Stragismo & Strategia della tensione

Calabresi, Pinelli: ancora? Ancora, e ricominciando daccapo. Intanto comincerò da una cronaca. Roma, un’aula della Sapienza, mercoledì 4 dicembre. Non c’ero, ma come se ci fossi. Ne ho ascoltato la registrazione nella notte tra il 10 e l’11, a Radio Radicale. Teneva svegli. Il giorno dopo ho riascoltato e guardato il filmato. Era una “Giornata di studi sulla strage di piazza Fontana”, titolo: “Noi sappiamo, e abbiamo le prove”, organizzata dall’Archivio Flamigni e dall’Università. Il titolo calcato su Pasolini, con quel di più di certezza, segnava la differenza fra l’intellettuale e poeta – io so, ma non ho le prove – e le storiche e gli storici convenuti, insieme a magistrati, giornalisti e testimoni. Oggetto della mia cronaca è un episodio occorso alla fine della mattina, dopo le relazioni di Paolo Morando, sul tema del suo libro, “Prima di Piazza Fontana. La prova generale” (Laterza), di Benedetta Tobagi, sui processi tra Roma, Milano e Catanzaro (il suo libro, “Piazza Fontana. Il processo impossibile”, Einaudi), e Francesco Lisanti, sul processo a Ordine Nuovo (sua “La storia di piazza Fontana nei documenti processuali”, La Vita Felice). A questo punto una voce dal pubblico – in radio si sentiva meno, lontana dal microfono – ha chiesto compitamente di fare una domanda. L’ha fatta. Vorrei sapere, ha detto, come fate a sostenere che Calabresi era uscito dalla stanza. C’è stata una breve consultazione fra la coordinatrice, Ilaria Moroni, e Benedetta Tobagi, mentre l’interlocutore ripeteva la sua questione e, interrotto, aggiungeva: “Vorrei sapere se posso parlare, se non posso parlare sto zitto”. Tobagi gli ha detto che poteva, certo, e ha chiesto: “Lei chi è, scusi?” “Sono Valitutti”.
Pasquale “Lello” Valitutti ha 70 anni, è stato spesso prediletto dalle cronache perché, “anarchico in carrozzina”, prende il suo posto avanzato nelle manifestazioni di strada anche quando dimostranti e polizia si scontrano. Valitutti è anche l’anarchico ventenne che aspettò il suo turno seduto accanto a Pino Pinelli nel salone comune al quarto piano della questura milanese, quando già tutti gli altri fermati erano stati mandati a casa. Ed era seduto nel salone comune ad aspettare che Pinelli uscisse dalla stanza del commissario Calabresi, la notte che Pinelli ne uscì dalla finestra. Valitutti è quel genere di persona di cui gli oratori di un convegno non possono fare a meno di dirsi: “Eccolo, questo rompicoglioni!” Dunque, ha potuto parlare. Ha detto quello che dice da sempre, e qualcos’altro. Dice che dal suo posto “vedeva perfettamente la porta dell’ufficio del dottor Allegra, capo della sezione politica della questura, e la porta dell’ufficio del dottor Calabresi”. Che “circa 15-20 minuti prima della mezzanotte il silenzio venne rotto da rumori nell’ufficio di Calabresi, come di trambusto, di una rissa, di mobili smossi ed esclamazioni soffocate. Poi un incredibile silenzio”. Che nei minuti precedenti “nessuno era uscito dall’ufficio e tantomeno entrato in quello di Allegra”. Che a mezzanotte udì “un tonfo, che non ho più dimenticato e che spesso mi rimbomba”. Che “un attimo dopo ho sentito uno smuoversi di sedie e passi precipitosi”. Che “due sbirri si sono precipitati da me e mi hanno messo con la faccia al muro”. Che subito dopo è arrivato Calabresi e gli ha detto: “Stavamo parlando tranquillamente, non capisco perché si è buttato”. Che la mattina dopo l’hanno rilasciato. Che ha ripetuto la sua testimonianza al processo Calabresi-Lotta Continua e che il difensore di Calabresi non l’ha neppure controinterrogato. Che durante il sopraluogo del tribunale nella questura ha mostrato al giudice Biotti i segni sulla parete che dimostravano come una macchina distributrice fosse stata spostata nel frattempo per far credere che ostruisse la sua vista la notte che Pinelli. Che il giudice D’Ambrosio non lo chiamò mai a testimoniare, benché fosse l’unico testimone civile presente quella sera. Che Calabresi e gli altri presenti nella stanza, “tutti assassini di Pinelli”, avevano tutti mentito, e che la beatificazione di Calabresi è inconcepibile, eccetera.
Tobagi si è trovata in una situazione non invidiabile, e insieme esemplare: non succede spesso che il rapporto, e il contrasto, fra l’attore e testimonio dei fatti, e i loro storici, si trovino l’uno di fronte agli altri, invocando l’uno la propria verità vissuta e gli altri la verità probabile di fonti e documenti. Tobagi ha detto: qui nessuno ha santificato Calabresi, abbiamo invitato Morando proprio per illustrare la macchinazione venuta da lontano, e fino ai livelli più alti, e la responsabilità della squadra politica diretta da Calabresi. Ha anche detto – lasciandomi qui interdetto – che la presenza degli uomini degli Affari Riservati nella questura milanese, che è la più rilevante acquisizione ultima dell’indagine e della ricerca, può confermare che Calabresi fosse uscito dalla sua stanza, per andare non da Allegra ma da Russomanno e dagli uomini degli Affari Riservati. “Ma Calabresi ha detto che è uscito per andare da Allegra, e ha mentito”, ha ovviamente replicato Valitutti. Tobagi: ma abbiamo detto che Calabresi ha mentito, su Pinelli tutti hanno mentito.
Poiché le mie citazioni non sono testuali, invito caldamente a vedere e ascoltare la registrazione sul sito di Radio Radicale, dibattiti, 4 dicembre, https://www.radioradicale.it/…/giornata-di-studi-sulla-stra… . E a procurarsi, se credono, un opuscolo, “a distribuzione gratuita”, curato da Valitutti, dal quale ho testualmente attinto: “A 50 anni da piazza Fontana. Gli anarchici non dimenticano e non perdonano”.
Lasciamo per ora l’episodio, che non doveva passare inosservato, e veniamo all’eventualità che si ricominci daccapo. Tobagi ha ragione: di tutti gli sviluppi della ricerca attorno al 12 dicembre della strage degli innocenti e al 15 dicembre della defenestrazione di Pinelli, il più importante, e sbalorditivo, è la notizia (una vera “ultima notizia”, di quarant’anni dopo) dell’arrivo da Roma alla questura milanese di un manipolo di funzionari dell’Ufficio Affari Riservati” – “fra i 10 e i 15” – guidati dal vice di Federico Umberto D’Amato, Silvano Russomanno. Costoro presero da subito il comando pieno dell’indagine, direttamente sopra il capo dell’Ufficio politico, Antonino Allegra, e il giovane commissario dell’ufficio politico addetto all’estrema sinistra e agli anarchici, Luigi Calabresi. Questa dirompente notizia è diventata pubblica per la prima volta nel 2013, quando l’anarchico Enrico Maltini, fondatore della Croce Nera, che dal 15 dicembre del 1969 non aveva mai smesso di dedicarsi a Pinelli (è morto nel marzo del 2016) e Gabriele Fuga, avvocato penalista, pubblicarono un libretto intitolato “E a finestra c’è la morti” (Zero in condotta), ripubblicato poi, rivisto e arricchito di nuovi documenti, nel 2016, col titolo “Pinelli. La finestra è ancora aperta” (ed.Colibrì). Così esordivano gli autori: “Nel 1996 dagli archivi di via Appia si scopre che almeno altre 14 persone facenti capo al ministero dell’interno e mai sentite dai magistrati si aggiravano in quel quarto piano della questura di Milano la notte in cui Pinelli morì”.
Si capisce che cosa voglia dire: nel paesaggio, per decenni studiato metro per metro, di quel quarto piano della questura, di quella stanza di Calabresi che, svelata dal sopraluogo agli occhi del giudice Biotti (“Cristo! Non credevo che fosse così piccola!”), d’improvviso bisogna collocare 14 – o 10, o 15, non importa – nuovi personaggi, ingombrantissimi, perché sono i padroni del gioco, e quali padroni. Russomanno, per esempio, il giovane repubblichino, il volontario combattente nell’antiaerea nazista, il sovrintendente del terrorismo sudtirolese e altoatesino – un’altra “prova” di frontiera del terrorismo che avrebbe attraversato il resto d’Italia. Sono gli uomini che hanno guidato da lontano, dalla primavera, la macchinazione contro gli anarchici e personalmente contro Valpreda e Pinelli.
Il lavoro di Maltini e Fuga solleva qualche attenzione, non abbastanza. Gli specialisti di questi studi seguono ciascuno il proprio filone, per lo più distratti. I lettori comuni sono distrattissimi, perfino i più sensibili al tema, quelli che “c’erano”, che hanno visto la propria vita toccata intimamente da quell’antico dicembre; ne hanno abbastanza. Occorrerà il rumore di un cinquantenario per riaccendere tutte le luci, e mancavano ancora anni. Ora, finalmente, l’effetto di quella scoperta si fa sentire in alcune delle migliori pubblicazioni, di giovani storici e storiche, e di anziani militanti di allora, come Enrico Deaglio, “La bomba. Cinquant’anni di piazza Fontana” (Feltrinelli), e Paolo Brogi, “Pinelli. L’innocente che cadde giù” (Castelvecchi). Il libro di Brogi enuncia la sua fonte fin dal sottotitolo: “Dalle carte sugli Affari Riservati nuova luce su depistaggi e montature”.
