Proibizionismi

Si terrà oggi a Pisa la 15esima edi­zione di Cana­pisa, la street parade anti­proi­bi­zio­ni­sta che ogni anno porta a mani­fe­stare in città a ritmo di musica migliaia di per­sone. L’edizione di quest’anno non è stata esente da pole­mi­che poli­ti­che e pre­scri­zioni da parte delle isti­tu­zioni. Anche a causa delle ele­zioni del pros­simo fine set­ti­mana. Il 19 mag­gio men­tre nel cen­tro città veni­vano rac­colte le firme con­tro la mani­fe­sta­zione, in par­la­mento il vice­pre­si­dente del senato, il for­zi­sta Mau­ri­zio Gasparri, pre­sen­tava un’interrogazione al mini­stro dell’interno, Ange­lino Alfano, per chie­der­gli «le ragioni per cui sia stata auto­riz­zata» ma anche «se sia a cono­scenza di quali siano le gene­ra­lità, quan­to­meno degli orga­niz­za­tori e dei finan­zia­tori della mani­fe­sta­zione, non­ché, ove pos­si­bile, dei par­te­ci­panti, con par­ti­co­lare riguardo a quanti abbiano già ripor­tato con­danne per reati con­nessi all’uso o allo spac­cio di sostanze stu­pe­fa­centi». In pra­tica, una richie­sta al Vimi­nale di infor­marsi presso la Que­stura di Pisa su chi siano gli orga­niz­za­tori e una velata richie­sta di isti­tuire posti di blocco per con­trol­lare i mani­fe­stanti. Pro­prio in Que­stura, gio­vedì, agli orga­niz­za­tori sono state quest’anno impo­ste tutta una serie di pre­scri­zioni: dalle varia­zioni di per­corso al divieto di som­mi­ni­stra­zione, anche a titolo gra­tuito, di bevande alco­li­che.
«Come ogni anno, tutti e 7 i carri musi­cali rega­le­ranno l’acqua, faremo una chill out e ci saranno due mezzi con ope­ra­tori che si occu­pano della ridu­zione del danno visto che noi siamo anti­proi­bi­zio­ni­sti su tutte le sostanze», com­men­tano gli orga­niz­za­tori.
L’appuntamento è per le 16 nel piaz­zale della sta­zione con arrivo in un altro luogo sim­bolo, una piazza di fianco al car­cere cit­ta­dino «don Bosco», in soste­gno al 40% dei dete­nuti e alla metà degli stra­nieri finiti die­tro le sbarre per reati con­nessi agli stupefacenti.

Oggi a Udine si svolge l’ultima udienza del pro­cesso che vede impu­tato Filippo Giunta, lo sto­rico orga­niz­za­tore del Roto­tom Sun­splash, per age­vo­la­zione del con­sumo di sostanze durante l’edizione del Festi­val del 2009, l’ultima ad essere orga­niz­zata a Osoppo nel parco del Rivellino.

Un pro­cesso ini­ziato sull’onda repres­siva della Fini-Giovanardi e di una furiosa cac­cia alle streghe.

A seguito dell’assedio lan­ciato dalle forze dell’ordine durante quell’edizione, furono effet­tuati 103 arre­sti fra i 150.000 fre­quen­ta­tori del festi­val ai sensi della nuova nor­ma­tiva anti­droga. Per lo più con­su­ma­tori di can­na­bis, vero obbiet­tivo della legge. Un assurdo acca­ni­mento nei con­fronti del Festi­val che coin­volse anche Ispet­to­rato del lavoro, Vigili del Fuoco, Noe, Nas, Finanza, Vigili urbani di vari comuni, tutti impe­gnati a tro­vare fan­ta­siose irre­go­la­rità nell’organizzazione del Rototom.

Oggi Giunta, assi­stito dagli avvo­cati Ales­san­dro Gam­be­rini e Simona Filippi, sarà in tri­bu­nale per ren­dere la sua testi­mo­nianza e forse per ascol­tare la sen­tenza. Siamo con­vinti che si arri­verà ad una piena asso­lu­zione ma un grave delitto è stato far per­dere ad Osoppo un gran­dis­simo evento musi­cale e culturale.

Il Friuli, terra di Pier Paolo Paso­lini, Loris For­tuna e Bep­pino Englaro, è stato pur­troppo il tea­tro di una ope­ra­zione repres­siva e di cen­sura di un’intera comu­nità, col­pe­vole di amare il reg­gae e quindi la can­na­bis, per una sup­po­sta pro­prietà tran­si­tiva fan­ta­sio­sa­mente appli­cata al diritto penale.

