Storia & Memoria

Cannes 72. Presentato fuori concorso il nuovo film di Patricio Guzmán «La Cordillera de los sueños»

CANNES. All’inizio ci sono le Ande, più che delle montagne, e una entità geografica sulla cartina; la Cordillera è un stato dell’animo, una presenza millenaria intimamente radicata nel Cile e nella vita di chi lo abita. Da qui, da queste vette di oltre cinquemila metri, che rendono il Cile «un’isola» comincia il nuovo viaggio di Patricio Guzmán secondo il dispositivo messo in atto nei suoi due film precedenti, Nostalgia della luce (2010) e La memoria dell’acqua (2015): come un archivista del paesaggio vi cerca le tracce con cui ripercorrere la storia del suo Paese, da nord a sud, dal deserto alle isole fino appunto alla Cordillera di Santiago, le sue immagini compongono una cartografia della memoria che è una dichiarazione di resistenza contro i vuoti di un presente che non è mai neutro ma di quanto si è vissuto, i traumi e le cesure violente – il golpe, le torture, gli omicidi di regime di massa, le connivenze, i silenzi – porta i segni e esprime le conseguenze.

RISPETTO ai capitoli precedenti di quella che appare come una ideale trilogia, La Cordillera de los sueños – presentato fuori concorso – narrata come gli altri film dalla voce dello stesso cineasta, espone una prima persona ancora più evidente che è insieme sentimentale e politica verso un luogo da cui è fuggito con la dittatura di Pinochet, in cui ha deciso di non tornare mai più e che è però è sempre rimasto al centro del suo lavoro di cineasta. Quelle montagne la prima volta le ha viste da bambino sulla scatola dei fiammiferi dove sono ancora oggi. Tra i detriti della casa della sua infanzia, risparmiata dalla gentrificazione, e le rocce della Cordillera divenute pavimentazione della strada risuonano nei suoi ricordi ancora i passi in fuga degli oppositori al regime ammazzati dalla polizia, il rumore dei carrarmati, lo stadio è la deportazione, anche lui un mattino si è visto arrivarci tra decine di migliaia di prigionieri: una generazione.

RIMANGONO le targhe sul selciato, nomi ora sconosciuti come le sigle accanto: Pc, Mir … E poi? Quanto esiste nella consapevolezza collettiva di questo passato? Come trasmetterlo a chi non l’ha vissuto con la stessa necessità? Come riuscire a non renderlo un’ombra, un fantasma, qualcosa di «normalizzato» in un presente che in fondo ne discende, scelte economiche, stabilità, pochi diritti, ricchezza e povertà?

LE VOCI di chi incontra, artisti, scrittori, «sopravvissuti» dicono di un Paese che ha preferito dimenticare, concentrato sullo sviluppo economico, governato con strategie neoliberiste, tra divari di povertà e ricchezza sempre più grandi, senza rispetto per i diritti, germi che in fondo la dittatura aveva disseminato nel suo progetto: «Chi ha governato specie negli anni Novanta era stato con Pinochet» dice qualcuno.

PER SCARDINARE questo cortocircuito ci sono pochi mezzi: la lotta di ieri e di oggi, e l’archivio prezioso di Pablo Salas (direttore della fotografia del film) che da allora filma ogni conflitto sociale, scontri, repressione ininterrottamente con i mezzi che nel tempo si sono trasformati aiutandolo nella sua «documentazione». Le immagini possono avere ancora la capacità di illuminare quanto nella narrazione ufficiale rimane ai margini, ciò che non esiste perché invisibile come le baracche di un orizzonte remoto, antitetico allo skyline dei grattacieli. È il Cile, è il nostro tempo. La scommessa di un cineasta è soprattutto questa.

* Fonte: Cristina Piccino, IL MANIFESTO

È una commemorazione semplice. I 335 nomi vengono pronunciati uno dopo l’altro. Serve per ricordarci un tempo lungo che servì per uccidere i corpi ai quali appartenevano, ma soprattutto per dirci che avevano un’identità

Il 24 marzo del 1944 i tedeschi uccisero 335 persone in una cava sulla via Ardeatina, a Roma.

Era una delle tante cave abbandonate che erano servite nei decenni passati per reperire il materiale di costruzione. Si doveva edificare la capitale del regno prima, e una grande città imperiale poi. Ma in quel giorno di 75 anni fa la città era distrutta dal fascismo, dall’occupazione tedesca e dai bombardamenti degli alleati. L’unica somiglianza con l’impero romano erano le pietre sbreccolate dei palazzi distrutti.

L’eccidio fu una rappresaglia per l’azione partigiana del giorno precedente in via Rasella. Una delle tante azioni di guerra aveva colpito al cuore il nazismo e 33 soldati del Polizei-regiment «Bozen» erano morti. I tedeschi lavorarono in fretta. Con la complicità delle autorità italiane asservite al nazismo presero più di trecento uomini (furono le donne a diventare loro malgrado le protagoniste della memoria di questo evento) in poche ore. Un giorno dopo erano tutti morti. Mani legate dietro la schiena, colpiti alla nuca e sotterrati da una montagna di terra.
Su questa storia si speculò subito. Si inventò una leggenda secondo la quale i tedeschi avevano affisso per le strade di Roma dei manifesti per avvertire tutti dell’imminente fucilazione. I partigiani, per impedirla, si dovevano presentare spontaneamente alle «autorità». Una menzogna.

E poi chiunque rifletta un poco capisce l’assurdità di questa possibilità. Quale soldato si presenterebbe al nemico dopo aver compiuto un’azione? Ma il caso non si pone perché i tedeschi non scrissero alcun bando e tutto accadde in pochissime ore.