Gli “archivi di via Appia” sono una discarica di più meno 150 mila fascicoli non catalogati, un “archivio parallelo” degli Affari riservati, che contengono informazioni e reperti sull’operato dei servizi segreti italiani. Li rinvenne e cominciò a studiarli Aldo Giannuli nell’ottobre 1996, poco dopo la morte del gran capo della malavita spionistica italiana Federico Umberto D’Amato. (Giannuli lavorava allora come consulente del giudice Salvini). Oggi – solo oggi – tutti quei documenti sono consultabili, così come l’archivio di Russomanno (e presto, vedremo quanto spolverate, le carte di Allegra). Una caratteristica peculiare è l’assenza dei documenti dal 12 al 16 dicembre. Nelle stesse carte del “Club di Berna”, minuziosissime nella registrazione di qualunque attentato, piazza Fontana è assente. (Queste assenze ricorrono puntuali: manca la parte di registrazione della microspia a casa di Allegra nel punto in cui parla con Russomanno, suo ospite, di Calabresi. Mancano, sullo stesso argomento, i fogli cari a Guido Salvini della “fonte Como”, un informatore infiltrato in una sezione milanese di Lotta Continua).
Fino a Maltini e Fuga, dunque per 44 anni, si è discusso, denunciato, giudicato e condannato di una questura di Milano spigionata di quei “10 o 15” signori dagli Affari Riservati, Russomanno, Catenacci, Alduzzi e la sua “squadra 54”… Farò un esempio risentito: nel 2009 scrissi un libro cui tenevo molto, “La notte che Pinelli” (Sellerio). Studiai con tutto lo scrupolo di cui ero capace le carte dei processi che avevano riguardato Pinelli, e specialmente quelle che avevano preteso di mettere la parola fine al “caso” della sua morte, firmate da Gerardo D’Ambrosio. Argomentai, al di là della inaccettabile tesi che passò sotto il nome di “malore attivo”, errori documentabili del giudice, che aveva per esempio frainteso il racconto dell’ultimo giorno che costituiva l’alibi di Pinelli. Era il 1975, a D’Ambrosio premeva liberare la memoria di Pinelli dalle accuse mostruose che l’avevano colpito, e insieme liberare quella di Calabresi: lo fece consacrando la versione secondo cui Calabresi era uscito dalla stanza per andare dal suo capo, Allegra, e che in quella sua assenza Pinelli, col quale erano rimasti altri quattro poliziotti e un ufficiale carabiniere, era precipitato. Nel mio libro, tenni certo conto della testimonianza, così precisa (e mai smentita, quanto alle circostanze e alle parole dette a lui da Calabresi), di Valitutti. Scrissi che doveva “almeno” essere considerata quanto quella di ogni altro testimone. Tuttavia io stesso mi volli persuadere che nel tempo non breve dell’interrogatorio di Pinelli l’attenzione di Valitutti avesse potuto attenuarsi e impedirgli di notare il passaggio di Calabresi da un ufficio all’altro. Nell’ultima riga risposi alla domanda su che cosa fosse successo quella notte nella questura di Milano: Non lo so. Mi costò quella risposta. Il giudice, poi parlamentare, D’Ambrosio, commentando il mio libro, si lasciò sfuggire un lapsus impressionante. A confermare che Calabresi uscì dalla stanza, disse, c’è anche la testimonianza oculare del giovane anarchico Valitutti. La sua memoria aveva benevolmente rovesciato la cosa. Mi colpì allora e mi colpisce di più oggi.
Mi servì, scrivere quel libro. Oltretutto, la lettura attenta delle carte di indagini e processi mi permise, in un libro supplementare, necessario come un pronto intervento, di ridicolizzare le invenzioni sulla doppia bomba il doppio attentatore il doppio taxi il doppio tutto, formulate nell’incredibile ignoranza di quelle carte: un segno dei tempi. E’ sempre stato un guaio il rapporto fra l’attore-testimone e lo storico: la longevità contemporanea l’ha aggravato a dismisura. Gli storici devono pur fare il loro mestiere, ma sono circondati dagli attori e dai testimoni, duri a morire e a rassegnarsi allo specchio deformante della storia. La storia contemporanea stenta sempre di più ad avvalersi della posterità. Basta saper aspettare, del resto. Torniamo al quarto piano, alle sue porte, alle sue finestre – una sola era illuminata, quella notte. Ci sono gli uomini di Roma. Qualcuno forse è in albergo, Russomanno forse a casa di Allegra, qualcuno starà sbrigando pratiche al piano di sotto, chissà. Qualcuno magari è nella stanza con Pinelli. Dunque tutto quello che avevamo pensato e detto, io nel mio libro, e tutti gli altri, nelle istruttorie, nelle sentenze, in altri libri, era tutto campato per aria. Erano sì e no due piccoli indiani, e gli altri otto grandi e grossi a spadroneggiare non visti. E tutti, tutti, mentivano. Perché tacere, come un sol uomo, perinde ac cadaver, la presenza di quei capi degli Affari Riservati, non è un’innocua omissione: è una menzogna.
Qui però c’è un altro vero problema, e piuttosto ignorato. Perché qualcuno, prima dell’anarchico Maltini e dell’avvocato libertario Fuga, era venuto a conoscenza di quel dettaglio, l’esproprio della questura milanese e dell’indagine da parte degli Affari Riservati. Precisamente, due magistrati (almeno, e i loro superiori): Grazia Pradella, giovane sostituto della Procura di Milano che condusse dal 1995 fino al 1998 una nuova inchiesta su piazza Fontana, col collega Massimo Meroni. La signora Pradella ottenne dai suoi interrogati informazioni clamorose. Lo stesso Russomanno, interrogato lungamente e rigorosamente, dichiarò di essere stato a Milano “quando morì Pinelli”. E il commissario Pagnozzi, della questura di Milano (che quel 15 dicembre era in trasferta a Roma per accompagnare Valpreda), spiegò tranquillamente che Russomanno si era insediato nella stanza di Allegra, cui era stata aggiunta un’altra scrivania e un’altra sedia. Mi auguro che abbiate fatto un salto sulla vostra, di sedia. Io ho domande irresistibili, e non polemiche, salva la prova contraria. Pradella si occupava della strage e non di Pinelli (cose difficilmente scindibili, del resto). Non le è sembrato necessario, o almeno opportuno, chiedere a Russomanno: “Ma lei dov’era durante l’interrogatorio di Pinelli?” Perché allo stato dei fatti, Russomanno poteva essere al cinema, o alla scrivania di emergenza nella stanza di Allegra (dove Calabresi si sarebbe recato), o nella stanza stessa di Calabresi. E tutte queste ipotesi hanno esattamente lo stesso valore. Cosicché resta, a far pendere la bilancia, la testimonianza di Lello Valitutti.
Se non fraintendo, queste risposte la sostituta Pradella le riceve nel 1996, a ridosso del ritrovamente dell’archivio-discarica dell’Appia. Nel 1997 il suo collega a Venezia, Carlo Mastelloni, che indaga ad amplissimo raggio sulla caduta dell’Argo 16, abbattimento o incidente, trova a sua volta argomenti che rimandano agli Affari Riservati, e interroga un altro alto dirigente, Guglielmo Carlucci, che menziona anche lui la presenza milanese dell’Ufficio, definendolo “padrone delle indagini”. E spiega che nell’Italia del 1969 gli uffici politici delle questure dipendono direttamente dall’Ufficio degli Affari Riservati! (Mastelloni e Pradella forse hanno condotto interrogatori comuni, mi scuso di non saperlo verificare). Dal 1996-97 al 2013, quando per la prima volta il pubblico, “gli Italiani”, come si dice infaustamente oggi, ricevono la notizia sugli Affari Riservati nella Milano che impacchetta Valpreda e defenestra Pinelli, sono passati almeno sedici anni. Per sedici anni, “gli Italiani”, quelli che hanno interesse alla cosa, hanno rimisurato metro per metro, passo per passo di poliziotti e anarchici, il quarto piano di via Fatebenefratelli senza urtare i 10 o 15 pezzi grossi. C’è una spiegazione? Erano forse tenuti, i magistrati che avevano raccolto quella notizia sconvolgente, al segreto? E D’Ambrosio, superiore di Pradella e corresponsabile dell’inchiesta e antico firmatario di una indagine e una sentenza su Pinelli che questa notizia inficia da capo a fondo, non ne è stato informato? E quando D’Ambrosio e Pradella vengono ascoltati a Roma dalla “Commissione sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”, presieduta da Giovanni Pellegrino, il 16 gennaio 1997, e non ne parlano nemmeno lì (salvo che io mi sbagli), a che cosa è dovuto il loro silenzio? E’ l’udienza in cui i due magistrati denunciano duramente l’operato di Guido Salvini: capitolo, questo delle spasmodiche rivalità fra magistrati, che non so e non voglio nemmeno sfiorare qui. Una parte ingente del libro ultimo di Salvini e Sceresini (“La maledizione di Piazza Fontana”, Chiarelettere) ne offre un quadro raccapricciante. Si tratta nientemeno che delle mutue attribuzioni di colpe nell’aver impedito il raggiungimento della verità giudiziaria e la punizione degli autori della strage!
Esiste dunque un segreto di Stato, e poi dei segreti di cui non si riesce a immaginare l’origine e il movente. La distrazione, forse. “Ah, ci eravamo dimenticati di dirvi che il 12 dicembre, e il 13 e il 14 e il 15, nella Questura di Milano c’erano gli Affari Riservati”.
Perciò faceva caldo.