Osoppo rim­piange il suo Festi­val, che aveva garan­tito più di 500.000 euro di inve­sti­menti regio­nali sul Parco del Rivel­lino, e che secondo stime de il Sole 24 ore faceva girare fra i 5 e i 7 milioni di euro. Un rim­pianto per gli ammi­ni­stra­tori di Osoppo, che insieme all’intera comu­nità locale e ad un vasto movi­mento di arti­sti, intel­let­tuali e atti­vi­sti si sono schie­rati nel tempo al fianco degli orga­niz­za­tori sotto lo slo­gan «Non pro­ces­sate Bob Marley».

Del resto in Spa­gna a Beni­cas­sim, dove è emi­grato nel 2010, il festi­val è cre­sciuto con­ti­nua­mente con­fer­man­dosi come il Festi­val Reg­gae più impor­tante d’Europa incre­men­tando le pre­senze sino alle 240 mila dello scorso anno. L’Università di Castel­lon ha sti­mato una rica­duta eco­no­mica sul ter­ri­to­rio di circa 24 milioni di euro. Anche per que­sto dif­fi­cil­mente Roto­tom tor­nerà in Ita­lia. Insomma Osoppo, il Friuli e l’Italia hanno perso, a causa dell’ottusa foga proi­bi­zio­ni­sta, non solo un grande evento musi­cale e cul­tu­rale, ma anche una grande risorsa per l’economia locale.

Con la sen­tenza di oggi ci augu­riamo si com­pia un ulte­riore passo verso la scon­fes­sione delle poli­ti­che proi­bi­zio­ni­ste ita­liane, almeno nelle aule dei tribunali.

Men­tre il mondo guarda avanti, oltre la «war on drugs», le sue vit­time ed i suoi palesi insuc­cessi, in Ita­lia il dibat­tito sulla riforma della poli­tica sulle dro­ghe fatica ad arri­vare sui tavoli della poli­tica nono­stante la Fini-Giovanardi sia ormai stata can­cel­lata dalla Corte Costituzionale.

Se in Par­la­mento qual­cosa si muove, con la costi­tu­zione di un inter­gruppo per la lega­liz­za­zione della can­na­bis recen­te­mente pro­mosso da Bene­detto Della Vedova, il Governo pare voler far finta di niente.

Il Car­tello di Genova sta met­tendo a punto un calen­da­rio di ini­zia­tive con al cen­tro la pub­bli­ca­zione di un nuovo Libro Bianco sugli effetti della legge anti­droga. La Società della Ragione intende aprire il con­fronto su una nuova legge sulle dro­ghe, pro­prio da Udine.

Un appun­ta­mento fon­da­men­tale, per costruire una posi­zione ita­liana seria e rifor­ma­trice in vista di Ungass 2016, la ses­sione Onu sulle dro­ghe pre­vi­sta per il pros­simo anno.

Dopo 8 anni di Fini-Giovanardi dove esi­steva «l’istigazione al con­sumo», che ha por­tato addi­rit­tura i festi­val (vedi il «reg­get­taro» Roto­tom ad abban­do­nare l’Italia), la 15esima edi­zione ita­liana della Mil­lion Mari­juana March diventa stan­ziale. Den­tro Roma, alla Città dell’altra eco­no­mia, ieri dalle 13 a notte diverse migliaia di per­sone sono scese in strada per dire no al proi­bi­zio­ni­smo, per riba­dire il diritto alla col­ti­va­zione di un pianta. Una legge infatti, per l’appunto la Fini-Giovanardi, con­si­de­rata la più proi­bi­zio­ni­sta d’Europa, appro­vata nel 2006 inse­rita abil­mente nel decreto sulle Olim­piadi inver­nali di Torino del 2006, per poi essere appro­vata a Camere sciolte e con dop­pio voto di fidu­cia dal terzo governo Ber­lu­sconi, è stata dichia­rata inco­sti­tu­zio­nal nel feb­braio del 2014. «È tra­scorso un anno da quando i giu­dici hanno messo nero su bianco que­sta cosa — spie­gano gli orga­niz­za­tori — e in car­cere tut­tora restano migliaia di per­sone che sono state con­dan­nate in base a una legge non più in vigore».
È così in molte città, dove sol­tanto con l’intervento di un avvo­cato il pro­ce­di­mento viene avviato. «In Ita­lia non siamo tutti uguali davanti alla legge», denun­ciano i pro­mo­tori. La norma in que­stione, pre­ve­deva ad esem­pio l’inversione dell’onere della prova, in pra­tica il dover dimo­strare di non essere uno spac­cia­tore ma un con­su­ma­tore. Dopo aver letto quella parte si dice che nei palazzi del potere euro­peo siano sal­tati dalle sedie.
«Con quella legge – con­ti­nua la rete ita­liana anti­proi­bi­zio­ni­sta che ogni anno orga­nizza que­sto evento — l’Italia si era posta al di fuori per­sino dei pila­stri euro­pei in mate­ria, che pre­ve­dono poli­ti­che di ridu­zione del danno e soprat­tutto del rischio. In pra­tica quelle che ser­vono a tute­lare la salute delle persone».

