Storia & Memoria

Era il 9 novembre 1989, nel quotidiano comunista il manifesto iniziava la riunione di redazione come ogni mattina. Nella stanza del caporedattore attigua all’ingresso, al quinto piano di Via Tomacelli 146, c’era un’insolita euforia. La notizia appena arrivata era che le autorità della Ddr (la Germania dell’est) avevano «inconsapevolmente» comunicato l’apertura dei varchi di passaggio verso la Rdt (la Germania dell’ovest), del Muro di Berlino. Era l’inizio della caduta festosa della barriera che divideva le due Germanie.

In molti tra i più giovani erano più che entusiasti; molto più dubitativi invece i meno giovani, legati alla storia della radiazione dal Pci, nel 1969, del gruppo che aveva accusato il Partito comunista italiano di avere abbandonato Praga e Dubcek nelle mani della restaurazione di Mosca dopo l’invasione dell’agosto ‘68 della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia. Il Manifesto, che aveva già nel 1977 e 1978 promosso ben due convegni internazionali sul potere e sull’opposizione nelle società post-rivoluzionarie a partire dall’Europa dell’Est, con Rossana Rossanda era da tempo impegnato a sostenere la svolta politica straordinaria che Michail Gorbaciov, diventato segretario del Pcus nel 1985, aveva impresso a quel che rimaneva dell’Unione sovietica.

E a seguire i cambiamenti che ne erano derivati nell’Est e nel mondo. A giugno dell’89 c’era stata la strage della Tian An Men a Pechino, mentre rinascevano i pericolosi nazionalismi nell’ex Jugoslavia. Ma anche Rossana Rossanda quella mattina era guardinga sulla grande «implosione» che accadeva sotto i nostri occhi. Più perplesso ancora appariva il direttore del giornale Luigi Pintor. Dopo molti interventi tutti più che positivi sugli avvenimenti in corso (secondo l’auspicio: “così cadranno anche i Muri dell’Occidente”), gli sguardi si rivolsero interrogativamente proprio a lui. E Luigi Pintor alla fine sussurrò: «Io sento solo una grande puzza di guerra».

Che cosa volesse dire davvero e quanto avesse ragione Luigi Pintor sarebbe stato chiaro solo due anni dopo nel 1991, la stessa data della fine dell’Unione sovietica. Con la prima guerra occidentale all’Iraq a partecipazione anche italiana e con il nuovo protagonismo della Nato a partire dai Balcani. Perché il Patto atlantico, nato nel 1949 in funzione difensiva dopo la crisi di Berlino contro i paesi della sfera sovietica e l’Urss, con il crollo del nemico avrebbe dovuto perlomeno scomparire. Il Patto di Varsavia (costituito nel 1955 dopo l’ingresso della Germania ovest nella Nato) si era sciolto nel 1991.

E invece alla fine del 1999 tutti gli ex paesi del Patto di Varsavia (Polonia, Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria, Ungheria e Albania) dentro l’accurata «strategia dell’allargamento a est» – e «in violazione dello spirito degli accordi sulla riunificazione tedesca», racconta Gorbaciov al manifesto – avrebbero fatto tutti parte dell’Alleanza atlantica, con basi militari, nuovi sistemi d’arma, progetti di scudo antimissile, prigioni della Cia e rinnovati quanto costosi bilanci militari. Tutti intorno ai confini della Russia, a quel che rimaneva dell’ex potenza sovietica, mentre i governi occidentali facevano il tifo per l’astro nascente «democratico» Boris Eltsin, che di lì a due anni avrebbe bombardato il parlamento russo. E questo ingresso nella Nato di tutti i Paesi dell’Est avveniva ben prima della loro entrata nell’Unione europea e anzi come «prova» del loro adeguamento alla democrazia occidentale. Ben altro che la «casa comune europea» tanto cara a Michail Gorbaciov prima di essere sconfitto. E tutti questi Paesi avrebbero partecipato direttamente con propri contingenti e intelligence a tutte le nuove guerre occidentali fatte in nome dei diritti umani per distruggere i diritti umani, come in Iraq, in Afghanistan e ad ultimo in Libia e Siria.

E in Italia? Arrivò la Bolognina, con la cancellazione del Pci e l’abbandono della storia del comunismo italiano e del suo protagonismo originale nella costruzione della democrazia; seguito da Mani pulite e dal giustizialismo politico, finché nel 1994 apparve sulla scena il fenomeno dell’antropologia politico televisiva, «situazionista di destra», di Berlusconi.

Da quegli anni in poi insomma intorno a noi si è estesa una vasta, insopportabile, ammorbante puzza di guerra.

Sia chiaro: non che prima dell’89 le guerre non ci fossero. Tragicamente rientravano nel conflitto tra i due blocchi, invalicabile per il terrore atomico. Intanto il Vietnam veniva insanguinato con due milioni di morti e venivano massacrate le rivoluzioni in Cile e poi in Angola e Mozambico nell’intento della potenza imperiale Usa di contenere «l’avanzata nel mondo del comunismo»; e poi l’Afghanistan con l’intervento speculare sovietico e poi il ritiro proprio a metà dell’89. La guerra era lontana ma non per questo meno criminale. Una sola era la certezza: l’Italia e l’Europa, pur schierate nel fronte politico occidentale che le sosteneva, non partecipavano direttamente ai conflitti.

Fu proprio dal 1989, dalla Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa del 1990 e dalla Commissione Badinter ancora della Cee che la guerra, a partire dal Sud Est europeo – altro che le affermazioni «L’Europa ha garantito in questi anni la pace» -, tornava prepotentemente in Europa; e anche l’Italia, come sistema-militare e alleato strategico nella Nato, ne sarebbe via via stata protagonista, nel disprezzo della sua Costituzione fondativa. E nel silenzio e all’ombra delle decine di nuovi Muri – dalla Palestina, ai Balcani, tra Usa e Messico, etc.- che sarebbero stati edificati.