 

* Fonte: Adriano Sofri, pagina Facebook

Di quella bomba alla Banca dell’Agricoltura alcuni di noi che si trovavano nella redazione de Il Manifesto rivista, la storica sede di piazza del Grillo, a 200 metri da Piazza Venezia, sapemmo quasi in tempo reale. Era venuta a trovarci Franca Rame, perché fin dall’inizio con lei e Dario Fo avevamo collaborato. Stavamo chiacchierando attorno al grande tavolo coperto di panno verde dove la nostra avventura fece le sue prime prove, quando si sentì un botto fortissimo, vicino.

Una bomba? Sì, era la bomba posta all’Altare della Patria, uno scoppio tremendo quasi in contemporanea con quello, ben più luttuoso, di Piazza Fontana. Di cui sapemmo subito perché Franca chiamò Dario per raccontare e invece fu lui che ci riferì dell’orrore di Milano.

Non capimmo che era l’inizio di quella che si chiamò strategia della tensione, la nostra stessa fantasia non poteva arrivare ad immaginare che a tanto si sarebbe ricorsi per fermare una generazione – operaia e studentesca – scesa in strada per chiedere che la modernità appena intravista acquisisse il volto umano della liberazione reale e non quello di una più raffinata ma non meno pesante oppressione. Ma lo capimmo presto; e sempre di più, via via che quella strategia dilagava. Ogni 12 dicembre più consapevolezza e dunque più rabbia si sono impadronite delle tante migliaia di persone che da tutta Italia sono sempre accorse all’annuale appuntamento milanese.

Per noi de il manifesto quella vicenda fu ancora più sconvolgente, perché decidemmo di mettere a capo delle nostre liste elettorali Pietro Valpreda (quanti millennials ne conoscono il nome?), l’anarchico innocente subito imprigionato che i servizi segreti avevano deciso di indicare come l’autore della strage. Non riuscimmo, come si sa, a liberarlo eleggendolo al parlamento, perché non raggiungemmo il famoso «quorum», ma con la sua immagine esposta nelle piazze di tutta Italia rendemmo, credo, più vera e umana quella storia.

Ieri a Milano anche le autorità hanno positivamente ricordato quel 12 dicembre e il presidente Mattarella ha denunciato i «depistaggi». Bene. Ma è francamente possibile che anche tutt’ora su quella stagione di stragi di Stato non si sia fatta luce? È possibile che ogni volta che vengono declassificati documenti che a chiare lettere ci dicono di Gladio, non se ne traggano le necessarie conseguenze processuali?

Che solo qualche anno fa, senza che sia emersa una qualche scandalizzata reazione, sia emerso, sempre per via di declassificazione di documenti americani, che il consigliere del presidente americano, Kennan alla vigilia delle elezioni del 18 aprile 1948 aveva suggerito al suo capo di indurre De Gasperi a mettere fuori legge il Pci, un gesto che avrebbe certo prodotto la guerra civile e dunque legittimato una rinnovata presenza militare degli Stati uniti in Italia?

E ancora, è possibile che sia uscito da qualche mese un film della figlia del regista Franco Rosi che ripercorre 70 anni di storia d’Italia, in cui si racconta dei tanti eccidi e assassini in cui si intrecciano servizi Usa e italiani, ognuno dei quali non è un «mistero» ma drammatica documentazione per processi e indagini che non sono mai stati fatti sul serio, e nessuno abbia detto: accidenti, forse si dovrebbe fare qualcosa?

La memoria è fondamentale. Ma guai se si continua ad accompagnare a voluta smemoratezza. Tanto più grave se perdura in una stagione così torbida come quella attuale, quando i rischi sono così alti. La svolta necessaria e non più procrastinabile è questa: l’impegno a rendere pubblica la verità. (E perlomeno potremmo cominciare a declassificare davvero anche noi i nostri documenti. Vediamo se l’impegno di Fico in questo senso sarà serio).

* Fonte: Luciana Castellina, il manifesto

50 anni fa, il 12 dic. 1969, fascisti coperti da agenti dei servizi segreti mettono una bomba nel salone della Banca Naz. dell’Agricoltura di Milano (accanto al Duomo) provocando 17 morti e 88 feriti. Fu la prima “strage di Stato”, ossia il primo attentato con bombe per mano di fascisti protetti e foraggiati da agenti dei servizi segreti italiani e della CIA americana. Seguirono attentati fra i quali i più gravi furono nel 1974 a piazza della Loggia (Brescia) e al treno Italicus, nel 1980 stazione di Bologna e altri amcora. Indagini indipendenti e indagini giudiziarie “hanno confermato, fuor di ogni dubbio, che lo Stato promuoveva o consentiva stragi e delitti eccellenti, spesso gestendoli in prima persona e comunque coprendoli; ultimi esempi Ustica, Casalecchio di Reno, la morte di Ilaria Alpi, le navi dei profughi speronate e il Cermis: crimini di guerra e di pace, sempre con la stessa logica del puro dominio” (vedi inchiesta del libro La strage di Stato: http://www.uonna.it/121269.htm, ivi anche sentenze dei tribunali). Quella di 50 anni fa a Milano fu quindi considerata «la madre di tutte le stragi», il «primo e più dirompente atto terroristico dal 1945”, «il momento più incandescente della strategia della tensione” e l’inizio degli “anni di piombo”. Gli attentati terroristi di quel giorno furono cinque, concentrati in un lasso di tempo di appena 53 minuti a Roma e a Milano. Ma prima della strage della Banca dell’Agricoltura, nel 1964 il generale De Lorenzo aveva organizzato quello che fu il primo tentativo di colpo di stato e dopo la strage di Milano alcuni militari riorganizzarono una rete fascista che mirava di nuovo al colpo di stato (vedi “Rosa de venti”).

Ogni volta dopo le stragi parte rilevante dei servizi segreti è stata particolarmente attiva nel depistare le indagini giudiziarie per impedire che si scoprissero autori e soprattutto mandanti. La prima clamorosa impostura fu appunto a Milano quando fecero dire ai media (e anche al celebre Montanelli, notoriamente reazionario) che l’attentatore fosse il ballerino anarchico Valpreda e che il ferroviere Pinelli -suicidato buttandolo dalla finestra della questura di Milano- ne fosse complice. Si deviò quindi l’indagine dei giudici verso innocenti per proteggere autori e mandanti. Nel giugno 2005 la Corte di Cassazione ha stabilito che la strage fu opera di «un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo del gruppo fascista Ordine Nuovo, capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura, ma non più perseguibili in quanto precedentemente assolti con giudizio definitivo dalla Corte d’assise d’appello di Bari. Così gli esecutori materiali sono rimasti “ignoti”. Il segreto di Stato sempre invocato dalle autorità politiche e delle forze di polizia per ogni indagine sulle diverse stragi (sino anche al delitto Moro) è quindi stato l’arma per impedire la verità giudiziaria mentre quella politica cioè della controinformazione rigorosa è indiscutibile.

 

La ragione delle stragi

La palese ragione delle stragi è che dagli anni Sessanta e in particolare col ’68 e il ’69 le lotte studentesche, operaie e popolari avevano cambiato i rapporti di forza in Italia: il padronato e i diversi gruppi di potere (vedi Pasolini : Io so, nel Corriere della sera del 14/11/1974) si sentirono allora in pericolo per il rischio di perdere il potere di super sfruttamento e quindi di dover concedere troppo alle rivendicazioni del movimento sindacale e popolare. Ricordiamo che fu grazie a queste lotte che furono conquistate le grandi riforme democratiche di quegli anni ’70-’80 (statuto dei lavoratori, diritto all’aborto volontario, divorzio, smilitarizzazione della polizia di stato, democratizzazione della gestione delle imprese e enti pubblici -tante conquiste per buona parte erose dallo sviluppo liberista globalizzato di questi ultimi trent’anni). In particolare le destre italiane, anche dentro la DC, spalleggiate dai servizi segreti americani scelsero di reagire con violenza estrema per impedire così che si formasse una coalizione di governo DC-PSI-PCI-PRI, ossia un orientamento favorevole a una politica economica e sociale progressista e quindi una redistribuzione meno diseguale della ricchezza pubblica. E fu questo stesso il motivo per cui i servizi segreti manipolarono anche il sequestro Moro impedendo di salvargli la vita. In altre parole c’è un filo nero che lega le stragi di Stato ai servizi segreti che spalleggiavano i fascisti e le trame nere dentro le forze armate e nelle forze di polizia con anche la collaborazione di mafia e massoneria e l’appoggio della CIA degli Stati Uniti.