Momenti di ten­sione si sono regi­strati con i ven­di­tori abu­sivi. Susci­tando diverse pole­mi­che quest’anno anche l’edizione ita­liana era diven­tata un hap­pe­ning stan­ziale, in un’area pub­blica, abban­do­nando la mani­fe­sta­zione in stile «street parade». Una scelta ana­loga era stata fatta da tempo in altre parti del mondo (oggi la stessa mani­fe­sta­zione si è svolta in quasi 700 città). Gli orga­niz­za­tori ci ten­gono a dire «sarà così, almeno per ora».

Il motivo lo si è visto poche ore dopo l’inizio dell’iniziativa. Quando i ven­di­tori della camorra, che imper­ver­sano in tutte le mani­fe­sta­zioni capi­to­line, hanno ini­ziato a inva­dere lo spa­zio per ven­dere da bere e in que­sto caso anche erba. La musica è stata spenta. «Doveva rea­gire la piazza — spie­gano ancora gli orga­niz­za­tori — quelli che ven­gono qui dovreb­bero avere la con­sa­pe­vo­lezza di cosa signi­fica essere con­tro le mafie, con­tro il “sistema”». È ser­vito con­trol­lare gli ingressi, per una mani­fe­sta­zione che va spe­ci­fi­cato è total­mente gra­tuita, per far sì che i ven­di­tori abu­sivi restas­sero all’esterno, pra­ti­ca­mente tutti pro­ve­nienti dell’hinterland partenopeo.

In quella che è diven­tata una piazza a favore dell’autoproduzione con 7 sound system, le asso­cia­zioni che si bat­tono per la qua­lità della vita e l’ambiente, work­shop infor­ma­tivi, dibat­titi, auto­pro­du­zione agroa­li­men­tare a chi­lo­me­tro zero. Siamo qui tutti insieme per dire no alla tra­sfor­ma­zione di un mono­po­lio in un duo­po­lio, per­ché non vogliamo che alle mafie si sosti­tui­scano le con­ces­sioni rila­sciate alle mul­ti­na­zio­nali del tabacco e del far­maco», continuano.

La richie­sta è solo una: «Riba­dire per malati e con­su­ma­tori il diritto a col­ti­vare una pianta».

Anche in que­sto 2015, con­tem­po­ra­nea­mente in circa 700 città del mondo torna l’annuale appun­ta­mento mon­diale anti­proi­bi­zio­ni­sta della Mil­lion Mari­juana March. L’edizione ita­liana, la 15esima, è in pro­gramma oggi,  sabato 9 mag­gio,  a Roma, a par­tire dalle ore 13, alla Città dell’altra eco­no­mia. La prima novità di quest’anno è pro­prio l’abbandono, gli orga­niz­za­tori ci ten­gono a spe­ci­fi­care «almeno per ora», della mani­fe­sta­zione in stile “street parade” per pas­sare ad una moda­lità stan­ziale, in una grande villa comu­nale. L’obiettivo di que­sta scelta è «impe­dire l’imperversare dei dipen­denti della camorra, che scor­raz­zano con i loro car­relli, bagna­role e ombrel­lini, ven­dendo bibite e altro, ma anche dei loro col­le­ghi afri­cani, che si aggi­rano espo­nendo grandi buste di erba in ven­dita, sem­pre di ori­gine nar­co­ma­fiosa, impos­si­bili da argi­nare in una mani­fe­sta­zione di decine di migliaia di per­sone dan­zanti tra i camion in movimento».

Nono­stante si chiami March (mar­cia), prima di Roma ave­vano già optato per que­sta scelta città come Lon­dra e Amster­dam, oppure l’Australia. Gli orga­niz­za­tori dell’edizione ita­liana vedono del resto come un «con­tro­senso fare un’iniziativa con­tro il sistema se poi den­tro ci ritro­viamo il sistema». Ed è dif­fi­cile dar­gli torto. Secondo motivo alla base delle scelta, unire la parte mani­fe­sta­zione, spet­ta­colo e musica a quella dei con­te­nuti, come i semi­nari e col­le­ga­menti video, «per­ché non siamo con­vinti che tutto il popolo anela alla col­ti­va­zione sia con­sa­pe­vole del rischio che corre in que­sta fase». Tema cen­trale di quest’anno, l’interesse dei mer­cati per la lega­liz­za­zione delle dro­ghe leggere.