* Fonte: Tommaso Di Francesco, il manifesto

MELISSA (KR).Melissa è un nome dolce e antico: è il miele, nella lingua greca che ci ricorda l’origine dei primi insediamenti lungo la costa jonica della Calabria. Melissa è anche il luogo che ci riporta, con un retrogusto amaro, all’omonimo eccidio dei braccianti, 70 anni fa.

Un manifesto rievoca l’uccisione dei tre braccianti di Melissa

Una giornata triste e melanconica. Come il cielo di Melissa di quel sabato 29 ottobre 1949. Era carico di nuvole, il vento soffiava leggero, gli alberi annunciavano con la loro nudità l’arrivo dell’autunno. I melissoti si apprestavano quella mattina ad occupare le terre incolte in quel lembo del marchesato di Crotone che porta verso l’interno, lungo i contrafforti della Presila. Tutta Melissa si spopolò. Donne, uomini, bambini, insieme partirono. Le donne si divisero i compiti. Alcune portavano i barili dell’acqua, altre le ceste di viveri. Gli uomini erano armati solo degli attrezzi della loro fatica.

PARTIRONO SENZA NEMMENO chiudere l’uscio, non c’era nulla da rubare a Melissa. Discesero sul fondo di Fragalà, di proprietà del barone Berlingeri. A piedi o in groppa alle cavalcature, per lavorare i terreni lasciati incolti da moltissimi anni. Non passò molto tempo. E la polizia era lì davanti a loro. Era il centinaio di celerini arrivati da Bari il giorno prima. Li aveva chiamati il marchese Berlingieri e li aveva alloggiati presso le sue tenute con l’intento di combattere quel che sembrava agli occhi del feudatario un sopruso comunista. I contadini non avevano intenzione di muoversi.

SI UDIRONO TRE SQUILLI di tromba. La polizia avanzò con i fucili, la gran parte della massa scappò impaurita. I graduati ordinarono di sparare. Tre persone caddero nel campo di Fragalà, vigliaccamente colpiti alle spalle. Francesco Nigro cadde per primo a 29 anni, Giovanni Zito ad appena 20 anni ed una giovane donna di 24 anni, Angelina Mauro, ferita gravemente, morirà qualche giorno dopo all’ospedale di Crotone. Diciassette furono i feriti.

I fatti di Melissa ebbero grande risonanza in Italia ed all’estero. La stampa, la cultura e l’arte cominciarono ad occuparsene. In quel lontano ottobre di 70 anni fa, il movimento dei braccianti era tornato a marciare nelle terre del latifondo. I tentativi di riformare l’agricoltura meridionale da parte del ministro comunista calabrese, Fausto Gullo, erano stati svuotati dal suo successore, Antonio Segni, ricco proprietario terriero e futuro presidente della Repubblica.

POCHI GIORNI PRIMA dell’eccidio di Fragalà, una mobilitazione di quindicimila contadini delle province di Cosenza e Catanzaro aveva invaso in corteo i campi abbandonati del latifondo. Interi paesi del Crotonese e della Sila, a piedi e a dorso dei muli, sventolando le bandiere rosse e quelle tricolori, con mogli e figli scesero al piano. Marciavano da Strongoli, da Cutro, da Isola di Capo Rizzuto, da Petilia, Caccuri, San Mauro.

OCCUPARONO LA TERRA, segnarono nuovi confini, la divisero in parti eguali. Iniziarono a preparare la semina. Molti di loro non avevano mai letto un libro. Ma praticavano un sentito bisogno di socialismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il quadro di Emilio Notte “La strage di Melissa”

 

Gli agrari calabresi erano molto preoccupati. Alcuni tra i più influenti erano parlamentari democristiani. A Roma, in quelle convulse giornate di ottobre, incontrarono Mario Scelba, ministro dell’Interno. Invocarono la mano dura. Il ministro della polizia non si lasciò pregare. E inviò la famigerata celere nell’agro crotonese. Fu il momento culminante di un’attività repressiva in Calabria e nel mezzogiorno e che rafforzò un processo di presa di coscienza da parte del popolo.

Melissa rappresenta, da allora, il simbolo della volontà di lotta e dell’antica aspirazione alla giustizia delle classi povere del sud. I fatti di Melissa furono guardati con commozione in tutto il mondo. Ernesto Treccani li rievocò nelle sue opere, il teatro militante celebrò i martiri in “Tutti a Fragalà”, il Congresso mondiale della Pace a Roma organizzato dai comunisti a poche ore dalla mattanza ne consegnò una dimensione internazionale.
La violenza della polizia di Scelba fu gratuita ed efferata. L’eccidio scosse l’opinione pubblica. Le versioni ufficiali cercarono di occultare la verità. Il Messaggero e il Corriere della Sera scrissero di «agit prop mascherati da braccianti».

Per la sinistra invece i colpi mortali di Melissa suonarono come un campanello d’allarme per la giovane democrazia italiana. Quel giorno del 1949 un nuovo soggetto politico apparve sulla scena. Su quelle terre che avevano visto il dominio dei Morelli, dei Ruffo, dei Morano, dei Campitelli, dei Pignatelli e dei Berlingieri i braccianti non avevano conquistato la terra, ma sicuramente la loro dignità. Per loro era finito il tempo della coppola in mano.

Nel 1979, nel quarantesimo anniversario, Ernesto Treccani tornò a Melissa (di cui era stato consigliere comunale con Mario Alicata sindaco) e fece omaggio alla cittadinanza del “Monumento ai caduti di Fragalà”. Alla cerimonia partecipò anche il presidente della Camera, Nilde Jotti.

Oggi in quella stessa piazza del Popolo davanti al monumento di Treccani, si ritroveranno per la commemorazione della strage, Maurizio Landini segretario generale della Cgil, Mario Oliverio, presidente della Calabria e Ilario Ammendolia, storico e politico comunista.

