Storia & Memoria

Il nome di uno studente che un paio di mesi dopo avrebbe compiuto 25 anni sta scritto nel manifesto che gli attacchini del comune incollano sui muri romani all’inizio di marzo del 1944.

Il padre Mario era sceso da Genova il primo del mese di marzo alla ricerca del figlio.

Certamente era stato arrestato. Fa tappa prima a Pisa, poi Firenze, poi raggiunge Giulio Carlo Argan, il professore di Giorgio, che lo ospita nella sua casa a Roma.

Dà mandato a un avvocato per avere informazioni, prova anche col Vaticano. In questura non sanno niente e nemmeno al Viminale o a Regina Coeli.

Poi il 9 marzo appare il nome del figlio su quel manifesto. Fucilato insieme ad altri nove. «Tento di credere a un’omonimia, ma non ci riesco. Manca l’accento, ma è lui, è lui» scrive. Non Labo, ma Labò.

Con Argan si reca a Via Tasso, la palazzina dove i tedeschi torturano i partigiani. «La sentinella avvolta in nastri di cartucce, e con le bombe a mano negli stivali, mi dice che non c’è». Passano dal cimitero, ma «il direttore è uscito e non tornerà» gli dicono.

Così se ne tornano a casa col filobus 129. Il giorno dopo riesce a leggere un «verbalino», uno dei tanti che gli operai del comune stilavano per poter, alla fine della guerra, far riconoscere le tante salme di sconosciuti che erano stati fucilati dai nazifascisti. Mario si imbatte «in un cappotto scuro spigato, pull-over verde pisello e scarpe con la suola di gomma». Forse è la descrizione di suo figlio, ma non torna un particolare: baffetti castani. «Aveva più volte tentato di farseli crescere, ma si era fermato scontento».

Passa ancora un giorno e torna a Via Tasso.

Nella stanza «c’è un borghese ad una scrivania, e vicino a lui un soldato» e poi un ufficiale tedesco e un «gobbetto» che viene fatto uscire. «L’interprete mi dice “Un bel figlio avete tirato su! Volete sapere quel che faceva? Era sab-bo-ta-to-re”». Per quattro mesi aveva fabbricato bombe insieme a Giulio Cortini e a Gianfranco Mattei. Uno diventerà uno dei maggiori fisici italiani. L’altro è un chimico, assistente di Giulio Natta che nel ’63 gli dedicherà il premio Nobel. Anche Giorgio Labò è un promettente architetto.

In quei giorni di guerra continuava a parlare di architettura. «Si parlava di urbanistica» scrive Argan e di «città da ricostruire», luoghi nei quali «l’umanità disperata si riconosca guarita e felice».
Intanto l’interprete tira fuori da un cassetto un pacco di fotografie e un sacchetto. Consegna tutto all’ufficiale tedesco. Una cravatta, due penne, gli occhiali, due tessere con la fotografia. Prima di morire era riuscito a farsi crescere i baffi.

Questi fatti accadevano in un mese di marzo in tempo di guerra.

Sono passati tre quarti di secolo e ci troviamo a vivere un altro conflitto. Diverso, meno cruento forse, ma spiazzante. Giorgio Labò fabbrica bombe in un laboratorio accanto al Tevere, in Via Giulia 23/a, ma quando parla col suo professore pensa alle città da ricostruire, «al dovere morale della felicità umana», compito anche dell’architetto.

Quando ci discorrevi «si sarebbe detto che passasse le sue giornate in biblioteca, invece faceva le bombe per i G.a.p.».

E io penso alle dichiarazioni spiazzanti dei medici che passano giorni e notti a salvare le vite di chi è stato infettato dal parassita.

Ci dicono che muoiono soprattutto gli anziani. Muoiono i ragazzini degli anni ’40, quelli che hanno intravisto la guerra mondiale e il nazifascismo.

Quelli che hanno vissuto la ricostruzione e la nascita della democrazia, le battaglie per i diritti negli anni ’60 e ’70, quello che è successo subito dopo. Disgrazia nella disgrazia in queste settimane di Covid-19 è la perdita di chi può dare spessore a questo tempo schiacciato sul presente.

Compito dei medici e degli infermieri è curare e salvare le vite. Compito di tutti è responsabilizzarsi, restare a casa e arginare il contagio. Ma in questo spaesamento generale cerchiamo di salvare anche la memoria.

* Fonte: Ascanio Celestini, il manifesto

Intervista a Vojko Obersnel. «Il nostro obiettivo è superare i confini», racconta il sindaco della città, Capitale europea della Cultura 2020.

RIJEKA. Meno di cento chilometri dividono Trieste da Rijeka-Fiume; due golfi bagnati dallo stesso mare per due storie che sono corse parallele per secoli e che continuano a incrociarsi. A volte qualche iniziativa o una parola sbagliata le fa scontrare.

Già in occasione della cerimonia per una statua dedicata a D’Annunzio a Trieste – proprio nel giorno del centenario della marcia su Fiume – c’era stata una scaramuccia tra i Sindaci delle due città e, adesso, ecco arrivata una nuova polemica.

Lunedì scorso al Sacrario della foiba di Basovizza, nel suo veemente intervento in diretta tv sull’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia, il Sindaco di Trieste (a maggioranza fascio-leghista) ha detto tra l’altro: «Se volgo lo sguardo oltre confine verso la bellissima città di Rijeka, un tempo Fiume, oggi capitale della cultura, non trovo nulla di culturalmente interessante, ma vedo solo un’esplicita e ulteriore offesa alle vittime del comunista Tito nel fatto che una grigia stella a cinque punte sorga nuovamente sul grattacielo che fu simbolo delle violenze contro l’umanità da parte del totalitarismo comunista. Quella stella, nella nostra memoria, ha solo il colore del sangue dei bambini, giovani, donne, uomini e anziani italiani trucidati o costretti a scappare dai comunisti titini». Inevitabile chiedere al Sindaco di Fiume, il socialdemocratico Vojko Obersnel un commento.

Perché quella stella signor sindaco, peraltro installazione temporanea solo per il 2020?

