Il tempo d’ogni cosa

Il corteo è un movimento d’onda e passa, acqua libera e sregolata, tra le strade di Roma. Il flusso dei partecipanti è incomprimibile e procede seguendo il disegno della città . Sàallunga sul percorso che taglia il rione Monti giù dallàEsquilino. Sàespande negli slarghi, torna a comprimersi nei passaggi stretti e, agli intoppi, càè chi prende torrenti laterali infilandosi per la Suburra. Alla fine del vialone dei Fori il fronte sàallarga e copre intero il diametro della piazza, i suoi bordi di confine, l’area incarcata di sampietrini e asfalto. Anomala e repubblicana, irrapresentabile e imprevedibile, l’onda blocca il traffico e condiziona la corsa ai commerci ma restituisce alla metropoli il tempo pieno del conflitto, l’uso pubblico degli spazi, la percezione d’una socialità  ricca e sorridente, affrancata dai professionisti della paura e della crisi. Multiforme e varia la sua composizione. Ho un’idea/ ho un’idea disse Enea/ e prese la parola in assemblea… I bambini della Iqbal Masih cantano note rap mentre un camion manda ritmi di surf: Mai quest`onda mai mi affonderà / gli squali non mi avranno mai…/ Mai quest`onda mai mi affonderà …/ Sha la la la la Sha la la la la la… Una pennellata di vernice rossa sul muro azzarda dichiarazioni d’indipendenza. Non ci rappresenta nessuno, Roma Libera, Noi non abbiamo paura, Questa crisi non la paghiamo. A Ponte Garibaldi sotto le arcate è gonfia la piena del tevere e squarcia qualche chiatta mal parcheggiata per passare poi oltre, incompiuta e minacciosa. Sul posto càè chi al megafono fa il nome di Giorgiana Masi e, sotto lo sguardo del Belli, sfila uno striscione che parla di Alexis, quindicenne e anarchico, ucciso dalla polizia nel quartiere ateniese di Exarchia. Ma non càè tensione in giro e nessun volto di ragazzo ha rabbia e fuoco negli occhi. Questa volta è così. Questàonda romana non è mossa da furore. Questa volta è così. I timori d’un settantasette lontano e gli incubi del secolo passato, le corde sconnesse del risentimento con i toni oscuri degli avvisi minacciosi sono altri ad evocarli. Un presidente emerito ce làha su con le maestre che portano gli alunni in piazza e intervistato, in triste solitudine, immagina negozi devastati, macchine in fiamme, agenti provocatori pronti a tutto affinché di nuovo sulle città  sàintenda il suono delle sirene delle ambulanze a sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Ma questo, ormai, più che testo rubato alla cronaca d’un quotidiano locale è un racconto d’un uomo di potere del tutto andato, in attesa da tempo, al pari dei suoi nemici, d’una amnistia mai arrivata.

Non sorprende che la nostra classe politica non possa pensare l’amnistia, 
non possa deporre i propri “cattivi ricordi”… 
Essa è condannata al risentimento… 
L’incapacità  di pensare che sembra oggi affliggere la classe politica italiana 
e, con essa, l’intero paese, dipende anche dalla maligna congiunzione 
di una cattiva dimenticanza e di una cattiva memoria… 
(Giorgio Agamben – Cattive Memorie 
da il Manifesto del 23 12 1997)

.. non ho più le mani impure, sporche di sangue, 
si sono deterse al contatto degli uomini 
che mi hanno ospitato nelle loro case 
o incontrato per strada, nella mia corsa 
per la terra e per il mare, inseguendo 
le profezie di salvezza del mio dio, e ora 
sono qui, davanti alla tua chiesa, Atena… 
(Eschilo – L’Orestiade 
nella scrittura di Pier Paolo Pasolini)

Per ogni cosa càè il suo momento, 
il suo tempo per ogni faccenda sotto il sole 
…. 
Un tempo per piangere e un tempo per ridere, 
un tempo per gemere e un tempo per ballare. 
(Qohelet 3,4)

