Stragismo & Strategia della tensione

MILANO. Quello di Giuseppe Pinelli è un corpo sospeso da mezzo secolo. In piazza Fontana, dove il 12 dicembre del 1969 una bomba alla banca dell’Agricoltura causò 17 vittime ancora senza giustizia e fece capire a tutti che l’aria nazionale era più torbida di quello che si potesse pensare, ci sono due targhe a ricordarlo. Una firmata dagli «studenti e democratici milanesi» in cui si parla di lui come «ucciso innocente» nei locali della questura, e un’altra messa lì dal Comune, in cui la formula diventa «morto innocente».

Indagini, inchieste, processi, informazione e controinformazione: l’anarchico Pinelli, ferroviere, sindacalista, esperantista, militante del Ponte della Ghisolfa, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre volò giù da una finestra della questura del commissario Luigi Calabresi. La verità ufficiale parla di «malore attivo» e conseguente caduta, ma le ombre che circondano i poliziotti che lo stavano tenendo in stato di fermo da quasi tre giorni sono lunghissime, e i dubbi spesso sembrano certezze.

Cinquant’anni dopo, la memoria è ancora in bilico e sulle commemorazioni (plurale necessario) di quei fatti c’è divisione nell’universo anarchico italiano. Il 14 dicembre la famiglia Pinelli ha convocato «una catena musicale» che porterà da piazza Fontana alla questura nel nome di Pino, delle vittime della strage e delle «false e depistanti accuse agli anarchici che portarono anni di carcerazione all’innocente Pietro Valpreda». Le firme in calce sono quelle della moglie del ferroviere Licia, delle figlie Silvia e Claudia e della sorella Liliana, venuta a mancare lo scorso ottobre.

La lista delle adesioni è chilometrica; centinaia di nomi (tra cui quello di Adriano Sofri, per esempio) e di realtà diverse: Acli, Arci e Anpi di varie città, centri sociali, collettivi studenteschi, associazioni, la rivista A di Paolo Finzi, sezioni del sindacato libertario Usi e della Federazione Anarchica Italiana.

«Abbiamo deciso di fare le cose in maniera più aperta e plurale possibile – dice Silvia Pinelli al manifesto -, d’altra parte anche cinquant’anni fa per Pino si mosse la società civile, i compagni certo, ma anche un fronte che andava dai cattolici all’alta borghesia. È quello che vogliamo far accadere anche adesso con la catena musicale».

Qualcuno però non ci sarà, ovvero il circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, la casa politica di Giuseppe Pinelli, il luogo dove ha speso una parte consistente della sua militanza. Il comunicato di dissociazione dalla catena musicale è durissimo. «Non ci sono le condizioni politiche minime per una adesione», dicono. Spiega Mauro Decortes, storico militante del Ponte: «Nei testi diffusi dalla catena musicale manca sempre il contesto di quegli anni, inizialmente non era nemmeno citato Valpreda… Noi siamo sempre stati aperti, abbiamo invitato a partecipare tanta gente, non solo del mondo anarchico. Il problema non è però l’apertura verso l’esterno, ma il fatto che ci devono essere dei valori e dei caratteri chiari. Non ci piace che tutto debba ridursi a una sorta di messa obbligatoria, certe lotte sono ancora vive e questo va ribadito sempre. Pinelli, d’altra parte, non era solo un padre di famiglia, ma anche un compagno, un militante molto attento che immaginava e lottava per una società diversa. Non possiamo fare di lui una figurina istituzionale. Diceva Valpreda che credere nella verità non vuol dire credere nella giustizia».

Il Ponte andrà in corteo il 12 dicembre, e poi il 15 al Leoncavallo si terrà una serata intitolata «Pinelli assassinato, Valpreda innocente. La strage è di stato» (a ricordare che i due compagni «non sono morti per la democrazia ma per l’anarchia», come da striscione più volte esibito in varie manifestazioni e iniziative), con la partecipazione tra gli altri di Ascanio Celestini e Saverio Ferrari.

E qui invece a mancare saranno la compagna e le figlie di Pinelli. «Siamo state attaccate senza motivo e sempre sul personale – commenta ancora Silvia -. Fa male perché in tanti anni non ci è successo con la polizia, i fascisti o la mafia e invece adesso certe parole arrivano da parte di persone che pensavamo essere nostre amiche».

Dal Ponte la risposta è agrodolce. Sostiene Decortes: «È una questione che ci addolora, sono state dette e scritte tante falsità anche su di noi, e comunque voglio sottolineare che con Licia non ci sono mai stati problemi, anzi ci sentiamo spesso ancora adesso. C’è molta psicologia in questa storia, molte questioni di ego, come se una parte della sinistra volesse comparire e basta, un po’ per piccoli interessi e un po’ forse per senso di colpa. La nostra, ad ogni modo, è una critica politica e non personale».

Intorno, mentre Milano si appresta a ricordare Pinelli in ordine sparso, tutto è ancora fermo: la bomba, la strage, i fascisti ora condannati, ora assolti e ora condannati di nuovo, le complicità di stato, il volo di Pino, l’omicidio Calabresi, la strategia della tensione. Il mistero non è più indagato, resta la memoria sospesa di un paese che da sempre confonde la pace con la rimozione.

* Fonte: Mario Di Vito, il manifesto

«Non so come ma ho la certezza che con la strage di pochi giorni fa, l’orrendo coro dei giornali e questo assassinio del Pinelli, è davvero finita un’età, cominciata ai primi del decennio. È possibile il silenzio degli uomini, dell’opinione, i difensori dello stato di diritto? Si, è possibile. La paura è veloce». L’aveva capito bene, Franco Fortini che la bomba scoppiata il 12 dicembre del 1969 nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano non aveva lasciato dietro di sé solo un tragico bilancio di vittime – 17 morti e 88 feriti – ma anche uno snodo per molti versi fondamentale della storia del Paese. Si apriva un’epoca nuova, dove la paura e lo smarrimento, evocati da Fortini nel raccontare i funerali di Giuseppe Pinelli, «suicidato» da una finestra della Questura di Milano a pochi giorni dalla strage, si sarebbero progressivamente intrecciati al desiderio che si facesse piena luce su quanto accaduto, sui responsabili come sui mandanti. Perché verità e giustizia spazzassero via la coltre di bugie, macchinazioni e depistaggi che fin da subito accompagnò, e ne fu parte integrante, la «strategia della tensione» perseguita con le bombe.

