Storia & Memoria

TRIESTE. Cerimonia blindata. Due corone da deporre, nessun discorso, la firma di un protocollo, ammesse solo Rai Quirinale e una TV slovena. Lunedì il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il suo omologo sloveno Borut Pahor saranno a Trieste per una giornata che poteva essere di festa e invece si svolge con il coprifuoco. Dopo cento anni esatti, e in forza di una legge di dieci anni fa, il Narodni Dom tornerà alla comunità slovena di Trieste. La Casa degli Slavi (sloveni, croati, cechi) era stata data alle fiamme il 13 luglio 1920, assaltata da un centinaio di facinorosi guidati da Francesco Giunta, segretario del fascio di combattimento triestino. Quella stessa sera altre decine di appartamenti, studi, banche, scuole, negozi, osterie, fuono assaliti dalle squadracce: pestaggi, fiamme, distruzione.

Per gli sloveni di Trieste è rimasta nella memoria come la loro “notte dei cristalli” anche se incendi e pestaggi erano cominciati già nell’estate del 1919. L’immenso rogo del Narodni Dom è rimasto il simbolo drammatico della ferocia nazionalista che si scagliò con inusitata violenza contro le presenze “straniere” in città. Trieste “redenta” non poteva e non voleva ammettere di essere abitata da diverse etnie e di avere accettato per due secoli il mescolarsi di tante lingue, religioni, culture; il nascente fascismo di frontiera fomentava le piazze.

Mattarella e Pahor verranno a siglare una dichiarazione di intenti per la restituzione dell’edificio alla comunità slovena locale, nulla di più, ma comunque un passo concreto che gli sloveni di Trieste aspettavano da anni ed erano pronti ad accogliere con gioia. Ma la festa non ci sarà. Accordi ricattatori e veti incrociati tra forze politiche delle due Repubbliche, hanno saputo trasformare la giornata nell’ennesima occasione perduta di vera riconciliazione.

Per prima cosa si andrà a Basovizza per rendere omaggio ai martiri delle foibe. Ogni visita alla foiba ripropone alla comunità slovena della Venezia Giulia – e non solo – la narrazione di fantomatiche stragi volute e perpetrate dagli jugoslavi contro gli italiani; spiace che Mattarella continui su quella traccia dopo che, non più tardi del 10 febbraio scorso (“giorno del ricordo”) aveva parlato di “eccidi efferati di massa” giungendo a criticare certi “negazionismi militanti”.

Le autorità italiane non hanno mai voluto indagare dentro il pozzo di miniera di Basovizza, impropriamente chiamato foiba, per verificare e identificare eventuali resti umani. Nell’estate del 1945 lo fecero gli alleati anglo-americani ed estrassero cadaveri di soldati tedeschi, carogne di cavalli ed il corpo di un aguzzino della Banda Collotti. In seguito il Comune di Trieste e gli stessi eserciti alleati ne fecero una discarica, parzialmente svuotata da una ditta di recupero di metalli. Non si è mai voluto documentare quello che c’è davvero nella foiba ma si sono imbastiti comizi a tutto vantaggio della destra revanscista: una stesa di cemento a tappare, tanta retorica nazionalista e una giornata ogni anno per continuare a tacere degli orrori commessi dagli italiani nei paesi occupati e rinfocolare l’immagine dello slavo comunista infoibatore.

Il Presidente Borut Pahor, primo Presidente di un paese ex jugoslavo a rendere omaggio alla foiba di Basovizza, è certamente tirato per la giacca dall’attuale governo sloveno di estrema destra che promuove l’identificazione tra antifascismo e terrorismo.

Luglio 1929, resti del Narodni Dom

In Slovenia il clima è teso: da mesi, l’opposizione al governo di destra è costantemente in piazza. Ogni venerdì a Lubiana e in altre città, gruppi numerosi di giovani si riuniscono, o sfilano in bicicletta, con parole d’ordine antifasciste. Anche venerdì scorso la piazza antistante il Parlamento sloveno era gremita ma i cartelli e gli slogan stavolta contestavano il Presidente e la sua visita alla foiba: “Pahor, la visita alla foiba di Basovizza significa inchinarsi al fascismo”. Da Trieste, in queste settimane, in molti, intellettuali e associazioni slovene, sono andati da Borut Pahor per dirgli che il suo omaggio alla foiba è uno schiaffo alla minoranza slovena in Italia ma anche a tutta la lotta di liberazione, oltreché un piegarsi alle falsificazioni storiche. Molte le lettere inviate ai giornali, un misto di rabbia e di amarezza. Qualcuno più timidamente; d’altra parte, dietro i buoni rapporti italo-sloveni e la tutela delle minoranze, da entrambe le parti, ci sono anche finanziamenti e posti di lavoro.

Polemiche e proteste. Non poteva restare, dunque, la sola visita alla foiba e così ci sarà un’altra corona di fiori ma “dall’altra parte”: a Basovizza, un chilometro in linea d’aria dalla foiba, c’è un monumento dedicato a quattro ragazzi, tre sloveni triestini e un croato, fucilati nel 1930 su  sentenza del Tribunale speciale fascista nella sua prima trasferta a Trieste. Fucilati di nascosto, i loro corpi rintracciati solo nel 1945. Di questi antifascisti si parlò in tutta Europa perché erano le prime vittime della violenza fascista ma in Italia non si conoscono nonostante il loro legame, per esempio, con il gruppo di Giustizia e Libertà dei fratelli Rosselli. La loro condanna per “terrorismo” non è mai stata annullata: sarebbe un bel gesto se Mattarella cogliesse l’occasione per conoscere la loro storia e cancellare quel marchio infamante ma pare proprio una speranza vana.

Il Presidente della Regione, il leghista Fedriga, ha dichiarato che la sua presenza al monumento dei quattro fucilati sarà un puro atto di “educazione istituzionale”, il Sindaco ha parlato di una scelta “per far contenti gli sloveni e così poi mettiamo una pietra tombale su tutte le beghe del ‘900”. Casa Pound, intanto, ha ricominciato ad affiggere manifesti antislavi e anticomunisti, l’estrema destra ha manifestato in piazza contestando la restituzione del Narodni Dom, vandalizzati molti monumenti che, in ogni più piccola frazione del Carso, ricordano i partigiani del luogo uccisi dai fascisti.

Ancora un’ultima tappa: consegna di onorificenze allo scrittore triestino di lingua slovena Boris Pahor, 107 anni, testimone dell’incendio del Narodni Dom che poi aderì alla resistenza slovena, fu arrestato dalla Gestapo ed inviato in un lager nazista, i suoi libri tradotti e conosciuti nel mondo. Dalla sua casa in un paese del Carso a picco sul mare, saputo del riconoscimento dei due Presidenti ha dichiarato: “Dedico le decorazioni a tutti i morti, a tutti quelli di cui ho scritto, a partire dai quattro eroi di Basovizza e da Lojze Bratuž (ucciso dai fascisti nel 1937, non olio di ricino ma olio di macchina e benzolo, colpevole di avere diretto il coro in sloveno durante la messa di Natale, ndr)”. La restituzione ai legittimi proprietari del Narodni Dom, dunque, resta molto sottotraccia in una giornata di cerimonie frettolose e sostanzialmente propagandistiche che suonano molto ”fascisti e antifascisti pari sono”.

