? Chiapas, il delegato Zero © Simona Granati

Chiapas. A vent'anni dall'insurrezione del 1 gennaio 1994, le «escuelitas» accolgono gli attivisti internazionali
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Nelle comunità ribelli, più ricche di dignità

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Chiapas. A vent’anni dall’insurrezione del 1 gennaio 1994, le «escuelitas» accolgono gli attivisti internazionali

? Chiapas, il delegato Zero © Simona Granati

Chiapas. A vent’anni dall’insurrezione del 1 gennaio 1994, le «escuelitas» accolgono gli attivisti internazionali

Nella comu­nità Emi­liano Zapata, nel cara­col Tor­bel­lino de Nue­stras Pala­bras, 30 fami­glie zapa­ti­ste lavo­rano in forma col­let­tiva. Pos­sie­dono in comune una pian­ta­gione di caffè, orti e circa 350 capi di bestiame. I suoi abi­tanti non rice­vono aiuti gover­na­tivi di nes­sun tipo, ma il loro livello di vita è molto meglio di quello dei vil­laggi prii­sti dei din­torni. Nella comu­nità c’è un pic­colo nego­zio comu­nale i cui gua­da­gni sono desti­nati alle opere di cui neces­sita il vil­lag­gio. Lì, come in tutte le altre regioni ribelli, le risorse delle coo­pe­ra­tive ser­vono per finan­ziare opere pub­bli­che come scuole, ospe­dali, cli­ni­che, biblio­te­che o con­dotte per l’acqua.
In tutto il ter­ri­to­rio ribelle fio­ri­sce un sistema auto­nomo di benes­sere basato su una riforma agra­ria de facto che pri­vi­le­gia l’uso comu­ni­ta­rio di terre e risorse natu­rali, sul lavoro col­let­tivo e sulla pro­du­zione di valori d’uso e in pra­ti­che di com­mer­cio equo sul mer­cato inter­na­zio­nale.
Nelle zone di influenza zapa­ti­sta si è scon­fitta la legge di San Gara­bato, che impone che i con­ta­dini deb­bano com­prare a caro prezzo le merci di cui hanno biso­gno e ven­dere a buon mer­cato i loro pro­dotti. Suc­cede spesso che i coyote (inter­me­diari com­mer­ciali abu­sivi) siano obbli­gati a pagare alle basi di appog­gio ribelli per i loro rac­colti, bestiame ed arti­coli arti­gia­nali, prezzi più alti di quelli che offrono alle comu­nità non orga­niz­zate. Le coo­pe­ra­tive zapa­ti­ste hanno acqui­sito un vero parco di auto­vei­coli per spo­starsi e tra­spor­tare la loro pro­du­zione. Nelle comu­nità ribelli è nata una coscienza ambien­tale. Si pra­tica l’agricoltura bio­lo­gica ed è stato ban­dito l’uso di fer­ti­liz­zanti chi­mici. Si effet­tuano lavori per pro­teg­gere i suoli. C’è una pre­oc­cu­pa­zione genuina e gene­ra­liz­zata per con­ser­vare boschi e selve.
Come segna­lano gli autori del libro Lotte molto altre: zapa­ti­smo e auto­no­mia nelle comu­nità indi­gene del Chia­pas: «le sfide della soste­ni­bi­lità nella ripro­du­zione comu­ni­ta­ria sot­to­li­neano la ten­sione tra la neces­sità di sus­si­stere den­tro lo schema socioe­co­no­mico esi­stente e il pro­getto di tra­sfor­ma­zione di que­sto schema». Quello che lì si pro­fila è, più che un modello eco­no­mico zapa­ti­sta, un pro­cesso endo­geno e diverso delle prio­rità delle comu­nità, come alter­na­tiva alla sot­to­mis­sione alla logica distrut­trice del capi­tale trans­na­zio­nale.
Nei 27 muni­cipi zapa­ti­sti non si beve alcool né si col­ti­vano stu­pe­fa­centi. Si eser­cita la giu­sti­zia senza l’intervento del governo. Più che sulla puni­zione, si pone l’accento sulla ria­bi­li­ta­zione del tra­sgres­sore. Le donne hanno con­qui­stato posi­zioni e respon­sa­bi­lità poco fre­quenti nelle comu­nità rurali?.La rete di infra­strut­ture comuni di edu­ca­zione, salute, agri­col­tura bio­lo­gica, giu­sti­zia ed auto­go­verno che gli insorti hanno costruito al mar­gine delle isti­tu­zioni sta­tali, fun­ziona con la pro­pria logica, plu­rale e diversa. Le comu­nità zapa­ti­ste hanno for­mato cen­ti­naia di pro­mo­tori di edu­ca­zione e sani­tari e di tec­nici agri­coli, secondo la loro cul­tura e iden­tità.
