Storia & Memoria

Le lezioni dell’ultima vaudeville pentastellata si possono ridurre ad una: l’ignoranza della storia genera mostri. E alla voce “ignoranza” attribuisco due diversi significati. Uno «debole», elementare: non avere conoscenza del passato. Una ignoranza basica rispetto ai fatti del passato, remoto o prossimo remoto o prossimo. E un significato “forte”, ossia sapere ma non tenerne conto.

In altri termini la storia, per essere “maestra”, pretende non soltanto di essere conosciuta, ma si aspetta che noi si impari da lei, ovvero pretende che tutto quanto precede il nostro presente venga conosciuto e tenuto in conto da chi non soltanto aspiri a vivere il proprio tempo, ma ambisca a interagire con esso, ad operare per migliorarlo, magari, o addirittura per rovesciare le sue coordinate se appaiano inique.

E questo dovrebbe essere non un’opzione, bensì un preciso dovere di quanti scelgano la strada della politica, ossia decidano di mettersi al servizio della collettività, come recitano i manifesti di tutti i candidati ad ogni tornata elettorale. In questo lunghissimo crepuscolo italiano, il Movimento 5 Stelle, tra la falsa democrazia della Rete, il ducismo del fondatore, le ambizioni dei tanti homines novi che si affacciano alle stanze e stanzine dei bottoni, continua, imperterrito, anche nella sua variabile geografia interna, a dare la prova della ignoranza dei suoi dirigenti, che altro non sono che lo specchio della massa dei militanti. Ignoranza della storia nei due significati che ho indicato prima.

Possibile che nessuno tra coloro che occupano i seggi in Campidoglio, con la casacca M5S, abbia un vago sentore di chi sia stato Giorgio Almirante? Possibile che la quasi unanimità abbia votato senza batter ciglio una mozione dei neofascisti di Fratelli d’Italia (e lasciatemi chiamare le cose col loro nome, altro che “postfascisti”: questi sono veri fascisti, sia pure “del terzo millennio”, quindi la dizione corretta è “neofascisti”) per l’intitolazione al sullodato Almirante di una strada della Capitale? Dobbiamo ogni volta fare un ripassino di storia? Oppure sanno che costui è stato un fucilatore di partigiani, segretario di redazione dell’infamissimo foglio La difesa della razza?

È più probabile che molti, forse non tutti, sappiano, ma che abbiano votato in nome del secondo tipo di ignoranza, ossia ritenendo che il passato è passato, e che un po’ di pacificazione, con una targa stradale, possa servire alla collettività, ovvero hanno opinato, come tante volte abbiamo sentito dire dagli ideologi del Movimento, a partire da Gianroberto Casaleggio, che la distinzione destra/sinistra appartiene al passato (anche Matteo Renzi, peraltro, la pensa così salvo riscoprire l’antifascismo e l’egualitarismo, sia pure “temperato”, quando si è trovato messo all’angolo).

In questa scelta, non escludo vi siano anche ragioni di oscura opportunità politica, magari per avere un bonus da parte della destra in relazione alla recentissima inchiesta della magistratura che ha messo nei guai qualche pezzo grosso del movimento.

Che poi la sindaca Raggi scopra in un programma tv, in diretta, che il consiglio comunale romano ha votato la mozione della destra, e dichiari al furbo conduttore (l’immarcescibile Bruno Vespa) che lei non ha nulla da obiettare, perché «il Consiglio è sovrano»), salvo poi, poche ore più tardi, uscirsene con una intemerata di antifascismo duro e puro, e che il suo gruppo consiliare cambi radicalmente linea, presentando una mozione in cui si dichiara che mai Roma dedicherà una via a chi si è macchiato di crimini eccetera, appartiene al genere commedia degli equivoci, dove però il finale, quale che sia, non fa ridere nessuno. Mentre suscita una gran pena.

FONTE: Angelo d’Orsi, IL MANIFESTO

photo: Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=2462943

Una singolare vita, quella di Luigi Micheletti (1927-1944), comunista, partigiano, imprenditore, e appassionato di storia contemporanea, raccontata da Pier Paolo Poggio nella rivista telematica della Fondazione «altronovecento».
Nel bresciano c’erano le basi della Repubblica di Salò (Rsi). Dopo il crollo, per decenni, pochissimi si occuparono di quella vicenda. Micheletti raccolse tutto quanto era possibile, perché gli storici la studiassero. Con ancora maggiore passione si dedicò a raccogliere manifesti, documenti e testimonianze della Resistenza che rischiavano la scomparsa.

GETTÒ LE BASI DI UNA BIBLIOTECA e archivio che diventarono poi una Fondazione che porta il suo nome chiamando a raccolta persone appassionate come lui.

Si rese anche conto che le lotte per la difesa dell’ambiente non erano altro che una delle pagine della protesta popolare contro le fabbriche inquinanti, la speculazione edilizia, la violenza alla natura, insomma testimonianze della storia civile democratica.
Si è venuta così creando a Brescia il più grande archivio dell’ambientalismo italiano attraverso la paziente raccolta degli archivi privati donati in vita o dagli eredi, da molti testimoni di tali lotte. È stato così possibile recuperare quanto resta dell’archivio di Laura Conti, staffetta partigiana, medico, consigliere comunista alla Regione Lombardia, fondatrice della Legambiente, in prima fila nelle lotte contro l’inquinamento provocato dall’esplosione della fabbrica di Seveso.

Ma la storia contemporanea si può comprendere soltanto attraverso la storia del lavoro e delle macchine e dell’industria, e alla biblioteca e archivio iniziali si è presto affiancata una straordinaria raccolta di tutte le macchine che la Fondazione riusciva a salvare dalla distruzione.

È NATO IL MUSEO DELL’INDUSTRIA e del Lavoro (MusIL), costituito in ente autonomo nel 2005, contenente incredibili raccolte di macchine utensili, e dei principali settori manifatturieri, ma anche i reperti di due stabilimenti cinematografici, e le collezioni di alcuni pionieri italiani del disegno animato. È così possibile vedere nel MusIL come venivano disegnati, fotogramma per fotogramma, i cartoni animati.

Mostrare come si lavorava – il tema del «lavoro» è centrale nell’impegno del MusIL – è diventato occasione per incontri con il mondo della scuola ed è suggestivo vedere la sorpresa dei ragazzi per la riscoperta di tecniche artigianali.

IL BRESCIANO È STATA LA PATRIA della metallurgia alimentata dalla forza del moto delle acque, diventata poi la fonte delle centrali idroelettriche. Il passo successivo della Fondazione è stato il recupero della bellissima centrale idroelettrica di Cedegolo (1910), in Val Camonica, dedicata all’energia dell’acqua, una fonte rinnovabile derivata dal Sole.

Il MusIL ha riattivato anche un’officina metallurgica alla periferia di Brescia, alimentata da una ruota idraulica in grado di produrre l’elettricità per le attività didattiche che vi si svolgono.

