Storia & Memoria

I fatti di Reggio Calabria del 1972 videro la risposta coraggiosa dei sindacati metalmeccanici di Trentin, Carniti e Benvenuto in piazza contro le bombe nere

«Il fascismo è morto per sempre» sostiene il ministro degli interni. Mercoledì scorso, per Marco Minniti, ci avrebbe pensato il suo ministero dell’interno a impedire che la manifestazione antifascista di Macerata si facesse. Per fortuna alla fine il governo Gentiloni ha autorizzato tale manifestazione.

Minniti avrebbe dovuto ricordare che il 22 ottobre 1972, un suo predecessore, Mariano Rumor, l’allora ministro democristiano degli interni, consentì la più grande manifestazione antifascista nella nera Reggio Calabria: Minniti è nato proprio a Reggio Calabria, allora aveva 16 anni e si sarebbe iscritto alla Fgci.

Purtroppo oggi non si è ispirato a Rumor. E tantomeno si è ispirato al Pci del 1972. Minniti sembra incorrere nell’errore del presidente del consiglio Luigi Facta nell’ottobre 1922.

Il neofascismo oggi si ripropone per due ragioni.

In primo luogo lo Stato non garantisce il pieno rispetto della legalità costituzionale; il governo Monti e i successivi governi del Pd varano politiche di austerità alle quali si oppongono solo le destre razziste. E così l’operaio impoverito, l’esodato, lo sfrattato o il disoccupato votano a destra perché considerano il centrosinistra complice dell’austerità.

La memoria del 1900 dovrebbe aiutare su tre nodi.

1) DOPO IL 1945, la determinazione antifascista di Pci, Psi e Pri e il rispetto della Costituzione da parte della Dc hanno fermato il neofascismo. Non l’ignavia, bensì il coraggio ha fermato il neofascismo.

Ecco un celebre esempio. Dopo le prime elezioni regionali del 1970 il governo nazionale avrebbe voluto nominare Catanzaro capoluogo della regione Calabria. Al contrario i reggini volevano la loro città capoluogo.

Dall’agosto 1972 il sindacalista della Cisnal, Ciccio Franco, guidò a Reggio Calabria la rivolta neofascista del “boia chi molla”, rivolta che ambiva a rappresentare gli emarginati da destra. Squadristi fascisti assaltarono sezioni del Pci, del Psi e la Camera del Lavoro. Nel contempo il Fronte Nazionale, Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale presero parte ai cosiddetti “moti di Reggio Calabria”: il 22 luglio 1970 a Gioia Tauro una bomba fece deragliare il treno “Freccia del Sud” e morirono 6 persone.

Il 4 febbraio 1971 venne lanciata una bomba contro un corteo antifascista a Catanzaro. Malgrado le bombe e il terrore fascista fossero ben più pericolosi del nazista Luca Traini oggi, Claudio Truffi, leader degli edili Cgil, Bruno Trentin, Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto, alla guida dei metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil, organizzarono due cose a Reggio Calabria: una Conferenza sul Mezzogiorno e una grande manifestazione di solidarietà al fianco dei lavoratori calabresi il 22 ottobre del 1972.

I neofascisti provarono ad impedire ai manifestanti di arrivare a Reggio Calabria: nella sola notte tra il 21 e il 22 ottobre 1972 otto bombe furono poste sui treni che portavano i metalmeccanici da tutta Italia a Reggio Calabria.

Cgil, Cisl e Uil non ebbero paura. Oltre 40000 manifestarono a Reggio Calabria. Giovanna Marini immortalò il coraggio degli operai e degli edili nella sua celebre canzone “I treni per Reggio Calabria”. Oggi cosa rimane di quel coraggio?

2) NEL 1922 UN’IGNAVIA analoga a quella attuale e la complicità della monarchia portarono il fascismo al potere. Di fronte a Mussolini che organizzava la marcia su Roma, il presidente del consiglio Luigi Facta molto tardivamente nella notte del 27-28 ottobre 1922 stilò e proclamò lo Stato d’assedio.

Secondo lo storico Aldo Mola, autore del saggio Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce, la mattina del 28 ottobre, Facta, a colloquio con il re Vittorio Emanuele III, esordì con le seguenti parole: «Mi creda, maestà, basterebbero quattro cannonate a farli scappare come lepri».

Il re si rifiutò di firmare lo Stato d’assedio e chiese al Generale Diaz, Capo di Stato Maggiore, se l’esercito sarebbe rimasto fedele alla corona in caso di repressione delle camicie nere. Diaz rispose al re così: «L’esercito farà il suo dovere, come sempre, ma è meglio non metterlo alla prova».

Al contrario, qualora l’esercito avesse bloccato la Marcia su Roma ci saremmo risparmiati vent’anni di dittatura.

3) IL CONSENSO AL NEOFASCISMO e alle destre razziste ha origine nel neoliberismo.

Oggi l’austerità europea è l’ostetrica di nuovi fascismi come il Trattato di Versailles del 1919: esso, vessando economicamente la Germania dopo la prima guerra mondiale, favorì l’ascesa di Hitler durante la Repubblica di Weimar.

I nazisti prevalsero non tanto per l’esplosione dell’inflazione bensì per l’alta disoccupazione.

Oggi l’austerità dei vincoli Ue di bilancio in Italia produce esodati (riforma Fornero) disoccupati e precari dei voucher: costoro, i colpiti dalla crisi, ritenendo il centrosinistra corresponsabile dell’austerità, voteranno Salvini e Meloni.

L’austerità morde anche in Germania.

Analogamente, chi guadagna 450 euro al mese con i minijobs non vota più la Spd di Schultz perché ricorda che i minijobs sono stati ideati dall’ex manager Wolkswagen Peter Hartz e varati dall’ex cancelliere socialdemocratico Schroeder.

Nel 2018 la situazione si incrudelirà per poche semplici ragioni.