Rebibbia 15 giugno 2001 
Caro Claudio questa carcerazione è quanto di più inutile e alienante uno possa immaginare. Niente a che vedere con l’altra. Sono circondato dai Tatuati Mutanti una sorta d’evoluzione di quelle creature del demonio che facevano ingarellare di brutto uno come Francone. Pensa che me lo sono rivisto in sonno giusto l’altra notte. Eravamo tutti e due nella rotonda per cercare di parlare con qualche appuntato ma ci passavano tutti davanti dicendo che era una questione di un attimo che càavevano la domandina per il pacco e che superiore di sopra o superiore di sotto càho il colloquio càho da correà càho da fa e.. hai capito nàhai capito nun poi capì! Allora tàho proprio rivisto il ciccione nella sua tipica espressione da orsone ferito che cominciava a sbuffare andando avanti e indietro smadonnando come un addannato. Poi a un certo punto ti va a sbattere contro un colombiano translatino che muovendo le lunghe ciglia gli allunga la mano pittata di smalto rosso e gli fa: “ola chico que me dona una cigaretta?”. Sul puttanaeva in dialetto lombardo mi sono svegliato e mi sono messo a pensare se ho fatto la scelta giusta a restare qua al G8 invece d’andare al Penale ma mi hanno detto che lì è anche peggio. Pieno di pentiti e pedofili e mostri vari tutti insieme appassionatamente. Il fatto è che ogni posto ha le magagne sue. Quando tàho rivisto Gambatesa all’infermeria del carcere la prima cosa che mi ha detto è stata che non era più la situazione d’una volta. D’altra parte a me tanto per non sbagliare hanno dato l’art. 4 bis e mi pare tanto una bella infamata visto che il mio reato è del 78. Ma che dirti? Soà un caso anomalo io. Di più. L’anomalia ce làho nel sangue. E ogni volta che sui giornali ci scappa il solito dibattito estivo sull’anomalia degli anni settanta me lo sento tutto addosso. Anomalo il Pci, anomali i movimenti e la loro durata, anomale le bierre e atipica tutta ‘sta situazione italiana dove ogni cosa passa senza mai avvenire. Ecco io dentro tutta la caciara rimasta in eredità  dagli anni settanta sono l’anomalia più vera. Il mio anno di militanza brigatista è un’aporia totale. Soprattutto dal punto di vista delle bierre. Non ci siamo mai capiti. Càho condiviso la scelta più estrema ma glielo dicevo: Io finirò pure questo percorso, però sia chiaro che con voi non intraprenderò più nessun altro viaggio. Dentro quella liturgia da terza internazionale càazzeccavo poco. Una volta un giornalista màha pure chiesto se io ero stato comunista ed io risposi che mio padre era stato comunista, forse il Pci era stato comunista e così pure le Brigate rosse. Forse io sono stato un ribelle, uno che la rivoluzione làha cercata per conto suo, ma sento d’essere stato un’altra cosa. Oggi comunque sono una stranezza temporale e pure amministrativa. Tutto torna. L’altro giorno ne ho pure parlato con una vicedirettrice giovane carina e apparentemente così disponibile. Ho sfoderato il mio migliore accento e forte del fascino brizzolato tenebroso mi sono fatto avanti. Dopo appena tre minuti la tizia mi dice che correvo troppo. Allora gli racconto l’aneddoto di Socrate che era seduto all’ombra di un albero quando un viandante l’avvicina e gli chiede quanta strada manchi per Atene ma il maestro tentenna e dopo un poà conclude che non poteva rispondergli perché ignorava la sua andatura. La tipa invece ne ignorava un sacco di più visto che mi rimane lì muta con gli occhi a mezz’asta e poi mi gira i tacchi e mi molla là  come un coglione sul corridoio… Vabbè chiudo dicendoti che per ora spero di avere una cella singola e di trovare come far passare questo tempo morto. E sta tranquillo perché la Roma intanto vincerà  certamente sto scudetto del nuovo millennio. Ho già  dieci paste e un Chianti assicurati ma spero che il prossimo tocchi a qualche altra squadra perché, santa sfiga centocellara, è vero che quando sono dentro io la Roma vince e viceversa… 
Un abbraccio forte. Germano . 
Ps: Se becchi Riccio montagli una bicicletta.. digli pure che non è il caso che mi scriva perchè…