«Dal mono­po­lio si sta pas­sando al duo­po­lio, in mano alle mafie e alle mul­ti­na­zio­nali, che spesso sono la stessa cosa, men­tre i pri­vati che col­ti­vano le pro­prie piante con­ti­nuano a finire in galera», denun­cia Ales­san­dro “Mefi­sto” Buc­co­lieri, sto­rico ani­ma­tore della rete ita­liana anti­pro. L’esempio lam­pante di que­sto mec­ca­ni­smo è il Canada, dove le quasi 40mila licenze ini­zial­mente rila­sciate ai cit­ta­dini in con­ces­sione gover­na­tiva sono state riti­rate per essere affi­date in esclu­siva ad alcune grandi società. «Il pro­blema è che restiamo sem­pre esclusi — con­ti­nua “Mefi­sto” — per­ché ci viene tolto il diritto di usu­fruire di una pianta che è un pezzo del patri­mo­nio bota­nico del pia­neta, di un bene comune, di una risorsa natu­rale. Il nostro modello di rife­ri­mento è quello dell’autoproduzione, dell’autogestione e dell’autorganizzazione. La nostra soli­da­rietà è col mondo delle reti con­ta­dine, verso tutte le forme di resi­stenza del nostro tempo, poi­ché abbiamo comuni nemici».

La Mil­lion 2015 sarà di con­se­guenza un’agorà nella quale oltre a 6 sound system, cibo e ban­chetti infor­ma­tivi, verrà alle­stita un’area dedi­cata a dibat­titi, inter­venti, pre­sen­ta­zioni di libri, labo­ra­tori e work­shops. Insieme alle asso­cia­zioni che si occu­pano di con­tra­stare gli effetti del proi­bi­zio­ni­smo e ai vari pro­dut­tori di canapa che la tra­sfor­mano in cibo, tes­suti, carta, bio­e­di­li­zia, cosme­tici e altro, sono state invi­tate tutte quelle realtà che nei ter­ri­tori difen­dono l’ambiente e la qua­lità della vita con­tro ince­ne­ri­tori, disca­ri­che, tri­velle, antenne, radar, pesti­cidi, impianti nocivi, ser­vitù mili­tari e “grandi opere” deva­sta­trici. Men­tre gli orga­niz­za­tori, dal canto loro, hanno ade­rito al movi­mento no-Expo, «in quanto ha come spon­sor Coca-Cola e McDonald’s, men­tre il nostro modello di rife­ri­mento è ad esem­pio il “genuino clan­de­stino”», precisano.

Dalla Mil­lion verrà infine lan­ciato un monito alla poli­tica: «Chiun­que vorrà legi­fe­rare in mate­ria, met­tendo al cen­tro, magari anche in maniera velata o non dichia­rata, gli inte­ressi del mer­cato e delle mul­ti­na­zio­nali con mec­ca­ni­smi di con­ces­sioni, come già avviene per alcol e tabacco, invece dei diritti delle per­sone che usano sostanze, indi­vi­duati ancora un volta come cittadini/clienti da spre­mere, ci tro­verà sulla loro strada».

C’è anti­ma­fia e anti­ma­fia, come ricorda spesso don Ciotti. Ce n’è una che fa della lega­lità un fetic­cio intan­gi­bile e un’altra che per­se­gue il cam­bia­mento, anche delle leggi ingiu­ste. C’è quella che si affida alla tor­tura del 41 bis e dell’ergastolo osta­tivo e quella che vor­rebbe si inve­stisse su cul­tura, edu­ca­zione, poli­ti­che sociali, respon­sa­bi­lità della politica.

C’è l’antimafia delle pas­se­relle e quella del buon senso. Quest’ultima, con la recente Rela­zione della Dna di Franco Roberti, ha bat­tuto un colpo. Tanto più signi­fi­ca­tivo data la fonte, certo non sospetta di «per­mis­si­vi­smo» o di «cul­tura dello sballo», per usare gli epi­teti con cui i tifosi della «war on drugs» usano stig­ma­tiz­zare chi non fa della tol­le­ranza zero verso i con­su­ma­tori di sostanze una crociata.

La Rela­zione annuale (datata gen­naio 2015 e rela­tiva al periodo 1° luglio 2013–30 giu­gno 2014), nel capi­tolo rela­tivo alla cri­mi­na­lità trans­na­zio­nale e al con­tra­sto del nar­co­traf­fico, giu­sta­mente prende le mosse dalla dimen­sione sta­ti­stica. Va detto che i numeri di rife­ri­mento, di fonte Unodc, non sono fre­schis­simi (2010–11, mar­gi­nal­mente 2012) e anche ciò è indi­ca­tivo di come all’enfasi allar­mi­stica di orga­ni­smi Onu non cor­ri­sponda poi uno sforzo ade­guato e tem­pe­stivo di moni­to­rag­gio, né una suf­fi­ciente esau­sti­vità: per quanto con­cerne le dro­ghe sin­te­ti­che, defi­nite «feno­meno in grande espan­sione che rap­pre­senta la nuova fron­tiera del nar­co­traf­fico», la Rela­zione Dna afferma che «né l’Unodc né altri orga­ni­smi inter­na­zio­nali dispon­gono di dati sicuri».