L’addendum della Bce di ottobre impone indirettamente alle banche italiane la svendita dei loro crediti deteriorati ai fondi avvoltoio; essi compreranno aziende in crisi e faranno licenziamenti; rileveranno mutui non pagati, acquisiranno le case su cui insistevano i mutui e sfratteranno i morosi. Quindi aumenteranno sfratti e licenziamenti.

Nel contempo il Presidente della Bundesbank Weidmann chiede alle banche italiane di svendere i loro Btp, i titoli di Stato italiani, e comprare Bund, i titoli di Stato tedeschi.

Tale operazione farà aumentare lo spread Btp-Bund e i tassi di interesse sul nostro debito e imporrà nuovi tagli alla spesa pubblica. Infine i tedeschi vogliono trasformare il Meccanismo Europeo di Stabilità, l’ultimo strumento Salva-Stati, in Fondo monetario europeo affidandolo ad un teutone.

Non si fidano della Commissione europea considerata troppo flessibile.

Il Fondo monetario europeo sarà il definitivo cavallo di Troia della Troika in Italia.

Le manovre di finanza pubblica saranno risibili e l’intervento dello Stato azzerato. Se le classi dirigenti di sinistra accettano tutto ciò e lasciano la lotta contro l’austerità alle destre si candidano alla scomparsa.

E spalancano le porte al neofascismo.

FONTE: Carlo Freccero, Andrea Del Monaco, IL MANIFESTO

TORINO. Via libera ai cortei dei neofascisti a Torino nel Giorno del ricordo. Respinto così l’appello dell’Anpi locale a prefetto, questore e sindaca affinché non autorizzassero le manifestazioni di Forza Nuova e CasaPound «in un momento particolarmente delicato della vita del Paese». Richiesta rilanciata da Pd, Liberi e uguali e Potere al popolo. «L’autorità di pubblica sicurezza può comprimere il diritto costituzionale a manifestare pubblicamente solo per gravi motivi di ordine pubblico, che al momento non sussistono», ha tagliato corto il prefetto Renato Saccone. «Vigileremo e denunceremo qualsiasi atto o comportamento che sia posto in violazione della legge contro il fascismo e il razzismo», ha precisato.

La sindaca Chiara Appendino aveva espresso «solidarietà e vicinanza» all’appello dell’Anpi «pur non avendo competenze per vietare il corteo». L’amministrazione pochi giorni fa aveva, invece, negato il patrocinio al convegno storico «Giorno del ricordo. Un bilancio»: era promosso dalla rivista Historia Magistra e dall’onlus Jugocoord, introdotto dal professor Angelo D’Orsi. L’iniziativa non si svolgerà più al museo dell’ex carcere Le Nuove ma al Caffé Basaglia (via Mantova 34), dalle ore 10 di questa mattina, e vi parteciperà il vicesindaco di Torino Guido Montanari a nome della giunta, che ha, poi, rivisto la sua posizione dopo una (probabilmente) frettolosa scelta di sfilarsi dall’appuntamento in seguito a un’uscita dell’ex senatore Maurizio Gasparri che aveva dichiarato: «È l’ennesimo tentativo giustificazionista con l’intento di ribaltare verità storiche».

L’obiettivo del convegno sarà quello di analizzare, sul piano di una corretta metodologia storiografica e politologica, gli effetti della istituzione del Giorno del ricordo e del suo inserimento tra le feste civili della Repubblica.

Quella delle foibe è una tragica vicenda; viene ormai stabilmente raccontata dai media in una versione parziale e italocentrica, ma richiede, al contrario, il riconoscimento della complessità del contesto. Parteciperanno Alessandro Sandi Volk, Marco Barone, Bruno Segre, Nicola Lorenzin, Davide Conti, Claudia Cernigoi, Alessandra Kersevan e Gabriella Manelli.

A soli sette chilometri di distanza, nel tardo pomeriggio, si svolgeranno in corso Cincinnato, nei pressi del villaggio degli esuli giuliano-dalmati, due cortei in memoria dei martiri delle foibe organizzati da CasaPound e Forza Nuova. Quest’ultima, che ha dimostrato ripetuta vicinanza nei confronti di Luca Traini dopo i fatti di Macerata, ha esultato sui social: «Con buona pace dell’Anpi, noi ci saremo. Forti, fieri e disciplinati a commemorare il sacrificio dei nostri connazionali vittime dell’odio partigiano».

Alle 15, un’ora prima del raduno neofascista, sempre in corso Cincinnato, militanti antifascisti dei Vallette e Lucento sfileranno in corteo «contro ogni fascismo», una manifestazione promossa all’interno di una due giorni contro la strumentalizzazione del Giorno del ricordo.

Ieri, a rinfocolare un clima già teso, ci ha pensato Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, che, dopo aver fatto visita alla lapide dedicata ai martiri delle foibe di corso Cincinnato, ha voluto bacchettare il direttore del Museo Egizio per i biglietti agevolati rivolti alle coppie arabe. «Questa è discriminazione al contrario», ha detto Meloni.
Il direttore Christian Greco è sceso in strada per replicare: «State strumentalizzando il museo a fini politici. L’Egizio è di tutti, cerco solo di avvicinare le persone alla cultura. Noi le agevolazioni le facciamo per tutti: manifesterete anche perché giovedì faremo entrare gli studenti a quattro euro?».

FONTE: Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

Promulgazione ad opera di quel sovrano Vittorio Emanuele III al quale, se non altro per questa ragione, devono essere precluse le porte del Pantheon.

Come giustamente ricorda una importante pubblicazione edita l’anno scorso in Germania per gli ottanta anni dalle leggi di Norimberga, fu una iniziativa tutta italiana senza che vi fosse alcuna pressione da parte del Reich nazista, come si ostina a ripetere qualche tardo estimatore di Benito Mussolini.

Tutto quello che si può dire in proposito è che nell’Europa invasa dall’antisemitismo, l’Italia fascista non volle essere seconda a nessuno, ossessionata come era, fra l’altro, dallo spettro della contaminazione razziale.

