Storia & Memoria

Perseguitati tra i perseguitati, dimenticati tra i dimenticati. Le popolazioni romanì (rom, sinti, manush, kalé) hanno due nomi per indicare quello che è accaduto loro negli anni ’40 del Novecento: «Porrajmos» e «Samudaripen», ovvero «grande divoramento» e «tutti uccisi».

Era l’11 settembre del 1940 quando tutte le prefetture del Regno d’Italia ricevettero una circolare telegrafica del capo della polizia Arturo Bocchini: «Rastrellamento di tutti gli zingari», era l’ordine da eseguire ovunque e nel minor tempo possibile. «Comportamenti antinazionali» e «implicazioni in gravi reati» erano le accuse. Solo qualche mese dopo, nell’aprile del 1941, il ministero dell’Interno diede qualche indicazione sul loro internamento e campi di prigionia furono costruiti ovunque, dall’Abruzzo alla Sardegna, dalle isole Tremiti alla Toscana e all’Emilia Romagna.

Era l’ultimo atto della politica fascista sulle comunità rom e sinte: prima, tra il 1922 e il 1938, l’ordine era quello di respingere alle frontiere i nomadi stranieri. Poi, tra il 1938 e il 1940, si cominciò con la pulizia etnica nelle regioni di confine e i trasferimenti coatti in Sardegna.
Sulla rivista «La difesa della razza» fioccavano articoli sulla «pericolosità sociale degli zingari». Con la circolare di Bocchini del 1940, la guerra alla «piaga zingara» arrivò ai rastrellamenti e alla reclusione. A liberazione avvenuta, i sopravvissuti scopriranno di aver perso tutti i propri averi. Nessuno si preoccuperà mai di renderglieli o di rimborsarli in qualche modo.

Dopo l’8 settembre del 1943, ad ogni modo, alcuni riuscirono a scappare dai campi dove erano reclusi e si unirono alla Resistenza. È la storia, ad esempio, dei Leoni di Breda Solini, un battaglione attivo al confine tra l’Emilia e la Lombardia, completamente formato da sinti fuggiti dal campo di Prignano sulla Secchia, in provincia di Modena. La loro storia è stata custodita e raccontata da Giacomo «Gnugo» De Bar, sinto, di professione saltimbanco, come amava definirsi lui. Rastrellato e rinchiuso anche lui da bambino nel 1940, non ha mai dimenticato suo nonno Jean, contorsionista, e suo zio Rus, equilibrista, che di giorno si esibivano nelle piazze dell’Italia non ancora liberata e di notte si davano al sabotaggio dei tedeschi. Giravano a bordo di un camion e si occupavano per lo più di rubare armi da consegnare poi ai partigiani.

La fama (e il soprannome) di leoni se l’erano guadagnata sul campo grazie a un’azione in cui avevano disarmato una pattuglia del Reich.
«Erano entrati nel cuore della gente come eroi, anche per il fatto che usavano la violenza il minimo necessario – racconta Gnugo De Bar nel suo libro «Strada, Patria Sinta» (Fatatrac, 1998) – fra noi sinti non è mai esistita la volontà della guerra, l’istinto di uccidere un uomo solo perché è un nemico. Questo lo sapeva anche un fascista di Breda Solini che durante la Liberazione si era barricato in casa con un arsenale di armi, minacciando di fare fuoco a chiunque si avvicinasse o di uccidersi a sua volta facendo saltare tutta la casa: “io mi arrendo solo ai Leoni di Breda Solini”. Così andarono i miei, ai quali si arrese, ma venne poi preso in consegna lo stesso da altri partigiani, che lo rinchiusero in una cantina e lo picchiarono».

Fatti come questi non è facile sentirli raccontare: la memoria del Porrajmos e della resistenza dei romanì è sempre stata un filo sottile, quasi invisibile. In teoria nel 2015 il parlamento europeo ha stabilito che il 2 agosto è la Giornata dedicata alle vittime del genocidio rom, ma in pratica la ricorrenza viene celebrata a singhiozzo dai vari paesi. In Italia la commemorazione è il 27 gennaio, Giorno della Memoria. Così è pure in quasi tutti gli altri paesi europei, tranne la Repubblica Ceca (che ha quattro date: il 7 marzo, il 13 maggio, il 2 e il 21 agosto) e la Lettonia (che ne ha tre: il 27 gennaio, l’8 aprile e l’8 maggio).

Nel 2018, l’Unar (l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) diretto da Luigi Manconi ha organizzato ad Agnone, in Molise, la prima commemorazione italiana della rivolta dello Zigeunerlager di Auschwitz, cominciata il 16 maggio del 1944, quando quasi quattromila tra rom, sinti e caminanti si ribellarono ai soldati tedeschi arrivati per sterminarli.

La loro resistenza durò fino ad agosto, quando le SS riuscirono a prevalere e massacrarono tutti quelli che avevano osato ribellarsi. In totale, si stima, il «grande divoramento» ha lasciato una voragine da 500.000 morti in tutta l’Europa. L’inno rom «Gelem, Gelem» ricorda come sono andate le cose: «Ho percorso lunghe strade, ho incontrato rom felici. Una volta avevo una grande famiglia, la legione nera li ha uccisi».

* Fonte: Mario Di Vito, il manifesto

Il 6 aprile 1941 divisioni tedesche e italiane invadevano la Jugoslavia dividendola in zone di occupazione. L’Italia monarchico-fascista costituì la «provincia italiana di Lubiana» in Slovenia annettendo al regno di casa Savoia, dal luglio 1941, anche il Montenegro.

Iniziò così l’occupazione della Jugoslavia che non solo completò l’aggressione del regime ai Balcani, iniziata nel 1939 in Albania e seguita nel 1940 in Grecia, ma rappresentò il correlato storico-politico del «fascismo di frontiera» emerso negli anni Venti con lo squadrismo e sintetizzato nei suoi obiettivi da Mussolini nella visita a Pola del 22 settembre 1920: «Di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara non si deve seguire la politica che da lo zuccherino, ma quella del bastone (…) si possono più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».

IN LINEA con questo impianto ideologico le truppe del regio esercito, le autorità di polizia, i carabinieri e le milizie fasciste dei battaglioni «M» disposero su tutto il territorio le misure della «guerra ai civili», che lo stesso popolo italiano avrebbe poi drammaticamente conosciuto durante l’occupazione nazista. Fucilazioni di civili e partigiani, deportazioni di massa (100.000 jugoslavi trasferiti nei campi d’internamento italiani), incendio e saccheggio delle città e dei villaggi (nel febbraio 1942 l’intera città di Lubiana venne circondata da una «cintura» di filo spinato e posti di blocco e poi razziata), stragi (il 12 luglio 1942 a Podhum 108 fucilati e oltre 800 deportati; a Niksic e in altre città del Montenegro fucilazione di 95 comunisti e 200 civili tra il 20 giugno 1942 e il 25 giugno 1943) violenze e abusi sulla popolazione (nella sola Lubiana morirono 33.000 persone pari al 10% dei suoi abitanti) assunsero un carattere sistemico codificato dalle disposizioni della «circolare 3C» firmata dal generale Mario Roatta, già capo del Servizio Informazioni Militari, guida delle truppe fasciste in Spagna e poi al vertice della II Armata di occupazione in Croazia.