Ben presto gli spazi per accogliere i materiali del MusIL hanno cominciato a scarseggiare e la Fondazione ha ottenuto in comodato e ristrutturato un grande capannone a Rodengo Saiano a pochi chilometri da Brescia. E’ emozionante vedere esposte decine di macchinari anche di grandi dimensioni, in una gigantesca vetrina che occupa uno dei lati dell’edificio.

I nuovi spazi hanno così potuto ospitare parte degli archivi, le collezioni di macchinari e offrire la possibilità di tenere convegni, lezioni, e permettono di toccare con mano le testimonianze esistenti.

PERÒ IL COMODATO È SCADUTO, il Comune si disinteressa, i proprietari dell’edificio minacciano di sloggiare il museo e tutto quello che contiene. E pensare che, con grande fatica, il MusIL è riuscito a racimolare i soldi per acquistare questa importante sede, ma l’operazione è ostacolata da lungaggini burocratiche, commissioni regionali che non si riuniscono per ratificare l’acquisto, e si mette così a repentaglio un patrimonio irripetibile.

Una beffa anche perché si sta per realizzare un antico sogno di Luigi Micheletti, ridare vita per attività culturali ad uno degli stabilimenti più importanti di Brescia tra ‘8 e ‘900, l’ex Metallurgica Tempini, che può, con restauri e sistemazioni uscire dal silenzio, dopo il vociare di tanti operai per tanti anni, e tornare ad ascoltare la voce di studenti, studiosi, cittadini, divenendo la sede principale del MusIL.

TUTTO QUESTO LAVORO ARCHIVISTICO e museale è stato affiancato da una intensa attività convegnistica ed editoriale.
Si possono ricordare, fra gli altri, i convegni sulla storia dell’energia solare e sulle prospettive di una nuova agricoltura che produca cibo secondo criteri rispettosi delle esperienza e delle singolarità ecologiche locali.

La produzione editoriale è cominciata negli anni ’70 e proseguita con la rivista «Studi Bresciani» dal 1980, con alcuni importanti «Annali» e una rilevante serie di monografie, prodotte in proprio o in coedizioni nazionali.

La rivista telematica altronovecento ha raggiunto venti anni di vita e 40 numeri. Fra i libri si possono ricordare le storie di imprese come la Agusta, la Bernardelli, la Ideal Standard, quelle della siderurgia al forno elettrico nata dal recupero di rottami residuati di guerra, la monumentale storia del «comunismo critico», curata da Pier Paolo Poggio con quattro volumi pubblicati e il quinto in uscita (presso Jaca Book).

DI GRANDE INTERESSE LE RICERCHE sui rapporti fra industria e ambiente, fra cui si possono ricordare gli studi sull’Acna di Cengio, sulla Caffaro di Brescia, sulla Farmoplant di Massa Carrara e quello sull’«autarchia verde».

Ma per meglio comprendere perché la Fondazione chiede il sostegno dell’opinione pubblica e delle istituzioni per poter sostenere e ampliare questo grande lavoro la cosa migliore è visitare i due siti: www.fondazionemicheletti.eu e www.musilbrescia.it, ricchi di riproduzioni di testi, di fotografie storiche e di descrizione del patrimonio e delle iniziative delle due istituzioni.

FONTE: Giorgio Nebbia, IL MANIFESTO

La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente. Uguale il gesto sdegnato, uguale la delirante motivazione.

E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini?

No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni.

Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu.

Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano.

Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno.

Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento.

Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo.

Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affrontoa est di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est).

E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale cui dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora.

Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo.

FONTE: Moni Ovadia, IL MANIFESTO

Raccontava Umberto Eco a un pubblico americano: «In Italia vi sono oggi alcuni che si domandano se la Resistenza abbia avuto un reale impatto militare sul corso della guerra. Per la mia generazione la questione è irrilevante: comprendemmo immediatamente il significato morale e psicologico della Resistenza».

Forse sono queste le parole che più e meglio raccolgono il senso dell’unicità di quella esperienza, per molti aspetti irriducibile alle sole categorie di comprensione, rielaborazione e valutazione che ci sono invece imposte dal presente. Anche per questa ragione, però, rischiano di rivelarsi come il più sincero epitaffio di una parabola esistenziale, prima ancora che politica, dove al senso di un inedito protagonismo, quello di coloro che fino ad allora erano rimasti ai margini, si coniugava la gioia della liberazione soprattutto dalla necessità di avere paura.

Poiché la dimensione generazionale ha avuto una grande importanza in ciò che leggiamo e interpretiamo come «lotta di Liberazione», tanto più se la riconduciamo alle sue letture nell’oggi. E questo non perché fosse un’impresa dei giovani contro gli «anziani» ma per il suo costituire un moto di profonda frattura rispetto all’ordine preesistente delle cose. Non solo, quindi, nei riguardi del fascismo ma anche rispetto al passato liberale.

La cesura era duplice: da una parte la necessità di una partecipazione attiva che univa classi subalterne a esponenti dei ceti abbienti, rimescolando le carte di una società altrimenti cristallizzata; dall’altra, la repentina necessità di dovere esercitare una scelta, organizzandosi da sé e in assenza di punti di riferimento, dopo vent’anni di profonda e drammatica spoliticizzazione. Non è un caso, infatti, se nelle memorie partigiane a svolgere una parte importante è il racconto del rapporto con i luoghi, con il territorio, quasi a volere dire che la libertà perdeva quel carattere di astrazione per incontrarsi con la dura fisicità dell’ambiente naturale e sociale, riconquistato con il «dover reagire». Di contro, invece, all’artificiosità del fascismo, al suo rivelarsi, oltre che come tragedia nazionale, anche in quanto messinscena farsesca. La Resistenza si manifestava quindi soprattutto nei suoi caratteri aspri e imprevedibili, tanto incerti quanto coinvolgenti.

La storiografia ha recepito e sancito definitivamente la rilevanza di quell’esperienza, per molti aspetti corale, collettiva, senz’altro libertaria e quindi rifondativa. Pertanto identitaria, in quanto trasfusa come ossatura degli ordinamenti collettivi successivi, a partire dalla Repubblica e dalla Costituzione, soprattutto con la partecipazione della collettività popolare al processo politico. Non di meno, proprio in ragione di ciò, intimamente divisiva e conflittuale, poiché il nesso tra Resistenza e conflitto rimane a tutt’oggi insopprimibile.

L’azione politica, ribadiva l’antifascismo organizzato, o è gestione «partigiana» del conflitto oppure si riduce a rappresentazione farsesca di una fittizia unitarietà. I valori, quindi, si formano nel confronto che una nuova coalizione sociale oppone ai vecchi ordinamenti.
Due nomi tra i diversi che possono essere fatti, vanno ancora una volta richiamati: quello di Claudio Pavone, che nel 1991 ha celebrato i fondamenti morali del percorso antifascista e resistenziale così come quello di Santo Peli, che è riuscito a consegnarci una storia composita, della quale ci è restituita la trama della pluralità e della discontinuità delle appartenenze, delle motivazioni, delle partecipazioni così come della ricomposizione degli esiti.