Amaro il commento di Stojan Spetič, già senatore del PCI: “non va mai dimenticato che non siamo all’anno zero della nostra storia. I nostri popoli sono stati uniti dal sangue dei partigiani italiani, sloveni e croati versato nella comune lotta per la libertà. Lottarono insieme i partigiani del IX Korpus con i garibaldini friulani, l’Intendenza Montes, la “Fratellanza” sopra Fiume, il battaglione “Tito” di sloveni fuggiti dal carcere di Spoleto unitisi alla Resistenza italiana in Umbria… E tanti singoli. Per citarne uno solo: Anton Ukmar (Miro), sloveno di Prosecco, dirigente nazionale del PCI, animatore della resistenza antifascista in Abissinia, poi combattente in Spagna, maquì in Francia, comandante garibaldino nell’Oltrepò pavese ed infine liberatore di Genova. Sono queste le fondamenta dell’amicizia e della conciliazione, cemento di pace tra i popoli vicini”

* Fonte: Marinella Salvi, il manifesto

Avete presente l’espressione romana «fare la lupa»? Significa andare avanti e indietro, avanti e indietro, in pochi metri, come un animale in gabbia. Infatti l’origine è proprio questa: la lupa di cui si parla è quella, che anche io ho fatto in tempo a vedere, che andava irrequieta avanti e indietro nella gabbia sulle pendici del Campidoglio. Quella lupa era un simbolo della romanità, della nostra identità.

E anche della nostra cultura, delle nostre radici, della nostra Storia. Poi, a un certo momento, è scomparsa. Ne sentiamo la mancanza? Ci siamo per questo dimenticati di essere discendenti di Romolo? (Su che fine ha fatto Remo, l’altro figlio della lupa, lasciamo perdere). Ci siamo sentiti come se ci avessero lasciati senza storia, senza memoria, senza passato? Ce la siamo presa col politically correct animalista? Non credo e non mi risulta. È solo che siamo cambiati e quel simbolo non ci rappresenta più.

Come la lupa del Campidoglio, i simboli e i segni del passato e della storia non sono immobili e intangibili, possono sparire ed essere compensati, sostituiti, dimenticati. La storia e la memoria comprendono anche l’oblio: come ci insegnano in tanti, da Jurij Lotman a Umberto Eco a Jorge Luis Borges, senza oblio non c’è né storia né memoria né cartografia. La storia è fatta sia di iscrizioni, sia di cancellazioni.

Perciò credo che si regga su una errata idea della storia il politically correct che si scandalizza se qualcuno butta a fiume la brutta statua di un mercante di schiavi. Infatti mi domando anche: ma perché è Storia il monumento a Robert E. Lee a Charleston e non sono storia le decine di migliaia di cittadini che vogliono che sia rimossa? La storia è solo passato o anche presente? È storia o no il fatto che non dalla settimana scorsa ma letteralmente da un secolo in qua a Bristol fior di cittadini, compresi il meglio degli storici del posto, chiedevano educatamente di toglierla di mezzo? È o no negazione della storia ignorare questa storia, o parlare senza conoscerla?

Credo che se noi chiamiamo Storia il monumento a Nathan Bedford Forrest, fondatore del KuKluxKlan, che campeggia nel palazzo del governo a Nashville, Tennessee, e non riconosciamo che sono storia anche quelli che vogliono toglierlo e sostituirlo, è perché la Storia siamo Noi – euroamericani liberali cristiani istruiti – e non loro – vandali orde teppisti. Ha ragione Toni Morrison: le definizioni appartengono ai definitori, non ai definiti. Edward Colston, Robert E. Lee, Mussolini, Nathan Bedford Forrest (ricordato in Via col Vento romanzo per la sua bella barba) non ci piacciono ma sono storia nostra, la storia ci appartiene e decidiamo noi chi la tocca e chi no.

Perciò non battiamo ciglio o battiamo le mani quando qualcuno butta giù la storia di qualcun altro, che sia la statua di quel mascalzone di Saddam Hussein a Baghdad o quelle di Marx, Lenin e Stalin in mezza Europa (sono comunista, per Marx mi dispiace ma credo che date le circostanze ne avessero tutto il diritto).

Quando quelli che chiamavamo i «senza storia» irrompono nella storia, sono sempre corpi fuori posto che violano il nostro spazio esclusivo (come Trayvon Martin nel quartiere sbagliato quella sera in Florida). Come si permettono? Anche qui, la scena emblematica sta in Via col Vento: quella in cui si vedono i deputati e senatori “negri” eletti dopo la guerra civile stravaccati sbevazzando sui solenni scranni del parlamento della Georgia (non andò affatto così in Georgia: si può fare grande cinema anche con una menzogna, ma non si può difendere la menzogna in nome della Storia).

Certo che ci saranno errori, esagerazioni, scorie, in questo cambiamento epocale: a proposito dei movimenti di liberazione dal colonialismo e delle occupazioni delle terre nel Sud, Ernesto de Martino avvertiva che la «irruzione delle masse nella storia» non sarebbe avvenuta senza scorie e barbarismi, ma ci invitava ad avere la pietas e l’intelligenza necessaria per partecipare, accompagnare, consigliare e aspettare.

Parte dell’intelligenza consiste nel distinguere. Oltre che vandali e teppisti, i nostri media bollano quelli che vogliono togliere di mezzo le statue di Robert E. Lee e Edward Colson come «iconoclasti». Ora, se alla storia ci teniamo, usiamo correttamente i riferimenti storici: l’iconoclastia è un atteggiamento diffuso in correnti cristiane e islamiche che per svariate ragioni teologiche combatte tutte le immagini in quanto tali (l’opposto di iconoclastia, dicono, è idolatria).

Quello che è in atto adesso è invece una motivata obiezione ad alcuni monumenti e non altri: anche i più radicali antirazzisti e antifascisti sanno distinguere fra l’obelisco a Mussolini Dux e la Pietà di Michelangelo, pur sapendo bene le responsabilità storiche della Chiesa.

Possiamo discutere caso per caso, ma il rifiuto di distinguere e la conseguente riduzione all’assurdo è una rinuncia a quel senso critico che dovrebbe caratterizzare i colti (l’etimologia di critica significa appunto distinguere), una rinuncia che induce persone intelligenti e rispettate ad argomentare seriamente che non possiamo togliere l’omaggio al KuKluxKlan da Nashville perché se no dovremmo abbattere anche il Colosseo a Roma (come se qualcuno oltre loro ne stesse parlando, e come se non sapessimo distinguere fra l’Anfiteatro Flavio e la lupa del Campidoglio).