A distanza di tanti anni si ricordano quei morti. È una commemorazione semplice. Non mancano le autorità, ma non è una cattiva notizia. Speriamo che partecipino con attenzione. Che riflettano sul valore di un rito asciutto. I 335 nomi vengono pronunciati uno dopo l’altro. Serve per ricordarci un tempo lungo che servì per uccidere i corpi ai quali appartenevano, ma soprattutto per dirci che avevano un’identità.

Quel nome se lo portavano in giro dalla nascita. Raccontava la loro famiglia, i genitori che glielo avevano dato, le tante persone che l’avevano usato per chiamarli, per parlare di loro, per ricordarsi la loro faccia, il loro mestiere, la loro passione.

I riti della nostra contemporaneità dovrebbero cominciare tutti così.

Gli esseri umani non sono numeri. Non sono corpi esplosi sotto un bombardamento americano o un razzo Qassam, morti di malattie curabili in terre dove non arrivano i farmaci o schiacciati da un camion sulla Promenade des Anglais. Non sono numeri quelli che non trovano lavoro, che non arrivano alla fine del mese. Non sono numeri quelli che arrivano dal mare al momento sbagliato, nel paese sbagliato che gli chiude i porti in faccia.

Ricomincia da questo rito. Facciamo i nomi!

* Fonte: Ascanio Celestini, IL MANIFESTO

Da chilometri di documenti filmati, con un paziente lavoro di montaggio i compagni del Collettivo riuscirono a sintetizzare nove anni di scioperi, di lotte, di scontri con gli apparati della repressione, di incontri-scontri con le giunte cittadine che via via si erano susseguite. Il film, della durata di un’ora e mezza, usa soprattutto la testimonianza diretta dei proletari in lotta e riduce all’osso l’intervento esterno che ha l’unica funzione di ricucire i vari episodi.

Cinque parti compongono il film:
L’albergo della luna (che per molti proletari significa essere senza casa): una ricognizione sulle condizioni abitative a Milano, soprattutto per gli immigrati.
Segue la parte intitolata La conquista della casa: lo sciopero dell’affitto, le occupazioni di via Mac Mahon, di via Tibaldi e le vicende che ne derivano, con cenni ai fatti politici più importanti, sino alla fine del ’74.
Primavera ’75: la terza parte del film, con le occupazioni di stabili di proprietà privata. Si ripercorrono le occupazioni, gli sgomberi, gli scontri con la polizia, le rioccupazioni.
La quarta parte inizia con un’assemblea degli occupanti di via Fulvio Testi, in cui i proletari parlano della polizia e della questione della «forza». Sono cambiati i soggetti della lotta. Non più famiglie immigrate con tanti figli, ma studenti fuori sede, giovani, gruppi di persone. Si aprono i centri sociali. Ci sono le ronde operaie, le manifestazioni femministe e il particolare ruolo delle donne nelle lotte in questione.
Si arriva all’ultima parte intitolata COSC (Coordinamento cittadino di lotta per la casa), che spiega per voce dei suoi esponenti che cosa era stato il COSC per Milano e per le Immobiliari.
Da Radio Popolare Vincenzo, occupante di via Amadeo, dedica la canzone di Ricky Gianco «Questa casa non la mollerò».

Per organizzare la proiezione del film, rivolgersi a:
labarricata@inventati.org

https://prendiamocilacitta.noblogs.org/la-citta-del-capita…/

leggi qui l’indice del libro Prendiamoci la città

leggi qui l’introduzione del libro

Prima del ’68
Nel ’46, di fronte alla gravissima carenza di abitazioni nelle città italiane (largamente distrutte dai bombardamenti aerei) e alla minaccia di forti aumenti degli affitti, si costituisce un Comitato case-alloggi, cui aderiscono tutti i partiti del CLN. Accanto a questo comitato ufficiale si formano spontaneamente squadre di partigiani e di reduci (i più duramente colpiti dalla guerra). Insieme rastrellano le vie della città per segnalare le case sinistrate, gli alloggi liberi e recuperabili, e chiedono stanziamenti per la ricostruzione. Decisamente inaspettato, e segno dei tempi, degli umori e dei rapporti di forza, è l’invito che le organizzazioni sindacali rivolgono ai propri aderenti a non pagare l’affitto di fronte agli aumenti voluti dai padroni di casa. Benché tale pratica non sarebbe stata poi portata avanti a fondo, questa sarà l’unica volta in cui il sindacato lancia una parola d’ordine come quella dello sciopero dell’affitto, che avrebbe in seguito considerato un’arma inutile e pericolosa. La situazione in generale è assai critica: di fronte ai 300 mila senza casa, 40 mila alloggi risultano vuoti e ben 16 mila dei nuovi costruiti in quegli anni non vengono destinati ad abitazioni. Ad aggravare il tutto è lo sblocco degli affitti che scatta nel ’51: centinaia di lettere-capestro vengono inviate agli inquilini, mentre gli sfratti si susseguono al ritmo di otto famiglie al giorno. La risposta allo sblocco è debole: l’Associazione degli inquilini e dei senzatetto invita i propri aderenti a opporsi agli sfratti, ma non imposta una linea unitaria e vigorosa 1. Negli anni ’60 il fronte della casa è ancora “caldo”: gli edifici sia pubblici che privati di nuova costruzione sono del tutto insufficienti a coprire il fabbisogno dei ceti meno abbienti, mentre gli affitti raggiungono quote altissime e gli sfratti sono agevolati dalla “giusta causa”. La fase di boom economico, con i connessi fenomeni di crescente immigrazione e pendolarismo, aggrava i problemi abitativi del milione e mezzo di abitanti di Milano. Ci sono alcuni casi di protesta, che vedono scendere in piazza gli immigrati, in genere edili, che abitano nelle baracche messe a disposizione dai costruttori o gli operai alloggiati nelle case-lager della Siemens. Si tratta però di casi isolati. In tutti questi anni, benché si assista a una ripresa di lotta sul fronte operaio, che conosce anche momenti di scontro duro, il movimento per la casa non esce da una logica corporativa e legalista, sostanzialmente moderata. Bisognerà attendere il ’68 perché si sviluppi un’azione forte, rinnovata negli obiettivi e nelle forme di lotta, finalmente all’altezza dei problemi.