«NON ERANO UNA PLEBAGLIA piena di rabbia e bramosa di sangue ma una forza riformista consapevole di rappresentare la stragrande maggioranza dei lavoratori calabresi e di avere alle spalle un diritto sancito dalla Costituzione – dice Ammendolia – quei contadini chiedevano la riforma agraria ed erano portatori di un progetto di rinascita della Calabria. Furono sconfitti. Chi volle quell’eccidio, non lo fece per mera cattiveria o crudeltà personale, ma perché doveva dimostrare che nel Sud la natura dello Stato non sarebbe cambiata. Che i rapporti di forza sarebbero rimasti identici e che le “forze dell’ordine” avrebbero avuto come compito precipuo quello di difendere un ordine sociale che in Calabria e nel Sud, pur cambiando negli uomini, sembra rimanere sostanzialmente uguale. Per quanto possa sembrare una tesi ardita, è certo che quei braccianti rappresentassero la “Legge” mentre gli uomini in divisa e i loro mandanti erano dei fuorilegge. Le forze comuniste e socialiste avrebbero dovuto investire maggiormente su questa nuova forza ma ben presto li abbandonarono. E i contadini presero la via dell’emigrazione forzata al nord».

* Fonte: Silvio Messinetti, il manifesto

In Europa troppo spesso si dimentica da quali tragedie ha tratto la forza, e si spera anche la convinzione, per cementare la coesione che, bene o male, la tiene assieme

A 75 anni dalla strage di Marzabotto si rinnova il dolore della memoria. Più che mai quest’anno l’occasione risulta particolarmente rilevante perché cade a ridosso della disgraziata dichiarazione del Parlamento europeo che equipara fascismo-nazismo e comunismo.

Mettendo di fatto sullo stesso piano fascismo e Resistenza.

La lontananza nel tempo dei fatti non solo non ha attenuato il loro ricordo ma permette oggi in prospettiva storica di misurare in tutta la loro complessità le implicazioni della memoria.

La prima considerazione necessaria riguarda il passaggio generazionale: oggi la memoria è affidata in gran parte ad una generazione che non ha vissuto i fatti che stiamo ricordando.

Questo è un buon segno perché significa che nell’avvicendamento delle generazioni non è andato perduto il filo della consapevolezza degli orrori che sono stati generati dalla seconda guerra mondiale, dal fascismo e dall’occupazione nazista.

Non si tratta di protrarre oltre ogni limite un atteggiamento di chiusura e di ostilità anche nei confronti della memoria dei responsabili dell’eccidio, ma di consolidare nella coscienza delle popolazioni interessate, con l’adesione al territorio, la consapevolezza degli oltraggi che quel territorio ha subito.

Bene hanno fatto il Consiglio comunale e la Sindaca di Marzabotto a denunciare con dignità e fermezza l’indecente manipolazione del Parlamento europeo e la cecità di quei sedicenti progressisti che ad essa si sono adeguati. I compromessi in politica si devono fare, ma i compromessi con la storia non sono altro che falsificazione.

L’esempio di Marzabotto segnala come meglio non si potrebbe dove si deve attingere per affondare le radici dell’identità europea.

Tra l’altro, le tante Marzabotto sparse nell’Europa, dalla Francia alla Russia, sono la testimonianza più viva di dove vadano cercate le radici di questa nostra Europa, che troppo spesso si dimentica da quali tragedie ha tratto la forza, e si spera anche la convinzione, per cementare la coesione che, bene o male, la tiene assieme.

L’associazione Marzabotto-Europa è un motivo di più per sollecitare gli eurodeputati a riflettere sulle origini del loro mandato e sulle responsabilità che comporta il loro esercizio. Vero è anche che l’Europa è spaccata in due e che una parte di essa tende a rimuovere un passato scomodo per anteporvi la memoria più recente di un passato ideologicamente più adeguato all’uso strumentale di una memoria mutilata da ciò che dovrebbe accumularla al resto dell’Europa.

Per noi Marzabotto è e rimane un simbolo, il simbolo non genericamente della guerra ma delle peggiori atrocità che nel suo contesto furono perpetrate indissolubili come erano dai regimi che ne furono artefici. Non è una distanza superficiale che ci separa dal pronunciamento del Parlamento europeo, c’è un profondo dissenso della prospettiva storica dalla quale guardare al passato dell’Europa. E dal quale quindi prendere le mosse per un futuro che non voglia accontentare tutti per non scontentare nessuno ma che possa segnare anche e soprattutto per le generazioni future una guida sicura e incontrovertibile. Forse domani sapremo se di tutto questo è consapevole anche Davide Sassoli.

* Fonte: Enzo Collotti, il manifesto

photo by Roberto Ferrari from Campogalliano (Modena), Italy [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)]

L’esplicita volontà di riprendere in mano il testimone della storia ha condotto Luciano Curreri a un’intensa e appassionata riflessione sulla Comune di Parigi e sulla sua attualità come possibile modello per l’Europa (La Comune di Parigi e l’Europa della comunità? Briciole di immagini e di idee per un ritorno della Commune de Paris 1871, Quodlibet, pp. 137, euro 12).
Come suggerisce il sottotitolo non è un’operazione nostalgica, né un esercizio accademico di comparazione fra il tempo buio degli ideali che domina il presente e quello carico di sogni del passato, eroico malgrado l’epilogo sfortunato. Forse qualche rimpianto ma nessun rimorso per il tempo passato che va solo studiato e compreso; non si torna alla Comune, ma lo spirito di quell’esperienza, la pratica di condivisione e fraternità che ha animato il tempo breve della primavera parigina del 1871 può essere utile per costruire una nuova, radicale comunità dell’Europa.

GIÀ PER MARX la Comune si rivelava come l’antitesi migliore dell’Impero, assumendo la forma positiva della repubblica sociale capace di spezzare il dominio di classe ed emancipare la vile multitude che aveva nutrito la retorica repressiva anche dei repubblicani conservatori. In questo senso, è da leggersi l’invito di Curreri a considerare la Comune eterna. Eterna e molteplice. La Comune rappresenta ancora la matrice di un’esperienza rivoluzionaria spontanea e senza capi che si pone il problema del potere senza tuttavia individuare nello Stato la soluzione di quel bisogno.