L’OCCUPAZIONE MILITARE costò alla Jugoslavia oltre un milione di morti mentre in tutta l’area dei Balcani i crimini di guerra compiuti dal regio esercito e dalle autorità italiane contribuirono da un lato al rincrudimento delle misure di repressione e controguerriglia antipartigiana e dall’altro ad alimentare la Resistenza militare e civile delle popolazioni in Albania, Grecia e Jugoslavia.

Nel maggio 1942 su La Voce del Montenegro il generale Alessandro Pirzio Biroli da «governatore» della regione scriverà: «Tutto il popolo sappia che ogni partigiano, ogni collaboratore, informatore e simpatizzante dei partigiani sarà fucilato sul luogo della cattura». Dal canto suo Mussolini il 31 luglio 1942 a Gorizia aveva ordinato ai generali: «Al terrore dei partigiani si deve rispondere col ferro e col fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri (…) questa popolazione non ci amerà mai (…). Questo territorio deve essere considerato territorio di esperienza. Non vi preoccupate del disagio della popolazione, lo ha voluto! Ne sconti le conseguenze».

Al termine del secondo conflitto mondiale le Nazioni Unite stilarono un lungo elenco di criminali di guerra italiani che solo per la Jugoslavia comprendeva 750 nomi (generali, ufficiali dell’esercito, carabinieri, questori, camicie nere) a cui si aggiungevano i 142 iscritti nelle liste dell’Albania, i 111 della Grecia, i 12 dell’Urss.

Le ragioni della Guerra Fredda, la nuova collocazione geopolitica di Roma e la sistematizzazione dell’anticomunismo di Stato permisero ai governi dell’Italia post-bellica di non estradare i criminali nei Paesi che ne facevano richiesta; evitare processi presso un tribunale internazionale; non pagare i risarcimenti alle vittime ed agli Stati nonostante le disposizioni del Trattato di Pace di Parigi del 1947. Così la «mancata Norimberga italiana» rappresentò un vulnus storico nella stessa radice di nascita della democrazia repubblicana alimentando il falso mito degli «italiani brava gente», consentendo l’impunità dei criminali ed il loro reinserimento negli apparati delle Forze Armate, dei servizi segreti e delle forze dell’ordine sostanziando una «continuità dello Stato» che incise fortemente sul carattere e la qualità della nostra democrazia nei decenni successivi, tanto che diversi criminali di guerra furono coinvolti nelle stragi e nei tentativi di colpo di Stato degli anni Settanta.

OTTANT’ANNI DOPO l’occupazione della Jugoslavia, un appello di centinaia di storici e studiosi chiede alle istituzioni e al Paese un atto di coraggio in grado di rielaborare sul piano pubblico questo tragico passato rimosso, assumendo come memoria storica collettiva le responsabilità per i crimini compiuti dal fascismo contro altri popoli in un’ottica di superamento dei nazionalismi, di valorizzazione del dettato costituzionale in ordine al ripudio della guerra, di liquidazione tanto etico-morale quanto politico-sociale del fascismo.

Devastazioni prodotte dall’esercito italiano. Un’immagine proveniente dal Museo nazionale di storia contemporanea della Slovenia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’APPELLO

Alle istituzioni per un riconoscimento ufficiale dei crimini fascisti in Jugoslavia in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’invasione da parte dell’esercito italiano.

QUEST’ANNO ricorre l’ottantesimo anniversario dell’invasione della Jugoslavia da parte dell’esercito italiano, avvenuta il 6 aprile 1941. Durante l’occupazione fascista e nazista, e fino alla Liberazione nel 1945, in questo territorio si contano circa un milione di morti. L’Italia fascista ha contribuito indirettamente a queste uccisioni con l’aggressione militare e l’appoggio offerto alle forze collaborazioniste che hanno condotto vere e proprie operazioni di sterminio. Ma anche direttamente con fucilazioni di prigionieri e ostaggi, rappresaglie, rastrellamenti e campi di concentramento, nei quali sono stati internati circa centomila jugoslavi.
La Repubblica Italiana non ha mai espresso una netta condanna, né una presa di distanza radicale da queste atrocità: non sono stati istituiti giorni commemorativi, né sono state compiute visite di Stato in luoghi della memoria dei crimini fascisti in Jugoslavia.

CHIEDIAMO DUNQUE al Presidente e ai rappresentanti delle principali istituzioni una presa di coscienza di questo dramma storico rimosso. L’ottantesimo anniversario sarebbe l’occasione ideale per farsi carico della responsabilità storica di pratiche criminali (…). Una dichiarazione pubblica o una visita ufficiale (per esempio al campo di concentramento di Arbe, sull’isola di Rab, dove morirono di fame e di stenti 1465 persone) avrebbero un notevole significato simbolico e dimostrerebbero il senso di responsabilità delle nostre istituzioni e il riconoscimento della sofferenza inflitta ai popoli della Slovenia, della Croazia, del Montenegro, della Bosnia e Erzegovina. Nel solco dei precedenti incontri ufficiali che hanno avuto luogo negli anni passati (…) questa dichiarazione rappresenterebbe un ulteriore passo in avanti sulla strada della riconciliazione europea e di una più ampia comprensione dei processi storici.

Il testo completo dell’appello, già sottoscritto da centinaia di storici e studiosi, sarà pubblicato da oggi sul sito dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri, www.reteparri.it

Da oggi la mostra
«A ferro e fuoco»

Sarà presentata questo pomeriggio alle 17 la mostra virtuale «A ferro e fuoco» che racconta l’occupazione italiana della Jugoslavia tra il 1941 e il 1943 grazie a 200 immagini, 25 testimonianze d’epoca e 81 interviste ai maggiori studiosi dell’argomento: Giancarlo Bertuzzi, Giulia Caccamo, Štefan Cok, Marco Cuzzi, Costantino Di Sante, Filippo Focardi, Eric Gobetti, Federico Goddi, Brunello Mantelli, Luciano Monzali, Jože Pirjevec, Guido Rumici, Nevenka Troha, Anna Maria Vinci. Il progetto è stato curato dallo storico Raoul Pupo. Realizzata dall’Istituto Parri, dall’Istituto regionale per la storia della Resistenza del Fvg e dal Dipartimento di scienze politiche dell’Università di Trieste, la mostra è visitabile su www.occupazioneitalianajugoslavia41-43.it. Oggi la presentazione su https://zoom.us/j/93156396203 e www.youtube.com/user/IRSMLFVG

* Fonte: Davide Conti, il manifesto

Contro un governo intenzionato a far ricadere il prezzo della Guerra franco-prussiana sul popolo, il 18 marzo a Parigi scoppiò una nuova rivoluzione. Gli insorti indissero subito elezioni e il 26 marzo una schiacciante maggioranza approvò le ragioni della rivolta. 70 degli 85 eletti si dichiararono a favore della Comune di Parigi. Anche se resistette soltanto 72 giorni, fu il più importante evento politico della storia del movimento operaio del XIX secolo.

I MILITANTI della Comune si batterono per una trasformazione radicale del potere politico, in particolare contro la professionalizzazione delle cariche pubbliche. Ritennero che il corpo sociale si sarebbe dovuto reimpossessare di funzioni che erano state trasferite allo Stato. Abbattere il dominio di classe esistente non sarebbe stato sufficiente; occorreva estinguere il dominio di classe in quanto tale.

Le riforme sociali vennero ritenute ancora più rilevanti di quelle politiche e avrebbero dovuto evidenziare la differenza con le rivoluzioni del 1789 e del 1848. Nel mezzo di una eroica resistenza agli attacchi delle truppe di Versailles, la Comune prese numerosi provvedimenti che indicarono il cammino per un cambiamento possibile. Si organizzarono progetti per limitare la durata della giornata lavorativa.