Dopo il ’68
Si formano nuclei di lotta decisamente più risoluti che portano l’azione su un piano di scontro reale, determinato dai rapporti di forza tra le classi invece che dalle mediazioni di vertice e dall’ideologia legalitaria. È da queste lotte che prende il via il nostro lavoro di ricostruzione del periodo immediatamente successivo, quello che va dal ’70 al ’72. In questo lavoro non vogliamo tanto analizzare il fenomeno delle occupazioni e le varie linee politiche che le sostenevano, quanto sottolineare la portata di una parola d’ordine come fu quella di “Prendiamoci la città”. I soggetti di questo progetto, appoggiato dal movimento in generale, sono alcuni militanti di Lotta Continua e di Sinistra Proletaria, il Collettivo Autonomo di Architettura, gli occupanti e le donne, queste ultime sempre trainanti durante le occupazioni (a Palazzo Marino su 53 arrestati, 46 sono donne). L’“autunno caldo” del ’69 a Milano vede un passaggio di trasformazione in cui nel movimento si valuta che la lotta in fabbrica non costituisca più il punto avanzato dello scontro politico, ragion per cui è necessario sostenere e promuovere il conflitto sul territorio. È da qui che nasce la strategia riassunta nella parola d’ordine “Prendiamoci la città”. Proviamo a spiegare cosa voleva dire. La fabbrica capitalista funziona finché gli operai rimangono estranei l’uno all’altro. La base di questo sistema è il lavoro salariato, cioè la trasformazione degli uomini in merci messe al lavoro. Gli operai sono costretti a vendere al padrone le proprie energie e la propria intelligenza. Non appena essi cessano di lasciarsi trattare come merci e prendono coscienza della propria forza, la produzione si inceppa e nella fabbrica si crea il caos. Non si tratta più di governare singole macchine da lavoro tra loro separate ma di governare le acque di un fiume in piena che sviluppa bisogni e desideri propri e, a partire da ciò, si rende conto della forza che ogni sua goccia può esprimere sul posto di lavoro.

Dalla fabbrica alla società
Se in fabbrica si imparava a lottare insieme, una volta fuori gli operai tornavano spesso a essere soli o con le proprie famiglie, comunque costretti ad arrangiarsi in un territorio ostile. Relegati entro i confini fisici e mentali dei quartieri-ghetto, nelle periferie, stipati in edifici simili ad alveari, senz’aria né verde; oppure, se da poco immigrati, ammucchiati come sardine nelle case più vecchie, in soffitte, scantinati, pensioni e stabili fatiscenti. Non mancano i lager, con tanto di recinto, baracche e guardiani, quali sono i “centri sfrattati”. I nuovi quartieri sono costruiti in modo che nessuno si incontri, come avviene nei condomìni, dove i vicini di casa non si conoscono tra loro e a malapena si salutano. L’architettura e l’urbanistica, al servizio del capitale, ridisegnano una città in cui si vive ammassati, magari condividendo la stessa stanza e la stessa miseria, ma sovrastati dal sentimento di non avere niente in comune. Solo spostando la lotta dalla fabbrica alla città, portando fuori la forza della coscienza di classe che si era accumulata tra i muri delle fabbriche, facendola tracimare nelle strade, nei quartieri, per rompere quella solitudine di massa cui l’operaio tornava dopo il lavoro, solo così si sarebbero potute determinare le condizioni affinché i proletari riuscissero a immaginare e praticare altri modi di vita. È da richiamare, prima di concludere, il contesto affatto particolare della situazione politica internazionale dei primi anni ’70, dove quasi ovunque si confrontavano spinte rivoluzionarie e spinte controrivoluzionarie, che investe l’Italia, un Paese già visto come laboratorio anticomunista. Fu dalla reazione degli operai e di tanta gente comune di Milano alla strage di Piazza Fontana che apparve come inevitabile una radicalizzazione dello scontro nella direzione di una probabile guerra civile. Strutture armate legate a ipotesi golpiste di segno atlantista coinvolsero allora una parte dello Stato, mentre è presumibile che anche a sinistra fosse stato operato l’armamento delle avanguardie rivoluzionarie. Dalle lotte nascevano l’idea di un contropotere e il sogno di una rivoluzione in un Paese che era al contempo “polo avanzato” e “anello debole”. Su questo piano è necessario che il lettore operi un certo sforzo d’immaginazione, tanto possono apparire oggi lontani umori e percezioni che ai tempi riempivano le vite quotidiane e l’immaginario di un’ampia parte della popolazione.“Prendiamoci la città” significava tutto questo. Non si trattava di fare la rivoluzione ma di costruirne un passaggio fondamentale, la saldatura tra fabbrica e territorio, in una prospettiva di lotta di lunga durata. Questo nostro lavoro di ricerca e documentazione, di cui teniamo a sottolineare il carattere anonimo e compartecipato – “La Barricata” può essere chiunque -, non vuole dare alcuna indicazione politica a chi oggi lotta sulla questione dell’abitare e dei “territori resistenti”. Nondimeno, siamo convinti che queste testimonianze di un passato irripetibile possano contribuire a riflettere sullo stato presente delle cose e sui possibili significati, quarant’anni dopo, del “prendersi la città”.Attraverso le interviste, i testi teorici, le foto di quegli anni si delinea un percorso in cui si passa da forme di “arrangiarsi” individuali all’azione politica collettiva. Lì si producono nuove forme di vita all’insegna dell’auto- (autorganizzazione, autonomia, autogestione); lì nascono basi/retrovie di resistenza e liberazione; lì l’autodifesa nella precarietà si trasforma in una forza che, fuoriuscendo dagli spazi che la città riserva alla marginalità, esige quanto serve, subito, e se lo prende. Registrare questo percorso, breve ma intenso, significa sottolineare una sua forza intrinseca che si sottrae all’usura del tempo.