Tutto que­sto è stato pos­si­bile per­ché gli zapa­ti­sti si gover­nano da se stessi e si auto­di­fen­dono. Costrui­scono l’autonomia senza chie­dere per­messo in mezzo a una cam­pa­gna per­ma­nente di con­train­sur­gen­cia. Resi­stono alla perenne per­se­cu­zione di 51 distac­ca­menti mili­tari e di pro­grammi assi­sten­ziali il cui intento è creare divi­sioni nelle comu­nità in resi­stenza offrendo bri­ciole. Tut­ta­via, alla fine di quest’anno si è sca­te­nata una cam­pa­gna di dif­fa­ma­zione che sostiene che niente di tutto que­sto è vero. Fal­sa­mente, si dichiara che gli zapa­ti­sti oggi vivono peg­gio di 20 anni fa, che distrug­gono l’ambiente e che divi­dono le comu­nità. Si tratta dell’ultimo epi­so­dio di una guerra sporca vec­chia quanto la sol­le­va­zione stessa.
Le calun­nie non reg­gono. Cen­ti­naia di testi­mo­nianze pub­bli­che dimo­strano che le accuse con­tro i ribelli non hanno niente a che vedere con la realtà che i calun­nia­tori dif­fon­dono. Per esem­pio, il pit­tore Anto­nio Ortiz, Gri­tón, è stato nella comu­nità di Emi­liano Zapata tra l’11 ed il 16 ago­sto di quest’anno, nell’ambito della escue­lita zapa­ti­sta, e ha docu­men­tato l’esperienza vis­suta in un com­mo­vente rac­conto dif­fuso su Face­book. L’ha sor­preso vedere che 30 fami­glie indi­gene pos­se­de­vano 350 capi di bestiame. Il pit­tore faceva parte di un gruppo di 1.700 per­sone che, ad ago­sto di quest’anno, hanno par­te­ci­pato alla prima escue­litazapa­ti­sta.
Vi hanno par­te­ci­pato anche Gil­berto López y Rivas e Raúl Zibe­chi, i quali, dalle pagine de La Jor­nada, hanno con­di­viso le loro rifles­sioni. Lo stesso ha fatto la gior­na­li­sta Adriana Mal­vido su Mile­nio, e la bal­le­rina Arge­lia Guer­rero su pub­bli­ca­zioni alter­na­tive. Tutti hanno con­sta­tato in maniera diretta come vivono, lavo­rano, si istrui­scono, si curano e pen­sano le comu­nità zapa­ti­ste.
Per quasi una set­ti­mana i 1.700 invi­tati sono stati tra­spor­tati, ospi­tati e nutriti dai loro anfi­trioni nelle comu­nità in cui hanno vis­suto. Ognuno è stato accom­pa­gnato da un qua­dro zapa­ti­sta che rispon­deva alle loro domande e dubbi sulla loro sto­ria, lotta ed espe­rienza orga­niz­za­tiva e tra­du­ceva dalle lin­gue indi­gene allo spa­gnolo. Que­sta espe­rienza si sta ripe­tendo que­sto fine d’anno e si ripe­terà all’inizio del 2014.
Un’iniziativa edu­ca­tiva di que­sta gran­dezza, che pre­sup­pone una peda­go­gia diversa da quella tra­di­zio­nale, si può reg­gere solo sull’esistenza di comu­nità con una base mate­riale capace di acco­gliere gli invi­tati, di un’organizzazione con la destrezza e disci­plina neces­sa­rie a rea­liz­zare un pro­getto così ambi­zioso, e migliaia di qua­dri poli­tici con la for­ma­zione ade­guata per spie­gare la loro vita quo­ti­diana e la loro pro­po­sta di tra­sfor­ma­zione sociale.
Dal basso, gli zapa­ti­sti stanno cam­biando il mondo. La loro vita oggi è molto diversa da quella di 20 anni fa. È molto meglio. Negli ultimi due decenni si sono dati una vita degna, libe­ra­trice, piena di signi­fi­cato, al mar­gine delle isti­tu­zioni gover­na­tive. Non lo stanno facendo in poche comu­nità iso­late, ma in cen­ti­naia, distri­buite in un ampio ter­ri­to­rio. Da que­sto labo­ra­to­rio di tra­sfor­ma­zione poli­tica eman­ci­pa­trice c’è molto da impa­rare e di cui rin­gra­ziare.
*Vice­di­ret­tore de La Jor­nada
(www?.Jor?nada?.unam?.mx)
Twit­ter: @lhan55
(Tra­du­zione “Maribel”-Bergamo)

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