Si decise che la scuola sarebbe stata resa obbligatoria e gratuita per tutti e che l’insegnamento laico avrebbe sostituito quello di stampo religioso. Si stabilì che le officine abbandonate dai padroni sarebbero state consegnate ad associazioni cooperative di operai e che alle donne sarebbe stata garantita «uguale retribuzione per uguale lavoro». Anche gli stranieri avrebbero potuto godere degli stessi diritti sociali dei francesi.

La Comune voleva instaurare la democrazia diretta. Si trattava di un progetto ambizioso e di difficile attuazione. La sovranità popolare alla quale ambivano i rivoluzionari implicava una partecipazione del più alto numero possibile di cittadini.

A PARIGI si erano sviluppati una miriade di commissioni centrali, sotto-comitati di quartiere e club rivoluzionari che affiancarono il già complesso duopolio composto dal consiglio della Comune e dal comitato centrale della Guardia Nazionale. Quest’ultimo, infatti, aveva conservato il controllo del potere militare. Se l’impegno di un’ampia parte della popolazione costituiva una vitale garanzia democratica, le troppe autorità in campo rendevano complicato il processo decisionale.

IL PROBLEMA della relazione tra l’autorità centrale e gli organi locali produsse non pochi cortocircuiti, determinando una situazione caotica. L’equilibrio già precario saltò del tutto quando venne approvata la proposta di creare un Comitato di Salute Pubblica di cinque componenti – una soluzione che si ispirava al modello dittatoriale di Robespierre nel 1793. Fu un errore drammatico errore che decretò l’inizio della fine di un’esperienza politica inedita e spaccò la Comune in due blocchi contrapposti.
Al primo appartenevano neo-giacobini e blanquisti, propensi alla concentrazione del potere e in favore del primato della dimensione politica su quella sociale. Del secondo facevano parte la maggioranza dei membri dell’Internazionale, per i quali la sfera sociale era più significativa di quella politica. Essi ritenevano necessaria la separazione dei poteri e credevano che la repubblica non dovesse mai mettere in discussione le libertà politiche. I suoi eletti non erano i possessori della sovranità – essa apparteneva al popolo – e non avevano alcun diritto di alienarla.

UN TENTATIVO DI RITESSERE l’unità all’interno della Comune si svolse quando era già troppo tardi. Durante la «settimana di sangue» (21-28 maggio), le armate fedeli a Thiers uccisero tra i 17mila e i 25mila cittadini. Fu il massacro più violento della storia della Francia. I prigionieri catturati furono oltre 43mila e un centinaio di questi subì la condanna a morte, a seguito di processi sommari. In circa 13.500 vennero spediti in carcere o deportati (in numero consistente nella remota Nuova Caledonia). In tutt’Europa, sottacendo la violenza di Stato, la stampa conservatrice accusò i comunardi dei peggiori crimini ed espresse grande soddisfazione per il ripristino «dell’ordine naturale» e del trionfo della «civiltà» sull’anarchia.

Eppure, l’insurrezione parigina rafforzò le lotte operaie e le spinse verso posizioni più radicali. All’indomani della sua sconfitta, Pottier scrisse un canto destinato a diventare il più celebre del movimento dei lavoratori: «Uniamoci e domani L’Internazionale sarà il genere umano!». Parigi aveva mostrato che bisognava perseguire l’obiettivo della costruzione di una società alternativa a quella capitalista. La Comune mutò le coscienze dei lavoratori e la loro percezione collettiva. Da quel momento in poi, divenne sinonimo del concetto stesso di rivoluzione.

* Fonte: Marcello Musto, il manifesto

Italijanski palikuci (italiani brucia case) gridavano i civili quando nel 1941 le truppe del regio esercito e i «battaglioni M» invasero la Jugoslavia per concludere l’occupazione dei Balcani avviata con le aggressioni di Albania e Grecia nel 1939-40.

Lungi dall’essere «italiani brava gente», come la narrazione autoassolutoria del dopoguerra avrebbe affermato come dogma intangibile dell’elusione della «colpa», i militari del re e di Mussolini venivano così apostrofati per l’uso sistematico dei lanciafiamme contro le case dei civili sfollati, fucilati o deportati nei campi di internamento in applicazione delle misure di controguerriglia antipartigiana che l’Italia avrebbe conosciuto con l’occupazione nazista.

L’OTTANTESIMO anniversario dell’aggressione alla Jugoslavia dovrebbe rappresentare, nelle celebrazioni del «Giorno del ricordo», occasione di elaborazione storica del nostro passato consegnando una interpretazione integrale alla legge istitutiva di questa giornata che invita a dare conto «della più complessa vicenda del confine orientale» ovvero a ciò che è accaduto prima delle foibe e dopo la fine della guerra.

Al crepuscolo dello Stato liberale e nel pieno «biennio rosso» 1919-20, lo squadrismo emerse in quelle terre come elemento di sintesi di istanze antislave (sul piano nazionalista) e anticomuniste (sul piano politico-sociale) dando rappresentanza a settori della società italiana che andavano dalla piccola-media borghesia alla proprietà terriera fino ai militari. A Trieste e in Istria si sperimentò quel fascismo di frontiera che nel 1920-22 intensificò l’azione violenta in tutta la regione. In quelle terre nacque il moto reazionario che avrebbe investito il Paese ed instaurato la dittatura «In altre plaghe d’Italia – scrive Mussolini nel 1920 – i fasci di combattimento sono appena una promessa, nella Venezia-Giulia sono l’elemento preponderante e dominante della situazione politica».

Così mentre nel 1919-20 i tribunali a Trieste e Pola, non ancora fascistizzati, emettevano 50 condanne per complessivi 120 anni di carcere contro ferrovieri e metalmeccanici in sciopero accusati di «anti-italianità, filo-slavismo, cospirazione contro lo Stato e istigazione alla guerra civile», lo squadrismo fascista il 13 luglio 1920 assaltò la sede della Narodni Dom (Casa del popolo) a Trieste incendiando l’intero palazzo (l’Hotel Balkan che cento anni dopo sarà restituito alla Slovenia dal Presidente della Repubblica Mattarella) ed anticipando la condotta del regio esercito nel 1941. Mussolini chiarì il suo programma a Pola il 22 settembre 1920: «Di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone io credo che si possano più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».

L’occupazione nazifascista della Jugoslavia costò la vita a circa 1 milione e mezzo di persone travolte dalle misure draconiane della «Circolare 3C» (che istruiva i soldati italiani alla repressione di civili e partigiani) firmata dal generale Mario Roatta; dalla «Cintura di Lubiana» (un perimetro di filo spinato e posti di blocco attorno alla città poi sottoposta a razzie e deportazioni); dalle direttive di Mussolini ai suoi generali «al terrore dei partigiani – disse a Gorizia nel 1942 – si deve rispondere col ferro e col fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri è cominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto».

DALL’IMPIANTO IDEOLOGICO della «guerra totale» fascista discese la condotta dei comandi militari del regio esercito che fece mostra di sé nella città di Podhum il 12 luglio 1942 (91 uomini fucilati sul posto e 800 deportati) o nei villaggi di Zamet e Danilovgrad, rastrellati e rasi al suolo nell’agosto 1942 o con il «governatorato» del generale Alessandro Pirzio Biroli in Montenegro. Pratiche belliche che facevano seguito alla snazionalizzazione teorizzata da Mussolini: «quando l’etnia non va d’accordo con la geografia, è l’etnia che deve muoversi; gli scambi di popolazioni e l’esodo di parti di esse sono provvidenziali perché portano a far coincidere i confini politici con quelli razziali».