Fonte: Prendiamoci la città

guarda il film “La città del capitale – Il conflitto sociale urbano: il caso di Milano” del Collettivo Cinema Militante sulla lotta per il diritto alla casa negli anni ‘70

Nell’attuale passaggio storico caratterizzato da un’ondata di reazione e da un’impasse immaginativa, riflettere sulla rivolta del 1962 di piazza Statuto a Torino può insegnarci a leggere il presente, a capire come nascono i movimenti e, in qualche maniera, a «provocarli»? «Sì. L’analisi della trasformazione della composizione sociale e una tessitura politica delle relazioni tra soggettività apparentemente distanti sono elementi che possono aiutarci a far emergere una nuova vitalità dei movimenti di base», risponde Claudio Bolognini, autore di I giorni della rivolta. Quelli di piazza Statuto (Agenzia X, pp. 203, euro 14).

SI TRATTA DI UN ROMANZO che sembra perfetto per diventare la sceneggiatura di un film, ma nello stesso tempo fa riflettere su come nascono i movimenti, sui loro periodi carsici e di formazione, che a volte sfociano in eventi incendiari di rivolta, in rivoluzioni o in strutturate rivendicazioni.

I TREDICI PROTAGONISTI raccontano le tre giornate di rivolta, ognuno dalla propria esperienza e dal proprio punto di vista, ma in qualche passaggio incrociano la medesima scena vista da diversa angolazione e con diversa interpretazione: come in un montaggio cinematografico. I personaggi che agiscono nella città fordista sono giovani operai e operaie che arrivano dal profondo Sud come dal profondo Nord e dalle campagne piemontesi, ma anche una studentessa di medicina, un ragazzo calabrese uscito dal riformatorio che ci fa ripensare a Franti, il ribelle di Cuore, un poliziotto del reparto Celere, un commerciante… e un vecchio medico comunista che tesse le relazioni tra memoria, scontri di piazza e nuovi compagni.

C’è tanta memoria in questo romanzo, detta e non detta: da Edmondo De Amicis, che in piazza Statuto abitava, che con i suoi testi Primo maggio e Lotte civili aleggia dal passato, alle analisi di due libri-chiave per capire quei giorni: L’immigrazione meridionale a Torino di Goffredo Fofi e Spartakus. Simbologia della rivolta di Furio Jesi. Due intellettuali che, quando scrissero quei testi, vivevano a Torino e avevano negli occhi gli avvenimenti di quei giorni.

«CI SI APPROPRIA di una città fuggendo o avanzando nell’alternarsi delle cariche, molto più che giocando da bambini per le sue strade o passeggiandovi più tardi con una ragazza. Nell’ora della rivolta non si è più soli nella città», scrive Jesi. Nel romanzo di Bolognini succede di più, un bacio tra due dei protagonisti, Maria Rosaria e Pietro, unisce amore e rivolta e salva i diretti interessati dalla carica della polizia.

NEL 1962 TORINO è una città segnata dal silenzio sociale, la sconfitta della Fiom sancisce la «normalizzazione» politica degli stabilimenti. Valletta, amministratore delegato Fiat, dichiara pacificata la situazione in fabbrica. Per sette anni in città la conflittualità si genera nelle piccole industrie, mentre il «gigante Fiat» è muto, non esprime conflitto. Alla scadenza del contratto nazionale dei metalmeccanici, le prime giornate di sciopero indette dai sindacati vedono gli operai della Fiat rimanere al di fuori dalla mischia. Poi, all’inizio di luglio, la situazione si scalda. Gli scioperi hanno un’imprevista riuscita, un successo inatteso da parte degli stessi organizzatori.

Ma uno dei tre sindacati confederali, la Uil, sigla un accordo separato e si sottrae alla lotta, un gruppo consistente di lavoratori reagisce alla situazione, marcia sul centro, si reca in piazza Statuto, dove c’era la sede del sindacato colpevole d’avere rotto il fronte operaio e la cinge d’assedio. Interviene la polizia, si accendono degli scontri sempre più violenti e sempre più estesi. Per tre giorni. È in questo contesto che si svolge il romanzo, una situazione che prefigura il ventennio successivo, con il ’68, il ’77 e il passaggio dall’operaio-massa all’operaio-sociale, dalla produzione fordista a quella postfordista.

IMPOSSIBILE NON PENSARE a Vogliamo tutto, il romanzo di Nanni Balestrini, che pur ambientato nel 1969 e costruito con struttura narrativa e lavoro linguistico totalmente differenti, vuole arrivare – come I giorni della rivolta – alla medesima mitopoiesi della ribellione, esistenziale e collettiva, e di una trasmissione della memoria delle lotte. Quello che ci serve oggi per ricostruire una soggettività molteplice e agente.