Rijeka ha ottenuto il titolo di Capitale europea della Cultura 2020 anche grazie a quella parte del programma dedicata a L’era del Potere. È la lunga e incredibilmente turbolenta storia di Rijeka: in meno di cent’anni ha cambiato sette nazionalità e tutte hanno lasciato tracce sul tessuto della città e nella memoria dei suoi cittadini.

Vuole dire che i tanti interventi urbanistici hanno anche voluto riproporre simboli significativi per la storia della città? Come l’aquila ricollocata sulla Torre civica?

L’aquila a due teste è presente nello stemma di Fiume, ratificato da Leopoldo I d’Asburgo e dominava dalla Torre la città già a metà ‘700; era stata rifatta nei primi anni del ‘900, vandalizzata dai legionari dannunziani e alla fine distrutta nel 1949. Tra gli interventi di riqualificazione urbana compiuti nella marcia di avvicinamento a Rijeka 2020 c’è anche l’averla rimessa al suo posto. Ricostruirla com’era è stato un lavoro lungo e difficile ma sono sicuro che ne è valsa la pena.

E quindi anche la stella titina? Non è necessariamente un bel ricordo per i cittadini di Rijeka ma il programma costruito intorno all’era del potere non è nato per cambiare, giudicare o esaltare la storia. È una occasione per fermarsi e vedere, anche così, i fatti storici che si sono succeduti. La stella a cinque punte è una installazione artistica che porta tante connotazioni: un simbolo della lotta contro il fascismo, un ricordo di tutti gli antifascisti, compresi quelli italiani, che hanno combattuto per la libertà dell’umanità ed è anche un ricordo dei quasi 3.000 combattenti antifascisti che sono morti nella battaglia per liberare Rijeka dai fascisti e dalla loro terrificante ideologia che, giustamente e per sempre, è stata condannata da tutto il mondo liberale.

Sono stati anni feroci…

Non vogliamo nascondere; quello che vogliamo è condannare tutti i crimini, indipendentemente da chi o quale regime li ha commessi. Vogliamo ricordare che il crimine genera crimine. A Podhum, il villaggio accanto a Rijeka, i fascisti hanno ucciso centinaia di abitanti, i sopravvissuti sono stati deportati, il villaggio bruciato. Lo stesso è successo anche a Lipa, un altro villaggio qua vicino, dove uccisero più di 300 persone tra le quali un bambino di appena 6 mesi. Migliaia di persone sono state uccise nei campi di concentramento a Buccari, Arbe e ancora nella Risiera di San Sabba a Trieste. Questi e molti altri crimini hanno generato le vendette alla fine della guerra che ancora hanno portato morte a persone innocenti.

C’è voluto tempo ma sono arrivati anche anni di rinnovata convivenza: i confini non sembrano ormai sempre più evanescenti?

È stato possibile cambiare i confini fisici, qualche volta con l’uso della forza, qualche volta con i trattati. Trieste e Rijeka lo sanno molto bene. Sono i confini che costruiamo dentro di noi che sono difficili da cambiare. Uno degli obiettivi di Rijeka 2020 è proprio quello di superare questi confini e di farlo attraverso la cultura. Non a caso il titolo che abbiamo scelto per questo anno speciale è Il porto delle diversità: vogliamo affermare che proprio nella diversità c’è ricchezza.

Anche la programmazione degli eventi, allora, ruota intorno a questa amalgama di diversità?

Certo. 300 programmi turistici e più di 600 eventi pensati per persone cosmopolite. Se il mio collega sindaco di Trieste leggesse l’intero programma o almeno se ne informasse meglio, gli sarebbe chiaro che qui non c’è nessuna ideologia e men che meno quella comunista.

È quasi sera e l’appuntamento di gala è con la Venice Baroque Orchestra nel bel teatro di fine ‘800 “Ivan de Zajc”: musiche di Vivaldi, Corelli e Geminiani, al violino Giuliano Carmignola con il suo Guarneri. Un imperdibile omaggio all’Italia, senza dubbio.

* Fonte: Marinella Salvi, il manifesto

 

ph by Roberta F. [CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]

Ci risiamo. La ricorrenza del 10 febbraio – il cosiddetto “Giorno del ricordo”, istituito con legge “bipartisan” Berlusconi imperante (l. n. 92 del 3 marzo 2004) – eccita gli animi, in modo ogni anno più parossistico: è il primo paradossale risultato di quella legge sciagurata, che in nome della “pacificazione” e delle “memorie condivise” ha prodotto l’opposto effetto. Com’era ovvio, perché le memorie degli uni non solo non si pareggiano con quelle degli altri, ma, al contrario, emergono con rinnovato sentimento oppositivo. Gli eredi, biologici o politici, dei fascisti occupanti la Jugoslavia negli anni ‘40, autori di stragi inaudite, di devastazioni e vessazioni ai danni della popolazione locale, non sembrano più in cerca di una semplice (e impossibile) autoassoluzione per il loro ruolo di carnefici, ma ormai si propongono, con crescente protervia, nei duplici panni di vittime, e, addirittura, di «eroi». Si vedano gli annunci di iniziative delle associazioni degli esuli istriani e dalmati, o di circoli neofascisti, in cui ricorre accanto o invece del termine «martiri» quello appunto di «eroi»: gli eroi delle foibe.

Ecco, i neofascisti: chiamiamoli come preferiamo, ma qui siamo in presenza di un eccezionale rigurgito di fascismo aggressivamente «nostalgico». Tra la legalità garantita da una Costituzione democratica e l’illegalità di azioni che quella stessa Legge contrasta, i fascisti del terzo millennio, e i loro amici e sodali, stanno cavalcando «le foibe» in un disegno politico-ideologico davanti al quale la cultura democratica e la ricerca storica appaiono in disarmo, capaci al massimo di flebili voci di protesta. Vediamo in campo, da un lato, un esercito agguerrito e all’attacco, e dall’altro un esercito in rotta o in disarmo. Più spazio viene lasciato, a proposito della questione del «Confine orientale», alla destra, meno spazio rimane non per la sinistra, ma per la ricerca della verità e la sua difesa.

