Storia & Memoria

Muraglie verdi. Giustizia e ambiente, diritti delle donne e presunto «debito» dell’Africa, disarmo e cultura. Le politiche ante litteram del buen vivir nelle parole e nei fatti concreti di un visionario

Avanza lenta tra mille intoppi la Grande Muraglia Verde, un serpentone alberato che snodandosi dalla Mauritania a Gibuti dovrebbe salvare dal deserto un bel pezzo d’Africa. Burkina Faso compreso. Lanciata dalla Comunità degli stati del Sahel e del Sahara nel 2005, viene definita un’iniziativa «pioneristica» su Wikipedia. Quindi il discorso ai «compagni forestali» che pubblichiamo qui dimostra come i 30 anni dall’assassinio del suo autore, che ricorrono oggi, siano passati invano.

E quanto in meglio avrebbe cambiato il mondo l’opera che Sankara riuscì solo ad abbozzare, lo si capisce anche da come quella sua visione organica ritorni oggi nelle pratiche di tanti movimenti di nuova concezione, alla convergenza tra più fronti, tra corpi e territori. Sapendo che la liberazione o sarà totale o non sarà.

Ambiente, disarmo, donne, il «debito» presunto, nuovi schiavismi e colonialismi finanziari, sovranità alimentare e cultura, molta cultura, soprattutto sonora e visionaria. Una politica “permaculturale”, in cui l’etica marxista è dinamizzata nel contesto, la «de-crescita» è per forza «felice» e la felicità un diritto. Tutto è ante litteram in Sankara, come forse lo fu solo in Amilcar Cabral, che in più era agronomo e poeta, ma non ebbe poi neanche quei quattro anni, dal 1983 al 1987, in cui il President du Faso guidò la rivoluzione pacifica scatenata nel «paese degli integri».

Il «Guevara africano». Rispetto al Che aveva meno esperienza e meno fiducia nelle armi. In compenso sapeva farci con la chitarra. La sua band si chiamava Tout-à-Coup Jazz e anche se lo dice il nome stesso – diffidare di Wikipedia – non suonava jazz. A noi interessa che mentre lui era un buon chitarrista, al servizio del tutto, il cantante, un certo Blaise Compaoré, narciso e malvagio come solo i cantanti a volte sanno essere, decise a un certo punto di uccidere il baricentro creativo della band e dunque la musica stessa. Seguono 27 anni di silenzio. E buio, malgrado le luci del Fespaco, il festival del cinema africano, sinistro bagliore del post-Sankara.

Oggi, dopo la rivolta popolare che ha cacciato Compaoré, il protagonismo civile di tanti burkinabè sembra sankarismo puro. E se anche le lotte dei Mapuche in Patagonia lo sono, allora sì che questo 15 ottobre è meno cupo dei precedenti.

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FONTE: Marco Boccitto, IL MANIFESTO

«Ero sul mio camion a Buenos Aires, presi il giornale all’alba: “Il Che è morto”, titolava. Lo seppi così». La fucilazione sugli altipiani sperduti della Bolivia di Ernesto Guevara detto il Che, il 9 ottobre del 1967, esattamente 50 anni fa, è un turning point . Perché è una sorta di Pasqua rivoluzionaria che anticipa la Resurrezione del 1968 e trasfigura il guerrigliero più celebre di tutti in un santino eternamente giovane.

Ma Juan Martín Guevara, il fratello più piccolo di Ernesto, classe 1943, una vita articolata, sindacalista, prigioniero politico, rappresentante di sigari Avana, non vuole sentir parlare di mitizzazioni cristologiche. Come si vede nel suo memoir appena uscito «Il Che, mio fratello» (Giunti), ritratto intimo in cui l’argentino scende appunto dall’Olimpo degli eroi e diventa uomo. E faceva dunque il camionista, Juan, il giorno del martirio guevarista: è dunque leggenda quella del Che borghese annoiato in cerca di distrazioni? «Sì, mio padre Ernesto senior fu sempre in cerca di fortuna e piuttosto assente. E mia madre Celia, donna rigorosa quanto umile. Di comodità in casa non ne abbiamo avute mai».

L’Ernesto junior di Juan è un ragazzo che sa sempre sorridere. «La grandiosa foto-icona di Alberto Korda non gli rende del tutto giustizia: è accigliato, ritratto in un giorno di lutto. Sapeva invece sdrammatizzare qualunque situazione». Ernesto diventa poi il Che (l’intercalare argentino con cui lo ribattezzarono per sempre i cubani) e si sottopone dunque al giudizio della storia. All’inizio lo dipingeranno come un Robespierre implacabile, quando comminerà numerose condanne a morte: «Me lo chiesero in Germania. Ribattei: cosa avrebbe dovuto fare con assassini e torturatori? Cosa avreste dovuto fare voi a Norimberga?». Poi lascerà Cuba per inseguire illusioni rivoluzionarie in Congo e, fatalmente, in Bolivia. Ma una volta morto, Ernesto diventerà una condanna per il fratello minore. Nel 1975 l’arresto in Argentina: Juan è sindacalista e soprattutto si chiama Guevara. Otto anni nelle carceri del regime militare: «In realtà il mio cognome sparì e divenni un numero, 445, completamente disumanizzato. E se lo scoprivano, il colmo era ricevere i complimenti degli aguzzini, “Che stratega tuo fratello, non fosse stato comunista…”». Ora invece, i complimenti Juan li riceve «dai ragazzini, perché mio fratello rimane punto di riferimento indiscutibile nella lotta contro le diseguaglianze sociali. Al netto di qualunque santino».

FONTE: Matteo Cruccu, CORRIERE DELLA SERA

Le testimonianze probabilmente avranno un peso nella riapertura del processo presso la Corte Europea di Strasburgo chiesto dal governo irlandese già nel 2014

Una vecchia ballata irlandese dal titolo Scapegoats («Capri espiatori») recita: «Ditemi che state terrorizzando la mia famiglia / Tenetemi sveglio per sei giorni e sei notti, confuso e in preda al panico / E nella notte scura e solitaria io vi giurerò che il nero è bianco / Se solo mi farete stendere e chiudere gli occhi / Firmerò qualunque cosa se mi concederete di chiudere gli occhi».