Quello che difendiamo in questo modo non è il Colosseo, ma il KuKluxKlan. Come ci insegna l’assassinio di Rayshard Broooks ieri ad Atlanta, non è solo a forza di dimenticare il passato ma anche a forza di idolatrarlo che rischiamo di continuare a riviverlo.

PS. La scorsa settimana l’assemblea legislativa del Tennessee ha votato contro la mozione di togliere il busto del fondatore del Kkk, con la sua bella barba, dal palazzo del governo. Si vede che ancora li rappresenta.

* Fonte: Alessandro Portelli, il manifesto

Oggi, festa della Liberazione, streeen.org offre una selezione di film provenienti da Cuba, Kurdistan, Colombia, Palestina e naturalmente dall’Italia declinando le rEsistenze attraverso storie solo apparentemente lontane tra loro.

In collaborazione con globalrights.info

Alle 12 è stato pubblicato anche il videoclip di Bella Ciao cantata da tre interpreti d’eccezione: l’attrice e cantante basca Itziar Ituño (l’ispettrice Murillo della Casa de Papel), la soprano kurda Mizgin Tahir (di Serekaniye) e la cantautrice italiana Erica Boschiero.

 

In tanti hanno scritto di Bella ciao e in tanti l’abbiamo cantata. Adesso, in un piccolo prezioso libro, Cesare Bermani, lo studioso militante che meglio di tutti ne ha seguito le origini e la storia, distilla più di mezzo secolo di ricerca e arriva a conclusioni definitive e solidamente documentate (Cesare Bermani, «Bella ciao». Storia e fortuna di una canzone dalla Resistenza italiana all’universalità delle Resistenze, Novara, Interlinea, 2020).

Per prima cosa, Bermani fa chiarezza su un punto importante: non è vero che Bella ciao non sia stata cantata durante la Resistenza. Era l’inno di combattimento della Brigata Maiella in Abruzzo, cantato dalla brigata nel 1944 e portato al Nord dai suoi componenti che dopo la liberazione del Centro Italia aderirono come volontari al corpo italiano di liberazione aggregato all’esercito regolare. La ragione per cui non se ne aveva adeguata notizia, osserva Bermani, stava in un errore di prospettiva storica e culturale: l’idea che la Resistenza, e quindi il canto partigiano, fossero un fenomeno esclusivamente settentrionale. Il fatto che la canzone iconica dell’antifascismo venga invece dall’Abruzzo sposta la prospettiva non solo sul canto, ma sul movimento di liberazione nel suo insieme: il «vento del Nord» è stato impetuoso e decisivo, ma il vento non soffiava in una direzione sola.

Da tempo, peraltro, avevamo rilevato una ricca tradizione di canto antifascista e partigiano in altre parti dell’Italia centrale, in Lazio e Umbria soprattutto (per non dire della Toscana, di cui già si sapeva molto). C’è una versione di Fischia il vento, il classico canto composto dai partigiani liguri, raccolta in Umbria da Valentino Paparelli, a cui è stata aggiunta una strofa sorprendente: «Là nel Nord c’è un popolo che attende con certezza di aver la libertà». I partigiani che hanno combattuto nell’Italia centrale continuano la lotta salendo a liberare il Nord; tra loro, c’erano anche i combattenti della Brigata Maiella. L’incontro fra questi combattenti e le forze partigiane del Nord, soprattutto in Emilia, diventa un cruciale momento di scambio e contaminazione culturale. È lì che i partigiani umbri della Brigata Gramsci arruolati nel corpo di combattimento Cremona impararono sia Fischia il vento sia Stoppa e Vanni, per poi riadattarle al loro contesto; e fu proprio a Reggio Emilia che l’allora partigiano Vasco Scanzani imparò la Bella ciao partigiana che nel 1951 avrebbe poi trasformata nel canto di lavoro delle mondine.

Bermani, che ne è stato anche protagonista, ricorda che di tutto questo non sapevano niente Roberto Leydi e Gianni Bosio quando vicino Reggio Emilia incontrarono la grande cantatrice ex mondina Giovanna Daffini, che gli cantò la versione delle mondine, e si convinsero che fosse l’origine del canto partigiano. Da questo malinteso nacque il memorabile spettacolo, «Bella ciao», rappresentato al Festival di Spoleto del 1964, che cominciava proprio con la giustapposizione, in ordine sbagliato, della versione mondina e di quella partigiana. Il folk revival italiano nasce dunque su un doppio equivoco: l’identificazione del canto partigiano solo con il Nord, e lo scambio di cronologie fra la Bella ciao partigiana e la versione sindacale scritta da Scanzani per le mondine. Va osservato peraltro che i «responsabili» di questo equivoco (ancora molto diffuso), a partire da Leydi e dallo stesso Bermani, sono stati quelli che già da molto tempo hanno messo in chiaro come stavano effettivamente le cose.

Dal libro di Cesare Bermani, Bella ciao emerge come un testo che mette in discussione definizioni rigide e confini invalicabili: Nord e Sud, canto partigiano, musica leggera, tradizione orale… Bermani parte dal rapporto fra il canto partigiano e il canto epico-lirico narrativo di tradizione orale, ripercorrendo i legami strettissimi con canti tradizionali come Fior di Tomba (testo) e La bevanda sonnifera (melodia). In Italia centrale, per esempio, è abbastanza diffusa, una versione narrativa di Fior di tomba inframmezzata dal ritornello Bella ciao, quasi come una contaminazione al contrario in cui il canto partigiano retroagisce sulla ballata tradizionale. Però il legame è anche più profondo: l’incipit – «Questa mattina mi son svegliato» – che accomuna Bella ciao con Fior di tomba lo ritroviamo in moltissimi blues: l’altra mattina mi sono svegliato e Satana mi bussava alla porta (Robert Johnson), l’altra mattina mi sono svegliata e il blues mi girava intorno al letto (Bessie Smith), e così via. È la scoperta traumatica dell’irruzione del male – l’invasione, il tradimento, il demonio, la sofferenza – nel tempo e nello spazio di tutti i giorni, la precarietà dell’esistenza e dei rapporti in un mondo popolare sempre sotto minaccia.

Forse la parte più divertente del libro di Bermani è la ricostruzione della storia di vita di Rinaldo Salvadori, paroliere e canzonettista toscano, che già negli anni ’30 aveva composto una canzone intitolata Risaia sulla vita delle mondine che conteneva la frase «bella ciao», appresa in frammenti di canti alpini e altre espressioni popolari e popolaresche. Risaia fu censurata dal regime perché conteneva espliciti accenni allo sfruttamento a cui erano sottoposte; per farsi perdonare, Salvatori compose poi canzoni fasciste, ma già nel 1944 pubblicava testo e musica di una versione di Bella ciao assai simile a quella che oggi conosciamo tutti. Il punto, insomma, è che in questo ambito la ricerca dell’ «origine» e della «autorialità» si dissolve in rivoli infiniti; quello che conta non è tanto come un canto è nato, ma come è diventato quello che abbiamo adesso.