Alla fine del conflitto nessun italiano iscritto nella lista dei criminali di guerra stilata dalle Nazioni Unite (750 per la Jugoslavia) fu mai processato. La Guerra Fredda e le necessità anglo-americane di riorganizzare l’esercito italiano e inserirlo nell’Alleanza atlantica permisero impunità e continuità dello Stato, determinando quella «mancata Norimberga» che segnerà la più vistosa delle aporie della nostra storia.

Molti criminali di guerra assumeranno ruoli apicali negli apparati della Repubblica. Diverranno questori, prefetti e uomini dei servizi segreti e saranno implicati in vicende tragiche e decisive della storia nazionale dalla strage di Portella delle Ginestre a quella di Piazza Fontana fino al golpe Borghese.

IL «SILENZIO» sulle foibe (in realtà nel 1945 vennero istruiti alcuni processi ed emesse condanne) non fu il risultato di una trama omissiva delle sinistre italiane. Ad evitare la riapertura di quella pagina furono i governi De Gasperi nella consapevolezza che sollevare la questione avrebbe comportato per l’Italia l’obbligo di rispondere sia per i crimini perpetrati in Jugoslavia, Albania, Grecia, Libia, Etiopia, Urss e Francia sia per i risarcimenti economici fissati proprio il 10 febbraio 1947 con la firma del Trattato di Pace di Parigi.

La «più complessa vicenda del confine orientale» racconta questo lato della storia nazionale e deve spingere il Paese a fare i conti con il proprio passato contro un «populismo storico» che si diffonde pervicacemente nella società minandone i valori costituzionali ed antifascisti: «Una generazione – scriveva Gramsci – può essere giudicata dallo stesso giudizio che essa dà della generazione precedente, un periodo storico dal suo stesso modo di considerare il periodo storico da cui è stato preceduto».

Bibliografia ragionata

Sulle foibe: Joze Pirjevec, «Foibe. Una storia d’Italia» (Einaudi), Raoul Pupo-Roberto Spazzali, «Foibe» (Mondadori), Giacomo Scotti, «Dossier Foibe» (Manni), Giampaolo Valdevit, «Foibe. Il peso del passato, Venezia Giulia 1943-1945» (Marsilio). Sull’occupazione italiana della Jugoslavia e dei Balcani: Davide Conti, «L’occupazione italiana dei Balcani 1941-1943. Crimini di guerra e mito della brava gente» (Odradek), Eric Gobetti, «Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia 1941-1943 (Laterza), Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa 1940-1943» (Bollati Boringhieri). Sui mancati processi ai criminali di guerra italiani e sul mito degli «italiani brava gente»: Michele Battini, «Peccati di memoria: la mancata Norimberga italiana» (Laterza), Davide Conti, «Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana» (Einaudi), Angelo Del Boca, «Italiani brava gente?» (Neri Pozza), Filippo Focardi, «Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale» (Laterza), Filippo Focardi, «Nel cantiere della memoria. Fascismo, Resistenza, Shoah, Foibe» (Viella).

* Fonte: Davide Conti, il manifesto

TRIESTE. Cerimonia blindata. Due corone da deporre, nessun discorso, la firma di un protocollo, ammesse solo Rai Quirinale e una TV slovena. Lunedì il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il suo omologo sloveno Borut Pahor saranno a Trieste per una giornata che poteva essere di festa e invece si svolge con il coprifuoco. Dopo cento anni esatti, e in forza di una legge di dieci anni fa, il Narodni Dom tornerà alla comunità slovena di Trieste. La Casa degli Slavi (sloveni, croati, cechi) era stata data alle fiamme il 13 luglio 1920, assaltata da un centinaio di facinorosi guidati da Francesco Giunta, segretario del fascio di combattimento triestino. Quella stessa sera altre decine di appartamenti, studi, banche, scuole, negozi, osterie, fuono assaliti dalle squadracce: pestaggi, fiamme, distruzione.

Per gli sloveni di Trieste è rimasta nella memoria come la loro “notte dei cristalli” anche se incendi e pestaggi erano cominciati già nell’estate del 1919. L’immenso rogo del Narodni Dom è rimasto il simbolo drammatico della ferocia nazionalista che si scagliò con inusitata violenza contro le presenze “straniere” in città. Trieste “redenta” non poteva e non voleva ammettere di essere abitata da diverse etnie e di avere accettato per due secoli il mescolarsi di tante lingue, religioni, culture; il nascente fascismo di frontiera fomentava le piazze.

Mattarella e Pahor verranno a siglare una dichiarazione di intenti per la restituzione dell’edificio alla comunità slovena locale, nulla di più, ma comunque un passo concreto che gli sloveni di Trieste aspettavano da anni ed erano pronti ad accogliere con gioia. Ma la festa non ci sarà. Accordi ricattatori e veti incrociati tra forze politiche delle due Repubbliche, hanno saputo trasformare la giornata nell’ennesima occasione perduta di vera riconciliazione.

Per prima cosa si andrà a Basovizza per rendere omaggio ai martiri delle foibe. Ogni visita alla foiba ripropone alla comunità slovena della Venezia Giulia – e non solo – la narrazione di fantomatiche stragi volute e perpetrate dagli jugoslavi contro gli italiani; spiace che Mattarella continui su quella traccia dopo che, non più tardi del 10 febbraio scorso (“giorno del ricordo”) aveva parlato di “eccidi efferati di massa” giungendo a criticare certi “negazionismi militanti”.

Le autorità italiane non hanno mai voluto indagare dentro il pozzo di miniera di Basovizza, impropriamente chiamato foiba, per verificare e identificare eventuali resti umani. Nell’estate del 1945 lo fecero gli alleati anglo-americani ed estrassero cadaveri di soldati tedeschi, carogne di cavalli ed il corpo di un aguzzino della Banda Collotti. In seguito il Comune di Trieste e gli stessi eserciti alleati ne fecero una discarica, parzialmente svuotata da una ditta di recupero di metalli. Non si è mai voluto documentare quello che c’è davvero nella foiba ma si sono imbastiti comizi a tutto vantaggio della destra revanscista: una stesa di cemento a tappare, tanta retorica nazionalista e una giornata ogni anno per continuare a tacere degli orrori commessi dagli italiani nei paesi occupati e rinfocolare l’immagine dello slavo comunista infoibatore.

Il Presidente Borut Pahor, primo Presidente di un paese ex jugoslavo a rendere omaggio alla foiba di Basovizza, è certamente tirato per la giacca dall’attuale governo sloveno di estrema destra che promuove l’identificazione tra antifascismo e terrorismo.

Luglio 1929, resti del Narodni Dom

In Slovenia il clima è teso: da mesi, l’opposizione al governo di destra è costantemente in piazza. Ogni venerdì a Lubiana e in altre città, gruppi numerosi di giovani si riuniscono, o sfilano in bicicletta, con parole d’ordine antifasciste. Anche venerdì scorso la piazza antistante il Parlamento sloveno era gremita ma i cartelli e gli slogan stavolta contestavano il Presidente e la sua visita alla foiba: “Pahor, la visita alla foiba di Basovizza significa inchinarsi al fascismo”. Da Trieste, in queste settimane, in molti, intellettuali e associazioni slovene, sono andati da Borut Pahor per dirgli che il suo omaggio alla foiba è uno schiaffo alla minoranza slovena in Italia ma anche a tutta la lotta di liberazione, oltreché un piegarsi alle falsificazioni storiche. Molte le lettere inviate ai giornali, un misto di rabbia e di amarezza. Qualcuno più timidamente; d’altra parte, dietro i buoni rapporti italo-sloveni e la tutela delle minoranze, da entrambe le parti, ci sono anche finanziamenti e posti di lavoro.