A CINQUANT’ANNI DAI FATTI, di fronte ad una verità emersa sul piano storico, ma mai fino in fondo sancita su quello giudiziario, si pone la necessità di riannodare i fili della memoria per far capire, specie ai più giovani, cosa accadde davvero e quale eredità quelle vicende consegnino al presente. Un tentativo che accomuna, pur tra linguaggi e impostazioni diverse, molte delle opere pubblicate in vista dell’anniversario di Piazza Fontana.
Così, l’approccio del gruppo di storici e ricercatori che ha firmato il volume Dopo le bombe (Mimesis, pp. 232, euro 18) interroga in modo esplicito «l’uso» o meglio «l’abuso pubblico di questa storia» che «hanno contribuito in parte a rendere la cosiddetta Prima Repubblica una massa informe e un grande punto di domanda, sia nelle verità ufficiali prodotte dallo Stato, sia nella (mancata) pedagogia pubblica». Si tratta, in altre parole, di tornare ad analizzare la specificità dello stragismo fascista e di Stato, spesso confuso con altri fenomeni, perlopiù successivi, sotto la comune etichetta di «anni di piombo» o di «notte della Repubblica». In questo senso, sono tre gli elementi, tra i molti presi in esame, che in Dopo le bombe possono essere ripresi. Il primo, affrontato da Aldo Giannuli e Elio Catania, riguarda «la pista atlantica» e la dimensione europea, e occidentale, entro cui la strage fu pensata e portata a termine.
È infatti all’ombra di una nuova definizione strategica, detta della «guerra rivoluzionaria», sviluppatasi inizialmente tra i militari francesi alle prese con il tramonto dell’età coloniale in Indocina come in Algeria, e che diverrà poi «dottrina militare ufficiale dell’Alleanza Atlantica» che per far fronte con ogni mezzo ad una crescita dei comunisti, delle sinistre e dei movimenti sociali anche in Europa, si sceglierà di fare ricorso al terrore indiscriminato, alle ipotesi golpiste, alle stragi. Stabilendo su questa via un’interlocuzione privilegiata con la destra neofascista e neonazista: che nel nostro Paese condurrà al ruolo di primo piano giocato in particolare da Ordine Nuovo nella strage di Milano.
A questo primo elemento si aggiunge il ruolo che in tale strategia assunsero i diversi apparati dello Stato, talvolta descritti come «deviati», ma in realtà ben consapevoli degli esiti dei percorsi intrapresi. Davide Conti analizza così «annunci e timori di una strage», spiegando, a partire dalle pagine del cosiddetto «Memoriale» di Aldo Moro e dalle dichiarazioni rese da Paolo Emilio Taviani, più volte ministro dell’Interno, di fronte alla Commissione Stragi, come non solo il Sid (i servizi segreti) e i Paesi della Nato fossero «interessati a una “normalizzazione” della situazione italiana scossa, nei suoi equilibri di fondo, dall’autunno caldo», ma come gli apparati di sicurezza sarebbero stati in grado di poter impartire «un contrordine» per impedire la strage, anche in virtù dell’esistenza di «una catena di comando (…) diretta tra servizi segreti e terroristi».

È ALLA «CONTRO-NARRAZIONE neofascista» dell’intera strategia della tensione che dedica invece il proprio intervento Elia Rosati. Un fenomeno che ha riguardato sia i gruppi più esposti all’epoca, il già citato Ordine Nuovo come Avanguardia Nazionale, che lo stesso Msi, nel quale, inseguiti dalle inchieste sulle bombe, rientrarono rapidamente gli ex ordinovisti. In realtà, scrive Rosati, «le strette connessioni della comunità di destino della destra e il sogno di partecipare in prima fila alla costruzione di un’Italia più autoritaria e distante dall’eredità civile e costituzionale della Resistenza spinsero tutta la famiglia neofascista italiana ad arruolarsi fiduciosa».

IN SEGUITO, PERÒ, le responsabilità di cui si erano macchiati i neofascisti saranno derubricate in questi medesimi ambienti come una sorta di «complotto» messo in atto dal «sistema» contro di loro. Una rimozione, quando non aperta negazione della realtà, che non riguarderà solo la stagione dei processi, ma che stende la propria ombra fino alla storia recente. Ancora alla fine degli anni Novanta il leader di An, partito erede dell’Msi, Gianfranco Fini, ammetterà come per quelle vicende avesse svolto un ruolo «la manovalanza arruolata nella destra estrema», ma ridurrà il tutto a «nichilismo ideologico frutto di allucinazione culturale», senza alcun «progetto»: l’esatto contrario della volontaria partecipazione alla crociata anticomunista, e antidemocratica, che quelle bombe intendevano promuovere.
Perché la strage di Piazza Fontana, come quelle che la annunciarono e la seguirono sui treni, nelle piazze, nelle stazioni, intendeva arrestare un processo di cambiamento comunque in atto. Come sottolineano Maurizio Dianese e Gianfranco Bettin ne La strage degli innocenti (Feltrinelli, pp. 256, euro 17) , «si è parlato spesso di perdita dell’innocenza, a proposito di Piazza Fontana». Se si intende «riferirsi ai giovani che allora stavano esprimendo la prima forma di impegno politico e civile di massa (…) che era anche una presa di consapevolezza della posizione sociale delle nuove generazioni nel loro rapporto con le altre classi (…) certamente è vero che, di fronte all’orrore del 12 dicembre, l’ingenuità per molti se ne è andata, bruciata nell’esplosione e nelle fiamme di quel giorno». Perciò, «fine dell’ingenuità, sì. Ma non certo dell’innocenza, se si allude a una qualche innocenza del sistema, del Paese, della storia italiana». Anche perché il 12 dicembre racconta pure della risposta che la strategia del terrore trovò fin da subito. Come testimonia quanto scritto all’epoca da Giorgio Bocca e riproposto oggi da Dianese e Bettin. «La mattina stessa dei funerali (delle vittime, ndr), con quella piazza, quelle strade gremite di operai, di studenti, di popolani, la Milano e l’Italia democratica hanno la certezza che la democrazia tiene e che comunque non si accetterà in silenzio una politica decisa sopra le nostre teste».
La storia di Piazza Fontana è perciò talmente intrecciata con quella del Paese da continuare ad interrogarne la coscienza civile, spesso anche a partire dalla memoria individuale.

LO INDICA CON CHIAREZZA l’esperienza del giudice Guido Salvini che negli anni Novanta ha condotto le indagini poi confluite nel terzo processo per la strage – chiusosi nel 2005 con una sentenza della Cassazione che pur riconoscendo la responsabilità in quei fatti dei militanti veneti di Ordine Nuovo assolse anche gli ultimi imputati ad eccezione di Carlo Digilio, l’artificiere del gruppo, la cui pena sarà però prescritta -, ma che ricorda ancora con precisione come inventò una scusa, «un pomeriggio di studio da un amico», per partecipare da adolescente ai funerali di Pinelli. In La maledizione di Piazza Fontana (Chiarelettere, pp. 614, euro 22) Salvini spiega come «ci sono storie che non si staccano, che ti seguono ovunque e non ti lasciano più. Piazza Fontana per me è una di queste, un’ombra, un pensiero di sottofondo. Ti occupi d’altro, ma ci ritorni sempre». Il libro, scritto con il giornalista Andrea Sceresini, dà conto del lungo lavoro compiuto dall’allora giudice istruttore di Milano per far luce sulle responsabilità dei neofascisti, ma indica anche quanti elementi e possibili testimonianze siano emerse in seguito, facendo ulteriore luce sulla vicenda. La «maledizione» di cui parla Salvini sta proprio in questa impossibilità di fissare definitivamente una verità già emersa, malgrado tutto, in tanti anni di indagini e contro-inchieste. Dopo la sentenza della Cassazione, il giudice ha continuato il suo lavoro di ricerca, «da cittadino e studioso», fino ad affermare che «se un nuovo processo venisse celebrato oggi, sommando quello che è emerso in tutti i processi e gli elementi contenuti in questo libro, è probabile che i responsabili della strage avrebbero tutti o quasi un nome».

LA RICERCA DELLA VERITÀ non interroga solo gli strumenti della giustizia, ma anche le forme attraverso le quali la memoria del Paese si è andata sedimentando. Una riflessione che attraversa La bomba. Cinquant’anni di Piazza Fontana (Feltrinelli, pp. 296, euro 18), nel quale Enrico Deaglio ricostruisce in un racconto drammaticamente appassionante la vicenda della strage ma anche il modo in cui l’opinione pubblica si è misurata con tutto ciò. «La bomba del 12 dicembre 1969 ha cambiato l’Italia; o meglio l’ha picchiata come un pezzo di ferro rovente su un’incudine, umiliata. Per cinquant’anni, tutta la vasta cospirazione di potere che l’ha prodotta ha lavorato per lei, perché restasse impunita e si moltiplicasse. È una storia talmente enorme che non si sa da che parte cominciare», ammette Deaglio prima di ammonire i propri lettori che, di fronte a «quanta protervia, quanta volgarità venne usata per costruire il falso» sulla strage, finiranno per pensare che «gli attuali demagoghi non hanno inventato niente, anzi che Piazza Fontana è stata il loro modello».