* Fonte: Marc TibaldiIL MANIFESTO

A poco più di due settimane dal giorno della Memoria in ricordo della Shoah, gli italiani sono chiamati a celebrare con il giorno del Ricordo l’orrore e la tragedia delle Foibe. In entrambi i casi come vittime, ma in entrambi i casi come vittime non innocenti. Se nello sterminio degli ebrei furono complici dei nazisti, nel caso delle foibe furono coinvolti da un insieme di circostanze più complesse, che solo la memoria corta degli italiani e l’ipocrisia di buona parte della classe dirigente hanno espulso dalla memoria collettiva.

Già altre volte abbiamo sottolineato le responsabilità del regime fascista nella snazionalizzazione degli sloveni e dei croati che dopo il 1918 vennero a trovarsi entro i confini dello stato italiano. Nel 1941 l’aggressione dell’Italia alla Jugoslavia e l’annessione violenta della provincia di Lubiana a Regno d’Italia contribuirono in modo decisivo alla dissoluzione dello stato Jugoslavo e alla apertura della fase storica che sfociò nella Jugoslavia di Tito. In ciascuna di queste fasi le autorità politiche e militari italiane, al di là di ogni problema geopolitico, si mossero nel presupposto che le popolazioni slave rappresentassero, come ebbe a dire nessun altri che Mussolini, una razza inferiore e barbara nei cui confronti fosse possibile e lecito imporre il pugno duro e purificatore dei dominatori.

Le foibe si inseriscono in questo contesto e nella spirale di violenze che fecero seguito. Al di fuori di questo quadro non c’è la possibilità di comprendere le ragioni degli orrori dei quali parliamo e dei quali rischiamo di tornare a rimanere vittime. Nessuna menzogna potrebbe capovolgere questa realtà della storia o avvelenare la nostra memoria, impedendo la consapevolezza e le nefandezze di un passato che avremmo potuto considerare ormai alle nostre spalle. Se così non è dobbiamo tornare a riflettere sulla superficialità con la quale i politici di turno si sono impossessati di una questione di forte impatto emotivo per alterare la storia e la memoria e sfruttare la credulità di una opinione pubblica anestetizzata dalla retorica patriottarda.

A pensarci bene la questione delle foibe serve a coprire il vuoto di consapevolezza a decenni di distanza della vera realtà della sconfitta del Paese, ma anche della capacità della popolazione di rialzare la testa e di affrontare i sacrifici che hanno consentito la ricostruzione. Mettere al centro dell’attenzione le foibe non serve a sottolineare le offese subite ma a perpetuare uno sterile vittimismo che non contribuisce a fare i conti mancati con il passato, ma neppure a consolidare il consenso a questa nostra democrazia minacciata da tante insidie. Una di queste è la negazione della verità che mistifica la menzogna e alimenta l’ipocrisia.

L’enfatizzazione delle foibe ha ritardato la riconciliazione con le vicine popolazioni slave, ha reso più difficile la cicatrizzazione delle ferite della guerra, ha oscurato i drammi veri delle popolazioni costrette a lasciare le loro case e la loro terra, le uniche che abbiano pagato per tutti gli italiani le malefatte di un regime criminale senza che ci siano stati gesti ufficiali da parte dello Stato democratico di rottura e di risarcimento nei confronti di un passato da condannare senza riserve.

La prassi tutta italiana di coprire con l’oblio passaggi storici che avrebbero meritato un forte impegno di autocritica e di verità in questo, come in tanti altri casi, si è alleata alla rimozione di memorie scomode e allo loro banalizzazione. L’orrore delle foibe deve servire a richiamarci periodicamente alle nostre responsabilità storiche e non certo a rinnovare il rito del nostro vittimismo. E alla fine spiace constatare che il presidente della Repubblica Mattarella non condivida questa per noi ovvia conclusione.

* Fonte: Enzo Collotti, IL MANIFESTO

Foto: Dans [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], da Wikimedia Commons

Sono collocati da tempo al centro del dibattito in Italia, e non solo, l’uso politico della storia, la formulazione di leggi memoriali ad hoc e il tema, già discusso in Parlamento, di una codificazione normativa. Codificazione che si proporrebbe di sanzionare giuridicamente veri o presunti «negazionisti», determinando una torsione del senso del passato schiacciata sulla misura minuta del quotidiano. Un processo di questa natura comporta una semplificazione dei termini della complessità storica che, in ultima istanza, pone una questione di grande rilievo sul piano della memoria e dell’identità stessa della nostra società.

Da un quindicennio attorno al Giorno del ricordo si consuma un conflitto storico-memoriale che in alcuni casi ha finito per esorbitare nella dimensione politico-diplomatica (basti pensare all’aspra polemica tra il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l’allora Presidente del consiglio croato Stipe Mesic e lo scrittore italo-sloveno Boris Pahor).

Questo conflitto è caratterizzato da un non detto pubblico relativo all’eredità fascista dell’Italia post-bellica che impedisce, di fatto, una completa ricostruzione ed un compiuto conferimento del senso della storia consumatasi sul nostro confine orientale e sfociata nelle violenze subite dagli italiani in quelle terre prima nel 1943, dopo lo sbando dell’8 settembre, e poi nel 1945.

Quanti conoscono in Italia il generale Mario Roatta e le misure di repressione di civili e partigiani jugoslavi riassunte nella sua «Circolare 3 C»? quanto l’opinione pubblica viene resa edotta della condotta del «governatore del Montenegro» Alessandro Pirzio Biroli, del generale Mario Robotti, per il quale in Jugoslavia «si ammazza troppo poco», o del generale Gastone Gambara che nel 1942 scriveva «logico e opportuno che campo di internamento non significhi campo di ingrassamento»?