Frutto avvelenato dell’appena conquistato impero coloniale e della forzata coabitazione con i nuovi sudditi africani.

Come tutti i neofiti, anche il razzismo fascista ebbe il suo volto truce. La «Difesa della razza», l’organo ufficiale del regime che ebbe come segretario di redazione Giorgio Almirante, ne forniva la prova in ogni numero contraffacendo le fattezze fisiche degli ebrei o rendendo orripilanti quelle delle popolazioni nere.

Il tentativo di fare accreditare l’esistenza di una razza italiana pura nei secoli aveva il contrappasso di dare una immagine inguardabile delle popolazioni considerate razzialmente impure. L’arroganza della propaganda non impedì che essa facesse breccia in una parte almeno della società italiana e ancora oggi non è detto che essa si sia liberata dall’infezione inoculata dal fascismo, come stanno a dimostrare piccoli, ma numerosi episodi che si manifestano, e non solo negli stadi.

Non bisogna fra l’altro dimenticare che non solo tra il 1938 e l’8 settembre del 1943 l’odio razziale ebbe libero corso, ma che dopo l’armistizio e l’occupazione tedesca la caccia agli ebrei divenne uno dei principali motivi dell’esistenza della Repubblica Sociale neofascista.

In nome della purezza della razza il regime costrinse a fuggire o mise in campo di concentramento ebrei che in altre parti d’Europa si erano illusi di trovare un rifugio non precario entro i confini italiani; ma costrinse all’emigrazione scienziati e intellettuali italiani, privando il Paese di una componente culturale che, nella più parte dei casi, non avrebbe fatto ritorno in Italia neppure dopo la liberazione anche a causa degli ostacoli non solo burocratici alla reintegrazione di quanti erano stati costretti a espatriare e che per tornare a esercitare il proprio ruolo in patria non avrebbero potuto contare su nessun automatismo.

Le leggi contro gli ebrei costituirono un’ulteriore penetrazione del regime nel privato dei cittadini: il divieto dei matrimoni con cittadini ebrei; l’espulsione degli ebrei come studenti ed insegnanti dalle scuole e dalle università; l’espulsione degli ebrei dalla pubblica amministrazione.

Di fatto, ma anche di diritto, si venne a creare una doppia cittadinanza con cittadini di serie A e cittadini di serie B, preludio dell’ostracismo generalizzato sancito dalla Repubblica Sociale che proclamò semplicemente gli ebrei cittadini di stati nemici, quasi a dare la motivazione non solo ideologica per la parteicpazione italiana alla Shoah.

Ancora oggi è difficile dare una valutazione sicura delle reazioni della popolazione italiana alle leggi razziali. Le azioni di salvataggio compiute dopo l’8 settembre non devono ingannare a proposito dei comportamenti che si manifestarono prima dell’armistizio.

Gli stessi ebrei non si resero esattamente conto della portata delle leggi razziali. Il fanatismo della stampa, in particolare nella congiuntura bellica in cui gli ebrei vennero imputati di tutti i disastri del Paese, andava probabilmente oltre il tenore dello spirito pubblico che oscillava tra indifferenza e cauto plauso, aldilà del solito stuolo dei profittatori.

Le autorità periferiche non ebbero affatto i comportamenti blandi che qualche interprete vuole tuttora addebitare loro. Il conformismo imperante coinvolse la più parte della popolazione. Il comportamento timido, più che cauto, della Chiesa cattolica non incoraggiò in alcun modo atteggiamenti critici che rompessero la sostanziale omogeneità dell’assuefazione al regime.

A ottanta anni di distanza la riflessione su questi trascorsi è ancora aperta e si intreccia con alcuni dei nodi essenziali della storiografia sul fascismo (per esempio la questione del consenso).

È una storia che deve indurci ad approfondire un esame di coscienza collettivo alle radici della nostra democrazia e a dare una risposta a fatti che sembrano insegnarci come la lezione della storia non sia servita a nulla se è potuto accadere che il presidente del tribunale fascista della razza diventasse anche presidente della Corte Costituzionale della Repubblica.

FONTE: Enzo Collotti, IL MANIFESTO

POLEMICHE. Lo sceneggiatore ha poi fatto marcia indietro parlando di «scherzi della memoria»

PADOVA. Padova è sempre «impiombata» dal 7 aprile. Anche dopo quasi 40 anni scatta il riflesso pavloviano. E si riapre il campo di battaglia sul teorema di Pietro Calogero (sposato dal Pci) e sulla «supplenza giudiziaria» (contestata dai garantisti dell’epoca) nei confronti dell’Autonomia e dei «cattivi maestri» di Scienze Politiche.

Mercoledì sera al Centro universitario di via Zabarella si discuteva, senza tanti problemi e con una completa gamma di opinioni, la tesi di laurea di Giulia Princivalli (che è nata nel 1993) Padova di piombo. Lo scontro fra Pci e Autonomia Operaia negli anni ’70 (Alba Edizioni, pagine 102, euro 10). È il medesimo sforzo di libera riflessione che nel 2002 aveva prodotto Luca Barbieri con I giornali a processo: il caso 7 aprile al termine del corso in Scienze della comunicazione. Ma paradossalmente non fa notizia.
È squillato l’allarme rosso per combattenti e reduci. Calogero ha querelato Umberto Contarello, in gioventù segretario cittadino della Fgci, per la sua testimonianza nel web che faceva passeggiare il pm dentro le stanze della Federazione di via Beato Pellegrino.

Nello stesso modo social lo sceneggiatore da Oscar si è rimangiato lo «scherzo della memoria», ottenendo una raffica di insulti da Flavio Zanonato, padre-padrone del Pci-Pds-Ds ora eurodeputato dopo un ventennio da sindaco. Così Padova torna ad avvelenarsi, come se il tempo si fosse cristallizzato. Per fortuna, la storia restituisce quella stagione tutt’altro che univoca. E la città dell’altro secolo si è «riconciliata», soprattutto grazie a chi ha preservato passioni meno tristi e più critiche.