COME GIÀ L’ARCIPELAGO dell’associazionismo politico aveva provato a fare durante la Rivoluzione francese e come in misura diversa proveranno a fare i primi soviet e il sistema dei Consigli prima dell’involuzione autoritaria. La lotta di uomini e donne che si battevano per la costruzione di una rete di municipi ognuno con il proprio autogoverno suggeriva la costruzione di una Federazione delle Comuni per far fronte alle anomalie del centralismo, allo stesso modo in cui la libertà di un popolo si di–fendeva a partire dalla tutela dei diritti individuali. Un percorso che traslato sul continente europeo significa gli Stati uniti d’Europa, nella sua accezione migliore, da sempre rifugio di ogni pensiero universalista e pacifista. Quello stesso municipalismo che proprio dal fallimento dell’esperienza parigina del 1871 entrò nel bagaglio culturale del movimento socialista europeo, con i propri spazi politici di condivisione, le università popolari, i teatri come mostra il ricco lavoro di Patrizia Dogliani (Le socialisme municipal en France et en Europe de la Commune à la Grande Guerre, Arbre Bleu, 2018).

HA RAGIONE Curreri a dire che questa volontà infrange, per vivificarlo, il retaggio della grande rivoluzione del 1789, il momento giacobino che solo la rivoluzione bolscevica avrebbe rinsaldato. La Comune porta a estinzione lo Stato e per quanto possa apparire ingenuo e condurre alla sconfitta, il popolo insorto del 1871 non si impadronì della Banca di Francia (il ricorrente capo d’accusa da sinistra per spiegare le ragioni del fallimento) perché rifiutava quel modello e quei valori; lo stesso popolo pronto a sollevarsi quando l’esercito provò a requisire i suoi cannoni, acquistati con una raccolta libera e popolare per avere un mezzo proprio di difesa contro ogni despota interno o esterno.

VICTOR HUGO che pure, come molti altri intellettuali, aveva patito e descritto a tinte fosche la Comune fu però poi disposto a rintracciare un modello di virtù nella spontaneità di quella sollevazione, nella originalità e nella passione del popolo parigino e dei volontari che accorsero da tutta Europa a difendere le nuove istituzioni comunaliste, anche quando oramai tutto era perso. Come nella corte dei miracoli raccolta intorno a Notre-Dame che aveva descritto nel romanzo, Hugo ammise che gli insorti davano corpo a un’esistenza alternativa organizzata. Una vita parallela fatta dalla semplicità di vita associata che sembra costituire la novità più forte dell’Europa tratteggiata nel Novecento da Denis de Rougemont. L’Europa non va cercata per lui nelle istituzioni, ma nelle realtà parallele create dalla vita vissuta dei suoi cittadini, dalla folla brulicante dei quartieri, dalle nuove istituzioni municipali e contro cui lo Stato nazione può vincere solo divenendo totalitario.
Ne La Commune il film del 2000 di Peter Watkins, girato in complicità con quel cosmopolita anarchico che è Armand Gatti, il regista mette in scena una Parigi in cui il comune è già nell’azione corale, nella parola errante dei suoi attori tutti non professionisti che si muovono sulla scena come fosse un fumetto, fino a quando la disciplina di partito da una parte, la disumanità dei versagliesi dall’altra non imposero il silenzio.

* Fonte: Alessandro Guerra, il manifesto

Centinaia di persone si sono ritrovate ieri al Narodni Dom per ricordare, 99 anni dopo, il rogo fascista che semidistrusse la “casa” degli sloveni, croati e cechi di Trieste che nel grande edificio avevano le loro associazioni, biblioteche, il teatro, la banca… Così tanta gente che la grande aula magna non riusciva a contenerla tutta e tanta ne è rimasta fuori, sulla strada. E’ intervenuto anche il Presidente della Repubblica di Slovenia, che prima di entrare al Narodni Dom ha incontrato, a porte chiuse, il presidente della Regione, il leghista Massimiliano Fedriga, per poi dichiarare: «Abbiamo parlato molto apertamente del fatto che due paesi vicini, entrambi aderenti a Schengen, non debbano adottare misure per rafforzare ulteriormente il pattugliamento del confine oltre a quelle già adottate». E dire che solo venerdì sera Matteo Salvini aveva parlato di «barriere di protezione fisica» per non far entrare «laqualunque». Lo ha detto a Verona, però, non la settimana scorsa a Trieste.

Lo storico Raoul Pupo, al Narodni Dom, ha sottolineato tra gli applausi che «risentir parlare di confini da blindare non può che suscitare un brivido lungo la schiena». Pupo ha richiamato l’amara esperienza che seguì l’incursione delle bande nazionaliste antislave di quel 13 luglio 1920. «In questa terra di frontiera, l’incendio del Narodni Dom è un simbolo dai molti significati. La grande semplificazione che ha distrutto la ricchezza plurale dell’Europa centrale ha colpito duramente anche lungo la frontiera adriatica, e l’evento luttuoso del 1920 è uno dei punti di saldatura fra i drammi locali e la storia sbagliata del XX secolo. Per gli sloveni e i croati l’incendio del Narodni Dom ha rappresentato l’inizio di una stagione di oppressione e persecuzione, fra le più dure nell’Europa degli anni ’20 e ’30 a danno di minoranze nazionali. Per tutti gli abitanti della frontiera, è stato l’incrocio di un rimpallo di violenze fra le due sponde adriatiche dopo la grande guerra».

Un intervento, quello di Pupo, continuamente interrotto dagli applausi e concluso così: «Siamo qui tutti insieme perché siamo antifascisti. Purtroppo non è un anacronismo, come dirsi guelfi o ghibellini» e «c’è ancora bisogno di rammentare che lo stato in cui viviamo non è neutrale, perché è nato dalla lotta contro il nazifascismo». Ovazione.