Ricordare la strage del 12 dic. 1969 vuol quindi dire sollecitare la vigilanza rispetto alle minacce di deriva fascista che sono sempre presenti in una democrazia che coesiste con la sua eterogenesi cioè con le derive reazionarie oggi mascherate in partiti che palesemente invocano orientamenti fascisti-razzisti-sessisti insieme a sovranisti, populisti e liberisti (di destra e dell’ex-sinistra) che legittimano disastri sanitari-ambientali e neoschiavitù.

12 dicembre 1969 Alle 16 e 37 esplode una bomba nella Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, a Milano: alla fine si conteranno 17 morti e 88 feriti;

15 dicembre 1969 Fermato subito dopo la strage, l’anarchico Giuseppe Pinelli precipita dal quarto piano della questura di Milano, della quale il commissario Calabresi è vice capo dell’Ufficio politico;

16 dicembre 1969 Vengono arrestati gli anarchici Pietro Valpreda e Mario Merlino (che poi si scoprirà essere un neofascista infiltrato);

23 febbraio 1972 A Roma si apre il processo sulla Strage. Successivamente verrà trasferito a Milano e poi, per motivi di ordine pubblico, a Catanzaro;

3 marzo 1972 Vengono arrestati i neofascisti Franco Freda, Giovanni Ventura e Pino Rauti. Le indagini evidenziano legami tra l’estrema destra eversiva e i servizi segreti italiani;

7 maggio 1972 Elezioni anticipate. Il neofascista Rauti viene eletto in parlamento con l’Msi. Il manifesto candida Valpreda, che non viene eletto;

17 maggio 1972 Il commissario Luigi Calabresi viene ucciso a Milano;

29 dicembre 1972 Valpreda viene scarcerato; 27 ottobre 1975 Il giudice D’Ambrosio chiude le indagini sulla morte di Pinelli. Tutti prosciolti gli agenti della polizia. La caduta dalla finestra della questura sarebbe avvenuta per un «malore attivo»;

18 gennaio 1977 Si apre a Catanzaro il processo per la Strage. Andreotti depone sul coinvolgimento dei servizi segreti e, davanti ai giudici, dice per trentatré volte «non ricordo»;4 ottobre 1978 La polizia accerta la scomparsa di Freda; 16 gennaio 1979 Ventura fugge all’estero;

23 febbraio 1979 Sentenza di Catanzaro: ergastolo per Freda, Ventura e per l’altro neofascista Giannettini; 4 anni e 6 mesi per Valpreda e Merlino, condannati per associazione a delinquere. Pene minori per alcuni membri dei servizi segreti;

12 agosto 1979 A Buenos Aires viene arrestato Ventura; 23 agosto 1979 Freda viene arrestato in Costa Rica; 22 maggio 1980 A Catanzaro comincia il processo d’Appello;

20 marzo 1981 Sentenza del processo d’appello: tutti assolti per la strage di Piazza Fontana. Freda e Ventura condannati a 15 anni per le bombe di Padova e Milano del 1969. Confermate le condanne per Valpreda e Merlino;

19 giugno 1982 La Cassazione annulla la sentenza d’Appello di Catanzaro; 23 dicembre 1982 Nell’ambito di una nuova indagine sulla strage, la procura di Catanzaro ordina l’arresto del neofascista Stefano Delle Chiaie; 13 dicembre 1984 a Bari comincia il nuovo processo d’Appello;

1 agosto 1985 Tutti assolti nel processo di Bari. Condanne per reati minori per esponenti dei servizi segreti; 27 marzo 1987 A Caracas viene arrestato Delle Chiaie; 26 ottobre 1987 A Catanzaro comincia un nuovo processo. Imputati i neofascisti Massimiliano Fachini e Delle Chiaie; 20 febbraio 1989 Tutti assolti a Catanzaro. La procura aveva chiesto l’ergastolo per gli imputati; il 5 luglio 1991 La Cassazione conferma la sentenza di Catanzaro;

Primavera/estate 1995 Il giudice Guido Salvini indaga sul mondo della destra neofascistia A luglio Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi vengono indagati per la strage; 14 giugno 1997 Ordine di carcerazione per Zorzi e Maggi;

8 giugno 1999 Viene disposto il processo per Zorzi, Maggi e altri neofascisti; 30 giugno 2001 Zorzi e Maggi vengono condannati all’ergastolo;

6 luglio 2002 A 69 anni muore Pietro Valpreda;

12 marzo 2004 La Corte d’Appello di Milano assolve Zorzi, Maggi e gli altri neofascisti; 3 maggio 2005 La Cassazione conferma la sentenza. I familiari delle vittime della strage dovranno pagare le spese processuali.

* Fonte: Mario Di Vito, il manifesto

Si è soliti dire che persista più di un mistero riguardo alla strage del 12 dicembre 1969 in piazza Fontana. Nulla di più falso. Sappiamo moltissimo, quasi tutto, di questa tragica vicenda. Non ci si lasci ingannare dalle sentenze. Nelle attività di indagine sono state acclarate le ragioni che ispirarono la strage in funzione di un salto di qualità nel percorso della «strategia della tensione» e messo a fuoco il complesso dei mandanti, tra vertici militari e ambienti Nato, complici ampi settori delle classi dirigenti e imprenditoriali, tentati da avventure eversive. Sono anche stati individuati gli esecutori materiali, ovvero gli uomini di Ordine nuovo, con il riconoscimento delle responsabilità personali di Franco Freda, Giovanni Ventura e Carlo Digilio.

Sulla base delle carte che si sono accumulate, interrogatori, confessioni, incrocio di indizi, sarebbe addirittura possibile ricostruire il percorso compiuto dalla bomba collocata all’interno della Banca nazionale dell’agricoltura. Ne riassumiamo i passaggi fondamentali, omettendo doverosamente alcuni nomi che pur sono emersi. Sono mancati, infatti, quei riscontri inoppugnabili che altrimenti avrebbero determinato dei rinvii a giudizio. Personaggi comunque ad oggi non tutti più processabili, dato il venir meno delle loro esistenze negli anni precedenti le indagini.

Dalla Germania in Italia
Sulla provenienza dell’esplosivo siamo in possesso di due versioni diverse. La prima è stata fornita dal generale Gianadelio Maletti, ex capo dell’Ufficio D del Sid, che in più occasioni (sia nel 2001 a Milano nel corso del dibattimento di primo grado nell’ultimo processo e sia in una lunga intervista nel 2010) ha sostenuto che fosse «esplosivo di tipo militare» e provenisse da una base Nato della Germania, poi transitato con un tir dal Brennero per essere alla fine consegnato a una «cellula» di neofascisti del Veneto. Questa versione è stata in parte ribadita dall’allora vice presidente del Consiglio Paolo Emilio Taviani che nelle sue memorie scrisse testualmente «un americano portò dell’esplosivo dalla Germania in Italia».

La seconda versione la fornì Carlo Digilio, l’armiere di Ordine nuovo, che parlò di un esplosivo prodotto in Jugoslavia, il Vitezit 30. Come noto un foglio di istruzioni per l’utilizzo di questo esplosivo fu rinvenuto nell’abitazione di Giovanni Ventura.

Da Mestre a Milano
L’esplosivo che sarà alla fine rinchiuso in una cassetta metallica Juwel (poco meno di tre chili), trasportato da due esponenti di Ordine nuovo nel bagagliaio di una vecchia 1100, venne periziato qualche giorno prima del 12 dicembre in un luogo tranquillo ai bordi di un canale a Mestre dall’esperto in armi della stessa organizzazione, Carlo Digilio. Il timore era che potesse deflagrare lungo il tragitto verso Milano. L’esperto li rassicurò a patto che venisse utilizzata un’altra vettura, con sospensioni adeguate. I due gli fecero presente che già si era pensato a una Mercedes di proprietà di un camerata di Padova. Una figura nota nell’ambiente, protagonista di azioni squadriste, con anche un ruolo pubblico nella federazione del maggior partito cittadino di estrema destra. La notte prima del viaggio, destinazione Milano, la Mercedes, di color verde bottiglia, venne posteggiata sotto la casa di un ancor più noto dirigente ordinovista.