«Salvadori», scrive Bermani, «ci appare come un fenomeno ’di frontiera’, metà interno al mondo popolare e metà dentro al mondo della musica leggera di quegli anni». In realtà è tutta la storia di Bella ciao che appare come un fenomeno di frontiera, ibrido e sfuggente e proprio per questo capace di unire, di mettere in comunicazione realtà diverse. Pensarla in questo modo ci aiuta anche a capire meglio il processo per cui Bella ciao viene adottata quasi istituzionalmente come canto iconico del movimento di liberazione negli anni del centrosinistra, quando l’antifascismo diventa (un po’ strumentalmente ma un po’ anche no) il principio unificante di un «arco costituzionale» che nelle sue declinazioni migliori riconosce la pluralità di una Resistenza che non appartiene esclusivamente a nessuno. In un certo senso, è proprio l’ecumenismo politico un po’ generico intrecciato alla fermezza morale (e, come Bermani ricorda, agli echi est-europei della melodia, al piacere ludico del battito di mani) che permette sia gli abusi, sia soprattutto la straordinaria circolazione internazionale soprattutto di questi ultimi anni, dal Cile al Kurdistan, da «Casa di carta» a Tom Waits, di cui Bermani dà accuratamente conto. E che manda fuori di testa gli amministratori locali di destra che, dal Friuli alla Sardegna, hanno cercato invano a più riprese di vietarne il canto negli eventi ufficiali. Hanno ragione a dire che Bella ciao è divisiva: sarà generica, sarà ecumenica, ma si capisce benissimo da che parte sta.

* Fonte: Alessandro Portelli, il manifesto

La sua abitazione è la stessa dei genitori cent’anni fa, vicino al luogo della più clamorosa azione partigiana nella guerra di Liberazione, l’attentato di via Rasella. L’attacco urbano antinazista fu organizzato da questo signore sorridente, un volto profondo, vissuto, gioviale: Mario Fiorentini, nato il 7 novembre 1918. Aveva 25 anni quando a Roma la formazione Gramsci dei Gruppi di Azione Patriottica – tra i più coraggiosi nella Resistenza – composta da una dozzina di comunisti (fra i quali Carla Capponi, Rosario Bentivegna, Franco Calamandrei) fece saltare in aria 33 occupanti tedeschi e alimentò la speranza nella vittoria.

Era il 23 marzo 1944, Mario ne parla come un dovere amoroso di libertà, la condizione per una vita normale: fra i più ardimentosi «era una gara a chi doveva stare in prima linea, anche se rischiavamo le rappresaglie conseguenti, in questo caso le Fosse Ardeatine». Certo, «ci vuole anche fortuna e tanta prudenza: ho sfidato molte volte la morte». Lo dice in serenità, come si vede spesso in donne e uomini di moralità altissima quando parlano delle loro scelte durissime nel muovere guerra alla guerra per rivedere tutti la luce: come Giovanni Pesce all’ultima intervista che diede, alla gioia di vivere che induce alla lotta contro i nemici del bene e del giusto.

Blasetti, Pirandello, Visconti
Mario Fiorentini -padre ebreo e madre cattolica- è una personalità dalle pulsioni molteplici che ne hanno puntellato il percorso esistenziale: era un ragazzo amante d’arte, «poi le leggi razziali del 1938 mi han fatto fare un salto di qualità politico e mi sono impegnato concretamente per abbattere il regime». Sfugge al servizio militare grazie a «malattia e febbri tifoidee di oltre 40° che si prolungano per mesi quando vengo chiamato alle armi, intanto il mio 19° reggimento fanteria veniva spedito in Africa… Vengo congedato, col compagno di scuola Carlo Lizzani partecipo a numerose iniziative culturali e conosco il regista Alessandro Blasetti».

Matura esperienze teatrali con celebrità quali Vittorio Gassman, Lea Padovani, Carlo Mazzarella, Ave Ninchi, Adolfo Celi, Luigi Squarzina, e mette in scena L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello. Quindi collabora prima con Giustizia e Libertà, poi col Partito Comunista facendosi organizzatore e dirigente gappista; intanto conosce Lucia Ottobrini che sarà la sua compagna nella lotta e nella vita. Dopo il 25 luglio crea con Antonello Trombadori il gruppo partigiano Arditi del Popolo ed il 9 settembre 1943 è fra i combattenti nella battaglia di Porta San Paolo.

A ottobre prende il comando del Gap di Roma Centro, a lui fanno riferimento artisti del calibro di Visconti, Guttuso, Mafai, Vedova: il 16 sfugge al rastrellamento contro gli ebrei scappando sui tetti e abbandonando alcune bombe sotto il letto; dopo un attentato fallito contro il ministro degli Interni di Salò, il 31 il gappista – con Lucia in compiti di copertura – liquida tre militi della Rsi.

Il 17 dicembre – con Lucia, Carla e Rosario – uccide un ufficiale nazista; il giorno dopo lo stesso quartetto elimina con un attacco dinamitardo otto militari in uscita dal cinema Barberini, mentre il 26 Mario in bicicletta lancia un pacco esplosivo all’ingresso di Regina Coeli per far sentire ai detenuti politici (fra essi Sandro Pertini) vicinanza ideale: giustizia sette soldati e sfugge miracolosamente ai proiettili dei mitra avversari…

Avventure rocambolesche di chi rivendica a sé d’essere una persona normale, sensibile alla paura come tutti. In quei mesi di Storia accelerata, Mario dal suo rifugio segreto di via del Tritone studia il tragitto di truppe nemiche e teorizza l’assalto al cielo di via Rasella, approvato dal capo militare supremo Giorgio Amendola: l’azione viene perfezionata anticipando il 10 marzo un attacco al corteo fascista di via Tomacelli dopo essersi nascosti fra le bancarelle del mercato adiacente.

La decorata sono io
Lucia e Mario operano assieme, le affinità elettive e l’attrazione reciproca cementano la sintonia. Lucia Ottobrini nasce nel 1924 e per 15 anni vive in Alsazia, dove il padre andò per lavoro essendosi rifiutato di tesserarsi al partito fascista, e dove la bambina impara francese e tedesco. Giovanissima, viene quindi assunta al Ministero del Tesoro: a fine ’42 conosce Mario, con lui frequenta i pittori di via Margutta e le compagnie teatrali, entra nella rete clandestina a fianco di Laura Lombardo Radice, procura cibo e documenti ai militanti segreti, nasconde in casa armi, s’infiltra nelle file nemiche coi nomi di battaglia di Maria Fiori e Leda Lamberti, entra nei Gap e partecipa alle azioni armate. Talvolta viene fermata, ma il suo ottimo tedesco la sottrae al peggio…

Dopo il colpo grosso di via Rasella, Mario e Lucia devono stare più in guardia che mai: operano per un po’ al Quadraro e al Quarticciolo a contatto con la formazione radicale Bandiera Rossa, poi per sicurezza devono lasciare Roma e vanno a dirigere i Gap a Tivoli e dintorni; da lì Lucia tiene i collegamenti con la Capitale, spesso coprendo la distanza a piedi, poi assume il grado di Capitano e dirige altre operazioni cruciali nella storia della Resistenza.