Anche per questo, la lotta di Liberazione non fu rivolta solo contro l’occupante e i suoi tristi e cupi scherani neofascisti. Si trattava semmai di liberare forze fino ad allora rimaste compresse e devitalizzate poiché neutralizzate anticipatamente. Forze poste ai margini della storia del nostro Paese e dell’Europa.

La letteratura, da Calvino a Meneghello, da Pavese a Fenoglio ha immediatamente suggellato, con le parole che le sono proprie, questo processo di emancipazione, focalizzandosi sullo sconcertante sparigliamento di molte identità precostituite, da quelle private e individuali a quelle pubbliche.
Fu quindi una profonda fenditura quella che andò consumandosi, poiché chiamava in causa non il manifesto ma il celato, non l’evidente ma l’implicito, non il calcolato ma l’imponderabile. Fu soprattutto un disincanto collettivo, che obbligò intere collettività a pronunciarsi, fosse anche solo con la colpevole omissione. Si doveva stare da una qualche parte, quindi per qualcosa e con qualcuno. Il carattere sociale e per più aspetti rivoluzionario di questo ribaltamento di ruoli, di questa clamorosa rivendicazione di potere, di un tale bisogno di emanciparsi, lo si misurava tanto più dal momento che ad essere interpellate non furono solo figure d’avanguardia e consapevoli ma, soprattutto, molti dei «retrocessi» da sempre.

Il bisturi incise a forza anche in quella che poi sarebbe stata conosciuta prima come «maggioranza silenziosa» e poi come «zona grigia». Non è un caso, infatti, se oggi a rispondere livorosamente a quella storia si sia incaricato perlopiù chi, recuperando la memorialistica neofascista, celebra il richiamo alla nobilitazione del qualunquismo. La scrittura di Giampaolo Pansa, fenomeno pubblicistico ad ampio raggio, vellica quello che è il bisogno di cancellare qualsiasi ragionamento politico attraverso l’esaltazione dell’indifferenza, i ripetuti sarcasmi sull’impegno, la refrattarietà verso la partecipazione e la presa di posizione, il tutto vissuto altrimenti come la perdita di un confortevole orizzonte d’indistinzione nel quale riconoscersi e paludarsi.

Dopo di che, ciò che l’oggi ci consegna è comunque la dura pietra di una riflessione impietosa. Non sul passato bensì sul presente. C’è infatti un punto critico ineludibile. Se antifascismo e Resistenza sono alla radice dell’identità costituzionale e repubblicana, la loro crisi segna irreversibilmente il tramonto del fondamento sociale della cittadinanza. Si tratta di un fenomeno non nuovo ma che adesso pare essere giunto ad un punto di non ritorno.

Non è la dicotomia fascismo e antifascismo ad essere messa in discussione, pur nella sua evidente storicità, e neanche quella tra destra e sinistra, quest’ultima destinata comunque a ridefinirsi in base al mutamento sociale. Semmai è la dialettica tra inclusione ed esclusione, laddove la ristrutturazione profonda delle società a sviluppo avanzato ha rilanciato la diseguaglianza come condizione immodificabile e, per più aspetti, «naturale». La lunga crisi dell’antifascismo, allora non risponde tanto al cambio di passo intergenerazionale – venendo definitivamente meno coloro che si erano formati negli anni del fascismo, della Resistenza e della Liberazione – bensì al declino di quelle culture politiche e delle prassi istituzionali che dal rifiuto del Ventennio mussoliniano sono concretamente derivate.

Per certi aspetti è la stessa crisi dell’antifascismo a costituire l’indice di questo transito definitivo dalla politica al populismo, quest’ultimo segnato dalla democrazia senza la Costituzione, dalla vuota prassi in assenza di concreti diritti. Se la Resistenza ci aveva consegnato il bisogno del pluralismo, l’età che stiamo vivendo ci riconsegna all’ansia dell’uniformità, senza la quale molti si sentono perduti, messi ai margini dalle trasformazioni governate dall’ipertrofia dei mercati. La questione dei diritti sociali, fortemente ancorata alle politiche redistributive della ricchezza sociale, è divenuta impronunciabile perché cancellando le seconde si fa evanescente la prima. Oggi a essere messo in discussione è il diritto all’eguaglianza, non quello alla differenza. Anche per questo la società si affanna e ripiega su di sé, cercando nel bisogno di identico, di «sempre uguale», la compensazione per la perdita della speranza in un mutamento partecipato.

Un dispositivo, quest’ultimo, che alimenta razzismi, sovranismi e suprematismi. Alla grande espropriazione stanno non a caso rispondendo quelle destre europee post-costituzionali, che hanno trovato uno spazio di rivalsa proprio all’interno di tali dinamiche, rivestendo di «sociale» il loro richiamo a un’identità collettiva che torna ad essere vissuta come mitografia. In ciò sta la reviviscenza del neofascismo, anche quando si presenta sotto spoglie edulcorate e compiacenti, falsamente rassicuranti. Riflettere sul 25 aprile non implica l’esercitarsi su un presunto «tradimento dei valori» ma su quanto la loro mancata realizzazione nel passato si stia rivelando un costo insostenibile in questo presente, dove tutto quello che è solido svanisce nell’aria.

FONTE: Claudio Vercelli, IL MANIFESTO

Molto tempo prima del Caimano Silvio e del finanziere cinese Li Yonghong, le bandiere rossonere stormivano al vento dell’anarchia, la passione bruciante di proletari ed emarginati, operai e contadini, che inseguivano alla fine dell’Ottocento la speranza di un domani diverso. Nacquero centinaia di canzoni per promuovere gli ideali egualitari e pacifici del movimento, da quelle indimenticabili di Pietro Gori fino a quelle delle battaglie studentesche degli anni Settanta, brani cantati nelle manifestazioni o attorno a una chitarra, a casa di amici o durante le occupazioni.

Una memoria collettiva delle lotte dei «compagni dei campi e delle officine», che affonda le radici nelle tradizioni popolari e nel grande patrimonio di canti di lavoro e di protesta, una grande raccolta di album pubblicati per l’etichetta I dischi del Sole, creata nel 1963 da Gianni Bosio e Mario De Micheli, nel segno della canzone politica e della ricerca folklorica, un grande zibaldone di voci, suoni, idee, ideale controcanto delle classi popolari alla storiografia ufficiale. Dagli anni ‘90 l’etichetta discografica Ala Bianca si è impegnata nel recupero di questo storico catalogo con la collaborazione dell’Istituto Ernesto De Martino, provvedendo alla digitalizzazione dell’intero repertorio (composto da oltre 200 album), disponibile su digital download e sulle piattaforme di streaming. In questi giorni vengono rieditati una dozzina di cd che vogliono ripercorrere le tappe più significative della storia d’Italia dall’Unità ai giorni nostri, a cominciare da Ci ragiono e canto, lo spettacolo di canti popolari, diretto da Dario Fo, andato in scena nel 1966 con Giovanna Marini, Caterina Bueno, Rosa Balistreri, Paolo Ciarchi, il Gruppo Padano di Piadena, impegnati nella riscoperta di brani legati al mondo del lavoro.