Le bombe vengono assemblate
L’esplosivo doveva essere consegnato in un luogo sicuro, un ufficio in corso Vittorio Emanuele II con un’insegna posta all’esterno che all’imbrunire si accendeva di un color rosso. Qui la bomba, meglio le bombe (una era destinata alla Banca Commerciale Italiana di piazza Della Scala), vennero assemblate. I temporizzatori che dovevano innescarle, acquistati da una ditta di Bologna, davano un margine di un’ora. Gli uffici in questione offrivano un riparo sicuro, bisognava percorrere solo qualche centinaio di metri per raggiungere i posti prescelti per gli attentati. Nel caso di un qualche intoppo o contrattempo si poteva tornare velocemente sui propri passi e disinnescare gli ordigni. Un’operazione di questo genere non poteva essere certo affidata all’improvvisazione. Non si poteva neanche lontanamente pensare alla toilette di un bar o l’interno di una vettura posteggiata. Troppo rischioso.

Da corso Vittorio alla Banca
La bomba per la Banca Nazionale dell’Agricoltura venne portata a mano. Chi la trasportava non era solo. Uno di loro se ne sarebbe in seguito anche vantato in una festicciola tra camerati e con l’armiere del gruppo.

Provenienti da corso Vittorio Emanuele II, attraversata la Galleria del Corso, in piazza Beccaria, al posteggio dei Taxi, uno degli attentatori metterà in opera una delle più grossolane operazioni di depistaggio per incastrare gli anarchici. Rassomigliante a Pietro Valpreda farà di tutto per farsi riconoscere dal tassista Cornelio Rolandi. Si farà portare per 252 metri fino in via Santa Tecla, distante 117 metri a piedi dalla banca, per poi tornare al taxi, percorrendo in totale 234 metri a piedi, per non farne 135, ovvero la distanza da piazza Beccaria all’ingresso della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Si farà infine scaricare in via Albricci, dopo soli 600 metri, a soli 465 metri dalla banca.

Forse sappiamo tutto, anche cosa accadde negli ultimi duecento metri o poco più. Sarebbe possibile anche fare i nomi, ma siamo costretti a far finta di non saperli e a raccontare le mosse e gli atti di costoro come in un film o in un romanzo.

* Fonte: Saverio Ferrari, il manifesto

MILANO. Quello di Giuseppe Pinelli è un corpo sospeso da mezzo secolo. In piazza Fontana, dove il 12 dicembre del 1969 una bomba alla banca dell’Agricoltura causò 17 vittime ancora senza giustizia e fece capire a tutti che l’aria nazionale era più torbida di quello che si potesse pensare, ci sono due targhe a ricordarlo. Una firmata dagli «studenti e democratici milanesi» in cui si parla di lui come «ucciso innocente» nei locali della questura, e un’altra messa lì dal Comune, in cui la formula diventa «morto innocente».

Indagini, inchieste, processi, informazione e controinformazione: l’anarchico Pinelli, ferroviere, sindacalista, esperantista, militante del Ponte della Ghisolfa, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre volò giù da una finestra della questura del commissario Luigi Calabresi. La verità ufficiale parla di «malore attivo» e conseguente caduta, ma le ombre che circondano i poliziotti che lo stavano tenendo in stato di fermo da quasi tre giorni sono lunghissime, e i dubbi spesso sembrano certezze.

Cinquant’anni dopo, la memoria è ancora in bilico e sulle commemorazioni (plurale necessario) di quei fatti c’è divisione nell’universo anarchico italiano. Il 14 dicembre la famiglia Pinelli ha convocato «una catena musicale» che porterà da piazza Fontana alla questura nel nome di Pino, delle vittime della strage e delle «false e depistanti accuse agli anarchici che portarono anni di carcerazione all’innocente Pietro Valpreda». Le firme in calce sono quelle della moglie del ferroviere Licia, delle figlie Silvia e Claudia e della sorella Liliana, venuta a mancare lo scorso ottobre.

La lista delle adesioni è chilometrica; centinaia di nomi (tra cui quello di Adriano Sofri, per esempio) e di realtà diverse: Acli, Arci e Anpi di varie città, centri sociali, collettivi studenteschi, associazioni, la rivista A di Paolo Finzi, sezioni del sindacato libertario Usi e della Federazione Anarchica Italiana.

«Abbiamo deciso di fare le cose in maniera più aperta e plurale possibile – dice Silvia Pinelli al manifesto -, d’altra parte anche cinquant’anni fa per Pino si mosse la società civile, i compagni certo, ma anche un fronte che andava dai cattolici all’alta borghesia. È quello che vogliamo far accadere anche adesso con la catena musicale».

Qualcuno però non ci sarà, ovvero il circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, la casa politica di Giuseppe Pinelli, il luogo dove ha speso una parte consistente della sua militanza. Il comunicato di dissociazione dalla catena musicale è durissimo. «Non ci sono le condizioni politiche minime per una adesione», dicono. Spiega Mauro Decortes, storico militante del Ponte: «Nei testi diffusi dalla catena musicale manca sempre il contesto di quegli anni, inizialmente non era nemmeno citato Valpreda… Noi siamo sempre stati aperti, abbiamo invitato a partecipare tanta gente, non solo del mondo anarchico. Il problema non è però l’apertura verso l’esterno, ma il fatto che ci devono essere dei valori e dei caratteri chiari. Non ci piace che tutto debba ridursi a una sorta di messa obbligatoria, certe lotte sono ancora vive e questo va ribadito sempre. Pinelli, d’altra parte, non era solo un padre di famiglia, ma anche un compagno, un militante molto attento che immaginava e lottava per una società diversa. Non possiamo fare di lui una figurina istituzionale. Diceva Valpreda che credere nella verità non vuol dire credere nella giustizia».

Il Ponte andrà in corteo il 12 dicembre, e poi il 15 al Leoncavallo si terrà una serata intitolata «Pinelli assassinato, Valpreda innocente. La strage è di stato» (a ricordare che i due compagni «non sono morti per la democrazia ma per l’anarchia», come da striscione più volte esibito in varie manifestazioni e iniziative), con la partecipazione tra gli altri di Ascanio Celestini e Saverio Ferrari.

E qui invece a mancare saranno la compagna e le figlie di Pinelli. «Siamo state attaccate senza motivo e sempre sul personale – commenta ancora Silvia -. Fa male perché in tanti anni non ci è successo con la polizia, i fascisti o la mafia e invece adesso certe parole arrivano da parte di persone che pensavamo essere nostre amiche».

Dal Ponte la risposta è agrodolce. Sostiene Decortes: «È una questione che ci addolora, sono state dette e scritte tante falsità anche su di noi, e comunque voglio sottolineare che con Licia non ci sono mai stati problemi, anzi ci sentiamo spesso ancora adesso. C’è molta psicologia in questa storia, molte questioni di ego, come se una parte della sinistra volesse comparire e basta, un po’ per piccoli interessi e un po’ forse per senso di colpa. La nostra, ad ogni modo, è una critica politica e non personale».

Intorno, mentre Milano si appresta a ricordare Pinelli in ordine sparso, tutto è ancora fermo: la bomba, la strage, i fascisti ora condannati, ora assolti e ora condannati di nuovo, le complicità di stato, il volo di Pino, l’omicidio Calabresi, la strategia della tensione. Il mistero non è più indagato, resta la memoria sospesa di un paese che da sempre confonde la pace con la rimozione.

* Fonte: Mario Di Vito, il manifesto

«Non so come ma ho la certezza che con la strage di pochi giorni fa, l’orrendo coro dei giornali e questo assassinio del Pinelli, è davvero finita un’età, cominciata ai primi del decennio. È possibile il silenzio degli uomini, dell’opinione, i difensori dello stato di diritto? Si, è possibile. La paura è veloce». L’aveva capito bene, Franco Fortini che la bomba scoppiata il 12 dicembre del 1969 nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano non aveva lasciato dietro di sé solo un tragico bilancio di vittime – 17 morti e 88 feriti – ma anche uno snodo per molti versi fondamentale della storia del Paese. Si apriva un’epoca nuova, dove la paura e lo smarrimento, evocati da Fortini nel raccontare i funerali di Giuseppe Pinelli, «suicidato» da una finestra della Questura di Milano a pochi giorni dalla strage, si sarebbero progressivamente intrecciati al desiderio che si facesse piena luce su quanto accaduto, sui responsabili come sui mandanti. Perché verità e giustizia spazzassero via la coltre di bugie, macchinazioni e depistaggi che fin da subito accompagnò, e ne fu parte integrante, la «strategia della tensione» perseguita con le bombe.