E di anno in anno lo squilibrio fra i due eserciti si aggrava, in una sostanziale indifferenza della cosiddetta opinione pubblica democratica. Ora siamo ad un paradosso: la destra, quella più becera e ignorante, nell’ormai antica pretesa di impartire lezioni di metodo storico, ha compiuto un’operazione indubbiamente degna di attenzione: ha sottratto all’arsenale sia della metodologia della storia, sia della cultura democratica, una parola che finora esprimeva una certo concetto, ma ora non più. La parola è «negazionismo». Nei manuali di metodologia della ricerca storica, si indica con questo «ismo» una delle forme estreme del revisionismo in tema di campi di sterminio nazista, quello che precisamente nega se non la loro esistenza, la loro funzione sterminazionista, cercando spiegazioni (risibili) per le camere a gas e i forni crematori: insomma nega il progetto genocidario del lager nazista.

Ora capita che la destra che sta costruendo proprio disegno egemonico, dai tanti aspetti, si sia impadronita della parola, rovesciandone in certo senso il concetto, facendolo trapassare dal campo democratico-antifascista a quello opposto. E con un cortocircuito, facilitato dalla vicinanza tra il 27 gennaio e 10 febbraio e dalla stessa terminologia (Giorno della memoria, (Giorno del ricordo), foibe e lager vengono avvicinati, poi sovrapposti e infine confusi, generando una cappa di nuvolaglia graveolente, sotto la quale si agitano i professionisti della «verità politica», che nulla ha a che spartire con la verità storica.

Davide Conti ha parlato su questo giornale di «populismo storico»: la formula è efficace, ma andrebbe corretta in «populismo storiografico», in quanto il chiacchiericcio mediatico, accanto a iniziative di politici e di amministratori, pretende di far scaturire come verità quello che «la gente» anela sentirsi dire, dopo essere stata opportunamente manipolata. E tutto questo con una crescente aggressività che vede presi a bersagli i pochi studiosi autentici del tema, compresi coloro che hanno lavorato in modo discreto cercando di non schierarsi troppo esplicitamente. Interdizioni, minacce, impedimenti opposti a quanti, singoli o associazioni, provano a fare onestamente il proprio lavoro: il populismo storiografico mescola le carte, dà non solo per acquisite, ma per scontate pseudo-verità, e si appella ai sentimenti di un nuovo pseudo-patriottismo, che dovrebbe interpretare in modo «spontaneo» i sentimenti diffusi, il senso comune, il pensiero della gente della strada, divenuta, non si sa in base a quale principio, depositaria delle «verità nascoste» (ovviamente dai comunisti) delle foibe.

E la storiografia, quella vera, arretra, tace, balbetta. Mentre dovrebbe sfoderare tutte le sue armi, e chiamare l’intero mondo intellettuale a propria tutela, e non esitare a pretendere dal ceto politico l’abrogazione di quella legge, generatrice di menzogne e, come stiamo vedendo, di un clima persecutorio.

* Fonte: Angelo D’Orsi, il manifesto

Tra il 2004 e il 2020 gli italiani che negano l’Olocausto sono passati dal 2,7 al 15,6%. Parallelamente, la convinzione che gli stranieri ci tolgano il lavoro, rispetto a dieci anni fa, è cresciuta dal 24,8% al 35,2% mentre la percentuale di chi vede negli immigrati una minaccia all’identità nazionale è aumentata dal 29,9% al 33%. Sono i numeri contenuti nel rapporto «Italia 2020» presentato ieri dall’Eurispes. Per l’istituto di ricerca siamo «un paese che galleggia» con una popolazione che «si è adattata allo stato di perenne crisi, che brucia ricchezza e risparmi», un paese «incattivito» che guarda con diffidenza gli stranieri e, con più frequenza, giustifica razzismo e antisemitismo. «È nefasto ritenere che si possa riprendere un accettabile assetto di navigazione grazie alla vittoria di una minoranza sull’altra, e ‘senza fare prigionieri’ – ha spiegato il presidente Gian Maria Fara -. La politica bellicista sa distruggere ma non ricostruire».

I PREGIUDIZI ANTISEMITI si stanno diffondendo: il 16,1% degli italiani sminuisce la portata della Shoah, il 15,6% la nega. L’affermazione secondo la quale gli ebrei controllerebbero il potere economico e finanziario trova consenso nel 23,9% della popolazione. Per il 61,7% i recenti episodi di antisemitismo sono casi isolati e non rappresentano un problema. Il 60,6%, però, ritiene che siano la conseguenza di un diffuso linguaggio basato su odio e razzismo. Sono soprattutto i più giovani a non considerarli atti isolati mentre dai 35 anni in su vengono derubricati a bravate. Inoltre, il 19,8% ritiene che «Mussolini sia stato un grande leader che ha commesso qualche sbaglio»; il 14,3% ritiene che «gli italiani amano le personalità forti» e che «siamo un popolo di destra».

CAPITOLO MIGRANTI: per il 77,2% vengono sfruttati dai datori di lavoro ma gli italiani sono anche convinti che ci tolgano il lavoro. Il 38,3% pensa che provochino l’aumento delle malattie. Crolla di 17 punti la posizione secondo la quale gli stranieri portano un arricchimento culturale (dal 59,1% al 42%), diminuisce dal 60,4 al 46,9% la convinzione che contribuiscano alla crescita economica. Un decimo trova gli immigrati ostili (10,1%), l’8,1% li trova insopportabili. Secondo il 45,7% un atteggiamento di diffidenza nei confronti degli immigrati è «giustificabile solo in alcuni casi». Per il 17,1% (più 6,7% rispetto al 2010) è condivisibile «guardarli con diffidenza».

PER CONTRASTARE l’immigrazione clandestina, il 26,2% ritiene che il governo dovrebbe erogare aiuti ai paesi di provenienza (più 7,7% rispetto a dieci anni fa), il 24% (a fronte del 33,6% del 2010) ritiene che il governo dovrebbe inasprire i controlli alle frontiere; per il 16% la priorità è agevolare la regolarizzazione dei clandestini (nel 2010 era il 25,5%). Rispetto al 2010, sono diminuiti gli italiani favorevoli allo ius soli (dal 60,3% al 50%) e sono aumentati i sostenitori dello ius sanguinis (dal 10,7% al 33,5%). In calo coloro che auspicano lo ius culturae cioè la cittadinanza per chi è nato qui purché educato in scuole italiane (dal 21,3% al 16,5%).