Come ogni combattente clandestino, Mario si muove con documenti falsi via via sostituiti, al pari dei suoi nomi di battaglia che sono almeno quattro: Giovanni, Fringuello, Gandhi, Dino. Dopo aver combattuto nel Lazio e liberato Roma, Fiorentini viene arruolato nei servizi segreti dell’OSS (Office of Strategic Services), inviato a Brindisi per addestramento al lancio in volo e paracadutato al Nord dove prosegue la Resistenza in Emilia e Liguria. Lo arrestano quattro volte, quattro volte evade…

Esce dal conflitto col grado di Comandante Maggiore, accumulando tre Medaglie d’argento al valor militare, tre Croci al merito di guerra, una Onorificenza d’oro Usa: è il partigiano più decorato d’Italia.

Appesa al chiodo la divisa, Mario Fiorentini può finalmente dedicarsi alla sua grande passione matematica, «alla sua bellezza», in particolare all’algebra commutativa e alla geometria algebrica. Nel 1971, a 53 anni, diventa professore ordinario di Geometria superiore all’Università di Ferrara. In seguito non cesserà di diffondere nelle scuole l’amore per lo studio, collaborando anche con giovani artisti, scrivendo libri di «matemagica» col docente «giocologo» ed enigmista Ennio Peres per rendere amabile la materia da lui amata. L’ultimo gappista vive con la figlia e un nipote. Lucia se n’è andata nel 2015. Mario lo dice con sorriso mesto, ma anche con un sorriso: «Quando il ministro Taviani le consegnò la Medaglia d’argento al valore, pensò di avere di fronte “la vedova del decorato” ma Lucia lo corresse: “la decorata sono io”».

* Fonte: Damiano Tavoliere, il manifesto

Il nome di uno studente che un paio di mesi dopo avrebbe compiuto 25 anni sta scritto nel manifesto che gli attacchini del comune incollano sui muri romani all’inizio di marzo del 1944.

Il padre Mario era sceso da Genova il primo del mese di marzo alla ricerca del figlio.

Certamente era stato arrestato. Fa tappa prima a Pisa, poi Firenze, poi raggiunge Giulio Carlo Argan, il professore di Giorgio, che lo ospita nella sua casa a Roma.

Dà mandato a un avvocato per avere informazioni, prova anche col Vaticano. In questura non sanno niente e nemmeno al Viminale o a Regina Coeli.

Poi il 9 marzo appare il nome del figlio su quel manifesto. Fucilato insieme ad altri nove. «Tento di credere a un’omonimia, ma non ci riesco. Manca l’accento, ma è lui, è lui» scrive. Non Labo, ma Labò.

Con Argan si reca a Via Tasso, la palazzina dove i tedeschi torturano i partigiani. «La sentinella avvolta in nastri di cartucce, e con le bombe a mano negli stivali, mi dice che non c’è». Passano dal cimitero, ma «il direttore è uscito e non tornerà» gli dicono.

Così se ne tornano a casa col filobus 129. Il giorno dopo riesce a leggere un «verbalino», uno dei tanti che gli operai del comune stilavano per poter, alla fine della guerra, far riconoscere le tante salme di sconosciuti che erano stati fucilati dai nazifascisti. Mario si imbatte «in un cappotto scuro spigato, pull-over verde pisello e scarpe con la suola di gomma». Forse è la descrizione di suo figlio, ma non torna un particolare: baffetti castani. «Aveva più volte tentato di farseli crescere, ma si era fermato scontento».

Passa ancora un giorno e torna a Via Tasso.

Nella stanza «c’è un borghese ad una scrivania, e vicino a lui un soldato» e poi un ufficiale tedesco e un «gobbetto» che viene fatto uscire. «L’interprete mi dice “Un bel figlio avete tirato su! Volete sapere quel che faceva? Era sab-bo-ta-to-re”». Per quattro mesi aveva fabbricato bombe insieme a Giulio Cortini e a Gianfranco Mattei. Uno diventerà uno dei maggiori fisici italiani. L’altro è un chimico, assistente di Giulio Natta che nel ’63 gli dedicherà il premio Nobel. Anche Giorgio Labò è un promettente architetto.

In quei giorni di guerra continuava a parlare di architettura. «Si parlava di urbanistica» scrive Argan e di «città da ricostruire», luoghi nei quali «l’umanità disperata si riconosca guarita e felice».
Intanto l’interprete tira fuori da un cassetto un pacco di fotografie e un sacchetto. Consegna tutto all’ufficiale tedesco. Una cravatta, due penne, gli occhiali, due tessere con la fotografia. Prima di morire era riuscito a farsi crescere i baffi.

Questi fatti accadevano in un mese di marzo in tempo di guerra.

Sono passati tre quarti di secolo e ci troviamo a vivere un altro conflitto. Diverso, meno cruento forse, ma spiazzante. Giorgio Labò fabbrica bombe in un laboratorio accanto al Tevere, in Via Giulia 23/a, ma quando parla col suo professore pensa alle città da ricostruire, «al dovere morale della felicità umana», compito anche dell’architetto.

Quando ci discorrevi «si sarebbe detto che passasse le sue giornate in biblioteca, invece faceva le bombe per i G.a.p.».

E io penso alle dichiarazioni spiazzanti dei medici che passano giorni e notti a salvare le vite di chi è stato infettato dal parassita.

Ci dicono che muoiono soprattutto gli anziani. Muoiono i ragazzini degli anni ’40, quelli che hanno intravisto la guerra mondiale e il nazifascismo.

Quelli che hanno vissuto la ricostruzione e la nascita della democrazia, le battaglie per i diritti negli anni ’60 e ’70, quello che è successo subito dopo. Disgrazia nella disgrazia in queste settimane di Covid-19 è la perdita di chi può dare spessore a questo tempo schiacciato sul presente.

Compito dei medici e degli infermieri è curare e salvare le vite. Compito di tutti è responsabilizzarsi, restare a casa e arginare il contagio. Ma in questo spaesamento generale cerchiamo di salvare anche la memoria.

* Fonte: Ascanio Celestini, il manifesto

Intervista a Vojko Obersnel. «Il nostro obiettivo è superare i confini», racconta il sindaco della città, Capitale europea della Cultura 2020.

RIJEKA. Meno di cento chilometri dividono Trieste da Rijeka-Fiume; due golfi bagnati dallo stesso mare per due storie che sono corse parallele per secoli e che continuano a incrociarsi. A volte qualche iniziativa o una parola sbagliata le fa scontrare.

Già in occasione della cerimonia per una statua dedicata a D’Annunzio a Trieste – proprio nel giorno del centenario della marcia su Fiume – c’era stata una scaramuccia tra i Sindaci delle due città e, adesso, ecco arrivata una nuova polemica.