Anche Deaglio, al pari di Salvini, fu sorpreso, studente, dalla bomba, «ci sono cresciuto, l’ho respirata per cinquant’anni» e, attraverso quella vicenda, sembra ricostruire nella sua inchiesta, quasi una contro-narrazione del percorso seguito dal Paese. Perciò, non deve stupire che tra i molti elementi, personaggi e fatti che La bomba racconta, ve ne sia uno, apparentemente secondario, che ben illustra ciò che l’Italia avrebbe potuto, e può ancora, apprendere della propria Storia. Si tratta di un ricordo che Piero Scaramucci aveva già incluso in Una storia quasi soltanto mia, il suo libro intervista a Licia Pinelli, uscito nel 2009 e riproposto ora da Feltrinelli. Il produttore cinematografico Carlo Ponti vide sul giornale la foto della finestra da cui era precipitato Pinelli e si rese conto che quell’edificio, prima di diventare la sede della Questura, aveva ospitato il suo collegio. Turbato, volle conoscere Licia Pinelli. L’idea era quella di realizzare un film dedicato alla figura dell’anarchico ingiustamente accusato della strage e morto mentre si trovava in stato di fermo. Per il progetto Ponti contattò Giuliano Montaldo che aveva appena girato Sacco e Vanzetti, mentre per la parte della moglie di Pinelli si pensava a Sophia Loren. «Dopo l’uccisione del commissario Calabresi, il produttore abbandonò il progetto. Peccato – scrive Deaglio – quel film avrebbe dato coraggio all’Italia». E c’è da credere che, a cinquant’anni dalla strage, di Piazza Fontana nessuno avrebbe anche solo potuto fingere di dimenticarsi.

* Fonte: Guido Caldiron, il manifesto

Se c’è una figura del neofascismo italiano la cui biografia ha sottratto la definizione di «internazionale nera» ad una certa mitologia un po’ fumosa e a tratti degna di una spy-story, restituendola alla drammatica realtà dei fatti, è senza dubbio quella di Stefano Delle Chiaie. Perché «Er caccola» non è stato soltanto un protagonista di pressoché ogni tentativo di revanche che la destra radicale italiana abbia immaginato e messo in atto fin dall’immediato dopoguerra, ma un personaggio al centro per decenni di analoghi tentativi che hanno avuto come scenario il resto d’Europa come l’America Latina.

DEL RESTO, in fuga dalle indagini della nostra magistratura, Delle Chiaie ha trascorso ben 17 anni da latitante: una lunga stagione della sua storia iniziata all’indomani della strage di piazza Fontana del dicembre del 1969 e del tentativo di colpo di Stato promosso dal «principe nero» Junio Valerio Borghese nel dicembre dell’anno e conclusasi solo nel 1987 con il suo arresto nella capitale venezuelana Caracas e la successiva estradizione nel nostro paese.

Se già in precedenza i suoi contatti guardavano al Portogallo di Salazar, dove era nata l’Aginter Press che tanta parte risultò avere nel progetto della Strategia della tensione, la prima tappa della sua lunga fuga sarebbe stata Madrid, dove farà in tempo a vivere gli ultimi anni della dittatura franchista. Di quel periodo rimane anche un’immagine che lo ritrae in Navarra, nel maggio del 1976, a pochi mesi dalla morte del «Generalissimo» nel corso di un’azione, condotta da alcuni neofascisti italiani, francesi e portoghesi, insieme ai locali «Guerriglieri di Cristo Re», che sarebbe costata la vita a due manifestanti carlisti che auspicavano la democratizzazione del paese.

Nel frattempo, nel corso di un viaggio con Borghese in Cile nel corso del 1974, Delle Chiaie aveva conosciuto Augusto Pinochet, alla guida della giunta militare golpista del Cile dal settembre del 1973, che incontrerà di nuovo nella capitale spagnola nel 1975 durante i funerali di Franco.

Da questi contatti prende corpo la decisione di trasferirsi a Santiago, insieme ad altri esponenti e latitanti di Avanguardia Nazionale. Sarà solo il debutto di una nuova «carriera», condotta tra Cile, Costa Rica, Argentina e Bolivia che vedrà i neofascisti italiani operare a stretto contatto e per conto di alcune delle più spietate dittature della regione. Il tutto, malgrado le smentite di Delle Chiaie, probabilmente all’ombra di quel vasto piano repressivo, che comprendeva in particolare l’eliminazione fisica degli oppositori anche se riparati all’estero, denominato «Operazione Condor» e orchestrato, perlomeno a partire dalla metà degli anni Settanta, dal capo della Dina, la polizia segreta cilena, Manuel Contreras con i suoi colleghi sudamericani e sotto l’egida di Washington, come emerso negli ultimi anni anche grazie alla desecretazione di molti documenti dell’intelligence statunitense.

DOPO IL CILE, e almeno per un breve periodo l’Argentina, Delle Chiaie si sarebbe trasferito già alla fine del decennio in Bolivia dove incontrerà il criminale di guerra Klaus Barbie, noto come «il boia di Lione». Capo della Gestapo nella città francese, Barbie si era macchiato di una lunga serie di orrori, come la deportazione ad Auschwitz di una quarantina di bambini ebrei, alcuni di soli tre o quattro anni, che avevano trovato rifugio nell’edificio di un campo estivo nella località di Izieu. Nella capitale boliviana, Barbie, fuggito dall’Europa grazie alla «ratlines», aveva costituto un gruppo paramilitare composto da estremisti di destra europei che avrebbe aiutato il generale Luis García Meza Tejada a prendere il potere con un colpo di stato nel 1980 e a dare vita ad una «narco-dittatura», grazie ai proventi del traffico di cocaina. Il gruppo guidato da Barbie fu soprannominato «i fidanzati della morte». Delle Chiaie, pur smentendo nella sua autobiografia di averne fatto parte, definisce il «boia di Lione» una «persona leale e impegnata anche dal punto di vista umano».

* Fonte:Guido Caldiron, il manifesto

«Attentati a uffici, magazzini, cinema, linee ferroviarie. L’opinione pubblica, sempre scontenta e avida di tranquillità, si sarebbe indignata e avrebbe invocato l’ordine senza curarsi da quale parte sarebbe venuto». A parlare in questo modo era Pino Rauti, il giovane leader della corrente evoliana, nel corso di una riunione interna dell’Msi, a Roma, negli anni Cinquanta. A riportare le sue parole fu Giulio Salierno, all’epoca dirigente giovanile della sezione di Colle Oppio, nella sua Autobiografia di un picchiatore fascista (Einaudi, 1976).

Certo è che a partire dagli anni Sessanta i treni e le linee ferroviarie furono oggetto di un’infinità di attentati da parte del terrorismo neofascista.

36 attentati in meno di trent’anni e 4 stragi (Freccia del Sud, Italicus, Bologna e Rapido 904). I morti sono stati 121 (di cui 85 solo a Bologna), i feriti 598

TRENTO, 30 SETTEMBRE 1967

Il primo tentativo di strage fu quello compiuto il 30 settembre 1967 alla stazione di Trento, quando fu segnalata sull’Alpen Express una valigia sospetta abbandonata.