«GLI IMMIGRATI REGOLARI in Italia sono circa 5,2 milioni, pari all’8,7% della popolazione, e gli irregolari circa 500mila – ricorda Fara -. Producono il 9% del Pil, circa 139 miliardi di euro annui. Il denaro che spediscono ai loro familiari (6,2 miliardi annui) è molto più importante di quanto l’Italia destina agli aiuti internazionali. Le loro imprese (oltre 700mila) assumono centinaia di migliaia di italiani. Versano 14 miliardi annui di contributi sociali e ne ricevono solo 7: i loro contributi ci permettono di pagare oltre 600mila pensioni».

INFINE, GLI SBARCHI NEL 2019 sono calati del 50,4% rispetto al 2018 ma la copertura mediatica è stata da record, «accreditando la rappresentazione di un’emergenza». Dal 2018 è la politica a presidiare il tema immigrazione: «La viva voce dei suoi esponenti è risultata centrale nel 38% dei servizi del prime time (48% per i tg Rai e 24% su Mediaset)». Il risultato è che il 30,4% giudica la propria città come poco o per niente sicura. Infine, gli italiani si fidano sempre meno della politica, del governo e del parlamento, preferendo le forze armate e le forze dell’ordine. «Il linguaggio di odio e razzismo – sottolinea il ministro del Lavoro, Stefano Patuanelli – non è sconnesso né dai crescenti episodi razzisti né dal crollo della consapevolezza di ciò che avvenne nei lager nazisti». E la collega all’Istruzione, Lucia Azzolina: «Sono dati che spaventano. La scelta di potenziare lo studio della Storia è quanto mai necessaria».

* Fonte: Adriana Pollice, il manifesto

foto: Dachau, dirittiglobali.it

Era il 9 novembre 1989, nel quotidiano comunista il manifesto iniziava la riunione di redazione come ogni mattina. Nella stanza del caporedattore attigua all’ingresso, al quinto piano di Via Tomacelli 146, c’era un’insolita euforia. La notizia appena arrivata era che le autorità della Ddr (la Germania dell’est) avevano «inconsapevolmente» comunicato l’apertura dei varchi di passaggio verso la Rdt (la Germania dell’ovest), del Muro di Berlino. Era l’inizio della caduta festosa della barriera che divideva le due Germanie.

In molti tra i più giovani erano più che entusiasti; molto più dubitativi invece i meno giovani, legati alla storia della radiazione dal Pci, nel 1969, del gruppo che aveva accusato il Partito comunista italiano di avere abbandonato Praga e Dubcek nelle mani della restaurazione di Mosca dopo l’invasione dell’agosto ‘68 della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia. Il Manifesto, che aveva già nel 1977 e 1978 promosso ben due convegni internazionali sul potere e sull’opposizione nelle società post-rivoluzionarie a partire dall’Europa dell’Est, con Rossana Rossanda era da tempo impegnato a sostenere la svolta politica straordinaria che Michail Gorbaciov, diventato segretario del Pcus nel 1985, aveva impresso a quel che rimaneva dell’Unione sovietica.

E a seguire i cambiamenti che ne erano derivati nell’Est e nel mondo. A giugno dell’89 c’era stata la strage della Tian An Men a Pechino, mentre rinascevano i pericolosi nazionalismi nell’ex Jugoslavia. Ma anche Rossana Rossanda quella mattina era guardinga sulla grande «implosione» che accadeva sotto i nostri occhi. Più perplesso ancora appariva il direttore del giornale Luigi Pintor. Dopo molti interventi tutti più che positivi sugli avvenimenti in corso (secondo l’auspicio: “così cadranno anche i Muri dell’Occidente”), gli sguardi si rivolsero interrogativamente proprio a lui. E Luigi Pintor alla fine sussurrò: «Io sento solo una grande puzza di guerra».

Che cosa volesse dire davvero e quanto avesse ragione Luigi Pintor sarebbe stato chiaro solo due anni dopo nel 1991, la stessa data della fine dell’Unione sovietica. Con la prima guerra occidentale all’Iraq a partecipazione anche italiana e con il nuovo protagonismo della Nato a partire dai Balcani. Perché il Patto atlantico, nato nel 1949 in funzione difensiva dopo la crisi di Berlino contro i paesi della sfera sovietica e l’Urss, con il crollo del nemico avrebbe dovuto perlomeno scomparire. Il Patto di Varsavia (costituito nel 1955 dopo l’ingresso della Germania ovest nella Nato) si era sciolto nel 1991.

E invece alla fine del 1999 tutti gli ex paesi del Patto di Varsavia (Polonia, Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria, Ungheria e Albania) dentro l’accurata «strategia dell’allargamento a est» – e «in violazione dello spirito degli accordi sulla riunificazione tedesca», racconta Gorbaciov al manifesto – avrebbero fatto tutti parte dell’Alleanza atlantica, con basi militari, nuovi sistemi d’arma, progetti di scudo antimissile, prigioni della Cia e rinnovati quanto costosi bilanci militari. Tutti intorno ai confini della Russia, a quel che rimaneva dell’ex potenza sovietica, mentre i governi occidentali facevano il tifo per l’astro nascente «democratico» Boris Eltsin, che di lì a due anni avrebbe bombardato il parlamento russo. E questo ingresso nella Nato di tutti i Paesi dell’Est avveniva ben prima della loro entrata nell’Unione europea e anzi come «prova» del loro adeguamento alla democrazia occidentale. Ben altro che la «casa comune europea» tanto cara a Michail Gorbaciov prima di essere sconfitto. E tutti questi Paesi avrebbero partecipato direttamente con propri contingenti e intelligence a tutte le nuove guerre occidentali fatte in nome dei diritti umani per distruggere i diritti umani, come in Iraq, in Afghanistan e ad ultimo in Libia e Siria.