Ma, al là delle cifre e sia pure a par­tire da esse, la Rela­zione è netta nella valu­ta­zione: rite­nere che il traf­fico di dro­ghe «riguardi un popolo di tos­si­co­di­pen­denti, da un lato, e una serie di bande cri­mi­nali, dall’altro, è forse il più grave errore com­messo dal mondo poli­tico che, non a caso, ha model­lato tutti gli stru­menti inve­sti­ga­tivi e repres­sivi sulla base di que­sto stolto pre­sup­po­sto». Si tratta, invece, di feno­meno che riguarda e attra­versa l’intera società, la sua eco­no­mia, la tota­lità delle cate­go­rie pro­fes­sio­nali. Dun­que, ne con­se­gue, irri­sol­vi­bile con lo stru­mento penale.

Per quanto riguarda l’Italia, e in spe­cie le dro­ghe leg­gere, i ricer­ca­tori della Dna scri­vono di un «mer­cato di dimen­sioni gigan­te­sche», sti­mato in 1,5–3 milioni di chili all’anno di can­na­bis ven­duta. Una quan­tità, viene sot­to­li­neato, che con­sen­ti­rebbe un con­sumo di circa 25–50 grammi pro capite, bam­bini com­presi. Coe­rente la con­clu­sione: «senza alcun pre­giu­di­zio ideo­lo­gico, proi­bi­zio­ni­sta o anti-proibizionista che sia, si ha il dovere di evi­den­ziare a chi di dovere, che, ogget­ti­va­mente si deve regi­strare il totale fal­li­mento dell’azione repressiva».

Nel caso si volesse con­ti­nuare a fare al riguardo come le tre pro­ver­biali scim­miette, la Rela­zione non si sot­trae dall’indicare espli­ci­ta­mente, pur nel rispetto dei ruoli, la strada: «spet­terà al legi­sla­tore valu­tare se, in un con­te­sto di più ampio respiro (ipo­tiz­ziamo, almeno, euro­peo ) sia oppor­tuna una depe­na­liz­za­zione della materia».

Inu­tile dire che la Rela­zione è rima­sta sinora priva di rispo­ste da «chi di dovere».

La decen­nale per­vi­ca­cia dell’ideologia repres­siva, e del con­nesso grumo di inte­ressi, che con­di­ziona i governi di diverso colore e che ha pro­dotto, o tol­le­rato, l’obbrobrio della legge inco­sti­tu­zio­nale Fini-Giovanardi, è dura da estir­pare. Ma il buon senso e i fatti hanno la testa dura: il muro cri­mi­no­geno del proi­bi­zio­ni­smo si sta sgre­to­lando in più di un paese, come ha rie­pi­lo­gato qui Gra­zia Zuffa («il mani­fe­sto» dell’11 marzo 2015).

Verrà il momento anche dell’Italia, dove ancora, come diceva il com­pianto Gian­carlo Arnao, è proi­bito capire.

Una celebre immagine di Bob Marley

Per la prima volta la comu­nità rasta­fa­riana resi­dente in Gia­maica, che usa la mari­juana quasi come un pre­cetto reli­gioso, potrebbe fare il suo ingresso nella lega­lità. Ma anche chi (come ad esem­pio i turi­sti) ne fa un uso ludico, potrebbe ridurre sen­si­bil­mente il rischio di dover fare i conti con la giustizia.

Con­tra­ria­mente a quanto si potrebbe pen­sare, infatti, l’isola carai­bica non ha mai avuto una legi­sla­zione anti-proibizionista e, anzi, da alleata fedele degli Stati uniti ha sem­pre asse­con­dato le poli­ti­che repres­sive decise a Washing­ton sulla mate­ria. Ma ora le cose potreb­bero cam­biare. Il governo infatti ha pronto un pro­getto di legge in cui viene con­sen­tita per la prima volta la «modica quan­tità». Il prov­ve­di­mento rego­la­menta anche le licenze di col­ti­va­zione, ven­dita e distri­bu­zione della can­na­bis per uso tera­peu­tico. Ma san­ci­sce il divieto di fumare mari­juana nei luo­ghi pub­blici. La legge verrà pre­sen­tata in senato nei pros­simi giorni.

Una svolta, quella che si pro­fila nell’ordinamento giu­ri­dico dell’isola, che si inse­ri­sce nella linea di discon­ti­nuità — dopo decenni di fal­li­men­tare «war on drugs» ispi­rata e impo­sta dagli Usa — già trac­ciata da alcuni governi lati­noa­me­ri­cani. Mes­sico, Colom­bia e Argen­tina hanno depe­na­liz­zato il pos­sesso di modi­che quan­tità negli ultimi anni, il Gua­te­mala sta pen­sando a una legge che vada anche oltre e l’Uruguay ha appro­vato lo scorso anno una legge all’avanguardia che — unica al mondo — lega­lizza col­ti­va­zione, ven­dita e distri­bu­zione dell’«erba».