SIAMO ALLA FINE DEL 1974. Esplodono due pub a Birmingham, il Mulberry Bush e il Tavern in the Town. Fanno ventuno vittime e più di centottanta i feriti. Sei gli irlandesi arrestati e l’anno dopo condannati all’ergastolo. Nel 1991 vengono rilasciati, allorché un giudice stabilisce che la polizia aveva contraffatto le prove ed estorto le confessioni di quattro di loro con la tortura. Con forme di tortura al limite dell’umano. Pestaggi, violenze psicologiche, attacchi da parte di cani, e minacce credibilissime di esecuzioni sommarie in carcere.

Negli anni dei cosiddetti Troubles, ovvero il conflitto nordirlandese, sono tanti gli irlandesi a ritrovarsi nel luogo e nell’ora sbagliati. Spesso in carcere senza motivo, per via della legge sull’internamento senza processo, contro la quale tuttora si battono i repubblicani a Belfast e dintorni.La storia si ripete quasi identica lo stesso anno con i quattro di Guilford e con i Maguire Seven (vedi il film Nel nome del padre di Jim Sheridan), anch’essi tutti indiscriminatamente rilasciati dopo 15 e 16 anni di ingiusta carcerazione. A tutti loro dedica una ballata uno dei più grandi bardi irlandesi contemporanei, Shane MacGowan: «Ci sono sei uomini a Birmingham / e quattro a Guildford / Prelevati e torturati / E incastrati dalla legge / La feccia veniva promossa / E loro se ne stavano in carcere / Perché erano irlandesi nel posto sbagliato / E nel giorno sbagliato».

I METODI DELLE FORZE dell’ordine britanniche (o brutanniche, come direbbe Joyce che appunto coniò il termine brutish) erano ben noti, e furono stigmatizzati già nel 1978 come forme di tortura dalla Corte Europea per i Diritti Umani in un famoso caso Irlanda contro Regno Unito. Si trattava delle famigerate “cinque tecniche”, ovvero la privazione del sonno, la privazione del cibo e dell’acqua, la costrizione ad assumere posizioni innaturali come stare a lungo in piedi a braccia aperte e gambe divaricate e in punta di piedi, l’obbligo a portare un cappuccio nero per tutto il tempo della detenzione con l’esclusione dell’interrogatorio, e l’esser sottoposti a rumori o ronzii continui quando in cella.

Si tratta di tecniche definite dalla corte degradanti perché conducono a sentimenti di angoscia e a umiliazione. E in tutti i casi fu accertato che furono protocolli autorizzati ai più alti livelli dello Stato Britannico.

Come sappiamo oggi, anche grazie all’opera di instancabile testimonianza di personaggi chiave come Raymond Murray, cappellano del carcere femminile di Armagh, e Denis Faul, cappellano di Long Kesh (il carcere in cui morirono Bobby Sands e compagni), le torture non si limitarono a quelle cinque modalità.

ALLA FINE DI GIUGNO, durante una conferenza stampa organizzata a Londra dal famoso studio di avvocati del Matrix Chambers, in collaborazione con il Pat Finucane Centre di Belfast (Pat era un avvocato specializzato nella difesa dei diritti umani, ucciso dai paramilitari lealisti in collusione con i servizi segreti britannici nel 1989), sono state rese note dichiarazioni, testimonianze e prove di ulteriori forme di tortura praticate normalmente dai britannici sui sospetti sommariamente internati. Queste includevano il waterboarding, ovvero la simulazione dell’annegamento, abusi di tipo sessuale, e l’elettroshock.

Le rivelazioni erano state anticipate dai media britannici a febbraio, quando si era parlato di accuse, mosse ai paracadutisti, di aver praticato il waterboarding con due irlandesi, mentre del tutto era a conoscenza l’allora primo ministro Edward Heath, premier tra il 1970 e il 1974.

Erano i primi anni, i più violenti, dei Troubles, e fu Heath a introdurre l’internamento in Irlanda del Nord. Nel dicembre del 1974 l’Ira provò a fargliela pagare, ma l’attentato nella sua casa a Belgravia, nel centro di Londra, fallì per un errore di calcolo del momento del suo rientro.

Alla conferenza stampa di Londra ha partecipato in qualità di lettore anche il grande attore irlandese Stephen Rea, il quale ha letto assieme ad altri le dichiarazioni di ragazzi giovanissimi, prelevati senza indizi sufficienti dalle loro case o dall’università e sottoposti a sevizie di ogni tipo.

Dichiarazioni simili sono state fatte anche da minorenni, come è il caso di un diciassettenne di Cork sottoposto ripetutamente allo stesso tipo di tortura, ogni volta che riprendeva i sensi dopo essere svenuto.È il caso di uno studente della Queen’s University di Belfast – nel 1978 aveva vent’anni – che ha rilasciato questa dichiarazione: «Un detective mi ha preso per la gamba destra, un altro per la gamba sinistra, uno per il braccio sinistro, e un altro per quello destro. Fermo a terra in questa posizione, mi hanno afferrato per i genitali e per la gola e sollevato da terra per poi buttarmi sopra un tavolo diverse volte. Mi hanno legato le mani e i piedi e messo un asciugamano dal colore chiaro sulla testa perché non ci vedessi. Poi un altro asciugamano me l’hanno legato attorno al collo per soffocarmi. Con questo legato attorno alla faccia, hanno preso a versarmi acqua giù per la gola e per il naso, ed ebbi la sensazione di annegare».

GLI ORGANIZZATORI hanno detto di essere in possesso di almeno mezza dozzina di casi provati di waterboarding, che probabilmente avranno un peso nella riapertura del processo presso la Corte Europea di Strasburgo chiesto dal governo irlandese già nel 2014. E lo avranno anche più in generale nelle relazioni tra Irlanda e Gran Bretagna nel presente momento storico, in cui alle tensioni per il ristabilimento del confine tra le due Irlande, si sommano quelle dovute all’asse tra i conservatori inglesi e gli unionisti del Dup. È un accordo basato infatti in gran parte sulla promessa dei primi di alleggerire la pressione sui militari britannici e sui poliziotti nordirlandesi accusati di crimini perpetrati durante i Troubles.