E in Italia? Arrivò la Bolognina, con la cancellazione del Pci e l’abbandono della storia del comunismo italiano e del suo protagonismo originale nella costruzione della democrazia; seguito da Mani pulite e dal giustizialismo politico, finché nel 1994 apparve sulla scena il fenomeno dell’antropologia politico televisiva, «situazionista di destra», di Berlusconi.

Da quegli anni in poi insomma intorno a noi si è estesa una vasta, insopportabile, ammorbante puzza di guerra.

Sia chiaro: non che prima dell’89 le guerre non ci fossero. Tragicamente rientravano nel conflitto tra i due blocchi, invalicabile per il terrore atomico. Intanto il Vietnam veniva insanguinato con due milioni di morti e venivano massacrate le rivoluzioni in Cile e poi in Angola e Mozambico nell’intento della potenza imperiale Usa di contenere «l’avanzata nel mondo del comunismo»; e poi l’Afghanistan con l’intervento speculare sovietico e poi il ritiro proprio a metà dell’89. La guerra era lontana ma non per questo meno criminale. Una sola era la certezza: l’Italia e l’Europa, pur schierate nel fronte politico occidentale che le sosteneva, non partecipavano direttamente ai conflitti.

Fu proprio dal 1989, dalla Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa del 1990 e dalla Commissione Badinter ancora della Cee che la guerra, a partire dal Sud Est europeo – altro che le affermazioni «L’Europa ha garantito in questi anni la pace» -, tornava prepotentemente in Europa; e anche l’Italia, come sistema-militare e alleato strategico nella Nato, ne sarebbe via via stata protagonista, nel disprezzo della sua Costituzione fondativa. E nel silenzio e all’ombra delle decine di nuovi Muri – dalla Palestina, ai Balcani, tra Usa e Messico, etc.- che sarebbero stati edificati.

* Fonte: Tommaso Di Francesco, il manifesto

MELISSA (KR).Melissa è un nome dolce e antico: è il miele, nella lingua greca che ci ricorda l’origine dei primi insediamenti lungo la costa jonica della Calabria. Melissa è anche il luogo che ci riporta, con un retrogusto amaro, all’omonimo eccidio dei braccianti, 70 anni fa.

Un manifesto rievoca l’uccisione dei tre braccianti di Melissa

Una giornata triste e melanconica. Come il cielo di Melissa di quel sabato 29 ottobre 1949. Era carico di nuvole, il vento soffiava leggero, gli alberi annunciavano con la loro nudità l’arrivo dell’autunno. I melissoti si apprestavano quella mattina ad occupare le terre incolte in quel lembo del marchesato di Crotone che porta verso l’interno, lungo i contrafforti della Presila. Tutta Melissa si spopolò. Donne, uomini, bambini, insieme partirono. Le donne si divisero i compiti. Alcune portavano i barili dell’acqua, altre le ceste di viveri. Gli uomini erano armati solo degli attrezzi della loro fatica.

PARTIRONO SENZA NEMMENO chiudere l’uscio, non c’era nulla da rubare a Melissa. Discesero sul fondo di Fragalà, di proprietà del barone Berlingeri. A piedi o in groppa alle cavalcature, per lavorare i terreni lasciati incolti da moltissimi anni. Non passò molto tempo. E la polizia era lì davanti a loro. Era il centinaio di celerini arrivati da Bari il giorno prima. Li aveva chiamati il marchese Berlingieri e li aveva alloggiati presso le sue tenute con l’intento di combattere quel che sembrava agli occhi del feudatario un sopruso comunista. I contadini non avevano intenzione di muoversi.

SI UDIRONO TRE SQUILLI di tromba. La polizia avanzò con i fucili, la gran parte della massa scappò impaurita. I graduati ordinarono di sparare. Tre persone caddero nel campo di Fragalà, vigliaccamente colpiti alle spalle. Francesco Nigro cadde per primo a 29 anni, Giovanni Zito ad appena 20 anni ed una giovane donna di 24 anni, Angelina Mauro, ferita gravemente, morirà qualche giorno dopo all’ospedale di Crotone. Diciassette furono i feriti.

I fatti di Melissa ebbero grande risonanza in Italia ed all’estero. La stampa, la cultura e l’arte cominciarono ad occuparsene. In quel lontano ottobre di 70 anni fa, il movimento dei braccianti era tornato a marciare nelle terre del latifondo. I tentativi di riformare l’agricoltura meridionale da parte del ministro comunista calabrese, Fausto Gullo, erano stati svuotati dal suo successore, Antonio Segni, ricco proprietario terriero e futuro presidente della Repubblica.

POCHI GIORNI PRIMA dell’eccidio di Fragalà, una mobilitazione di quindicimila contadini delle province di Cosenza e Catanzaro aveva invaso in corteo i campi abbandonati del latifondo. Interi paesi del Crotonese e della Sila, a piedi e a dorso dei muli, sventolando le bandiere rosse e quelle tricolori, con mogli e figli scesero al piano. Marciavano da Strongoli, da Cutro, da Isola di Capo Rizzuto, da Petilia, Caccuri, San Mauro.

OCCUPARONO LA TERRA, segnarono nuovi confini, la divisero in parti eguali. Iniziarono a preparare la semina. Molti di loro non avevano mai letto un libro. Ma praticavano un sentito bisogno di socialismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il quadro di Emilio Notte “La strage di Melissa”

 

Gli agrari calabresi erano molto preoccupati. Alcuni tra i più influenti erano parlamentari democristiani. A Roma, in quelle convulse giornate di ottobre, incontrarono Mario Scelba, ministro dell’Interno. Invocarono la mano dura. Il ministro della polizia non si lasciò pregare. E inviò la famigerata celere nell’agro crotonese. Fu il momento culminante di un’attività repressiva in Calabria e nel mezzogiorno e che rafforzò un processo di presa di coscienza da parte del popolo.

Melissa rappresenta, da allora, il simbolo della volontà di lotta e dell’antica aspirazione alla giustizia delle classi povere del sud. I fatti di Melissa furono guardati con commozione in tutto il mondo. Ernesto Treccani li rievocò nelle sue opere, il teatro militante celebrò i martiri in “Tutti a Fragalà”, il Congresso mondiale della Pace a Roma organizzato dai comunisti a poche ore dalla mattanza ne consegnò una dimensione internazionale.
La violenza della polizia di Scelba fu gratuita ed efferata. L’eccidio scosse l’opinione pubblica. Le versioni ufficiali cercarono di occultare la verità. Il Messaggero e il Corriere della Sera scrissero di «agit prop mascherati da braccianti».