Polemiche e proteste. Non poteva restare, dunque, la sola visita alla foiba e così ci sarà un’altra corona di fiori ma “dall’altra parte”: a Basovizza, un chilometro in linea d’aria dalla foiba, c’è un monumento dedicato a quattro ragazzi, tre sloveni triestini e un croato, fucilati nel 1930 su  sentenza del Tribunale speciale fascista nella sua prima trasferta a Trieste. Fucilati di nascosto, i loro corpi rintracciati solo nel 1945. Di questi antifascisti si parlò in tutta Europa perché erano le prime vittime della violenza fascista ma in Italia non si conoscono nonostante il loro legame, per esempio, con il gruppo di Giustizia e Libertà dei fratelli Rosselli. La loro condanna per “terrorismo” non è mai stata annullata: sarebbe un bel gesto se Mattarella cogliesse l’occasione per conoscere la loro storia e cancellare quel marchio infamante ma pare proprio una speranza vana.

Il Presidente della Regione, il leghista Fedriga, ha dichiarato che la sua presenza al monumento dei quattro fucilati sarà un puro atto di “educazione istituzionale”, il Sindaco ha parlato di una scelta “per far contenti gli sloveni e così poi mettiamo una pietra tombale su tutte le beghe del ‘900”. Casa Pound, intanto, ha ricominciato ad affiggere manifesti antislavi e anticomunisti, l’estrema destra ha manifestato in piazza contestando la restituzione del Narodni Dom, vandalizzati molti monumenti che, in ogni più piccola frazione del Carso, ricordano i partigiani del luogo uccisi dai fascisti.

Ancora un’ultima tappa: consegna di onorificenze allo scrittore triestino di lingua slovena Boris Pahor, 107 anni, testimone dell’incendio del Narodni Dom che poi aderì alla resistenza slovena, fu arrestato dalla Gestapo ed inviato in un lager nazista, i suoi libri tradotti e conosciuti nel mondo. Dalla sua casa in un paese del Carso a picco sul mare, saputo del riconoscimento dei due Presidenti ha dichiarato: “Dedico le decorazioni a tutti i morti, a tutti quelli di cui ho scritto, a partire dai quattro eroi di Basovizza e da Lojze Bratuž (ucciso dai fascisti nel 1937, non olio di ricino ma olio di macchina e benzolo, colpevole di avere diretto il coro in sloveno durante la messa di Natale, ndr)”. La restituzione ai legittimi proprietari del Narodni Dom, dunque, resta molto sottotraccia in una giornata di cerimonie frettolose e sostanzialmente propagandistiche che suonano molto ”fascisti e antifascisti pari sono”.

Amaro il commento di Stojan Spetič, già senatore del PCI: “non va mai dimenticato che non siamo all’anno zero della nostra storia. I nostri popoli sono stati uniti dal sangue dei partigiani italiani, sloveni e croati versato nella comune lotta per la libertà. Lottarono insieme i partigiani del IX Korpus con i garibaldini friulani, l’Intendenza Montes, la “Fratellanza” sopra Fiume, il battaglione “Tito” di sloveni fuggiti dal carcere di Spoleto unitisi alla Resistenza italiana in Umbria… E tanti singoli. Per citarne uno solo: Anton Ukmar (Miro), sloveno di Prosecco, dirigente nazionale del PCI, animatore della resistenza antifascista in Abissinia, poi combattente in Spagna, maquì in Francia, comandante garibaldino nell’Oltrepò pavese ed infine liberatore di Genova. Sono queste le fondamenta dell’amicizia e della conciliazione, cemento di pace tra i popoli vicini”

* Fonte: Marinella Salvi, il manifesto

Avete presente l’espressione romana «fare la lupa»? Significa andare avanti e indietro, avanti e indietro, in pochi metri, come un animale in gabbia. Infatti l’origine è proprio questa: la lupa di cui si parla è quella, che anche io ho fatto in tempo a vedere, che andava irrequieta avanti e indietro nella gabbia sulle pendici del Campidoglio. Quella lupa era un simbolo della romanità, della nostra identità.

E anche della nostra cultura, delle nostre radici, della nostra Storia. Poi, a un certo momento, è scomparsa. Ne sentiamo la mancanza? Ci siamo per questo dimenticati di essere discendenti di Romolo? (Su che fine ha fatto Remo, l’altro figlio della lupa, lasciamo perdere). Ci siamo sentiti come se ci avessero lasciati senza storia, senza memoria, senza passato? Ce la siamo presa col politically correct animalista? Non credo e non mi risulta. È solo che siamo cambiati e quel simbolo non ci rappresenta più.

Come la lupa del Campidoglio, i simboli e i segni del passato e della storia non sono immobili e intangibili, possono sparire ed essere compensati, sostituiti, dimenticati. La storia e la memoria comprendono anche l’oblio: come ci insegnano in tanti, da Jurij Lotman a Umberto Eco a Jorge Luis Borges, senza oblio non c’è né storia né memoria né cartografia. La storia è fatta sia di iscrizioni, sia di cancellazioni.

Perciò credo che si regga su una errata idea della storia il politically correct che si scandalizza se qualcuno butta a fiume la brutta statua di un mercante di schiavi. Infatti mi domando anche: ma perché è Storia il monumento a Robert E. Lee a Charleston e non sono storia le decine di migliaia di cittadini che vogliono che sia rimossa? La storia è solo passato o anche presente? È storia o no il fatto che non dalla settimana scorsa ma letteralmente da un secolo in qua a Bristol fior di cittadini, compresi il meglio degli storici del posto, chiedevano educatamente di toglierla di mezzo? È o no negazione della storia ignorare questa storia, o parlare senza conoscerla?

Credo che se noi chiamiamo Storia il monumento a Nathan Bedford Forrest, fondatore del KuKluxKlan, che campeggia nel palazzo del governo a Nashville, Tennessee, e non riconosciamo che sono storia anche quelli che vogliono toglierlo e sostituirlo, è perché la Storia siamo Noi – euroamericani liberali cristiani istruiti – e non loro – vandali orde teppisti. Ha ragione Toni Morrison: le definizioni appartengono ai definitori, non ai definiti. Edward Colston, Robert E. Lee, Mussolini, Nathan Bedford Forrest (ricordato in Via col Vento romanzo per la sua bella barba) non ci piacciono ma sono storia nostra, la storia ci appartiene e decidiamo noi chi la tocca e chi no.

Perciò non battiamo ciglio o battiamo le mani quando qualcuno butta giù la storia di qualcun altro, che sia la statua di quel mascalzone di Saddam Hussein a Baghdad o quelle di Marx, Lenin e Stalin in mezza Europa (sono comunista, per Marx mi dispiace ma credo che date le circostanze ne avessero tutto il diritto).