FONTE: Giulia Sbarigia, IL MANIFESTO

Giunto alla sua tredicesima edizione, il festival «Fino al cuore della rivolta» prende il via oggi per concludersi il primo di agosto. Ancora una volta l’impegno e la tenacia dell’associazione toscana Archivi della Resistenza sono lodevoli e riescono a dare vita alle giornate estive di Fosdinovo (in provincia di Massa-Carrara).

GLI APPUNTAMENTI, come sempre numerosi, si dipaneranno tra musica, dibattiti, teatro e poesia nella splendida cornice del Museo audiovisivo della Resistenza. Oltre alle presenze affezionate al festival (tra gli altri Bobo Rondelli, Ascanio Celestini, Alessio Lega, Yo Yo Mundi), alcune nuove e molto attese: per esempio Giorgio Canali e la band Rossofuoco per la presentazione dell’album Perle ai porci. Un’ospite di eccezione, per grazia e sapienza vocale, è poi Mara Redeghieri, la storica cantante degli Ustmamò che lunedì presenterà il suo primo album da solista, Recidiva. Per la prima volta a Fosdinovo, insieme alla cantante spagnola Ángeles Aguado López, anche Alfio Antico con un concerto per voce, tamburi e contrabbasso. Maurizio Maggiani e Tano D’Amico dialogheranno tra letteratura e fotografia mentre saranno dello storico Angelo D’Orsi gli editoriali dal palco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’evento certamente più rilevante è l’incontro di domani con José Almudéver Mateu, per un’anteprima nazionale che concerne la presentazione della traduzione italiana delle sue memorie La Repubblica tradita. Memorie di un miliziano e brigatista internazionale alla Guerra di Spagna (in libreria dall’autunno per le edizioni Ets). Classe 1919, José Almudéver Mateu, è stato volontario dell’Esercito Repubblicano e delle Brigate Internazionali ed è uno dei pochissimi sopravvissuti di quella esperienza.

PUBBLICATO per la prima volta in Spagna tre anni fa dall’Agrupació d’Estudis Locals «El Castell» de Alcàsser, il volume è un lavoro articolato che l’autore ha composto lungo una vita intera, apparecchiandolo per la stampa negli anni Ottanta (immaginando tuttavia di poterne consegnare l’esito solo ai propri figli e nipoti).
Ora, grazie alla collaborazione dell’Associazione Italiana dei Combattenti Volontari Antifascisti, Archivi della Resistenza e le edizioni Ets (che inaugurano la collana Verba manent. Racconti di vita e storie orali) si potrà leggere – e ascoltare dalla viva voce del protagonista ospite a Fosdinovo – un pezzo fondamentale della storia del Novecento.
Del resto non c’è da stupirsi di tanta acuta attenzione verso il portato storico-politico e militante di una presenza come quella di Almudéver. «Fino al cuore della rivolta», a cui auguriamo lunga vita, ci abitua sempre ad appuntamenti annuali imperdibili.

FONTE: Alessandra Pigliaru, IL MANIFESTO

Il rischio più grande è quello di una lenta agonia. Esordisce così Guido Vaglio, direttore del Museo Diffuso della Resistenza di Torino. Da un paio di settimane, intorno al museo, si sono diffuse voci di una possibile chiusura, cui sono subito seguiti appelli, firmati, tra gli altri, da Gustavo Zagreblesky, Marco Revelli, Aldo Agosti, Luciano Violante. Il perché, almeno in apparenza, sembra rientrare in un copione ormai classico quando ha come soggetto le istituzioni culturali e la cultura in generale. Sopra ogni altra cosa i contributi pubblici, puntualmente in ritardo e progressivamente tagliati. Ma nello specifico, altri problemi complicano il quadro.

IL MUSEO, allestito in uno dei due palazzi dei quartieri Militari progettati a inizi Settecento da Filippo Juvarra, apre i battenti nel 2003 su iniziativa del comune. Nel 2006 nasce un’associazione di cui fanno parte comune, provincia, regione, Istituto Storico della Resistenza e Archivio Cinematografico della Resistenza. Il finanziamento istituzionale annuo erogato ammonta a cento e sessantamila euro, ai quali si sommano affitto e utenze gratuiti, accanto a ottantamila euro dalla Compagnia di San Paolo. Ad aprile 2016 viene inaugurato, nel secondo palazzo dei Quartieri, il Polo del Novecento, che raduna diciannove realtà, tra di esse l’Anpi, L’Istituto Gramsci, il Centro Piero Gobetti. Restauri e lavori sono finanziati per intero dalla Compagnia. Si volatilizzano, di conseguenza, gli ottantamila euro destinati al museo. Tagli e ritardi (la Regione è debitrice delle quote 2015 e 2016) hanno portato i conti in rosso, fino a esaurire il fido bancario e a mettere a repentaglio gli stipendi dei dipendenti. Questo nonostante l’intervento della giunta Appendino, pochi giorni fa. Ma, afferma Vaglio, le difficoltà non sono solo di carattere economico: «Abbiamo posto ai soci fondatori il problema del mandato politico che il museo ha. Vorremmo che si pronunciassero sui progetti di sviluppo. L’attuale mancanza della piena operatività del Polo del Novecento ha determinato una situazione di stallo, che ricade anche su di noi. Infine, c’è un problema di sovrapposizione di ruolo e funzioni». Intanto, al museo sono stati tolti lo spazio per le mostre temporanee e la sala conferenze, poiché queste attività sono divenute prerogative del Polo.

ESISTE UNA VIA D’USCITA? «La proposta, per altro concordata con Comune e Regione, sarebbe di una nostra integrazione all’interno del progetto globale. Nonostante il pubblico via libera e le promesse del Polo di convocare un tavolo di confronto politico e tecnico, tutto è fermo».