E poi La veglia della ricercatrice e interprete Caterina Bueno, Amore mio non piangere dell’amata genitrice Giovanna Daffini che mischiava canti della risaia e brani di protesta, tutta la rabbia degli anni ’70 del poeta Ivan Della Mea con Fiaba grande e Sudadio Guidabestia, la mobilitazione politica di I treni per Reggio Calabria di Giovanna Marini e di Tammurriata dell’Alfasud del Gruppo Operaio ‘E Zezi, e tante antologie di questa colonna sonora popolare forse minoritaria certamente emozionante come Camicia Rossa, le canzoni giacobine e garibaldine, Avanti popolo alla riscossa, sventolando la rossa bandiera, Addio Lugano bella, gli stornelli delle rivolte, Le stagioni degli anni settanta e Quella sera a Milano era caldo, marce e manifestazioni socialiste. «I dischi del sole sono un’occasione per leggere in modo diverso la storia degli uomini, delle idee, delle lotte che hanno costruito il nostro paese -spiega Toni Verona, fondatore di Ala Bianca – Vogliamo riproporli per offrirli a chi li conosce già e oggi guarda al passato con gli occhi del presente, ma soprattutto per far conoscere queste voci anche ai giovani che vivono il presente con lo sguardo rivolto al futuro e sono alla ricerca di un loro mondo e di una loro concezione dei tempi che cambiano».

FONTE: Flaviano De Luca, IL MANIFESTO

HO CHI MINH. Il grande Chinook CH4 all’ingresso dell’edificio sembra ancora perfettamente funzionante. Il gigantesco elicottero da trasporto, che ebbe il suo battesimo proprio in Vietnam, è uno dei tanti reperti di quel conflitto che accolgono il visitatore del War Remnant Museum, il museo della guerra di Saigon: è uno dei molti residuati bellici disposti nel giardino su cui si affaccia il più terribile percorso della memoria che si possa compiere nell’ex capitale del Vietnam del Sud. Il palazzo ha una serie di sale dedicate ai conflitti che hanno attraversato il Paese, dalla guerra coi francesi fino a quella con gli americani. Ci sono scene di battaglie, stragi, incendi di villaggi e di cadaveri e un ampio spazi dove sono esposte le fotografie che, da Robert Capa (che morì proprio in Vietnam saltando su una mina) a Larry Burrows, illustrarono il dramma vietnamita e fecero da denotare a una coscienza che andava crescendo e che nel museo prende la forma di volantini, giornali, manifesti e striscioni che stavano in testa ai cortei di protesta, da Washington a Bucarest, da Parigi a Roma. «Il Vietnam è la nostra coscienza» recita proprio uno di questi, regalato da qualche gruppo pro-vietnam italiano negli anni Settanta.

COME IN TUTTE LE MEMORIE, c’è anche un problema di eredità. La guerra condotta dagli Stati Uniti, per durata seconda solo a quella afgana ancora in corso, finì nel 1975 con la presa di Saigon immortalata nelle immagini della fuga dal tetto dell’ambasciata americana o del crollo del cancello che difendeva la residenza di Van Thieu, il dittatore del Sud che era appena scappato a Taiwan: c’è un vietcong seduto sul carro armato che abbatte il cancello e corre poi lungo la scalinata del palazzo, oggi dedicato alla Riunificazione e a pochi passi dal museo della guerra, e pianta la bandiera con la stella gialla sull’edificio diventato il simbolo della vittoria dei comunisti. Dal 1975 a oggi però l’eredità lasciata dal conflitto ha continuato a lavorare, uccidendo più di 100 mila persone e ferendone migliaia. Sono le vittime di una guerra postuma, saltati sulle mine o ammazzati dalle migliaia di bombe rimaste inesplose. Durante la guerra del Vietnam (che qui chiamano «Guerra americana») furono sganciate 14 milioni di tonnellate di bombe, tre volte quelle utilizzate dagli alleati nel secondo conflitto mondiale. Tra il 10 e il 30% di questi ordigni è rimasto dormiente. Scoppiando anni dopo.

A FARE I CONTI CON L’INQUINAMENTO AMBIENTALE non c’è dunque solo la sopravvivenza dei grandi corsi d’acqua – come il Fiume Rosso o il Mekong, il cui delta immenso ospita il 20% dei contadini vietnamiti. Non c’è solo l’inquinamento da metalli industriali, l’invasione di plastica e polistirolo o la perdita di limo fertile dovuta alle dighe a monte del delta. Così come non c’è solo il problema dello sminamento. Il Paese deve ancora finire di fare i conti con gli effetti a lungo termine di un’altra più subdola eredità che ha continuato a colpire silenziosa e invisibile: la diossina e dunque tumori, malformazioni, malattie della pelle e degli organi interni. Alcune sale del museo sono dedicate a questa violazione patente di ogni regola della guerra che era stata impiegata per fare terra bruciata nei territori dove era attiva la guerriglia. Il napalm, utilizzato per costruire bombe incendiarie che davano fuoco a intere aree di foresta non era sufficiente. Gli scienziati della guerra pensarono allora a un’arma ancora più micidiale: un defoliante che avrebbe messo a nudo intere zone verdi in modo da levare il riparo naturale ai vietcong.

IL COSIDDETTO AGENTE ARANCIO – dal colore dei barili che contenevano il veleno – fu utilizzato su gran parte del Vietnam del Sud per oltre 10 anni. Tra il 1961 e il 1971, 80 milioni di litri di «Arancio» furono sganciati per ripulire quasi 80 mila kmq (circa un quarto del Vietnam, che è grande quanto l’Italia) al di sotto del 17mo parallelo. Quattro milioni di vietnamiti furono esposti al veleno che spogliava le piante, contaminava fiumi e terra ed entrava nella catena alimentare; almeno un milione quelle che ne riportarono forme di disabilità che ancora perdurano. Con la pace, e la nuova stagione di amicizia e investimenti tra Usa e Vietnam, gli americani hanno in parte iniziato a pagare. Si è però dovuto aspettare sino al 2012 per decontaminare il solo suolo dell’aeroporto di Da Nang, da cui partivano i bombardieri della morte. Adesso resta l’aeroporto di Bien Hoa, considerato il maggior sito al mondo contaminato da diossina, con 500 mila metri cubi di terra avvelenata. Grazie all’impegno dell’Amministrazione Obama, a gennaio è stato firmato un accordo per sanare l’intera area con fondi americani. Nello stesso tempo, il programma di sminamento nel Paese sta correndo grossi rischi proprio perché l’amministrazione Trump – ricorda il South China Morning Post – vuole tagliare le promesse del suo predecessore: nel budget 2018 i tagli previsti negli aiuti al Vietnam sono nell’ordine del 26% con una riduzione dei fondi per circa un terzo, da 10,5 a 7 milioni di dollari.