Due agenti la prelevarono e tentarono di portarla il più lontano possibile. Alle 14.44, zeppa di esplosivo, scoppiò tra le loro mani, uccidendoli. L’attentato fu addebitato al terrorismo sudtirolese.

1969, VERSO PIAZZA FONTANA

Nell’escalation degli attentati che nel 1969 portarono alla strage in piazza Fontana, un posto di rilievo ebbe la collocazione, tra l’8 e il 9 agosto 1969, su dieci treni di altrettanti pacchi esplosivi. Due fecero cilecca ma otto scoppiarono. Dodici furono i feriti, tutti in modo lieve.

Per questi episodi Franco Freda e Giovanni Ventura di Ordine nuovo, l’organizzazione fondata da Rauti, furono condannati con sentenza definitiva.

1970, DA GIOIA TAURO A VERONA

La prima strage riuscita su un treno fu quella del 22 luglio 1970, quando il direttissimo Palermo-Torino (la «Freccia del Sud») fu fatto deragliare nei pressi della stazione di Gioia Tauro. Alla fine si contarono sei morti, di cui cinque donne, e 72 feriti.

Da otto giorni era in corso la rivolta di Reggio Calabria, scoppiata il 14 luglio. La verità emerse solo 23 anni dopo, quando alcuni pentiti confessarono che la strage fu eseguita su mandato del «Comitato d’azione per Reggio capoluogo» e che a portarla a termine fu un commando neofascista.

Poche settimane dopo, il 28 agosto 1970, fu rinvenuta nella sala passeggeri della stazione ferroviaria di Verona una valigia abbandonata da cui proveniva un ticchettio di orologio. Notata da un sottufficiale della Polfer, fu portata in un luogo isolato dove esplose un’ora dopo.

1971, LA VISITA DI TITO IN ITALIA

In concomitanza con la preannunciata visita del maresciallo Tito in Italia, un grave attentato fu, invece, organizzato, il 28 marzo 1971, per colpire il treno diretto a Venezia, all’altezza di Grumolo delle Abbadesse. Settantadue centimetri di binario furono tranciati da un ordigno. Il convoglio rischiò di deragliare, salvandosi solo grazie alla sua velocità.

1974, L’«ITALICUS»

Tra il 1973 e il 1974 gli attentati sui treni furono ben 14 con una strage riuscita.

Questi gli episodi principali: il 7 aprile 1973, sulla linea Genova-Roma, con il tentativo di Nico Azzi, di Ordine nuovo, di innescare una carica esplosiva in una toilette del treno. Azzi rimase ferito dallo scoppio del detonatore e immediatamente arrestato. Il 29 gennaio 1974 a Silvi Marina, in provincia di Teramo, con l’inatteso passaggio del locomotore di un treno merci che tagliò la miccia dell’ordigno posto sui binari. Il 21 aprile 1974 a Vaiano, in provincia di Firenze, quando la strage fu, invece, evitata grazie al blocco automatico dei treni in caso di interruzione dei binari. La carica esplosiva aveva, infatti, divelto oltre mezzo metro di rotaie.

La strage si compì, invece, il 4 agosto 1974, sul treno espresso Roma-Brennero, l’«Italicus», proveniente da Firenze e diretto a Bologna, a cento metri dallo sbocco della Grande galleria dell’Appennino. Il bilancio fu di 12 morti e 44 feriti.

TRA IL 1975 E IL 1978

Si continuò ancora a colpire treni e linee ferroviarie negli anni successivi. Il 6 gennaio 1975 a Terontola, quando 55 centimetri di rotaia furono divelti da una carica di polvere da mina.

Il 12 aprile 1975, all’altezza di Incisa Val D’Arno, quando un ordigno fece, invece, sollevare quaranta centimetri di rotaia.

Il 6 febbraio 1977, in compenso, la polizia disinnescò alla stazione Tiburtina di Roma sette candelotti di dinamite sull’espresso Napoli-Milano.

Il 5 settembre 1978, infine, cinque chili di esplosivo, tra le stazioni di Vaiano e Vernio, avrebbero dovuto scoppiare sotto la motrice dell’espresso «Conca d’oro», che viaggiava da Milano a Palermo. Rimasero feriti i macchinisti di un treno che passò al momento dell’esplosione.

85 morti e 200 feriti, alla stazione di Bologna la strage più sanguinosa della Repubblica italiana

1980, LA STRAGE DI BOLOGNA

Quella del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna fu la strage non solo più importante sulle linee ferroviarie ma la più grave e sanguinosa nella storia della Repubblica. Alle 10.25 la terribile esplosione. Crollava un’intera ala della stazione, affollatissima per le grandi partenze estive, che a seguito della potenza micidiale dell’ordigno, prima si sollevava e poi ricadeva su se stessa. Il treno Ancona-Basilea, in sosta sul primo binario, veniva investito in pieno dall’onda d’urto.

Tra le lamiere fuse e contorte venivano estratti i corpi di decine e decine di persone. Settantacinque le vittime subito recuperate. Altre dieci moriranno nei giorni successivi. Alla fine si conteranno 85 morti, 74 italiani e 11 stranieri, e 200 feriti.

È attualmente in corso dal 21 marzo 2018 un nuovo processo nei confronti di Gilberto Cavallini, ex Nuclei armati rivoluzionari (Nar), accusato di concorso per aver fornito supporti e nascondigli per la latitanza di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, tutti e tre condannati in via definitiva per la strage, i primi due all’ergastolo e il terzo, minorenne all’epoca, a 30 anni.

1981 E ANCORA DOPO

Non finì ancora. Il 12 febbraio 1981, otto mesi dopo, ben cinque kg di esplosivo furono rinvenuti sulla linea ferroviaria di Venezia, allo snodo di Porto Marghera. L’innesco non aveva funzionato.

Mentre il 9 settembre 1983, il treno 571 Milano-Palermo, mille passeggeri a bordo, in transito sul viadotto alto cinquanta metri del fiume Bisenzio, venne investito da un’esplosione, mentre incrociava un altro treno. Se l’atto terroristico avesse avuto pieno successo i morti si sarebbero contati a centinaia.

IL TRATTO AREZZO-BOLOGNA

Complessivamente sul solo tratto Arezzo-Bologna di 120 chilometri, ben otto furono i tentativi falliti e tre le stragi riuscite: il 4 agosto 1974 sul treno «Italicus», il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna e il 23 dicembre 1984, sul«Rapido 904», all’interno della Grande galleria dell’Appennino. Fu l’ultima, con 16 morti e 267 feriti.

I LEGAMI CON COSA NOSTRA

Con essa si apriva un’altra stagione con l’avvio da parte di Cosa nostra di un’azione offensiva nei confronti dello Stato, che porterà alle stragi di Capaci, via D’Amelio e alle bombe del 1993.

La continuità era data dall’impiego di uomini e mezzi provenienti dall’eversione nera. Ne fa fede la condanna nel processo stralcio per la strage del «Rapido 904» del parlamentare missino Massimo Abbatangelo. Non fu condannato per la strage ma per aver detenuto e fornito esplosivi ai clan camorristici.

Dalle indagini risultò anche che l’esplosivo usato per la strage di via D’Amelio fosse dello stesso tipo di quello del 23 dicembre 1984, mai utilizzato in precedenza da Cosa nostra.

* Fonte: Saverio Ferrari, IL MANIFESTO

Mezzo secolo ci separa, ormai, dalla madre di tutte le stragi e dalle ingiustizie che ha portato con sé. Il 12 dicembre del 1969 una bomba esplode nella Banca nazionale dell’agricoltura, in Piazza Fontana, a Milano: muoiono 17 persone, 88 sono i feriti.