Stanno invece facendo qualcosa di concreto i torinesi. La sottoscrizione lanciata dal museo sul web ha raccolto in brevissimo tempo dodicimila euro. Un segnale forte di solidarietà, un no deciso alla chiusura di un luogo che difende memorie sempre più fragili. Evocate ormai soltanto nella retorica delle cerimonie da calendario.

FONTE: Luciano del Sette, IL MANIFESTO

Negli ultimi anni, la storiografia sulla Resistenza si è arricchita di una quantità di approcci nuovi: la soggettività, la moralità, la memoria, la resistenza non armata, il «maternage di massa»… Tutte cose belle e necessarie a capire meglio una fase fondante della nostra identità, ma col rischio anche di scordarci che tutto questo faceva perno sulla realtà cruciale di una Resistenza come fatto politico e militare.
Il libro di Davide Conti – Guerriglia partigiana a Roma. Gap comunisti, Gap socialisti e Sac azioniste nella Capitale 1943-44 (Odradek, pp. 405, euro 30) aiuta riprendere contatto con questa realtà senza la quale rischiamo di non capire tutto il resto.

Costruito sulla base di una vastissima documentazione archivista e di fonti a stampa, in gran parte inedita come i fondi Bentivegna e Fiorentini nell’Archivio storico del Senato (una documentazione talmente capillare da non far rimpiangere troppo il fatto che Conti non abbia tenuto in considerazione il ricchissimo repertorio di fonti orali ormai da più parti accumulato e, per tanti altri versanti, imprescindibile), il libro si può leggere anche come un definitivo dettagliato e puntuale repertorio di azioni e di nomi, che restituiscono il senso della continuità quotidiana della lotta armata a Roma e della molteplicità dei suoi protagonisti (Conti peraltro sceglie programmaticamente di occuparsi delle tre organizzazioni politico-militari facenti capo al Cln, disegnando un quadro a cui andrà poi aggiunto, per esempio, il ruolo di Bandiera Rossa e altre organizzazioni minori).

MA TRATTARE questo libro come una specie di omerico «catalogo delle navi» non sarebbe rendergli giustizia. Un libro di storia non è solo cronologia di eventi e repertorio di nomi, ma anche uno sforzo di interpretazione e di costruzione di senso. Da questo punto di vista, possiamo fare alcuni esempi significativi, in cui Conti si misura con problematiche storiografiche e politiche cruciali. In primo luogo, Conti rivendica l’importanza militare della Resistenza. Ascolta e prende atto delle interpretazioni che attribuiscono alla lotta partigiana un ruolo essenzialmente «simbolico» e di recupero della dignità nazionale, ma ne mostra chiamante l’insufficienza. Per tutti i nove mesi dell’occupazione tedesca (altro che «città aperta»: Conti ricorda i duemila carabinieri deportati a ottobre, i 1024 ebrei del 15 ottobre – a cui andrebbero aggiunge le centinaia successive – le fucilazioni a Forte Bravetta, la deportazione del Quadraro, le stragi di Pietralata, Ardeatine, La Storta… ): Roma è «terreno urbano di lotta armata» che impegna i nazisti su un ampio territorio alle spalle del fronte; la guerriglia contesta la legittimità dell’occupazione e il monopolio nazifascista della forza generando «un nuovo e nascente contropotere politico-militare opposto alle forze nazifasciste», intreccia le sue azioni con il ruolo e le esigenze delle forze alleate ad Anzio e Cassino.

TUTTAVIA LA GUERRIGLIA, dimostra Conti, è a sua volta un’articolazione della politica. Non solo perché è politica la scelta della lotta armata ed è politica la sensibilità dei suoi protagonisti (bella la citazione dall’autobiografia di Bentivegna sulla crescente consapevolezza del rapporto col partito), ma perché le due dimensioni si definiscono a vicenda.
È proprio nell’intreccio fra una scelta politica e una militare che sta, per esempio, la specificità dell’azione del Partito comunista: guida della lotta armata come rifiuto dell’attendismo delle forze moderate del Cln da un lato; sospensione della pregiudiziale politica antimonarchica posta da socialisti e azionisti dall’altro. La radicalità della lotta armata è dunque un’articolazione dell’«atteggiamento prudenziale» del partito sul piano politico-istituzionale, l’una e l’altro si sostengono reciprocamente.

Sottolineando l’importanza militare della Resistenza romana, Conti riconosce che tuttavia essa non raggiunse lo sbocco naturale dell’insurrezione popolare, sia per la specificità del contesto della città di Roma, sia per propri «limiti». Tra questi, l’autore sottolinea – a proposito soprattutto dei Gap centrali – quello di una «peculiare identità sociale». Un poco – direi – perché la spinta alla ribellione antifascista e antinazista di tanti giovani è in gran parte morale, culturale, persino estetica; e un poco anche per precise scelte politiche («Il partito ci disse di stare alla larga dagli ambienti popolari perché erano infiltrati», ricordava Aldo Natoli, che infatti non aveva mai conosciuto un operaio o un contadino finché non si trovò con loro in carcere). Ne deriva, da un lato quella forza morale che permette ai gappisti, caduti nelle mani della polizia, di resistere agli interrogatori e alle torture senza fare nomi, salvando i loro compagni (se Salinari avesse parlato, dice qui Maria Teresa Regard, lei non sarebbe uscita viva da via Tasso). Ma non aver saputo «tenere frammisti gli elementi intellettuali e quelli proletari» (come scrive Franco Calamandrei), comporta anche i limiti dell’«assenza di una totale clandestinità» e di una condotta che Calamandrei chiama «dilettantesca» di alcune azioni.

Il tradimento di Guido Blasi, uno dei pochi elementi popolari attivi nei Gap, diventa allora non solo una caduta personale che finisce per scompaginare tutta l’organizzazione, ma la spia di un rapporto fra gruppi dirigenti e base popolare che resterà irrisolto nei decenni del dopoguerra (e che è del tutto scomparso dall’agenda politica delle ex sinistre oggi).