A CINQUANT’ANNI DAI FATTI, di fronte ad una verità emersa sul piano storico, ma mai fino in fondo sancita su quello giudiziario, si pone la necessità di riannodare i fili della memoria per far capire, specie ai più giovani, cosa accadde davvero e quale eredità quelle vicende consegnino al presente. Un tentativo che accomuna, pur tra linguaggi e impostazioni diverse, molte delle opere pubblicate in vista dell’anniversario di Piazza Fontana.
Così, l’approccio del gruppo di storici e ricercatori che ha firmato il volume Dopo le bombe (Mimesis, pp. 232, euro 18) interroga in modo esplicito «l’uso» o meglio «l’abuso pubblico di questa storia» che «hanno contribuito in parte a rendere la cosiddetta Prima Repubblica una massa informe e un grande punto di domanda, sia nelle verità ufficiali prodotte dallo Stato, sia nella (mancata) pedagogia pubblica». Si tratta, in altre parole, di tornare ad analizzare la specificità dello stragismo fascista e di Stato, spesso confuso con altri fenomeni, perlopiù successivi, sotto la comune etichetta di «anni di piombo» o di «notte della Repubblica». In questo senso, sono tre gli elementi, tra i molti presi in esame, che in Dopo le bombe possono essere ripresi. Il primo, affrontato da Aldo Giannuli e Elio Catania, riguarda «la pista atlantica» e la dimensione europea, e occidentale, entro cui la strage fu pensata e portata a termine.
È infatti all’ombra di una nuova definizione strategica, detta della «guerra rivoluzionaria», sviluppatasi inizialmente tra i militari francesi alle prese con il tramonto dell’età coloniale in Indocina come in Algeria, e che diverrà poi «dottrina militare ufficiale dell’Alleanza Atlantica» che per far fronte con ogni mezzo ad una crescita dei comunisti, delle sinistre e dei movimenti sociali anche in Europa, si sceglierà di fare ricorso al terrore indiscriminato, alle ipotesi golpiste, alle stragi. Stabilendo su questa via un’interlocuzione privilegiata con la destra neofascista e neonazista: che nel nostro Paese condurrà al ruolo di primo piano giocato in particolare da Ordine Nuovo nella strage di Milano.
A questo primo elemento si aggiunge il ruolo che in tale strategia assunsero i diversi apparati dello Stato, talvolta descritti come «deviati», ma in realtà ben consapevoli degli esiti dei percorsi intrapresi. Davide Conti analizza così «annunci e timori di una strage», spiegando, a partire dalle pagine del cosiddetto «Memoriale» di Aldo Moro e dalle dichiarazioni rese da Paolo Emilio Taviani, più volte ministro dell’Interno, di fronte alla Commissione Stragi, come non solo il Sid (i servizi segreti) e i Paesi della Nato fossero «interessati a una “normalizzazione” della situazione italiana scossa, nei suoi equilibri di fondo, dall’autunno caldo», ma come gli apparati di sicurezza sarebbero stati in grado di poter impartire «un contrordine» per impedire la strage, anche in virtù dell’esistenza di «una catena di comando (…) diretta tra servizi segreti e terroristi».

È ALLA «CONTRO-NARRAZIONE neofascista» dell’intera strategia della tensione che dedica invece il proprio intervento Elia Rosati. Un fenomeno che ha riguardato sia i gruppi più esposti all’epoca, il già citato Ordine Nuovo come Avanguardia Nazionale, che lo stesso Msi, nel quale, inseguiti dalle inchieste sulle bombe, rientrarono rapidamente gli ex ordinovisti. In realtà, scrive Rosati, «le strette connessioni della comunità di destino della destra e il sogno di partecipare in prima fila alla costruzione di un’Italia più autoritaria e distante dall’eredità civile e costituzionale della Resistenza spinsero tutta la famiglia neofascista italiana ad arruolarsi fiduciosa».

IN SEGUITO, PERÒ, le responsabilità di cui si erano macchiati i neofascisti saranno derubricate in questi medesimi ambienti come una sorta di «complotto» messo in atto dal «sistema» contro di loro. Una rimozione, quando non aperta negazione della realtà, che non riguarderà solo la stagione dei processi, ma che stende la propria ombra fino alla storia recente. Ancora alla fine degli anni Novanta il leader di An, partito erede dell’Msi, Gianfranco Fini, ammetterà come per quelle vicende avesse svolto un ruolo «la manovalanza arruolata nella destra estrema», ma ridurrà il tutto a «nichilismo ideologico frutto di allucinazione culturale», senza alcun «progetto»: l’esatto contrario della volontaria partecipazione alla crociata anticomunista, e antidemocratica, che quelle bombe intendevano promuovere.
Perché la strage di Piazza Fontana, come quelle che la annunciarono e la seguirono sui treni, nelle piazze, nelle stazioni, intendeva arrestare un processo di cambiamento comunque in atto. Come sottolineano Maurizio Dianese e Gianfranco Bettin ne La strage degli innocenti (Feltrinelli, pp. 256, euro 17) , «si è parlato spesso di perdita dell’innocenza, a proposito di Piazza Fontana». Se si intende «riferirsi ai giovani che allora stavano esprimendo la prima forma di impegno politico e civile di massa (…) che era anche una presa di consapevolezza della posizione sociale delle nuove generazioni nel loro rapporto con le altre classi (…) certamente è vero che, di fronte all’orrore del 12 dicembre, l’ingenuità per molti se ne è andata, bruciata nell’esplosione e nelle fiamme di quel giorno». Perciò, «fine dell’ingenuità, sì. Ma non certo dell’innocenza, se si allude a una qualche innocenza del sistema, del Paese, della storia italiana». Anche perché il 12 dicembre racconta pure della risposta che la strategia del terrore trovò fin da subito. Come testimonia quanto scritto all’epoca da Giorgio Bocca e riproposto oggi da Dianese e Bettin. «La mattina stessa dei funerali (delle vittime, ndr), con quella piazza, quelle strade gremite di operai, di studenti, di popolani, la Milano e l’Italia democratica hanno la certezza che la democrazia tiene e che comunque non si accetterà in silenzio una politica decisa sopra le nostre teste».
La storia di Piazza Fontana è perciò talmente intrecciata con quella del Paese da continuare ad interrogarne la coscienza civile, spesso anche a partire dalla memoria individuale.

LO INDICA CON CHIAREZZA l’esperienza del giudice Guido Salvini che negli anni Novanta ha condotto le indagini poi confluite nel terzo processo per la strage – chiusosi nel 2005 con una sentenza della Cassazione che pur riconoscendo la responsabilità in quei fatti dei militanti veneti di Ordine Nuovo assolse anche gli ultimi imputati ad eccezione di Carlo Digilio, l’artificiere del gruppo, la cui pena sarà però prescritta -, ma che ricorda ancora con precisione come inventò una scusa, «un pomeriggio di studio da un amico», per partecipare da adolescente ai funerali di Pinelli. In La maledizione di Piazza Fontana (Chiarelettere, pp. 614, euro 22) Salvini spiega come «ci sono storie che non si staccano, che ti seguono ovunque e non ti lasciano più. Piazza Fontana per me è una di queste, un’ombra, un pensiero di sottofondo. Ti occupi d’altro, ma ci ritorni sempre». Il libro, scritto con il giornalista Andrea Sceresini, dà conto del lungo lavoro compiuto dall’allora giudice istruttore di Milano per far luce sulle responsabilità dei neofascisti, ma indica anche quanti elementi e possibili testimonianze siano emerse in seguito, facendo ulteriore luce sulla vicenda. La «maledizione» di cui parla Salvini sta proprio in questa impossibilità di fissare definitivamente una verità già emersa, malgrado tutto, in tanti anni di indagini e contro-inchieste. Dopo la sentenza della Cassazione, il giudice ha continuato il suo lavoro di ricerca, «da cittadino e studioso», fino ad affermare che «se un nuovo processo venisse celebrato oggi, sommando quello che è emerso in tutti i processi e gli elementi contenuti in questo libro, è probabile che i responsabili della strage avrebbero tutti o quasi un nome».

LA RICERCA DELLA VERITÀ non interroga solo gli strumenti della giustizia, ma anche le forme attraverso le quali la memoria del Paese si è andata sedimentando. Una riflessione che attraversa La bomba. Cinquant’anni di Piazza Fontana (Feltrinelli, pp. 296, euro 18), nel quale Enrico Deaglio ricostruisce in un racconto drammaticamente appassionante la vicenda della strage ma anche il modo in cui l’opinione pubblica si è misurata con tutto ciò. «La bomba del 12 dicembre 1969 ha cambiato l’Italia; o meglio l’ha picchiata come un pezzo di ferro rovente su un’incudine, umiliata. Per cinquant’anni, tutta la vasta cospirazione di potere che l’ha prodotta ha lavorato per lei, perché restasse impunita e si moltiplicasse. È una storia talmente enorme che non si sa da che parte cominciare», ammette Deaglio prima di ammonire i propri lettori che, di fronte a «quanta protervia, quanta volgarità venne usata per costruire il falso» sulla strage, finiranno per pensare che «gli attuali demagoghi non hanno inventato niente, anzi che Piazza Fontana è stata il loro modello».