SE L’AGENTE ARANCIO VENNE UTILIZZATO soprattutto nel Sud, le bombe furono invece sganciate anche al Nord e persino su Hanoi, la capitale della Repubblica popolare guidata da Ho Chi Minh. Si stima che oggi il 15% del Paese sia ancora a rischio per i residui inesplosi: una percentuale che arriva all’84% nella provincia di Quang Tri dove passa il 17mo parallelo. Per andarci bisogna puntare su Danang e risalire oltre Hue, l’antica capitale della dinastia Nguyen che aveva dato i natali a Bao Dai, l’ultimo imperatore vietnamita, un fantoccio prescelto dai francesi e che aveva il compito di far la foglia di fico dei colonialisti. Arrivò a governare fino a pochi mesi dopo la Conferenza di Ginevra del 1955 che sanciva la vittoria sui francesi (sconfitti a Dien Bien Phu l’anno prima) e decideva la spartizione del Vietnam lungo il 17mo parallelo. Il Nord ai comunisti e il Sud all’imperatore o meglio al nuovo governo repubblicano di Ngo Dinh Diem che, qualche mese dopo Ginevra, deporrà Bao Dai.

DA DONG HA, UNA FERMATA DI TRENO dopo Hue risalendo verso Hanoi, si imbocca la Statale 1 e si arriva al luogo simbolo della Guerra fredda: la “zona demilitarizzata” attorno al fiume Ben Hai che corre dal confine laotiano al mare. Spezzava una terra di nessuno larga circa 8 chilometri. Oggi è una zona tranquilla circondata da piantagioni e bisogna entrare nel piccolo museo sorto accanto a un grande monumento celebrativo per ricordarsi cos’era. Il ponte che divideva e ora unisce Sud e Nord è in buono stato come le sue assicelle di legno, il casotto della dogana nordvietnamita, gli edifici dove stavano gli osservatori internazionali e una torretta di guardia nella parte Sud, non lontano dalla quale è stato eretto un enorme cono di pietra con una bizzarra forma di missile che si erge in mezzo a foglie di palma stilizzate. La zona meridionale è stata teatro di battaglie violentissime soprattutto durante il conflitto con gli Stati Uniti. I nomi sono noti: Khe Sanh, Con Thien, Hamburger Hill. Ancora oggi la provincia di Quang Tri – e la contigua Quang Binh – restano luoghi pericolosi per farci una passeggiata e le zone del Vietnam dove è più alta la presenza di ordigni inesplosi. Mines Advisory Group, una Ong che opera a Quang Tri dal 1999 (Nobel per la pace nel 1997) qualche anno fa ne aveva disinnescate circa 5 milioni.
Al museo di Saigon c’è un quadretto con diverse medaglie che il sergente William Broiwn ha preferito donare al Vietnam. C’è scritto: «Sbagliavo. Vi chiedo perdono». Per migliaia di persone quella guerra non è ancora finita.

FONTE: Emanuele Giordana, IL MANIFESTO

La storia si ripete perché ci sono interessi potenti che generano tragedie. «Oggi non c’è la paura di prima, ma molti silenzi complici»

Vera Jarach Vigevani, ebrea italiana costretta e emigrare in Argentina per sfuggire alle leggi razziali del fascismo, tra qualche giorno  compirà 90 anni. Ci dice di avere nella sua storia due genocidi: il nonno materno, Ettore Camerino è stato deportato ad Aushwitz, sua figlia Franca si presume sia stata gettata in mare nei voli della morte durante la dittatura (1976-1983) ed è ancora desaparecida. Madre di Plaza de Mayo, come è consuetudine è tornata recentemente in Italia per promuovere lo scambio tra studenti italiani e argentini. Sua figlia era una  liceale di soli 18 anni quando venne rapita dai militari.

Ora vorrebbero ridurre le pene a chi non lo merita. Questo colpisce chi di fronte alle atrocità subite dai desaparecidos ha atteso pazientemente di avere giustizia. E nessuno se l’è fatta con le proprie mani

Di passaggio a Roma, l’abbiamo incontrata poco prima del suo rientro in Argentina.Vera è nata a Milano, ma a soli 11 anni è costretta ad emigrare in Argentina con i suoi genitori per fuggire alle leggi razziali del fascismo. Il resto della famiglia rimasta in Italia è scomparsa e come Franca non ha una tomba. Nel 2014, per la giornata della memoria, è stato realizzato il documentario I rumori della memoria, diretto da Marco Bechis in cui Vera ripercorre i luoghi della sua storia, da Buenos Aires ad Auschwitz.

Anche quest’anno sei tornata in Italia per non far dimenticare la storia.

Vengo in Italia in questo periodo dell’anno perché il 27 gennaio è la giornata della memoria, vengo a parlare in varie città e promuovo lo scambio tra il liceo Nacional de Buenos Aires, dove ha studiato mia figlia, e altri licei italiani. Questa volta però, c’è stato un evento particolare perché l’Università statale di Milano, che è la mia città di nascita, mi ha conferito la laurea honoris causa. Ma questa è stata una delle mie attività. È più di un mese che giro l’Italia.

Sono passati oramai 80 anni dalle leggi razziali.

Sì, sono 80 anni e l’anno prossimo saranno pure 80 anni dalla piccola emigrazione degli ebrei italiani in Argentina. L’Istituto Italiano di cultura e varie università argentine, tra cui l’università di Tucumán, ricorderanno questa migrazione perché tra questi ci sono molti intellettuali e docenti di altissimo livello.

Puoi ricordare qualche nome di questi intellettuali?

Certamente, posso fare il nome dei fratelli Terracini, Benvenuto e Alessandro, che insegnavano a Milano, uno era linguista, l’altro matematico, poi c’era Renato Treves che insegnava filosofia del diritto e sociologia a Urbino, Rodolfo Mondolfo che aveva la cattedra di storia della filosofia a Bologna, Eugenia Saerdoti Lustig, cugina di Rita Levi Montalcini e anche lei medico. Ci sono tanti altri come Mario Pugliese, Marcello Finzi, Leone Lattes, Renato Segre, solo per fare qualche nome di intellettuali che sono emigrati in Argentina. Un gruppo importante è arrivato a collaborare con l’università di Tucumán ritrovandosi con i repubblicani spagnoli, che erano anche emigrati per ragioni politiche.

La tua storia di vita raccoglie in una biografia due genocidi, si può dire che la memoria è per te è una ragione di vita?

In Argentina dico sempre che sono militante della memoria, ma quando sono in Italia sostituisco la parola «militante», preferisco definirmi «una partigiana della memoria». Anni fa glielo dissi a Liliana Segre, e gli chiesi: cosa mi sarebbe capitato se io non fosse emigrata in Argentina? Lei mi disse che con ogni probabilità mi sarebbe successo quello che è capitato a lei, cioè Aushwitz. Non lo so, forse non sarei finita lì, magari sarei stata una partigiana per davvero, anche se in realtà allora ero solo una bambina.

Di cosa hai parlato nel tuo viaggio della memoria quest’anno?