Intanto il gruppo di Resistenza Storica che ha lanciato l’appello contro il monumento a D’Annunzio (@noadannunzioatrieste) continua a ricevere adesioni. In pochi giorni sono diventate migliaia. E la risposta del sindaco di Rijeka (Fiume) alle iniziative revansciste della destra di governo triestina è stata fulminante. Una statua per ricordare D’Annunzio nella sua impresa fiumana? «Atto vergognoso e pericoloso». Non ha usato mezzi termini, Vojco Obersnel: «Gabriele D’Annunzio fu precursore del fascismo e di ispirazione a Mussolini… D’Annunzio non fu un poeta timido, come tanti lo vogliono presentare, ma un aggressore e un tiranno. Se il monumento che si dovesse collocare a Trieste è dedicato all’occupazione di Fiume, cioè se l’idea è glorificare questo evento, è una cosa vergognosa ma anche pericolosa. Soprattutto – prosegue il sindaco – nel contesto delle dichiarazioni di alcuni esponenti politici italiani che pretendono la costa croata. La costa croata e Fiume sono croate, difese e liberate dai partigiani, proprio come è stata liberata Trieste. I monumenti a D’Annunzio, i festeggiamenti e il populismo politico che cede alle passioni più abiette non lo cambieranno».

* Fonte: Marinella Salvi, IL MANIFESTO

Cannes 72. Presentato fuori concorso il nuovo film di Patricio Guzmán «La Cordillera de los sueños»

CANNES. All’inizio ci sono le Ande, più che delle montagne, e una entità geografica sulla cartina; la Cordillera è un stato dell’animo, una presenza millenaria intimamente radicata nel Cile e nella vita di chi lo abita. Da qui, da queste vette di oltre cinquemila metri, che rendono il Cile «un’isola» comincia il nuovo viaggio di Patricio Guzmán secondo il dispositivo messo in atto nei suoi due film precedenti, Nostalgia della luce (2010) e La memoria dell’acqua (2015): come un archivista del paesaggio vi cerca le tracce con cui ripercorrere la storia del suo Paese, da nord a sud, dal deserto alle isole fino appunto alla Cordillera di Santiago, le sue immagini compongono una cartografia della memoria che è una dichiarazione di resistenza contro i vuoti di un presente che non è mai neutro ma di quanto si è vissuto, i traumi e le cesure violente – il golpe, le torture, gli omicidi di regime di massa, le connivenze, i silenzi – porta i segni e esprime le conseguenze.

RISPETTO ai capitoli precedenti di quella che appare come una ideale trilogia, La Cordillera de los sueños – presentato fuori concorso – narrata come gli altri film dalla voce dello stesso cineasta, espone una prima persona ancora più evidente che è insieme sentimentale e politica verso un luogo da cui è fuggito con la dittatura di Pinochet, in cui ha deciso di non tornare mai più e che è però è sempre rimasto al centro del suo lavoro di cineasta. Quelle montagne la prima volta le ha viste da bambino sulla scatola dei fiammiferi dove sono ancora oggi. Tra i detriti della casa della sua infanzia, risparmiata dalla gentrificazione, e le rocce della Cordillera divenute pavimentazione della strada risuonano nei suoi ricordi ancora i passi in fuga degli oppositori al regime ammazzati dalla polizia, il rumore dei carrarmati, lo stadio è la deportazione, anche lui un mattino si è visto arrivarci tra decine di migliaia di prigionieri: una generazione.

RIMANGONO le targhe sul selciato, nomi ora sconosciuti come le sigle accanto: Pc, Mir … E poi? Quanto esiste nella consapevolezza collettiva di questo passato? Come trasmetterlo a chi non l’ha vissuto con la stessa necessità? Come riuscire a non renderlo un’ombra, un fantasma, qualcosa di «normalizzato» in un presente che in fondo ne discende, scelte economiche, stabilità, pochi diritti, ricchezza e povertà?

LE VOCI di chi incontra, artisti, scrittori, «sopravvissuti» dicono di un Paese che ha preferito dimenticare, concentrato sullo sviluppo economico, governato con strategie neoliberiste, tra divari di povertà e ricchezza sempre più grandi, senza rispetto per i diritti, germi che in fondo la dittatura aveva disseminato nel suo progetto: «Chi ha governato specie negli anni Novanta era stato con Pinochet» dice qualcuno.

PER SCARDINARE questo cortocircuito ci sono pochi mezzi: la lotta di ieri e di oggi, e l’archivio prezioso di Pablo Salas (direttore della fotografia del film) che da allora filma ogni conflitto sociale, scontri, repressione ininterrottamente con i mezzi che nel tempo si sono trasformati aiutandolo nella sua «documentazione». Le immagini possono avere ancora la capacità di illuminare quanto nella narrazione ufficiale rimane ai margini, ciò che non esiste perché invisibile come le baracche di un orizzonte remoto, antitetico allo skyline dei grattacieli. È il Cile, è il nostro tempo. La scommessa di un cineasta è soprattutto questa.

* Fonte: Cristina Piccino, IL MANIFESTO

È una commemorazione semplice. I 335 nomi vengono pronunciati uno dopo l’altro. Serve per ricordarci un tempo lungo che servì per uccidere i corpi ai quali appartenevano, ma soprattutto per dirci che avevano un’identità

Il 24 marzo del 1944 i tedeschi uccisero 335 persone in una cava sulla via Ardeatina, a Roma.

Era una delle tante cave abbandonate che erano servite nei decenni passati per reperire il materiale di costruzione. Si doveva edificare la capitale del regno prima, e una grande città imperiale poi. Ma in quel giorno di 75 anni fa la città era distrutta dal fascismo, dall’occupazione tedesca e dai bombardamenti degli alleati. L’unica somiglianza con l’impero romano erano le pietre sbreccolate dei palazzi distrutti.