È LA PRIMA grande strage di una stagione che intorbidirà, di sangue e non solo, almeno un quindicennio di storia nazionale. Cinquant’anni dopo, ci ritorna Paolo Brogi, con il suo Pinelli, l’innocente che cadde giù (Castelvecchi, pp. 152, euro 17,50).

Lo guardo è obliquo, ma l’osservazione è generale. Brogi sceglie un punto di vista e una vicenda specifica per tornare a raccontare la storia infinita di quella che fu icasticamente definita la «strage di Stato»: la morte di Giuseppe Pinelli, precipitato dal quarto piano della Questura di Milano, la notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969, quando era in stato di fermo perché «gravemente indiziato» di essere partecipe dell’attentato.

MA DALLA MORTE di Pinelli, lo sguardo subito si allarga alle cause della impunità della strage. Nella minuziosa ricostruzione delle carte e delle testimonianze sulla morte dell’anarchico milanese, si affacciano fin da subito azioni e attori dei depistaggi che hanno lasciato la strage orfana di responsabilità penali e politiche. All’indomani della strage («la sera stessa», dice beffardamente qualcuno di loro), la Questura di Milano era occupata dagli agenti dell’ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno.

EPPURE, nelle indagini sulla morte di Pinelli, la loro presenza non è neanche registrata. Si muovono come ombre in quelle stesse stanze in cui decine di fermati vengono trattenuti e interrogati. Fantasmi che torneranno alla luce solo negli ultimi svolgimenti delle indagini su Piazza Fontana e dintorni, ma mai messi in relazione a quelle ore in cui «l’innocente cadde giù». Eppure, gli uomini degli Affari riservati non furono estranei alla pista anarchica, al grande depistaggio che vide vittime prima Pinelli e poi Pietro Valpreda, a lungo il nemico perfetto cui attribuire le responsabilità di una strage che invece era stata voluta, eseguita e coperta a destra, da gruppi neofascisti e apparati deviati. Anzi, ne furono gli attori più solerti e consapevoli. Ma in quelle ore, era come se non ci fossero.

IL LAVORO di Brogi si avvale, in particolare, della desecretazione di documenti riservati fino alla direttiva Renzi del 2014. Tra le altre cose, dalla seconda inchiesta sulla morte di Pinelli – quella svolta da Gerardo D’Ambrosio e che si concluderà con la fantasiosa tesi del «malore attivo», che avrebbe fatto cadere Pinelli dall’altra parte della finestra, nella stanza in cui si trovava al termine della lettura del verbale dell’interrogatorio – emerge un graffio su un dito di una mano del brigadiere Panessa, il più prossimo a Pinelli nel momento del «malore attivo», di cui egli stesso si era dimenticato per due anni e della cui rilevanza, comunque, nessuno gli ha mai chiesto conto.

BUCHI, incongruenze, incoerenze che hanno segnato i due iter giudiziari, quello per la responsabilità della strage e quello per la morte di Pinelli.

IL RACCONTO di Brogi si avvale, infine, delle testimonianze delle figlie di Pinelli, Claudia e Silvia, che all’epoca avevano 8 e 9 anni e che si porteranno dietro per tutta la vita, non solo l’improvvisa e inspiegata perdita del padre, ma anche l’essere state sue figlie, motivo di curiosità e di solidarietà nelle scuole e nella Milano degli Settanta, responsabilità di una memoria da quando la madre Licia ne ha passato loro il testimone.
«In questi anni – scrive Claudia al padre – ci sei sempre stato e hai permesso incontri, sguardi, condivisioni … Molta strada è ancora da percorrere… ma resisteremo a queste ondate di xenofobia e razzismo… e continueremo a credere che un mondo nuovo… è possibile».

* Fonte: Stefano Anastasia, IL MANIFESTO

SCAFFALE. «La morte a Brescia. 28 maggio 1974» di Paolo Barbieri per Red Star Press

Esce ora nella ricorrenza del 45/mo anniversario della strage di Piazza della Loggia (otto morti e più di cento feriti) La morte a Brescia. 28 maggio 1974: storia di una strage fascista di Paolo Barbieri (Red Star Press, pp. 128, euro 14). Lo stesso autore, all’epoca diciottenne, era su quella piazza al momento dello scoppio della bomba. Non fu investito dall’esplosione per una pura casualità, o come scrive, per «destino o fortuna».
A causa della pioggia battente si era rifugiato sotto i portici proprio dove pochi minuti dopo deflagrò l’ordigno collocato in un cestino porta rifiuti. Chiamato da un amico si era spostato rimanendo incolume. Nella sua memoria indelebili sono rimasti la visione del sangue e dei corpi straziati riversi a terra, gli attimi concitati del deflusso dei manifestanti, la paura, anche di un possibile golpe, il presidio successivo delle sedi del sindacato e dei partiti, l’immensa folla del giorno dei funerali con i fischi alle autorità politiche.

MA NON È UN LIBRO solo di ricordi. Tutt’altro. Si ricostruiscono, infatti, le tappe che avevano preceduto la strage con lo stillicidio delle azioni violente e degli attentati, in particolare quello del 20 maggio, quando un giovane neofascista, Silvio Ferrari, era saltato per aria in Piazza del Mercato con la sua motoretta con la quale trasportava un potente ordigno per un attentato. Un episodio che aveva spinto i sindacati e il Comitato unitario antifascista a indire la manifestazione del 28 maggio. Uno sciopero generale della città «contro ogni trama fascista».
La strage di Brescia fu la «più politica di tutte le stragi» messe a segno in quegli anni. Non si volle colpire «nel mucchio» in modo indiscriminato per scatenare il panico e suscitare una richiesta d’ordine, così come era accaduto per Piazza Fontana. L’intento era di «uccidere proprio quei cittadini». Come scrisse il giudice Gian Paolo Zorzi: «convenuti per manifestare la loro protesta nei confronti dei ripetuti atti terroristici di sicura marca neofascista».

La città, una ricca città di provincia, governata da sempre dalla Democrazia cristiana, stava vivendo una sua mutazione con l’ascesa dei «tondinari arricchiti» che rompevano con la tradizionale borghesia cattolica con radici antifasciste. Una frattura che aveva portato alcuni imprenditori a finanziare le organizzazioni nazifasciste in chiave antioperaia.
La lunghissima vicenda giudiziaria, ripercorsa minuziosamente da Paolo Barbieri, giornalista professionista per moltissimi anni all’Agenzia Ansa di Milano, si è conclusa in Cassazione il 20 giugno 2017 con la condanna all’ergastolo di due esponenti di Ordine nuovo, l’organizzazione nazifascista fondata da Pino Rauti: Maurizio Tramonte, al contempo informatore del Sid (il Servizio informazioni difesa) con il nome in codice di «Tritone», e Carlo Maria Maggi, il «reggente» nel Triveneto.

AMBEDUE avevano partecipato la sera del 25 maggio alla riunione ad Abano Terme tenutasi in preparazione della strage. Da qui la presenza dello stesso Tramonte in Piazza della Loggia la mattina del 28 maggio 1974. Presenza confermata da una foto scattata pochi istanti dopo l’esplosione. Il Sid coprì Tramonte e Maggi, pur sapendo dei loro progetti criminali e nulla fece per impedire la strage. I depistaggi furono una costante. Paolo Barbieri giustamente parla di una strage da ricondurre a quel «partito del golpe», presente nei vertici militari e in settori della classe dirigente politica, che operò in quegli anni per scardinare la democrazia nata dalla Resistenza.
Maurizio Tramonte è in carcere mentre Carlo Maria Maggi è deceduto il dicembre scorso. Ma non è stata ancora messa la parola fine. Due sono, infatti, gli stralci di indagine ancora aperti. Uno dalla Procura dei minori in cui si fa il nome di un altro ordinovista, Marco Toffaloni, un veronese all’epoca minorenne, ora in Svizzera con un’altra identità. L’altro riguarderebbe invece un notissimo dirigente sempre di Ordine nuovo. Entrambe le piste porterebbero nuovamente in Veneto e sarebbero compatibili con la sentenza emessa.