Quando quelli che chiamavamo i «senza storia» irrompono nella storia, sono sempre corpi fuori posto che violano il nostro spazio esclusivo (come Trayvon Martin nel quartiere sbagliato quella sera in Florida). Come si permettono? Anche qui, la scena emblematica sta in Via col Vento: quella in cui si vedono i deputati e senatori “negri” eletti dopo la guerra civile stravaccati sbevazzando sui solenni scranni del parlamento della Georgia (non andò affatto così in Georgia: si può fare grande cinema anche con una menzogna, ma non si può difendere la menzogna in nome della Storia).

Certo che ci saranno errori, esagerazioni, scorie, in questo cambiamento epocale: a proposito dei movimenti di liberazione dal colonialismo e delle occupazioni delle terre nel Sud, Ernesto de Martino avvertiva che la «irruzione delle masse nella storia» non sarebbe avvenuta senza scorie e barbarismi, ma ci invitava ad avere la pietas e l’intelligenza necessaria per partecipare, accompagnare, consigliare e aspettare.

Parte dell’intelligenza consiste nel distinguere. Oltre che vandali e teppisti, i nostri media bollano quelli che vogliono togliere di mezzo le statue di Robert E. Lee e Edward Colson come «iconoclasti». Ora, se alla storia ci teniamo, usiamo correttamente i riferimenti storici: l’iconoclastia è un atteggiamento diffuso in correnti cristiane e islamiche che per svariate ragioni teologiche combatte tutte le immagini in quanto tali (l’opposto di iconoclastia, dicono, è idolatria).

Quello che è in atto adesso è invece una motivata obiezione ad alcuni monumenti e non altri: anche i più radicali antirazzisti e antifascisti sanno distinguere fra l’obelisco a Mussolini Dux e la Pietà di Michelangelo, pur sapendo bene le responsabilità storiche della Chiesa.

Possiamo discutere caso per caso, ma il rifiuto di distinguere e la conseguente riduzione all’assurdo è una rinuncia a quel senso critico che dovrebbe caratterizzare i colti (l’etimologia di critica significa appunto distinguere), una rinuncia che induce persone intelligenti e rispettate ad argomentare seriamente che non possiamo togliere l’omaggio al KuKluxKlan da Nashville perché se no dovremmo abbattere anche il Colosseo a Roma (come se qualcuno oltre loro ne stesse parlando, e come se non sapessimo distinguere fra l’Anfiteatro Flavio e la lupa del Campidoglio).

Quello che difendiamo in questo modo non è il Colosseo, ma il KuKluxKlan. Come ci insegna l’assassinio di Rayshard Broooks ieri ad Atlanta, non è solo a forza di dimenticare il passato ma anche a forza di idolatrarlo che rischiamo di continuare a riviverlo.

PS. La scorsa settimana l’assemblea legislativa del Tennessee ha votato contro la mozione di togliere il busto del fondatore del Kkk, con la sua bella barba, dal palazzo del governo. Si vede che ancora li rappresenta.

* Fonte: Alessandro Portelli, il manifesto

Oggi, festa della Liberazione, streeen.org offre una selezione di film provenienti da Cuba, Kurdistan, Colombia, Palestina e naturalmente dall’Italia declinando le rEsistenze attraverso storie solo apparentemente lontane tra loro.

In collaborazione con globalrights.info

Alle 12 è stato pubblicato anche il videoclip di Bella Ciao cantata da tre interpreti d’eccezione: l’attrice e cantante basca Itziar Ituño (l’ispettrice Murillo della Casa de Papel), la soprano kurda Mizgin Tahir (di Serekaniye) e la cantautrice italiana Erica Boschiero.

 

In tanti hanno scritto di Bella ciao e in tanti l’abbiamo cantata. Adesso, in un piccolo prezioso libro, Cesare Bermani, lo studioso militante che meglio di tutti ne ha seguito le origini e la storia, distilla più di mezzo secolo di ricerca e arriva a conclusioni definitive e solidamente documentate (Cesare Bermani, «Bella ciao». Storia e fortuna di una canzone dalla Resistenza italiana all’universalità delle Resistenze, Novara, Interlinea, 2020).

Per prima cosa, Bermani fa chiarezza su un punto importante: non è vero che Bella ciao non sia stata cantata durante la Resistenza. Era l’inno di combattimento della Brigata Maiella in Abruzzo, cantato dalla brigata nel 1944 e portato al Nord dai suoi componenti che dopo la liberazione del Centro Italia aderirono come volontari al corpo italiano di liberazione aggregato all’esercito regolare. La ragione per cui non se ne aveva adeguata notizia, osserva Bermani, stava in un errore di prospettiva storica e culturale: l’idea che la Resistenza, e quindi il canto partigiano, fossero un fenomeno esclusivamente settentrionale. Il fatto che la canzone iconica dell’antifascismo venga invece dall’Abruzzo sposta la prospettiva non solo sul canto, ma sul movimento di liberazione nel suo insieme: il «vento del Nord» è stato impetuoso e decisivo, ma il vento non soffiava in una direzione sola.

Da tempo, peraltro, avevamo rilevato una ricca tradizione di canto antifascista e partigiano in altre parti dell’Italia centrale, in Lazio e Umbria soprattutto (per non dire della Toscana, di cui già si sapeva molto). C’è una versione di Fischia il vento, il classico canto composto dai partigiani liguri, raccolta in Umbria da Valentino Paparelli, a cui è stata aggiunta una strofa sorprendente: «Là nel Nord c’è un popolo che attende con certezza di aver la libertà». I partigiani che hanno combattuto nell’Italia centrale continuano la lotta salendo a liberare il Nord; tra loro, c’erano anche i combattenti della Brigata Maiella. L’incontro fra questi combattenti e le forze partigiane del Nord, soprattutto in Emilia, diventa un cruciale momento di scambio e contaminazione culturale. È lì che i partigiani umbri della Brigata Gramsci arruolati nel corpo di combattimento Cremona impararono sia Fischia il vento sia Stoppa e Vanni, per poi riadattarle al loro contesto; e fu proprio a Reggio Emilia che l’allora partigiano Vasco Scanzani imparò la Bella ciao partigiana che nel 1951 avrebbe poi trasformata nel canto di lavoro delle mondine.

Bermani, che ne è stato anche protagonista, ricorda che di tutto questo non sapevano niente Roberto Leydi e Gianni Bosio quando vicino Reggio Emilia incontrarono la grande cantatrice ex mondina Giovanna Daffini, che gli cantò la versione delle mondine, e si convinsero che fosse l’origine del canto partigiano. Da questo malinteso nacque il memorabile spettacolo, «Bella ciao», rappresentato al Festival di Spoleto del 1964, che cominciava proprio con la giustapposizione, in ordine sbagliato, della versione mondina e di quella partigiana. Il folk revival italiano nasce dunque su un doppio equivoco: l’identificazione del canto partigiano solo con il Nord, e lo scambio di cronologie fra la Bella ciao partigiana e la versione sindacale scritta da Scanzani per le mondine. Va osservato peraltro che i «responsabili» di questo equivoco (ancora molto diffuso), a partire da Leydi e dallo stesso Bermani, sono stati quelli che già da molto tempo hanno messo in chiaro come stavano effettivamente le cose.