Il 2014 è stato l’anno della svolta nelle poli­ti­che sulla can­na­bis negli Stati Uniti. Lo rias­sume bene l’associazione ame­ri­cana 
Norml che da oltre qua­ranta anni si batte per la riforma della poli­tica delle dro­ghe sta­tu­ni­tense. ll paese pro­mo­tore del proi­bi­zio­ni­smo mon­diale si ritrova a fare i conti con la depe­na­liz­za­zione e la lega­liz­za­zione della ven­dita della mari­juana in almeno quat­tro impor­tanti stati della federazione.

 

L’anno era ini­ziato con l’apertura dei primi negozi per il com­mer­cio della mari­juana anche per uso ricrea­tivo in Colo­rado (gen­naio) e poi nello Stato di Washing­ton (luglio). I due stati ave­vano preso la loro irre­vo­ca­bile deci­sione in occa­sione delle ultime ele­zioni pre­si­den­ziali del 2012, gra­zie alla schiac­ciante vit­to­ria nei rela­tivi refe­ren­dum. A novem­bre 2014, in occa­sione delle ele­zioni di metà man­dato, anche i cit­ta­dini dell’Oregon, dell’Alaska e del distretto fede­rale della Colom­bia, il distretto della capi­tale Washing­ton, hanno appro­vato la depe­na­liz­za­zione dell’uso della mari­juana a scopo ricrea­tivo. Ancora, a feb­braio, un impor­tante passo avanti: il Con­gresso ha rico­no­sciuto l’autonomia degli stati in mate­ria di poli­tica della droga, ponendo fine al con­flitto con i poteri cen­trali, visto che la nor­ma­tiva sulle dro­ghe è di com­pe­tenza federale.

Ed anche il Pre­si­dente Barack Obama è inter­ve­nuto per limi­tare la pos­si­bi­lità che il Dipar­ti­mento di Giu­sti­zia possa adot­tare misure penali con­tro coloro che agi­scono nel rispetto delle leggi sulla mari­juana medica negli stati che le hanno approvate.

Oltre i con­fini degli stati pio­nieri, il vento della riforma scuote tutta l’America. In un’indagine del Wall Street Jour­nal e un son­dag­gio di NBC News, nel marzo 2014,  gli inter­vi­stati dichia­rano che il con­sumo di can­na­bis com­porta meno danni alla salute di quanto non fac­cia il con­sumo di tabacco, l’alcol, o l’eccesso di zuc­chero. Il giu­dice distret­tuale Kim­berly Muel­ler ha avviato in otto­bre le pro­ce­dure per dimo­strare l’incostituzionalità della pre­senza della mari­juana nella Tabella I della legge anti­droga, sup­por­tata dalle evi­denze scien­ti­fi­che che con­tra­stano con la defi­ni­zione della can­na­bis come «sostanza che crea una grave dipen­denza», «con alto poten­ziale di abuso» e «senza usi utili alla medicina».

Nel frat­tempo negli stati che hanno lega­liz­zato la mari­juana per usi medici, sono dimi­nuiti i morti per over­dose da oppia­cei  come docu­men­tato dallo stu­dio della testata medica Jama Inter­nal Medi­cine, pub­bli­cato in ago­sto;  men­tre già in aprile, sulla rivi­sta Plos one, si dimo­strava come in que­gli stessi stati fos­sero dimi­nuiti omi­cidi ed aggres­sioni. Tutto que­sto senza con­si­de­rare l’introito che deriva dalla tas­sa­zione delle ven­dite della mari­juana libe­ra­liz­zata, che nel solo Colo­rado, da gen­naio ad ago­sto, ha reso qua­ran­ta­cin­que milioni di dol­lari: soldi in più a dispo­si­zione della comu­nità che potranno essere inve­stiti in istru­zione e pro­getti sociali.

In Ita­lia, l’accordo fra i mini­steri della Salute e della Difesa per l’avvio della col­ti­va­zione per uso medico della canapa da parte dell’Istituto Far­ma­ceu­tico Mili­tare di Firenze sem­bra già impan­ta­nato nel labi­rinto buro­cra­tico. La depe­na­liz­za­zione della col­ti­va­zione ad uso per­so­nale, solu­zione sem­plice e razio­nale, rimane bloc­cata in Par­la­mento, men­tre il mer­cato nero che forag­gia anche la cri­mi­na­lità cre­sce costan­te­mente seguendo il trend di con­sumo della can­na­bis in aumento in tutta l’Europa.