Per la sinistra invece i colpi mortali di Melissa suonarono come un campanello d’allarme per la giovane democrazia italiana. Quel giorno del 1949 un nuovo soggetto politico apparve sulla scena. Su quelle terre che avevano visto il dominio dei Morelli, dei Ruffo, dei Morano, dei Campitelli, dei Pignatelli e dei Berlingieri i braccianti non avevano conquistato la terra, ma sicuramente la loro dignità. Per loro era finito il tempo della coppola in mano.

Nel 1979, nel quarantesimo anniversario, Ernesto Treccani tornò a Melissa (di cui era stato consigliere comunale con Mario Alicata sindaco) e fece omaggio alla cittadinanza del “Monumento ai caduti di Fragalà”. Alla cerimonia partecipò anche il presidente della Camera, Nilde Jotti.

Oggi in quella stessa piazza del Popolo davanti al monumento di Treccani, si ritroveranno per la commemorazione della strage, Maurizio Landini segretario generale della Cgil, Mario Oliverio, presidente della Calabria e Ilario Ammendolia, storico e politico comunista.

«NON ERANO UNA PLEBAGLIA piena di rabbia e bramosa di sangue ma una forza riformista consapevole di rappresentare la stragrande maggioranza dei lavoratori calabresi e di avere alle spalle un diritto sancito dalla Costituzione – dice Ammendolia – quei contadini chiedevano la riforma agraria ed erano portatori di un progetto di rinascita della Calabria. Furono sconfitti. Chi volle quell’eccidio, non lo fece per mera cattiveria o crudeltà personale, ma perché doveva dimostrare che nel Sud la natura dello Stato non sarebbe cambiata. Che i rapporti di forza sarebbero rimasti identici e che le “forze dell’ordine” avrebbero avuto come compito precipuo quello di difendere un ordine sociale che in Calabria e nel Sud, pur cambiando negli uomini, sembra rimanere sostanzialmente uguale. Per quanto possa sembrare una tesi ardita, è certo che quei braccianti rappresentassero la “Legge” mentre gli uomini in divisa e i loro mandanti erano dei fuorilegge. Le forze comuniste e socialiste avrebbero dovuto investire maggiormente su questa nuova forza ma ben presto li abbandonarono. E i contadini presero la via dell’emigrazione forzata al nord».

* Fonte: Silvio Messinetti, il manifesto

In Europa troppo spesso si dimentica da quali tragedie ha tratto la forza, e si spera anche la convinzione, per cementare la coesione che, bene o male, la tiene assieme

A 75 anni dalla strage di Marzabotto si rinnova il dolore della memoria. Più che mai quest’anno l’occasione risulta particolarmente rilevante perché cade a ridosso della disgraziata dichiarazione del Parlamento europeo che equipara fascismo-nazismo e comunismo.

Mettendo di fatto sullo stesso piano fascismo e Resistenza.

La lontananza nel tempo dei fatti non solo non ha attenuato il loro ricordo ma permette oggi in prospettiva storica di misurare in tutta la loro complessità le implicazioni della memoria.

La prima considerazione necessaria riguarda il passaggio generazionale: oggi la memoria è affidata in gran parte ad una generazione che non ha vissuto i fatti che stiamo ricordando.

Questo è un buon segno perché significa che nell’avvicendamento delle generazioni non è andato perduto il filo della consapevolezza degli orrori che sono stati generati dalla seconda guerra mondiale, dal fascismo e dall’occupazione nazista.

Non si tratta di protrarre oltre ogni limite un atteggiamento di chiusura e di ostilità anche nei confronti della memoria dei responsabili dell’eccidio, ma di consolidare nella coscienza delle popolazioni interessate, con l’adesione al territorio, la consapevolezza degli oltraggi che quel territorio ha subito.

Bene hanno fatto il Consiglio comunale e la Sindaca di Marzabotto a denunciare con dignità e fermezza l’indecente manipolazione del Parlamento europeo e la cecità di quei sedicenti progressisti che ad essa si sono adeguati. I compromessi in politica si devono fare, ma i compromessi con la storia non sono altro che falsificazione.

L’esempio di Marzabotto segnala come meglio non si potrebbe dove si deve attingere per affondare le radici dell’identità europea.

Tra l’altro, le tante Marzabotto sparse nell’Europa, dalla Francia alla Russia, sono la testimonianza più viva di dove vadano cercate le radici di questa nostra Europa, che troppo spesso si dimentica da quali tragedie ha tratto la forza, e si spera anche la convinzione, per cementare la coesione che, bene o male, la tiene assieme.

L’associazione Marzabotto-Europa è un motivo di più per sollecitare gli eurodeputati a riflettere sulle origini del loro mandato e sulle responsabilità che comporta il loro esercizio. Vero è anche che l’Europa è spaccata in due e che una parte di essa tende a rimuovere un passato scomodo per anteporvi la memoria più recente di un passato ideologicamente più adeguato all’uso strumentale di una memoria mutilata da ciò che dovrebbe accumularla al resto dell’Europa.

Per noi Marzabotto è e rimane un simbolo, il simbolo non genericamente della guerra ma delle peggiori atrocità che nel suo contesto furono perpetrate indissolubili come erano dai regimi che ne furono artefici. Non è una distanza superficiale che ci separa dal pronunciamento del Parlamento europeo, c’è un profondo dissenso della prospettiva storica dalla quale guardare al passato dell’Europa. E dal quale quindi prendere le mosse per un futuro che non voglia accontentare tutti per non scontentare nessuno ma che possa segnare anche e soprattutto per le generazioni future una guida sicura e incontrovertibile. Forse domani sapremo se di tutto questo è consapevole anche Davide Sassoli.