Un altro «ricordo» di Contarello era passato sotto silenzio: il 17 novembre 2011 aveva già scritto on line di Pecchioli, Folena e Longo, ma anche del faccia a faccia con Calogero prima della deposizione in tribunale. «Arriva con la toga sotto braccio che mi pare un cencio. Mi dice ciao perché ci conosciamo…».
Per la giustizia, valgono sempre le parole di Giovanni Palombarini che ricopriva il ruolo di giudice istruttore: «L’impostazione del pm ha goduto a lungo di forza interna, nell’ideologia della magistratura del tempo prima ancora che nel sistema delle impugnazioni, e sostegni esterni, anche di un partito politico, affidati a strumenti di informazione spesso partecipi di quella impostazione. È ipotizzabile che si possa sviluppare una riflessione su questo dato, che nella sua drammatica oggettività è emerso dalla storia del processo 7 aprile?».

Per «il manifesto», parla l’editoriale di Rossana Rossanda: «Un uomo come Luciano Ferrari Bravo, assolto, fu condannato in primo grado a 14 anni e 5 ne aveva già fatti in carcere. Chi glieli restituirà? Forse “l’Espresso”, che regalò ai lettori la voce del telefonista delle Br a Eleonora Moro, perché fosse riconosciuta come quella di Negri? “Repubblica” che ne titolò festosamente l’arresto come capo delle Br a piena pagina? Questa non è stata soltanto una pagina scandalosa della giustizia italiana, come rilevava da tempo Amnesty International. È stata una storia di silenzi,codardi e coperture. Abbiamo contato sulla punta delle dita giuristi e intellettuali disposti a spendere impegno e riflessione, a trovare abominevole che un’idea politica che si poteva non condividere affatto fosse consegnata non alla lotta politica ma a un trucco giudiziario».

Per la politica, infine, a Padova chiunque può sorridere. Chi aveva l’indice puntato e chi stava alla sbarra, massimi dirigenti del Pci e militanti del Movimento del ‘77, funzionari e portavoce dei centri sociali nella campagna elettorale del 4 marzo si ritrovano insieme nello stesso «contenitore» guidato da un ex magistrato.
Comunque, ben oltre il fantasma del 7 aprile e il desueto ring scenografico, a Padova ci si preoccupa ancora del futuro. Senza più «cassaforti» né rendite di posizione, bisogna preservare dalle lobby sussidiarie al declino almeno la libertà dell’Ateneo e il servizio pubblico nella «fabbrica della salute».

FONTE: Ernesto Milanesi, IL MANIFESTO

Giovanni Vanzetti è il nipote di Bartolomeo, l’anarchico italiano condannato ingiustamente alla sedia elettrica nel carcere di Charlestown (Boston, USA), il 23 agosto 1927, insieme all’amico e compagno di lotte Nicola Sacco. Accusati di omicidio durante una rapina, i due lavoratori immigrati furono in realtà condannati perché anarchici ed italiani, in seguito ad un processo farsa condizionato dal pregiudizio razziale e dall’odio politico nei confronti dei sovversivi. Per decenni in Italia le vicissitudini di Nick e Bart sono rimaste ai margini della storiografia, se oggi si possono contare decine di libri, saggi, documentari, spettacoli teatrali e film sull’argomento, è merito soprattutto della famiglia Vanzetti che ha combattuto stoicamente per riabilitare i nomi di Bartolomeo e Nicola ed ha inoltre conservato per quasi un secolo una mole incredibile di documenti.
Quella che Giovanni racconta è soprattutto una storia familiare, contraddistinta dall’orgoglio e dalla forza di volontà del fratello (Ettore, padre di Giovanni ndr) e delle due sorelle di Bartolomeo, che hanno dedicato la loro vita alla memoria del caro “Tumlin”.

Quando ha ascoltato per la prima volta la storia di suo zio?

Ho iniziato a seguire la vicenda sul finire degli anni ’50, quando avevo circa 20 anni, prima ero troppo piccolo e gli adulti non mi coinvolgevano. In casa comunque se ne parlava pochissimo per rispetto della zia Luigina che, tornata dagli Stati Uniti senza essere riuscita a salvarlo, né tantomeno a riportarlo sulla retta via come voleva la famiglia, si ammalò a causa del trauma subìto e non volle più affrontare il discorso.

Secondo lo storico Botta, Sacco e Vanzetti erano due anarchici intraprendenti che durante il primo conflitto mondiale lasciarono gli Stati Uniti e si recarono in Messico, non per evitare la chiamata di leva, ma per preparare la rivoluzione in Italia, seguendo quello che era accaduto in Russia. Quanto è importante conoscere la loro vita e il loro impegno politico prima del processo?

Credo che quando Bartolomeo partì per raggiungere gli Stati Uniti non fosse ancora un anarchico, questa è una mia convinzione derivata dalla lettura degli atti e dalle storie che ho ascoltato. Era un ragazzo che cominciava a farsi domande, tanto è vero che negli ultimi tempi a Villafalletto (Cuneo) trascorreva le giornate con gli amici più intimi che erano tutti giolittiani. La nostra non era una famiglia ricca ma non era nemmeno povera al punto da mettere un ragazzo alla fame e obbligarlo ad andare via. Secondo me decise di partire a causa della grande sofferenza per la morte della madre, per la quale provava un affetto sviscerato. Partì per l’America pensando di cambiare vita ma trovò una situazione completamente diversa da quella che si raccontava. La realtà era molto dura. Cominciò a pensare, a leggere e un po’ alla volta si avvicinò agli ambienti anarchici nei primi anni ’10. Noi non credevamo che Bartolomeo fosse colpevole di omicidio e rapina, nel modo più assoluto.

Sicuramente era un anarchico, ma a mio avviso lo era perché non c’era un sindacalismo e una sinistra reale e gli unici che si opponevano alle scelte padronali, dei proprietari che sfruttavano la gente all’inverosimile, erano gli anarchici. Comunemente ricordiamo gli anarchici come quelli che mettevano le bombe e ammazzavano i re ma bisogna anche ricordare che ogni gruppo lavorava autonomamente.