L’eccidio fu una rappresaglia per l’azione partigiana del giorno precedente in via Rasella. Una delle tante azioni di guerra aveva colpito al cuore il nazismo e 33 soldati del Polizei-regiment «Bozen» erano morti. I tedeschi lavorarono in fretta. Con la complicità delle autorità italiane asservite al nazismo presero più di trecento uomini (furono le donne a diventare loro malgrado le protagoniste della memoria di questo evento) in poche ore. Un giorno dopo erano tutti morti. Mani legate dietro la schiena, colpiti alla nuca e sotterrati da una montagna di terra.
Su questa storia si speculò subito. Si inventò una leggenda secondo la quale i tedeschi avevano affisso per le strade di Roma dei manifesti per avvertire tutti dell’imminente fucilazione. I partigiani, per impedirla, si dovevano presentare spontaneamente alle «autorità». Una menzogna.

E poi chiunque rifletta un poco capisce l’assurdità di questa possibilità. Quale soldato si presenterebbe al nemico dopo aver compiuto un’azione? Ma il caso non si pone perché i tedeschi non scrissero alcun bando e tutto accadde in pochissime ore.

A distanza di tanti anni si ricordano quei morti. È una commemorazione semplice. Non mancano le autorità, ma non è una cattiva notizia. Speriamo che partecipino con attenzione. Che riflettano sul valore di un rito asciutto. I 335 nomi vengono pronunciati uno dopo l’altro. Serve per ricordarci un tempo lungo che servì per uccidere i corpi ai quali appartenevano, ma soprattutto per dirci che avevano un’identità.

Quel nome se lo portavano in giro dalla nascita. Raccontava la loro famiglia, i genitori che glielo avevano dato, le tante persone che l’avevano usato per chiamarli, per parlare di loro, per ricordarsi la loro faccia, il loro mestiere, la loro passione.

I riti della nostra contemporaneità dovrebbero cominciare tutti così.

Gli esseri umani non sono numeri. Non sono corpi esplosi sotto un bombardamento americano o un razzo Qassam, morti di malattie curabili in terre dove non arrivano i farmaci o schiacciati da un camion sulla Promenade des Anglais. Non sono numeri quelli che non trovano lavoro, che non arrivano alla fine del mese. Non sono numeri quelli che arrivano dal mare al momento sbagliato, nel paese sbagliato che gli chiude i porti in faccia.

Ricomincia da questo rito. Facciamo i nomi!

* Fonte: Ascanio Celestini, IL MANIFESTO

Da chilometri di documenti filmati, con un paziente lavoro di montaggio i compagni del Collettivo riuscirono a sintetizzare nove anni di scioperi, di lotte, di scontri con gli apparati della repressione, di incontri-scontri con le giunte cittadine che via via si erano susseguite. Il film, della durata di un’ora e mezza, usa soprattutto la testimonianza diretta dei proletari in lotta e riduce all’osso l’intervento esterno che ha l’unica funzione di ricucire i vari episodi.

Cinque parti compongono il film:
L’albergo della luna (che per molti proletari significa essere senza casa): una ricognizione sulle condizioni abitative a Milano, soprattutto per gli immigrati.
Segue la parte intitolata La conquista della casa: lo sciopero dell’affitto, le occupazioni di via Mac Mahon, di via Tibaldi e le vicende che ne derivano, con cenni ai fatti politici più importanti, sino alla fine del ’74.
Primavera ’75: la terza parte del film, con le occupazioni di stabili di proprietà privata. Si ripercorrono le occupazioni, gli sgomberi, gli scontri con la polizia, le rioccupazioni.
La quarta parte inizia con un’assemblea degli occupanti di via Fulvio Testi, in cui i proletari parlano della polizia e della questione della «forza». Sono cambiati i soggetti della lotta. Non più famiglie immigrate con tanti figli, ma studenti fuori sede, giovani, gruppi di persone. Si aprono i centri sociali. Ci sono le ronde operaie, le manifestazioni femministe e il particolare ruolo delle donne nelle lotte in questione.
Si arriva all’ultima parte intitolata COSC (Coordinamento cittadino di lotta per la casa), che spiega per voce dei suoi esponenti che cosa era stato il COSC per Milano e per le Immobiliari.
Da Radio Popolare Vincenzo, occupante di via Amadeo, dedica la canzone di Ricky Gianco «Questa casa non la mollerò».

Per organizzare la proiezione del film, rivolgersi a:
labarricata@inventati.org

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leggi qui l’indice del libro Prendiamoci la città

leggi qui l’introduzione del libro

Prima del ’68
Nel ’46, di fronte alla gravissima carenza di abitazioni nelle città italiane (largamente distrutte dai bombardamenti aerei) e alla minaccia di forti aumenti degli affitti, si costituisce un Comitato case-alloggi, cui aderiscono tutti i partiti del CLN. Accanto a questo comitato ufficiale si formano spontaneamente squadre di partigiani e di reduci (i più duramente colpiti dalla guerra). Insieme rastrellano le vie della città per segnalare le case sinistrate, gli alloggi liberi e recuperabili, e chiedono stanziamenti per la ricostruzione. Decisamente inaspettato, e segno dei tempi, degli umori e dei rapporti di forza, è l’invito che le organizzazioni sindacali rivolgono ai propri aderenti a non pagare l’affitto di fronte agli aumenti voluti dai padroni di casa. Benché tale pratica non sarebbe stata poi portata avanti a fondo, questa sarà l’unica volta in cui il sindacato lancia una parola d’ordine come quella dello sciopero dell’affitto, che avrebbe in seguito considerato un’arma inutile e pericolosa. La situazione in generale è assai critica: di fronte ai 300 mila senza casa, 40 mila alloggi risultano vuoti e ben 16 mila dei nuovi costruiti in quegli anni non vengono destinati ad abitazioni. Ad aggravare il tutto è lo sblocco degli affitti che scatta nel ’51: centinaia di lettere-capestro vengono inviate agli inquilini, mentre gli sfratti si susseguono al ritmo di otto famiglie al giorno. La risposta allo sblocco è debole: l’Associazione degli inquilini e dei senzatetto invita i propri aderenti a opporsi agli sfratti, ma non imposta una linea unitaria e vigorosa 1. Negli anni ’60 il fronte della casa è ancora “caldo”: gli edifici sia pubblici che privati di nuova costruzione sono del tutto insufficienti a coprire il fabbisogno dei ceti meno abbienti, mentre gli affitti raggiungono quote altissime e gli sfratti sono agevolati dalla “giusta causa”. La fase di boom economico, con i connessi fenomeni di crescente immigrazione e pendolarismo, aggrava i problemi abitativi del milione e mezzo di abitanti di Milano. Ci sono alcuni casi di protesta, che vedono scendere in piazza gli immigrati, in genere edili, che abitano nelle baracche messe a disposizione dai costruttori o gli operai alloggiati nelle case-lager della Siemens. Si tratta però di casi isolati. In tutti questi anni, benché si assista a una ripresa di lotta sul fronte operaio, che conosce anche momenti di scontro duro, il movimento per la casa non esce da una logica corporativa e legalista, sostanzialmente moderata. Bisognerà attendere il ’68 perché si sviluppi un’azione forte, rinnovata negli obiettivi e nelle forme di lotta, finalmente all’altezza dei problemi.