L’ESTRAZIONE SOCIALE della maggioranza dei combattenti dà forma anche al loro problematico rapporto con la lotta armata. Anche se Conti non si occupa della soggettività, dei sentimenti e delle storie personali dei combattenti, tuttavia sa molto bene che il rapporto con la violenza è anche una questione politica. La profonda differenza politica della Resistenza sta infine nel fatto che la maggioranza dei suoi protagonisti rifiuta di vedere il nemico , persino i nazisti, come il «male assoluto». «Anche il nemico è un uomo», mi disse una volta la partigiana Lucia Ottobrini, ricordando con autentico dolore i giovani tedeschi che lei stessa aveva fatto saltare in aria sotto Tivoli.

Così, Conti cita fin dall’introduzione le riflessioni di Rosario Bentivegna sulla capacità di vedere i fascisti come nemici ma anche come «uomini che una diversa serie di eventi avrebbe potuto portare nel mio campo» (Bentivegna). Riconoscere l’umanità del nemico significa non perdere la propria; notando nei partigiani la «separazione fra piano etico personale e dimensione collettiva della guerra totale», Conti ci ricorda che comunque il piano etico non è mai fuori della coscienza dei combattenti.

D’ALTRONDE, QUESTA tensione fra etica e violenza non è uno specifico della Resistenza ma riguarda tutti gli esseri umani in guerra – penso alle meravigliose pagine sulla prima guerra mondiale di Terra matta in cui Vincenzo Rabito, militare di leva, racconta nel suo straordinario italiano alternativo di essersi trasformato in un «carnefice», un «cane vasto»: «in quello momento descraziato non erimo cristiane, ma erimo diventate tutte macillaie». Ai partigiani questo non succede: non cercano mai il facile alibi di dire che obbedivano agli ordini. Non erano pedine mosse da altri – né macellai, né carne da macello – ma agenti storici sempre in prima persona responsabili di quello che facevano, sorretti da una solida consapevolezza culturale.

«Io a via Rasella c’ero e ci sono ancora», diceva e scrive Rosario Bentivegna. Orgoglioso e tutt’altro che pentito, non ha tuttavia mai smesso di interrogarsi. Sta in questa complessità non solo il messaggio morale della Resistenza, ma anche il suo significato politico per un’Italia che la moralità nella politica sembra averla persa di vista.

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Grazie a una straordinaria combinazione di stupidità, meschinità e arroganza, stiamo riuscendo a realizzare quello che non era riuscito a Berlusconi: cancellare il 25 aprile.

Io trovo stupida e settaria la pretesa di impedire la presenza delle bandiere della Brigata Ebraica. La Resistenza, la guerra di liberazione, l’antifascismo sono state realtà complesse e molto diversificate. La Brigata ebraica, corpo militare inquadrato nell’esercito inglese, non è la stessa cosa della Brigata Garibaldi, ma nel ’44 nel fronte contro i nazisti c’era; non è giusto dimenticarselo, ed è sciocco settarismo farne occasione di scontro in un momento che dovrebbe invece sancire la capacità della democrazia antifascista di far convivere differenze e  contrasti senza trasformarli in violenza.

Trovo arrogante la pretesa di impedire la presenza delle bandiere palestinesi, curde, e di altri popoli sotto occupazione militare. Il 25 aprile non è solo la commemorazione di eventi di tre quarti di secoli fa, ma dovrebbe essere la riaffermazione dei valori di libertà, partecipazione democratica, civile convivenza, nel mondo di oggi.

Antifascismo oggi significa lotta contro razzismi, discriminazioni, violenze, e non c’è dubbio che queste cose oggi in Palestina, in Kurdistan, e magari in South Dakota, continuano ad accadere. Pretendere di non parlarne significa ridurre il 25 aprile a una mesta e insignificante rievocazione di glorie passate.

Trovo inevitabilmente ambigua la relazione che in questo contesto viene istituita fra Brigata Ebraica e stato di Israele. La comunità ebraica e le sue espressioni sono una sacrosanta componente della democrazia italiana, non un’emanazione di Israele. Al tempo stesso, un legame se non altro emozionale con lo stato ebraico esiste ed è giusto e logico che sia così. Allora sarebbe bene che chi manifesta in nome dei palestinesi si assicurasse di non essere avvicinato da venature di antisemitismo, che dell’antifascismo è proprio il contrario (e di cui comunque non si possono certo accusare gruppi come gli «Ebrei contro l’occupazione», da sempre impegnati per una soluzione democratica del conflitto). E sarebbe utile se chi manifesta sotto le bandiere bianco azzurre della Brigata Ebraica si domandasse in che misura Israele oggi somiglia a ciò per cui lottavano i combattenti ebrei di allora.

Trovo meschino e arrogante lo slogan per cui «l’Anpi non rappresenta i veri partigiani» e la trovata del Pd di tirarsi fuori. Non c’è dubbio che per ovvi motivi generazionali l’Anpi, come le altre associazioni nate della Resistenza, stia attraversando una complicata fase di trasformazione. Ma la pretesa di delegittimarla perché i «veri» partigiani sarebbero altri è sia arrogante – chi sono i veri partigiani non lo decide nessuno – sia meschina perché non è altro che la piccola vendetta del Pd per la posizione presa dall’Anpi nel referendum del 4 dicembre (purtroppo fa eco a questo slogan anche la Comunità ebraica romana. Ma neanche quelli che innalzano le bandiere della Brigata Ebraica sono i combattenti del ’44).

Molti anni fa, su iniziativa di questo giornale, partimmo in migliaia sotto la pioggia per andare a Milano a dire a Berlusconi, Fini e Bossi che l’antifascismo era vivo. Oggi a Milano sfilano i neonazisti. Chissà dove stanno i «veri» partigiani.

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Dopo il suo ultimo Ninna Nanna Prigioniera, documentario che raccontava l’esperienza della maternità in carcere, l’interesse di Rossella Schillaci per la differenza femminile non si acquieta. Ne dà conto la sua filmografia, puntellata da figure di donne o luoghi in cui se ne possono variamente incontrare i vissuti, anche quando scomodi.