* Fonte: Saverio Ferrari, IL MANIFESTO

Ustica 27 giugno 1980 . Ci manca l’ultimo pezzo di verità da conquistare, il più importante credo, per la dignità stessa del nostro Paese: identificare l’ aereo militare, considerazioni ci portano a Francia o Usa, che materialmente ha abbattuto l’aereo civile

Ricordiamo il 38 esimo Anniversario della Strage di Ustica, ricordiamo quel 27 giugno 1980 per onorare la memoria dei nostri cari, 81 innocenti cittadini italiani. Oggi , dopo la Sentenza ordinanza del giudice Priore sappiamo molto su quanto avvenuto quella notte del 1980: il DC9 dell’Itavia è stato «abbattuto all’interno di un episodio di guerra aerea…» , e sappiamo, per un contributo specifico della Nato che ha permesso di superare i silenzi italiani, che quella notte nel cielo vi erano aerei militari americani, francesi, inglesi, belgi e alcuni aerei non identificati, forse libici. È dunque in questo scenario di guerra che è avvenuto l’abbattimento di un aereo civile in tempo di pace.

Un convegno di prestigiosi storici organizzato dall’Associazione nel 2015, ha messo in evidenza una situazione geo-politica nel Mediterraneo con tensioni fortissime, sempre sull’orlo di degenerare, tra Francia e Libia, tra Usa e Libia. Con un ruolo tutto particolare dell’Italia. Francesco Cossiga, con dichiarazioni rese nel 2008 anche dinanzi ai Giudici, ha rivelato che l’Ammiraglio Fulvio Martini, Capo del Sismi, gli aveva indicato, negli anni ‘80, nei francesi gli autori dell’abbattimento del DC9 per un agguato a Gheddafi. Per queste dichiarazioni la Procura della Repubblica di Roma ha riaperto l’indagine.
Recentemente abbiamo avute testimonianze di personale americano della Saratoga circa un intervento per abbattere due Mig libici nei nostri cieli, (compito eseguito) e quindi nuove rogatorie sono state inoltrate dai Magistrati italiani nei confronti degli Usa.

Questo è quanto sappiamo a 38 anni di distanza e tante sono ancora le sollecitazioni per chiedere un fattivo impegno della nostra Magistratura che però deve essere supportata da vero impegno del Governo in campo diplomatico. Intanto in questi giorni una Sentenza della Cassazione, per una causa intentata dall’Itavia, (compagnia che era stata portata al fallimento dalla tesi del cedimento strutturale sostenuta dai Militari per coprire le vere cause del disastro) ha condannato i Ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire la Compagnia . Una Sentenza che fa seguito a molte altre, per vertenze intentate da parenti delle vittime, che vedono tutte la condanna del Ministero dei Trasporti per non aver garantito la sicurezza del volo e del Ministero della Difesa, per avere in ogni modo ostacolato, con distruzione di prove, depistaggi vari, il raggiungimento della verità, di questa agghiacciante e vergognosa verità.

In troppi hanno tradito, in troppi hanno taciuto, in troppi hanno finto di non vedere! E la Cassazione lo sta definitivamente confermando.

Nonostante tutto questo, proprio per cercare di approfittare dell’attenzione per l’anniversario, viene riesumata l’ipotesi bomba, come fosse ancora l’ora dei dibattiti, delle opinioni; bomba peraltro che si vuol fare sostenere da una perizia che però è già stata scartata, già nella fase istruttoria. Proprio da quei magistrati che l’avevano commissionata. Dunque un’operazione vera e proprio di depistaggio che va fortemente denunciata particolarmente da quando il reato di depistaggio è stato introdotto nel nostro codice penale.

Ci manca ora l’ultimo pezzo di verità da conquistare, il più importante credo, per la dignità stessa del nostro Paese: identificare l’ aereo militare, considerazioni ci portano a Francia o Usa, che materialmente ha abbattuto l’aereo civile. Elementi decisivi vanno certamente cercati con appropriate rogatorie internazionali, ma bisogna fare ogni sforzo di ricerca anche in Italia.  Per questo mi sento di tornare anche quest’anno alla denuncia del grande fallimento della direttiva Renzi sulla documentazione delle Amministrazioni dello Stato e all’invito al nuovo Governo per una particolare attenzione ai temi legati al versamento di ogni documentazioni sulle Stragi.
Per la verità sulla Strage di Ustica serve qualcosa in più, serve una forte volontà politica, serve la volontà di chi pretende di non essere trattato da suddito, di chi pretende di non accettare di essere cittadino in un Paese che non sa difendere la propria dignità.

FONTE: Daria Bonfietti, IL MANIFESTO

photo: I, Ghedolo [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html), CC-BY-SA-3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/) o CC BY-SA 2.5 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5)], da Wikimedia Commons

La Sentenza definitiva della Cassazione che condanna i ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire l’Itavia, compagnia del DC9 precipitato a Ustica ha intanto un grande valore morale perché riconosce dignità ad una impresa privata e dà giustizia ad un imprenditore – Aldo Davanzali- che era stato perfino denunciato dal procuratore di Roma Giorgio Santacroce perché aveva difeso la sua società e sostenuto, nel 1980, la tesi del missile.

Ma su questa sentenza vanno, a mio parere, aperte alcune riflessioni: la più immediata deve portare a chiedere ai ministeri, ritenuti per l’ennesima volta colpevoli, perché ostinarsi in ricorsi che vengono immancabilmente rigettati invece di aprire una riflessione seria, un chiedere conto, a chi, militare in servizio, ha messo in atto tutti i comportamenti che portano alle condanne. E sono comportamenti già portati alla luce dalla sentenza ordinanza del giudice Priore, per capirci tutti i reati individuati e, non solo ai vertici, ma in tutte le strutture periferiche.

Ma per ritornare al cuore della vicenda Ustica, che la sentenza civile inquadra, la società Itavia è portata al fallimento perché l’unica causa dell’incidente, della caduta del DC9, che viene “accreditata”, è quella del cedimento strutturale, in ogni modo suggerita dall’Aeronautica. E allora oggi, lette tutte le documentazioni della sentenza ordinanza di Priore, “avvicinatisi” alla pur parziale documentazione resa disponibile con la Direttiva Renzi si può raccontare la situazione subito dopo la tragica notte del 27 giugno: era immediatamente disponibile un tracciato radar che doveva almeno far “sospettare” un attacco in cielo al DC9 Itavia, e infatti fu subito fatto circolare manomesso. E inoltre, nei momenti antecedenti alla tragedia gli avieri in servizio avevano espresso preoccupazione per gli aerei militari che circolavano nell’aerea.

Erano a disposizione fin da subito la documentazione sullo “stato di salute” del velivolo, appena accuratamente revisionato. Quindi un velivolo totalmente sano, attorno al quale vi sono inquietanti segni di presenze aeree se non addirittura di attacchi e che poi ci mostra al suolo, nei relitti, segni di impatto violento. Ma nonostante tutto questo si parla di cedimento strutturale. Ripartiamo oggi dalle considerazioni che si trovano già nelle relazioni della Commissione Stragi del Senatore Gualtieri; la scelta del cedimento strutturale, voluta dall’aeronautica è quella che affossa la verità. È nascondersi dietro la facile ovvietà che gli aerei cadono. Ma ben diversa sarebbe stata la strada per la verità se si fosse subito informato il governo, la magistratura, l’opinione pubblica che si poteva trattare di un duello aereo, o anche di una esplosione. Ben altra strada, ben altro vigore avrebbero segnato le indagini!