Dopo il ’68
Si formano nuclei di lotta decisamente più risoluti che portano l’azione su un piano di scontro reale, determinato dai rapporti di forza tra le classi invece che dalle mediazioni di vertice e dall’ideologia legalitaria. È da queste lotte che prende il via il nostro lavoro di ricostruzione del periodo immediatamente successivo, quello che va dal ’70 al ’72. In questo lavoro non vogliamo tanto analizzare il fenomeno delle occupazioni e le varie linee politiche che le sostenevano, quanto sottolineare la portata di una parola d’ordine come fu quella di “Prendiamoci la città”. I soggetti di questo progetto, appoggiato dal movimento in generale, sono alcuni militanti di Lotta Continua e di Sinistra Proletaria, il Collettivo Autonomo di Architettura, gli occupanti e le donne, queste ultime sempre trainanti durante le occupazioni (a Palazzo Marino su 53 arrestati, 46 sono donne). L’“autunno caldo” del ’69 a Milano vede un passaggio di trasformazione in cui nel movimento si valuta che la lotta in fabbrica non costituisca più il punto avanzato dello scontro politico, ragion per cui è necessario sostenere e promuovere il conflitto sul territorio. È da qui che nasce la strategia riassunta nella parola d’ordine “Prendiamoci la città”. Proviamo a spiegare cosa voleva dire. La fabbrica capitalista funziona finché gli operai rimangono estranei l’uno all’altro. La base di questo sistema è il lavoro salariato, cioè la trasformazione degli uomini in merci messe al lavoro. Gli operai sono costretti a vendere al padrone le proprie energie e la propria intelligenza. Non appena essi cessano di lasciarsi trattare come merci e prendono coscienza della propria forza, la produzione si inceppa e nella fabbrica si crea il caos. Non si tratta più di governare singole macchine da lavoro tra loro separate ma di governare le acque di un fiume in piena che sviluppa bisogni e desideri propri e, a partire da ciò, si rende conto della forza che ogni sua goccia può esprimere sul posto di lavoro.

Dalla fabbrica alla società
Se in fabbrica si imparava a lottare insieme, una volta fuori gli operai tornavano spesso a essere soli o con le proprie famiglie, comunque costretti ad arrangiarsi in un territorio ostile. Relegati entro i confini fisici e mentali dei quartieri-ghetto, nelle periferie, stipati in edifici simili ad alveari, senz’aria né verde; oppure, se da poco immigrati, ammucchiati come sardine nelle case più vecchie, in soffitte, scantinati, pensioni e stabili fatiscenti. Non mancano i lager, con tanto di recinto, baracche e guardiani, quali sono i “centri sfrattati”. I nuovi quartieri sono costruiti in modo che nessuno si incontri, come avviene nei condomìni, dove i vicini di casa non si conoscono tra loro e a malapena si salutano. L’architettura e l’urbanistica, al servizio del capitale, ridisegnano una città in cui si vive ammassati, magari condividendo la stessa stanza e la stessa miseria, ma sovrastati dal sentimento di non avere niente in comune. Solo spostando la lotta dalla fabbrica alla città, portando fuori la forza della coscienza di classe che si era accumulata tra i muri delle fabbriche, facendola tracimare nelle strade, nei quartieri, per rompere quella solitudine di massa cui l’operaio tornava dopo il lavoro, solo così si sarebbero potute determinare le condizioni affinché i proletari riuscissero a immaginare e praticare altri modi di vita. È da richiamare, prima di concludere, il contesto affatto particolare della situazione politica internazionale dei primi anni ’70, dove quasi ovunque si confrontavano spinte rivoluzionarie e spinte controrivoluzionarie, che investe l’Italia, un Paese già visto come laboratorio anticomunista. Fu dalla reazione degli operai e di tanta gente comune di Milano alla strage di Piazza Fontana che apparve come inevitabile una radicalizzazione dello scontro nella direzione di una probabile guerra civile. Strutture armate legate a ipotesi golpiste di segno atlantista coinvolsero allora una parte dello Stato, mentre è presumibile che anche a sinistra fosse stato operato l’armamento delle avanguardie rivoluzionarie. Dalle lotte nascevano l’idea di un contropotere e il sogno di una rivoluzione in un Paese che era al contempo “polo avanzato” e “anello debole”. Su questo piano è necessario che il lettore operi un certo sforzo d’immaginazione, tanto possono apparire oggi lontani umori e percezioni che ai tempi riempivano le vite quotidiane e l’immaginario di un’ampia parte della popolazione.“Prendiamoci la città” significava tutto questo. Non si trattava di fare la rivoluzione ma di costruirne un passaggio fondamentale, la saldatura tra fabbrica e territorio, in una prospettiva di lotta di lunga durata. Questo nostro lavoro di ricerca e documentazione, di cui teniamo a sottolineare il carattere anonimo e compartecipato – “La Barricata” può essere chiunque -, non vuole dare alcuna indicazione politica a chi oggi lotta sulla questione dell’abitare e dei “territori resistenti”. Nondimeno, siamo convinti che queste testimonianze di un passato irripetibile possano contribuire a riflettere sullo stato presente delle cose e sui possibili significati, quarant’anni dopo, del “prendersi la città”.Attraverso le interviste, i testi teorici, le foto di quegli anni si delinea un percorso in cui si passa da forme di “arrangiarsi” individuali all’azione politica collettiva. Lì si producono nuove forme di vita all’insegna dell’auto- (autorganizzazione, autonomia, autogestione); lì nascono basi/retrovie di resistenza e liberazione; lì l’autodifesa nella precarietà si trasforma in una forza che, fuoriuscendo dagli spazi che la città riserva alla marginalità, esige quanto serve, subito, e se lo prende. Registrare questo percorso, breve ma intenso, significa sottolineare una sua forza intrinseca che si sottrae all’usura del tempo.