Anche Deaglio, al pari di Salvini, fu sorpreso, studente, dalla bomba, «ci sono cresciuto, l’ho respirata per cinquant’anni» e, attraverso quella vicenda, sembra ricostruire nella sua inchiesta, quasi una contro-narrazione del percorso seguito dal Paese. Perciò, non deve stupire che tra i molti elementi, personaggi e fatti che La bomba racconta, ve ne sia uno, apparentemente secondario, che ben illustra ciò che l’Italia avrebbe potuto, e può ancora, apprendere della propria Storia. Si tratta di un ricordo che Piero Scaramucci aveva già incluso in Una storia quasi soltanto mia, il suo libro intervista a Licia Pinelli, uscito nel 2009 e riproposto ora da Feltrinelli. Il produttore cinematografico Carlo Ponti vide sul giornale la foto della finestra da cui era precipitato Pinelli e si rese conto che quell’edificio, prima di diventare la sede della Questura, aveva ospitato il suo collegio. Turbato, volle conoscere Licia Pinelli. L’idea era quella di realizzare un film dedicato alla figura dell’anarchico ingiustamente accusato della strage e morto mentre si trovava in stato di fermo. Per il progetto Ponti contattò Giuliano Montaldo che aveva appena girato Sacco e Vanzetti, mentre per la parte della moglie di Pinelli si pensava a Sophia Loren. «Dopo l’uccisione del commissario Calabresi, il produttore abbandonò il progetto. Peccato – scrive Deaglio – quel film avrebbe dato coraggio all’Italia». E c’è da credere che, a cinquant’anni dalla strage, di Piazza Fontana nessuno avrebbe anche solo potuto fingere di dimenticarsi.

* Fonte: Guido Caldiron, il manifesto

Se c’è una figura del neofascismo italiano la cui biografia ha sottratto la definizione di «internazionale nera» ad una certa mitologia un po’ fumosa e a tratti degna di una spy-story, restituendola alla drammatica realtà dei fatti, è senza dubbio quella di Stefano Delle Chiaie. Perché «Er caccola» non è stato soltanto un protagonista di pressoché ogni tentativo di revanche che la destra radicale italiana abbia immaginato e messo in atto fin dall’immediato dopoguerra, ma un personaggio al centro per decenni di analoghi tentativi che hanno avuto come scenario il resto d’Europa come l’America Latina.

DEL RESTO, in fuga dalle indagini della nostra magistratura, Delle Chiaie ha trascorso ben 17 anni da latitante: una lunga stagione della sua storia iniziata all’indomani della strage di piazza Fontana del dicembre del 1969 e del tentativo di colpo di Stato promosso dal «principe nero» Junio Valerio Borghese nel dicembre dell’anno e conclusasi solo nel 1987 con il suo arresto nella capitale venezuelana Caracas e la successiva estradizione nel nostro paese.

Se già in precedenza i suoi contatti guardavano al Portogallo di Salazar, dove era nata l’Aginter Press che tanta parte risultò avere nel progetto della Strategia della tensione, la prima tappa della sua lunga fuga sarebbe stata Madrid, dove farà in tempo a vivere gli ultimi anni della dittatura franchista. Di quel periodo rimane anche un’immagine che lo ritrae in Navarra, nel maggio del 1976, a pochi mesi dalla morte del «Generalissimo» nel corso di un’azione, condotta da alcuni neofascisti italiani, francesi e portoghesi, insieme ai locali «Guerriglieri di Cristo Re», che sarebbe costata la vita a due manifestanti carlisti che auspicavano la democratizzazione del paese.

Nel frattempo, nel corso di un viaggio con Borghese in Cile nel corso del 1974, Delle Chiaie aveva conosciuto Augusto Pinochet, alla guida della giunta militare golpista del Cile dal settembre del 1973, che incontrerà di nuovo nella capitale spagnola nel 1975 durante i funerali di Franco.

Da questi contatti prende corpo la decisione di trasferirsi a Santiago, insieme ad altri esponenti e latitanti di Avanguardia Nazionale. Sarà solo il debutto di una nuova «carriera», condotta tra Cile, Costa Rica, Argentina e Bolivia che vedrà i neofascisti italiani operare a stretto contatto e per conto di alcune delle più spietate dittature della regione. Il tutto, malgrado le smentite di Delle Chiaie, probabilmente all’ombra di quel vasto piano repressivo, che comprendeva in particolare l’eliminazione fisica degli oppositori anche se riparati all’estero, denominato «Operazione Condor» e orchestrato, perlomeno a partire dalla metà degli anni Settanta, dal capo della Dina, la polizia segreta cilena, Manuel Contreras con i suoi colleghi sudamericani e sotto l’egida di Washington, come emerso negli ultimi anni anche grazie alla desecretazione di molti documenti dell’intelligence statunitense.

DOPO IL CILE, e almeno per un breve periodo l’Argentina, Delle Chiaie si sarebbe trasferito già alla fine del decennio in Bolivia dove incontrerà il criminale di guerra Klaus Barbie, noto come «il boia di Lione». Capo della Gestapo nella città francese, Barbie si era macchiato di una lunga serie di orrori, come la deportazione ad Auschwitz di una quarantina di bambini ebrei, alcuni di soli tre o quattro anni, che avevano trovato rifugio nell’edificio di un campo estivo nella località di Izieu. Nella capitale boliviana, Barbie, fuggito dall’Europa grazie alla «ratlines», aveva costituto un gruppo paramilitare composto da estremisti di destra europei che avrebbe aiutato il generale Luis García Meza Tejada a prendere il potere con un colpo di stato nel 1980 e a dare vita ad una «narco-dittatura», grazie ai proventi del traffico di cocaina. Il gruppo guidato da Barbie fu soprannominato «i fidanzati della morte». Delle Chiaie, pur smentendo nella sua autobiografia di averne fatto parte, definisce il «boia di Lione» una «persona leale e impegnata anche dal punto di vista umano».

* Fonte:Guido Caldiron, il manifesto

«Attentati a uffici, magazzini, cinema, linee ferroviarie. L’opinione pubblica, sempre scontenta e avida di tranquillità, si sarebbe indignata e avrebbe invocato l’ordine senza curarsi da quale parte sarebbe venuto». A parlare in questo modo era Pino Rauti, il giovane leader della corrente evoliana, nel corso di una riunione interna dell’Msi, a Roma, negli anni Cinquanta. A riportare le sue parole fu Giulio Salierno, all’epoca dirigente giovanile della sezione di Colle Oppio, nella sua Autobiografia di un picchiatore fascista (Einaudi, 1976).

Certo è che a partire dagli anni Sessanta i treni e le linee ferroviarie furono oggetto di un’infinità di attentati da parte del terrorismo neofascista.

36 attentati in meno di trent’anni e 4 stragi (Freccia del Sud, Italicus, Bologna e Rapido 904). I morti sono stati 121 (di cui 85 solo a Bologna), i feriti 598

TRENTO, 30 SETTEMBRE 1967

Il primo tentativo di strage fu quello compiuto il 30 settembre 1967 alla stazione di Trento, quando fu segnalata sull’Alpen Express una valigia sospetta abbandonata.

Due agenti la prelevarono e tentarono di portarla il più lontano possibile. Alle 14.44, zeppa di esplosivo, scoppiò tra le loro mani, uccidendoli. L’attentato fu addebitato al terrorismo sudtirolese.

1969, VERSO PIAZZA FONTANA

Nell’escalation degli attentati che nel 1969 portarono alla strage in piazza Fontana, un posto di rilievo ebbe la collocazione, tra l’8 e il 9 agosto 1969, su dieci treni di altrettanti pacchi esplosivi. Due fecero cilecca ma otto scoppiarono. Dodici furono i feriti, tutti in modo lieve.

Per questi episodi Franco Freda e Giovanni Ventura di Ordine nuovo, l’organizzazione fondata da Rauti, furono condannati con sentenza definitiva.

1970, DA GIOIA TAURO A VERONA

La prima strage riuscita su un treno fu quella del 22 luglio 1970, quando il direttissimo Palermo-Torino (la «Freccia del Sud») fu fatto deragliare nei pressi della stazione di Gioia Tauro. Alla fine si contarono sei morti, di cui cinque donne, e 72 feriti.

Da otto giorni era in corso la rivolta di Reggio Calabria, scoppiata il 14 luglio. La verità emerse solo 23 anni dopo, quando alcuni pentiti confessarono che la strage fu eseguita su mandato del «Comitato d’azione per Reggio capoluogo» e che a portarla a termine fu un commando neofascista.

Poche settimane dopo, il 28 agosto 1970, fu rinvenuta nella sala passeggeri della stazione ferroviaria di Verona una valigia abbandonata da cui proveniva un ticchettio di orologio. Notata da un sottufficiale della Polfer, fu portata in un luogo isolato dove esplose un’ora dopo.

1971, LA VISITA DI TITO IN ITALIA

In concomitanza con la preannunciata visita del maresciallo Tito in Italia, un grave attentato fu, invece, organizzato, il 28 marzo 1971, per colpire il treno diretto a Venezia, all’altezza di Grumolo delle Abbadesse. Settantadue centimetri di binario furono tranciati da un ordigno. Il convoglio rischiò di deragliare, salvandosi solo grazie alla sua velocità.

1974, L’«ITALICUS»

Tra il 1973 e il 1974 gli attentati sui treni furono ben 14 con una strage riuscita.