* Fonte: Enzo Collotti, il manifesto

photo by Roberto Ferrari from Campogalliano (Modena), Italy [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)]

L’esplicita volontà di riprendere in mano il testimone della storia ha condotto Luciano Curreri a un’intensa e appassionata riflessione sulla Comune di Parigi e sulla sua attualità come possibile modello per l’Europa (La Comune di Parigi e l’Europa della comunità? Briciole di immagini e di idee per un ritorno della Commune de Paris 1871, Quodlibet, pp. 137, euro 12).
Come suggerisce il sottotitolo non è un’operazione nostalgica, né un esercizio accademico di comparazione fra il tempo buio degli ideali che domina il presente e quello carico di sogni del passato, eroico malgrado l’epilogo sfortunato. Forse qualche rimpianto ma nessun rimorso per il tempo passato che va solo studiato e compreso; non si torna alla Comune, ma lo spirito di quell’esperienza, la pratica di condivisione e fraternità che ha animato il tempo breve della primavera parigina del 1871 può essere utile per costruire una nuova, radicale comunità dell’Europa.

GIÀ PER MARX la Comune si rivelava come l’antitesi migliore dell’Impero, assumendo la forma positiva della repubblica sociale capace di spezzare il dominio di classe ed emancipare la vile multitude che aveva nutrito la retorica repressiva anche dei repubblicani conservatori. In questo senso, è da leggersi l’invito di Curreri a considerare la Comune eterna. Eterna e molteplice. La Comune rappresenta ancora la matrice di un’esperienza rivoluzionaria spontanea e senza capi che si pone il problema del potere senza tuttavia individuare nello Stato la soluzione di quel bisogno.

COME GIÀ L’ARCIPELAGO dell’associazionismo politico aveva provato a fare durante la Rivoluzione francese e come in misura diversa proveranno a fare i primi soviet e il sistema dei Consigli prima dell’involuzione autoritaria. La lotta di uomini e donne che si battevano per la costruzione di una rete di municipi ognuno con il proprio autogoverno suggeriva la costruzione di una Federazione delle Comuni per far fronte alle anomalie del centralismo, allo stesso modo in cui la libertà di un popolo si di–fendeva a partire dalla tutela dei diritti individuali. Un percorso che traslato sul continente europeo significa gli Stati uniti d’Europa, nella sua accezione migliore, da sempre rifugio di ogni pensiero universalista e pacifista. Quello stesso municipalismo che proprio dal fallimento dell’esperienza parigina del 1871 entrò nel bagaglio culturale del movimento socialista europeo, con i propri spazi politici di condivisione, le università popolari, i teatri come mostra il ricco lavoro di Patrizia Dogliani (Le socialisme municipal en France et en Europe de la Commune à la Grande Guerre, Arbre Bleu, 2018).

HA RAGIONE Curreri a dire che questa volontà infrange, per vivificarlo, il retaggio della grande rivoluzione del 1789, il momento giacobino che solo la rivoluzione bolscevica avrebbe rinsaldato. La Comune porta a estinzione lo Stato e per quanto possa apparire ingenuo e condurre alla sconfitta, il popolo insorto del 1871 non si impadronì della Banca di Francia (il ricorrente capo d’accusa da sinistra per spiegare le ragioni del fallimento) perché rifiutava quel modello e quei valori; lo stesso popolo pronto a sollevarsi quando l’esercito provò a requisire i suoi cannoni, acquistati con una raccolta libera e popolare per avere un mezzo proprio di difesa contro ogni despota interno o esterno.

VICTOR HUGO che pure, come molti altri intellettuali, aveva patito e descritto a tinte fosche la Comune fu però poi disposto a rintracciare un modello di virtù nella spontaneità di quella sollevazione, nella originalità e nella passione del popolo parigino e dei volontari che accorsero da tutta Europa a difendere le nuove istituzioni comunaliste, anche quando oramai tutto era perso. Come nella corte dei miracoli raccolta intorno a Notre-Dame che aveva descritto nel romanzo, Hugo ammise che gli insorti davano corpo a un’esistenza alternativa organizzata. Una vita parallela fatta dalla semplicità di vita associata che sembra costituire la novità più forte dell’Europa tratteggiata nel Novecento da Denis de Rougemont. L’Europa non va cercata per lui nelle istituzioni, ma nelle realtà parallele create dalla vita vissuta dei suoi cittadini, dalla folla brulicante dei quartieri, dalle nuove istituzioni municipali e contro cui lo Stato nazione può vincere solo divenendo totalitario.
Ne La Commune il film del 2000 di Peter Watkins, girato in complicità con quel cosmopolita anarchico che è Armand Gatti, il regista mette in scena una Parigi in cui il comune è già nell’azione corale, nella parola errante dei suoi attori tutti non professionisti che si muovono sulla scena come fosse un fumetto, fino a quando la disciplina di partito da una parte, la disumanità dei versagliesi dall’altra non imposero il silenzio.

* Fonte: Alessandro Guerra, il manifesto

Centinaia di persone si sono ritrovate ieri al Narodni Dom per ricordare, 99 anni dopo, il rogo fascista che semidistrusse la “casa” degli sloveni, croati e cechi di Trieste che nel grande edificio avevano le loro associazioni, biblioteche, il teatro, la banca… Così tanta gente che la grande aula magna non riusciva a contenerla tutta e tanta ne è rimasta fuori, sulla strada. E’ intervenuto anche il Presidente della Repubblica di Slovenia, che prima di entrare al Narodni Dom ha incontrato, a porte chiuse, il presidente della Regione, il leghista Massimiliano Fedriga, per poi dichiarare: «Abbiamo parlato molto apertamente del fatto che due paesi vicini, entrambi aderenti a Schengen, non debbano adottare misure per rafforzare ulteriormente il pattugliamento del confine oltre a quelle già adottate». E dire che solo venerdì sera Matteo Salvini aveva parlato di «barriere di protezione fisica» per non far entrare «laqualunque». Lo ha detto a Verona, però, non la settimana scorsa a Trieste.