Parlo di cose diverse a seconda degli interlocutori: genocidi, persecuzioni ecc. ma questa volta ho parlato molto dell’attualità argentina che è molto preoccupante. In realtà è preoccupante tutta la situazione del mondo. Ci sono paesi dove la democrazia ha attraversato un lungo percorso e sembra che tutto proceda bene, ma in realtà non è così. È evidente che i poveri diventano più poveri e i ricchi più ricchi, mentre il potere si concentra sempre più in poche mani. I diversi contesti mondiali sembrano tutti molto simili. Negli ultimi due anni in Argentina questo modello economico e sociale ha provocato tanti licenziamenti e un numero considerevole di piccole e medie aziende hanno chiuso. Aziende che si sono trovate a dover concorrere con grandi multinazionali che producono i loro stessi prodotti.

Sembra un ritorno al passato, all’ultimo default del 2001 si era arrivati dopo l’abbassamento delle tariffe doganali e l’apertura indiscriminata alle importazioni di ogni bene.

Certo, questa storia io l’ho già vissuta: prima durante la dittatura militare e poi con il governo di Carlos Menem (1989-1999), purtroppo abbiamo già subito questo modello. La storia si ripete perché ci sono interessi molto potenti che generano poi tragedie, come durante la dittatura, interessi coperti dal silenzio, per paura, connivenza oppure per complicità. Ovviamente non c’è la paura che si respirava durante la dittatura, ma sono molti i silenzi complici.

Perché complicità o paura? Prendiamo il caso di Milagro Sala, la dirigente indigena da oltre due anni in carcere o agli arresti domiciliari senza che ci siano prove concrete contro di lei: quando è stata assolta in uno dei processi, sottovoce le è stato detto: «Non farti delle aspettative, ora sei stata assolta, ma abbiamo altre 50 cause che apriremo una dietro l’altra. Resterai per sempre in prigione».

È una situazione terribile. È come se ci fosse una ostinazione verso ogni forma di opposizione, verso tutte le persone che hanno partecipato nell’ultimo decennio ai governi Kirchner. Un atteggiamento persecutorio, di odio, con Milagro Sala sicuramente, ma ci sono altri casi, per esempio l’inchiesta su Cristina Kirchner e Héctor Timerman, accusati di alto tradimento per i loro rapporti con l’Iran dopo l’attentato all’Amia (Associazione Mutuale Israelita, ndr), quando in realtà loro, in quanto presidente e ministro degli esteri volevano solo fare luce, avere notizie per capire il livello di coinvolgimento di quel paese nell’attentato che nel 1994 aveva fatto saltare un intero palazzo provocando centinaia di vittime. Sono accuse assurde, ma trovano ampia eco nella stampa e diventano notizia. Bisogna dire che in Argentina i media sono concentrati in poche mani con interessi molti vicini al governo di Mauricio Macri.

Sembrerebbe che nella regione non siano più necessari i colpi di Stato. Oggi si possono ottenere gli stessi risultati attraverso la magistratura, la stampa, il golpe economico, ecc.

Quello che stai dicendo è molto grave e lo penso anch’io. Oggi ci sono altre «armi», ci sono altri mezzi per «disciplinare» un paese. In Argentina usano questo termine, «disciplinare», sono le nuove forme per imporre un ordine dall’alto, in modo meno evidente e sembra anche con buoni risultati. Manca sempre di più la possibilità di fare una vera opposizione perché i potenti cercano continuamente di generare disunione, di frammentare ogni forma di opposizione. Penso che accada anche qui in Italia, vincono le divergenze e quindi prevalgono i gruppi di potere.

In materia di diritti umani come procede il governo Macri?

Noi vediamo che l’intenzione sarebbe quella di finire con i processi, di ridurre le pene ai condannati, di concedere il beneficio degli arresti domiciliari a soggetti che non lo meritano, con vari ergastoli e nuovi processi in corso. Tutto questo colpisce le nostre organizzazioni di diritti umani perché noi abbiamo pazientato molto per avere giustizia, negli anni, di fronte alle atrocità che hanno subito i desaparecidos. Nessuno si è fatto giustizia con le proprie mani.

Pensate che questo sia un primo passo verso un’amnistia generalizzata?

Questo già lo dicono loro, ma in un’altra maniera: «Perché non perdonate, perché non vi riconciliate» ecc. ecc. Innanzitutto non possiamo assolutamente perdonare chi non ha chiesto mai perdono e in ogni modo prima ci deve essere giustizia vera, ma ancora ci sono molti processi in atto. Quello che mi tocca più da vicino è quello della Esma, un mega processo diviso in tre parti: le prime due sono arrivate a sentenza, manca la terza. La Eema è stato il principale campo di concentramento della dittatura da cui partivano i voli della morte, il governi precedenti lo hanno trasformato in Museo della Memoria. Oggi stiamo lavorando affinché questi edifici siano dichiarati dall’Unesco «patrimonio dell’umanità», c’è troppa sofferenza tra quelle mura perché vadano perse. Comunque io vedo con sempre più frequenza che le piazze tornano a riempirsi di persone che non vogliono perdere tutto ciò che avevano ottenuto. È difficile fare previsioni, ma io sono partigiana della memoria e sono ottimista.

FONTE: Claudio Tognonato, IL MANIFESTO

 