Il compito di custodire la memoria storica di famiglia lo ha ereditato da sua zia Vincenzina?

In realtà non ho mai studiato molto le carte e i documenti, ho letto però parecchi libri e le lettere di Bartolomeo. Ne ho parlato poi con mia zia Vincenzina che ha seguito la vicenda molto approfonditamente e ha dedicato gli ultimi 40 anni della sua vita al Comitato Sacco e Vanzetti. Ero affezionato a lei come ad una madre. Nel 1977, quando arrivò il proclama di Dukakis che riabilitò i nomi dei due condannati (primo caso nella storia degli Stati Uniti ndr), le telefonarono dagli Stati Uniti il giorno prima, dicendole di non darne ancora notizia ma lei ci chiamò a Torino per dirci che ora poteva morire tranquilla perché lo scopo della sua vita l’aveva ottenuto. Quando si tratta di partecipare a qualche evento vado sempre, quest’anno ne hanno organizzato uno anche a Villafalletto dove per decenni non si è mai parlato di questa storia. La mentalità contadina è chiusa e tutto rimaneva isolato. Quando furono dedicate le scuole medie a Bartolomeo Vanzetti, grazie alla tenacia della presideOlivero, all’inaugurazione hanno partecipato il parroco, il maresciallo dei carabinieri e due rappresentanti della giunta comunale solo perché dovevano esserci; oltre ai ragazzi, ai professori della scuola e ad alcuni miei amici non c’era nessun altro. Da circa 10 anni anche lì stanno cambiando le cose.

Credo che la sua famiglia abbia avuto un’intuizione sorprendente nel conservare centinaia di documenti e la fitta corrispondenza di Bartolomeo con i suoi cari.

È vero, mia zia Vincenzina, che era quella che assomigliava di più come carattere e come intelligenza a Bartolomeo, ha tenuto sempre tutto archiviato. Durante il fascismo naturalmente subimmo molte perquisizioni, non dai fascisti del paese che ci hanno sempre rispettato, ma da parte di quelli di Torino e di Cuneo che arrivavano all’improvviso. Mio padre e le mie zie catalogarono e nascosero una parte dei documenti all’interno di un muro davanti al sottoscala, un’altra parte invece la nascosero all’interno di un baule rivestito esternamente in rame, che poi seppellirono sotto il pollaio (ride ndr). Rimase lì per anni e le carte si conservarono perfettamente. Più recentemente, quando giornalisti e ricercatori andavano a casa di mia zia per visionare le lettere ed i documenti, lei glieli mostrava senza problemi. Tutto quello che la mia famiglia è riuscita a salvare lo abbiamo donato al Museo della Resistenza di Cuneo.

Le è piaciuto il film di Montaldo con Volonté?

Molto, anche se c’è della finzione. Se in Italia si parla di questa storia è anche grazie al film di Montaldo, perché ha raggiunto milioni di persone. Nel 1991 hanno invitato la mia famiglia a Roma per assistere alla prima di uno spettacolo teatrale su Sacco e Vanzetti. Un lavoro molto fedele. Tutti i testi erano presi dai verbali, tranne la frase iniziale del secondo atto in cui si affermava che la Chiesa cattolica e il Governo italiano erano intervenuti per la liberazione, cosa non vera perché non intervennero nel modo più assoluto. Ci fu solo un intervento pro forma. Ci hanno chiesto se volevamo un compenso per i diritti ma noi eravamo già soddisfatti così. Gli unici soldi che Vincenzina prese nel corso della sua vita furono 100mila lire di rimborso spese per i diritti del libro “Non piangete la mia morte”, che poi lei donò in un momento successivo alla vedova di Pinelli.

Crede che Sacco e Vanzetti abbiano giovato al movimento anarchico più da martiri che da vivi?

Per quanto riguarda gli anarchici non saprei onestamente. Se andiamo però a leggere le lettere e le arringhe di Bartolomeo al processo, sono convinto che la loro storia abbia giovato alle lotte della classe operaia. Questo è il mio parere, anche perché ho vissuto sulla mia pelle gli anni delle grandi conquiste operaie in Italia. Nel ’69 e nel ’72 a Torino, dove lavoravo come impiegato tecnico di un’azienda metalmeccanica, abbiamo fatto 208 ore di sciopero in un anno, che voleva dire un mese e mezzo di lavoro, con la polizia che ci caricava duramente.

Qual è il pensiero di Bartolomeo che l’ha colpita di più?

Mi hanno colpito indiscutibilmente l’onestà e la generosità verso i poveri che avevano meno di lui. Qualche mese prima che lo arrestassero, andò a comprarsi delle scarpe nuove dopo un anno, perché ne aveva davvero necessità. Uscito dal negozio incontrò sotto la pioggia un povero cristo, padre di famiglia, con le scarpe bucate, Bartolomeo si tolse le scarpe e gliele diede. Una persona del genere non avrebbe mai ammazzato altri lavoratori per rubargli dei soldi. Questa è una mia conclusione.

FONTE: Fabrizio Rostelli,  IL MANIFESTO

Muraglie verdi. Giustizia e ambiente, diritti delle donne e presunto «debito» dell’Africa, disarmo e cultura. Le politiche ante litteram del buen vivir nelle parole e nei fatti concreti di un visionario

Avanza lenta tra mille intoppi la Grande Muraglia Verde, un serpentone alberato che snodandosi dalla Mauritania a Gibuti dovrebbe salvare dal deserto un bel pezzo d’Africa. Burkina Faso compreso. Lanciata dalla Comunità degli stati del Sahel e del Sahara nel 2005, viene definita un’iniziativa «pioneristica» su Wikipedia. Quindi il discorso ai «compagni forestali» che pubblichiamo qui dimostra come i 30 anni dall’assassinio del suo autore, che ricorrono oggi, siano passati invano.