La bicicletta non è mai partita e la risposta màè tornata indietro bruciata da timbri al mittente e dal sole infame d’agosto. Ma la lettera mi capita spesso sotto gli occhi, tra le carte sparse della memoria, nel moto di risacca dei pensieri portati in giro. Come quando, al carcere, tàho rivisto la tipa. Volevo chiedergli di Socrate e delle breccole prese a calci sulla strada polverosa che da Maratona corre ad Atene ma ho lasciato stare. Al 165 di via Majetti nel piazzale interno, proprio dove qualche genio tàha piazzato un accrocco di scultura che pare uno schiavettone gigante col lucchetto, lei stava lì a controllare i permessi d’entrata al Nuovo Complesso. Robba di qualche periodo fa. Mi trovavo lì a svoltare un pomeriggio di gennaio assieme ad una band d’incappucciati, rapper Cor Veleno o del Colle der Fomento, che picchiettavano hip hop sul cancello metallico e tanto per scaldarsi provavano rime su Rome Zoo o City Sound mandando pure un grosso vaffanculo a quelli che sorriso a tutti denti danno la caccia ai disobbedienti. Sul posto càera movimento di persone con chitarre o altri strumenti, tutta gente chiamata lì per un concerto, ma nessuno gli sarebbe ruzzicato di scambiarlo per l’indirizzo di un Auditorium. Anche perché qui càè scritto Rebibbia e quando ti ci trovi davanti realizzi subito che è un cazzo di nome che non ti mette tranquillo. Pure a pena smaltita. Pure a distanza d’anni o, come diceva Sergio, a cotica bella che deglutita.