Capace di restituire una quotidianità intima e partecipata, il suo Libere è dedicato alla Resistenza come spazio storico-politico di insorgenza in cui le donne hanno agito un protagonismo cruciale. La ricorrenza del 25 aprile alle porte non è casuale; si tratta infatti di un film di montaggio in cui la regista si è servita proprio dei materiali presenti all’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza; tra giornali dell’epoca, veline, sequenze di girati amatoriali, fino ad arrivare ai biglietti privati e alle minute, emergono le voci imponenti di Joyce Lussu, Ada Gobetti, Bianca Guidetti Serra e Giuliana Gadola Beltrami, partigiane che hanno cercato di avviare a proprio modo il processo di emancipazione all’interno del movimento antifascista.

Il tema non può essere approcciato in generale, bisognerebbe invece soffermarsi sulle fasi e i contesti in cui le donne sono state coinvolte, basterebbe leggere i tanti libri sull’argomento, come quelli della storica Anna Bravo per scoprire che la lotta in cui sono state impegnate le donne durante la resistenza era anzitutto civile ma non rifiutava una costellazione più ampia: dallo scontro armato all’approvvigionamento e collegamento, dalla stampa e propaganda al lavoro più vasto della informazione; e ancora dal Soccorso rosso ai Gruppi di Difesa della Donna.

Il lavoro i Rossella Schillaci ha comportato anni di studio in Archivio, per assemblare poi un materiale che individua – oltre ai temi – delle biografie di eccezione. Attiviste (Gobetti e Lussu furono insignite con la medaglia d’argento al valor militare), tutte scrittrici finissime, si pongono come testimoni che hanno combattuto per rivendicare diritti e autonomia, nel lavoro e in famiglia; e che praticavano la sessualità in assenza di sensi di colpa.

La traiettoria su cui si muove la regista risulta allora importante, oltre che utile da un punto di vista didattico. Certo, maggiore cautela dovrebbe essere utilizzata quando si convocano le categorie di «emancipazione» e «libertà femminile» come se una fosse conseguente all’altra, o addirittura equivalente. Altrettanto dicasi del malinteso che a volte può generarsi tra «femminile» e «femminista»; forse è vero che i termini possono alludersi a vicenda come assumere diverse accezioni – secondo le personali formazioni teoriche e politiche – ma c’è un punto incontrovertibile a ogni latitudine: la biologia non è un destino, dunque dire «femminile» non significa necessariamente dire «femminista».

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Berufsverbot. Banditi dal mondo del lavoro oppositori ed ebrei già durante il nazismo, nel 1972 Willy Brandt firma il decreto contro i politici

In Germania è ormai patrimonio comune che il riconoscimento della responsabilità per il genocidio degli ebrei europei e per le altre persecuzioni di massa, ai danni di rom, portatori di handicap, omosessuali e oppositori politici, sia un tratto identificativo della Repubblica federale. Il dovere della memoria riaffermato ogni 27 gennaio è considerato quintessenza della cittadinanza costituzionale tedesca. A contestare questo «consenso repubblicano» è, non a caso, la destra xenofoba di Alternative für Deutschland, che vorrebbe invece liberare il Paese dal «senso di colpa» per i crimini nazisti, riabilitando un senso di «orgoglio nazionale» a lungo mortificato. Il passato è presente, dunque. È materiale immediatamente politico, su cui si discute e lotta: vale per tutti i Paesi, ma vale in particolare per la Germania, dove per indicare l’elaborazione del passato esiste una parola specifica del vocabolario, Vergangenheitsbewältigung.
IL 28 GENNAIO
Uno scherzo del calendario fa sì che nel giorno successivo a quello dedicato alla memoria della Shoah cada una «ricorrenza» che invece la Germania istituzionale sembra voler dimenticare: il 28 gennaio di 45 anni fa venne approvato il cosiddetto Berufsverbot, cioè il divieto di lavorare come dipendenti dello stato applicato a tutte le persone considerate «nemiche dell’ordinamento costituzionale liberal-democratico». Frutto di un accordo fra tutti i Länder e il governo dell’allora Germania ovest, guidato dal cancelliere socialdemocratico Willy Brandt, non si trattò di una vera e propria legge, ma di una misura amministrativa adottata dai ministri degli interni degli stati-regione con il beneplacito dell’esecutivo federale di Bonn: nome ufficiale, «Ordinanza circolare sull’impiego di persone di destra e sinistra radicale nella pubblica amministrazione». Nome bugiardo, perché in realtà riguardò solo l’estrema sinistra. L’ideologia di stato giustificava la «difesa dell’ordine liberal-democratico» con il precedente della Repubblica di Weimar, ma nella realtà si trattava di reprimere il dissenso scoppiato con i moti studenteschi. La propaganda più becera rullava i tamburi: «Non vogliamo l’indottrinamento marxista per i nostri figli».