Lo storico Raoul Pupo, al Narodni Dom, ha sottolineato tra gli applausi che «risentir parlare di confini da blindare non può che suscitare un brivido lungo la schiena». Pupo ha richiamato l’amara esperienza che seguì l’incursione delle bande nazionaliste antislave di quel 13 luglio 1920. «In questa terra di frontiera, l’incendio del Narodni Dom è un simbolo dai molti significati. La grande semplificazione che ha distrutto la ricchezza plurale dell’Europa centrale ha colpito duramente anche lungo la frontiera adriatica, e l’evento luttuoso del 1920 è uno dei punti di saldatura fra i drammi locali e la storia sbagliata del XX secolo. Per gli sloveni e i croati l’incendio del Narodni Dom ha rappresentato l’inizio di una stagione di oppressione e persecuzione, fra le più dure nell’Europa degli anni ’20 e ’30 a danno di minoranze nazionali. Per tutti gli abitanti della frontiera, è stato l’incrocio di un rimpallo di violenze fra le due sponde adriatiche dopo la grande guerra».

Un intervento, quello di Pupo, continuamente interrotto dagli applausi e concluso così: «Siamo qui tutti insieme perché siamo antifascisti. Purtroppo non è un anacronismo, come dirsi guelfi o ghibellini» e «c’è ancora bisogno di rammentare che lo stato in cui viviamo non è neutrale, perché è nato dalla lotta contro il nazifascismo». Ovazione.

Intanto il gruppo di Resistenza Storica che ha lanciato l’appello contro il monumento a D’Annunzio (@noadannunzioatrieste) continua a ricevere adesioni. In pochi giorni sono diventate migliaia. E la risposta del sindaco di Rijeka (Fiume) alle iniziative revansciste della destra di governo triestina è stata fulminante. Una statua per ricordare D’Annunzio nella sua impresa fiumana? «Atto vergognoso e pericoloso». Non ha usato mezzi termini, Vojco Obersnel: «Gabriele D’Annunzio fu precursore del fascismo e di ispirazione a Mussolini… D’Annunzio non fu un poeta timido, come tanti lo vogliono presentare, ma un aggressore e un tiranno. Se il monumento che si dovesse collocare a Trieste è dedicato all’occupazione di Fiume, cioè se l’idea è glorificare questo evento, è una cosa vergognosa ma anche pericolosa. Soprattutto – prosegue il sindaco – nel contesto delle dichiarazioni di alcuni esponenti politici italiani che pretendono la costa croata. La costa croata e Fiume sono croate, difese e liberate dai partigiani, proprio come è stata liberata Trieste. I monumenti a D’Annunzio, i festeggiamenti e il populismo politico che cede alle passioni più abiette non lo cambieranno».

* Fonte: Marinella Salvi, IL MANIFESTO

Cannes 72. Presentato fuori concorso il nuovo film di Patricio Guzmán «La Cordillera de los sueños»

CANNES. All’inizio ci sono le Ande, più che delle montagne, e una entità geografica sulla cartina; la Cordillera è un stato dell’animo, una presenza millenaria intimamente radicata nel Cile e nella vita di chi lo abita. Da qui, da queste vette di oltre cinquemila metri, che rendono il Cile «un’isola» comincia il nuovo viaggio di Patricio Guzmán secondo il dispositivo messo in atto nei suoi due film precedenti, Nostalgia della luce (2010) e La memoria dell’acqua (2015): come un archivista del paesaggio vi cerca le tracce con cui ripercorrere la storia del suo Paese, da nord a sud, dal deserto alle isole fino appunto alla Cordillera di Santiago, le sue immagini compongono una cartografia della memoria che è una dichiarazione di resistenza contro i vuoti di un presente che non è mai neutro ma di quanto si è vissuto, i traumi e le cesure violente – il golpe, le torture, gli omicidi di regime di massa, le connivenze, i silenzi – porta i segni e esprime le conseguenze.

RISPETTO ai capitoli precedenti di quella che appare come una ideale trilogia, La Cordillera de los sueños – presentato fuori concorso – narrata come gli altri film dalla voce dello stesso cineasta, espone una prima persona ancora più evidente che è insieme sentimentale e politica verso un luogo da cui è fuggito con la dittatura di Pinochet, in cui ha deciso di non tornare mai più e che è però è sempre rimasto al centro del suo lavoro di cineasta. Quelle montagne la prima volta le ha viste da bambino sulla scatola dei fiammiferi dove sono ancora oggi. Tra i detriti della casa della sua infanzia, risparmiata dalla gentrificazione, e le rocce della Cordillera divenute pavimentazione della strada risuonano nei suoi ricordi ancora i passi in fuga degli oppositori al regime ammazzati dalla polizia, il rumore dei carrarmati, lo stadio è la deportazione, anche lui un mattino si è visto arrivarci tra decine di migliaia di prigionieri: una generazione.

RIMANGONO le targhe sul selciato, nomi ora sconosciuti come le sigle accanto: Pc, Mir … E poi? Quanto esiste nella consapevolezza collettiva di questo passato? Come trasmetterlo a chi non l’ha vissuto con la stessa necessità? Come riuscire a non renderlo un’ombra, un fantasma, qualcosa di «normalizzato» in un presente che in fondo ne discende, scelte economiche, stabilità, pochi diritti, ricchezza e povertà?

LE VOCI di chi incontra, artisti, scrittori, «sopravvissuti» dicono di un Paese che ha preferito dimenticare, concentrato sullo sviluppo economico, governato con strategie neoliberiste, tra divari di povertà e ricchezza sempre più grandi, senza rispetto per i diritti, germi che in fondo la dittatura aveva disseminato nel suo progetto: «Chi ha governato specie negli anni Novanta era stato con Pinochet» dice qualcuno.

PER SCARDINARE questo cortocircuito ci sono pochi mezzi: la lotta di ieri e di oggi, e l’archivio prezioso di Pablo Salas (direttore della fotografia del film) che da allora filma ogni conflitto sociale, scontri, repressione ininterrottamente con i mezzi che nel tempo si sono trasformati aiutandolo nella sua «documentazione». Le immagini possono avere ancora la capacità di illuminare quanto nella narrazione ufficiale rimane ai margini, ciò che non esiste perché invisibile come le baracche di un orizzonte remoto, antitetico allo skyline dei grattacieli. È il Cile, è il nostro tempo. La scommessa di un cineasta è soprattutto questa.

* Fonte: Cristina Piccino, IL MANIFESTO

Sign In

Reset Your Password