Lunedì scorso al Sacrario della foiba di Basovizza, nel suo veemente intervento in diretta tv sull’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia, il Sindaco di Trieste (a maggioranza fascio-leghista) ha detto tra l’altro: «Se volgo lo sguardo oltre confine verso la bellissima città di Rijeka, un tempo Fiume, oggi capitale della cultura, non trovo nulla di culturalmente interessante, ma vedo solo un’esplicita e ulteriore offesa alle vittime del comunista Tito nel fatto che una grigia stella a cinque punte sorga nuovamente sul grattacielo che fu simbolo delle violenze contro l’umanità da parte del totalitarismo comunista. Quella stella, nella nostra memoria, ha solo il colore del sangue dei bambini, giovani, donne, uomini e anziani italiani trucidati o costretti a scappare dai comunisti titini». Inevitabile chiedere al Sindaco di Fiume, il socialdemocratico Vojko Obersnel un commento.

Perché quella stella signor sindaco, peraltro installazione temporanea solo per il 2020?

Rijeka ha ottenuto il titolo di Capitale europea della Cultura 2020 anche grazie a quella parte del programma dedicata a L’era del Potere. È la lunga e incredibilmente turbolenta storia di Rijeka: in meno di cent’anni ha cambiato sette nazionalità e tutte hanno lasciato tracce sul tessuto della città e nella memoria dei suoi cittadini.

Vuole dire che i tanti interventi urbanistici hanno anche voluto riproporre simboli significativi per la storia della città? Come l’aquila ricollocata sulla Torre civica?

L’aquila a due teste è presente nello stemma di Fiume, ratificato da Leopoldo I d’Asburgo e dominava dalla Torre la città già a metà ‘700; era stata rifatta nei primi anni del ‘900, vandalizzata dai legionari dannunziani e alla fine distrutta nel 1949. Tra gli interventi di riqualificazione urbana compiuti nella marcia di avvicinamento a Rijeka 2020 c’è anche l’averla rimessa al suo posto. Ricostruirla com’era è stato un lavoro lungo e difficile ma sono sicuro che ne è valsa la pena.

E quindi anche la stella titina? Non è necessariamente un bel ricordo per i cittadini di Rijeka ma il programma costruito intorno all’era del potere non è nato per cambiare, giudicare o esaltare la storia. È una occasione per fermarsi e vedere, anche così, i fatti storici che si sono succeduti. La stella a cinque punte è una installazione artistica che porta tante connotazioni: un simbolo della lotta contro il fascismo, un ricordo di tutti gli antifascisti, compresi quelli italiani, che hanno combattuto per la libertà dell’umanità ed è anche un ricordo dei quasi 3.000 combattenti antifascisti che sono morti nella battaglia per liberare Rijeka dai fascisti e dalla loro terrificante ideologia che, giustamente e per sempre, è stata condannata da tutto il mondo liberale.

Sono stati anni feroci…

Non vogliamo nascondere; quello che vogliamo è condannare tutti i crimini, indipendentemente da chi o quale regime li ha commessi. Vogliamo ricordare che il crimine genera crimine. A Podhum, il villaggio accanto a Rijeka, i fascisti hanno ucciso centinaia di abitanti, i sopravvissuti sono stati deportati, il villaggio bruciato. Lo stesso è successo anche a Lipa, un altro villaggio qua vicino, dove uccisero più di 300 persone tra le quali un bambino di appena 6 mesi. Migliaia di persone sono state uccise nei campi di concentramento a Buccari, Arbe e ancora nella Risiera di San Sabba a Trieste. Questi e molti altri crimini hanno generato le vendette alla fine della guerra che ancora hanno portato morte a persone innocenti.

C’è voluto tempo ma sono arrivati anche anni di rinnovata convivenza: i confini non sembrano ormai sempre più evanescenti?

È stato possibile cambiare i confini fisici, qualche volta con l’uso della forza, qualche volta con i trattati. Trieste e Rijeka lo sanno molto bene. Sono i confini che costruiamo dentro di noi che sono difficili da cambiare. Uno degli obiettivi di Rijeka 2020 è proprio quello di superare questi confini e di farlo attraverso la cultura. Non a caso il titolo che abbiamo scelto per questo anno speciale è Il porto delle diversità: vogliamo affermare che proprio nella diversità c’è ricchezza.

Anche la programmazione degli eventi, allora, ruota intorno a questa amalgama di diversità?

Certo. 300 programmi turistici e più di 600 eventi pensati per persone cosmopolite. Se il mio collega sindaco di Trieste leggesse l’intero programma o almeno se ne informasse meglio, gli sarebbe chiaro che qui non c’è nessuna ideologia e men che meno quella comunista.

È quasi sera e l’appuntamento di gala è con la Venice Baroque Orchestra nel bel teatro di fine ‘800 “Ivan de Zajc”: musiche di Vivaldi, Corelli e Geminiani, al violino Giuliano Carmignola con il suo Guarneri. Un imperdibile omaggio all’Italia, senza dubbio.

* Fonte: Marinella Salvi, il manifesto

 

ph by Roberta F. [CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]

Ci risiamo. La ricorrenza del 10 febbraio – il cosiddetto “Giorno del ricordo”, istituito con legge “bipartisan” Berlusconi imperante (l. n. 92 del 3 marzo 2004) – eccita gli animi, in modo ogni anno più parossistico: è il primo paradossale risultato di quella legge sciagurata, che in nome della “pacificazione” e delle “memorie condivise” ha prodotto l’opposto effetto. Com’era ovvio, perché le memorie degli uni non solo non si pareggiano con quelle degli altri, ma, al contrario, emergono con rinnovato sentimento oppositivo. Gli eredi, biologici o politici, dei fascisti occupanti la Jugoslavia negli anni ‘40, autori di stragi inaudite, di devastazioni e vessazioni ai danni della popolazione locale, non sembrano più in cerca di una semplice (e impossibile) autoassoluzione per il loro ruolo di carnefici, ma ormai si propongono, con crescente protervia, nei duplici panni di vittime, e, addirittura, di «eroi». Si vedano gli annunci di iniziative delle associazioni degli esuli istriani e dalmati, o di circoli neofascisti, in cui ricorre accanto o invece del termine «martiri» quello appunto di «eroi»: gli eroi delle foibe.

Ecco, i neofascisti: chiamiamoli come preferiamo, ma qui siamo in presenza di un eccezionale rigurgito di fascismo aggressivamente «nostalgico». Tra la legalità garantita da una Costituzione democratica e l’illegalità di azioni che quella stessa Legge contrasta, i fascisti del terzo millennio, e i loro amici e sodali, stanno cavalcando «le foibe» in un disegno politico-ideologico davanti al quale la cultura democratica e la ricerca storica appaiono in disarmo, capaci al massimo di flebili voci di protesta. Vediamo in campo, da un lato, un esercito agguerrito e all’attacco, e dall’altro un esercito in rotta o in disarmo. Più spazio viene lasciato, a proposito della questione del «Confine orientale», alla destra, meno spazio rimane non per la sinistra, ma per la ricerca della verità e la sua difesa.