I LICENZIAMENTI
Per finire nel mirino era sufficiente essere iscritto a uno dei partiti dell’opposizione extraparlamentare (come la Dkp, Deutsche Kommunistische Partei, o il maoista Kbw, Kommunistischer Bund Westdeutchlands), o comunque militare in movimenti riconducibili alla matrice sessantottina. Il risultato fu che da quel 1972 circa duemila tedeschi si videro negare il posto di lavoro a cui aspiravano, in particolare quello di insegnante, e oltre duecento vennero licenziati. Senza contare il numero impossibile da quantificare di tutti coloro che, alla luce di questa normativa, rinunciarono in partenza a fare domanda d’impiego nelle scuole, nei comuni, nei ministeri.Una vicenda certamente meno drammatica di stermini e persecuzioni, ma non per questo meritevole di oblio. Una ferita ancora aperta nella vita di molti, ma anche una ferita nella coscienza democratica tedesca. La rielaborazione critica del Berufsverbot, non più in vigore – in quella forma – dal 1991, è ancora lungi dall’essere compiuta. Solo alcuni Länder hanno, negli ultimi anni, dato vita a commissioni per la riabilitazione degli ex «nemici dello stato» cui negli anni Settanta e Ottanta venne impedito di fare il lavoro che desideravano.
DISCRIMINAZIONI
Una palese violazione della stessa Costituzione tedesca del 1949, che vieta le discriminazioni sulla base delle idee politiche (articolo 3), protegge la libertà di pensiero (articolo 5), e garantisce la libera scelta della propria professione (articolo 12). Se ne rese conto, più tardi, lo stesso ex cancelliere Brandt, che definì quell’ordinanza il più grave errore politico della sua carriera. Ma in quei turbolenti anni Settanta la classe dirigente della Germania ovest, Brandt compreso, non mostrò incertezze: ogni mezzo era consentito per arginare il contagio comunista. C’era la guerra fredda, malgrado la politica di distensione condotta dal governo socialdemocratico-liberale (la Ostpolitik), e aveva fatto il suo clamoroso ingresso in scena la lotta armata della Raf di Ulrike Meinhof e Andreas Baader.
Le biografie di chi allora si ergeva a difensore della democrazia dal pericolo rosso aiutano a capire come il Berufsverbot sia stato possibile. Uno dei suoi principali fautori fu Hans Filbinger, governatore democristiano del Baden-Württemberg tra il 1966 e il 1978: prima di rifarsi una verginità nella Cdu fu membro del Partito nazista e giovane giudice militare negli ultimi due anni di guerra, responsabile di diverse condanne a morte. E a stabilire che la circolare anti-estremisti fosse legittima fu una sentenza della Corte costituzionale redatta da Willi Geiger, anch’egli con un significativo passato: con la tessera del partito di Hitler in tasca, nel 1941 dedicò la sua tesi di dottorato al Berufsverbot che escluse gli ebrei dalla professione di giornalista («Il provvedimento ha di colpo eliminato l’influsso, potente e dannoso per la nazione, che la razza ebraica aveva sulla stampa»). Per difendere la legittimità della norma antisemita, l’allora giovane giurista nazista assimilò il mestiere di giornalista a quello di funzionario pubblico, affermando che in entrambi i casi fosse diritto dello stato pretendere fedeltà. La stessa logica che applicò nella sentenza che scrisse trentaquattro anni dopo, divenuto nel frattempo un «difensore della Costituzione».
Le vittime della caccia alle streghe non rimasero ovviamente a guardare. La lotta contro il divieto di diventare dipendenti pubblici, di fatto la proibizione di diventare insegnanti, animò la sinistra extraparlamentare tedesco-occidentale ed ebbe vasta eco anche fuori dai confini: in Francia, ad esempio, levò la propria voce contro il Berufsverbot anche il futuro presidente socialista François Mitterrand, irritando non poco il gruppo dirigente della Spd. Si dovette però attendere la caduta del Muro perché l’ordinanza non avesse più validità.
HEIDELBERG
Le discriminazioni, tuttavia, non cessarono del tutto: alcuni Länder mantennero regolamenti più blandi, ma che di fatto continuavano a porre ostacoli nei confronti di attivisti sgraditi al potere. Ancora nel 2004 un militante dell’area autonoma di Heidelberg, Michael Csaszkóczy, si vide negare un posto da docente in una scuola pubblica. Ne nacque una controversia legale che terminò tre anni dopo con la vittoria dell’aspirante professore, e con la fine, forse, della pratica del Berufsverbot per i «nemici dello stato». Ma se non può più escludere un comunista dal pubblico impiego, la Germania di oggi non sembra disposta a rinunciare del tutto alla prussiana «lealtà di corpo» da parte dei propri funzionari: incredibile ma vero, le leggi tedesche negano a chi è di ruolo nella pubblica amministrazione, insegnanti compresi, il diritto di sciopero. E a tanti, troppi, sembra assolutamente normale.