Dal libro di Cesare Bermani, Bella ciao emerge come un testo che mette in discussione definizioni rigide e confini invalicabili: Nord e Sud, canto partigiano, musica leggera, tradizione orale… Bermani parte dal rapporto fra il canto partigiano e il canto epico-lirico narrativo di tradizione orale, ripercorrendo i legami strettissimi con canti tradizionali come Fior di Tomba (testo) e La bevanda sonnifera (melodia). In Italia centrale, per esempio, è abbastanza diffusa, una versione narrativa di Fior di tomba inframmezzata dal ritornello Bella ciao, quasi come una contaminazione al contrario in cui il canto partigiano retroagisce sulla ballata tradizionale. Però il legame è anche più profondo: l’incipit – «Questa mattina mi son svegliato» – che accomuna Bella ciao con Fior di tomba lo ritroviamo in moltissimi blues: l’altra mattina mi sono svegliato e Satana mi bussava alla porta (Robert Johnson), l’altra mattina mi sono svegliata e il blues mi girava intorno al letto (Bessie Smith), e così via. È la scoperta traumatica dell’irruzione del male – l’invasione, il tradimento, il demonio, la sofferenza – nel tempo e nello spazio di tutti i giorni, la precarietà dell’esistenza e dei rapporti in un mondo popolare sempre sotto minaccia.

Forse la parte più divertente del libro di Bermani è la ricostruzione della storia di vita di Rinaldo Salvadori, paroliere e canzonettista toscano, che già negli anni ’30 aveva composto una canzone intitolata Risaia sulla vita delle mondine che conteneva la frase «bella ciao», appresa in frammenti di canti alpini e altre espressioni popolari e popolaresche. Risaia fu censurata dal regime perché conteneva espliciti accenni allo sfruttamento a cui erano sottoposte; per farsi perdonare, Salvatori compose poi canzoni fasciste, ma già nel 1944 pubblicava testo e musica di una versione di Bella ciao assai simile a quella che oggi conosciamo tutti. Il punto, insomma, è che in questo ambito la ricerca dell’ «origine» e della «autorialità» si dissolve in rivoli infiniti; quello che conta non è tanto come un canto è nato, ma come è diventato quello che abbiamo adesso.

«Salvadori», scrive Bermani, «ci appare come un fenomeno ’di frontiera’, metà interno al mondo popolare e metà dentro al mondo della musica leggera di quegli anni». In realtà è tutta la storia di Bella ciao che appare come un fenomeno di frontiera, ibrido e sfuggente e proprio per questo capace di unire, di mettere in comunicazione realtà diverse. Pensarla in questo modo ci aiuta anche a capire meglio il processo per cui Bella ciao viene adottata quasi istituzionalmente come canto iconico del movimento di liberazione negli anni del centrosinistra, quando l’antifascismo diventa (un po’ strumentalmente ma un po’ anche no) il principio unificante di un «arco costituzionale» che nelle sue declinazioni migliori riconosce la pluralità di una Resistenza che non appartiene esclusivamente a nessuno. In un certo senso, è proprio l’ecumenismo politico un po’ generico intrecciato alla fermezza morale (e, come Bermani ricorda, agli echi est-europei della melodia, al piacere ludico del battito di mani) che permette sia gli abusi, sia soprattutto la straordinaria circolazione internazionale soprattutto di questi ultimi anni, dal Cile al Kurdistan, da «Casa di carta» a Tom Waits, di cui Bermani dà accuratamente conto. E che manda fuori di testa gli amministratori locali di destra che, dal Friuli alla Sardegna, hanno cercato invano a più riprese di vietarne il canto negli eventi ufficiali. Hanno ragione a dire che Bella ciao è divisiva: sarà generica, sarà ecumenica, ma si capisce benissimo da che parte sta.

* Fonte: Alessandro Portelli, il manifesto

La sua abitazione è la stessa dei genitori cent’anni fa, vicino al luogo della più clamorosa azione partigiana nella guerra di Liberazione, l’attentato di via Rasella. L’attacco urbano antinazista fu organizzato da questo signore sorridente, un volto profondo, vissuto, gioviale: Mario Fiorentini, nato il 7 novembre 1918. Aveva 25 anni quando a Roma la formazione Gramsci dei Gruppi di Azione Patriottica – tra i più coraggiosi nella Resistenza – composta da una dozzina di comunisti (fra i quali Carla Capponi, Rosario Bentivegna, Franco Calamandrei) fece saltare in aria 33 occupanti tedeschi e alimentò la speranza nella vittoria.

Era il 23 marzo 1944, Mario ne parla come un dovere amoroso di libertà, la condizione per una vita normale: fra i più ardimentosi «era una gara a chi doveva stare in prima linea, anche se rischiavamo le rappresaglie conseguenti, in questo caso le Fosse Ardeatine». Certo, «ci vuole anche fortuna e tanta prudenza: ho sfidato molte volte la morte». Lo dice in serenità, come si vede spesso in donne e uomini di moralità altissima quando parlano delle loro scelte durissime nel muovere guerra alla guerra per rivedere tutti la luce: come Giovanni Pesce all’ultima intervista che diede, alla gioia di vivere che induce alla lotta contro i nemici del bene e del giusto.

Blasetti, Pirandello, Visconti
Mario Fiorentini -padre ebreo e madre cattolica- è una personalità dalle pulsioni molteplici che ne hanno puntellato il percorso esistenziale: era un ragazzo amante d’arte, «poi le leggi razziali del 1938 mi han fatto fare un salto di qualità politico e mi sono impegnato concretamente per abbattere il regime». Sfugge al servizio militare grazie a «malattia e febbri tifoidee di oltre 40° che si prolungano per mesi quando vengo chiamato alle armi, intanto il mio 19° reggimento fanteria veniva spedito in Africa… Vengo congedato, col compagno di scuola Carlo Lizzani partecipo a numerose iniziative culturali e conosco il regista Alessandro Blasetti».

Matura esperienze teatrali con celebrità quali Vittorio Gassman, Lea Padovani, Carlo Mazzarella, Ave Ninchi, Adolfo Celi, Luigi Squarzina, e mette in scena L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello. Quindi collabora prima con Giustizia e Libertà, poi col Partito Comunista facendosi organizzatore e dirigente gappista; intanto conosce Lucia Ottobrini che sarà la sua compagna nella lotta e nella vita. Dopo il 25 luglio crea con Antonello Trombadori il gruppo partigiano Arditi del Popolo ed il 9 settembre 1943 è fra i combattenti nella battaglia di Porta San Paolo.

A ottobre prende il comando del Gap di Roma Centro, a lui fanno riferimento artisti del calibro di Visconti, Guttuso, Mafai, Vedova: il 16 sfugge al rastrellamento contro gli ebrei scappando sui tetti e abbandonando alcune bombe sotto il letto; dopo un attentato fallito contro il ministro degli Interni di Salò, il 31 il gappista – con Lucia in compiti di copertura – liquida tre militi della Rsi.

Il 17 dicembre – con Lucia, Carla e Rosario – uccide un ufficiale nazista; il giorno dopo lo stesso quartetto elimina con un attacco dinamitardo otto militari in uscita dal cinema Barberini, mentre il 26 Mario in bicicletta lancia un pacco esplosivo all’ingresso di Regina Coeli per far sentire ai detenuti politici (fra essi Sandro Pertini) vicinanza ideale: giustizia sette soldati e sfugge miracolosamente ai proiettili dei mitra avversari…

Avventure rocambolesche di chi rivendica a sé d’essere una persona normale, sensibile alla paura come tutti. In quei mesi di Storia accelerata, Mario dal suo rifugio segreto di via del Tritone studia il tragitto di truppe nemiche e teorizza l’assalto al cielo di via Rasella, approvato dal capo militare supremo Giorgio Amendola: l’azione viene perfezionata anticipando il 10 marzo un attacco al corteo fascista di via Tomacelli dopo essersi nascosti fra le bancarelle del mercato adiacente.