E di anno in anno lo squilibrio fra i due eserciti si aggrava, in una sostanziale indifferenza della cosiddetta opinione pubblica democratica. Ora siamo ad un paradosso: la destra, quella più becera e ignorante, nell’ormai antica pretesa di impartire lezioni di metodo storico, ha compiuto un’operazione indubbiamente degna di attenzione: ha sottratto all’arsenale sia della metodologia della storia, sia della cultura democratica, una parola che finora esprimeva una certo concetto, ma ora non più. La parola è «negazionismo». Nei manuali di metodologia della ricerca storica, si indica con questo «ismo» una delle forme estreme del revisionismo in tema di campi di sterminio nazista, quello che precisamente nega se non la loro esistenza, la loro funzione sterminazionista, cercando spiegazioni (risibili) per le camere a gas e i forni crematori: insomma nega il progetto genocidario del lager nazista.

Ora capita che la destra che sta costruendo proprio disegno egemonico, dai tanti aspetti, si sia impadronita della parola, rovesciandone in certo senso il concetto, facendolo trapassare dal campo democratico-antifascista a quello opposto. E con un cortocircuito, facilitato dalla vicinanza tra il 27 gennaio e 10 febbraio e dalla stessa terminologia (Giorno della memoria, (Giorno del ricordo), foibe e lager vengono avvicinati, poi sovrapposti e infine confusi, generando una cappa di nuvolaglia graveolente, sotto la quale si agitano i professionisti della «verità politica», che nulla ha a che spartire con la verità storica.

Davide Conti ha parlato su questo giornale di «populismo storico»: la formula è efficace, ma andrebbe corretta in «populismo storiografico», in quanto il chiacchiericcio mediatico, accanto a iniziative di politici e di amministratori, pretende di far scaturire come verità quello che «la gente» anela sentirsi dire, dopo essere stata opportunamente manipolata. E tutto questo con una crescente aggressività che vede presi a bersagli i pochi studiosi autentici del tema, compresi coloro che hanno lavorato in modo discreto cercando di non schierarsi troppo esplicitamente. Interdizioni, minacce, impedimenti opposti a quanti, singoli o associazioni, provano a fare onestamente il proprio lavoro: il populismo storiografico mescola le carte, dà non solo per acquisite, ma per scontate pseudo-verità, e si appella ai sentimenti di un nuovo pseudo-patriottismo, che dovrebbe interpretare in modo «spontaneo» i sentimenti diffusi, il senso comune, il pensiero della gente della strada, divenuta, non si sa in base a quale principio, depositaria delle «verità nascoste» (ovviamente dai comunisti) delle foibe.

E la storiografia, quella vera, arretra, tace, balbetta. Mentre dovrebbe sfoderare tutte le sue armi, e chiamare l’intero mondo intellettuale a propria tutela, e non esitare a pretendere dal ceto politico l’abrogazione di quella legge, generatrice di menzogne e, come stiamo vedendo, di un clima persecutorio.

* Fonte: Angelo D’Orsi, il manifesto

Tra il 2004 e il 2020 gli italiani che negano l’Olocausto sono passati dal 2,7 al 15,6%. Parallelamente, la convinzione che gli stranieri ci tolgano il lavoro, rispetto a dieci anni fa, è cresciuta dal 24,8% al 35,2% mentre la percentuale di chi vede negli immigrati una minaccia all’identità nazionale è aumentata dal 29,9% al 33%. Sono i numeri contenuti nel rapporto «Italia 2020» presentato ieri dall’Eurispes. Per l’istituto di ricerca siamo «un paese che galleggia» con una popolazione che «si è adattata allo stato di perenne crisi, che brucia ricchezza e risparmi», un paese «incattivito» che guarda con diffidenza gli stranieri e, con più frequenza, giustifica razzismo e antisemitismo. «È nefasto ritenere che si possa riprendere un accettabile assetto di navigazione grazie alla vittoria di una minoranza sull’altra, e ‘senza fare prigionieri’ – ha spiegato il presidente Gian Maria Fara -. La politica bellicista sa distruggere ma non ricostruire».

I PREGIUDIZI ANTISEMITI si stanno diffondendo: il 16,1% degli italiani sminuisce la portata della Shoah, il 15,6% la nega. L’affermazione secondo la quale gli ebrei controllerebbero il potere economico e finanziario trova consenso nel 23,9% della popolazione. Per il 61,7% i recenti episodi di antisemitismo sono casi isolati e non rappresentano un problema. Il 60,6%, però, ritiene che siano la conseguenza di un diffuso linguaggio basato su odio e razzismo. Sono soprattutto i più giovani a non considerarli atti isolati mentre dai 35 anni in su vengono derubricati a bravate. Inoltre, il 19,8% ritiene che «Mussolini sia stato un grande leader che ha commesso qualche sbaglio»; il 14,3% ritiene che «gli italiani amano le personalità forti» e che «siamo un popolo di destra».

CAPITOLO MIGRANTI: per il 77,2% vengono sfruttati dai datori di lavoro ma gli italiani sono anche convinti che ci tolgano il lavoro. Il 38,3% pensa che provochino l’aumento delle malattie. Crolla di 17 punti la posizione secondo la quale gli stranieri portano un arricchimento culturale (dal 59,1% al 42%), diminuisce dal 60,4 al 46,9% la convinzione che contribuiscano alla crescita economica. Un decimo trova gli immigrati ostili (10,1%), l’8,1% li trova insopportabili. Secondo il 45,7% un atteggiamento di diffidenza nei confronti degli immigrati è «giustificabile solo in alcuni casi». Per il 17,1% (più 6,7% rispetto al 2010) è condivisibile «guardarli con diffidenza».

PER CONTRASTARE l’immigrazione clandestina, il 26,2% ritiene che il governo dovrebbe erogare aiuti ai paesi di provenienza (più 7,7% rispetto a dieci anni fa), il 24% (a fronte del 33,6% del 2010) ritiene che il governo dovrebbe inasprire i controlli alle frontiere; per il 16% la priorità è agevolare la regolarizzazione dei clandestini (nel 2010 era il 25,5%). Rispetto al 2010, sono diminuiti gli italiani favorevoli allo ius soli (dal 60,3% al 50%) e sono aumentati i sostenitori dello ius sanguinis (dal 10,7% al 33,5%). In calo coloro che auspicano lo ius culturae cioè la cittadinanza per chi è nato qui purché educato in scuole italiane (dal 21,3% al 16,5%).

«GLI IMMIGRATI REGOLARI in Italia sono circa 5,2 milioni, pari all’8,7% della popolazione, e gli irregolari circa 500mila – ricorda Fara -. Producono il 9% del Pil, circa 139 miliardi di euro annui. Il denaro che spediscono ai loro familiari (6,2 miliardi annui) è molto più importante di quanto l’Italia destina agli aiuti internazionali. Le loro imprese (oltre 700mila) assumono centinaia di migliaia di italiani. Versano 14 miliardi annui di contributi sociali e ne ricevono solo 7: i loro contributi ci permettono di pagare oltre 600mila pensioni».