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“Certo che bisogna tornare sulle foibe, ogni volta, ogni anno”. A dieci anni esatti dall’istituzione del Giorno del Ricordo, il bilancio di Predrag Matvejevic è ancora una volta critico e insiste a “ricordare tutti i ricordi”. Nel 2004 un’iniziativa revisionista storica della destra post-fascista, riciclata e diventata di governo ed elettoralmente candidabile grazie a Silvio Berlusconi, portò a buon fine la sua battaglia negazionista del passato di crimini italiani nell’ex Jugoslavia. Centrando l’obiettivo di ridurre la prospettiva all’ultimo, infausto periodo, delle responsabilità slave. A questo punto di vista tutto l’arco costituzionale s’inchinò. Favorendo negli anni processi cosiddetti culturali – fiction, cerimonie, opere teatrali – di rimozione della verità storica. Su questo abbiamo voluto ancora una volta ascoltare per i lettori del manifesto il grande scrittore dell’asilo e dell’esilio, l’autore di Breviario mediterraneo – per citare solo una delle sue opere – che ama ancora definirsi jugoslavo. “A proposito di storia, che vergogna che qui, in Croazia, la Chiesa che ha così gravi responsabilità nella connivenza con il nazifascismo e con l’ideologia ustascia, abbia praticamente disertato due settimane fa le celebrazioni del Giorno della Memoria” ci dichiara subito Predrag Marvejevic.
D. Sono passati dieci anni dall’istituzione di questa Giornata da parte delle istituzioni italiane, che ha sempre visto la protesta dei nostri storici democratici. Che bilancio va fatto?
R. Intanto che non bisogna smettere di raccontare la verità. André Gide diceva: “Bisogna ripetere…nessuno ascolta”. Ognuno, soprattutto in questa epoca sembra chiuso nella propria sordità. Il bilancio non è positivo, se a celebrare il Giorno della memoria alla Risiera di San Sabba, il lager nazista al confine tra due popoli, accorrono anche post-fascisti abili a cancellare i crimini del fascismo italiano nelle terre slave. E ogni anno abbondano fiction e rappresentazioni che invece di raccontare il pathos collettivo che riguarda almeno due popoli, riducono tutto, nella forma e nei contenuti, alla sola tragedia delle vittime italiane. Ho scritto sulle vittime delle foibe anni fa in ex Jugoslavia, quando se ne parlava poco in Italia. Ero criticato. Ho avuto modo di sostenere gli esuli italiani dell’Istria e della Dalmazia (detti “esodati”). L’ho fatto prima e dopo aver lasciato il mio paese natio e scelto, a Roma, una via “fra asilo ed esilio”. Continuo anche ora che sono ritornato a Zagabria. Condivido il cordoglio italiano, nazionale e umano, per le vittime innocenti. Credevo comunque che le polemiche su questa tragedia, spesso unilaterali e tendenziose, fossero finite. Invece si ripetono ogni anno, sempre più strumentalizzate.
D. C’è qualche episodio particolare di strumentalizzazione che ricorda?
R. Voglio ricordare il caso del 2008 dello scrittore di confine, il grande Boris Pahor. Ecco uno scrittore che ha fatto della coralità del dolore la sua materia, e infatti ha raccontato la tragedia dei crimini commessi dai fascisti in terra slava e il lascito di odio rimasto. Di fronte all’onorificenza che nel gli offriva il presidente della repubblica Giorgio Napolitano, insorse dichiarando che avrebbe detto no, l’avrebbe rifiutata, se dalla presidenza italiana non arrivava una chiara presa di posizione contro i silenzi sugli eccidi perpetrati da Mussolini.
D. Che cosa fu in realtà il crimine delle Foibe?
R. Sì, le foibe sono un crimine grave. Sì, la stragrande maggioranza di queste vittime furono proprio gli italiani. Ma per la dignità di un dolore corale bisogna dire che questo delitto è stato preparato e anticipato anche da altri, che non sono sempre meno colpevoli degli esecutori dell’ “infoibamento”.
La tragica vicenda è infatti cominciata prima, non lontano dai luoghi dove sono stati poi compiuti quei crimini atroci. Il 20 settembre 1920 Mussolini tiene un discorso a Pola (non certo casuale la scelta della località). E dichiara: “Per realizzare il sogno mediterraneo bisogna che l’Adriatico, che è un nostro golfo, sia in mani nostre; di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara”. Ecco come entra in scena il razzismo, accompagnato dalla “pulizia etnica”. Gli slavi perdono il diritto che prima, al tempo dell’Austria, avevano, di servirsi della loro lingua nella scuola e sulla stampa, il diritto della predica in chiesa e persino quello della scritta sulla lapide nei cimiteri. Si cambiano massicciamente i loro nomi, si cancellano le origini, si emigra…
Ed è appunto in un contesto del genere che si sente pronunciare, forse per la prima volta, la minaccia della “foiba”. E’ il ministro fascista dei Lavori pubblici Giuseppe Caboldi Gigli, che si era affibbiato da solo il nome vittorioso di “Giulio Italico”, a scrivere già nel 1927: “La musa istriana ha chiamato Foiba degno posto di sepoltura per chi nella provincia d’Istria minaccia le caratteristiche nazionali dell’Istria” (da “Gerarchia”, IX, 1927). Affermazione alla quale lo stesso ministro aggiungerà anche i versi di una canzonetta dialettale già in giro: “A Pola xe l’Arena, La Foiba xe a Pisin”, che ha fatto bene a ricordare su Il Manifesto nei giorni scorsi Giacomo Scotti nel suo saggio.
Le foibe sono dunque un’invenzione fascista. E dalla teoria si è passati alla pratica. L’ebreo Raffaello Camerini, che si trovava ai “lavori coatti” in questa zona durante la seconda guerra mondiale ha testimoniato nel giornale triestino Il Piccolo (5. XI. 2001): “Sono stati i fascisti, i primi che hanno scoperto le foibe ove far sparire i loro avversari”. La vicenda “con esito letale per tutti” che racconta questo testimone, cittadino italiano, fa venire brividi.
D. Come è vissuto il Giorno del Ricordo nell’ex Jugoslavia, quali “ricordi” reali va a risvegliare?
R. La storia (con la S maiuscola) potrebbe aggiungere alcuni altri dati poco conosciuti in Italia. Uno dei peggiori criminali dei Balcani è certamente il duce (poglavnik) degli ustascia croati Ante Pavelic. E il campo di Jasenovac è stato una Auschwitz in formato ridotto, con la differenza che lì il lavoro micidiale veniva fatto “a mano”, mentre i nazisti lo facevano in modo “industriale”. Aggiungiamo che quello stesso criminale Pavelic con la scorta dei suoi più abietti seguaci, poté godere negli anni trenta dell’ospitalità mussoliniana a Lipari, dove ricevevano aiuto e corsi di addestramento dai più rodati squadristi.
Le “camicie nere” hanno eseguito numerose fucilazioni di massa e di singoli individui. Tutta una gioventù ne rimase falciata in Dalmazia, in Slovenia, in Montenegro. A ciò bisogna aggiungere una catena di campi di concentramento, di varia dimensione, dall’isoletta di Mamula all’estremo sud dell’Adriatico, fino ad Arbe, di fronte a Fiume. Spesso si transitava in questi luoghi per raggiungere la risiera di San Sabba a Trieste e, in certi casi, si finiva anche ad Auschwitz e soprattutto a Dachau.
I partigiani non erano protetti in nessun paese dalla Convenzione di Ginevra e pertanto i prigionieri venivano immediatamente sterminati come cani. E così molti giunsero alla fine delle guerra accaniti: “infoibarono” gli innocenti, non solo d’origine italiana. Singole persone esacerbate, di quelle che avevano perduto la famiglia e la casa, i fratelli e i compagni, eseguirono i crimini in prima persona e per proprio conto. La Jugoslavia di Tito non voleva che se ne parlasse. Abbiamo comunque cercato di parlarne. Purtroppo, oggi ne parlano a loro modo soprattutto i nostri ultra-nazionalisti, una specie di “neo-missini” slavi.
Ho sempre pensato che non bisognerebbe costruire i futuri rapporti in questa zona sui cadaveri seminati dagli uni e dagli altri, bensì su altre esperienze. Ad esempio culturali…Per questo auspico la proclamazione congiunta de “Il giorno dei ricordi”. E questo mi sembra il nuovo intendimento che emerge e per i quale dobbiamo batterci.

(riproponiamo questa intervista ancora di grande attualità in questi giorni, pubblicata sul manifesto solo tre anni fa, il 9 febbraio 2014)

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