Oggi rendiamo onore all’Itavia, al suo presidente Davanzali, ma continuiamo a denunciare che la verità è stata artamente ostacolata e pretendiamo comportamenti adeguati dal governo e dai ministeri condannati.

FONTE: Daria Bonfietti, IL MANIFESTO

photo: I, Ghedolo [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html), CC-BY-SA-3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/) o CC BY-SA 2.5 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5)], da Wikimedia Commons

Brescia, piazza della Loggia, 28 maggio 1974. Un’altra bomba fascista. Un’altra strage: otto morti e 102 feriti.
«Sono nato due anni dopo l’attentato. Tuttavia ricordo bene che mio padre mi portava fin da piccolo al cospetto della terrificante colonna in cui esplose il cestino. Mi raccontava qualcosa di terribile e leggeva nomi e cognomi di quelli che pensavo fossero nostri strani parenti. La strage di piazza Loggia è tornata a galla, quando per quattro anni ho studiato le vite rimosse delle vittime e scoperto una consanguineità, personale e politica. Ora sento che comunque, forse, sì, lo sono proprio nostri parenti», racconta lo scrittore bresciano Marco Archetti.

Si era affacciato nel 2004 come “intemperante” della nuova narrativa di MeridianoZero con il romanzo Lola Motel. Feltrinelli ha pubblicato i successivi titoli, mentre nel 2015 sono usciti I giorni non si scavalcano ispirato dal pugile Leonard Bundu e Effetto farfalla, autobiografia della ginnasta campionessa del mondo Vanessa Ferrari.
Archetti è l’autore di Una specie di vento (Chiarelettere, pagine 183, euro 16) che in modo originale ritorna in piazza della Loggia. Il debutto pubblico del libro a Brescia – con il presidente della Casa della memoria Manlio Milani, la psicoterapeuta Adelaide Baldo e le letture di Fausto Cabra e Monica Ceccardi – ha registrato un sintomatico successo di pubblico nel Teatro Santa Chiara.

Operazione tutt’altro che semplice scrivere dell’attentato alla manifestazione unitaria antifascista dopo più di 40 anni. Giusto?
Implicitamente, Milani mi aveva tracciato il sentiero: far rinascere la città con una memoria viva. Brescia ci è riuscita e deve andarne fiera. Per me, è stato difficilissimo dar voce letteraria a otto storie diverse. Ma la scrittura era sempre assediata da infinite domande, non solo sul sentirsi sul serio adeguato a un’operazione di questa portata, ma anche sullo scarto irrimediabile con le vittime “conosciute” soltanto di riflesso. Tutto comincia con il Corriere della Sera che mi commissiona otto articoli, in occasione dell’anniversario nel 2014. Così ho potuto incontrare congiunti, amici e conoscenti delle otto vittime. Per alcuni di loro era addirittura la prima volta che parlavano, alla fine di decenni di dolore infinito.

Storie vive cancellate dalla bomba. A chi appartengono? Cosa ci lega ancora all’eco di quelle otto personalità?
Sono otto vite esemplari dell’epoca. Tra l’altro, alcuni di loro avevano fondato la Cgil Scuola di Brescia perché al di là delle differenze politiche volevano tutelare finalmente la dignità dell’insegnamento. Tutti e otto, in piazza, affermavano con forza l’opzione democratica e civile. La storia di Vittorio Zambarda, che davvero spezza l’anima, non era ancora affiorata nella sua potenza da tragedia greca. Prima contadino, poi cantiniere, subisce la Repubblica di Salò e nel 1945 sposa Edera Tei. Nascono Bernardo e poi Piera. Ma otto giorni dopo il secondo parto, Edera a 30 anni si spegne dentro il suo buio. Ma Vittorio ogni due settimane andrà a trovarla, sempre, per vent’anni negli ospedali psichiatrici. Zambarda, “l’avvocato” per l’instancabile eloquio, nel dopoguerra era stato il segretario della sezione Pci di Campoverde. Il 28 maggio voleva perfezionare la pratica della pensione da manovale edile, ma gli uffici erano chiusi per lo sciopero a sostegno della manifestazione antifascista. Così Zambarda si ferma in piazza della Loggia: piove, non ha l’ombrello e si ripara nel portico. La bomba lo ferisce: perde una falange della mano e ha una gamba piena di schegge. Peggiora, ha un’embolia e muore il 16 giugno. La moglie Edera, mai autosufficiente, invece morirà in casa di riposo nel 1993 a Salò.

E gli altri?
Rispecchiano la piazza tutt’altro che monolitica. Quel giorno erano insieme sindacalisti, iscritti alla Dc, Pri o Pli, Radicali, militanti del Pci, accanto all’allora sinistra extraparlamentare. Così le storie delle otto vittime restituiscono la diversità anagrafica, intellettuale e politica. Si va dal 25enne Luigi Pinto emigrato da Foggia per insegnare in Veneto e quindi a Brescia, fino a Giulietta Bandi, 35 anni, insegnante di francese, che fa riferimento all’area dell’Autonomia Operaia e ha sposato un esponente della famiglia Bazoli. Oppure la giovane coppia di sposi Alberto Trebeschi e Clementina Calzari.

Com’è costruito, dal punto di vista non solo letterario, «Una specie di vento»? Cosa spunta dalle pieghe nei faldoni giudiziari?
Ho affidato a Redento Peroni la voce narrante di questa sorta di “Spoon River”, mentre le otto vittime parlano in prima persona. Lui è il sopravvissuto di piazza della Loggia grazie ad una significativa, fortuita, quasi incredibile circostanza. Redento è figlio di gente vessata dal fascismo: manifesta convinto. Mette di continuo la testa fuori e dentro il porticato. Finché Bartolomeo Talenti, operaio di 56 anni, non gli “ordina” di ripararsi dalla pioggia. Un passo indietro che gli salva la vita, anche se avrà poi un costante fischio nell’orecchio e soffrirà di insonnia e angoscia. Nel libro racconta quella giornata e tiene insieme le voci delle vittime fino all’ultimo capitolo. Va anche detto che Peroni aveva individuato in piazza uno strano e anomalo personaggio: «Pantaloni Carota» in base all’abbigliamento, segnalato agli inquirenti nelle prime indagini. Addirittura fu identificato, sottoposto a un confronto all’americana e riconosciuto da Peroni. Ma «Pantaloni Carota» esibirà un alibi, confermato dalla vicina: era a casa con la febbre. Così esce per sempre dalla storia processuale. E a noi resta la rabbia del dubbio…

Di tutta questa memoria di Brescia cosa “passa” nelle nuove generazioni?
Prima, però, voglio confessare che temevo il giudizio dei familiari e degli amici delle vittime e dei sopravvissuti. Per loro, le parole sono ancora carne, coscienza, dolore. Ma Redento, uomo di poche parole, nel teatro gremito mi ha guardato e detto: «Bene!». Insomma, la città non smette di ricordare piazza della Loggia. I giovani di oggi hanno la stessa distanza temporale dall’11 settembre di quella che potevo avere io dalla strage del 1974. Comunque, giro da tempo le scuole superiori e parlo molto con loro. Credo di poter affermare che, nonostante tutto, i giovani sanno “vedere” il dolore. E, quanto meno, dimostrano consapevolezza sul fatto che non bisogna cedere alle pulsioni nichiliste. Capisco bene che per le nuove generazioni terrorismo sia sinonimo di aerei che si schiantano sulle torri gemelle, mentre il Novecento sembra sfumare dentro i manuali scolastici. Ma quella del libro è storia ancora viva, come nella Casa della memoria. Se non altro, perché è ancora più assurdo aver spento otto vite con una bomba nascosta dentro un cestino il giorno della manifestazione unitaria, democratica e pacifica.