Il 2014 negli Stati Uniti dimo­stra che forse l’insensata e fal­li­men­tare guerra alla droga volge final­mente al ter­mine ed è tempo anche in Ita­lia di supe­rare l’impostazione proi­bi­zio­ni­sta, tro­vando solu­zione nuove ad una que­stione che coin­volge migliaia di cittadini.

Le varie parti in causa del nostro pia­neta stanno arro­tando i lun­ghi col­telli in vista di Ungass 2016, l’Assemblea gene­rale dell’Onu sulle dro­ghe che dovrà deci­dere se con­ge­lare tali e quali (o con ritoc­chi di poco conto) le attuali con­ven­zioni inter­na­zio­nali, ovvero modi­fi­carle in modo sostan­ziale; e la can­na­bis, al solito, sarà nell’occhio del ciclone.
A parte i noti posi­tivi svi­luppi in vari paesi euro­pei e nelle Ame­ri­che, pare di note­vole inte­resse la pur cauta evo­lu­zione della situa­zione sviz­zera. Infatti la Con­fe­de­ra­zione, anche se non è mem­bro Ue, sta pro­prio die­tro l’angolo di casa nostra, ed è da sem­pre assi­dua­mente fre­quen­tata per diversi motivi da molti nostri con­cit­ta­dini: dagli anar­chici di «Addio Lugano bella», ai per­se­gui­tati dai nazi­fa­sci­sti; dagli emi­granti con le valige di car­tone di «Pane e cioc­co­lato», ai cor­rieri di valuta e ai vacan­zieri di diverse classi sociali, su su sino ai Pape­roni grif­fati che si esi­bi­scono a Saint Moritz o a Crans-Montana.

La Sviz­zera, com’è noto, qual­che anno fa modi­ficò la sua nor­ma­tiva sulle dro­ghe con una buona legge detta dei quat­tro pila­stri così defi­niti nel testo uffi­ciale: 1. pre­ven­zione, 2. tera­pia e rein­se­ri­mento, 3. ridu­zione dei danni e aiuto alla soprav­vi­venza (sic), 4. con­trollo penale — quest’ ultimo mirato alle atti­vità cri­mi­nali vere e pro­prie, piut­to­sto che ai con­su­ma­tori, sui quali ormai si chiude un occhio, o al mas­simo si affib­biano sop­por­ta­bili ammende (100 fran­chi, circa 80 euro). Ora gli elve­tici stanno muo­vendo ulte­riori passi in avanti
(http://?www?.swis?sinfo?.ch/?e?n?g?/?c?a?n?n?a?b?i?s?-?l?e?g?a?l?i?s?a?t?i?o?n?-?r?e?t?u?r?n?s?-?t?o?-?s?w?i?s?s?-?a?g?e?n?d?a?/?4?1?1?198 ): cioè la stessa Ruth Drei­fuss, che come mini­stro degli interni pro­mosse la sud­detta legge, pro­pone di avviare nelle prin­ci­pali città un espe­ri­mento pilota con l’apertura di Can­na­bis Social Club (Csc), dove i mag­gio­renni sarebbe auto­riz­zati a con­su­mare can­na­bis in santa pace. Signi­fi­ca­tivo è il metodo con cui viene affron­tato il pro­blema: cioè così come la legge dei quat­tro pila­stri era stata il frutto di accu­rate valu­ta­zioni di pre­ce­denti espe­rienze (per esem­pio quella di ridu­zione del danno a Zurigo), ora il pro­blema di una even­tuale futura lega­liz­za­zione della can­na­bis viene affi­dato in prima bat­tuta a un gruppo di lavoro di esperti dele­gati a dise­gnare le carat­te­ri­sti­che del pro­getto pilota, a pro­gram­mare le suc­ces­sive valu­ta­zioni «ad avan­za­mento» per accer­tarne bene­fici e rischi.

Gli oppo­si­tori natu­ral­mente non man­cano, dagli atti­vi­sti delle asso­cia­zioni proi­bi­zio­ni­ste, che volan­ti­nano strade e piazze reg­gendo in mano moc­coli accesi, ai poli­tici di destra che fanno ester­na­zioni ter­ro­ri­sti­che. Ma il clima pre­va­lente è comun­que assai diverso da quello del nostro paese, dove si è giunti a inven­tarsi inu­tili tor­tuose lun­gag­gini pur di intral­ciare l’applicazione delle norme sulla can­na­bis tera­peu­tica. E que­sto, a fronte delle solide evi­denze scien­ti­fi­che che con­sen­ti­reb­bero l’imbocco di una via diret­tis­sima age­vol­mente per­cor­ri­bile, come la for­ni­tura al Far­ma­ceu­tico Mili­tare di Firenze di «mate­rie prime» con spe­ci­fici pro­fili di prin­cipi attivi, tratte dalla ricca col­le­zione del Cen­tro di ricerca per le col­ture indu­striali di Rovigo. Evi­denze, va inol­tre pre­ci­sato, non solo dell’efficacia in diverse con­di­zioni pato­lo­gi­che — soprat­tutto ma non sol­tanto le diverse neu­ro­pa­tie e gli stati di grave males­sere da tera­pie onco­lo­gi­che — ma anche dei van­taggi e dei minori costi di pro­dotti e vie di auto­som­mi­ni­stra­zione più vicini al «natu­rale», come l’aspirazione attra­verso il pal­lon­cino dei vapori di can­na­bis «riscal­data».
Ma ahi­noi, il breve tun­nel tra Como e Chiasso sem­bra sbar­rato; quindi, per ora, arri­ve­derci spe­riamo a pre­sto, Lugano bella.