ISOTTA GAETA (Torino, 16 ottobre 1927 – Nizza, 20 dicembre 2009)era, insieme alla sorella Milva, figlia di Vittoria Anticzarina Cavallo e di Giuseppe Gaeta, comunista della prima ora durante il ventennio fascista e attivo nella Resistenza come ispettore del Comando delle Brigate Garibaldi. La famiglia materna, immigrata dalle Puglie nel 1910 per motivi politici (il nonno Leopoldo era socialista), fu protagonista della rivolta del 1917 a Borgo San Paolo, il famoso quartiere della Torino proletaria rossa. Nella sua casa torinese passarono personalità di spicco come Gramsci, Togliatti, Pajetta, Negarville, Longo, Cesare Pavese, che condividevano gli ideali della famiglia. La vita di Isotta è segnata, quindi, dalla nascita, da eventi politici che la porteranno a militare a sedici anni come staffetta partigiana con il nome di battaglia di “Mira”, nella 107° Brigata Garibaldi. È proprio in questo periodo che Isotta si avvicina al giornalismo: usava la sua inseparabile Olivetti M40 per battere i volantini con gli appelli e i messaggi alla popolazione. Isotta ricorda : “La mia partecipazione alla Resistenza è stata la naturale conseguenza dell’educazione ricevuta in una famiglia antifascista provata dal carcere, dal confino, dalle privazioni. Un percorso che mi ha fatto scegliere da che parte stare con convinzione. […] A Torino, nel mio Borgo San Paolo, altri esempi di rivolta contro il fascismo mi venivano da altre famiglie come i Pajetta, i Montagnana, i Longo. […] Eravamo ragazzi ma, in pochi giorni, diventammo ribelli”.
Negli anni ’50 -’60, dopo il trasferimento a Milano, Isotta collabora con numerose riviste femminili tra cui Vie Nuove, Noi Donne, Quarto mondo, Compagne. Nel 1978 scrive L’altra metà della Resistenza con Bianca Guidetti Serra e Lydia Franceschi sulla valorizzazione dell’impegno femminile durante la lotta di Liberazione e, nello stesso anno, entra nelle fila di “Stampa Democratica”. Qui si impegna in tutti gli organismi sindacali della categoria (Direttivo dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti, Fnsi, Commissioni Sindacali, Commissione Pari Opportunità del Consiglio Nazionale) e diventa segretaria del Circolo della Stampa di Milano. Dagli anni ’80 è in prima linea come reporter per il Corriere della Sera, battendosi per i diritti civili dei detenuti e per garantire giustizia, equità e dignità della persona nelle carceri. Nel 1985 lavora a un documentario dal titolo Invece del carcere, che l’anno dopo le vale il premio giornalistico “Exploit”. Altra sua iniziativa è stata la creazione del “Premio giornalistico del Mediterraneo Matilde Serao”, a Napoli.
La sua visione europeista nel 1992 la spinge a fondare e dirigere la “Rete italiana delle giornaliste europee”, mentre nel 1996 organizza la prima visita di giornaliste europee in Cina in occasione della “Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne”.
Sua fu l’idea, inoltre, di creare il Coordinamento Europeo dei Circoli della Stampa e di sostenere anche iniziative a Nizza, dove si era trasferita, convinta che Italia e Francia avessero insieme un ruolo europeo importante. Per questi motivi volle che, sia nel consolato Italiano di Nizza che a San Martin de la Vesubie, fossero poste lapidi per ricordare l’impegno dell’esercito italiano nella difesa delle comunità israelitiche. Al momento della morte, avvenuta nella sua casa della Costa Azzurra in riva al mare, era presidente del Festival Internazionale Cinematografico a regia femminile “Sguardi altrove”, che ancora oggi si svolge annualmente a Milano.
Isotta sposò Tullio Benedetti, anche lui con un passato da partigiano e senatore comunista della val di Susa, da cui ebbe un figlio, Luciano; dopo la fine del suo matrimonio convisse a lungo con Giovanni Cesareo, giornalista e critico televisivo, con cui condivise diverse inchieste.
Dalle battaglie durante la Resistenza a quelle ideologiche, la vita di Isotta Gaeta è stata la testimonianza di una vera passione per la democrazia, la libertà d’informazione e i diritti civili dei più deboli, in un’ottica di impegno sociale e di valorizzazione dell’attività femminile degna delle lotte politiche che hanno attraversato la storia della sua famiglia.

FONTI:

MILANO: MORTA LA GIORNALISTA ISOTTA GAETA. FNSI E STAMPA DEMOCRATICA IN LUTTO


http://www.romagnanoi.it/news/italia-estero/620138/GIORNALISTI–FNSI–E-.html
https://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=4879
http://www.anpi.it/donne-e-uomini/2875/isotta-gaeta
http://www.sguardialtrovefilmfestival.it/nw/archivio/edizione-2010/10/
http://anpidantedinanni.blogspot.it/2011/05/isotta-gaeta.html

Articolo tratto da: Chiara RaganelliDol’s Magazine

 

I fatti di Reggio Calabria del 1972 videro la risposta coraggiosa dei sindacati metalmeccanici di Trentin, Carniti e Benvenuto in piazza contro le bombe nere

«Il fascismo è morto per sempre» sostiene il ministro degli interni. Mercoledì scorso, per Marco Minniti, ci avrebbe pensato il suo ministero dell’interno a impedire che la manifestazione antifascista di Macerata si facesse. Per fortuna alla fine il governo Gentiloni ha autorizzato tale manifestazione.

Minniti avrebbe dovuto ricordare che il 22 ottobre 1972, un suo predecessore, Mariano Rumor, l’allora ministro democristiano degli interni, consentì la più grande manifestazione antifascista nella nera Reggio Calabria: Minniti è nato proprio a Reggio Calabria, allora aveva 16 anni e si sarebbe iscritto alla Fgci.

Purtroppo oggi non si è ispirato a Rumor. E tantomeno si è ispirato al Pci del 1972. Minniti sembra incorrere nell’errore del presidente del consiglio Luigi Facta nell’ottobre 1922.

Il neofascismo oggi si ripropone per due ragioni.

In primo luogo lo Stato non garantisce il pieno rispetto della legalità costituzionale; il governo Monti e i successivi governi del Pd varano politiche di austerità alle quali si oppongono solo le destre razziste. E così l’operaio impoverito, l’esodato, lo sfrattato o il disoccupato votano a destra perché considerano il centrosinistra complice dell’austerità.

La memoria del 1900 dovrebbe aiutare su tre nodi.

1) DOPO IL 1945, la determinazione antifascista di Pci, Psi e Pri e il rispetto della Costituzione da parte della Dc hanno fermato il neofascismo. Non l’ignavia, bensì il coraggio ha fermato il neofascismo.

Ecco un celebre esempio. Dopo le prime elezioni regionali del 1970 il governo nazionale avrebbe voluto nominare Catanzaro capoluogo della regione Calabria. Al contrario i reggini volevano la loro città capoluogo.

Dall’agosto 1972 il sindacalista della Cisnal, Ciccio Franco, guidò a Reggio Calabria la rivolta neofascista del “boia chi molla”, rivolta che ambiva a rappresentare gli emarginati da destra. Squadristi fascisti assaltarono sezioni del Pci, del Psi e la Camera del Lavoro. Nel contempo il Fronte Nazionale, Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale presero parte ai cosiddetti “moti di Reggio Calabria”: il 22 luglio 1970 a Gioia Tauro una bomba fece deragliare il treno “Freccia del Sud” e morirono 6 persone.

Il 4 febbraio 1971 venne lanciata una bomba contro un corteo antifascista a Catanzaro. Malgrado le bombe e il terrore fascista fossero ben più pericolosi del nazista Luca Traini oggi, Claudio Truffi, leader degli edili Cgil, Bruno Trentin, Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto, alla guida dei metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil, organizzarono due cose a Reggio Calabria: una Conferenza sul Mezzogiorno e una grande manifestazione di solidarietà al fianco dei lavoratori calabresi il 22 ottobre del 1972.

I neofascisti provarono ad impedire ai manifestanti di arrivare a Reggio Calabria: nella sola notte tra il 21 e il 22 ottobre 1972 otto bombe furono poste sui treni che portavano i metalmeccanici da tutta Italia a Reggio Calabria.

Cgil, Cisl e Uil non ebbero paura. Oltre 40000 manifestarono a Reggio Calabria. Giovanna Marini immortalò il coraggio degli operai e degli edili nella sua celebre canzone “I treni per Reggio Calabria”. Oggi cosa rimane di quel coraggio?

2) NEL 1922 UN’IGNAVIA analoga a quella attuale e la complicità della monarchia portarono il fascismo al potere. Di fronte a Mussolini che organizzava la marcia su Roma, il presidente del consiglio Luigi Facta molto tardivamente nella notte del 27-28 ottobre 1922 stilò e proclamò lo Stato d’assedio.

Secondo lo storico Aldo Mola, autore del saggio Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce, la mattina del 28 ottobre, Facta, a colloquio con il re Vittorio Emanuele III, esordì con le seguenti parole: «Mi creda, maestà, basterebbero quattro cannonate a farli scappare come lepri».