Fonte: Prendiamoci la città

guarda il film “La città del capitale – Il conflitto sociale urbano: il caso di Milano” del Collettivo Cinema Militante sulla lotta per il diritto alla casa negli anni ‘70

Nell’attuale passaggio storico caratterizzato da un’ondata di reazione e da un’impasse immaginativa, riflettere sulla rivolta del 1962 di piazza Statuto a Torino può insegnarci a leggere il presente, a capire come nascono i movimenti e, in qualche maniera, a «provocarli»? «Sì. L’analisi della trasformazione della composizione sociale e una tessitura politica delle relazioni tra soggettività apparentemente distanti sono elementi che possono aiutarci a far emergere una nuova vitalità dei movimenti di base», risponde Claudio Bolognini, autore di I giorni della rivolta. Quelli di piazza Statuto (Agenzia X, pp. 203, euro 14).

SI TRATTA DI UN ROMANZO che sembra perfetto per diventare la sceneggiatura di un film, ma nello stesso tempo fa riflettere su come nascono i movimenti, sui loro periodi carsici e di formazione, che a volte sfociano in eventi incendiari di rivolta, in rivoluzioni o in strutturate rivendicazioni.

I TREDICI PROTAGONISTI raccontano le tre giornate di rivolta, ognuno dalla propria esperienza e dal proprio punto di vista, ma in qualche passaggio incrociano la medesima scena vista da diversa angolazione e con diversa interpretazione: come in un montaggio cinematografico. I personaggi che agiscono nella città fordista sono giovani operai e operaie che arrivano dal profondo Sud come dal profondo Nord e dalle campagne piemontesi, ma anche una studentessa di medicina, un ragazzo calabrese uscito dal riformatorio che ci fa ripensare a Franti, il ribelle di Cuore, un poliziotto del reparto Celere, un commerciante… e un vecchio medico comunista che tesse le relazioni tra memoria, scontri di piazza e nuovi compagni.

C’è tanta memoria in questo romanzo, detta e non detta: da Edmondo De Amicis, che in piazza Statuto abitava, che con i suoi testi Primo maggio e Lotte civili aleggia dal passato, alle analisi di due libri-chiave per capire quei giorni: L’immigrazione meridionale a Torino di Goffredo Fofi e Spartakus. Simbologia della rivolta di Furio Jesi. Due intellettuali che, quando scrissero quei testi, vivevano a Torino e avevano negli occhi gli avvenimenti di quei giorni.

«CI SI APPROPRIA di una città fuggendo o avanzando nell’alternarsi delle cariche, molto più che giocando da bambini per le sue strade o passeggiandovi più tardi con una ragazza. Nell’ora della rivolta non si è più soli nella città», scrive Jesi. Nel romanzo di Bolognini succede di più, un bacio tra due dei protagonisti, Maria Rosaria e Pietro, unisce amore e rivolta e salva i diretti interessati dalla carica della polizia.

NEL 1962 TORINO è una città segnata dal silenzio sociale, la sconfitta della Fiom sancisce la «normalizzazione» politica degli stabilimenti. Valletta, amministratore delegato Fiat, dichiara pacificata la situazione in fabbrica. Per sette anni in città la conflittualità si genera nelle piccole industrie, mentre il «gigante Fiat» è muto, non esprime conflitto. Alla scadenza del contratto nazionale dei metalmeccanici, le prime giornate di sciopero indette dai sindacati vedono gli operai della Fiat rimanere al di fuori dalla mischia. Poi, all’inizio di luglio, la situazione si scalda. Gli scioperi hanno un’imprevista riuscita, un successo inatteso da parte degli stessi organizzatori.

Ma uno dei tre sindacati confederali, la Uil, sigla un accordo separato e si sottrae alla lotta, un gruppo consistente di lavoratori reagisce alla situazione, marcia sul centro, si reca in piazza Statuto, dove c’era la sede del sindacato colpevole d’avere rotto il fronte operaio e la cinge d’assedio. Interviene la polizia, si accendono degli scontri sempre più violenti e sempre più estesi. Per tre giorni. È in questo contesto che si svolge il romanzo, una situazione che prefigura il ventennio successivo, con il ’68, il ’77 e il passaggio dall’operaio-massa all’operaio-sociale, dalla produzione fordista a quella postfordista.

IMPOSSIBILE NON PENSARE a Vogliamo tutto, il romanzo di Nanni Balestrini, che pur ambientato nel 1969 e costruito con struttura narrativa e lavoro linguistico totalmente differenti, vuole arrivare – come I giorni della rivolta – alla medesima mitopoiesi della ribellione, esistenziale e collettiva, e di una trasmissione della memoria delle lotte. Quello che ci serve oggi per ricostruire una soggettività molteplice e agente.

* Fonte: Marc TibaldiIL MANIFESTO

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