Quanti sanno che delle migliaia di «presunti» criminali di guerra italiani inseriti nelle liste delle Nazioni Unite alla fine del conflitto nessuno venne processato in Italia o all’estero? Il mito degli «italiani brava gente» ha ragion d’essere di fronte alla consolidata storiografia che ormai da decenni ha ricostruito documentalmente i crimini di guerra del regio esercito e delle formazioni fasciste?

Fu Mussolini stesso, d’altro canto, il 22 settembre 1920 a Pola, ad anticipare ciò che sarebbe accaduto «di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara non si deve seguire la politica che da lo zuccherino, ma quella del bastone […]credo che si possano più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».

I mancati conti col nostro passato fascista, dunque, impediscono di dare compiuta attuazione alle stesse disposizioni del Giorno del ricordo che si propone da un lato di «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe e dell’esodo» e contestualmente di affrontare «la più complessa vicenda del confine orientale». Senza una ridefinizione della complessità storica le foibe vengono presentate come «pulizia etnica» o come violenza perpetrata contro gli italiani in quanto tali.

In realtà l’Esercito Popolare di Liberazione comandato da Josif Broz Tito combatté contro tutti gli eserciti di occupazione e contro tutti i loro collaborazionisti, indipendentemente dalla loro nazionalità: gli ustascia croati, i cetnici serbi, i domobranci sloveni, i nazisti tedeschi ed i fascisti italiani. E sostenne quella lotta di liberazione con al fianco migliaia di soldati italiani unitisi alle formazioni partigiane dopo l’armistizio. Contestualmente un gran numero di jugoslavi deportati in Italia nei campi di internamento dopo l’8 settembre si unirono ai partigiani italiani nella Lotta di Liberazione Nazionale da cui è nata la Costituzione della Repubblica.

L’uso strumentale delle drammatiche vicende del confine orientale e delle foibe ha trovato espressione, nella cronaca politica, negli scomposti attacchi del ministro dell’Interno all’Anpi e nel paradossale voto della commissione Cultura della Camera che, indice del grado di erosione democratica del nostro tempo, vorrebbe impedire all’associazione dei partigiani, che il Parlamento riaprirono dopo il terrore del ventennio fascista, di parlare nelle scuole pubbliche del confine italo-jugoslavo durante la seconda guerra mondiale.

Di quella storia invece è indispensabile parlare. Rosario Bentivegna, comandante dei Gap a Roma e combattente in Jugoslavia, insisteva sempre nel dire «più ancora di ciò che abbiamo fatto noi partigiani si deve parlare di ciò che è stato il fascismo. Solo così sarà possibile seppellirlo per sempre».

* Fonte: Davide Conti, IL MANIFESTO

 

foto: Autore sconosciuto [Public domain], via Wikimedia Commons

Persino uno Stato che si definisce ebraico, ha potuto varare una legge razziale come la legge dello stato nazione che discrimina i palestinesi non solo dei territori occupati ma anche quelli di passaporto israeliano

Il giorno della memoria è diventato con il procedere degli anni sempre di più un topos della cultura celebrativa del mondo occidentale e, a misura che i testimoni diretti dello sterminio ci lasciano per ragioni anagrafiche, la responsabilità delle nuove generazioni si configura come una sfida a tenere fermo e adamantino il senso autentico di quella memoria. Il rischio che incombe sul futuro si presenta con molteplici aspetti fra i quali: la retorica, la falsa coscienza, il negazionismo, la banalizzazione, la ridondanza, l’uso strumentale, la sacralizzazione. Primo Levi, pose al più celebre e diffuso volume della sua opera di testimonianza e di riflessione sul genocidio e sul sistema concentrazionario della morte, il titolo «Se questo è un uomo».

Ecco, il più atroce crimine della storia è stato commesso da uomini contro uomini. È giusto indagare, conoscere, comprendere e trasmettere il sapere delle diverse modalità e specificità delle ragioni con cui lo sterminio fu preparato e perpetrato. Ma è imprescindibile sapere che si trattò della distruzione di esseri umani, dell’annichilimento della loro dignità e della loro integrità.

La memoria di quell’orrore deve entrare a fare parte del delle più intime fibre della primissima formazione di ogni essere umano, nell’unica forma che possa garantire il non ripetersi della sottocultura dell’odio che fu il ventre gravido che generò la peste dello sterminio di massa e del genocidio, la consapevolezza culturale, interiore e psichica dell’universalità dell’essere umano, il cui statuto di titolarità è contenuto nella Carta Universale dei Diritti dell’Uomo, a partire dal primo articolo: «tutti gli uomini nascono liberi ed eguali pari in dignità e diritti».

Ma noi siamo lontani anni luce da un simile livello di coscienza, anzi siamo pesantemente regrediti riguardo ai principi fondativi delle grandi Carte dei Diritti, in particolare della nostra straordinaria Costituzione. Questa legge delle leggi, che definisce il carattere nazionale della nostra repubblica e su cui tutti i governi giurano, è costitutivamente antifascista senza se e senza ma.

Ma in questi anni abbiamo visto crescere il revanscismo nostalgico o neofascista, le nostre televisioni si sono riempite di pseudo revisionisti miranti a riabilitare i peggiori criminali fascisti, a partire dal peggiore e più vile di essi, Mussolini. I conservatori di questo Paese hanno espunto lo studio della Costituzione dalle scuole superiori, invece di estenderla anche alle medie, alle elementari e persino alle materne. Le cosiddette sinistre riformiste hanno lasciato fare. Molti gazzettieri si sono baloccati con il mito fradicio e nocivo degli italiani brava gente, che oggi si ritrova sotto il nuovo e patetico maquillage «Gli italiani non sono razzisti» o sotto quello ridicolo «io non sono razzista, ma…».