Il re si rifiutò di firmare lo Stato d’assedio e chiese al Generale Diaz, Capo di Stato Maggiore, se l’esercito sarebbe rimasto fedele alla corona in caso di repressione delle camicie nere. Diaz rispose al re così: «L’esercito farà il suo dovere, come sempre, ma è meglio non metterlo alla prova».

Al contrario, qualora l’esercito avesse bloccato la Marcia su Roma ci saremmo risparmiati vent’anni di dittatura.

3) IL CONSENSO AL NEOFASCISMO e alle destre razziste ha origine nel neoliberismo.

Oggi l’austerità europea è l’ostetrica di nuovi fascismi come il Trattato di Versailles del 1919: esso, vessando economicamente la Germania dopo la prima guerra mondiale, favorì l’ascesa di Hitler durante la Repubblica di Weimar.

I nazisti prevalsero non tanto per l’esplosione dell’inflazione bensì per l’alta disoccupazione.

Oggi l’austerità dei vincoli Ue di bilancio in Italia produce esodati (riforma Fornero) disoccupati e precari dei voucher: costoro, i colpiti dalla crisi, ritenendo il centrosinistra corresponsabile dell’austerità, voteranno Salvini e Meloni.

L’austerità morde anche in Germania.

Analogamente, chi guadagna 450 euro al mese con i minijobs non vota più la Spd di Schultz perché ricorda che i minijobs sono stati ideati dall’ex manager Wolkswagen Peter Hartz e varati dall’ex cancelliere socialdemocratico Schroeder.

Nel 2018 la situazione si incrudelirà per poche semplici ragioni.

L’addendum della Bce di ottobre impone indirettamente alle banche italiane la svendita dei loro crediti deteriorati ai fondi avvoltoio; essi compreranno aziende in crisi e faranno licenziamenti; rileveranno mutui non pagati, acquisiranno le case su cui insistevano i mutui e sfratteranno i morosi. Quindi aumenteranno sfratti e licenziamenti.

Nel contempo il Presidente della Bundesbank Weidmann chiede alle banche italiane di svendere i loro Btp, i titoli di Stato italiani, e comprare Bund, i titoli di Stato tedeschi.

Tale operazione farà aumentare lo spread Btp-Bund e i tassi di interesse sul nostro debito e imporrà nuovi tagli alla spesa pubblica. Infine i tedeschi vogliono trasformare il Meccanismo Europeo di Stabilità, l’ultimo strumento Salva-Stati, in Fondo monetario europeo affidandolo ad un teutone.

Non si fidano della Commissione europea considerata troppo flessibile.

Il Fondo monetario europeo sarà il definitivo cavallo di Troia della Troika in Italia.

Le manovre di finanza pubblica saranno risibili e l’intervento dello Stato azzerato. Se le classi dirigenti di sinistra accettano tutto ciò e lasciano la lotta contro l’austerità alle destre si candidano alla scomparsa.

E spalancano le porte al neofascismo.

FONTE: Carlo Freccero, Andrea Del Monaco, IL MANIFESTO

TORINO. Via libera ai cortei dei neofascisti a Torino nel Giorno del ricordo. Respinto così l’appello dell’Anpi locale a prefetto, questore e sindaca affinché non autorizzassero le manifestazioni di Forza Nuova e CasaPound «in un momento particolarmente delicato della vita del Paese». Richiesta rilanciata da Pd, Liberi e uguali e Potere al popolo. «L’autorità di pubblica sicurezza può comprimere il diritto costituzionale a manifestare pubblicamente solo per gravi motivi di ordine pubblico, che al momento non sussistono», ha tagliato corto il prefetto Renato Saccone. «Vigileremo e denunceremo qualsiasi atto o comportamento che sia posto in violazione della legge contro il fascismo e il razzismo», ha precisato.

La sindaca Chiara Appendino aveva espresso «solidarietà e vicinanza» all’appello dell’Anpi «pur non avendo competenze per vietare il corteo». L’amministrazione pochi giorni fa aveva, invece, negato il patrocinio al convegno storico «Giorno del ricordo. Un bilancio»: era promosso dalla rivista Historia Magistra e dall’onlus Jugocoord, introdotto dal professor Angelo D’Orsi. L’iniziativa non si svolgerà più al museo dell’ex carcere Le Nuove ma al Caffé Basaglia (via Mantova 34), dalle ore 10 di questa mattina, e vi parteciperà il vicesindaco di Torino Guido Montanari a nome della giunta, che ha, poi, rivisto la sua posizione dopo una (probabilmente) frettolosa scelta di sfilarsi dall’appuntamento in seguito a un’uscita dell’ex senatore Maurizio Gasparri che aveva dichiarato: «È l’ennesimo tentativo giustificazionista con l’intento di ribaltare verità storiche».

L’obiettivo del convegno sarà quello di analizzare, sul piano di una corretta metodologia storiografica e politologica, gli effetti della istituzione del Giorno del ricordo e del suo inserimento tra le feste civili della Repubblica.

Quella delle foibe è una tragica vicenda; viene ormai stabilmente raccontata dai media in una versione parziale e italocentrica, ma richiede, al contrario, il riconoscimento della complessità del contesto. Parteciperanno Alessandro Sandi Volk, Marco Barone, Bruno Segre, Nicola Lorenzin, Davide Conti, Claudia Cernigoi, Alessandra Kersevan e Gabriella Manelli.

A soli sette chilometri di distanza, nel tardo pomeriggio, si svolgeranno in corso Cincinnato, nei pressi del villaggio degli esuli giuliano-dalmati, due cortei in memoria dei martiri delle foibe organizzati da CasaPound e Forza Nuova. Quest’ultima, che ha dimostrato ripetuta vicinanza nei confronti di Luca Traini dopo i fatti di Macerata, ha esultato sui social: «Con buona pace dell’Anpi, noi ci saremo. Forti, fieri e disciplinati a commemorare il sacrificio dei nostri connazionali vittime dell’odio partigiano».

Alle 15, un’ora prima del raduno neofascista, sempre in corso Cincinnato, militanti antifascisti dei Vallette e Lucento sfileranno in corteo «contro ogni fascismo», una manifestazione promossa all’interno di una due giorni contro la strumentalizzazione del Giorno del ricordo.

Ieri, a rinfocolare un clima già teso, ci ha pensato Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, che, dopo aver fatto visita alla lapide dedicata ai martiri delle foibe di corso Cincinnato, ha voluto bacchettare il direttore del Museo Egizio per i biglietti agevolati rivolti alle coppie arabe. «Questa è discriminazione al contrario», ha detto Meloni.
Il direttore Christian Greco è sceso in strada per replicare: «State strumentalizzando il museo a fini politici. L’Egizio è di tutti, cerco solo di avvicinare le persone alla cultura. Noi le agevolazioni le facciamo per tutti: manifesterete anche perché giovedì faremo entrare gli studenti a quattro euro?».

FONTE: Mauro Ravarino, IL MANIFESTO

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