E quanto in meglio avrebbe cambiato il mondo l’opera che Sankara riuscì solo ad abbozzare, lo si capisce anche da come quella sua visione organica ritorni oggi nelle pratiche di tanti movimenti di nuova concezione, alla convergenza tra più fronti, tra corpi e territori. Sapendo che la liberazione o sarà totale o non sarà.

Ambiente, disarmo, donne, il «debito» presunto, nuovi schiavismi e colonialismi finanziari, sovranità alimentare e cultura, molta cultura, soprattutto sonora e visionaria. Una politica “permaculturale”, in cui l’etica marxista è dinamizzata nel contesto, la «de-crescita» è per forza «felice» e la felicità un diritto. Tutto è ante litteram in Sankara, come forse lo fu solo in Amilcar Cabral, che in più era agronomo e poeta, ma non ebbe poi neanche quei quattro anni, dal 1983 al 1987, in cui il President du Faso guidò la rivoluzione pacifica scatenata nel «paese degli integri».

Il «Guevara africano». Rispetto al Che aveva meno esperienza e meno fiducia nelle armi. In compenso sapeva farci con la chitarra. La sua band si chiamava Tout-à-Coup Jazz e anche se lo dice il nome stesso – diffidare di Wikipedia – non suonava jazz. A noi interessa che mentre lui era un buon chitarrista, al servizio del tutto, il cantante, un certo Blaise Compaoré, narciso e malvagio come solo i cantanti a volte sanno essere, decise a un certo punto di uccidere il baricentro creativo della band e dunque la musica stessa. Seguono 27 anni di silenzio. E buio, malgrado le luci del Fespaco, il festival del cinema africano, sinistro bagliore del post-Sankara.

Oggi, dopo la rivolta popolare che ha cacciato Compaoré, il protagonismo civile di tanti burkinabè sembra sankarismo puro. E se anche le lotte dei Mapuche in Patagonia lo sono, allora sì che questo 15 ottobre è meno cupo dei precedenti.

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FONTE: Marco Boccitto, IL MANIFESTO

«Ero sul mio camion a Buenos Aires, presi il giornale all’alba: “Il Che è morto”, titolava. Lo seppi così». La fucilazione sugli altipiani sperduti della Bolivia di Ernesto Guevara detto il Che, il 9 ottobre del 1967, esattamente 50 anni fa, è un turning point . Perché è una sorta di Pasqua rivoluzionaria che anticipa la Resurrezione del 1968 e trasfigura il guerrigliero più celebre di tutti in un santino eternamente giovane.

Ma Juan Martín Guevara, il fratello più piccolo di Ernesto, classe 1943, una vita articolata, sindacalista, prigioniero politico, rappresentante di sigari Avana, non vuole sentir parlare di mitizzazioni cristologiche. Come si vede nel suo memoir appena uscito «Il Che, mio fratello» (Giunti), ritratto intimo in cui l’argentino scende appunto dall’Olimpo degli eroi e diventa uomo. E faceva dunque il camionista, Juan, il giorno del martirio guevarista: è dunque leggenda quella del Che borghese annoiato in cerca di distrazioni? «Sì, mio padre Ernesto senior fu sempre in cerca di fortuna e piuttosto assente. E mia madre Celia, donna rigorosa quanto umile. Di comodità in casa non ne abbiamo avute mai».

L’Ernesto junior di Juan è un ragazzo che sa sempre sorridere. «La grandiosa foto-icona di Alberto Korda non gli rende del tutto giustizia: è accigliato, ritratto in un giorno di lutto. Sapeva invece sdrammatizzare qualunque situazione». Ernesto diventa poi il Che (l’intercalare argentino con cui lo ribattezzarono per sempre i cubani) e si sottopone dunque al giudizio della storia. All’inizio lo dipingeranno come un Robespierre implacabile, quando comminerà numerose condanne a morte: «Me lo chiesero in Germania. Ribattei: cosa avrebbe dovuto fare con assassini e torturatori? Cosa avreste dovuto fare voi a Norimberga?». Poi lascerà Cuba per inseguire illusioni rivoluzionarie in Congo e, fatalmente, in Bolivia. Ma una volta morto, Ernesto diventerà una condanna per il fratello minore. Nel 1975 l’arresto in Argentina: Juan è sindacalista e soprattutto si chiama Guevara. Otto anni nelle carceri del regime militare: «In realtà il mio cognome sparì e divenni un numero, 445, completamente disumanizzato. E se lo scoprivano, il colmo era ricevere i complimenti degli aguzzini, “Che stratega tuo fratello, non fosse stato comunista…”». Ora invece, i complimenti Juan li riceve «dai ragazzini, perché mio fratello rimane punto di riferimento indiscutibile nella lotta contro le diseguaglianze sociali. Al netto di qualunque santino».

FONTE: Matteo Cruccu, CORRIERE DELLA SERA

Le testimonianze probabilmente avranno un peso nella riapertura del processo presso la Corte Europea di Strasburgo chiesto dal governo irlandese già nel 2014

Una vecchia ballata irlandese dal titolo Scapegoats («Capri espiatori») recita: «Ditemi che state terrorizzando la mia famiglia / Tenetemi sveglio per sei giorni e sei notti, confuso e in preda al panico / E nella notte scura e solitaria io vi giurerò che il nero è bianco / Se solo mi farete stendere e chiudere gli occhi / Firmerò qualunque cosa se mi concederete di chiudere gli occhi».

SIAMO ALLA FINE DEL 1974. Esplodono due pub a Birmingham, il Mulberry Bush e il Tavern in the Town. Fanno ventuno vittime e più di centottanta i feriti. Sei gli irlandesi arrestati e l’anno dopo condannati all’ergastolo. Nel 1991 vengono rilasciati, allorché un giudice stabilisce che la polizia aveva contraffatto le prove ed estorto le confessioni di quattro di loro con la tortura. Con forme di tortura al limite dell’umano. Pestaggi, violenze psicologiche, attacchi da parte di cani, e minacce credibilissime di esecuzioni sommarie in carcere.