La decorata sono io
Lucia e Mario operano assieme, le affinità elettive e l’attrazione reciproca cementano la sintonia. Lucia Ottobrini nasce nel 1924 e per 15 anni vive in Alsazia, dove il padre andò per lavoro essendosi rifiutato di tesserarsi al partito fascista, e dove la bambina impara francese e tedesco. Giovanissima, viene quindi assunta al Ministero del Tesoro: a fine ’42 conosce Mario, con lui frequenta i pittori di via Margutta e le compagnie teatrali, entra nella rete clandestina a fianco di Laura Lombardo Radice, procura cibo e documenti ai militanti segreti, nasconde in casa armi, s’infiltra nelle file nemiche coi nomi di battaglia di Maria Fiori e Leda Lamberti, entra nei Gap e partecipa alle azioni armate. Talvolta viene fermata, ma il suo ottimo tedesco la sottrae al peggio…

Dopo il colpo grosso di via Rasella, Mario e Lucia devono stare più in guardia che mai: operano per un po’ al Quadraro e al Quarticciolo a contatto con la formazione radicale Bandiera Rossa, poi per sicurezza devono lasciare Roma e vanno a dirigere i Gap a Tivoli e dintorni; da lì Lucia tiene i collegamenti con la Capitale, spesso coprendo la distanza a piedi, poi assume il grado di Capitano e dirige altre operazioni cruciali nella storia della Resistenza.

Come ogni combattente clandestino, Mario si muove con documenti falsi via via sostituiti, al pari dei suoi nomi di battaglia che sono almeno quattro: Giovanni, Fringuello, Gandhi, Dino. Dopo aver combattuto nel Lazio e liberato Roma, Fiorentini viene arruolato nei servizi segreti dell’OSS (Office of Strategic Services), inviato a Brindisi per addestramento al lancio in volo e paracadutato al Nord dove prosegue la Resistenza in Emilia e Liguria. Lo arrestano quattro volte, quattro volte evade…

Esce dal conflitto col grado di Comandante Maggiore, accumulando tre Medaglie d’argento al valor militare, tre Croci al merito di guerra, una Onorificenza d’oro Usa: è il partigiano più decorato d’Italia.

Appesa al chiodo la divisa, Mario Fiorentini può finalmente dedicarsi alla sua grande passione matematica, «alla sua bellezza», in particolare all’algebra commutativa e alla geometria algebrica. Nel 1971, a 53 anni, diventa professore ordinario di Geometria superiore all’Università di Ferrara. In seguito non cesserà di diffondere nelle scuole l’amore per lo studio, collaborando anche con giovani artisti, scrivendo libri di «matemagica» col docente «giocologo» ed enigmista Ennio Peres per rendere amabile la materia da lui amata. L’ultimo gappista vive con la figlia e un nipote. Lucia se n’è andata nel 2015. Mario lo dice con sorriso mesto, ma anche con un sorriso: «Quando il ministro Taviani le consegnò la Medaglia d’argento al valore, pensò di avere di fronte “la vedova del decorato” ma Lucia lo corresse: “la decorata sono io”».

* Fonte: Damiano Tavoliere, il manifesto

Il nome di uno studente che un paio di mesi dopo avrebbe compiuto 25 anni sta scritto nel manifesto che gli attacchini del comune incollano sui muri romani all’inizio di marzo del 1944.

Il padre Mario era sceso da Genova il primo del mese di marzo alla ricerca del figlio.

Certamente era stato arrestato. Fa tappa prima a Pisa, poi Firenze, poi raggiunge Giulio Carlo Argan, il professore di Giorgio, che lo ospita nella sua casa a Roma.

Dà mandato a un avvocato per avere informazioni, prova anche col Vaticano. In questura non sanno niente e nemmeno al Viminale o a Regina Coeli.

Poi il 9 marzo appare il nome del figlio su quel manifesto. Fucilato insieme ad altri nove. «Tento di credere a un’omonimia, ma non ci riesco. Manca l’accento, ma è lui, è lui» scrive. Non Labo, ma Labò.

Con Argan si reca a Via Tasso, la palazzina dove i tedeschi torturano i partigiani. «La sentinella avvolta in nastri di cartucce, e con le bombe a mano negli stivali, mi dice che non c’è». Passano dal cimitero, ma «il direttore è uscito e non tornerà» gli dicono.

Così se ne tornano a casa col filobus 129. Il giorno dopo riesce a leggere un «verbalino», uno dei tanti che gli operai del comune stilavano per poter, alla fine della guerra, far riconoscere le tante salme di sconosciuti che erano stati fucilati dai nazifascisti. Mario si imbatte «in un cappotto scuro spigato, pull-over verde pisello e scarpe con la suola di gomma». Forse è la descrizione di suo figlio, ma non torna un particolare: baffetti castani. «Aveva più volte tentato di farseli crescere, ma si era fermato scontento».

Passa ancora un giorno e torna a Via Tasso.

Nella stanza «c’è un borghese ad una scrivania, e vicino a lui un soldato» e poi un ufficiale tedesco e un «gobbetto» che viene fatto uscire. «L’interprete mi dice “Un bel figlio avete tirato su! Volete sapere quel che faceva? Era sab-bo-ta-to-re”». Per quattro mesi aveva fabbricato bombe insieme a Giulio Cortini e a Gianfranco Mattei. Uno diventerà uno dei maggiori fisici italiani. L’altro è un chimico, assistente di Giulio Natta che nel ’63 gli dedicherà il premio Nobel. Anche Giorgio Labò è un promettente architetto.

In quei giorni di guerra continuava a parlare di architettura. «Si parlava di urbanistica» scrive Argan e di «città da ricostruire», luoghi nei quali «l’umanità disperata si riconosca guarita e felice».
Intanto l’interprete tira fuori da un cassetto un pacco di fotografie e un sacchetto. Consegna tutto all’ufficiale tedesco. Una cravatta, due penne, gli occhiali, due tessere con la fotografia. Prima di morire era riuscito a farsi crescere i baffi.

Questi fatti accadevano in un mese di marzo in tempo di guerra.

Sono passati tre quarti di secolo e ci troviamo a vivere un altro conflitto. Diverso, meno cruento forse, ma spiazzante. Giorgio Labò fabbrica bombe in un laboratorio accanto al Tevere, in Via Giulia 23/a, ma quando parla col suo professore pensa alle città da ricostruire, «al dovere morale della felicità umana», compito anche dell’architetto.

Quando ci discorrevi «si sarebbe detto che passasse le sue giornate in biblioteca, invece faceva le bombe per i G.a.p.».

E io penso alle dichiarazioni spiazzanti dei medici che passano giorni e notti a salvare le vite di chi è stato infettato dal parassita.

Ci dicono che muoiono soprattutto gli anziani. Muoiono i ragazzini degli anni ’40, quelli che hanno intravisto la guerra mondiale e il nazifascismo.

Quelli che hanno vissuto la ricostruzione e la nascita della democrazia, le battaglie per i diritti negli anni ’60 e ’70, quello che è successo subito dopo. Disgrazia nella disgrazia in queste settimane di Covid-19 è la perdita di chi può dare spessore a questo tempo schiacciato sul presente.

Compito dei medici e degli infermieri è curare e salvare le vite. Compito di tutti è responsabilizzarsi, restare a casa e arginare il contagio. Ma in questo spaesamento generale cerchiamo di salvare anche la memoria.

* Fonte: Ascanio Celestini, il manifesto

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