Questi gli episodi principali: il 7 aprile 1973, sulla linea Genova-Roma, con il tentativo di Nico Azzi, di Ordine nuovo, di innescare una carica esplosiva in una toilette del treno. Azzi rimase ferito dallo scoppio del detonatore e immediatamente arrestato. Il 29 gennaio 1974 a Silvi Marina, in provincia di Teramo, con l’inatteso passaggio del locomotore di un treno merci che tagliò la miccia dell’ordigno posto sui binari. Il 21 aprile 1974 a Vaiano, in provincia di Firenze, quando la strage fu, invece, evitata grazie al blocco automatico dei treni in caso di interruzione dei binari. La carica esplosiva aveva, infatti, divelto oltre mezzo metro di rotaie.

La strage si compì, invece, il 4 agosto 1974, sul treno espresso Roma-Brennero, l’«Italicus», proveniente da Firenze e diretto a Bologna, a cento metri dallo sbocco della Grande galleria dell’Appennino. Il bilancio fu di 12 morti e 44 feriti.

TRA IL 1975 E IL 1978

Si continuò ancora a colpire treni e linee ferroviarie negli anni successivi. Il 6 gennaio 1975 a Terontola, quando 55 centimetri di rotaia furono divelti da una carica di polvere da mina.

Il 12 aprile 1975, all’altezza di Incisa Val D’Arno, quando un ordigno fece, invece, sollevare quaranta centimetri di rotaia.

Il 6 febbraio 1977, in compenso, la polizia disinnescò alla stazione Tiburtina di Roma sette candelotti di dinamite sull’espresso Napoli-Milano.

Il 5 settembre 1978, infine, cinque chili di esplosivo, tra le stazioni di Vaiano e Vernio, avrebbero dovuto scoppiare sotto la motrice dell’espresso «Conca d’oro», che viaggiava da Milano a Palermo. Rimasero feriti i macchinisti di un treno che passò al momento dell’esplosione.

85 morti e 200 feriti, alla stazione di Bologna la strage più sanguinosa della Repubblica italiana

1980, LA STRAGE DI BOLOGNA

Quella del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna fu la strage non solo più importante sulle linee ferroviarie ma la più grave e sanguinosa nella storia della Repubblica. Alle 10.25 la terribile esplosione. Crollava un’intera ala della stazione, affollatissima per le grandi partenze estive, che a seguito della potenza micidiale dell’ordigno, prima si sollevava e poi ricadeva su se stessa. Il treno Ancona-Basilea, in sosta sul primo binario, veniva investito in pieno dall’onda d’urto.

Tra le lamiere fuse e contorte venivano estratti i corpi di decine e decine di persone. Settantacinque le vittime subito recuperate. Altre dieci moriranno nei giorni successivi. Alla fine si conteranno 85 morti, 74 italiani e 11 stranieri, e 200 feriti.

È attualmente in corso dal 21 marzo 2018 un nuovo processo nei confronti di Gilberto Cavallini, ex Nuclei armati rivoluzionari (Nar), accusato di concorso per aver fornito supporti e nascondigli per la latitanza di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, tutti e tre condannati in via definitiva per la strage, i primi due all’ergastolo e il terzo, minorenne all’epoca, a 30 anni.

1981 E ANCORA DOPO

Non finì ancora. Il 12 febbraio 1981, otto mesi dopo, ben cinque kg di esplosivo furono rinvenuti sulla linea ferroviaria di Venezia, allo snodo di Porto Marghera. L’innesco non aveva funzionato.

Mentre il 9 settembre 1983, il treno 571 Milano-Palermo, mille passeggeri a bordo, in transito sul viadotto alto cinquanta metri del fiume Bisenzio, venne investito da un’esplosione, mentre incrociava un altro treno. Se l’atto terroristico avesse avuto pieno successo i morti si sarebbero contati a centinaia.

IL TRATTO AREZZO-BOLOGNA

Complessivamente sul solo tratto Arezzo-Bologna di 120 chilometri, ben otto furono i tentativi falliti e tre le stragi riuscite: il 4 agosto 1974 sul treno «Italicus», il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna e il 23 dicembre 1984, sul«Rapido 904», all’interno della Grande galleria dell’Appennino. Fu l’ultima, con 16 morti e 267 feriti.

I LEGAMI CON COSA NOSTRA

Con essa si apriva un’altra stagione con l’avvio da parte di Cosa nostra di un’azione offensiva nei confronti dello Stato, che porterà alle stragi di Capaci, via D’Amelio e alle bombe del 1993.

La continuità era data dall’impiego di uomini e mezzi provenienti dall’eversione nera. Ne fa fede la condanna nel processo stralcio per la strage del «Rapido 904» del parlamentare missino Massimo Abbatangelo. Non fu condannato per la strage ma per aver detenuto e fornito esplosivi ai clan camorristici.

Dalle indagini risultò anche che l’esplosivo usato per la strage di via D’Amelio fosse dello stesso tipo di quello del 23 dicembre 1984, mai utilizzato in precedenza da Cosa nostra.

* Fonte: Saverio Ferrari, IL MANIFESTO

Mezzo secolo ci separa, ormai, dalla madre di tutte le stragi e dalle ingiustizie che ha portato con sé. Il 12 dicembre del 1969 una bomba esplode nella Banca nazionale dell’agricoltura, in Piazza Fontana, a Milano: muoiono 17 persone, 88 sono i feriti.

È LA PRIMA grande strage di una stagione che intorbidirà, di sangue e non solo, almeno un quindicennio di storia nazionale. Cinquant’anni dopo, ci ritorna Paolo Brogi, con il suo Pinelli, l’innocente che cadde giù (Castelvecchi, pp. 152, euro 17,50).

Lo guardo è obliquo, ma l’osservazione è generale. Brogi sceglie un punto di vista e una vicenda specifica per tornare a raccontare la storia infinita di quella che fu icasticamente definita la «strage di Stato»: la morte di Giuseppe Pinelli, precipitato dal quarto piano della Questura di Milano, la notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969, quando era in stato di fermo perché «gravemente indiziato» di essere partecipe dell’attentato.

MA DALLA MORTE di Pinelli, lo sguardo subito si allarga alle cause della impunità della strage. Nella minuziosa ricostruzione delle carte e delle testimonianze sulla morte dell’anarchico milanese, si affacciano fin da subito azioni e attori dei depistaggi che hanno lasciato la strage orfana di responsabilità penali e politiche. All’indomani della strage («la sera stessa», dice beffardamente qualcuno di loro), la Questura di Milano era occupata dagli agenti dell’ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno.

EPPURE, nelle indagini sulla morte di Pinelli, la loro presenza non è neanche registrata. Si muovono come ombre in quelle stesse stanze in cui decine di fermati vengono trattenuti e interrogati. Fantasmi che torneranno alla luce solo negli ultimi svolgimenti delle indagini su Piazza Fontana e dintorni, ma mai messi in relazione a quelle ore in cui «l’innocente cadde giù». Eppure, gli uomini degli Affari riservati non furono estranei alla pista anarchica, al grande depistaggio che vide vittime prima Pinelli e poi Pietro Valpreda, a lungo il nemico perfetto cui attribuire le responsabilità di una strage che invece era stata voluta, eseguita e coperta a destra, da gruppi neofascisti e apparati deviati. Anzi, ne furono gli attori più solerti e consapevoli. Ma in quelle ore, era come se non ci fossero.

IL LAVORO di Brogi si avvale, in particolare, della desecretazione di documenti riservati fino alla direttiva Renzi del 2014. Tra le altre cose, dalla seconda inchiesta sulla morte di Pinelli – quella svolta da Gerardo D’Ambrosio e che si concluderà con la fantasiosa tesi del «malore attivo», che avrebbe fatto cadere Pinelli dall’altra parte della finestra, nella stanza in cui si trovava al termine della lettura del verbale dell’interrogatorio – emerge un graffio su un dito di una mano del brigadiere Panessa, il più prossimo a Pinelli nel momento del «malore attivo», di cui egli stesso si era dimenticato per due anni e della cui rilevanza, comunque, nessuno gli ha mai chiesto conto.

BUCHI, incongruenze, incoerenze che hanno segnato i due iter giudiziari, quello per la responsabilità della strage e quello per la morte di Pinelli.

IL RACCONTO di Brogi si avvale, infine, delle testimonianze delle figlie di Pinelli, Claudia e Silvia, che all’epoca avevano 8 e 9 anni e che si porteranno dietro per tutta la vita, non solo l’improvvisa e inspiegata perdita del padre, ma anche l’essere state sue figlie, motivo di curiosità e di solidarietà nelle scuole e nella Milano degli Settanta, responsabilità di una memoria da quando la madre Licia ne ha passato loro il testimone.
«In questi anni – scrive Claudia al padre – ci sei sempre stato e hai permesso incontri, sguardi, condivisioni … Molta strada è ancora da percorrere… ma resisteremo a queste ondate di xenofobia e razzismo… e continueremo a credere che un mondo nuovo… è possibile».

* Fonte: Stefano Anastasia, IL MANIFESTO

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