Negli anni dei cosiddetti Troubles, ovvero il conflitto nordirlandese, sono tanti gli irlandesi a ritrovarsi nel luogo e nell’ora sbagliati. Spesso in carcere senza motivo, per via della legge sull’internamento senza processo, contro la quale tuttora si battono i repubblicani a Belfast e dintorni.La storia si ripete quasi identica lo stesso anno con i quattro di Guilford e con i Maguire Seven (vedi il film Nel nome del padre di Jim Sheridan), anch’essi tutti indiscriminatamente rilasciati dopo 15 e 16 anni di ingiusta carcerazione. A tutti loro dedica una ballata uno dei più grandi bardi irlandesi contemporanei, Shane MacGowan: «Ci sono sei uomini a Birmingham / e quattro a Guildford / Prelevati e torturati / E incastrati dalla legge / La feccia veniva promossa / E loro se ne stavano in carcere / Perché erano irlandesi nel posto sbagliato / E nel giorno sbagliato».

I METODI DELLE FORZE dell’ordine britanniche (o brutanniche, come direbbe Joyce che appunto coniò il termine brutish) erano ben noti, e furono stigmatizzati già nel 1978 come forme di tortura dalla Corte Europea per i Diritti Umani in un famoso caso Irlanda contro Regno Unito. Si trattava delle famigerate “cinque tecniche”, ovvero la privazione del sonno, la privazione del cibo e dell’acqua, la costrizione ad assumere posizioni innaturali come stare a lungo in piedi a braccia aperte e gambe divaricate e in punta di piedi, l’obbligo a portare un cappuccio nero per tutto il tempo della detenzione con l’esclusione dell’interrogatorio, e l’esser sottoposti a rumori o ronzii continui quando in cella.

Si tratta di tecniche definite dalla corte degradanti perché conducono a sentimenti di angoscia e a umiliazione. E in tutti i casi fu accertato che furono protocolli autorizzati ai più alti livelli dello Stato Britannico.

Come sappiamo oggi, anche grazie all’opera di instancabile testimonianza di personaggi chiave come Raymond Murray, cappellano del carcere femminile di Armagh, e Denis Faul, cappellano di Long Kesh (il carcere in cui morirono Bobby Sands e compagni), le torture non si limitarono a quelle cinque modalità.

ALLA FINE DI GIUGNO, durante una conferenza stampa organizzata a Londra dal famoso studio di avvocati del Matrix Chambers, in collaborazione con il Pat Finucane Centre di Belfast (Pat era un avvocato specializzato nella difesa dei diritti umani, ucciso dai paramilitari lealisti in collusione con i servizi segreti britannici nel 1989), sono state rese note dichiarazioni, testimonianze e prove di ulteriori forme di tortura praticate normalmente dai britannici sui sospetti sommariamente internati. Queste includevano il waterboarding, ovvero la simulazione dell’annegamento, abusi di tipo sessuale, e l’elettroshock.

Le rivelazioni erano state anticipate dai media britannici a febbraio, quando si era parlato di accuse, mosse ai paracadutisti, di aver praticato il waterboarding con due irlandesi, mentre del tutto era a conoscenza l’allora primo ministro Edward Heath, premier tra il 1970 e il 1974.

Erano i primi anni, i più violenti, dei Troubles, e fu Heath a introdurre l’internamento in Irlanda del Nord. Nel dicembre del 1974 l’Ira provò a fargliela pagare, ma l’attentato nella sua casa a Belgravia, nel centro di Londra, fallì per un errore di calcolo del momento del suo rientro.

Alla conferenza stampa di Londra ha partecipato in qualità di lettore anche il grande attore irlandese Stephen Rea, il quale ha letto assieme ad altri le dichiarazioni di ragazzi giovanissimi, prelevati senza indizi sufficienti dalle loro case o dall’università e sottoposti a sevizie di ogni tipo.

Dichiarazioni simili sono state fatte anche da minorenni, come è il caso di un diciassettenne di Cork sottoposto ripetutamente allo stesso tipo di tortura, ogni volta che riprendeva i sensi dopo essere svenuto.È il caso di uno studente della Queen’s University di Belfast – nel 1978 aveva vent’anni – che ha rilasciato questa dichiarazione: «Un detective mi ha preso per la gamba destra, un altro per la gamba sinistra, uno per il braccio sinistro, e un altro per quello destro. Fermo a terra in questa posizione, mi hanno afferrato per i genitali e per la gola e sollevato da terra per poi buttarmi sopra un tavolo diverse volte. Mi hanno legato le mani e i piedi e messo un asciugamano dal colore chiaro sulla testa perché non ci vedessi. Poi un altro asciugamano me l’hanno legato attorno al collo per soffocarmi. Con questo legato attorno alla faccia, hanno preso a versarmi acqua giù per la gola e per il naso, ed ebbi la sensazione di annegare».

GLI ORGANIZZATORI hanno detto di essere in possesso di almeno mezza dozzina di casi provati di waterboarding, che probabilmente avranno un peso nella riapertura del processo presso la Corte Europea di Strasburgo chiesto dal governo irlandese già nel 2014. E lo avranno anche più in generale nelle relazioni tra Irlanda e Gran Bretagna nel presente momento storico, in cui alle tensioni per il ristabilimento del confine tra le due Irlande, si sommano quelle dovute all’asse tra i conservatori inglesi e gli unionisti del Dup. È un accordo basato infatti in gran parte sulla promessa dei primi di alleggerire la pressione sui militari britannici e sui poliziotti nordirlandesi accusati di crimini perpetrati durante i Troubles.

FONTE: Giulia Sbarigia, IL MANIFESTO

Giunto alla sua tredicesima edizione, il festival «Fino al cuore della rivolta» prende il via oggi per concludersi il primo di agosto. Ancora una volta l’impegno e la tenacia dell’associazione toscana Archivi della Resistenza sono lodevoli e riescono a dare vita alle giornate estive di Fosdinovo (in provincia di Massa-Carrara).