INFINE, GLI SBARCHI NEL 2019 sono calati del 50,4% rispetto al 2018 ma la copertura mediatica è stata da record, «accreditando la rappresentazione di un’emergenza». Dal 2018 è la politica a presidiare il tema immigrazione: «La viva voce dei suoi esponenti è risultata centrale nel 38% dei servizi del prime time (48% per i tg Rai e 24% su Mediaset)». Il risultato è che il 30,4% giudica la propria città come poco o per niente sicura. Infine, gli italiani si fidano sempre meno della politica, del governo e del parlamento, preferendo le forze armate e le forze dell’ordine. «Il linguaggio di odio e razzismo – sottolinea il ministro del Lavoro, Stefano Patuanelli – non è sconnesso né dai crescenti episodi razzisti né dal crollo della consapevolezza di ciò che avvenne nei lager nazisti». E la collega all’Istruzione, Lucia Azzolina: «Sono dati che spaventano. La scelta di potenziare lo studio della Storia è quanto mai necessaria».

* Fonte: Adriana Pollice, il manifesto

foto: Dachau, dirittiglobali.it

Era il 9 novembre 1989, nel quotidiano comunista il manifesto iniziava la riunione di redazione come ogni mattina. Nella stanza del caporedattore attigua all’ingresso, al quinto piano di Via Tomacelli 146, c’era un’insolita euforia. La notizia appena arrivata era che le autorità della Ddr (la Germania dell’est) avevano «inconsapevolmente» comunicato l’apertura dei varchi di passaggio verso la Rdt (la Germania dell’ovest), del Muro di Berlino. Era l’inizio della caduta festosa della barriera che divideva le due Germanie.

In molti tra i più giovani erano più che entusiasti; molto più dubitativi invece i meno giovani, legati alla storia della radiazione dal Pci, nel 1969, del gruppo che aveva accusato il Partito comunista italiano di avere abbandonato Praga e Dubcek nelle mani della restaurazione di Mosca dopo l’invasione dell’agosto ‘68 della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia. Il Manifesto, che aveva già nel 1977 e 1978 promosso ben due convegni internazionali sul potere e sull’opposizione nelle società post-rivoluzionarie a partire dall’Europa dell’Est, con Rossana Rossanda era da tempo impegnato a sostenere la svolta politica straordinaria che Michail Gorbaciov, diventato segretario del Pcus nel 1985, aveva impresso a quel che rimaneva dell’Unione sovietica.

E a seguire i cambiamenti che ne erano derivati nell’Est e nel mondo. A giugno dell’89 c’era stata la strage della Tian An Men a Pechino, mentre rinascevano i pericolosi nazionalismi nell’ex Jugoslavia. Ma anche Rossana Rossanda quella mattina era guardinga sulla grande «implosione» che accadeva sotto i nostri occhi. Più perplesso ancora appariva il direttore del giornale Luigi Pintor. Dopo molti interventi tutti più che positivi sugli avvenimenti in corso (secondo l’auspicio: “così cadranno anche i Muri dell’Occidente”), gli sguardi si rivolsero interrogativamente proprio a lui. E Luigi Pintor alla fine sussurrò: «Io sento solo una grande puzza di guerra».

Che cosa volesse dire davvero e quanto avesse ragione Luigi Pintor sarebbe stato chiaro solo due anni dopo nel 1991, la stessa data della fine dell’Unione sovietica. Con la prima guerra occidentale all’Iraq a partecipazione anche italiana e con il nuovo protagonismo della Nato a partire dai Balcani. Perché il Patto atlantico, nato nel 1949 in funzione difensiva dopo la crisi di Berlino contro i paesi della sfera sovietica e l’Urss, con il crollo del nemico avrebbe dovuto perlomeno scomparire. Il Patto di Varsavia (costituito nel 1955 dopo l’ingresso della Germania ovest nella Nato) si era sciolto nel 1991.

E invece alla fine del 1999 tutti gli ex paesi del Patto di Varsavia (Polonia, Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria, Ungheria e Albania) dentro l’accurata «strategia dell’allargamento a est» – e «in violazione dello spirito degli accordi sulla riunificazione tedesca», racconta Gorbaciov al manifesto – avrebbero fatto tutti parte dell’Alleanza atlantica, con basi militari, nuovi sistemi d’arma, progetti di scudo antimissile, prigioni della Cia e rinnovati quanto costosi bilanci militari. Tutti intorno ai confini della Russia, a quel che rimaneva dell’ex potenza sovietica, mentre i governi occidentali facevano il tifo per l’astro nascente «democratico» Boris Eltsin, che di lì a due anni avrebbe bombardato il parlamento russo. E questo ingresso nella Nato di tutti i Paesi dell’Est avveniva ben prima della loro entrata nell’Unione europea e anzi come «prova» del loro adeguamento alla democrazia occidentale. Ben altro che la «casa comune europea» tanto cara a Michail Gorbaciov prima di essere sconfitto. E tutti questi Paesi avrebbero partecipato direttamente con propri contingenti e intelligence a tutte le nuove guerre occidentali fatte in nome dei diritti umani per distruggere i diritti umani, come in Iraq, in Afghanistan e ad ultimo in Libia e Siria.

E in Italia? Arrivò la Bolognina, con la cancellazione del Pci e l’abbandono della storia del comunismo italiano e del suo protagonismo originale nella costruzione della democrazia; seguito da Mani pulite e dal giustizialismo politico, finché nel 1994 apparve sulla scena il fenomeno dell’antropologia politico televisiva, «situazionista di destra», di Berlusconi.

Da quegli anni in poi insomma intorno a noi si è estesa una vasta, insopportabile, ammorbante puzza di guerra.

Sia chiaro: non che prima dell’89 le guerre non ci fossero. Tragicamente rientravano nel conflitto tra i due blocchi, invalicabile per il terrore atomico. Intanto il Vietnam veniva insanguinato con due milioni di morti e venivano massacrate le rivoluzioni in Cile e poi in Angola e Mozambico nell’intento della potenza imperiale Usa di contenere «l’avanzata nel mondo del comunismo»; e poi l’Afghanistan con l’intervento speculare sovietico e poi il ritiro proprio a metà dell’89. La guerra era lontana ma non per questo meno criminale. Una sola era la certezza: l’Italia e l’Europa, pur schierate nel fronte politico occidentale che le sosteneva, non partecipavano direttamente ai conflitti.

Fu proprio dal 1989, dalla Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa del 1990 e dalla Commissione Badinter ancora della Cee che la guerra, a partire dal Sud Est europeo – altro che le affermazioni «L’Europa ha garantito in questi anni la pace» -, tornava prepotentemente in Europa; e anche l’Italia, come sistema-militare e alleato strategico nella Nato, ne sarebbe via via stata protagonista, nel disprezzo della sua Costituzione fondativa. E nel silenzio e all’ombra delle decine di nuovi Muri – dalla Palestina, ai Balcani, tra Usa e Messico, etc.- che sarebbero stati edificati.

* Fonte: Tommaso Di Francesco, il manifesto

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