Quando esci dall’ultima fermata della metro quel carcere moderno non lo vedi ma te lo senti subito addosso. Donne zingare dalle gonne lunghe a mongolfiera svicolano sulle scalette e si buttano per il parco Kolbe. Un campo di calcio dedicato al prete polacco ucciso ad Auschwitz cattura il sole della giornata e riscalda l’allenamento d’una squadra di II categoria. Sui sentieri del parco donne frettolose trascinano carrelletti della spesa ingolfati di contenitori di plastica e biancheria stirata. Non è difficile immaginarne la destinazione. Sala colloqui, ufficio pacchi e metal detector con perquisa, di uno qualsiasi dei quattro Istituti di Pena targati Rebibbia. Eà l’area penale più grande d’Italia e ha preso nome, forse, da quella torre che si sgama tozza a via Galbani e che, tanto per cambiare, qualcuno tàaveva piantata lì a guardia delle terre dei baroni. 
La borgata una volta era battezzata Ponte Mammolo. Una specie di largo arco di marmo travertino piazzato sull’Aniene dai tempi dei romani, sbaraccato dai vandali, baccagliato dai nobili feudatari, distrutto dai francesi antigaribaldini e ritirato su a dispetto, dopo i giorni della breccia, quando ancora non sàera calmata la nuvolaccia dei calcinacci smossi per le cannonate a Porta Pia. Con quel nome mammolo, da buffo gnomo, che sapeva tanto di fatica e sgobbo in miniera, qualcuno pensò pure, negli anni 30, di piazzargli attorno fabbriche di varechina e d’acido muriatico, casermoni con operai accatenati al ciclo chimico dei solventi della soda Solvay. L’acqua del fiume scioglieva il sale, sàarricchiva di cloro e scorie, e restituiva in giro vapori verdoro che tanfavano di brutto l’aria. Crescere da quelle parti non doveva essere un’allegria. Neppure a guerra finita quando la borgata sàallargava abusiva e Pasolini ci capitò in fuga da Casarsa. Visti da via Tagliere i suoi giorni passati a scrivere pagine di Ragazzi di Vita erano per lui, giorni persi in una luce di necessità , e quel domicilio coatto il poeta lo ricorda come un esilio, l’esilio di Rebibbia. Allora il carcere era solo un disegno schizzato in qualche studio d’architetti. Poi col tempo è diventato un sacco di cose e un concentrato di angosce, sfide e questioni irrisolte. A chi làha realizzato non sono mai mancati smoccoli e mortacci d’ogni tipo. Porta male, sosteneva mia madre, porta male costruire certi posti e di sicuro quello che ha messo su Regina Coeli tàha fatto la brutta fine e te lo do per certo anche quello del Palazzaccio è andato sotto al fiume. Non è vero. Eà andata sempre peggio a chi la galera se làè ciancicata dentro. Ma mia madre, di tante leggende popolari, ne faceva vangelo e poi a corto di prove, alzando gli occhi al cielo, chiudeva in amen ogni racconto: che voi faà figlio, càè sempre bonissima giustizia. Per Rebibbia comunque, quando certe maledizioni presero la via armata, ci fu chi mise in piedi unàesecuzione alla primalinea, di quelle alla bruttoddio, con irruzione, blocco dei presenti e vittima fatta inginocchiare giusto il tempo di un processo proletario da chiudere con la nuca spappolata da una trentotto. Il fucilato, quella volta, riuscì a salvarsi. Non era l’ora sua. La palla del blackout gli rimbalzò sulla calotta per andare a nascondersi tra l’occipitale e chissà  quale depressione scamuffa dell’emisfero cranico. Fatto stà  comunque che làha raccontata e qualche mese dopo già  stava ai confronti dietro un vetro a braccetto col magistrato. Riconosceva tutti. Anche quelli che non càerano. Soprattutto quelli che non càentravano un piffero. Ma, d’altra parte, càera pure da capirlo. Pure io. Con una trentotto nella testa e quell’odore nitrico della polvere da sparo che ti intossica la memoria e ti brucia l’anima. Pure io tàavrei riconosciuto tizio e caio. Manco il giudice tàavrei salvato.

Visto da fuori il collegio, tutto mattoncini bruni, sbarre a trame esagonali d’alveare e mura grigie un sacco sorvegliate, sembra fatto apposta per tenerti alla lontana. Vai facile, e di corsa, solo quando ti ci portano le guardie. Per il resto, dai colloqui alle visite autorizzate, l’entrata non è mica regalata. Figuriamoci l’uscita. Quando stai dentro poi, anche se ti trovi dalla parte buona del bancone, non vedi il momento di sgabolare via. Tiri un sospiro ogni volta che un cancello sàapre manco fosse unàevasione. E ti credo che fanno epoca le fughe da Rebibbia. Le conti su una mano. Per lo più mancati rientri e la statistica va lesta in depressione se non l’aiuta ogni tanto qualche guizzo di fantasia. Una volta un thailandese di nome Shilwatra che faceva il lavorante nel corridoio capitò in mezzo al corteo della visita parenti. Non capiva una mazza d’italiano e la guardia lo scambiò per uno dei colloqui spingendolo oltre la porta. L’evaso per caso non fece però in tempo neppure ad arrivare all’angolo con via Bartolo Longo che si ritrovò riarrestato puntoaccapo e mandato alle celle pure con qualche carica di cortesia.