GLI APPUNTAMENTI, come sempre numerosi, si dipaneranno tra musica, dibattiti, teatro e poesia nella splendida cornice del Museo audiovisivo della Resistenza. Oltre alle presenze affezionate al festival (tra gli altri Bobo Rondelli, Ascanio Celestini, Alessio Lega, Yo Yo Mundi), alcune nuove e molto attese: per esempio Giorgio Canali e la band Rossofuoco per la presentazione dell’album Perle ai porci. Un’ospite di eccezione, per grazia e sapienza vocale, è poi Mara Redeghieri, la storica cantante degli Ustmamò che lunedì presenterà il suo primo album da solista, Recidiva. Per la prima volta a Fosdinovo, insieme alla cantante spagnola Ángeles Aguado López, anche Alfio Antico con un concerto per voce, tamburi e contrabbasso. Maurizio Maggiani e Tano D’Amico dialogheranno tra letteratura e fotografia mentre saranno dello storico Angelo D’Orsi gli editoriali dal palco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’evento certamente più rilevante è l’incontro di domani con José Almudéver Mateu, per un’anteprima nazionale che concerne la presentazione della traduzione italiana delle sue memorie La Repubblica tradita. Memorie di un miliziano e brigatista internazionale alla Guerra di Spagna (in libreria dall’autunno per le edizioni Ets). Classe 1919, José Almudéver Mateu, è stato volontario dell’Esercito Repubblicano e delle Brigate Internazionali ed è uno dei pochissimi sopravvissuti di quella esperienza.

PUBBLICATO per la prima volta in Spagna tre anni fa dall’Agrupació d’Estudis Locals «El Castell» de Alcàsser, il volume è un lavoro articolato che l’autore ha composto lungo una vita intera, apparecchiandolo per la stampa negli anni Ottanta (immaginando tuttavia di poterne consegnare l’esito solo ai propri figli e nipoti).
Ora, grazie alla collaborazione dell’Associazione Italiana dei Combattenti Volontari Antifascisti, Archivi della Resistenza e le edizioni Ets (che inaugurano la collana Verba manent. Racconti di vita e storie orali) si potrà leggere – e ascoltare dalla viva voce del protagonista ospite a Fosdinovo – un pezzo fondamentale della storia del Novecento.
Del resto non c’è da stupirsi di tanta acuta attenzione verso il portato storico-politico e militante di una presenza come quella di Almudéver. «Fino al cuore della rivolta», a cui auguriamo lunga vita, ci abitua sempre ad appuntamenti annuali imperdibili.

FONTE: Alessandra Pigliaru, IL MANIFESTO

Il rischio più grande è quello di una lenta agonia. Esordisce così Guido Vaglio, direttore del Museo Diffuso della Resistenza di Torino. Da un paio di settimane, intorno al museo, si sono diffuse voci di una possibile chiusura, cui sono subito seguiti appelli, firmati, tra gli altri, da Gustavo Zagreblesky, Marco Revelli, Aldo Agosti, Luciano Violante. Il perché, almeno in apparenza, sembra rientrare in un copione ormai classico quando ha come soggetto le istituzioni culturali e la cultura in generale. Sopra ogni altra cosa i contributi pubblici, puntualmente in ritardo e progressivamente tagliati. Ma nello specifico, altri problemi complicano il quadro.

IL MUSEO, allestito in uno dei due palazzi dei quartieri Militari progettati a inizi Settecento da Filippo Juvarra, apre i battenti nel 2003 su iniziativa del comune. Nel 2006 nasce un’associazione di cui fanno parte comune, provincia, regione, Istituto Storico della Resistenza e Archivio Cinematografico della Resistenza. Il finanziamento istituzionale annuo erogato ammonta a cento e sessantamila euro, ai quali si sommano affitto e utenze gratuiti, accanto a ottantamila euro dalla Compagnia di San Paolo. Ad aprile 2016 viene inaugurato, nel secondo palazzo dei Quartieri, il Polo del Novecento, che raduna diciannove realtà, tra di esse l’Anpi, L’Istituto Gramsci, il Centro Piero Gobetti. Restauri e lavori sono finanziati per intero dalla Compagnia. Si volatilizzano, di conseguenza, gli ottantamila euro destinati al museo. Tagli e ritardi (la Regione è debitrice delle quote 2015 e 2016) hanno portato i conti in rosso, fino a esaurire il fido bancario e a mettere a repentaglio gli stipendi dei dipendenti. Questo nonostante l’intervento della giunta Appendino, pochi giorni fa. Ma, afferma Vaglio, le difficoltà non sono solo di carattere economico: «Abbiamo posto ai soci fondatori il problema del mandato politico che il museo ha. Vorremmo che si pronunciassero sui progetti di sviluppo. L’attuale mancanza della piena operatività del Polo del Novecento ha determinato una situazione di stallo, che ricade anche su di noi. Infine, c’è un problema di sovrapposizione di ruolo e funzioni». Intanto, al museo sono stati tolti lo spazio per le mostre temporanee e la sala conferenze, poiché queste attività sono divenute prerogative del Polo.

ESISTE UNA VIA D’USCITA? «La proposta, per altro concordata con Comune e Regione, sarebbe di una nostra integrazione all’interno del progetto globale. Nonostante il pubblico via libera e le promesse del Polo di convocare un tavolo di confronto politico e tecnico, tutto è fermo».

Stanno invece facendo qualcosa di concreto i torinesi. La sottoscrizione lanciata dal museo sul web ha raccolto in brevissimo tempo dodicimila euro. Un segnale forte di solidarietà, un no deciso alla chiusura di un luogo che difende memorie sempre più fragili. Evocate ormai soltanto nella retorica delle cerimonie da calendario.

FONTE: Luciano del Sette, IL MANIFESTO

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