gli aderenti. Il quadro entro cui collocare questi provvedimenti era indubbiamente preoccupante: nei dieci anni trascorsi dalla riunificazione l’estremismo di destra aveva in Germania assassinato 93 persone, di cui 32 straniere e 15 senzatetto. Solo tra il 1999 e il 2000 le aggressioni a sfondo razziale erano cresciute di ben il 50%, per oltre diecimila episodi.

Anche la sezione spagnola di B&H nel 2005 fu smantellata. Ben 21 furono le persone arrestate nel corso di una vasta operazione che interessò Madrid, Siviglia, Burgos e Saragozza. Secondo la Guardia civil il gruppo si era costituito nel 1999 e si finanziava con il traffico di armi. I concerti che annualmente venivano organizzati si tenevano sempre in occasione di alcuni anniversari: la nascita e la morte di Adolf Hitler e di Rudolf Hess.

In Belgio, ai primi di settembre del 2006, dopo un’indagine durata due anni e la perquisizione di cinque caserme e 18 abitazioni, quasi tutte nelle Fiandre, furono invece arrestati 17 uomini, undici dei quali militari (tra loro due sottufficiali), accusati di appartenere a B&H e voler mettere in atto azioni terroristiche.

A oggi, tramite il sito internazionale, a B&H sono ancora collegate più di una ventina di realtà.

* Fonte: Saverio Ferrari, IL MANIFESTO

Oltre 400 persone hanno aderito ieri alla manifestazione antifascista indetta dal centro sociale Catai e da Potere al Popolo Padova. L’iniziativa nasce in risposta a quanto accaduto nella notte tra il 19 e il 20 dicembre, quando il centro sociale padovano ha subito una violenta irruzione fascista firmata con svastiche e croci celtiche, disegnate a spray su pareti e pavimento. Alle 18.30 i ragazzi del Catai hanno aperto le porte della loro sede per un aperitivo natalizio di ritrovo e alle 20.00 è iniziato il corteo antifascista per le strade della città, direzione Piazza dei Signori, dove i manifestanti si sono uniti in canti e cori di lotta, sventolando bandiere e striscioni. Tante le organizzazioni che hanno mostrato la loro solidarietà: collettivi studenteschi, sindacati, organizzazioni politiche e associazioni.

“I fascisti stanno alzando la testa, legittimati da un governo e da un clima politico che riprende e amplifica le loro parole d’ordine.” afferma Luca Lendaro, presidente dell’associazione e membro del coordinamento nazionale di Potere al Popolo. “Ad essere sotto attacco non è mai la singola persona o il singolo spazio – prosegue – sono tutte e tutti coloro che provano a unirsi e a lottare contro le ingiustizie, le discriminazioni, le disuguaglianze: contro gli effetti di dieci anni di crisi che hanno portato più povertà e meno diritti, a politiche repressive e antipopolari in cui i governi di ogni colore politico si sono trovati d’accordo.”

Il Catai è un’associazione di promozione sociale, sede di Potere al Popolo e punto di riferimento cittadino per le attività politico – culturali. Al suo interno ospita aule studio gratuite, sportelli di supporto legale per lavoratori e migranti, corsi di lingua, incontri culturali, assemblee e discussioni. La città ha deciso di non rimanere indifferente di fronte alla violenza subita dal piccolo spazio sociale e ha risposto in tutte le sue espressioni sociali e politiche. Lo slogan della manifestazione è il sorriso: “un altro modo per mostrare i denti”. Nonostante l’aggressione subita i ragazzi del Catai non hanno perso la loro forza e torneranno senza paura organizzare eventi e iniziative per promuovere la consapevolezza politica della cittadinanza.

* Fonte: Madi Ferrucci, IL MANIFESTO

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