Sia chiaro, in Italia ci furono ai tempi del fascismo tante brave persone e anche oggi milioni di italiani sono magnifiche persone generose, ma allora come adesso lo erano perché brave persone, non perché italiani. I fascisti italiani perpetrarono un genocidio in Cirenaica, uno sterminio di massa in Etiopia, 135.000 civili sterminati in due giorni con l’iprite e devastarono con massacri, pulizie etniche, campi di concentramento in cui si facevano morire civili di fame e malattie, le terre della Iugoslavia.

Un popolo di brava gente non avrebbe permesso di cacciare bambini dalle scuole per poi destinarli allo sterminio solo per la colpa di essere nati e si sarebbe comportato come i bulgari e i danesi che salvarono tutti i loro ebrei opponendosi ai criminali nazisti. Ecco il grande nemico di una memoria che può edificare un futuro di giustizia sociale e uguaglianza, la retorica propagandistica e auto assolutoria che porta alla vile indifferenza di massa.

Il ventre della sottocultura dell’odio è ancora fertilissimo in ogni parte del mondo, lo si capisce guardando la semina di morte degli emigranti e, persino uno Stato che si definisce ebraico, ha potuto varare una legge razziale come la legge dello stato nazione che discrimina i palestinesi non solo dei territori occupati ma anche quelli di passaporto israeliano. Non basta mettersi uno zucchetto in testa una volta all’anno per ottenere il certificato di buona condotta.

* Fonte: Moni Ovadia, IL MANIFESTO

La Corte Suprema di Berlino nel 1970 annullò una sentenza del ’68 che condannava all’ergastolo tre ufficiali: il reato era prescritto, derubricato a semplice atto di guerra

Fu nella notte dell’11 settembre del 1943 che arrivarono sul lago Maggiore le prime compagnie della divisione corazzata denominata «Leibstandarte – SS Adolf Hitler» (Guardia del corpo di Adolf Hitler).
Un reparto d’élite, formato esclusivamente da volontari selezionati sulla base della fedeltà ideologica e della prestanza fisica, il cui compito era di occupare le zone di confine tra l’Italia e la Svizzera, dopo l’armistizio dell’8 settembre, soprattutto per impedire la fuga di soldati italiani.

La divisione proveniva direttamente dal fronte russo dove aveva subito perdite notevoli ma si era anche distinta per la ferocia nelle rappresaglie. A Geigova nel 1942, nella zona di Kherson, aveva sterminato ben quattromila prigionieri per vendicare la morte di quattro soldati tedeschi.

In quei mesi i paesi del lago Maggiore erano affollati di milanesi che cercavano riparo dai bombardamenti, ma anche da molti ebrei, provenienti da diverse parti d’Europa, che tentavano di sottrarsi alle deportazioni di massa nei campi di sterminio.

Fu qui, tra il 15 settembre e l’11 ottobre del 1943, che si compì la strage. Sulla sponda occidentale del lago Maggiore, tra Arona, Meina, Baveno, Stresa, Intra, Mergozzo, Orta e Pian di Nava. Almeno 54 le vittime. Ebrei non solamente italiani, ma anche ungheresi, polacchi, greci e bulgari, che cercavano una via per salvarsi, per raggiungere la Svizzera, in quei giorni spesso con le frontiere sbarrate.

Una cartolina dell’hotel all’epoca della strage nazista

GLI ORDINI DI HIMMLER

Quella del lago Maggiore fu la prima strage di ebrei commessa da tedeschi in Italia. Le formazioni delle SS li rastrellarono nelle case e negli alberghi, assassinandoli poi con un colpo d’arma da fuoco alla nuca o affogandoli di notte. Torture e stupri precedettero spesso l’esecuzione. Molti dei corpi non furono nemmeno più ritrovati. Altri corpi delle vittime, riaffiorati dalle acque, furono lungamente forati con le baionette e nuovamente inabissati con pesanti pietre. A Intra i cadaveri di una famiglia di quattro persone furono smembrati e bruciati in una stufa.
Particolare orrore suscitò la fine di 16 ebrei, alcuni giovanissimi, originari di Salonicco, trattenuti per una settimana all’hotel Meina, in una stanza all’ultimo piano.
Passarono il 23 settembre a gesticolare dalle finestre che davano sulla piazza della cittadina. La popolazione si limitò a osservarli impotente, fino a quando sparirono, di notte, gettati nel lago e storditi a colpi di remo.
Tutte le vittime furono depredate dei loro averi, così le case e le ville, anche degli ebrei che, avvisati per tempo, riuscirono a mettersi in salvo.
Già dal 12 settembre Heinrich Himmler, il capo supremo delle SS, aveva dato incarico al plenipotenziario del Reich nel nostro Paese, l’ambasciatore a Roma Rudolf Rhan, di procedere alla “soluzione finale” anche in Italia.

Il compito fu enormemente facilitato dall’utilizzo delle liste, predisposte con le leggi razziali del 1938, raccolte in ben quattro diversi tipi di archivio: nei registri dei Comuni, in quelli dei precettati per il lavoro civile, nelle liste politiche della polizia, presso l’ufficio Demografia e Razza.

IL PROCESSO

Nel gennaio del 1968 a Osnabrück, in Sassonia, iniziò un processo contro alcuni ufficiali della “Leibstandarte Adolf Hitler”, per la strage del lago Maggiore. Il procedimento, originato da un’iniziativa del governo federale tedesco, si protrasse per 61 udienze, mentre ben 180 furono i testimoni ascoltati. Si riuscì anche ad appurare che tutti i documenti in possesso dei nazisti erano stati deliberatamente distrutti.
Alla fine tre ufficiali furono condannati all’ergastolo, ma solo due anni dopo, nel 1970, la Corte Suprema di Berlino annullò la sentenza, sostenendo la prescrizione dei reati.
Ammazzare, con l’unica motivazione dell’odio razziale, uomini inermi, donne, vecchi e bambini, fu derubricato a semplice atto di guerra.