FONTE: Ernesto Milanesi, IL MANIFESTO

photo: Di ignoto – http://www.corriere.it/foto-gallery/cronache/14_maggio_26/fotogallery-brescia-40-anni-fa-strage-piazza-loggia-69884d7a-e4ef-11e3-8e3e-8f5de4ddd12f.shtml, Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4987489

«La sera lanciammo i caccia, completamente armati. E al loro ritorno sulla nave notammo che non avevano più l’armamento: un fatto che non si poteva nascondere a 5000 uomini. Il capitano Flatley, attraverso gli altoparlanti, ci informò poi che durante le nostre operazioni di volo, due Mig libici ci erano venuti incontro in assetto aggressivo e avevamo dovuto abbatterli. Questo ci disse all’epoca e questo ho creduto per tanti anni». E’ uno dei passaggi clou dell’intervista fatta da Andrea Purgatori, che andrà in onda questa sera su La7, a B.S., aiuto nocchiere con compiti di assistenza in coperta, imbarcato sulla portaerei Saratoga il 27 giugno 1980, la sera in cui un aereo civile italiano con 81 persone a bordo sparì dai radar prima di raggiungere la destinazione a Palermo. E’ la strage di Ustica, insomma, l’avvenimento su cui il marinaio contribuisce ad aprire uno squarcio di verità.

SONO PASSATI più di 37 anni da quella notte, sono stati istruiti e dibattuti un processo penale e diversi processi civili, le cui sentenze pur offrendo parziali risarcimenti ai familiari non sono comunque mai riuscite a dare una versione definitiva dei fatti: che cosa è realmente successo, chi era coinvolto, chi materialmente è responsabile della morte di 81 cittadini italiani, chi ha coperto, occultato, nascosto la verità? E’ tuttora in corso un’inchiesta della procura di Roma, un’inchiesta che stenta a decollare anche per l’assenza di testimoni diretti.
Ed ecco allora che B.S., aiuto nocchiere ormai in pensione rompe gli indugi – lui dice esplicitamente di avere avuto finora paura ad esporsi – e racconta la sua versione, che è poi il racconto di quello che ha visto accadere allora, di ciò che gli venne proposto come spiegazione e di come ha ricollegato una serie di episodi fino al momento in cui ha deciso di farsi avanti.

PER COLLOCARE in modo corretto la testimonianza, bisogna tornare brevemente al contesto e ai giorni precedenti la strage.
Mentre era in corso la crisi iraniana, con il personale dell’ambasciata Usa nelle mani dei komeinisti, l’inquilino di Tripoli era riuscito ad alzare il livello di ostilità nei suoi confronti da parte di mezzo occidente e un quarto della costa africana. Lui era infastidito con l’Italia che dava ospitalità ai suoi oppositori, la Francia era infastidita con lui che gli aveva sottratto il potere di influenza sul Ciad, e lui guardava di storto gli egiziani che avevano accettato una sorta di appoggio esterno militare americano attraverso un’operazione chiamata Proud Phantom che avrebbe portato uno stormo di F4 con tutta l’assistenza loro necessaria all’aeroporto del Cairo. L’operazione, fra l’altro, cominciò con lunghi trasferimenti di materiale aereo dagli Usa e dalle basi tedesche esattamente il 20 giugno 1980.

La tensione fra Gheddafi e i suoi avversari, in primis gli americani, era alle stelle.
Quanto agli italiani, come al solito giocavano una partita doppia. Come diceva Andreotti, «avevamo la moglie americana e l’amante libica». Malta, infine, in quel momento «occupata» dai libici e protetta dai sovietici stava trattando per trovare un protettore occidentale.In questi giorni di conflitto latente, accadono i fatti di Ustica.

IL 27 GIUGNO, un venerdì, il volo Bologna-Palermo dell’Itavia decolla dal capoluogo emiliano con molto ritardo, segue scrupolosamente la rotta che gli viene indicata dal controllo radar, supera Roma e, quando ormai dovrebbe avere iniziato la discesa verso l’aeroporto di arrivo, perde il contatto.
Il punto di tutta l’inchiesta successiva è sempre stato il medesimo: nel cielo intorno al Dc9 e sul mare sottostante, erano per caso in corso esercitazioni o missioni militari in cui l’aereo potrebbe essere stato la vittima non voluta?

Questo per la semplice ragione che, recuperato il relitto, non si sono trovate tracce di esplosione interna e la scatola nera recuperata non indica cause strutturali per la caduta del jet.
Il secondo punto è che tutti gli interessati (per semplicità: gli italiani, gli americani e i francesi) hanno sempre negato la loro presenza in zona. Tutti.
Risparmiando (in particolare ai più giovani che della vicenda conoscono poco) le ricostruzioni a questo punto superflue, eccoci al punto terzo.

L’aiuto nocchiere in servizio sulla Saratoga ricorda che, a fine giugno, la portaerei partì improvvisamente dalla rada di Napoli per «andare a provocare» Gheddafi e che navigarono proprio nell’area in questione. Si trattò di un’esercitazione in piena regola. Erano decollati i Phantom e altri caccia dal suo ponte mobile, erano stati mandati su i velivoli di supporto, il tutto sotto la guida di un aereo radar oltre che dei suoi stessi occhi elettronici. A tornare “scarichi” – senza armi – sono un paio di Phantom. A distanza, ma comunque presenti, anche una nave inglese e una portaerei francese.
E’ il riassunto del racconto di B.S. i cui dettagli ascolterete questa sera su Atlantide. Un riassunto che contraddice la versione ufficiale più volte ripetuta.

LA US NAVY e la capitaneria di porto di Napoli hanno sempre sostenuto che la Saratoga era rimasta in rada dal 23 giugno al 25 luglio. Le foto di nozze con lo sfondo del golfo recuperate dall’inchiesta del primo processo mostrano la sagoma della portaerei fino alle 18,30 del 27 giugno e dalle 13 del 28 giugno. Nel buco orario (la gente si sposa quando ne ha voglia), i fatti raccontati da B.S. possono tranquillamente trovare spazio.
C’è di più. Ci sono le frenetiche telefonate fra controllori di volo civili e militari nelle ore successive alla scomparsa del Dc9 Itavia che parlano in continuazione di Phantom americani e dell’urgenza di contattare l’addetto militare dell’ambasciata Usa o gli ufficiali Usa presenti nella base di Sigonella. E’ stato effettivamente stabilito che un Awacs americano era in volo quella notte.

Ci sono, non ultimi, i registri di bordo della Saratoga ritoccati, ovvero riscritti da una medesima mano proprio nelle 24 ore a cavallo dell’incidente. Un fatto che B.S. giudica impensabile: non si riscrivono i registri.
A meno di trovarsi di fronte a una cover up…

SALTARE ALLE CONCLUSIONI è impossibile. Ma di sicuro c’è materiale a sufficienza perché qualcuno, dalla procura di Roma o dal governo, si dia una mossa perché la copertura sia tolta. Chiunque sia stato a sparare al Dc9 o a provocarne la caduta per (mancata) collisione.

FONTE: Daria Lucca, IL MANIFESTO

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