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Sono passati i tre referendum per il suo utilizzo a scopo medico e ricreativo, in Florida non è stato raggiunto il quorum

Oltre alle elezioni di metà mandato, che hanno visto una netta vittoria dei repubblicani, negli Stati Uniti martedì 4 novembre si sono tenuti referendum di iniziativa popolare su diversi temi: l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica si è concentrata soprattutto su quelli per lalegalizzazione della marijuana a scopo ricreativo in Oregon, Alaska e nel District of Columbia, e per il suo utilizzo a scopo medico in Florida.

Oregon – Sì
I cittadini dell’Oregon hanno approvato con oltre il 54 per cento l’utilizzo della marijuana a scopo ricreativo. Ciascun cittadino con più di 21 anni di età può quindi possedere circa due etti di marijuana e può coltivarla in proprio (massimo sei piante). L’approvazione del referendum rende inoltre possibile la vendita e la coltivazione della marijuana a fini commerciali. Un provvedimento simile era stato votato e respinto nel 2012. Nei primi anni Settanta l’Oregon fu tra i primi stati a depenalizzare il possesso di piccole quantità.

Washington, D.C. – Sì
Con circa il 70 per cento di voti favorevoli, nel District of Columbia è stata approvata l’Initiative 71. Ogni cittadino con più di 21 anni può quindi possedere un massimo di 55 grammi di marijuana e può coltivare in casa fino a sei piante del prodotto. La norma approvata non consente tuttavia la produzione e la vendita a scopo commerciale, a causa di alcune limitazioni dovute a come funziona la regolamentazione del commercio: agli elettori non è consentito votare referendum che tra le altre cose stabiliscano sistemi di tassazione.

Florida – No
Oltre il 57 per cento degli elettori ha votato a favore di una proposta per rendere legittimo l’utilizzo della marijuana a scopi medici, ma non essendo stato superato il quorum richiesto del 60 per cento il referendum non è passato. La proposta prevedeva che le persone con malattie debilitanti come tumori, sclerosi multipla, AIDS e morbo di Parkinson potessero fare ricorso alla marijuana per alleviare i sintomi.

Alaska – Sì
In Alaska gli elettori hanno approvato una proposta di legge per permettere a ogni cittadino con più di 21 anni di possedere al massimo una trentina di grammi di marijuana e di coltivarne 6 piante. È prevista anche la possibilità di coltivare e vendere a fini commerciali la cannabis. Formalmente dal 1998 in Alaska è consentito l’utilizzo della marijuana a scopo terapeutico, ma non ci sono centri dove i pazienti con regolare prescrizione medica la possono recuperare a causa delle scelte di numerosi politici conservatori locali. Di conseguenza da anni i pazienti sono costretti ad acquistare la marijuana sul mercato nero.

Guam – Sì
Si è votato un referendum sulla marijuana anche a Guam, l’isola nell’oceano Pacifico occidentale che ha uno statuto di territorio non incorporato degli Stati Uniti. Con il 56 per cento circa di voti a favore,è stata approvata una proposta che rende legittimo l’utilizzo della marijuana a scopo medico. Spetterà ora al governo locale la produzione di una legge e dei regolamenti necessari come indicato dagli elettori.

La legge federale degli Stati Uniti proibisce l’utilizzo, la vendita e il possesso della marijuana. Tuttavia, negli ultimi anni molti stati hanno adottato autonomamente leggi e regolamenti che permettono eccezioni alla regola generale, depenalizzandola e consentendo l’utilizzo della cannabis per scopi medici o ricreativi. Oltre agli stati in cui si sono svolti i referendum martedì, l’utilizzo a scopo ricreativo della marijuana è permesso nello stato di Washington e nel Colorado. I contenziosi tra livello federale e livello statale si sono ridotti in seguito alla decisione nel 2012 da parte dello stato federale di non opporsi ai provvedimenti sulla legalizzazione della cannabis nei singoli stati.

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