Pietre d’inciampo sul lungolago a ricordo delle vittime

LA MEMORIA
Con l’eccidio di Boves, in provincia di Cuneo, del 19 settembre 1943 (350 le case incendiate e 25 le persone massacrate, alcune arse vive), la strage sul lago Maggiore anticipò i caratteri dell’occupazione nazista dell’Italia. Pochissimi gli studi su quest’ultima. Hotel Meina. La prima strage di ebrei in Italia di Marco Nozza (Mondadori) risale al 1993, poi rieditato nel 2005 e nel 2008 (da Il Saggiatore). Anni dopo, nel 2003 furono pubblicati gli atti di un convegno La strage dimenticata. Meina settembre 1943, il primo eccidio di ebrei in Italia (Interlinea Edizioni) con la testimonianza di Becky Behar, figlia del proprietario dell’Hotel Meina, sopravissuta alla strage. Nel 2007 uscì anche, nelle sale cinematografiche, Hotel Meina di Carlo Lizzani, il suo ultimo film. Quasi un lascito.

L’albergo non c’è più e a ricordare l’eccidio oggi sono visibili sul lungolago, attorno a una pietra doppia che riporta le circostanze della morte, 16 pietre d’inciampo.

* Fonte: Saverio Ferrari, IL MANIFESTO

A cento anni dall’uccisione di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg ad opera di soldati controrivoluzionari con la connivenza di una parte della socialdemocrazia tedesca, non è spenta la memoria della guerra civile che dilaniò con il movimento operaio tedesco il movimento operaio internazionale. L’ombra di questa guerra civile si allungò sulla repubblica di Weimar fino alle soglie del potere nazista.

Colpendo Liebknecht e la Luxemburg i controrivoluzionari tedeschi non colpivano solo le figure fisiche di due prestigiosi capi rivoluzionari, ma il patrimonio ideale e politico che in essi si era incarnato. Con essi moriva la Seconda Internazionale che era naufragata con la sua impotenza dinnanzi all’esplosione della Prima guerra mondiale, lasciando senza guida e senza orientamento milioni di uomini e donne che negli ideali dell’antimperialismo, dell’antimilitarismo e della solidarietà internazionale avevano dato vita tra la fine dell’Ottocento e la prima decade del Novecento ai grandi movimenti di massa per il suffragio universale e l’affermazione dei diritti socialii.

Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg rappresentavano con la Lega Spartachista il tentativo di resuscitare un movimento rivoluzionario tra le rovine della guerra e le prospettive aperte dalla rivoluzione russa di ottobre. La lunga solitaria battaglia condotta da Liebknecht contro il voto ai crediti di guerra della socialdemocrazia tedesca ne fece il leader naturale dell’opposizione alla guerra e di un’alternativa alla politica della socialdemocrazia.

Liebknecht continuò ad essere un uomo solo anche nei mesi finali della guerra quando il malcontento serpeggiava tra grandi masse popolari, al fronte e dietro il fronte. Ma le grandi masse in rivolta non volevano la rivoluzione, volevano più semplicemente la fine della guerra che aveva isolato la Germania e ne aveva costretto alla fame e all’indigenza la popolazione.

Prima ancora che la loro uccisione ne facesse martiri e simboli della rivoluzione tradita, Liebknecht e la Luxemburg furono incessanti promotori della critica alla subalternità della socialdemocrazia alla politica di classe della borghesia prussiana e delle forme di repressione esercitate contro le minoranze di opposizione. Soprattutto la Luxemburg fu sensibile agli stimoli che provenivano dalla rivoluzione russa del 1917, della quale percepì precocemente la natura di prodromo della rivoluzione mondiale e il germe di una nuova Internazionale.

Fu proprio l’esplosione della rivoluzione in Russia che sollecitò Liebknecht e la Luxemburg ad accelerare la spinta rivoluzionaria in Germania nella duplice ottica di sottolineare la solidarietà con il movimento in Russia ed inserire la Germania in un processo rivoluzionario continentale. In realtà la storia ha dimostrato che mancavano le premesse per un processo di questo tipo; non solo in Germania ma anche altrove in Europa il movimento operaio si mosse in direzioni diverse.

Liebknecht, grande agitatore politico e tenace combattente contro la guerra, e Rosa Luxemburg, tra gli ultimi teorici del marxismo, furono travolti dal loro estremo tentativo di porre la minoranza spartachista alla testa della rivoluzione in Germania.

Karl Liebknecht non fu solo uno straordinario tribuno popolare, era, come la Luxemburg, un grande intellettuale, un grande protagonista del binomio tra lotte parlamentari e lotte di massa, bersaglio preferito per questo dei conservatori prussiani quanto amato e quasi venerato nei ceti popolari, che lo consideravano lo scudo dei loro interessi. Prima ancora che come il fondatore del Partito Comunista tedesco Liebknecht, fu vissuto nella memoria popolare come il vindice delle ingiustizie e dei soprusi.

A cento anni dall’uccisione di queste due straordinarie figure dalla loro eredità discende un patrimonio di idee e un metodo di ricerca che il tempo non ha cancellato e che costituiscono tuttora un obiettivo a cui guardare nella lotta per il raggiungimento di una società più giusta.

* Fonte: Enzo Collotti, IL MANIFESTO

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