Carlito e Juan invece per andarsene dovettero cambiare continente. Erano due indios andini che ne avevano combinate di cotte e di crude tra l’Argentina e làEcuador. Passavano le ore d’aria a pistare intorno al campo del G12. Centoventi minuti tutti tirati, due volte al giorno, fino a che l’acido lattico fracicava i muscoli e la vista si appannava a furia di correre in tondo nel recinto finendo come in trance dopo aver spippettato chissà  cosa. Vamos Sivori vamos a ganar la Fin del Mundo a Ushuaia mi dicevano così i due senza spiegarmi dove cazzo fosse Ushuaia, che tipo di maratona si corresse laggiù ma gratificandomi col titolo di quel cabezon dalla cara sucia che dribblava tutti con i calzettoni alla cacaiola. Volevano convincermi a correre con loro. Erano in attesa di estradizione per rapina a mano armata ma sàallenavano ogni giorno con la fissa di fare la dritta da un momento all’altro. Otros piro ripetevano ogni volta mentre ingarellavano giri su giri tra l’acqua, il freddo, il sole e tutta la polvere che il cristo delle carceri càaccondiva ogni giorno. C’è chi giura che Carlito appena lo avvisarono di prepararsi la zampogna sorridesse di cuore. Lo riportavano indietro, in qualche buco del culo del suo mondo, e lui rideva. Dicono pure che il botto sul muro di cinta al correzionale di Cuenca, el Cà¡rcel rehabilitacià³n de Varones, lo prendesse come il colpo dello start ai blocchi di partenza. Fu più veloce della sirena del carcere. E quelle pallottole che gli fischiavano intorno non ce la fecero a fargli perdere la corsa a cui sàera allenato per tanto tempo.

Allons.. vite allons! La scappata aerea dal Giudiziario, la bella alla francese, è stata così l’unica a fare storia. Merito d’una batteria transalpina chiamata les Postiches de Belleville. La banda per buona fetta degli anni ottanta gli aveva preso brutto a svuotare banche nei sobborghi di Parigi, a Neuilly Passy o posti del genere, scavallando banconi, agendo da imparruccati, svoltando grisbì ma sempre ben vestiti in loden e cachemire griffés, chapeaux british e baffi finti. Ogni volta avevano schivato la chiamata al gabbio fintanto che càera scappata la sceriffata alla mucchio selvaggio, con morti feriti e sbandati varii, al Crédit Lyonnais di Paris XVI. La sventura per i resti del gruppo sàera poi completata in Italia allorchè a un controllo di caramba di paese un paio di loro sàerano fatti svagare con i documenti taroccati. Erano finiti dritti dritti au ballon e ci doveva pensare un mec calato giù da Marsiglia, scampato pure alle cronache dell’esecuzione di Jacques Mesrine, a tirarli fuori. Il tipo tàaveva sequestrato un elicottero al San Camillo e con tanto di stemma rossocrociato aveva poi costretto il pilota a svolazzare nel cielo di Roma. Aveva ronzato sui resti marciti del Ferrobedò e sulla Garbatella di Tommasino e Irene. Aveva svicolato alto per la Caffarella, i Cessati Spiriti, Torpignattara e l’Acqua Bullicante. Girato barra per Casal Bruciato e Pietralata prima di planare sul G11 all’ora d’aria d’un fine novembre pieno di luce.

Una fuga del genere Germano era capace di raccontartela per filo e per segno con anni d’anticipo sulle pagine dei giornali. Volendo te l’avrebbe arricchita di particolari, resa più incredibile della realtà  stessa, sospesa là  tra il cinema e le virgole d’una notizia del Messaggero. Paolo e Daddo, ripeteva a volte soprattutto quando l’afa d’agosto faceva bollire l’acqua rint’a capa e i pensieri d’un cervello à  la coque vaporavano leggeri, così me li sarei andati a prendere, magari con Arnaldo, Claudio e al massimo un altro ma basta, fermiamoci qua, che sennò càè folla. Così diceva, sospirando con la faccia velata dal fumo d’una sigaretta andata, smoccolando di sguiscio a quel settantasette che invece voleva fare ogni cosa in corteo. Poi tornato a sorridere, tàavrebbe parlato di Centocelle, d’una squadra chiamata Dinamo nata al tempo di Togliatti o dell’amnistia bona oggi al massimo per nonni e pappagalli inseguendo con lo sguardo il pallone, sparacchiato a caso da qualche detenuto, volare via dalla polvere del recinto cercando respiro e meta in direzione dei lotti di San Basilio.

testo di Claudio D’Aguanno pubblicato su Loop n1 – maggio 2009

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